Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (prima parte)

Immaginiamo una multinazionale italiana che imponga a tutti i Paesi in cui ha sede di conoscere l’italiano, che emani le direttive interne in quella lingua e pretenda che le riunioni dei vertici si facciano in italiano. Se qualcuno non lo sa lo si forma, lo si obbliga a fare corsi d’italiano, e se non lo impara è fuori.

Probabilmente nelle succursali degli altri Paesi qualcuno si opporrebbe a questo modello dispotico. Invece pochi hanno da ridire se tutto ciò accade con le multinazionali angloamericane, perché diamo scontato che l’inglese sia la lingua internazionale, e non la “lingua dei padroni” e dell’egemonia che si impone nel mondo del lavoro per questione di rapporti di forza. È la conseguenza linguistica del capitalismo mondializzato che oggi si chiama globalizzazione.

Passando dalla consuetudine all’etica, la domanda è: è giusto tutto questo? È un processo democratico?

Il tema è politico e le risposte possibili sono due, per semplificare.

Ci sono gli anglofili sostenitori del diritto del più forte e della prassi, e ci sono gli “idealisti” che si schierano dalla parte del plurilinguismo vissuto come un valore da difendere. Le soluzioni moderate e miste, che si appellano al buon senso, si possono salutare come figlie della massima in medio stat virtus oppure come cerchiobottismo, ma quando si tratta di determinare in quali casi sarebbe giusto usare l’inglese e in quali no, le decisioni pratiche alla fine sono sempre influenzate dalla visione più generale.

Il partito degli anglofili

Gli anglofili si appellano alla prassi, sostengono che l’inglese è di fatto la lingua che si è ormai imposta in tutto il mondo. Questa affermazione è però influenzata dalla visione politica sottostante, e non è vera da un punto di vista statistico. In Italia l’inglese è masticato da circa il 48% della popolazione, stando ai dati Istat 2015, ma il 28% di costoro ne ha una conoscenza scarsa, turistica e insufficiente. E allora l’inglese è conosciuto da una minoranza degli italiani. Gli altri sono esclusi, non hanno accesso a questa lingua “internazionale” che è un progetto politico, non una realtà. Dunque sono considerati come ignoranti, da “alfabetizzare”, educare e istruire, anche se molti di loro conoscono per esempio altre lingue come il francese (quasi il 30%) o lo spagnolo (circa l’11%, una percentuale che si amplia con il fatto che è una lingua con un’alta intercomprensibilità). Ma queste lingue sono considerate di serie B, perché il disegno globale è quello di portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo a base inglese, e le altre lingue sono viste come inutili per la comunicazione internazionale, o addirittura come un ostacolo: prima devi sapere l’inglese, poi se vuoi studia pure le altre lingue.

Tutto ciò si può definire colonialismo linguistico, per chiamare le cose con il loro nome. È un modello che risale almeno all’Ottocento, utilizzato dal Regno Unito nelle proprie colonie, ed è quello che ha portato alla spartizione dell’Africa in aree inglesi o francesi, dove sono sorte le scuole coloniali per instaurare la nuova lingua, e dove tantissimi idiomi locali sono in questo modo morti, come racconta bene lo scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’o (Decolonizzare la mente, Jaka Book 2015) che invita gli intellettuali a ribellarsi all’ingese.
Oggi, le scuole dove si insegna in inglese non si chiamano più coloniali, ma sono vendute come “internazionali” e sono di gran moda, costose e blasonate; ma sotto c’è lo stesso disegno: formare in inglese e contribuire così alla sua affermazione come la lingua mondiale. L’accesso a queste scuole è riservato ai ceti abbienti che se le possono permettere, mentre si fa strada l’idea che insegnare in italiano generi laureati di rango inferiore rispetto a chi si è formato nella scuola e nella lingua di serie A.
Queste scuole generano il mito della competizione internazionale su cui campano, che porta alla “fuga dei cervelli”, cioè i laureati che si formano a spese dello Stato (le rette universitarie coprono solo in piccola parte i costi dell’Università) che poi finiranno a lavorare all’estero in Paesi che trarranno profitto dal nostro investimento. Tutto ciò ha dei costi incredibili per noi, ed molto vantaggioso per Paesi come gli Stati Uniti: è molto più conveniente importare i cervelli già formati da fuori (dalle “colonie”) che formarli. Sul piano interno, le conseguenze di questa politica non sono solo economiche, ma anche culturali. Sta prendendo piede l’idea che le università che insegnano in italiano siano di rango inferiore. E atenei come il Politecnico di Milano, in barba alle sentenze, hanno deciso di fatto di erogare la maggior parte degli insegnamenti in lingua inglese, proprio per “elevarsi”.

In questo scenario, l’inglese internazionale sta producendo una diglossia neomedievale, per citare il linguista tedesco Jürgen Trabant, cioè una società in cui l’accesso alla lingua di rango superiore – un tempo il latino, oggi l’inglese – è riservato ai ceti superiori, mentre le masse escluse dalla cultura alta si accontentano della lingua locale, oggi l’italiano e un tempo i dialetti.
Il modello che stiamo perseguendo è quello di rendere l’italiano, e le lingue locali, i dialetti di un’Europa la cui lingua sarà l’inglese.

Siamo sicuri che questo è il modello che vogliamo? E soprattutto: qualcuno ci ha chiesto se è quello che vogliamo?

Esperanto, plurilinguismo e modelli alternativi

Il punto critico di chi respinge questo modello – a parte il fatto che in Italia semplicemente è una posizione che non è rappresentata e sembra non esistere – sta nella soluzione concreta al problema della comunicazione internazionale. Se si rinuncia all’inglese, come si fa?

Le soluzioni sono varie.

Da un punto di vista teorico, l’esperanto, per esempio, sarebbe una soluzione neutrale ed etica. Si tratta di una lingua semplificata, concepita per essere appresa in poco tempo, ed essendo una lingua artificiale gode di poche semplici regole (non ci sono irregolarità) e si appoggia a un lessico pensato per le sue radici più o meno internazionali e comuni a molte lingue. Ma gli esperantisti sono sempre stati bastonati (e persino perseguitati) e la loro proposta è stata osteggiata sin dal suo apparire, spesso con argomenti falsi. È stato detto che non funziona, ma invece funziona benissimo. È stato detto che anche se funzionasse poi con il tempo si differenzierebbe localmente, una sciocchezza che confonde le lingue naturali con quelle artificiali che si preservano proprio perché non sono la lingua madre di nessuno. A questo proposito vale la pena di ricordare che il latino dei teologi medievali e di alcuni scienziati, proprio perché era una lingua culturale di intermediazione, si è preservato per secoli e ancora oggi è usato negli ambienti cattolici come lingua franca dove si creano persino i neologismi utili a esprimere il presente, per cui un tweet è un breviloquium.

La verità è che proprio perché l’esperanto è una soluzione neutra si scontra con gli enormi interessi del colonialismo linguistico basato sull’inglese. Mentre i Paesi anglofoni non hanno i costi e gli obblighi di imparare altre lingue, le scuole di formazione in inglese, i corsi di inglese, i soggiorni studio nei Paesi anglofoni… costituiscono un indotto quasi incalcolabile. Le ragioni del mancato prendere piede dell’esperanto sono queste. Umberto Eco ne elogiava persino la bellezza, ma a prescindere dalle questioni estetiche, l’esperanto è di sicuro un’utopia, ma come tutte le utopie – letteralmente un luogo che non c’è – non significa che sia irrealizzabile. L’esperanto c’è, a dire il vero, anche se è una realtà piccola che non viene presa in considerazione, ma passando dalle soluzioni filosofiche a quelle pratiche, vale la pena di ricordare che se fosse scelto come modello della comunicazione internazionale e inserito nella scuola, per la sua rapida facilità di apprendimento sarebbe possibile renderlo una soluzione ampia nell’arco di un paio di generazioni. E questa soluzione semplice farebbe risparmiare ai Paesi non anglofoni enormi investimenti che oggi si impiegano per studiare l’inglese, una soluzione di gran lunga più costosa e difficile. Inoltre, non costituirebbe una minaccia per le lingue locali e per il plurilinguismo.

Umberto Eco è celebre anche per la massima che la lingua dell’Europa è la traduzione. E questa è un’altra soluzione comunicativa che dopo l’uscita del Regno Unito dovrebbe essere presa in considerazione seriamente nella Ue, che non si capisce perché dovrebbe continuare a usare l’inglese come principale lingua di lavoro, sia dal punto di vista etico sia da quello economico (se lo chiede anche Michele Gazzola in una bella intervista al Corriere). I difensori dell’inglese come lingua dell’Europa sostengono che tradurre in tutte le lingue sarebbe costoso, ma ancora una volta bisognerebbe andare a vedere a chi conviene ricorrere all’inglese, di certo non a noi. In ogni caso, ammesso e non concesso che sia più dispendioso, è bene ricordare che anche fare le elezioni è costoso, ma sono soldi ben spesi in una democrazia, e in pochi sottoscriverebbero che è meglio instaurare una dittatura perché costa meno e si semplifica la gestione dello Stato.

E allora torniamo alla visione politica della lingua. Meglio il plurilinguismo o l’inglese internazionale? La democrazia o la dittatura dell’inglese?

Non dimentichiamo che tra i modelli di politica plurilinguistica, proprio accanto a noi, c’è l’esempio della Svizzera che funziona bene. Se in Europa si adottassero 5 lingue (francese, tedesco, spagnolo, italiano e polacco) si coprirebbe il 70% delle lingue locali, come ha spiegato Jean-Luc Laffineur e come ho già riassunto in un altro articolo (“Inglese internazionale o plurilinguismo?”).

Il pensiero unico contro la democrazia linguistica

Dopo aver chiarito che l’inglese internazionale non è l’unica soluzione possibile, né quella già compiuta come vogliono farci credere, è anche più chiaro che le questioni linguistiche sono qualcosa di politico. E se si applicassero alle soluzioni politiche in campo le categorie di destra e sinistra, i difensori del globalese (la “dittatura dell’inglese) si potrebbero etichettare come la destra della politica linguistica mondiale. Appoggiare la lingua madre dei popoli egemoni – la “lingua dei padroni” per banalizzare provocatoriamente – e imporla a tutti non è una soluzione democratica.

Curiosamente, la sinistra italiana (che oggi preferisce definirsi progressista) è schierata con la “destra” anglomane e “colonialista”, e ritiene che parlare l’inglese sia un dovere, un segno di cultura, modernità e internazionalismo, invece di guardare al plurilinguismo, alla democrazia linguistica e alle fasce di popolazione escluse o deboli. E in questa visione la convergenza con la destra è totale. Basta pensare alle tre “i” di Berlusconi e dell’allora ministra dell’Istruzione Moratti (Inglese, Internet, Impresa) e basta guardare alle recentissime tesi di Fratelli d’Italia (nel punto relativo ai giovani) che delineano chiaramente il progetto di investire per la creazione delle future generazioni bilingui a base inglese. Nelle formazioni di centro e in tutto l’arco parlamentare, non mi pare che la mentalità sia troppo diversa. In altre parole in Italia non c’è dibattito, tutti danno per scontata la stessa soluzione politica e vige il pensiero unico. Senza dibattito non c’è democrazia né libertà. Sarebbe auspicabile una corrente trasversale ai partiti di destra e di sinistra, uno spaccato della società civile, più che delle ideologie, che ponesse il problema al centro di una riflessione.

Dovremmo almeno discuterne e decolonizzare la mente, per riprendere le tesi di Ngũgĩ wa Thiong’o. Ma non esiste nulla di tutto questo e il globalese viene imposto in modo silenzioso e a piccoli passi, giorno dopo giorno. E così, la riforma Madia, nel 2017, ha sostituito “seconda lingua straniera” con “inglese” nei requisiti per accedere ai concorsi della pubblica amministrazione. Il risultato è che l’inglese è diventato obbligatorio, e la conoscenza di altre lingue superflua. Con la semplice sostituzione di “plurilinguismo” con “inglese” – che non sono affatto la stessa cosa – ci stanno portando verso il modello della lingua unica, in violazione dei principi affermati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea. La decisione del Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) di introdurre l’obbligo di presentare i Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) solo in inglese è avvenuta nello stesso anno e con le stesse modalità. Lo stesso disegno perseguito dal Politecnico di Milano di erogare la maggior parte dei corsi in lingua inglese nonostante le sentenze che in teoria lo impedirebbero.

In Italia c’è solo il “partito dell’inglese” e il pensiero unico che anno dopo anno diventa sempre più forte, e che non registra troppi dibattiti né resistenze.

In questi giorni si stanno definendo i passaporti di immunità da rilasciare a chi ha avuto il/la covid o a chi è stato vaccinato, e come per la nuova carta d’identità questo documento valido per l’Europa è concepito in italiano e in inglese. Mentre da noi nessuno si è nemmeno posto il problema, in Belgio il presidente della Gem+ (per una Governanza Europea Multilingue), un’associazione che si batte per il plurilinguismo, ha dato battaglia sulla questione come altre associazioni francesi e tedesche lo hanno fatto per la nuova carta d’identità che in Germania è invece trilingue. Queste decisioni bilingui costituiscono precedenti che favoriscono “l’inglese allo scapito delle altre lingue ufficiali dell’UE”, scrive il presidente della Gem+. E allora “tutti ai posti di combattimento – continua – Abbiamo inviato la nostra posizione a tutti i membri chiave del Parlamento europeo, così come alla rappresentanza permanente francese a Bruxelles, sottolineando che questo articolo viola i principi di proporzionalità e di sussidiarietà e suggerendo un’alternativa basata sul trilinguismo.”

Queste iniziative sono inaudite in Italia, e forse c’è qualcuno che potrebbe pensare che siano sciocchezze, ma non lo sono affatto. Sono l’ennesimo segnale di come in modo silenzioso e surrettizio la nostra classe politica, senza chiederci se siamo d’accordo, ci stia portando verso il modello dell’inglese come la lingua d’Europa.

Nella nostra petizione di legge per l’italiano, non c’è solo la questione dell’abuso degli anglicismi, c’è anche la richiesta di promuovere l’italiano in Europa, come lingua di lavoro, e all’estero.
E se la politica non darà un seguito alla nostra petizione, il prossimo passo sarà quello di allearci con le associazioni internazionali come appunto la Gem+ di Bruxelles che con il suo operato, in nome del plurilinguismo, tutela anche l’italiano.


Molti pensano che la questione dell’inglese internazionale non c’entri nulla con l’anglicizzazione della nostra lingua e con l’invadenza degli anglicismi. Ma non è così. Le due cose sono profondamente intrecciate e l’interferenza dell’inglese è proprio legata al fatto che è presentato come lingua di rango più elevato.

Perché preferiamo gli anglicismi? Anche perché la nostra classe dirigente ci sta conducendo verso il modello dell’inglese globale, e dunque lo consideriamo superiore e internazionale…

(continua)

9 pensieri su “Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (prima parte)

  1. Non so quale sia la politica che segui per il tuo blog, quando si tratta di video su Youtube, ma io penserei di usare quello che sto per lasciare come pubblicità/ammonimento di tipo ufficioso per dibattere la questione dell’itanglese. Ha un po’ di turpiloquio (in italiano, incredibilmente) ma l’ho trovato divertente. E inquietante XD

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    • Grazie. Lo avevo già visto, lo trovo molto bello perché è divertente e fa riflettere. Ma soprattutto tocca il tema della prossima puntata: perché questo obbobrio linguistico? Qesto linguaggio caricaturato, ma fino a un certo punto, non si avvale di semplici “prestiti” è la conseguenza dell’inglese come lingua superiore che dunque diventa il serbatoio più evocativo da cui attingere nella comunicazione.

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  2. Riguardo all’ Esperanto ti segnalo di nuovo questa petizione (non so se l’hai già firmata): https://secure.avaaz.org/community_petitions/it/Esperanto_langue_officielle_de_lUE/

    Proprio alcuni mesi fa stavo provando ad imparare con curiosità l’Esperanto via internet (anche se in maniera altalenante per causa dei miei impegni).

    Oltre ad Umberto Eco ci furono altri personaggi famosi che erano esperantisti : Albert Einstein, Jule Verne, Tolstoj, Tolkien (lo scrittore de Il Signore degli Anelli, per intenderci), Edmondo De Amicis, Robert Baden-Powell (fondatore dei “boy-scout”), Harry Harrison (un noto scrittore di fantascienza)… E poi ci sono persino dei papi come Giovanni XXIII, Pio X, Paolo VI e Giovanni Paolo II, arrivando poi ai linguisti come Tullio De Mauro e Bruno Migliorini.

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    • Grazie Davide, non conoscevo la petizione ma la firmerò. E hai fatto bene a ricordare i nomi illustri di chi si è schierato per l’esperanto, purtroppo circola il sentore che sia un progetto strampalato, ma non lo è affatto, e questi nomi ce lo dovrebbero ricordare.

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    • Grazie, Davide, anche da parte mia. Non solo l’Esperanto è neutrale, effettivamente molto più facile di ogni altra lingua e anche nel concreto ottimamente funzionante, ma, per andare sul personale, ha decisamente salvato la mia altrimenti grigia giovinezza. Grazie all’Esperanto ho viaggiato in lungo e in largo a poco prezzo e ho conosciuto tante persone interessantissime e soprattutto diverse dallo squallore che mi circondava allora. Devo veramente ringraziare la signora che convinse a quei tempi (ero in seconda o terza media) il preside della mia scuola ad organizzare un corso di Esperanto.
      La gente è sempre troppo veloce a giudicare senza sapere e senza informarsi, specie davanti a cose nuove o “diverse”, prima di tutto viene sempre il pregiudizio.

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      • Eh sì Gretel, questo vale anche per chi snobba le serie giapponesi bollandole addirittura come “violente e pornografiche” oppure come “robette da bambini” (ma fortunatamente quest’ultimo pregiudizio dovrebbe essere ormai naufragato).

        Poi tornando in tema di lingue franche alternative c’è anche chi vorrebbe ripescare il latino, come mostrato da questo articolo francese del quotidiano Le Figaro https://www.lefigaro.fr/vox/culture/et-si-la-langue-officielle-de-l-union-europeenne-devenait-le-latin-20210208?fbclid=IwAR1qa9_7Vg3NtLJ7szpIvFWi0MVfZ3otI8w6NauC4udQ3Q2iIZuvwWbQr94

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        • In ambiente cattolico è ancora una lingua franca. In gioventù ho lavorato con un gesuita, Roberto Busa – oggi riconosciuto come padre della linguistica compuazionale – a un cd-rom con l’Opera Omnia di Tommaso d’Aquino “cum hypertextibus”. E nella prefazione in latino rivolta a tutti gli addetti ai lavori, medievalisti e cattolici, mi sorprese l’attualizzazione di quella che consideriamo una lingua morta ma che in realtà è tenuta in vita da traduzioni terminlogiche molto moderne. Tuttavia la conoscenza del latino è in calo e non credo sia una soluzione alla portata di tutti come l’esperanto. Tra l’altro dallo spoglio dei dizionari si evince proprio come nella formazione delle parole il latino non è più dominante e cede il posto all’inglese: tra le parole dell’Ottocento erano di origine latina il 13% delle 16.000 parole del secolo, e l’inglese rappresentava il 2% degli etimi; tra le 32.000 parole del Novecento il latino è sceso al 3% e l’inglese è salito al 10%; tra il migliao dei neologismi del Nuovo millennio il latino è l’1% e l’inglese costituisce il 55% della formazione delle parole, ma quasi il 50% di queste è in inglese crudo, senza adattamenti.

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  3. Impeccabile.
    Il multilinguismo è certamente da perseguire ma comunque una lingua d’interscambio neutra e non invasiva delle culture nazionali come l’esperanto è necessaria per contrastare il globalese anglosassone, uno strumento che al contrario si presenta come classista e di dominio coloniale e che viene fatto percepire, non essendoci un dibattito sull’argomento, come conseguenza della “modernità” e dell’evoluzione dei tempi.

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    • “Non essendoci dibattito” è uno dei punti chiave. Bisogna aggiungere: soprattutto in Italia. L’associazione Gem+ di Bruxelles che si batte per il multilinguismo è molto attiva in questo senso, e sta per partire con un’azione legale contro la decisione del passaporto di immunità bilingue, per esempio. Ma sono stato contattato anche da associazioni francesi, svizzere, e persino da un membro della Vds tedesca e tutte si muovono per la tutela delle lingue locali minacciate dall’inglese. All’estero è più chiaro il fatto che l’inglese come lingua dell’Europa è una soluzione che penalizza le altre lingue della Ue e che è una posizione in campo maggioritaria, ma non la sola. E c’è chi la contrasta. Bisognerebbe che in Italia si aprisse almeno un dibattito, ma ormai per noi essere internazionali significa importare solo i modelli angloamericani, invece che guardare ai Paesi vicini, e questo tema dunque non esiste. L’anglicizzazione dell’italiano non è scindibile da questa mentalità sottostante che vede solo il globalese. è un effetto che discende proprio dall’idolatria dell’inglese globale. In una lettera aperta a Mario Draghi ho cercato di spiegarlo: https://italofonia.info/lettera-aperta-a-mario-draghi/

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