All’origine degli pseudoanglicismi: footing e autostop

Pseudoanglicimi
A dimostrazione dei limiti delle definizioni come quella di “prestito linguistico”, va detto che circolano in Italia tantissimi pseudoanglicismi, quelle parole che suonano come inglesi, ma che non si usano né nel Regno Unito né negli Sati Uniti. Per esempio autogrill, beauty case, golf (nel senso di maglia), pile, slip o smoking. Nel 2010, Cristiano Furiassi ne ha raccolti 286, ma i criteri che ha applicato per definirli in questo modo sono tutti dal punto di vista della mancata corrispondenza con la lingua madre, e la maggior parte sono infatti forme abbreviate come wafer (invece di wafer biscuit o wafer cookie), strip (striptease) o toast (anziché toasty, toastie o toasted sandwich).

Cristiano Furiassi, False Anglicisms in Italian, Polimetrica International Scientific Publisher, Milano 2010.

Queste reinvenzioni dal suono anglicizzante che includono molte unioni miste di radici inglesi come autostop (in inglese è  hitch-hiking) o footing (in inglese esiste ma non nell’accezione sportiva che gli diamo noi) non sono i soliti “matrimoni all’italiana”, si celebrano anche all’estero e molti sono internazionali.

Cfr.: Cristiano Furiassi, Henrik Gottlie (a cura di), Pseudo-English: Studies on False Anglicisms in Europe, De Gruyter, Berlin/Boston/Munich 2001.

La cosa che più mi incuriosisce di questo fenomeno è provare a ricostruirne l’origine.
Con l’avvento del digitale è possibile un nuovo modo di fare ricerche linguistiche che non ha paragoni con il passato, e con questi strumenti ho provato a indagare sulla comparsa di footing e autostop.

Footing
Il Devoto Oi 2017 e il Nuovo De Mauro datano questa parola 1921, mentre lo Zingarelli 2017 spiega che in Francia ha assunto il significato corrente che gli diamo in italiano nel 1936.

Per andare a vedere come stanno le cose ho provato a scartabellare l’archivio storico de La Stampa, che ha reso accessibili le sue pubblicazioni dal 1867 ed è uno degli strumenti più utili in rete, visto che permette l’accesso per parole chiave. Cercando il termine, si può facilmente verificare che era impiegato in alcuni articoli già nell’Ottocento, ma con un significato diverso da quello odierno: si riferiva a un avanzamento di carriera dei militari inglesi per cui pagavano un footing. Proseguendo con pazienza nella lettura dei risultati, ecco che, nel 1914, compare anche l’accezione sportiva moderna in un articolo che riferisce delle mode di Parigi:

“Una partita di polo (…) o almeno di footing o di tennis è necessaria. Beninteso, occorre prima passare da Strom a provvedersi del costume di circostanza: i tacchi alti per il footing, lo sweater col taschino visibile a distanza per il tennis, il golf per il golf, e via di seguito”.

[La Stampa, martedì 10 febbraio 1914, “Lettere da Parigi Il Galanteo”, p. 3]

A quel tempo la Francia rappresentava ancora il modello culturale più forte in Italia e dal francese importavamo molti termini, che però sono stati quasi tutti adattati. La Francia, invece, attingeva dall’inglese, e poiché da noi l’inglese non era conosciuto nemmeno tra gli intellettuali, abbiamo cominciato a importare anglicismi, veri e falsi, di seconda mano attraverso il francese (anche il “golf” per giocare a golf in inglese è pullover e forse anche questo pseudoanglicismo ci arriva dalla Francia).

Dunque, sembra che l’origine dello pseudoanglicismo in Italia provenga dall’importazione di uno storpiamento che arriva dalla Francia: la radice foot (piede) è stata unita a –ing (sul modello per esempio di jogging). Per la cronca: il corrispondente italiano, con lo stesso etimo, sarebbe podismo, ormai considerato un vocabolo antiquato, come la gran parte dei nostri equivalenti dopo l’entrata dei cosiddetti “prestiti”. Di fatto, negli anni Venti e Trenta footing compare sempre più anche nell’italiano con il significato sportivo.

A questo punto non resta che provare a incrociare questi dati con quelli di un’altra strabiliante risorsa: Ngram Viewer. Si tratta di uno strumento di Google che permette di visualizzare i grafici con la frequenza delle parole presenti negli archivi di Google Books, il progetto di digitalizzazione dei libri che conta almeno 5 milioni di volumi in molte lingue. Queste frequenze sono calcolate con gli stessi algoritmi utilizzati per il servizio di ricerca delle parole. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con l’Università di Harvard e permette non solo l’analisi delle frequenze storiche di una singola parola dal 1500 al 2008, ma anche il confronto tra più parole, in un solo corpus o anche nelle differenti lingue, oltre a una serie di altre ricerche più complesse. Il limite del servizio è che per il momento si ferma al 2008, e che non è chiaro quanti libri, e di che tipo, siano presenti nel corpus italiano, ma si tratta comunque di numeri molto alti che coinvolgono un numero di parole che ha un ordine di grandezza decisamente superiore a qualunque studio mai realizzato.

footing_ita_fra_spa

Cercando footing nei corpus italiano, francese e spagnolo tra il 1800 e il 2008, si vede che a fine Ottocento il termine registra un’impennata in Francia, quando presumibilmente acquista il nuovo significato sportivo, mentre in Italia compare una frequenza significativa solo verso gli anni Sessanta, come anche in Spagna, dove però è un po’ meno diffuso.

Se invece si compara la parola footing con jogging nel corpus italiano, si vede come solo dagli anni Settanta appare il termine inglese corretto (il Devoto Oli data jogging 1978) che poi si diffonde e supera lo pseudoanglicismo (lo stesso accade in Francia e in Spagna, ma in questo ultimo paese la frequenza è molto più bassa).

footing_jogging

Autostop

Dalla Francia, stando a Ngram, sembra che arrivi anche autostop (in inglese è  hitch-hiking), che compare prima in Francia intorno al 1938,  poi in Italia verso il 1947, e infine in Spagna nel 1953. La frequenza della parola in Francia è però rimasta molto bassa, in Spagna è oggi più o meno il doppio, mentre in Italia si impenna già negli anni Cinquanta e oggi è circa 5 o 6 volte superiore a quella degli altri  Paesi.

autostop

 

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Anglismi o anglicismi? Come è meglio dire?

Meglio parlare di anglismi o di anglicismi?

Tullio De Mauro ha sempre contestato il termine anglicismo, preferiva parlare di anglismi, una derivazione per lui più corretta, perché il prefisso di derivazione è anglo-, e infatti si parla per esempio di anglistica (lo studio della lingua, della letteratura e della storia dei popoli di lingua inglese) e non di “anglicistica”, e di anglisti (e non di “anglicisti”). Dunque, per lo studioso anglicismo sarebbe a sua volta un anglicismo, ricavato dall’inglese invece che dal suffisso italiano, visto che oltremanica si dice anglicism.

Anche se qualche linguista preferisce questa versione, va detto che la forma più diffusa tra gli studiosi (e non solo), che si ritrova anche sul sito dell’Accademia della Crusca o sulla Treccani, è invece la seconda. Lo Zingarelli definisce anglismo (datato 1970) una forma rara per anglicismo (datato 1747), e il Devoto Oli lo considera una variante (datata ugualmente nel 1970) della seconda forma (datata invece nel 1829) che deriva a sua volta dal francese anglicisme e questo dal latino medievale anglicus, “anglico”.

I grafici di Ngram mostrano che la forma più diffusa è anglicismo, e personalmente ho sempre preferito questa variante che non solo è la più ricorrente, ma corrisponde anche a come si dice prevalentemente in Francia o in Spagna (rispettivamente anglicismes e anglicismos) ed è attestata sin dal Settecento proprio da uno dei più intransigenti puristi della lingua italiana.

anglismi_anglicismi

Nel 1764, la parola anglicismo fa la sua comparsa nella rivista la Frusta letteraria, quando il purista “fondamentalista” Aristarco Scannabue, pseudonimo di Giuseppe Baretti, si scagliava “con implacabile severità” contro quanti favorivano l’imbarbarimento della nostra lingua, mosso dallo “sdegno” nel vedere “la nostra penisola infettata” da scritti e libri “sguaiati” e “ribaldi” che si permettevano di utilizzare parole non toscane o, peggio ancora, di derivazione straniera. A quei tempi la battaglia era prevalentemente contro il francese, e ancora nell’Ottocento i puristi come Rigutini bollavano come gallicismi parole come emozione, mentre Leopardi difendeva l’uso di un francesismo italianizzato come precisazione, benché il termnine movesse “le risa”.

[Cfr. I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, libro compilato pei giovani italiani da Giuseppe Rigutini, Roma, Libreria Editrice Carlo Verdesi, 1886, p. 88]

Nel secolo precedente, Scannabue prefigurava in modo provocatorio e quasi paradossale che insieme alla condanna dei gallicismi ci sarebbe mancato solo l’arrivo degli “anglicismi”:

“Oh che bella cosa, se mi venisse fatto di svegliare in qualche nostro scrittore la voglia di saper bene anche l’inglese! Allora sì che si potrebbero sperare de’ pasticci sempre più meravigliosi di vocaboli e di modi nostrani e stranieri ne’ moderni libri d’Italia! E quanto non crescerebbono questi libri di pregio, se oltre a que tanti francesismi di cui già riboccano, contenessero anche qualche dozzina d’anglicismi in ogni pagina!”

[Cfr. Frusta letteraria di Aristarco Scannabue: opera Di Giuseppe Marco Antonio Baretti, Bologna, 1839, Tipografia Governativa della Volpe al Sassi, pp.72-73].

Ma tra i due litiganti (anglismo e anglicismo), esiste anche una terza via: il sinonimo inglesismo (attestato dal XVIII secolo).

In sintesi, si può dire come si vuole. Queste sinonimie sono la testimonianza di quanto la nostra lingua sia ricca e varia. È la grande bellezza dell’italiano. Perciò difendiamolo: che siano anglismi, anglicismi o inglesismi, il più delle volte si possono meglio esprimere con termini italiani.

 

Storia di “leader” (e della casalinga di Voghera)

I primi anglicismi non adattati hanno cominciato ad affacciarsi timidamente nella nostra lingua soltanto nell’Ottocento. A quei tempi la conoscenza dell’inglese non apparteneva nemmeno alle cerchie degli intellettuali, tanto che persino le traduzioni dei libri venivano fatte non direttamente dall’inglese, ma di seconda mano dal francese (Cfr. Anna Benedetti, Le traduzioni italiane da Walter Scott e i loro anglicismi, Leo S. Olschki, Firenze, 1974).

Nella seconda metà dell’Ottocento sono aumentati e, nel corso di tutto il XIX secolo, tra quelli adattati (come rosbiffe, elfo o baronessa) e non adattati, si riducevano a qualche centinaio. Nel dizionario di Sabatini-Coletti quelli non integrati sono 147, il Devoto-Oli ne registra 187 e lo Zingarelli 205.

Tra questi c’è il termine leader (datato 1834 sia dal Devoto-Oli sia dallo Zingarelli), penetrato dal linguaggio politico (insieme a meeting o a premier), che però non era a quell’epoca molto usato né compreso da tutti.

Per ricostruire la storia della penetrazione di questo anglicismo tra i più datati, ci si può appoggiare ai grafici di Ngram che mostrano come leader comincia appena a diffondersi agli inizi del Novecento, per poi regredire tra il 1923 e il 1940. Il fascismo ha infatti sin da subito cercato di regolamentare anche il linguaggio (tra le tante cose), visto come uno strumento fondamentale per la coesione del popolo e per la difesa del nazionalismo. E così, insieme all’abolizione della stretta di mano e all’imposizione del voi al posto del lei (ma per fortuna si poteva ancora parlare di Galileo Galilei e non di Galileo Galivoi, per riportare una battuta dell’epoca), il regime si scagliò contro l’uso dei forestierismi, inizialmente con le tasse sulle insegne delle attività commerciali, e poi con proibizioni sempre più pesanti soprattutto durante gli anni della guerra, quando parlare l’idioma del nemico era considerato una sorta di alto tradimento.

In questo clima, Paolo Monelli, in Barbaro dominio, indicava sinonimi come: capo, campione, capolista, esponente, il primo, il migliore, e venendo alla pronuncia scriveva: “Questa parola inglese, carissima agli scrittori di cronaca sportiva, si pronuncia pressapoco lida (dal verbo to lead, pron. tulìd, da una comune radice germanica; cfr. ted. leiten, pron. làiten). I bolognesi equivocano volentieri con lèder, che vuol dire ladro.”

[Vedi Giovanni Iamartino: http://www.treccani.it/lingua_italiana/speciali/ok/Iamartino.html]

Caduto il fascismo, la parola comincia a diffondersi e la sua frequenza a salire.

leader

Nel 1966, il Servizio opinioni Rai avviò un’indagine per monitorare la comprensione del linguaggio da parte degli italiani condotta su un campione di 1.000 persone, e tra le parole difficili c’era anche leader.

La parola risultò comprensibile per il 55% delle casalinghe di Voghera senza istruzione, per l’89% di quelle di Bari che avevano terminato almeno le scuole medie, per il 37% degli agricoltori di Andria senza istruzione, per il 63% degli operai di Milano con la scuola elementare o media, e per il 97% degli impiegati di Roma diplomati o laureati.

[Sergio Lepri, Medium e messaggio. Il trattamento concettuale il linguaggio dell’informazione, Gutenberg 2000, Torino, 1986, Tabella V, p. 107]

Oggi, è cambiato tutto e una casalinga di Voghera probabilmente è tale perché ha perso il suo posto di lavoro in un call center, mentre dopo l’avvento delle televisioni private la Rai si è sempre più adeguata a rincorrere i modelli della concorrenza commerciale, e in questo processo, come osserva Gabriele Valle (che ci fa notare che in spagnolo il termine è stato adattato in lìder):

“Un numero considerevole di anglicismi viene propagato dai mezzi di comunicazione: la radio, la televisione e la stampa (quelli che ieri contribuirono a unificare la lingua oggi la stanno intaccando).”

[Gabriele Valle, “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 761]

 

Mentre adesso i canali di mamma Rai si chiamano Rai movie, Rai news, Rai premium, Rai Gulp e via dicendo, leader è diventato un termine praticamente insostituibile, annoverato tra le parole ad alto uso della nostra lingua nell’aggiornamento 2016 del Vocabolario di base della lingua italiana di Tullio De Mauro (che raccoglie circa 7.500 parole), e tra le 10.000 parole fondamentali del Devoto-Oli.

Inoltre è diventato un termine che, come un suffissoide, genera una nuvola di altri anglicismi registrati dai dizionari come leaderboard (riquadro pubblicitario dal forte impatto visivo che compare nella parte superiore delle pagine in rete), leadership, market leader, opinion leader, price leader, project leader, tour leader e tutta un’altra serie di espressioni che circolano anche fuori dai dizionari, tra cui la più gettonata è “azienda leader”: ricorre su Google più di 900.000 volte, e sembrerebbe che tutte le aziende si definiscano ormai così.

In un bar-libreria di Milano che espone annunci finti e spassosissimi, ho letto: “Azienda leader cerca settore in cui operare”.