Gli anglicismi non sono prestiti, ma trapianti!

Il 26 settembre del 1959, in un articolo su France-Soir (Maurice Rat, “Potins de la grammaire”) ha fatto la sua comparsa la parola franglais, formata dalla contrazione di français e anglais. Cinque anni dopo, è diventata il titolo di un celebre libro di René Étiemble, Parlez-vous franglais? (Gallimard, 1964) che denunciava esplicitamente la penetrazione delle parole inglesi nella lingua francese.

I nostri dirimpettai hanno sempre avuto a cuore la propria lingua e De Gaulle, già alla fine dalla Seconda guerra mondiale e dopo lo sbarco in Normandia, si era opposto a ogni tentativo di trasformare il suo Paese in una sorta di provincia sotto il controllo degli Usa, non solo politicamente, ma anche dal punto di vista culturale e linguistico. La contaminazione lessicale dell’inglese, che a quei tempi si poteva appena intravedere, non riguardava solo la Francia, era destinata a diventare un fenomeno mondiale.

Sul modello del franglese oggi parliamo di itanglese, ma circolano anche varie altre espressioni (itangliano, italiaricano, italiese…) tra cui itanglish, un costrutto volutamente ibrido che esprime il non essere più italiano, e a sua volta si riallaccia alle infinite neoconiazioni che sono spuntate in tutto il mondo, perché ovunque è nata l’esigenza di trovare il nome della “cosa”. In Francia circola anche il franricain, in Spagna tutto ciò si chiama spanglish (anche se l’origine della parola inizialmente indicava la contaminazione dell’inglese da parte dello spagnolo, e non viceversa), nel rumeno si parla del romglese, e fuori dalle lingue romanze in Germania c’è il Denglish (alla tedesca Denglisch), in Asia c’è l’hinglish per l’hindi, il konglish per il coreano, il tinglish per il thai, il japish o l’englanese per il giapponese (di cui ho già detto) e ci sono altri esempi ancora citati da Tullio De Mauro che ha definito tutto ciò uno “tsunami anglicus”.

Recentemente si è cominciato a parlare anche del runglish della Russia post-comunista, che prima non era stata toccata dal problema (cfr. “La panspermia del globalese”), mentre in un articolo su The Guardian (Helena Smith, “The Greeks had a word for it … until now, as language is deluged by English terms”, 31/01/202) il linguista Georgios Babiniotis (Γεώργιος Μπαμπινιώτης), ex ministro dell’Istruzione, ha denunciato l’enorme “focolaio di Greenglish” in gran parte correlato al Covid. La pandemia è un fenomeno globale, e ha indotto a usare un linguaggio globale in inglese che ha portato anche in Grecia il lockdown e una serie di altri anglicismi, in un’esplosione anglomane che ho denunciato anche a proposito dell’italiano (cfr. Treccani).

In sintesi, anche se siamo uno dei Paesi più anglicizzati rispetto agli altri, il fenomeno del globish-globalese che contamina ogni idioma, e rischia di snaturare l’identità linguistica locale, è mondiale. Continuare a parlare in modo astratto di “prestiti” come si legge nei manuali di linguistica, suona ogni giorno più ridicolo, perché queste categorie tutte teoriche non sono in grado di rendere conto dell’attuale interferenza dell’inglese. Come mai l’intera umanità ha cominciato improvvisamente a prendere in prestito solo dall’angloamericano?
Meno superficialmente, sarebbe ora di cominciare a chiamare le cose con il loro nome. L’anglicizzazione non ha a che fare con i “prestiti” ma con i trapianti lessicali che sono il frutto di una forte pressione esterna. L’economia e la cultura a stelle e strisce che si espandono con la globalizzazione del pensiero e delle merci impongono i propri concetti, le proprie parole e la propria lingua. In questa dittatura dell’inglese le lingue locali sono sempre meno caratterizzate dal “prendere in prestito” qualche parola, per loro volontà, e sempre più invase e schiacciate da una terminologia che non è più fatta dai nativi, è invece imposta dall’esterno e subita. Il lessico di questa neolingua orwelliana si esporta con la pubblicità, con la tecnologia, l’economia, la cultura, la scienza…

Parole come leasing o franchising si propagano in tutto il mondo intoccabili perché “le case madri delle multinazionali trasmettono alle società figlie operanti nei sei continenti le condizioni generali predisposte per i contratti da concludere, accompagnate da una tassativa raccomandazione, che i testi contrattuali ricevano una pura e semplice trasposizione linguistica, senza alcun adattamento, neppure concettuale, ai diritti nazionali dei singoli Stati; ciò che potrebbe compromettere la loro uniformità internazionale” (Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153).
E come ha osservato Alessandro Gilioli (“Anglicismi nel linguaggio giuridico italiano: il caso leasing”, Italogramma, vol. 7, 2014, p. 3) lo stesso processo di propagazione si può rintracciare nella diffusione di “factoring, joint venture, marketing, licensing, trust, performance bond, know-how, incoterms, merchandising, common law, civil law, buyer, competitor, consumer, delivery, welfare state, authority, devolution, spending review”, ma si potrebbero aggiungere tantissimi altri “internazionalismi forzati” come antitrust o dumping… Accanto a questi trapianti c’è tutta la terminologia del lavoro che spinge, a cominciare dalle mansioni contrattuali di un’azienda come McDonald’s che nelle sue succursali esporta figure come quelle dei crew (ma anche dei crew-delivery o dei crew-trainer) o dei guest experience leader e swing assistant (anche detti training manager), per finire con i ruoli e il linguaggio di altre multinazionali, dalle cosiddette big pharma a quelle dell’informatica. Quando la Microsoft introduce i download nelle sue interfacce, Twitter i follower, Facebook la timeline, Google gli snippet e centinaia e centinaia di simili esempi, sono le multinazionali d’oltreoceano a imporre a tutti la propria terminologia, e la lingua non è più fatta dai nativi. Al massimo i nativi al soldo di queste imprese ratificano questi trapianti bollandoli come opportuni o “necessari” perché non vogliono tradurli, e spesso ne sono incapaci. In questo modo favoriscono l’occupazione dall’esterno, e c’è persino chi fa di questa prassi una massima di cui andar fiero, “i termini non si traducono”, come fosse un precetto: se ci sono già equivalenti forse si possono anche usare, altrimenti guai a creare nuove parole, si introduca la neolingua superiore: l’inglese! Una scelta deleteria per la nostra lingua, che impedisce di creare neologismi italiani e ci intasa con una creolizzazione lessicale e terminologica da Paese delle banane, con il risultato che gli anglicismi del sistema operativo di iPhone in italiano sono 10 volte superiori a quelli delle versioni in francese o spagnolo, dove la “necessità” di non tradurre il più delle volte non esiste affatto. Siamo un Paese linguisticamente occupato dove queste nuove parole che importiamo dall’esterno sono certificate da nativi colonizzati e collaborazionisti. Altro che prestiti!

Mentre all’estero si registrano delle resistenze, mentre le accademie linguistiche di Francia e Spagna producono alternative e arginano l’invasione, mentre la maggior parte degli altri Paesi mette in atto politiche linguistiche e misure per la tutela e la promozione della propria lingua, noi no. Noi agevoliamo dall’interno questo suicidio lessicale – specchio di un suicidio culturale e sociale – con anglicismi che in Francia e in Spagna non penetrano (lockdown) e con i nostri pseudoanglicismi personali (smart working), perché i trapianti imposti da fuori non ci bastano. Nella nostra follia di sentirci moderni e internazionali usiamo in modo compulsivo non l’americano, ma il “mericoniano” (da: Nando Mericoni, il personaggio interpretato da Alberto Sordi in Un Americano a Roma).

Le conseguenze dell’operato delle multinazionali sull’ecologia sono ormai evidenti a tutti. E il governo Draghi ha introdotto il ministro per la transizione ecologica. Purtroppo in Italia nessuno si occupa dell’ecologia linguistica e della distruzione del nostro sistema linguistico e culturale. Anzi, i nostri politici sono i primi a a distruggerlo, dal ministro della cultura Dario Franceschini che annuncia il progetto ItsArt e riduce le celebrazioni dantesche alla retorica che rischia di fatto di relegare l’italiano in un museo, al cashback di Stato di Conte, al navigator di Di Maio, al Jobs Act di Renzi…

Non c’è bisogno di avere alcun ministro per la transizione all’itanglese, insomma, questo processo è già perseguito spontaneamente dall’intera nostra classe dirigente.
Sarebbe invece ora di varare una legge perché il nostro Paese tuteli e promuova la nostra lingua, invece di distruggerla.

3 pensieri su “Gli anglicismi non sono prestiti, ma trapianti!

  1. Analisi ineccepibile come al solito la tua Antonio. Il problema è mondiale ma per noi italiani bisognerebbe porsi la classica domanda da un milione di euro: per quale motivo siamo sempre quelli più sottomessi ed autolesionisti in tutto e quindi anche in questo? Come mai se nasci a Ventimiglia trovi meraviglioso esprimerti come un pappagallo e rottamare le tue espressioni mentre qualche centinaio di metri più in là le difendi orgogliosamente? Sì è vero là hanno una classe dirigente con una politica linguistica adeguata e qui invece no, ma le classi dirigenti non è che sono marziani scesi da un’astronave, sono pur sempre il risultato dei popoli che le hanno espresse. E quindi? C’entrerà forse qualcosa che da 75 anni l’Italia è praticamente una base militare statunitense con tutte le ricadute in termini di condizionamenti ad ogni livello che questo fatto ha comportato oppure no? Io penso di sì perchè altrimenti non saprei che altra spiegazione darmi. Forse che il buon senso, l’orgoglio nazionale e la legittima difesa dei propri interessi si sono fermati alla frontiera ignorando che il trattato di Schengen gli consentiva di entrare tranquillamente?

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    • Ai tempi dello sbarco in Normandia c’era un progetto di fare della Francia una sorta di provincia Usa, di instaurare l’Amgot (il governo militare degli alleati) e addirittura furono stampate delle nuove banconote, anche se poi non se ne fece niente. De Gaulle – uomo di destra dalla politica di sinistra, come le ho definito Michel Onfray – non permise nulla del genere: la Francia uscì dalla guerra come Paese vincitore, e la sua autonomia politica e culturale fu difesa dall’antiamericanismo di De Gaulle che si oppose in seguito anche all’entrata del Regno Unito nella Comunità Europea. Noi invece eravamo fascisti, siamo stati occupati, c’è stato l’Amgot, siamo usciti dalla guerra come perdenti, a parte il ribaltone antifascista che ci ha visto passare dalla parte degli Alleati all’ultimo momento. Siamo in pratica stati colonizzati e comprati dal piano Marshall in modo molto diverso dalla Francia (la Spagna poi era fuori dal conflitto e i finanziamenti degli Usa per renderla Paese Nato arrivarono negli anni ’80 dopo Franco). Da noi è passata la propaganda degli americani che sconfiggono il nazismo e vincono la guerra e ci liberano immortalata da capolavori del cinema finanziati dagli americani (da Siuscià a Paisà) che appoggiavano quell’immagine, immagine che si ritrova nel film di Benigni “La vita è bella” dove gli americani liberano la pseudo-Auschwitz che nella realtà fu liberata dai Russi (e senza questa ricostruzione la pellicola non avrebbe certo vinto l’oscar). Una ricostruzione storica figlia della propaganda falsa e parziale, visto che il nazismo è stato sconfitto dagli Alleati, non dagli Usa, e il ruolo dell’Armata Rossa è stato determinante. Gli americani semmai hanno sconfitto i giapponesi, con le bombe atomiche che l’italiano medio pensa siano servite a sconfiggere il nazismo, come da propaganda, ma che furono sganciate dopo la morte di Hitler e Mussolini, per ben altri motivi. Le condizioni sociali e culturali sono dunque diversissime rispetto a chi è nato a 20 km da Ventimiglia. La vittoria della Dc nella nuova Repubblica fu possibile grazie all’intervento e all’ingerenza Usa, alleati con il Vaticano in funzione comunista. Quando Moro ben più tardi tentò il compromesso storico con il Pci, furono fatte pressioni enormi da parte degli Usa perché non perseguisse un piano che andava contro la logica di Yalta, e secondo alcune fonti Moro fu addirittura minacciato da Kissinger. Questo per dire che la nostra autonomia è sempre stata bassina, e di fatto siamo stati sempre sotto il controllo Usa, anche culturalmente. Queste sono le radici, su cui è arrivata l’americanizzazione sociale soprattutto negli ’80 attraverso la tv commerciale che ha portato nelle nostre case i prodotti d’oltreoceano che veicolavano anche i loro valori, le loro mode e le loro merci, che prima ci erano arrivate soprattutto attraverso il cinema con un diverso impatto. Globalizzazione e internet hanno fatto il resto. Il fenomeno è mondiale, ma da noi dagli anni ’90 persino la politica si americanizzata, e la sinistra, che storicamente ha avuto verso gli Usa contemporaneamente una grande ammirazione culturale, ma anche una forte resistenza politica, è diventata il Partito Democratico all’americana, con le primarie, il tentativo di passare a un bipolarismo forzato e all’elezione diretta del presidente del consiglio (senza riforme, solo in superficie e apparentemente, in modo ipocrita), e il suo linguaggio ha prodotto i democratic party al posto delle feste dell’unità, il premier, il jobs act… In Francia col cavolo che c’è questo clima, l’autonomia di quel Paese è ben altra. Politicamente, socialmente, culturalmente, e anche linguisticamente, visto che la lingua è solo la spia dell’inconscio collettivo di un fenomeno sociale ben più profondo. E prima della legge Toubon ci furono una serie di altre leggi per la tutela del francese che sono state trasversali a ogni schieramento. Sono iniziate con De Gaulle sono proseguite con provvedimenti di governi socialisti, e si ritrovano nelle parole e negli atteggiamenti di Macron. E si ritrovano anche nel diverso atteggiamento dell’Accademia francese, nelle diverse scelte terminologiche traduttive… è un altro mondo!

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      • Già. Bisogna anche dire però che sì noi siamo stati fascisti ma i francesi ebbero Vichy e non ebbero un fenomeno così vasto come la nostra Resistenza. Probabilmente nel determinare i nostri diversi destini deve anche avere influito l’importanza strategica dovuta alla posizione che riveste la nostra penisola per gli amerikani (uso la k per distinguerli dagli americani in generale). Nel dopoguerra si sviluppò un movimento separatista in Sicilia perchè inizialmente essi pensavano di staccarla dal resto del paese per farne una loro base, ma poi in seguito si resero conto che non ce n’era bisogno perchè potevano avere l’Italia intera com’è avvenuto. Per il resto concordo con la tua ricostruzione ed aggiungo che qualche politico degno di tal nome l’abbiamo avuto anche noi e mi sovviene oltre al da te citato Moro anche Bettino Craxi al quale gli amerikani non perdonarono lo sgarro di Sigonella e una politica estera troppo autonoma soprattutto nei confronti dei palestinesi. Chissà, forse con lui ed altri come lui oggi probabilmente al Politecnico di Milano si insegnerebbe in italiano ed il tuo dizionario AAA conterrebbe forse qualche migliaio di voci in meno.

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