Anglicizzazione del giapponese e itanglese: analogie e differenze

L’interferenza dell’inglese nelle lingue locali è un fenomeno internazionale, anche se l’Italia è un caso anomalo in Europa, e l’anglicizzazione è senza uguali rispetto per esempio alla Francia o alla Spagna. Quello che ci contraddistingue è la totale assenza di reattività davanti a questa nuova forma di colonialismo, e mentre all’estero si varano politiche linguistiche, campagne di tutela e promozione degli idiomi locali, ed esistono istituzioni che creano ufficialmente neologismi e alternative, noi siamo allo sbando, perché i nostri politici, i nostri mezzi di informazione, i nostri intellettuali o scienziati e la nostra classe dirigente diffondono con la loro autorità l’adozione degli anglicismi, invece di contrastarli; e tra i linguisti c’è chi li giustifica come “necessari” e chi ancora nega che l’anglicizzazione della nostra lingua esista o sia un problema.

L’irruzione dell’angloamericano nelle altre lingue, con i suoi diversi gradi di profondità, non riguarda solo l’Europa. Così come da noi si parla di itanglese (in Francia del franglais, in Germania del Denglisch…), in Asia si parla dell’hinglish per l’hindi, del konglish per il coreano, o del tinglish per il thai (per i nomi di queste contaminazioni in altri Paesi cfr. Tullio De Mauro, “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”).

Nel caso del giapponese il fenomeno prende il nome di japish, englanese o giappinglese.

Analogie tra Italia e Giappone

C’è un fatto significativo che accomuna italiani e giapponesi: entrambe le popolazioni conoscono poco l’inglese. Dalle statistiche Istat riferite al 2012, solo il 43,7% degli italiani tra i 18 e i 74 anni conosce almeno un po’ di inglese, mentre per altre fonti solo il 34% sarebbe in grado di sostenere una conversazione. Secondo le ricerche effettuate tra gli studenti delle scuole secondarie e delle università, l’indice di conoscenza dell’inglese attraverso il criterio di punteggio denominato EF EPI vede l’Italia al 26° posto in Europa (su 33 Paesi) e al 36° nel mondo, con un livello di competenza medio, ma il Giappone è messo decisamente peggio: è al 53° posto con un livello di competenza basso. Credo sia significativo che la diffusione degli anglicismi sia ampia proprio in Paesi dove l’inglese si sa poco; forse, quando non si conosce il significato di molte parole, si tende più facilmente a ripeterle così come sono; e invece di saperle tradurre e di utilizzare gli equivalenti in modo più naturale, appaiono tecnicismi “insostituibili” anche quando non lo sono.

italia e giappone conoscenza dell'inglese

Un altro elemento di affinità tra italiani e giapponesi si può rintracciare nel complesso di inferiorità nei confronti dell’inglese che, più in generale, in Giappone spesso si riscontra verso chi è occidentale. Questo sentimento agevola l’adozione degli anglicismi, che nel giapponese sono molto diffusi a partire dal settore tecnologico, nonostante il ruolo di prestigio nel campo dell’elettronica di consumo. Una parola come walkman, per esempio, è un marchio registrato nel 1979 dalla Sony, anche se viene considerato un termine inglese.

Anche se ci sono queste analogie, un confronto Italia-Giappone nell’accogliere parole angloamericane ci vede decisamente sfavoriti. A dispetto dei reciproci complessi di inferiorità e della non alta conoscenza dell’inglese, dall’altra parte del globo si registrano infatti una reattività e una strategia di adattamento che da noi sono venute a mancare.


Le differenze tra itanglese e giappinglese

Un’importante differenza tra italiano e giapponese sta nel fatto che, mentre noi usiamo l’alfabeto latino, “la lingua giapponese presenta un complesso sistema di scrittura composto da due sillabari – hiragana e katakana – e dai caratteri di origine cinese – kanji – introdotti dalla Cina circa 1500 anni fa, cui possono aggiungersi lettere dell’alfabeto latino e persino intere parole straniere” (Susanna Marino, Yuko Enomoto, il Dizionario Giapponese, Zanichelli 2006).

In questo modo, gli anglicismi scritti in alfabeto latino possono irrompere all’interno del sistema di scrittura tradizionale spezzando in modo ben più pesante che da noi l’identità linguistica, e perciò i forestierismi sono di solito trascritti nel sistema del katakana. Anche per questo motivo si manifestano opposizioni all’accoglimento ben più forti e motivate che da noi. Ma anche il senso di inferiorità verso l’inglese del caso nipponico è un po’ diverso dal nostro, visto che si tratta di un popolo tradizionalmente combattivo e storicamente segnato in modo profondo dalle bombe atomiche e dall’umiliante resa agli Stati Uniti. E infatti le reazioni che si registrano sono da noi inusuali. Da anni l’Agenzia per gli Affari Culturali Giapponesi denuncia l’uso crescente delle parole straniere che intaccano la bellezza della lingua tradizionale e creano un ostacolo per la comunicazione tra giovani e anziani. E nel Paese del sol levante capita persino che un settantunenne giapponese intenti una causa contro l’emittente di Stato NHK per il continuo uso di “prestiti” linguistici trascritti nell’alfabeto del katakana.

Oltre a queste resistenze che aiutano a mantenere l’identità della loro lingua, un’altra sostanziale differenza con il caso italiano va individuata nella modalità con cui gli anglicismi sono accolti, che passa per l’adattamento e la creazione di neologismi.  Il giapponese moderno è una “lingua che tende a evolversi piuttosto velocemente, con la creazione di neologismi e l’adozione di parole straniere (soprattutto inglesi)” (Susanna Marino, Yuko Enomoto, il Dizionario Giapponese, Zanichelli 2006). Ma queste parole non sono adottate in modo crudo, come da noi, sono al contrario adattate al proprio sistema grafico e soprattutto fonetico. Così gli anglicismi vengono maggiormente assimilati e assorbiti.

I Pokemon, per esempio (la cui pronuncia in giapponese è Pokémon e non Pòkemon come si dice in angloamericano e di conseguenza, inutile dirlo, anche in italiano), nascono dalla contrazione di Poket Monsters che diventa Poketto monsutaa, pronunciato alla giapponese più o meno come “pokéto mònstaa”. E così, mouse si esprime con un adattamento che suona come mausu (a usare l’inglese crudo siamo quasi solo noi italiani, visto che negli altri Paesi o si usa “topo” o si adatta), mentre il personal computer diventa paasonaru konpyuutaa poi abbreviato in pasokon (pronunciato più o meno “pasokòn”).

erikottero
Eriko Kawasaki

E come spiega in un video molto istruttivo la frizzante Eriko Kawasaki, la playstation si adatta ai propri suoni e diventa puresute (pron. “plestè”), oppure  lo smartphone si trasforma in sumaho (pron. “ sumàho”).

Anche i giapponesi, come gli italiani, hanno una certa predilezione ad abbreviare le parole inglesi. Ma noi le decurtiamo in modo ridicolo mantenendone la grafia e la pronuncia originale con risultati assurdi: la spending invece della spending review indica la spesa, e non la sua revisione, che è dunque l’opposto di quello che diciamo; il basket vuol dire cesto e non basketball; social non sono i social network, cioè le piattaforme sociali, vuole dire sociale
I nipponici, invece, prediligono le contrazioni e soprattutto non hanno alcun timore di adattare l’inglese ai loro suoni, come tendono a fare del resto anche gli spagnoli o i francesi. È significativo che in Giappone si adattino persino i nomi propri: seguire la propria indole linguistica è istintivo, non è qualcosa di cui vergognarsi perché “imbastardisce” l’inglese. Makudonarudo (che si pronuncia con l’accento sulla “o” finale) è la giapponesizzazione di McDonald’s, e nel naturale processo di adattamento + contrazione a Osaka si dice più spesso Makudo (pronunciato per approssimazione al suono “Makudò”), mentre a Tokyo prevale la decurtazione “Makku”. Insomma, questo processo di adattamento – tipico delle lingue sane – convive con la capacità di generare neologismi, non si riduce all’importare senza adattamenti come nel caso italiano, e tutto sommato preserva l’identità linguistica in modo decisamente maggiore che da noi. Nel non avere tabù nell’assimilare i forestierismi a questo modo, nomi propri compresi, vale la pena di segnalare che Dorugaba (pronunciato pressappoco “Torugabà”) è semplicemente la marca Dolce & Gabbana, dove la nostra “italianità” si esprime invece con una “e commerciale” che ha senso come abbreviazione in inglese al posto del più lungo “and”, ma che nella nostra lingua non ha alcun motivo di esistere.

* * *

Grazie a Lucius Etruscus che mi ha segnalato la questione dei nipponismi in uno scambio che mi ha dato lo spunto per questo articolo.
Grazie a Ginevra Borgnis per la consulenza linguistica e culturale sul Giappone e a Erikottero cui ho rubato molti esempi.