Anglicismi: il ruolo dei traduttori e l’importanza delle traduzioni

Sabato 30 settembre 2017 ricorre la giornata mondiale della traduzione, un tema cruciale per la questione dell’itanglese.

Riflettevo sul fatto che si è ormai consolidata l’espressione “mandare una foto in allegato”, e non “mandare un attachment”, mentre quando si tratta di scaricarla o di trasferirla si usa prevalentemente il termine inglese “download”. Il motivo è che nel parlare non facciamo che ripetere inconsapevolmente quello che leggiamo nei programmi che usiamo. In un primo tempo si presentavano con interfacce in inglese, e solo successivamente sono state tradotte.

Oggi, nei programmi di posta elettronica c’è ormai il bottone allegato, invece di attachment che compariva in passato, e questa traduzione ha “salvato” l’equivalente nella nostra lingua. Ciò non è avvenuto per il termine download, che nei programmi è rimasto in inglese quando è usato come sostantivo, e solo quando indica un verbo è stato tradotto con “scarica”.

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Lo stesso si può dire di file, che il più delle volte è riportato senza traduzione e solo di recente, in alcuni programmi di videoscrittura, è sempre più sostituito da documento. Ma file si è ormai acclimatato ed è entrato nell’uso come fosse una parola insostituibile. Come desktop invece di scrivania e tanti altri termini informatici.

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Questi esempi devono fare riflettere sull’importanza delle traduzioni e sulla loro circolazione, non solo nell’informatica, ma anche negli altri ambiti.

I mezzi di informazione, le pubblicità, le aziende, gli enti, i politici e tutti gli apparati o le persone che con il loro linguaggio si rivolgono a un vasto pubblico hanno un’enorme responsabilità nella diffusione (e nell’imposizione) della lingua, e se continuano a fare circolare gli anglicismi non tradotti, è inevitabile che poi i parlanti li ripeteranno e perderanno la capacità di ricorrere agli equivalenti italiani che non si usano, si perdono, e non vengono in mente in modo immediato (privacy/riservatezza, trend/tendenza, feedback/riscontro, customer care/assistenza clienti…).

E invece la Rai sta in questi giorni pubblicizzando il Back to fact (Milano, 28 settembre – 1 ottobre 2017) dove si trovano interventi come Fact checking: un’arma fondamentale contro le fake news, le Ferrovie dello Stato si vantano di aprire nuovi help center invece di punti di informazione, e gli apparati mediatici non fanno che martellarci di anglicismi soprattutto nei titoli (in grande e urlati).

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Il problema dei giornali e dei mezzi di informazione non è solo quello di preferire l’inglese (per il maggiore impatto o la pretesa sinteticità). Sempre più spesso attingono tutti dalle stesse fonti (prevalentemente angoloamericane) e riportano gli stessi termini in originale, lasciando ad altri il problema delle traduzioni. E così in un batter d’occhio si propagano parole come spread, brexit o gig economy che circolano senza alternative e diventano il monolinguaggio mediatico stereotipato che si impone nell’uso di tutti. In questo modo, nell’era del tempo reale e della globalizzazione, gli anglicismi entrano così rapidamente che non c’è il tempo di tradurli o di sostituirli: si attestano nell’uso come vengono riportati, prima che i traduttori professionali possano intervenire. E una volta affermati, poi è tardi per sostituirli.

E allora le traduzioni sono davvero cruciali. Il problema è che mancano i traduttori professionali, almeno nell’informazione che si rivolge al largo pubblico. E soprattutto è in atto una battaglia culturale dove le traduzioni sono spesso volutamente trascurate. Venendo ai linguaggi settoriali e degli addetti ai lavori, come quello tecnico e scientifico, la battaglia per dirlo in italiano è quasi persa. Gli scienziati scrivono e pubblicano in inglese per rivolgersi alla comunità mondiale, e una scienziata come Maria Luisa Villa si dimostra davvero preoccupata per la comprensione pubblica della scienza:

“Nel giro di pochi lustri la lingua italiana potrebbe essere mutilata e inadatta alla trasmissione del sapere scientifico.”

[Maria Luisa Villa, L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori-Pearson, Milano 2013, p. 95]

Barbara Cappuzzo nota invece che esistono “organismi internazionali multilingui (Ue, Fao, Onu) impegnati nella costruzione di corrispondenze terminologiche tra le diverse lingue, e sono nate vere e proprie banche dati terminologiche.” Tra i progetti più interessanti nostrani c’è quello di Ass.I.Term (Associazione
Italiana per la Terminologia), il cui principale obiettivo è quello di promuovere l’arricchimento del lessico scientifico e tecnico in lingua italiana.
Attività di questo tipo si scontrano però con la volontà di una comunità internazionale di ingegneri, tecnici e ricercatori che si battono per l’omologazione terminologica anglofona nel discorso tecnico-scientifico.

[Barbara Cappuzzo “Il linguaggio informatico inglese e italiano: considerazioni su alcuni aspetti lessicali dal confronto tra le due lingue”, in MPW, Mots Palabras Words, 6/2005, p. 68]

Questo è il vero problema, che denuncia anche Claude Hagège quando scrive che la predominanza dell’angloamericano spinge verso una mentalità monolingue che è tutta a beneficio dell’inglese e all’imposizione della lingua dominante da parte di tutti.

Le competenze plurilinguistiche non sono considerate una ricchezza e il “monolinguismo a vantaggio dell’inglese è vissuto come garanzia (…) della modernità e del progresso, mentre il plurilinguismo è associato al sottosviluppo e all’arretratezza economica, sociale e politica, oppure è considerato una fase, negativa e breve, sulla via che deve condurre al solo inglese.

[Claude Hagege, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 100]

Dirlo in inglese o in italiano è perciò in questo momento una battaglia culturale e politica tra due diverse visioni del mondo e del nostro futuro: il monolinguaggio basato sull’inglese che vuole essere internazionale e moderno, e la difesa della lingua e della cultura locale che rischia di soccombere davanti alla globalizzazione. Se l’italiano non si saprà rinnovare con la creazione di adattamenti, neologismi e traduzioni, il suo futuro sarà l’itanglese. I traduttori professionali sono più che mai fondamentali per evitare questo scenario, anche se spesso non c’è il tempo di proporre alternative in grado di affermarsi, perché le traduzioni possibili possono essere tante, e faticano ad affermarsi contro la tendenza alla stereotipia diffusa dai mezzi di informazione (una parola con un solo significato come piace ai traduttori automatici).

Le conseguenze di questa mancanza di traduzioni, sia nell’ambito mediatico e più popolare, sia in quello tecnico e scientifico sono devastanti per il nostro lessico e la nostra lingua.

Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali.”

[Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Società Dante Alighieri, Firenze, durante il convegno del 25 febbraio 2015]

Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina.

[Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo
globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116]
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Miss, mia cara miss… anzi “near miss”

TotoRiprendo il tema degli anglicismi introdotti nella nostra lingua dall’espansione delle multinazionali che impongono il proprio linguaggio soprattutto in ambito lavorativo.

La cosa sconcertante è che linee guida basate sui termini inglesi vengono spesso adottate per puro spirito emulativo anche dalle realtà italiane senza che ce ne sia alcun bisogno.

Questo linguaggio, oltre a essere inutile, introduce spesso termini oscuri e incomprensibili ai più, nonostante esistano equivalenti italiani semplici che arrivano a tutti.

E così, un funzionario di un’importante azienda di trasporti nazionale (è italianissima, ma non ne faccio il nome per proteggere la mia fonte) che aveva diramato una comunicazione interna segnalando un banale problema che in un reparto avrebbe potuto provocare un infortunio, si è dovuto giustificare davanti alle osservazioni di un dirigente stizzito perché la comunicazione non recava il titolo di “Near miss” come previsto dalla modulistica aziendale. “In questo modo non lo capisce nessuno” ha replicato il funzionario in una telefonata in cui ha provato a spiegare le motivazioni, ponderate, della sua missiva. Prendendo atto di quelle ragionevoli considerazioni il dirigente ha perciò chiuso un occhio, ma ha disposto che, per il futuro, nelle comunicazioni si sarebbe dovuto indicare “near miss” almeno tra parentesi, perché i protocolli dell’azienda prevedono quella terminologia e non è possibile “bypassarla”.

L’espressione non è stata ancora annoverata nei dizionari, ma near miss non è altro che un “quasi infortunio” o un evento che potrebbe portare a un incidente sul lavoro, se non si interviene. Nei protocolli aziendali dedicati all’infortunistica si trova spesso indicata anche in italiano come “mancato infortunio”, “mancato incidente” o “evento avversario” (ma il più delle volte la traduzione è solo affiancata a quella inglese, sempre più imprescindibile):

“Near miss” o mancato infortunio

Near miss
Si definisce near miss o quasi infortunio qualsiasi evento, correlato al lavoro, che avrebbe potuto causare un infortunio o danno alla salute (malattia) o morte ma, solo per puro caso, non lo ha prodotto: un evento quindi che ha in sé la potenzialità di produrre un infortunio.

Fonte: Azienda Unità Sanitaria Locale di Viterbo

In altre aziende, però, circola solo l’espressione inglese, che non ha nulla a che vedere con un anglicismo conosciuto da tutti sin dall’Ottocento: oltre a “signorina”, “miss” indica anche un bersaglio mancato. E sempre più spesso non facciamo che ripetere questo genere di espressioni angloamericane così come sono, senza nemmeno riflettere sul fatto che esistano semplici equivalenti italiani.

“Near miss” non è un’espressione attualmente registrata dai dizionari, ma quanto tempo dovrà passare prima di trovare il suo posto tra gli altri lemmi?

Dipende dall’uso che si imporrà e da quanto la impiegheremo o saremo costretti a utilizzarla. L’inglese suona come maggiormente preciso, tecnico e scientifico, o prestigioso, moderno e internazionale. In questo modo l’italiano diventa sempre più obsoleto e impiegare la nostra lingua invece dell’itanglese può diventare addirittura un atto di disobbedienza civile o di insubordinazione che comporta ramanzine della dirigenza. A quel funzionario bisognerebbe invece dare una medaglia.

Miss, mia cara miss, cantava Totò, Miss, mia dolce miss, io voglio il bis e tu sai già di che…

Che si riferisse al bis del significato dell’anglicismo?

Gli anglicismi che penetrano nel linguaggio delle istituzioni e delle leggi

La penetrazione degli anglicismi nella nostra lingua è arrivata a intaccare il cuore dello Stato. Non c’è solo il nuovo linguaggio della politica dove il garante per la protezione dei dati personali è sempre più della privacy, il ministero del lavoro e delle politiche sociali è chiamato del welfare, la riforma del lavoro è il jobs act, si parla sempre più di tax, di premier al posto di presidente del consiglio come indicato nella Costituzione e via dicendo (al tema ho dedicato un capitolo del mio libro, ma lo riprenderò anche qui). L’infiltrazione degli anglicismi nelle istituzioni coinvolge anche il linguaggio delle nostre leggi.

I termini giuridici inglesi non sono un fenomeno solo italiano, spesso sono una conseguenza dell’espansione delle multinazionali americane in tutto il mondo che esportano e impongono il proprio apparato lessicale estraneo alle legislazioni nazionali coinvolte. Uno dei più importanti giuristi italiani, Francesco Galgano, ha mostrato che la questione riguarda il delicato equilibrio del diritto internazionale, perché le aziende, per lo più americane, si preoccupano di

“realizzare l’unità del diritto entro l’unità dei mercati. L’uniformità internazionale di questi modelli è, per le imprese che li praticano, un valore sommo. Basti questa testimonianza: le case madri delle multinazionali trasmettono alle società figlie operanti nei sei continenti le condizioni generali predisposte per i contratti da concludere, accompagnate da una tassativa raccomandazione, che i testi contrattuali ricevano una pura e semplice trasposizione linguistica, senza alcun adattamento, neppure concettuale, ai diritti nazionali dei singoli Stati; ciò che potrebbe compromettere la loro uniformità internazionale”.

[Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153]

In questo modo, parole come leasing, franchising o performance bond si propagano intoccabili in tutto il mondo.
Alessandro Gilioli, nel ricostruire l’affermarsi della parola leasing, ha osservato che

“si tratta di un contratto atipico largamente presente, sulla base dei modelli americani, in Italia, che al momento della sua introduzione, a metà degli anni Sessanta, veniva utilizzato riportando la dicitura straniera o tradotto correntemente con l’espressione ‘locazione finanziaria’, ma anche con altre locuzioni”.

[Alessandro Gilioli, “Anglicismi nel linguaggio giuridico italiano: il caso leasing”, dalla rivista online Italogramma, vol. 7, 2014, p. 3]

Oggi è utilizzato nella giurisprudenza e nel linguaggio comune senza più spiegazioni né virgolette. Tra gli altri anglicismi che non appartengono al nostro ordinamento, ma sono largamente usati in ambito giuridico, ci sono anche

franchising, factoring, joint venture, marketing, licensing, trust, performance bond, know-how, incoterms, merchandising, common law, civil law, buyer, competitor, consumer, delivery, welfare state, authority, devolution, spending review.”

[Ivi, p.1]

Ma ne esistono altri ancora, come antitrust, o dumping, e accanto a questi “internazionalismi forzati” ce ne sono poi molti che arrivano per altre vie, soprattutto dai mezzi di informazione che li propagano senza traduzioni e alternative fino a che non entrano nel linguaggio comune e, da qui, a quello della giurisprudenza. Tra questi segnalo grooming, stalking e mobbing.

Grooming
Possiede anche un’accezione diversa che riguarda l’etologia (indica lo “spidocchiamento” reciproco delle scimmie), ma di recente ha finito per indicare l’adescamento di minori attraverso la Rete, dove è facile camuffarsi dietro l’anonimato e mettere in pratica manipolazioni psicologiche che puntano ad approcci (e abusi) sessuali.

Stalking
A proposito di grooming e di stalking si sono espressi anche esponenti dell’accademia della Crusca, che hanno sottolineato i corrispettivi adescamento e persecuzione, riconoscendo che l’introduzione di queste parole è sicuramente dovuta anche alla

“funzione di indirizzo legislativo svolta dall’Unione Europea”, dato che il termine circola nella convezione di Lanzarote già dal 2007, a proposito della protezione dei minori.

[Matilde Paoli, “Grooming? Chiamiamolo adescamento (di minori in rete)!”, Redazione Consulenza Linguistica Accademia della Crusca, 27 giugno 2014]

Ma fino a che punto è reale la “favola” degli internazionalismi? È vero che certi termini penetrano nei linguaggi nazionali dall’inglese, lingua franca della Comunità Europea, ma non è vero che siano usati da tutti con la stessa frequenza e senza alternative come da noi.

Ho provato a fare qualche ricerca in proposito, e stalking si ritrova in Germania, ma non per esempio in Spagna (la Wikipedia spagnola rimanda alla voce acoso físico) e in Francia (non presente su Wikipedia). In queste due lingue le occorrenze della parola sono praticamente nulle nei grafici di Ngram, al contrario dell’italiano dove dal 2000 sono molto alte. E non perché lo stalking non sia un problema anche all’estero, ma perché per definirlo si usa la lingua nazionale, non si ricorre all’inglese, che non è affatto sempre la lingua sovranazionale.

stalking
Fonte: Ngram. Periodo di riferimento: 1995-2008. La frequenza della parola stalking nei corpus italiano, francese e spagnolo. Come si può notare, da noi il termine diventa popolare dopo il 2003, mentre in Francia e Spagna non è quasi rintracciabile.

 

 

Attraverso gli archivi storici de La Stampa (che li ha messi a disposizione in modo gratuito dal 1867 ed è uno degli strumenti più preziosi per fare questo tipo di ricerche) ho provato a risalire alla prima comparsa del termine. La prima volta è stata nel 1995 in un articolo dall’estero, in un’espressione inglese virgolettata: “‘Stalking horses’, un nome che la politica ha preso dall’arte venatoria e che descrive il cavallo dietro il quale si nasconde il cacciatore” (Mario Ciriello, “Un giuda per Major”, La Stampa, 27 giugno 1995, p. 10), e ricorre anche nei palinsesti televisivi di Videomusic che trasmetteva Due poliziotti a Palm Beach (Silk Stalkings). Ma dopo queste prime apparizioni occasionali, nel 2002 entra definitivamente nella cronaca:

“Negli Stati Uniti si chiama ‘Stalking’, ovvero, in termini strettamente giuridici ‘sindrome del molestatore assillante’. Letteralmente significa ‘fare la posta’ e viene utilizzato per indicare un comportamento ossessivo, fatto di pedinamenti, continui tentativi di contatto, telefonate ossessive. È tipico degli amanti respinti, dei fidanzati lasciati. E oltreoceano è considerato un reato vero e proprio”.

[Silvano Rubino, “Quando l’ex non si rassegna”, La Stampa, venerdì 5 luglio 2002, p. 5]

Dai giornali alla lingua comune il passo è breve, e così la parola finisce poi nei dizionari e, visto che si tratta di un reato, non può che coinvolgere la lingua di magistrati, avvocati e istituzioni. Un decreto legge del 2009 amplia così il concetto dei più vecchi reati di “atti persecutori” e inasprisce le pene per questo genere di episodi. Anche se nella legge non è contenuta la parola stalking, nelle sentenze e nella giurisprudenza si diffonde.

Mobbing
Anche il termine mobbing in Francia non ha preso piede, mentre in Spagna è entrato solo dopo il 2000, ma cercandolo sulla Wikipedia non esiste: si viene rimbalzati alla voce acoso laboral (o acoso moral en el trabajo).

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Fonte: Ngram. Periodo di riferimento: 1995-2008. La frequenza della parola mobbing nei corpus italiano, spagnolo e francese. Il termine diventa popolare da noi alla fine degli anni Novanta, mentre in Francia non si usa, e in Spagna si è diffuso più moderatamente solo dal Duemila.

A dire il vero mobbing non è un vero e proprio internazionalismo, nei Paesi anglosassoni non è molto in voga e si usano preferibilmente altre espressioni come victimization, persecution, harasament, workplace bullying (bullismo sul lavoro), oppure si parla meno tecnicamente di abuse e intimidation. Mobbing, infatti, è stato coniato negli anni Settanta dall’etologo Konrad Lorenz per descrivere l’atteggiamento aggressivo con cui alcuni animali escludono un membro dal gruppo. Ed è questa l’accezione principale. Da noi, al contrario, fa la sua comparsa negli anni Novanta, e su La Stampa il primo articolo dedicato al fenomeno è del 1993:

“In Italia dilaga da tempo. (…) Il nuovo fenomeno si chiama ‘mobbing’. Nel mirino anche le donne”.

[La Stampa, 5 giugno 1993, Pier Paolo Luciano, p. 37]

Sei anni dopo, nel 1999, il Tribunale di Torino riconosce per la prima volta le ragioni di una donna vittima dell’aggressione alla propria sfera psichica di lavoratrice, facendo riferimento proprio al fenomeno noto come mobbing:

Tribunale di Torino sent. del 16.11.1999, Giudice Ciocchetti- Erriquez C. Ergom. “Dipendente molestato dal diretto superiore con frasi offensive ed incivili – Postazione di lavoro angusta – Negazione di contatti con i colleghi – Configurabilità di tali comportamenti come mobbing – Danno psichico temporaneo – Risarcibilità ai sensi dell’art. 2087 c.c. e art. 32 Cost.”.

Da quella data in poi si troverà sempre più nei disegni di legge, nelle sentenze e negli atti della Gazzetta Ufficiale, oltre che nel parlare della gente.

L’aumento degli anglicismi ricavato dalle analisi dello Zingarelli

Dopo aver pubblicato i dati sull’aumento degli anglicismi, negli anni, ricavati dall’analisi delle versioni digitali del Devoto Oli, di seguito riporto il mio studio basato invece sullo Zingarelli, in generale meno aperto del primo all’accoglimento dei termini inglesi.

Il dato più antico che sono riuscito a recuperare è quello del 1995, quando gli anglicismi non adattati erano 1.811 (NB: questo numero e tutti i successivi riguardano i dati “grezzi” restituiti dai programmi di ricerca, e non sono perciò raffinati e ripuliti con un lavoro manuale, ma lo scarto percentuale non è molto significativo).

[Fonte: Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91]

Stando ai numeri riportati anche da uno studioso “negazionista” come Giuseppe Antonelli (per il quale “l’itangliano è ancora lontano” e non c’è affatto da preoccuparsi), nel 2000 se ne contavano 2.055, nel 2004 erano 2.219, e nel 2006 si passava a 2.318.

[Fonte: Giuseppe Antonelli, “Fare i conti con gli anglicismi” sul sito Treccani, ma i dati sono riportati anche in L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino, Bologna 2016]

Infine, nell’edizione digitale dello Zingarelli 2017, cercando tutti i termini inglesi, escono 2.761 risultati, e nel grafico ho provato a ricostruire questa crescita dal 1995 al 2017 in modo visivo.

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La crescita degli anglicismi non adattati riportati dallo Zingarelli negli anni: 1995, 2000, 2004, 2006, 2017.

 

In 22 anni, sono entrati perciò 950 anglicismi non adattati, con un aumento percentuale del 52,46%, e una media di 43 nuove parole in inglese all’anno (senza contare i numerosissimi adattamenti come googlare o whatsappare che sono stati esclusi dal conteggio, riferito solo a quelli non adattati).

Supponendo che questa media di entrate annuali non sia destinata ad aumentare (cosa di cui dubito) intorno al 2050, tra poco più di 30 anni, ce ne saranno 1.419 in più, per un totale di 4.180, come visualizzato nel secondo grafico:

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La stima del numero di anglicismi non adattati che potrebbero essere inclusi nello Zingarelli del 2050, basata sull’incremento di 43 all’anno calcolato sul periodo 1995-2017.

Fino agli anni Ottanta la percentuale degli anglicismi non adattati era stimata tra lo 0,5% e l’1% del nostro patrimonio lessicale. In un celebre studio specialistico di Ivan Klajn del 1972 (Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze) ne venivano individuati 1.600 (2.150 compresi gli adattamenti) e rappresentavano ancora l’1%, poiché i lemmi del lessico italiano erano calcolati intorno ai 150.000.

A dire il vero, la stima del numero dei lemmi dell’italiano è difficile da stabilire, ma sembra inferiore: tra i dizionari monovolume, solo il Sabatini-Coletti e il Nuovo De Mauro dichiarano poco più di 150.000 lemmi, ma il Devoto-Oli ne registra circa 100.000, mentre lo Zingarelli parla di 145.00 “voci”, che non sono proprio la stessa cosa dei “lemmi”, perché includono per esempio molti diminutivi o vezzeggiativi. Comunque sia, prendendo per buono il dato (pompato) di 145.000 lemmi, in percentuale gli anglicismi non integrati dello Zingarelli sono passati da circa l’1,3% del 1995 al 2% di oggi, più o meno, mentre nel 2050 potrebbero rappresentare circa il 3,9%.

Secondo gli studiosi negazionisti, che spalmano gli anglicismi sul numero totale dei lemmi di un dizionario, queste cifre sono tutto sommato ancora contenute. Ma i numeri vanno spiegati, e questa maniera di spandere gli anglicismi sull’intero patrimonio lessicale è un trucchetto che assomiglia a quello dei governi che fan vedere che le tasse son diminuite perché nelle statistiche non conteggiano che in ospedale si deve pagare il ticket, che i parcheggi son diventati a pagamento e che il costo di una serie di altri servizi è aumentato, con il risultato che alla fine l’esborso dei cittadini è cresciuto, alla faccia di come i numeri sono presentati.

Se c’è una cosa su cui tutti gli studi e gli studiosi sono concordi, è che per il 90% gli anglicismi sono nomi, e per il resto aggettivi, mentre non esistono quasi verbi. Vista la differente struttura delle lingue, non possiamo includere e utilizzare forme come to drink, per esempio, che infatti sostantivizziamo in drink. La maggior parte dei verbi sono dunque italianizzati (speakerare, bloggare, surfare, twittare) e rimangono fuori dai conteggi qui riportati. Estraendo tutti i sostantivi e le locuzioni dallo Zingarelli, compaiono circa 67.000 voci, a cui bisogna sottrarre gli anglicismi contenuti, ma anche tutta una serie di parole poetiche, rare o desuete, per cui mi pare che indicare in 60.000 il numero dei sostantivi sia un’approssimazione più che ragionevole. Il calcolo delle percentuali, allora, mostra che nel 1995 gli anglicismi rappresentavano circa il 3% dei nomi che avevamo per designare le cose, oggi sono il 4,6% e nel 2050 potrebbero essere il 6,9% (secondo le analisi dello Zingarelli, perché se guardiamo al Devoto Oli questi numeri sono  maggiori).

La cosa più preoccupante è che nel nuovo Millennio i nomi inglesi rappresentano quasi la metà dei neologismi registrati (dato riconosciuto e riportato anche da Giuseppe Antonelli, L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino, Bologna 2016, p. 213) il che è un rischio per la nostra lingua, che sembra destinata a riuscire a esprimere solo ciò che appartiene al passato, mentre per ciò che è nuovo non può più fare a meno dell’itanglese.

Gli anglicismi e le alternative: un tema caldo

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In questi giorni il tema degli anglicismi è “caldo”. La nuova edizione del Devoto Oli 2018, da poco annunciata, dedica al fenomeno una nuova attenzione e introduce una parte con gli anglicismi di cui si potrebbe fare a meno e le loro sostituzioni.

Anche i mezzi di informazione sembrano molto interessati all’argomento: dopo il pezzo su MicroMega, nell’ultima settimana mi hanno intervistato sul Corriere Scuola e La Verità; ieri ho partecipato a una trasmissione su Radio Lombardia (Mattina Lombardia, di Monica Stefinlongo) e oggi mi citano anche sul Secolo XIX.

A proposito del senso di fastidio della gente davanti all’uso eccessivo e inutile dell’inglese di cui accennavo l’altro giorno, è importante che le alternative italiane circolino, perché se gli apparati mediatici e istituzionali utilizzano solo gli anglicismi, è plausibile che la gente sarà portata e ripeterli fino a perdere la capacità di dirli in italiano. L’iniziativa del Devoto Oli è perciò un segnale importante.

Su quesitaliano urgenteto aspetto voglio segnalare un libro meraviglioso che rappresenta una guida formidabile per chi vorrebbe ricorrere alle parole italiane ma non sa in che modo farlo. Si intitola Italiano Urgente (Reverdito, Trento 2016) ed è scritto da Gabriele Valle, italo-peruviano, che ha raccolto 500 anglicismi con le possibili traduzioni nella nostra lingua proposte sul modello dello spagnolo.

Nei Paesi ispanici la Fundación del Español Urgente costituisce attraverso il suo sito un servizio di consulenza linguistica che è diventato un punto di riferimento per i giornalisti che si rivolgono proprio a queste risorse per trovare le traduzioni agli anglicismi. Inoltre, la Real Academia Española è affiancata da una ventina di altre accademie dislocate in tutti i Paesi di lingua ispanica che si prodigano per trovare e diffondere gli equivalenti ai termini stranieri. Il Dizionario panispanico dei dubbi (Diccionario panhispánico de dudas, 2005) rappresenta una guida che mantiene l’omogeneità della lingua in tutti i Paesi che parlano lo spagnolo. Gabriele Valle parte e attinge proprio da queste esperienze, già al centro di un’altra sua preziosa pubblicazione (che ho “saccheggiato” e citato nel mio libro):  “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 742-767.

L’Italiano urgente rappresenta il prolungamento di questo primo saggio. La prefazione è firmata da Tullio De Mauro, e la voluminosa raccolta delle alternative è ragionata, non è una semplice lista di corrispondenti. Si tratta di un vero e proprio dizionario dei sinonimi che contiene spesso proposte nuove e interessanti. Le voci includono ricostruzioni storiche, etimologiche e consigli erogati con grande documentazione e attenzione. Uno dei rari casi in cui un dizionario non è soltanto uno strumento di consultazione, ma diventa una piacevole lettura anche da sfogliare pagina per pagina.

Milano capitale dell’itanglese

MITO“Milan l’è on gran Milan” diceva una canzone in dialetto meneghino del 1939 (Giovanni D’Anzi, Alfredo Bracchi). Oggi la parola “Milano” ha assunto il genere femminile, il dialetto è praticamente scomparso, e la città è diventata la capitale dell’itanglese.

Soltanto pochi anni fa, nel 2012, un manifesto pubblicitario del Comune ha proposto uno slogan in dialetto: “Tutt cos l’è bel” (e cioè “è tutto bello”), che ha scatenato le polemiche dei “puristi” del milanese che hanno osservato che “ogni cosa” si dice (e si scrive) “tusscòss”.

Ma il dialetto appartiene ormai al passato, e il Comune oggi ha scelto l’inglese per rivolgersi ai cittadini, e nel farlo si cela dietro il (falso) pretesto di fare apparire la metropoli più moderna e più internazionale.

Ieri, alla stazione Garibaldi, all’ombra dei (bei) grattacieli che disegnano il profilo della nuova “skyline milanese”, simbolo della nuova immagine della città, i tabelloni luminosi pubblicizzavano Yes Milano, “il nuovo brand di Milano per la promozione di eventi internazionali”.

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Le nuove iniziative si chiamano Fashion week (fino a poco tempo fa c’era la Settimana della moda), Design week (il Salone del mobile e il Fuorisalone), e poi c’è Food city (ricco di ghiotti “workshop” e “showcooking”), Music week, Museo city, Art week, Piano City, Food city, Arch week, Photo week, Movie week e per concludere Book city. Quest’ultima manifestazione è dedicata ai libri e alla lettura, ci sono presentazioni di autori e libri in italiano, rivolti a italiani, e sentire una denominazione inglese in nome dell’internazionalità è a mio avviso davvero ridicolo e fuori luogo.

Questo linguaggio è una scelta precisa, che rappresenta uno schiaffo per la nostra lingua, ma anche per la nostra storia e la nostra cultura. Gli stranieri che vengono in Italia lo fanno anche perché sono attratti dal nostro Paese e dai nostri prodotti, e la strategia di abbandonare la nostra lingua in nome dell’inglese rischia di scontentare anche loro, oltre a risultare poco comprensibile per molti italiani.

Per citare Annamaria Testa, mentre da noi si moltiplicano le insegne come Wine bar, a New York, nei ristoranti di lusso, si dice vino, perché il nostro termine contiene tutta la nostra eccellenza nel settore, oltre a suonare di tendenza.

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Quanto ai destinatari di questi programmi culturali, bisognerebbe ricordare al Comune che sono soprattutto cittadini italiani e di Milano, che non necessariamente comprendono il significato di market place, o più semplicemente preferiscono il cibo di strada allo street food, le biciclette al BikeMI, e non gradiscono che  nel sito del Comune il servizio di condivisione delle biciclette sia chiamato e intitolato bike sharing. Di esempi del genere che mostrano come la scelta linguistica delle istituzioni milanesi abbia ormai adottato l’itanglese se ne potrebbero fare tantissimi.

La perdita delle parole italiane, che quando esistono diventano spesso obsolete davanti all’entrata dei corrispondenti inglesi, è dovuta anche al linguaggio istituzionale (oltre a quello dei mezzi di informazione). La gente tende a ripetere quello che sente, e quando gli anglicismi diventano i nomi degli eventi o delle cose, quando compaiono urlati nei titoli e nelle manifestazioni senza alternative, con il tempo si finisce per perdere la capacità di dirli in italiano, e cessa la possibilità di poter scegliere come parlare.

Le istituzioni e il Comune di Milano hanno una grande responsabilità nel diffondere questo linguaggio. Questo tipo di comunicazione — oltre a impoverire il nostro lessico — risulta poco comprensibile e trasparente per molte persone, e per altre risulta sempre più eccessivo e fastidioso.

Credo sia arrivato il momento di fare qualcosa e di passare dal fastidio e dalle lamentele all’azione. Come cittadini, come consumatori e come elettori, abbiamo il diritto e il dovere di protestare e di fare sentire la nostra voce. Possiamo per esempio scrivere al Comune esplicitando il nostro rammarico, dichiarando che come consumatori e utenti preferiamo rivolgere la nostra attenzione a prodotti ed eventi promossi in italiano, per poi manifestare, come elettori,  tutto il nostro dissenso davanti a questo tipo di scelte.

Il Comune di Roma, nel 2015, ha tentato di rinnovare il logo della città sostituendo lo storico SPQR con il nuovo motto Rome and You, ma il progetto è stato tempestivamente fermato proprio dalle polemiche e dalle feroci proteste che ne sono sorte.

Nel 2014, con un’operazione fatta in sordina e senza pubblicità, la Rai, che forse si è resa conto del mancato gradimento da parte del pubblico, ha cambiato il nome a due dei suoi canali dai nomi anglicizzati, e così Rai International e Rai Educational si sono trasformati in Rai Italia e Rai Cultura.

Se, a Milano, chi non è d’accordo con quanto sta avvenendo non protesta e non si fa sentire, il linguaggio che parleremo fra trent’anni sarà quello che il Comune ci sta imponendo: l’itanglese. E il rischio che l’italiano faccia la fine del dialetto milanese non è poi così lontano.

Lo spanglish e l’itanglese

spanglishLo spanglish è nato e si è diffuso nelle aree negli Stati Uniti con una forte presenza della cultura ispanica, portoricana, messicana o cubana. In altre parole ha preso piede dove era presente un bilinguismo di base (spagnolo e inglese) che ha poi generato un’ibridazione gergale basata sull’alternare e mescolare le due lingue all’interno di una stessa frase spagnola, per esempio show, shopping o training invece di espectàculo, compras o entrenar. A questo primo livello, che coinvolge solo il lessico, il fenomeno non è poi così diverso da quello che possiamo bollare come itanglese, che si trova però non solo nel parlare, ma anche nello scrivere:

Raccontare e raccontarsi (…) è ormai una necessità ineludibile, non solo per le attività commerciali e di branding, ma per la governance complessiva delle relazioni comunicazionali (…) per la creazione di progetti di storytelling che possano generare una narrability organizzativa efficace.

[esempio reale tratto dalla presentazione in rete di un corso di “Corporate Storytelling” che dovrebbe insegnare l’arte del parlare, dello scrivere e del comunicare]

Lo spanglish è tuttavia un fenomeno ben più profondo e complesso, genera spesso neologismi che costituiscono calchi e adattamenti misti, come socketines invece di calcetines (cioè “calzini” derivato dall’inglese sock), parkear o parquear invece di estacionar (“parcheggiare”, da park), e il mescolamento durante le conversazioni prevede frasi in cui convivono non solo questo tipo di parole, ma anche parti importanti della frase che si alternano in un continuo cambiamento di codice linguistico.

[Gli esempi sono stati tratti da un lemmario riportato nella tesi di laurea di Stefania Teodora Anna, “Inglese e spagnolo a contatto: lo spanglish e il bilinguismo negli Stati Uniti”, anno accademico 2003/2004, Relatore prof. Gerardo Mazzaferro, Laurea in Storia della lingua inglese, Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, Facoltà di Lettere e Filosofia – Vercelli, pagg. 26-28].

Lo spanglish americano è prevalentemente orale, è un modo di parlare gergale diffuso soprattutto negli strati sociali poco acculturati o nella bocca dei giovani che lo impiegano come un linguaggio distintivo, e rivendicano l’orgoglio ispanico per differenziarsi da altri gruppi etnici che a loro volta lo indicano in modo dispregiativo.

Ci sono studiosi che hanno bollato il fenomeno come un miscuglio di errori e alterazioni che costituisce un grave pericolo per la lingua spagnola e anche per quella inglese. Altri lo studiano e difendono, per esempio Ilan Stavans che ha provocatoriamente tradotto in spanglish il primo capitolo del Don Chisciotte.

[Pubblicato in Ilan Stavans, Spanglish. The Making of New American Language, New York, Haper Collins, 2003 pp. 253-258].

Secondo lo studioso “non è ancora una lingua, ma un idioma di passaggio che va convertendosi in dialetto e insediandosi stabilmente nella cultura popolare”

[“A New York si ‘Vacuna la Carpeta’”, Il Manifesto, 28 dicembre 2000].

Conta circa 6.000 parole e rappresenterebbe l’emergere della forza della lingua spagnola che resiste — non si è mai fatta cancellare, irrompe nell’inglese contaminandolo — più che costituire un depauperamento della lingua natia attraverso l’importazione di anglicismi. Anche se è un fenomeno che riguarda il parlato, non manca una tradizione letteraria che risale al teatro campesino degli anni Cinquanta e Sessanta, e in seguito ha dato vita a poesie, canzoni e fumetti. Nell’era di Internet si sta diffondendo da città come New York, Miami e Los Angeles, in una versione che travalica i confini locali che è stata definita cyberspanglish. E alcuni personaggi di fama internazionale sono diventati veri e propri punti di riferimento di questo modo di parlare, per esempio Jennifer Lopez o Ricky Martin che in molte canzoni mescolano inglese e spagnolo, un po’ come da noi aveva fatto Pino Daniele con l’inglese napoletano di “Yes I know my way, ma nun’ è addò m’aie purtato tu”.

La differenza più evidente tra spanglish e itanglese è che da noi non esiste alcun bilinguismo. Dalle statistiche, anzi, solo il 43,7% della popolazione tra i 18 e i 74 anni conosce almeno un po’ di inglese (Istat 2012), mentre secondo altre fonti (Comissione Europea 2012) solo il 34% sarebbe in grado di sostenere una conversazione (ma le percentuali sono più alte nelle giovani generazioni). Proprio il fatto che non sappiamo l’inglese ci porta a voler fare gli americani impiegandolo per moda o snobbismo, spesso in modo ridicolo, con neoconiazioni all’italiana che non esistono nella lingua originale: beauty case, bomber nel senso di cannoniere, mister per allenatore, barwoman (ma in inglese si dice barmaid) costruito sul calco di barman; altre volte gli anglicismi sono accorciati all’italiana (Roberto Gusmani parlava di “prestiti decurtati”): basket, cioè cesto, per basketball, spending per spendig review, strip per striptease… E allora mi pare che si possa intravedere in questi esempi un passaggio alla fase due dell’ibridismo: dal mescolamento di termini italiani e inglesi e dall’adozione delle parole inglesi, si sta passando alle neocomposizioni e all’alternanza non più solo di parole, ma di elementi più complessi. Espressioni come: no problem, too mutch, step by step, vote for, back to school… sono un segnale.

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Un altro ancora è costituito dalle ricombinazioni, talvolta importate, talvolta fai-da-te, di elementi inglesi formanti che si ricombinano con effetto domino creando un rete di anglicismi tra loro connessi che si espande sempre più nel nostro lessico, per cui dalle numerose locuzioni inglesi si ricavano le voci madre, disponibili a tutti anche se non registrate nei dizionari come voci autonome, che a loro volta si ricombiano con le altre generando centinaia di parole: up si ritrova per esempio in set-up e checkup, a sua volta check si ritrova in check point, che si combina con set in set point