La traduzione: lezioni di accoglienza nel trattamento dei forestierismi

Davanti alle parole straniere che non hanno un traducente naturale e che non sono ancora entrate nei nostri vocabolari (e forse non ci entreranno mai), come si deve comportare un traduttore per compiere le proprie scelte consapevoli? Meglio accogliere lo “straniero” o difendere la “purezza” dell’italiano?

Questo è l’interrogativo che pone Ilide Carmignani, una delle più rinomate traduttrici italiane, celebre soprattutto per le sue traduzioni delle opere di Luis Sepúlveda. Il tema sarà affrontato in un incontro al salone del libro di Torino (16 ottobre 2021, Sala Ciano, Padiglione 3, ore 12.45) intitolato “La traduzione: lezioni di accoglienza. Il trattamento dei forestierismi” che vede la partecipazione dei responsabili editoriali del Devoto Oli e dello Zingarelli, rispettivamente Biancamaria Gismondi e Mario Cannella, e anche la mia.

La questione della “purezza della lingua” e dell’accoglienza dello “straniero” evoca pericolosamente, e in modo provocatorio, una serie di archetipi su cui è bene fare molta chiarezza.

L’accoglienza del diverso e l’imposizione delle lingue dominanti

Prima di tutto è bene precisare che non ha senso fare alcuna analogia tra l’accoglimento delle parole straniere e l’accoglimento degli immigrati. Più volte alcuni giornalisti hanno accostato, a sproposito, la massima “sovranista” – come è di moda dire oggi – “prima gli italiani” con “prima l’italiano”, riferendosi alle posizioni che ho espresso in Diciamolo in italiano (Hoepli, 2017). Ma le parole non sono persone, e in una città come Milano la fitta presenza sul territorio di migliaia di cinesi, rumeni, albanesi, arabi o africani da un punto di vista linguistico non ha alcun impatto. Gli italiani non conoscono una parola di queste lingue, e l’unico terreno di scambio è quello gastronomico. I wanton fritti, il kebap o i falafel, lo zighinì degli eritrei. C’è poco altro. L’italiano è impermeabile alle lingue degli immigrati, risente invece dei modelli culturali ed economici statunitensi, che non sono presenti sul territorio a questo modo, ci arrivano in altre forme molto più potenti, dall’alto, e hanno a che fare con l’inglese come lingua internazionale, con l’espansione delle multinazionali, la globalizzazione e anche con il senso di inferiorità culturale, prima che linguistico, di una classe dirigente fatta da giornalisti, imprenditori, tecnici, scienziati… che ostentano l’inglese con orgoglio. Tutto ciò ci porta a ricorrere agli anglicismi anche quando avremmo le nostre parole, che però non hanno il medesimo prestigio. Gli anglicismi, al contrario degli altri forestierismi, non hanno a che fare con l’accettazione delle culture deboli, minoritarie o discriminate, sono il risultato, spesso prepotente, dell’imposizione di una cultura dominante che ci sovrasta.

Dalla purezza della lingua all’ecologia linguistica

Anche la “purezza della lingua” e la “difesa dell’italiano” sono categorie che andrebbero ridefinite, nel nuovo Millennio, perché non hanno nulla a che vedere né con il vecchio concetto di “purismo” né con le prese di posizione legate alla guerra ai barbarismi di epoca fascista.
Nessuna lingua è pura, non c’è nulla di male né di strano nell’accattare parole altrui, come scriveva già Machiavelli nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua. Il punto oggi è un altro e ha a che fare con il tema dell’ecologia linguistica. È una questione di numeri e di modalità.

La prima edizione elettronica del Devoto Oli del 1990, di cui ho curato il riversamento digitale, conteneva circa 1.600 anglicismi, ma oggi sono diventati 4.000. La prima edizione dello Zingarelli digitale del 1995 (un prototipo fuori commercio) ne annoverava circa 1.800, mentre oggi sono 3.000.

Negli ultimi 30 anni, in sintesi, l’interferenza dell’inglese è cresciuta a dismisura e in modo incontrollabile, e gli anglicismi “hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi (…) anche nel vocabolario fondamentale”, come ha scritto Tullio De Mauro (Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136). Questa esplosione di parole inglesi è soprattutto cruda, e cioè senza adattamenti. Mentre l’influsso plurisecolare del francese ci ha arricchiti con migliaia di parole che sono state italianizzate, e i francesismi crudi sono oggi meno di un migliaio, l’inglese non si adatta e le migliaia di anglicismi sempre più frequenti e comuni sono dunque “corpi estranei”, come aveva compreso Arrigo Castellani nel suo “Morbus anglicus”, che violano le regole della nostra scrittura e pronuncia, e dunque se il loro numero diventa eccessivo finisce con lo snaturare l’identità linguistica “del bel paese là dove ‘l sì suona”.

Oggi le parole inglesi nei dizionari superano di gran lunga la somma di tutti gli altri forestierismi messi assieme, e tra le parole nate negli anni Duemila circa la metà sono in inglese crudo, una percentuale preoccupante anche perché tra le parole italiane mancano quelle primitive, come ha osservato Luca Serianni (Il lessico, vol. 2 della collana Le parole dell’italiano, Rcs Corriere della Sera, Milano 6/1/2020, pp. 53-54) e per la maggior parte sono derivate (come africaneria), o composte (come anarco-insurrezionalista).

Su questo scenario è evidente che la questione della “purezza della lingua” e della sua tutela ha tutta un’altra valenza rispetto al passato. La nuova “questione della lingua” si trasforma nella “questione delle lingue”, di tutto il pianeta, minacciate dall’invadenza dell’inglese che le schiaccia. È lo “tsunami anglicus” che Tullio De Mauro ha denunciato esplicitamente nel 2016 rivedendo totalmente le sue posizioni nei confronti del “Morbus anglicus” che negli anni Ottanta aveva negato.

Dopo aver fatto queste premesse è evidente che l’accoglimento dei forestierismi nelle traduzioni non può essere trattato alla pari. L’accoglimento di qualche parola straniera è il benvenuto, quando è il caso e quando non esistono alternative naturali. I forestierismi possono costituire un arricchimento, in queste circostanze. Ma il ricorso agli anglicismi, al contrario, rappresenta sempre più spesso un depauperamento della nostra lingua, è diventato una coazione a ripetere più simile a una nevrosi compulsiva, per cui tutto ciò che è nuovo si esprime direttamente in inglese, senza alcuna altra strategia: non si traduce, non si adatta, non si coniano nuove parole italiane… e quel che peggio si ricorre sempre più spesso all’inglese anche in presenza di parole italiane, e queste scelte generano numerosi “prestiti sterminatori” che scalzano e fanno morire le nostre parole storiche.

Per questi motivi sarebbe auspicabile spezzare questo ricorso all’inglese sistematico e distruttivo, e fare una distinzione tra l’accoglimento dei forestierismi, che in linea di principio può essere un’apertura positiva, e quello degli anglicismi che in sempre più ambiti sta trasformando la nostra lingua in itanglese.

Purtroppo in Italia non esistono punti di riferimento a cui i traduttori possono attingere soprattutto nel caso dei tecnicismi, e le scelte traduttive sono lasciate alla loro sensibilità e discrezione. In un contesto dove l’anglomania dilaga e l’inglese è preferito, è sempre più difficile proporre soluzioni italiane. Mentre in Francia e in Spagna le accademie coniano alternative e neologie autoctone e il ricorso all’inglese è una scelta, e mentre esistono banche dati terminologiche che fissano le traduzioni e rendono il francese e lo spagnolo lingue vive che si arricchiscono, in Italia non c’è nulla del genere. Davanti alle fortissime pressioni che arrivano dall’anglosfera il liberismo linguistico che parte dal presupposto che una lingua si difende da sé, che va studiata e non protetta, si trasforma in un anarchismo linguistico dove la lingua dei Paesi dominanti finisce per avere la meglio.

Queste sono le premesse del mio intervento e del confronto che avverrà a Torino, che si articolerà in modo meno generico soprattutto attraverso l’analisi di esempi lessicali molto concreti.

500 sfumature di inglese. Gli anglicismi dai tanti significati

Speciale agosto 2021: questo articolo si può anche scaricare in formato Pdf e diffondere (senza scopo di lucro) così com’è, senza alterazioni e manomissioni. I contenuti sono frutto di una ricerca personale, proprietà intellettuale la cui riproduzione è riservata. Le parti di quest’opera si possono riprendere e citare solo senza omettere l’autore e la fonte. © 2021 Antonio Zoppetti – Proprietà riservata.

Buone vacanze a tutti.

Introduzione

I forestierismi crudi hanno la fama di essere mono-significato: l’abat-jour è un tipo di lampada da comodino, il sombrero un tipo di cappello, e in linea di massima un bunker tedesco, un bonsai giapponese, una favela brasiliana, un wok cinese o uno zar russo designano qualcosa di preciso. Ma poiché la lingua è metafora, può capitare che, in senso lato, una matriosca passi a indicare un incastro più generale che travalica quello delle bambole. Questi usi figurati, però, sono piuttosto rari persino tra i francesismi che costituiscono un’eredità lessicale molto ampia. Gli anglicismi che si allargano e si diramano in una matriosca di accezioni, al contrario, sono numerosi e in forte aumento. Il loro uso metaforico non è solo una possibilità espressiva che appartiene alla creatività di un singolo parlante, spesso si è ormai codificata. E così il boomerang non è solo un “prestito di necessità” per un oggetto nuovo di cui non si è voluto adattare o reinventare il nome, è anche un qualcosa che torna indietro (“Il boomerang della politica dei dazi di Trump”), come il round del pugilato per estensione abbraccia una qualunque fase dialettica, di un incontro politico, un dibattito, una trattativa

In alcuni casi, questo percorso lessicale comincia con l’importazione di una parola dall’accezione tecnica o di ambito, ma poi il suo uso si allarga e si porta dietro il significato in inglese più esteso, come gli optional che non sono più solo gli accessori non inclusi nei modelli di base che si possono aggiungere con un sovrapprezzo, sono diventati come in inglese qualcosa di non necessario (da option = opzione), in senso lato sono un di più (la cortesia è un optional). E il surfing non è più solo uno sport acquatico, è anche il navigare in Rete, e la metafora dei surfer oggi è anche più frequente dell’accezione letterale.

Gli usi figurati

Le accezioni derivate dall’uso estensivo di un’espressione tecnica sono davvero tante. L’esempio da manuale è quello del dribbling calcistico. Quando un giornalista scrive che l’intervistato dribbla le sue domande, la metafora si riversa nel linguaggio comune con questo significato più ampio, esattamente come un assist, un passaggio vincente nei giochi a squadre, si trasforma in un qualsiasi aiuto determinante. Il benchmark, il parametro di riferimento del linguaggio finanziario, nel linguaggio comune diventa un sinonimo di punto di riferimento o pietra di paragone; un feedback, che in biologia è una retroazione, in senso tecnico può essere un segnale di ritorno, e nel linguaggio comune diventa un’espressione che sempre più spesso ha la meglio su un semplice riscontro, cioè un cenno di conferma (aspetto il tuo feedback). L’impriting utilizzato da Lorenz per descrivere il condizionamento irreversibile delle papere che alla nascita identificano con la madre la prima figura che vedono (traduzione in inglese del termine tedesco Prägung) diventa un’impronta o una caratteristica più generale (il cuoco lascia il suo imprinting in ogni piatto; l’imprinting culturale lasciato dal liceo classico), e questi significati si sovrappongono a tecnicismi che anche in inglese si appoggiano alle metafore, e per esempio l’imprinting è anche una tecnica di colorazione di un disegno sui capelli da parte di un parrucchiere, che poi passa a designare anche la decorazione stessa così come un timbro è allo stesso tempo la matrice ma anche il disegno che lascia.

Gli slittamenti di significato avvengono a volte per metonimia, per cui un cocktail non è solo una miscela alcolica, si può andare a un cocktail nello stesso modo in cui ci si si può fare un drink e avere un invito per un drink che diventa così un party, mentre uno shot non è solo un bicchiere, il cicchetto, come in italiano passa a indicare anche il contenuto e farsi uno shottino indica il bere un bicchierino tutto d’un fiato. E così un takeaway è sia il pranzo d’asporto sia il servizio offerto dai locali sia i locali stessi (un locale takeway), un remainder (lett. rimanenza di magazzino) è un libro scontato, ma indica anche le librerie specializzate nella vendita di questi libri, la security può indicare il personale addetto alla sicurezza (chiamare la security) oppure può designare un sistema di sicurezza di una banca o di un edificio, e anche la sicurezza informatica, un topless è il costume da bagno femminile e anche la pratica di prendere il sole a seno nudo, e un editor è un revisore editoriale, ma in informatica è invece un programma di scrittura o di lavorazione editoriale.

Attraverso questi e altri meccanismi, le espressioni inglesi sono sempre più polivalenti.

Tra gli anglicismi che hanno almeno tre accezioni ci sono per esempio il poker che è un gioco di azzardo, ma è anche il punto che si fa con quattro carte uguali, e in senso figurato può indicare un quartetto (un poker di vittorie). Che cos’è un mixer? Lo strumento per il missaggio della musica, il miscelatore graduato per le bevande, oppure un frullatore. Un ticket è un biglietto, ma può essere anche una tassa sanitaria, o un buono pasto che nel linguaggio aziendale nasce dalla decurtazione dei ticket restaurant (in realtà un marchio francese). Un boiler è uno scaldabagno ma anche un bollitore (o scaldacqua), magari elettrico.

Diversi significati a seconda dell’ambito

Spesso queste differenti accezioni di una stessa parola non sono il risultato di un uso metaforico di un tecnicismo, ma derivano dal fatto che importiamo dall’inglese così tante parole che alcune ci arrivano direttamente da ambiti diversi dell’inglese.
Lo screening in medicina è un programma di prevenzione, ma nell’ambito del lavoro è una ricerca dei candidati. La palette è la tavolozza dei colori di un programma informatico, e in cosmesi è una confezione di trucchi con le loro sfumature. Una cover non è solo una copertina di una rivista o di prodotto discografico, in ambito musicale indica un rifacimento di un brano di successo e riferita ai cellulari indica la custodia rimovibile; il pickup è un furgoncino ma anche il trasduttore che converte i suoni meccanici in impulsi elettrici inviati all’amplificatore della chitarra elettrica; il crash, di etimo onomatopeico e fumettistico, in economia diventa il crollo in Borsa e in informatica il blocco di un sistema e l’impallarsi di un programma; il crack è una violazione informatica, un fallimento in ambito finanziario, il suono onomatopeico di qualcosa che si spezza e anche una droga. Un driver è un programma per le periferiche, ma nell’ippica è il fantino, e in senso lato a volte viene usato anche per indicare un guidatore, un autista, come in Taxi driver.

Sempre più anglicismi hanno dunque i loro significati differenziati a seconda degli ambiti. Lo start che nei dispositivi elettronici è il tasto di avvio, in informatica diventa la funzione di avvio, nel cinema è il primo fotogramma di un film, nel linguaggio sportivo è la partenza, il via, ma anche la linea di partenza e il segnale di partenza, dunque anche lo sparo.

Ghost, fantasma, nell’editoria è uno scrittore invisibile (abbr. di ghost writer) che scrive a nome di un altro, e nel gergo fa un lavoro di ghosting. Ma tra i neologismi di recente registrazione nei dizionari c’è anche un altro ghosting che indica l’atteggiamento di chi sparisce improvvisamente da una relazione, senza farsi trovare e senza dare spiegazioni. Tutto ciò deriva dal fatto che la radice ghost, resa popolare da un celebre film, anche se non è registrata dai dizionari è nella disponibilità di molti, e circola appunto in molti derivati (i ghostbuster, a proposito di cinema). Lo stesso si può dire di shop: il derivato shopper è un sacchetto della spesa, ma in Rete circola sempre di più anche con il significato di acquirente, cliente. E così un hotspot (lett. punto caldo) è un centro di identificazione e di accoglienza per immigrati ma anche un punto di accesso gratuito alla Rete; uno short (abbr. di short film, picture o subject) è un cortometraggio spesso pubblicitario (short pubblicitario), ma nel linguaggio della moda o dell’abbigliamento gli short sono pantaloncini corti (più spesso al plurale shorts).

Questi sono solo alcuni esempi, ma l’elenco di questi anglicismi che assumono diverse valenze di settore è davvero lungo e costituisce un record tra i forestierismi, cioè un primato, che però in informatica è un tecnicismo che designa un’unità di archiviazione.

In altri casi la polivalenza degli inglesismi deriva dal loro diventare parole ombrello che vanno bene per ogni occasione e per tutte le stagioni. La location è uscita dal suo ambito cinematografico di ambiente, reale o artificiale, dove girare una scena e si è trasformata in un posto qualsiasi, la location di un ristorante intesa come ambiente, arredamento, ma anche posizione (per esempio una terrazza sul mare). Allo stesso modo un restyling può essere il rifacimento di un palazzo, la riprogettazione di un sito, la nuova versione di un’automobile, il rimodellamento di un logotipo, la revisione strutturale di un’impresa, il ritocchino chirurgico che si fa dall’estetista… Un partner può essere un alleato commerciale, un amico, un compagno, un marito, un fidanzato, un convivente (senza distinzione di genere).

Un altro moltiplicatore delle accezioni delle parole inglesi è da rintracciare nell’uso di una stessa parola sia come sostantivo sia come aggettivo, per cui si può avere uno shock o leggere una notizia shock, cioè sconvolgente, come c’è il mondo del fetish o del fashion, cioè del feticismo e della moda, ma anche gli abiti fashion e fetish, e il settore del green, cioè dell’ecologia, implica fare scelte green, cioè ecologiche (ma green è anche il campo da golf, che a sua volta è uno sport ma indica impropriamente anche un maglione). Un dirigente o un uomo d’affari può essere un executive e possedere una valigetta executive, cioè aziendale (per es. una ventiquattrore), e spostarsi su un jet executive, cioè un aereo privato dirigenziale, di rappresentanza.

Nel caso di relax questa duplice valenza coinvolge il sostantivo (ho bisogno di un po’ relax) e persino un verbo, quando è usato al posto di rilassati!

Collocazioni e locuzioni

In altri casi i diversi significati di uno stesso anglicismo si combinano all’interno di locuzioni con le loro precise collocazioni, per esempio full che nel poker corrisponde a una combinazione di un tris e una coppia, circola poi nel suo significato letterale di pieno, totale in molte locuzioni inglesi come full immersion, full screen, full-time, full text, full contact… Ma spesso queste locuzioni sono formate anche dalla combinazione con parole italiane, e dunque il default nel linguaggio economico è una bancarotta, un fallimento, ma in informatica l’espressione di default designa le impostazioni di sistema, di base, automatiche. Un corner è un calcio d’angolo, circola nell’espressione idiomatica salvarsi in corner (per il rotto della cuffia, per un pelo, per un soffio), ma nel linguaggio promozionale è un angolo nel senso di un padiglione, un espositore posto all’interno di un grande magazzino dove viene venduto o promosso un prodotto o un marchio. La compliance in medicina corrisponde alla capacità di adeguamento del volume di un organo davanti alla pressione (per esempio la capacità di dilatazione dei polmoni), in senso lato può essere un adeguamento, un’ottemperanza o disponibilità a collaborare, ma nel linguaggio economico c’è la compliance normativa (a regole o consuetudini) e in quello tributario la compliance fiscale, che può diventare un adempimento spontaneo del contribuente agli obblighi fiscali spesso sollecitato dall’Agenzia delle Entrate in un’ottica collaborativa, e in altri casi è un accordo preventivo tra contribuenti e il fisco che permette la correzione di eventuali errori o omissioni nella dichiarazione; il football è il gioco del calcio (o del pallone), ma il football americano è la variante americana più violenta e coreografica del rugby inglese. Il dumping è la politica di ribasso dei prezzi delle merci esportate (rispetto al mercato interno) per conquistare i mercati esteri, dunque un’esportazione sottocosto, ma anche una concorrenza sleale. Il dumping sociale indica invece l’inosservanza dei diritti dei lavoratori, del rispetto dell’ambiente, delle leggi sulla sicurezza e simili pratiche illecite che consentono di abbassare i costi, dunque il non rispetto delle regole e un sistema di produzione selvaggio per ottenere un maggior profitto. Un pool indica un gruppo di persone, una squadra che lavora per un unico scopo (pool antimafia o di ricercatori) o una cordata (pool del petrolio), ma in biologia il pool genetico è il corredo genetico.

Anglicismi omografi

Ci sono anche altri tipi di “doppioni” inglesi che non nascono dalle accezioni che arrivano da una stessa parola, bensì dal “prendere in prestito” parole omografe, che hanno un diverso etimo. Una persona down (dal nome del medico che ha studiato questa sindrome) non ha nulla a che vedere con un’espressione come “mi sento un po’ down” e cioè un po’ giù, sottotono (lett. sotto). I boxer sono cani simili al mastino (nome di origine tedesca adottato in inglese), ma sono anche le mutande a calzoncino come quelle dei pugili. Un cracker è una galletta salata o un criminale informatico, c’è il pin del cellulare (sigla di Personal Identification Number) ma anche la spilletta con le immagini di personaggi famosi (che ha a che fare con le pin-up); lo scotch (lett. scozzese) è un whisky e il nastro adesivo per antonomasia (originariamente un marchio registrato), il kiwi è il frutto dell’actinidia e un uccello (in italiano atterige), il cutter è un taglierino o un elettrodomestico sminuzzatore, ma nel linguaggio marinaresco è un piccolo veliero. Il jack è un fante nelle carte francesi e uno spinotto nel linguaggio tecnico.
A volte questi omografi assumono un genere diverso, e la zip è una cerniera lampo, mentre lo zip è un documento digitale compresso; la spider è una decappottabile (che si trasforma in maschile nel diminutivo spiderino) ma lo spider nel linguaggio della Rete è un programma di navigazione automatica; lo strip è uno spogliarello, abbreviazione di striptease (e c’è anche lo strip poker), e le strip sono le strisce a fumetti.
In alcuni casi ci sono doppioni non omofoni, che vengono pronunciati diversamente, per esempio i biscotti wafer che abbiamo importato per via scritta e leggiamo all’italiana (come il water), mentre i wafer delle casse dello stereo si dicono all’inglese (come la water polo, cioè la pallanuoto), così come quando Jumbo era solo un elefante del circo Barnum lo dicevamo con la “u” (come l’elefantino Dumbo), ma quando è arrivato l’aereo lo abbiamo pronunciato con la “a”, come abbreviazione di jumbo jet.

Decurtazioni all’italiana e pseudo-anglicismi

Alcuni di questi doppioni hanno proprio a che fare con il nostro vezzo di decurtare le parole inglesi e generano omonimie che non ci sarebbero: il cross, decurtazione di motocross, si sovrappone così al cross che nel calcio è un traversone e nel tennis un colpo diagonale, mentre una clip, abbreviazione di videoclip, si confonde con un fermaglio a molla o a scatto per fermare i fogli oppure gli orecchini, che vengono poi detti in senso lato anche loro semplicemente clip; il pony è un cavallo nano ma anche la decurtazione di pony express (un corriere che cavalca la metafora dell’andare a cavallo proprio come i rider, nell’era del delivey); un account è un conto o un profilo in Rete ma anche un venditore, anche si si dovrebbe dire account executive; i roller sono penne a sfera dall’inchiostro scorrevole ma anche l’abbreviazione dei pattini rollerblade; l’economy sostituisce l’economia in sempre più espressioni (new economy, net economy, gig economy, green economy, blue economy) ma è anche una tariffa economica di treni e aerei (al posto di economy class); gli spot (abbr. di spot advertisement) sono annunci pubblicitari e anche faretti per l’illuminazione di interni (abbr. di spotlight = faro orientabile, in italiano occhio di bue o riflettore lenticolare) e persino le macchie che hanno a che fare con la metrorragia e le perdite premestruali denominate spotting.

Talvolta i doppioni non nascono solo dall’accorciamento all’italiana, ma anche da un significato tutto nostro che differisce da quello inglese, e sono dunque pseudo-anglicismi; il dressing, che abbiamo mutuato dalla radice di to dress (come dalla radice foot abbiamo ricavato il footing, per l’intermediazione del francese) viene spesso usato nell’ambito della moda per indicare il modo di vestire, ma in inglese si dice clothing e il dressing è solo un condimento dell’insalata, che comunque è riportato tra gli anglicismi dei dizionari italiani anche con questo secondo significato.

Gli pseudo-anglicismi che convivono con gli anglicismi più ortodossi sono tanti. Book (libro) si trova in composti come e-book, instant book, guest book… ma viene usato impropriamente anche come sinonimo di portafoglio fotografico (in inglese portfolio) cioè cartella, presentazione, campionario. Bomber (bombardiere) nel gergo dell’abbigliamento (come abbreviazione di bomber jacket) indica il giubbotto da aviatore, ma nel linguaggio calcistico si trasforma in cannoniere (e nel pugilato in picchiatore). Allo stesso modo mister non significa più solo signor, come equivalente maschile di miss è il vincitore di una sfilata di bellezza o di culturismo, e nel linguaggio calcistico si carica di un significato estraneo all’inglese per indicare l’allenatore di una squadra. Tra questo genere di parole una delle più ramificate è box, che significa scatola o contenitore, ma è anche uno spazio ristretto ricavato nell’ambiente che lo contiene, quindi un compartimento o reparto. In una pagina può esprimere un riquadro (un box di testo), c’è poi il box doccia (la cabina doccia), in altri contesti è un recinto per gli animali o una stalla (il box dei cavalli), nei circuiti automobilistici è un posto di rifornimento e impropriamente – ma ormai largamente diffuso soprattutto nel Nord Italia – può essere un posto macchina al coperto.

Doppioni, triploni e quadruploni

La moltiplicazione dei significati e delle accezioni delle parole inglesi che deriva da omografi, usi figurati, significati nei diversi ambiti e pseudo-anglicismi non è sempre separabile in modo netto. Talvolta questi meccanismi si sommano e si sovrappongono e il risultato è una diramazione molto ampia. “I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni” scriveva Gadda riferendosi alla ricchezza della sinonimia e dei registri dell’italiano, ma oggi sembra valere anche per il ricorso all’inglese.

Un esempio di triplone misto è slot (lett. fessura): in informatica è l’alloggio che nei calcolatori permette l’inserimento di schede aggiuntive, dunque una porta. Viene usato però anche come decurtazione di slot machine, mentre un terzo significato è in locuzioni come slot di tempo, cioè una finestra o un lasso di temporale. Tra gli altri “triploni” c’è set che può indicare una serie, un completo (un set di pentole, un assortimento di valigie o un corredo di lenzuola), ma nel linguaggio cinematografico e televisivo è il teatro di posa, mentre nel tennis o ping-pong è ognuna delle partite che compongono un incontro. Lo spoiler nel linguaggio televisivo o cinematografico è l’anticipazione o lo spifferare un finale che ne rovina i colpi di scena, ma prima di questo recente significato era solo l’alettone o il deflettore nelle automobili e in aeronautica era il diruttore o disruttore, cioè un elemento aerodinamico dell’ala.
Un quadriplone è rappresentato da una parola come convention che letteralmente indica l’assemblea dei delegati di un partito per eleggere il candidato alla presidenza degli Usa; per esteso si usa per un qualsiasi congresso, raduno, incontro, vertice, conferenza, ma nel mondo del lavoro e del commercio indica un convegno di lavoro per stabilire gli obiettivi da raggiungere, e nel linguaggio commerciale può essere anche una riunione dei venditori.

Stop ha almeno cinque significati. Indica l’obbligo di arresto nella segnaletica stradale e i cartelli stessi; può essere il fanalino o la luce (di colore rosso) che segnala la frenata degli autoveicoli; è il tasto di interruzione del funzionamento di apparecchi e dispositivi, e in generale ogni comando che equivale a fermarsi (intimare lo stop); ma è anche un’interiezione che significa basta, fermati, ed è persino un tassello o vite a espansione. Anche master può indicare un corso di specializzazione o di perfezionamento (e anche il titolo, l’attestato); nel linguaggio sportivo corrisponde a un torneo dei campioni (specialmente nel tennis e nel golf) dove sono ammessi a partecipare solo i migliori giocatori del mondo; in informatica è la matrice (da cui masterizzare), l’originale dalla quale si ottengono le repliche per esempio di un cd o di un altro supporto; nei giochi di ruolo è il capogioco, cioè chi coordina i partecipanti che assumono i propri ruoli e nell’ambito del porno e del bondaggio è il padrone, cioè la figura maschile dominante che detta le regole di una relazione di sottomissione.
Ring di significati ne ha almeno sei: 1) nel pugilato è il quadrato, e in senso lato salire sul ring equivale a disputare un incontro, mentre abbandonare il ring significa ritirarsi dal pugilato, appendere i guantoni al chiodo; 2) nell’ippica è il recinto dell’ippodromo dove sfilano i cavalli dopo la gara; 3) come abbreviazione di ring road, è anche una “strada ad anello”, cioè una circonvallazione, un raccordo anulare, o una tangenziale cittadina (anche se propriamente non si tratta di un anglicismo, ma di un termine di derivazione dal tedesco); 4) si usa anche per indicare una pista automobilistica, un circuito per gare motoristiche; 5) nel linguaggio economico indica un accordo o un cartello di oligopolio fra imprese con lo scopo di sottrarre il prodotto dal mercato e farne alzare il prezzo; 6) nell’industria tessile è un tecnicismo che indica il filatoio ad anello.

Conclusioni

Non mi pare che la polivalenza dei forestierismi sia stata oggetto di molte analisi, ma mi sembra che ci sia un’enorme differenza tra il caso degli anglicismi e quello dei “prestiti” da altre lingue, dove non ho riscontrato questo fenomeno. Guardare l’interferenza dell’inglese da questo punto di vista conferma l’impressione che non abbiamo più a che fare con un fenomeno che si può etichettare attraverso le categorie del prestito; l’inglese assomiglia di più a un trapianto di radici e di parole che stanno prendendo vita autonoma e che si stanno allargando nel nostro lessico anche attraverso numerose ibridazioni che non si vedono tra gli altri forestierismi (cfr. Antonio Zoppetti, “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione”, portale Treccani, 21 giugno 2019). Questo dipende sicuramente dalla sproporzione numerica (cfr. Antonio Zoppetti, “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”, portale Treccani, l7 luglio 2019), ma è un segnale che rivela anche tutta la profondità con cui gli anglicismi si ancorano nel nostro lessico.

La loro polivalenza è un dato nuovo, tra i circa 1.700 anglicismi registrati nel 1990 dal Devoto Oli si riscontrava raramente, erano spesso tecnicismi mono-significato; tra i circa 4.000 annoverati dallo stesso dizionario nel 2020 spicca invece questa moltiplicazione dei loro significati che va di pari passo con l’essere sempre meno parole di settore e sempre più utilizzate nel linguaggio comune.

Per quantificare il fenomeno, su un campione che ho analizzato di poco più di 3.700 parole inglesi che circolano nell’italiano con una certa stabilità (cfr. Dizionario AAA – Alternative Agli Anglicismi) ho contato almeno 200 lemmi che possiedono più di un significato, ma se si considerano anche le accezioni che derivano dagli usi figurati sono molte di più, e credo che complessivamente generino ben più di 500 accezioni e definizioni diverse.

< Puoi leggere questo articolo in formato Pdf >

Manifesto per una politica linguistica italiana

«buon giorno. Ho 97aa. Vi scrivo perchè da alcuni anni, da quando molti giornali e riviste, compresa Famiglia Cristiana a cui sono abbonata, utilizza parole straniere, per capire un articolo devo chiedere sempre aiuto ai figli e nipoti. E se non ne avessi? Vi sarei grata se faceste una segnalazione affinchè la situazione possa migliorare, per noi anziani della vecchia generazione.
Grazie

Maria Bordignon»

Ho ricevuto questa lettera che mi ha toccato, e non sapendo bene che altro fare voglio renderla pubblica. Mi è parso un lamento di sconforto su cui dovremmo riflettere tutti.

Chi ha oggi 97 anni ha assistito al nascere e all’affermarsi dell’italiano come patrimonio comune, e attualmente sta assistendo a una sua trasformazione radicale, perché l’aumento degli anglicismi che si sono accumulati nell’arco di una vita lo ha snaturato al punto di non essere più comprensibile.

Si può anche sostenere che questo nuovo “italiano” sia quello della modernità, del presente e del futuro. Si può continuare a ostentarlo parlando in questo modo. La nostra classe dirigente sembra andarne fiera, e lo impiega come tratto distintivo per identificarsi ed elevarsi sociolinguisticamente. L’itanglese è il modello che stanno diffondendo i mezzi di informazione, gli imprenditori, i tecnici, gli scienziati, e in generale molti uomini di cultura, e dunque viene sempre più emulato dai parlanti, che nell’epoca di Internet sono anche sempre più scriventi. C’è chi preferisce questo linguaggio e se ne riempie la bocca e la penna convinto che sia internazionale e necessario, e c’è chi, davanti a parole come lockdown o cahsback calate dall’alto senza alternative, non può fare altro che ripetere l’inglese senza alcuna possibilità di scegliere, anche quando non approva e preferirebbe equivalenti italiani. In altri casi fatica addirittura a comprendere e pronunciare questi vocaboli stranieri.

Questo nuovo anglo-italiano è promosso all’interno del nostro Paese da “collaborazionisti” che si trovano a occupare i posti chiave dei centri di irradiazione della lingua. Con questo linguaggio acuiscono un processo mondiale di diffusione del globalese, frutto dell’espansione delle multinazionali statunitensi e legato alla globalizzazione, che coincide sempre più con l’americanizzazione delle merci e, insieme a queste, della società e della cultura. Questa forte pressione esterna, in sintesi, non solo non trova delle resistenze interne che si registrano per esempio in Francia o in Spagna, ma viene addirittura favorita.

Eppure si può anche dissentire da questa “strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi da soli alla romanità sino a esserne inglobati e scomparire. L’italiano, che in patria stiamo depauperando in modo irresponsabile, all’estero è invece considerato una lingua bellissima e se puntassimo sulla sua promozione e valorizzazione potremmo anche trasformarlo in una risorsa dai risvolti economici che al momento non vengono presi in considerazione. Lo ha ricordato qualche giorno fa Andrea Riccardi in un articolo sul Corriere della Sera (“Investire sull’italiano per rilanciare il paese”, 15/1/21): “Non è un caso che i brand nella nostra lingua siano secondi solo a quelli in inglese. Insegnare più italiano significa a termine «vendere» più Italia in tutti i sensi”.

Il paradosso dell’articolo è che vuole difendere l’italiano facendo un ricorso agli anglicismi piuttosto ampio (anche questo è un indicatore che la dice lunga sul livello che abbiamo raggiunto): Recovery, brand, design, made in Italy… sono espressioni in parte senza troppe alternative praticabili e in parte scelte lessicali di largo uso.

Chi considera la nostra lingua come un patrimonio che andrebbe promosso e tutelato – come si fa per l’arte, la storia, la natura, la gastronomia e tutte le eccellenze che ci contraddistinguono, ci identificano e di cui possiamo andare fieri – dovrebbe cominciare a farsi sentire. Siamo ormai a un bivio, e forse abbiamo già superato il punto di non ritorno.
È giunto il momento di schierarsi e di fare qualcosa, sempre che lo si voglia fare. Dovremmo agire subito, per cercare di salvare il salvabile, e gridare forte che chi sta dalla parte dell’inglese, chi lo diffonde, chi si limita a osservare l’anglicizzazione senza intervenire è responsabile della morte dell’italiano o della sua creolizzazione lessicale che lo ha trasformato in altra cosa rispetto alla lingua di Dante.

La politica linguistica dell’inglese

Fino a qualche anno fa, in Italia, parlare di politica linguistica era un tabù che evocava lo spettro del fascismo, come se l’unico esempio possibile fosse quello, e non ciò che avviene oggi in Paesi civili come la Francia, la Spagna, la Svizzera, l’Islanda, e tanti altri.

Da noi la maggior parte dei linguisti si vanta di avere nei confronti dell’italiano un approccio descrittivo più che prescrittivo, ed è mossa dallo spirito per cui la lingua va studiata e non difesa. A dire il vero non tutti sembrano studiare così a fondo l’interferenza dell’inglese, per troppi anni sottovalutata, minimizzata e persino negata.
Se le balene o i panda si stanno estinguendo, se la terra si sta riscaldando, gli specialisti non possono limitarsi a constatare in modo generico che è normale, perché i cambiamenti climatici e le specie a rischio ci son sempre stati. Dovrebbero prendere posizione e fare qualcosa, se non vogliono essere complici di questi fenomeni. Lo stesso vale per la nostra lingua, è ora di intervenire e di riflettere sull’ecologia lessicale spezzata da un’interferenza dell’inglese che è diventata eccessiva e distruttiva. E chi nega questo fenomeno e proclama che è tutta un’illusione ottica forse dovrebbe cercare di spiegarlo alla signora Maria, che molto più concretamente è rammaricata dal fatto di non comprendere più quello che scrivono i giornali. L’italiano non si può lasciare solo ai linguisti e solo alle loro analisi astratte non sempre in grado di cogliere la realtà. La lingua è di tutti e riguarda noi tutti. Dunque è una questione politica, nel senso più nobile del termine.

Purtroppo i nostri politici non solo non se ne occupano, non solo sono i primi a introdurre anglicismi nel linguaggio istituzionale e della loro comunicazione, ma sembra che non capiscano l’importanza di una politica linguistica per l’italiano, e che siano più interessati a tutelare l’inglese.

Il presidente della Crusca Claudio Marazzini è ritornato da poco sulla questione dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) che dal 2017 si devono presentare in inglese. In un articolo sul sito dell’Accademia ha reso pubblica una lettera che ha inviato l’anno scorso al ministro dell’Università Gaetano Manfredi in cui auspicava che fosse possibile presentare questi progetti anche in italiano. Si tratta di una richiesta molto moderata espressa dalla parola “anche”, e personalmente non sono affatto così moderato, credo che, nello spirito del plurilinguismo che – in teoria – contraddistingue l’Europa, tutti i cittadini europei abbiano il diritto di rivolgersi alle istituzioni nella propria lingua. Comunque sia, il ministro non gli ha mai risposto.
Qualche giorno fa è però arrivata una replica indiretta, attraverso una dichiarazione a un giornalista, in cui emerge la preoccupazione non per la nostra lingua, ma solo per la comprensibilità dei progetti da parte di chi li riceve, perché non possiamo permetterci che le risorse vadano sprecate. Per questo il ministro ha deciso di mantenere l’obbligo dell’inglese. Questa scelta, invece di difendere l’italiano, va nella direzione contraria, lo degrada e relega a lingua di serie B, privo di diritti davanti a un inglese che assomiglia sempre più alla lingua dei “padroni”. Questa presa di posizione esclude molti italiani e contribuisce a dividere i ceti alti da quelli bassi che non hanno accesso alla lingua di rango “superiore”. Sta portando a una nuova “diglossia neomedievale” – per riprendere le parole di un linguista come Jürgen Trabant – quando la cultura si esprimeva in latino ed era accessibile solo a chi lo conosceva, mentre i ceti poveri e ignoranti si esprimevano in volgare. Ma l’inglese non è come il latino usato allora per la comunicazione sovranazionale, che non era la lingua madre di nessuno, è invece come il latino della Roma imperiale che imponeva il proprio idioma ai popoli dominati.
Gli stessi Paesi anglofoni sono ben consapevoli dell’importanza della lingua, perché la lingua è potere. Il progetto che mira a portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo, dove l’inglese è la lingua internazionale e le lingue locali sono vissute come un ostacolo alla comunicazione globale, è un disegno che offre loro vantaggi enormi anche dal punto di vista economico. Questa nuova forma di imperialismo linguistico, teorizzata lucidamente da Churchill, a noi non conviene affatto, ed è una vergogna che la nostra classe politica remi in questa direzione, e la appoggi, mentre allo stesso tempo depaupera l’italiano e non fa certo i nostri interessi. Sembra che tutti siano attenti solo a diffondere e proteggere l’inglese, che veniva posto in primo piano già ai tempi del modello scolastico delle tre “i” di Berlusconi e Moratti (Informatica, Inglese, Impresa), e che si ritrova non solo nei balzelli linguistici come quelli del Prin, ma anche nella riforma Madia che ha sostituito l’obbligo di conoscere una “lingua straniera” nei concorsi pubblici con la dicitura “lingua inglese” (un vero schiaffo al plurilinguismo), oppure nella decisione di certi atenei di estromettere l’italiano dalla formazione universitaria. Ci vorrebbe una quarta “i”, quella dell’italiano.

Un ristoro per l’italiano

Il 2021 ci ha portato due eventi che potrebbero essere l’occasione per una svolta, o perlomeno per aprire un dibattito che manca nel nostro Paese: inaugurare una politica linguistica a favore dell’italiano.

Sul piano interno ci sono le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante, e su quello esterno c’è l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Quest’ultimo fatto potrebbe aprire le porte per far tornare l’italiano a essere lingua del lavoro in Europa, come lo era un tempo e come lo sono il francese e il tedesco. Ma nessuno o quasi ne parla, soprattutto i nostri politici, che non lo hanno difeso quando è stato estromesso, e oggi sembra che non si pongano nemmeno la questione. Passando dal piano globale a quello interno – e le due cose sono collegate perché gli anglicismi sono i detriti dell’inglese internazionale, oltre che il frutto della nostra anglomania – le celebrazioni dantesche potrebbero essere un’occasione per rilanciare l’italiano come lingua da praticare, invece che vergognarcene, e per promuoverlo e farlo evolvere, invece di ricorrere solo alle parole inglesi. Ma non si vedono questi segnali e l’impressione è che lo si voglia commemorare più che farlo vivere. L’iniziativa di creare un museo dell’italiano, senza una politica linguistica che lo rivitalizzi, può trasformarsi nel suo opposto e sancirne la sua morte. Se si annuncia il progetto di un portale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” e lo si chiama in inglese, ITsART, si sta svilendo il nostro patrimonio linguistico, invece di tutelarlo.

Per questo è nata la proposta di una lettera al ministro Dario Franceschini, che al momento è stata inoltrata da più di 200 persone, in cui chiediamo una politica linguistica a favore dell’italiano, e esprimiamo il nostro dissenso davanti all’inglese del Prin o della legge Madia.

Non è possibile che, in Italia, un dizionario che promuove le alternative agli anglicismi sia lasciato all’intraprendenza e alla buona volontà dei privati, invece che essere realizzato dalle istituzioni o dalle accademie come avviene in Francia e Spagna. E la signora Maria, che evidentemente lo consulta per sopravvivere nella lettura dei giornali, mi ha scritto a quell’indirizzo forse pensando che sia un sito istituzionale.

Nell’anno dantesco, e soprattutto davanti ai tanti ristori previsti in questo momento difficile, bisognerebbe pensare a qualche misura anche per l’italiano.
Non c’è bisogno di investire grandi somme, ci sono varie cose che si potrebbero realizzare senza dispendio, basta volerlo. Per esempio:

1) Inserire nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano
La Crusca l’ha proposto un paio di volte senza successo, ma si potrebbe ritentare. Nell’articolo 12 si fa riferimento ai colori della nostra bandiera, ma non c’è nulla sulla nostra lingua. Si potrebbe aggiungere che è l’italiano, e specificarlo chiaramente, come è stato fatto nella Costituzione francese.

2) Evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale
In Francia è esplicitamente vietato, per rispetto non solo della loro lingua, ma anche dei cittadini e in nome della trasparenza che si deve per esempio alla signora Maria. Oltre 4.000 cittadini lo hanno chiesto sottoscrivendo una petizione rivolta al presidente Mattarella, anche se per ora non è pervenuta alcuna risposta.

3) Evitare gli anglicismi nei contratti di lavoro
Anche questo in Francia è vietato, e alcune multinazionali sono state sanzionate pesantemente per non averlo fatto. Da noi, invece, accade per esempio che un’azienda nostrana come Italo abbia sostituito la figura del capotreno con il train manager non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma persino nei contratti di lavoro. Ci rendiamo conto dell’assurdità, e delle ricadute linguistiche, di queste scelte? Ormai l’italiano è stato escluso dai ruoli lavorativi che sempre più si esprimono in inglese. Fare circolare le alternative ufficiali italiane dovrebbe essere un dovere, per uno Stato.

4) Varare una campagna mediatica contro l’abuso dell’inglese
Questa è la seconda richiesta inserita nella petizione a Mattarella, e anche questa è una strategia praticata con successo in Francia e in Spagna. I costi sarebbero irrisori rispetto per esempio ai 4,5 milioni stanziati per il museo della lingua italiana, e i risultati sicuramente più efficaci. I canali istituzionali per le campagne di sensibilizzazione sociale, dal bullismo alla discriminazione contro le donne, esistono già, basterebbe usarli anche per non discriminare la nostra lingua.

5) Dare il via a una campagna per la promozione dell’italiano nelle scuole
È un progetto già caldeggiato da Gabriele Valle che in passato ha avanzato proposte simili alle mie, e la sua realizzazione potrebbe fare riflettere e aprire un dibattito sull’abuso dell’inglese anche tra le nuove generazioni.

5) Ripristinare l’italiano come lingua del Prin
I Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale dovrebbero contemplare la possibilità di essere presentati in italiano.

6) Lavorare perché l’italiano ritorni a essere una delle lingue del lavoro in Europa
Esiste una petizione in proposito, ne ho parlato più volte. La nostra classe politica dovrebbe difendere la nostra lingua anche nell’Unione Europea.

7) Sancire che l’italiano non può essere estromesso come lingua della formazione
L’università deve insegnare in lingua italiana, e non erogare i corsi in inglese. Questo è un diritto degli studenti e degli italiani da difendere, che non può essere cancellato o messo in discussione.

Mi piacerebbe raccogliere questi suggerimenti, e anche altri che dovessero arrivare, in un documento da rivolgere alle istituzioni sottoscritto da quante più persone possibili. Non so se ci riuscirò, né se qualcosa si riuscirebbe a portare a casa. Ma ci voglio provare, se non altro per fare emergere che esiste anche un’altra visione che non è rappresentata da nessuno. E il 2021 mi pare un momento propizio.

La panspermia del globalese

Lingua e vita sono spesso accostate in una metafora che le accomuna. Una lingua viva è un sistema che si evolve continuamente, e questa analogia è un buon approccio anche per comprendere come gli anglicismi stiano penetrando in tutte le lingue del mondo.

L’angloamericano è la lingua della globalizzazione, che coincide sempre più con americanizzazione, e si innesta nelle altre lingue attraverso un meccanismo che ricorda quello della panspermia, un’ipotesi biologica per cui i mattoncini che sono alla base della vita sono sparsi nell’universo, ma si sviluppano e attecchiscono solo dove trovano le condizioni favorevoli. In tempi recenti, questa teoria è stata sostenuta, tra gli altri, dall’astrofisico Fred Hoyle. Secondo lui le molecole alla base della vita viaggiano nello spazio per esempio attraverso le comete, costituite in gran parte di ghiaccio. I bombardamenti di meteoriti, molto frequenti nella fase di formazione del sistema solare, avrebbero sparso queste molecole ovunque, ma solo sul nostro pianeta hanno trovato un ambiente dove crescere.

Gli anglicismi si diffondono in modo simile, ma invece di viaggiare su comete e meteoriti sono veicolati da cinema, televisioni, internet, pubblicità, merci, prodotti tecnologici…

Per usare un’altra metafora biologica, l’angloamericano si comporta un po’ come le ostriche che, per riprodursi, spargono in giro milioni di larve che per la maggior parte sono destinate a morire, ma qualcuna sopravvive e cresce.
Nel Novecento, gli Stati Uniti si sono imposti come la più grande potenza economica, militare, politica e culturale del mondo, e come un’ostrica hanno inondato il pianeta di concetti e cose espressi attraverso il lessico inglese. Questo bombardamento si è innestato sopra il sostrato che nell’Ottocento aveva caratterizzato l’espansione dell’impero del Regno Unito che aveva già colonizzato, anche linguisticamente, gran parte del mondo, dall’India all’Africa. Il risultato di queste ondate ha portato oggi al global english, chiamato anche globish e tradotto con globalese.

Il progetto di imporre l’inglese in tutto il pianeta come la lingua della comunicazione internazionale è una nuova forma di imperialismo linguistico che non si basa più sulla conquista dei territori attraverso l’esercito e le guerre, ma attraverso le armi della supremazia economica, scientifica, tecnologica e culturale. Gli anglicismi che si innestano nelle lingue locali sono i detriti lessicali di questa espansione, e l’interferenza linguistica dell’inglese sta modificando in modo sensibile ogni idioma, tanto che un po’ ovunque, nel mondo, sono nate delle definizioni molto simili di questo fenomeno di ibridazione. In Francia si parla del franglais (franglese) già dagli anni Sessanta, espressione da cui abbiamo ricalcato il nostro itanglese (affiancato da itangliano e altre variazioni sul tema), ma come ha ricostruito Tullio De Mauro (cfr. “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”) in ogni Paese sono sorte espressioni analoghe: il denglish o germish (tedesco), il portenglish (portoghese), il poglish (polacco), il chinglish (cinese), l’hinglish (hindi), il konglish (coreano) e molte altre.

Attraverso quali modalità l’inglese si innesta nelle lingue locali, le contamina e stravolge?

Dalle ostriche ai mammiferi

Già negli anni Novanta, con grande acume, un giurista autorevolissimo come Francesco Galgano aveva analizzato come alcuni termini giuridici inglesi non fossero un fenomeno solo italiano, ma globale, causato dall’espansione delle multinazionali statunitensi che esportano e impongono il proprio apparato lessicale estraneo alle legislazioni nazionali coinvolte.

“Le case madri delle multinazionali trasmettono alle società figlie operanti nei sei continenti le condizioni generali predisposte per i contratti da concludere, accompagnate da una tassativa raccomandazione, che i testi contrattuali ricevano una pura e semplice trasposizione linguistica, senza alcun adattamento, neppure concettuale, ai diritti nazionali dei singoli Stati; ciò che potrebbe compromettere la loro uniformità internazionale”.

[Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153]

In questo modo parole come franchising, leasing, copyright e molte altre sono diventate internazionalismi intoccabili in tutto il mondo.
Tornando alla metafora della lingua come vita (parole come prole), questi ultimi esempi mostrano un’evoluzione nella prolificazione dell’inglese. L’ostrica è diventata mammifero; la strategia riproduttiva è in questo caso diversa: non si spargono più migliaia di parole al vento che per la maggior parte sono destinate a morire, si creano pochi figli che però si accudiscono e proteggono per fare in modo che possano sopravvivere con ragionevole certezza.

Dagli anni Novanta a oggi molte cose sono cambiate e il numero delle parole inglesi è ben più che raddoppiato, nei dizionari. Quando Microsoft si è imposta in Italia con la sua terminologia fatta di file e downolad e non di documenti e scaricamento, quando Twitter ha esportato i follower e non gli iscritti o i seguitori, quando Google introduce gli snippet, Facebook la timeline… l’imposizione del lessico in inglese penetra con una forza dirompente. Il successo di queste parole, tuttavia, dipende sempre dalle condizioni ambientali in cui si innesta, e il brodo culturale tipicamente italiano è un terreno tra i più fertili per l’attecchire dell’inglese. La resistenza alle pressioni esterne è molto scarsa, anzi, spesso introduciamo da soli l’inglese agevolando dall’interno questo processo di espansione con il risultato che l’anglicizzazione della nostra lingua è enormemente più ampia di quanto non avviene all’estero. Abbiamo perso ogni strategia alternativa all’importazione di anglicismi crudi, abbiamo rinunciato ad adattare le parole per italianizzarle secondo la nostra identità linguistica, abbiamo cessato di tradurle e di inventarne di nostre. Come ha osservato Dacia Maraini, a proposito di ostriche, “la lingua è come una conchiglia che avvolge il fastidioso granello di sabbia nella saliva e lo trasforma in una perla. Se però riempiamo la conchiglia di sabbia, questa non riesce più a creare perle”, ma soffoca e muore (cfr. Dacia Maraini, 2017, da una lezione agli studenti del liceo Volta di Como).

Un confronto con il rumeno e il russo

In Paesi come la Francia o la Spagna, le accademie linguistiche si prodigano per proporre sostitutivi autoctoni. In Islanda esiste persino la figura del neologista che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua.
Da noi, al contrario, la Crusca non fa nulla del genere, e i nostri mezzi di informazione, i nostri politici e la nostra classe dirigente sono i primi a ricorrere agli anglicismi crudi, a preferirli, ad andarne fieri. Il risultato è che l’italiano boccheggia e non evolve, mentre l’itanglese lievita incontrollato in modo devastante. Tullio De Mauro ha definito questo processo uno “tsunami anglicus” ben più profondo del semplice “Morbus Anglicus” di Arrigo Castellani che un tempo aveva ritenuto esagerato. Le conseguenze di questa ondata, nell’italiano, sono ben più gravi che all’estero, non c’è paragone rispetto a quanto si registra nello spagnolo, nel portoghese o nel francese.

Tra le lingue romanze solo il rumeno sembra essere messo peggio di noi, almeno stando ad alcuni studi come quello di Rodica Zafiu che parla di “romglese” o di Dana-Maria Feurdeand che ha analizzato alcuni anglicismi economici presenti sulla stampa concludendo che “il numero totale dei prestiti inglesi nei cento articoli romeni è di 459, nel corpus italiano si è registrato un totale di 337 prestiti invariabili.”

[Cfr.: Dana-Maria Feurdeand, “Due nazioni neolatine di fronte alla globalizzazione. Aspetti linguistici”, in Transylvanian Review, 2017 Supplement 2, Vol. 26, pp. 147-160; Rodica Zafiu, “Sui prestiti recenti dall’inglese: condizionamenti morfologici e scelte culturali”, in Romania e Romània: lingua e cultura romena di fronte all’Occidente, atti del Convegno internazionale di studi Udine, 11-14 settembre 2002, p. 83-95].

Se ci spostiamo a Est, il caso del runglish, la contaminazione di russo e inglese, è particolarmente significativo. Si tratta di un fenomeno recente, perché prima della caduta del muro di Berlino e della dissoluzione dell’Unione Sovietica l’interferenza della lingua inglese aveva risparmiato i Paesi del blocco comunista. Negli ultimi 30 anni la situazione è mutata e in un articolo sull’anglicizzazione del russo (“Chi sono le persone che lottano contro gli anglicismi nella lingua russa, e perché lo fanno?”, Viktoria Rjabikova, Russia Beyond, 12/10/2020) ho ritrovato molte delle cose che scrivo da tempo a proposito dell’italiano. Leonid Marshev gestisce una comunità che si batte contro l’abuso degli anglicismi e ne promuove le alternative, un po’ come sto cercando di fare io con il dizionario AAA e con il progetto degli Attivisti dell’italiano in collaborazione con il portale Italofonia. Marshev spiega che i prestiti sono un fenomeno naturale in qualsiasi lingua, ma quando arrivano da una lingua sola e superano il numero delle parole prodotte dalla lingua in questione, l’identità linguistica va in frantumi. E nota – esattamente come avviene nel caso dell’italiano – che sui mezzi di informazione compaiono continuamente parole nuove in inglese e nessuna in russo.

Eppure, come si evince dall’articolo e anche da quanto mi ha riferito un amico di Mosca, mi pare che nonostante le lamentele siano simili la situazione da noi sia molto più grave. In russo circolano parecchie alternative che in italiano non esistono affatto. I cosiddetti “internazionalismi”, che in realtà sono semplicemente anglicismi, da loro sono una scelta espressiva più che una “necessità” come da noi, visto che spesso non esistono alternative o non sono in uso; un russo, invece, può scegliere di dire mouse oppure mysh’ (cioè topo), e lo stesso vale per vari altri esempi che si leggono nell’articolo.

L’anglicizzazione nasce con le tv commerciali, prima che con Internet

Nei Paesi dell’Est l’anglicizzazione ha preso piede soprattutto negli anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, con la globalizzazione e la rivoluzione di Internet. Ma più che la Rete è stata decisiva la nascita delle televisioni commerciali. La loro diffusione nell’ex blocco sovietico è nata contemporaneamente alla rivoluzione digitale, e ha veicolato gli stili di vita, le merci e i prodotti culturali americani nelle case di tutti. Tutto ciò è stato recepito come una ventata di libertà dopo anni di restrizioni, ed è significativo che nel 1997 i consumatori russi spendessero più in Coca-Cola di quanto il loro governo destinasse all’intero sistema sanitario nazionale.

[Cfr. David Ellwood “La cultura come forma di potenza nel sistema internazionale. Americanizzazione e antiamericanismo”, in Mélanges de l’école française de Rome Année 2002 114-1 pp. 431-439]

In Italia, invece, tutto ciò è iniziato ben prima, con lo sbarco degli alleati, e poi con il piano Marshall e la sua propaganda. A partire dagli anni Cinquanta, è stato soprattutto il cinematografo a farci conoscere e desiderare gli stili di vita del sogno americano, che negli anni Sessanta hanno cominciato a essere accessibili, importati e venduti anche in Europa. La televisione, al contrario, sino agli anni Ottanta non era molto americanizzata (cfr. “Televisione e mcdonaldizzazione, in “Palato e parlato: gli anglicismi in cucina”) ma con la nascita delle tv commerciali tutto è cambiato rapidamente: film e telefilm statunitensi che sino agli anni Settanta rappresentavano una piccola porzione dei programmi, si sono moltiplicati sino a divenire l’asse portante di ogni palinsesto. La cultura di massa televisiva, fatta di modelli e contemporaneamente di merci d’oltreoceano, non è “innocente” è una forma di potere che insieme ai prodotti culturali ha portato nelle nostre case anche le condizioni per l’accettazione di moltissimi anglicismi. Con Internet e la globalizzazione, e con la diffusione dei canali satellitari, tutto è cresciuto a dismisura. Resta il fatto che la lingua italiana sembra una di quelle più anglicizzate, rispetto alle altre.

Palato e parlato: gli anglicismi in cucina

“Maccherò, m’hai provocato e io ti distruggo” recitava Alberto Sordi in Un Americano a Roma. In quella scenetta immortalava come la tendenza a voler fare gli americani (che negli stessi anni cantava anche Carosone) si infrangesse davanti a un piatto di pasta. Ma oggi la pastasciutta non è più “sexy” e l’aberto-sordità che a partire dagli anni Cinquanta ci ha spinti a ricorrere sempre più spesso agli anglicismi ha perso il suo carattere ridicolo ed è diventata tragicamente seria. È il tratto distintivo di politici, tecnici, imprenditori, giornalisti… Attraverso l’ostentazione dell’itanglese, l’intera nostra classe dirigente si eleva sociolinguisticamente, si riconosce e identifica in un ben preciso gruppo di appartenenza con meccanismi non diversi da quelli con cui gli adolescenti si identificano attraverso determinati gerghi, abbigliamenti o gusti musicali. Ma mentre i fenomeni giovanili sono confinati appunto nel gergale, l’itanglese ha conquistato i principali centri di irradiazione della lingua, e da lì penetra sempre più profondamente nell’italiano comune di tutti i giorni. La nostra americanizzazione è ormai così profonda che ha stravolto anche la nostra tavola, oltre che la nostra lingua.

Il fascino della cucina (e della lingua) italiana

La gastronomia italiana è un’eccellenza dalla tradizione storica con una risonanza mondiale enorme, e lo stesso vale per la lingua italiana che ne veicola i prodotti (cfr: “Italiano: ammirato nel mondo e disonorevole in patria”). La contraffazione dei nostri alimenti attraverso nomi italianeggianti – che nella colonia Italia si esprime con prodotti italian sounding – ha un fatturato che è il doppio di quello dei prodotti originali – che chiamiamo made in Italy – e ha superato i 60 miliardi di euro, nel mondo. Negli Stati Uniti, solo le imitazioni dei nostri formaggi, a partire dal parmisan, fruttano ben 2 miliardi di dollari all’anno (cfr. Sara D’Agati, “Tutti pazzi per l’italiano, la lingua delle insegne”, La Repubblica, 31 ottobre 2016). Dovremmo riflettere su queste cose. Non è un caso che non esista un mercato analogo di finti prodotti francesi o spagnoli, ed è significativo che la parola “toscano” aggiunta sotto il logo dell’acqua Panna abbia portato all’aumento delle vendite del 14% in 18 mesi, come ha dichiarato il direttore comunicazione della San Pellegrino, Clement Vachon riferendosi al mercato internazionale. Nei ristoranti di lusso dei Paesi anglofoni, da New York all’Australia, nei menù si trova la parola vino, perché questa parola italiana è quella che evoca tutta l’eccellenza del prodotto. Eppure da noi si moltiplicano le insegne contro scritto Wine Bar, e i nostri marchi (o se preferite: brand) sempre più spesso puntano all’inglese, per proporsi all’estero. E così la risposta – tutta italiana – al fast food si chiama Slow Food, un marchio che punta sull’italianità della nostra gastronomia si chiama Eataly, e un imprenditore bergamasco che mira a lanciare nel mondo la sua polenta espresso la chiama PolentOne.

Ognuno mangia e parla come vuole, naturalmente. Ma l’analisi del linguaggio della cucina è interessante per comprendere come ci stiamo americanizzando, nel modo di mangiare e di parlare allo stesso tempo.

Dalla nouvelle cousine al “new cooking” dell’epoca dei MasterChef

La nostra esterofilia è storica almeno quanto la nostra cucina. Un tempo era il francese a penetrare maggiormente nel linguaggio della gastronomia. Fino all’Ottocento, in questa tendenza prevaleva l’adattamento in italiano del lessico che importavamo, e il pudding inglese, per esempio, inizialmente era stato adattato con puddingo e pudino, e più tardi divenne budino per l’influsso del francese boudin. Sulla fine del secolo Pellegrino Artusi aveva elevato la lingua della gastronomia ai livelli di un’opera letteraria basata sui modelli letterari del toscano, ma nel Novecento ha avuto inizio la tendenza a importare le parole in modo crudo e, a proposito di cucina, i francesismi culinari costituivano una buona fetta dei “barbarismi” condannati in epoca fascista. Nonostante qualche italianizzazione più o meno di successo (come besciamella o brioscia) sopravvivono ancora oggi: baguette, béchamel, bonbon, brioche, champagne, champignon, consommé, crêpe, croissant, entrecôte, omelette, mousse, pâté, pinot, profiterole, vol-au-vent

Importare i nomi delle pietanze tipiche di un Paese in lingua originale non è “necessario” (come dimostra l’esempio del budino), ma è comprensibile e si riscontra per i prodotti di quasi tutte le altre culture. La moda della cucina etnica e di degustare piatti esotici negli ultimi anni è cresciuta moltissimo, e ha modificato molto anche il nostro modo di mangiare. In generale, nell’ambito gastronomico la quantità di forestierismi è superiore a quella degli altri linguaggi di settore e con l’eccezione del cinese (l’adattamento è più frequente: involtini primavera, maiale in agrodolce, ravioli al vapore…) i nomi dei piatti e delle pietanze rimangono quasi sempre invariati: kebap, sushi e sashimi, falafel, zighinì, wanton fritti, paella, burrito… Nonostante gli stereotipi radicati per cui in Inghilterra si mangia da schifo e negli Stati Uniti l’alimentazione è insana, nel nuovo Millennio sono arrivati nuovi prodotti, soprattutto dolci, con nomi inglesi. E si sono diffusi con grande velocità parole come marshmallow, brownie, muffin, pancake o plumcake


Stefano Ondelli è autore di uno studio molto ben documentato sui forestierismi culinari (“Dal ‘crème caramel’ al ‘cupcake’: l’invasione degli anglicismi in cucina, al ristorante e al bar”, in Italiano LinguaDue, V. 9 N. 2, 2017, pp. 373-383) e ha analizzato il sopravvento del lessico inglese sul francese attraverso lo spoglio di 423 articoli usciti tra il 2002 e il 2016. Questa tendenza non riguarda solo la cucina e gli ambiti dove il francese ha sempre primeggiato, come la moda (dalle paillette siamo passati al glitter, dai fuseaux ai leggins, dallo chic al glamour e più in generale al cool), ma tutta la lingua italiana. Tullio De Mauro ha mostrato che, a partire dagli anni Novanta, il primato del francese è stato superato dall’inglese in generale (cfr. “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”). E infatti Ondelli mostra proprio che negli articoli di gastronomia gli anglicismi sono utilizzati anche fuori dall’ambito culinario, fanno parte del linguaggio giornalistico più generale (2.024 parole generiche contro 1.460 di settore). L’inglese è l’unica lingua straniera che ha questa caratteristica; nel caso degli altri idiomi, i forestierismi sono quasi sempre legati alla cucina, compreso il francese che fa parte del lessico culinario 3 volte su 4 (872 termini culinari contro 249 generici). Ciò significa che, accanto ai nomi delle pietanze, i francesismi riguardano per esempio categorie più generali (dessert, menu, buffet), le tecniche di cottura (uovo alla cocque) oppure figure come sommelier, maître e chef. Come Stefano Ondelli ha riassunto in un articolo sulla Treccani (“L’inglese: un intruso in cucina?”), i francesismi “continuano a dominare nella descrizione della preparazione delle pietanze (brisé, flambé, fumé, glacé, gratin e gratiné, julienne, sauté, sablé ecc.)” con l’eccezione dei prodotti dolciari che nel nuovo Millennio si sono moltiplicati, e degli alcolici che invece hanno da sempre primeggiato (drink, cocktail, whisky…). Il che è in sintonia con le marche presenti nei 129 lemmi di “cucina” registrati sul dizionario AAA.
Ondelli mostra che l’inglese prevale oggi soprattutto nei nomi commerciali (marchionimi), negli aspetti legati alla comunicazione e alla distribuzione (food blogger, food delivery, take away…), ai ruoli (executive chef), ai risvolti sociali (happy hour). Gli anglicismi che denotano ingredienti (curry, ketchup e kiwi), piatti (hamburger, sandwich) o utensili da cucina (freezer, mixer) non hanno una frequenza esagerata.

E allora cosa distingue l’inglese dagli altri forestierismi culinari?
A mio avviso è proprio il fatto che i nomi dei piatti si inseriscono in un modo di parlare anglicizzato che è molto più ampio (e in questo risiede anche la profonda differenza con l’interferenza storica del francese). Nel caso delle lingue degli immigrati arabi o africani, la cucina è l’unico ambito in cui si registra una certa interferenza linguistica. Gli italiani non conoscono una parola di arabo o di cinese. L’unico terreno di scambio linguistico è quello gastronomico. Wanton fritti, kebap, sushi e sashimi, falafel, lo zighinì degli eritrei… i forestierismi culinari non escono dai nomi delle pietanze, ma nel caso dell’inglese non è affatto così. “L’italiano è impermeabile alle lingue degli immigrati, risente invece dei modelli culturali ed economici statunitensi, che non sono presenti sul territorio a questo modo, ci arrivano in altre forme” (Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 9).

Quali sono queste forme?

Televisione e mcdonaldizzazione

Nell’analizzare le frequenze della parola chef (parola francese in uso anche nell’inglese) nelle statistiche di Ngram Viewer, Stefano Ondelli aveva concluso che nel nuovo Millennio la sua occorrenza era tornata a essere alta come negli anni Trenta, quando eravamo francomani, e si domandava se questo fatto fosse da mettere in relazione con la trasmissione di origine britannica Masterchef.
I dati che aveva a disposizione erano sbagliati, perché dagli ultimi aggiornamenti di Google che hanno incluso i libri sino al 2019 le cose sono molto diverse rispetto alla versione che aveva a disposizione ferma al 2008. La parola chef, in realtà, non è frequente come negli anni Trenta, ma ricorre almeno 10 volte di più. E la causa non è solo la trasmissione Masterchef, ma il fatto che questa trasmissione sia diventata un modello di tantissime altre che ne ripercorrono lo schema, e che le trasmissioni di cucina di stampo angloamericano siano diventate un genere onnipresente sul piccolo schermo.


Contrariamente a quanto si pensa, l’anglicizzazione “pesante” della nostra lingua non è iniziata negli anni Novanta con la globalizzazione, ma nel decennio precedente. Stando alle marche di Devoto Oli e Zingarelli, se negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi costituivano il 3% delle nuove parole (una percentuale fisiologica accettabile), negli anni Sessanta sono diventati il 6%, negli anni Settanta il 10% e negli anni Ottanta hanno raggiunto circa il 15%, diventando qualcosa di molto ingombrante che negli anni Novanta è quasi raddoppiato raggiungendo il 28% per poi toccare il 50% dei neologismi nel nuovo Millennio (cfr. “L’aumento di anglicismi e neologismi in inglese: nuovi dati”). Che cosa è accaduto negli anni Ottanta, quando, con grande acume, Arrigo Castellani ha lanciato il suo grido di allarme del Morbus Anglicus?

Sono convinto che la spiegazione sia molto semplice: la diffusione delle tv commerciali. E il caso MasterChef è solo un esempio tra i più eclatanti che dimostra come dalla culinaria siamo passati al cooking in onda, cioè al cool on air dove tutto ciò che è inglese suona cool.

A partire dagli anni Quaranta, era stato soprattutto il cinema il principale grimaldello del mito americano che ha portato in Europa l’ammirazione per gli stili di vita d’oltreoceano. Questi modelli culturali hanno fatto presa sulle masse che successivamente si sono trasformate in nuovi mercati a cui vendere ciò che al cinema si poteva soltanto vedere. Fino gli anni Settanta la televisione non si era ancora americanizzata e le prime trasmissioni popolari come Colombo, Charlie’s Angels, Furia cavallo del West o Happy Days rappresentavano ancora una piccola fetta dei palinsesti. I film, in larga parte statunitensi, venivano passati solo due volte alla settimana, e per precisi accordi con l’Anica, mai la domenica, per non danneggiare il mercato cinematografico. Con l’avvento delle reti private, e in particolare con le televisioni della Fininvest, tutto è mutato in un lampo. Mentre i palinsesti diventavano non più solo pomeridiani e serali, ma riempivano tutta la giornata, tra il 1982 e il 1984 l’azienda di Berlusconi, che non aveva la possibilità della diretta, puntò soprattutto sulla messa in onda di telefilm e film (in larga parte americani) conquistando un’enorme fetta di mercato. Come ha ricordato Carlo Freccero, il successo di questa iniziativa ha spinto la Rai ad acquistare subito dopo un pacchetto di 100 film e ad adeguarsi ai modelli della tv commerciale (cfr. “Quando il cinema era seriale. Modalità d’uso del film nella tv italiana” di Carlo Freccero, in Link, Idee per la tv, 3/2004, pp. 1-29, e “Rai, la tv che ha fatto il cinema” intervista a Massimo Fichera, ivi, pp. 23-25”), ponendo fine una volta per tutte ai modelli “pedagogici” precedenti. In questa fame di film entrarono anche le pellicole che un tempo non sarebbero mai state distribuite nei circuiti cinematografici e insieme ai protagonisti e alle vicende si importavano anche gli stili di vita americani, sempre più veicolati da parole inglesi. I giovani che si ritrovavano a mangiar hamburger nei fast food di Happy Days erano una realtà che non ci apparteneva. Ma subito dopo, e non per caso, in Italia è scoppiato il fenomeno di Burghy, il primo fast food – tutto italiano, del marchio Cremonini – che è diventato il modello sociale di una parte dei giovani e dell’epoca dei paninari. Mentre la pubblicità ci martellava con il ritornello “Hamburger, hamburger, drink e patatine, allegria e felicità” abbiamo cessato di parlare di svizzere e medaglioni per passare agli hamburger, che nel decennio successivo si sono affiancati a cheeseburger, chicken nuggets e pietanze dal nome quasi sempre in inglese quando McDonald’s si è insediato in Italia assorbendo Burghy dopo una guerra per il controllo dei fast food che è durata un decennio.

La crescita di “hamburger” e la diminuzione della frequenza di “svizzere” e “medaglioni” che sono però parole generiche. Probabilmente si è smesso di usarle per indicare l’alimento e dunque le loro frequenze sono diminuite per questo motivo.

In questo modo siamo passati dal frappè al milkshake. Parla come mangi, si dice, e oggi mangiamo e parliamo sempre più all’americana. Questo fenomeno è molto diverso dalla moda della cucina etnica, che nasce dal basso. Molti ristoranti eritrei, indiani, cingalesi e via dicendo sono inizialmente sorti per iniziativa degli immigrati che aprivano questi locali per i connazionali, e solo successivamente sono diventati di moda e si sono aperti alla clientela italiana. Le catene dei fast food, invece, sono la conseguenza di operazioni globali pianificate dall’alto, dalle multinazionali che si espandono alla conquista del mondo, e che sono supportate proprio dalla televisione.

Con la moltiplicazione dei canali televisivi e satellitari del XXI secolo tutto è lievitato in modo esponenziale. L’esplosione delle trasmissioni di cucina, la nascita di emittenti come Food Network che ci sommergono soprattutto di ricette statunitensi, e le infinite trasmissioni sul modello di MasterChef hanno creato questa nuova cultura gastronomica che si riflette anche nel linguaggio. Nel suo articolo, Ondelli scriveva che, nel settembre 2016, su 66 trasmissioni del genere riportate dalla Wikipedia, 13 contenevano nel titolo un anglicismo (Il boss delle cerimonie, Torte da record…), ma oggi la situazione è decisamente cresciuta e sulla stessa pagina le trasmissioni sono raddoppiate: 113 di cui 49 hanno un nome in inglese, e chef è la parola che ricorre di più.

Mentre ormai si parla della mcdonaldizzazione del mondo, l’americanizzazione della nostra cucina è diventata e sta diventando sempre più profonda. Gian Luigi Beccaria aveva osservato che nell’italiano si sono imposti i nomi di molti cibi regionali che sono diventati nazionali solo quando sono stati industrializzati e distribuiti ovunque. I grissini, dal piemontese gersin, sono così finiti sulle tavole di tutti gli italiani e sono diventati un nome industriale, esattamente come è successo a parole un tempo dialettali come mozzarella, fusilli, caciotta, fontina (Italiano. Antico e nuovo, Garzanti 1988, p. 83). I dolci fritti del carnevale, invece, che per la loro friabilità sono più difficili da industrializzazione, visto che si sbriciolano facilmente, secondo Beccaria ancora oggi hanno nomi locali e non possiedono un nome nazionale perché non sono prodotti su scala nazionale, e dunque si trovano a seconda dei luoghi chiacchiere, frappe, crostoli, galani, nuvole, bugie, sfrappole e via dicendo (Misticanze. Parole del gusto, linguaggi del cibo, Garzanti 2009, p. 171).
Passando dal locale al sovranazionale, con l’inglese avviene lo stesso. La grande distribuzione opera su scala mondiale ed esporta cibi statunitensi dal nome in inglese. Ho già ricostruito la storia dei marshmallow, che i traduttori di Linus avevano chiamato toffolette, quando ancora questi prodotti non esistevano nei nostri mercati. Ma quando sono arrivati tutto è cambiato. E non ci resta che ripetere quello che leggiamo sulle confezioni delle scatole. La lingua è fatta anche di queste cose, e ciò non vale solo nel caso della gastronomia (l’informatica docet). Televisione ed espansione dei mercati viaggiano spesso insieme, hanno così sfornato negli ultimi anni prodotti (e parole) sconosciuti sino a dieci anni fa, ma oggi comuni. Basta frequentare i siti di ricette per trovare le apple pie, per esempio. Torta di mele suona come la torta della nonna, se usiamo l’inglese è perché la ricetta si basa sulla tradizione anglosassone. Anche quella è una torta della nonna, in fondo, ma sembra tutta un’altra cosa. E così mentre le torte diventano cake ci americanizziamo nella lingua, intesa allo stesso tempo come organo del gusto e della comunicazione. Palato e parlato.

La gerarchia degli anglicismi e la rete di locuzioni inglesi

A questo punto tutto è più chiaro. Il fenomeno dell’itanglese non è un fatto solamente linguistico. L’esempio del lessico della cucina indica in maniera lampante che non è possibile scindere l’analisi linguistica da quella sociale, culturale ed economica. Questi aspetti sono intrecciati e si alimentano a vicenda in un processo di trasformazione della nostra società che risente sempre più della globalizzazione, che si chiama così ma coincide sempre più con l’americanizzazione.
In questo mutamento, gli anglicismi si inseriscono sempre più spesso a un livello alto della gerarchia delle parole, un fatto che mi pare sia ignorato (insieme a tanti altri salienti) dai linguisti. Non tutte le parole sono sullo stesso livello, infatti. Se gli anglicismi nei giornali compaiono soprattutto a caratteri cubitali nei titoli, e dunque hanno un risalto e una penetrazione molto pesante, lo stesso sta accadendo per molti linguaggi di settore, dove ricorriamo all’inglese prevalentemente per indicare i concetti chiave. E così il nome di una manifestazione culturale si esprime ormai quasi sempre in inglese (per darsi un tono internazionale) anche quando è italiana, le librerie diventano bookshop, l’economia diventa economy, l’ecologia green, le leggi act, le tasse tax… Tornando all’esempio della cucina, ho già ricostruito la storia di food, una parola che è apparsa per la prima volta agli inizi degli anni Ottanta attraverso l’espressione fast food. Da allora la circolazione di locuzioni con food è esplosa. Il cibo per gli animali è diventato pet food, il cibo di strada street food, il cibo a domicilio food delivery, il crudismo raw food, il cibo spazzatura junk food (o trash food), il cibo al cartoccio finger food, quello consolatorio confort food, l’arte dell’impiattare food design, un chiosco furgone truck food, e tra i food corner nei supermercati e il food porn, espressione dopo espressione, l’inglese ha preso il sopravvento sull’italiano, e ormai nel settore della grande distribuzione l’intero settore alimentare è chiamato del food, e contrapposto al non food che riguarda le altre tipologie di merci. Queste locuzioni si intrecciano a loro volta in una rete di altre che si basano sulle stesse radici, e si allargano nel nostro lessico sempre più anglicizzato diramandosi come un cancro. Pet food non è isolato, si appoggia a pet sitter, che insieme a dog sitter e cat sitter ripercorre l’espressione baby sitter, a sua volta basata sulla prolificità di baby che diventa un prefissoide produttivo che si ricombina con parole sia italiane sia inglesi (baby-criminalità, baby-gang…).

Basta guardare questi titoli di giornale per vedere come siamo messi: non solo impera il food, ma anche la cucina diventa cook e tutto è inserito nell’anglicizzazione più totale, dove i premi diventano award, i concorsi sono contest e challenge

La cucina italiana è diventata l’italian food e noi, e la lingua italiana, siamo fritti come le patatine che ormai si cominciano a chiamare chips.

Sulla morte dell’italiano

Da quando ho lanciato la petizione #litalianoviva contro l’abuso dell’inglese sto ricevendo tantissime segnalazioni per il dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi, e soprattutto una gran quantità di lettere, così tante che faccio davvero fatica a rispondere a tutti.
Alcuni di questi contributi mi hanno spinto a precisare un po’ meglio il tema centrale dell’itanglese e della “morte dell’italiano”, che non è chiaro a tutti.

 

Se questo è un italiano

Parto da quanto mi ha scritto Luis:

“Non vado più alla Mondadori. Appena entri nello store c’è un book point dove puoi pagare con la cash back card. Alla Rinascente questo weekend c’era il 20% di sconto sul mio shopping con la Rinascente card. Summer Discount su tutto il make-up e lo Skin Care. Ora con l’applicazione lo shopping è ancora più Smart.
Da Cisalfa ho acquistato un costume da bagno. Gli addetti e il personale indossavano la divisa con la scritta Staff e Crew e ho pensato che fossero proprio un bel Team.
Con Purina-One il pelo del mio cane diventerà più forte e lucido. Purina, la scelta giusta per il tuo Pet.
Al supermarket mi chiedono ogni volta se ho la Fidelity Card.
Alla Metro (vendita all’ingrosso) quelli dello staff mi hanno detto di rivolgermi al reparto Food”.

Mi pare che il quadro rappresenti bene l’Italia e l’italiano. E il punto è proprio questo: come definire questa lingua? È ancora italiano o è itanglese? La questione è tutta qui. Chi pensa che questa ricostruzione sia un’esagerazione non veritiera può dare un’occhiata al seguente testo. Un inno all’italianità che, a mio avviso, suona come un ossimoro. Ma forse per qualcun altro è solo l’italiano moderno e quello auspicabile nel futuro.

0000visit italia molfetta

Anche io non vado alla Mondadori, ma la Feltrinelli non è meno anglicizzata, e come ho ricostruito in “Bookcity e la gerarchia degli anglicismi” ormai i libri sono book, le librerie sono bookshop e ci si può aggirare tra thriller e modern fiction, home video e game, graphic novel e top 40, cioè i best seller. Ho anche già parlato del caso food, un ottimo esempio di creolizzazione lessicale che in soli 30 anni (da quando è apparso, nel 1982, il fast food), ha portato lo street food e lo slow food, i food designer e il junck food, il finger food e il comfort food… alla fine food è diventata la parola per indicare l’intero settore alimentare. Il pet food è l’anello di congiunzione con un’altra parola che si sta allargando e che sembra destinata a sostituire gli animali da compagnia: pet. Da pochi anni ci sono i pet shop (visto che i negozi sono sempre più shop e store), si parla di pet teraphy, spuntano gli alberghi pet friendly… ed è nata la figura del pet sitter, che si affianca ai dog sitter e ai cat sitter, che si appoggiano alla fortuna di baby sitter. Baby, del resto, è diventato un prefissoide che genera una quantità di locuzioni inglesi, pseudoinglesi e ibridate con l’italiano che non è più possibile quantificare. Nella “Maledizione di baby sitter (e i composti di baby)” ho provato a spiegare quanto è successo anche in questo caso.

Questi esempi mostrano inequivocabilmente che l’inglese è un virus che si diffonde come un cancro, consiste ormai in una rete di parole tra loro interconesse che si allarga nel nostro lessico, e fa morire i nostri vocaboli. Non bisogna essere geni, per comprenderlo. Eppure la maggior parte dei linguisti continua a ragionare con gli schemini ridicoli basati sui “prestiti” linguistici, come se gli anglicismi fossero parole isolate. Se fossero “prestiti” sarebbe il caso di restituirli in blocco. E forse bisognerebbe restituire ai librai, anzi ai bookstore, anche i libri di linguistica di questo tipo, che invece di occupare posto nelle librerie sarebbero più utili se fossero mandati al macero, almeno per riciclare la carta.

Non si capisce dove vivano questi “studiosi”, né come non siano in grado di comprendere cosa sta accadendo, e l’abissale differenza che c’è tra i “prestiti” provenienti dalle altre lingue, di numero contenuto, e lo tsunami anglicus che ci sta devastando. Mentre qualche illustre studioso negazionista sostiene che l’anglicizzazione sia tutta un’illusione ottica, la gente comune sembra più avveduta nel comprendere il presente. Per esempio chi mi scrive:

“Sky tg 24 rubrica Start, si parla del covid-19. Il giornalista per ben 4 volte dice che il governo cinese utilizza uno strumento per TRACCARE o TRACKARE (da to track) le persone in aeroporto”.

“Tracciare”, in questo aneddoto, sembra un vocabolo inesistente.

“Ho appena sentito la parola smartizzabile da parte della Ministra Dadone con riferimento alla transizione da una modalità di lavoro in presenza a una agile” mi scrive Enrico.

Le ricomposizioni di questo tipo sono all’ordine del giorno, spesso intaccano i verbi, e nel parlato si sente sempre più spesso forwardare per inoltrare, fixare per aggiustare, hostare per ospitare. Del resto il sito di Airbnb invita a diventare host, non usa parole come locatore e locatario, e l’italiano non è contemplato dalle multinazionali che si insediano in Italia e ci impongono i loro termini, da snippet a timeline. Il che vale soprattutto per l’italietta di colonizzati, all’estero non è così, come si evince dall’immagine seguente.

airbnb in varie lingue
Il sito Airbnb in varie lingue: solo in italiano compare il termine “host”.

L’inglese delle multinazionali informatiche arriva in questo modo. Non si traduce download e nasce downloadare invece di scaricare. Spunta Twitter e impone i suoi follower e following, invece di parlare di iscritti, lettori, abbonati o seguitori/seguaci e seguiti, per carità! Che brutto!

Sempre Luis mi segnala che nel sistema operativo di iPhone, impostato in lingua italiana, ci sono più di 80 termini in inglese (tra cui mail, file, hotspot, feedback, privacy, password, account, game center, banner, badge, background, provider, software, switcher, wireless, home, voiceover, zoom, timeout, link, output, input, standard, hardware, controller, smart, font, default, screen, layout, timer, live, selfie, download, news, store, fitness, homekit, push, server, nickname, widget, podcast, offline, computer, music, streaming, slow motion, drive, book, game, center, reader). Tutti anglicismi necessari, intraducibili o insostituibili, direbbe il terminologo anglomane italiota. Peccato che impostando la lingua francese o spagnola, l’elenco degli anglicismi si riduca invece a 3 o 4 parole. I “prestiti di necessità” e gli “anglicismi insostituibili” lo sono soltanto in Italia. Forse è questa “l’illusione ottica” che ci contraddistingue, perché mentre da noi nessuno saprebbe come dire diversamente streaming, in francesespagnolo è possibile.

L’inglese delle multinazionali informatiche che si espandono è agevolato dall’interno da chi non opera scelte traduttive e da chi postula come un assioma che “i termini non si traducono” (ma solo in Italia, si dovrebbe aggiungere per onestà). Il caso dell’informatica è il più eclatante, ma anche la maggior parte degli altri linguaggi di settore sono ormai colonizzati, dal linguaggio aziendale e del lavoro a quello della scienza e della tecnica. La pubblicità parla sempre più l’inglese, il cinema statunitense impone i propri titoli in inglese senza più tradurli…

E davanti a queste pressioni esterne, agevoliamo dall’interno questo processo ricorrendo all’inglese anche da soli, e talvolta lo reinventiamo. Lo si vede nel linguaggio della politica, dal jobs act al navigator, lo si vede persino nella lingua della giurisprudenza (qui un video di un avvocato che lo spiega chiaramente).
Basta leggere un giornale digitale come il Corriere.it, per capirlo. A parte i trapianti intradotti come “web” o “streaming” si vede benissimo l’abuso di “hub” ,”new entry”, “empowerment”, “fashion”… e Mussolini si faceva i “selfie”!  Sui quotidiani francesi e spagnoli non si vede nulla di tutto questo.

000giornale 10 6 20
Dal Corriere.it del 10/6/20.

E allora ritorniamo alla domanda iniziale. Questo è ancora italiano?

 

Gli anglopuristi teorici dell’itanglese

Nel “manifesto” del sito “Una parola al giorno” (art. 4), si legge:

“I forestierismi sono una ricchezza. Non ci sentirete tuonare contro l’inglese, ma ci vedrete schierati parola per parola contro il cattivo gusto, la replica acritica di parole percepite e non capite, e gli usi esausti o sciocchini. Nel diciassettesimo secolo ci si scagliava contro… squallidi gallicismi quali baule, regalo, biglietto o gabinetto: oggi chi criticherebbe l’uso di queste parole?”

Dichiarazioni di questo tipo sono abbastanza diffuse, ma sono nella migliore delle ipotesi affermazioni sciocche e confusionarie, e in altri casi sono vere e proprie ipocrisie che celano mistificazioni imperdonabili. Confondere le parole italiane di derivazione esogena (come baule o biglietto) con i forestierismi non adattati che si scrivono e si leggono in modo diverso da quanto previsto dalla nostra grammatica è un’enorme sciocchezza. Come lo è appellarsi al “cattivo gusto” o agli “usi sciocchini”: Leopardi ci ha insegnato (ma non solo lui) che solo l’uso e l’abitudine rendono bella o brutta una parola. Affermare che i i forestierismi sono una ricchezza in assoluto non sta né in cielo né in terra. Dipende se si adattano, e quando non lo si fa dipende dal loro numero, possono essere anche il segno di un impoverimento del nostro lessico e della creolizzazione e della morte di una lingua schiacciata da un’altra dominante. Anche associare “forestierismi” e “inglese” è significativo. Come se le due cose coincidessero e ci fosse solo l’inglese. Purtroppo il problema è proprio questo. Il numero degli anglicismi crudi che abbiamo importato negli ultimi 70 anni è superiore a quello di tutti i forestierismi di ogni lingua e di ogni epoca sommati, incluso il francese che ci ha influenzati sin dai tempi di Dante. Se questa è una ricchezza, se l’italiano del presente e del futuro deve essere costituito da un sostantivo in inglese su dieci, si dovrebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente e senza ipocrisie. Questo per me non è più italiano, ma la sua morte; è itanglese, ed è un ibrido che non ha nulla a che vedere con l’italiano storico e con la nostra grammatica.

La provenienza delle parole è irrilevante. Quello che conta è vedere se sono italianizzate e si integrano o se sono dei “corpi estranei” per dirla con Castellani, che snaturano la nostra lingua storica e la imbastardiscono, come dicevano i più aperti sostenitori delle parole straniere di ogni epoca, da Machiavelli che insisteva sulla necessità di “accatar parole” altrui, passando per Ludovico Antonio Muratori, e persino Alessandro Verri, autore della celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”. Nessuno si è mai sognato di giustificare la presenza di migliaia di forestierismi crudi provenienti da una sola lingua dominante. Se una volta i puristi rifiutavano le parole italianizzate che provenivano da altre lingue, oggi sarebbe invece auspicabile tornare a italianizzarle e tradurle, se vogliamo evitare la creolizzazione lessicale. Il che è tutto il contrario di quel che volevano i puristi.

Un tempo furono proprio i puristi a rappresentare un ostacolo all’evoluzione dell’italiano, visto che erano ostili anche ai neologismi e ai tecnicismi, ma così facendo rischiavano di ingessare l’italiano nella “lingua dei morti”, di cristallizzarlo nel vocabolario storico senza farlo crescere. Oggi a fissare l’italiano nei suoi significati storici e a impedirgli di evolvere sono proprio gli anglomani, che invece di tradurre, adattare, creare neologismi, allargare il significato delle nostre parole, preferiscono importare tutto ciò che è nuovo in inglese e giustificarlo. Li ho definiti “anglopuristi”. Sono coloro che invece di difendere e promuovere l’italiano si appellano all’uso dell’inglese che diffondono per primi sostenendone il maggior potere evocativo, guardando non ai significati delle parole, bensì alle sfumature che non appartengono all’inglese, ma sono il risultato dell’acclimatamento nella nostra lingua. “Calcolatore” evoca le ingombranti anticaglie di una volta, “computer” connota i dispositivi moderni. Peccato che in inglese era ed è computer, senza questa distinzione, così come in francese era ed è ordinateur, e in spagnolo era ed è computador. Selfie non è proprio come autoscatto… ecco come si relega l’italiano ai suoi significati storici e non lo si fa evolvere. Nelle casseforti c’erano le combinazioni, tra i partigiani i nomi di battaglia, in Rete ci sono le password e i nickname, perché questi sono i “termini” che richiamano l’ambiente informatico in modo preciso… e così l’italiano non si allarga di nuovi significati e muore. Brainstorming è intraducibile (peccato che in francese sia stato tradotto con spremimeningi e in spagnolo con diluvio di idee) e ciò che è nuovo non si reinventa, si importa in inglese e basta! E così, anglicismo dopo anglicismo, l’italiano si trasforma in itanglese. Ricorrere all’inglese è una strategia. Soprattutto nelle nuove generazioni. Si preferisce l’itanglese e la creolizzazione è vissuta come segno di modernità. Il che non lascia ben sperare nel futuro.

L’itanglese si pratica ormai nelle scuole. Non sto parlando del linguaggio terrificante del Miur, uno dei maggiori responsabili della morte dell’italiano, che prepara volutamente alla lingua inglesizzata del mondo del lavoro. Purtroppo l’itanglese si impartisce sin dalle elementari. Ho avuto una feroce discussione con un gruppo di maestri che insegnano ai bambini che la “j” si chiama “jay”, dando un calcio alla nostra storia, alla “i lunga” che si pronuncia “i” non solo in italiano (juventus, Jolanda, Jacopo, Jugoslavia…), ma anche in tedesco (Jung). Insomma, c’è solo l’inglese nella testa delle menti colonizzate, e poi va a finire che si sente sempre più spesso dire “giunior” invece di junior. Intanto, nei libri di testo delle elementari, la Cisgiordania diventa West Bank. Senza alternative.

000westbank-cisgiordania

Questa è la lingua, e la cultura, che si insegna a scuola alle nuove generazioni!

Adesso tra i maestri, mi segnala Elena, va di moda il lap book, spesso scritto lapbook, che consiste in un cartoncino piegato a libro contenente fatti, diagrammi, illustrazioni relativi all’argomento; è una cartelletta con le ricerche dove si incollano diversi elementi, e viene definito anche layer book, flap book o shutter book. Tutto va bene, purché suoni inglese. Ma un nome in italiano, no?

Dunque non c’è da stupirsi se poi uno studente interrogato in storia dell’arte parli di “absaid” perché crede che abside sia un anglicismo, o che si pronunci Dpi (Dispositivi di Protezione Individuale) come i dpi delle stampanti. Siamo immersi nell’anglomania più deleteria.

Questo è il presente, e nel futuro sarà sempre peggio, se non si ferma questo processo di distruzione sistematica del nostro patrimonio linguistico. C’è chi non lo vuole affatto fermare e vuole andare in questa direzione. E c’è chi sta provando a fare qualcosa con una petizione.

vivalitaliano 300 x 145

Le 3000 firme della petizione a Mattarella

Continuo le mie riflessioni sui perché della petizione a Mattarella, #litalianoviva, che conta ormai 3.000 firme. Provo anche a rispondere ad alcune delle critiche basate sulle sciocchezze e sui luoghi comuni di chi non ha studiato e compreso il problema, né tanto meno lo spirito dell’iniziativa.

La nuova questione della lingua

Non se ne può più di sentir dire che è normale che le lingue evolvano o che il francese e tantissimi altri idiomi hanno influenzato l’italiano sin dai tempi di Dante. Queste sono banalità che non si possono che dare per scontate; bisognerebbe essere un po’ più seri e studiare come la nostra lingua si sta evolvendo.

È semplicemente una questione di numeri: dal secondo dopoguerra a oggi – nell’arco di una sola generazione – gli anglicismi sono almeno quintuplicati. Hanno colonizzato i centri di irradiazione della lingua (il lavoro, la scienza, la stampa, l’informatica, l’economia…), si riversano nel linguaggio comune, aumentano di frequenza, penetrano nel lessico di base e, soprattutto, tutto ciò che è nuovo viene sempre più introdotto in inglese crudo, con il risultato che il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è costituito da anglicismi. Il punto non è gridare alla morte dell’italiano per becero allarmismo, è constatare che di fatto è già morto, nel senso che ha cessato di evolvere per via endogena, e che registra una regressione davanti all’inglese anche quando esistono parole italiane che finiscono per essere dimenticate o diventare obsolete davanti ai “prestiti sterminatori”. Gli anglicismi non sono perciò una ricchezza, ma al contrario segnano l’impoverimento e la morte del nostro lessico. La loro penetrazione avviene in modo crudo, senza adattamenti, e dunque sta snaturando la nostra identità linguistica, che non è un concetto filosofico e astratto, ma una cosa molto semplice e concreta: nella maggior parte dei casi gli anglicismi costituiscono dei “corpi estranei” che violano le regole dell’ortografia e della pronuncia dell’italiano. Non c’è alcun problema ad accogliere forestierismi non adattati, se sono contenuti in una percentuale fisiologia, è un fenomeno normale che si riscontra in ogni lingua. Ma quando questa percentuale cresce a dismisura, supera nel giro di 70 anni quella di una lingua come il francese che ha una storia di substrati plurisecolari, quando la somma di tutti i forestierismi di ogni lingua del mondo non arriva alla metà degli anglicismi che abbiamo importato in un lasso di tempo così breve, e che usiamo così spesso, c’è un problema oggettivo. Non siamo più di fronte a un fenomeno normale, ma a una creolizzazione lessicale che stravolge la nostra lingua storica. Questi sono fatti. Ogni critica ne deve tenere conto.

Allora la questione, e il terreno del dibattito, è un altra. Dobbiamo chiederci quale italiano vogliamo. Crediamo che la modernità si esprima con l’inglese e vogliamo che la percentuale di anglicismi della nostra lingua diventi in ogni ambito quella del linguaggio del lavoro o dell’informatica?

Bene lo si dica chiaramente, invece di giocare a fare i negazionisti.

Questa idea dell’italiano, però, per me coincide con l’itanglese, e mi vede dall’altra parte della barricata a combattere quello che considero non un segno di modernità, ma il depauramento del nostro patrimonio culturale. Ciò è tutto il contrario del purismo, ostile da sempre ai neologismi. Viceversa, c’è da auspicare un italiano che si sappia evolvere per via endogena, creando le proprie parole e i propri neologismi, invece che importarli dall’inglese.

Chi ha un’altra idea dell’italiano getti la maschera, si schieri dall’altra parte, e difenda l’itanglese senza fare l’ipocrita. I nuovi puristi del Duemila, quelli che vogliono ingessare l’italiano nella sua forma storica senza farlo evolvere perché tutto ciò che è nuovo si dice in inglese, sono gli anglomani. Sono loro – li chiamo anglopuristi – che vogliono trasformare l’italiano nella “lingua dei morti”.

Questa è la nuova “questione della lingua”. Sarebbe ora di dirlo chiaramente.

Non si tratta di fare la guerra ai singoli anglicismi, si tratta di prendere posizione, e di spezzare la strategia comunicativa che spinge a importare l’inglese crudo senza alternative. Il problema non è linguistico, è culturale. Gli anglicismi non sono “prestiti”, con queste sciocche categorie obsolete non si può rendere conto dell’attuale fenomeno dell’interferenza dell’inglese. Quando il confinamento diventa lockdown, il lavoro da casa smart working, quando si coniano all’inglese espressioni come covid hospital, invece che ospedali covid, e si parla di covid pass, covid free, covid manager, covid like, covid test… il problema non è in questi trapianti e in queste ricombinazioni ridicole prese singolarmente; il punto è che abbiamo perso la volontà di parlare in italiano e siamo passati a una strategia compulsiva (la strategia degli Etruschi) che consiste nella scelta di parlare in itanglese.

Una questione politica, non linguistica

Oggi la nostra classe dirigente – dai mezzi di informazione alla politica, dalla scienza al mondo del lavoro – ha scelto l’itanglese, e in questo modo lo diffonde e lo impone a tutti. Per spezzare questa strategia occorre una rivoluzione culturale e politica. Nello scorso articolo ho mostrato perché non è certo alla Crusca che ci si può rivolgere per cambiare le cose. L’Accademia non ha né il potere né la missione di regolamentare la nostra lingua. Solo la politica potrebbe forse investirla di questo mandato, come avviene per le accademie spagnole e francesi. Lì si creano alternative agli anglicismi e la popolazione è libera di scegliere come parlare. Alcune proposte sono accolte ed entrano nell’uso, altre non vengono invece recepite, ma il risultato è che l’anglicizzazione di queste lingue non è minimamente paragonabile alla nostra. Ognuno è libero di usare il lessico che preferisce, ma la libertà sta nello scegliere, se mancano le alternative cade la scelta, e l’inglese diventa un automatismo senza altre possibilità, diventa la tirannia della minoranza che controlla i centri di irradiazione della lingua e che la impone a tutti.

corriere le monde el pais
Le “reti sociali” o i “fondi di recupero” su Correre, El País e Le monde. Da noi sono anglicismi (i “gruppi tech” in spagnolo sono “grandes tecnologicas”, e persino gli Usa sono detti secondo l’ordine della loro lingua: EEUU).

La petizione per eliminare gli anglicismi almeno dal linguaggio istituzionale – una cosa che in Francia è espressamente vietata dalla legge, ma che non verrebbe nemmeno in mente ad alcun politico, come del resto in Spagna – va rivolta alla nostra classe politica. Ma rivolgersi al parlamento avrebbe senso?

Non mi pare.

Non dimentichiamo che i nostri politici son proprio coloro che contribuiscono a uccidere la nostra lingua storica. Se il politichese, sino a tutto il Novecento, era caratterizzato da formule ampollose, astruse o burocratiche, nel nuovo Millennio è diventato itanglese. Dal jobs act al navigator, il lavoro è job, le tasse sono tax, le leggi act, l’economia è economy, i fondi per la ripresa sono introdotti in inglese, recovery fund, e qualcuno parla di un recovery plan per la pandemia. Gli anglicismi politici registrano un aumento preoccupante: quantitative easing, voluntary disclousure, caregiver, stepchild adoption, spending review, spoils system, devolution e deregulation, election day e family day… E in questo linguaggio fatto di establishment, governance, leadership, impeachment, question time, moral suasion, premiership… ci sono anche figure istituzionali come il garante della privacy, o il ministro del welfare, alla faccia della salute del nostro lessico. I giornali rilanciano e amplificano questo vocabolario politicamente scrorrect, mentre si parla sempre più di premier al posto di presidente del consiglio come è scritto nella nostra Costituzione, o di governatori invece che presidenti delle regioni perché si vuol fare gli americani, anche se il nostro sistema non è federalista.

In questo contesto appare poco proficua una petizione rivolta ai politici. Senza scadere nel qualunquismo, bisogna ricordare che negli ultimi anni sono state presentate innumerevoli proposte di legge o di istituzione di un Csli (Consiglio Superiore della Lingua Italiana) che sono sempre rimaste nei cassetti, per riemergere ciclicamente senza che nulla di concreto sia mai stato fatto.

Nel 2012, una petizione dell’Era propose di dire in italiano “question time” e ricevette consensi da ogni parte politica, ma l’iniziativa lodata da tanti solo a parole, non ebbe nei fatti alcun seguito (in Svizzera si dice invece l’ora delle domande, in parlamento e sui giornali).

corriere ticino ora delle domande
“L’ora delle domande” sul Corriere del Ticino.

Nel 2018, Giulia Bongiorno, ministra della pubblica amministrazione del Governo Conte, scriveva:

“Nei primi giorni da Ministro mi sono stati sottoposti alcuni fascicoli – definiti dossier – dai quali emergeva che i problemi più urgenti da affrontare erano:
1) il blocco del turnover;
2) l’inadeguata valutazione della performance dei dirigenti;
3) il digital divide;
4) la scarsa applicazione (…) dello smart working;
4) l’uso improprio del badge per entrare nel luogo di lavoro.
Per affrontarli avrei dovuto partecipare a numerosi meeting; inoltre, mi si rendeva noto che il budget a mia disposizione era – purtroppo – limitato.
Amo l’inglese (…) Eppure credo sia sbagliato, e fuorviante, accettare questa sostituzione della lingua italiana; parlo di sostituzione perché l’uso reiterato delle parole inglesi fa sì che a volte il corrispettivo italiano si perda. Dunque dico basta, con forza, a questo ibrido che forse vorrebbe far sembrare l’italiano più moderno, ma in realtà lo sta svilendo.”

(Lettera aperta del 19 dicembre 2018 per denunciare l’abuso dell’inglese nel linguaggio amministrativo).

Che cosa è accaduto, da allora, è sotto gli occhi di tutti.

Anche le iniziative come Europarole del Dipartimento delle politiche europee, avviata nel 2018, che doveva tradurre gli anglicismi che circolano nell’ambito dell’Unione Europea si è rivelato un progetto vuoto, e da allora ha raccolto solo 37 parole!
Visto che le istituzioni non lo fanno – da quelle politiche alla Crusca – il più grande repertorio esistente nel nostro Paese è il Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi (AAA), che ne ha raccolti ormai 3.700, e nasce da un’iniziativa privata senza alcun finanziamento.

Da queste considerazioni è nata la decisione di rivolgere la petizione non alla politica, ma al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la massima carica dello Stato.

C’è chi ha storto il naso davanti all’opportunità di rivolgersi a lui in questo frangente in cui l’Italia versa in ben altri e più gravi problemi. Eppure il lievitare degli anglicismi ha raggiunto picchi inediti proprio durante la pandemia e, soprattutto, le nostre richieste sono davvero facili, e non costano nulla. Non abbiamo invocato leggi come quelle che ci sono in Francia, né domandato di attuare ciò che la politica ha più volte presentato senza che mai si sia realizzato.
Le richieste consistono, semplicemente, in una supplica, perché il capo dello Stato attui un simbolico richiamo alla politica di non utilizzare anglicismi almeno nel linguaggio istituzionale, per il rispetto, oltre che per la trasparenza, che le istituzioni dovrebbero avere nei confronti dei cittadini italiani e del nostro patrimonio linguistico (non dimentichiamocene, quando saremo chiamati alle urne!).
La seconda richiesta è di favorire una campagna di sensibilizzazione contro l’abuso dell’inglese. Anche questa preghiera non ci pare gravosa, e soprattutto non comporta alcuna spesa, visto che gli spazi delle pubblicità progresso sono già previsti. E come si fanno e si sono fatte contro il bullismo o contro la violenza delle donne, potrebbero farsi anche per promuovere la nostra lingua, di cui non è il caso di vergognarsi.

Crediamo che questa petizione chieda qualcosa che dovrebbe essere dato per scontato, qualcosa che nasce semplicemente dal buon senso e che dovrebbe appartenere a tutti. E facciamo fatica a comprendere come si possa non condividere questo appello.

Eppure, se la petizione #dilloinitaliano di cinque anni fa fu ripresa da tutta la stampa, oggi invece non c’è un solo giornale a tiratura nazionale che ne abbia accennato nemmeno con una sola riga. Le 3.000 firme raccolte nascono solo dal passaparola in Rete e tra la gente, mentre i mezzi di informazione e le istituzioni che dovrebbero occuparsi della nostra lingua in modo ufficiale lo hanno ignorato. Al contrario di quanto hanno fatto invece persone di primo piano della cultura nazionale e internazionale.

 

I firmatari e gli amici dell’italiano

Sin dai primi giorni, la notizia della petizione #litalianoviva è stata ripresa e diffusa dall’Istituto Italiano di Cultura di Lima, che l’ha rilanciata dalle sue pagine Facebook, oppure dal sito Corsica Oggi. In Svizzera è stata segnalata dal Forum per l’italiano in Svizzera, e dalla Rivista.ch. E così la notizia si è sparsa per il mondo, tra i firmatari ci sono italofoni tedeschi, dall’università di Barcellona ha firmato un’importantissima profesora emerita di Filologia Italiana, dall’Australia ha firmato la traduttrice Barbara McGilvray, vincitrice di una medaglia dell’Ordine d’Australia dell’Australia Day, per i suoi meriti nel tradurre in italiano. Voglio riportare qualche battuta tratta da un’intervista che rilasciò in quell’occasione:

Barbara McGilvray
Barbara McGilvray.

– Hai notato delle differenze nell’evoluzione della lingua italiana da quegli anni ’60 in cui eri a Roma all’italiano che si parla oggi? Magari il fatto che oggi sia infarcito di parole inglesi? Una volta non era così…
Io cerco di evitare e parole inglesi in italiano anzi sono iscritta a due o tre gruppi di traduttori in Italia, gruppi virtuali, sull’Internet e lottiamo tutti per evitare di usare neologismi inglesi, preferisco evitarli. (…) Spending review mi fa una rabbia (RIDE), ci sono espressioni perfettamente adeguate in italiano, perché usare quelle inglesi? Non lo so…

– O il jobs act…
Jobs act… un altro, no, no… non ne parliamo…

– La nostra rubrica si chiama La lingua più bella del mondo, sei d’accordo con il nome che abbiamo dato a questo segmento?
Assolutamente! Come no?

Se volte sentire queste parole dal suo delizioso accento anglofono, lo potete fare qui (al min, 4,30 circa).

Tra i tanti che hanno firmato e che mi hanno scritto dall’estero ci sono italofoni dall’Argentina, dal Canada, dalla Francia, e anche dal Regno Unito e dagli Stati Uniti.

Possibile che all’estero ci sia un’attenzione per l’italiano superiore alla nostra?

Evidentemente sì.

Ma non è del tutto esatto. Non bisogna confondere il silenzio stampa e delle istituzioni che si registra in Italia con il sentimento degli italiani. L’indifferenza mediatica non corrisponde alla sensibilità di tante persone di ogni fascia sociale (infermieri, medici, farmacisti, parrucchieri, avvocati, imprenditori, formatori, studenti, insegnanti, mamme, agenti immobiliari… c’è anche un suora). E tra i firmatari ci sono poi diversi politici che appartengono a ogni schieramento: da Potere al popolo e Sinistra alternativa passando per il Pd, i 5 stelle, la Lega, sino a Forza Italia, Fratelli d’Italia e alla destra. Ma soprattutto mi ha colpito la presenza di molti personaggi di spicco della cultura del nostro Paese. Non sempre mi è stato possibile verificare se certi nomi sono davvero illustri o se si tratta di omonimi, e non so se Elena Ferrante è veramente lei o se Paolo Repetti è davvero il fondatore e il direttore della collana Stile Libero di Einaudi. So però di certo che hanno firmato professori universitari o accademici come lo psicologo Fulvio Scaparro, il filosofo Fulvio Papi, scrittori come Elisabetta Bucciarelli (vincitrice del premio Scerbanenco) o come la docente Laura Margherita Volante, traduttori di primo piano come la poetessa Claudia Azzola direttrice della rivista TraduzioneTradizione, giornalisti come Alberto Giovanni Biuso, intellettuali che gravitano intorno alla rivista Odissea diretta da Angelo Gaccione, come il medico Teodosio De Bonis (“Ho deciso di iscrivermi ad un corso di lingua straniera: mi è stato consigliato l’Italiano”), lo scrittore Oliviero Arzuffi, i poeti Antonella Doria, Gabriella Galzio e Nicolino Longo… e una lunga lista di donne e uomini che fanno comprendere che esiste un’altra idea di lingua e di cultura, oltre a quella dominante. E che a opporsi all’insensato ricorso all’abuso dell’inglese siamo in tanti.

Per aiutarci a diffondere la nostra iniziativa, visto che i giornali non lo fanno, passa parola, per favore!

vivalitaliano 300 x 145

Tormentoni e anglo-tormentoni

Tormentoni Silverio Novelli
Silverio Novelli, Tormentoni, Rcs 2020

“Tormentone” è una parola di successo, a base italiana, che si diffonde a partire degli anni Ottanta. Nel suo libro, Silverio Novelli ne ripercorre le tante valenze e il significato a volte sfuggente e cangiante a seconda dei contesti. È una lettura che mi ha fatto riflettere sul fatto che anche l’inglese ricorre spesso in maniera ossessiva, appunto come un tormentone. Più che risolversi in una lista di espressioni o parole che ricorrono in modo martellante, mi pare che il tormentone anglicus consista nel ricorso all’inglese e agli anglicismi come una strategia che si ripete con la forza, talvolta inconscia, della coazione a ripetere. Se si analizzano gli anglicismi sbucati, diffusi o maggiormente utilizzati durante l’attuale pandemia, per esempio, tutto risulta più chiaro.

In un articolo uscito sul portale Treccani lo spiego meglio: “La panspermia del virus anglicus” (per chi fosse interessato).

 

Tormentoni non solo linguistici

Un tormentone può essere un simpatico ritornello e può mettere allegria (si potrebbe anche dire un refrain che, benché venga spesso pronunciato all’inglese, sarebbe una parola francese), ma deriva dal tormentare e dal tormento, e nasconde qualcosa che nel suo ripetersi in modo insistente può infastidire. Questa ambivalenza coinvolge appunto i tormentoni musicali, spesso estivi (personalmente devo ancora riprendermi dal pulcino Pio), quelli cinematografici (la boiata pazzesca di fantozziana memoria), pubblicitari (provare per credere) e anche molte altre tipologie che Novelli individua e classifica acutamente. Non è infrequente che da questi ambiti i tormentoni si riversino nella lingua e persino nei dizionari, ma non sono sempre e solo linguistici. L’autore ricorda proprio che tra i “memorabilia” esistono anche i “tormentoni scenici”. Risalgono almeno a un secolo fa e appartengono per esempio al genere delle comiche dei film muti, le “sitgh gag”, in inglese, cioè quelle scenette visive che ripercorrono anche il teatro di varietà e l’avanspettacolo. E infatti sui dizionari la parola “tormentone” viene associata al gergo teatrale proprio come “ripetizione ossessiva di una battuta o di un gesto”, anche se poi la sua dimensione linguistica si amplia alla ripetitività che si ritrova per esempio sui giornali. Aggiungerei anche nella Rete, dove oggi, soprattutto tra i giovani, va per la maggiore il meme, che in fondo è una forma di tormentone virale non necessariamente linguistico. Questo intreccio di lingua e gesti spicca per esempio nella consuetudine di specificare (cito da pvirgoletteag. 107):

Tra virgolette. Un’espressione a largo spettro, perché, volendo, viene accompagnata (o addirittura surrogata) dal gesto con le mani fatto dal doppio indice e medio sollevati a uncino, importato dal codice gestuale statunitense”.

Un anglicismo gestuale, si potrebbe definire. Mi ricordo che la prima volta che mi capitò di vederlo fu negli anni Novanta, mimato proprio da un collega di lavoro di Los Angeles. Tra gli altri anglicismi linguistico-gestuali tormentonici mi viene in mente almeno “dammi il cinque”, calco di “give me five” nato pare in ambienti sportivi d’oltreoceano e diventato popolare in italiano anche grazie a un tormentone musicale di Jovanotti, che del resto pensa positivo, più che positivamente (da think positive).

Se, nei Malavoglia, i torme ‘ntoni di Padron ‘Ntoni esprimevano attraverso i proverbi la cultura popolare non scolastica, oggi i tormentoni linguistici e le frasi fatte si ritrovano soprattutto nel linguaggio giornalistico con tutt’altra valenza. In tempi di virus a corona, ho già sottolineato come ricorrano con alta frequenza (per me nella loro accezione insopportabile e tormentante, ma va a gusti) frasi fatte come “città spettrali” o “misure draconiane”, che caratterizzano i picchi di stereotipia del linguaggio dei mezzi di informazione. Nel libro di Silverio Novelli se ne trovano tante, anzi, a iosa. “Morsa del gelo”, “ha riscosso l’unanime consenso”… espressioni cristallizzate che dilagano sulla stampa ma anche nel linguaggio politico-giornalistico (cito a proposito: “scendere in campo”, “entrare a gamba tesa”). I tormentoni non riguardano solo le espressioni, ma anche le singole parole, in una tendenza a utilizzare sempre gli stessi vocaboli che finiscono per diventare fastidiosi nel loro abuso, più che efficaci (il “troppo stroppia”, per usare il tormentone più adatto alla circostanza): l’inflazione di attimino, i plastismi, le parole di plastica che si adattano a ogni circostanza come assolutamente, allucinante, fantastico e poi le parole/espressioni che ricorrono come automatismi e “tic linguistici”. La galleria di questi vocaboli che ci tormentano, al tempo stesso orribili e meravigliosi, è “tanta roba” in questo libro accurato ma piacevole (non capita spesso in linguistica), perché ha uno stile scanzonato e ironico e non si “prende troppo sul serio” (e di queste matriosche che contengono gli stereotipi che allo stesso tempo svelano ce ne sono parecchie).

Non mancano, of course, le espressioni inglesi, talvolta foriere di prolificità, come il “mix di…”, un’espressione che da sempre scatena le mie personali allergie lessicali. Ricordo una revisione di un libro scritto soprattutto con frasi fatte e anglicismi, qualche tempo fa. Avevo trovato per 6 o 7 volte l’espressione “giusto mix”, che mi ero premurato di alternare con giusto “equilibrio”, “miscela”, “alchimia”, “ricetta”… Ma per l’autore, che credo non abbia troppo apprezzato i miei interventi, c’era solo un’espressione codificata. Tormentone e vocabolario limitato, si potrebbe concludere, eppure forse c’è qualcosa in più, qualcosa di legato psicologicamente ai meccanismi compulsivi ma anche una concezione della lingua nel suo aspetto monosemico.
C’è anche chi ama e preferisce il linguaggio precotto e le frasi idiomatiche, accanto a chi fa dell’individualismo espressivo e della creatività il proprio stile. Meglio usare la parola giusta, una parola per ogni cosa in una concezione chirurgica del lessico, o le parole in libertà che forzano i significati e si fanno ardite? Dipende dai contesti e anche dagli scrittori. Manzoni voleva far pulizia tra le troppe parole e forme per unificare l’italiano sul modello del fiorentino vivo, recidendo doppioni e regionalismi impuri che erano un di più che dava fastidio. Contemporaneamente, Tommaseo dava invece vita a uno dei primi dizionari dei sinonimi, considerati come una ricchezza. La stessa concezione che si ritrova in Gadda (“i doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni”).

tormentone
La frequenza di “tormentone” nelle statistiche di Google libri.

Il tormentone è tutt’altro rispetto al linguaggio preciso e appropriato, ma è ugualmente l’antitesi dei sinonimi e delle varietà linguistiche. E in questa diversa visione della lingua si inserisce molto bene anche la questione dell’inglese, così comodo, breve e sintetico nella sua portata monosemica che facilita le cose, soprattutto ai giornalisti, ai politici o ai tecnici (mouse non è un topo come in tutte le lingue del mondo o quasi, è il puntatore vicino alla tastiera, e in italiano diventa tecnico e monosignificato). Altre volte invece assume le sembianze di un plastismo. Anche questo semplifica la vita: il restyling di una casa, del marchio di un’azienda, delle rughe… o di una location, per citarne un altro. Insomma, l’anglicismo è versatile e per “tutte le stagioni”.

Tormentati dall’inglese

Nel leggere i tormentoni silverio-novelleschi mi ha colpito proprio l’alto numero di anglicismi che si incontrano, il mix e il remix, il consumer e il prosumer… E allora ho provato a chiedermi quanto inglese ci sia nei tormentoni, anche questo è un indice statistico da studiare che non avevo troppo considerato prima di questa lettura.

Provo a farlo spiritosamente, violentando l’intento del libro che non ha prese di posizione di questo tipo, ma consapevole che le cose leggere spesso nascondono quelle più profonde, sotto la punta del banco di ghiaccio (basta con ‘sti iceberg!).

In fondo al volume c’è un bel glossario. Non è un indice analitico vero e proprio, è solo una sintesi con

“i vocaboli e le espressioni (in prevalenza si tratta di tormentoni, ma anche no)”

su cui l’autore si è soffermato con maggiore attenzione.
Mi son messo a contare tutte queste parole/espressioni. Sono 235, e di queste 29 in inglese crudo a cui se ne aggiungono 4 frutto di ibridazione (brieffare, downloadare, flaggare e upgradare):

asap (acronimo di As Soon As Possible)
brand
celebrity
cool
friendly
green
influencer
in real time
lol
(acronimo di Laughing Out Loud)
made in Italy
maker
mission
mission impossible
mix
di….
no problem
punta dell’iceberg
random
skills
smart
social
storytelling
think tank
trendy
twerk
e twerking
underground
up to date
vision
yuppie
.

Queste 33 parole/espressioni usate in modo trito, ritrito e tri-trito rappresentano il 14,04% dei tormentoni più significativi della lingua italiana considerati nell’opera. Mica male, viste le percentuali di anglicismi stimabili nel linguaggio giornalistico o nei dizionari e le prese di posizione per cui l’interferenza dell’inglese si può liquidare con un no problem, my dear. Certo, non si può ricavarne alcunché di scientifico o statistico, a essere seri, ma comunque è un dato significativo.

Last, but not least, si potrebbe forse aggiungere, una delle cose più belle di questo libro è che i tormentoni sono stati raggruppati per decennio, come fossero tormentoni generazionali, dieci per decade (più una che le vale tutte). Gli anni Settanta, per esempio, erano il periodo del “portare avanti”, “nella misura in cui”, “a livello di…”. Ogni periodo ha i suoi anglo-tormentoni, anche questi sono generazionali, in fin dei conti. “Sexy” è tra quelli degli anni Sessanta, “cool” degli anni Novanta, e “smart” del Duemila. Sarà un caso che la loro frequenza si concentri soprattutto nel periodo 2010-2019 (4 su 10: green, mission impossible, lol, social)? Tra il serio e il faceto noto che quasi la metà dei tormentoni dell’ultimo periodo sono in inglese, a quanto pare, proprio come quasi la metà dei neologismi del Nuovo millennio sui dizionari.

 

PS

Per fare qualche confronto: fuor dall’inglese ci sono invece solo 4 tormentoni dialettali (amarcord, bufu, daje, rega), 2 francesi (à la page, monstre), 1 spagnolo (vamos a la playa), 1 giapponese (tsunami).
Meditate gente, meditate… (tormentone pubblicitario).

La perdita delle radici: dal latino (e greco) alle invasioni anglo-barbariche

Difendere lo studio del latino non ha nulla a che fare con le apologie pompose e moralistiche di una classicità obsoleta dal sapore teologico e filologico. Il latino, più che una lingua “morta” è soprattutto la base della lingua viva che parliamo tutti i giorni. Naturalmente l’italiano non deriva dal latino in modo diretto, come è risaputo, ma si è sviluppato principalmente dalle parlate locali di un latino volgare e medievale tardo sempre più distante da quello classico. Cavallo deriva da caballus e non certo dal classico equus che si ritrova in equino o equestre, e casa nel De bello gallico indicava una capanna di campagna o una baracca militare, ma con il tempo, nell’uso, questa accezione “rustica” si è persa e casa ha preso il sopravvento su domus in ogni contesto. Però, una parola come domotica (l’applicazione dell’informatica alle abitazioni) è stata coniata negli anni Ottanta del Novecento proprio ripescando la radice classica che circola in domicilio o domestico. Ecco, il nostro legame con il latino è soprattutto questo: più che nella derivazione diretta va rintracciato nelle ricostruzioni colte successive. È lo stesso legame che abbiamo con il greco antico, che ci arriva molto spesso dalle neoconiazioni moderne e dotte, oltre dal fatto che il latino conteneva a sua volta moltissime radici greche, per cui “filosofia” (dall’unione di phìlos e sophìa, cioè “amore per la sapienza”) ci è arrivata attraverso il latino philosophia.

Non è però dello stesso parere Google traduttore visto che la traduzione di filosofia in latino sarebbe philosophy, di cui possiamo persino ascoltare la pronuncia anglosassone, in una confusione tra inglese e latino, o forse inglesorum e latinorum, che è l’emblema della barbarie culturale e linguistica in cui stiamo sprofondando.

Dal latino all’inglese

Il nostro rapporto con il latino e con il greco come modelli formativi dei neologismi attraverso il recupero delle nostre radici adattate ai nostri suoni, nel nuovo Millennio, si è definitivamente spezzato. È ormai sostituito dall’importazione dei termini inglesi immessi così come sono nel nostro sistema con il risultato di frantumare la nostra identità linguistica – cioè i cardini della nostra grammatica e della nostra pronuncia – e di trasformare una lingua neolatina come l’italiano in un ibrido che è ora di chiamare più propriamente con il suo nome: itanglese.

La seconda rivoluzione industriale, tra il XIX e il XX secolo, ci ha portati a una radicale trasformazione del mondo e alla creazione di una nuova tecnologia che dal punto di vista terminologico era ancora governata dalle nostre norme storiche basate sull’adattamento e sulle nostre radici, per esempio “termosifone” (dal greco thermós = caldo) o “calorifero” (dal latino fero = portare il calore[m]). Poco importa se queste parole a loro volta sono calchi sul modello del francese calorifère e thermosiphon, il francese è una lingua che ci è affine e attinge alle stesse radici, e anche il cinematografo dei Lumière è un adattamento del francese cinématographe che si fonda contemporaneamente sul greco (kínema = movimento e grápho = scrivo). Oggi, però, abbiamo dimenticato il ruolo unificante del latino come radice internazionale delle lingue romanze che per secoli ha rappresentato il collante non solo delle parole comuni, ma anche di quelle scientifiche e tecnologiche di tutta l’Europa. In un primo tempo la tecnologia proveniente d’oltreoceano è stata adattata e reinterpretata attraverso le nostre parole e le nostre categorie, e infatti oggi abbiamo la lampadina e la televisione e non la lamp e la television. L’attuale terza rivoluzione industriale o post-industriale, al contrario, ci sta portando se va bene la stampante 3D, e non “tridimensionale”, o l’industria 4.0, dove quel punto si impone sulle nostre norme che prevedono la virgola. Ma fuori da queste minuzie ci sta saturando di parole inglesi crude che hanno colonizzato la maggior parte dei linguaggi di settore a cominciare dalla terminologia informatica dove l’italiano ha cessato di poter esprimere le cose con parole proprie, non è stato capace di creare i propri neologismi, ed è dunque morto.

 

La scomparsa delle parole latine e greche: i dati inediti dall’analisi dei dizionari

Per quantificare il disastro e renderci conto di come la nuova globalizzazione abbia definitivamente spezzato le nostre radici per proiettarci verso un futuro di sudditanza culturale e linguistica, basta analizzare i moderni dizionari digitali. Ma non si può operare come fanno certi linguisti che per negare l’anglicizzazione dell’italiano e abbassare le percentuali distribuiscono le parole inglesi su tutto il nostro lemmario storico. Bisogna invece ragionare sul numero di parole coniate nell’Ottocento e nel Novecento. Quante, tra queste, sono riconducibili al latino, al greco e all’inglese? Sono questi rapporti a indicarci lo stato di salute della nostra lingua.

NOTA: I numeri di seguito riportati emergono dallo spoglio di Devoto Oli (DV) e Zingarelli (Z) nelle edizioni del 2016, attraverso la ricerca di lat., gr. e ingl. in tutto il testo (che con un certo rumore di fondo corrispondono alle parole che hanno questa origine o questo legame) e l’incrocio con le datazioni per secolo.

Nell’Ottocento sono state coniate circa 16.000 parole (DV e Z), e di queste 2.000 (DV) o 1.600 (Z) hanno un etimo riconducibile al latino: una percentuale di oltre il 10% dei neologismi (dunque, mediamente, nel XIX secolo si coniavano 16/20 parole a base latina all’anno).
Le parole del Novecento sono invece tra le 32.000 (DV) e le 27.000 (Z), e l’etimo latino si rintraccia soltanto in circa 1.000 (DV) o 1.300 (Z) casi (10/13 parole l’anno), una percentuale più bassa di quella ottocentesca (3,1% DV e 4,8% Z) ma ancora significativa.

I grecismi della nostra lingua sono invece in totale circa 7.000 (8.000 secondo il Gradit in 6 volumi di Tullio De Mauro che ha delle marche più raffinate). Di questi, circa 1.800/1.900 sono stati coniati nell’Ottocento (l’11% delle parole del XIX secolo), mentre nel Novecento sono tra i 2.000 (DV: 6,5% del totale) e 1.500 (Z: 5,5%).

E nel nuovo Millennio cosa sta accadendo?

Le nuove parole a base latina, sommate a quelle a base greca, si possono contare con le dita delle mani!
Il Devoto Oli registra un migliaio di neologismi degli anni Duemila, e di questi solo 9 sono indicati come di provenienza latina, tra cui alterconsumista (2006) e altermondialismo (2003 che tuttavia ci arriva dal francese altermondialsime), egoriferito (2000) e ludopatia (2004). Tra questi “latinismi” ci sono anche: egosurfing (2000) un anglicismo che indica il rintracciare il proprio nome nei motori di ricerca, e due noti pseudolatinismi coniati dal politologo Giovanni Sartori: mattarellum (2004) e porcellum, riferiti alle leggi elettorali, che stanno al latino come il linguaggio delle Sturmtruppen sta al tedesco. Mi pare che questo uso del latino maccheronico sia il simbolo di che fine ha fatto e di come si è ridotta la nostra secolare cultura classica.

Sul fronte del greco le cose non vanno meglio, si trova acquaponica (un sistema usato nell’agricoltura e nell’allevamento), kouriatria (studio dei disturbi dell’adolescenza), mnemoteca (archivio delle memorie), ortoressia (l’ossessione dell’alimentazione sana, dal greco óreksis = appetito, sul modello di a-noressia), scheumorfismo (imitazione di bassa qualità), tomoterapia (di uso medico). Non c’è molto altro nel XXI secolo.

Quello che emerge è invece un altro dato macroscopico e fin troppo evidente: l’esplosione incontrollata degli anglicismi. Se passiamo alla loro disamina, come ho già ricostruito (vedi → Anglicismi e neologismi) rappresentano quasi il 50% dei neologismi del Duemila. La metà delle nuove parole nuove è ormai in inglese crudo, cioè non adattato, e la percentuale sale se si aggiungono le voci ibride, cioè formate da radici inglesi flesse all’italiana, come whatsappare (ho quantificato questo secondo caso in un articolo sul portale Treccani →  “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione”).

Più nei dettagli, stando ai dati grezzi del Devoto Oli, nel XX secolo le parole di origine inglese erano intorno al 10% di quelle coniate a quell’epoca. Tra le 16.000 parole dell’Ottocento, invece, solo 398 derivavano dall’inglese (circa il 2%). Provo a sintetizzare questi dati grezzi ricavabili dal Devoto Oli in un grafico con le torte etimologiche delle varie lingue.

percentuali neologsmi inglese latino greco francese

La progressiva scomparsa del latino e del greco, così come l’aumento esponenziale dell’inglese, sono innegabili e rappresentano lo specchio del nostro nuovo assetto sociale e culturale.

Per interpretare nel modo corretto questi dati bisogna però precisare che testimoniano l’influsso delle rispettive lingue includendo sia le parole adattate (dunque diventate italiane a tutti gli effetti come cinematografo) sia quelle crude che stridono con le nostre regole (come meeting). Nel caso del greco e del latino l’italianizzazione riguarda quasi la totalità dei casi. Per l’inglese, nell’Ottocento solo la metà degli anglicismi (187, circa l’1% di tutti i neologismi del secolo) erano crudi. Nella prima metà del Novecento se ne contano 750 su 15.000 neologismi (il 5%), ma nella seconda metà questi anglicismi non adattati salgono al 10% dei neologismi. Passando dal rapporto anglicismi/neologismi all’analisi delle sole parole inglesi, nell’Ottocento gli anglicismi sono stati adattati nel 50% dei casi, nel Novecento nel 26%, e nel Duemila solo nel 12%. Questi numeri sono in linea anche con le percentuali dello Zingarelli, e soprattutto con quelle che emergono dall’analisi del Gradit in 6 volumi di Tullio De Mauro che vedeva complessivamente l’adattamento dell’inglese nel 31,6% dei casi nell’edizione del 1999, e nel 28,5% in quella del 2007 (ne ho parlato in un articolo sul portale Treccani → “La sostituibilità degli anglicismi con corrispettivi italiani”). Conteggiando l’interferenza del francese (italianizzato nel 70% dei casi secondo il Gradit), nell’Ottocento sono comparsi circa 1.000 francesismi di cui 244 erano crudi, nel Novecento 1.300 (di cui 566 crudi) e nel Duemila 26 (di cui 12 crudi). Tra le neologie della voce “altro” c’è tutto il resto, le parole provenienti da altre lingue, un apporto numericamente poco significativo, e tutti gli altri neologismi a base italiana.

Concludendo, nel Duemila l’inglese si sta rivelando dominante sulla nostra lingua con una sproporzione schiacciante e preoccupante. La strada che abbiamo intrapreso, basata sul taglio delle nostre radici, nei prossimi anni non può che essere destinata a crescere, perché si inserisce in un progetto di anglicizzazione globale che in tutti i Paesi del mondo non aglofono registra proteste e resistenze, mentre in Italia viene agevolato da una classe dirigente accecata dall’anglomania, che davanti alla dittatura dell’inglese ha assunto una posizione collaborazionista.

La mcdonaldizzazione della scuola e la googlizzazione della cultura

A proposito della scuola, gli anni Duemila si sono aperti con il motto berlusconiano delle “tre i” (internet, inglese, impresa) che avrebbero dovuto guidare la riforma Moratti. Nel 2010, la riforma Gelmini, definita “epocale” (ma anche lo sterminio degli Inca da parte di Pizarro fu “epocale”), ha ristrutturato i licei puntando al ridimensionamento dello studio del latino (e greco) e alla sua sostituzione con una lingua straniera (di fatto l’inglese) con il risultato che gli iscritti al classico, sino al 2009 in costante aumento, si sono improvvisamente dimezzati (nei primi 5 anni 180.000 studenti in meno, secondo i dati del ministero dell’Istruzione). Anche la riforma della “buona scuola”, cioè la legge 107 Renzi-Giannini, si inquadrava nel progetto di tagliare la cultura per favorire invece una scuola orientata alla formazione professionale, e l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro ha prodotto curiosi fenomeni come “fare formazione” da McDonald’s.
Questa idea di modernità della scuola ben si inserisce nel contesto politico (dal jobs act al navigator) e culturale che si basa sul rinnegare le nostre radici nella convinzione che essere moderni significhi parlare inglese, come se l’unica possibilità di essere internazionali coincidesse con la sottomissione al pensiero unico dei modelli linguistici e culturali statunitensi della globalizzazione.

Un tempo gli intellettuali e i dotti avevano un forte legame con il latino e con il greco: la nostra cultura, le nostre radici. Nel giro di un paio di generazioni tutto questo si è incrinato, per poi tramontare irrimediabilmente davanti all’invasione barbarica 2.0, culturale prima che linguistica. L’attuale classe dirigente, dai politici ai giornalisti, ignora il latino. Sembra ormai che gli intellettuali abbiano la testa solo negli Stati Uniti che si premurano di indicare con la pronuncia “iuesèi” per ostentare il nuovo blasone sociolinguistico che caratterizza l’aristocrazia culturale odierna. In questo uso della lingua appiattito alla pura funzione comunicativa, si disconosce completamente la sua funzione costruttiva e formativa che regola le nostre categorie del pensiero. Ragionare, ai tempi di Dante, era sinonimo di parlare = pensare = argomentare. Come aveva capito già Wilhelm von Humboldt, è proprio attraverso il linguaggio che impariamo a ragionare: la lingua è l’organo formativo del pensiero, è ciò che ci costruisce e che ci identifica. La diversità delle lingue corrisponde a una diversità di visioni del mondo che sono una ricchezza, come lo è la biodiversità. Aderire al mono-linguaggio e al mono-pensiero basato sull’inglese internazionale della globalizzazione significa favorire la strategia di distruzione delle culture locali, compresa la nostra, che sono un ostacolo per gli interessi del nuovo imperialismo culturale e linguistico funzionale agli interessi dei mercati che ci impongono la loro lingua attraverso i prodotti, le pubblicità e il linguaggio delle piattaforme digitali. Il multiculturalismo e il plurilinguismo sono accidenti da spazzar via nel processo della mcdonaldizzazione merceologica e della googlizzazione culturale da esportare e imporre in tutto il pianeta. In Italia diamo ormai per scontato che l’inglese sia la sola cultura possibile. Iscrivere i propri figli a una scuola inglese è diventato il tratto distintivo del nuovo fighettismo culturale che considera questo modello il solo auspicabile e possibile. Questa nuova aristocrazia intellettuale, che disprezza l’italiano e il latino alla base dell’Europa, confonde la cultura con la schiavitù nei confronti della visione del mondo dominante verso cui ha un enorme complesso di inferiorità. L’anglomania sta creando una frattura sempre più ampia nel nostro Paese, e nel mondo, e tende a estromettere chi non parla e ragiona secondo le categorie della lingua colonizzatrice vista come l’unica. Spazza via la nostra storia, la nostra identità e i nostri valori a partire dalla lingua. Ci stiamo snaturando e sottomettendo con gioia e fierezza al pensiero unico e al monolinguismo geneticamente modificato della globalizzazione in un suicidio culturale collettivo.
Ubi maior minor cessat. E rinnegare le nostre radici per farci soggiogare dalla lingua dei mercati è da minorati.

Bastardi con o senza gloria? Riflessioni sulla pronuncia degli anglicismi

Nei commenti dello scorso articolo Grammatica, dubbi ortografici e “lo weekend”, si è sviluppato uno scambio di opinioni e di esempi sulla pronuncia in italiano di anglicismi e forestierismi che voglio portare alla luce e sviluppare.

Quali sono le regole che governano la pronuncia in italiano delle parole straniere?

La risposta ingenua, spesso data per scontata come fosse la cosa più naturale, è che andrebbero pronunciate come nella lingua di origine. Non è però né necessariamente vero, né sempre possibile e, andando più a fondo, c’è da dire molto di più.

 

L’interferenza linguistica non è la colonizzazione linguistica

Negli anni Settanta, in uno dei primi importanti studi sull’influsso dell’inglese nell’italiano, Ivan Klajn osservava che per lo più non siamo in grado di distinguere bit da beat e thrill da trill, visto che nella nostra lingua materna non ci sono la i breve e il th anglosassoni (Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, 1972, p. 45). Sul sacro rispetto che sarebbe dovuto alla pronuncia dell’inglese esistono molti siparietti che scherniscono l’incapacità dell’italiano medio di distinguere bitch e beach, con il risultato di dir puttana invece di spiaggia. Eppure è perfettamente naturale e comprensibile articolare i fonemi stranieri per approssimazione ai suoni propri di ogni lingua. Fuori dalla satira, sarebbe idiota schernire un giornalista statunitense come Alan Friedman perché parla come Ollio, così come è idiota e anche razzista prendere in giro un cinese che ha problemi a pronunciare la nostra “r” o un arabo ha difficoltà a distinguere “b” e “p”.

Dunque in italiano, come in ogni altra lingua del mondo, bisogna fare i conti con un parziale e naturale processo di adattamento alle consuetudini fonologiche esistenti. Oltre alla pronuncia, questo fenomeno coinvolge anche la scrittura, nel caso delle parole traslitterate da altri alfabeti (sudoku, perestrojka e perestroika, kebab che circola anche come kebap) secondo regole spesso complicate (Čajkovskij, Tchaikovsky, Ciaikovski…).

Per questi motivi i dizionari digitali che permettono di ascoltare la pronuncia delle parole, come il Devoto Oli, nel caso dei forestierismi riportano una doppia dizione, all’italiana e nella lingua originale (più o meno). Per esempio, anche se l’inglese si mangia la “g” finale delle parole in –ing, nel loro riversarsi nella nostra lingua è perfettamente lecito farla sentire (per la cronaca: dalla A di advertising alla Z di zapping, le parole in -ing nel Devoto Oli sono circa 400, giusto per ricordare l’entità degli anglicismi).

Non tutti i forestierismi, però, presentano questi problemi che li rendono “corpi estranei” rispetto alle regole grafo-fonologiche, e quando sono compatibili con il sistema linguistico che li riceve non c’è da stupirsi che passino a volte inosservati e vengano pronunciati come fossero parole autoctone. Per esempio la voce finnica “sauna” in italiano o in spagnolo non “buca” l’identità linguistica, e infatti è stata assimilata senza problemi (al plurale da noi fa saune ed è a tutti gli effetti italianizzata) e si pronuncia casualmente quasi identica alla lingua di origine, mentre un francese dice “sonà”, secondo le proprie regole. Lo stesso è avvenuto per l’inglese “drone”, che diciamo con la “e”, decliniamo nel numero (i droni) e che i francesi pronunciano “dron” non per emulazione dell’inglese, ma secondo le loro usanze.

Ci sono poi forestierismi di lunga data che ci sono pervenuti per via scritta, e che abbiamo sempre detto, e diciamo anche oggi, all’italiana, per esempio tunnel e recital, in inglese più o meno “tànel” e “risàitl”. Credo che questi adattamenti siano “sani” e non li posso affatto considerare un “imbastardimento” che snatura i tratti identitari della lingua di origine. In passato si pronunciavano all’italiana anche altre parole che eravamo soliti leggere, invece che ascoltare, per esempio club, cult, puzzle, chewingum o jumbo. Gian Luigi Beccaria ha notato a questo proposito che quando era solo il nome di un grande elefante ottocentesco del circo Barnum, Jumbo si pronunciava con la “u” (come Dumbo, a proposito di elefanti), ma quando è arrivato l’aereo in epoca televisiva si è cominciato a pronunciare “giambo” (Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, 1988, p. 243). Se, nel 1933, Paolo Monelli etichettava puzzle un termine “di brutto suono così come è pronunciato generalmente da noi” (Barbaro dominio, Hoepli, 1933, p. 354), e se negli anni Settanta i bambini cantavano che il buco della gomma della macchina del capo si riparava con il “ceving gum”, oggi scandire queste parole all’italiana genera ilarità e scandalo, e si rischia di essere additati come ignoranti o bestemmiatori del dio linguistico oggetto del nostro culto. Avevo già parlato di questo fenomeno in un articolo dal tono molto ironico a proposito di un libro di Elio (delle Storie tese) e Franco Losi in cui molti anglicismi sono scritti così come si pronunciano (Uaired, La nave di Teseo, 2018), concludendo provocatoriamente che forse pronunciarli o scriverli secondo le nostre regole sarebbe una buona strategia di adattamento e di reazione alla colonizzazione lessicale che sta cambiando il volto dell’italiano. Naturalmente il tono era scherzoso, e mi ha colpito che questa mia trovata sia stata ripresa da Francesca Rosati in un articolo sulla Treccani intitolato: “Vogliamo davvero impoverire l’italiano (e imbastardire l’inglese)?”:

“Non sono d’accordo con chi, forse in maniera solo provocatoria, propone sia di scrivere gli anglicismi così come si leggono sia di pronunciarli all’italiana (Zoppetti, 2019), perché i tratti identitari di ognuna delle due lingue vanno salvaguardati così come va salvaguardato e distinto il loro ruolo all’interno della comunità.”

Nel tornare sull’argomento sarò più serio e più chiaro, questa volta: davanti allo “tsunami anglicus” che ci sta travolgendo (per dirla con Tullio De Mauro), non mi pare che il problema sia quello di preoccuparsi della “purezza” dell’inglese, sono molto più preoccupato dell’imbastardimento dell’italiano, e considero l’adattamento, insieme alla traduzione e alle neologie, l’unica via di sopravvivenza sana della nostra lingua. L’interferenza linguistica nasce dall’incontro tra due lingue e culture, e non è un processo unidirezionale: è evidente che la pressione esterna sia bilanciata da quella interna che produce equilibri e adattamenti che coinvolgono anche la pronuncia, oltre al significato, dei forestierismi. Se invece una lingua dominante si impone e schiaccia fino a soffocare la lingua più debole, più che di interferenza bisognerebbe parlare di colonialismo linguistico e di creolizzazione lessicale, un processo che va in un senso solo. Per questo trovo assurdo preoccuparsi di imbastardire la lingua che la globalizzazione e le multinazionali ci stanno imponendo e che noi adottiamo supinamente con orgoglio pensando di essere moderni e internazionali, invece che schiavi. Questa attenzione a non snaturare l’identità della lingua dominante che ci opprime, oltretutto, è un’anomalia tutta italiana, non si registra negli altri Paesi, né si può riscontrare in quelli anglofoni nel caso sempre più sporadico degli italianismi.

 

Siamo solo noi!

I nostri vicini, meno malati dell’albertosordità di un Americano a Roma che oggi affligge la nostra classe dirigente (dai giornalisti agli intellettuali), sono più attenti e consapevoli del rispetto del proprio patrimonio linguistico, e l’imbastardimento dell’inglese globale non rientra certo tra le loro preoccupazioni. I francesi non si vergognano di pronunciare secondo la propria indole linguistica “futbòl”, “campìng” e “uifì” al posto del wi-fi che diciamo noi. Come mi ha fatto notare il musicologo Claudio Capriolo, chiamano il Faust “il Foss”, che non interpreto come un imbastardimento della lingua tedesca, e ricordo che un tempo circolavano italianizzazioni come Fausto, e che tra le variazioni sul tema si può citare l’opera di Marlowe The Tragical History of Doctor Faustus. Ma tornando alle pronunce autoctone degli anglicismi, gli spagnoli non sono da meno, e anche loro dicono “futbòl” e “uìfì”, con la differenza che questi termini sono usati molto raramente perché, come in Francia, si usa la propria lingua per la maggior parte delle parole che da noi sono spacciate come “prestiti di necessità”, termini “insostituibili” o “internazionali” (vedi anche → Italiano, francese e spagnolo di fronte agli anglicismi).

Vale la pena di rimarcare, inoltre, che mentre da noi sempre più spesso si sente dire con ostentazione “USA” all’americana, chi parla in inglese se ne fotte di imbastardire l’italiano e lo pronuncia a modo suo. Recentemente è emerso in modo chiaro, dopo un cinguettio di Trump, che il nome del nostro presidente del Consiglio Conte è pronunciato normalmente “Giuseppi”. E non c’è da stupirsi. Lo scrittore Stefano Jossa, che insegna a Londra, mi ha spiegato che viene chiamato in modo naturale “Giossa” dai suoi studenti, che non si preoccupano certo di usare la “i lunga”. E forse, chissà, così lo ricorderanno anche i nostri posteri, perché pare che ormai nelle scuole elementari italiane la “J” sia chiamata “jay”, come se la pronuncia inglese fosse la sola possibile, con un calcio a secoli della nostra storia, e all’uso come vocale che per ora continua in italiano (Jacopo) e nelle altre lingue dove si pronuncia “i” (Jung, Jugoslavija, trojka…).

Dovremmo maggiormente riflettere sulla nostra idiozia, invece di fare gli “anglopuristi”. Se un tempo era normale adattare anche i nomi propri (Londra e Tamigi, Parigi e Senna, Francesco Bacone e Tommaso Moro), oggi non lo si fa più nemmeno per l’Uomo ragno, che come è noto hanno ucciso, ma si sa benissimo chi è stato, visto che è rimasto solo Spiderman. Davanti a queste mie provocatorie considerazioni sul reato di italianizzare i nomi inglesi, di sicuro c’è chi è pronto a gridare all’oscurantismo e al fascismo, ma al contrario è solo un appello alla Resistenza davanti alla dittatura dell’inglese. Curiosamente, gli anglomani collaborazionisti del regime della lingua della globalizzazione, che opprime e soffoca le minoranze linguistiche di mezzo mondo, sono pronti a difendere la “necessità” di una terminologia angloamericana soprattutto nei settori in cui si è affermata come vincente, per esempio l’informatica, il marketing, il lavoro, l’economia, la scienza… però non hanno nulla da eccepire quando utilizziamo le espressioni inglesi anche per esprimere le nostre eccellenze: dall’italian design al made in Italy. Comunque vada si deve sempre usare l’inglese, a quanto pare. E infatti, chi è pronto a tuonare contro l’italianizzazione dei nomi propri, per esempio Nuova York invece di New York, non ha niente da dire sul fatto che nelle mappe geografiche americane si legga Italy, Milan, Florence o Rome. Anzi, sono forse gli stessi che preferiscono usare la toponomastica inglese anche sul fronte interno, per essere internazionali, come i geni che hanno tentato, fallendo miseramente, di sostituire il motto SPQR del comune di Roma con Rome and you, o quelli che hanno invitato il presidente della Crusca Claudio Marazzini al Tuscany Award presso l’hotel Four Seasons di Firenze.

Questa nuova idea di pronunciare in inglese i nomi italiani, propri o comuni, la dice lunga. Gabriele Valle citava con un certo stupore il caso di mascara:

“Un sostantivo italiano mutuato dall’Inghilterra e poi tornato in Italia: màscara, variante di màschera. Pronunciamo all’inglese un nome italiano!

Per toglierci dall’imbarazzo forse basta dire “rimmel”, perlomeno è un marchio registrato nel Regno Unito; ma gli esempi di parole italiane che sono diventate inglesi e che così pronunciamo sono tante, a cominciare da “design” che deriva da disegno, passando per “sketch” che è l’adattamento di schizzo, per finire con le “comedy” e “situation comedy” dei palinsesti televisivi, uno sfegio alla “Comedia” di Dante, o con le “graphic novel”, composte da “novel” che entra in inglese dalle novelle di Bocaccio, un genere che in francese si chiama roman graphique e in spagnolo novela gráfica. Ma noi preferiamo imbastardire l’italiano pur di mantenere la “purezza” dell’inglese. Anzi, conviene essere precisi: il dio intoccabile non è l’inglese, ma l’angloamericano. È infatti la lingua dei mercati, che avrebbe inorridito Shakespeare, a dettar legge e a essere idolatrata. Mentre si sente sempre più spesso dire “fen” all’americana, invece di “fan”, ripetiamo “privacy” come negli Stati uniti, e non certo “prìvasi” come a Londra. Se qualcuno si domandasse se francesi e spagnoli la pronuncino all’inglese o all’americana, la risposta è che molto semplicemente non usano questa parola, in Francia c’è la loi sur la vie privée, e in Spagna si parla di privacidad. Gli altri  mica son deficienti (da deficere), e in teoria non lo saremmo neanche noi: non ci manca la parola “privatezza”, solo che non la usiamo (come notava Umberto Eco).

La Waterloo linguistica e l’anglicizzazione dei forestierismi

Bisogna dire la verità. Molti sacerdoti dell’anglopurismo che sono pronti a scagliarsi con la stessa veemenza con cui si condannano i congiuntivi sbagliati anche con chi altera, adatta o traduce l’inglese, spesso se ne fregano dell’imbastardimento dell’italiano, ma anche delle altre lingue. Sempre Gabriele Valle (all’anagrafe Gabriel, a proposito di orgogliose italianizzazioni dei nomi propri) osserva che chi deve pronunciare nomi spagnoli come:

“Daniel, Manuel, Gabriel, Rafael, molto sovente ne ritrae l’accento e pronuncia, sul modello dell’inglese, Dàniel, e così via. Si ignora che, in area latina, quei nomi ebraici sono tutti tronchi, portano cioè l’accento sull’ultima sillaba.” E che dire dei toponimi che nella loro lingua “hanno l’accento sull’ultima sillaba: Iran, Iraq, Beirut, Afganistan, Pakistan, Ecuador, El Salvador” di cui in televisione molto spesso si travisa la pronuncia nell’indifferenza generale?

E l’accento di “Istambul” che dovrebbe essere Istànbul? Perché parliamo di premio “Nòbel” invece di Nobèl come si dovrebbe dire in svedese? E “sòviet” invece del più corretto sovièt?

È evidente che si usano due pesi e due misure: la fanatica inviolabilità dell’inglese non corrisponde a un’analoga attenzione per le altre lingue dei popoli inferiori. Ma c’è ancora di peggio. Stiamo assistendo all’americanizzazione persino della dizione delle parole straniere che non si pronunciano né all’italiana né nella lingua di origine! È sempre più diffusa “l’assurdità (…) di un italiano che non conoscendo l’origine di una parola la pronuncia all’inglese”, nota Claudio Capriolo. E la commentatrice Gretel, esperta di lingua tedesca che viene comunemente redarguita come se sbagliasse quando pronuncia “Porsche” con la “e” finale, aggiunge: riprodurre i forestierismi “nella propria parlata non lo trovo assurdo, anche se non corretto, storpiarli in un’altra parlata è perverso. (…) Quando in televisione sento ‘Baddenbruk’ per i Buddenbrook di Thomas Mann rischio un ictus!”

La pronuncia di Waterloo che si sente molte volte in Italia è “uòterlo”, e mi pare l’emblema della nostra confusione mentale e del nostro sbando linguistico e culturale. Il suo significato per antonomasia è legato alla sconfitta di Napoleone, siamo dunque filonapoleonici nel considerarla una “disfatta” e non una vittoria di britannici, olandesi, tedeschi e belgi, ma solo nel significato, non certo da un punto di vista linguistico, altrimenti la diremmo alla francese. L’origine del nome è però neerlandese, e se qualcuno lo avesse letto “nirlandese” è malato di anglomania: è italiano e si pronuncia con la doppia “e” come è scritto, significa olandese. In questa lingua parlata anche nel nord del Belgio si pronuncia “vàaterloo”, ma poiché la località è poco a sud di Bruxelles esiste anche la pronuncia francese di “vaterlò” (con la “e” aperta), mentre gli inglesi la dicono secondo le proprie regole “uaterlù”. In sintesi: nessuno si pone il problema di “imbarbarirne” l’origine,  ogni popolazione la pronuncia secondo il proprio costume in modo naturale , tranne noi, che dovremmo dire “vàterlo” adeguando il suono alla nostra fonologia, ma il Devoto Oli riporta anche “uàterlo”, visto che ormai la lettera “w” non è più detta “v” come in walzer, Wagner e Walter… c’è solo l’inglese, nella nostra testa di colonizzati. E così una parola francese come stage diventa sempre più spesso “stèig” che in inglese è il palcoscenico, come il refrain diventa “rifrèin” invece di “refrèn”, e “wagon restaurant”, sempre francese, capita di sentirlo all’inglese sul modello di “home restaurant”, che fa “pendant” con “station wagon” in un mischione dove tutte le lingue si fondono con l’itanglese. Un colore come il blu, importato e adattato dal francese bleu, e pronunciato alla francese ancora agli inizi del Novecento, ritorna dall’inglese attraverso espressioni come “blue economy”o “blue chips” dove importiamo la grafia con la “e”, anche se la dizione è come in italiano, sul modello di “bluejeans” (jeans deriva da Genova, attraverso la pronuncia Gênes francese, e nella Wikipedia inglese è annoverato tra gli italianismi, che però loro adattano, anzi “imbastardiscono”, senza farsi problemi). Anche alcune parole latine che ci arrivano d’oltreoceano si dicono all’americana, per non imbastardire la lingua da cui ci piace essere dominati: i media diventano “midia”, e si sente sempre più spesso plus come “plas” e persino junior come “giunior”.

L’adattare tutto ciò che è straniero nella lingua dominante attraverso fenomeni di emulazione ridicoli era già accaduto quando era il francese a rappresentare il nostro modello di riferimento. Ma ci sono enormi differenze rispetto a quanto sta avvenendo oggi, e i due fenomeni non sono paragonabili per dimensioni, rapidità, modalità e penetrazione (vedi → Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese). Comunque, se un tempo si cantava la “casetta in Canadà” oggi c’è solo il Canada, il “festivàl” è diventato “fèstival”, il “cognàc” (dall’omonima cittadina francese) è affiancato da cògnac, e una parola ceca come “robòt”, un tempo francesizzata in modo assurdo in “robò” è oggi sempre più spesso inglesizzata in modo altrettanto improprio come “ròbot” (in altri termini si passa dal ceco alla cecità linguistica).

In questo processo, come notava Migliorini, di sicuro: “V’è stata una reazione al ritmo francese, che prima era preferito come quello della lingua forestiera più nota in Italia.” E così abbiamo cominciato a ritrarre gli accenti e a modellarci sull’inglese. Mi chiedo se ci sarà una reazione anche all’attuale anglomania, prima o poi, o se questa emulazione insensata, culturale prima che linguistica, non ci porterà a essere assimilati dalla cultura dominante come gli Etruschi davanti alla romanità. Comunque vada, voglio morire da partigiano e con le armi in pugno.

Grammatica, dubbi ortografici e “LO weekend”

“Diciamolo in italiano” non è solo un luogo di riflessione sull’anglicizzazione della nostra lingua e un’agguerrita lotta contro l’abuso dell’inglese. L’altra faccia della medaglia riguarda il come usare l’italiano. Per questo, un anno fa, queso sito è stato affiancato dal Dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi.

titolo per menu con graffetteNell’entrare nel terzo anno di vita ho aggiunto un altro pezzo al mio progetto per la promozione della nostra lingua. Si chiama “L’italiano corretto” e non è solo una grammatica tradizionale (con un indice analitico di oltre 400 voci). Raccoglie molti dubbi sull’italiano scritto (“gli” può essere utilizzato anche per il plurale al posto di “loro?”, perché si dice “sopra di noi”, ma “sopra il tavolo”?) e parlato (i dubbi di pronuncia e gli elementi base della dizione), sfata alcune leggende grammaticali (come quelle per cui non sarebbe possibile iniziare un frase con “che” o con “ma”), si sofferma su alcune delle questioni più aperte della lingua del nuovo Millennio (la diatriba su “se stesso” o “sé stesso”, la femminilizzazione delle cariche e il sessismo della lingua), e va oltre la grammatica raccogliendo le principali norme editoriali che riguardano la scrittura professionale (l’uso corretto delle d eufoniche, qual è il modo più corretto di scrivere le sigle tra maiuscole e puntini? Quando si usa il corsivo?).

italiano corretto 200
Ringrazio anticipatamente tutti coloro che ne diffonderanno l’esistenza e ne aiuteranno la circolazione.
La speranza è che, come gli altri siti del circuito, questo lavoro possa essere un sostegno concreto e gratuito per tanti.

 

Inevitabilmente, alcune questioni della grammatica si intrecciano anche con il tema degli anglicismi. Per esempio l’uso dell’articolo il davanti alle parole inglesi che cominciano con “w”, uno strano fenomeno che rappresenta una violazione delle regole dell’italiano.

 

Perché diciamo “LO uomo” ma IL “work in progress”?

Le regole che normano l’uso degli articoli riguardano la pronuncia delle parole, più che la loro grafia. E infatti l’uso dell’apostrofo è consentito davanti alla lettera “h”, che è muta (l’hangar e l’html), o davanti a espressioni come l’8 marzo (come se iniziasse per “o”) o l’Fbi (la pronuncia attuale è “effebiài”, anche se nei vecchi film si pronunciava all’italiana: ”effebi-ì”).
Nelle grammatiche storiche e moderne, davanti a vocale è prescritto l’uso dell’articolo “lo”, e non certo “il”, ma anche se i libri di testo scolastici perlopiù tacciono sulla questione, questa regola va invece riscritta prendendo nota di un’eccezione: davanti alle parole inglesi che cominciano per “w” si usa ormai l’articolo il. Al posto del più corretto “l’whisky” e “gli whisky”, diciamo il e i whisky. Questo affermarsi di un uso grammaticalmente scorretto è diventato la norma, con il curioso risultato che diciamo l’uovo e gli uomini, ma il work in progress o i walkie-talkie, anche se hanno lo stesso suono.

Ho provato a interrogarmi sul perché di questa stranezza e di questa violazione delle norme storiche, e la premessa è che nella nostra lingua i suoni in “u” seguiti da vocale a inizio parola sono davvero esigui. Tra le poche voci registrate dai dizionari c’è “uigùro” =  “relativo o appartenente alla popolazione degli Uiguri” (Devoto Oli) che come da vocabolario richiede l’articolo “gli”, al contrario dei weekend. Oppure c’è “ué”, un’interiezione che se dovessimo articolare prevedrebbe lo e non certo “il ué”.

A dire il vero anche le parole maschili che iniziano con doppia vocale sono molto rare, ma negli altri casi non si registrano violazioni: a parte la questione dell’apostrofo, diciamo lo aiutante esattamente come lo aikido, oppure lo oitanico (relativo alla lingua d’oil) come lo oui francese, lo iettatore e gli uadi (le formazioni geologiche a reticolo caratteristiche di alcuni deserti che sono le tracce dei letti di antichi fiumi).

La stessa anomalia fonetica si ritrova nelle parole che cominciano con “sw“, dove la “w” è percepita come consonante e non come vocale, dunque si dice lo swing ma il suino, lo swap ma il suocero, anche se il fonema è lo stesso (le regole prevedono lo davanti a s impura, cioè seguita consonante: lo specchio).

Mi pare che la ragione dell’anomalia dell’articolazione della ”w” inglese parta dalla bassissima frequenza di questi suoni,  ma vada ricercata nella curiosa storia della “w”, l’unica delle cosiddette lettere straniere a essere veramente tale, visto che le altre erano presenti nell’italiano storico, o nel greco e nel latino, e che la “j” (stupidamente chiamata “jay” persino nelle lezioni dei maestri delle elementari) era utilizzata normalmente ancora nell’Ottocento (majale, principj, personaggj, jella) per indicare appunto la “i lunga”, come si chiama e si pronuncia in italiano (Jacopo, Jolanda, junior, ex Jugoslavia).


La storia della lettera “w”

WLa “W”, come abbreviazione con il significato di viva, risale almeno all’Ottocento; apparve nel Risorgimento sui muri di varie città del nord, per esempio nelle scritte “W Pio IX” o “W Verdi”, e dietro l’omaggio al celebre compositore si dice celasse l’acronimo patriottico anti-austriaco di viva Vittorio Emanuele Re D’Italia. Ma a parte questo uso, le parole con la “w” ci arrivavano non dall’inglese, ma dal tedesco (nei Promessi sposi la “w” ricorre solo nel nome del tedesco Wallenstein) e le abbiamo per questo sempre pronunciate “v”: wagneriano, walzer, il giovane Werther
Bisogna anche tenere presente che fino all’Ottocento l’inglese è rimasto una lingua a noi completamente estranea e sconosciuta, tanto che persino le traduzioni dei romanzi venivano fatte non in modo diretto, ma di seconda mano dalle traduzioni francesi, e una città come New York, in passato, in italiano era più semplicemente Nuova York.

Le prime parole inglesi con questa lettera ci sono arrivate soprattutto per via scritta, e le abbiano dunque sempre pronunciate “v”, come eravamo soliti fare e come ancora facciamo per esempio nel caso dei nomi Walter e Wanda, oppure di watt (1895), wafer (1905) e water (closet), tutt’ora pronunciati all’italiana, con la “v”, come del resto i derivati wattometro e wattora che perciò richiedono giustamente l’articolo “il”.
Anche whisky (1829) o Waterloo in passato si pronunciavano con la “v” (il Devoto Oli riporta ancora oggi la pronuncia all’italiana di “vaterlo”), ma quando le stesse parole hanno cominciato a essere dette all’inglese soprattutto per l’influsso del cinematografo (per via orale), si erano già affermate nell’uso scritto con l’articolazione basata sulla vecchia pronuncia.

La prova di questo assestamento si può rintracciare nel fatto che quando è emerso il problema si sono registrate delle oscillazioni per esempio tra l’whisky e il whisky, e negli anni Sessanta alcuni linguisti come Tagliavini consigliavano la prima forma. Ancora oggi si ritrovano tracce di espressioni come “gli western” che cercando su Google libri sono molto diffuse anche nei libri odierni (negli western, degli western…), accanto a i western. Ma ormai questi tentativi di conservare le nostre regole sono sempre più rari e l’eccezione è entrata nell’uso.

Si può allora ipotizzare che la causa della violazione delle nostre norme sull’articolo (agevolata dalla bassa frequenza delle analoghe parole italiane) sia da rintracciare in questo passaggio per istintiva coerenza con ciò che si era già stabilizzato e per successiva imitazione. La “w” è rimasta percepita come consonante anche quando ha finito per essere pronunciata come vocale, e così, mentre continuiamo a dire il “water” alla vecchia maniera, una forma storica che rimane anche in WC (ma che è saltata nel caso di waterpolo), tutte le nuove parole importate dall’inglese sono invece entrate con la pronuncia “u”, ma mantenendo la vecchia articolazione: il welfare, il windsurf, il web, il wi-fi, il wireless e così via per tutte le altre parole inglesi.


NB
: Wikipedia, però, deriva da una radice hawaiana (“wiki” = veloce) dove la lettera “w” si legge “v”, dunque la pronuncia rispettosa dell’etimo dovrebbe essere “vichipedìa” e non all’inglese “uikipìdia”.

Le parole straniere nell’italiano

Le lingue vive evolvono, ed è un bene che lo facciano perché devono riuscire a esprimere i cambiamenti del mondo. Naturalmente si arricchiscono non soltanto creando propri neologismi (via endogena), ma anche per via esogena, cioè attingendo dalle lingue straniere. Il fenomeno dell’interferenza linguistica è assolutamente normale e anche la lingua di Dante era ricca di voci di derivazione provenzale, ebraica, araba e di altre provenienze ancora. Queste parole, tuttavia, non erano crude, ma adattate ai nostri suoni: italianizzate.

In passato, tutti i più aperti e convinti sostenitori dell’importanza di attingere parole straniere – che si scagliarono contro il purismo ostile ai “barbarismi” e ai neologismi – vedevano proprio nell’adattamento e nell’italianizzazione un arricchimento (da Machiavelli sino a Leopardi). Senza questo processo la nostra lingua si sarebbe inevitabilmente “imbarbarita”, “intorbidita”, “imbastardita”.

L’italiano di oggi è sempre più policentrico e globale, e include anche molte parole non italianizzate di cui nessuno si scandalizza più.

Ma quante sono le parole straniere? E di che tipo? Da quali lingue provengono maggiormente? Qual è, complessivamente, il peso dell’interferenza delle altre lingue sulla nostra?

la torre di babele edoardo bennato

Lo studio dei dizionari mostra che le parole non adattate che abbiamo accolto sono tante, ma per ogni lingua ce ne sono poche manciate, come nel caso di quelle russe (per esempio glasnost, perestrojka, soviet, sputnik, tovarisc, troika, vodka, zar) o cinesi (ginseng, kung fu, tao, wok, wonton, yin e yang). Negli ultimi anni sono aumentate in modo significativo le parole giapponesi, che vengono adattate solo di rado (emoji, hentai, hikikomori, karaoke, manga, sakè, sashimi, sushi), ma se le contiamo non arrivano a cento, e le possiamo tranquillamente “ammortizzare” senza snaturare per questo il nostro idioma.

Voci antiche e assimilate come archibugio o birra, invece, sono di derivazione germanica, ma la loro provenienza esogena è invisibile e nascosta nella loro storia etimologica. A queste se ne aggiungono altre più moderne e non adattate come bunker, speck o dobermann, ma ancora una volta sono un centinaio e non rappresentano certo un problema per l’integrità della nostra lingua.

Anche l’interferenza delle lingue che ci hanno plasmati dai tempi più remoti, come l’arabo o lo spagnolo, ci ha lasciato tantissime parole assimilate, e quelle crude non sono numericamente rilevanti. Persino il francese, che ci ha influenzati per secoli, ci ha lasciato migliaia di gallicismi perfettamente italiani (come rivoluzione, ghigliottina, blu o marrone), ma soltanto meno di 1.000 parole non adattate. Fino agli anni Settanta del secolo scorso era questa la lingua che ci aveva maggiormente influenzati. Ma oggi non è più così.

Nel giro di pochi decenni l’inglese è diventata la lingua dalla maggiore interferenza, con una rapidità e delle modalità che non hanno precedenti storici. Gli anglicismi non si adattano, e penetrano crudi in oltre il 70% dei casi, violando quasi sempre le nostre regole di pronuncia e di ortografia. Costituiscono ormai la metà dei neologismi del nuovo Millennio, dunque la nostra capacità di coniare parole nuove (l’evoluzione per via endogena) sembra venire meno, visto che si tende a utilizzare l’inglese.

E allora le lingue vive evolvono, certo, ma come sta evolvendo l’italiano?

Facendo un confronto tra le parole straniere presenti nei dizionari la sproporzione è evidente: tutte le lingue messe assieme, sommate, non raggiungono il numero degli anglicismi che abbiamo importato nell’ultimo mezzo secolo e che utilizziamo sempre più frequentemente.

In un articolo sul portale Treccani ho provato a ricostruire il numero delle parole che provengono dalle altre lingue, a distinguere quelle adattate da quelle crude, e a ragionare sulla sproporzione dell’inglese che con la sua invadenza e frequenza sta cambiando il volto del nostro lessico.

Per leggerlo: “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”.

i forestierismi nei dizionari quanti sono e di che tipo (di antonio zoppetti)

La prolificità degli anglicismi nel lessico italiano

Nella sua evoluzione storica, l’italiano ha da sempre assorbito un gran numero di parole straniere, anche se nella maggior parte dei casi le ha completamente assimilate e italianizzate. Nei dizionari monovolume si trovano un centinaio di ispanismi, un centinaio di germanismi e un migliaio di francesismi, penetrati attraverso substrati plurisecolari. Le parole che arrivano da altre lingue sono invece di un ordine di grandezza inferiore, quantificabile nelle decine. Ma negli ultimi 70 anni il numero degli anglicismi crudi che abbiamo importato è diventato almeno il triplo di quello dei gallicismi, e questa lievitazione non è normale né sana, si tratta di un fenomeno molto preoccupante.

forestierismi adattati e non nel GRADIT
Le parole straniere adattate e non adattate nel Grande dizionario dell’italiano di Tullio De Mauro (Gradit 1999, fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 87).

Non è possibile sostenere che ciò che accade oggi con l’inglese sia già successo ai tempi in cui era il francese ad influenzarci (cfr. “Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese”), sta accadendo qualcosa di più profondo e di inedito sulle cui conseguenze dovremmo cominciare a riflettere con nuove prospettive.

Bastardi senza gloria: le parole ibride e l’effetto domino dell’inglese

Una caratteristica molto allarmante dell’interferenza dell’inglese nel nostro lessico è che gli anglicismi che continuano ad accumularsi sono così tanti che da “prestiti” isolati si sono trasformati in una rete di voci e radici tra loro interconesse che si espandono nel nostro lessico e si strutturano in famiglie di anno in anno più numerose. Questa moltiplicazione fa regredire le parole italiane, e ostacola la traduzione e l’evoluzione della nostra lingua. Ho già accennato a questo tema in più di un’occasione (cfr. “Anglicismi: dai singoli ‘prestiti’ a una rete di parole interconnesse che colonizza interi settori”), ma voglio concentrarmi su un “effetto collaterale” di questo fenomeno che sino a oggi è stato molto trascurato dagli studiosi.

I derivati ibridi che nascono dalle radici inglesi, cioè i semidattamenti come backuppare, bypassare, googlare, fashonista, hackeraggio, leaderistico, linkabile, shampista, targetizzazione, toasteria… sono in grande aumento, e benché il loro numero sia ancora contenuto, questo fenomeno non ha precedenti nell’interferenza del francese.

A questa moltiplicazione di voci che violano le nostre regole di grafia e di pronuncia, vanno poi aggiunti i composti ibridi (come clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…) che sono molti di più.

E a questi bisogna aggiungere anche un numero ancora più ampio di ricombinazioni soltanto delle radici inglesi (baby sitterpet sitter, dog sitter, cat sitter; babybaby gang, baby killer, baby boss…).

L’effetto domino di tutti questi riaccostamenti è numericamente impressionante, e non si riscontra nell’interferenza delle altre lingue.

Poiché non ci sono molti studi in proposito, ho provato a svelare il meccanismo della prolificità degli anglicismi e a quantificare questi “bastardi senza gloria” in un articolo pubblicato sul sito dell’Enciclopedia Italiana Treccani di cui riporto l’incipit.

L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione

– Attento al camperone, doggialo!
– Droppagli gli shieldini!

da camper a camperone

Questo gergo adolescenziale è molto diffuso tra i giocatori di videogiochi in Rete, soprattutto nell’ambiente dello “sparatutto” attualmente più in voga, Fortnite. “Camperone” è un cecchino, nel gioco indicato con camper, a cui si applica istintivamente la regola dell’accrescitivo e si deriva anche “camperare”, cioè “campeggiare”, appostarsi in un luogo sicuro per sparare a chiunque passi davanti. “Doggiare” (o dodgiare) significa schivare (da to dodge), “droppagli” è un invito a impossessarsi di ciò che il nemico ha lasciato cadere (da to drop) e gli “shieldini” (da shield), detti anche “scudini”, sono pozioni che permettono di guarire dalle ferite e recuperare punti.
L’emergere di termini come questi travalica la categoria del “prestito linguistico”, nasce dalle declinazioni all’italiana (adattamenti morfologici) di radici inglesi che circolano nelle interfacce dei programmi. Dilagano anche “killare” (da to kill) e “le kill” (le uccisioni) che non si possono bollare semplicisticamente come “orribili favelle” gergali giovanili destinate a svanire, sono lo specchio di quello che accade in ogni livello della nostra lingua, da cui scaturiscono anche parole che si stabilizzano.

Il neologismo skippare nasce dal bottone su molti video in Rete (skip) per saltare una pubblicità, oggi sempre più tradotto, ma un tempo prevalentemente in inglese. Lo stesso percorso che ha generato downloadare (trasferire o scaricare), ormai registrato dai dizionari. Questi ibridismi, o “semiadattamenti”, non compaiono solo nell’informatica, si ritrovano nel lavoro (dai gergali skillato o brieffare ai più stabili customizzare o brandizzare), nello sport (dagli incipienti “baskettista” o “cornerista” ai datati waterpolista o dribblare), nella musica (jazzista, rockettaro) per poi finire nel linguaggio comune (shockare, zoomare). Sono parole che di solito non vengono conteggiate nelle statistiche sugli anglicismi e sfuggono alle estrazioni automatiche dei dizionari digitali…

Continua: leggi tutto l’articolo sul portale della Enciclopedia Treccani.

Buone notizie e qualche argine all’itanglese

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico: il recuperare le parole storiche della nostra lingua – attingendo, perché no?, anche dal patrimonio dialettale – per donare loro nuovi significati moderni e attuali. Lo si può fare attraverso la ricombinazione inedita di radici italiane, invece che importare dall’inglese come unica strategia per descrivere le novità del contemporaneo.

Questo è uno dei temi su cui traduttori, linguisti, autori e intellettuali si sono confrontati nei giorni scorsi al Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia di Siena, all’interno della manifestazione “Parole in cammino”. Ma il tema delle alternative e delle traduzioni italiane davanti all’inglese, nell’ultima settimana, è rimbalzato anche sulle pagine di tutti i giornali per esempio a proposito della sostituzione di doggy bag con rimpiattino, o di revenge porn con pornovendetta avvalorato dal Gruppo incipit dell’Accademia della Crusca.


Rimpiattino, il doggy bag italiano

La notizia della creazione del neologismo è dell’anno scorso, a dire il vero, ma è rimbalzata sul Corriere di qualche giorno fa perché nella capitale il rimpiattino è diventato un fatto.

Tutto è nato da un concorso della Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) che insieme a Comieco aveva lanciato un’iniziativa contro lo spreco alimentare nei bar e ristoranti. Davanti a una parola mancante, in italiano, per designare il doggy bag, le associazioni hanno indetto una gara tra i ristoratori per trovare una soluzione creativa. L’alternativa vincente è stata quella del Duke’s Bar&Restaurant di Lorenzo Farina di Roma che (nonostante il nome anglicizzatissimo) ha proposto un meraviglioso “rimpiattino” che si appoggia a piatto e ammicca al neologismo impiattare, ormai in voga, in uso e accettabile anche secondo la Crusca: “Si tratta di una formazione corretta e analoga, come abbiamo detto, a molte altre dell’italiano; la diffusione piuttosto ampia e l’accoglimento nei dizionari più recenti confermano inoltre la sua crescente vitalità”.

rimpiattino

Ma poiché il problema non è quello di inventare una parola, bensì di riuscire a diffonderla, la novità è che il rimpiattino non è più solo un nome: è una realtà, un oggetto concreto (e molto bello) che è stato messo in produzione, è disponibile nei locali, e si chiama così, come scritto chiaramente sulla confezione. Un cliente può quindi domandare un rimpiattino, per portarsi via ciò che non ha consumato, senza ricorrere all’inglese doggy bag, senza usare parole più ampie (iperonimi) come busta, confezione o sacchetto e senza ricorrere a perifrasi e giri di parole.

E questa è la prima buona nuova.

 


Traduzioni creative. Fra lingua e dialetto

Al convegno “Traduzione creative. Tra lingua e dialetto” che si è tenuto nella cornice mozzafiato della Biblioteca degli Intronati di Siena (7 aprile 2019) si è discusso anche di un altro concorso: “Parole in cammino”, ideato da Massimo Arcangeli, che invita tutti a proporre nuove traduzioni “creative”, invece che “funzionali”, per le “parole mancanti” (come le chiama la traduttrice Simona Mambrini), attingendo anche dal patrimonio dei nostri dialetti.

siena 7 aprile 2019 parole in cammino
Un’immagine dalla Biblioteca degli Intronati, durante l’intervento che ho fatto insieme a Fabio Pedone e Simona Mambrini.

A proposito degli “intraducibili”, la traduttrice Ilide Carmignani ha distinto acutamente le parole che non si riescono a fare corrispondere perché sottintendono “universi concettuali” differenti tra due lingue, da quelle che non hanno corrispondenti, e Simona Mambrini ha ricordato che di fatto tutto è traducibile, il punto sta semmai nel farlo con una parola sola, ma quando non si riesce si può sempre ricorrere a spiegazioni e perifrasi. La traduzione è perciò anche l’arte di riuscire a creare neologismi, coniazioni e riconiazioni efficaci e, per dirla con Fabio Pedone, valentissimo traduttore di Joyce, il processo di “invenzione” dei neologismi non solo si appoggia al patrimonio linguistico storico, ma spesso è una “reinvenzione” delle parole che allarga i significati precedenti. Quando D’Annnunzio ha utilizzato “velivolo” per indicare l’aeroplano ha operato un’invenzione e allo stesso tempo una reinvenzione: precedentemente la parola indicava le navi leggere che si muovevano con le vele (su i legni velivoli le molte robe imponemmo, Pindemonte), ma dopo la nascita dell’aeroplano è diventata una “macchina volante”. Il gioco del tradurre è molto affine a questo reinventare, secondo Pedone: i traducenti creativi partono spesso da radici e concetti preesistenti, e il bello è che producono risultati imprevisti e imprevedibili, in un gioco di rimbalzi per cui i traducenti proposti con certi significati vanno oltre gli intenti di chi li ha pensati, e producono risemantizzazioni inaspettate che a loro volta possono portare a ulteriori neoconiazioni.

Nel concorso “Parole in cammino”  sono proposte due tipologie di parole straniere da tradurre:
♦ quelle che coinvolgono per esempio la traduzione di testi letterari, che riguardano tutte le lingue e si scontrano con il problema delle “parole mancanti” e dei differenti “universi concettuali”;
♦ e poi gli anglicismi che circolano senza alternative nella lingua italiana, oppure di cui esisterebbero i traducenti, anche se non sono in uso o suonano meno evocativi.

Nel primo elenco c’è per esempio lo spagnolo ensimismarse. Come si potrebbe rendere in italiano? Deriva da “en sí mismo” cioè “in sé stesso” e vuol dire astrarsi, immergersi nei propri pensieri, e in certi contesti, mi aveva suggerito Gabriele Valle, è possibile renderlo con l’italiano raccogliersi.
In altri contesti letterari non è invece così semplice rendere la valenza spagnola di “estoy ensimismado”, e Simona Mambrini ha ricordato che esiste una coniazione di Dante che è molto efficace e che si potrebbe forse recuperare e riproporre: il verbo immiarsi (o inmiarsi) che deriva da mio/me, col prefisso in (Già non attendere’ io tua dimanda, / s’io m’intuassi, come tu t’inmii, Par. IX, 80-81).

Questi tentativi di trovare parole italiane in uso (dialetti compresi), o di recuperare parole del passato con nuove valenze e allargamento di significato, sono molto utili anche per il secondo elenco in concorso, gli anglicismi. Purtroppo, sempre più spesso i neologismi della nostra lingua tendono a coincidere con parole inglesi non adattate, e per vari motivi l’italiano fatica a creare parole nuove autoctone per esprimere la modernità. Naturalmente non c’è nulla di sbagliato o di pericoloso nell’importare le parole straniere; per citare le parole di Antonella Cavallo, i forestierismi possono essere una ricchezza, ma non bisogna dimenticare che possono anche rappresentare un impoverimento, dipende dai casi, dai contesti e, mi permetto di aggiungere, dal ricorso all’inglese in modo eccessivo o esclusivo.

E allora, tornando al concorso, come tradurre per esempio una parola come doodle?
Dire che è un prestito di necessità è troppo facile, dire che è intraducibile è sciocco, sarebbe più corretto ammettere “l’impotenza del traduttore” o la “pigrizia” che è alla base del successo degli anglicismi, come ha ricordato Leonardo Luccone in un intervento al Festival.
Doodle letteralmente è uno scarabocchio, ma attraverso Google è divenuto il sinonimo della variazione del logotipo quasi in un esercizio di stile grafico. Davanti a questo apparente “intraducibile”, la soluzione più bella è arrivata da Andrea Cortellessa che ha proposto di recuperare girigogolo (giro + arzigogolo) che non solo è una parola esistente (utilizzata da Manzoni o da Aldo Palazzeschi: Lazzi, frizzi, schizzi, girigogoli e ghiribizzi stampato in Scherzi di gioventù, 1956) e registrata dai dizionari, ma che trovo geniale perché contiene l’assonanza gogolo-google.

Per fare un altro esempio fuori concorso, davanti a una parola come hangover, che indica i postumi di una sbronza, invece di dire che è “intraducibile” in una parola potremmo attingere all’esempio dello spagnolo che utilizza “resaca” e dire risacca, come suggerisce Ilide Carmignani, una metafora suggestiva per passare dal ritorno del moto ondoso ai ritorni di altra natura… Ma oltre a guardare alle lingue a noi più vicine e affini dell’inglese, non dobbiamo dimenticare che a volte la soluzione va ricercata dentro di noi, anche se forse stiamo perdendo le nostre radici, al punto che non ci ricordiamo più che esiste la parola spranghetta, che si trova nei Promessi sposi (Cap. XV: “E, tra la sorpresa,e il non esser desto bene, e la spranghetta di quel vino che sapete, rimase un momento come incantato”), nelle poesie di Francesco Redi (Quando il Vino è gentilissimo, Digerìscesi prestissimo, E per lui mai non molesta La spranghetta nella testa), e sui dizionari. È vero che lo Zingarelli la definisce “in disuso”, però ho notato che circola anche in alcuni libri del nuovo Millennio (per es. nella traduzione di N. Rainò di: Leena Lehtolainen, Il mio primo omicidio, Fanucci 2010, in quella di Bruno Just Lazzari di: Frédéric Dard, Facce da funerale, e/o editore 2015, e in altre taduzioni oltre che in Andrea De Benedetti, Carlo Pestelli, ¡La lingua feliz! Curiosità, bizzarrie e segreti: tutto quello che avreste voluto sapere sulla lingua spagnola, Utet 2018).

E allora perché non recuperarla?
Rimane il problema che forse spranghetta non è comprensibile a tutti, ma anche hangover è comprensibile solo a una parte della popolazione italiana, benché (come tutti gli anglicismi) ricorra spesso sui giornali. Insomma, la traduzione implica sempre una scelta, ma anche davanti ai significati opachi dovemmo uscire dal circolo vizioso di dirlo solo in inglese: se non recuperiamo con orgoglio le nostre parole e non ce ne riappropriamo non entreranno mai in uso e rimarranno sempre più oscure e obsolete.

E questa è la seconda buona notizia: attraverso “Parole in cammino” la questione dei traducenti creativi è stata portata alla luce in modo divulgativo, con una gara che continuerà in altri festival e culminerà a maggio con la premiazione delle migliori soluzioni al festival “ANTICOntemporaneo” a Cassino e a Montecassino (le proposte vanno inviate a questo indirizzo: inpuntadilingua@gmail.com). E il gioco è rivolto a tutti, non solo ai traduttori e agli addetti ai lavori. Questa è la cosa importante, può partecipare la gente, si possono inviare soluzioni popolari e dialettali, perché il linguaggio è troppo importante per lasciare che se ne occupino solo i professori di glottologia, per citare Ferdinand de Saussure, ma anche per citare Stefano Jossa, che dal Festival di Siena ha rivendicato con orgoglio che bisogna smettere di ritenere che solo i linguisti possano scrivere della lingua o che solo i critici letterari si possano occupare di letteratura, perché il futuro (e anche il presente) è fatto di interdisciplinarità, e la lingua è anche “corruzione” (senza accezioni negative), cioè contaminazione, scambio e circolazione di parole anche dalle altre lingue. Personalmente approvo il suo inno alla pluralità, anche se constato con amarezza che proprio l’inglese, a mio avviso, sta uccidendo il pluralismo attraverso un predominio economico, culturale e linguistico che sfiora il colonialismo.


Pornovendetta e revenge porn

Davanti all’eccesso dell’inglese, la terza buona notizia, sul fronte culturale e mediatico, riguarda il nuovo comunicato del Gruppo incipit dell’Accademia della Crusca che il 4 aprile 2019 ha finalmente preso posizione su revenge porn sancendo l’alternativa pornovendetta, equivalente che avevo da tempo segnalato e incluso nel mio dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi, visto che circola da qualche tempo, ma che adesso è avvalorato da chi ha più autorità di me ed è stato ripreso da tutta la stampa. E questo non può che favorire la libertà di scelta nel parlare, e contribuire a spezzare la stereotipia del monolinguismo basato sugli anglicismi.

Non so quanto i giornali utilizzeranno davvero l’italiano pornovendetta; passata l’ondata di articoli di questi giorni, è probabile che continueranno nella loro strategia di usare prevalentemente gli anglicismi. E infatti c’è anche chi ha subito criticato le posizioni della Crusca, per esempio un articolo apparso qualche giorno fa su il Post che ha il pregio di aggiungere un ulteriore traducente, “diffamazione pornografica” (avere a disposizione tanti sinonimi invece di una sola parola è una ricchezza), ma che taccia l’equivalente “pornovendetta” di non essere “corretto” con argomenti che trovo piuttosto deliranti. Porno-vendetta ricalca molto bene l’espressione inglese revenge porn con la giusta inversione dell’elemento specificato (determinante). Non mi pare invece troppo sensato proporre di eliminare la parola “vendetta” che implicherebbe una colpa oggettiva della vittima. Nel diffondere questo tipo di immagini private e intime, purtroppo, l’elemento della vendetta non è trascurabile nei fatti di cronaca: la vittima è umiliata e punita, “rea” magari di avere interrotto una relazione, con una pubblicazione di immagini che, una volta in Rete, diventa virale e sfugge a ogni controllo. Questo è l’aspetto più inquietante della “vendetta”: la replicabilità del digitale marchia come l’acido, e la vendetta porno, una volta messa in atto, diventa spesso impossibile da fermare producendo danni indelebili e potenzialmente inarginabili. Naturalmente, in caso di furto delle immagini ci possono essere altre motivazioni che più che alla vendetta appartengono al ricatto, alla diffamazione per fini politici come è accaduto per una politica del movimento Cinquestelle… ma dire che si tratta di un’espressione “impropria” in inglese e anche in italiano, è un approccio razionalistico che non tiene conto dell’uso che si è imposto così da tempo, in inglese e anche in italiano. Sarebbe un po’ come dire che è improprio dire velivolo perché l’aereo non ha le vele, ma per fortuna la lingua è metafora ed è fatta di rimbalzi imprevedibili, non segue certo la logica di chi vorrebbe inventarla a tavolino con schemini “simpLicistici”.

Dai “prestiti” alle reti di parole: l’inglese sempre più “smart”

Ho più volte argomentato come non sia possibile comprendere l’interferenza dell’inglese sull’italiano attraverso categorie ingenue come quelle del “prestito linguistico”, un’etichetta che tutti gli studiosi criticano, ma che nessuno sembra volere abbandonare (cfr. Interferenza linguistica: dal prestito all’emulazione).

prestiti linguisiti inglese
Immagine tratta dal sito growell

Quando poi questo approccio si spinge a una classificazione astratta che distingue i prestiti “di lusso” e “di necessità” (uno schema obsoleto che risale alle riflessioni del 1913 dello svizzero Ernst Tappolet) ci si allontana ancor più dalla realtà (cfr. Prestiti di lusso e di necessità; una distinzione che non sta in piedi).

Per comprendere i meccanismi della sempre più crescente anglicizzazione della nostra lingua occorrono nuovi modelli interpretativi. Le parole inglesi che circolano nell’italiano non sono riconducibili alla somma di singoli “prestiti” o voci importate, sono una rete di parole tra loro interconnesse che si espande nel nostro lessico in modo sempre più ampio e profondo, e bisogna considerare non solo i singoli anglicismi, ma soprattutto le relazioni tra gli anglicismi. Occorre studiare e quantificare il fenomeno in modo storico, statistico e concreto, invece di applicare schemini teorici, astratti e avulsi dalla realtà.

Smart, per esempio, è un anglicismo abbastanza “infestante” per la nostra lingua, e i suoi composti si stanno moltiplicando notevolmente. Oggi, nel suo circolare nella lingua italiana, indica prevalentemente qualcosa di intelligente in quanto basato sulle nuove tecnologie. Definirlo un semplice “prestito” e magari accapigliarsi inutilmente sul suo essere “necessario” o “di lusso”, oppure utile, inutile o sostituibile, è un approccio che non porta da nessuna parte, e soprattutto non tiene conto del suo aspetto storico e delle sue relazioni con le altre parole.


Il caso “smart”, la sua storia e la sua famiglia

smart setIn inglese non significa solo intelligente, ha anche altre accezioni che rimandano a qualcosa di elegante. Nel 1962, stando alle datazioni dei dizionari, l’anglicismo cominciò a circolare in italiano con questo secondo significato attraverso l’espressione smart set per indicare la buona società, il bel mondo, i personaggi che frequentano un ambiente (set) raffinato (smart).

Accanto a questa espressione c’era già qualcosa di equivalente almeno dal 1960, cioè la café society, la gente che conta, ma nel 1965 sono arrivate anche altre espressioni inglesi per definire concetti simili: la jet society detta anche jet set, letteralmente la gente che si può permettere di spostarsi in aereo, magari il proprio aereo privato, dunque l’alta società internazionale, anche se questo significato inglese, nel circolare in italiano, non è sempre fedele. Spesso l’espressione viene impiegata come sinonimo e variante di high society (1966), l’alta società, senza troppe distinzioni. Tutti questi equivalenti e variazioni sul tema, espressi in inglese, testimoniano come già a partire agli anni Sessanta l’inglese stava diventando cool, dopo l’epoca del francese, e cioè si impiegava per apparire trendy, e sentirsi sempre più in (in altri termini abbiamo cominciato a prenderlo incool). Il “lusso”, se di lusso si può parlare, o la “moda”, come preferiva il linguista Carlo Tagliavini, non stava nei singoli prestiti, quanto nel ricorso all’inglese per distinguersi e ricorrere a espressioni che suonavano di maggior prestigio e fascino. La gente che conta si prestava bene a essere espressa in inglese, poco importa se attraverso café society,  high society, jet society o smart set. Quest’ultima espressione in seguito è un po’ decaduta, in favore delle altre, e si è usata sempre meno. Smart è perciò rimasto nel limbo, come un “prestito” di poco successo, per qualche decennio. Ma invece di cadere nel dimenticatoio, negli anni Novanta è risorto, non in modo isolato, ma attraverso locuzioni come smart drink e smart drug che hanno cominciato a circolare rispettivamente con il significato di bibita energetica, stimolante, in grado di attivare le energie psicofisiche, e di droghe intelligenti, cioè quelle sostanze nootrope che stimolano l’attività mentale e che si basano su principi psicoattivi legali o che aggirano i divieti delle leggi.

NB: La comprensibilità di smart drink, a sua volta, si appoggiava al preesistente e consolidato drink, ma anche a locuzioni come soft drink, long drink ed energy drink che erano comprensibili e diffuse.

Nel 1994 sono poi arrivate le smart card, le carte elettroniche o magnetiche “intelligenti” perché dotate di un microprocessore che le rende di volta in volta un identificativo per servizi a pagamento.

NB: A sua volta, card non è un prestito isolato, circola da solo e anche in moltissimi in composti come credit card, businnes card, card collection – cioè le figurine –, e-card, fidelity card, inlay card, memory card, sim card, social card, wild card

automobile SmartNel 1996 arriva lo smartphone, il telefono intelligente, spacciato come “prestito di necessità” da chi non sa fare altro che compiacersi nel ripetere l’inglese a pappagallo, ma che avremmo potuto adattare per esempio in smarfono, o magari reinventare con furbofonino, una riformulazione che inizialmente circolava come un’alternativa, anche se non ha mai attecchito, davanti al “dio” inglese. Nello stesso anno, a rendere popolare la diffusione di smart ha poi contribuito un accidente extralinguistico: è arrivata la denominazione commerciale dell’omonima diffusissima automobile della Mercedes, tecnicamente acronimo di Swatch-Mercedes ART, ma giocata sul significato di smart inglese: raffinato, intelligente, ormai sempre più divenuto sinonimo di tecnologico, ed entrato nella disponibilità di tutti.

Quest’ultima è oggi l’accezione prevalente: smart è qualcosa di intelligente e tecnologico allo stesso tempo (intelligente perché tecnologizzato).

In questo modo, nel 2007 si è cominciato a parlare di smart grid, cioè le reti intelligenti (ma grid = griglia non è un prestito isolato, si appoggia ai già circolanti grid computing, 2002; grid girl, le  ragazze immagine delle squadre o team automobilistici, alle griglie di partenza, 2003); nel 2008 sono arrivate le smart city (ma city si ritrova anche in city airport, city bike, city card, city magazine, city manager, city safety, city tax…); nel 2009 gli smartglass (gli occhiali potenziati, ma anche i vetri fotocromatici); nel 2010 la smart tv; nel 2013 gli smartwatch (e la popolarità di watch, era a sua volta in relazione con il celebre marchio di orologi Swatch) e anche lo smart working (ma il lavoro era già virato verso l’inglese work attraverso e-work, e-worker, worhaolic, work in progress, workshop, workstation, co-working…).

A questo punto le cose sono più chiare: smart ormai vive di vita autonoma, anche da solo (es. “Dati sanitari e startup. Così l’assistenza è smart”, Corriere della Sera 27/03/2019), perché è stato veicolato da tutte queste relazioni tra anglicismi, e si è ritagliato il suo significato specifico, si è acclimatato o sedimentato in italiano con un’accezione un po’ diversa dal significato originario inglese. Liquidare questa storia dicendo che è un semplice “prestito”, cui si ricorre per mancanza di proprie parole (necessità) o per “lusso”, è riduttivo, miope e falso.

L’anglicizzazione dell’italiano si basa su storie come questa, non sui singoli prestiti isolati. Di esempi se ne possono fare migliaia, e in altri articoli ho già ricostruito la storia dei composti di baby, che è ormai un prefissoide che genera innumerevoli espressioni e riconiazioni all’italiana, ma vale anche per la storia di room, quella di manager, oppure di food… E mentre l’economia sta diventando economy, dobbiamo cominciare a studiare non le singole parole in inglese, ma le relazioni tra di loro e in che modo la rete degli anglicismi sta colonizzando il nostro lessico.


Due terzi degli anglicismi sono locuzioni o parole composte

Uno dei dati più eclatanti che si ricavano dalla raccolta degli oltre 3.600 anglicismi che ho classificato nel dizionario delle alternative AAA è che circa i due terzi delle espressioni inglesi entrate nella nostra lingua sono locuzioni (a oggi ne ho raccolte 1.395) – come access point, baby boom, car sharing e via dicendo – oppure parole composte da due radici che per la maggior parte sono a loro volta prolifiche. Per esempio, tra i composti di back si trovano: backup, background, backgammon, backdoor, backstage, back to school, back cover, back end, back office, flashback, playback e altre ancora.
Il punto è che anche le radici dei secondi elementi di queste espressioni si ricombinano quasi sempre con altre parole, e nel caso dell’ultimo esempio (playback) a sua volta play – oltre a vivere da solo (il tasto play, l’avvio o accensione) – si ritrova in fair play, long play, playboy, playgirl, playlist, playmaker, playoff, playstation, plug and play… senza contare che è la radice di parole sempre più frequenti come per esempio player.

Scorrendo le liste degli anglicismi – nel dizionario AAA, ma anche nei normali dizionari digitali – salta all’occhio in modo palese che non sono “prestiti” isolati, ma sono in larga parte raggruppabili in famiglie e si ricombinano in modo sempre più ampio dando vita anche a moltissimi semiadattamenti che di solito sfuggono ai conteggi automatici dei dizionari digitali. Da computer si passa a computerizzare, computerizzato, computerizzazione… parole che si aggiungono agli anglicismi crudi, e che violano le nostre regole di pronuncia e di scrittura. Allo stesso modo sono in aumento verbi come whatsappare, twittare, googlare, friendzonare, stalkerare e altri derivati in “ista” (fashionista, deskista, surfista), “ato” (glitterato, flashato, pixelato), “ismo” (scoutismo, gangsterismo, snobismo) e molti altri modi ancora (instagrammabile, hobbystica, holliwoodiano, killeraggio, rockettaro, scooterino…).

L’interferenza dell’inglese, in altri termini, non può essere paragonata all’interferenza delle altre lingue, né per numero, né per profondità. Se scorriamo la lista dei circa 1.000 francesismi non adattati riportati dai dizionari, ci accorgiamo che, salvo casi sporadici, non esistono né famiglie di parole, né ricombinazioni di radici che violano le nostre regole, né derivazioni semiadattate; al contrario, fuori dai forestierismi crudi, prevalgono gli innumerevoli adattamenti, italianizzazioni o calchi che terminano per esempio in -ismo, -ista, -aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio), -zione (rifrazione, presunzione), -izzare (razionalizzare, scandalizzare) e -ficare (elettrificare). Queste derivazioni da radici francesi sono perciò ben assimilate, e rendono l’origine francese irriconoscibile, al di là dell’etimo storico. Ho già mostrato le profonde differenze tra l’interferenza dell’inglese e quella del francese, e questa ulteriore diversità è indicativa per comprendere che l’invasione dell’inglese è più grave e molto più estesa.

Lo stesso vale per lo spagnolo, per il tedesco, per il giapponese e per le numericamente irrilevanti parole di provenienza da altre lingue: in nessun caso si registra qualcosa di equiparabile a quanto avviene nel caso dell’inglese. La categoria del “prestito linguistico”, nonostante i suoi limiti, può essere utile per comprendere l’interferenza delle altre lingue, ma nel caso degli anglicismi siamo in presenza di qualcosa di devastante, che va oltre e non si può ricondurre alla somma dei prestiti. È un fenomeno di emulazione e di ricombinazione molto più complesso e di ben altra portata.

Mentre molti linguisti continuano a liquidare tutto con la categoria dei prestiti, magari discutendo se una singola parola sia di lusso o di necessità, non si accorgono della valanga che sta precipitando sulla nostra lingua e che ci seppellirà, se non cambiamo atteggiamento.

 

PS
Per chi sarà al Festival della lingua italiana di Siena (5-7 aprile 2019) parlerò di questi temi:
il 6 aprile alle ore 17 presso la Libreria Palomar insieme a Stefano Jossa: “La LINGUA italiana. Bella e da difendere?” (introduce Massimo Marinotti, coordina Leonardo Luccone);
il 7 aprile alle ore 10.15 presso la Biblioteca degli Intronati insieme a Fabio Pedone: “In punta di LINGUA. Traduzione e creatività” (modera Simona Mambrini).

parole in cammino siena

Qui il programma completo.

 

Gioco-concorso: traduzioni creative e dialetti (“Parole in cammino” Siena, 5-7 aprile 2019)

italia
Immagine tratta da RaiPlay

Un tempo i dialetti erano visti come un ostacolo per la lingua italiana. Eppure c’è chi ha definito l’italiano un dialetto che si è imposto su tutti gli altri grazie ai modelli letterari di Dante, Petrarca e Boccaccio. Nella cosiddetta questione della lingua – e cioè: qual è l’italiano? – per secoli i puristi si sono scontrati con autori che rivendicavano invece un italiano più aperto. I primi erano ostili a neologismi, forestierismi e parole dialettali non basate sul toscano e sulla lingua delle “tre corone fiorentine”. Gli altri li ammettevano in nome dell’evoluzione e della modernità, per non cristallizzare l’italiano nella “lingua dei morti”. Ma queste controversie, nate già con Dante, e che si sono protratte fino alla soluzione manzoniana dei Promessi sposi (lo sciacquare i panni in Arno nel fiorentino vivo) e anche dopo, riguardavano l’italiano letterario, la lingua scritta, perché nella vita di tutti i giorni ognuno parlava nel proprio dialetto e l’italiano era una sorta di registro linguistico elevato che si utilizzava per le comunicazioni inter-regionali.

 


Dialetti: da un ostacolo per la lingua italiana a una ricchezza

L’italiano parlato è una conquista nata nel Novecento soprattutto con l’epoca del sonoro, la radio, il cinema e poi la televisione. Solo allora si è posta la questione dell’unificazione della lingua parlata.
L’estromissione dei dialetti dall’insegnamento avvenne già nei primi anni del regime fascista, quando era molto diffuso tra i maestri. Il fascismo tentò di regolamentare fortemente la lingua, vista come uno strumento di coesione del popolo e del nazionalismo e il dialetto, in un’epoca in cui l’italiano doveva essere ancora unificato, era considerato come un ostacolo all’affermazione della lingua nazionale. Questo atteggiamento è durato anche dopo, e ancora ai tempi delle emigrazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, parlare il dialetto era percepito come un segno di ignoranza, il modo di esprimersi di chi non sapeva parlare l’italiano. In questo periodo in molti luoghi accadde un nuovo fenomeno: il dialetto usato da sempre in ambito familiare cominciò a cedere il posto all’italiano nel rivolgersi alle nuove generazioni. A Milano, per esempio, ricordo che quando ero bambino i miei genitori parlavano in dialetto con i miei nonni e con gli altri familiari. Ma tutti, nel rivolgersi a noi bambini si esprimevano in italiano. In questo modo il mio bilinguisimo dialettale si è spezzato, e personalmente sono in grado di comprendere il milanese, ma non sono in grado di replicarlo e parlarlo. In questo modo alcuni dialetti sono scomparsi o quasi. Il milanese si è perduto e non è più praticato se non da gruppi molto ristretti. In altre aree geografiche, e anche in Lombardia fuori dalle metropoli, la tradizione del dialetto è invece ancora viva.

Oggi, unificato l’italiano parlato, la questione dei dialetti è completamente cambiata. Non sono più un segno di ignoranza e un ostacolo, non sono più il simbolo del non saper parlare in modo corretto, sono al contrario una ricchezza. In sintesi, sono vissuti come un arricchimento culturale che non sostituisce l’italiano, ma si aggiunge come una seconda lingua e non riguarda più soltanto i ceti bassi e poco alfabetizzati, è un patrimonio culturale di chi cerca di conservare e riscoprire le tradizioni locali.

Le varietà regionali sono attualmente uno degli elementi più vivi della nostra lingua, sempre più policentrica e sempre meno toscana. Già da tempo il mescolamento delle culture ha comportato il confluire di molti termini dialettali nell’italiano. Dal siciliano sono arrivate parole come intrallazzo, picciotto o zagara, dal napoletano vongola, mozzarella, scugnizzo o fesso, dal romanesco abbuffata, abbacchio, sbafo, iella, caciara o borgata, dal lombardo balera, barbone, lavello o panettone, dal piemontese fonduta, gianduia, grissino e ramazza

Visto che ormai la metà dei neologismi è in inglese e che l’italiano sempre meno capace di evolvere con parole autonome, i dialetti costituiscono un patrimonio e un bacino di parole nuove molto interessante. Qualcuno li ha definiti “prestiti interni”.

Fatte queste premesse, ci si può porre una domanda: e se guardassimo ai dialetti come a una risorsa cui attingere davanti alle parole mancanti, spesso importate dall’inglese?

Davanti a una parola che non c’è, oltre a importarla da un’altra lingua in modo crudo, è anche possibile italianizzarla e adattarla, tradurla e ricorrere a un calco, creare un neologismo e reinventarla. Ma c’è anche un’ulteriore soluzione: recuperare i dialetti e provare ad attingere dal patrimonio linguistico regionale.

Un gioco e un concorso: “In punta di lingua. Traduzione e creatività”

parole in cammino siena

Durante un incontro a “Più libri più liberi” (Roma, 5-9 dicembre 2018), Massimo Arcangeli buttò lì l’idea di coinvolgere i dialetti nella traduzione di parole apparentemente intraducibili provenienti dalle più diverse lingue. La traduttrice Andreina Lombardi rispose immediatamente a quello stimolo e propose la traduzione di aftselakhis (yiddish) con il napoletano cazzimma.

Oggi questa idea è stata ripresa e trasformata in una nuova iniziativa per il Festival della lingua italiana, “Parole in cammino” (Siena, 5-7 aprile 2019), arricchita da due proposte “collaterali”:

comprendere un certo numero di anglicismi nell’elenco delle parole da tradurre attraverso traducenti dialettali, oltre che italiani;
provare a rendere nell’idioma nazionale alcune parole ed espressioni dei vari dialetti.

Invito tutti a partecipare giocosamente a questo concorso.

Domenica 7 aprile, in un incontro a Siena nell’ambito della manifestazione, commenterò le soluzioni pervenute insieme a Fabio Pedone e Simona Mambrini.
Lo stesso giorno partirà anche la seconda fase dell’iniziativa: la traduzione in italiano di parole ed espressioni dialettali della penisola che non hanno ancora un equivalente. Nel mese di maggio, il progetto culminerà a Cassino e a Montecassino, con la premiazione delle migliori soluzioni nella cornice del festival “ANTICOntemporaneo”.

Partecipa al gioco-concorso!

Per chi vuole partecipare e giocare, queste sono le parole inglesi di cui è possibile proporre un traducente:

avatar
comfort food
coming out
contactless
cool
default
doodle
fake news
flat tax
location
mobbing
mood
must
(to) scroll
smart card
spoiler
stalker
startup
touchpad
.

E queste sono altre parole che provengono da altre lingue:

Aftselakhis (sostantivo, yiddish): l’impulso o il bisogno di fare esattamente la cosa che qualcuno ci proibisce di fare, con lo scopo di farlo arrabbiare.
Fremdschäm (sostantivo, tedesco): la vergogna che si prova per qualcuno.
Fylleangst (sostantivo, norvegese): la paura di aver detto o fatto qualcosa di stupido di cui non ci si ricorda, e che ci assale il giorno dopo una tremenda sbronza.
Geborgenheit (sostantivo, tedesco): la sensazione di essere al sicuro, al calduccio, come in un nido o nel ventre materno.
Gjensynsglede (sostantivo, norvegese): la gioia di rivedere qualcuno dopo molto tempo.
Koselig (aggettivo, norvegese): si usa per descrivere un’atmosfera piacevole, rilassante, e per definire ciò che ci fa sentire bene, che è accogliente, dà calore, in qualche modo ci “coccola”.
Μάγκας (sostantivo, greco moderno): l’uomo del popolo, sicuro di sé fino all’arroganza. Si distingue dagli altri nel comportamento, nelle movenze e nell’abbigliamento. È un uomo con esperienza ed è ammirato dagli altri; è un duro ma è anche un giusto, non approfitta dei deboli e non si fa sopraffare dai prepotenti. Si usa colloquialmente anche come formula di saluto.
Nombrilisme (sostantivo, francese): l’atteggiamento egocentrico di chi pone sempre se stesso al centro dell’attenzione (letteralmente: l’atteggiamento di chi si contempla l’ombelico).
Rubberneck(er) (sostantivo, inglese): il curioso che guarda con morbosità qualcosa di sconveniente o indiscreto, spinto da un impulso irrefrenabile (il termine è diverso da “guardone”, e anche da “curioso”).
Schadenfreude (sostantivo, tedesco): la gioia maligna che si prova per la sfortuna altrui.
Sehnsucht (sostantivo, tedesco): esprime un desiderio doloroso, come la nostalgia, ma di qualcosa che non è stato e forse mai sarà. È il desiderio collegato al doloroso struggimento che si prova nel non poterne raggiungere l’oggetto. “Sehnsucht” viene da “sehnen” (‘anelare’, ‘sognare’, ‘avere voglia’) e “Sucht”, un sostantivo che indica propriamente il desiderio irrefrenabile, la smania, la sete di brama, il vizio (e quindi la dipendenza: dal cibo, dalla droga, dall’alcol). Letteralmente è un “desiderio del desiderio”.
Sisu (sostantivo, finlandese): è il particolare atteggiamento mentale, tipicamente associato al popolo finlandese, connotato da un misto di forza di volontà, coraggio, tenacia e razionalità. La parola deriva da sisus, che significa ‘intimo’ o ‘interiore’.
Sobremesa (sostantivo, spagnolo): le chiacchiere che s’imbastiscono davanti a una tavola ancora imbandita, tirando per le lunghe la fine del pranzo.
Solochvåra (verbo, svedese): è formato dalle parole “sol” (‘sole’) e “vår” (‘primavera’), e significa illudere una donna corteggiandola in modo serrato al solo fine di estorcerle del denaro.

Nulla è intraducibile, tutt’al più è intradotto, e cioè non lo si vuole o riesce a tradurre!

Le proposte vanno inviate a questo indirizzo: inpuntadilingua@gmail.com.

Questa iniziativa è realizzata in collaborazione con l’associazione di traduttori StradeLab e con l’associazione Twitteratura e Betwyll.

Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese

Davanti all’odierna anglicizzazione dell’italiano, circola un luogo comune molto in voga tra i “negazionisti” non preoccupati per la sorte della nostra lingua. È un argomento che si sente spesso e qualche giorno fa, davanti alle preoccupazioni che esprimevo, mi è stato riproposto al Tg2 Italia da Dario Salvatori: ciò che oggi accade con l’inglese in passato è già accaduto con il francese.

Fino ai primi del Novecento era infatti il francese a essere la lingua di moda, il modello culturale internazionale di prestigio cui guardavamo e da cui importavamo. Eppure, nonostante gli allarmismi del passato, la lingua italiana è sopravvissuta e ha saputo ben sopportare e superare questa “invasione”. Dunque anche oggi, davanti al massiccio ricorso all’inglese, non c’è da preoccuparsi troppo. Si tratta di una “moda” che passerà: con il tempo l’italiano avrà la meglio e, come è avvenuto in passato, assimilerà o abbandonerà i sempre più numerosi forestierismi non adattati.

Questa tesi non è però fondata sui fatti. Tra il fenomeno accaduto all’epoca del francese e ciò che accade oggi con l’inglese ci sono delle differenze profonde a abissali, e ogni paragone da cui trarre rassicuranti previsioni sul futuro non mi pare fondato.

 

1) Il numero degli anglicismi di oggi non è paragonabile a quello dei francesismi di ieri

La prima importante differenza sta nei numeri, e non è una cosa da poco, né da sottovalutare. Basta sfogliare i dizionari di inizio Novecento per rendersene conto: non registravano affatto migliaia di francesismi.
Naturalmente, i criteri dei vocabolari dell’epoca erano molto più “puristici” e molto meno aperti ad accogliere i forestierismi, rispetto a oggi. Ma anche sfogliando gli elenchi dei “barbarismi” banditi in epoca fascista risulta evidente che il fenomeno non è paragonabile da un punto di vista quantitativo. Nel “Bollettino di informazioni della Reale Accademia d’Italia”, che aveva lo scopo di stilare le parole straniere “vietate” affiancate dai sostitutivi italiani indicati dal regime, le parole bandite erano in totale circa 500 (l’elenco fu anche pubblicato sul Corriere della Sera del 21 giugno 1941), e comprendevano soprattutto francesismi, ma anche anglicismi e parole di altre lingue. Era una questione di principio e di orgoglio nazionale, più che di effettivo pericolo per la nostra lingua.

Andando a scartabellare opere ancora più specialistiche, si può citare la più celebre: Barbaro dominio. Processo a 500 parole esotiche di Paolo Monelli (Hoepli 1933), dove i numeri erano gli stessi. Successivamente questo lavoro fu ampliato in una seconda edizione del 1943: Seicentocinquanta esotismi esaminati, combattuti e banditi dalla lingua. Ma ancora una volta, questi numeri non riguardavano solo il francese, i gallicismi in queste opere erano poco più della metà, e dunque erano circa il 10% delle circa 3.500 parole inglesi accolte nei dizionari monovolume del nuovo Millennio. Perciò c’è una bella differenza, almeno di un ordine grandezza! Lo si può vedere nel grafico che ho provato a ricostruire sulla base delle marche e delle datazioni del Devoto Oli 2017.

Anglicismi entrati storicamente
Le datazioni e il numero di francesismi, ispanismi e anglicismi non adattati nel Devoto Oli 2017.

 

2) La rapidità di penetrazione dell’inglese non ha precedenti storici

In questo confronto tra ciò che è accaduto oggi e ciò che accadeva all’inizio del secolo scorso non bisogna poi trascurare la rapidità dell’aumento delle parole inglesi: tutto è avvenuto nell’arco di 80 anni.

L’interferenza del francese, al contrario, è stato un fenomeno plurisecolare, che ci ha influenzati sin dalle origini del volgare, quando si guardava agli esempi letterari della lingua d’oil, l’antenata dell’odierno francese, che finì per affermarsi a Parigi e avere la meglio su quella d’oc, il provenzale diffuso al sud della Francia che si ritrova anche nel linguaggio di Dante. Di lingua francese erano anche i Normanni che ancor prima si erano stanziati nell’Italia meridionale e in Sicilia. Poi, su questi antichi sostrati si sono innestati migliaia di francesismi successivi (ma perlopiù adattati, non “crudi”), che risalgono sia alle epoche in cui siamo stati invasi militarmente e dominati politicamente, sia al periodo in cui la Francia era la nazione più importante di tutta l’Europa e la sua egemonia culturale e linguistica era un punto di riferimento per tutti: l’Illuminismo, la Rivoluzione, l’età napoleonica e la Belle Époque terminata con lo scoppio della Prima guerra mondiale.

Nel caso del’inglese, invece, fino alla seconda metà dell’Ottocento gli anglicismi erano quasi assenti dalla nostra lingua. Solo alla fine del secolo hanno cominciato a penetrare in modo non preoccupante. Se nelle opere come Barbaro dominio erano ancora molto contenuti rispetto al francese, ciò che è avvenuto dopo la Liberazione non ha precedenti, nella storia della nostra lingua.

Di seguito riporto una tabella tratta da Diciamolo in italiano con l’entrata per epoca degli anglicismi non adattati secondo le marche di tre importanti dizionari. Nella prima colonna quelli prima dell’Ottocento, nella seconda quelli del XIX secolo, e nella terza quelli del XX secolo (ma il Sabatini-Coletti, DISC, utilizzato si ferma al 1997).

aumento anglicismi in zingarelli devoto oli sabatini coletti
Gli anglicismi non adattati entrati per epoca (fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 81). Tra parentesi sono riportati i numeri grezzi che si ricavano da ognuna delle tre opere.

In sintesi, nel corso del Novecento sarebbero entrati 2.000/2.300 anglicismi, stando ai vocabolari monovolume, ma i dizionari che si occupano specificatamente di parole straniere indicano cifre ancora più alte. E la gran parte di questi sono entrati nella seconda metà del secolo!


3) Il francese è stato italianizzato, l’inglese non si italianizza

Nel corso dei secoli abbiamo importato e adattato dal francese un numero di parole enorme, per esempio la maggior parte dei calchi che terminano in -ismo, -ista, -aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio), -zione (emozione, rifrazione, presunzione), -izzare (razionalizzare, scandalizzare) e -ficare (elettrificare). Persino i colori blu e marrone sono adattamenti di bleu (da noi c’era il celeste o il turchino) e marron (il colore della castagna). I meno di 1.000 francesismi non adattati registrati nei dizionari contemporanei, dunque, sono solo la punta del “banco di ghiaccio” (o dell’iceberg, se preferite), perché tutto il resto è ormai assimilato e italianizzato al punto che l’etimo francese è persino scomparso dai dizionari, in qualche caso, per esempio in quello di “precisazione” che ai tempi di Leopardi “muoveva le risa”, nel suo apparire brutta e barbara.

Il prossimo grafico mostra il rapporto tra forestierismi adattati e non adattati secondo le marche del Devoto Oli 1990, e come si può notare, mentre per il francese (ma anche per lo spagnolo e il tedesco) il rapporto tra parole adattate e non adattate appare “sano”, e cioè per la maggior parte sono state adattate, nel caso dell’inglese è invece assolutamente sbilanciato e “malato”: le parole crude sono molto di più di quelle italianizzate!

forestierismi adattati e non del devoto oli
Le parole straniere adattate e non adattate nel Devoto Oli 1990 (fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 86).

Come si può notare facilmente, nel 1990 l’interferenza del francese era ancora superiore, complessivamente,  a quella dell’inglese, anche se il numero degli anglicismi non adattati era di gran lunga maggiore. Negli anni seguenti, però, i rapporti che si ricavano dalle analisi etimologiche si sono invertiti, e se si guarda il grafico successivo ricostruito sulle marche del Gradit 1999 (il dizionario a volumi curato da Tullio De Mauro), la situazione si è ribaltata: nel 1999 l’interferenza dell’inglese ha superato quella plurisecolare del francese! E i francesismi erano per il 70,5% adattati, contro solo il 31,6% degli anglo-americanismi, che per il 68,4% mantenevano la propria forma inglese.

forestierismi adattati e non nel GRADIT
Le parole straniere adattate e non adattate nel Gradit 1999 (fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 87). In numeri assoluti: 6.292 anglicismi (1.989 adattati + 4.303 non adattati), 4.982 francesismi (3.517 ad. + 1.465 non ad.), 1.055 ispanismi (792 ad. + 263 non ad.), 648 germanismi (360 ad. + 288 non ad.).

La crescita dell’inglese è aumentata ancora di più nell’edizione del Gradit del 2007, tanto che lo stesso De Mauro (a quei tempi ancora fermo sulle sue posizioni “negazioniste”) aveva dovuto ammettere:

Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del GRADIT mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale.

[Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136].

Di seguito un grafico che raffronta gli anglicismi del Gradit 1999 e del 2007, da cui si evince sia l’aumento delle parole sia la crescita della sproporzione tra adattati e non adattati.

aumento anglicismi nel Gradit
Le parole straniere adattate e non adattate nel Gradit 1999 (fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 88).

Secondo Arrigo Castellani (cfr. “Morbus anglicus”, 1987) la ragione di questa differenza tra l’adattamento del francese e il non adattamento dell’inglese risiedeva anche nell’affinità strutturale delle due lingue:

L’influsso del francese sull’italiano nel periodo che ha preceduto la valanga anglo-americana è stato indubbiamente forte. Ma le parole ed espressioni francesi sono state per lo più assimilate senza grossi traumi, data la vicinanza tra le due lingue. La maggior parte dei gallicismi moderni dell’italiano sono fusi col resto della lingua, non si riconoscono più.

Questa affinità è indubbia, visto che il francese è lingua neolatina molto più vicina alla nostra, ma non credo sia una ragione sufficiente. Nulla, infatti, ci vieterebbe di italianizzare l’inglese e dire per esempio smarfono anziché smartphone o guglare invece che googlare, né di creare calchi e traduzioni invece che ricorrere all’inglese crudo. Nulla ci vieterebbe anche di pronunciare all’italiana parole come club o summit, come abbiamo sempre fatto, e come fanno normalmente in Francia (dove si dice “futbòl” e “campìng”) o in Spagna (dove si dice “uìfi” al posto di wi-fi e “puzle” al posto di “pasol”). E allora le ragioni dei mancati adattamenti non credo si possano spiegare solo con l’affinità tra le lingue. Il punto è che ci vergogniamo di storpiare l’inglese,  che consideriamo “sacro” e superiore alla nostra lingua, e dobbiamo ostentarlo. Ormai pronunciamo sempre più spesso USA all’americana, mentre in Spagna e Francia si chiamano EU (rispettivamente Estados Unidos e États-Unis), così come avviene per le altre sigle: gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati) e l’aids è sida (Sindrome da ImmunoDeficienza Acquisita).

Ma c’è di peggio. Non solo importiamo senza adattare, non solo pronunciamo all’americana, viceversa facciamo diventare inglesi le nostre parole (un adattamento al contrario!), e così diciamo tutor e vision invece di tutore e visione, in televisione passa comedy invece di commedia, nelle pubblicità limited edition invece di edizioni limitate, nell’informatica downloadiamo invece di scaricare, in politica il presidente del consiglio diventa premier, nel linguaggio istituzionale si varano act e si introducono tax, sui giornali killer e pusher sostituiscono assassino e spacciatore, e parole come elaboratore e calcolatore le abbiamo messe in cantina perché ormai si dice solo computer. Tutto questo non dipende dall’affinità delle lingue, le cause sono ben altre. E il risultato è che ormai la metà dei neologismi del nuovo Millennio si esprime in inglese crudo e la nostra lingua non sa più coniare nuove parole sue per esprimere le cose nuove.


4) il francese era un fenomeno elitario, l’inglese è di massa

C’è poi un’altra grande differenza tra l’interferenza ai tempi del francese e quella di oggi dell’inglese, come aveva già osservato acutamente Arrigo Castellani:

“Il francese ha agito sulla lingua della borghesia”, mentre oggi il fenomeno è di massa, “la differenza è principalmente qui”.

Castellani aveva ragione, nel 1987, a scrivere queste cose, ma oggi si deve dire molto di più, alla luce di quanto è accaduto e sta accadendo.

Sia il francese di ieri sia l’inglese di oggi hanno una comune radice sociolinguistica elitaria, sono cioè un modo di esprimersi che distingue la nostra classe dirigente che si pone attraverso i forestierismi su un altro piano, rispetto alle masse. Ma con l’avvento della Rete la distinzione tra masse e professionisti ha cessato di essere nettamente separabile. Se da una parte il ricorso all’inglese, e il suo abuso scriteriato, oggi caratterizza il linguaggio dei mezzi di informazione o della politica, dall’altra parte le masse si sono appropriate della Rete e hanno prodotto milioni di pagine scritte dalla gente comune che imita e prosegue gli stessi modelli attraverso siti personali che funzionano da “ripetitori” (blog, riviste in rete e giornalettismi, reti sociali, tronisti virtuali e persone comuni che diventano influenti/influencer). Questo fenomeno sociale si basa sull’emulazione dello stesso stile e linguaggio dei mezzi di informazione ufficiali, che a loro volta ricalcano il linguaggio della Rete in un circolo vizioso. Tutto ciò contribuisce all’emergere di una nuova lingua, ormai diventata itanglese, in cui i modelli dall’alto si fondono con quelli dal basso. Mentre dall’alto accade che si anglicizzi il linguaggio istituzionale, quello del lavoro, della scienza, della tecnica, dell’economia, dell’informatica (e questo nel caso del francese non è mai accaduto), dal basso arriva la “lingua dell’ok”, quella popolare, del rock e della musica, dei fumetti (oggi sempre più comic, strip, cartoon, graphic novel), dei videogiochi, dei film i cui titoli non si traducono più, dei prodotti di largo consumo… E su questo terreno si innesta anche la forte pressione dell’espansione delle multinazionali e dei mercati che esportano la propria nomenclatura insieme alle loro merci in un nuovo colonialismo, anche linguistico, basato sull’angloamericano.

Tutto ciò non è liquidabile come una semplice moda passeggera, e non è paragonabile nemmeno lontanamente a quanto avveniva nei primi del Novecento. A quei tempi il francese aveva raggiunto il clou, era chic e à la page, con il suo particolare charme. Era la lingua d’élite, del bon ton, del savoire-faire, e tra i tantissimi vocaboli non adattati ci ha trasmesso molti di quelli legati al costume (da toilette a bidet), alla gastronomia (bignè, ragù, omelette) o alla moda (collant, décolleté, foulard, gilet, papillon, tailleur). Ma fuori dalla moda (che però oggi si esprime sempre più in inglese) il francese non ha mai colonizzato interi settori come oggi accade con l’inglese nell’informatica, nel lavoro, nell’economia, nella scienza, nella tecnologia, nella musica…

Quello che sta accadendo alla nostra lingua non è un fenomeno superficiale e di moda, è una strategia dell’evoluzione dell’italiano che ci sta portando verso l’itanglese.

Chi pensa che se siamo sopravvissuti alla moda del francese sopravvivremo anche alla moda dell’inglese lo fa senza cognizione di causa e racconta una favola che non si fonda sui fatti. Chi si basa su questi ragionamenti induttivi rischia di fare la fine del tacchino di Russell, che poiché ogni giorno riceveva da mangiare all’ora di pranzo, era convinto che sarebbe avvenuto sempre così. Ma il giorno del Ringraziamento, all’ora di pranzo,  fu il tacchino a trovarsi sul desco di chi lo aveva sempre nutrito.

Anglicismi e neologismi

Per descrivere le cose nuove e per rendere conto delle nuove esigenze, una lingua viva deve evolvere e coniare nuove parole. In questi cambiamenti, l’evoluzione può attingere dal proprio patrimonio linguistico autonomo oppure trarre spunto da parole straniere (alloglotte).

albero delle parole
Immagine tratta da: https://mauropresini.wordpress.com/2015/12/23/gatti-e-bigatti/

Venendo per esempio ai neologismi del nuovo Millennio una parola come autoeditoria è una coniazione autonoma per indicare il fenomeno dell’autopubblicazione dei libri con le nuove tecnologie, mentre una parola come badante, dal verbo badare, si trasforma in un sostantivo per indicare una nuova figura professionale.

Se invece si guarda fuori dall’italiano non è affatto necessario importare in modo “crudo” senza adattamenti, i modelli si possono anche “tradurre” attraverso calchi, cioè parole che ricalcano modelli stranieri, che possono essere strutturali (o formali) come pallacanestro da basketball, fine settimana da weekend, grattacielo da skyscraper o ancora bistecca da beefsteak. In altri casi i calchi sono detti semantici, quando una parola acquisisce un nuovo significato per l’influsso di un forestierismo, per esempio angolo diventa anche sinonimo di calcio d’angolo sul modello di corner, realizzare assume anche il significato di comprendere qualcosa, e non solo di costruire, per influsso di to realise, e singolo diventa anche scapolo, e non più solo unico, per l’influenza di single.

Queste strategie implicano l’italianizzazione delle nuove voci, che pur sotto l’interferenza dell’inglese, mantengono l’identità della nostra lingua: non violano il nostro modo di pronunciare e scrivere i lessemi secondo le nostre regole, in altre parole non sono “corpi estranei” come li chiamava Arrigo Castellani.

Naturalmente c’è anche la possibilità di importare una parola straniera non adattata, integrale o cruda, cioè così com’è, per esempio self publishing invece di autoeditoria o caregiver (assistente familiare) così simile a badante, da cui eravamo partiti.

Quando, davanti all’esplosione incontrollata delle parole inglesi, ci dicono che l’evoluzione della lingua è un fenomeno normale, che le lingue evolvono anche grazie all’interferenza degli altri idiomi, che da sempre l’italiano ha attinto dal francese, dallo spagnolo, dall’arabo e da ogni altra lingua, dobbiamo stare attenti: ci vogliono prendere per il naso o forse per qualche altra parte del corpo più in basso. Queste affermazioni sono delle banalità, per chi si occupa di linguistica, e soprattutto sono degli schemini teorici che non hanno alcun senso se non si quantificano.

Il punto è un altro. Per fare una riflessione seria, dobbiamo chiederci: come sta evolvendo l’italiano? Quanti sono tra i neologismi quelli “crudi” e quanti quelli italianizzati? Quante sono le parole nuove costruite sui modelli italiani? Quanti sono gli anglicismi rispetto ai francesismi, ispanismi, germanismi, nipponismi e via dicendo?

Questo è il nocciolo. E, purtroppo, se andiamo a vedere come stanno le cose scopriamo che l’italiano è gravemente malato, perché è sempre meno in grado di coniare parole sue, è sempre meno in grado di tradurre, produrre calchi e adattare. L’evoluzione dell’italiano del nuovo Millennio pare proprio che si basi su una strategia suicida per cui la soluzione prevalente è sempre la stessa: importare dall’inglese senza adattare. Se i neologismi finiscono per coincidere sempre più con gli anglicismi, ecco che si finisce inevitabilmente nell’itanglese: una struttura apparentemente italiana dalla quantità di parole inglesi sempre più fitta e massiccia.

Neologismi e anglicismi negli studi di Adamo-Della Valle

Sui neologismi è doveroso citare i contributi di Giovanni Adamo e Valeria Della Valle che dal 1998 lavorano al progetto dell’Osservatorio neologico della lingua italiana, in collaborazione con l’Istituto per il lessico intellettuale europeo e la storia delle idee del CNR.
Giovanni adamo Valeria della valle neologismi quotidiani Olschki

Il fine dei loro lavori è quello di studiare l’innovazione lessicale della lingua italiana attraverso l’analisi dei quotidiani e dei periodici: viene esaminato il lessico dei giornali con lo scopo di raccogliere tutte le nuove parole non registrate dai dizionari. Un primo risultato di questo studio (Neologismi quotidiani. Un dizionario a cavallo del millennio, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2003) ha analizzato poco più di 5.000 neologie tra il 1998 e il 2003, di cui 683 erano parole inglesi, cioè circa il 13%. Questo risultato, però, si riferiva agli anglicismi integrali e non teneva conto “dei lemmi ‘misti’, ovvero delle parole italiane in cui si trova un «elemento formante» inglese”. Insomma, conteggiando anche queste parole le percentuali salirebbero ulteriormente.

Anche se si potrebbe non essere d’accordo, le conclusioni di Valeria Della Valle non erano preoccupate davanti a questi numeri, e infatti, nel 2004, dichiarava:

Dal materiale esaminato (5.059 nuove formazioni lessicali, per un totale di 10.710 contesti giornalistici) non si possono trarre, superficialmente, segnali di particolare allarme: se è vero che si ricorre spesso alla lingua inglese, è anche vero che i neologismi registrati sono, nella maggioranza dei casi, formati attraverso i procedimenti tradizionali di derivazione e composizione della nostra lingua.

[Scuola e cultura, Istituto Comprensivo Muro Leccese, anno II, n.2 aprile/maggio/giugno 2004 p. 9].

Della Valle ha sempre palesato posizioni non allarmate davanti all’interferenza dell’inglese, ma nel 2018 questa serafica tranquillità sembra proprio che sia venuta meno anche da parte sua, visto che nell’ultimo aggiornamento del lavoro, basato sullo spoglio dei giornali dal 2008 e il 2018, le cose sono cambiate: tra le circa 3.500 nuove parole incluse in Neologismi. Parole nuove dai giornali 2008 – 2018, edito da Treccani, il predominio dell’inglese è aumentato in modo preoccupante, una parola su 5 è in inglese:

Tra il 2008 e il 2018, sui giornali italiani sono più che raddoppiati, rispetto al decennio precedente, i neologismi inglesi: nel nostro modo di parlare sono apparse 15 nuove parole composte da ‘food’ e solo 2 da ‘cibo’; hanno fatto il loro ingresso 17 termini con ‘gender’ contro 13 con ‘genere’, stessa cosa per ‘smart’, che ha la meglio sulla sua traduzione italiana, ‘intelligente’. Sul totale dei neologismi italiani, i termini inglesi sono schizzati dal 10 al 20,11 percento [rispetto all’aggiornamento del 2006]. ‘Un elemento molto preoccupante a nostro modo di vedere’, ha ammesso Valeria Della Valle.

[Il fatto quotidiano, “Da ‘mafiarsi’ a ‘dichiarazionite’ e ‘viralizzare’: ecco tutti i neologismi apparsi sui giornali negli ultimi 10 anni“, Ilaria Lonigro, 2/12/2018].

In conclusione, sembra che  proprio attraverso lo studio dell’interferenza dell’inglese, la professoressa abbia cambiato idea e sia passata da una posizione “negazionista” a una preoccupata, esattamente come hanno fatto Luca Serianni e persino Tullio De Mauro.
Queste preoccupazioni, anno dopo anno, stanno ormai coinvolgendo tutti i glottologi più seri, che cambiano idea semplicemente studiando cosa sta succedendo. Le posizioni “negazioniste”, che sino agli anni Duemila rappresentavano il pensiero dominante tra i linguisti, perdono terreno e gli studiosi che si rifiutano di vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti sono sempre meno, e presto scompariranno davanti all’insostenibilità delle argomentazioni su cui si sono arroccati senza via di uscita. Anche perché, purtroppo, il dato che emerge dagli studi di Adamo-Della Valle – un neologismo su 5 è in inglese – è ancora poca cosa rispetto alla realtà ben più grave che emerge dallo spoglio dei dizionari.


La distinzione tra neologismi occasionali e duraturi

Bisogna fare molta attenzione a distinguere le cose: tra i neologismi tratti dalla stampa, la percentuale delle parole effimere o “usa e getta” (cioè gli occasionalismi non destinati ad affermarsi in modo stabile e a entrare nei dizionari) è molto alta. Parole come “spelacchio” per indicare l’albero di Natale del comune di Roma del 2017, oppure “antirenziano”, si esauriscono con l’uscita di scena delle situazioni o dei personaggi in questione. Solo alcune di queste neologie giornalistiche sono destinate ad avere fortuna e a essere registrate nei vocabolari futuri.

«Forse dei 3.505 neologismi ne rimarrà la metà, forse di meno» ha spiegato Valeria Della Valle.

[Avvenire, “Lingua. Petaloso, asinocrazia, webete, azzardopatia: le nuove parole dell’italiano”, Giacomo Gambassi, 6/12/2018].

Le parole che sono incluse nei dizionari, al contrario, a volte impiegano anche un decennio prima di essere inserite, perché vengono di solito accolte solo dopo che hanno manifestato una presumibile stabilità. E infatti, da un mio confronto tra i circa 1.600 anglicismi presenti nel Devoto Oli del 1990 e i circa 3.500 del 2017 è emerso che soltanto 67 sono usciti in questo lasso di tempo (cfr. Diciamolo in italiano. Gli abusi nell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli, 2017, pp. 95-99). I “negazionisti” convinti che l’inglese non sia un problema allarmante che si appellano alla presunta obsolescenza delle parole inglesi, perciò, parlano senza cognizione di causa. L’obsolescenza e la loro scomparsa non riguarda le voci dei dizionari, ma soltanto la nuvola di anglicismi non registrati che ci avvolge (soprattutto sulla stampa) è che è di ordine di grandezza superiore al numero di quelli registrati che hanno invece la loro stabilità.

Fatta questa precisazione, non resta che conteggiare i neologismi e gli anglicismi presenti nei dizionari, e il dato sconcertante è che la metà dei neologismi è in inglese crudo.


Zingarelli e Devoto Oli: gli anglicismi sono il 50% dei neologismi del nuovo Millennio

devoto oli neologismi anglicismi
Devoto Oli, edizione digitale del 2017: a sinistra i neologismi del nuovo Millennio e a destra gli anglicismi del nuovo Millennio.

Dallo spoglio dell’edizione digitale del Devoto Oli del 2017 si può vedere facilmente che le parole comparse nel nuovo Millennio sono 1.049, e di queste ben 509 sono in inglese crudo, dunque circa il 50% (una media di circa 30 anglicismi nuovi all’anno). Ma si tratta di un dato grezzo: se si va più a fondo si scopre che il problema principale di questi 509 anglicismi sono le lacune. A queste parole “crude” bisognerebbe infatti aggiungere molti semiadattamenti o parole miste che costituiscono di fatto “corpi estranei” inglesi: per esempio non compare antimobbing, così come sono assenti molte parole come whatsappare, bloggare, twittare e ritwittare… Insomma, con una ricerca più accurata e manuale emerge come gli anglicismi superino il 50% dei neologismi.

zingarelli neologismi anglicismi
Zingarelli, edizione digitale del 2017: a sinistra i neologismi del nuovo Millennio e a destra gli anglicismi del nuovo Millennio.

Le percentuali non cambiano di molto se si analizza l’edizione digitale dello Zingarelli 2017: le parole datate dal 2000 in poi sono 412 di cui 178 in inglese puro, cioè il 43,2%. Ma ancora una volta in queste estrazioni automatiche ci sono molte lacune che attraverso analisi più minuziose fanno salire le percentuali: la parola numero 17 (a sinistra), antiglobal, non esce automaticamente tra gli anglicismi a destra, anche se di fatto lo è, e oltre ai casi del Devoto Oli anche da questo elenco sono assenti molte parole da fashionista o googlare, che se prendiamo invece in considerazione fanno lievitare ulteriormente le percentuali.

Semplificando, si può tranquillamente affermare che la metà dei neologismi del Duemila è in inglese crudo. E chi dice che attingere dalle lingue straniere è un fenomeno che c’è sempre stato e “normale” dovrebbe invece riflettere sui numeri, più che sugli schemini astratti: non è affatto normale, è un segnale di allarme gravissimo. E infatti, i francesismi del nuovo Millennio sono solo 5 per lo Zingarelli (contro 6 ispanismi, 1 germanismo e 3 parole giapponesi) e 12 per il Devoto Oli (che registra 5 ispanismi e 0 germanismi). La sproporzione è evidente: queste ultime sì che sono percentuali “normali” e che non destano alcuna preoccupazione, l’interferenza dell’inglese è invece una vera e propria colonizzazione lessicale che sta soffocando e facendo regredire la nostra lingua come una piaga.

Se si analizzano gli anglicismi nei linguaggi di settore, ancora più preoccupante è la perdita di un lessico in italiano in molti ambiti, a cominciare dall’informatica, dove per lo Zingarelli ci sono ben 232 anglicismi su 737 parole marcate a questo modo, e per il Devoto 0li 417 su 980. E allora è ancora possibile parlare di informatica in italiano o siamo costretti a usare l’itanglese? Questo è il bel risultato che nel giro di un solo ventennio ci ha portato la strategia di importare anglicismi crudi e basta, grazie all’espansione delle multinazionali, ai terminologi sul loro libro paga che affermano come fosse una verità (e non la loro pessima strategia) che “i termini non si traducono” e a chi crede che “essere internazionali” equivalga a parlare la neolingua globale dei mercati, l’angloamericano, invece che guardare agli esempi davvero internazionali per esempio di Paesi come la Francia e la Spagna che non si vergognano certo della propria lingua né di tradurre e adattare.

Fuori dall’informatica, le cose non sono molto diverse in settori come il mondo del lavoro, l’economia, la tecnologia e persino la scienza, come ha denunciato Maria Luisa Villa:

Possiamo “permetterci di abbandonare l’italiano come lingua viva nella comunità nazionale, consegnando il dibattito sui temi della scienza a un linguaggio diverso da quello primario? Non abbiamo invece il compito di preservare l’uso dell’italiano scientifico per permettere un livello di comprensione pubblica sufficiente perché tutti possano godere dei diritti, ed esercitare i doveri di buon cittadino?”.

[Maria Luisa Villa, L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori, 2013., p. 7].

Cosa sarà dell’italiano fra 50 anni se tutto ciò che è nuovo si esprime in inglese crudo e si rinuncia a tradurre, adattare e coniare nuove parole italiane? Cosa accadrà alla nostra lingua se questa è la strategia evolutiva che abbiamo adottato?

La risposta a queste domande retoriche è facile, ma forse è bene ricordare gli ammonimenti di importanti linguisti, come Gian Luigi Beccaria:

“Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina”.

[Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116].

O come Luca Serianni:

“Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali”.

[Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Firenze, Società Dante Alighieri, durante il convegno del 25 febbraio 2015].

Anglicismi: dai singoli “prestiti” a una rete di parole interconnesse che colonizza interi settori

Interpretare i forestierismi come “prestiti” è una semplificazione ingenua che può andare bene quando il numero delle parole coinvolte è molto limitato. Nel caso del giapponese, per esempio, ci sono poco più di 50 vocaboli non adattati accolti nei dizionari, come:

aikido, anime, banzai, bonsai, emoji, futon, geisha, haiku, harakiri, hentai, hikikomori, judo, judoka, jujitsu, kabuki, kamikaze, karaoke, karate, katana, kendo, manga, mikado, origami, reiki, samurai, sashimi, shiatsu, sudoku, sumo, surimi, sushi, tatami, tofu, tsunami, wasabi, yen.

A parte qualche altra parola meno popolare e altri termini che derivano dal giapponese ma sono stati italianizzati (chimono, saké, soia, tempura…), non c’è molto altro da dire: considerare queste parole come “prestiti” tutto sommato è una classificazione che regge. Quando invece le importazioni sono circa 3.500, come nel caso dell’inglese, la teoria dei prestiti si rivela una categoria inadeguata e insufficiente per spiegare cosa sta accadendo, perché l’interferenza linguistica diventa un fenomeno ben più profondo, complesso e di tutt’altra portata.


Da una singola voce alle famiglie di anglicismi: un fenomeno trascurato

Se si analizza come sono entrati gli anglicismi da un punto di vista storico, è evidente che in larga parte non sono affatto prestiti isolati, ma si tratta di intere famiglie di parole che entrano e prolificano con diverse modalità.

Alcune volte si afferma e si diffonde un “prestito” che inizialmente è isolato, ma per la sua popolarità, con il tempo permette l’entrata di molte locuzioni collegate, come è avvenuto nel caso di → manager che ha poi portato al diffondersi di decine e decine di locuzioni come sales manager, top manager, area manager, brand manager, general manager, marketing manager

Altre volte succede il contrario: prima entra qualche parola composta, come tea-room o living room, e con il passare degli anni queste locuzioni si moltiplicano (press room, showroom, control room…) fino a che la parola madre, → room, anche se non è un lemma a sé dei dizionari, finisce lo stesso per entrare nella disponibilità di tutti.

Questo fenomeno è davvero trascurato dagli studiosi, ma mi pare fondamentale per rendere conto dell’interferenza linguistica in modo adeguato. Per fare un altro esempio di questi “prestiti” che creano una rete di vocaboli tra loro interconnessi, si può analizzare il caso di food, arrivato negli anni Ottanta attraverso fast food. Nel Devoto Oli del 1990 era l’unica occorrenza dell’anglicismo, ma oggi food designa l’intero settore dell’alimentazione e, nella grande distribuzione, il non food indica addirittura il settore non alimentare. Nel frattempo, infatti, sono comparsi i food corner (aree di ristorazione), il junk food (cibo spazzatura, 1987) o trash food (2001), lo slow food (marchio registrato italiano, 1989), il pet food (cibo per gli animali, 1992), lo street food (cibo di strada, 2000), il finger food (cibo al cartoccio, 2001), il comfort food (cibo consolatorio, 2002) e il food design (2006). Insomma, si è passati da 1 lemma (fast food, 1982) a 12: siamo andati oltre la decuplicazione in poco più di 30 anni. Ma la storia è destinata ad aumentare, visto che, fuori dai dizionari, tra gli anglicismi in circolazione si registra il food porn, e tra le notizie dei giornali si trovano i fattorini del food delivery, il social food e i food blogger, e poi gli eventi o le aziende food

Questa proliferazione di parole composte, naturalmente, non riguarda solo food, le stesse considerazioni valgono per gli altri elementi degli esempi: street (street food ma anche street art, street artist, street culture, street parade, street style), design (food design, fashion design, game design, graphic design, industrial design, interior design), pet (pet food, pet therapy, pet friendly, pet sitter) e via dicendo.

Espressioni come pet sitter, dog sitter o cat sitter, a loro volta, sono possibili perché sono state precedute da baby sitter (cfr. → “La maledizione della baby sitter e i composti di baby”), che non è un prestito isolato e “innocente”, è diventato un modello che ha permesso l’entrata di questi neologismi che circolano ormai senza alternative italiane, visto che si appoggiano a un’espressione divenuta estremamente popolare.

La parola baby, a sua volta, è stata assimilata nell’italiano e ha prodotto innumerevoli composti diventando un suffissoide che genera una quantità impressionante di altre parole e di accezioni che in inglese non esistono, sono dunque pseudoanglicismi. Il secondo elemento, sitter, non è particolarmente diffuso e prolifico, però è illuminante per esemplificare la proliferazione delle parole in -er. È evidente che, se sono centinaia, si finisce per interiorizzare nella nostra lingua una struttura inglese. Se chi fa design è un designer, chi uccide è un killer, chi fa surf è surfer, chi ferma il pallone è stopper, chi perseguita è uno stalker, uno spacciatore è un pusher, un controllore è controller, poi succede che un decodificatore è detto decoder, che un acquirente diventa uno shopper, e che da blog, chat, rock, rap, spam si ricavino blogger, chatter, rocker, spammer e non bloggatore, chattatore, rockettaro, rappatore e spammatore.

A questo punto dovrebbe essere più evidente che abbiamo a che fare non con singoli prestiti isolati, come nel caso del giapponese, ma con una rete di parole che con il tempo si allarga.

La rete di anglicismi in –ing

Torniamo a baby sitter. Tra le altre diramazioni ci sono anche baby parking, visto che parking (pseudoanglicicmo) era già diffuso, e babysitting una variazione in –ing che si è affiancata alla derivazione più italiana di babysitteraggio. Le parole in –ing (che includono gerundi ma anche participi e aggettivi) sono centinaia e centinaia.

Dopo lo stalking e il mobbing (in inglese poco usato), nel linguaggio della giurisprudenza questo “modello” si è diffuso portando nelle sentenze parole come grooming (adescamento dei minori), bossing (i soprusi del capoufficio, pseudoanglicismo) o straining (definito dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 3977 del 19/02/2018 una forma attenuata di mobbing).

Se c’è il job sharing e il car sharing ecco che allora si può introdurre anche il bike sharing, il file sharing, il video sharing, la sharing economy (visto che c’è la new economy, la net economy, la old economy, la green economy e l’economy class); se arriva il bird watching e si afferma invece di osservazione ornitologica, si apre la strada a whale watching (per le balene), fish watching (per i pesci), skywatching (per il cielo) e bio watching.

In informatica c’è il mail bombing, il mailing e le mailing list. Ci sono l’hosting e l’housing, il data processing e il batch processing,  il  debugging, l’editing, l’engineering, il morphing, il multitasking, lo spamming e il caricamento diventa loading, grazie alle mancate traduzioni delle interfacce dei programmi informatici.

Nello sport c’è il dribbling e il pressing, il doping, il trekking, il walking, il running, il footing e il jogging, il bungee jumping (salto con l’elastico) e il base jumping (paracadutismo da fermi), il canyoning (torrentismo), lo spinning che poi genera l’hydrospinning e l’acquaspinning,  mentre dal bodybuilding si esce dallo sport con il body painting e il body sculpturing (liposuzione).

La desinenza in -ing porta da brand a branding, si trova in brainstorming, bookcrossing, booking e overbooking negli alberghi; da bank si genera banking e dunque banking online, home banking, mobile banking, internet banking, e-banking, phone-banking, remote banking, e poi c’è il trading, l’e-trading o trading online e il day trading, visto che c’è già la base dell’insider trading. Dallo shopping si arriva all’e-shopping passando per i shopping center; e poi il coaching,  il counselling, le cohousing, il couponing, il coworking, il couchsurfing, il crowdfunding e il crowdsourcing. C’è il marketing, il merchandising, il naming, il  networking, il problem solving, il caravanning, il casting, il broadcasting, il podcasting e il webcasting e persino nel mondo del porno spopolano parole come pissing o squirting.

E ancora lifting e restyling, roaming, scouting, scrolling, self publishing, spelling, storytelling, stretching, timing , screening… la messa in piega dei capelli è brushing, e davanti alle desinenze in –ing appiccicate alle parole inglesi di alta disponibilità non c’è da stupirsi se dressing da condimento per le insalate, in italiano viene usato nel gergo della moda con il significato errato di abbigliamento (dress è abito, ma l’abbigliamento sarebbe clothing).

Ho scelto solo qualche esempio tra i più diffusi, ma questo elenco in –ing continua, perché nei dizionari se ne trovano molti di più dalla A di aquaplaning alla Z di zapping. Il che significa semplicemente che in italiano ci siamo abituati alle desinenze in –ing e le stiamo interiorizzando come fossero normali.

In conclusione: l’interferenza dell’inglese non si può ridurre né spiegare come una semplice raccolta di prestiti isolati. Siamo in presenza di una rete e una struttura alloglotta che entra nel nostro lessico e prolifera. Si tratta di un fenomeno nuovo, di massa, dalla portata potenzialmente devastante, che non ha precedenti in alcuna epoca passata e che non ha eguali nemmeno quando il francese rappresentava la lingua di moda che ci influenzava con moltissimi “prestiti” non adattati. Si tratta di un fenomeno dalla velocità sconcertante: in 70 anni, nell’arco di una sola generazione, abbiamo importato un numero di anglicismi interconessi e sempre più fitti che stanno cambiando il volto dell’italiano con suoni estranei alla nostra tradizione, con nuove regole aliene alla nostra grammatica.

Gli anglicismi non sono parole isolate, sono semi che attecchiscono in modo virale perché al contrario di ciò che avviene in altri Paesi in Italia non abbiamo anticorpi e da noi trovano il clima favorevole per moltiplicarsi a dismisura e incontrastati. Queste parole stanno colonizzando intere aree di settore, come l’informatica, la moda, il lavoro, molti ambiti dell’economia, dello sport, delle leggi, della politica… È il segnale che il lessico dell’italiano storico è destinato a cambiare, ad anglicizzarsi sempre maggiormente e corre seriamente il rischio di trasformarsi in itanglese, perdendo la propria  identità.

La presenza di anglicismi e altri forestierismi dallo spoglio del Devoto Oli

I linguisti che si dichiarano “non preoccupati” per la presenza degli anglicismi nella lingua italiana hanno una visione “statica” del fenomeno. Se si mostra loro che un dizionario come il Devoto Oli registra attualmente circa 3.500 parole inglesi, rispondono che comunque rappresentano solo il 2 o 3% di tutte le voci presenti in un vocabolario. Ma questo modo di annacquare gli anglicismi e di spalmarli su tutti i lemmi di un dizionario (quelli monovolume raccolgono dalle 100.000 alle 150.000 voci) non è un criterio utile per comprendere come stanno le cose, per molte ragioni.

Occorre un’analisi lessicale storica e per categorie grammaticali

Per prima cosa i dizionari registrano molte voci arcaiche, disusate, poetiche… e queste andrebbero tolte dai conteggi delle percentuali degli anglicismi, che sono invece parole moderne. Ma, soprattutto, va detto che per oltre il 90% dei casi, le parole inglesi sono sostantivi e in maniera minore aggettivi e un’infiltrazione concentrata in questi ambiti non può essere trascurata.

Se si analizzano per esempio i verbi, il Devoto Oli  ne registra circa 10.000 e tra questi ce ne sono solo un centinaio costituiti da semiadattamenti come googlare, downloadare, backuppare… che complessivamente non rappresentano una percentuale preoccupante e tale da modificare il nostro sistema verbale: si attestano intorno all’1% dei verbi.

Nello stesso dizionario, al contrario, i sostantivi registrati sono più o meno 65.000 (cifra che include circa 900 francesismi e 3.000 anglicismi) e se si escludono le voci “morte” il loro numero scende ben al di sotto di 60.000.

Comunque sia, considerando circa 3.000 sostantivi inglesi su un totale di 60.000, ecco che la percentuale dei sostantivi inglesi diventa circa del 5%, che comincia a essere un numero molto invadente, soprattutto perché, se si vanno a guardare i neologismi del Nuovo millennio, gli anglicismi rappresentano ben la metà delle parole nuove!

E allora conviene passare da una visione statica a una dinamica: bisogna cioè analizzare il fenomeno dell’inglese che penetra nella nostra lingua non come un’istantanea, ma come un flusso che cresce in modo esponenziale, ed è per questo che è preoccupante.


L’aumento degli anglicismi dall’Ottocento a oggi

L’entrata delle parole inglesi è un fenomeno che comincia a diventare massiccio dal secondo dopoguerra. Dal grafico costruito sulla base dello spoglio di Zingarelli, Devoto Oli e Sabatini Coletti si può capire meglio come stanno le cose: nella prima colonna gli anglicismi datati prima dell’Ottocento, nella seconda quelli dell’Ottocento e nella terza quelli del Novecento.

 

GRAFICO 4.1
Le datazioni e il numero degli anglicismi non adattati di Zingarelli, Devoto Oli e Sabatini Coletti sino al Novecento (A. Zoppetti, Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 81).

Davanti a questi dati non si può fare finta di niente e rispondere che l’influsso dell’inglese è ancora poca cosa: la nave imbarca acqua, e bisogna capire come arginare la falla invece di dire che ci sono solo 2 o 3 dita, se non si vuole finire con l’andare a fondo!

Per comprendere meglio i numeri, è utile fare un confronto tra forestierismi analizzando anche i francesismi e gli ispanismi, che rappresentano le due lingue che storicamente ci hanno maggiormente influenzati (al quarto posto ci sono i germanismi, mentre il contributo delle altre lingue si attesta su valori molto più insignificanti). Dalle datazioni che si ricavano dal Devoto Oli, risulta che fino all’Ottocento era il francese a costituire la lingua con un maggiore apporto di forestierismi non adattati, e che dopo la seconda metà del Novecento è successo qualcosa di anomalo e grave che non ha precedenti storici!

Va precisato che i numeri che emergono dalle datazioni digitali sono grezzi, in altre parole hanno margini di errore stimabili intorno al 10% rispetto a quelli che si possono ottenere da analisi raffinate e più ponderate. Più nel dettaglio, nelle analisi grezze, quando una parola non ha indicata una data precisa, ma solo un riferimento al secolo, può capitare che una stessa voce compaia sia nella prima metà del Novecento sia nella seconda (è il caso di “access provider”, per esempio), il che spiega perché la somma dei forestierismi di prima e seconda metà del Novecento non corrisponda esattamente al numero degli anglicismi dell’intero Novecento, ma si tratta di un margine di errore trascurabile, visti gli ordini di grandezza. Ecco perché dal Devoto Oli risulta che nell’Ottocento sono entrati 187 anglicismi (contro i 244 francesismi e i 75 ispanismi) di cui 42 nella prima metà del secolo (contro 79 dal francese e 36 dallo spagnolo) e 152 nella seconda metà (contro 173 dal francese e 53 dallo spagnolo).

Questo equilibrio si spezza nella prima metà del Novecento quando, con il finire dell’epoca della Belle époque, entrano 747 anglicismi (contro 366 francesismi e 6 ispanismi), per poi impazzire definitivamente nella seconda metà del Novecento con 2.077 parole inglesi non adattate (contro 296 francesi e 32 spagnole).

Nel Nuovo millennio (al 2017) gli anglicismi accolti sono 509 (contro 12 francesismi e 5 ispanismi) e nel grafico ho provato a ricostruire la situazione in modo visivo.

Anglicismi entrati storicamente
Le datazioni e il numero di francesismi, ispanismi e anglicismi non adattati nel Devoto Oli 2017.

Per la cronaca: i neologismi del nuovo Millennio sono in tutto 1.049, dunque la metà di essi sono parole inglesi. Ma passando dai dati grezzi a ricerche raffinate, le cose stanno anche peggio, perché sotto gli anglicismi non sono incluse parole semiadattate come i verbi switchare, spoilerare e via dicendo, né le altre parole derivate dall’inglese (selfone, customizzazione, fashionista…) che farebbero salire di non poco le statistiche e porterebbero il numero degli anglicismi del Duemila a essere maggiore di quello dei neologismi autoctoni che riusciamo a produrre.

E allora qual è il destino del lessico italiano davanti a questi dati?
Quale sarà l’italiano del futuro se le cose non cambiano?

La mia previsione è che sarà itanglese. In sintesi: la struttura dell’italiano, la sintassi e i verbi saranno sostanzialmente quelli di ieri e di oggi, mentre i sostantivi saranno in percentuale sempre più ampia parole inglesi, dalle regole ortografiche e fonetiche diverse dall’italiano storico. La nostra lingua sarà sempre più inadatta a descrivere le cose nuove, che si diranno in inglese, soprattutto negli ambiti tecnologici, scientifici e lavorativi.

Si può ancora definire “italiano” un simile idioma? Per gli anglopuristi probabilmente sì, per me no. In gioco c’è l’identità dell’italiano del futuro!

Chi definisce i forestierismi come dei “doni” e li vede come un arricchimento dovrebbe guardare il fenomeno dell’inglese nel suo divenire. Allora si renderebbe conto che il problema non è nel purismo o nel neopurismo, ma è semplicemente nel loro numero! L’esplosione dell’inglese è impazzita e non ha più controllo: sette secoli di influenza del francese hanno generato migliaia e migliaia di francesismi italianizzati, ma meno di 1.000 francesismi non adattati. Invece, in soli 70 anni, nell’arco cioè di una sola generazione, abbiamo importato 3.000 parole inglesi (e solo un ulteriore migliaio di parole inglesi italianizzate)! Non siamo più capaci di tradurre e di adattare, non sappiamo (o non vogliamo) creare neologismi al posto degli anglicismi e spesso preferiamo usare l’inglese anche in presenza di parole italiane che in questo modo regrediscono.

Una lingua è in grado di sopportare una proliferazione così massiccia e rapida senza snaturarsi e perdere la propria identità?