Lingua, politica e il falso mito dell’evoluzione dell’italiano dal basso

Nel nostro Paese prevale l’idea che le lingue siano processi naturali che si evolvono da soli e non vanno orientate (cfr. “L’anarchismo linguistico italiano e la politica linguistica francese“), un atteggiamento che si ritrova tra i linguisti e più in generale nella nostra intellighenzia, anche politica. Ma questa visione è piuttosto parziale e poco fedele alla storia. Le lingue non sono affatto sistemi ingovernabili dove l’uso fa la norma, sono al contrario processi complessi orientabili e da sempre orientati.


Da un punto di vista letterario, si fa nascere l’italiano con Dante che ha dato vita a un volgare illustre pensato per essere la lingua sovraregionale di tutti proprio con un intento politico e “patriottico”, perché era convinto che senza una lingua comune non sarebbe stata possibile un’unità nazionale.

Ma prima di lui, la poesia nella lingua del sì è nata in Sicilia, alla corte di Federico II; e la scelta di scrivere in volgare e di riprodurre in siciliano gli schemi poetici della lirica provenzale fu una scelta politica. I poeti della scuola siciliana erano i funzionari della sua corte che erano stati scelti appositamente laici e non chierici, e scrissero per la prima volta in volgare siciliano per imporre una lingua diversa da quella della Chiesa, il latino, ma anche dei comuni del Nord dove si poetava soprattutto in provenzale. Il progetto politico federiciano era proprio la rifondazione di un regno feudale moderno, autonomo dalla Chiesa e alternativo all’ascesa dei comuni, che erano i suoi nemici. E la lingua dei primi poeti italiani nasceva da questi intenti.

La fine di Federico II ha rappresentato contemporaneamente la fine della scuola poetica siciliana, esattamente come la crociata contro gli Albigesi e l’annessione della Provenza alla Francia ha imposto la lingua d’oil, cioè il francese, determinando la scomparsa della lingua d’oc.

L’eterna questione della lingua, che ha preceduto di secoli l’unità d’Italia, è stata un lungo processo che non si è realizzato solo perché il toscano delle tre corone fiorentine – Dante, Petrarca Boccaccio – si è imposto sulle altre parlate per motivi di prestigio (continuando in toscano i temi e la scelta linguistica della scuola siciliana), ma anche perché è stato preso come modello prescrittivo da linguisti, grammatici e dall’Accademia della Crusca che lo hanno legittimato, sostenuto e normato. Questo italiano libresco che si scostava dalla lingua viva parlata nei volgari è sopravvissuto per secoli e si è strutturato proprio perché era orientato.

Nel Novecento l’italiano è diventato un patrimonio di tutti perché c’è stata una politica linguistica che lo ha diffuso e istituzionalizzato attraverso la sua introduzione come lingua ufficiale della formazione, dell’amministrazione, del servizio militare, delle leggi, ma anche grazie alla stampa, ai mezzi di informazione e ai prodotti culturali dell’epoca del sonoro, con la nascita dell’industria musicale, della radio, del cinema e della televisione.

L’unità linguistica di un Paese è il risultato di questi interventi e degli altri fattori che educano e uniformano attraverso il sostegno delle istituzioni culturali e politiche. Non è un caso che la nascita degli stati nazionali in Francia o in Spagna abbia portato al consolidarsi del francese e dello spagnolo nazionale secoli prima rispetto all’Italia.

Quello che chiamiamo spagnolo, propriamente è il castigliano, cioè la lingua della Castiglia; e la prima grammatica è stata pubblicata simbolicamente nel 1492, un anno chiave per quel Paese, che non coincide solo con il viaggio di Colombo, ma anche con la Riconquista di Granada e la fine dell’occupazione araba. La tradizione narra che quell’anno Elio Antonio de Nebrija presentò la sua grammatica a Isabella di Castiglia, che gli domandò stupita per quale motivo avrebbe dovuto interessarsi a un libro su una lingua che già conosceva. E la risposta che spiazzò la sovrana fu che la lingua è da sempre stata “compagna di ogni impero”.


Una lingua è portatrice di valori e di cultura, è un elemento che unifica le popolazioni, vive nelle realtà territoriali e nei parlanti con cui è connessa nel modo più intimo, e allo stesso tempo li condiziona e ne viene influenzata e cambiata. Naturalmente l’unità linguistica nazionale avviene spesso a spesa delle lingue minori, e il castigliano si è imposto a scapito del catalano, del basco e delle altre minoranze, così come l’affermazione dell’italiano è avvenuto attraverso la sua supremazia sui dialetti, che in qualche caso sono addirittura scomparsi, perché le lingue possono anche entrare in conflitto tra loro, e quelle minori finiscono con il ritirarsi. Oggi, parlare un dialetto è stato rivalutato come un segno di cultura, come la conoscenza di una seconda lingua, ma prima che l’italiano diventasse di tutti era considerato un segno di ignoranza dell’idioma nazionale che si voleva appunto consolidare. All’inizio del Novecento fu il fascismo a estrometterlo come lingua della scuola in favore l’italiano, in una stigmatizzazione che è durata per vari decenni anche in seguito.

Le lingue nazionali d’Europa hanno tutte questa storia, si sono affermate e imposte proprio perché sorrette da Stati e istituzioni, perché hanno anche una funzione politica, oltre che culturale, sono funzionali alla coesione sociale e sono uno dei principali collanti che formano l’identità dei popoli. E nell’istituzionalizzare quelle nazionali gli Stati dovrebbero allo stesso tempo preservare quelle minori, che altrimenti rischiano di scomparire e di esserne schiacciate.

Gli attuali interventi sull’uso

Davanti al lievitare degli anglicismi, troppo spesso si sente dire che il fenomeno non è regolamentabile, e che la gente in fondo parla come vuole, come se la lingua fosse un processo “democratico” che nasce spontaneo solo dal basso. L’anglicizzazione, al contrario, parte soprattutto dall’alto, dalla lingua dei giornali e della classe dirigente che introduce l’inglese e lo usa senza alternative fino a che la gente non può fare altro che ripetere cashback, lockdown, green pass o jobs act. La lingua non è “fatta dalla gente”, come si vuol far credere, la gente ha per secoli parlato il proprio dialetto, poi è stata indotta a utilizzare l’italiano, e oggi ripete gli anglicismi che passano i mezzi di informazione, le pubblicità, le interfacce informatiche, le amministrazioni, le Poste, le Ferrovie… E intanto si favorisce l’insegnamento in inglese nelle università, si spinge per l’inglese come lingua della Comunità Europea, lo si rende un requisito per l’assunzione nelle pubbliche amministrazioni, e lo si fa diventare la lingua per presentare i progetti di ricerca italiani, come nel caso dei Prin e dei Fis.

L’inglese diventa di massa perché arriva dagli ambiti della medicina, del lavoro, dello sport… con le stesse dinamiche in cui altri cambiamenti linguistici provengono dalle pressioni esercitate dall’alto. Arriva dall’espansione delle multinazionali, dall’imposizione della loro terminologia, dalla lingua della globalizzazione. In altre parole dalle pressioni politiche e sociali.

Dagli anni Novanta, per esempio, proprio per l’interferenza dell’angloamericano, i traduttori di libri, film e telefilm hanno cominciato a sostituire sistematicamente con “nero” la parola “negro”, che negli Stati Uniti era considerata razzista, anche se in Italia era una parola che storicamente non ha mai avuto questa connotazione: negli anni Sessanta Lola Falana era l’amatissima “Venere negra” e nella canzone “I watussi” Edoardo Vianello cantava gioiosamente degli “altissimi negri” senza alcun intento discriminatorio. Oggi ha dichiarato che non la può cantare più, visto che non è più possibile pronunciare certe espressioni senza la carica di razzismo che hanno nel frattempo assunto in modo orientato dalle fortissime pressioni sociali e mediatiche che sono intervenute sull’uso. Lo stesso avviene attraverso l’ondata di moralismo linguistico che fa parte del “politicamente corretto” e che ha portato negli ultimi decenni a un “revisionismo lessicale” che ha messo al bando espressioni oggi considerate illecite come “mongoloide” sostituito da “Down”, “Terzo mondo” sostituito da “Paesi in via di sviluppo” o “handicappato” che è diventato “diversamente abile” e così via. Sono esempi sotto gli occhi di tutti di come l’evoluzione della lingua sia orientata e orientabile.

Nel caso della femminilizzazione delle cariche lavorative, per fare un altro esempio, le linee guida delle amministrazioni per un linguaggio non sessista hanno portato a coniare e usare femminili un tempo non diffusi come sindaca o ministra, che sono ormai utilizzati dai giornali, inseriti nei vocabolari e sempre più normali.
Il punto è che si usano due pesi e due misure, e la questione, fuori da ogni ipocrisia, è semplicemente politica e sociale: sugli anglicismi non si vuole intervenire – anzi si interviene eccome: introducendoli, divulgandoli e favorendoli – ma su altri aspetti il modo in cui la gente deve parlare si orienta senza alcuna remora. E tra le fila dei più accesi non interventisti nel caso dell’inglese si annoverano curiosamente alcuni dei più fanatici sostenitori del “linguaggio inclusivo” che propongono addirittura una riforma ortografica per introdurre una sorta di desinenza neutra attraverso lo scevà (ə), per cui “tuttə” includerebbe anche il femminile “tutte”, insieme al maschile “tutti” che storicamente lo include.

E allora dietro il mito tutto descrittivista per cui le lingue vanno studiate nella loro evoluzione, si nascondono in realtà approcci prescrittivi molto forti, tutti in favore dell’inglese. Non intervenire per tutelare l’italiano non significa rimanere “neutrali”, significa schierarsi dalla parte del globalese e dell’itanglese che avranno la meglio. Eppure sembra che in Italia nessuno lo comprenda, e al contrario di ciò che accade negli altri Paesi non abbiamo alcuna politica per la tutela del nostro patrimonio linguistico.

Le miopi categorie del “prestito” davanti al fenomeno dell’itanglese

Fuori dai circa 4.000 lemmi inglesi registrati nei dizionari, si estende una nuvola di anglicismi di un ordine di grandezza superiore. Sono parole, espressioni e reinvenzioni inglesi o a base inglese che sfuggono a ogni possibilità di classificazione. Non sono proprio occasionalismi che ricorrono sporadicamente, ma non sono nemmeno parole che si possono annoverare in un dizionario. Questa enorme zona grigia appartiene a un riversamento dell’inglese che ha rotto gli argini e si riversa in enunciazioni mistilingue che hanno a che fare con l’abbandono dell’italiano e con il passaggio ai suoni inglesi. Queste parole sono in aumento vertiginoso e ognuna diventa sempre più frequente, nel suo settore.

Sto ricevendo innumerevoli segnalazioni di questo tipo da inserire sul dizionario delle alternative AAA, ma posso accogliere solo quelle che hanno una certa stabilità e frequenza. Perché se dovessi registrare tutte le parole di bassa frequenza e di uso limitato, gli anglicismi diventerebbero 40.000 invece di 4.000.

Per fare un esempio, basta pensare all’ambito della moda e prendere in considerazione un articolo generalista del Corriere.it come quello in figura. Il numero dei “prestiti” utilizzati supera di gran lunga quello di ogni ragionevole buon senso, e mostra molto bene in che cosa si sta trasformando l’italiano.
Se le parole evidenziate in rosso si possono ancora classificare, conteggiare e inserire nel dizionario con le loro spiegazioni e alternative, non è sempre così.

Hospitality e faculty

Sergio mi segnala che, in un’intervista, il direttore di un albergo in Toscana ha dichiarato che la sua “mission è l’hospitality”, e si chiede se sia il caso di registrare “hospitality” su AAA.

In questo momento non me la sento di aggiungerla, e mi limito a tenerla d’occhio, perché temo sia solo questione di tempo.
Quello che sta avvenendo è che in ambito lavorativo, dove l’itanglese è la lingua che il settore richiede e allo stesso tempo impone, il concetto di “ospitalità” comincia a essere espresso in inglese, anche se nel parlare comune si continua a dire “ospitalità”, perché l’hospitality e le sue norme, anzi best practice, si può trovare teorizzata nei manuali del settore turistico che ripetono a pappagallo le prassi dei resort d’oltreoceano con i concetti formulati nella propria lingua in una sorta di diglossia che vede l’inglese occupare la parte alta e prestigiosa della sfera lessicale, mentre l’italiano è lingua parlata del volgo, come nel Medioevo. Le conseguenze di queste prassi portano a esprimere in inglese i concetti generali, come se il concetto di hospitality fosse qualcosa di superiore e tecnico.

La frequenza di hospitality, perciò, sta salendo, anche se è ristretta all’ambito degli addetti ai lavori. Potrebbe però succedere presto, e forse sta già accadendo, che esca dal vezzo di usarla come scelta sociolinguistica individuale di chi la sciolina per distinguersi ed elevarsi per diventare un fatto collettivo e diffondersi con la stessa frequenza di “mission” e “vision” che appaiono ormai istituzionalizzate in ogni sito aziendale, ma hanno avuto la stessa origine. Quando accade questo passaggio, l’anglicismo comincia a differenziarsi dall’italiano, e a ricavarsi una sua specificità, e così spuntano i soliti idioti pronti a spiegarci che gli anglicismi “non sono proprio” come gli equivalenti italiani, perché evocano un “non so che” in più.

Un esempio simile a quello di hospitality l’ho visto in un’accademia dove mi capita di tenere i miei corsi. Un bel giorno hanno pensato bene di abbandonare la parola “facoltà” e di passare a “faculty” che evidentemente suona loro più moderna e internazionale, anche se a me pare solo cafona e ridicola, visto che la platea è composta da italiani, e non si capisce il senso di parlare tra noi con un lessico inglese o pseudoinglese. In ogni caso l’hanno inserita nel sito dove gli studenti possono consultare la sezione “la mia faculty”, e la utilizzano persino nella comunicazione interna dove mi invitano a partecipare alle riunioni di faculty, rimanendo sorpresi e spiazzati davanti alle mie rimostranze come fossero le fisime di un pazzo.

Questi aneddoti mostrano bene che, dietro al ricorso ai singoli anglicismi, siamo in presenza di un più generale abbandono dell’italiano che esce dalle singole parole prese a una a una. E quando leggo le analisi dei linguisti che credono di poter spiegare l’interferenza dell’inglese con le categorie del “prestito”, magari di “lusso” e di “necessità”, mi viene da piangere. Questi studiosi non hanno capito nulla di ciò che sta accadendo e non hanno gli strumenti per interpretare il fenomeno dell’itanglese, che spesso sottovalutano o negano.
Basta fare qualche esempio per comprendere come stanno le cose.

Tractor day, Sicily e shop dal contadino

Bruna mi ha segnalato una festa paesana e agricola di un paesino del bolognese, dove si parla di frequente in dialetto, ma i titoli degli eventi sono in inglese: cosa c’è di meglio, per la festa di S. Antonio, del Tractor Day con tanto di Speed Pulling?

Lo speed pulling è l’ennesimo esempio del fatto che, come in una colonia, non sappiamo far altro che importare tutti gli eventi e le tradizioni che la cultura statunitense ci trasmette e che emuliamo come scimmiette ammaestrate. Si tratta di una competizione dove i trattori devono trainare un rimorchio zavorrato su una pista di 100 metri. E questa americanata è stata trapiantata anche in Italia almeno dal 2009, quando su Agronotizie si leggeva: finalmente “nascono le gare di Speed Pulling in Italia: la prima si è tenuta a Budrio”, un piccolo comune molto all’avanguardia, a quanto pare.

Anche lo speed pulling (come faculty) non è contemplato su AAA, che si limita a registrare le parole più eclatanti. Ma se si può ancora considerare un “prestito” (che però purtroppo poi non si restituisce) di una pratica con un nome che non sappiamo né vogliamo tradurre, da dove nasce la geniale idea di chiamare “tractor day” la festa dei trattori che si tiene in occasione di S. Antonio?

Dal fatto che day (come smart, baby e sempre più radici prolifiche) gode ormai di vita propria e nell’accostarsi alle altre radici inglesi si porta con sé “tractor” invece di trattore, questa volta.

Il tractor day del comune di Medicina non è propriamente un grande evento internazionale che richiede un nome in inglese, visto che è una sagra di paese e di agricoltori che dopo lo speed pulling finiscono a mangiar piade e salsicce annaffiate dal lambrusco (e non mi stupirei se fosse venduto in una bancarella denominata wine corner). Quando la saga del trattore si trasforma in un evento in inglese, esattamente come il family day, l’election day, l’open day… che sono eventi tutti “italiani”, il prestito non riguarda più le singole parole, ma la logica sottostante e il suono: l’english sound che segna il passaggio a un’altra lingua e l’abbandono dell’italiano e della sua identità. Lo stesso meccanismo che – come mi ha segnalato la traduttrice Anna Ravano – spinge a denominare Green Kiss una birra artigianale alla canapa “tutta biellese” a parte la denominazione. Oppure il caso, che mi ha indicato Carla Crivello, della pro loco di Luserna alta e San Giovanni, in una valle piemontese, che ha appena organizzato la prima edizione di “Fast & Music”, tra auto tuning e hobbisti!

E per promuovere le bellezze della Sicilia perché bisogna storpiarle il nome e americanizzare la Trinacria ribattezzandola Sicily come si vede in questi giorni nelle pubblicità televisive di See Sicily, che si ritrovano nel portale Visit Sicily con il gioco di parole See Sicily e Sì, Sicily?

Come per il made in Italy e l’italian design, puntare a essere internazionali non significa esportare la nostra lingua, così amata all’estero ma svilita in patria, bensì ri-definirci attraveso l’inglese; ma denominare la Sicilia Sicily è un’idiozia che dovrebbe essere considerata un reato! Soprattutto nelle pubblicità rivolte al mercato interno.

E allora come la mettiamo? Sicily è forse un prestito?

Su un sito di prodotti a chilometro zero che esalta la filosofia di questa prassi, il succo di mele della Valtellina è il Succo di Mele Bag in Box Bio che si può acquistare sullo “shop dal contadino”.

Se nel sabato del villaggio Leopardi scriveva “il zappatore” che rendeva bene il linguaggio improprio del contadino, oggi sembra che la donzelletta venga dal tractor day per recarsi al suo shop con il fascio dell’erba green. E perché mai dovrei comprare un prodotto a chilometro zero che viene proposto in Rete forse a tutto il mondo (ma che fine fa il chilometro zero?) con il linguaggio di McDonald’s? Usare un lessico a chilometro zero non sarebbe più sensato e coerente? Il caro buon vecchio parla come mangi, passando dal palato al parlato, nell’era dei MasterChef è andato a farsi friggere nell’olio degli hamburger.

Quando assistiamo a tutto ciò, siamo sicuri che il contadino abbia preso in prestito parole come shop, box, tractor e simili? Non siamo in presenza di un fenomeno che si deve interpretare in modo meno miope?

Tutto ciò è il frutto di una patologica coazione a ripetere e a scimmiottare l’inglese, di un servilismo nei confronti di tutto ciò che arriva dagli Usa che va ben oltre gli aspetti sociolinguistici. È la conseguenza di una concezione per cui l’inglese viene identificato con la modernità e ci appare come l’unica soluzione per essere internazionali e fa del globalese il nuovo dio, anche se calpesta i valori del plurilinguismo e della nostra stessa lingua.

Le parole che si accumulano giorno dopo giorno in questo modo stanno portando al collasso dell’italiano nell’ambito del lavoro, dell’informatica, della scienza, della moda… e di sempre più settori. Un collasso che produce un’infinità di parole ibride (da hobbista a speakerare, da softwarista a chattare), delle regole formative nella composizione delle parole (babycriminale, cybersicurezza) e delle locuzioni (zanzare killer, libro-game), e una grammatica inconscia che genera fenomeni che escono dal lessico per coinvolgere la struttura delle frasi e la sintassi.

L’itanglese è questo, non è una banale somma di “prestiti”.

I “prestiti sintattici” e la neolingua itanglese

A dimostrare che il prestito non riguarda più le singole parole, ma è un’emulazione ben più profonda che sta conducendo all’itanglese, ci sono molti esempi che sono sotto gli occhi di tutti, se ci togliamo le fette di mortadella del tractor day del bolognese.

Sul Corriere di ieri, come fosse la cosa più normale del mondo, mi ha colpito il titolo “Pallotta is back”.

Cosa spinge un giornalista a scrivere così invece di “è tornato Pallotta” o “il ritorno di Pallotta”?

“Is back” è un prestito?

A Milano il Salone del mobile è stato ribattezzato con la Design Week, al femminile, con un’inversione delle parole all’inglese, la stessa inversione che si trova in “MonteNapoleone District design e sostenibilità”. Ma la sostenibilità dell’italiano dov’è? Possibile che a nessuno importi che la lingua con cui i giornali ci educano sia diventata questa e che via Monte Napoleone diventi il MonteNapoleone District?

Un giornale come il Corriere offre il Corriere Daily Podcast con Radio Italians, un altro bel prestito sintattico! Gli “italians” di Beppe Sevegnini hanno perso la loro iniziale portata spiritosa e sono diventati la tragica realtà. Non abbiamo più a che fare con singoli prestiti, ma con un’interiorizzazione delle strutture inglesi, oltre che con i loro suoni, che produce espressioni in itanglese. Una neolingua che non è più né italiano né inglese. La stessa newlingua che, mentre uccide la lingua di Dante, allo stesso tempo stravolge e storpia quella di Shakespeare, come nella recente polemica (che mi segnala Daniela) a proposito delle risposte in inglese maccheronico dell’Atac di Roma, dove le strutture italiane sono state tradotte con parole inglesi senza rendersi conto che “What it needs?” non significa “di cosa hai bisogno?” ma “ciò che serve”. E quindi finisce che ci si rivolga ai turisti inglesi con frasi come: “La multa went on prescription”.
È l’altra faccia dell’itanglese che si diffonde sul piano interno e mostra chiaramente gli stessi meccanismi di imbastardimento che anglicizzano la nostra lingua attraverso pseudoanglicsmi come smart warking, mobbing, basket, caregiver… che non sono affatto prestiti, ma itanglismi nella bocca di chi non sa più parlare l’italiano, ma nemmeno l’inglese.

L’anarchismo linguistico italiano e la politica linguistica francese

Mentre la nostra Gazzetta Ufficiale si “arricchisce” di anglicismi istituzionali di giorno in giorno, lo scorso 29 maggio, sulla Gazzetta Ufficiale francese, le alternative a molti anglicismi dell’ambito dei videogiochi e degli audiovisivi sono ufficialmente entrate nella lingua di Moliére.

Il processo di regolamentazione della lingua e la creazione di neologismi autoctoni è coordinato dalla Délégation générale à la langue française et aux langues de France, che coinvolge non solo la Commissione per l’arricchimento della lingua francese dell’Accademia di Francia (che sarebbe il corrispondente della nostra Accademia della Crusca), ma anche il Ministero della Cultura, visto che l’organo si muove all’interno dell’autorità del Presidente del Consiglio dei Ministri.
In questa cornice istituzionale ben coesa, sono state coniate le alternative ufficiali a molti termini. Si tratta di soluzioni codificate, chiare e precise, che permettono di esprimere in francese tutta una serie di concetti che in italiano si esprimono solo in inglese.

Un “cloud gaming” diventa semplicemente un videogioco in nuvola (jeu video en nuage), uno “streamer” un giocatore/animatore in diretta (joueur/animateur en direct) e un “pro-gamer” un giocatore professionista (joueur professionnel).

Questa terminologia non è solo fortemente raccomandata – in altre parole consigliata a chi vuole parlare in francese, prima di tutto i giornali – ma è anche il punto di riferimento ufficiale che i funzionari pubblici devono seguire. Il che non significa che i videogiocatori non possano comunicare tra loro nel proprio gergo, visto che ognuno parla come vuole, significa al contrario che esistono delle parole ufficiali da usare nei registri alti e nella comunicazione istituzionale.


Avere simili punti di riferimento permette di arginare il depauperamento della lingua davanti all’invasione di parole inglesi, un fatto su cui l’Accademia francese e le istituzioni hanno espresso grandi preoccupazioni perché, oltre a impoverire il francese, crea fratture sociali e barriere generazionali che portano all’incomprensione, alla mancanza di chiarezza e trasparenza, e dunque al venir meno della lingua come collante sociale (cfr.”Anglicismi: perché l’Académie française è preoccupata“).

Questo atteggiamento di tutela del proprio idioma in Francia fa parte di una politica linguistica che esiste da decenni e che è volta anche ad arginare gli anglicismi in ogni settore, non solo quello dei videogiochi. La terminologa Maria Teresa Zanola, studiando la reazione al “franglese” supportato dalle iniziative pubbliche e private in ambito tecnologico, ha osservato che questa continua coniazione di neologismi sta rendendo il francese una lingua molto vitale (“Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008). La nostra lingua, al contrario regredisce proprio a causa dell’inglese, e la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo perché l’italiano non sta producendo più nulla, si limita a importare anglicismi che spesso finiscono per soppiantare le nostre parole anche quando già esistono.

La notizia di questo ultimo arricchimento del francese è rimbalzata non solo in Francia, ma persino su The Guardian. In Italia, invece, è uscita su piccole riviste magari di settore, e un giornale come il Corriere della Sera, non l’ha minimamente ripresa.
Sulla pagina principale del Corriere.it di oggi c’è invece un pezzo, alla sezione “videogame”, che parla di “Spiderman Remastered”, perché l’Uomo ragno che leggevo da bambino oggi si dice in inglese, una riedizione diventa “remastered”, mentre i giocatori sono “gamer” e le scarpe da ginnastica sono diventate “sneakers” “super tech”. Nel pezzo accanto si legge del “mermaiding” che da giorni il Corriere promuove come lo sport dell’estate con vari articoli, un orologio subacqueo diventa uno “sport watch da marine”, e non parliamo di diodi luminosi, ma soltanto di “led”.

A parte il numero di parole inglesi abnorme, quello che impressiona è che gli anglicismi diventano “prestiti sterminatori” che uccidono le nostre parole.
“Mermading” non circola sui giornali francesi che parlano di nuoto a sirena (nage sirene) o di tenuta da sirena, ma non si trova nemmeno in quelli spagnoli, siamo solo noi che ci riempiamo la bocca di queste americanate, incapaci di usare la nostra lingua di cui ormai ci vergogniamo.

I pochi articoli italiani che hanno riportato la notizia che arrivava dalla Francia l’hanno presentata come una bizzarria, come qualcosa di assurdo o di anacronistico tipico dello sciovinismo francese, commentando con il solito guazzabuglio di luoghi comuni: tutto ciò ricorda la guerra ai barbarismi di epoca fascista; l’inglese è più corto, è moderno e internazionale; tradurre è ridicolo; non si può imporre alla gente come deve parlare…

Questa sciocchezza dell’inglese più corto e maneggevole dovrebbe davvero finire. Prima dell’avvento del computer, la scrittura avveniva con la “macchina da scrivere”, una locuzione certamente lunga, ma che nessuno ha mai messo in discussione perché mancava una parola “corta”. Al suo apparire, le polemiche iniziali riguardavano il fatto che sarebbe più corretto dire “macchina per scrivere”, ma alla fine i “puristi” hanno dovuto arrendersi davanti all’uso dilagante dell’espressione meno corretta. Eppure nessuno ha mai sentito l’esigenza di abbandonare l’italiano per usare una parola sola, magari in inglese come typewriter. Sarebbe stato inconcepibile e avrebbe suscitato reazioni negative.

Le resistenze davanti ai neologismi sono una costante che deriva anche da secoli di purismo. Ogni nuova parola, inizialmente, ci appare brutta solo perché non siamo abituati a sentirla, come aveva capito Leopardi. Come ha osservato Luca Serianni, questa resistenza alle neologie ha una sua funzione utile alla conservazione della lingua e alla sua coesione. Il fatto grave è che questa ostilità per i neologismi, nella colonia Italia, non è affiancata da un’analoga resistenza di fronte alle parole nuove in inglese, che al contrario ogni volta ci appaiono belle, utili, necessarie, intraducibili, o in grado di evocare qualcosa di diverso dall’equivalente italiano. La combinazione di questi due fattori risulta micidiale (ne ho già parlato in “Orribili neologismi e sedicenti anglicismi: dal purismo all’anglopurismo”), perché mentre l’inglese è sempre accolto tra i plausi, i neologismi italiani e le traduzioni ci schifano. Le conseguenze sono il collasso degli ambiti, la perdita dell’identità dell’italiano, l’itanglese che diventa la lingua della modernità e l’italiano che perde il suo suono storico e muore senza sapersi rinnovare.

La questione della guerra ai barbarismi non c’entra nulla con l’evoluzione e l’arricchimento del francese. Il problema non sono i forestierismi, da condannare per motivi di principio, sono gli anglicismi, e solo quelli, che per il loro numero e la loro invadenza stanno snaturando e colonizzando le lingue locali.
E non è vero che le alternative raccomandate in Francia sono coercizioni che impediscono alla gente di parlare come vuole. Se le alternative vengono coniate, esistono, e vengono promosse, ricorrere all’inglese diventa una scelta sociolinguistica, non una necessità, come in Italia. In Francia, al contrario, sono liberi di scegliere! A proposito di “libertà”, dovremmo renderci conto che da noi avviene tutto il contrario: la gente finisce per parlare come ci impongono i giornali e il linguaggio istituzionale. Quando i politici legiferano attraverso il jobs act, i caregiver, il cashback… quando si introducono il lockdown, il green pass, le dosi booster… quando i giornali annunciano il marmaiding, il gaslighting o il body shaming, non stanno utilizzando il linguaggio “della gente” stanno educando gli italiani a parlare in itanglese. E quando le multinazionali americane ci impongono il loro linguaggio fatto di snippet, widget, follower… e tutta una serie di termini che noi accettiamo con servilismo senza tradurre e adattare, la lingua non è più fatta dai nativi italiani.

L’idea che la lingua italiana sia un processo naturale, nato dal basso e dall’uso popolare è una convinzione falsa e antistorica. La lingua è un fatto politico; e non solo si può orientare, si orienta e si è sempre orientata dall’alto, ma è necessario orientarla per mantenere l’identità linguistica e la coesione sociale. L’italiano è una lingua letteraria nata dall’alto, orientata per secoli prima dall’Accademia della Crusca e poi dagli interventi amministrativi, politici e istituzionali. E soprattutto, l’unificazione dell’italiano è avvenuta solo nel Novecento proprio grazie alla lingua dei mezzi di informazione, che oggi la stanno al contrario distruggendo e trasformando in itanglese.

Non si può negare la storia e far credere che non sia così e che in Francia siano matti. I malati siamo noi! Il liberismo linguistico per cui una lingua va studiata, non va difesa, si sta trasformando in un anarchismo linguistico dove, con la scusa di essere descrittivi e non prescrittivi, in assenza di regole finiamo schiacciati dalla lingua dominante e cannibale che ci fagocita.