La terminologia della colonia Italia

Luis Mostallino è un lettore che mi ha scritto qualche tempo fa segnalandomi il disastro terminologico del sistema operativo dell’iPhone in “italiano”, se così si può ancora chiamare questa lingua. Dopo qualche scambio di vedute, ha deciso di segnarsi tutti gli anglicismi presenti e di inviare la sua lettera di protesta alla Apple. Poi ha fatto una cosa relativamente semplice in teoria, nella realtà un po’ più complicata perché il “device” non gli faceva aggiornare il “software” se prima non si era “loggato”, per usare il linguaggio del settore. Comunque sia, superando le difficoltà tecniche di questo tipo, è finalmente riuscito a impostare l’interfaccia in lingua francese e poi spagnola. Con tanta pazienza ha provato a segnarsi tutti gli anglicismi nelle rispettive localizzazioni, e non c’è paragone. Anche se di sicuro qualche parola gli sarà sfuggita, e dunque il risultato conterrà qualche lacuna e imprecisione, le differenze sono macroscopiche: in italiano ci sono circa un centinaio di termini inglesi, che si riducono a meno di una ventina in francese e in spagnolo.

Riporto l’elenco del glossario ordinato alfabeticamente; in grassetto ci sono le voci inglesi che sono presenti anche nelle altre lingue. Le parole in rotondo, invece, fuor dall’italiano sono tradotte.

Account
Apple Pay (SP)
Assistive touch (FR – SP)
Background
Badge
Banner
Book
Center
Computer
Cookie (FR – SP)
Controller
Crowd Sourced
Default
Dock
Download
Drive (SP)
Experimental Features (FR – SP)
Feedback
File
Fitness
Flash
Font
Game
Game Center (FR – SP)
Handoff
Hardware
Holiday Calendar
Home
HomeKit
Hotspot
Input
Inspector
Item (SP)
Layout
Link
Live photo (FR – SP)
Made for iPhone
Mail (FR)
Mindfulness
Music
News
Nickname
Night shift (FR – SP)
Notes
Offline
Output
Password
Peek
Photo
Podcast
Pop
Privacy
Provider
Push
Reader
Roaming (FR)
Screen
Selfie
Server
Slow Motion
Smart
Software (SP)
Spotlight
Spotting
Standard
Stickers (SP)
Stop
Store
Streaming (SP)
Switcher
Thread
Timeout
Timer
Touch ID (FR)
True Tone (SP – FR)
TV Remote (SP – FR)
Voiceover (SP – FR)
Wallet (SP – FR)
Wireless
Web (SP – FR)
Widget
Zoom (SP – FR)

Ogni commento è superfluo, ma qualche riflessione è invece dovuta.

La nostra lingua è diventata inadatta a esprimersi in questo settore, e non è più autosufficiente come lo era negli anni Settanta. Non c’è solo il fatto che l’italiano è stato mutilato in ambiti come l’informatica (e tanti altri), dove circa la metà della terminologia così marcata nei dizionari è in inglese puro. Non c’è nemmeno solo l’ennesima prova della profonda differenza tra l’anglicizzazione dell’italiano e quella delle altre lingue romanze. Emerge invece tutta la differenza tra le lingue – e le società – sane e quelle che si stanno creolizzando nel lessico e nella mente.
L’espansione delle multinazionali, e della loro lingua veicolata insieme alle merci e ai prodotti culturali, da noi non è arginata da una pressione interna contraria che difende le proprie radici. Da noi non esistono accademie come quelle spagnole o quella francese che combattono gli anglicismi, creano e promuovono sostitutivi, difendono il loro patrimonio linguistico e lo fanno evolvere, invece che lasciarlo divorare da una lingua cannibale. Né ci sono banche dati terminologiche orientate alla traduzione come quella del Quebec. Da noi non esistono leggi che tutelano la nostra lingua, non esiste proprio il concetto di una “politica linguistica”, e i nostri politici ostentano gli anglicismi nella loro comunicazione e anche nel linguaggio istituzionale. I nostri intellettuali e la nostra classe dirigente collaborazionista agevolano dall’interno il ricorso all’inglese, dal linguaggio lavorativo a quello della scuola, da quello tecnico-scientifico a quello dei mezzi di informazione, dalla cultura sino agli ambiti più frivoli del costume e della società.

Pensiero, linguaggio e linguisti

I linguisti non sembrano i più adatti a comprendere quello che sta accadendo. I loro approcci sono astratti, utilizzano categorie di classificazione dei forestierismi vecchie e ridicole; chiamano i forestierismi “prestiti”, che non sottraggono la parola a chi ce l’avrebbe “prestata” e soprattutto che non si restituiscono affatto. Personalmente preferisco chiamarli “trapianti”. Alcuni sono trapiantati a forza, provengono dalla pressione esterna di una lingua dominante, molti altri li trapiantiamo e coltiviamo noi stessi, visto che abbiamo la mente sempre più colonizzata, e ricorriamo spesso ai trapianti geneticamente modificati di radici inglesi coniando parole il cui senso è quello di apparire in inglese senza esserlo. Accanto a questi “prestiti apparenti”, molti linguisti continuano a parlare di “prestiti di lusso” e “di necessità”, o parlano di anglicismi intraducibili o insostituibili senza accorgersi – o meglio: senza ammettere – che in questo modo giustificano il ricorso all’inglese e il circolare di ciò che è perfettamente traducibile e tradotto in Francia e Spagna, non c’è alcuna “necessità” nel farlo. Le loro dissertazioni sugli anglicismi, sulla presunta insostituibilità di parole come selfie o brainstorming, ricordano la caricatura dell’home ridicule, cioè il Visconte La Nuance di Edmondo De Amicis (L’idioma gentile, Fratelli Treves editori, Milano 1905), che ricorreva al francese perché ogni espressione aveva a suo dire una sfumatura di significato, una nuance appunto, che l’italiano non possedeva. Senza rendersi conto di essere tragicamente ridicoli, questi studiosi si perdono nella classificazione maniacale e sempre più analitica di tutti i processi teorici che coinvolgono il lessico senza vedere, fuori da questi schemini avulsi dalla realtà, cosa sta avvenendo. I più deficienti (da deficere, nel senso più etimologico e meno offensivo che possiate immaginare, per carità!) davanti all’interferenza dell’inglese credono che sia tutto normale, e continuano a ripetere che le lingue evolvono, e sono sempre evolute, anche per via esogena (= per l’interferenza di altre lingue) senza studiare, e capire, come si sta “evolvendo” l’italiano; senza cogliere le profonde differenze storiche tra ciò che accade oggi e ciò che è accaduto in passato, e senza scorgere gli elementi di novità, per esempio rispetto a quando a influenzarci era il francese. E così, mentre hanno classificato tutti i possibili modi in cui una parola può essere “produttiva” (suffissi, confissi, prefissi, alterazioni, composti…), parlano di ibridazioni (downloadare, fashionista…) senza andare a quantificarle, senza accorgersi che il fenomeno che ho chiamato degli anglicismi “prolifici”, nel caso del francese non esisteva, e che i derivati ibridi dell’inglese sono ormai centinaia e centinaia, e crescono ogni giorno formando una rete di corpi estranei che si allarga nel nostro lessico come un cancro (anche il cancro è “produttivo” del resto). Invece di studiare l’interferenza dell’inglese nella sua portata, i linguisti preferiscono limitarsi a individuare i meccanismi astratti di ibridazione. Come se un medico spiegasse a un malato che non respira che le malattie sono normali e ci sono sempre state, che è sopravvissuto alle influenze del passato e dunque sopravviverà anche a questa, come se invece di misurare quanta febbre ha il paziente gli si spiegasse che l’innalzamento della temperatura si chiama iperpiressia, mentre quello intanto muore. Ma i linguisti italiani non sono medici. Sono “descrittivisti”, seguaci di un liberismo linguistico il cui motto è che “la lingua non va difesa, ma va studiata” che è ormai sfociato nell’anarchia nella sua accezione più distruttiva. In realtà sono descrittivi solo nel caso dell’interferenza dell’inglese, non si fanno scrupoli a condannare l’uso davanti a “errori” così diffusi che rischiano di diventare la norma (dal “qual’è” con l’apostrofo al “piuttosto che” usato con il significato di “oppure”), né a cercare di cambiare l’uso nel caso del linguaggio inclusivo o della femminilizzazione delle cariche. Il loro “descrittivismo” altalenante coincide sempre più con l’americanizzazione dei loro cervelli.


Mi tornano in mente figure e approcci di ben altro spessore. Ripenso al filosofo, logico e matematico viennese Ludwig Wittgenstein che nel suo Tractatus, pubblicato 100 anni fa, scriveva: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” (5.6). Il linguaggio descrive la realtà, e non è possibile pensare e descrivere la realtà in modo indipendente dal linguaggio. Purtroppo il linguaggio e la realtà dell’informatica sono oggi in itanglese.

A proposito del rapporto tra pensiero e linguaggio, andando indietro di un altro secolo, nel 1820 il linguista tedesco Wilhelm von Humboldt (Über das vergleichende Sprachstudium, cioè “Sullo studio comparato delle lingue”; tradotto in italiano con il titolo La diversità delle lingue) comprese proprio come il linguaggio influenzi il nostro modo di pensare. Un’idea che si ritrova anche in 1984 di George Orwell (pubblicato nel 1949) dove infatti la dittatura lavora alla stesura di un dizionario della neolingua che tra le altre cose punta proprio alla riduzione e alla distruzione delle parole, funzionale al controllo del pensiero.

Ma oggi tutto ciò non c’è più, sembra svanito. E l’idea che il linguaggio possa influenzare il pensiero è chiamata l’ipotesi di Sapir e Whorf, tradotta pari pari dall’espressione Sapir-Whorf Hypothesis, perché questi due studiosi statunitensi l’hanno rispolverata e continuata, e così ce l’hanno venduta come se l’avessero concepita loro. Questo dimostra come non solo il linguaggio, ma anche i paradigmi culturali influenzano il nostro modo di pensare.

In una società sempre più americanizzata, abbiamo ormai perso la nostra cultura, il senso della storia dell’Europa e il nostro punto di vista. Tutto sembra provenire dagli Stati Uniti ed essere reinterpretato in chiave americana anche quando non lo è. Dietro l’importazione di questa nuova “cultura” si cela l’ignoranza sempre più profonda delle nostre radici, culturali e linguistiche.

La storia la scrivono i vincitori. Il che vale soprattutto nelle dittature. E davanti alla dittatura dell’inglese abbiamo perso ogni spirito critico. Insieme al lessico inglese, abbiamo importato anche i paradigmi concettuali a stelle e strisce, e smarrito tutto ciò che c’è al di fuori di quella visione che è ormai diventata il pensiero unico.

Se Humboldt aveva capito che il linguaggio influenza il nostro modo di pensare, Freud considerava viceversa il linguaggio la spia dell’inconscio. Sono le due facce della stessa medaglia che mostrano come linguaggio e pensiero siano intrecciati. Se le parole influenzano il pensiero, contemporaneamente sono la chiave per comprendere come pensiamo.

Gli anglicismi che si moltiplicano nell’italiano sono tanti lapsus freudiani che rivelano come ormai siamo completamente colonizzati. Li ostentiamo andandone fieri, e ci vergogniamo della nostra lingua accecati dal servilismo verso una civiltà che ci appare superiore. Al tempo stesso, accettiamo senza resistenze gli anglicismi che le multinazionali dell’informatica e più in generale del lavoro ci impongono, li ripetiamo senza alternative fino a convincerci che sono “necessari”, visto che non abbiamo più gli anticorpi che esistono in Francia o in Spagna. Siamo convinti in questo modo di essere moderni e internazionali, invece che “zerbinati”. E in un circolo vizioso, tutte queste parole inglesi, a loro volta, radicano ancor di più in noi il nuovo modo di pensare, e di vivere, in itanglese.

Il disastro della terminologia informatica italiana di fronte all’inglese

Il primo uomo al mondo (di cui è possibile documentare l’attività) che ha utilizzato un calcolatore per l’analisi linguistica è stato Roberto Busa, un gesuita italiano studioso di Tommaso d’Aquino, che sin dal 1946 aveva pensato a come utilizzare il neonato calcolatore per la catalogazione e la creazione di indici sistematici del corpus tomistico. Dopo molte trattative, nel 1949, con l’appoggio di IBM, si recò così a New York e cominciò a lavorare sulle prime gigantesche macchine a schede perforate per digitalizzare tutte le opere di San Tommaso, codificando ogni parola e registrandone tutte le flessioni in modo da poterla rintracciare nel corpus. Il primo volume di questa impresa titanica uscì nel 1951, e negli anni Novanta il suo lavoro fu riversato su cd-rom e commercializzato.

 

I primati italiani dell’informatica

Seguendo la strada aperta da Busa, il linguista Carlo Tagliavini, nel 1965, applicò un analogo trattamento alla Divina Commedia, sempre con il supporto e il finanziamento di  IBM. Poiché a quel tempo i calcolatori erano macchine ingombranti che funzionavano a schede perforate, con il testo scritto in stampatello maiuscolo che non poteva essere esportato, il risultato dell’opera fu stampato su carta: un catalogo di circa 1.000 pagine in cui, oltre al testo di Dante, venivano riportate le concordanze, il lessico, il rimario, le frequenze e altri indici che consentivano di accedere al testo per parola chiave.

Nello stesso anno, il 1965, negli Stati Uniti, Ted Nelson si inventava il concetto di “ipertesto”, ma ignorava completamente che in Italia avevamo già realizzato delle opere che erano di fatto ipertesti. Nelson racconta che l’idea gli arrivò invece da un articolo di un ingegnere americano, Vannevar Bush, che nel 1945 aveva immaginato una macchina teorica (mai realizzata) fatta di scrivanie e schermi translucidi, che avrebbe dovuto essere in grado di memorizzare percorsi di lettura e associazione dei testi (il Memex). L’articolo in questione è teorico e abbastanza ingenuo, ma è interessante notare che pochi anni dopo queste riflessioni pensate prima dell’invenzione del calcolatore elettronico, Roberto Busa, invece di immaginare, si era messo all’opera per realizzare qualcosa di concreto.

La tradizione italiana nell’informatica è stata pionieristica e importante. All’università di Milano, per esempio, Silvio Ceccato fu in prima linea sui primi esperimenti di traduzione automatica, e diresse il Centro di Cibernetica e di Attività Linguistiche dal 1957 sino alla seconda metà degli anni ‘60 – quando gli investimenti vennero tagliati – producendo una letteratura pionieristica e di grande spessore, che oggi è rimasta sconosciuta o è stata dimenticata.

Nel 1965 vide la luce anche il primo esempio di elaboratore personale tutto italiano, l’Olivetti Programma 101 (o P101) ed è risaputo che alla fine degli anni ’70 il fondatore della Apple Steve Jobs, insieme a Steve Wozniak, vennero in Italia proprio per tentare accordi con la Olivetti e con i progettisti italiani che corteggiarono invano, per costruire calcolatori personali in serie. De Benedetti decise di non perdere tempo con quei due fricchettoni, e dunque la storia di quello che oggi si chiama personal computer si svolse senza l’apporto italiano.

 

Il linguaggio informatico fino agli anni Novanta

Negli anni ’60, quando IBM si insediò in Italia, il linguaggio informatico era costituito da termini come perforatrice, verificatrice, selezionatrice, inseritrice, tabulatrice (da cui le liste di tabulazione), c’era il calcolatore interprete, si parlava di sistemisti e di sistemi suddivisi in unità centrale e periferiche, c’era il lettore/perforatore schede, la lettura/scrittura su nastri e dischi, la stampante, e non circolavano anglicismi. Persino nel 1989, quando IBM, con la consulenza di Tullio De Mauro, realizzò un prototipo di vocabolario elettronico (il VELI = vocabolario elettronico della lingua italiana) basato sulle 10.000 parole più frequenti tratte dallo spoglio di alcuni giornali, la parola computer era assente nel volume di presentazione. E non solo il linguaggio informatico di De Mauro era ineccepibile rispetto all’uso di anglicismi, ma persino la presentazione di Ennio Presutti, l’amministratore delegato di IBM e la prefazione di Pierluigi Ridolfi, Direttore della ricerca scientifica di IBM, avevano un uso di anglicismi limitatissimo (si trova bit, hardware, software e poco altro).

VELI vocabolario elettronico dell alingua italiana di IBM e De Mauro
Il VELI, vocabolario elettronico della lingua italiana, diretto da Tullio De Mauro, realizzato da IBM, con la presentazione dell’amministratore delegato Presutti.

Questa attenzione e questo rispetto per la lingua italiana nell’informatica stavano però per finire.

Qual è oggi il linguaggio degli amministratori delegati delle multinazionali?

Dopo l’epoca di IBM, con l’avvento di Microsoft, Apple, e poi con l’esplosione della nuova economia, chiamata “new economy”, e con l’arrivo di Google, Facebook e gli altri interlcutori, proprio nel momento in cui l’informatica ha cessato di essere un linguaggio per addetti ai lavori ed è diventato un fenomeno di massa, il linguaggio elegante e rispettoso di IBM è un ricordo sbiadito. I nuovi protagonisti hanno conquistato il mondo imponendo la propria nomenclatura anglicizzata. Se in alcuni Paesi come la Francia e la Spagna, grazie a una differente cultura e alla presenza di accademie e politiche linguistiche serie, il problema è stato in parte arginato, in Italia siamo passati definitivamente all’itanglese.

 

Lo sfacelo della terminologia informatica italiana

Cosa è cambiato oggi, rispetto a 30 anni fa?

Tutto. A cominciare dai nomi che leggiamo sulle scatole e che ripetiamo invece di tradurre, per cui multigiocatore si dice multiplayer, un decodificatore lo chiamiamo set-top-box, e un tappetino per il mouse è ancora più figo se si dice mousepad. La custodia o il contenitore di un apparecchio elettronico, detto hardware, diventa il case, o la cover se è un cellulare, i dispositivi sono device, e i cellulari mobile device, il calcolatore principale si dice host, l’ospitalità di un sito l’hosting, una scheda di memoria è una memory card, un microcircuito integrato un microchip, la memoria temporanea è buffer, la memoria nascosta è la cache.

yahoo
L’interfaccia della posta elettronica di Yahoo! La posta è mail, la posta indesiderata è spam, la pagina principale è home, e gli anglicismi assurdi sono davvero tanti: non c’è alcuna attenzione e rispetto per la lingua italiana.

I programmi un tempo erano prevalentemente in inglese e dunque abbiamo cominciato ripetere i termini che leggevamo senza tradurli. Con l’avvento delle interfacce “localizzate” (come è di moda dire adesso invece di “tradotte”), le cose sono migliorate solo parzialmente, perché lasciare le scelte terminologiche alle multinazionali significa rinunciare a parlare l’italiano e importare la nomenclatura dei produttori.

E infatti, invece di trasferimento o scaricamento dei dati c’è il download che ha generato downloadare, invece di pagina principale si è diffuso senza alternative home page, l’aiuto è un help, i caratteri sono font e quelli senza grazie sono sans serif, la tavolozza dei colori è chiamata palette, un programma di elaborazione o scrittura è un editor, la gabbia grafica è il layout, i programmi in Rete hanno un back end e un front end, e non un’interfaccia di amministrazione un’interfaccia utente. La posta elettronica è email, la casella di posta mail box, a tutto schermo si dice full screen, e la ricerca libera il full test. Facciamo il login e il logout e non l’autenticazione o la disconnessione, i moduli sono form, e spesso gli strumenti tool, la barra degli strumenti toolbar, i fotogrammi frame, l’inoltro è il forward, le gallerie gallery, l’aggiornamento l’update o l’upgrade, l’effetto metamorfosi è il morphing, una parola d’accesso password, il navigatore è browser, un marcatore è flag

Il problema non riguarda solo le scelte terminologiche, naturalmente, è più ampio. Spesso gli anglicismi sono usati più frequentemente dei corrispettivi italiani, sono preferiti, suonano più moderni, precisi… al punto che ormai alcune parole ci sembrano intraducibili, ma invece non sappiamo più dirle in italiano, perché nessuno lo fa più.
Tra gli esperimenti con i miei studenti ho constatato l’incapacità media dei ventenni diplomati di trovare alternative italiane a espressioni come startup, di default o touch screen. Venivano indicate come tecnicismi intraducibili, perché nessuno è più capace di dire nuova impresa (o impresa nascente), opzione di sistema (anziché di default) o schermo tattile (al posto di touch screen).

E allora la sicurezza informatica è la cybersecurity , ci sono gli spyware e non i programmi spia, il phishing e non l’adescamento e la frode informatica, e un trojan (decurtazione di  trojan horse = cavallo di Troia) guai a chiamarlo troiano! Gli anglopuristi tecnologizzati subito si scagliano contro questo uso barbaro e antistorico dell’aggettivo troiano, che “non vuol dire niente”, al contrario di trojan che evidentemente vuol dire tutto.  I tecnicismi si esprimono con parole come freeware e non programma libero, shareware e non programma di prova o versione gratuita.

Poco importa se questi tecnicismi in inglese molte volte non lo siano affatto! Tablet, per esempio, vuole dire tavoletta, eppure da noi viene spacciato per prestito di necessità, perché evidentemente la metafora della tavoletta in inglese si può usare, ma in italiano no!

Persino i tasti e i comandi si preferiscono spesso dire all’inglese, shift e non il tasto di maiuscolo (o minuscolo) che ha generato shiftare e poi slash invece di barra, e ancora escape, undo, print screen e screenshot (e non uscita, annulla, stampa e schermata).

Il delirio dell’inglese continua nel linguaggio della Rete, dove i social network sembra siano preferibili a un banale reti sociali, i seguaci sono follower, gli odiatori hater, gli influenti influencer, e si dice blogger e non bloggatori o blogghisti, spammer e non spammatori, per coerenza con gli youtuber e tutti gli altri termini che si comportano come parole inglesi invece che con le desinenze italiane, a meno che non sia indispensabile, come nei casi di googlare, whatsappare, downloadare, shiftare, switchare, twittare, upgradare, uploadare, backuppare, chattare, computerizzare, crashare, debuggare, embeddare, hackerare

Nel mondo del lavoro, per essere allineati con il gergo informatico in itanglese, è bene usare un linguaggio appropriato all’angloamericano degli addetti ai lavori: l’inserimento dati è il data entry, l’elaborazione dei dati il data processing, un fondatore è founder o startupper

Forse questo elenco sta diventando  noioso, oltre che avvilente. Eppure è poca roba, perché il dizionario degli anglicismi della terminologia informatica è molto, molto più esteso. Ho fatto solo alcune citazioni di termini che ammettono anche le traduzioni in italiano, ma purtroppo non sempre è così. Computer è ormai “necessario”, da quando calcolatore o elaboratore sono diventate parole obsolete; mouse non l’abbiamo tradotto (al contrario di quanto è avvenuto in Francia, Spagna, Germania, Portogallo…) e per moltissimi termini tecnici mancano ormai le parole per dirlo in italiano.

La nostra lingua, nel nuovo Millennio, è diventata incapace di esprimere l’informatica senza ricorrere all’inglese, è stata mutilata!

Il problema è che sta avvenendo lo stesso in molti altri ambiti, come la moda, il lavoro, la scienza… e che siamo circondati dai “teorici dell’itanglese di necessità” che invece di preoccuparsi dell’importanza delle traduzioni, continuano a ripetere che va tutto bene e non sta succedendo niente.

 

L’informatica e l’itanglese

Sono tanti i linguaggi di settore in cui l’itanglese è ormai una realtà.

Oltre al linguaggio della moda, uno dei più contaminati è quello dell’informatica.

La manutenzione del computer (fino agli anni Novanta si diceva calcolatore o elaboratore, ma oggi è sempre meno possibile) o qualche problema con virus e antivirus, è qualcosa che riguarda tutti. Cercando informazioni in Rete, si finisce in siti che spiegano le cose perlopiù in questi termini:

“Oggigiorno, purtroppo, oltre ai cosiddetti virus, esistono numerose altre varianti di infezioni che possono creare problemi ad un qualsiasi computer collegato ad Internet: spyware, adware, dialer, rootkit, trojan, worm, keylogger, hijacker, e chi più ne ha più ne metta.”

Fonte: https://www.informaticapertutti.com/i-10-migliori-anti-malware-free

Quello che mi colpisce maggiormente, negli articoli di settore come questo (che però volenti o nolenti riguardano tutti, non solo gli addetti ai lavori), è l’elenco di nomi dei programmi maligni: 8 anglicismi seguiti da un “chi più ne ha più ne metta”, ma purché siano in inglese, si potrebbe aggiungere (non ce ne è uno in italiano).

La rinuncia a parlare in italiano e a ripetere a pappagallo tutto ciò che viene da oltreoceano con le stesse parole è evidente. Virus è una parola latina, anche se nel significato informatico ci arriva dall’inglese, e tralasciandola, ci sono 10 anglicismi su 38 parole (il 26,3%).

Ma questo modo di calcolare le percentuali è poco indicativo, come si può capire meglio con qualche altro esempio: se eslcudiamo dai conteggi le parole ripetute, le congiunzioni o le preposizioni (per non “salvare” la nostra lingua conteggiando le “e” o i “di”), le prcentuali salgono.

Qual è la percentuale di anglicismi in un articolo di informatica?

Cercando cosa sia uno spyware – che per la cronaca in italiano è semplicemente un programma spia –, frugando in Rete si nota subito che fornire l’alternativa italiana è qualcosa che non viene nemmeno in mente agli autori della maggior parte degli articoli. Al massimo si spiega la pronuncia in inglese, ma quasi mai si fanno circolare le alternative. Un esempio concreto:

“Che cos’è lo spyware?
Lo spyware (si pronuncia spàiuer) non è un virus ma più che altro una particolare tipologia di software malevolo, cioè di malware, progettata con il solo scopo di raccogliere senza il tuo consenso il maggior numero di informazioni possibili quando navighi su Internet, tipo siti web visitati, indirizzi email, password, dati di home banking, numeri di carte di credito, e così via dicendo. Questo con il solo scopo di inviare successivamente tali preziose informazioni a qualcuno che le userà per trarne profitto in qualche modo.

Come hai fatto a prenderlo? 
Esistono principalmente due modalità attraverso le quali puoi averlo contratto:
– la prima, avviene quando, navigando su particolari siti web, o accetti volutamente di installare determinati plugin e/o estensioni per il tuo browser preferito, oppure perché, più semplicemente, vengono sfruttate delle vulnerabilità già presenti nel tuo browser non aggiornato;
– la seconda, invece, avviene inconsapevolmente quando installi programmi e/o giochi gratuiti, di tipo freeware o shareware, scaricati da determinati siti Internet, ma anche da altre fonti quali, ad esempio, software di P2P.”

Fonte: https://www.informaticapertutti.com/come-eliminare-spyware-e-malware-dal-pc/

Questo breve testo è formato da 176 parole, di cui 18 anglicismi (considerando home banking come una sola parola), cioè il 10,2% delle occorrenze.

Detto così sembra una percentuale preoccupante, ma le cose stanno molto peggio, perché non è questo il modo migliore di stabilire le percentuali: per un calcolo sensato, non basta contare le occorrenze a questo modo, bisogna invece lemmatizzare, cioè andare a vedere quanti sono i lemmi, cioè le “parole madre”. Per es. la parola “siti” ricorre 3 volte ed è riconducibile al lemma “sito” (dunque si tratta di una sola parola madre, o lemma, che ha 3 occorrenze). Se non si compiono questi passaggi le cose si annacquano, perché la presenza di un solo anglicismo (invariabile) non va confrontata con le tutte occorrenze delle parole flesse, ma con le parole lemmatizzate (per es.: è, era, sarà vanno tutte ricondotte al lemma essere). Inoltre, ha poco senso anche includere nei conteggi la presenza di innumerevoli preposizioni come di (che ricorre 11 volte, ma si tratta di una parola sola). E allora le percentuali aumentano…

C’è un’altra cosa che sarebbe utile considerare per comprendere come stanno esattamente le cose: fare delle comparazioni grammaticali.

Come ho già detto, l’inglese sta colonizzando il nostro lessico non in ogni sua parte, sta intaccando soprattutto i sostantivi e, in maniera minore gli aggettivi, mentre i verbi o le altre parti del discorso non sono in pericolo.

In sintesi se, nell’articolo citato, si prova a calcolare la frequenza dei sostantivi in inglese rispetto a quelli italiani, si può avere un’idea della reale penetrazione degli anglicismi. Se si estraggono solo i nomi (dunque non si conteggiano parole come freeware o shareware usate in funzione di aggettivo) si ottiene una lista di 40 occorrenze (ho eliminato la parola latina virus, né italiana né inglese) di cui 16 sono parole inglesi (il 40%), mentre se le parole vengono lemmatizzate si ottiene una lista di 29 lemmi di cui 11 sono anglicismi (il 37,9%). In ordine alfabetico:

browser, browser
carte
consenso
credito
dati
email
estensioni
indirizzi
informazioni,  informazioni
Internet, Internet
fonti
giochi
home banking
malware

modalità
numero, numeri
P2P
password
plugin
profitto
programmi
pronuncia
scopo, scopo
siti, siti, siti
software
, software
spyware,
spyware
tipologia
vulnerabilità
web, web

Queste sono le percentuali: più di un terzo dei sostantivi di questo articolo campione è in inglese.  Questo è l’itanglese. Questa è la realtà.

Anglicismi: il ruolo dei traduttori e l’importanza delle traduzioni

Sabato 30 settembre 2017 ricorre la giornata mondiale della traduzione, un tema cruciale per la questione dell’itanglese.

Riflettevo sul fatto che si è ormai consolidata l’espressione “mandare una foto in allegato”, e non “mandare un attachment”, mentre quando si tratta di scaricarla o di trasferirla si usa prevalentemente il termine inglese “download”. Il motivo è che nel parlare non facciamo che ripetere inconsapevolmente quello che leggiamo nei programmi che usiamo. In un primo tempo si presentavano con interfacce in inglese, e solo successivamente sono state tradotte.

Oggi, nei programmi di posta elettronica c’è ormai il bottone allegato, invece di attachment che compariva in passato, e questa traduzione ha “salvato” l’equivalente nella nostra lingua. Ciò non è avvenuto per il termine download, che nei programmi è rimasto in inglese quando è usato come sostantivo, e solo quando indica un verbo è stato tradotto con “scarica”.

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Lo stesso si può dire di file, che il più delle volte è riportato senza traduzione e solo di recente, in alcuni programmi di videoscrittura, è sempre più sostituito da documento. Ma file si è ormai acclimatato ed è entrato nell’uso come fosse una parola insostituibile. Come desktop invece di scrivania e tanti altri termini informatici.

download 3

Questi esempi devono fare riflettere sull’importanza delle traduzioni e sulla loro circolazione, non solo nell’informatica, ma anche negli altri ambiti.

I mezzi di informazione, le pubblicità, le aziende, gli enti, i politici e tutti gli apparati o le persone che con il loro linguaggio si rivolgono a un vasto pubblico hanno un’enorme responsabilità nella diffusione (e nell’imposizione) della lingua, e se continuano a fare circolare gli anglicismi non tradotti, è inevitabile che poi i parlanti li ripeteranno e perderanno la capacità di ricorrere agli equivalenti italiani che non si usano, si perdono, e non vengono in mente in modo immediato (privacy/riservatezza, trend/tendenza, feedback/riscontro, customer care/assistenza clienti…).

E invece la Rai sta in questi giorni pubblicizzando il Back to fact (Milano, 28 settembre – 1 ottobre 2017) dove si trovano interventi come Fact checking: un’arma fondamentale contro le fake news, le Ferrovie dello Stato si vantano di aprire nuovi help center invece di punti di informazione, e gli apparati mediatici non fanno che martellarci di anglicismi soprattutto nei titoli (in grande e urlati).

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Il problema dei giornali e dei mezzi di informazione non è solo quello di preferire l’inglese (per il maggiore impatto o la pretesa sinteticità). Sempre più spesso attingono tutti dalle stesse fonti (prevalentemente angoloamericane) e riportano gli stessi termini in originale, lasciando ad altri il problema delle traduzioni. E così in un batter d’occhio si propagano parole come spread, brexit o gig economy che circolano senza alternative e diventano il monolinguaggio mediatico stereotipato che si impone nell’uso di tutti. In questo modo, nell’era del tempo reale e della globalizzazione, gli anglicismi entrano così rapidamente che non c’è il tempo di tradurli o di sostituirli: si attestano nell’uso come vengono riportati, prima che i traduttori professionali possano intervenire. E una volta affermati, poi è tardi per sostituirli.

E allora le traduzioni sono davvero cruciali. Il problema è che mancano i traduttori professionali, almeno nell’informazione che si rivolge al largo pubblico. E soprattutto è in atto una battaglia culturale dove le traduzioni sono spesso volutamente trascurate. Venendo ai linguaggi settoriali e degli addetti ai lavori, come quello tecnico e scientifico, la battaglia per dirlo in italiano è quasi persa. Gli scienziati scrivono e pubblicano in inglese per rivolgersi alla comunità mondiale, e una scienziata come Maria Luisa Villa si dimostra davvero preoccupata per la comprensione pubblica della scienza:

“Nel giro di pochi lustri la lingua italiana potrebbe essere mutilata e inadatta alla trasmissione del sapere scientifico.”

[Maria Luisa Villa, L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori-Pearson, Milano 2013, p. 95]

Barbara Cappuzzo nota invece che esistono “organismi internazionali multilingui (Ue, Fao, Onu) impegnati nella costruzione di corrispondenze terminologiche tra le diverse lingue, e sono nate vere e proprie banche dati terminologiche.” Tra i progetti più interessanti nostrani c’è quello di Ass.I.Term (Associazione
Italiana per la Terminologia), il cui principale obiettivo è quello di promuovere l’arricchimento del lessico scientifico e tecnico in lingua italiana.
Attività di questo tipo si scontrano però con la volontà di una comunità internazionale di ingegneri, tecnici e ricercatori che si battono per l’omologazione terminologica anglofona nel discorso tecnico-scientifico.

[Barbara Cappuzzo “Il linguaggio informatico inglese e italiano: considerazioni su alcuni aspetti lessicali dal confronto tra le due lingue”, in MPW, Mots Palabras Words, 6/2005, p. 68]

Questo è il vero problema, che denuncia anche Claude Hagège quando scrive che la predominanza dell’angloamericano spinge verso una mentalità monolingue che è tutta a beneficio dell’inglese e all’imposizione della lingua dominante da parte di tutti.

Le competenze plurilinguistiche non sono considerate una ricchezza e il “monolinguismo a vantaggio dell’inglese è vissuto come garanzia (…) della modernità e del progresso, mentre il plurilinguismo è associato al sottosviluppo e all’arretratezza economica, sociale e politica, oppure è considerato una fase, negativa e breve, sulla via che deve condurre al solo inglese.

[Claude Hagege, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 100]

Dirlo in inglese o in italiano è perciò in questo momento una battaglia culturale e politica tra due diverse visioni del mondo e del nostro futuro: il monolinguaggio basato sull’inglese che vuole essere internazionale e moderno, e la difesa della lingua e della cultura locale che rischia di soccombere davanti alla globalizzazione. Se l’italiano non si saprà rinnovare con la creazione di adattamenti, neologismi e traduzioni, il suo futuro sarà l’itanglese. I traduttori professionali sono più che mai fondamentali per evitare questo scenario, anche se spesso non c’è il tempo di proporre alternative in grado di affermarsi, perché le traduzioni possibili possono essere tante, e faticano ad affermarsi contro la tendenza alla stereotipia diffusa dai mezzi di informazione (una parola con un solo significato come piace ai traduttori automatici).

Le conseguenze di questa mancanza di traduzioni, sia nell’ambito mediatico e più popolare, sia in quello tecnico e scientifico sono devastanti per il nostro lessico e la nostra lingua.

Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali.”

[Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Società Dante Alighieri, Firenze, durante il convegno del 25 febbraio 2015]

Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina.

[Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo
globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116]