In principio era il verbo, ma alla fine sarà il verb?

verbumVerbum in latino indicava genericamente una “parola”; ma in senso moderno “verbo” designa una precisa categoria grammaticale, quella che esprime un’azione o uno stato, proprio perché è “la parola” per eccellenza, l’elemento portante della grammatica e della lingua.
Machiavelli, nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, scriveva che “quella che si chiama verbo è la catena e il nervo della lingua”, mentre nella sua celebre grammatica degli anni Trenta Alfredo Panzini definiva il verbo il “re” delle parole.

Il soggetto può essere sottinteso e ogni complemento può essere superfluo, ma basta un verbo per formare una frase: cominciamo.

L’interferenza dell’inglese sui verbi italiani

Dopo questa premessa è chiaro che, se l’interferenza dell’inglese comincia a coinvolgere anche i verbi, la faccenda dell’itanglese sta diventando davvero grave.

Nel 1972, nel primo importante studio sugli Influssi inglesi nella lingua italiana di Ivan Klajn, emergeva chiaramente che gli anglicismi erano quasi tutti sostantivi.
Nel 1996, una ricerca sugli “Anglicismi nella stampa italiana”* rilevava che l’89,6% delle parole inglesi erano sostantivi o locuzioni, gli aggettivi erano il 6,8%, le sigle il 2,5% e il resto era trascurabile. Di verbi non c’era quasi traccia.
In un altro simile studio in cui erano analizzati a campione i testi di tre quotidiani del 2003, Laura Pinnavaia notava “la quasi totale mancanza di verbi non adattati eccetto qualche imperativo come stop, wake up e buy”.**

* Narja Komu, Tesi di laurea in Filologia romanza, Università di Jyväskylä, maggio 1998, p. 28.
** “I prestiti inglesi nella stampa italiana: una riflessione semantico-testuale”, in MPW. Mots Palabras Words, Studi Linguisti a cura di Elisabetta Lonati, Edizioni Universitarie di Lettere, Economia, Diritto del dipartimento di Scienze del linguaggio e letterature straniere comparate, Università degli studi di Milano, n. 6/2005, pp. 43-56.

In sostanza, tutti gli studiosi sono sempre stati concordi nell’affermare che l’interferenza dell’inglese non coinvolge le forme verbali. Certo, esistono verbi italiani che derivano dall’inglese come supportare (da to support), e altri che per influsso dell’inglese hanno assunto nuovi significati inediti come salvare, che da “sottrarre dal pericolo”, in informatica, è diventato l’equivalente di registrare i dati o fare una copia. Oppure intrigare che da complottare e tessere intrighi è ormai usato prevalentemente con l’accezione positiva di attrarre, catturare la curiosità e l’interesse. Ma questi fenomeni non rappresentano un problema per l’italiano, fanno parte di un allargamento di significati o di una risemantizzazione che si possono leggere come una normale evoluzione della lingua, e persino come un “arricchimento” per via esogena, se non si assumono posizioni puristiche rigide e moralistiche.

Diverso è il caso dei verbi che derivano da radici inglesi e sono coniugati all’italiana aggiungendo la desinenza in -are. In molti casi questo procedimento ha portato a un’assimilazione che li rende parole perfettamente italiane, che non violano le regole della nostra ortografia e pronuncia: filmare, sponsorizzare, snobbare… Ci sono poi casi intermedi, per esempio customizzare, che se pronunciato con la “u” (come da indicazioni dei dizionari) rappresenta un’assimilazione, ma se viene detto con la “a” come si sente sempre più spesso nelle realtà lavorative dove regna la legge del “tu vuo’ fa l’americano” non è più una parola italiana, ma un ibrido, un semiadattamento che rimane un “corpo estraneo” come speakerare, computerizzare, twittare o zoomare. Nel limbo che divide italiano e itanglese ci sono poi quei verbi che presentano una duplice forma, e per esempio circolano degli adattamenti grafici come scioccare o flesciare che convivono con le forme shockare e flashare preferite dagli “anglopuristi” che si vergognano della nostra lingua.

Ma quanti sono questi verbi nati da radici inglesi?

La risposta non è semplice, ma accorpando e miscelando – qualcuno potrebbe preferire forse l’informatichese “mergiando”, da to merge – i lemmi registrati dai dizionari con qualche altra parola gergale di uso comune e diffuso si può stilare una lista di radici che hanno generato il loro verbo abbastanza condivisibile:

backup → backuppare; ban → bannare; blog → bloggare; bluff → bluffare; brand → brandizzare; brief → brieffare; bypass → bypassare; chat → chattare; click → cliccare; cluster → clusterizzare; computer → computerizzare; cover → coverizzare; crack → craccare; crash → crashare; cross → crossare; custom → customizzare; debug → debuggare; doping → dopare; download → downloadare; dribbling → dribblare; embed → embeddare; film → filmare; flag → flaggare; flash → flesciare; flop → floppare; format → formattare; forward → forwardare; friendzone → friendzonare; geotag  → geotaggare; Google → googlare; gossip → gossippare; hacker → hackerare; handicap  → handicappare; link → linkare; log → loggarsi; master → masterizzare; mix → mixare; mobbing → mobbizzare; monitor → monitorare; performance → performare; Photoshop → photoshoppare; post → postare; random → randomizzare; rap → rappare; raster → rasterizzare; rendering → renderizzare; reset → resettare; retweet → retwittare; rock → rockeggiare; scan → “scannare”; scanner → scannerizzare; scroll → scrollare; set → settare; shaker → shakerare; shift → shiftare; shock → shockare; skip → skippare; sniff → sniffare; snob → snobbare; sort → sortare; spam → spammare; speaker → speakerare; split → splittare; spoiler → spoilerare; sponsor → sponsorizzare; sprint → sprintare; stalker → stalkerare; standard → standardizzare; stock → stoccare; stop → stoppare; stress → stressare; surf → surfare; switch → switchare; tag → taggare; target → targettizzare; test → testare; troll → trollare; Twitter → twittare; upgrade → upgradare; upload → uploadare; WhatsApp → whatsappare; zip → zippare; zoom → zoomare.

Se ne potrebbero inserire anche altri, gergali ma diffusi, a cominciare dal menzionato mergiare, oppure mecciare da match (far combaciare), skillare e altri che sono ormai “normali” nell’aziendalese; e poi killerare e molti altri simili neologismi registrati dalla Treccani. Se infine ci si dovesse immergere nei gerghi parlati giovanili si moltiplicherebbero ulteriormente, e in quello dei videogiochi, per esempio, sono diffusissime parole come killare, droppare, doggiare… (vedi anche → “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione” sul sito Treccani). Ma fermiamoci solo ai primi della lista. Sono 83, e possono sembrare pochi o tanti, ma per valutare la loro portata occorre precisare che i verbi riportati in un dizionario come il Devoto Oli sono poco più di 10.000, ma togliendo 2.000 forme disusate, arcaiche, rare o poetiche, e altre 500 dialettali ne rimangono circa 7.500.
Dunque, 83 verbi formati da radici inglesi, su un totale di 7.500/8.000 verbi si traduce in una percentuale superiore all’1%. Non è poco, considerando che il verbo è il “nervo della lingua” e rappresenta il nucleo meno intaccato dall’inglese. È vero che più della metà sono italianizzati e solo 35 si possono considerare “corpi estranei” che rompono la nostra identità linguistica. Ma d’atro canto, la cosa più preoccupante è che la maggior parte di questi verbi è di origine molto recente. Sono quasi tutti entrati a partire dalla fine del Novecento o negli anni Duemila, ed è questa prospettiva dinamica a rappresentare l’elemento più allarmante. Si stanno moltiplicando giorno dopo giorno.

Purtroppo, non c’è solo questo aspetto da tenere d’occhio. Nel nuovo Millennio, accanto ai fenomeni di ibridazione, stanno facendo la loro comparsa i primi verbi in inglese utilizzati in modo crudo, senza alcun adattamento, un fatto inedito nella storia della nostra lingua che segna un punto di svolta.

Lo spuntare dei verbi inglesi nelle enunciazioni mistilingui

Vista la differente struttura rispetto all’italiano, storicamente non abbiamo mai incluso e utilizzato forme come per esempio to drink, che infatti abbiamo sostantivizzato in drink. Ultimamente, però, nelle conversazioni che si sentono nella capitale dell’itanglese, Milano, mi capita sempre più spesso di sentir spuntare anche i verbi, che si ostentano ormai come se le enunciazioni mistilingue fossero una cosa normale: remember, don’t worry¸ relaxfuck you!

Il fenomeno non appartiene solo al parlato, e visto che con l’avvento della Rete i confini tra oralità e scrittura sono sempre meno netti, sulle piattaforme sociali questo tipo di linguaggio si propaga sempre di più non solo nei registri informali, ma anche nella comunicazione lavorativa e aziendale, e poi in quella commerciale/pubblicitaria dove circolano sempre più frequentemente i buy, win, save the date, enjoy… Anche in politica si stanno affermando espressioni come vote for che poi ha influenzato anche l’italiano, dove sempre più spesso si sente dire “vota per me” invece di votami.
In una tesi di dottorato molto accurata del 2015, “Gli anglicismi nella comunicazione politica su Twitter”, Eleonora Mamusa ha analizzato e conteggiato in modo preciso gli anglicismi utilizzati nei cinguettii dei politici italiani, e riprendendo la questione su un recentissimo articolo pubblicato sul sito Treccani.it ha notato che, nei testi esaminati:

“qualcosa sta cambiando: i verbi (…)  segnano una rottura evidente con la tradizione. Parliamo, ad esempio, dell’uso di anglicismi integrali appartenenti alla categoria dei verbi (be, bless, block, enjoy, following, free, go, grow up, occupy, remember, run, stay, save, win), fenomeno quasi del tutto sconosciuto alla lingua italiana, che ogni qualvolta si trovi di fronte all’adozione di un verbo lo adatta automaticamente inserendolo nella prima coniugazione con il suffisso –are. (…) Gli effetti di innovatività, sensazionalità, originalità e modernità vengono anteposti alla comprensibilità e alla trasparenza. (…) Di qui, l’uso dell’inglese anche in parole e formule chiave della comunicazione propagandistica, ovvero negli slogan di partito e negli annunci riguardanti azioni che rivestono un’importanza fondamentale nella propria azione politica: alcuni esempi sono i verbi block, occupy, save, switch off, seguiti da un oggetto di volta in volta diverso a seconda del tema affrontato; espressioni quali be different, go home, stay on the road, stay human, think global act local.”

Questo fenomeno è in fase embrionale, ma la mia impressione è che si stia allargando e sia destinato ad ampliarsi. Se si cominciano a utilizzare anche i verbi in inglese, stiamo passando alla fase due della creolizzazione linguistica, e rischia di essere intaccata la struttura più interna dell’italiano in un passaggio alla fusione di italiano e inglese – di cui si intravedono già da tempo i primi segnali – che va oltre la singola parola. Se l’Albertone nazionale in Un Americano a Roma si riempiva la bocca, storpiandolo, di all right, oggi nelle conversazioni tipiche del fighettismo milanese è sempre più frequente, normale e di moda incontrare gente che infarcisce il parlato di tutti i giorni di espressioni più articolate: one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, too much!, last but not least… In questo contesto ormai in italiano non circolano più solo “prestiti” singoli, ma anche strutture sempre più complesse che sfociano nell’enunciazione mistilingue. E proprio su questo terreno trovano spazio i primi verbi utilizzati in modo crudo.

Tutto ciò non si può spiegare con le categorie ingenue, decrepite e limitate dei “prestiti linguistici” che molti studiosi continuano a utilizzare, perché sono sempre più inadatte a cogliere cosa sta accadendo. I cosiddetti “prestiti” sono in realtà dei “trapianti linguistici”, degli innesti che non hanno a che fare con il “lusso” o la “necessità”, e che non sono isolati: una volta trapiantati non rimangono fermi, germogliano, si ibridano e si moltiplicano in modo virale. Le parole ibride sono centinaia e centinaia (babysitteraggio, boxerino, chattatore, clownesco, singletudine, snakkeria, softwarista, zoomabile…), le radici inglesi che si ricombinano in una rete che si espande sempre maggiormente nel nostro lessico con effetto domino sono ancora di più (baby-sitter porta il pet sitter che porta il pet food che si appoggia su fast food…), così come quelle che diventano prefissoidi formativi e che si strutturano in famiglie (baby-doll, baby sitter, baby boom, baby bonus, baby killer, baby-boss, baby-escort, royal baby). Accanto a questi fenomeni assistiamo ormai a un travaso dell’inglese ben più ampio della singola unità lessicale, e i titoli dei film non tradotti, per esempio, o i motti pubblicitari in angloamericano che contengono intere frasi conducono sempre più all’innesto anche delle forme verbali e a pezzi di strutture in inglese che, nella sciocca emulazione di tutto ciò che è americano, porta ormai alla comparsa delle prime enunciazioni mistilingui.

È un fenomeno limitato e abbozzato? Indubbiamente sì, per ora. Ma la cosa che preoccupa è che è nuovo e in crescita. E nella nostra anglomania imperante non ci sono elementi che fanno pensare che non sia destinato ad allargarsi. Anzi…

12 pensieri su “In principio era il verbo, ma alla fine sarà il verb?

  1. Mi fa scompisciare quando i gggiovani youtuber dicono “masterare”, intendendo avere maestria in qualcosa: “dovete esercitarvi per masterare il gioco” è considerata una frase più cool di “dovete esercitarvi per padroneggiare il gioco”. Non mi sembra che l’uso di un traballante (e orripilante) inglesismo renda più “snella” la frase, più “moderna” o più “qualsiasi cosa”, semplicemente crea ignoranza sull’italiano… Per fortuna ci sono gli youtuber stranieri che parlano uno splendido italiano, totalmente privo di inglesismi: meno male che ci pensano loro ad amare la nostra povera lingua ^_^

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  2. Se noi italiani fossimo stati più nazionalisti (come francesi e spagnoli), a quest’ora il problema dell’abuso di inglese nella nostra lingua sarebbe minimo e la politica linguistica non verrebbe più vista come un tabù, dico bene ? Sì, in effetti tra tutte le numerose cause di questa anglicizzazione bisognerebbe elencare proprio quella che possiamo reputare come la più incisiva di tutte: LA MANCANZA DI NAZIONALISMO IN ITALIA.

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    • Credo che l’amore per la propria lingua e cultura sia qualcosa di molto diverso dal nazionalismo, non ha a che fare con le ideologie politiche né di destra né di sinistra, ha più a che fare, molto semplicemente, con il buon senso. Non è un caso che la tutela del francese, visto come un patrimonio da salvaguardare e promuovere, è trasversale e ha storicamente riguardato i governi di destra e di sinistra. Così come il forte legame degli spagnoli alla loro lingua non deriva certo dalla dittatura di Franco, è un sentimento comune.

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      • Ho capito, però quando parlo di nazionalismo intendo dire l’amore per il proprio paese, i propri cittadini e la propria identità culturale/linguistica (senza però sfociare nell’intolleranza e nella dittatura di fascista memoria). E soprattutto l’idea di essere un paese unito anziché diviso. Questo dovrebbe essere la norma per tutti i paesi sani (specialmente per i francesi e USA che fanno del patriottismo il loro cavallo di battaglia). Quello che intendo dire è che in italia i nostri attuali dirigenti pensano solo a se stessi e alle loro poltrone (ed anche alle trattazioni internazionale), mentre per il nostro paese in se non glie ne fregano nulla, non muovono un dito per loro. E come conseguenza di ciò anche la lingua viene trascurata.

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        • Né i francesi né tanto meno gli Usa li prenderei mai ad esempio, tanto meno in queste questioni, dove i più dimostrano solo ignoranza e un assurdo, ingiustificato senso di superiorità (altro che patriottismo… o forse è invece proprio questo il nazionalismo).

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    • Direi l’opposto: è proprio perché siamo stati troppo nazionalisti (e per certi aspetti ancora molti italiani lo sono ancora) che si sente il bisogno si snazionalizzarci linguisticamente!

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      • Sì l’eredità del fascismo ha per moltissimo tempo, fino a pochi anni fa, praticamente impedito di parlare di politica linguistica, come se l’unica soluzione possibile fosse quella del passato. Invece tutelare l’italiano significa guardare agli esempi odierni di tutti gli altri Paesi, e ha a che fare con la resistenza alla dittatura dell’inglese non con la guerra ai “barbarismi”.

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  3. Tra “Bookare la conference room per la Call” e “ sharami il desktop”, mi tocca confermare i tuoi timori, soprattutto per quanto riguarda la crescita esponenziale di verbi inglesi o misti in aziendalese. L’altra impressione è che i colleghi che utilizzano queste espressioni siano quelli con un livello di inglese, e di italiano, mediocre. Spero che il fenomeno non si estenda a macchia d’olio, soprattutto nel linguaggio comune.

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    • Per ora il fenomeno dei verbi è limitato soprattutto all’ibridamento delle radici verbali coniugate in -are, che tuttavia si stanno moltiplicando molto. Però la cosa preoccupante è questo spuntare anche dei verbi crudi, anche se abbozzati, usati come incitazione/imperativo, e per ora numericamente poco rilevanti. Il dato è nuovo potrebbe davvero allargarsi.

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