Il gaslighting e l’arte della manipolazione dell’italiano

Lo scorso 12 maggio il gregge dei giornalisti ha colpito ancora. Tutti compatti – dalle testate locali a quelle nazionali, sia conservatrici sia progressiste – hanno dato vita a un nuovo momentaneo picco di stereotipia destinato a diffondere l’ennesimo anglicismo. Parola d’ordine: gaslighting!

Il termine è sempre stato di bassa frequenza sui giornali, circolava prevalentemente negli ambienti degli psicanalisti, ma all’improvviso la stampa deve aver pensato bene che è arrivato il momento di rompere gli argini e di procedere con lo tsunami anglicus.

Il Corriere ha persino utilizzato la locandina del film (in lingua originale) per far arrivare il messaggio e per educare il lettore al nuovo termine anche emotivamente.

Che cosa sarebbe il gaslighting

Letteralmente significa solo “illuminazione a gas”, nessun neologismo tecnico, dunque, è solo un’espressione metaforica che deriva dal titolo di un vecchio film, Gaslight (George Cukor, 1944, a sua volta un rifacimento che nasce da un pezzo teatrale del 1938 di Patrick Hamilton). A quei tempi non eravamo ancora stati colonizzati dalle pressioni di Hollywood che impongono in tutto il pianeta i titoli originali, e in Italia è noto come Angoscia.
Si tratta di un bellissimo film che ha valso un Oscar a Ingrid Bergman, la protagonista vittima delle manipolazioni psicologiche del marito che la isola in casa e approfitta di un suo stato di debolezza nel tentativo di farla impazzire, distorcendone i ricordi e la percezione in modo sistematico fino a farla dubitare di sé.
L’episodio simbolo è appunto quello delle lanterne a gas. L’uomo ne affievolisce di nascosto l’intensità, facendo credere alla moglie che quella mancanza di luce sia solo nella sua testa, in un’alterazione della realtà fatta di negazioni dell’evidenza che la inducono a concludere di essere in preda a uno stato allucinatorio privo di riscontri oggettivi.
Stando alla Treccani, negli Stati Uniti, il termine gaslighting si è cominciato a diffondere con questo significato di plagio psicologico a partire dagli anni Settanta, quando il noto criminale Charles Manson penetrava nelle case vuote spostando le cose senza rubare nulla, per generare nelle vittime lo sgomento e l’angoscia. Ma è solo nel 2012 che la parola si è diffusa in senso tecnico tra gli analisti, quando l’ordine degli psicologi l’ha inserita nelle linee guida per la valutazione dei danni psichici che questa violenza mentale comportava.

Il reato di manipolazione psicologica e plagio mentale: italiano, ciao ciao!

Nel nostro ordinamento giuridico la questione della punizione del plagio psicologico e della manipolazione mentale è problematica. Il Codice Penale prevedeva la reclusione da cinque a quindici anni per chi soggiogava una persona al proprio potere riducendola in un grave stato di soggezione (art. 603), ma nel 1981 la Corte Costituzionale ha dichiarato questo articolo illegittimo perché i suoi contorni non erano definibili in modo netto. Nel diritto penale, infatti, solo ciò che è specificato in modo chiaro e oggettivo, cioè “determinato” invece che soggetto a interpretazioni, può essere soggetto a norma incriminatrice. Esiste il reato di circonvenzione di incapace (art 643) che è punito con la reclusione da due a sei anni e con multa da euro 206 a euro 2.065, ma tutela i minori e chi si trova in uno stato di infermità o deficienza psichica e viene indotto a compiere qualcosa di dannoso per sé o per gli altri. È dunque un concetto più ampio e po’ diverso, e solo in parte sovrapponibile. Sulla questione del reato di manipolazione mentale o psicologica, come si dice in italiano, rimane perciò un vuoto legislativo che in più occasioni ha portato a dibattiti e proposte di legge per esempio davanti al fenomeno delle sette che condizionano le persone con tecniche collaudate.

Questo è il nostro quadro concettuale, e questo è il dibattito in corso da noi da svariati anni.
E allora da dove nasce che una testata come QuiComo parli di “denuncia per gaslighting” invece che di maltrattamenti, lesioni e gli altri capi d’accusa possibili in Italia?

Le tecniche di plagio dell’italiano e il reato di manipolazione della lingua

Si tratta del solito meccanismo di riconcettualizzazione alimentato dai tecnici “non-è-propristi”.

Al vertice c’è il globalese, l’inglese internazionale che punta a essere legittimato come la lingua unica della scienza, della formazione, del lavoro e di sempre più ambiti. Ma formarsi e studiare in inglese non è un particolare neutrale e innocente, induce a pensare in inglese; non si è rivelato un processo aggiuntivo, ma sottrattivo: porta a un bilinguismo squilibrato che in buona sostanza fa regredire le lingue locali sia dal punto di vista dell’elaborazione dei concetti e dei pensieri complessi, sia dal punto di vista lessicale. Le parole inglesi in questi casi non sono affatto un arricchimento, che qualcuno chiama “doni”, si trasfomano al contrario in “prestiti sterminatori” che fanno piazza pulita delle parole italiane e costituiscono un depauperamento linguistico e concettuale.
Quando l’Oms, che pensa e parla inglese, introduce nella lista delle malattie riconosciute il burnout, favorisce l’inglese al posto della sindrome dell’esaurimento professionale, così come quando la pratica indiana della piena consapevolezza viene ridefinita in inglese attraverso la mindfulness in italiano c’è solo quest’ultima, visto che non abbiamo una Reale Accademia di Medicina come quella spagnola, né banche dati terminologiche che, come quelle francesi, fissano e istituzionalizzano le alternative locali di piena coscienza (ne avevo già parlato qui). Noi abbiamo solo una classe dirigente anglomane che ripete a pappagallo in inglese tutto ciò che arriva in questa lingua e cultura considerata superiore.
Basta leggere qualche articolo in Rete degli psicanalisti italiani che parlano di gaslighting per rendersi conto che stanno introducendo un concetto in inglese attribuendogli un significato tecnico e peculiare che non riconoscono alla nostra lingua, e non perché non lo possiede, ma perché viene da loro negato con tecniche appunto di gaslighting, e cioè di manipolazione della realtà, di annullamento psicologico, di rimozione dei significati, di sostituzioni e distorsioni che portano a concludere che la parola inglese “non è proprio come le nostre”, e dunque è “necessaria”.
Questo subdolo metodo di condizionamento linguistico si basa su tecniche ben precise.

Il primo assunto è di considerare una parola italiana solo nel suo significato storico, e non come qualcosa di elastico che può ampliare i suoi significati, visto che il lessico delle lingue vive si evolve insieme al mondo. Questo atteggiamento, che ho chiamato “anglopurismo”, prevede che, se non esiste già una parola, ciò che è nuovo si debba esprimere in inglese. È una sorta di “purismo” rivolto contro le neologie a base italiana che cristallizza il nostro lessico solo al passato. Ma se i significati sono solo quelli di un volta e non si possono estendere, una lingua non si può evolvere, e finisce con il morire. Invece, se prima della pandemia “tamponare” indicava un incidente stradale, oggi si usa anche per il fare i tamponi clinici, così come dopo l’avvento di Internet “navigare” significa andare in Rete oltre che solcare i mari. Se davanti all’inglese neghiamo alle nostre parole questa possibilità di risemantizzazione, per cui badante non può diventare caregiver, autoscatto non è come selfie… succede ciò che è successo a calcolatore: la nostra parola autoctona è stata relegata al vecchio e alle macchine di una volta, mentre i nuovi dispositivi sono solo i computer. Il che non si è verificato in inglese, francese, tedesco… dove gli equivalenti si sono ampliati per indicare anche i modelli portatili e di ultima generazione senza alcun bisogno di usare nuove parole.

Il secondo passo è quello di concentrarsi sulle diverse sfumature che l’inglese veicolerebbe, per differenziarlo dalle nostre parole e dai nostri significati. La tesi è sempre la stessa: l’italiano non avrebbe parole altrettanto precise o capaci di rendere tutte le sfumature che vengono attribuite all’anglicismo. E così si afferma che il gaslighting non è proprio come il plagio psicologico o la manipolazione mentale, sarebbe qualcosa di più specifico: una “forma” di manipolazione che implicherebbe la negazione della realtà o di aver fatto e detto delle cose con lo scopo di minare la percezione della vittima e soggiogarla.

Se la manipolazione psicologica dovrebbe essere un reato, anche la manipolazione psicologica dell’italiano dovrebbe essere trattata alla stessa stregua.
Anche perché, se proprio non si vuole allargare il significato delle nostre parole in senso moderno o nuovo, non dovremmo dimenticare le altre strategie che le lingue vive possiedono per evolversi, oltre a importare dall’inglese, e cioè adattare, tradurre o inventare parole nuove. Anche la rimozione di queste possibilità storiche fa parte dell’attuale gaslighting linguistico.

Fare dell’anglosfera il solo modello culturale universalizzante

Affermare che il gaslighting è una tecnica di distorsione della realtà che si differenzia dal plagio o dalla manipolazione è una definizione che viene inventata, introdotta e imposta, è un battezzare e un riconcettualizzare qualcosa che già abbiamo attraverso l’inglese.

Nei titoli di giornale, però, gaslighting non viene affatto usato in questo supposto senso differente (che la metafora inglese non possiede), e si legge: “Finti furti, dispetti e maltrattamenti fino a fare impazzire la compagna” (QuiComo); “Furti simulati e gomma bucata, una trappola psicologica” (Corriere); “Violenze psicologiche sulla compagna con finti furti e vandalismi” (La Repubblica)… Ma tutto ciò è affiancato alla parola gaslighting, per educarci a usarla al posto di manipolazione mentale o plagio psicologico, facendo credere che esista addirittura un (inesistente) “reato di gaslighting“. E inducendo a pensare che tutto ciò sia qualcosa di “nuovo” che proviene dalle sublimi analisi dell’anglosfera (dunque si esprime nella loro lingua), quando un decennio prima prima che gli psicologici d’oltreoceano istituzionalizzassero questo fenomeno, Amélie Poulin (ne Il favoloso mondo di Amelie, J.P. Jeunet 2001) faceva le stesse cose (con un diverso intento): rovesciava le maniglie delle porte o scambiava i tubetti di creme e dentifrici alla sua vittima che voleva allo stesso tempo punire ed educare. Ma forse anche rubare i nanetti da giardino sarà presto etichettato dai giornali come gaslighting.

Dietro l’inglese planetario non c’è solo l’aspetto linguistico, il progetto del globalese è funzionale anche a rendere tutta la letteratura e la cultura in lingua inglese un capitale condiviso dall’umanità che diviene in questo modo il principale punto di riferimento a cui guardare, come se ogni altra cultura non esistesse o non fosse altrettanto importante. Ed ecco che da un film di Hollywood si estrapola una metafora da esportare in tutto il mondo, come se quella pellicola fosse un bene comune dell’umanità, e non un prodotto culturale di un Paese e di una cultura come tutte le altre. Come se il pianeta intero dovesse conoscere il particolare delle lanterne a gas di una trama utilizzata istintivamente dagli psicologi statunitensi solo perché fa parte della loro cultura.

Il gaslighting in Francia e Spagna

Sulla Wikipedia in italiano la voce gasligthing riporta l’alternativa “manipolazione psicologica maligna”, ma su quella in spagnolo si viene indirizzati alla voce “luz de gas“, perché gli spagnoli hanno fatto la cosa più semplice che si possa fare: invece di importare una metafora direttamente in inglese – pensate un po’! – l’hanno tradotta e dicono “luce del gas” come nella lingua originale (incredibile!). Alla voce “luce” del Dizionario della Reale Accademia Spagnola si legge: “Gettare luce del gas su qualcuno (hacer luz de gas a alguien) significa cercare di fargli dubitare della sua ragione o del suo giudizio con uno sforzo prolungato per screditare le sue percezioni e i suoi ricordi.”

E su un giornale come El País si trovano articoli che usano questa espressione normalmente!

Nel dizionario della lingua francese del Quebec, invece, usano l’espressione “deviazione cognitiva” (détournement cognitif) e dunque hanno impiegato risorse francesi già esistenti per formulare in modo ben più comprensibile lo stesso concetto che i nostri giornali vogliono diffondere in inglese, buttando alle ortiche le espressioni che abbiamo sempre utilizzato. Perché la nostra classe dirigente e i nostri intellettuali sono piccoli uomini (e piccole donne, per carità!) che si limitano a ripetere in modo acritico, come scolaretti, il pensiero dell’anglosfera nella stessa lingua, con la stessa terminologia, incapaci non solo di tradurre una metafora, ma più in generale di elaborare una propria visione del mondo e una propria cultura a livello sia concettuale sia linguistico.

Una previsione

Ho già parlato più volte dei picchi di stereotipia giornalistici che ci hanno imposto la lingua del lockdown, del green pass e delle fake news. Di solito sono caratterizzati da cicli che per un certo periodo martellano in modo ossessivo con una stessa parola fino a quando cessa di essere l’argomento in primo piano. Il risultato sulle frequenze, quando si tratta di anglicismi, è che dopo un primo picco si abbassano, ma rimangono mediamente più alte di prima: è la prima fase in cui una parola inglese è così introdotta, magari con le virgolette e le spiegazioni.
A distanza anche di anni arriva spesso un altro picco e questa volta la parola già introdotta perde le virgolette o non è più affiancata dalle spiegazioni, si dà per scontata. E in questo modo la frequenza sale ulteriormente e si radica.

Gaslighting si sta facendo strada da anni, e ha tutte le caratteristiche per affermarsi (lo tenevo d’occhio da tempo, ma ora l’ho dovuto per forza aggiungere sul Dizionario AAA).

Con il nuovo picco mediatico del 2022 il dibattito già esistente sull’introduzione del reato di manipolazione psicologica rischia di trasformarsi presto in una legge sul gaslighting, magari sull’onda di qualche campagna internazionale legata ai diritti delle donne che ne può orientare il significato su alcuni aspetti più ristretti.
Dal linguaggio mediatico l’anglicismo rischia di finire in quello politico e delle sentenze, come è già avvenuto nel caso dello stalking (persecuzione), del mobbing (le vessazioni che sono un itanglismo non in uso in inglese) del bossing (vessazioni dei superiori) o dello straining (soprusi).

Se dall’espressione iniziale del film Gaslight si è passati alla desinenza in -ing che porta dalla lanterna a gas all’attività di fare luce, si affermerà anche il gaslighter, di cui si intravedono le prime occorrenze, invece di manipolatore, così come si parla ormai di stalker, al posto di persecutore.

Non ho la sfera di cristallo, ma accetto scommesse sul fatto che la luce di questo tipo di lampade finirà, come al solito, per oscurare l’italiano.

Anglicismi e forestierismi: le abissali differenze

La guerra ai barbarismi del ventennio fascista fu fatta per motivi di principio e di autarchia e non certo perché le parole straniere – che a quei tempi erano soprattutto francesi – rappresentassero una reale minaccia per l’italiano.

L’ostilità verso i forestierismi affondava le sue radici nel pensiero risorgimentale e patriottico legato all’unità d’Italia e alle invasioni straniere che da secoli rendevano il nostro Paese una terra di conquista. E il motto di un libro come Barbaro dominio di Paolo Monelli (1933) riprendeva proprio una citazione del Principe di Machiavelli che veniva applicata alla lingua: “Ad ognuno puzza questo barbaro dominio” (cap. XXVI).
Sul piano linguistico questo sentimento si intrecciava con secoli di “purismo” e di dibattiti sulla questione della lingua, dove nel separare metaforicamente il fior di farina dalla crusca che aveva guidato la nascita dell’omonima Accademia, insieme ai neologismi, ai tecnicismi e alle parole non toscane si condannavano in blocco anche i forestierismi; persino quelli adattati come “precisazione” citata da Leopardi, o “emozione”, che in un popolare dizionario di Rigutini di fine Ottocento era bollata come un gallicismo da evitare (Giuseppe Rigutini, I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, Roma, Libreria editrice Carlo Verdesi, 1886).

“Scusate il francesismo”, che si usa ancora a oggi in modo spiritoso davanti a una parolaccia, deriva proprio da questo contesto, dal chiedere venia davanti all’uso di parole francesi come fossero offensive. E lo stesso atteggiamento di repulsione si registra anche per molti neologismi italiani, a cui non siamo avvezzi.

Di fronte alle odierne denunce per l’abuso dell’inglese, molti credono che la questione sia ancora di questo tipo. Non si sono accorti che la storia ha voltato pagina in un cambio di paradigma che rappresenta un salto e una discontinuità rispetto al passato.

Numeri, mancato adattamento e velocità di penetrazione

Il numero degli anglicismi non adattati accolti nei dizionari è attualmente superiore alla somma di tutti gli altri forestierismi crudi provenienti da tutte le lingue del pianeta messe assieme, compresi i francesismi.
Sul Devoto Oli ce ne sono 4.000, sullo Zingarelli sono 3.000, ma lo scarto è dovuto solo ai diversi criteri di classificazione: il primo dizionario tende a fare di ogni locuzione una voce a sé, mentre il secondo tende a registrarla all’interno della voce madre, per cui marketing mix si trova sotto il lemma principale marketing e non viene conteggiato dalle ricerche automatiche. Ma a parte ciò, i numeri delle voci non sono poi molto diverse se si confrontano i due vocabolari.

I francesismi crudi sono invece meno di 1.000, gli ispanismi meno di 150, altrettanti sono i germanismi. Seguono un’ottantina di parole giapponesi non adattate, una trentina arabe, una trentina portoghesi, e le voci delle altre lingue, dal russo al cinese, sono ognuna nell’ordine della decina o di poche manciate (Cfr. “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo“).

A impressionare non ci sono solo queste enormi differenze numeriche. Anche la velocità di diffusione è preoccupante. Il 90% delle parole inglese è penetrata nell’italiano negli ultimi 70 anni, fondamentalmente dal dopoguerra in poi. Nel 1990, la prima edizione digitale del Devoto Oli registrava solo 1.600 parole inglesi crude, e nel 1995, quella dello Zingarelli ne conteneva 1.800.
I meno di 1.000 francesismi non adattati, al contrario, sono l’eredità storica di substrati plurisecolari di influenza del francese. Ma vista l’affinità con l’italiano, l’interferenza del francese nel complesso ha subito un adattamento e oggi le parole di origine francese, come “emozione” sono a tutti gli effetti parole italiane, al contrario di espressioni come fake news che rimangono “corpi estranei” nel loro suono e nella loro ortografia che violano la nostra identità linguistica. Stando alle marche di un dizionario specialistico come il Gradit del 2007, oltre il 70% dei gallicismi sono stati assimilati, mentre nel caso dell’inglese le parole penetrano quasi sempre senza adattamenti e le italianizzazioni costituiscono meno del 30% dei casi. E da allora le cose sono peggiorate. Tullio De Mauro, nel confrontare i numeri del Gradit del 1999 con quelli del 2007 ha dichiarato:

Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del GRADIT mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale.
(Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136.)

In altre parole, nell’arco di una sola generazione l’interferenza dell’inglese ha raggiunto e superato quella del francese che è avvenuta in un lasso di tempo di secoli e secoli raggiungendo anche il lessico comune.

Frequenze e ambiti

Un’altra spropositata differenza tra gli anglicismi e gli altri forestierismi sta nella frequenza con cui li utilizziamo. Basta scorrere la pagina principale di un qualsiasi giornale in Rete e contare le parole inglesi. Mediamente se ne trovano a decine e le loro percentuali sono altissime, mentre nel caso delle altre lingue se ne trovano al massimo solo una o due, di solito.
Quando “chef” era solo un francesismo e si usava al posto di “cuoco” per moda e snobismo, la sua diffusione era bassa. Nel nuovo Millennio, da quando la stessa parola ci è arrivata dall’angloamericano dell’era dei MasterChef e dei FoodNetwork, la sua frequenza è decuplicata! E oggi l’italiano evoca una professione di serie B: il cuoco è quello delle trattorie e delle mense aziendali – la manovalanza – mentre nei ristoranti stellati o di lusso ci sono solo gli chef.


La cosa grave è che gli anglicismi non riguardano solo la cucina, la moda, il costume o gli ambiti marginali della società, sono penetrati senza alternative nel lessico di tutti i giorni e nei settori strategici della modernità, dove l’italiano è ormai mutilato, incapace di esprimere con parole sue – senza la stampella dell’inglese – i settori come l’informatica, la tecnologia, il lavoro, la scienza, l’economia… e da computer a marketing, da spread a lockdown, le parole italiane sono venute a mancare.

Dalla quantità al salto verso l’itanglese

L’attuale interferenza dell’inglese non ha nulla a che fare con quella del francese o delle altre lingue anche nell’impatto che sta stravolgendo la nostra lingua. Se i forestierismi si possono ancora considerare “prestiti” lessicali isolati, gli anglicismi non lo sono affatto. L’inglese produce il fenomeno delle ibridazioni e la nascita di centinaia e centinaia di parole come chattare, backuppare, downloadare, hackerare, twittare, whatsappare… ma anche zoomabile, fashionista, scoutismo… mentre le radici inglesi si accostano a quelle italiane (clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…) e parole come killer, o confissi come baby, cyber, over… si trasformano in regole generative foriere potenzialmente di infinite ricomposizioni (killer sassi killer, zanzare killer, squalo killer, cellule killer, batterio killerbaby-calciatore, cyber-criminale, over-ottantenne…). Le parole inglesi si accostano poi tra di loro in una rete sempre più fitta di ricombinazioni che si allargano nel nostro lessico con un effetto domino: food fast food, street foodpet pet food, pet sittersmart smart working, smartphone
Ci sono intere famiglie di parole declinate nelle desinenze in –ing e –er: surf/surfing/surfer, work/working/worker, shop/shopping/shopper… e tra blogger e rapper invece di bloggatori e rappatori l’inglese si trasforma in una grammatica inconscia che genera anglicismi e pseudanglicismi che vivono di vita autonoma: no global, no vax… → no + qualsiasi cosa in inglese; covid hospital, covid free… → covid + qualsiasi cosa in inglese

Tutto ciò non si vede nel caso degli altri forestierismi. L’interferenza dell’inglese si sta trasformando in una neolingua ibrida che sta producendo anche i primi prestiti sintattici dove la collocazione delle parole italiane si scombina: social media manager, green economy o green pass non seguono l’ordine di responsabile della comunicazione digitale ed economia o certificazione verde.

Negli ultimi anni stiamo assistendo alla crescita di enunciazioni mistilingue che alternano all’italiano codici in inglese sempre più complessi come off course, one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, last but not least, the best, real time… Questo fenomeno è in fase embrionale, ma si sta allargando e la mia impressione è che sia destinato ad ampliarsi in modo sempre più veloce e profondo. Ultimamente, nel parlato, si sentono sempre più spesso enunciazioni come too much per dire “questo è troppo”. E in questo vezzo anche i verbi cominciano a fare la loro comparsa e si infilano nell’italiano come fosse un normale intercalare, per esempio remember, don’t worry¸ stop, relax, save the datefuck you!

Dalla “questione della lingua” alla questione delle lingue

Questi sono i fatti. Continuare a blaterare che è normale che le lingue si evolvano, come si sono sempre evolute, e concludere che l’interferenza dell’inglese non è preoccupante, significa non comprendere come stiano le cose.

“Tsunami” è un nipponismo, ma non c’è alcun problema a usare un forestierismo del genere, perché è un “prestito” isolato che non rappresenta alcuna minaccia per l’italiano. Certo, qualcuno che si scaglia con l’inglese per motivi che hanno a che fare con il purismo ci sarà sempre. Ma chi non capisce la portata dell’attuale tsunami anglicus rischia di essere l’altra faccia della medaglia di questo purismo anacronistico di cui fa il controcanto. I due atteggiamenti sono altrettanto stupidi.

Il problema non sono i forestierismi, il problema è il numero degli anglicismi, e solo quelli, che hanno preso il sopravvento e non costituiscono più un arricchimento, ma un depauperamento dell’italiano. La questione non è più quella “della lingua”, ma delle lingue di tutto il pianeta minacciate dall’interferenza dell’inglese globale. Quelle minori rischiano di scomparire, ma anche quelle più forti ne escono snaturate. E in Italia, dove non c’è alcuna attenzione per l’ecologia linguistica, dove non esiste alcuna politica linguistica, e dove la nostra classe dirigente diffonde l’itanglese ed è schierata a favore del globalese, siamo messi molto male.

La grammatica dell’itanglese

Chi non conosce il fenomeno dell’exploring nell’innamoramento?
È un concetto che in italiano potremmo tradurre con “fase iniziale di esplorazione conoscitiva nella formazione di una coppia”. La durata di questo periodo può variare, ma si tratta di un processo delicato e determinante per il successivo consolidarsi del legame di coppia.

Non lo avevate mai sentito?
Ci siete cascati?

L’exploring l’ho inventato io in questo momento e non esiste, come non esiste il libro in figura. Ma il punto è un altro. È vero che la fase iniziale della conoscenza è importante. E anche se battezzare tutto ciò con “exploring” è un falso, suonerebbe serio, plausibile e anche suadente, nella bocca del sedicente esperto.

Perché?
Perché nella “fase iniziale della formazione” di una parola-concetto, basta che suoni inglese per apparire fondamentale; e anche perché la suffissazione in “-ing” è diventata così frequente da essere non solo normale, ma foriera di infinite possibili neo-coniazioni ibride.
È arduo quantificare tutte le forme in “-ing” che ci tocca ing-oiare, ma basta fare zapping sui dizionari e sui giornali per fare un po’ di “chiaring” sull’attuale restyling dell’italiano.

I suoni in “-ing”

Nel mondo del lavoro, dopo l’epoca dei meeting, le riunioni creative sono spacciate per brainstorming, una prenotazione è booking, la pianificazione il planning, la tempistica il timing, l’esternalizzare è outsourcing, la pubblicità advertising, le confezioni packaging; si parla come fosse normale di branding e briefing, di merchandising e di franchising, e tra parole come platforming, engineering, manufacturing e tante altre, nell’era del marketing questa è la lingua che si impiega per indurre allo shopping.
Vanno di moda il counseling e il coaching, nell’editoria le revisioni sono diventate l’editing, lo scrivere è il writing, e c’è anche il ghostwriting, oltre allo stoytelling. Mentre le letture diventano reading e la scelta del carattere è il lettering, l’inglese è ormai overbooking.

Nel linguaggio informatico, per essere multitasking, si impone lo “switching alla terminologia inglese: lo scrollare le pagine è lo scrolling, i grafici utilizzano il morphing, bisogna stare attenti allo spamming e al phishing, e poi c’è il debugging, l’hosting e l’housing, lo streaming, il podcasting e il webcasting. Sul cellulare c’è il roaming, e le piattaforme di dating ci permettono di cercare partner nella speranza di fare almeno un po’ di petting.

Le parole in “-ing” spopolano nel linguaggio economico (trading o dumping), persino in quello della giurisprudenza che dovrebbe stare un po’ più al sicuro (dai contratti leasing allo stalking e al mobbing) e in ogni ambito. Nel casting degli anglicismi ci sono i fenomeni di costume come fare outing, c’è il bookcrossing, il caravanning, la cucina è cooking e richiede il catering, l’assistenza infermieristica è il nursing, la pesca incontrollata è l’overfishing, nelle “beauty farm” si offre il peeling, nelle palestre si fa bodybuilding… Nello sport, dopo il dribbling e il pressing, oggi va forte il curling, ma c’è anche il trekking, il surfing e il windsurfing, il canyoning e il rafting, lo spinning, l’acquaspinning e l’aquaplaning e poi il Nordic Walking, il footing, il jogging e il running.


L’italiano si sta facendo proprio un bel lifting. Tutto chiaro o devo fare lo spelling?

Lo pseudo-anglicisming

Queste sono solo le parole più popolari, ma se ne potrebbero aggiungere molte altre, meno frequenti o più tecniche. E un fenomeno come questo non si può spiegare con la favola dei prestiti linguistici. Non stiamo importando parole isolate, stiamo trapiantando un preciso suono e una precisa suffissazione che si trasforma in una grammatica inconscia e in una regola formativa.

Tra queste parole, infatti, ce ne sono molte che sono pseudoanglicismi assenti nell’inglese. Si tratta di veri e propri itanglismi, apparentemente inglesi, costruiti su quel modello linguistico, invece che sui nostri suoni.
In inglese il lifting non è un ritocchino, ma un “sollevare” e un campeggio non è un camping. Camping è l’atto di dormire in tenda o all’aperto, mentre il luogo dove ciò avviene si chiama camping site o campsite. Lo stesso si può dire di parking, che è il parcheggiare e non il parcheggio (car park cioè parco auto).
Anche il mobbing che in italiano indica i comportamenti vessatori sul lavoro, in inglese indica invece un “assalto di gruppo” e l’accezione italiana è incomprensibile per un anglofono. Eppure su questo modello si sono poi sviluppate parole come straining (forma di mobbing leggero o attenuato: sentenza della Corte di Cassazione n. 3977 del 19 febbraio 2018) o bossing (soprusi del capoufficio o dei superiori).

La suffissazione istintiva: petaloso, footing ed escalering

Stando alla Treccani, la parola “petaloso” era comparsa in un articolo di Michele Serra nel 1991. Ma la storia di questa “non-parola” deve la sua fortuna alla stessa suffissazione apposta a petalo da parte di un bambino delle elementari che l’ha impiegata nel 2016. Se avesse avuto un’altra maestra il suo tema sarebbe forse finito in un libro di “errori” come E io speriamo che me la cavo che raccoglieva gli strafalcioni di 60 temi. Ma l’insegnante di turno rimase invece colpita dalla creatività dell’alunno – il sentimento fu espresso in itanglese con un bell’OK – e la segnalò alla Crusca. I cruscanti, gentilmente, risposero che il neologismo era ben formato, ma che non era in uso. La verità è che certe suffissazioni in “-oso” sono diffuse da decenni nelle pubblicità (morbidoso, comodoso, scattoso) e proprio in quegli anni spopolava l’inzupposo del Mulino Bianco in bocca ad Antonio Banderas. Che cos’hanno in comune uno straniero e un bambino? Entrambi costruiscono la loro grammatica per analogia, senza sapere che certe parole non esistono, e non sono in uso, anche se ben congegnate. Perché la loro padronanza del lessico è scarsa.
Ecco, la stessa cosa si può applicare a molti degli pseudanglicismi all’italiana. E dopo petaloso, il prossimo neologismo da rotocalco potrebbe essere per esempio petalosity, invece di petalosità, visto che l’inglese è il nuovo modello formativo a orecchio e istintivo per ogni neologia.

I meccanismi sottostanti ai neologismi a base inglese non coinvolgono solo l’italiano; nell’attuale “tsunami anglicus” globalizzato si ritrovano (in maniera ridotta) anche altrove. La traduttrice Anna Ravano mi ha girato un articolo spagnolo che segnala proprio l’invenzione di “escalering” per indicare la pratica sportiva del salir le scale.

E, passando al francese, molto probabilmente è da lì che abbiamo importato lo pseudoanglicismo footing (cfr. “All’origine degli pseudoanglicismi: footing e autostop”), uno dei più antichi, che risale alla fine dell’Ottocento ed è stato ricavato arbitrariamente dalla radice foot (piede).
Se in francese e in spagnolo questi fenomeni sono ben più sporadici, in italiano sono oramai inarginabili, e non accadono solo per i suoni in “-ing”. Stiamo assistendo a un numero sempre più ampio di radici inglesi che si ibridano, si ricombinano tra loro, si espandono nel nostro lessico e si trasformano così in qualcosa che è più ampio del “prestito lessicale”: diventano regole formative costruite sull’imprinting dell’inglese.

Suffissazioni in “-er”

Nel 1966, nel finale del film di Sergio Leone Il buono, il brutto, il cattivo, c’era la scena del triello, il duello a tre che è diventato il titolo della colonna sonora di Ennio Morricone. La parola è stata poi annoverata nei dizionari ed è persino diventata una popolare fase di gioco del programma L’eredità su Rai 1, attualmente condotto da Flavio Insinna.

Nella puntata del 9 marzo scorso, lanciando il gioco, il conduttore ha parlato scherzosamente di “triellers” per indicare i triellanti, come si potrebbe costruire per analogia sul modello di duellanti. Ma la cosa che mi ha colpito è che #triellers è davvero un’etichetta usata su Twitter dai fanatici del programma che si cimentano in diretta nell’indovinare le soluzioni (traduzione dell’ultimo periodo un po’ difficile e da “boomer”: l’hashtag dei tweet dei fan per i contest online in real time).

Perché accadono queste cose? Perché ci vien da dire triellers invece di triellanti?

Perché i ciclisti e motociclisti diventano biker, i ciclofattorini sono detti rider, gli autisti driver, gli scrittori writer, i creativi pubblicitari copywriter e i parolieri song writer, i giocatori e anche i protagonisti della scena sono player, i diretti interessati sono stakeholder, gli influenti sono infuencer, gli odiatori hater, gli spacciatori pusher, gli artisti perfomer, gli inviati reporter e i fotografi fotoreporter, gli allibratori bookmaker, gli agenti di cambio broker, i padroni o i timonieri di un’imbarcazione skipper, i persecutori stalker, gli allenatori trainer, i transessuali transgender, gli addetti ai lavori insider e i vincitori inaspettati outsider, i controllori controller, gli escursionisti trekker, i corridori runner, i disegnatori industriali designer, gli annunciatori speaker, i navigatori surfer, i guerrieri fighter… E così tra bomber, stopper, hipster, hacker, youtuber… accade che chi fa spam non sia uno spammatore ma uno spammer, così come un rocchettaro è un rocker, un bloggatore un blogger… in attesa che i lavoratori diventino forse jobber, i saltatori jumper, i pattinatori roller, e gli acquirenti shopper… e già si vedono le prime tracce anche di questi usi.

L’italiano evolve quasi solo anglicizzandosi, ed ecco perché poi spuntano, seppur scherzosamente i triellers, perché abbiamo abbandonato il suono dell’italiano per fare nostro quello inglese, e ci stiamo dirigendo forse verso l’assimilazione delle “s” per indicare i plurali che prendono piede sempre di più anche sui giornali e in altri linguaggi di settore (soft skills, stakeholders…).

C’è un caso davvero emblematico che ben rappresenta lo stato della nostra lingua nella sua transizione verso l’italiano newstandard, quello degli umarells.

Anglicizziamo anche i dialetti: l’itangletto degli umarells

Da qualche tempo si è diffusa una voce di origine dialettale per indicare quei pensionati che guardano con le mani dietro la schiena gli scavi nei cantieri, controllando lo stato dei lavori, disapprovando le modalità di intervento o erogando consigli su come si dovrebbe intervenire nel giusto modo. La parola umarell (con due elle), registrata dallo Zingarelli nel 2007, nasce dal dialetto bolognese umarèl, cioè un dispregiativo di “uomo” che corrisponderebbe in italiano a ometto, omiciattolo o omarello, volendo adattarlo. Si tratta di una voce recente, visto che non è contemplata dai dizionari dialettali ottocenteschi che riportano invece termini come umêtt, umarêtt, umein, umarein e uminein (cfr. Marco Brando, “Umarèll, la parola in cantiere“, Treccani, 10/1/22). La voce si è poi diffusa un po’ in tutta Italia ed è diventata un internazionalismo annoverato addirittura nella Wikipedia in inglese.

A scatenare la fortuna della parola è stato Danilo Masotti, un simpatico personaggio che nel 2015 ha preso “umarel” e gli ha attribuito il nuovo significato da macchietta in articolo del suo blog Spettro della bolognesità per poi aprire un sito dedicato all’argomento che si chiamava “umarells”, con la geniale pensata di raddoppiare la “l” finale e di appiccicare alla voce bolognese la “s” del plurale all’inglese che dava al tutto una patina di moderna pseudointernazionalità. Ne è scaturito anche un libro intitolato Umarells forever (dove la dicitura “per sempre” seguiva il titolo in inglese come una didascalia, anche se nell’ultima edizione è stata anticipata). Questo episodio non è isolato. Con il pretesto di essere spiritosi spuntano i triellers e gli umarells, ma ci sono anche gli youtuber vibonesi che si chiamano “Terrons” come ci sono gli “italians” di Beppe Severgnini. Forse sarebbe ora di cominciare a parlare anche di bolognesity, invece che di bolognesità, e di usare un più moderno ghost, al posto di un arcaico spettro.

Tutto ciò per ora è un vezzo comico estemporaneo e occasionale – si potrebbe forse dire one shot che tende a rimpiazzare una tantum nell’attuale sostituzione del latinorum con l’inglesorum – ma ridendo e scherzando è anche la spia di un processo psicolinguistico ben più profondo.

Che cosa si agita nella testa di chi ricorre a queste commistioni?
Lo stesso processo mentale che senza alcuna ironia ci fa dire writing invece di scrivere, reading invece di declamare, blogger invece di bloggatore, hater invece di odiatore, economy invece di economia, green invece di verde, smart invece di intelligente… in una catena di espressioni che travalicano il concetto ingenuo del “prestito”.
Io non ce l’ho con Masotti o i triellers, sia chiaro, ma una mente linguisticamente “sana” – o “decolonizzata” per usare l’espressione di Ngũgĩ wa Thiong’o – partorirebbe triellanti e omarelli, o lascerebbe una voce dialettale senza anglicizzarla con la “s” e gli accostamenti a forever.

Il problema dell’italiano 2.0 sta tutto qui: i nostri suoni non ci vengono più spontanei, non ci piacciono più, li dobbiamo abbandonare o mescolare a quelli inglesi creando di continuo nuovi itanglismi.

È una nevrosi compulsiva irrefrenabile in ogni ambito. Per questo ogni titolo di manifestazione culturale o gastronomica si esprime ormai in inglese – come nei titoli dei film – o con giochi di parole che ammiccano all’inglese; per questo Alitalia è diventata ITA Airwais (con la “s” del plurale), per questo il portale per celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme tranne la lingua si chiama ITsART, per questo l’italiano sta morendo e si sta trasformando in una lingua creola.

L’identità dell’italiano davanti allo tsunami anglicus

Fino a che punto una lingua può importare voci da un’altra senza snaturarsi?
Davanti all’interferenza dell’inglese, fino a che punto il nostro idioma può evolversi senza trasformarsi in qualcosa di altro, che si chiama itanglese e porta a una creolizzazione, invece che a un’evoluzione?

La risposta sta nel riflettere sull’identità di una lingua. Una questione che nel caso dell’italiano è emersa sin dal suo apparire, e si ritrova in Dante, alla ricerca di un volgare “illustre” in grado di superare ogni “municipalità” territoriale e di essere inteso in tutto il Paese.
Nel lessico della Commedia si trovano parole di altri dialetti insieme a quelle di origine provenzale, latina, araba e di varie altre provenienze, ma tutto è stato divinamente toscanizzato, e cioè adattato a un preciso “suono” destinato a diventare quello che caratterizza la lingua del bel paese là dove ‘l sì suona.
Quel suono che all’estero gode di una nomea e di un’ammirazione che poche altre lingue vantano. Quel suono che stiamo gettando via con una certa alberto-sordità per passare all’english sound con cui crediamo di farci belli – ma spesso siamo semplicemente ridicoli – nella convinzione di essere internazionali. Dante avrebbe di sicuro bollato l’itanglese come “un’orribile favella” e una “spaventevole” commistione di diverse lingue tipica del tumulto infernale.

Oggi il problema dell’identità linguistica sembra essere sottaciuto da molti studiosi che sottovalutano la nostra anglicizzazione o considerano gli anglicismi dei doni e degli arricchimenti. Eppure, in passato, tutti avevano ben presente la differenza tra “arricchimento” e “snaturamento”. Anche i più agguerriti critici del purismo. Anche i più grandi teorici favorevoli all’accoglimento delle parole straniere.

L’identità linguistica in una prospettiva storica

Nel Cinquecento, mentre i puristi censuravano ogni parola dialettale, ogni barbarismo e ogni neologismo in nome della purezza della lingua delle tre corone toscane (Dante, Petrarca e Boccaccio), molti altri autori si schieravano sul fronte oppposto, e proclamavano che senza un’evoluzione che accogliesse ciò che era nuovo o arrivava da fuori, l’italiano si sarebbe ridotto alla lingua dei morti. In virtù della sua presunta “perfezione” avrebbe finito per cristallizzarsi in una lingua immobile, incapace di evolvere.

Niccolò Machiavelli
Nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, Niccolò Machiavelli (molto probabilmente) sosteneva la necessità di “accatar” parole dalle altre lingue.
Ma una lingua “convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, ed è sì potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro; perché quello ch’ella reca da altri, lo tira a sé in modo che par suo.”

Machiavelli si poneva dunque il problema di importare senza “disordinare” la propria identità linguistica, cioè di far diventare ciò che importiamo “parole nostre”, adattandole ai nostri suoni. Era dunque “necessario” importare nuovi vocaboli, “ma riducendosi, nel parlare, con i modi, con i casi, con le differenze e con gli accenti, fanno una medesima consonanza con i vocaboli di quella lingua che trovano, e così diventano suoi; perché, altrimenti, le lingue parrebbono rappezzate e non tornerebbono bene.”

E nel dialogo che immaginava di avere con Dante, l’autore gli metteva in bocca queste parole, a proposito dei latinismi utilizzati nella Divina Commedia: “Perché le dottrine varie di che io ragiono, mi costringono a pigliare vocaboli atti a poterle esprimere; e non si potendo se non con termini latini, io gli usavo, ma li deducevo in modo, con le desinenze, ch’io gli facevo diventare simili alla lingua del resto dell’opera.”

Ludovico Antonio Muratori
Un paio di secoli dopo, nel 1706, anche Ludovico Antonio Muratori, in Della perfetta poesia italiana, scriveva cose molto simili: “Nel secolo supposto d’oro, in cui gli Scrittori e dalla stessa Latina, e dalla Provenzale, e da i vari Dialetti d’Italia presero non pochi vocaboli, e modi di parlare, e li fecero divenir propri dell’Italiana.” E nel suo criticare il purismo di Bembo e dell’accademico della Crusca Salviati, che consideravano il modello dell’italiano quello dei grandi classici del Trecento, replicava: “Basta leggerli, e prender le mosse dal mezzo del cammin di nostra vita, ove son mille e mille rancidumi, e vocaboli affatto Latini, crudi, e oscuri, condannati dal Bembo stesso.” E quindi si domandava perché mai gli autori moderni non dovessero fare come gli antichi. Le parole nuove arricchiscono una lingua, invece di imbarbarirla: “Che se dopo la morte del Boccaccio si sono aggiunti alla Lingua molti vocaboli, e non poche locuzioni nuove: tanto è lontano, che la Lingua possa perciò dirsi intorbidata, che piú tosto dee confessarsi, esserne ella rimasa maggiormente arricchita, inleggiadrita, e nobilitata.”

Ancora una volta, la questione dell’identità linguistica era semplice e scontata: l’evoluzione passava per l’adattamento e il far divenire italiano ogni barbarismo.

Alessandro Verri
Sessant’anni più tardi, Alessandro Verri, dalle pagine del Caffè, lanciò la celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”, un vero e proprio manifesto contro il conservatorismo linguistico in nome della modernità: “Se il Mondo fosse stato sempre regolato dai Grammatici” non avremmo né case, né carrozze, né industria, scriveva. La conclusione fu la “solenne rinunzia” alla pretesa purezza della toscana favella: “Se italianizzando le parole francesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, sclavone, noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo.”

Anche Verri, con la parola “italianizzando” dava per scontato ciò che molti linguisti di oggi fanno finta di non capire. Ma se l’articolo del Caffè era solo una provocazione, alla fine del Settecento la questione fu ripresa da Melchiorre Cesarotti con ben altro spessore teorico.

Melchiorre Cesarotti
Nel Saggio sulla filosofia delle lingue, Cesarotti mostrava che non esiste alcuna lingua “pura” né inalterabile, e tutte, inizialmente, sono “barbare”, perché nascono dall’uso e dalla contaminazione, e non dai principi di autorità o da ordini prestabiliti. L’autore era favorevole ai francesismi che imperavano nel secolo dell’Illuminismo, e anche ai neologismi e ai tecnicismi, diremmo oggi. Ma distingueva il “genio grammaticale“, cioè la struttura di una lingua che deve rimanere immutabile (per esempio il sistema dei casi e delle declinazioni del latino), da quello “retorico” cioè la parte che si può e si deve cambiare, e che comprendeva il lessico, i prestiti, le parole derivate e gli usi traslati dello stile. E su quest’ultimo punto ricordava che gli scrittori sono liberi di ampliare i significati e di creare neologismi per analogia, per cui, nell’accettare parole come magnetismo, elettricità o chimica in senso tecnico, è poi normale che nascano usi metaforici e per estensione, come “sguardo magnetico”, “elettrizzar gli spiriti” o “chimica intellettuale” (cioè affinità).
Insomma, non c’è nulla di male ad adottare parole straniere – ma come male necessario e con cautela – e non si può sostenere che i forestierismi “guastino” una lingua. Ma ciò deve avvenire solo a determinate condizioni. Queste parole non devono intaccare la struttura della lingua e non devono entrare in contrasto con il genio grammaticale: “Quando un termine è conveniente all’idea, quando rappresenta vivamente l’oggetto o colla struttura de’ suoi elementi, o con qualche somiglianza o rapporto; quando inoltre è ben derivato, analogo nella formazione, non disacconcio nel suono, di qualunque autore egli siasi, a qualunque data appartenga, sia esso parlato, o scritto, o immaginato, sarà sempre ottimo, e da preferirsi ad altri insignificanti, strani, disadatti, che non abbiano altra raccomandazione che quella del Vocabolario.”

Giacomo Leopardi
Tutte queste riflessioni sono alla base anche delle posizioni di Leopardi. Nello Zibaldone scriveva che benché gli “europeismi” scientifici, e altre parole come “precisazione”, fossero spesso bollati come “barbarismi” provenienti dal francese, non erano affatto da condannare. E un vocabolo, “venisse ancora dalla lingua tartara, siccome l’uso decide della purità e bontà delle parole e dei modi, io credo che quello ch’è buono e conveniente per tutte le lingue d’Europa, debba esserlo.”

Anche per Leopardi, il criterio di demarcazione tra i prestiti che “corrompono” una lingua e quelli che la “arricchiscono” era molto chiaro: l’adattamento, l’italianizzazione. E venendo alla nostra lingua, scriveva: “Questo appunto è ciò di cui è capace, e non di perderla ed alterare il suo carattere per prenderne un altro forestiero, del che non fu e non è capace nessuna lingua senza corrompersi. E il pregio della lingua italiana consiste in ciò che la sua indole, senza perdersi, si può adattare a ogni sorta di stili.”

L’identità linguistica oggi

Oggi i linguisti si pongono nei confronti della lingua in modo descrittivo e il loro approccio si può riassumere nella massima per cui una lingua non va difesa, va studiata. Ma sembra che, nel far ciò, troppo spesso dimentichino che nell’evoluzione linguistica dei paletti vanno mantenuti.
Le migliaia di anglicismi che importiamo, reinventiamo e utilizziamo in modo crudo non hanno la “consonanza” auspicata da Machiavelli che li rende parole “nostre”: invece di “disordinare” la lingua di provenienza, “disordinano” la nostra che ne risulta “rappezzata”. Se non li facciamo “divenir nostri” come spiegava Muratori, invece di “arricchire, inleggiadrire, e nobilitare” il nostro idioma, lo rendono “intorbidato”. Se non li “italianizziamo” come proponeva Verri, rimangono “disacconci nel suono” e nella formazione come diceva Cesarotti, ed entrano perciò in contrasto con “il genio grammaticale” che dovrebbe invece rimanere immutato; e anche il pregio della lingua italiana di “non corrompersi” e di “non alterare” la sua “indole” invocato da Leopardi svanisce, se assume un “carattere straniero”.

Ecco perché, nel suo “Morbus Anglicus”, Arrigo Castellani definiva gli anglicismi “corpi estranei”. Ecco perché scriveva: “I principali responsabili delle violazioni subite dalle regole fondamentali dell’italiano son forse i giornalisti (compresi naturalmente quelli televisivi). Per pigrizia, si dirà, per mancanza di fantasia, per desiderio di dare ad intendere che conoscono bene l’inglese. Io aggiungerei per un altro motivo: perché nella gran maggioranza dei casi non si rendono conto di come stiano le cose; perché al liceo nessuno gli ha detto quali sono i caratteri fondamentali dell’italiano, quali sono i cambiamenti ch’esso può subire e quali invece sono contrari alla sua natura.”

Posso capire “l’ignoranza” di un giornalista italiano davanti alla questione, e posso capire che “non si renda conto di come stiano le cose”.
Quello che non posso comprendere è come uno studioso o uno specialista non abbia presente secoli di riflessioni sulla nostra identità linguistica.
L’attuale fenomeno dell’itanglese è uno “tsunami anglicus” che non ha precedenti storici per numero, per profondità e per conseguenze: ibrida la nostra lingua e sta cominciando a sovvertire la sintassi (Cfr. Peter Doubt, “Oltre il lessico: 8 esempi strutturali di creolizzazione” da cui rubo la seguente immagine).

Quando qualcuno risponde che le lingue evolvono come è sempre accaduto… quando dice che tutto ciò è “normale” e mescola in un calderone le parole adattate e quelle crude confondendo le acque, bisogna fare attenzione. O non ha studiato come stanno le cose, o è in malafede.

Anglicismi: perché l’Académie française è preoccupata

Nel gennaio del 2020 l’Académie française ha dato vita a una commissione incaricata di esaminare la comunicazione istituzionale francese, e l’ultimo rapporto appena uscito (15 febbraio 2022), ha denunciato la “sensibile e preoccupante” anglicizzazione e le sue conseguenze.

Voglio diffondere i risultati di questo studio con qualche riflessione e comparazione con ciò che accade in Italia, dove il fenomeno è ben più ampio e profondo.

Il Rapporto sulla comunicazione istituzionale francese

Il Rapporto parte con una notevole raccolta di esempi. Sono tutti documenti copia-incollati da siti ministeriali, di amministrazioni locali, organismi territoriali, scuole, enti di formazione, musei, manifestazioni culturali, grandi gruppi pubblici e privati.

POSTE
Uno dei casi che si presta maggiormente a una comparazione con ciò che avviene in Italia è forse quello delle Poste. In Francia viene denunciato l’uso di “Pickup”, la denominazione di una gamma di servizi per le spedizioni che si declina in locuzioni come “Pickup Logistics”, destinata alla logistica urbana, o “Pickup Station” invece di punto di spedizione.
Tutto il mondo è paese? Non esattamente. In Italia le cose sono molto più gravi.

Proprio un anno fa avevo pubblicato l’elenco sterminato di anglicismi che si trovano sul sito delle Poste italiane, e più di recente anche il Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca (Comunicato n. 17) è intervenuto per ricordare che quelli che poco tempo fa erano contraddistinti dalle diciture “pacco ordinario”, “pacco celere” e via dicendo oggi si chiamano “Delivery Express, Delivery standard, Delivery Globe, Delivery Europe, Delivery international Express, Delivery web, con un ordine dei componenti dei sintagmi che non pare rispettare sempre alla perfezione quello reale della lingua inglese.”

AIR FRANCE/ALITALIA/ITA AIRWAYS
Il confronto Francia/Italia appare impietoso anche nel caso delle compagnie aeree di bandiera. Bisogna specificare che nella locuzione “Air France” la parola ”air” è francese e non inglese, dunque si pronuncia pressappoco “er frans” e non “air” all’inglese come capita di sentir dire in Italia. L’Académie denuncia che lo slogan storico “Rendere il cielo il posto più bello della terra” è stato sostituito da “Air France, France is in the air” dove l’accento sui valori tricolori francesi è in inglese. Da noi, invece, il “restyling” non ha coinvolto il motto, bensì la stessa denominazione di Alitalia che è diventata direttamente ITA Airways, una svolta che si è aggiudicata il primo premio come peggior cambio di marchio del 2021 a livello mondiale.

ALTRI ESEMPI
Tra i tantissimi anglicismi presi in considerazione dall’Accademia francese ce ne sono molti che circolano anche in Italia, e sono la conseguenza dell’espansione delle multinazionali d’oltreoceano (e della loro lingua) in tutto il mondo, per esempio food (il programma “Act For Food” di Carrefour), hub e team (“Hub de la compagnie nationale Air France et principal hub européen de l’alliance Sky Team”). Questa pressione esterna fortissima è alimentata anche dalla diffusione dell’inglese interazionale delle pubblicità o delle realtà lavorative, e si riflette poi sulle scelte di Canal+ di introdurre espressioni come “My Canal” e di parlare di canali “en live et en replay”, oppure nell’anglicizzazione di eventi e manifestazioni pubbliche.
Ma, ancora una volta, gli esempi riportati ci fanno sorridere davanti a Rai Movie, Rai News, Ray Play…, alle trasmissioni dove persino l’italianità è espressa in inglese (Italia’s got talent) o ai progetti come quello annunciato l’anno scorso da Dario Franceschini di una piattaforma per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” che però si chiama ITsART, come se la lingua italiana non facesse parte del patrimonio culturale.

Osservazioni e riflessioni dell’Académie française

Nelle osservazioni sugli esempi raccolti, l’Académie française spiega che l’interferenza dell’inglese riguarda molteplici aspetti del lessico che vanno oltre i singoli termini per trasformarsi in “scelte ripetute” e “tic linguistici” che finiscono col produrre una vastità di terminazioni in -ing (es. coworking) che porta all’affermarsi di una suffissazione che ha la meglio su quella francese (tracking, invece di traçage, upcycling invece di surcyclage). Sono gli stessi meccanismi che ho rilevato in italiano (cfr. “Anglomania compulsiva: dai singoli ‘prestiti’ alle regole dell’itanglese”): “Se c’è il working e il co-working ci sono poi i worker e i co-worker, come ci sono i rocker e i rapper (non i rocchetari e i rappatori), i blogger (non i bloggatori), i rider…”.

OLTRE IL “PRESTITO” E IL LESSICO
Questi fenomeni finiscono così per stravolgere la morfologia di una lingua, soprattutto davanti alle “forme ibride” che l’Accademia francese bolla come vere e proprie “chimere lessicali” che “non appartengono più né al francese né all’inglese”: i verbi e i nomi derivati (brainstormingbrainstormer, start-upstartupper). Tutto ciò esiste da tempo anche da noi, ma mi pare di un ordine grandezza superiore (ho provato a classificare e quantificare le nostre ibridazioni nell’articolo sulla Treccani “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione“). L’interferenza dell’inglese, inoltre, per gli studiosi francesi esce ormai dalla sfera del lessico per coinvolgere anche la “struttura della lingua” (cioè la sintassi) sia per l’inversione dell’ordine delle parole (un business model, un QR code) sia per gli accostamenti dove tendono a cadere le preposizioni e gli articoli, per esempio in espressioni come “le Manager Travaux” invece del “lavoro del manager” o “un coach produit” invece del “prodotto di un coach”, un fenomeno che anche noi ben conosciamo.

Il Rapporto spiega che tutti questi e anche altri fenomeni incidono molto sulla stesura dei testi francesi. E benché analoghi processi di interferenza linguistica, in passato, con il tempo siano spariti e si siano fusi in un adattamento che li ha resi francesi dal punto di vista grafico e fonologico, attualmente il numero sempre più crescente di anglicismi rende difficile l’assimilazione e la francesizzazione. L’inglese, al contrario, sta producendo “effetti sulla struttura stessa della frase: la sintassi è sconvolta, il che costituisce un vero e proprio attacco alla lingua, in quanto è colpita la logica stessa del pensiero, e la struttura analitica della frase francese è soppiantata dalla struttura sintetica dell’inglese.”

RIFLESSIONI
Le riflessioni che concludono il rapporto parlano dunque di “un’evoluzione preoccupante”, perché “l’entrata quasi immediata nella vita pubblica di parole inglesi o presunte tali, attraverso i mass media, senza adattamento alle caratteristiche morfologiche e sintattiche del francese, porta alla saturazione, soprattutto perché molti anglicismi sono usati al posto di parole o espressioni francesi esistenti, con l’inevitabile conseguenza che gli equivalenti francesi sono gradualmente cancellati.”

Mentre in Italia c’è chi considera gli anglicismi solo come un “arricchimento”, dovremmo invece riflettere maggiormente sul fatto che possono costituire un depauperamento pericoloso, che scalza le parole italiane e le fa morire sostituite da quelle inglesi (i “prestiti sterminatori“), e impedisce alla nostra lingua di evolvere per via endogena e creare neologismi italiani. E anche se alcuni linguisti negano il fenomeno dell’itanglese e la validità delle mie analisi, nel rapporto dell’Accademia francese, in sintesi, trovo ciò che da tempo denuncio e sostengo nel caso dell’italiano, ma da noi tutto sembra essere ben più pesante.
Sul sito Campagna per difendere l’italiano è in atto da qualche tempo un’osservazione dei giornali italiani, francesi, spagnoli e tedeschi. Il numero degli anglicismi che compaiono da noi non è paragonabile a ciò che si registra sulle testate straniere. Nell’immagine si può vedere l’ultimo grafico inerente al periodo gennaio-febbraio:

UN DIVERSO TESSUTO SOCIALE E ISTITUZIONALE
Nel confronto con il francese, però, non c’è da tenere conto solo di questo divario numerico, ma anche del ben diverso contesto sociale, visto che lì esistono da tempo delle leggi e una politica linguistica che da noi non solo sono sconosciute, ma appaiono persino un tabù, perché evocano il fascismo.

La politica linguistica francese è poi intrecciata con l’opera sociale e culturale di innumerevoli istituzioni che promuovono e arricchiscono la lingua. E infatti il Rapporto ricorda che per molti degli anglicismi in circolazione esistono – e sono raccomandati nel linguaggio istituzionale – equivalenti francesi ufficiali fissati dalla Commissione per l’Arricchimento della Lingua Francese (CELF) ministeriale, che sono pubblicati sulla Gazzetta ufficiale con la consulenza dell’Académie française. E non solo, nel caso dei tecnicismi, gli equivalenti sono anche disponibili nella banca dati “FranceTerme“, messa a disposizione del pubblico dalla Delegazione generale per la lingua francese e le lingue di Francia (DGLFLF), “un servizio interministeriale collegato al Ministero della Cultura e incaricato di dirigere e coordinare la politica linguistica dello Stato, orientandola in una direzione favorevole al mantenimento della coesione sociale”.

In Italia nulla di tutto ciò esiste, e la nostra Gazzetta ufficiale ratifica gli anglicismi introdotti dai nostri politici o che arrivano dagli ambiti tecnologici. Privi di reti di protezione istituzionali e di una politica linguistica, siamo in balia di un liberismo linguistico che si trasforma in un anarchismo linguistico. E in questa situazione, dove i linguisti partono di solito dal presupposto di essere solo descrittivi, perché la lingua non va difesa, ma va studiata, il nostro ecosistema linguistico è schiacciato e rischia la frantumazione e la perdita della propria identità, perché si impone la lingua del più forte, l’inglese internazionale delle multinazionali e delle culture egemoni e dominanti.
Una terminologa seria come Maria Teresa Zanola ha notato come la reazione al “franglese” supportato dalle iniziative pubbliche e private ha favorito la coniazione di neologismi e che l’evoluzione della lingua francese è in questo modo piuttosto vitale (“Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008, p. 90). Ricorrere all’inglese, in Francia, diventa perciò una scelta sociolinguistica culturale o politica, tutto il contrario della situazione italiana dove la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo, gli anglicismi, da mouse a computer, sono presentati come “prestiti di necessità” e l’italiano non ha alcuna vitalità, perché ciò che è nuovo coincide sempre più con l’inglese.

Le conclusioni: perdita d’identità, nessuna trasparenza e fratture sociali

Unde malum? Che male c’è nell’usare gli anglicismi? Qual è il problema? Quali sono i rischi dell’interferenza denunciati dal Rapporto?
Il fenomeno è mondiale – scrive l’Accademia francese – e uno dei rischi è quello di una riduzione di tutte le lingue sotto un denominatore comune uniforme, artificiale e robotizzato.

“Mentre l’aggiunta di parole straniere per riempire le lacune evidenti nel lessico francese è benvenuta e a volte anche necessaria, è ormai chiaro che il loro afflusso massiccio, instabile e incontrollato sta danneggiando l’identità e forse il futuro della nostra lingua, come quella della maggior parte delle altre lingue.”

Il problema (lo ripeto anch’io da tempo) non sono i singoli anglicismi, ma la “propagazione massiccia e continua” di un vocabolario anglo-americano che produce un impoverimento del lessico francese, ma anche una discriminazione crescente tra la popolazione. Il lessico anglicizzato è spesso considerato a torto “universale” e comprensibile al grande pubblico, ma al contrario non è affatto accessibile a tutti né trasparente. Ciò porta al rischio di una frattura linguistica che è doppia: da una parte è sociale, perché esclude una parte della popolazione, e dall’altra parte è generazionale, perché “i più giovani sono particolarmente permeabili agli usi digitali e meglio in grado di assimilarli, ma tanto più esposti al rischio di essere confinati in un vocabolario limitato e approssimativo e di avere solo una scarsa padronanza della lingua” madre.

La conclusione del Rapporto è che “sembra esserci un rischio reale, non solo di una ridotta comprensione dei messaggi della comunicazione istituzionale da parte del pubblico a cui sono destinati, ma anche di una perdita di punti di riferimento linguistici. (…) Non si tratta di opporsi all’evoluzione del francese e al suo arricchimento attraverso il contatto con altre lingue. Spetta a tutti coloro che lo utilizzano prendere coscienza di questa proliferazione” di parole inglesi. Il fenomeno deve essere perciò oggetto di studi e di ricerca, e al di là delle mode, bisogna riflettere sulla reale efficacia del linguaggio istituzionale e agire “attraverso un’azione determinata, continua e diffusa, trasmessa spontaneamente da una molteplicità di agenti diversi per riconoscere, avvertire convertire.”

E in Italia? Una chiacchierata con Massimo Arcangeli

Peter Doubt è un traduttore madrelingua inglese che vive in Spagna, e gestisce il sito Campagna per Salvare l’italiano e l’osservatorio che confronta gli anglicismi sui giornali italiani con quelli degli altri Paesi. Qualche giorno fa mi ha invitato a una chiacchierata insieme al linguista Massimo Arcangeli, professore di linguistica all’Università di Cagliari, di recente sulle cronache di tutti i giornali per la sua petizione contro lo scevà.

A proposito dell’interferenza dell’inglese Arcangeli ha posto soprattutto il problema della trasparenza nella comunicazione, ha riconosciuto che il fenomeno non ha precedenti nella sua attuale dimensione, e ha lamentato una storica mancanza di una politica linguistica nel nostro Paese, soprattutto in una visione in grado di proiettarsi sul piano internazionale. Sulle sorti dell’italiano di fronte all’inglese sembra molto meno preoccupato di me, ed è più colpito dall’impoverimento del lessico delle nuove generazioni dove molte parole storiche che usiamo da secoli sembrano non solo essere usate sempre meno, ma persino sempre meno comprese, e dunque rischiamo di perderle insieme a un’ampia gamma di sinonimi che l’italiano ha a disposizione per descrivere uno stesso concetto con diverse sfumature.
Credo che il lessico dell’inglese attecchisca molto facilmente su un simile terreno.
Il dialogo tra il linguista, il traduttore e il “filosofo” (ma solo per il mio titolo di studi e per pormi nei confronti della questione della lingua con un approccio diverso da quello dei linguisti) si è poi allargato ad altri temi come quello della definizione dell’identità linguistica, del nostro tutelare la gastronomia ma non la lingua, dello scevà, dell’inglese internazionale…

Lo si può seguire a questo indirizzo.



L’italiano nella transizione dal suono toscano al sound inglese

“Se l’italiano derivasse da un dialetto della Val Padana, – si legge nel “Morbus Anglicus” del 1987 a proposito di anglicismi – se Dante, il Petrarca e il Boccaccio fossero nati, per esempio, a Bergamo, e se il parlare di quella città fosse stato accettato dal resto del nostro paese, le difficoltà sarebbero minori. Ma Dante, Petrarca e Boccaccio hanno scritto in fiorentino; la lingua che abbiamo ereditata dai nostri antenati è il fiorentino (con qualche cambiamento, s’intende, e con accrescimenti lessicali).”

Arrigo Castellani era toscano, e le parole che terminavano in consonante gli dovevano suonare particolarmente inaccettabili. E infatti aggiungeva che “un italiano in cui le parole terminassero per –t, –ft, –sp, –ps, –nk, ecc., non sarebbe nemmeno più una lingua nel pieno senso della parola” e si ostinava persino a dire e a scrivere filme invece di film.

Il dialetto milanese

Io sono milanese, invece, e anche se il dialetto meneghino lo capisco, non sono in grado di usarlo in modo attivo. Faccio parte della generazione che ha conosciuto lo spezzarsi della tradizione orale per cui era la lingua naturale in famiglia o nel quartiere e sono cresciuto usando solo l’italiano. Mio padre, al contrario, con i nonni e gli zii parlava ancora in dialetto, ma tutti, nel rivolgersi a noi bambini, cambiavano registro e usavano l’italiano.
Fino agli anni Settanta per la città si sentiva parlare il milanese, tra milanesi, ma la composizione sociale urbana era diversissima rispetto a vent’anni prima e tutto era molto cambiato con le migrazioni dal sud. In un primo tempo sorsero dei problemi di incomprensione fortissimi per chi sapeva esprimersi solo nei rispettivi dialetti, perché non tutti erano capaci di usare l’italiano con disinvoltura, né quelli che erano bollati negativamente come “terroni” – prima che analoghe forme di razzismo venissero rivolte ai nuovi migrati extracomunitari – né alcuni meneghini. Le cose sono cambiate con i “matrimoni misti” e i milanesi di seconda generazione, quando tutti ormai parlavano l’italiano e le differenze erano solo nelle cadenze e nelle inflessioni.
Il problema dell’intercomprensiblità non riguarda solo il lessico e la pronuncia di certe parole, ma anche la sintassi. E di recente una peruviana che sta studiando l’italiano e fa la panettiera in un piccolo borgo della Brianza, dove la gente parla ancora in dialetto, mi diceva che stava cominciando finalmente a capire anche il milanese, ed era molto stupita da espressioni come “me pias no” che vuol dire: “Non mi piace”, dove il “no” che nega la frase si pone alla fine, non all’inizio.
Crescendo, ho assistito alla morte del milanese, almeno in città. Decennio dopo decennio, visto che non era trasmesso alle generazioni successive, è scomparso, con il morire dei vecchietti che lo parlavano. E adesso non si sente più. Qualche anziano lo parla ancora all’interno delle mura familiari, ma – al contrario dell’itanglese sempre più diffuso – non si sente, a meno di non spostarsi nei paeselli lombardi lontani dal capoluogo.
Per fortuna non tutti i dialetti hanno fatto questa brutta fine. Ma l’abbandono del milanese è legato anche ad altre ragioni ben più antiche, che risalgono all’unificazione dell’italiano parlato. Oggi, conoscere un dialetto è considerato un arricchimento culturale e un mantenere il legame con la propria tradizione locale, ma agli inizi del Novecento, quando l’italiano non era ancora un patrimonio comune di tutti, parlare il dialetto era considerato un atto di ignoranza, come a testimoniare l’incapacità di parlare l’italiano. Apparteneva ai ceti incolti, e veniva deprecato, esplicitamente vietato e punito a scuola dove si doveva insegnare e praticare la lingua comune a tutti, un principio che si era affermato all’epoca del fascismo. Anche da questo sentore è nata la consuetudine di parlare ai figli direttamente in italiano negli ambienti domestici, per incentivarli alla lingua nazionale e sradicare “l’ignoranza”.
L’unificazione dell’italiano, che è una cosa bella, in alcune aree è però stata pagata con la perdita dei dialetti locali, ed è stato un prezzo molto alto.

I dialetti dell’antichità e la loro toscanizzazione

Facendo un passo indietro di molti secoli, i dialetti italiani, nati dallo sfaldamento del latino tardo e medievale che prendeva le sue proprie forme in ogni località, avevano un grado di intercomprensibilità forte, rispetto ai giorni nostri. Nel Cinquecento, nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, che probabilmente fu scritto da Niccolò Machiavelli, si legge:

“Quello che fa ancora differenti le lingue, ma non tanto che le non s’intendino, sono la pronunzia e gli accenti. Li Toscani fermano tutte le loro parole in su le vocali, ma li Lombardi e li Romagnuoli quasi tutte le sospendono su le consonanti, come è pane e pan.”

Se i dialetti non si fossero nel frattempo così diversificati, una panettiera peruviana della Brianza sarebbe oggi più facilitata nell’interagire con i clienti che le si rivolgono in dialetto. Ma allo stesso tempo la comprensibilità del toscano trecentesco è rimasta forte anche oggi, e se ciò che scriveva forse Machiavelli ci è ancora comprensibile, lo stesso vale – con qualche maggiore difficoltà – per la lingua di Dante o di Boccaccio.

Nel Quattrocento, un secolo prima dello scritto machiavellico, il poeta alla corte degli Sforza Gaspare Visconti nella premessa ai suoi componimenti si scusava del suo “non molto polito naturale idioma milanese”. E in queste parole c’era tutto il senso di inferiorità delle altre lingue, degli altri dialetti, nei confronti del toscano, che si era imposto come il modello del volgare illustre della poesia per motivi di prestigio. Solo intorno al Cinquecento questo volgare si è cominciato sempre più a chiamare ”italiano”. E il “purismo” di Bembo che aveva fissato la lingua italiana “pura” in quella delle “tre corone fiorentine” Dante, Petrarca (che però era nato ad Arezzo) e Boccaccio, aveva anche contribuito a stigmatizzare in modo negativo gli altri dialetti. Su questi principi era sorta l’Accademia della Crusca, che aveva lo scopo di separare il fior di farina, la lingua pura, dalle maleparole dialettali e dai barbarismi, criterio che mise in pratica nello stilare il suo primo Vocabolario (1612) che suonava più come un raccolta di parole “lecite”, in quanto usate dalle tre corone, che non volto a dare loro delle definizioni.
Il massimo poeta cinquecentesco, che non era più un toscano bensì l’emiliano Lodovico Ariosto, nel 1516 pubblicò l’Orlando furioso, ricco di parole padovane e settentrionalismi; ma nel pieno spirito dell’epoca, l’edizione fu rivista nel 1521 e poi toscanizzata seguendo i precetti bembiani nel 1532, con el che diventava il, (e in lonello), mentre le x si trasformavano in s e si modificavano anche le forme verbali (mostrerò invece di mostrarò o trassero invece di tràrro). E molto più tardi anche Manzoni avrebbe “ripulito” il linguaggio dei Promessi sposi con lo sciacquare i panni in Arno.
Ma il suono toscano si era già parzialmente imposto anche prima delle tre corone, quando nel Duecento era stato preso a modello dai primi letterati alla ricerca di un dialetto “illustre” che permettesse di comporre poesie intese in tutto il bel Paese, compreso lo stilnovismo del bolognese Guinizelli. In questo affermarsi del toscano vennero toscanizzate persino le liriche che precedevano la scuola toscana pre-dantesca di Cavacanti. Il “Cantico delle creature” francescano – “Altissimu, onnipotente, bon Signore…”, con la “u” di umbro – nelle versioni toscanizzate diventava “altissimo”. E addirittura la lirica in volgare siciliano che Federico II aveva fatto sorgere nel suo regno proprio in opposizione al latino della Chiesa e dei feudatari ci è poi arrivata nelle versioni toscanizzate dai copisti, e dell’originale rimangono solo pochissime testimonianze. Per esempio: Tutti li pinsaminti chi ’l spirtu meu divisa sunu pen’ e duluri è stato trasformato in Tutti quei pensamenti ca spirti mei divisa, sono pene e dolore, e queste toscanizzazioni in molti casi hanno portato a trasformare le rime originali sempre perfette, in rime imperfette.

Le affinità tra il suono inglese e quello milanese

Ho divagato, lo so. Ma tornando ad Arrigo Castellani e al milanese odierno (visto che conosco poco il bergamasco), è chiaro che l’affinità con l’inglese è diversa e meno dirompente rispetto all’italiano, che è a base toscana. Una parola come “négher” che vuol dire “nero”, è così simile a “computer” che passerebbe inosservata, se la “u” di computer non si leggesse “iu” all’inglese. E tra le canzonacce popolari in milanese mi ha sempre colpito un rifacimento di “Let’s Twist Again” – la famosa canzone di Chubby Checker del 1961 – dove “twist” diventava “t’hu vist” cioè “ti ho visto”, se si trascrive così, perché non ho idea delle norme grammaticali del meneghino che dai tempi di Carlo Porta a quelli di Svampa, che in milanese aveva tradotto Brassens, si sono più o meno codificate. In ogni caso, il ritornello si trasformava in “t’hu vist i gamb fino all’orlo di mutand” che si dovrebbe capire, credo (i gamb sono le gambe, cambia il genere), ma se non si capisce esprime ciò che oggi, in itanglese, è forse più comprensibile con l’anglicismo “upskirt” (la sbirciata sotto la gonna). In Rete si trovano denominate così le numerose documentazioni fotografiche delle scosciate televisive che si intravvedono quando l’attricetta di turno in minigonna accavalla involontariamente o meno le gambe. La corrispondenza vocalica del rifacimento della canzone in milanese, comunque, ha una corrispondenza con l’originale inglese davvero calzante.

L’english sound che ci guida (dalla toscanizzazione all’anglicizzazione)

Il punto è allora questo. L’italiano del nuovo Millennio sembra aver perso il prestigio del suono toscano che, pur avversato da tanti fieri anticruscanti e antipuristi di ogni epoca, è quello che abbiamo sempre seguito. Se, nel passato, il complesso di inferiorità linguistico era nel non essere toscani, oggi sta nel non utilizzare il giusto anglicismo. E in questo slittare dal fascino del suono toscano a quello dei suoni inglesi, tendiamo a inventarci da soli i nostri itanglismi sulla base dell’english sound un po’ come durante lo sfaldamento del tardo latino, sul sonus del latino classico, attraverso interferenze locali, straniere o incolte, spuntavano parole distanti da quelle ortodosse, per esempio caballus, al posto di equus, che ha poi preso il sopravvento, trasformandosi nell’italiano cavallo con meccanismi alla base della nascita delle lingue neoromanze, tra cui i nostri dialetti antichi che poi hanno portato all’italiano.
La differenza è che mentre questo processo è nato dal disfacimento dell’Impero romano, quello a cui assistiamo va nella direzione opposta, che spinge verso la nostra fagocitazione nel nuovo impero globalizzato che coincide con l’anglosfera.
E Castellani, subito dopo la citazione che ho riportato all’inizio, continuava:

“C’è purtroppo il rischio che questo italiano finisca col perdere la propria identità, col creolizzarsi, col divenire un dialetto usato solo in certe circostanze o per finalità pittoresche da una piccola minoranza della grande comunità anglofona.”

Rispetto al 1987, molte cose sono cambiate. Oggi fa quasi sorridere la preoccupazione di Castellani davanti alle parole che terminano in consonante e che si possono leggere come una de-toscanizzazione della lingua dove il sì suonava. Il problema è ormai ben più profondo e coinvolge non più solo il lessico, ma anche la morfologia delle parole, in cui le regole della grammatica italiana saltano, nell’ortografia, nella fonologia e anche nella sintassi.
Nel passaggio dal suono toscano al suono inglese – l’english sound che ormai ci guida nella composizione delle neologie e nella strategia di adottare in modo crudo anziché adattare come abbiamo sempre fatto – il lessico si ibrida, per cui se c’è lo screenshot e lo screening, ecco che poi nascono a orecchio lo screnshottare (fare uno screenshot) o lo screenare (fare uno screening) che coniughiamo in modo istintivo e naturale (ho provato a quantificare queste ibridazioni sul sito Treccani). E mentre queste parole non sono più né inglesi né italiane, sono ormai creole, le parole di Castellani si stanno rivelando profetiche: stiamo perdendo l’identità della nostra lingua, non solo nel ricorrere a un lessico fatto di “corpi estranei” (estranei ai nostri suoni e all’ortografia), ma ormai anche nell’importare prestiti sintattici che generano enunciazioni mistilingue. “Il social media manager ha proposto un restyling del brand green-oriented, è una lingua ibrida ben diversa dall’italiano che direbbe la stessa cosa con altre parole, ma anche con altre collocazioni: “Il responsabile della comunicazione digitale ha proposto una revisione del marchio in chiave ecologica”.
Purtroppo, dubito che qualcuno nel mondo del lavoro, sui giornali o anche informalmente tra colleghi, usi una simile formula italiana. Per farlo forse bisognerebbe “chiedere venia dell’itanglese poco pulito”, che in termini moderni corrisponde a non usare i tecnicismi che il mondo del lavoro richiede e impone, dove non adeguarsi diventa pittoresco, patetico o peggio ancora porta all’esclusione dal gruppo perché si viene percepiti come non addetti ai lavori e “ignoranti”.

L’ignoranza di cui vergognarsi è oggi rappresentata dal parlare in italiano invece che in itanglese, come un tempo era rappresentata da usare il milanese invece del toscano.
Nell’odierna lingua dei giornali, delle istituzioni e quindi della gente, la percentuale di anglicismi è altissima (nella figura su meno di 100 parole, compresi gli articoli, 13 sono in inglese).

Alcuni come bar, sport e anche stop sono ormai “normali”, passano inosservati anche se terminano in consonante – con buona pace di Castellani – come tantissime altre parole ormai “italiane”, che comunque si scrivono come si pronunciano, per semplificare (es. over). Ma le reinvenzioni sul suono inglese come “green pass” o “smart working” – che non sono prestiti ma accostamenti di radici inglesi a cui noi diamo l’attuale significato italiano – sono itanglismi a orecchio che rovesciano la nostra naturale collocazione delle parole seguendo appunto l’english sound costruito sulle regole della lingua internazionale che ci guida nel nuovo Millennio. E chi dice che tanto fra 10 anni non parleremo più di “green pass” ha forse ragione, ma ci saranno nuove parole, e molto più numerose, che suonano in inglese, perché il problema non sono i singoli anglicismi ma il suono inglese che ci guida. E questo fenomeno sarà sempre più profondo.

Tra crollo e tracollo

Il prestigio dell’inglese, in sempre più ambiti, è tale da aver scalzato e ucciso l’italiano, che rimane una funambolica possibilità tutta teorica, che non è più naturale e suona forzata. E dopo aver assistito alla morte del milanese, giorno dopo giorno mi pare di assistere alla morte della mia lingua naturale, sostituita da qualcosa che è altro. Qualcosa che non è una “normale” evoluzione, ma al contrario una trasformazione che viola tutte le regole ed esce dal normale evolversi di una lingua. Le lingue evolvono, certo, ma invece di limitarci a queste massime lapalissiane, dovremmo comprendere che nell’evolversi ci sono dei limiti e dei paletti che quando si superano portano alla morte di una lingua, e il latino è morto proprio nella sua evoluzione in qualcosa d’altro.
Oggi l’italiano sta rischiando di divenire un dialetto di un anglomondo che pensa e parla in inglese, e il prezzo da pagare per questa internazionalizzazione che coincide con l’angloamericano, non con il plurilinguismo, è troppo alto.
Accanto alla creolizzazione si intravedono le prime scelte politiche di abbandonare del tutto la nostra lingua per passare al solo inglese. Ciò avviene nelle denominazioni nazionali come Alitalia che diventa ITA Airways; nelle decisioni di insegnare nel solo inglese all’università, come nelle scuole coloniali; nella lingua degli articoli scientifici; persino nei progetti di ricerca tutti italiani come i Prin o il Fis che per legge si devono presentare e discutere solo in inglese, e non nella nostra lingua madre. E quando il principale centro di irradiazione della lingua non è più fatto dai nativi, perché le nuove parole arrivano da fuori direttamente in inglese grazie ai prodotti, alla pubblicità o alla tecnologia delle multinazionali, e a ciò si aggiunge che l’inglese diventa la lingua di comunicazione della scienza e della scuola anche all’interno del nostro stesso Paese, il rischio paventato da Castellani si è avverato, e il tracollo è già iniziato.

Addio a Sergio Lepri (e al suo giornalismo in italiano)

Il 20 gennaio si è spento Sergio Lepri, a 102 anni, e con lui si è forse simbolicamente spento anche il suo modo di fare giornalismo. Il suo nome non è molto conosciuto dalla gente, ma la popolarità, nell’era dei “social”, degli “youtuber” e degli “influencer”, è sempre più spesso inversamente popolare all’intelligenza e anche alla capacità di usare l’italiano invece dei forestierismi, uno dei cardini del modo di scrivere di Lepri.

Sergio Lepri è stato un pilastro del giornalismo italiano, stimato e rispettato dagli addetti ai lavori, tanto che il suo addio è avvenuto alla camera ardente del Campidoglio proprio ieri.
Ha diretto per trent’anni l’agenzia Ansa, sino al 1990, e per vari anni rimase un corrispondente attivo anche successivamente. Ricordo che nel 1992, quando lavoravo con l’Ansa al riversamento in digitale degli archivi storici della testata che trasferimmo su cd-rom, il suo nome veniva pronunciato sempre con toni reverenziali, perché era ancora un modello, una guida, un faro che indicava un preciso modo di fare giornalismo che aveva fatto scuola e che aveva improntato la linea dell’agenzia. I suoi manuali di giornalismo erano, e restano, aurei, anche se oggi, nella nostra americanizzazione culturale sempre più pervasiva, la formazione del settore avviene su testi anglosassoni che spiegano la regola delle 5 W (Who, What, Where, When, Why) dove chi, cosa, dove, quando e perché si portano con loro una riconcettualizzazione clonata senza una rielaborazione culturale ed espressa direttamente in lingua inglese in modo acritico.

“La storia del giornalismo non dice chi ha inventato la cosiddetta regola delle ‘cinque doppie vu’ – scriveva Lepri nel 1987 – ammesso che ne esista un inventore e la regola non sia invece nata successivamente come una ‘grammatica’ di una lingua già in corso.” Ma in questa prassi ripetuta fino allo sfinimento persino al di fuori dell’ambiente giornalistico – notava – mancherebbe una sesta domanda, “il ‘come’, importante anch’essa e a volte più importante delle altre, ma dimenticata forse solo per il fatto che, in inglese, non comincia con la ‘doppia vu’.” E poi – continuava – ci si dimentica troppo spesso che “la sua pedissequa applicazione rischia di far cominciare nello stesso modo tutte le notizie di un certo tipo.”
Ma non voglio entrare nelle questioni giornalistiche tecniche o strutturali che si trovano nei libri di Lepri, come il falso mito dell’obiettività e tante altre smitizzazioni di luoghi comuni, voglio ricordarlo per la sua attenzione per la lingua italiana.

Ripenso alle tante recenti bufale che riguardano per esempio l’Accademia della Crusca riportate dai giornali, e rimbalzate uguali su tutte le testate, come “La Crusca sdogana l’espressione ‘scendi il cane’”, oppure “La Crusca ammette la parola petaloso’”. Idiozie che il giorno dopo vengono smentite e corrette, ma che mostrano chiaramente l’ignoranza di certi giornalisti sulle questioni linguistiche e persino sul ruolo dell’Accademia. Poi riprendo in mano un libro di Lepri del 1987, Medium e messaggio. Il trattamento concettuale e linguistico dell’informazione (Gutenberg 2000, Torino) dove già nel titolo spicca la parola “linguistico”, raramente al centro delle attuali esigenze giornalistiche. Quel testo è pieno di citazioni di analisi linguistiche di spessore di autori di primo piano come Gian Luigi Beccaria, Gaetano Berruto o Tullio De Mauro. E da Tullio De Mauro Sergio Lepri aveva attinto soprattutto dal “vocabolario di base” e cioè l’elenco di quelle parole che sono comprensibili a tutti. Perché l’obiettivo di Lepri era quello di usare un linguaggio giornalistico trasparente e pulito, e il motivo ricorrente di quel testo è: “Qual è il lessico da usare in un linguaggio giornalistico che voglia farsi capire?”. Questo punto di partenza, oggi sempre più ripudiato, un tempo era alla base anche dei numerosi sondaggi Rai degli anni Sessanta, che Lepri riportava e su cui si basava nelle scelte lessicali dei suoi pezzi e di quelli dell’Ansa.

Nel 1966, il Servizio opinioni Rai aveva avviato un’indagine per monitorare la comprensione del linguaggio da parte degli italiani condotta su un campione di 1.000 persone, e da questi sondaggi è poi uscita la celebre espressione della “casalinga di Voghera”, ripresa da tanti giornalisti e trasformata nella “casalinga di Treviso” in un film di Nanni Moretti. Tra le parole “difficili” di quel sondaggio c’era anche l’anglicismo “leader”, che risultava comprensibile per il 55% delle casalinghe di Voghera senza istruzione, per l’89% di quelle di Bari che avevano terminato almeno le scuole medie, per il 37% degli agricoltori di Andria senza istruzione, per il 63% degli operai di Milano con la scuola elementare o media, e per il 97% degli impiegati di Roma diplomati o laureati.

Il giornalismo di Lepri aveva come fine quello di arrivare a tutti e di farsi capire da tutti, e l’oscurità del linguaggio giornalistico era per lui “il male”, e ciò coinvolgeva anche l’uso dei forestierismi, non per motivi di purismo, ma per motivi di trasparenza e democrazia.

Un’informazione non capita è in realtà un’informazione inesistente. (…) Le cause dell’oscurità del linguaggio giornalistico sono molteplici; (…) in primo luogo l’ignoranza o la dimenticanza, da parte di molti giornalisti, che il lettore è il naturale destinatario del suo lavoro.” In secondo luogo la tendenza a considerare la sua professione “come un’attività aristocratica, che nasce e si conclude in ambienti altamente qualificati; poi, spesso, l’incompetenza o la mancata padronanza – sempre da parte del giornalista – degli elementi tecnico-culturali e lessicali di base.” Nasce così una lingua ‘ufficiale’ accanto a quella dell’uomo della strada, “una discriminazione culturale e linguistica che diventa una discriminazione di classe.”

Queste parole restano scolpite nella storia. Ma oggi il giornalista è sempre più aristocratico e discriminatorio, e usa il linguaggio non per farsi capire, ma per controllare il destinatario, il pubblico, l’uomo della strada, che oggi si chiama il “target”. Con la sua comunicazione volutamente oscura e manipolatoria lo vuole “educare”, lo vuole incuriosire con titoloni in itanglese che sono solo tecniche acchiappone per costringere alla lettura di un pezzo che urla nel titolo l’incomprensibile, a costo di inventarselo, in modo che il lettore legga l’articolo per colmare la sua ignoranza, come nei titoloni sul south working di cui ho già parlato. In questo modo il giornalista insegna al lettore come deve parlare, invece che usare il linguaggio adatto al destinatario.
L’attenzione di Lepri per la lingua non è più una buona prassi, tra i giornalisti rampanti, che della trasparenza se ne fregano e puntano a un linguaggio in itanglese che sta uccidendo la lingua italiana, perché dai giornali poi inevitabilmente finisce sulla bocca dell’uomo della strada. E così si diffondono le fake news, lo smart working, il green pass… e tutte le altre espressioni inglesi e pseudoinglesi ripetute senza alternative fino a che non diventano le uniche espressioni in circolazione e diventano “necessarie” (cfr. “Pet, cani e giornalisti“). E così ci sono i king maker per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, in un guazzabuglio di parole come stakeholder, blockchain e centinaia di altre che la maggior parte delle persone non sa cosa significano, ma che come nel latinorum degli azzeccagarbugli servono a supercazzolare il popolino con un’informazione “inesistente” (per citare Lepri) e a trasformare chi non è d’accordo in qualcuno che non ha capito. Il nuovo giornalismo aristocratico crea divisioni e fratture sociali, punta a escludere invece che a includere.

Sergio Lepri, che ha avuto un passato di partigiano e di antifascista, non si opponeva certo ai forestierismi in nome di un nostalgico disprezzo contro i barbarismi. La comprensibilità era per lui un problema di democrazia. E per questo motivo, un po’ ingenuamente, nel 1987 aveva diviso i forestierismi in quelli ormai assimilati (bar, film, sport), in quelli di probabile assimilazione, in quelli “con licenza” – per esempio i tecnicismi che però dovevano sempre essere seguiti da una spiegazione – e poi in quelli inutili. Questi ultimi avevano delle alternative italiane, ma il forestierismo si porta con sé un prestigio superiore, notava Lepri, e certe parole spesso si caricano di un significato più o meno diverso da quello della lingua da cui provengono. Nell’elencarli, Lepri ne indicava proprio le possibili sostituzioni, in un manuale di buon giornalismo che oggi non ha equivalenti, dal punto di vista linguistico.

Quello che colpisce, rileggendo questi elenchi pratici del 1987, è che la maggior parte degli anglicismi che all’epoca necessitavano di una spiegazione, oggi sono entrati nell’uso comune (bowling, business class, check in, copyright, flash back, fotofinish, free lance…), mentre moltissimi di quelli “inutili” di cui venivano indicate le corrispondenze italiane sono ormai sempre più insostituibili (business, candid camera, discount, establishment, export-import, feedback, first lady, gadget, guardrail, handicap, jet…).

Tutto ciò è una cartina al tornasole di come l’anglicizzazione della nostra lingua sia sempre più profonda. I miopi personaggi che vanno in giro ancora oggi a etichettare gli anglicismi con il loro bollino blu, dividendoli in utili, inutili e superflui, dovrebbero rendersi conto che il loro inutile sforzo di classificazione ha una data di scadenza molto breve. E che molto presto, grazie soprattutto ai giornalisti che al contrario di Lepri non conoscono e non sono interessati alla lingua italiana e agli italiani, ciò che richiede spiegazioni non le richiederà più, mentre le virgolette introdotte per un nuovo anglicismo il giorno dopo cadono, perché quella stessa parola viene intanto registrata nei dizionari (che la registrano proprio perché si diffonde sui giornali). E quelli che sembrano prestiti “di lusso”, finiscono con il diventare “di necessità”, come è avvenuto per calcolatore ucciso da computer, mentre un esercito di giornalisti e intellettuali “non-è-propristi” è pronto a spiegare che leader non è proprio come guida, che caregiver non è proprio come badante, che lockdown non è proprio come confinamento, che selfie non è proprio come autoscatto

Intanto, i maestri del giornalismo che un tempo hanno unificato l’italiano muoiono, insieme alla nostra lingua, sostituiti dai cattivi maestri dell’italiano 2.0, l’itanglese del lessico dell’Italia e incolla.

Riflessioni linguistiche di Paolo Nori (note a margine)

Sto leggendo un libro di uno scrittore che adoro, Paolo Nori, un autore dallo stile innovativo e inconfondibile, anche se ispirato a quello di un autore russo da noi poco conosciuto, Venedikt Vasil’evič Erofeev, di cui ho letto solo Mosca sulla vodka.

Paolo Nori è un grande esperto di letteratura russa e nel suo ultimo lavoro, Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij (Mondadori 2021) riesce a spiegare molto bene la grandiosità del romanzo russo ottocentesco. Ma quello che mi ha colpito e che voglio riproporre sono le sue considerazioni a margine, che riguardano anche la lingua italiana e la sua anglicizzazione.

Alla base della letteratura russa c’è Puškin. Nel 1824 “comincia a scrivere una nota che si intitola Sulle cause che rallentano il cammino della nostra letteratura”.

Fino a quel momento la letteratura russa non esisteva. E “il motivo principale che rallenta il corso della letteratura russa è il fatto che i russi colti non usano la lingua russa ma la lingua francese, che tutti i loro concetti e le loro idee, questi russi colti, fin dall’infanzia, tutte le loro conoscenze le avevano ricavate da dei libri stranieri, che si erano abituati a pensare in un’altra lingua (il francese), che la scienza, la politica e la filosofia non avevano ancora parlato, in russo, perché una lingua russa metafisica, non concreta, non legata alla vita quotidiana, alla biografia degli uomini e delle donne, alle loro giornate, ai loro oggetti, ancora non esisteva, e che i russi colti, quelli che sapevano scrivere, anche nella corrispondenza erano costretti a usare delle circonlocuzioni, prese in prestito da altre lingue, per spiegare persino i sentimenti e le esperienze più comuni.”

L’importanza di Puškin è stata questa: “Ha preso una lingua che gli ignoranti parlavano da millenni, in Russia, e l’ha alzata a livello letterario.” Gogol’, Dostoevskij, Čechov, Tolstòj, Bulgàkov… tutto è nato da lì, spiega Paolo Nori.

La situazione italiana era diversa nell’Ottocento. La nostra era solo una lingua letteraria, e mentre Manzoni dava vita al romanzo italiano, e al modello di una nuova lingua italiana nata dallo sciacquare i panni nell’Arno e nel fiorentino vivo, gli italiani parlavano ognuno nel proprio dialetto.
La nonna di Paolo Nori, nata nel 1915 in provincia di Parma, si esprimeva in dialetto; il parmigiano, “che era una lingua concreta, legata alla vita quotidiana, alla biografia degli uomini e delle donne, alle loro giornate, ai loro oggetti e la lingua degli italiani colti, mia nonna l’ha incontrata, per la prima volta, sui banchi di scuola: l’italiano, per mia nonna, è stata prima una lingua scritta, poi una lingua parlata, mai bene del tutto.”
Al contrario, “la cosa singolare della Russia, per quanto è grande, è che in Russia non ci sono i dialetti, e che il russo (…) è prima una lingua parlata e poi una lingua scritta.”

Fatte queste premesse e distinzioni, è interessante la riflessione di Nori sulle analogie tra l’assenza di una letteratura nella Russia di primo Ottocento, e l’attuale americanizzazione dell’italiano, che mi pare una regressione e un ripristino della diglossia neomedievale – per riprendere le considerazioni del linguista tedesco Jürgen Trabant – che fa dell’inglese internazionale la nuova lingua della cultura e dei ceti elevati, e da ciò deriva poi la presenza dei sempre più numerosi anglicismi che stanno cambiando la faccia della lingua di Dante.

“I romanzieri russi del primo Ottocento, quando scrivevano in russo, era come se traducessero dal francese, scrivevano in russo dei romanzi francesi, in un certo senso, anche come struttura, come temi. Il dicibile, nei romanzi russi del Settecento, e del primo Ottocento, era un dicibile francese.
Una cosa simile è forse successa anche in Italia, e non troppo tempo fa, qualche decennio fa, quando hanno cominciato a comparire romanzi pieni di ‘dannatamente’, e ‘fottutissimamente’, e ‘Cristo santo’, che erano romanzi scritti da italiani e ambientati in Italia ma erano evidentemente americani, di formazione.
Questa cosa non ha a che fare, naturalmente, solo con la la letteratura, ha a che fare anche con la lingua che parliamo tutti i giorni, che sta slittando, senza che ce ne accorgiamo, verso una lingua nuova.
Un po’ di tempo fa, per esempio, mi hanno invitato a Parma a un incontro dove c’erano una decina di persone che dovevano scegliere delle parole che non sopportavano, e c’era anche il segretario del comune di Parma per il quale una di queste parole era stakeholders.
Adesso io, stakeholders, allora, non l’avevo mai sentita, non sapevo cosa volesse dire e gliel’ho chiesto e lui me l’ha spiegato ma io non ho mica capito tanto bene, e ancora adesso, questa parola stakeholders, non so, se mi chiedessero se voi, che leggete questo libro, siete degli stakeholders, io non saprei rispondere, siete degli stakeholders?
A me non sembrate degli stakeholders, ma questo non significa niente, perché a me non è mai successo di essere, non so, in treno, o in autobus, o in bicicletta, e di vedere un gruppo di persone e di pensare ‘Ve’, degli stakeholders’.”

Il libro di Paolo Nori, naturalmente, parla di Dostoevskij, non dell’anglicizzazione dell’italiano, e queste digressioni sparse, tipiche del suo modo di procedere, sono del tutto marginali. Eppure mi sono sembrate molto più profonde, illuminanti e acute di tantissimi articoli e libri di linguisti e sociolinguisti.

Ripenso ai miei studenti di storytelling – si chiama così adesso ogni corso di tecniche della narrazione che voglia suonare moderno – che frequentano un’accademia (o forse dovrei dire Academy) di Art and Digital Communication in italiano (in teoria), e che quando mi mostrano i loro scritti sono tutti di formazione angloamericana, dove i protagonisti si chiamano John, non certo Giovanni, dove ci sono le Cadillac, mica le Fiat Punto, e dove gli anglicismi sono ostentati come fosse la cosa più naturale del mondo, perché sono preferiti, ma anche perché c’è un’incapacità di fondo – oltre alle questioni di gusto – di padroneggiare il lessico italiano. Il loro mondo interiore, sin dalla loro infanzia, è quello che vivono in Rete, nelle pellicole hollywoodiane (non esiste altra forma di cinema o quasi, per loro), nelle serie tv, nei videogiochi, più che nei libri (in realtà leggono molto poco, anche se scrivono tanto). E la la loro lingua “che sta slittando, senza che ce ne accorgiamo, verso una lingua nuova” – per citare Paolo Nori che però se ne accorge, al contrario di molti linguisti che pensano sia “normale” o persino “un’illusione ottica” – è il frutto di un’americanizzazione più totale, di cui la lingua è soltanto la punta del banco di ghiaccio.

Sotto il ricorso agli anglicismi c’è un’intera società che si è americanizzata nei modi, nei temi, nella riconcettualizzazione delle cose in un modo sempre più pervasivo e totale. Se nella Russia di primo Ottocento il dicibile era in francese, oggi nell’Italia del nuovo Millenio è in angloamericano.

“Mentre stavo scrivendo questo libro – cito ancora Paolo Nori –, ho fatto un incontro, al computer, on line, su Zoom (c’era sempre quella specie di isolamento che, nella nuova lingua italiana, si è chiamato lockdown), ho fatto un incontro nel quale gli stakeholders erano gli studenti dell’università del Piemonte…”

Questa nuova lingua, che si chiama itanglese, è quella delle interfacce informatiche, del mondo virtuale, dei giornali, della scuola, del lavoro, della politica, della scienza, della tecnica, dell’economia, della televisione… una lingua fatta sempre più non solo di concetti d’oltreoceano, ma anche di oggetti quotidiani che l’italiano non è più in grado di esprimere, dal mouse al computer, dai social alle chat, dai cheeseburger ai fast food, dal delivery ai rider, dai leader al marketing, dal design allo spread, dallo smart working al bike sharing

Se la letteratura russa è nata dalla rottura con il francese, una lingua letteraria come l’italiano ha invece rotto ogni legame con la sua storia per anglicizzarsi, insieme con la realtà, e trasformarsi nella lingua creola di una nuova società globalizzata e colonizzata dall’inglese, internazionale e reinventato dalle classi colte e da quelle medie.

Ribaltando le riflessioni di Nori, l’importanza dell’odierna classe dirigente e della nuova cultura è questa: ha preso una lingua che i letterati usavano da secoli e l’ha gettata via in nome dell’inglese internazionale e del lessico del nuovismo in anglomericano. E sanguinerà sempre di più…

La frequenza degli anglicismi: comparazioni con spagnolo, francese e tedesco

Come nelle barzellette, ci sono un inglese, un francese, un tedesco, uno spagnolo e un italiano.
Indovinello: chi usa più spesso l’espressione “fake news”?
L’inglese? No, sbagliato, l’italiano!

Questa non è un barzelletta, è quello che si evince dal confronto sulle frequenze registrate dall’algoritmo di Ngram Viewer di Google libri nei rispettivi corpus.

Quando la frequenza di un “prestito”, nella lingua che lo riceve, è superiore a quella della lingua “prestante”, c’è qualcosa che non va nella “prestanza” lessicale… Gli italiani, sempre più figli di Nando Mericoni, vogliono fare gli americani più degli stessi anglofoni, a quanto pare, e questo vale soprattutto per i giornalisti.

Ho già accennato allo splendido monitoraggio di Peter Doubt che analizza gli anglicismi crudi presenti sulla pagina principale delle edizioni digitali de La Repubblica, El Mundo, Le Monde e (Die) Welt (ma nell’ultimo articolo ha analizzato anche altri quotidiani). Il loro numero, in Italia, non è comparabile con quello che si riscontra nelle lingue sane.

Voglio riportare il grafico del primo mese di indagini e, come si vede, le parole inglesi in italiano sono 10 volte di più di quelle che circolano in Francia o in Spagna, e sono anche più del doppio di quelle che ci sono in Germania, un Paese dalla lingua molto anglicizzata, ma non certo come la nostra. I forestierismi in generale, di cui gli italianismi sono solo una piccola parte, su The Guardian sono invece irrilevanti.

Grafico tratto dal sito Campagna per salvare l’italiano.

L’autore della ricerca sta anche analizzando i dati sugli archivi de La Repubblica lavorando sulle singole parole, in modo analogo a quanto ho fatto anch’io più volte – ma in modo meno sistematico – con il Corriere.it. Quello che emerge, ovunque, è la crescita esponenziale della frequenza di molti anglicismi negli ultimi anni, oltre al loro prevalere sulle alternative italiane.

Questi fatti, ben poco contestabili, sono in linea anche con quanto si può estrapolare dai dati di Google libri, dove i raffronti con gli altri Paesi mostrano chiaramente come l’anglicizzazione della lingua italiana non è paragonabile a quella dei nostri vicini.

Di seguito riporto qualche esempio.
Delivery è un’espressione recente e fino al 2019 la usavamo già molto di più degli altri:

Nel 2020, però, la sua frequenza è impazzita, e oggi questa parola è ripetuta ossessivamente sui giornali, nella pubblicità e dagli addetti ai lavori – le Poste “Italiane” l’hanno persino ufficializzata nella denominazione dei loro servizi, come ha lamentato anche la Crusca – per cui è diventata ancora più comune, di grande popolarità, e sta soppiantando le alternative italiane (consegne a domicilio) e il modo in cui abbiamo sempre parlato. Negli archivi del Corriere.it, nel biennio 2018-2019 ricorreva 80 volte all’anno (la data a cui arriva il grafico di Ngram Viewer), ma nel 2020-2021 le sue frequenze si sono attestate sulle 450 volte all’anno, e cioè sono più che quintuplicate.

Se questi dati recenti fossero integrati nei grafici di Google libri, vedremmo un picco di frequenza presumibilmente 5 volte superiore, nell’ultimo periodo. Su un giornale come El País, invece, delivery ricorre 548 volte in tutto l’archivio storico, dunque il risultato comprende tutte le occorrenze di sempre.

Questo divario è molto generalizzato e vale un po’ per tutti gli ambiti, a cominciare da quello informatico che coinvolge parole come tweet, che da noi ha pur sempre un equivalente secondario come cinguettio:

Lo stesso si può dire di molti altri termini che non abbiamo voluto tradurre come account

oppure password (ma vale anche per follower, computer, mouse…)

Uscendo dal disastro della terminologia informatica, sono molti gli anglicismi tipicamente italiani che all’estero si usano poco, per esempio il gossip che ha soppiantato il pettegolezzo e la cronaca rosa, rivelandosi un vero e proprio prestito sterminatore.

Simili divari si registrano anche con parole come target,

fast food,

default,

o background:

In linea di massima le frequenze delle parole inglesi sono da noi maggiori anche quando si sono diffuse con un certo successo anche altrove, come nel caso di green,

leadership,

screenening:

Le tendenze, con non molte eccezioni, sono queste. E se questi dati si sommano alle analisi dei giornali e a quelle dei dizionari, il grado di anglicizzazione della nostra lingua non ha paragoni in Francia, Spagna e Germania. E chi continua a negarlo è in malafede.

Dal bilinguismo territoriale a quello virtuale della globalizzazione

Nel poemetto Italy del 1904, Giovanni Pascoli raccontava la storia di una nonna che non parlava una parola di inglese, e della nipotina Molly arrivata d’oltreoceano che non sapeva l’italiano. In quell’opera non c’è traccia dell’odierno mito americano, vissuto come modello socioculturale superiore di cui gli anglicismi che si riversano nella nostra lingua sono le conseguenze. Invece dell’ammirazione del Nuovo Continente, si respirava la nostalgia per l’Italia vissuta come il “nido” abbandonato che aveva come sottofondo il dramma dell’emigrazione. In un trionfo dell’affetto sull’incomunicabilità, il linguaggio poetico introduceva, forse per la prima volta, varie espressioni inglesi (Poor Molly, cioè povera Molly) e altre frutto del contatto tra le due lingue lontane che si mescolavano. Gli affari diventavano bisini e la torta con aromi pai con fleva.

Quell’ibrido era solo un espediente letterario, però ricordava qualcosa di reale: il cosiddetto “broccolino” degli emigrati che si esprimevano in dialetto, più che in italiano, e non sapendo controllare l’inglese lo sostituivano con vocaboli che nella propria parlata avevano un suono analogo. La pronuncia di Brooklyn era così simile a quella di broccolo che bastava dire così per farsi capire. In quell’idioletto nato dal contatto tra due lingue così distanti, il lavoro (job) era giobba, i negozi (shop) scioppa e la lavatrice (washing machine) vascinga mascina. A quei tempi l’America era un continente, più che essere identificata con i soli Stati Uniti come oggi – la parte per il tutto – e ibridazioni di questo tipo erano nate anche a Buenos Aires, dove gli emigrati italiani parlavano una simile interlingua mista che gli argentini battezzarono come “cocoliche”, una mescolanza fatta di semplificazioni lessicali dello spagnolo e di adattamenti al sistema morfosintattico dei dialetti italici.

Le ibridazioni linguistiche e l’itanglese

I fenomeni di ibridazione linguistica sono da sempre legati a un bilinguismo territoriale. Uno dei casi più noti è quello dello spanglish che si è diffuso nelle aree negli Stati Uniti con una forte presenza della cultura ispanica, nelle comunità bilingui tra portoricani, messicani e cubani, e l’ibridazione sta nel mescolare le due lingue all’interno di una stessa frase. Il primo livello è solo lessicale, e consiste nel ricorrere agli anglicismi, per esempio show, shopping o training invece di espectàculo, compras o entrenar. Ma poi sorgono neologismi che costituiscono calchi e adattamenti misti, come socketines invece di calcetines (cioè “calzini” derivato dall’inglese sock), parkear o parquear invece di estacionar (“parcheggiare”, da park), e il mescolamento durante le conversazioni si spinge a formulare frasi in cui convivono non solo questo tipo di parole, ma anche parti importanti della frase che si alternano in un continuo cambiamento di codice linguistico.

Su scala ridotta, l’itanglese si sta sviluppando seguendo lo stesso meccanismo. L’importazione degli anglicismi è sempre più ampia, e in certi settori come l’informatica o il linguaggio lavorativo l’italiano è ormai mutilato del suo lessico e inadatto a esprimere questi ambiti senza ricorrere alla stampella dell’inglese. Gli innumerevoli “prestiti di necessità”, cioè le parole che non hanno alternative, da mouse a chat, sono in realtà dei trapianti linguistici dove la presunta “necessità” è tutta italiana, visto che all’estero le traduzioni circolano, e appartiene non alle parole, ma alla mente colonizzata di chi le ha introdotte. La scelta di importare in inglese i nuovi oggetti o concetti è praticamente l’unica strategia adottata, in un contesto sociale dove si sono abbandonate le altre soluzioni che consistono nel tradurre, adattare, inventare nuove parole o allargare il significato di quelle che già abbiamo. Accanto a questa tendenza c’è poi quella di ricorrere all’inglese come preferenza sociolinguistica anche nel caso di ciò che si può esprimere con le nostre parole ma che preferiamo dire in inglese. In questo modo molti anglicismi si rivelano non un processo aggiuntivo, ma uno sottrattivo, e invece di rappresentare un arricchimento si trasformano in un depauperamento e in una regressione dell’italiano, che viene scalzato dalle parole inglesi. Questi “prestiti sterminatori” entrano come prestiti di “lusso” e finiscono per prendere il sopravvento e rendere il lessico italiano sempre meno naturale fino a farlo diventare inutilizzabile. È successo per esempio con parole come calcolatore o elaboratore soppiantate da computer, ma sta accadendo sempre più di frequente. E così omicida seriale lascia il posto a serial killer, e parlare di cronaca rosa o pettegolezzo risulta ogni giorno più inadeguato rispetto al gossip che impera sui giornali senza alternative.
Il numero delle parole ibride, che non sono più né italiane né inglesi, negli anni Duemila è lievitato in maniera sconcertante. Il fenomeno nasce dagli accostamenti di una parola italiana a una inglese (zanzare killer, clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…), dalla declinazione delle radici inglesi (zoomabile, fashionista, scoutismo…) che coinvolge sempre più verbi (backuppare, downloadare, hackerare) e dai confissi come baby o cyber che si sono trasformati in una regola generativa che può dare vita a un numero di parole praticamente infinito (baby-criminale, cyber-atacco…) e così ormai over sta soppiantando ultra e gli ultraottantenni sono diventati gli over 80, mentre la nazionale di calcio giovanile è quella degli under 21.

Tutto ciò avviene solo con gli anglicismi, nel caso dei francesismi le parole come foularino (da foulard), moquettista o voyeurismo si contano sulle dita delle mani. Da sole, le ibridazioni con l’inglese, che sfuggono ai già altissimi conteggi degli anglicismi, sono centinaia e centinaia, ben di più dell’intera eredità degli ispanismi sommati ai germanismi presenti nei dizionari, per avere un’idea della portata del fenomeno.
In questo prendere vita dell’itanglese che travalica ormai le vecchie e inadeguate categorie del “prestito linguistico”, comincia a prendere piede anche il fenomeno delle enunciazioni mistilingue dove capita di alternare con disinvoltura, come se fosse normale, espressioni più complesse, in un intercalare di off course, one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, too much!, last but not least, the best… E la novità degli ultimi anni è che in questa commutazione di codici stanno comparendo anche i primi verbi in inglese (remember, don’t worry¸ stop, relax, enjoy, save the datefuck you!) che per tutto il Novecento erano qualcosa di inaudito.

In questo configurarsi dell’itanglese sempre più come una lingua ibrida, rispetto all’epoca del “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani dove l’inglese irrompeva quasi esclusivamente attraverso l’importazione di parole isolate, bisogna rilevare il fatto che al contrario del caso dello spanglish in Italia non c’è alcun bilinguismo a base inglese sul territorio (si potrebbe aggiungere: per ora, vista la scelta dell’anglificazione di certi percorsi universitari). Anzi, l’inglese è parlato da una minoranza della popolazione e secondo i rapporti Istat 2015, (1) è masticato appena dal 48,1% di chi sa una o più lingue straniere (quindi solo una parte della popolazione). Ma se si passa all’analisi del livello di conoscenza le cose precipitano: il 28% degli italiani dichiara una conoscenza scarsa, turistica e insufficiente, e solo il 27% buona e il 7,2% ottima. Questi dati sono in linea con le medie europee, e stando all’agenzia di statistica Eurostat la percentuale della popolazione degli stati membri che dichiara di non conoscere l’inglese si attesta fra il 51% e il 56%, (2) mentre il numero di coloro che dichiarano di conoscerlo molto bene “come lingua straniera non supera l’8% della popolazione europea. Facendo quindi la somma di chi parla inglese come lingua materna e chi lo conosce come lingua straniera a un livello molto buono (…) si arriva a nemmeno il 10% della popolazione. Il restante 90% o non capisce l’inglese o non lo parla bene”, ha precisato Michele Gazzola. (3)

L’interferenza dell’inglese che ibrida le lingue di tutto il pianeta, dunque, non nasce più dal contatto fisico sul territorio, ma da un contatto virtuale che è altrettanto “reale” e pervasivo.

L’anglosfera e il bilinguismo virtuale

L’americanizzazione della nostra società travalica i confini dell’Italia, è un evento di ben più ampia portata che coinvolge gran parte del pianeta e ha a che fare con la globalizzazione e con il progetto di imporre l’inglese come la lingua internazionale di tutto il pianeta. Come ha osservato David Ellwood, oggi il potere degli Usa non è più nella supremazia militare o nel dollaro, ma nelle “manifestazioni locali dei prodotti e processi culturali americani, delle sue società e simboli, icone e stelle.” (4)
Nel 1998 il Washington Post scriveva: “I film americani, i programmi televisivi, i software dei computer, i libri e le altre forme d’esportazione culturale” costituiscono il principale ricavo americano nel settore delle esportazioni e hanno superato la produzione aerospaziale e della difesa. (5)

Il processo di mondializzazione di alcuni modelli che provengono dagli Usa era già presente anche prima della caduta del muro di Berlino e dell’avvento di Internet, così come esiste da tempo la possibilità dei viaggi internazionali per lavoro o per turismo, ma oggi si è diffusa a dismisura. La novità sta dunque nella dimensione e ampiezza di questi fenomeni, che non riguardano più solo alcuni aspetti internazionali limitati alle merci o – passando dalle merci alla cultura – al mercato della musica, del cinema o della televisione. La globalizzazione è diventata un evento così pervasivo da coinvolgere ogni aspetto della nostra vita, compreso quello linguistico. Internet ha contribuito in modo significativo alla sua accelerazione, perché ha ridotto gli ostacoli legati alle distanze, diventando lo strumento dell’interazione sovranazionale e della connessione di tutto il globo. Il che ha prodotto una certa deterritorializzazione, come è stata chiamata, e cioè una perdita della rilevanza del territorio sia per le relazioni umane sia per le loro attività. Ma questa “deterritorializzazione” non è un luogo neutro, è un territorio costruito all’interno dell’anglosfera, e viene esportato in tutto il mondo dai suoi protagonisti che pensano e parlano in inglese.
Fino agli anni Novanta, per esempio, la scrittura al computer era problematica nel ricorso ai caratteri alfabetici in uso in molte lingue, perché tutto si basava sul sistema di codificazione Ascii (American Standard Code for Information Interchange) di 255 caratteri pensati per esprimere l’inglese. Oggi questi problemi sono stati superati, ma non è un un caso che nell’Italia 2.0 il punto stia soppiantando la regola europea della virgola. Mentre negli Usa la virgola è usata come separatore delle migliaia e il punto per la separazione dei decimali, da noi avviene l’esatto contrario. Ma in molti programmi informatici statunitensi, e anche in molte calcolatrici, si ritrova la regola a stelle e strisce, visto che il calcolatore è stato concepito con quelle logiche e che le interfacce sono tradotte in italiano in modo parziale e sommario. E il risultato è che ormai parliamo del Web 2.0 e che basta assistere a un dibattito televisivo elettorale per sentire che il tal partito si è attestato a percentuali del 3.5% invece che 3,5%. Gli esempi di questo tipo di interferenza sono infiniti, e riguardano sempre più aspetti del nostro quotidiano, di cui la lingua è soltanto la spia d’allarme che si illumina sul cruscotto.

Ormai l’ambiente digitale e quello televisivo sono diventati preponderanti e il tempo che la gente dedica a queste attività è sempre maggiore. Se le interfacce dei cellulari e l’ambiente virtuale sono fatti di termini inglesi, finisce che diventano prioritari e “intraducibili” e in questo modo ci si abitua a pensare con questi concetti e le parole native non vengono più in mente. Come ha osservato il linguista Massimo Fanfani, se un tempo “i prestiti da lingue straniere erano veicolati da singoli parlanti bilingui o da élites e gruppi ristretti e poi si diffondevano in modo graduale (…), oggi invece l’interferenza è fin da subito un fenomeno di massa. La gran parte delle novità di modello straniero penetrano in modo immediato e tumultuoso fra gli strati più larghi della popolazione o entro gruppi sociali vasti e il loro processo di diffusione e di assimilazione sembra essere stabilito, più che dai singoli parlanti dagli stessi mezzi di comunicazione.” (6)

È in questo processo che va rintracciato il trapianto di sempre più anglicismi, che finiscono per entrare in circolazione da subito tra gli addetti ai lavori che li propagano senza nemmeno porsi il problema di come tradurli o renderli in italiano. Se le ibridazioni e le commutazioni di codice per cui si mescolano due lingue nascono nelle comunità dove il bilinguismo è presente sul territorio, il mondo virtuale ci espone a un analogo bilinguismo artefatto che nasce da un contatto mediato da elementi astratti e culturali ugualmente potenti. L’inglese e l’itanglese diventano l’interfaccia tra noi e il mondo virtuale, un ambiente concepito all’interno dell’anglosfera che si rivolge al globo diffondendo il proprio lessico e la propria lingua. Le pubblicità che usano l’inglese per essere internazionali si riversano nella lingua di tutti, e dai mezzi di diffusione mediatici percolano fisicamente sul territorio in ogni modalità, dalle insegne dei negozi ai nomi dei prodotti che troviamo sugli scaffali e scritti sulle scatole.

Nel linguaggio aziendale questi trapianti sono spinti dalla terminologia che nasce nell’anglosfera e si espande, a cominciare dalle mansioni contrattuali di un’azienda come McDonald’s che nelle sue succursali italiane esporta figure come quelle dei crew (ma anche dei crew-delivery o dei crew-trainer) o dei guest experience leader e swing assistant (anche detti training manager), per finire con i ruoli e il linguaggio di altre multinazionali, dalle cosiddette big pharma a quelle dell’informatica. Quando nelle sue interfacce la Microsoft introduce i download, Twitter i follower, Facebook la timeline, Google gli snippet e centinaia di altri anglicismi, sono le multinazionali d’oltreoceano a imporre a tutti la propria terminologia, e la lingua non è più fatta dagli italiani. Al massimo i nativi italiani sul libro paga di queste imprese ratificano questi trapianti bollandoli come opportuni o “necessari” perché non vogliono tradurli, e spesso ne sono incapaci.

A questa pressione esterna si aggiunge poi il vezzo, tutto interno, di ricorrere all’inglese perché ci appare più moderno, evocativo o solenne. La combinazione di queste due forze che convergono nella stessa direzione diventa micidiale.

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Note

1) Istat, “Anno 2015. L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere”, 27/12/2017.
2) Michele Gazzola, Research for Cult Committee – European Strategy for Multilingualism: Benefits and Costs, PE 573.460, Brussels, European Parliament, 2016.
3) Michele Gazzola, “Può la traduzione automatica favorire il plurilinguismo nell’Unione europea post-Brexit?”, sito Accademia della Crusca, 26/7/2021.
4) David Ellwood, “La cultura come forma di potenza nel sistema internazionale. Americanizzazione e antiamericanismo”, in Mélanges de l’école française de Rome, année 2002, 114-1, pp. 431-439.
5) Ibidem.
6) Massimo Fanfani, “Reazioni italiane agli anglicismi”, in L’inglese e le altre lingue europee. Studi sull’interferenza linguistica, Félix San Vicente (ed.) Clueb 2002 (pp. 215-235), p. 221.

Siamo tutti americani? 11 settembre vent’anni dopo

All’indomani dell’11 settembre 2001, in un momento di forte emotività, il motto “siamo tutti americani” è rimbalzato sui titoli dei giornali di ogni Paese, persino in Francia, tradizionalmente reattiva alle interferenze inglobanti degli Usa, e proprio su Le Monde, da sempre critico verso la politica statunitense. Qualche giorno dopo, tuttavia, sullo stesso giornale uscì anche un pezzo che dissentiva da quel titolo, e Marie-José Mondzain spiegò le ragioni per cui non si sentiva “americana”, invitando a mantenere un giudizio critico davanti agli avvenimenti, anche se eravamo stati ipnotizzati dalle immagini del crollo delle torri gemelle che venivano rimandate all’infinito. [1] La solidarietà davanti alla tragedia, e l’identificazione con una società che ha anche delle enormi differenze rispetto a quella Europea e alle peculiarità dei singoli Stati sono cose molto diverse.

In Italia voci come queste non hanno trovato spazio sui giornali. Di fronte a quell’evento inaudito e inimmaginabile ciò che è accaduto ha portato a un ulteriore passo nel sentirci “americani”.

La nostra progressiva americanizzazione è un processo iniziato nel dopoguerra con il piano Marshall e la sua enorme propaganda, che ha portato al sogno americano degli anni Cinquanta e al miracolo economico che si è realizzato soprattutto negli anni Sessanta. Ma nel Secondo dopoguerra, e ancora sino alla fine del Novecento, il nostro sentirci parte dell’alleanza politica e atlantica non ci aveva ancora inglobati nel “siamo tutti americani” del nuovo Millennio che ha una pervasività pressoché totale. L’itanglese è solo la conseguenza linguistica, la cartina al tornasole per misurare il grado di questo fenomeno. Dalle datazioni dei dizionari si vede bene che tra le parole nate negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi crudi rappresentavano una percentuale del 3% o il 4% , e negli anni Sessanta sono raddoppiati attestandosi tra il 6% e il 7% dei neologismi nati in quel decennio. Questi aumenti non dipendono solo dall’importazione sempre più massiccia delle merci e della cultura a stelle e strisce – tra juke boxe e flipper, jeans e rock – ma anche del venir meno di ogni posizione critica nei confronti degli Usa.

In un primo tempo, l’accettazione e l’ammirazione di tutto ciò che è americano conviveva anche con degli atteggiamenti opposti che ne mettevano in discussione il valore e facevano dell’Italia qualcosa di ben distinto. Questo atteggiamento era trasversale a tutto il Paese. Da un punto di vista ideologico nella sinistra italiana c’era una critica al capitalismo e a certi valori della società americana, e anche se i beni di consumo o i film erano accettati dalle masse, l’anticomunismo del maccartismo o l’imperialismo americano erano invece deprecati. Questa “schizofrenia” all’interno del Pci, come qualcuno l’ha definita, in realtà riguardava anche il mondo dei cattolici e la destra.
La Chiesa aveva da sempre un atteggiamento ostile verso il materialismo americano, storicamente tacciato di essere immorale, anche sa davanti al pericolo rosso, aveva preferito appoggiare la Casa Bianca in funzione anticomunista, come il minore dei mali. Lo stesso atteggiamento circolava anche nella Dc, alleata con il Pentagono ma allo stesso tempo diffidente verso il patto atlantico, dai tempi di De Gasperi sino al più volte ministro degli esteri Giulio Andreotti, che davanti alla questione palestinese sembrava avere “come moglie legittima l’America e come amanti gli arabi ed i mediterranei.” [2]
A destra, già i repubblichini di Salò avevano puntato il dito contro l’espansione americana in Europa, un tema che successivamente è circolato molto negli ambienti conservatori, anche se davanti alla politica dei partiti che rivendicava il nostro inserimento nel patto atlantico, questo atteggiamento critico in seguito è rimasto confinato in gruppi e autori più marginali. Come ha scritto Alessandro Portelli, a proposito dell’atteggiamento della destra: “Le stesse forze che stavano trasformando l’Italia in un satellite politico degli Stati Uniti manifestavano a gran voce la loro preoccupazione per l’invasione di prodotti culturali americani che insidiavano la nostra civiltà umanistica e la nostra cultura classica, come pure il nostro modo di vivere contadino e cattolico.” [3]

Decennio dopo decennio, ogni atteggiamento critico è venuto meno e da un satellite politico siamo diventati un satellite anche culturale. Negli anni Settanta gli anglicismi salivano al 9-10% delle nuove parole, negli anni Ottanta al 14-16%, e negli anni Novanta al 27-28%. Intanto era caduto il muro di Berlino e si era dissolta l’Urss e con essa anche ogni resistenza all’americanismo di tipo ideologico. L’aumento delle parole inglesi negli anni Ottanta avviene non a caso negli anni del riflusso ma anche dell’americanizzazione della tv che con l’entrata della Fininvest ha portato a palinsesti fatti in gran parte di film e telefilm americani che prima erano poca cosa, mentre la Rai si subito adeguata allo stesso modello. E il potere morbido dei prodotti culturali che allo stesso tempo veicolano valori e visioni a stelle strisce non è da sottovalutare. Come ha osservato uno dei principali produttori cinematografici inglesi, David Putnam: “Alcuni cercano di convincerci che i film e la televisione siano degli affari come tutti gli altri. Non lo sono. Film e televisione modellano gli atteggiamenti, creano stili e comportamenti, rinforzano o minano i valori della società (…). I film sono più che un semplice divertimento, e più che un grosso affare. Essi sono potenza.”

Negli anni ’90, Berlusconi, l’uomo che aveva americanizzato la tv, per primo americanizzò anche la politica, e la sinistra subito dopo fece anche di più, configurandosi come un partito filoamericano non solo dal punto di vista ideologico, ma anche linguistico, con il “partito democratico” e le “primarie” (mutuati dagli Usa), e con la comunicazione di Veltroni nata dal motto “Yes We Can” che gli valse l’appellativo di “Obama italiano”, continuata con il linguaggio renziano fatto di slide e di streaming che ha prodotto il jobs act e tutta una serie di altre anglicizzazioni.

Intanto, l’avvento di Internet e una globalizzazione che coincide sempre più con “americanizzazione” avevano portato anche a epocali cambiamenti sociali tra la mcdonaldizzazione del mondo o l’importazione di tradizioni come la festa di Halloween.

In questo contesto, il 20 settembre 2001, Bush proclamò il suo discorso in cui dichiarava: “Questa non è solo la lotta dell’America, e in gioco non c’è solo la libertà americana. Questa è la lotta del mondo per la civiltà. Questa è la lotta di tutti coloro che credono nel progresso e nel pluralismo, nella tolleranza e nella libertà. Noi chiediamo a ogni nazione di unirsi a noi.”

La propaganda puntava ad avvicinare l’identità tra Europa e Stati Uniti, e il nuovo Occidente costruito sulla politica del terrore e lo scontro di civiltà, coincide ormai sempre più con i soli Stati Uniti.

Il radicarsi dell’itanglese trova la sua spiegazione in questo quadro. Se siamo tutti americani, anche la loro lingua deve essere ostentata, e dietro ogni anglicismo c’è l’evocare questo mondo e questo sentimento.

Qualche giorno fa è uscito sul Resto del Carlino questo titolo: “La Virtus s’allena a tavola con la nuova ’food room’”. E nell’articolo si legge: “La ‘food room’, o per dirla all’italiana la mensa aziendale”. Cosa ci spinge a utilizzare queste espressioni che a ben pensarci rivelano tutto il nostro ridicolo provincialismo come nelle caricature di Alberto Sordi? Cosa ci spinge a chiamare food room una sala mensa, community una comunità, influencer un influente, mission una missione, e così via per gli altri 4.000 anglicismi riportati nei dizionari?

Questa ammirazione spropositata per tutto ciò che è a stelle e strisce ha delle ragioni sociolinguistiche che affondano le loro radici nella nostra storia. Quest’ammirazione spropositata e priva di spirito critico è connessa con il mito degli Stati uniti ma anche con il nostro complesso di inferiorità che ci sta portando ad abbandonare le nostre radici per sposare quelle di un’altra società, che ha delle profonde differenze rispetto alla nostra, visto che non siamo affatto “americani”, ma ci piace “fare gli americani”. E la vergogna di fare gli italiani ci sta portando ad appoggiare il globalese sul piano internazionale e a trasformare l’italiano in itanglese sul piano interno.

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Note
1) Marie-José Mondzain, “Je ne me sens pas américaine”, Le Monde, 18/9/2001.
2) Massimo Teodori, “Destra sinistra, cattolici”, in Piero Craveri, Gaetano Quagliariello (a cura di), L’antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra, Rubbettino Firenze 2004, p. 111.
3) Alessandro Portelli, The Transatlantic Jeremiad. American Mass Culture and Counterculture and Opposition Culture in Italy, in Rob Kroes e al. (a cura di), Cultural Transmissions and Receptions. American Mass Culture in Europe, Amsterdam, VU University of Amsterdam Press, 1993, p. 129.

500 sfumature di inglese. Gli anglicismi dai tanti significati

Speciale agosto 2021: questo articolo si può anche scaricare in formato Pdf e diffondere (senza scopo di lucro) così com’è, senza alterazioni e manomissioni. I contenuti sono frutto di una ricerca personale, proprietà intellettuale la cui riproduzione è riservata. Le parti di quest’opera si possono riprendere e citare solo senza omettere l’autore e la fonte. © 2021 Antonio Zoppetti – Proprietà riservata.

Buone vacanze a tutti.

Introduzione

I forestierismi crudi hanno la fama di essere mono-significato: l’abat-jour è un tipo di lampada da comodino, il sombrero un tipo di cappello, e in linea di massima un bunker tedesco, un bonsai giapponese, una favela brasiliana, un wok cinese o uno zar russo designano qualcosa di preciso. Ma poiché la lingua è metafora, può capitare che, in senso lato, una matriosca passi a indicare un incastro più generale che travalica quello delle bambole. Questi usi figurati, però, sono piuttosto rari persino tra i francesismi che costituiscono un’eredità lessicale molto ampia. Gli anglicismi che si allargano e si diramano in una matriosca di accezioni, al contrario, sono numerosi e in forte aumento. Il loro uso metaforico non è solo una possibilità espressiva che appartiene alla creatività di un singolo parlante, spesso si è ormai codificata. E così il boomerang non è solo un “prestito di necessità” per un oggetto nuovo di cui non si è voluto adattare o reinventare il nome, è anche un qualcosa che torna indietro (“Il boomerang della politica dei dazi di Trump”), come il round del pugilato per estensione abbraccia una qualunque fase dialettica, di un incontro politico, un dibattito, una trattativa

In alcuni casi, questo percorso lessicale comincia con l’importazione di una parola dall’accezione tecnica o di ambito, ma poi il suo uso si allarga e si porta dietro il significato in inglese più esteso, come gli optional che non sono più solo gli accessori non inclusi nei modelli di base che si possono aggiungere con un sovrapprezzo, sono diventati come in inglese qualcosa di non necessario (da option = opzione), in senso lato sono un di più (la cortesia è un optional). E il surfing non è più solo uno sport acquatico, è anche il navigare in Rete, e la metafora dei surfer oggi è anche più frequente dell’accezione letterale.

Gli usi figurati

Le accezioni derivate dall’uso estensivo di un’espressione tecnica sono davvero tante. L’esempio da manuale è quello del dribbling calcistico. Quando un giornalista scrive che l’intervistato dribbla le sue domande, la metafora si riversa nel linguaggio comune con questo significato più ampio, esattamente come un assist, un passaggio vincente nei giochi a squadre, si trasforma in un qualsiasi aiuto determinante. Il benchmark, il parametro di riferimento del linguaggio finanziario, nel linguaggio comune diventa un sinonimo di punto di riferimento o pietra di paragone; un feedback, che in biologia è una retroazione, in senso tecnico può essere un segnale di ritorno, e nel linguaggio comune diventa un’espressione che sempre più spesso ha la meglio su un semplice riscontro, cioè un cenno di conferma (aspetto il tuo feedback). L’impriting utilizzato da Lorenz per descrivere il condizionamento irreversibile delle papere che alla nascita identificano con la madre la prima figura che vedono (traduzione in inglese del termine tedesco Prägung) diventa un’impronta o una caratteristica più generale (il cuoco lascia il suo imprinting in ogni piatto; l’imprinting culturale lasciato dal liceo classico), e questi significati si sovrappongono a tecnicismi che anche in inglese si appoggiano alle metafore, e per esempio l’imprinting è anche una tecnica di colorazione di un disegno sui capelli da parte di un parrucchiere, che poi passa a designare anche la decorazione stessa così come un timbro è allo stesso tempo la matrice ma anche il disegno che lascia.

Gli slittamenti di significato avvengono a volte per metonimia, per cui un cocktail non è solo una miscela alcolica, si può andare a un cocktail nello stesso modo in cui ci si si può fare un drink e avere un invito per un drink che diventa così un party, mentre uno shot non è solo un bicchiere, il cicchetto, come in italiano passa a indicare anche il contenuto e farsi uno shottino indica il bere un bicchierino tutto d’un fiato. E così un takeaway è sia il pranzo d’asporto sia il servizio offerto dai locali sia i locali stessi (un locale takeway), un remainder (lett. rimanenza di magazzino) è un libro scontato, ma indica anche le librerie specializzate nella vendita di questi libri, la security può indicare il personale addetto alla sicurezza (chiamare la security) oppure può designare un sistema di sicurezza di una banca o di un edificio, e anche la sicurezza informatica, un topless è il costume da bagno femminile e anche la pratica di prendere il sole a seno nudo, e un editor è un revisore editoriale, ma in informatica è invece un programma di scrittura o di lavorazione editoriale.

Attraverso questi e altri meccanismi, le espressioni inglesi sono sempre più polivalenti.

Tra gli anglicismi che hanno almeno tre accezioni ci sono per esempio il poker che è un gioco di azzardo, ma è anche il punto che si fa con quattro carte uguali, e in senso figurato può indicare un quartetto (un poker di vittorie). Che cos’è un mixer? Lo strumento per il missaggio della musica, il miscelatore graduato per le bevande, oppure un frullatore. Un ticket è un biglietto, ma può essere anche una tassa sanitaria, o un buono pasto che nel linguaggio aziendale nasce dalla decurtazione dei ticket restaurant (in realtà un marchio francese). Un boiler è uno scaldabagno ma anche un bollitore (o scaldacqua), magari elettrico.

Diversi significati a seconda dell’ambito

Spesso queste differenti accezioni di una stessa parola non sono il risultato di un uso metaforico di un tecnicismo, ma derivano dal fatto che importiamo dall’inglese così tante parole che alcune ci arrivano direttamente da ambiti diversi dell’inglese.
Lo screening in medicina è un programma di prevenzione, ma nell’ambito del lavoro è una ricerca dei candidati. La palette è la tavolozza dei colori di un programma informatico, e in cosmesi è una confezione di trucchi con le loro sfumature. Una cover non è solo una copertina di una rivista o di prodotto discografico, in ambito musicale indica un rifacimento di un brano di successo e riferita ai cellulari indica la custodia rimovibile; il pickup è un furgoncino ma anche il trasduttore che converte i suoni meccanici in impulsi elettrici inviati all’amplificatore della chitarra elettrica; il crash, di etimo onomatopeico e fumettistico, in economia diventa il crollo in Borsa e in informatica il blocco di un sistema e l’impallarsi di un programma; il crack è una violazione informatica, un fallimento in ambito finanziario, il suono onomatopeico di qualcosa che si spezza e anche una droga. Un driver è un programma per le periferiche, ma nell’ippica è il fantino, e in senso lato a volte viene usato anche per indicare un guidatore, un autista, come in Taxi driver.

Sempre più anglicismi hanno dunque i loro significati differenziati a seconda degli ambiti. Lo start che nei dispositivi elettronici è il tasto di avvio, in informatica diventa la funzione di avvio, nel cinema è il primo fotogramma di un film, nel linguaggio sportivo è la partenza, il via, ma anche la linea di partenza e il segnale di partenza, dunque anche lo sparo.

Ghost, fantasma, nell’editoria è uno scrittore invisibile (abbr. di ghost writer) che scrive a nome di un altro, e nel gergo fa un lavoro di ghosting. Ma tra i neologismi di recente registrazione nei dizionari c’è anche un altro ghosting che indica l’atteggiamento di chi sparisce improvvisamente da una relazione, senza farsi trovare e senza dare spiegazioni. Tutto ciò deriva dal fatto che la radice ghost, resa popolare da un celebre film, anche se non è registrata dai dizionari è nella disponibilità di molti, e circola appunto in molti derivati (i ghostbuster, a proposito di cinema). Lo stesso si può dire di shop: il derivato shopper è un sacchetto della spesa, ma in Rete circola sempre di più anche con il significato di acquirente, cliente. E così un hotspot (lett. punto caldo) è un centro di identificazione e di accoglienza per immigrati ma anche un punto di accesso gratuito alla Rete; uno short (abbr. di short film, picture o subject) è un cortometraggio spesso pubblicitario (short pubblicitario), ma nel linguaggio della moda o dell’abbigliamento gli short sono pantaloncini corti (più spesso al plurale shorts).

Questi sono solo alcuni esempi, ma l’elenco di questi anglicismi che assumono diverse valenze di settore è davvero lungo e costituisce un record tra i forestierismi, cioè un primato, che però in informatica è un tecnicismo che designa un’unità di archiviazione.

In altri casi la polivalenza degli inglesismi deriva dal loro diventare parole ombrello che vanno bene per ogni occasione e per tutte le stagioni. La location è uscita dal suo ambito cinematografico di ambiente, reale o artificiale, dove girare una scena e si è trasformata in un posto qualsiasi, la location di un ristorante intesa come ambiente, arredamento, ma anche posizione (per esempio una terrazza sul mare). Allo stesso modo un restyling può essere il rifacimento di un palazzo, la riprogettazione di un sito, la nuova versione di un’automobile, il rimodellamento di un logotipo, la revisione strutturale di un’impresa, il ritocchino chirurgico che si fa dall’estetista… Un partner può essere un alleato commerciale, un amico, un compagno, un marito, un fidanzato, un convivente (senza distinzione di genere).

Un altro moltiplicatore delle accezioni delle parole inglesi è da rintracciare nell’uso di una stessa parola sia come sostantivo sia come aggettivo, per cui si può avere uno shock o leggere una notizia shock, cioè sconvolgente, come c’è il mondo del fetish o del fashion, cioè del feticismo e della moda, ma anche gli abiti fashion e fetish, e il settore del green, cioè dell’ecologia, implica fare scelte green, cioè ecologiche (ma green è anche il campo da golf, che a sua volta è uno sport ma indica impropriamente anche un maglione). Un dirigente o un uomo d’affari può essere un executive e possedere una valigetta executive, cioè aziendale (per es. una ventiquattrore), e spostarsi su un jet executive, cioè un aereo privato dirigenziale, di rappresentanza.

Nel caso di relax questa duplice valenza coinvolge il sostantivo (ho bisogno di un po’ relax) e persino un verbo, quando è usato al posto di rilassati!

Collocazioni e locuzioni

In altri casi i diversi significati di uno stesso anglicismo si combinano all’interno di locuzioni con le loro precise collocazioni, per esempio full che nel poker corrisponde a una combinazione di un tris e una coppia, circola poi nel suo significato letterale di pieno, totale in molte locuzioni inglesi come full immersion, full screen, full-time, full text, full contact… Ma spesso queste locuzioni sono formate anche dalla combinazione con parole italiane, e dunque il default nel linguaggio economico è una bancarotta, un fallimento, ma in informatica l’espressione di default designa le impostazioni di sistema, di base, automatiche. Un corner è un calcio d’angolo, circola nell’espressione idiomatica salvarsi in corner (per il rotto della cuffia, per un pelo, per un soffio), ma nel linguaggio promozionale è un angolo nel senso di un padiglione, un espositore posto all’interno di un grande magazzino dove viene venduto o promosso un prodotto o un marchio. La compliance in medicina corrisponde alla capacità di adeguamento del volume di un organo davanti alla pressione (per esempio la capacità di dilatazione dei polmoni), in senso lato può essere un adeguamento, un’ottemperanza o disponibilità a collaborare, ma nel linguaggio economico c’è la compliance normativa (a regole o consuetudini) e in quello tributario la compliance fiscale, che può diventare un adempimento spontaneo del contribuente agli obblighi fiscali spesso sollecitato dall’Agenzia delle Entrate in un’ottica collaborativa, e in altri casi è un accordo preventivo tra contribuenti e il fisco che permette la correzione di eventuali errori o omissioni nella dichiarazione; il football è il gioco del calcio (o del pallone), ma il football americano è la variante americana più violenta e coreografica del rugby inglese. Il dumping è la politica di ribasso dei prezzi delle merci esportate (rispetto al mercato interno) per conquistare i mercati esteri, dunque un’esportazione sottocosto, ma anche una concorrenza sleale. Il dumping sociale indica invece l’inosservanza dei diritti dei lavoratori, del rispetto dell’ambiente, delle leggi sulla sicurezza e simili pratiche illecite che consentono di abbassare i costi, dunque il non rispetto delle regole e un sistema di produzione selvaggio per ottenere un maggior profitto. Un pool indica un gruppo di persone, una squadra che lavora per un unico scopo (pool antimafia o di ricercatori) o una cordata (pool del petrolio), ma in biologia il pool genetico è il corredo genetico.

Anglicismi omografi

Ci sono anche altri tipi di “doppioni” inglesi che non nascono dalle accezioni che arrivano da una stessa parola, bensì dal “prendere in prestito” parole omografe, che hanno un diverso etimo. Una persona down (dal nome del medico che ha studiato questa sindrome) non ha nulla a che vedere con un’espressione come “mi sento un po’ down” e cioè un po’ giù, sottotono (lett. sotto). I boxer sono cani simili al mastino (nome di origine tedesca adottato in inglese), ma sono anche le mutande a calzoncino come quelle dei pugili. Un cracker è una galletta salata o un criminale informatico, c’è il pin del cellulare (sigla di Personal Identification Number) ma anche la spilletta con le immagini di personaggi famosi (che ha a che fare con le pin-up); lo scotch (lett. scozzese) è un whisky e il nastro adesivo per antonomasia (originariamente un marchio registrato), il kiwi è il frutto dell’actinidia e un uccello (in italiano atterige), il cutter è un taglierino o un elettrodomestico sminuzzatore, ma nel linguaggio marinaresco è un piccolo veliero. Il jack è un fante nelle carte francesi e uno spinotto nel linguaggio tecnico.
A volte questi omografi assumono un genere diverso, e la zip è una cerniera lampo, mentre lo zip è un documento digitale compresso; la spider è una decappottabile (che si trasforma in maschile nel diminutivo spiderino) ma lo spider nel linguaggio della Rete è un programma di navigazione automatica; lo strip è uno spogliarello, abbreviazione di striptease (e c’è anche lo strip poker), e le strip sono le strisce a fumetti.
In alcuni casi ci sono doppioni non omofoni, che vengono pronunciati diversamente, per esempio i biscotti wafer che abbiamo importato per via scritta e leggiamo all’italiana (come il water), mentre i wafer delle casse dello stereo si dicono all’inglese (come la water polo, cioè la pallanuoto), così come quando Jumbo era solo un elefante del circo Barnum lo dicevamo con la “u” (come l’elefantino Dumbo), ma quando è arrivato l’aereo lo abbiamo pronunciato con la “a”, come abbreviazione di jumbo jet.

Decurtazioni all’italiana e pseudo-anglicismi

Alcuni di questi doppioni hanno proprio a che fare con il nostro vezzo di decurtare le parole inglesi e generano omonimie che non ci sarebbero: il cross, decurtazione di motocross, si sovrappone così al cross che nel calcio è un traversone e nel tennis un colpo diagonale, mentre una clip, abbreviazione di videoclip, si confonde con un fermaglio a molla o a scatto per fermare i fogli oppure gli orecchini, che vengono poi detti in senso lato anche loro semplicemente clip; il pony è un cavallo nano ma anche la decurtazione di pony express (un corriere che cavalca la metafora dell’andare a cavallo proprio come i rider, nell’era del delivey); un account è un conto o un profilo in Rete ma anche un venditore, anche si si dovrebbe dire account executive; i roller sono penne a sfera dall’inchiostro scorrevole ma anche l’abbreviazione dei pattini rollerblade; l’economy sostituisce l’economia in sempre più espressioni (new economy, net economy, gig economy, green economy, blue economy) ma è anche una tariffa economica di treni e aerei (al posto di economy class); gli spot (abbr. di spot advertisement) sono annunci pubblicitari e anche faretti per l’illuminazione di interni (abbr. di spotlight = faro orientabile, in italiano occhio di bue o riflettore lenticolare) e persino le macchie che hanno a che fare con la metrorragia e le perdite premestruali denominate spotting.

Talvolta i doppioni non nascono solo dall’accorciamento all’italiana, ma anche da un significato tutto nostro che differisce da quello inglese, e sono dunque pseudo-anglicismi; il dressing, che abbiamo mutuato dalla radice di to dress (come dalla radice foot abbiamo ricavato il footing, per l’intermediazione del francese) viene spesso usato nell’ambito della moda per indicare il modo di vestire, ma in inglese si dice clothing e il dressing è solo un condimento dell’insalata, che comunque è riportato tra gli anglicismi dei dizionari italiani anche con questo secondo significato.

Gli pseudo-anglicismi che convivono con gli anglicismi più ortodossi sono tanti. Book (libro) si trova in composti come e-book, instant book, guest book… ma viene usato impropriamente anche come sinonimo di portafoglio fotografico (in inglese portfolio) cioè cartella, presentazione, campionario. Bomber (bombardiere) nel gergo dell’abbigliamento (come abbreviazione di bomber jacket) indica il giubbotto da aviatore, ma nel linguaggio calcistico si trasforma in cannoniere (e nel pugilato in picchiatore). Allo stesso modo mister non significa più solo signor, come equivalente maschile di miss è il vincitore di una sfilata di bellezza o di culturismo, e nel linguaggio calcistico si carica di un significato estraneo all’inglese per indicare l’allenatore di una squadra. Tra questo genere di parole una delle più ramificate è box, che significa scatola o contenitore, ma è anche uno spazio ristretto ricavato nell’ambiente che lo contiene, quindi un compartimento o reparto. In una pagina può esprimere un riquadro (un box di testo), c’è poi il box doccia (la cabina doccia), in altri contesti è un recinto per gli animali o una stalla (il box dei cavalli), nei circuiti automobilistici è un posto di rifornimento e impropriamente – ma ormai largamente diffuso soprattutto nel Nord Italia – può essere un posto macchina al coperto.

Doppioni, triploni e quadruploni

La moltiplicazione dei significati e delle accezioni delle parole inglesi che deriva da omografi, usi figurati, significati nei diversi ambiti e pseudo-anglicismi non è sempre separabile in modo netto. Talvolta questi meccanismi si sommano e si sovrappongono e il risultato è una diramazione molto ampia. “I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni” scriveva Gadda riferendosi alla ricchezza della sinonimia e dei registri dell’italiano, ma oggi sembra valere anche per il ricorso all’inglese.

Un esempio di triplone misto è slot (lett. fessura): in informatica è l’alloggio che nei calcolatori permette l’inserimento di schede aggiuntive, dunque una porta. Viene usato però anche come decurtazione di slot machine, mentre un terzo significato è in locuzioni come slot di tempo, cioè una finestra o un lasso di temporale. Tra gli altri “triploni” c’è set che può indicare una serie, un completo (un set di pentole, un assortimento di valigie o un corredo di lenzuola), ma nel linguaggio cinematografico e televisivo è il teatro di posa, mentre nel tennis o ping-pong è ognuna delle partite che compongono un incontro. Lo spoiler nel linguaggio televisivo o cinematografico è l’anticipazione o lo spifferare un finale che ne rovina i colpi di scena, ma prima di questo recente significato era solo l’alettone o il deflettore nelle automobili e in aeronautica era il diruttore o disruttore, cioè un elemento aerodinamico dell’ala.
Un quadriplone è rappresentato da una parola come convention che letteralmente indica l’assemblea dei delegati di un partito per eleggere il candidato alla presidenza degli Usa; per esteso si usa per un qualsiasi congresso, raduno, incontro, vertice, conferenza, ma nel mondo del lavoro e del commercio indica un convegno di lavoro per stabilire gli obiettivi da raggiungere, e nel linguaggio commerciale può essere anche una riunione dei venditori.

Stop ha almeno cinque significati. Indica l’obbligo di arresto nella segnaletica stradale e i cartelli stessi; può essere il fanalino o la luce (di colore rosso) che segnala la frenata degli autoveicoli; è il tasto di interruzione del funzionamento di apparecchi e dispositivi, e in generale ogni comando che equivale a fermarsi (intimare lo stop); ma è anche un’interiezione che significa basta, fermati, ed è persino un tassello o vite a espansione. Anche master può indicare un corso di specializzazione o di perfezionamento (e anche il titolo, l’attestato); nel linguaggio sportivo corrisponde a un torneo dei campioni (specialmente nel tennis e nel golf) dove sono ammessi a partecipare solo i migliori giocatori del mondo; in informatica è la matrice (da cui masterizzare), l’originale dalla quale si ottengono le repliche per esempio di un cd o di un altro supporto; nei giochi di ruolo è il capogioco, cioè chi coordina i partecipanti che assumono i propri ruoli e nell’ambito del porno e del bondaggio è il padrone, cioè la figura maschile dominante che detta le regole di una relazione di sottomissione.
Ring di significati ne ha almeno sei: 1) nel pugilato è il quadrato, e in senso lato salire sul ring equivale a disputare un incontro, mentre abbandonare il ring significa ritirarsi dal pugilato, appendere i guantoni al chiodo; 2) nell’ippica è il recinto dell’ippodromo dove sfilano i cavalli dopo la gara; 3) come abbreviazione di ring road, è anche una “strada ad anello”, cioè una circonvallazione, un raccordo anulare, o una tangenziale cittadina (anche se propriamente non si tratta di un anglicismo, ma di un termine di derivazione dal tedesco); 4) si usa anche per indicare una pista automobilistica, un circuito per gare motoristiche; 5) nel linguaggio economico indica un accordo o un cartello di oligopolio fra imprese con lo scopo di sottrarre il prodotto dal mercato e farne alzare il prezzo; 6) nell’industria tessile è un tecnicismo che indica il filatoio ad anello.

Conclusioni

Non mi pare che la polivalenza dei forestierismi sia stata oggetto di molte analisi, ma mi sembra che ci sia un’enorme differenza tra il caso degli anglicismi e quello dei “prestiti” da altre lingue, dove non ho riscontrato questo fenomeno. Guardare l’interferenza dell’inglese da questo punto di vista conferma l’impressione che non abbiamo più a che fare con un fenomeno che si può etichettare attraverso le categorie del prestito; l’inglese assomiglia di più a un trapianto di radici e di parole che stanno prendendo vita autonoma e che si stanno allargando nel nostro lessico anche attraverso numerose ibridazioni che non si vedono tra gli altri forestierismi (cfr. Antonio Zoppetti, “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione”, portale Treccani, 21 giugno 2019). Questo dipende sicuramente dalla sproporzione numerica (cfr. Antonio Zoppetti, “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”, portale Treccani, l7 luglio 2019), ma è un segnale che rivela anche tutta la profondità con cui gli anglicismi si ancorano nel nostro lessico.

La loro polivalenza è un dato nuovo, tra i circa 1.700 anglicismi registrati nel 1990 dal Devoto Oli si riscontrava raramente, erano spesso tecnicismi mono-significato; tra i circa 4.000 annoverati dallo stesso dizionario nel 2020 spicca invece questa moltiplicazione dei loro significati che va di pari passo con l’essere sempre meno parole di settore e sempre più utilizzate nel linguaggio comune.

Per quantificare il fenomeno, su un campione che ho analizzato di poco più di 3.700 parole inglesi che circolano nell’italiano con una certa stabilità (cfr. Dizionario AAA – Alternative Agli Anglicismi) ho contato almeno 200 lemmi che possiedono più di un significato, ma se si considerano anche le accezioni che derivano dagli usi figurati sono molte di più, e credo che complessivamente generino ben più di 500 accezioni e definizioni diverse.

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L’italiano non è resiliente (ed è poco proattivo)

Riparto dalla chiusa dell’ultimo articolo (“La sovralingua del green pass”), e cioè dal fastidio e dall’ostilità che generalmente suscitano le parole nuove, visto che come scriveva Leopardi non siamo abituati a sentirle. Un’idiosincrasia che però non si riscontra quando i neologismi sono in inglese crudo.

Questa accettazione priva di resistenze per il lessico del nuovismo espresso in inglese è spesso accompagnata dal rifiuto per una nuova parola corrispondente italiana, ed è soprattutto la combinazione di questo duplice sentimento (in inglese è bello, in italiano è brutto) a favorire la neolingua chiamata itanglese.

La traduzione letterale è poco in voga, ma è anche difficile che l’italiano riesca a generare neologismi alternativi all’inglese, e quando succede di solito non hanno grande successo, come nel caso di apericena (che molti considerano un “brutto” vocabolo) al posto di happy hour.

Gli adattamenti sono ancora più rari e disusati, dallo scevà che va tanto di moda (sono uno dei pochi che lo scrive in italiano) che per tutti è schwa (poco importa che sia parola ebraica, ci arriva dal dibattito d’oltreoceano), al luminolo, il composto chimico che rivela la presenza di sangue sui luoghi del delitto, e che tutti chiamano luminol.

C’è poi un’altra strategia che nelle lingue sane argina i forestierismi: l’allargamento di significato delle parole già esistenti – la risemantizzazione – che da noi ha poco successo. O meglio, è diffusa ma è a senso unico: realizzare qualcosa si amplia e diventa non più solo costruire ma comprendere; intrigare passa dal compiere intrighi a indicare qualcosa che ci attira; salvare diventa memorizzare (save the date)… parole come queste assumono nuovi significati per interferenza dell’inglese, ma viceversa difficilmente una parola italiana si amplia per sostituire un anglicismo in circolazione. E infatti ci sono schiere di anglomani pronte a perorare la necessità e l’intraducibilità di parole come selfie (autoscatto non va bene) o caregiver, cioè l’assistente familiare, che sostengono che non si possa rendere con badante, in quanto quest’ultimo lo farebbe a pagamento, al contrario del caregiver. Dove sta scritto che il participio presente di badare abbia a che fare con l’essere pagati? Da nessuna parte, naturalmente. Il significato (colui che bada) viene cancellato in nome di un uso, molto recente, che non si capisce perché non possa essere esteso. La retorica dell’uso farebbe di questa parola qualcosa di immutabile, alla faccia del suo significato secolare. Dove sta scritto poi che caregiver è slegato dall’essere una professione pagata? Da nessuna parte, ancora una volta. In inglese non c’è, gliela attribuiamo noi italioti questa accezione, perché quando importiamo una parola inglese, ridefiniamo tutta l’area semantica delle parole vicine (come aveva notato Roberto Gusmani, Saggi sull’interferenza linguistica, seconda edizione accresciuta, Le Lettere, 1993) e le attribuiamo una nostra valenza assente nella lingua di origine.

In quest’ultimo processo c’è un meccanismo che mi pare poco indagato, e che porta a un restringimento dei significati storici dell’italiano (il contrario dell’allargamento), che in questo modo regrediscono in una ridefinizione delle cose attraverso le categorie della lingua inglese che fanno tabula rasa della nostra storia – e della nostra intelligenza – in una reinvenzione dell’acqua calda presentata come una sorprendente novità. Per esempio con il concetto di resilienza.

Resilienza e proattività

La parola resilienza non è nuova, ma in passato era usata in ambito tecnico ed era di bassissimo uso, prima che nel nuovo Millennio esplodesse con grande fortuna nel suo uso metaforico omnicomprensivo, proprio per interferenza dell’inglese. Il suo essere un neologismo (e dunque il suo creare un vespaio di oppositori e adulatori) è nella sua popolarità e frequenza.

In queste ridefinizioni, per evidenziare la presunta novità introdotta da un nuovo concetto, si compie di solito il giochetto di negare i significati storici, di far sparire e ridimensionare ciò che già c’era, per dare spazio alle pseudo-novità. Lo schema è quello di inventarsi una differenza che giustifichi la necessità della nuova parola-concetto. In questo tranello ci cade persino la Crusca quando, con un inno all’elasticità, scrive: “Resilienza non è quindi un sinonimo di resistenza: il materiale resiliente non si oppone o contrasta l’urto finché non si spezza, ma lo ammortizza e lo assorbe, in virtù delle proprietà elastiche della propria struttura.”

Mentre l’analisi e la storia di resilienza e resiliente dell’articolo sul sito della Crusca è ineccepibile, lo stesso non si può dire dell’analisi di resistenza e resistente, che non sono affatto slegati dal concetto di elasticità come si vuol far credere. Non c’è bisogno di consultare le tante pagine del Grande Dizionario Battaglia, in proposito. Basta pensare a un tessuto resistente, che ha proprio la proprietà di assorbire senza lacerarsi o senza deformarsi. Identificare la resistenza con la rigidità è semplicemente errato. Resistenza ha tante accezioni e include anche la resilienza, rendendola un concetto piuttosto vuoto soprattutto quando diventa una supercazzola da usare in senso figurato per esaltare l’importanza di essere flessibili. La resilienza si ritrova nella massima latina del fuscello che si piega ma non si spezza davanti alla quercia, forte e rigida, che però è soggetta a un punto di rottura (mi spezzo ma non mi piego). Dov’è la novità? Sono entrambe capacità di resistere. La novità è che si passa dal mi piego ma non mi spezzo a mi spezzo ma non mi spiego, facendo credere che l’unica accezione di resistenza sia quella della quercia.

Altrettanto insensato è lasciare intendere che la flessibilità sia qualcosa di nuovo e straordinario. Tutto ciò ci arriva dall’uso figurato di concetti che arrivano dalla medicina, dalla psicologia o dal marketing di testi angloamericani.

Non entro nella diatriba poco sensata delle parole belle o brutte, dei detrattori della parola resilienza, o degli adulatori venditori di fumo che ne esaltano la portata rivoluzionaria. Si può usare la parola che si preferisce, in un’epoca in cui la cooperazione è diventata sinergia. Tutto va bene, siamo di fronte a parole italiane, in fin dei conti. Voglio solo riflettere sul fatto che sotto certi cambiamenti linguistici non ci sono delle novità concettuali, ma delle ridefinizioni che importiamo perché stiamo solo ripetendo in modo acritico ciò che arriva da un modello culturale dominante che non sappiamo che scimmiottare.

Un percorso analogo è quello della parola proattivo (sul modello di proactive), dove quel pro sta per prima, davanti, e il neologismo indica la capacità di prevenire e anticipare gli effetti negativi. E la stucchevole retorica dell’importanza dell’essere proattivi che trasuda dal linguaggio aziendale è un’altra bufala del lessico del nuovismo che ci vende come chissà quale innovazione una strategia basata sull’importanza degli atteggiamenti proattivi che sono semplicemente preventivi.

Purtroppo, il più delle volte queste ridefinizioni concettuali si fanno direttamente con parole inglesi. Il pappagallo italiano non è più il molestatore delle belle ragazze che passeggiano per la via, quello si dice ormai catcalling. Il pappagallo italiano del nuovo Millennio è l’intellettuale, il giornalista, l’imprenditore, il politico, lo scienziato, il tecnocrate, l’insegnante… che non sa fare altro che ripetere le categorie d’oltreoceano facendo credere che siano novità, perché ha smarrito la propria cultura e le proprie radici, prima che la propria lingua.

In questo modo introduce direttamente in inglese ciò che non è più in grado di esprimere in italiano, come nel caso dello speed mentoring, del role model, del chunking, e di tutta una serie di anglicismi che rappresentano una nuova cultura che fiorisce sull’ignoranza di un italiano che sembra essere sempre meno resiliente e proattivo.

Pet, cani e giornalisti

Fino ai primi anni del Duemila PET era solo un anglicismo che indicava la Tomografia a Emissione di Positroni, poiché noi importiamo le sigle non secondo l’ordine delle nostre parole – come fanno i francesi che la chiamano TEP – bensì secondo quello inglese (Positron Emission Tomography). Ma la lingua evolve, e oggi i pet sono gli animali domestici, da compagnia, quelli che un tempo erano i cani e gatti.

Pet therapy

Tutto ha avuto inizio con la pet therapy, che ha preso piede intorno al 1998. In italiano sarebbe zooterapia, ma quasi nessuno la chiama così, perché le alternative italiane non circolano. La pratica è diventata di moda, e ormai si è affermata a questo modo. Sui giornali e tra gli specialisti c’è solo il martellamento dell’inglese.

In un titolo di qualche giorno fa sulla rivista Dica33 si legge: «La pet therapy fa bene. Intervista ad Aldo La Spina». L’articolo spiega che «anche solo guardare e accarezzare un “pet” riduce la pressione sanguigna, rasserena e rilassa, distrae e conforta». Di titoli del genere ce ne sono centinaia, tra i più recenti si spazia da la RepubblicaPet therapy all’ospedale Meyer, contro l’ansia da vaccino») a riviste di settore come Cavallo Magazine (da notare il magazine, a proposito di anglicizzazione): «Bologna, tentata truffa: provano a portare via i cavalli da pet therapy». Il pezzo si apre con “Shock a Bologna, tre individui si presentano al maneggio di una cooperativa sociale pretendendo di aver acquistato tre cavalli: ma non era vero» , e si scopre che tutto è successo alla cooperativa sociale di quella città che ha pensato bene di chiamarsi “Il Paddock” (una scelta originale quella di puntare sull’inglese per la denominazione!). E ancora, sul Resto del Carlino (che non ha a che fare con l’omonimo cane-pet carlino) si legge: «“Be Open minded” La pet terapia modello da esportare». A dire il vero, più che esportare non facciamo che importare, a quanto pare.

Un anglicismo tira l’altro

Subito dopo l’importazione della pet therapy è arrivata quella del pet friendly.
Inizialmente si sono chiamati così per esempio gli alberghi attrezzati per ospitare cani e gatti, e ancora una volta tutto è esploso al punto che oggi ci sono elenchi ufficiali di spiagge pet friendly (o anche dog friendly, l’importante è non usare le parole italiane) mentre l’ANSA riferisce che «A Bologna i musei diventano ‘pet friendly‘. Dal MamBo al Morandi, itinerari ad hoc e servizio dog-sitting». La possibilità di andare al museo con il cane, o di parcheggiarlo nelle apposite aree sotto la custodia di un dog sitter è stata possibile grazie al servizio di dog-sitting Dogs & Museum, ideato da Bauadvisor!

L’inglese in vetrina, l’italiano nel museo

E così l’inglese viene messo in vetrina, e nei musei ci si vuole mettere l’italiano; e infatti i negozi per animali sono diventati pet shop, e più recentemente pet store, mentre il cibo per animali è diventato pet food. Inutile dire che ciò è possibile perché a loro volta anche i negozi sono sempre più shop e store, e il settore dell’alimentazione è ormai quello del → food, in un allargamento dell’inglese che porta alla sostituzione delle nostre parole in modo sempre più preoccupante.

Nel giro di pochi anni pet è esploso, è diventato la categoria per etichettare il settore che compare anche sui giornali: «Pet, la pandemia non ferma la crescita», il “mercato italiano del pet food”nel 2020 è cresciuto, «le vendite nei principali canali di distribuzione, ovvero Grocery, Petshop tradizionali e Catene Petshop, hanno raggiunto i 2.257 milioni di euro per un totale di 626.600 tonnellate di alimenti venduti, facendo così registrare un incremento rispettivamente del 4,2% e del 2% sul 2019.» E come si legge su Liguria Business Journal (nome tipicamente ligure) «Arcaplanet, la catena leader del pet care in Italia – un’azienda che ha sede a Carasco – inaugura nove Pet store in cinque regioni». A Molfetta non sono da meno, come riporta MolfettaLive: «Joe Zampetti inaugura un pet store a Molfetta», l’undicesimo punto vendita dedicato al “pet care”.

Questi dati sono confermati anche da Help Consumatori (aiuto forse non arriva immediato al consumatore), e non riguardano solo il settore del Pet Food ma anche quello del Pet Care; in effetti se ci sono i caregiver sarà presto inevitabile parlare forse anche dei carepetter, caredogger e simili… del resto è già nato il sindacato dei pet sitter, che si dimostra attento anche al delicato problema del Family Pet Sitter.

Su questo scenario di crollo dell’italiano, gli animali sono pet. Punto. RomaToday (a proposito di → day ho già ricostruito la storia di come anche questo anglicismo è esploso diventando prolifico) usa questa parola invece di parlare – più volgarmente – di cani: «Joy, Janis e Fucur: i pet che aspettano di essere adottati a Roma» (da notare che anche i nomi dei cani sono preferibili in inglese, altro che Fido!). Un po’ più a Sud c’è BariToday, e anche lì non si parla più di cani: «I pet da adottare presso il canile comunale di Bari». Un po’ più a Nord, Trentotoday riferisce: «Pet, ora il veterinario può prescrivere il farmaco equivalente umano: notevoli risparmi».

Su Il Giorno possiamo scoprire come proteggere i nostri cani dalle piante velenose come l’oleandro o il tasso («Tuteliamo i nostri pet anche dai nemici ‘verdi’»); su Qui News Firenze leggiamo «L’armadietto dei farmaci? Si condivide col pet» e su BricoMagazine: «Come esporre il mondo Pet: una guida pratica» e cioè alcune «semplici indicazioni di Visual Merchandising» per «allestire e/o mettere a punto il proprio reparto Pet, shop in shop».
Da riviste il cui nome è fatto solo di news, magazine, day, live… che altro aspettarsi se non la diffusione di pet?
Ma anche quelle tradizionali remano nella stessa direzione.

Su La Stampa del 31 maggio spicca un titolo come «In Cina l’orrore delle Pet Mystery Box: migliaia di cani e gatti morti nei trasporti».

Che cavolo sono le Pet Mystery Box?

Leggendo il pezzo tutto è più chiaro! «Le chiamano Mystery Box e sono delle “scatole misteriose” che si acquistano in Cina senza sapere cosa ci troverai dentro. Si sceglie la categoria, il prezzo e il resto lo si fa fare alla sorte. (…) Fra le categorie in questione ci sono anche cuccioli di cane, gatto, tartaruga, e tantissimi altri animali che purtroppo non sempre arrivano in vita a destinazione.»

Quando ero bambino vendevano le buste a sorpresa. Oggi le chiamano Mystery Box?
Strano, mi son detto. Non avrei mai pensato che i cinesi le chiamassero in inglese. Poi, leggendo di più, ho scoperto che non sono i cinesi a chiamarle così, bensì un gruppo per i diritti degli animali dell’anglomondo. Naturalmente il giornalista non riporta né il nome cinese né la traduzione in italiano, ripete a pappagallo (NdA: i pet alati, colorati e talvolta parlanti) la nomenclatura inglese. Invece di scrivere che in inglese “le chiamano” così, fa sembrare che quel nome sia l’unica espressione possibile con cui battezzare questa pratica orribile. E a questo modo si fanno morire non solo gli animali, ma anche l’italiano.

Dai singoli prestiti a una grammatica generativa

Attraverso questo linguaggio da colonizzati, nel giro di un decennio pet è diventato una categoria superiore, un settore merceologico, la parola nuova per designare cani e gatti restando al passo con i tempi.
Ma non basta. Si può fare molto di più. Come accade con moltissime altre parole si può trasformare in un prefisso generativo che permette di creare infinite espressioni a base pet, anzi, forse si potrebbe dire meglio pet oriented. La nuova tendenza è questa; prima si importa un concetto in inglese e lo si impone (o sovrappone) all’italiano, poi lo si connette alla rete di altri anglicismi che seguono la stessa via, si allargano nel nostro lessico e lo soffocano.

Cosa succede quando un anglicismo diventa una parola di questa portata? Si trascina con sé la tendenza a unirlo a un altro anglicismo, in una distruzione del lessico italiano. E così entrare da qualche parte con il cane si trasforma in pet visiting e l’oroscopo del cane diviene Pet Astrology.

Basta sfogliare i giornali per rendersi conto di cosa sta succedendo.
L’Officiel Italia, sotto la categoria Fashion titola: «Pet Travel di Fendi, gli amici a quattro zampe sono super cool», e l’articolo riferisce della linea di “collari, pettorine, cappottini e travel bag” per gli amici pelosi. La stessa notizia è ripresa da la Repubblica D dove gli amanti dei cani diventano pet loversLa linea firmata dedicata ai pet lovers»); AbruzzoNews annuncia il Pet Pride 2021 di Pescara: kermesse sul mondo animale; RomaToday introduce il concetto di «Pet neonato: tutto quello che bisogna sapere per accoglierlo al meglio», dove la parola cucciolo sembra non esistere! Un paesino di nome Chiusa San Michele, in Valsusa, diventa la Pet Store Valley che lancia «La nuova Linea Pet Green Zoe»; Cose di Casa parla del «Pet festival digitale: con Maxi Zoo (…) per imparare come prendersi cura al meglio dei propri pet»; e in questa manifestazione c’è persino una pet cooking classFestival Maxi Zoo: yoga, pet therapy e una cooking class con gli amici a 4 zampe») in compagnia della Pet Chef Kiki Pelosi.

Si potrebbe concludere con i «Pet influencer, i nuovi fashion blogger a quattro zampe (…). Poser di nascita, occhioni dolci e un guardaroba premium. Chi sono i fashion pet influencer, nuove star dei social che dettano le tendenze.»

In realtà non si conclude affatto. Tra pet therapy, pet friendly, pet food, pet sitter, pet store, pet care, pet travel, pet chef, pet influencer… si arriva al pet + qualunque cosa in inglese. Dunque siamo solo all’inizio.
L’inizio della fine dell’italiano.

Sono “prestiti” questi? Li vogliamo chiamare “doni”?
Sarebbe ora di chiamare le cose con il loro nome: creolizzazione lessicale.

Tra i neologismi della Treccani c’è anche il pet-trainer (2012), cioè un esperto nell’educazione e nella cura di animali domestici. E allora perché non cominciare a parlare di pet coach e pet coaching? E il pet cooking? A quando i pet show, i pet film, i pet toys, i pet hospital, i pet hair style, le pet house…? Chi non ama gli animali avrà presto la possibilità di frequentare le spiagge o gli alberghi pet free?

E accarezzare il proprio cane, o meglio ancora pettinarlo, diventerà il petting?
Potrebbe essere, visto il nuovo italiano del pet journalism.

Massacrare l’italiano e parlare itanglese non significa “stare al passo con i tempi”!

Sono appena tornato da un viaggio di lavoro e ho ancora in testa il martellamento della comunicazione delle Ferrovie dello Stato dove, in tempi di pandemia, i biglietti sono in modalità conctaless, ed è attiva la nuova modalità del self check-in. Come si legge sul sito del Gruppo Fs itanglesi: “consente al viaggiatore di certificare con un click [con la “k”] la propria presenza a bordo, riducendo le verifiche fisiche del ticket da parte del controllore (…). Intelligenza artificiale, digitalizzazione e gestione dei dati sono driver per contenere l’emergenza” e la nuova app di Fs “è ormai pronta per il lancio negli store”.

Sul Frecciarossa mi hanno anche dato un sacchettino chiamato Health & safety kit, cioè una mascherina usa e getta, una lattina di acqua e una bustina di disinfettante. Potrei andare avanti a lungo a illustrare questa nuova comunicazione “al passo con i tempi” unita ai posti di blocco dei gate delle stazioni, tra esercito, polizia, uomini in giallo con la scritta cleaner service sulla tuta che si occupano della pulizia e altri con health service o cose del genere che prendono la temperatura. Tutto ciò lascia l’impressione di vivere in un Paese occupato. Non c’è alcuna polemica sulle misure contro il/la covid che tutti speriamo svanisca presto, sia chiaro. Ma l’occupazione linguistica è ormai innegabile. E non è affatto passeggera.

La cosa più grave è che arriva dalle istituzioni.

Vax manager e screenshot

Sul sito della regione Lombardia, che insieme alle Fs è un altro potente apparato che diffonde l’itanglese, possiamo leggere che “le ATS territoriali hanno individuato un referente vaccinazioni disabili territoriale, il Vax Manager.”

Vax manager? Non ci bastavano i no vax, il vax day… né i covid manager, i covid hospital, i covid pass, il covid free… e il qualunque cosa in inglese + covid!
Le radici inglesi (e pseudoinglesi) si ricombinano in tutti i modi e prendono vita. Questi non sono più prestiti isolati, sono una nuova grammatica generativa che sta stravolgendo la nostra lingua. Le porzioni di Dna linguistico inglesi sono sempre più prolifiche, e questo lessico del nuovismo in itanglese sta uccidendo l’italiano, che non sa più esprimere con le sue parole tutto ciò che è nuovo da almeno vent’anni. Gli anglicismi sono così tanti e si diffondono e allargano così rapidamente che non è più possibile farne una lista.

Carla Crivello mi segnala l’ultima sentenza della Cassazione: sancisce che gli screenshot hanno la stessa valenza documentale della fotografia, per cui la schermata, la cattura dello schermo, il fermo immagine di una chat, la sua fotografia, insomma, costituisce prova legale (Cass. Pen., sez. III, n. 8332/2020). Così screenshot è diventato ormai il nome uniforme e ufficiale delle sentenze. Il che è solo uno degli infiniti esempi di anglicismi anche in questo ambito (tra mobbing, stalking e tanti altri).


Senza un’istituzione che fissi le regole dell’italiano e le alternative all’ingese come nelle banche dati terminologiche e nelle leggi francesi o nelle prescrizioni che esistono nella lingua spagnola non ne usciamo.

Se leggiamo i giornali, la frequenza dell’inglese fa rabbrividire. Se accendiamo la televisione anche. Martedì scorso Giovanni Floris (Di martedì, La7) intervistava un espertone nutrizionista a proposito del comfort food. Il luminare rispondeva con sapienza che cosa significa, e spiegava perché certi alimenti hanno queste caratteristiche appaganti che inducono a non smettere come fosse una fondamentale scoperta degli ultimi tempi (una ciliegia tira l’altra si diceva nello scorso millennio) che evidentemente viene dall’America! A nessuno è venuto nemmeno in mente di dire semplicemente cibo consolatorio. No. Il cibo è ormai food, l’italiano non esiste e c’è solo l’inglese.

Vogliamo parlare della Rete?
In questo momento sto scrivendo un post per il mio blog su WordPress, che mi impone questo linguaggio, e le funzioni dell’interfaccia mi parlano di homepage, link, feedback, layout, widget, plugin


È tutto così. Il mondo in cui siamo immersi è questo e parla questa newlingua dal sapore orwelliano.

Che cosa può fare il cittadino? L’uomo della strada, la casalinga di Voghera… chiamatelo come volete. Non può che imparare dalle parole dell’esperto che sfoggiando l’inglese mostra la sua superiorità. E non può che ripetere le parole del giornalista che dovrebbe fare il divulgatore, ma dice solo comfort food, senza alternative, introducendo una sorta di termine-nome-proprio.
Come avviene con screenshot, con il linguaggio del Fs, con quello della regione Lombardia, dei giornali, della tv, della Rete, e delle merci.

Grow shop e canaperie

Le parole nuove sono inglesi, ma accanto a queste c’è una sostituzione sempre più ampia anche delle parole vecchie, del nostro lessico storico.

Un lettore mi segnala che i negozi di canapa legale e dei suoi derivati si chiamano grow shop.
Pochi sanno che sino ai primi del Novecento l’Italia era il primo produttore mondiale di canapa (secondo alla Russia per quantità, ma non per qualità) e che le distese di canapa si estendevano dall’Emilia sino al Veneto, ma anche al Sud. Con l’eccezione di qualche rimedio analgesico che era piuttosto comune preparare nelle farmacie (cfr. Giorgio Samorini, L’ erba di Carlo Erba, Nautilus Edizioni 1996), il principio psicoattivo della canapa era da noi più o meno sconosciuto, anche perché le varietà italiane avevano una percentuale di thc bassissima. I canapai vivevano su un’economia plurisecolare dove della canapa, come del maiale, non si buttava via niente. Si ricavavano i tessuti, la carta (senza il problema del disboscamento), le gomene delle navi, l’olio per le lampade, i semi erano usati per l’alimentazione del pollame… Pochi sanno che in tempi di autarchia fascista Mussolini creò il consorzio della canapa e nazionalizzò la produzione italiana per contrastare il mercato estero dei tessuti di cotone e juta e che era industrializzato e più conveniente. Intanto le gomene delle navi furono sostituite dai cavi di acciaio, la medicina erboristica fu sconfitta dalla farmacologia chimica. La Bayer a fine Ottocento brevettò e mise sul mercato un paio di farmaci da banco destinati a cambiare la storia. Uno era l’aspirina, l’altro l’eroina. Avete capito bene, sì, l’eroina! Presto fu però ritirata dal mercato per i suoi effetti devastanti e più tardi, negli Usa, dopo il fallimento del proibizionismo degli alcolici, nacque un potente movimento proibizionista contro le droghe e in particolare la marijuana, la droga dei “messicani e dei negri” di cui vennero denunciate le catastrofiche (e false) conseguenze sociali con una campagna mediatica di ampia portata. Circolavano pseudocumentari per le scuole e per i circuiti cinematografici che mostravano scenette come quella di un fratello e una sorella che dopo aver fumato marijuana si abbandonavano all’incesto per poi suicidarsi gettandosi dalla finestra. Per le pressioni americane, l’Onu sarebbe arrivata persino a perseguire esplicitamente l’intento di estirpare la pianta – sì: la pianta non la sostanza che se ne ricavava – dalla faccia della terra; e dietro non c’era solo la retorica fondamentalista del proibizionismo, c’erano anche ben altri interessi economici, visto che l’economia storica della canapa era in competizione con altre economie che riguardavano l’area angloamericana.

Ho divagato, lo so. Ma il punto è che oggi proprio dagli Stati Uniti importiamo una nuova prospettiva che recupera la canapa come prodotto ecologico e sostenibile, e in questa ventata di antiproibizionismo anche della sostanza psicoattiva per usi medici o ricreativi, tutto sembra una novità d’oltreoceano che si esprime con i loro “termini”. Canaperia non viene in mente a nessuno e la secolare storia produttiva dell’Italia è sepolta dall’anglonuovismo e dimenticata. Ma tanto ormai i negozi sono shop e store. E il cerchio si chiude.

Crocheter e knitter, caregiver e delivery…

In Rete e su YouTube si stanno affermando parole come crocheter e knitter per indicare chi lavora a maglia con uncinetto o ferri, e Irene, un’appassionata di queste pratiche, si chiede come si potrebbe dire in italiano.

Nell’italiano storico esiste magliaio/a per indicare chi lavora a maglia, e telarista che era però riferito a chi lavora al telaio. Il lavoro a maglia è antico, e lo è anche lo sferruzzare (verbo che compare abbondantemente nei testi letterari) da cui si può legittimamente ricavare sferruzzatore/trice, perfettamente comprensibile e che ha già una sua presenza. Storicamente lo sferruzzare era legato al “fare la calza” e per indicare le donne che sferruzzavano si parlava anche di “calzettaie”, oggi poco riproponibile. Esisteva anche “agucchiante” derivato da ago/agucchiare (dal diz Battaglia: Negri 2-837: “La donna del popolo agucchiante alla finestra appare come un’umile cosa”) e si usava anche “infilzare” (nel lavoro ai ferri: avviare la maglia, mettere i punti, sferruzzare). Nella nostra lingua ci sono i merletti ma non le merlettatrici e anche cucitore è un vocabolo più ampio, come tessitore. Sembra insomma che non ci sia mai stata l’esigenza di dare un nome alle lavoratrici a maglia, fuori da magliaia, lo stesso significato generico dell’inglese, mi pare, solo che oggi lo importiamo con una restrizione del suo significato come fosse un tecnicismo che indica una cosa ben precisa. Dunque magliaia non va bene. E quando si sente l’esigenza di una parola nuova l’italiano storico si butta, non si recupera.
Se si proponesse la parola infilzatrice si risponderebbe che è ridicola, o troppo generica o poco appropriata; se si proponesse sferruzzatrice l’obiezione potrebbe essere: “Sferruzzare non può essere che con i ferri. Inoltre adottare lo stesso termine creerebbe confusione.” Uncinettatrici? Uncinettole? Inventare parole sembra che non appartenga più alla nostra cultura. Adattare meno che mai. E allora suvvia… Importiamo dall’inglese!

Ma perché? Mi chiedo. Perché l’italiano non può evolvere, estendere il significato del suo lessico in senso lato come è avvenuto per secoli, e perché sferruzzare non si può recuperare, così come navigare oggi non significa tecnicamente solo “andar per mari” ma anche consultare la Rete? Non mi pare che ciò porti alcuna confusione. Da dove nasce l’idiozia che sia necessaria una parola specifica per ogni cosa, quando la lingua è metafora e le parole hanno un significato che non si può slegare dal contesto?

Un’altra lettrice ha rivendicato tutta la differenza tra badante, una professione, e caregiver, l’assistente familiare che bada ai parenti in difficoltà ma non è una figura riconosciuta ufficialmente. Ma perché badante – lett. colui che bada, participio presente di badare – non può estendersi a indicare in senso più ampio anche queste persone? Che cosa c’è di male se dico che faccio da badante ai miei genitori anziani? Dove sta scritto che il campo semantico di badante è solo nel prendersi cura a pagamento?

Certo, nell’uso questa è l’accezione che si è imposta, ma l’uso si cambia e si amplia, la lingua evolve. Perché dovrebbe evolversi solo attraverso l’inglese? E così i caregiver vogliono il loro riconoscimento in inglese, e lo stesso avviene quando nascono i sindacati dei rider o dei pet sitter, in un contesto sociale dove a nessuno viene neppure in mente di trovare parole italiane; e questo li danneggia, perché poi non riescono a far arrivare a tutti le loro legittime richieste, tanto che Zaia – dunque un presidente di regione, non propriamente l’uomo della strada – in una recente uscita televisiva ha definito un caregiver come un autista dei disabili, dando un’interpretazione tutta sua della parola che collegava forse a car, cioè automobile.

Cosa accomuna tutti questi anglicismi?

Sotto il proliferare di ogni singolo anglicismo c’è una mentalità ormai radicata che ci fa considerare l’italiano solo nei suoi significati storici, mentre ciò che è nuovo si deve differenziare attraverso una nomenclatura in inglese. È la logica per cui oggi, se diciamo calcolatore, pensiamo agli apparecchi di una volta, perché quelli moderni si chiamano computer. Eppure in inglese sono ancora computer come quelli di una volta, così come in francese erano e sono ordinateur, e in spagnolo computador. Solo in italiano abbiamo sostituito la parola che usavamo, altrove le parole si evolvono, da noi usarle viene spesso considerato ridicolo.

C’è persino un commentatore che ha osservato che delivery non è come la consegna a domicilio, in quanto ti possono portare la pizza anche in ufficio, non solo dove hai il domicilio!
Ci rendiamo conto del livello che stiamo rasentando?

Perché avviene tutto questo?
La risposta è nel linguaggio delle ferrovie, della Cassazione, della regione Lombardia, della tv, dei giornali, della Rete, della tecnologia, delle merci globalizzate… Stiamo al passo con i tempi! Usiamo l’inglese e massacriamo l’italiano! Facciamolo morire. C’è addirittura chi ha fatto della massima “i termini non si traducono”, la sua (pessima) prassi di lavoro terminologico. Se una parola esiste già, bene, altrimenti la si importa in inglese. Se l’inglese è già in uso, poi, questo uso diventa sacro e insostituibile! L’italiano, in altre parole è morto! La possibilità di creare un neologismo, di adattare o di allargare vecchi di significati e di intervenire sull’uso – come avviene nelle banche dati terminologiche francesi e spagnole – non è nemmeno contemplata.

Davanti alla retorica ipocrita dell’uso “sovrano”, sacro e inviolabile, gli anglomani anglopuristi non raccontano che l’uso non è affatto qualcosa di “democratico” e popolare che che viene dal basso, dalle esigenze dei parlanti, come fanno credere. L’uso che si impone dal basso è di solito bollato come errore, e dunque scrivere “qual’è” con l’apostrofo, o usare “piuttosto che” con il significato di “oppure” invece di “anziché” sono condannati (aggiungo per chiarezza: giustamente!), benché largamente diffusi. Invece l’altro uso, quello dell’inglese imposto dall’alto, dai mezzi di informazione alle istituzioni, viene osannato come tecnico, necessario, internazionale e al passo con i tempi. In questo caso l’uso è sacro. Persino quando a far la lingua non sono più i nativi italiani, ma le multinazionali d’oltreoceano che si espandono e ci impongono le loro parole come follower, snippet, leasing, cheeseburger… Invece, quando si deve intervenire sull’uso per cambiare la storia e introdurre il linguaggio inclusivo, il politicamente corretto (entrambi importati dagli Usa) o la femminilizzazione delle cariche, ecco che educare a parlare nel giusto modo diventa non solo possibile, ma auspicabile e doveroso. Due pesi e due misure che remano in un’unica direzione: importare il pensiero unico che sempre più spesso si esprime in una sola lingua.

La newlingua orwelliana

E nei Paesi anglofoni cosa accade? Pensate che anche loro non traducano i termini stranieri?

Ho appena letto uno studio specialistico sulla traduzione in inglese dei termini giuridici del codice penale italiano e del diritto romano, e le scelte traduttive sono orientate alla lingua del ricevente, mica attente a non profanare la lingua di provenienza. Visto che per loro non esiste il concetto di “ergastolo” non è che lo importano in italiano, non essendo deficienti lo traducono letteralmente con life sentence. La Corte di Cassazione è un organo che non esiste negli ordinamenti di common law, dunque il “ricorso per cassazione” diventa “appeal to the Court of Cassation”, adattato: non dicono certo Cassazione! Ma fuori dalla terminologia, anche l’inglese comune è richissimo di parole estere che però ha fatto sue attraverso l’adattamento (come avviene normalmente nelle lingue sane) a cominciare da quelle italiane. Disegno è diventato design, schizzo sketch, maschera mascara, maneggio ha generato manager, novella novel… mentre noi oggi reimportiamo queste nostre parole con il restyling in inglese. Siamo ormai colonizzati linguisticamente, e il nostro servilismo è sempre più assurdo.

Tra i consigli d’autore sulla scrittura, George Orwell, nel saggio La neolingua della politica (1946), consigliava: “Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o la parola di un gergo speciale se si riesce a trovare un equivalente nella lingua quotidiana” (p. 65). Inoltre, scriveva: “Non c’è davvero bisogno delle centinaia di espressioni straniere ormai di uso comune in inglese” e addirittura tuonava contro le radici latine e greche (p. 37) che suonavano più solenni di quelle anglosassoni.

Gli anglomani, se amano così tanto l’inglese, dovrebbero fare come gli inglesi! Dovrebbero riflettere maggiormente sulla necessità di recuperare la propria lingua, invece di trasformare l’angloamericano nella newlingua che ricorda proprio quella del grande fratello di 1984.

Voglio concludere con una citazione di Orwell tratta dal bel libro appena uscito a cura di Massimo Birattari (La neolingua della politica, Garzanti, Milano 2021, p. 59, grassetto mio):

“…la decadenza della nostra lingua è forse curabile. Coloro che lo negano sosterrebbero, se mai volessero produrre un’argomentazione, che la lingua si limita a riflettere le condizioni sociali presenti, e che non possiamo influenzare il suo sviluppo armeggiando direttamente con parole e costruzioni. Dal punto di vista del tono generale e dello spirito di una lingua, questo potrebbe essere vero ma non lo è nei dettagli. Parole ed espressioni sciocche sono spesso scomparse, non per mezzo di un processo evolutivo ma grazie all’azione consapevole di una minoranza.”

Anche l’italiano di oggi riflette le condizioni sociali presenti. Non so se l’itanglese è curabile. Di sicuro è necessario combatterlo attraverso una battaglia culturale non rivolta contro i singoli anglicismi, ma contro la nostra anglomania, il nostro servilismo e il nostro senso di inferiorità. Non è questione di fare i puristi, come lo era Orwell che se la prendeva con i cattivi scrittori e anche con le brutte espressioni angloamericane. La questione riguarda l’ecologia linguistica, e cioè la sproporzione dell’inglese e il numero degli anglicismi che ha ormai superato ogni limite tollerabile dal buon senso e sta snaturando completamente la nostra lingua.

È necessario promuovere e difendere l’italiano non per principio, ma perché sta soccombendo.

Lo abbiamo chiesto l’anno scorso al presidente Mattarella e oggi lo chiediamo in modo più articolato in una proposta di legge per l’italiano (ringrazio le oltre 650 persone che la stanno appoggiando con le loro firme).

E poiché lo Stato non fa alcuna campagna contro l’abuso dell’inglese, come accade invece in Francia o in Spagna, non resta che provare a fare qualcosa attraverso l’azione consapevole di una minoranza.

Questi sono i video di una campagna fatta dai volontari del portale Italofonia. Una minoranza senza finanziamenti né riconoscimenti, ma che non si arrende.

Day by day: dal “D-day” all’istituzione del “dì day”

Nei giorni scorsi siamo stati bombardati dal click day su tutti i mezzi di informazione, tra le polemiche sui buoni mobilità chiamati con l’anglolatinismo bonus biciclette e monopattini. Coniare una parola come cliccadì non verrebbe in mente a nessuno, visto che le nostre menti sono sempre più colonizzate dall’inglese. Buon dì è un po’ in disuso, del resto, e pare una merendina, oltre a suonare obsoleto. Day invece è moderno e sta producendo innumerevoli ricombinazioni all’italiana con altre radici inglesi, come appunto click, scritto con la “k” per sottolinearne l’inglesità, anche se sarebbe più semplice (e corto) usare l’adattamento clic che si trova sul dizionario e nei derivati come cliccare.

L’esplosione dei day al posto di giorno e giornata non riguarda tanto le frequenze dei corrispettivi in italiano, che sono molto saldi nel linguaggio comune, bensì i nomi degli eventi, i titoli, le parole chiave che occupano la parte alta di quella che ho chiamato la gerarchia delle parole. Day è di rango superiore, e se si deve usare qualche nuovo nome altisonante l’inglese sembra d’obbligo. Il che vale ormai per quasi tutti i nomi di eventi e manifestazioni; qui a Milano si è appena concluso il Bookcity, per esempio. Cercando day proprio tra i titoli dei libri italiani si trova un po’ di tutto. Non ci sono solo i saggi sul D-day dello sbarco in Normandia o quelli sul family day. Mi chiedo cosa abbia spinto Lia Giancristofaro a scrivere il Tomato day. Il rituale della conserva di pomodoro (Franco Angeli, 2016 ) o Paolo Morando a intitolare la sua ricostruzione di un biennio tutto italiano Dancing days. 1978-1979. I due anni che hanno cambiato l’Italia (Laterza, 2020). O Daniela Pasqualetti a scrivere un libro di narrativa italiana come Perfect days (Ensemble, 2018), ambientato in Toscana, anche se il protagonista Thomas è di origine inglese. Ma tutto questo è ormai la norma, e non mi meraviglierei se qualche prossimo evento tutto italiano sarà presentato come l’italian day.

Il lievitare di day ha avuto inizio intorno al 1980, e non c’è da stupirsi. È stato il decennio in cui l’anglicizzazione della nostra lingua ha registrato la prima storica crescita allarmante, quella di cui si era prontamente accorto Arrigo Castellani autore del “Morbus Anglicus”. Le parole inglesi sono cresciute – e non per caso – parallelamente al dilagare di film e telefilm statunitensi che in quegli anni sono entrati nelle nostre case in seguito all’avvento delle televisioni commerciali con un aumento esponenziale di pubblicità che ammiccavano all’inglese.

Se nel 1961 il dramma di Samuel Beckett era stato tradotto con Giorni felici, nel 1977 è arrivato Happy Days con Arthur Fonzarelli (Fonzie), la cui sigla (Sunday, Monday, happy days…) era ottima per imparare i giorni della settimana in inglese. La grande popolarità della serie, in onda per oltre un decennio, ci ha fatto familiarizzare con quel days che in un primo momento suonava ancora come qualcosa di nuovo. Nel giro di pochissimi anni il moltiplicarsi di locuzioni con day provenienti dagli Stati Uniti ha fatto sì che questa parola diventasse il secondo elemento di avvenimenti e ricorrenze sempre più importato e imitato, al punto che l’anglicismo è stato così registrato nei dizionari: come secondo elemento formativo.

Precedentemente si era diffusa solo l’espressione D-day, che nella Seconda guerra mondiale indicava il giorno stabilito per lo sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944, ed è diventato il giorno X fissato per un’operazione militare o più in generale per un qualsiasi evento di particolare rilevanza.

Negli anni Ottanta si è propagato anche il primo day di provenienza ospedaliera. I servizi o le strutture per il ricovero giornaliero, in giornata, si son detti day hospital. Nel frattempo al cinema è uscito The day after (N. Meyer, 1983), che dipingeva uno scenario successivo alla catastrofe nucleare. Si è rivelato un titolo di così grande successo che l’espressione è diventata un modo di dire (come a tante altre che arrivano dai titoli dei film non tradotti: mission impossible, top gun, highlander…) e ha esteso il suo significato post-atomico per designare il giorno dopo di un qualunque evento eclatante che comporta conseguenze e cambiamenti: il day after dell’11 settembre, dei mondiali di calcio, di un’elezione politica…

Televisione, cinema e medicina sono tre dei principali ambiti da cui provengono le parole inglesi. Ma non i soli. Nella seconda metà del decennio si è imposta anche l’espressione day by day che arrivava dal linguaggio del lavoro, un quarto centro di irradiazione dell’inglese sempre più potente; appariva e appare più professionale rispetto a giorno per giorno o quotidiano. Poi ci si è messa anche la tecnologia, con le lampade daylinght e il sistema di illuminazione che riproduce la luce diurna. Illuminazione a giorno non aveva lo stesso effetto per connotare la fluorescenza di quella luce, evidentemente. Un altro linguaggio settoriale infarcito di inglese è quello economico e borsistico, e non poteva mancare un contributo anche da questa nicchia: gli operatori di borsa specializzati della compravendita in giornata hanno cominciato a farsi chiamare day trader e a praticare il day trading inseguendo guadagni mordi e fuggi.

Negli anni Novanta, nel linguaggio politico e giornalistico ha preso piede la bella idea di chiamare l’accorpamento delle elezioni election day (1992), e poco dopo sono spuntati gli open day di ambito scolastico; le giornate a porte aperte sembrano suonare come qualcosa di antico nell’americanizzazione della scuola, dove ormai la vecchia fine delle vacanze è diventata il back to school. Dal 1997, il ricovero diurno di anziani e malati non gravi, o anche la custodia dei bambini fuori dall’orario scolastico, è il day care, in un contesto dove un assistente familiare è detto caregiver. Il 2000 ci ha regalato poi il day surgery, che non è altro che un intervento chirurgico in giornata, senza ricovero (una volta c’erano gli interventi ambulatoriali). Il linguaggio medico, nell’epoca della pandemia, sta ricorrendo agli anglicismi in modo sempre più incontrollato. Io ci avevo scherzato qualche mese fa, inventandomi il tamponing, ma poi qualcuno deve avermi preso quasi alla lettera, visto che siamo riusciti persino a coniare il Daily Tampon – a proposito di tamponi e di day – ma come ha ricordato Gabriele Valle, in inglese tampon è un’assorbente interno, più che un tampone rapido.

In ogni caso, dopo l’Indipendence Day arrivato alla fine degli anni Novanta sotto forma di film, tra Columbus day e memorial day – che dalla commemorazione statunitense dei soldati caduti si allarga a designare un qualsiasi giorno della memoria – nel 2007 è nato il click day che in questi giorni ricorre su tutti i giornali. Nel 2012 è stata la volta del family day, che si è imposto dopo analoghi neologismi come il vaffa-day di Grillo, abbreviato anche in V-Day (dove il vaffa non era rivolto all’inglese) che però può essere letto anche come il Veltroni Day o W-Day (tutto va bene basta che sia inglese), il giorno di Walter Veltroni alla guida del partito democratico (2008), ed è stato seguito dal Fertility Day (2016). L’importazione del venerdì nero della lingua italiana, il black friday, ha amplificato le cose e ha generato una serie di variazioni sul tema, spesso maccheroniche, che hanno portato all’avvistamento addirittura dei Befana Days!

Recentemente si parla anche del cheat day (lett. il giorno in cui si può barare) cioè il giorno dello sgarro o i giorni di sgarro, un giornata libera per esempio dall’attività sportiva in caso di programmi per mantenersi in forma, o dalla dieta, e in questo caso è detto anche cheat meal cioè il pasto dello sgarro (molti nutrizionisti lo inseriscono all’interno dei regimi dimagranti). Del resto la formula del mangia a volontà è ormai all you can eat nella cucina anglicizzata, dai servizi di delivery recapitati dai rider sino alle nuove ricette che nell’era dei Masterchef costituiscono il settore food. In questo modo l’italiano retrocede, e gli anglicismi non solo rimpiazzano i nostri vocaboli, ma si innestano nei posti più alti della gerarchia delle parole e, soprattutto, si allargano nel nostro lessico e si saldano tra di loro in ibridazioni mostruose e in ricomposizioni creative delle radici da cui sono formati. È così che l’italiano muore e l’itanglese prolifica. Il caso di day non è isolato. Sta succedendo lo stesso con centinaia di altre parole, da ecomomy a manager, da food a baby

Per questo propongo di istituire il dì day, una giornata all’anno in cui sia possibile chiamare un evento, o un concetto chiave, solo in italiano.

Nel frattanto, la petizione a Mattarella contro l’abuso degli anglicismi è stata chiusa, e le oltre 4.000 firme raccolte saranno presto inviate al presidente della Repubblica, compatibilmente con le restrizioni del nuovo confinamento – chiamato lockdown, nella sua nuova edizione chiamata light – che rendono un po’ problematico lo stampare un centinaio di pagine e la loro spedizione via posta.

L’aumento di anglicismi e neologismi in inglese: nuovi dati

Ho già pubblicato su questo sito e anche nel libro Diciamolo in italiano (Hoepli 2017) i dati sull’aumento degli anglicismi e dei neologismi in inglese ricavabile dai dizionari Devoto-Oli 2017 e Zingarelli 2017. Ma a distanza di 3 anni anni ho provato a raffinarli e aggiornarli.

Per approfondire la questione: questo articolo include la comparazione con i numeri tratti dal dizionario Sabatini-Coletti e, per una sintesi che include anche il Gradit di Tullio De Mauro rimando al pezzo scritto per il portale Treccani “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”.

 

La crescita degli anglicismi decennio per decennio

La prima novità che voglio riportare è basata sull’estrazione di tutte le parole secondo la loro datazione, decennio per decennio, e sul conteggio di quanti anglicismi crudi includono a partire dagli anni Quaranta.

Bisogna precisare che i dati ricavati a questo modo non sono completi, si basano su ricerche automatiche non filtrate da un lavoro redazionale. In particolare, bisogna leggere questi numeri per difetto, perché non sempre le datazioni sono esplicitate (a volte non c’è una data, o c’è solo un generico “XX secolo” e in questi casi la parola sfugge alle ricerche). Inoltre, circa 200 anglicismi tra i più comuni (come computer) non sono più marcati dal Devoto Oli come voci inglesi, solo nell’etimologia si riporta l’origine della parola (e dunque anche questi sfuggono ai conteggi). Infine, non sono state conteggiate le numerose ibridazioni (come whatsappare, googlare o computerizzare).

La penetrazione dell’inglese è dunque ancora più pesante di quanto riportato, ma comunque sono numeri significativi, soprattutto nelle loro percentuali, e mi pare che fotografino sufficientemente bene la situazione, e che siano molto coerenti e omogenei tra loro, al di là dei differenti criteri lessicografici utilizzati nelle singole opere.

Nella prima colonna riporto il totale dei lemmi del Devoto-Oli 2017 datati per decennio, nella seconda il numero di anglicismi che contengono, e nella terza la loro percentuale. Lo schema è ripetuto con le stesse interrogazioni sullo Zingarelli 2017.

 

crescita anglicismi devoto oli e zingarelli

 

Le ultime due righe, riferite al nuovo Millennio, sono le più “deboli”, perché l’assestamento delle parole registrate è ancora labile e più soggetto a revisioni future (alcune parole usciranno e altre che circolano oggi fuori dai dizionari saranno annoverate), ma le dimensioni della crescita sono evidenti. L’ultima riga, in particolare, è incompleta perché si ferma al 2016; se i numeri assoluti degli anglicismi del Duemila sembrano in calo è solo perché lo sono anche le parole italiane.

Dividendo questi numeri per 10, la media annuale cresce dai 6-8 anglicismi degli anni Quaranta a circa 50 negli anni Novanta. Accanto al lievitare dei numeri assoluti, che registra un lieve calo solo negli anni Settanta (ma anche le parole italiane sono in calo), il dato significativo è quello della crescita delle percentuali. Più passa il tempo, più la nostra lingua si americanizza e il numero delle parole inglesi aumenta, sino a rappresentare la metà dei neologismi nel nuovo Millennio, un dato confermato soprattutto se si passa da questi dati grezzi a quelli lavorati (cfr. “Anglicismi e neologismi”).

In sintesi: dagli anni Quaranta a oggi le percentuali sono più o meno decuplicate, e se in passato le nuove parole arrivavano soprattutto da coniazioni basate sul latino, oggi si è passati all’inglese crudo, senza alcun adattamento, come avevo ricostruito in una predente tabella che riporto nuovamente (cfr. “La perdita delle radici: dal latino (e greco) alle invasioni anglo-barbariche”).

torta inglese latino greco nel devoto oli

 

I numeri aggiornati al 2020

Che cosa è successo dal 2017 al 2020?
Premesso che la data dei dizionari si riferisce all’anno precedente alla loro pubblicazione (dunque rispettivamente il 2016 e il 2019), riassumo i nuovi numeri riportati direttamente da Luca Serianni (curatore del Devoto Oli insieme a Maurizio Trifone) nel libro Il lessico (vol. 2 della collana Le parole dell’italiano, Rcs Milano 6/1/2020).

Il numero totale degli anglicismi crudi, in soli tre anni, è passato da 3.522 (Devoto-Oli 2017) a 3.958 (Devoto-Oli 2020), cioè ne sono stati aggiunti ben 436 (una media di quasi 150 all’anno).

Gli anglicismi nati nel nuovo Millennio sono passati da 509 (su 1.049 parole nuove = il 48,52%) a 658 (su 1.297 neologismi = il 50,73%), cioè 149 in più (una media di circa 35 all’anno). Questi sono i dati grezzi e automatici. Il fatto che non siano lavorati spiega (in parte) la ragione della differenza tra le due medie annuali di ingresso (anglicismi totali e quelli del nuovo Millennio). Una differenza dovuta anche al fatto che non sempre le datazioni sono presenti o complete e poi al fatto che una parola può impiegare anche decenni prima di guadagnare una sua stabilità che la fa includere nei dizionari. E quando viene inclusa, la datazione riportata non si riferisce all’anno in cui è stata inserita nel dizionario, bensì all’anno in cui ha fatto la sua prima comparsa in letteratura e nei corpus di riferimento (significa che un lemma inserito oggi può anche essere datato nello scorso Millennio quando era comparso per la prima volta).

Passando dai dati grezzi a quelli lavorati e filtrati, secondo i miei calcoli gli anglicismi del Devoto Oli 1990 (anno della prima edizione elettronica) erano circa 1.700 (conteggiando anche le sigle che all’epoca non erano incluse nell’opera), mentre quelli del 2017 sarebbero circa 3.400 (un po’ meno dei dati grezzi perché non ho considerato le sigle troppo specialistiche che mi pareva inquinassero i dati). Il che significa che in 27 anni sono raddoppiati e che la media annuale di entrata è di circa 63 all’anno (cfr. Diciamolo in italiano, pp. 92-93).
Le medie dello Zingarelli sono invece più basse, ma non ho i dati lavorati, e sono riferite perciò alle ricerche automatiche grezze; nel 1995 (anno della prima versione digitale non commercializzata) se ne contavano 1.811 (cfr. Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91) e nel 2017 sono diventati 2.761, dunque una media di 41 all’anno e un aumento in 23 anni di 950 lemmi.

Per valutare i neologismi, che ormai corrispondono sempre più agli anglicismi, è perfettamente inutile osservare che includono parole di uso comune e ad alta frequenza come selfie e tweet ma anche parecchi tecnicismi come slate PC, lad lit e pet-coke di uso e frequenza irrilevante; invece di asserire simili banalità bisogna quantificare le cose e formulare giudizi con cognizione di causa. Anche la supposta – e mai dimostrata – obsolescenza degli anglicismi che sarebbero spesso destinati a uscire dall’uso dopo qualche tempo non si basa su evidenze quantitative, e soprattutto non riguarda solo gli anglicismi, ma tutti i neologismi. Dunque, anche ipotizzando che gli anglicismi sarebbero in larga parte parole “usa e getta”, lo sono anche i neologismi, e il risultato è che il rapporto tra parole nuove inglesi e italiane non dovrebbe variare poi molto.

Tornando al bel libro di Serianni, il linguista spiega proprio che la maggior parte dei neologismi sono effimeri, sono come girini di cui solo pochi riusciranno a diventare rane adulte (Il lessico, p. 50). Dunque la stabilità delle parole del nuovo Millennio è di dubbia qualità. E ciò vale anche – non solo – per gli anglicismi, che oltre a rappresentare la metà delle nuove parole tendono a diventare l’unico apporto straniero o quasi.

“Chi dice forestierismo oggi dice anglicismo – scrive Serianni – (…) Gli anglicismi sono una massa imponente. L’italiano mostra in proposito una debole reattività rispetto a quanto accade in altre due lingue neolatine, il francese e lo spagnolo. (…) Naturalmente bisogna considerare la qualità, oltre alla quantità. Un anglicismo come blog non ha lo stesso peso di advergame (…) un termine sulla cui durata non scommetteremmo: il referente è esposto al forte rinnovamento che colpisce sia la tecnologia informatica sia gli strumenti pubblicitari messi in campo dalle grandi aziende.” (Ivi p. 65)

Oltre al diverso “peso” di blog e advergame, andrebbe anche rilevato che il primo vocabolo è compatibile con l’italiano, si scrive come si pronuncia e non snatura la nostra “identità linguistica”, per riprendere le parole di Arrigo Castellani del “Morbus Anglicus” (in realtà lo studioso era inorridito dalle parole che terminano in consonante e avrebbe avuto da ridire su questa mia affermazione). Il secondo, invece, è ben più devastante per il nostro sistema lessicale, perché è un “corpo estraneo” nel suono e nella grafia. Purtroppo, la maggior parte degli anglicismi è di questo secondo tipo, e non risulta altrettanto ben assimilabile.

Continuando le analisi sulla qualità nel rapporto anglicismi/neologismi, Serianni, analizza a campione i neologismi della lettera A del Devoto-Oli, e nota che non esistono parole primitive, sono tutte parole composte (anarco-inserruzionalista) o derivate (africaneria) (pp. 53-54), dunque l’italiano non si sta rinnovando poi molto dal punto di vista endogeno.

Anche gli anglicismi sono per la maggior parte composti, questa è una delle loro caratteristiche (anti-age, antispamming), ma le parole primitive ci sono eccome (admin, adware) e anche nei casi delle ricombinazioni di parole primarie inglesi (all inclusive, action-cam, access point), la loro valenza è ben diversa dalle derivazioni in base alle regole dell’italiano (acribioso, adultescente). Insomma, il confronto qualitativo, oltre al numero, penalizza fortemente l’italiano. E fuori dalla lettera A, tra gli anglicismi primari e primitivi spiccano “i termini legati all’informatica e all’elettronica, tutti di origine inglese” (p. 55), a cui bisognerebbe sommare quelli economici, seguiti dagli altri che pervadono ogni settore della nostra lingua perché escono dai loro ambiti e si riversano nel linguaggio comune, da selfie, a fake news, da spread al futuro lockdown (per ora non ancora registrato).

C’è persino chi, nella sua ossessione che porta a negare la realtà, è arrivato a sostenere che il passaggio dal cartaceo al digitale non costringe più a rimuovere lemmi obsoleti per fare spazio a quelli nuovi, e dunque evidentemente spiega così questi incrementi e ritiene che i dizionari non siano fonti attendibili. Una tesi delirante a cui non vale nemmeno la pena di replicare, visto che i dizionari di cui si sta parlando sono pubblicati annualmente nell’edizione a stampa. Una tesi, soprattutto, a cui manca la parte costruens: non si capisce cosa voglia dimostrare e su quali basi, a parte un generico “negare sempre”, dal tradimento coniugale a quello della lingua.
Sostenere che il numero degli anglicismi dei dizionari non rappresenta la realtà è in parte vero, ma è un dato contrario rispetto a come viene interpretato da qualche anglomane. Gli anglicismi che circolano nei tantissimi settori della lingua italiana, dall’economia alle scienze umane, dall’editoria all’aziendalese, sono infinitamente di più. E il problema principale del dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi) è che solo un terzo delle segnalazioni che mi arrivano, forse anche meno, viene accolto, proprio perché spesso si tratta di anglicismi troppo di settore e troppo poco affermati. Ma questi, sommati, complessivamente costituiscono un numero notevole di occasionalismi inglesi, onnipresenti in ogni ambito. In altre parole, viviamo quotidianamente in una “nuvola di anglicismi” ben più ampia (cfr. Diciamolo in italiano, pp. 111-117) di quanto si evince dai dizionari. È vero che la maggior parte di queste parole che ci avvolgono nel quotidiano sono effimere, ma viviamo nell’effimero, e complessivamente quando un anglicismo esce dalla nuvola, ne entrano altri, altrettanto effimeri, ma alimentati da un flusso costante. In questa “pansperima del virus anglicus” (come l’ho descritta) ci sono proprio gli anglicismi che entreranno in futuro nella nostra testa, nella nostra bocca e nei dizionari, attraverso questo bombardamento a tappeto che decennio dopo decennio, e anno dopo anno, non fa che crescere e accumulare l’inglese.

Spostandoci da questa “nuvola” ai dizionari, può anche succedere che termini come advergame escano, ma una cosa è certa: non saranno di sicuro sostituiti da parole italiane, nel disastro della terminologia informatica e di settore. L’obsolescenza delle tecnologie porta alla continua sostituzione con altre tecnologie sempre e solo in inglese.

La crescita del numero degli anglicismi e del rapporto percentuale con le parole italiane ha pochi margini di contestazione. L’aumento c’è dagli anni Cinquanta e si incrementa sempre di più. Se a questi dati aggiungiamo i vocaboli che si contaminano con l’inglese per ibridazione (cfr. “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione“) il quadro peggiora ulteriormente.
Non ci sono elementi per pensare che le cose debbano cambiare, in futuro. A questi ritmi di crescita il lessico italiano finirà per creolizzarsi ancora più di oggi, trasformandosi in un itanglese sempre più pesante. Chi non lo capisce, o lo nega, non pare proprio in grado di cogliere la realtà.

© 2020 Antonio Zoppetti – Riproduzione riservata


Avvertenza
: i dati statistici qui riportati sono frutto di una ricerca personale, e nel caso qualche studioso li prelevi per ripubblicarli in qualche libro senza citarmi, sappia che sono una proprietà intellettuale la cui riproduzione è riservata. Si possono riprendere e citare solo senza omettere l’autore e la fonte.
A buon intenditor…

Aggiornamenti sul contagio lessicale del virus a corona

Nei giorni scorsi è uscito sul Corriere.it un riepilogo delle tappe della pandemia da virus a corona (con tanto di linea del tempo denominata naturalmente timeline). Lo trovo molto utile per riflettere sui cambiamenti linguistici che, nel giro di un mese, hanno portato a un’anglicizzazione senza precedenti, per rapidità e dimensioni.

L’incipit è significativo: (23 gennaio 2020) “Wuhan in lockdown. Il mondo scopre il coronavirus”. Successivamente si legge: (8 marzo 2020) “La Lombardia in lockdown”; mentre il giorno dopo, forse per evitare la ripetizione dell’anglicismo, si titola: “Chiude tutta l’Italia” e “lockdown” finisce subito sotto nella spiegazione: “Passano 24 ore e dalla Lombardia il lockdown si estende a tutta l’Italia” (“chiude”, da solo, era forse poco chiaro senza l’inglese).

A due mesi dalla comparsa del virus la lingua dei giornali somiglia sempre più a un pastrocchio che non si può che definire itanglese, e oggi reinterpreta il proprio linguaggio di gennaio e febbraio con queste nuove parole e categorie che prima non usava.

Ecco come titolavano i giornali il 24 gennaio davanti a quelle che per un certo periodo sono state denominate “le misure cinesi”.

24 gennaio cina isolata

Isolamento, chiusura, quarantenalockdown non esisteva ancora, al contrario della sintesi che oggi ne fa il Corrierone.

Anche quando il virus è arrivato da noi si sono dichiarati alcuni comuni (tra cui Codogno) “zone rosse”, poi si è blindata la Lombardia, e il 9 marzo si è chiusa tutta l’Italia, e di “lockdown” non si parlava affatto. Il lessico si appoggiava al “tutto chiuso” (chiusura, chiudere), al blocco, alla quarantena, all’isolamento, alle serrate e persino al coprifuoco risemantizzato con perdita del significato letterale legato alle ore serali (ma anche quarantena ha del resto perso l’originario riferimento alla durata di “40” giorni).

giornali e coronavirus prima del lockdown

Poi è successo che il virus ha interessato anche i Paesi anglofoni, e l’11 marzo l’Oms (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e ha cominciato a parlare di “lockdown”. Mentre, dopo le “misure cinesi”, i provvedimenti del nostro governo diventavano per molti Paesi il “modello italiano” da seguire nelle democrazie, noi abbiamo pensato bene di rinominare il nostro modello in inglese!

Successivamente ai primi casi più o meno isolati (occasionalismi), il 17 marzo “lockdown” ha fatto la sua comparsa nei titoli del Corriere e di altri giornali. La stessa sera ha fatto capolino in televisione, era una parola ancora sconosciuta, così sconosciuta che nel pronunciarla, nella puntata di Dimartedì, Giovanni Floris ha detto “lockout”. “Lockout” circola da tempo e con bassa frequenza soprattutto nel linguaggio della “pallacanestro” [antica espressione per designare il basket, Ndr] per indicare gli scioperi (lett. serrate) di giocatori o dirigenti della NBA (National Basketball Association). Forse per questo si è generato qualche qui pro quo che si trova anche in Rete, per esempio in un articolo della Stampa (“Cercano eventuali trasgressori del «lockout», trovano alcuni spacciatori di droga”). Ma questi lapsus testimoniano la volontà di usare un inglese forzato di cui non si sente proprio il bisogno.

Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti. Da quel 17 marzo si parla solo di lockdown, nelle timeline del Corriere e in televisione. L’italiano, con tutti i suoi sinonimi e sfaccettature, è relegato a sinonimia secondaria.

Nella foto è possibile vedere, a titolo puramente evocativo, una delle più autorevoli fonti giornalistiche che si adopera per il sistematico genocidio delle nostre parole in nome della stereotipia a base inglese, facendo in questo modo vivere – più che morire – le “fake news” e uccidendo invece le “bufale”, le ”notizie false” e il nostro lessico.

gabanelli

Cercando “lockdown” sul sito del Corriere.it, si nota che a oggi ci sono quasi 600 articoli che impiegano questo termine, e i raffronti con gli anni precedenti si possono vedere nell’immagine qui sotto (nel 2018 non era mai stato usato).

lockdown

Una curiosità: provate a cercare parole come “lockdown” o “droplet” in un giornale di lingua spagnola come El País o in uno di lingua francese come Le Monde, oppure sulla Wikipedia spagnola o francese così diverse da quella italiana

Credo che questi confronti siano molto utili per chi crede che certe parole siano “internazionalismi”.

L’imposizione dall’alto della terminologia in inglese

Qualche sera fa ho sentito in televisione qualcuno, con tono da scienziato, dispensare perle di cultura sulla differenza tra il “droplet” e le “goccioline” con arrampicamenti di specchi che ne fissavano impalpabili limiti nel fatto che le seconde cadono a terra, le prime sarebbero più piccole e rimarrebbero nell’aria e altre simili fesserie. Dall’iniziale “distanza droplet” con cui in un primo tempo i mezzi di informazione hanno iniziato gli italiani, in un baleno queste “goccioline” inglesi sono diventate un tecnicismo che ci viene calato dall’alto come la parola giusta, esatta, scientifica, che per i profani e la fabrizio pregliasco dropletsplebe si può solo avvicinare con un goffo “gocciolina”. Droplet ricorre nelle conferenze stampa della Protezione civile con alta frequenza, e in bocca ai tanti che mostrano con queste scelte lessicali di essere dei veri esperti. Significativa è l’uscita del virologo Fabrizio Pregliasco, nella trasmissione “Quarto grado” del 17 aprile scorso: “Le goccioline, ormai lo sanno tutti, si chiamano droplets…”. Lo sanno tutti perché non fate che ripeterle. Un po’ come Mentana, che qualche sera fa, durante il suo telegiornale, dopo aver pronunciato “lockdown” si è fermato un attimo a pensare, per poi aggiungere: “Come ormai si dice”.
mentana lockdown“Come ormai si dice?” Si dice perché voi lo avete detto fino alla nausea senza alternative al punto che sembra che ormai non si possa farne più a meno! Prima si inroduce l’anglicismo e lo si diffonde, poi ci si nasconde dietro l’alibi dell’uso. Un bel corto circuito vizioso!
Dire che le goccioline si chiamano “droplets” è un’affermazione “criminale”, da un punto di vista della nostra lingua, e rivela un’inconsapevole quanto precisa e pericolosa visione del mondo: l’inglese è “la” lingua superiore della scienza e della verità, che si può adattare solo in una sorta di impreciso italiano vissuto come dialetto locale (da notare la “s” del plurale sempre più spesso pronunciata negli anglicismi da personaggi che finiranno per imporla come si imporrà il “qual’è” con l’apostrofo, di cui si intravedono già i primi segnali).

È la stessa logica distruttiva degli esperti che ci spiegano che la proteina di superficie del virus a corona si chiama “spike protein”, come ho sentito in un servizio televisivo. “Spike” lo avevo già segnalato: in inglese è semplicemente uno “spuntone”, e così è stato chiamato lo “spuntone” che caratterizza la corona del virus (nessun tecnicismo, in inglese). In un primo tempo è arrivato non tradotto, perché la scienza parla l’inglese, e non c’è un ricercatore che voglia tradurre il sacro dio inviolabile di questa lingua irraggiungibile. Dunque si importa spike come fosse il verbo divino, e quando subito dopo si scopre la proteina di superficie del coronavirus, viene divulgata in inglese: si è scoperta la spike protein. Anche questo ho sentito, quando un esperto, dall’alto delle sue competenze, ha spiegato agli spettatori che si chiama così. Si battezza ciò che è nuovo in inglese, con una terminologia che diffonde il lessico dell’Italia e incolla (in italiano c’è anche spinula, per indicare le formazioni appuntite in ambito zoologico, biologio e patologico).

La nuvola degli anglicismi che ci avvolge

Accanto agli anglicismi più nuovi e frequenti, come droplet o smart working ce ne sono innumerevoli altri nel lessico ai tempi del coronavirus. Così tanti che sono “incontabili”. Sono occasionalismi, uscite estemporanee che portano a un travaso dell’inglese invece che alla sua traduzione; sono parole di bassa frequenza che circolano nelle bocche di giornalisti, esperti, politici, virologi, bloggatori, tronisti… e di quanti cercano di darsi un tono di maggior precisione usando parole dal suono inglese, spesso incomprensibili o sparate a vanvera. È un malcostume che ricorre spesso anche nei “servizi televisivi” di chi invita a scegliere la propria “informazione responsabile” che di responsabile ha sempre meno. Ogni conduttore e giornalista alza il tiro in una gara a chi ne spara di più in itanglese. Questo fenomeno è difficile da quantificare, ma complessivamente porta l’inglese in primo piano, e anche quando non afferma un singolo anglicismo, che rimane solo un’espressione usa e getta, fa dell’inglese la lingua superiore.

formigliA “Piazza pulita” del 17 aprile, Corrado Formigli ha cominciato a parlare di “covid pass” per indicare ciò che fino a settimana scorsa era detto “patente di immunità”. Un’espressione che ben si sposa con i covid hospital, e che a sua volta si appoggia a day hospital… in un’abitudine a dire hospital al posto di ospedale.

Questo percolare dell’inglese, talvolta con ricombinazioni all’italiana, è difficile da quantificare, perché si tratta sempre meno di singoli “prestiti”, e sempre più di un ricorso immotivato all’inglese puro o impuro sempre più ampio, che complessivamente forma una “nuvola di anglicismi” – come l’ho chiamata altre volte – che avvolge molti discorsi in modo sempre più denso. Tra questa moltitudine di parole inutili, anche se molte rimangono nell’aria come goccioline solo per poco tempo, prima di svanire, ci abituiamo sempre più ai suoni inglesi come fossero la cosa più naturale. E qualcuna di queste parole, inevitabilmente, finisce per affermarsi, pianta i suoi “spuntoni” e si radica. È la panspermia dell’inglese che si riversa ovunque e che attecchisce dove trova le condizioni per farlo. L’Italia è una sorta di colonia economica e cultuale degli Stati Uniti caratterizzata dal terreno più fertile. Siamo privi di anticorpi. Così, le parole inglesi, dopo aver messo radici al posto delle nostre (o aver fatto morire le nostre), sempre più spesso si moltiplicano, si strutturano in famiglie. Le obbligazioni sono bond, e quindi dopo gli eurobond questo virus ci ha portato i coronabond e ora i recovery bond, i “buoni per la ripresa”.

Scherzavo, un mesetto fa, quando scrivevo “strano che non si dica smart learning, per coerenza con lo smart working”, eppure una ricercatrice del Politecnico di Torino, intervistata nell’ennesima trasmissione sulla pandemia l’altro giorno parlava, con la massima serietà e naturalezza, di “smart didattica”, e non di didattica a distanza; la stessa espressione che si ritrova con grande disinvoltura sulla pagina di una docente dell’Università di Perugia (“studenti tutti pronti e reattivi nella nuova modalità di smart-didattica. Buon lavoro!!?”).

L’aumento di frequenza degli anglicismi

Insieme ai vari anglicismi che coincidono sempre più con i neologismi (la nostra lingua è sempre meno capace di produrne di autonomi, su base endogena, e non fa che importare dall’angloamericano a costo di inventarseli), in questo momento così buio per il nostro Paese, ma anche per la nostra lingua, aumentano anche le frequenze degli anglicismi già radicati. In questo modo l’inglese è sempre più invadente, sempre più pervasivo. Gli anglicismi diventano degli automatismi, che saliviamo in riflessi incondizionati come il cane di Pavlov. Invece di dire che è necessario mappare, monitorare, fare controlli a campione o di massa della popolazione, nelle parole di Luca Zaia (sabato 18 aprile, “Petrolio” Rai 2) c’è solo lo screening, per due o tre volte ribadito anche con lo “screenare la popolazione attraverso i kit sierologici”.

zaia

Il conduttore gli rispondeva parlando di “app per il contact tracing”, e non per il tracciamento dei contatti, in un guazzabuglio di altri anglicismi ben radicati, da privacy a welfare, che aumentano di giorno in giorno la loro frequenza.

Ancora una volta può essere utile vedere l’aumento di occorrenze di questo tipo di anglicismi sul sito del Corriere. Basta fare un po’ di ricerche per scoprire che cluster è ormai usato al posto di focolaio, e che in soli 3 mesi e mezzo la frequenza di alcuni anglicismi ha superato abbondantemente quella dell’intero anno scorso. Nei picchi di stereotipia anglicizzata che caratterizzano i primi 3 mesi del 2020, screening è stato usato quasi il doppio delle volte rispetto all’intero 2019; così come voucher. Lievitano anche i test, gli hospital, e persino il jogging, dopo le polemiche sul vietare o meno le corsette, in un lessico che è sempre meno italiano e sempre più itanglese.

frequenze anglicismi corrirere della sera
Ricerche effettuate il 19 aprile 2020.

La politica linguistica del fascismo e la guerra ai barbarismi [PARTE II]


Continuazione
: qui la prima parte.

 

Le censure del Minculpop e le liste della Reale Accademia d’Italia (RAI)

minculpopCon la proclamazione dell’autarchia e la preparazione alla guerra di Etiopia, parlare l’idioma del nemico era considerato una sorta di alto tradimento. Nel 1937 il ministero della Stampa e della propaganda fu rifondato come ministero della Cultura popolare, più noto successivamente con l’abbreviazione dispregiativa di Minculpop, che nei confronti della stampa ebbe un’influenza decisamente più impositiva. Nello stesso anno, la tassa sulle insegne del 1923 divenne di ben 25 volte superiore, obbligando tutti ad adeguarsi. Così, nel 1938 il Touring Club Italiano diventò la Consociazione Turistica Italiana e i magazzini Standard la Standa, mentre la squadra di calcio milanese Internazionale, oggi Inter, già dal 1928 aveva cambiato il nome in Ambrosiana, in parte per le riforme del calcio del 1926 che prevedevano varie fusioni societarie, e in parte perché un nome del genere non era gradito al regime.

Tutto si irrigidì con lo scoppio della Seconda guerra mondiale. La legge del 23 dicembre 1940 (n. 2042) vietò l’uso delle parole straniere nei documenti ufficiali, nelle affissioni pubblicitarie e nelle insegne dei negozi, pena un’ammenda fino a 5.000 lire e l’arresto fino a 6 mesi. Intanto la Reale Accademia d’Italia aveva inglobato l’Accademia dei Lincei, e fu incaricata di sorvegliare gli esotismi e di redigere un vocabolario della lingua italiana (affidato a Giulio Bertoni), visto che nel 1923 il ministro Gentile aveva sottratto questo ruolo storico all’Accademia della Crusca. Il primo volume (A-C) uscì nel 1941, ma fu anche l’ultimo, perché l’opera si interruppe con la caduta del fascismo. La commissione “per l’italianità della lingua” della Reale Accademia che si occupava di stilare le liste di parole vietate con l’indicazione dei traducenti fu invece attiva tra il 1940 e il 1942 con vari bollettini. La maggior parte dei termini erano francesi: hôtel fu rimpiazzato da albergo, grand hôtel da albergo imperiale, garage diventava autorimessa e hangar aviorimessa, il papillon farfallino o cravattino. Alla fine si contavano circa 1.500 parole sostituite da quelle italiane e, venendo agli anglicismi, bar fu sostituito con mescita o anche qui si beve, dancing con sala danze, danzatoio o balleria e tra le altre parole bandite c’erano alcol (alcole), boy scout (giovane esploratore), cyclostile (ciclostilo), extra-strong (di uso cartario, extra-forte), film (pellicola), gangster (malfattore), pullman (torpedone, corriera, autocorriera), pullover (maglione), sandwich (tramezzino), smoking (giacca da sera), toast (pane tostato e pantosto). Tra i forestierismi ammessi c’erano invece parole usate anche negli scritti di regime come film (fino agli anni Trenta al femminile, “la film”), sport o camion, e anche nel dizionario della Reale Accademia si trovano alcuni forestierismi, per esempio clown, seppure distinto dal corsivo e affiancato dall’italiano pagliaccio.

Alcune corrispondenze che circolavano in quegli anni oggi ci appaiono davvero ridicole, come il volere ribattezzare l’insalata russa, patriotticamente, insalata tricolore, oppure la proposta di tradurre cachemir con casimiro, ma casi come quest’ultimo non sono giudizi oggettivi, dipendono solo dall’abitudine e dal senno di poi (se fosse entrato nell’uso ci apparirebbe normale: Leopardi ce lo ha insegnato). Tra le italianizzazioni esasperate ci furono anche alcuni tentativi di tradurre i nomi propri. Uno dei casi più citati è quello di Guglielmo Scuotilancia al posto di William Shakespeare,  ma l’occorrenza di questo adattamento non si trova in letteratura, se non in contesti scherzosi e successivi. Quanto a Luigi Braccioforte (Louis Armstrong) o Beniamino Buonuomo (Benny Goodman), anche se esistevano prescrizioni di adattamento dell’inglese per esempio nelle trasmissioni radiofoniche,  furono più che altro espedienti per aggirare i divieti che riguardavano la musica jazz, visto che nel 1941, in seguito alla guerra con gli Stati Uniti, furono vietati i nomi e i titoli anglo-americani. Per cui si suonava il jazz, ma lo si dichiarava mazurca, e per sfuggire ai sequestri discografici si trovavano le traduzioni di canzoni come Le tristezze di San Luigi (St. Louis Blues) che venivano dichiarate così anche nei bollettini dei diritti d’autore (cfr. Mike Zwerin, Musica degenerata. Il jazz sotto il nazismo, Edt, 1993, p. 186).
Sfogliando i giornali d’epoca non si trovano gli adattamenti dei nomi, e tutto sommato il proibizionismo funzionò solo fino a un certo punto. Molti divieti e sostituti vivevano nella teoria più che nella pratica.
Maurizio Barbi, in uno studio approfonditissimo sulla storia dello Zingarelli, confrontando l’edizione del 1942 con gli elenchi della Reale Accademia ha notato come nel dizionario fossero riportati molti forestierismi “palesemente vietati” e in teoria soggetti ad ammende e sanzioni.

[Barbi, N. Maurizio, “Neologismi e neosemie nel vocabolario Zingarelli: un confronto sincronico tra la Decima edizione (1970) e la ristampa della Dodicesima edizione (2015)”, tesi di dottorato, Università di Belgrado, Facoltà di Filologia, 2018, p. 186].

Secondo Claudio Marazzini anche l’imposizione del voi al posto del lei funzionò poco (Breve storia della lingua italiana, il Mulino, 2004, p. 209), e va ricordato che Benedetto Croce (l’intellettuale che il fascismo non censurò facendone il simbolo della sua presunta “tolleranza”) finì per passare al lei proprio in polemica con il regime.

 

Cosa è rimasto della politica linguistica del fascismo?

Caduto il fascismo, nel doppiaggio cinematografico è rimasto in molti casi il voi anche negli anni Cinquanta (per es. in Vacanze romane di Roman Holiday, 1953: Audrey Hepburn e Gregory Peck non si danno del lei), per poi scomparire definitivamente (tranne in alcune varietà regionali del sud dove già era diffuso in precedenza). Ma la scuola della dizione si è sviluppata partendo dalle impostazioni nate con l’Eiar, improntate al fiorentino emendato dal romano, anche se il Prontuario di pronunzia e di ortografia del 1939 (di G. Bertoni e F.A. Ugolini) è stato sostituito dal più ampio e riveduto DOP (Dizionario di Ortografia e Pronunzia) di Bruno Migliorini, Carlo Tagliavini e Piero Fiorelli (Rai-Eri 1969).

Anche la scarsa considerazione dei dialetti, visti come un segno di ignoranza dell’italiano, si è protratta ben oltre il regime. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta in città come Milano o Torino, coinvolte anche dai fenomeni della migrazione, per la prima volta si è rotta la tradizione del dialetto parlato in famiglia: alle nuove generazioni si è cominciato a parlare in italiano. Così alcuni dialetti si sono persi, e solo in tempi recenti sono stati rivalutati e in alcuni casi recuperati come segno di cultura e di conservazione del nostro storico bilinguismo.

Sciuscià di vittorio de sica
Sciuscià, adattamento alla napoletana di shoeshine (lustrascarpe), Vittorio De Sica, 1946.

Quanto ai forestierismi, con la Liberazione si è aperto un nuovo portone, quello degli anglo-americanismi, che si erano affacciati già nel ventennio fascista:

“per poi prendere il sopravvento su ogni altra [lingua] dopo la Seconda guerra mondiale; e procedere da tutti i punti dell’orizzonte”.

[Migliorini-Baldelli, Breve storia della lingua italiana, Sansoni, Firenze 1984, p. 342].

Con il crollo del regime, insieme all’arrivo dei soldati americani sono arrivate in Italia anche la loro lingua e la loro cultura che, proprio per reazione al fascismo, nei decenni successivi si sono identificate con la libertà e il sogno americano.

 

La guerra ai forestierismi ha funzionato?

In molti hanno provato a chiedersi se la politica contro gli esotismi abbia funzionato e abbia prodotto dei risultati. Ma forse le risposte, e anche la domanda, hanno poco senso. Nel complesso non pare possibile affermare che abbia funzionato, come vorrebbe qualche nostalgico, ma non si può nemmeno dire che nulla abbia attecchito.

Di sicuro alcune proposte hanno avuto successo, e durante il fascismo si sono stabilizzate alcune parole come regista o autista, o gran parte della terminologia sportiva che a quei tempi era prevalentemente inglese, a cominciare da calcio (football), calcio di rigore (penalty), rete (goal italianizzato anche in gol), fuorigioco (offside) o angolo (corner), ma anche pallacanestro al posto di basket, benché oggi l’italiano stia di nuovo regredendo nell’ambito sportivo.

basket pallacanestro
Le frequenze di basket (pseudoanglicismo: in inglese è basketball) e pallacanestro.

Alcuni adattamenti come blu per bleu o bidè per bidet sono ancora presenti.

blu e bleu
Bleu fu più frequente di blu (adattamento ottocentesco) anche durante il regime, e si impose sul francesismo solo in seguito.

Altri traducenti non hanno scalzato gli equivalenti inglesi, ma coesistono ancora oggi come sinonimie magari dalla frequenza più bassa, per esempio scarto (dribbling) o scatto (sprint). In molti altri casi i sostitutivi non hanno affatto funzionato, a volte non si sono imposti nemmeno durante il regime come mescita per bar, pallacorda o giuoco della racchetta (tennis), fiorellare (flirtare, neologismo di Panzini) o balleria o danzatoio (dancing). Altre volte hanno funzionato in epoca fascista per poi regredire successivamente (palla ovale/rugby).

rugby palla ovale
Palla ovale non ha mai scalzato rugby, nemmeno durante il regime.

Le risposte sono complesse anche perché nel frattempo la lingua è evoluta e i significati sono mutati: il tramezzino di D’Annunzio come alternativa a sandwinch è diventato un ben preciso stuzzichino fatto con il pane in cassetta, e il sandwich è diventato un panino imbottito, così come il toast non è più un crostino ma designa le due classiche fette di pane tostato ripiene di prosciutto e formaggio. Bonne e nurse, condannati da Monelli al posto di bambinaia, sono scomparsi, ma successivamente hanno lasciato il posto a baby sitter [cfr. “La maledizione della baby sitter (e i composti di baby)].
In altri casi, come pompelmo al posto di grape-fruit, va precisato che dall’analisi della frequenza di queste parole che si ricava dalle statistiche di Ngram Viewer, i forestierismi esistevano ma non si erano mai affermati, per cui sarebbero forse regrediti da soli senza alcuna proibizione. Oppure si sono imposte parole italiane diverse da quelle proposte, come nel caso di dubbing, che all’epoca della nascita del cinema sonoro era in competizione con doppiaggio, ma che Monelli, per esempio, proponeva invece di cambiare con “travestimento” (delle parole) o “doppiato”.

[Dalle frequenze di Ngram Viewer si evince che dubbing era apparso alla nascita del sonoro, tra il 1929 e il 1930, in competizione con doppiaggio, e che è scomparso intorno al 1937].

panfilo yacht
Panfilo, durante il fascismo, si è imposto e ha convissuto con yacht per poi rimanere come alternativa secondaria anche successivamente.

 

In sintesi, non c’è un criterio per stabilire se ciò che è accaduto è la conseguenza diretta della politica fascista o meno, e anche stilare gli elenchi dei sostitutivi per poi conteggiare ciò che è rimasto e ciò che è svanito non porterebbe a nulla. Molte alternative circolavano anche prima del fascismo, e secondo Riccardo Tesi soprattutto queste hanno poi avuto un seguito (Tesi, R., Storia dell’italiano, Zanichelli, 2005).

Di sicuro ha fallito il proibizionismo, come metodo. E la politica contro il barbaro dominio fatta con la repressione e la censura è oggi l’eredita più pesante del fascismo, dal punto di vista linguistico. Per reazione ha successivamente spalancato le porte ad accogliere le parole straniere forse con eccessiva indulgenza. E il risultato è che parlare di tutela dell’italiano è diventato un tabù. Nessuno ha da obiettare sulla difesa delle nostre eccellenze culturali, storiche, artistiche o gastronomiche, ma se lo stesso metro si applica alla lingua subito riemergono i fantasmi del passato e le resistenze. Come se l’unica politica linguistica possibile fosse quella del fascismo (un sentimento diffuso infatti anche in Germania dove, dopo Hitler, i discorsi che fanno appello all’identità nazionale, anche linguistica, richiamano un periodo da rimuovere).

Eppure, davanti all’anglicizzazione della nostra lingua è più che mai necessario tornare a parlare di politica linguistica e di tutela dell’italiano, lasciandoci alle spalle i proibizionismi, le purghe e i modelli repressivi. Dovremmo guardare a ciò che si fa in Francia, in Spagna, ma anche in Svizzera e in quasi tutti gli altri Paesi, dove si lavora per la promozione della lingua e per la circolazione delle alternative, esistenti o create dagli organi preposti, con uno spirito diverso. In questi paesi non ci sono liste di parole “vietate”, ma si promuovono elenchi di sostitutivi possibili, ed è la comunità dei parlanti a receperirli o meno, a seconda dei casi. Se ai tempi del fascismo la guerra ai barbarismi aveva una motivazione politica nazionalistica e di principio (non esisteva numericamente alcun pericolo di imbarbarimento linguisitico), oggi la moltiplicazione incontrollata delle parole inglesi sta snaturando il nostro lessico, e creare sostitutivi italiani sarebbe sano e auspicabile.

Opporsi al nuovo colonialismo culturale e linguistico che assomiglia sempre più alla “dittatura dell’inglese” non è da nostalgici né da “sovranisti”, è al contrario un atto di Resistenza, è la difesa del locale che rischia di soccombere davanti alla globalizzazione. Non è né di destra né di sinistra: dovrebbe essere un valore che appartiene a tutti.

La politica linguistica del fascismo e la guerra ai barbarismi [PARTE I]

Nei primi del Novecento le masse si esprimevano fondamentalmente in dialetto e i ceti popolari avevano una scarsa dimestichezza con la lingua nazionale dei giornali o dei libri. Durante la Prima guerra mondiale si registrarono oggettivi problemi di incomprensione tra le truppe; spesso i soldati che provenivano dalle regioni meridionali faticavano a decifrare gli ordini degli ufficiali perlopiù piemontesi. In un programma televisivo degli anni Settanta venne persino ricostruito un episodio in cui un plotone di lombardi e uno di siciliani rischiarono un conflitto a fuoco tra di loro perché entrambi pensavano che l’idioma di chi avevano di fronte fosse il tedesco.

[Cfr. Parlare, leggere, scrivere. Storia dell’Italia unita tra lingua e dialetti, 1969-73, con T. De Mauro e U. Eco, regia di Piero Nelli].

la grande guerra monicelli
La grande guerra (Mario Monicelli, 1959).

L’unificazione dell’italiano parlato è avvenuta in seguito, soprattutto con la radio, il cinema e poi la televisione. L’avvento del sonoro è arrivato in Italia durante il regime fascista, che lo ha cavalcato, governato e indirizzato all’interno di una più ampia politica linguistica totalitaria volta a imporre la lingua nazionale.

La lingua come strumento di coesione del popolo e l’ostilità per i dialetti

Il fascismo considerava la lingua come uno strumento fondamentale per la coesione del popolo e per la difesa del nazionalismo e tentò di controllarne e di regolamentarne esplicitamente l’uso. Così, insieme all’abolizione della stretta di mano sostituita con l’obbligo del saluto fascista, il regime impose l’utilizzo del voi al posto del lei, considerato un residuo del servilismo italiano nei confronti dell’invasore straniero.
Per questo, nonostante il diverso significato della parola, la rivista Lei si trasformò in Annabella, visto che il lei era stato abolito, ma per fortuna si poteva parlare ancora di Galileo Galilei e non di Galileo Galivoi, per riportare una battuta di Totò che gli valse una denuncia poi archiviata.

Libro cultura militare
Un libro sulla cultura militare per le scuole medie inferiori degli anni Trenta.

I provvedimenti per l’unificazione dell’italiano si concretizzarono anche attraverso la lotta ai dialetti, a cominciare dalla scuola.

La riforma scolastica di Giovanni Gentile, nel 1923, non era ostile al dialetto che era spesso la lingua dei maestri oltre che degli scolari. Persino i libri di testo delle elementari, gli Almanacchi, avevano le loro versioni regionali, ed erano affiancati dai libri che educavano alla traduzione dal dialetto in italiano.

Dal 1925 l’approccio cambiò completamente, il dialetto fu considerato sempre più come un ostacolo all’affermarsi della lingua nazionale, e fu estromesso dall’insegnamento, anche se in molti casi ciò venne disatteso per il semplice fatto che gli stessi maestri non padroneggiavano la lingua sovraregionale.

La nascita del sonoro e l’unificazione della dizione

Nel 1924 fu inaugurata la radio, che si diffuse con enorme popolarità contribuendo ad aumentare l’industria musicale dei 78 giri che veicolava, tra le altre cose, anche le canzoni in italiano. Nel biennio 1937-38 l’installato degli apparecchi radiofonici superò il milione, un numero molto significativo visto che, per la carta stampata, la rivista più diffusa era la Domenica del Corriere, con tirature di 600 mila copie, mentre La Stampa (e Stampa Sera) aveva toccato il suo massimo storico di 1 milione e 300 mila copie solo con l’annuncio della proclamazione dell’Impero da parte di Mussolini nell’edizione del 10 maggio 1936.
Dopo l’uscita del primo film sonoro, nel 1926, anche l’industria cinematografica si riorganizzò e mentre i grandi divi del muto si avviavano sul viale del tramonto, il linguaggio espressivo del cinema in pochi anni passò da quello sovranazionale e muto delle immagini che incantavano il pubblico dagli Stati Uniti sino all’Unione sovietica, a quello dell’audiovisivo, che richiedeva la comprensione dei dialoghi e il doppiaggio nelle varie lingue di ogni Paese.

Il fascismo, in un primo tempo attento solo al controllo della stampa, con l’avvio dell’Istituto Luce si attrezzò per il controllo anche di cinema e cinegiornali, gli antenati degli attuali telegiornali che venivano proiettati prima delle pellicole.

EIAR
L’EIAR era l’Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche.

Per la prima volta si poneva così il problema della pronuncia e della dizione, che doveva essere uguale per tutti e in qualche modo uniformata. Il governo intervenne anche su questo aspetto e a Roma – dove c’era la prima stazione radiofonica emittente e dove negli anni Trenta nacque Cinecittà – si formò la prima scuola di dizione. Attraverso il caratteristico stile pomposo e retorico dell’EIAR, l’ente radiofonico di Stato, e la tipica cadenza “eroica” dell’epoca “traboccante di romano orgoglio”, si impose perciò una pronuncia basata non più sulle regole del toscano, ma prevalentemente sul romano, che, in caso di difformità dettava legge, per precise disposizioni del regime (Roma caput mundi). Nel 1938 ci fu anche un programma radiofonico in proposito, La lingua d’Italia, in cui si divulgavano le scelte fonologiche (per esempio non lèttera e velóce, alla toscana come indicato oggi nei dizionari, ma léttera e velòce, alla romana) e si rispondeva alle domande degli ascoltatori sui dubbi di dizione (rubrìca e non rùbrica). Dal successo della trasmissione, condotta da linguisti come Alfredo Panzini e Giulio Bertoni, nacque anche un Prontuario di pronunzia e di ortografia (di Bertoni-Ugolini, Eiar 1939, ristampato fino al 1949).

La più grande battaglia della politica linguistica fascista fu però la campagna contro i forestierismi.

La guerra ai barbarismi

Il protezionismo e la messa al bando di ogni parola straniera cominciarono nel 1923 con una tassa sulle insegne commerciali che, nel caso contenessero esotismi, veniva quadruplicata. Non era una novità, già nel 1874 era stata varata una legge simile, rimasta in vigore fino al 1910, ma l’intento di allora era quello di far cassa, non quello linguistico, come si capisce bene dalla proposta di legge discussa all’epoca in parlamento. L’annuncio dell’onorevole Boselli di raddoppiare l’importo della tassa nel caso di insegne in lingua straniera generò rumori tra i parlamentari. E la giustificazione fu: non per

“intimare guerra a quelle care e splendide lingue straniere nelle quali abbiamo ammirato tante opere letterarie e dalle quali abbiamo anche ricevuti conforti politici e ammaestramenti civili (…) ma perchè [sic] le insegne scritte in lingua straniera rappresentano un commercio più avviato, più esteso e generalmente indicano una vendita di oggetti di lusso (Sussurro a sinistra)”.

[Tratto dalle trascrizioni delle sedute parlamentari del portale storico della Camera dei Deputati, 2° Tornata del 13 maggio 1874, pp.3628-3629].

Il decreto fascista dell’11 febbraio 1293 era invece il segnale di un nuova e precisa svolta politica, che si appoggiava a una precedente diffusa ostilità verso il “barbaro dominio”, non solo linguistico, di matrice ottocentesca e risorgimentale. La propaganda incentrata sull’orgoglio nazionale e la mobilitazione dei glottologi o degli intellettuali del regime in nome dell’italianità e del patriottismo linguistico furono forse più potenti delle leggi, e il dibattito coinvolse molte riviste e molti letterati, con modalità che spesso erano intrise di xenofobia. Già dal 1926 apparvero sulla Nuova Antologia alcuni articoli in difesa della lingua nazionale che esortavano alla “bonifica linguistica”.

Paolo monelli Barbaro dominio
Paolo Monelli, Barbaro dominio. Processo a 500 parole esotiche, Ulrico Hoepli Editore, Milano 1933, ampliato poi in una seconda edizione del 1943, Seicentocinquanta esotismi esaminati, combattuti e banditi dalla lingua e in una terza del 1957.

Nel 1931, la Scena illustrata di Firenze diede vita alla rubrica “Difendiamo la lingua italiana”; nel 1932, il giornale romano La Tribuna bandì un concorso a premi per scegliere il miglior modo di sostituire una cinquantina di termini stranieri con termini autarchici, e Paolo Monelli inaugurò la rubrica intitolata “Una parola al giorno” sul quotidiano torinese la Gazzetta del Popolo, culminata nel libro Barbaro dominio (1933), che si apriva con il motto: “A ognuno puzza questo barbaro dominio” preso da un’espressione di Machiavelli. Nella pubblicazione, che si inseriva nel filone delle simili opere ottocentesche, l’intento era quello di “ripulire il linguaggio dagli esotismi”.
La maggior parte delle parole condannate erano francesismi, semplicemente perché erano molto più diffusi, mentre tra le parole inglesi Monelli ammetteva solo alcuni termini come bar (e barista), perché entrato da più di una generazione, e poi sport, jazz, pic-nic, snob, knock-out, gimcana, sex-appeal e girl ma solo per designare le ballerine del varietà. Combatteva invece film indicando pellicola (ammettendo però filmo e filmi, alla peggio) e respingeva termini come meeting e leader. Tra le parole condannate c’erano thrill invece di brivido, clown per pagliaccio, match per incontro, partita o combattimento a seconda dei contesti, nurse per bambinaia o governante, e ancora football (calcio), stock (provvista, quantità, rimanenza o deposito), budget (bilancio), star (stella del cinema), toast (crostino), club (circolo), detective (investigatore), detector (rilevatore), game (giuoco), set (partita), bookmaker (allibratore), yacht (panfilo).

In questo clima Gabriele D’Annunzio, inventore di vari neologismi e di motti mussoliniani, intorno al 1936 creò la parola tramezzino come alternativa a sandwich, mentre il linguista Bruno Migliorini, fondatore nel 1939 della rivista Lingua nostra, propose con successo regista al posto del francese regisseur e autista per chaffeur e fu in prima linea nella guerra ai forestierismi appoggiando il regime:

“Negli ultimi anni si è reagito a questa invasione con spirito fascista, e così un gran numero d’intrusi sono stati eliminati o almeno assimilati. Così invece di record si dice primato; non si dice più regisseur ma regista. Nelle trattorie e negli alberghi i menus si chiamano liste, e nessuno si vergogna a chiamare bambinaia quella che si chiamava bonne. Il Touring Club italiano ha cambiato il proprio nome in Consociazione turistica italiana. Il Duce ha dato l’esempio, quando, visitando nel 1931 una mostra d’arte che si stava per inaugurare ha chiamato vernice, quella che prima si indicava con il vocabolo francese vernissage”.

[Bruno Migliorini, La lingua nazionale, Le Monnier, Firenze 1941, p. 410].

regista e autista
La comparsa e la diffusione di autista e regista nelle occorrenze di Google libri.

Consultando i giornali dell’epoca, tuttavia, i forestierismi non erano assenti, e questo tipo di epurazioni furono un fenomeno più di facciata in un primo tempo, anche se le cose cambiarono a partire dal 1936.

CONTINUA

Cosa è successo con la proclamazione dell’autarchia?
La politica linguistica fascista ha funzionato?
E cosa è rimasto oggi?

Questi gli argomenti della seconda parte.