Italia: un Paese occupato, linguisticamente e culturalmente

L’altro giorno, su La Repubblica, nella rubrica Moda e Beauty si parlava dello sharenting, il fenomeno dei genitori che pubblicano le foto dei figli in Rete, anzi sui social, che in inglese sarebbe social network (altrimenti significa solo sociale) ma che noi usiamo al posto di piattaforme sociali.

Sharenting circola almeno dal 2016, e nel 2020 un giornalista espertone ci ha scritto pure un libro (Gianluigi Bonanomi, Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione dei figli online, Mondadori 2020). A noi non resta che dire così, visto che nessuno è capace di inventare parole nuove, né di usare quelle vecchie, nel pappagallismo italiano che non fa che scimmiottare ogni cosa che arriva dagli Stati Uniti, in particolare le fesserie.

Inutile dire che questa parola-concetto non esiste sui mezzi di informazione francesi e spagnoli, dove i social sono le reti sociali e gli influencer sono infuenti, perché fuori dall’Italia è in voga una bizzarra consuetudine, quella di usare la propria lingua, in linea di massima, senza che nessuno se ne vergogni. Ma noi siamo troppo avanti nel nostro suicidio linguistico e culturale.

Il plogging

E così capita che CemAmbiente di Cavenago Brianza lanci l’iniziativa del plogging, ottimo esempio di distruzione delle parole attraverso la sostituzione con quelle inglesi, in un lavaggio del cervello che cancella il passato, la storia e crea nuove realtà. L’attenzione per l’ecologia linguistica è inesistente in queste iniziative che proteggono l’ambiente mandando in rovina l’italiano.

Quando ero ragazzo il mio vicino di casa partecipava ogni estate ai campi per ripulire i parchi dai rifiuti. Le iniziative per ripulire l’ambiente sono un concetto piuttosto datato e diffuso. “Una camminata per pulire le strade” si può leggere in un articolo del 2012 su Il Tirreno che riferisce del progetto “Puliamo le nostre strade” organizzato dall’associazione A piedi nudi di un piccolo Comune. In italiano ci sono iniziative anche più recenti come la “Staffetta sull’Adda per ripulire i bordi del fiume e l’Alzaia dai rifiuti”, ma la differenza con il passato è che oggi tutto ciò è etichettato all’insegna del plastic free, visto che siamo incapaci di dire senza plastica.

“Ma queste iniziative sono altra cosa rispetto al plogging, che non è proprio come….”, dirà subito il “non-è-proprista” pronto a difendere le sfumature dell’inglese e dello pseudoninglese. Naturalmente questo atteggiamento porta il più delle volte a dire un gran numero di idiozie.

Il rispetto della natura si ritrova nei vecchi manuali di montagna, che tra le regole auree prescrivevano di non lasciare rifiuti e tracce del proprio passaggio, e spesso incentivano a raccogliere i rifiuti altrui, durante le escursioni. Un appassionato di montagna come Fabrizio Bellucci, detto Bicio, sul suo sito Zaino in spalla, scriveva (con tanto di logo oggi chiamato “kit del plogger”): “Nel mio zaino porto sempre un sacchetto di plastica (sì, proprio uno di quelli che inquinano maggiormente) e un guanto riciclati tra quelli utilizzati per l’acquisto di frutta e verdura nei supermercati. Durante la camminata in montagna, se vedo cartacce, lattine, pezzi di plastica abbandonati, mi infilo il guanto e li raccolgo nel sacchetto, che porterò giù a valle. Oltre all’oggettivo vantaggio di sgomberare i sentieri dai rifiuti, se qualche escursionista ci vede durante la raccolta, come minimo eviterà di gettare rifiuti a sua volta e magari seguirà il nostro esempio alla prossima occasione. (…) Il bello è che questa raccolta non avviene una volta all’anno in occasione della festa dei sentieri, ma è un piccolo gesto che è entrato ormai a far parte del nostro modo di andare in montagna.”

La cancellazione del passato

Cancelliamo il passato, riscriviamo la storia, costruiamo una nuova realtà è usiamo l’inglese. Presto fatto. Buttiamo l’italiano e passiamo al plogging. “Il nuovo trend nato in Svezia, unisce in sé le due parole ‘jogging’ e ‘plocka’ che è svedese e significa ‘raccogliere”. L’idea è semplice: interrompere la corsa o camminata con piegamenti e stretching fa bene al corpo e raccogliere contemporaneamente i rifiuti da terra aiuta l’ambiente.”

Plogging è perfetto da vendere come un nuovo concetto della newlingua. Suona inglese, si appoggia ai tanti “ing” che ormai abbiamo fatto nostri (shopping, working, trekking…), e dunque i giornali lo diffondono così: “Plogging, correre e raccogliere rifiuti” si legge sulla rubrica Vivere Green di ANSA (7 maggio 2018); “Sport e green: impazza il plogging, raccogliere rifiuti correndo” (Il Sole 24 ORE, 5 aprile 2021)…

Prima dell’arrivo del plogging c’erano altri modi per reinventare l’acqua calda facendola sembrare un concetto nuovo e inglese. Si può citare il “Collect Waste Walk: camminare e raccogliere rifiuti” (6 marzo 2019), spacciato come la geniale idea di un salentino (ma se si esprimesse non dico in italiano ma almeno nel dialetto locale, non sarebbe meglio?) “che ha inventato un nuovo sport che unisce la passeggiata all’attività di raccolta rifiuti”.

Oppure si può parlare più semplicemente di ecotrekkig: “Passeggiare e raccogliere rifiuti in montagna: così nasce l’ecotrekking”, una parola usata anche dall’italianissimo Chianti Green, che introduce il concetto dei “cittadini walk & clean”.
L’elenco di questi esempi è sterminato.

Il lessico dell’anglonuovismo

Il problema non sono le singole espressioni, talvolta passeggere, talvolta no. Il problema è la logica che c’è sotto, ed è questa che sta facendo morire l’italiano. Si rinnova tutto, anche le cose più vecchie, usando qualsiasi cosa che suoni in inglese. E allora nascono gli hub vaccinali invece dei centri, i covid hospital invece degli ospedali covid, i cluster invece dei focolai, i no vax invece degli storici antivaccinisti, seguiti dai no mask (ennesima espressione assente nel francese e nello spagnolo)… È la panspermia dell’inglese che ci bombarda quotidianamente con migliaia e migliaia di anglicismi, con la stessa tecnica della riproduzione delle ostriche che sparano migliaia e migliaia di larve. La maggior parte non sopravvivono, sono passeggere; ma altre attecchiscono, e poi si riproducono (se c’è il plogging c’è anche il plogger). E così il trekking e il trekker hanno la meglio su escursionismo ed escursionista, dove gli sport all’aperto sono outdoor, la corsa è il running, il jogging, persino il footing… in una catena di anglicismi che si amplia a scapito delle parole italiane che regrediscono (se la corsa è jogging poi nasce il plogging).

L’altro giorno una mia amica mi ha avvertito che era in ritardo perché il fixing dell’apparato acustico che stava acquistando andava per le lunghe. Si tratta semplicemente della fase di personalizzazione e adattamento che gli esperti chiamavano in un più solenne inglese, ma che si potrebbe dire anche customizzazione, in altri contesti. L’ortopedico mi ha detto che devo fare stretching, non esercizi di allungamento. Il nostro governo ha deciso di inseguire il modello di Macron che prevede l’obbligo del certificato verde, ma i giornali lo chiamano green pass, anche se Macron lo chiama passe sanitaire. E mentre i giornali spagnoli parlano di certificato covid, da noi c’è solo il green pass, che in inglese chiamano healt pass, cioè passaporto sanitario. Tutti gli apparati mediatici da noi continuano a tradurre il “certificato verde” in questa sovralingua itanglese, assurda e ridicola. Green pass è un’invenzione giornalistica evoluta dal covid pass. La sensazione è quella di vivere in un Paese occupato. E dobbiamo chiederci: chi ci sta occupando?

Il green pass sui giornali in Italia, e come si dice in Francia, Spagna e Regno Unito.

Il broccolino 2.0

Gli immigrati italiani di New York di primo Novecento chiamavano la lavatrice (washing machine) “vascìnga mascìne” nell’italiano broccolino. Quell’idioletto – cioè la lingua ibrida di una piccola comunità – era fatto di adattamenti delle parole inglesi ai suoni italiani, visto che i nostri connazionali a Brooklyn non padroneggiavano l’inglese, e il nome di quel quartiere era così simile a “broccolo” che bastava dire così per farsi intendere. Per cui il lavoro (job) diventava “giobba” e i negozi (shop) “scioppa”.

Un secolo dopo questo italiano broccolino è scomparso, ma è la nostra lingua nazionale che si è trasformata in una sorta di broccolino 2.0: si chiama itanglese ed è parlato in Italia dagli italiani, non dagli immigrati all’estero. Tutto si è ribaltato, non adattiamo più i suoni inglesi a quelli italiani, ma viceversa. Dunque il lavoro è ormai direttamente job o work a seconda dei contesti, e i negozi sono diventati shop, ma anche store. A buttar via le nostre parole per sostituirle con quelle angloamericane non sono più gli emigrati “ignoranti”, ma i giornalisti, gli intellettuali e la nostra intera classe dirigente, cioè quelli che hanno il potere di fare la lingua, quelli che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi lo stanno distruggendo. Sono i coloni e i collaborazionisti di un nuovo regime linguistico che si vuole imporre. Che è fatto di parole inglesi importate ma anche di neo-coniazioni pseudo-inglesi autoctone.

L’englishwahing: il lavaggio del cervello attraverso l’inglese

Dalla “vascinga mascine” siamo passati al whitewashing (white = bianco e washing = lavaggio) per indicare il dare una sbiancata ai protagonisti dei film, cioè la tendenza a utilizzare attori bianchi per ruoli che storicamente spetterebbero ad altre etnie. Poiché gli anglicismi non sono isolati e ognuno tira l’altro come le ciliegie, si parla anche di greenwashing per indicare l’ecologia di facciata per esempio di certe pubblicità o politiche aziendali, e anche di pinkwashing per indicare lo pseudo-femminismo paternalistico e demagogico, l’ipocrisia rosa, potremmo chiamarla, se non fossimo colonizzati. Il punto è che nessuno vuole ricorrere all’italiano, e forse non ne siamo più capaci.

Questo fenomeno patologico che sta facendo morire la nostra lingua si potrebbe forse chiamare Englishwhasching, per usare il linguaggio di chi la sta distruggendo e fare in modo che capisca il problema. Dopo l’epoca in cui Manzoni aveva sciacquato i panni in Arno, oggi i nuovi centri di irradiazione della lingua preferiscono immergerli nelle acque del Mississipi, più che del Tamigi. È il lavaggio del cervello attraverso le parole-concetti in inglese.

La newlingua orwelliana

Questa newlingua ibrida ricorda in modo impressionante la neolingua di 1984 di Orwell, quella che il Grande fratello voleva realizzare con la creazione del dizionario della Novalingua. Nella sua Teoria della dittatura (Ponte della grazie, 2020), Michel Onfary analizza nel dettaglio questo progetto, punto per punto. La neolingua punta alla distruzione delle parole, alla cancellazione del passato, a riscrivere la storia per creare una nuova realtà. Esattamente quello che stiamo facendo noi.

Al contrario dello scenario owelliano, a imporre la newlingua non c’è una dittatura, ma una “onorevole gara” a sostituire le parole, che ricorda il meccanismo ben descritto da Tacito nell’Agricola. Il merito di questo condottiero romano non è stato tanto nella conquista della Britannia spiegava Tacito bensì nell’essere riuscito a tenerla colonizzandola culturalmente. È riuscito a far bramare i costumi, la cultura e la lingua degli invasori, in modo che coloro che prima sdegnavano il linguaggio romano alla fine ne ammirassero l’eloquenza. Agricola riuscì in questa impresa soprattutto coinvolgendo i figli dei capi tribù, cioè la classe dirigente, per tradurre tutto in termini più moderni. “Gl’inesperti chiamavan ciò cultura, mentre era parte di servaggio” conclude Tacito.

Oggi assistiamo allo stesso meccanismo, ma sono i discendenti dei Britanni a soggiogarci con le loro “fogge”, i loro costumi, la loro cultura e la loro lingua.
Non ci sono eserciti e carri-armati a occupare il nostro Paese, ci sono le nuove strategie che aveva lucidamente compreso Churchill: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

Questo disegno figlio del colonialismo inglese è stato poi realizzato dagli Stati Uniti. Le leve principali sono due: l’espansione delle multinazionali e della loro lingua, e la creazione del mito americano.

Dal mito del tu vuo’ fa’ l’americano alla realizzazione del “siamo tutti americani”

Naturalmente non c’è alcun complotto e nessuna sala dei bottoni dove queste cose vengono determinate. C’è una strategia più simile ai meccanismi della selezione naturale. Quando un esercito di cavallette invade un territorio non è perché il re delle cavallette lo ha ordinato loro. Semplicemente, migliaia di individui si muovono seguendo tutti la stessa pulsione e lo stesso obiettivo. Le multinazionali si espandono alla ricerca del profitto in tutto il mondo, imponendo allo stesso tempo la loro lingua e la loro terminologia (insieme alla loro logica) attraverso la pubblicità e le strategie di conquista. Nelle vetrine dalle insegne in inglese vediamo le sneaker, il black friday, le etichette con gli special prize… quando diciamo decoder invece di decodificatore, ripetiamo quello che leggiamo sulle scatole dei prodotti che compriamo. Le interfacce informatiche ci ammaestrano con i loro snippet, widget, timeline, homepage, link, download
Il mondo del lavoro parla inglese, la cultura è ormai identificata con quella anglo-americana (non avrai altra cultura all’infuori di me!), che usa la terminologia inglese, dal cinema alle scienze sociali, dal marketing allo sport, dalla scienza alla tecnologia… E in questo contesto anche la scuola parla (e dunque forma) in itanglese e ci sono università che erogano ormai i corsi in inglese, mentre l’Europa punta all’inglese come lingua sovranazionale (alla faccia dei principi costituenti basati sul plurilinguismo) con i documenti bilingui a base inglese e altri subdoli analoghi provvedimenti. Dall’albertosordità del tu vuo’ fa’ ‘americano siamo passati al “siamo tutti americani” con cui si è aperto simbolicamente il nuovo Millennio.


Al contrario di ciò che avviene in Francia e in Spagna, questo inarrestabile fenomeno non è controbilanciato da alcuna pressione interna contraria. In Italia non ci sono né leggi, né accademie o associazioni linguistiche a tutela della nostra lingua. Accecati dal nuovo modello americano globalizzato, agevoliamo dall’interno la nostra distruzione culturale, e dunque linguistica. E ce ne compiaciamo.

L’anglicizzazione dell’italiano durante il coronavirus

Durante la pandemia, gli anglicismi hanno cambiato il nostro modo di parlare con un’intensità senza precedenti, per il numero e per la rapidità con cui molte parole si sono radicate. Ho trattato questo argomento più volte su questo diario, e in un articolo sul portale Treccani (“La panspermia del virus anglicus”) ho provato a ricostruirlo in modo più organico.

Noto che questa tendenza continua anche dopo il picco epidemico. Per esempio con il diffondersi di “staycation” per designare il turismo di prossimità. È un neologismo inglese che i giornali non si possono far scappare, occorre trapiantarlo al più presto, o almeno provarci. Esprimere lo stesso concetto con parole nostre più trasparenti non è altrettanto importante, evidentemente.

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Tra i nuovi anglicismi che si sono affacciati negli ultimi dieci giorni, più o meno legati alla coda della crisi del coronavirus, c’è il family act, una rinuncia a usare l’italiano che si commenta da sola.

Sta prendendo piede anche il cashless. Si sente dire così dagli esperti che rivestono un concetto di cui si parla da molti anni di questo suono nuovo. La sua presa si basa sul fatto che cash al posto di contanti e liquidità è già in uso da tempo e che less è presente come suffisso in molte altre parole inglesi che non traduciamo: contactless, il pagamento senza contatto o a sfioramento, cordless e wireless (rispettivamente apparecchi o connessioni senza fili), ticketless (biglietto digitale, telematico, virtuale), homeless (senzatetto)…

A proposito della rete di anglicismi che si allarga, e che non sono affatto prestiti isolati, noto che il recovery sta prendendo vita; poche settimane fa è stato trapiantato il recovery fund (fondi per la ripresa), poi è arrivato il recovery plan. Un anglicismo tira l’altro, come le ciliegie, come le patatine: ancora uno e poi basta… Decurtato all’italiana, semplicemente recovery, sui giornali si impiega così per indicare un piano di recupero straordinario, che richiama un significato già da tempo circolante in informatica (il ripristino o recupero dei dati), e il disaster recovery, un sistema per il recupero dei dati e più in generale un protocollo o una procedura per emergenze o catastrofi.

Questo crescere dell’inglese è sotto gli occhi di tutti. Ma quello su cui vorrei riflettere è l’altra faccia della medaglia.

Davanti al pullulare degli anglicismi per descrivere tutto ciò che è nuovo, quante sono invece le nuove parole italiane che sono sorte? Qual è stata la capacità della nostra lingua di evolversi per via endogena, in questo periodo?

Questa mi pare che si possa considerare la prova del nove, molto utile per comprendere lo stato di morte dell’italiano.

I cambiamenti linguistici dell’italiano durante la pandemia

Per riflettere sulla cristallizzazione dell’italiano che si sviluppa quasi esclusivamente attraverso gli anglicismi, voglio partire da un’intervista a una sociolinguista che non ritiene che l’anglicizzazione costituisca un problema. Vera Gheno, in un articolo su Wired intitolato “La lingua della pandemia: come il coronavirus ha cambiato il nostro modo di parlare” non fa alcun accenno agli anglicismi. Davanti a un titolo del genere, mi ha davvero stupito che la cosa più eclatante sia stata ignorata, perché attraverso questa scelta si costruisce una narrazione che più che fotografare la realtà appare funzionale alle proprie tesi sul ruolo non devastante dell’inglese sull’italiano.

“Quando ci troviamo di fronte a un concetto nuovo – scrive giustamente Vera Ghenoabbiamo bisogno che la nostra lingua si modifichi per poterlo esprimere e quindi nascono parole nuove; oppure accade che parole che prima avevano un significato lo cambino e lo adattino a nuovi contesti (è il fenomeno che in linguistica si chiama slittamento semantico, o risemantizzazione funzionale).”

Ma passando da queste considerazioni astratte e ovvie alle cose concrete, quali sono queste parole nuove italiane?

Stando a quanto si legge nell’articolo, tutto si può riassumere nell’apparire di “paucisintomatico” e nella risemantizzazione di “tamponare” che non significa più solo incocciare la macchina davanti o arginare: adesso indica anche fare tamponi diagnostici.

Ecco come la nostra lingua si è saputa evolvere. Non c’è molto altro. Nell’articolo si parla dei mutamenti della connotazione di “positivo” associata ai risultati medici (una persona positiva evoca questo), che non è nulla di nuovo rispetto a quanto è accaduto con l’Hiv; della fortuna di “resilienza”, di un passaggio dal noi al voi che esprimerebbe la diffidenza verso l’altro, dell’aumento di parole di ambito domestico tra panificazione e cucina, delle metafore belliche (che però appartengono da sempre all’ambito della medicina, checché se ne dica) che rendono gli infermieri “eroi”. C’è il ritorno di parole manzoniane come untore, insomma, nulla di nuovo sotto il sole sul fronte interno, o comunque nulla di eclatante. È questa l’evoluzione della nostra lingua?

Di fronte a queste pochezze bisognerebbe pesare almeno neologismi come lockdown, droplet, recovey fund, staycation e bisognerebbe annoverare intere famiglie di anglicismi come covid hospital, covid pass, covid manager, covid like… Bisognerebbe sottolineare che lo smart working è passato da tecnicismo a parola comune e sta generando la smart didattica, bisognerebbe dire che si sono radicate parole come cluster, trial, screenare… e che sono aumentate le frequenze di trend, hub, conference call, voucher, delivery… Non sono questi, e moltissimi altri anglicismi, ciò che maggiormente ha cambiato il nostro modo di parlare, e soprattutto quello dei mezzi di informazione?

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Negli archivi del Corriere.it, nei primi 6 mesi del 2020 la frequenza di cluster è addirittura decuplicata rispetto all’intero 2018; quella di voucher spicca in modo significativo rispetto agli anni passati.

Fuori dai pochi esempi di Vera Gheno, se ampliamo le ricerche alle parole italiane nuove o evolute, rimane il vuoto, o comunque la rarefazione estrema.

Tra i neologismi ci sono cose insignificanti e di scarso peso come covidiota (calco dell’inglese covidiot) o lo scherzoso coglionavirus, titolo di un libro. C’è la comparsa del distanziamento sociale o di infodemia (altri calchi dall’inglese), e anche il nuovo significato di “goccioline” che – incredibilmente e in controtendenza – pare guadagnare terreno e avere la meglio su droplet (forse è questa l’unica vera novità dell’italiano). Ci sono questioni già esistenti che sono divenute più popolari come paziente zero, oppure la differenza di significato (non sempre scevra da disaccordi) tra mortalità e letalità. Tra le metafore manzoniane si può aggiungere lazzaretto… Ma queste bazzecole non sono incisive per la nostra lingua. Non esiste alcun segno di vitalità dell’italiano davanti a questa emergenza/novità; fuor dall’inglese l’italiano si conferma lingua morta, incapace di arricchirsi per via endogena.

In un altro recente articolo, Vera Gheno è entrata maggiormente nella questione dei forestierismi da covid, per poi concludere che il suo atteggiamento davanti agli anglicismi è “in medio stat virtus”. Viene da chiedersi dove sia “il medio” nel linguaggio della pandemia. Io vedo solo il dito medio nei confronti della lingua italiana. Se l’evoluzione si riduce all’allargamento di significato di “tamponare”, siamo fritti.

“Il miglior modo di amare la propria lingua è quello di perseguire la via del plurilinguismo” scrive Vera Gheno. Ma faccio fatica anche a ravvisare il plurilinguismo nel linguaggio della pandemia. Quali sono gli altri termini stranieri? A parte l’aumento di frequenza di movida, c’è solo l’inglese! Leggerei questo segnale come una creolizzazione lessicale, che non ha nulla a che vedere con il plurilinguismo. E il caso dei francesismi triage e plateau (che comunque sono solo due) è apparente, sono stati usati solo perché in uso anche in inglese, a parte la loro origine. In sintesi, mettere sullo stesso piano questi pochi esempi con il caso degli anglicismi, così tanti che non si riescono più nemmeno a contare, è un’operazione che non tiene conto della realtà e dei numeri.

A proposito del linguaggio dell’emergenza covid, mi hanno colpito anche le dichiarazioni di Giuseppe Antonelli – lo studioso che sostiene che l’anglicizzazione dell’italiano è solo un’illusione ottica – in un’intervista sulla televisione svizzera (“Le parole dell’emergenza coronavirus”).

Anche in questo caso il linguista evita accuratamente di parlare dell’invasione degli anglicismi, e sposta il problema su altre questioni secondarie, che non mi pare colgano il fulcro di quanto sta avvenendo. Antonelli spiega che “le parole hanno un grande potere e possono a loro volta avere delle pesanti conseguenze sul mondo”, ma non si riferisce agli anglicismi bensì a espressioni, che condanna, come l’uso iniziale di “influenza cinese” per indicare il coronavirus, perché ha fatto passare il messaggio di qualcosa di “lontano” e di “banale” come un’influenza. Non gli si può dare torto, a parte il fatto che con il senno di poi è facile fare queste considerazioni, ma sino ai primi di marzo nessuno, nemmeno i virologi, aveva previsto cosa ci stava per accadere. Più grave è semmai che Trump continui a usare questa formula con evidenti intenti politici, ma in Italia nessuno lo fa più, per fortuna.

Lo studioso critica poi l’espressione “distanziamento sociale” e ritiene più appropriato parlare per esempio di “distanza di sicurezza”. Questa considerazione si trova spesso, anche nei dibattiti in Francia e in Spagna. Ancora una volta queste riflessioni sono condivisibili. “Distanziamento sociale” è però entrato nell’uso, e viene da chiedersi: ma come? E la retorica “dell’uso” che fine ha fatto? L’uso così intoccabile e rispettato quando riguarda le parole inglesi che se entrano nell’uso bisogna accettarle, non condannarle o tradurle… perché “l’uso” con cui si giustificano e si dichiarano “necessari” gli anglicismi viene invece messo in discussione in altri casi?
Comunque sia, accanto a questo strano modo di essere descrittivi e di rinunciare a essere prescrittivi a seconda dei casi, siamo sicuri che siano queste le parole dell’epidemia e i problemi dell’italiano in questo momento di colonizzazione senza precedenti?

E infatti il conduttore, Lorenzo Buccella, incalza Antonelli chiedendogli qualcosa sull’inglese che “ha preso il sopravvento durante la pandemia”. Ma la risposta, ancora una volta, ignora la trave e si concentra sulle pagliuzze:

“Io credo che il problema non sia tanto il fatto che abbiamo usato molte parole inglesi, d’altronde questa era una situazione che coinvolgeva tutto il mondo, c’è un aspetto proprio di globalizzazione (…) e allora lockdown è il termine che ha utilizzato l’Oms, il discorso era una parola nuova straordinaria rispetto alla situazione nuova di emergenza…”.

Insomma, per Antonelli il problema della comunicazione della pandemia non è l’inglese, è più importante “utilizzare parole univoche”, anche perché in situazioni di emergenza chi comunica ha una responsabilità ancora più grande: “Le parole possono e probabilmente avrebbero potuto salvare vite umane.”

È curioso che venga riconosciuta ai mezzi di informazione questa “responsabilità” di salvare le vite umane, ma non quella di uccidere le parole italiane. La tesi di Antonelli è infatti che l’inglese sarebbe contenuto in una percentuale fisiologica che “viene avvertita come preoccupante perché amplificata dai mezzi di comunicazione di massa. Sono soprattutto radio, giornali e televisioni – infatti – a offrire l’immagine di un italiano (artificialmente) saturo di parole ed espressioni angloamericane” (Un italiano vero. La lingua in cui viviamo, Rizzoli p. 74).

Ma a parte questa oscillante concezione della responsabilità mediatica, ciò che è davvero insostenibile è la giustificazione del ricorso all’inglese con la favola della globalizzazione e quindi degli internazionalismi. Lockdown o droplet, che gli ha citato il conduttore, così come smart working e la maggior parte degli altri inglesismi e pseudoinglesismi che usiamo, sono penetrati solo nell’italiano, e non esistono né in Francia né in Spagna. E allora perché mai la globalizzazione “ingloba” solo l’italiano?

 

Il francese e lo spagnolo in epoca di covid

Il dibattito sull’evoluzione della lingua durante la pandemia, con riferimento soprattutto agli anglicismi, si è sviluppato anche in Francia. Ma la situazione non è nemmeno lontanamente paragonabile allo sfacelo dell’italiano.

Il francese è una lingua viva, dove si coniano neologismi, dove davanti all’espansione dell’inglese globale esiste una resistenza, che non è fatta da un cane sciolto come la mia, e come quella italiana, ma è istituzionale, supportata dalle leggi che vietano forestierismi nel francese ufficiale e dei contratti del lavoro, che si appoggia alla Costituzione, alle indicazioni del Journal officiel (la Gazzetta francese), all’operato dell’Académie française, e dei mezzi di informazione.

Anche in un articolo su Radio France (“La lingua francese ai tempi del coronavirus”) si registra il malcontento sul “distanziamento sociale”, interferenza dell’inglese, che sarebbe più appropriato rendere in altri modi, come distanza di sicurezza o fisica. Ma si lamentano anche gli anglicismi che si sono fatti strada, come cluster al posto di focolaio, con la differenza che rispetto a quanto avviene da noi dove le occorrenze sono decuplicate rispetto agli anni passati, ricorre molto meno, e spesso è tra virgolette. Ma, soprattutto, l’uso dell’inglese viene deprecato, non misconosciuto, giustificato o spacciato come internazionalismo necessario!

Mentre i nostri mezzi di informazione diffondono anglicismi – che in Francia non esistono – senza alternative, le Figaro sforna innumerevoli pezzi che condannano l’inglese e riprendono le direttive della Commissione per l’arricchimento della lingua francese che invita a usare foyer (épidémique) al posto di cluster: “Coronavirus: ne dites plus «cluster» mais…”, oppure infox al posto di fake news: “Coronavirus: des mots français pour en parler”.

Mentre da noi i politici coniano family act, trapiantano recovery fund, e in parlamento parlano con la massima naturalezza di lockdown e smart working, il sito del Ministero della cultura francese produce una guida alle parole francesi per esprimere il lessico del coronavirus (traçage e non tracking, faire-face e non coping) e un glossario della terminolgia medica che si appoggia a un ben più ampio dizionario terminologico con i corrispondenti francesi. Lo scopo è quello di “arricchire la lingua francese”, e gli esperti non si sognano né di negare o ignorare l’esistenza degli anglicismi, né di proclamarli “necessari” e in questo modo avallarli, ma si prodigano nel tradurli nel giusto modo e nel coniare nuove parole, operando scelte terminologiche autoctone per i vocaboli che non ci sono!

In Spagna gli anglicismi non sono penetrati durante la pandemia, e il dibattito sulla lingua del coronavirus che “infetta” il dizionario della lingua spagnola è commovente. Sul El País, in un articolo intitolato “La Real Academia busca una definición para el coronavirus” la questione non tocca l’interferenza dell’inglese, che non c’è, ma il maschile o femminile di covid, o mascherina che accanto a “mascarilla” registra sinonimi esotici come “barbijo” in Bolivia, “tapaboca” a Cuba o “nasobuco” in altri luoghi. La stesso dibattito che si ritrova leggendo un articolo di Abc intitolato “El coronavirus también infecta el Diccionario de la lengua española” che si pone il problema dell’uniformità di queste varianti per mantenere lo spagnolo omogeneo. Non possiamo che ridere (o piangere?) se paragoniamo tutto questo con la situazione italiana. Mentre da noi c’è solo il lockdown, lì le questioni linguistiche sono incentrate su come formare il giusto verbo da “cuarentena”: meglio “cuarentenar”, “cuarentenear” o “encuarentenar”? L’unico anglicismo che si trova nel pezzo è zoom: “quello che sino a poco tempo fa era solo un obiettivo a lunghezza focale variabile” lamenta l’articolo! Per noi è inimmaginabile che la lingua evolva senza importare l’inglese, ma in Spagna e in Francia, come in tutte le lingue sane, è normale!

Altro che internazionalismi e globalizzazione! In Italia bisogna parlare di colonizzazione.

Come nota Gabriele Valle, in Spagna non esiste il droplet, ci sono solo le gotas de saliva, non c’è il lockdown ma il confinamiento (come in francese e in tutta l’Europa latina, salvo da noi) e il deconfinamento progressivo, la nostra fase 2, 3 e quel che sarà, si può esprimere con desconfinamiento o desescalada.

E in portoghese? Provate a dare un’occhiata allo speciale covid sul quotidiano portoghese Publico, e provate a contare gli anglicismi, se li trovate. Poi fatevi un giro sul Corriere.it, e fate i vostri confronti.

A questo punto ognuno avrà qualche elemento in più per riflettere su cosa significhi “essere internazionali”, se significa fare come negli altri Paesi di lingua romanza o se significa essere colonizzati dalla sola lingua inglese. E anche per ragionare sulla “necessità” dei nostri anglicismi, bollati come necessari solo da noi e dai collaborazionisti di questa creolizzazione lessicale, visto che altrove la lingua nazionale evolve, si arricchisce, è difesa e promossa, mentre l’italiano è ormai ingessato nei suoi significati storici e destinato a trasformarsi in itanglese; soffocato da una quantità di anglicismi che qualcuno considera una ricchezza, ma non sono altro che l’impoverimento e la morte del nostro lessico sempre più mutilato.

 

PS
Come al solito rinnovo l’invito: chi è preoccupato e stufo può firmare e soprattutto diffondere la petizione #litalianoviva. Si riuscirà a fare qualcosa? Almeno proviamoci!

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Sulla morte dell’italiano

Da quando ho lanciato la petizione #litalianoviva contro l’abuso dell’inglese sto ricevendo tantissime segnalazioni per il dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi, e soprattutto una gran quantità di lettere, così tante che faccio davvero fatica a rispondere a tutti.
Alcuni di questi contributi mi hanno spinto a precisare un po’ meglio il tema centrale dell’itanglese e della “morte dell’italiano”, che non è chiaro a tutti.

 

Se questo è un italiano

Parto da quanto mi ha scritto Luis:

“Non vado più alla Mondadori. Appena entri nello store c’è un book point dove puoi pagare con la cash back card. Alla Rinascente questo weekend c’era il 20% di sconto sul mio shopping con la Rinascente card. Summer Discount su tutto il make-up e lo Skin Care. Ora con l’applicazione lo shopping è ancora più Smart.
Da Cisalfa ho acquistato un costume da bagno. Gli addetti e il personale indossavano la divisa con la scritta Staff e Crew e ho pensato che fossero proprio un bel Team.
Con Purina-One il pelo del mio cane diventerà più forte e lucido. Purina, la scelta giusta per il tuo Pet.
Al supermarket mi chiedono ogni volta se ho la Fidelity Card.
Alla Metro (vendita all’ingrosso) quelli dello staff mi hanno detto di rivolgermi al reparto Food”.

Mi pare che il quadro rappresenti bene l’Italia e l’italiano. E il punto è proprio questo: come definire questa lingua? È ancora italiano o è itanglese? La questione è tutta qui. Chi pensa che questa ricostruzione sia un’esagerazione non veritiera può dare un’occhiata al seguente testo. Un inno all’italianità che, a mio avviso, suona come un ossimoro. Ma forse per qualcun altro è solo l’italiano moderno e quello auspicabile nel futuro.

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Anche io non vado alla Mondadori, ma la Feltrinelli non è meno anglicizzata, e come ho ricostruito in “Bookcity e la gerarchia degli anglicismi” ormai i libri sono book, le librerie sono bookshop e ci si può aggirare tra thriller e modern fiction, home video e game, graphic novel e top 40, cioè i best seller. Ho anche già parlato del caso food, un ottimo esempio di creolizzazione lessicale che in soli 30 anni (da quando è apparso, nel 1982, il fast food), ha portato lo street food e lo slow food, i food designer e il junck food, il finger food e il comfort food… alla fine food è diventata la parola per indicare l’intero settore alimentare. Il pet food è l’anello di congiunzione con un’altra parola che si sta allargando e che sembra destinata a sostituire gli animali da compagnia: pet. Da pochi anni ci sono i pet shop (visto che i negozi sono sempre più shop e store), si parla di pet teraphy, spuntano gli alberghi pet friendly… ed è nata la figura del pet sitter, che si affianca ai dog sitter e ai cat sitter, che si appoggiano alla fortuna di baby sitter. Baby, del resto, è diventato un prefissoide che genera una quantità di locuzioni inglesi, pseudoinglesi e ibridate con l’italiano che non è più possibile quantificare. Nella “Maledizione di baby sitter (e i composti di baby)” ho provato a spiegare quanto è successo anche in questo caso.

Questi esempi mostrano inequivocabilmente che l’inglese è un virus che si diffonde come un cancro, consiste ormai in una rete di parole tra loro interconesse che si allarga nel nostro lessico, e fa morire i nostri vocaboli. Non bisogna essere geni, per comprenderlo. Eppure la maggior parte dei linguisti continua a ragionare con gli schemini ridicoli basati sui “prestiti” linguistici, come se gli anglicismi fossero parole isolate. Se fossero “prestiti” sarebbe il caso di restituirli in blocco. E forse bisognerebbe restituire ai librai, anzi ai bookstore, anche i libri di linguistica di questo tipo, che invece di occupare posto nelle librerie sarebbero più utili se fossero mandati al macero, almeno per riciclare la carta.

Non si capisce dove vivano questi “studiosi”, né come non siano in grado di comprendere cosa sta accadendo, e l’abissale differenza che c’è tra i “prestiti” provenienti dalle altre lingue, di numero contenuto, e lo tsunami anglicus che ci sta devastando. Mentre qualche illustre studioso negazionista sostiene che l’anglicizzazione sia tutta un’illusione ottica, la gente comune sembra più avveduta nel comprendere il presente. Per esempio chi mi scrive:

“Sky tg 24 rubrica Start, si parla del covid-19. Il giornalista per ben 4 volte dice che il governo cinese utilizza uno strumento per TRACCARE o TRACKARE (da to track) le persone in aeroporto”.

“Tracciare”, in questo aneddoto, sembra un vocabolo inesistente.

“Ho appena sentito la parola smartizzabile da parte della Ministra Dadone con riferimento alla transizione da una modalità di lavoro in presenza a una agile” mi scrive Enrico.

Le ricomposizioni di questo tipo sono all’ordine del giorno, spesso intaccano i verbi, e nel parlato si sente sempre più spesso forwardare per inoltrare, fixare per aggiustare, hostare per ospitare. Del resto il sito di Airbnb invita a diventare host, non usa parole come locatore e locatario, e l’italiano non è contemplato dalle multinazionali che si insediano in Italia e ci impongono i loro termini, da snippet a timeline. Il che vale soprattutto per l’italietta di colonizzati, all’estero non è così, come si evince dall’immagine seguente.

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Il sito Airbnb in varie lingue: solo in italiano compare il termine “host”.

L’inglese delle multinazionali informatiche arriva in questo modo. Non si traduce download e nasce downloadare invece di scaricare. Spunta Twitter e impone i suoi follower e following, invece di parlare di iscritti, lettori, abbonati o seguitori/seguaci e seguiti, per carità! Che brutto!

Sempre Luis mi segnala che nel sistema operativo di iPhone, impostato in lingua italiana, ci sono più di 80 termini in inglese (tra cui mail, file, hotspot, feedback, privacy, password, account, game center, banner, badge, background, provider, software, switcher, wireless, home, voiceover, zoom, timeout, link, output, input, standard, hardware, controller, smart, font, default, screen, layout, timer, live, selfie, download, news, store, fitness, homekit, push, server, nickname, widget, podcast, offline, computer, music, streaming, slow motion, drive, book, game, center, reader). Tutti anglicismi necessari, intraducibili o insostituibili, direbbe il terminologo anglomane italiota. Peccato che impostando la lingua francese o spagnola, l’elenco degli anglicismi si riduca invece a 3 o 4 parole. I “prestiti di necessità” e gli “anglicismi insostituibili” lo sono soltanto in Italia. Forse è questa “l’illusione ottica” che ci contraddistingue, perché mentre da noi nessuno saprebbe come dire diversamente streaming, in francesespagnolo è possibile.

L’inglese delle multinazionali informatiche che si espandono è agevolato dall’interno da chi non opera scelte traduttive e da chi postula come un assioma che “i termini non si traducono” (ma solo in Italia, si dovrebbe aggiungere per onestà). Il caso dell’informatica è il più eclatante, ma anche la maggior parte degli altri linguaggi di settore sono ormai colonizzati, dal linguaggio aziendale e del lavoro a quello della scienza e della tecnica. La pubblicità parla sempre più l’inglese, il cinema statunitense impone i propri titoli in inglese senza più tradurli…

E davanti a queste pressioni esterne, agevoliamo dall’interno questo processo ricorrendo all’inglese anche da soli, e talvolta lo reinventiamo. Lo si vede nel linguaggio della politica, dal jobs act al navigator, lo si vede persino nella lingua della giurisprudenza (qui un video di un avvocato che lo spiega chiaramente).
Basta leggere un giornale digitale come il Corriere.it, per capirlo. A parte i trapianti intradotti come “web” o “streaming” si vede benissimo l’abuso di “hub” ,”new entry”, “empowerment”, “fashion”… e Mussolini si faceva i “selfie”!  Sui quotidiani francesi e spagnoli non si vede nulla di tutto questo.

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Dal Corriere.it del 10/6/20.

E allora ritorniamo alla domanda iniziale. Questo è ancora italiano?

 

Gli anglopuristi teorici dell’itanglese

Nel “manifesto” del sito “Una parola al giorno” (art. 4), si legge:

“I forestierismi sono una ricchezza. Non ci sentirete tuonare contro l’inglese, ma ci vedrete schierati parola per parola contro il cattivo gusto, la replica acritica di parole percepite e non capite, e gli usi esausti o sciocchini. Nel diciassettesimo secolo ci si scagliava contro… squallidi gallicismi quali baule, regalo, biglietto o gabinetto: oggi chi criticherebbe l’uso di queste parole?”

Dichiarazioni di questo tipo sono abbastanza diffuse, ma sono nella migliore delle ipotesi affermazioni sciocche e confusionarie, e in altri casi sono vere e proprie ipocrisie che celano mistificazioni imperdonabili. Confondere le parole italiane di derivazione esogena (come baule o biglietto) con i forestierismi non adattati che si scrivono e si leggono in modo diverso da quanto previsto dalla nostra grammatica è un’enorme sciocchezza. Come lo è appellarsi al “cattivo gusto” o agli “usi sciocchini”: Leopardi ci ha insegnato (ma non solo lui) che solo l’uso e l’abitudine rendono bella o brutta una parola. Affermare che i i forestierismi sono una ricchezza in assoluto non sta né in cielo né in terra. Dipende se si adattano, e quando non lo si fa dipende dal loro numero, possono essere anche il segno di un impoverimento del nostro lessico e della creolizzazione e della morte di una lingua schiacciata da un’altra dominante. Anche associare “forestierismi” e “inglese” è significativo. Come se le due cose coincidessero e ci fosse solo l’inglese. Purtroppo il problema è proprio questo. Il numero degli anglicismi crudi che abbiamo importato negli ultimi 70 anni è superiore a quello di tutti i forestierismi di ogni lingua e di ogni epoca sommati, incluso il francese che ci ha influenzati sin dai tempi di Dante. Se questa è una ricchezza, se l’italiano del presente e del futuro deve essere costituito da un sostantivo in inglese su dieci, si dovrebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente e senza ipocrisie. Questo per me non è più italiano, ma la sua morte; è itanglese, ed è un ibrido che non ha nulla a che vedere con l’italiano storico e con la nostra grammatica.

La provenienza delle parole è irrilevante. Quello che conta è vedere se sono italianizzate e si integrano o se sono dei “corpi estranei” per dirla con Castellani, che snaturano la nostra lingua storica e la imbastardiscono, come dicevano i più aperti sostenitori delle parole straniere di ogni epoca, da Machiavelli che insisteva sulla necessità di “accatar parole” altrui, passando per Ludovico Antonio Muratori, e persino Alessandro Verri, autore della celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”. Nessuno si è mai sognato di giustificare la presenza di migliaia di forestierismi crudi provenienti da una sola lingua dominante. Se una volta i puristi rifiutavano le parole italianizzate che provenivano da altre lingue, oggi sarebbe invece auspicabile tornare a italianizzarle e tradurle, se vogliamo evitare la creolizzazione lessicale. Il che è tutto il contrario di quel che volevano i puristi.

Un tempo furono proprio i puristi a rappresentare un ostacolo all’evoluzione dell’italiano, visto che erano ostili anche ai neologismi e ai tecnicismi, ma così facendo rischiavano di ingessare l’italiano nella “lingua dei morti”, di cristallizzarlo nel vocabolario storico senza farlo crescere. Oggi a fissare l’italiano nei suoi significati storici e a impedirgli di evolvere sono proprio gli anglomani, che invece di tradurre, adattare, creare neologismi, allargare il significato delle nostre parole, preferiscono importare tutto ciò che è nuovo in inglese e giustificarlo. Li ho definiti “anglopuristi”. Sono coloro che invece di difendere e promuovere l’italiano si appellano all’uso dell’inglese che diffondono per primi sostenendone il maggior potere evocativo, guardando non ai significati delle parole, bensì alle sfumature che non appartengono all’inglese, ma sono il risultato dell’acclimatamento nella nostra lingua. “Calcolatore” evoca le ingombranti anticaglie di una volta, “computer” connota i dispositivi moderni. Peccato che in inglese era ed è computer, senza questa distinzione, così come in francese era ed è ordinateur, e in spagnolo era ed è computador. Selfie non è proprio come autoscatto… ecco come si relega l’italiano ai suoi significati storici e non lo si fa evolvere. Nelle casseforti c’erano le combinazioni, tra i partigiani i nomi di battaglia, in Rete ci sono le password e i nickname, perché questi sono i “termini” che richiamano l’ambiente informatico in modo preciso… e così l’italiano non si allarga di nuovi significati e muore. Brainstorming è intraducibile (peccato che in francese sia stato tradotto con spremimeningi e in spagnolo con diluvio di idee) e ciò che è nuovo non si reinventa, si importa in inglese e basta! E così, anglicismo dopo anglicismo, l’italiano si trasforma in itanglese. Ricorrere all’inglese è una strategia. Soprattutto nelle nuove generazioni. Si preferisce l’itanglese e la creolizzazione è vissuta come segno di modernità. Il che non lascia ben sperare nel futuro.

L’itanglese si pratica ormai nelle scuole. Non sto parlando del linguaggio terrificante del Miur, uno dei maggiori responsabili della morte dell’italiano, che prepara volutamente alla lingua inglesizzata del mondo del lavoro. Purtroppo l’itanglese si impartisce sin dalle elementari. Ho avuto una feroce discussione con un gruppo di maestri che insegnano ai bambini che la “j” si chiama “jay”, dando un calcio alla nostra storia, alla “i lunga” che si pronuncia “i” non solo in italiano (juventus, Jolanda, Jacopo, Jugoslavia…), ma anche in tedesco (Jung). Insomma, c’è solo l’inglese nella testa delle menti colonizzate, e poi va a finire che si sente sempre più spesso dire “giunior” invece di junior. Intanto, nei libri di testo delle elementari, la Cisgiordania diventa West Bank. Senza alternative.

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Questa è la lingua, e la cultura, che si insegna a scuola alle nuove generazioni!

Adesso tra i maestri, mi segnala Elena, va di moda il lap book, spesso scritto lapbook, che consiste in un cartoncino piegato a libro contenente fatti, diagrammi, illustrazioni relativi all’argomento; è una cartelletta con le ricerche dove si incollano diversi elementi, e viene definito anche layer book, flap book o shutter book. Tutto va bene, purché suoni inglese. Ma un nome in italiano, no?

Dunque non c’è da stupirsi se poi uno studente interrogato in storia dell’arte parli di “absaid” perché crede che abside sia un anglicismo, o che si pronunci Dpi (Dispositivi di Protezione Individuale) come i dpi delle stampanti. Siamo immersi nell’anglomania più deleteria.

Questo è il presente, e nel futuro sarà sempre peggio, se non si ferma questo processo di distruzione sistematica del nostro patrimonio linguistico. C’è chi non lo vuole affatto fermare e vuole andare in questa direzione. E c’è chi sta provando a fare qualcosa con una petizione.

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Le 3000 firme della petizione a Mattarella

Continuo le mie riflessioni sui perché della petizione a Mattarella, #litalianoviva, che conta ormai 3.000 firme. Provo anche a rispondere ad alcune delle critiche basate sulle sciocchezze e sui luoghi comuni di chi non ha studiato e compreso il problema, né tanto meno lo spirito dell’iniziativa.

La nuova questione della lingua

Non se ne può più di sentir dire che è normale che le lingue evolvano o che il francese e tantissimi altri idiomi hanno influenzato l’italiano sin dai tempi di Dante. Queste sono banalità che non si possono che dare per scontate; bisognerebbe essere un po’ più seri e studiare come la nostra lingua si sta evolvendo.

È semplicemente una questione di numeri: dal secondo dopoguerra a oggi – nell’arco di una sola generazione – gli anglicismi sono almeno quintuplicati. Hanno colonizzato i centri di irradiazione della lingua (il lavoro, la scienza, la stampa, l’informatica, l’economia…), si riversano nel linguaggio comune, aumentano di frequenza, penetrano nel lessico di base e, soprattutto, tutto ciò che è nuovo viene sempre più introdotto in inglese crudo, con il risultato che il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è costituito da anglicismi. Il punto non è gridare alla morte dell’italiano per becero allarmismo, è constatare che di fatto è già morto, nel senso che ha cessato di evolvere per via endogena, e che registra una regressione davanti all’inglese anche quando esistono parole italiane che finiscono per essere dimenticate o diventare obsolete davanti ai “prestiti sterminatori”. Gli anglicismi non sono perciò una ricchezza, ma al contrario segnano l’impoverimento e la morte del nostro lessico. La loro penetrazione avviene in modo crudo, senza adattamenti, e dunque sta snaturando la nostra identità linguistica, che non è un concetto filosofico e astratto, ma una cosa molto semplice e concreta: nella maggior parte dei casi gli anglicismi costituiscono dei “corpi estranei” che violano le regole dell’ortografia e della pronuncia dell’italiano. Non c’è alcun problema ad accogliere forestierismi non adattati, se sono contenuti in una percentuale fisiologia, è un fenomeno normale che si riscontra in ogni lingua. Ma quando questa percentuale cresce a dismisura, supera nel giro di 70 anni quella di una lingua come il francese che ha una storia di substrati plurisecolari, quando la somma di tutti i forestierismi di ogni lingua del mondo non arriva alla metà degli anglicismi che abbiamo importato in un lasso di tempo così breve, e che usiamo così spesso, c’è un problema oggettivo. Non siamo più di fronte a un fenomeno normale, ma a una creolizzazione lessicale che stravolge la nostra lingua storica. Questi sono fatti. Ogni critica ne deve tenere conto.

Allora la questione, e il terreno del dibattito, è un altra. Dobbiamo chiederci quale italiano vogliamo. Crediamo che la modernità si esprima con l’inglese e vogliamo che la percentuale di anglicismi della nostra lingua diventi in ogni ambito quella del linguaggio del lavoro o dell’informatica?

Bene lo si dica chiaramente, invece di giocare a fare i negazionisti.

Questa idea dell’italiano, però, per me coincide con l’itanglese, e mi vede dall’altra parte della barricata a combattere quello che considero non un segno di modernità, ma il depauramento del nostro patrimonio culturale. Ciò è tutto il contrario del purismo, ostile da sempre ai neologismi. Viceversa, c’è da auspicare un italiano che si sappia evolvere per via endogena, creando le proprie parole e i propri neologismi, invece che importarli dall’inglese.

Chi ha un’altra idea dell’italiano getti la maschera, si schieri dall’altra parte, e difenda l’itanglese senza fare l’ipocrita. I nuovi puristi del Duemila, quelli che vogliono ingessare l’italiano nella sua forma storica senza farlo evolvere perché tutto ciò che è nuovo si dice in inglese, sono gli anglomani. Sono loro – li chiamo anglopuristi – che vogliono trasformare l’italiano nella “lingua dei morti”.

Questa è la nuova “questione della lingua”. Sarebbe ora di dirlo chiaramente.

Non si tratta di fare la guerra ai singoli anglicismi, si tratta di prendere posizione, e di spezzare la strategia comunicativa che spinge a importare l’inglese crudo senza alternative. Il problema non è linguistico, è culturale. Gli anglicismi non sono “prestiti”, con queste sciocche categorie obsolete non si può rendere conto dell’attuale fenomeno dell’interferenza dell’inglese. Quando il confinamento diventa lockdown, il lavoro da casa smart working, quando si coniano all’inglese espressioni come covid hospital, invece che ospedali covid, e si parla di covid pass, covid free, covid manager, covid like, covid test… il problema non è in questi trapianti e in queste ricombinazioni ridicole prese singolarmente; il punto è che abbiamo perso la volontà di parlare in italiano e siamo passati a una strategia compulsiva (la strategia degli Etruschi) che consiste nella scelta di parlare in itanglese.

Una questione politica, non linguistica

Oggi la nostra classe dirigente – dai mezzi di informazione alla politica, dalla scienza al mondo del lavoro – ha scelto l’itanglese, e in questo modo lo diffonde e lo impone a tutti. Per spezzare questa strategia occorre una rivoluzione culturale e politica. Nello scorso articolo ho mostrato perché non è certo alla Crusca che ci si può rivolgere per cambiare le cose. L’Accademia non ha né il potere né la missione di regolamentare la nostra lingua. Solo la politica potrebbe forse investirla di questo mandato, come avviene per le accademie spagnole e francesi. Lì si creano alternative agli anglicismi e la popolazione è libera di scegliere come parlare. Alcune proposte sono accolte ed entrano nell’uso, altre non vengono invece recepite, ma il risultato è che l’anglicizzazione di queste lingue non è minimamente paragonabile alla nostra. Ognuno è libero di usare il lessico che preferisce, ma la libertà sta nello scegliere, se mancano le alternative cade la scelta, e l’inglese diventa un automatismo senza altre possibilità, diventa la tirannia della minoranza che controlla i centri di irradiazione della lingua e che la impone a tutti.

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Le “reti sociali” o i “fondi di recupero” su Correre, El País e Le monde. Da noi sono anglicismi (i “gruppi tech” in spagnolo sono “grandes tecnologicas”, e persino gli Usa sono detti secondo l’ordine della loro lingua: EEUU).

La petizione per eliminare gli anglicismi almeno dal linguaggio istituzionale – una cosa che in Francia è espressamente vietata dalla legge, ma che non verrebbe nemmeno in mente ad alcun politico, come del resto in Spagna – va rivolta alla nostra classe politica. Ma rivolgersi al parlamento avrebbe senso?

Non mi pare.

Non dimentichiamo che i nostri politici son proprio coloro che contribuiscono a uccidere la nostra lingua storica. Se il politichese, sino a tutto il Novecento, era caratterizzato da formule ampollose, astruse o burocratiche, nel nuovo Millennio è diventato itanglese. Dal jobs act al navigator, il lavoro è job, le tasse sono tax, le leggi act, l’economia è economy, i fondi per la ripresa sono introdotti in inglese, recovery fund, e qualcuno parla di un recovery plan per la pandemia. Gli anglicismi politici registrano un aumento preoccupante: quantitative easing, voluntary disclousure, caregiver, stepchild adoption, spending review, spoils system, devolution e deregulation, election day e family day… E in questo linguaggio fatto di establishment, governance, leadership, impeachment, question time, moral suasion, premiership… ci sono anche figure istituzionali come il garante della privacy, o il ministro del welfare, alla faccia della salute del nostro lessico. I giornali rilanciano e amplificano questo vocabolario politicamente scrorrect, mentre si parla sempre più di premier al posto di presidente del consiglio come è scritto nella nostra Costituzione, o di governatori invece che presidenti delle regioni perché si vuol fare gli americani, anche se il nostro sistema non è federalista.

In questo contesto appare poco proficua una petizione rivolta ai politici. Senza scadere nel qualunquismo, bisogna ricordare che negli ultimi anni sono state presentate innumerevoli proposte di legge o di istituzione di un Csli (Consiglio Superiore della Lingua Italiana) che sono sempre rimaste nei cassetti, per riemergere ciclicamente senza che nulla di concreto sia mai stato fatto.

Nel 2012, una petizione dell’Era propose di dire in italiano “question time” e ricevette consensi da ogni parte politica, ma l’iniziativa lodata da tanti solo a parole, non ebbe nei fatti alcun seguito (in Svizzera si dice invece l’ora delle domande, in parlamento e sui giornali).

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“L’ora delle domande” sul Corriere del Ticino.

Nel 2018, Giulia Bongiorno, ministra della pubblica amministrazione del Governo Conte, scriveva:

“Nei primi giorni da Ministro mi sono stati sottoposti alcuni fascicoli – definiti dossier – dai quali emergeva che i problemi più urgenti da affrontare erano:
1) il blocco del turnover;
2) l’inadeguata valutazione della performance dei dirigenti;
3) il digital divide;
4) la scarsa applicazione (…) dello smart working;
4) l’uso improprio del badge per entrare nel luogo di lavoro.
Per affrontarli avrei dovuto partecipare a numerosi meeting; inoltre, mi si rendeva noto che il budget a mia disposizione era – purtroppo – limitato.
Amo l’inglese (…) Eppure credo sia sbagliato, e fuorviante, accettare questa sostituzione della lingua italiana; parlo di sostituzione perché l’uso reiterato delle parole inglesi fa sì che a volte il corrispettivo italiano si perda. Dunque dico basta, con forza, a questo ibrido che forse vorrebbe far sembrare l’italiano più moderno, ma in realtà lo sta svilendo.”

(Lettera aperta del 19 dicembre 2018 per denunciare l’abuso dell’inglese nel linguaggio amministrativo).

Che cosa è accaduto, da allora, è sotto gli occhi di tutti.

Anche le iniziative come Europarole del Dipartimento delle politiche europee, avviata nel 2018, che doveva tradurre gli anglicismi che circolano nell’ambito dell’Unione Europea si è rivelato un progetto vuoto, e da allora ha raccolto solo 37 parole!
Visto che le istituzioni non lo fanno – da quelle politiche alla Crusca – il più grande repertorio esistente nel nostro Paese è il Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi (AAA), che ne ha raccolti ormai 3.700, e nasce da un’iniziativa privata senza alcun finanziamento.

Da queste considerazioni è nata la decisione di rivolgere la petizione non alla politica, ma al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la massima carica dello Stato.

C’è chi ha storto il naso davanti all’opportunità di rivolgersi a lui in questo frangente in cui l’Italia versa in ben altri e più gravi problemi. Eppure il lievitare degli anglicismi ha raggiunto picchi inediti proprio durante la pandemia e, soprattutto, le nostre richieste sono davvero facili, e non costano nulla. Non abbiamo invocato leggi come quelle che ci sono in Francia, né domandato di attuare ciò che la politica ha più volte presentato senza che mai si sia realizzato.
Le richieste consistono, semplicemente, in una supplica, perché il capo dello Stato attui un simbolico richiamo alla politica di non utilizzare anglicismi almeno nel linguaggio istituzionale, per il rispetto, oltre che per la trasparenza, che le istituzioni dovrebbero avere nei confronti dei cittadini italiani e del nostro patrimonio linguistico (non dimentichiamocene, quando saremo chiamati alle urne!).
La seconda richiesta è di favorire una campagna di sensibilizzazione contro l’abuso dell’inglese. Anche questa preghiera non ci pare gravosa, e soprattutto non comporta alcuna spesa, visto che gli spazi delle pubblicità progresso sono già previsti. E come si fanno e si sono fatte contro il bullismo o contro la violenza delle donne, potrebbero farsi anche per promuovere la nostra lingua, di cui non è il caso di vergognarsi.

Crediamo che questa petizione chieda qualcosa che dovrebbe essere dato per scontato, qualcosa che nasce semplicemente dal buon senso e che dovrebbe appartenere a tutti. E facciamo fatica a comprendere come si possa non condividere questo appello.

Eppure, se la petizione #dilloinitaliano di cinque anni fa fu ripresa da tutta la stampa, oggi invece non c’è un solo giornale a tiratura nazionale che ne abbia accennato nemmeno con una sola riga. Le 3.000 firme raccolte nascono solo dal passaparola in Rete e tra la gente, mentre i mezzi di informazione e le istituzioni che dovrebbero occuparsi della nostra lingua in modo ufficiale lo hanno ignorato. Al contrario di quanto hanno fatto invece persone di primo piano della cultura nazionale e internazionale.

 

I firmatari e gli amici dell’italiano

Sin dai primi giorni, la notizia della petizione #litalianoviva è stata ripresa e diffusa dall’Istituto Italiano di Cultura di Lima, che l’ha rilanciata dalle sue pagine Facebook, oppure dal sito Corsica Oggi. In Svizzera è stata segnalata dal Forum per l’italiano in Svizzera, e dalla Rivista.ch. E così la notizia si è sparsa per il mondo, tra i firmatari ci sono italofoni tedeschi, dall’università di Barcellona ha firmato un’importantissima profesora emerita di Filologia Italiana, dall’Australia ha firmato la traduttrice Barbara McGilvray, vincitrice di una medaglia dell’Ordine d’Australia dell’Australia Day, per i suoi meriti nel tradurre in italiano. Voglio riportare qualche battuta tratta da un’intervista che rilasciò in quell’occasione:

Barbara McGilvray
Barbara McGilvray.

– Hai notato delle differenze nell’evoluzione della lingua italiana da quegli anni ’60 in cui eri a Roma all’italiano che si parla oggi? Magari il fatto che oggi sia infarcito di parole inglesi? Una volta non era così…
Io cerco di evitare e parole inglesi in italiano anzi sono iscritta a due o tre gruppi di traduttori in Italia, gruppi virtuali, sull’Internet e lottiamo tutti per evitare di usare neologismi inglesi, preferisco evitarli. (…) Spending review mi fa una rabbia (RIDE), ci sono espressioni perfettamente adeguate in italiano, perché usare quelle inglesi? Non lo so…

– O il jobs act…
Jobs act… un altro, no, no… non ne parliamo…

– La nostra rubrica si chiama La lingua più bella del mondo, sei d’accordo con il nome che abbiamo dato a questo segmento?
Assolutamente! Come no?

Se volte sentire queste parole dal suo delizioso accento anglofono, lo potete fare qui (al min, 4,30 circa).

Tra i tanti che hanno firmato e che mi hanno scritto dall’estero ci sono italofoni dall’Argentina, dal Canada, dalla Francia, e anche dal Regno Unito e dagli Stati Uniti.

Possibile che all’estero ci sia un’attenzione per l’italiano superiore alla nostra?

Evidentemente sì.

Ma non è del tutto esatto. Non bisogna confondere il silenzio stampa e delle istituzioni che si registra in Italia con il sentimento degli italiani. L’indifferenza mediatica non corrisponde alla sensibilità di tante persone di ogni fascia sociale (infermieri, medici, farmacisti, parrucchieri, avvocati, imprenditori, formatori, studenti, insegnanti, mamme, agenti immobiliari… c’è anche un suora). E tra i firmatari ci sono poi diversi politici che appartengono a ogni schieramento: da Potere al popolo e Sinistra alternativa passando per il Pd, i 5 stelle, la Lega, sino a Forza Italia, Fratelli d’Italia e alla destra. Ma soprattutto mi ha colpito la presenza di molti personaggi di spicco della cultura del nostro Paese. Non sempre mi è stato possibile verificare se certi nomi sono davvero illustri o se si tratta di omonimi, e non so se Elena Ferrante è veramente lei o se Paolo Repetti è davvero il fondatore e il direttore della collana Stile Libero di Einaudi. So però di certo che hanno firmato professori universitari o accademici come lo psicologo Fulvio Scaparro, il filosofo Fulvio Papi, scrittori come Elisabetta Bucciarelli (vincitrice del premio Scerbanenco) o come la docente Laura Margherita Volante, traduttori di primo piano come la poetessa Claudia Azzola direttrice della rivista TraduzioneTradizione, giornalisti come Alberto Giovanni Biuso, intellettuali che gravitano intorno alla rivista Odissea diretta da Angelo Gaccione, come il medico Teodosio De Bonis (“Ho deciso di iscrivermi ad un corso di lingua straniera: mi è stato consigliato l’Italiano”), lo scrittore Oliviero Arzuffi, i poeti Antonella Doria, Gabriella Galzio e Nicolino Longo… e una lunga lista di donne e uomini che fanno comprendere che esiste un’altra idea di lingua e di cultura, oltre a quella dominante. E che a opporsi all’insensato ricorso all’abuso dell’inglese siamo in tanti.

Per aiutarci a diffondere la nostra iniziativa, visto che i giornali non lo fanno, passa parola, per favore!

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La strategia degli Etruschi (e 1.500 firme per fermarla)

Le firme della petizione #litalianoviva al presidente Mattarella, per l’estromissione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e per l’avvio di una campagna contro l’abuso dell’inglese, aumentano. Non so più come ringraziare i tanti che mi hanno scritto e che si stanno adoperando per diffonderla. Tra le oltre 1.500 adesioni di questi giorni mi ha colpito l’alto numero di professori universitari, scrittori, personaggi di primo piano della cultura (prossimamente ne parlerò più nei dettagli). Mi pare un dato molto significativo, perché vedo che questo tema non è sentito solo dalla gente, ma anche da molti intellettuali che hanno preso una posizione netta.

Una nuova egemonia culturale

Per comprendere meglio cosa sta avvenendo nel nostro Paese vorrei partire proprio dalla riflessione di un intellettuale come Gramsci, che riporto senza alcuna presa di posizione ideologizzata, ma solo perché la trovo molto acuta e attuale:

“Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”
(Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3).

Oggi la “questione della lingua” riguarda soprattutto l’interferenza dell’inglese e va inserita in un quadro internazionale che ha a che fare con l’espansione dei modelli angloamericani in tutto il mondo e con la globalizzazione. Questi modelli non sono solo linguistici, ma anche economici, politici e culturali. Perciò la riflessione sulla necessità di una riorganizzazione dell’egemonia culturale mi sembra più che mai valida.

L’attuale egemonia culturale italiana, che occupa il panorama mediatico, politico e i posti di rilievo nel mondo del lavoro, sempre più spesso punta all’inglese come modello superiore. Ma come ha osservato un grande linguista tedesco, Jürgen Trabant, questo atteggiamento sta portando a una moderna “diglossia neomedievale” che erge barriere sociali nei singoli Stati, dove si crea una frattura linguistica e culturale tra chi parla l’inglese e no, tra le classi sociali alte e quelle basse. Ciò non riguarda solo l’uso dell’inglese come la lingua della comunicazione internazionale, della scienza o dell’Europa, riguarda anche l’abuso dell’inglese nell’italiano. Insomma, mi pare che le parole di Gramsci siano illuminanti: la nuova classe dirigente dell’era della globalizzazione e del dopo-muro di Berlino sta procedendo a una riorganizzazione culturale, e linguistica, che sta creando fratture con la gente, con le masse, con gli italiani.

Ecco perché mi sembra importante che emerga un altro modello di egemonia culturale. Un modello che in Italia c’è, ma è sommerso dal pensiero dominante e disgregato, e bisognerebbe invece che si organizzasse ed emergesse come avviene normalmente all’estero.

 

Il senso di inferiorità verso l’inglese: un’anomalia tutta italiana

Mentre in Italia sembra che nessuno si preoccupi di tutelare e promuovere il nostro patrimonio linguistico, all’estero non è così.

La tutela della lingua si trova in Paesi lontani come la Cina e in quelli vicini come la Svizzera, dove l’italiano è promosso molto meglio che da noi. In Islanda esiste la figura del “neologista” che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. La questione è sentita in special modo in Africa, dove intellettuali in odore di Nobel come Ngugi wa Thiong’o (autore di Decolonizzare la mente, Jaca Book, 2015) invitano a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, la Repubblica 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Nel mondo ispanico esistono una ventina di accademie che promuovono la propria lingua e creano alternative agli anglicismi. Come ha ricordato Gabriele Valle, la presentazione del Diccionario panhispánico de dudas (2005) che, oltre a diffondere le alternative agli anglicismi rappresenta un punto di riferimento per l’omogeneità della lingua in tutti i Paesi ispanici, è avvenuta dinnanzi a tutti i giornali più importanti, che sottoscrissero un accordo:

“Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa”.
(“Lʼesempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: lʼitaliano e lo spagnolo a confronto”, p. 757).

In Italia, i mezzi di informazione sembrano invece piuttosto irresponsabili e poco consapevoli del loro ruolo storico nell’unificazione dell’italiano che oggi depauperano. O più probabilmente ne sono perfettamente consci, ma la loro visione della modernità è quella dei collaborazionisti dell’itanglese.

Anche l’Académie Française opera per la creazione di alternative agli anglicismi e per la loro diffusione, al contrario di quanto fa la Crusca, e in Francia esiste la legge Toubon che impone il francese – lingua inserita nella Costituzione – nel linguaggio istituzionale e in quello del lavoro. In questo Paese capita che intellettuali come il filosofo Michel Serres accusino la classe dirigente che abusa dell’inglese – e non certo nel linguaggio istituzionale, perché sarebbe impensabile – di essere dei “collaborazionisti”:

“Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”
(Contro i bei tempi andati, Bolati Boringhieri 2018).

Da noi queste parole appaiono estremiste, perché la nostra classe dirigente è formata sempre più da chi è colonizzato: i collaborazionisti hanno occupato le posizioni centrali e impongono la nuova lingua dominante, a cominciare della sinistra che ha perso ogni contatto con le “masse” e ogni spirito critico nei confronti degli Stati Uniti, per finire con i “sovranisti” che però praticano l’itanglese.

E allora forse dovremmo essere davvero internazionali, che non significa avere la testa soltanto oltreoceano, ma guardare a cosa accade negli altri Paesi, a cominciare da quelli vicini.

Il ricorso all’inglese ridicolo e devastante

Piero Bevilacqua, nell’aderire alla petizione, ha dichiarato:

“Lo sciocco narcisismo con cui giornalisti, uomini politici, personaggi dello spettacolo esibiscono il loro inglese orecchiato, va denunciato con le armi della critica come un fenomeno di inferiorità culturale. Chi crede di apparire più colto ricorrendo a termini inglesi – che spesso sono di origine neolatina – ignora la ricchezza e grandezza della lingua italiana e perciò esibisce non la propria cultura e il proprio essere aggiornato, ma la propria ignoranza. Il ricorso a una lingua straniera, quando esistono equivalenti italiani, spesso semanticamente più ricchi e vocalmente più musicali, rivela un fondo di servilismo da popolo colonizzato, che svaluta la storia della propria lingua, cultura, civiltà. Perciò chi si fa strumento della creazione di un immaginario nazionale subalterno va criticato aspramente, additato come responsabile di un danno di immagine procurato al Paese, portatore di un messaggio diseducativo e fuorviante alle nuove generazioni.”

Sottoscrivo ogni parola di Bevilacqua e voglio provare a esemplificarne il senso e ad aggiungere ulteriori elementi.

Credo che la situazione italiana sia pericolosa, per la nostra lingua e cultura, perché non esiste alcuna resistenza né reattività davanti all’espansione dell’inglese globale. Al contrario, la nostra classe dirigente sembra agevolarla dall’interno, operando scelte lessicali anglomani davanti a tutto ciò che è nuovo a costo di ricorrere agli pseudoanglicismi (come smart working o navigator). Basta che suoni inglese, insomma, anche se non lo è affatto.

In questa follia, in questa mania compulsiva elevata a strategia comunicativa (non sempre consapevole) ciò che sta accadendo travalica quello che si può spiegare con le categorie ingenue e datate del “prestito” che molti linguisti ancora utilizzano senza riuscire a comprendere cosa ci sta accadendo. Siamo in presenza di uno “tsunami anglicus”, per citare Tullio De Mauro, cioè a un travaso dell’inglese di ben altra portata.

Gli anglicismi non sono più poche manciate di semplici parole isolate (“prestiti”) che importiamo perché non ne abbiamo di nostre (e non vogliamo né tradurre, né italianizzare, né reinventare con neologismi autoctoni) o perché ci appaiono più prestigiose ed evocative. Siamo in presenza di un’emulazione basata sulle ricombinazioni di radici inglesi che si ricompongono in modo virale e generano un quantità di anglicismi che sfugge ormai alla possibilità di ogni classificazione (ne ho parlato in un articolo sul portale Treccani).

Invece di parlare di fondi per la ripresa, durante la pandemia i politici e i giornali hanno scelto di utilizzare l’espressione inglese recovey fund. Il risultato è l’imposizione alla gente dell’ennesimo anglicismo che battezza un nuovo concetto attraverso un’espressione che viene trapiantata come fosse un nome proprio insostituibile, poco trasparente non solo alle masse, ma persino agli stessi trapiantatori che spesso la storpiano in modo errato, perché sono i primi a non conoscerla. Penso all’onorevole Gelmini che alla Camera ha pronunciato sistematicamente “recovery FAUND” e non “FAND” (lo si può ascoltare qui, al minuto 1,35 circa), come se fosse scritto “found” (inglese: not found! ). Questo non vuole essere un attacco politico, né personale, l’onorevole è in buona compagnia di altri colleghi parlamentari di ogni schieramento e anche di numerosi giornalisti che hanno sfoggiato la stessa dizione in tv e persino nello scrivere (vedi primo riquadro dell’immagine sotto).

E allora a che giova ostentare questo tipo di inglese maccheronico?

recovery

Purtroppo non finisce qui. Al ridicolo si aggiunge il deleterio.
L’introduzione di recovery fund diventa popolare perché ripetuto in modo martellante e senza alternative, e questo porta all’assimilazione di recovery che prende vita e produce altre ricombinazioni a catena dove tutto va bene, basta che non sia italiano. Si parla perciò anche di recovery bond, visto che le obbligazioni sono sempre più spesso bond, dagli eurobond ai coronabond, ma si trovano anche: recovery instrument, recovery initiative, recovery strategy, e alla fine Di Maio se ne esce con la necessità di un recovery plan, su cui ironizza Giorgio Comaschi in una delle sue pillole in video, che radica recovery ma anche il parlare di plan invece che di piano in una rinuncia all’italiano sempre più ampia.

In questo ricorso alle ricombinazioni di radici inglesi accade perciò che nasca la regola istintiva del “covid + N”, dove “N” sta per qualunque cosa purché sia inglese. I covid hospital, invece che ospedali covid, consolidano l’abitudine a invertire le parole all’inglese, ma anche a far circolare hospital invece di ospedale (come del resto si parla di day hospital al posto di ospedale diurno). E così dilagano i covid pass che prima si indicavano con patente di immunità, spuntano i covid manager, si legge della ristrutturazione dei locali in modo covid free, e tra covid test e covid stress, l’ultimo arrivato da pochi giorni nella famiglia è il covid like.

Lo stesso vale per lo smart working, che nonostante sia uno pseudoanglicismo diffuso solo in Italia, diventa il modello per la smart-didattica, espressione inesistente sino a un mese fa e che oggi comincia a farsi strada.

smat didattica
Fino all’1 marzo 2020 “smart-didattica” compariva in questi soli 3 articoli in tutte le notizie della Rete.

Negli ultimi vent’anni l’espressione era stata azzardata in solo 3 articoli presenti in tutte le notizie italiane della Rete, ma negli ultimi due mesi è stata usata 1.150 volte. La logica è quella della bat-mobile e della bat-caverna, dei Barpapà e del barbatrucco, ma purtroppo non c’è nulla di ironico. È tutto tragicamente reale.

smart didattica1
Le 1.150 occorrenze di “smart didattica” nelle notizie in Rete al 19/5/20

 

In questo “servilismo” ridicolo da popolo colonizzato si trova ormai di tutto, è uno straparlare che assomiglia a una gara a chi spara più anglicismi e a chi riesce a depauperare maggiormente il nostro lessico. E tra il grocery e lo shelf life contro cui si scaglia Giorgio Comaschi, probabilmente destinati a rimanere degli occasionalismi, si fa strada la staycation che ci regala la Repubblica (e tante altre riviste digitali) che potrebbe invece radicarsi e diventare il tormentone dell’estate (dopo le prime apparizioni sui giornali di qualche anno fa che non si sono affermate).

staycation

Ecco dove sta andando l’italiano. Questo non è un fotomontaggio, è una pubblicità vera (grazie a Giampaolo Donini che me l’ha mandata). E cosa rimane della nostra lingua?

pubblicità

È questa la lingua che vogliamo? È questo il futuro dell’italiano?

Intanto, diciamolo forte a tutti i “negazionisti”: questo è già il presente, e forse è arrivato il momento di fermarci.

Ho chiamato questa anglomania ormai fuori controllo “la strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi alla romanità, che evidentemente consideravano qualcosa di più moderno o superiore alla propria meravigliosa cultura, fino a farsi assimilare e fino a scomparire.

Ecco il perché della petizione #litalianoviva, ed ecco perché mi pare così bello e importante vedere insieme alla gente comune anche gli intellettuali, i docenti universitari o gli artisti che rappresentano una buona alternativa alla classe egemone. Tutti aggregati nello stesso obiettivo di non abbandonare le nostre radici, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra lingua possiamo dare vita a una battaglia che vale la pena di combattere.

 

PS
Sulla differenza nel trattare gli stessi anglicismi tra Corriere della Sera, El País e Le Monde consiglio questo breve video di Cinzia Filannino, una studentessa che ha compiuto una ricerca semplice quanto significativa.

Le percentuali degli anglicismi nella stampa

Le parole sono importanti, certo, ma anche i numeri non scherzano, soprattutto quelli delle statistiche, che vanno interpretati. Troppo spesso non si spiegano ma si piegano, si usano per far loro dire quello che si vuole, o semplicemente si prendono delle cantonate nel leggerli in modo sbagliato. Per comprendere cosa intendo in modo intuitivo basta fare qualche semplice esperimento.

Mettiti a tuo agio. Rilassati e fa’ un bel respiro.
Adesso immagina…

Esperimento n. 1: gli anglicismi nei giornali

anglicismi nei giornaliImmagina un libro. Un libro normale, in italiano. Non quelli scritti troppo fitti o con i caratteri molto piccoli. Un libro nella media, di quelli che hanno magari 26 righe per ogni pagina, e ogni riga ha in media 10 parole. Anzi, per arrotondare, immagina un libro con qualche riga in più, diciamo 30. Trenta per dieci: ogni pagina ha in media 300 parole. È un esempio plausibile.
Stai leggendo questo libro, e nella prima pagina ti capita di notare che ci sono 3 parole inglesi. E lo stesso nella seconda, e poi nella terza… Ogni pagina contiene 3 anglicismi. Sono troppi? Ti danno fastidio? Ti piacciono e ti sembrano pochi? Non importa. Qualunque sia la tua percezione stai leggendo un testo che ha l’1% di anglicismi.

Adesso fermati, e guarda quando questo libro è stato pubblicato. Supponiamo che sia uscito nel 1996, e che sia un libro in linea con quanto risultava in qualche studio sulla presenza dell’inglese nei giornali dell’epoca. Per esempio quelli che aveva scandagliato Marja quando faceva la sua tesi di laurea e aveva rilevato che mediamente gli anglicismi erano l’1% nella rivista Chi e il 2,3% in Panorama (Marja Komu, “Anglicismi nella stampa italiana”, tesi di laurea in Filologia romanza, Università di Jyväskylä, maggio 1998, p.26).
Oppure immagina un libro più recente, diciamo del 2011, con un linguaggio un po’ meno anglicizzato, come i 7 giornali spogliati da Paola che ha calcolato percentuali di anglicismi tra lo 0,65% e l’1,87, una media più bassa, ma non molto diversa dal libro immaginario che stai leggendo. Paola aveva confrontato i suoi dati con quelli di uno studio precedente proprio sugli stessi giornali, compiuto da Moss nel 1992; erano tutti aumentati di un pochino, da +0,22% di Panorama, a +0,88% di Sorrisi e canzoni TV (Paola Deriu , “Gli anglicismi nella stampa italiana del XXI secolo”, in Letterature Straniere &. Quaderni della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università degli Studi di Cagliari, 2011, n. 13, pp. 165-190; e H. Moss, “The incidence of anglicism in modern Italian: considerations on its overall effect on the language”, in The Italianist: Journal of the Department of Italian Studies, University of Reading, 1992, pp. 129-136).

Ora immagina che gli anglicismi siano davvero di più dell’1%, e che siano come nei dati più alti, tra l’1,87% e il 2,3%. Diciamo il 2%.
Riprendi a leggere il libro dei tuoi sogni. Adesso ci sono 6 anglicismi per pagina. In ogni pagina. Sono ancora pochi per inquinare la lingua italiana in modo preoccupante?

Immagina allora che diventino 9 per pagina. Il 3%.
Hai immaginato? Bene. Dunque non resta che concludere l’esperimento numero 1.

Leggi la seguente affermazione e chiediti se sei d’accordo con il nesso tra le premesse e la conclusione:

“Un sondaggio recente sugli articoli dei maggiori quotidiani ha mostrato che gli anglicismi non sono poi tantissimi; si affollano nei titoli, dove le dimensioni contano e le parole brevi fanno comodo, ma restano meno del 3% nel testo degli articoli.”
Riccardo Gualdo, Anglicismi (vol. 8 de Le Parole dell’italiano), Rcs Corriere della sera, Milano 2020, p. 55.

Non sono riuscito a capire a quale studio si faccia riferimento, perché non lo trovo citato in bibliografia, ma non appena ho letto questa frase mi sono preoccupato parecchio. Sia per l’aumento rispetto alle percentuali più basse di cui si parlava fino a pochi anni fa, sia perché quel numerino “3%”, anche se approssimato per eccesso, sotto l’effetto psicologico del numero basso e innocente, nasconde altre enormità. Ma per comprenderle occorre un nuovo sforzo di immaginazione.

E domandarsi anche: ma “il 3%” di che, esattamente?

Esperimento n. 2: la frequenza degli anglicismi e dei sostantivi

emilio isgroFa’ finta che il libro immaginario che ha 300 parole per pagina sia un libro di 100 pagine, 30.000 parole in tutto. Se l’1% sono in inglese ci sono 300 anglicismi, cioè si può riempire una pagina intera, raccogliendoli (sarebbero 900 = 3 pagine, nelle statistiche citate da Riccardo Gualdo, ma preferisco non pensarci). Adesso aprilo in una pagina a caso e guardala concentrandoti non solo sulle parole, ma anche sugli spazi bianchi che le dividono, come è più facile fare in un’opera di Emilio Isgrò. Noterai che alcune parole sono lunghe o lunghette, mentre altre sono cortissime, di uno, due o tre caratteri. Quelle piccine non spiccano come le altre, ma sono tante. Tantissime di queste parole saranno “e”, “che”, gli articoli (il, lo, la, un), le preposizioni (a, di, da, per). La struttura di un testo è formata da poche manciate di parole che sono state definite “grammaticali” o “funzionali”, e ricorrono con un’altissima frequenza. Sono sempre le stesse, e tengono insieme le altre parole che invece hanno un’occorrenza bassissima. I nomi, per esempio, secondo gli studi di frequenza di Tullio De Mauro sono circa il 20% in un testo scritto di tipo giornalistico, e ognuno è diverso dagli altri, salvo eccezioni. Ognuno ricorre una volta sola, forse due o tre in casi meno comuni.

Adesso rileggi la tua pagina aperta a caso. Tra queste 300 parole, se guardi quelle più lunghette, potrai contare forse 60 sostantivi (il 20%), mentre i verbi saranno magari tra il 10% (calcolati nel Veli di De Mauro) e il 15% (Dizionario di riferimento raccolto da Ibm basato su 3,8 milioni di occorrenze di quotidiani e testi di agenzia). Dunque ci saranno 60 nomi e 30 o 40 verbi, e poi puoi sommare gli aggettivi e altre parole ancora, ma l’intelaiatura della pagina è fatta in buona parte dalle “parole funzionali” che si ripetono. Nella Divina Commedia, per esempio, la parola più usata è “e” che ricorre 3.884 volte.
Gli anglicismi, per il 90% sono nomi o locuzioni nominali. Non ci sono verbi, non ci sono “parole funzionali” inglesi. Le 3 parole inglesi della tua pagina saranno probabilmente comprese tra i 60 nomi che le statistiche prevedono: sono dunque il 5% dei nomi che designano le cose (ma se fossero il 3% delle parole, invece che solo l’1%, diventerebbero ben 9 nomi in inglese su 60, cioè il 15% dei sostantivi che hai letto).

Sono sempre pochi? Vogliamo dire che l’italiano non ha alcun problema e salvarlo conteggiando gli articoli e le preposizioni?
Va bene. Però non è ancora finita. Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere…

Esperimento numero 3: le forme, i lemmi e le parole che non valgono

potrebbe piovere frankenstein juniorRileggi la tua pagina casuale. Scommetto che incontrerai almeno una volta il verbo “avere” o il verbo “essere”. Certo, è probabile che non sia all’infinito come lo si trova sul vocabolario, ci sarà forse “è”, o “erano”, o “ha”, “avranno”, “avuto”… Non importa. Tutte queste parole sono “forme” diverse, sono tipi, ma sono tutte varianti di una stessa parola, cioè il verbo “essere”, oppure il verbo “avere”. Sono lo stesso lemma, il modello privo di flessioni registrato nei dizionari (dove non si trova “rossa”, “rosse” o “rossi”, c’è solo “rosso”).
E allora come valutare le 300 parole per pagina? “Parola” ha più di un significato, è una “parola” che può ingannare.
Quante parole ha la Divina Commedia? Ce ne sono 101.499, ma se invece di contarle in questo modo automatico, una per una, conteggiamo i tipi, le forme, il loro numero scende a 13.770. Se ordiniamo tutti questi tipi in ordine di frequenza si parte da “e” (una sola parola che ricorre 3.884 volte), poi c’è “che” (si trova 2.292 volte), “la” (2.254) e così via fino alle parole che ricorrono una sola volta. Tutte insieme, se si conteggiano anche i “doppioni”, sono oltre 100.000, altrimenti diventano meno di 14.000 (che è il 13,37% del totale).
Se ci mettiamo a “lemmatizzare” queste forme, cioè a conteggiare “avere”, “hanno”, “avrà”… non come parole diverse (tipi), ma come una sola parola flessa ricondotta la suo lemma come accade nei dizionari, il loro numero si riduce ancora di più.

Ecco, adesso tutto è più chiaro, spero. Si capisce forse meglio che bisogna sempre fare attenzione a parlare di “parole” e vedere di volta in volta che cosa si intenda, per non farsi fregare.
Anche se forse non lo sapevi, a questo punto hai compreso benissimo cos’è un andamento zipfiano per lemmi. Si chiama così dal nome dello studioso George Kingsley Zipf, che ha studiato per primo come in un testo le parole abbiano questo andamento. Un piccolo numero di parole funzionali che ricorrono tantissime volte, seguito da una lunghissima lista di parole che ricorrono poche volte, e da moltissime altre che compaiono una sola volta. Di sicuro è ciò che capita anche nella tua pagina aperta a caso.

Non resta che domandarsi: ma allora come si può valutare l’effettiva presenza degli anglicismi sui giornali?

Per capirlo ci può venire in aiuto un lavoro di Tullio De Mauro del 1989 che, supportato da Ibm, ha “macinato” con questi criteri scientifici di lemmatizzazione una gran quantità di articoli di Ansa, Il Mondo, L’europeo e La Domenica del Corriere (usciti tra il 1986 e il 1987), che complessivamente erano costituiti da 26 milioni di parole. Il suo scopo era di individuare i 10.000 lemmi più usati nella lingua italiana. I procedimenti statistici per questa scelta erano molto più complessi e rigorosi di quanto ho semplificato fin qui. Ma c’è almeno un altro criterio importantissimo da calcolare e che non si può trascurare.

Bisogna eliminare la parole “che non valgono”, per farla semplice e per non barare.

In un articolo di giornale non ci sono solo i vocaboli che si trovano nei dizionari, ci sono anche i numeri e le date, o i nomi di persona. Donald Trump o Giuseppe Conte, 4 parole, non sono propriamente né italiane né inglesi, ai fini dei conteggi sugli anglicismi. Anche i nomi delle aziende, poco importa se siano in italiano (Scavolini), in inglese (Microsoft) o in itanglese (Eataly). Fanno numero, ma sarebbe bene escluderle. I testi vanno insomma “puliti” prima di dare delle statistiche che altrimenti risultano inquinate, e sarebbe bene anche distinguere le parole che ricorrono tante volte da quelle che ricorrono una sola, oltre a ragionare sulle differenze tra forme e lemmi.

De Mauro, nella sua lemmatizzazione, si è posto persino il problema degli omografi, per essere davvero preciso: (io) sono e (essi) sono, sono parole diverse ma entrambe riconducibili al verbo essere, mentre (il) danno e (essi) danno sono due parole e due lemmi diversi, da conteggiare separatamente. Nel risultato di questo lavoro, il Veli (Vocabolario Elettronico della Lingua Italiana) con i 10.000 lemmi più utilizzati nel 1986-87, gli anglicismi erano il 2% (per l’esattezza l’1,9% attraverso il criterio statistico scelto, ma poiché veniva introdotto un algoritmo di correzione che poteva essere discutibile, senza questo intervento sarebbero stati il 2,1%).

Se oggi si utilizzasse lo stesso metodo di analisi, si scoprirebbe che gli anglicismi dei giornali sono almeno raddoppiati, se non triplicati, dagli anni Ottanta. Ma ciò richiede un lavoro colossale, dunque gli studi moderni a cui si è fatto riferimento operano in un altro modo che non è paragonabile a questo: non si possono confrontare i risultati del 2% di De Mauro con quelli del 3% di oggi, perché sono due cose completamente diverse, non sono dati omogenei (in sintesi: concludere che l’aumento è dell’1% significherebbe mettere assieme mele e pere, questo deve essere chiaro).

Oggi si fanno conteggi differenti, aggiungerei scompensati (avevo parlato anche di “statistiche drogate“), perché sono piuttosto grezzi da una parte e invece raffinati solo dall’altra: si conteggiano le parole di un articolo di giornale (in modo grezzo), si vanno a contare gli anglicismi, che come è noto sono invariabili e quasi sempre con funzione di sostantivo, e questa lista, bella pulita e raffinata, si confronta con il numero delle altre parole “sporche”, che per la maggior parte sono “e” e “parole funzionali”, includono le forme flesse di uno stesso lemma, e contengono anche le parole che non valgono. In questo modo il numero degli anglicismi si diluisce. Se, nonostante questo annacquamento, nei giornali fossero davvero il 3% sarebbe un’enormità di cui ci si dovrebbe preoccupare invece di concludere che “3” è un numero piccolo.

Dagli anni Ottanta a oggi, nei dizionari, gli anglicismi son più che raddoppiati. Nel Devoto Oli sono passati dai 1.600 del 1990 a oltre 3.500 (ma non è molto diverso da ciò che si evince dai conteggi dello Zingarelli). Questo dizionario ha poco più di 3.200 pagine. Ciò significa che, aprendolo a caso, non importa in quale pagina si finisca, in ognuna c’è un po’ più di un anglicismo. Certo, può capitare che siano concentrati maggiormente in alcune pagine e che in altre non ci siano, ma la media è questa. Prima di incontrare un francesismo, invece, ci sono da sfogliare più di 3 pagine (sono nell’ordine di 1.000), mentre bisogna voltare almeno 30 pagine prima di incontrare un ispanismo o un germanismo (che sono rispettivamente un centinaio). E probabilmente questi altri forestierismi, in tutto il libro che hai immaginato, li puoi contare con le dita, o non ci sono affatto.

E i 300 anglicismi che ti sono ti sono capitati quali erano? Un conto è dire che sono 300 tutti diversi, e un conto è dire che ce ne sono magari solo 80, e che alcuni ricorrono più volte e altri una sola. Chissà qual era il criterio dello studio che li quantifica nel 3%.
Probabilmente molti anglicismi del tuo libro sono da ricercarsi nell’elenco dei 129 che sono stati inseriti da De Mauro in una altro lavoro statistico, il Nuovo Vocabolario di Base (NVDB), cioè la lista delle circa 7.000/7.500 parole che si usano di più e costituiscono oltre il 90% di quelle con cui ci esprimiamo di solito. Nel 1980 gli anglicismi erano nell’ordine della decina (all lettera B c’era solo bar). Nell’ultima edizione del dicembre 2016 erano ben di più. Allora mi son messo a sfogliare tutte le voci e a contarli manualmente, e ho visto che erano decuplicati e che sono 129, se non me ne è scappato qualcuno (e senza conteggiare parole macedonia come salvaslip). Ma non credo, perché è lo stesso numero che riporta anche Gualdo, e anche se non cita la fonte, lo avvalora.

Questo aumento dell’inglese non si vede solo nei dizionari come il Devoto Oli o lo Zingarelli, ma anche nel NVDB e nelle frequenze di uso dei giornali, c’è poco da negare e poco da stare tranquilli. Di fronte a questo diluvio, chi dice che non sta succedendo niente e aspetta che la “scure del tempo” faccia cadere nel dimenticatoio gli anglicismi, che sarebbero solo delle parole passeggere, rischia di aspettare tutta la vita, perché intanto non fanno che aumentare.

Non si può giocare con la solitudine dei numeri “proni” davanti alle statistiche buttate lì, e dire per esempio che quello che Arrigo Castellani aveva chiamato Morbus anglicus era il solito becero allarmismo. Era lungimiranza, la sua. E a dire che è poco più di un’influenza… si rischia di comprendere che non è così un po’ troppo tardi.

Aggiornamenti sul contagio lessicale del virus a corona

Nei giorni scorsi è uscito sul Corriere.it un riepilogo delle tappe della pandemia da virus a corona (con tanto di linea del tempo denominata naturalmente timeline). Lo trovo molto utile per riflettere sui cambiamenti linguistici che, nel giro di un mese, hanno portato a un’anglicizzazione senza precedenti, per rapidità e dimensioni.

L’incipit è significativo: (23 gennaio 2020) “Wuhan in lockdown. Il mondo scopre il coronavirus”. Successivamente si legge: (8 marzo 2020) “La Lombardia in lockdown”; mentre il giorno dopo, forse per evitare la ripetizione dell’anglicismo, si titola: “Chiude tutta l’Italia” e “lockdown” finisce subito sotto nella spiegazione: “Passano 24 ore e dalla Lombardia il lockdown si estende a tutta l’Italia” (“chiude”, da solo, era forse poco chiaro senza l’inglese).

A due mesi dalla comparsa del virus la lingua dei giornali somiglia sempre più a un pastrocchio che non si può che definire itanglese, e oggi reinterpreta il proprio linguaggio di gennaio e febbraio con queste nuove parole e categorie che prima non usava.

Ecco come titolavano i giornali il 24 gennaio davanti a quelle che per un certo periodo sono state denominate “le misure cinesi”.

24 gennaio cina isolata

Isolamento, chiusura, quarantenalockdown non esisteva ancora, al contrario della sintesi che oggi ne fa il Corrierone.

Anche quando il virus è arrivato da noi si sono dichiarati alcuni comuni (tra cui Codogno) “zone rosse”, poi si è blindata la Lombardia, e il 9 marzo si è chiusa tutta l’Italia, e di “lockdown” non si parlava affatto. Il lessico si appoggiava al “tutto chiuso” (chiusura, chiudere), al blocco, alla quarantena, all’isolamento, alle serrate e persino al coprifuoco risemantizzato con perdita del significato letterale legato alle ore serali (ma anche quarantena ha del resto perso l’originario riferimento alla durata di “40” giorni).

giornali e coronavirus prima del lockdown

Poi è successo che il virus ha interessato anche i Paesi anglofoni, e l’11 marzo l’Oms (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e ha cominciato a parlare di “lockdown”. Mentre, dopo le “misure cinesi”, i provvedimenti del nostro governo diventavano per molti Paesi il “modello italiano” da seguire nelle democrazie, noi abbiamo pensato bene di rinominare il nostro modello in inglese!

Successivamente ai primi casi più o meno isolati (occasionalismi), il 17 marzo “lockdown” ha fatto la sua comparsa nei titoli del Corriere e di altri giornali. La stessa sera ha fatto capolino in televisione, era una parola ancora sconosciuta, così sconosciuta che nel pronunciarla, nella puntata di Dimartedì, Giovanni Floris ha detto “lockout”. “Lockout” circola da tempo e con bassa frequenza soprattutto nel linguaggio della “pallacanestro” [antica espressione per designare il basket, Ndr] per indicare gli scioperi (lett. serrate) di giocatori o dirigenti della NBA (National Basketball Association). Forse per questo si è generato qualche qui pro quo che si trova anche in Rete, per esempio in un articolo della Stampa (“Cercano eventuali trasgressori del «lockout», trovano alcuni spacciatori di droga”). Ma questi lapsus testimoniano la volontà di usare un inglese forzato di cui non si sente proprio il bisogno.

Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti. Da quel 17 marzo si parla solo di lockdown, nelle timeline del Corriere e in televisione. L’italiano, con tutti i suoi sinonimi e sfaccettature, è relegato a sinonimia secondaria.

Nella foto è possibile vedere, a titolo puramente evocativo, una delle più autorevoli fonti giornalistiche che si adopera per il sistematico genocidio delle nostre parole in nome della stereotipia a base inglese, facendo in questo modo vivere – più che morire – le “fake news” e uccidendo invece le “bufale”, le ”notizie false” e il nostro lessico.

gabanelli

Cercando “lockdown” sul sito del Corriere.it, si nota che a oggi ci sono quasi 600 articoli che impiegano questo termine, e i raffronti con gli anni precedenti si possono vedere nell’immagine qui sotto (nel 2018 non era mai stato usato).

lockdown

Una curiosità: provate a cercare parole come “lockdown” o “droplet” in un giornale di lingua spagnola come El País o in uno di lingua francese come Le Monde, oppure sulla Wikipedia spagnola o francese così diverse da quella italiana

Credo che questi confronti siano molto utili per chi crede che certe parole siano “internazionalismi”.

L’imposizione dall’alto della terminologia in inglese

Qualche sera fa ho sentito in televisione qualcuno, con tono da scienziato, dispensare perle di cultura sulla differenza tra il “droplet” e le “goccioline” con arrampicamenti di specchi che ne fissavano impalpabili limiti nel fatto che le seconde cadono a terra, le prime sarebbero più piccole e rimarrebbero nell’aria e altre simili fesserie. Dall’iniziale “distanza droplet” con cui in un primo tempo i mezzi di informazione hanno iniziato gli italiani, in un baleno queste “goccioline” inglesi sono diventate un tecnicismo che ci viene calato dall’alto come la parola giusta, esatta, scientifica, che per i profani e la fabrizio pregliasco dropletsplebe si può solo avvicinare con un goffo “gocciolina”. Droplet ricorre nelle conferenze stampa della Protezione civile con alta frequenza, e in bocca ai tanti che mostrano con queste scelte lessicali di essere dei veri esperti. Significativa è l’uscita del virologo Fabrizio Pregliasco, nella trasmissione “Quarto grado” del 17 aprile scorso: “Le goccioline, ormai lo sanno tutti, si chiamano droplets…”. Lo sanno tutti perché non fate che ripeterle. Un po’ come Mentana, che qualche sera fa, durante il suo telegiornale, dopo aver pronunciato “lockdown” si è fermato un attimo a pensare, per poi aggiungere: “Come ormai si dice”.
mentana lockdown“Come ormai si dice?” Si dice perché voi lo avete detto fino alla nausea senza alternative al punto che sembra che ormai non si possa farne più a meno! Prima si inroduce l’anglicismo e lo si diffonde, poi ci si nasconde dietro l’alibi dell’uso. Un bel corto circuito vizioso!
Dire che le goccioline si chiamano “droplets” è un’affermazione “criminale”, da un punto di vista della nostra lingua, e rivela un’inconsapevole quanto precisa e pericolosa visione del mondo: l’inglese è “la” lingua superiore della scienza e della verità, che si può adattare solo in una sorta di impreciso italiano vissuto come dialetto locale (da notare la “s” del plurale sempre più spesso pronunciata negli anglicismi da personaggi che finiranno per imporla come si imporrà il “qual’è” con l’apostrofo, di cui si intravedono già i primi segnali).

È la stessa logica distruttiva degli esperti che ci spiegano che la proteina di superficie del virus a corona si chiama “spike protein”, come ho sentito in un servizio televisivo. “Spike” lo avevo già segnalato: in inglese è semplicemente uno “spuntone”, e così è stato chiamato lo “spuntone” che caratterizza la corona del virus (nessun tecnicismo, in inglese). In un primo tempo è arrivato non tradotto, perché la scienza parla l’inglese, e non c’è un ricercatore che voglia tradurre il sacro dio inviolabile di questa lingua irraggiungibile. Dunque si importa spike come fosse il verbo divino, e quando subito dopo si scopre la proteina di superficie del coronavirus, viene divulgata in inglese: si è scoperta la spike protein. Anche questo ho sentito, quando un esperto, dall’alto delle sue competenze, ha spiegato agli spettatori che si chiama così. Si battezza ciò che è nuovo in inglese, con una terminologia che diffonde il lessico dell’Italia e incolla (in italiano c’è anche spinula, per indicare le formazioni appuntite in ambito zoologico, biologio e patologico).

La nuvola degli anglicismi che ci avvolge

Accanto agli anglicismi più nuovi e frequenti, come droplet o smart working ce ne sono innumerevoli altri nel lessico ai tempi del coronavirus. Così tanti che sono “incontabili”. Sono occasionalismi, uscite estemporanee che portano a un travaso dell’inglese invece che alla sua traduzione; sono parole di bassa frequenza che circolano nelle bocche di giornalisti, esperti, politici, virologi, bloggatori, tronisti… e di quanti cercano di darsi un tono di maggior precisione usando parole dal suono inglese, spesso incomprensibili o sparate a vanvera. È un malcostume che ricorre spesso anche nei “servizi televisivi” di chi invita a scegliere la propria “informazione responsabile” che di responsabile ha sempre meno. Ogni conduttore e giornalista alza il tiro in una gara a chi ne spara di più in itanglese. Questo fenomeno è difficile da quantificare, ma complessivamente porta l’inglese in primo piano, e anche quando non afferma un singolo anglicismo, che rimane solo un’espressione usa e getta, fa dell’inglese la lingua superiore.

formigliA “Piazza pulita” del 17 aprile, Corrado Formigli ha cominciato a parlare di “covid pass” per indicare ciò che fino a settimana scorsa era detto “patente di immunità”. Un’espressione che ben si sposa con i covid hospital, e che a sua volta si appoggia a day hospital… in un’abitudine a dire hospital al posto di ospedale.

Questo percolare dell’inglese, talvolta con ricombinazioni all’italiana, è difficile da quantificare, perché si tratta sempre meno di singoli “prestiti”, e sempre più di un ricorso immotivato all’inglese puro o impuro sempre più ampio, che complessivamente forma una “nuvola di anglicismi” – come l’ho chiamata altre volte – che avvolge molti discorsi in modo sempre più denso. Tra questa moltitudine di parole inutili, anche se molte rimangono nell’aria come goccioline solo per poco tempo, prima di svanire, ci abituiamo sempre più ai suoni inglesi come fossero la cosa più naturale. E qualcuna di queste parole, inevitabilmente, finisce per affermarsi, pianta i suoi “spuntoni” e si radica. È la panspermia dell’inglese che si riversa ovunque e che attecchisce dove trova le condizioni per farlo. L’Italia è una sorta di colonia economica e cultuale degli Stati Uniti caratterizzata dal terreno più fertile. Siamo privi di anticorpi. Così, le parole inglesi, dopo aver messo radici al posto delle nostre (o aver fatto morire le nostre), sempre più spesso si moltiplicano, si strutturano in famiglie. Le obbligazioni sono bond, e quindi dopo gli eurobond questo virus ci ha portato i coronabond e ora i recovery bond, i “buoni per la ripresa”.

Scherzavo, un mesetto fa, quando scrivevo “strano che non si dica smart learning, per coerenza con lo smart working”, eppure una ricercatrice del Politecnico di Torino, intervistata nell’ennesima trasmissione sulla pandemia l’altro giorno parlava, con la massima serietà e naturalezza, di “smart didattica”, e non di didattica a distanza; la stessa espressione che si ritrova con grande disinvoltura sulla pagina di una docente dell’Università di Perugia (“studenti tutti pronti e reattivi nella nuova modalità di smart-didattica. Buon lavoro!!?”).

L’aumento di frequenza degli anglicismi

Insieme ai vari anglicismi che coincidono sempre più con i neologismi (la nostra lingua è sempre meno capace di produrne di autonomi, su base endogena, e non fa che importare dall’angloamericano a costo di inventarseli), in questo momento così buio per il nostro Paese, ma anche per la nostra lingua, aumentano anche le frequenze degli anglicismi già radicati. In questo modo l’inglese è sempre più invadente, sempre più pervasivo. Gli anglicismi diventano degli automatismi, che saliviamo in riflessi incondizionati come il cane di Pavlov. Invece di dire che è necessario mappare, monitorare, fare controlli a campione o di massa della popolazione, nelle parole di Luca Zaia (sabato 18 aprile, “Petrolio” Rai 2) c’è solo lo screening, per due o tre volte ribadito anche con lo “screenare la popolazione attraverso i kit sierologici”.

zaia

Il conduttore gli rispondeva parlando di “app per il contact tracing”, e non per il tracciamento dei contatti, in un guazzabuglio di altri anglicismi ben radicati, da privacy a welfare, che aumentano di giorno in giorno la loro frequenza.

Ancora una volta può essere utile vedere l’aumento di occorrenze di questo tipo di anglicismi sul sito del Corriere. Basta fare un po’ di ricerche per scoprire che cluster è ormai usato al posto di focolaio, e che in soli 3 mesi e mezzo la frequenza di alcuni anglicismi ha superato abbondantemente quella dell’intero anno scorso. Nei picchi di stereotipia anglicizzata che caratterizzano i primi 3 mesi del 2020, screening è stato usato quasi il doppio delle volte rispetto all’intero 2019; così come voucher. Lievitano anche i test, gli hospital, e persino il jogging, dopo le polemiche sul vietare o meno le corsette, in un lessico che è sempre meno italiano e sempre più itanglese.

frequenze anglicismi corrirere della sera
Ricerche effettuate il 19 aprile 2020.

Il lessico contagioso del coronavirus

virtual clinic
Coronavirus: telemedicina e virtual clinic, come aiutare i pazienti a distanza. Roberto Chifari 23 marzo 2020 – 18:22

“Misure draconiane”, “città spettrali”… espressioni codificate del genere, in questo periodo, rimbalzano negli articoli di giornali e sulle bocche dei conduttori con una frequenza esasperante. Sono i picchi di stereotipia (ne ho argomentato qui) tipici dell’informazione, che ama sguazzare nelle frasi fatte, nelle facili espressioni idiomatiche, nel lessico precotto privo di quella che Gramsci chiamava “individualità espressiva”, cioè la capacità di ognuno di usare una personale soluzione creativa nell’esprimersi, che è la vera ricchezza e bellezza del linguaggio.
In questi picchi di stereotipia ben si inserisce l’uso e l’abuso degli anglicismi, sempre più spesso spacciati per “la parola giusta”, quella più tecnica, moderna o internazionale, anche quando non lo è (magari è solo una reinvenzione all’italiana che ha un sapore ridicolo), o anche quando dietro l’alibi dell’internazionalismo si nasconde una ben precisa ideologia: essere internazionali non vuol dire multilinguismo, bensì esprimersi nel solo idioma inglese, il monolinguismo che la globalizzazione vorrebbe imporre a tutti, di cui gli anglicismi che percolano nell’italiano sono solo i detriti.

Nell’attuale momento di emergenza, i mezzi di informazione sono concentrati solo sul tema del coronavirus, e questa amplificazione permette di decifrare meglio il loro ruolo nella formazione del lessico e i meccanismi di evoluzione del linguaggio. Quando tutti gli italiani pendono dalla bocca dei giornalisti e degli esperti che hanno il compito di informare e anche di spiegare ciò che accade, è evidente che non potranno che ripetere ciò che viene loro impartito dall’alto. Se i tecnici e i giornalisti ricorrono all’inglese, le nuove “cose” vengono battezzate attraverso queste parole che vengono introdotte e diffuse, e che finiranno per radicarsi in inglese in modo profondo.

Finché il problema era solo cinese non si è registrata alcuna interferenza linguistica proveniente dall’Oriente; e anche quando è esploso da noi, la comunicazione era prevalentemente in italiano. Poi l’Organizzazione mondiale della sanità (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e il virus ha contagiato i Paesi anglofoni, dunque tutto è improvvisamente cambiato, e la mia previsione è che sia destinato ad anglicizzarsi sempre più.

Poco importa che l’Italia sia diventato il modello per arginare la malattia cui tutta l’Europa guarda, mentre nei Paesi extracomunitari come gli Stati Uniti e il Regno Unito sembra prevalere un’altra concezione dello Stato sociale, quella che ha dichiarato lucidamente per esempio un personaggio come l’economista Edward Luttwak con ragionamenti che avrebbero avuto il plauso di Hitler, una posizione appena ribadita anche da Trump nel biasimare i provvedimenti restrittivi che danneggiano l’economia. Siamo di fronte allo scontro tra due diverse visioni del mondo e dell’etica sociale, quella Europea mette al primo posto la vita e la salute dei cittadini, quella anglosassone vede al primo posto la salute delle Borse e l’interesse del capitalismo, come si sarebbe detto una volta.
Vedremo come andrà a finire e per quanto tempo le posizioni d’oltreoceano potranno essere sostenute; Boris Johnson ha dovuto fare retromarcia molto in fretta, e adesso segue la via italiana, forse non per motivi “umanitari”, ma perché si è reso conto che, davanti al numero dei morti, la strategia di non far nulla lo avrebbe travolto e sepolto politicamente. In questo scenario, il paradosso è che dal punto di vista lessicale continuiamo invece a vedere l’America come il modello da emulare, e non come qualcosa cui contrapporci con orgoglio. Se i giornali, fino a quindici giorni fa, parlavano delle restrizioni nell’area di Wuhan, dei provvedimenti restrittivi di Conte, di zone rosse e Italia protetta, adesso che tutto si è riversato nei Paesi di area anglofona parlano di lockdown. Questa espressione era praticamente sconosciuta ai più sino a pochi giorni fa, e di scarsissima frequenza mediatica, ma nel giro di una settimana è diventata sempre più contagiosa e sta soppiantando le alternative italiane che abbiamo sempre usato. Altri anglicismi, come smart working, registrato nel dizionario AAA da molto tempo, ma di bassa frequenza, sono esplosi e sono improvvisamente finiti sulla bocca di tutti i giornalisti, persino in quella del nostro Presidente del consiglio Giuseppe Conte che l’ha impiegata senza alternative nella conferenza stampa rivolta a tutti noi di sabato scorso, dando ormai per scontato che sia comprensibile a tutti e la parola più efficace. Poco importa che sia uno pseudoanglicismo e che in inglese si usino espressioni come home o remote working o che in italiano ci sia il telelavoro, il lavoro da casa, a distanza, da remoto, o lavoro agile, come si legge nei contratti. Da qualche giorno c’è solo lo smart working, nei titoloni dei giornali e nei dibattiti televisivi.

Il Gruppo incipit dell’accademia della Crusca, prima di svanire e di non dare più segni di vita, si proponeva di arginare gli anglicismi nel momento della loro fase incipiente, visto che una volta radicati poi sono impossibili da estirpare (il che vale solo per l’Italia, naturalmente, non è così né in Francia né in Spagna, dove le analoghe accademie non hanno paura di avere un ruolo prescrittivo e sono spesso in grado di cambiare le cose anche senza questa teorica tempestività). Davanti a questo progetto Tullio De Mauro aveva manifestato fondati dubbi, sollevando un problema serio: molti anglicismi entrano come tecnicismi per addetti ai lavori e vengono registrati nei dizionari ben prima che diventino parole ad alta frequenza, dunque la prospettiva di Incipit aveva un elemento di debolezza. In effetti, come ho già detto altre volte, l’argine agli anglicismi incipienti dovrebbe essere elevato con una doppia operazione protettiva: innanzitutto quando entrano come tecnicismi tra gli addetti ai lavori, e poi a maggior ragione quando dai settori si riversano, grazie ai giornali, nel linguaggio comune.
Fermarli come tecnicismi è però sempre più impossibile, visto che l’inglese è diventato la lingua della scienza e di ogni disciplina tecnica con conseguenze devastanti per la nostra ingua sempre più mutilata nei linguaggi di settore. Studiare in inglese, come avviene al Politecnico di Milano, o in ambiti come per esempio la medicina, porta a pensare in inglese, a usare la terminologia inglese, e a perdere la capacità di tradurre, usare (e pensare) l’italiano. Quando poi, nelle situazioni come quella che viviamo, la parola passa ai tecnici e agli esperti, ecco che tutto si anglicizza, e che i giornali riportano – senza nemmeno porsi il problema dell’italiano – la terminologia inglese che entra così nel linguaggio comune. Nelle quotidiane conferenze stampa della protezione civile si sente parlare di cluster, hub, call per nuovi medici, covid hospital, droplet, smart working… quando la parola va agli esperti il disastro del contagio lessicale straripa e diventa uno tsunami anglicus, sempre per citare De Mauro. A proposito: anche il nipponismo tsunami era registrato dai dizionari dagli anni ’60 prima che, da tecnicismo, si riversasse nel linguaggio comune dopo la tragedia del 2006. Il che aiuta meglio a comprendere il fenomeno dei tecnicismi e della terminologia che è ormai in inglese, dall’informatica al lavoro, dalla scienza al cinema

Di seguito voglio abbozzare una specie di dizionarietto del fenomeno dell’interferenza linguistica dell’inglese che si sta verificando ai tempi del coronavirus.

A

app, abbreviazione di application, parola già da tempo diffusa e inarginabile, ormai utilizzata nelle interfacce informatiche per indicare un semplice programma.
Grado di pericolosità: basso, in fin dei conti sembra un’abbreviazione di applicazione, e a parte il fatto che termina in consonante non viola il nostro sistema di pronuncia e scrittura. Ultimamente ricorre soprattutto a proposito dell’ipotesi di un’app per tracciare gli spostamenti della popolazione o per individuare chi è positivo al virus, come avvenuto in Sud Corea. Al momento si parla ancora di app per il tracciamento, ma il rischio è che se questo dibattito si scatenerà nei Paesi anglofoni presto si parlerà di app di tracking esattamente come si parla del tracking dei bagagli e della corrispondenza (sbagliati zoppaz! Sbagliati! Spera che non sia così!).

B

burden è comparso quando Bonaccini, il presidente della regione Emilia Romagna, ha blindato il comune di Medicina, vicino a Bologna, a causa dell’elevata “diffusibilità correlata all’alto burden microbico”. Tutti i giornali hanno virgolettato queste stesse parole, forse perché non si capiva bene di che cosa si stesse parlando. Nessuno ha pensato di scrivere carica microbica, meglio non infettare con l’italiano queste espressioni che suonano tecniche, nella loro poca trasparenza.
Grado di pericolosità: bassissimo, a parte questo precedente non si registrano altri avvistamenti, almeno per ora. Ma questo episodio è da tenere d’occhio, costituisce un precedente che potrebbe diventare un focolaio nel caso di un futuro picco di stereotipia.

C

■ call, le chiamate, i concorsi o gare pubbliche alla ricerca disperata di nuovi medici per arginare il collasso negli ospedali, nel linguaggio istituzionale e dei tecnici, sono call. Non si tratta di qualcosa di nuovo, circola da tempo negli ambienti, ma attualmente la sua diffusione sale.
■ conference (call), impazza al posto di teleconferenza, ma niente di nuovo sotto il sole…
■ covid hospital, neologismo fresco fresco per indicare strutture dedicate al coronavirus e alla cura dei contagiati. Ma del resto si dice anche day hospital… mica ospedale diurno, la parola ospedale è evidentemente obsoleta e dovremmo vergognarcene (parlare di centri, strutture, ricoveri dedicati… neanche a pensarci).
Grado di contagiosità: medio-alto. Hospital ha tutte le caratteristiche per diventare un “anglicismo prolifico” foriero di prossime coniazioni (i linguisti parlano di “produttività”, personalmente preferisco parlare di prolificità, ma anche contagiosità rende bene, in quesro frangente).
■ cluster, anglicismo che circola da tempo in tanti contesti, con tante accezioni dall’uso spesso confuso. Adesso si comincia a usare al posto di focolaio: “Coronavirus, a Latina 10 nuovi casi. Fondi e il capoluogo sono ormai un cluster” (Il Messaggero, 13 marzo 2020); oppure: “Nuovo cluster nel molisano”; “Il cluster più numeroso è quello di Padova”…
Grado di pericolosità e di contagiosità: medio-alto.
■ coronabond, si appoggia al radicato bond, che non si riferisce a James Bond, ma indica soltanto un’obbligazione. Segue eurobond e altre variazioni sul tema.
Grado di contagiosità e radicamento: medio-alto.

D

■ drive in test, “mutazione” di un anglicismo ben radicato nell’italiano che un tempo indicava i cineparchi, il cinema che (al cinema più che nel nostro Paese) si vedeva dall’automobile; ultimamente drive in si è evoluto per indicare i servizi di ristorazione in automobile che le multinazionali statunitensi stanno esportando anche da noi, e lo fanno usando la propria nomenclatura, non li chiamano certo risto-parcheggi. In Sud Corea hanno inaugurato i tamponi di massa fatti alla popolazione dall’automobile, per evitare le code negli ospedali e mantenere il distanziamento sociale, ma ora che anche negli Usa si parla di questa pratica sono diventati i drive in test.
Grado di pericolosità e radicamento su lungo periodo: basso. Ha l’aria di essere un’espressione usa e getta che passata la buriana svanirà, al contrario dei risto-parcheggi.
■ drone, sarebbe una parola inglese, ma poiché termina per vocale e sembra italiana è stata assimilata perfettamente: al plurale fa droni e se pronunciata all’italiana ha un grado di pericolosità pari a zero. Se ne parla molto in questi giorni come strumento di dissuasione e di controllo della popolazione.
■ droplet, significa gocciolina, ma adesso – con decurtazione di distanza droplet – si usa al posto di distanza di sicurezza (a prova di contagio, sputacchi, inalazione…).
Grado di pericolosità: alto, viene spacciato come tecnicismo e viene sputazzato dagli addetti ai lavori persino della protezione civile.

E

■ e-learning, ormai è radicato e si registra solo un’impennata della frequenza, visto che le scuole sono chiuse e si tenta, dove si può, la didattica a distanza, la telescuola e via dicendo (strano che non si dica smart learning, per coerenza con lo → smart working… e spero che questa considerazione non sia presto presa sul serio da qualche imbecille).

F

■ fake news in italiano sono più chiaramente le notizie (o informazioni) false, fasulle, inventate, prive di autenticità, manipolate, contraffatte, quindi contraffazioni, bufale, frottole, bugie, panzane o menzogne spacciate per notizie: un imbroglio costruito in modo consapevole per manipolare la realtà, orientare l’opinione pubblica o semplicemente per aumentare il traffico di certi siti in Rete che campano su questo tipo di informazione. L’espressione è arrivata nel 2017 perché i mezzi di informazione hanno pensato bene di virgolettare senza tradurre le parole di Trump; nel giro di poche settimane la sua carica virale (vedi → burden) è stata così ampia che abbiamo cominciato a pensare che indicasse qualcosa di nuovo, magari associato all’informazione che si propaga attraverso la Rete. Anche questa è una panzana o una bufala, e a proposito di epidemie vorrei ricordare la fake news contenuta nei Promessi sposi che riguardava i presunti “untori”. In questi giorni le bufale sul coronavirus abbondano non solo in Rete, ma anche in molte trasmissioni di disinformazione televisiva (vedi → infodemia).
■ flashmob, anglicismo radicato da tempo con altro significato, ai tempi del coronavirus si usa sui giornali per indicare le improvvisazioni alle finestre di quanti cantano, applaudono o si esibiscono affacciati sulla strada e rivolti ai dirimpettai.

H

■ hub, anglicismo radicato per indicare i grandi aeroporti che fungono da snodo, oppure in informatica per designare una centralina che connette più elaboratori. In questi giorni si sentono sempre più frasi come: “Il Sacco di Milano è ormai l’hub di riferimento della Lombardia per il coronavirus”. Centro, snodo sono roba vecchia.
Grado di infettività: alto (rafforzato anche dalla popolarità di Pornhub?).

I

■ infodemia, neologismo formato da information e epidemic per indicare l’esplodere delle informazioni spesso poco attendibili, ne ha parlato l’Oms ai primi di febbraio. Al contrario di analoghe parole macedonia come infotainment (information = informazione + entertainment = intrattenimento), in questo caso si scrive e si legge come fosse una parola italiana, dunque il grado di pericolosità è nullo.

J

■ jogging, diffuso e radicato, negli ultimi tempi ha soppiantato il footing, pseudoanglicismo di origine francese addirittura ottocentesco. Rimbalza da vari giorni, insieme a → running, a proposito della possibilità di uscire di casa nonostante le restrizioni per fare attività fisica e motoria… podismo e corsette appartengono al passato.

L

■ lockdown, negli Usa è un protocollo di emergenza che blinda e impedisce di uscire da una determinata area, e può essere riferito alle persone, ma anche alle notizie, oppure alle merci. In un baleno è passato da parola sconosciuta e di bassissima frequenza a una delle più gettonate e diffuse. Attualmente si sta usando al posto di misure restrittive, restrizioni, blocchi, quarantena, coprifuoco, zona rossa o protetta… ogni volta che si può si sbatte il “monster” in prima pagina. W la stereotipa basata sull’inglese, abbasso i sinonimi e le alternative italiane!
Grado di contagiosità e pericolosità: altissimo.

Q

■ quantitative easing, ormai radicato al posto di immissione di liquidità o alleggerimento (o allentamento) quantitativo o monetario, facilitazione (o espansione) quantitativa in questi giorni è salito di frequenza a proposito dei provvedimenti che l’Europa sta prendendo o dovrebbe prendere per far fronte alla crisi.

R

■ runner, dire corridore è antico, podista è forse addirittura ridicolo… quanto a running → vedi jogging.

S

■ smart working, di bassa circolazione fino a qualche giorno fa, è ormai salito nelle vette del lessico da coronavirus, e ha soppiantato lavoro agile, telelavoro, lavoro a distanza, da casa, da remoto.
Grado di contagiosità e pericolosità: altissimo.
■ spillover, indica il passaggio di un virus da una specie all’altra, in particolare da un animale all’uomo. Non è un fenomeno nuovo e tipico del coronavirus, che arriva dal salto dal pipistrello all’uomo, anche l’hiv è arrivato dalle scimmie, e risalendo la catena di migliaia di anni, ai tempi della scoperta dell’allevamento da parte dei nostri antenati, il morbillo ci è arrivato dai bovini. L’unica novità è che oggi il passaggio o il salto di specie si chiama in inglese, e sembra un tecnicismo bio-medico insostituibile.
Grado di diffusione: basso, a meno che qualche servizio televisivo di approfondimento non lo renda popolare come l’imprinting.
■ spike, in ambiente bio-medico indica le punte, spine, chiodini, spuntoni, in italiano anche spicole che caratterizzano la struttura del coronavirus, detta appunto corona.
Grado di diffusione: bassissimo, a meno che… vedi sopra.

T

■ task force, per estensione, dall’originario senso militare è da tempo usata per unità di emergenza, squadra di esperti, ma attualmente la sua frequenza più alta si riferisce ai bisogni di rinforzo delle forze speciali dei medici in prima linea negli ospedali.
■ trend
, i tempi in cui Nanni Moretti tuonava contro la giornalista che parlava di trend negativo, e la ridicolizzava, sono solo un ricordo. A partire dagli anni Novanta si è radicato e ormai non esiste più andamento, tendenza, evoluzione… in ambito tecnico-statistico sembra che ci sia solo trend, se non lo ostenti a proposito dei picchi epidemici sei un coglione, o uno che non sa niente di statistiche.
■ triage, è francese, come provenienza e per come lo pronunciamo, ma non facciamoci ingannare, lo diciamo solo perché lo usano anche negli Stati Uniti; indica semplicemente la scelta, la cernita, la selezione, la valutazione, la classificazione che negli ospedali si fa per stabilire quali siano i pazienti più bisognosi di cure. Le strutture di triage e pre-triage, oggi, sono l’unica alternativa in voga, quanti sinonimi italiani inutili ci sarebbero!

V

■ virtual clinic, avvistato proprio poco fa (vedi figura in alto). Vuoi mettere con ospedale o visita a distanza, da remoto, telemedicina e via dicendo?
■ voucher, già radicato al posto di tagliando, buono, o come ricevuta di pagamento delle prestazioni occasionali, con il coronavirus è rimborso o buono: “Coronavirus. Congedi parentali, legge 104 e voucher baby sitter” (laRepubblica.it, 20/3/20); “Soggiorno annullato per coronavirus? Si ha diritto a voucher o rimborsi” (IlSole24ore, 22/3/20).


PS

jenner e vaccinoUna buona notizia alla lettera V di vaccino.

Di questi tempi sono scomparsi i no-vax che in italiano sarebbero antivaccinisti.

Per la cronaca: la parola vaccino deriva da vacca e risale ai tempi del vaiolo. Questo virus mieteva vittime in modo pesante, e in Oriente si era diffusa la pratica della “variolizzazione” che consisteva nell’infettarsi attraverso rimedi a base di croste essiccate e altri stratagemmi empirici per contrarne una forma leggera che aveva esito benigno. Non funzionava sempre e aveva i suoi rischi, ma un’aristocratica inglese illuminata, Mary Wortley Montagu, nel 1718 fece “variolizzare” in questo modo il figlio di sei anni da una vecchia praticona di Costantinopoli e divenne paladina di questo rimedio che accese forti dibattiti per tutto l’Illuminismo. Il medico Edward Jenner studiò questa prassi con approccio più scientifico, e quando si rese conto che esisteva una forma leggera del vaiolo che colpiva i bovini e che talvolta contagiava gli allevatori con una forma dall’esito benigno che però immunizzava dalla malattia con esito nefasto, decise di “vaccinare”, cioè di contagiare appositamente con materiale infetto prelevato dalle vacche. Nel 1796 mise a punto la prima vera e propria vaccinazione inoculando non più l’agente virulento in modo diretto, ma una dose attenuata e innocua. Questa pratica considerata negli ambienti ecclesiastici, e non solo, qualcosa di sacrilego e immorale generò enormi movimenti di protesta e di indignazione degli antivaccinisti, che perdurarono con alti e bassi anche per tutto il secolo successivo e che si riverberano anche oggi nelle resistenze dei movimenti “no-vax” che in inglese sarebbero anti-vaxxer. In attesa di un vaccino anche per il/la covid19 sarebbe bene ricordare che il vaiolo, dopo avere ucciso milioni di persone per secoli, grazie al vaccino, nel 1980 è stato dichiarato dall’Oms definitivamente debellato.

PPSS
Se qualcuno ha da segnalare altri anglicismi legati al coronavirus lo può fare nei commenti; la mia sensazione è che questa lista sia destinata ad allungarsi, la mia speranza è che siano poi stroncati insieme al virus che ci ha messo in ginocchio.

Hate speech: l’incitamento mediatico all’odio (contro l’italiano)

Una lettrice mi ha segnalato l’impennata della frequenza di “hate speech” nei mezzi di comunicazione dell’ultimo mese “in seguito soprattutto alle vicende che hanno coinvolto la senatrice Segre”. Ciò che l’espressione designa è tristemente antico. E anche questo virgolettarla dalla cultura statunitense non è nuovo, circola da una decina di anni, benché inizialmente si dicesse soprattutto in italiano, incitamento all’odio. La novità è che più passa il tempo più la nostra lingua scivola in secondo piano e retrocede, diventa la spiegazione da affiancare all’espressione inglese gridata nei titoli che inevitabilmente poi diventerà quella più in uso, tecnica, corretta e “insostituibile”.

Le radici dell’odio

In un articolo della Repubblica del 29 maggio 2013 (“Facebook, stop violenza alle donne: utenti e investitori contro il sessismo”), si poteva leggere che a Palo Alto avevano ammesso “di aver sottovalutato l’insidia del cosiddetto ‘hate speech’, ovvero ‘odio mediatico’, che nell’avversione alle donne trova uno degli esempi più diffusi e deprecabili.”

Tutto inizia ogni volta così, con qualche occasionalismo virgolettato affiancato da una spiegazione. Le schermaglie che precedono questa prima fase, di solito, sono espressioni del tipo: “Nella giurisprudenza statunitense esiste un’espressione per indicare l’incitamento all’odio…”; oppure: “Hate speech, come dicono con una bella locuzione gli americani…”.
Con il tempo l’anglicismo comincia a essere utilizzato sempre più in primo piano, la traduzione letterale o possibile viene solo affiancata, e non è mai evocativa o precisa come il dio inglese.
La terza fase è quella di far sparire ogni corrispondente. L’italiano che serviva da bastone si getta. C’è solo l’inglese, possibilmente da sbattere nei titoloni (cliccare per credere). La traduzione, se va bene, si trova all’interno dell’articolo, giusto per spiegare di che cosa si sta parlando ai subalterni che non capiscono, al rango inferiore della società reo di non padroneggiare l’idioma alto della cultura globale. E così nel 2018 l’espressione è stata annoverata tra i neologismi della Treccani, che riporta numerose citazioni dai giornali. Il prossimo passo saranno i dizionari e il radicamento nella nostra lingua?

Già mi prefiguro gli anglopuristi e i giornalisti che tra qualche tempo argomenteranno: hate speech non è proprio come le parole o i discorsi di odio… è qualcosa di più, qualcosa di intraducibile… E poi gli equivalenti italiani non sono in uso…
Questo ragionamento è frutto di una prospettiva malata! Sempre più spesso gli anglomani decidono di usare l’inglese invece dell’italiano, nella fase iniziale, e procedono con un martellamento in cui lo diffondono senza alternative. Fino a quando possono concludere che l’italiano non è più in uso… bella scoperta! Siete voi che avete scelto di non usarlo e di farlo ammuffire! Un bel circolo vizioso per creare l’alibi della necessità dell’itanglese.

In questo modo entrano migliaia di parole inglesi che alla fine ci vendono come “insostituibili”. Selfie? Non è certo la stessa cosa di autoscattoKnow how? Non è proprio come competenze… si legge sul sito della Crusca. Stalker è più preciso di persecutoremobbing non corrisponde esattamente a vessazione
–  “Ma mobbing in inglese non si usa molto nel significato lavorativo che gli diamo noi!”
– “Non fa nulla, in italiano si è acclimatato a questo modo. Rassegnati, ormai è un tecnicismo e si deve dire così. È la stampa, bellezza!”

Chi prende queste posizioni, chi afferma che gli anglicismi sono “intraducibili” e “necessari” dovrebbe dire come stanno le cose fino in fondo. Ciò vale solo per l’italietta degli anglomani fieri di essere coloni. Selfie non è “intraducibile” né in Francia né in Spagna, dove coniano nuove parole come “egoritratto” o ampliano il significato di quelle vecchie come “autoscatto”. Know how non si usa in francese, oppure è perfettamente tradotto in spagnolo, ed entrambi i Paesi non vedono la necessità e l’intraducibilità di stalker, perché usano la propria lingua, e invece di dire mobbing dicono meglio harcèlement moral o acoso laboral. Davanti all’espansione dell’inglese ci sono lingue che resistono ed evolvono autonomamente, e altre che soccombono.

E allora chi fa la lingua in Italia? Quali sono i nuovi centri di irradiazione dell’italiano?
Già negli anni Sessanta Pasolini (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964) aveva capito che l’italiano basato sui testi letterari e sul toscano era finito e che il neoitaliano tecnologizzato arrivava dai centri industriali del Nord. Oggi Milano è la capitale dell’itanglese, e il lessico della tecno-scienza ci arriva direttamente dall’inglese globale, come la terminologia del lavoro. A fare la lingua spesso sono gli influenti della Rete, dunque siamo passati dal prestigio letterario di Manzoni a quello linguistico della coppia Ferragni-Fedez, un bel salto di modernità, non c’è che dire! E a fare la lingua sono soprattutto i mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi stanno unificando l’itanglese.

I giornali attingono il peggio da tutti questi settori e lo sbattono in prima pagina facendolo diventare il moderno italiano.

Le conseguenze dei picchi di stereotipia del giornalismo

L’ossessività con cui, nei giornali e nei telegiornali, le espressioni e le parole vengono spesso ripetute in modo martellante e senza mai ricorrere a sinonimi, come un tormentone mono-significato, è ben nota. Il concetto di “stereotipia” nei mezzi di informazione è stato ben evidenziato per esempio da Maurizio Dardano (Il linguaggio dei giornali italiani, Laterza, Bari-Roma 1986, p. 236). Ma si può citare anche Riccardo Gualdo:

La lingua dei giornali assorbe come una spugna gli usi nuovi, contribuisce potentemente a farli diventare di moda e, infine, anche a fissarli nell’uso ripetendoli in modo ossessivo” in una “riproduzione meccanica di associazione di (nome-aggettivo, intere frasi) o di traslati in origine brillanti ma a poco a poco resi stucchevoli per il troppo uso.

L’italiano dei giornali, Carocci Editore, Roma 2005, p. 85.

Il lessico della stereotipia coinvolge ormai soprattutto gli anglicismi e le espressioni mutuate dagli Stati Uniti. Come ha osservato nella sua tesi Gaia Castronovo:

L’assenza di sinonimi è dovuta molte volte “a lasciare a terzi il lavoro di traduzione per le notizie di politica estera direttamente dalle agenzie (es. ANSA). Spesso le bozze non subiscono una revisione dalla redazione, ma vengono pubblicate cosi come sono, a causa delle rapide tempistiche e, talvolta, mancanza di personale.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 48.

E così un’espressione come “fake news”, virgolettata direttamente dai discorsi di Trump, invece di essere tradotta con notizie false o bufale, si è radicata in un batter d’occhio nella nostra lingua al punto che oggi ci si chiede: “Ma come si potrebbe rendere in italiano?”
Ma come facevamo a parlare di queste cose sino a tre anni fa? Come facevamo a esprimerci nella nostra lingua prima che prendessero piede parole ormai “insostituibili” come location?

L’impatto che i picchi di anglicismi hanno sulla lingua si può misurare con molti esempi significativi.

Se si analizza la frequenza della parola compound negli archivi del Corriere della Sera, si vede che tra il 2003 e il 2010 era trascurabile, ricorreva in un numero limitato di articoli (una media di 5 all’anno), e talvolta non indicava un edificio, ma un tipo di arco che si usa nelle competizioni sportive, perché il termine ha due significati. Nel 2011, improvvisamente gli articoli salgono a 41. In quell’anno, infatti, c’è stata sia la guerra con la Libia in cui Gheddafi era barricato nel suo compound, sia l’uccisione di Bin Laden scovato in un compound in Pakistan. In entrambi gli episodi, la parola ha avuto una vasta eco mediatica quasi senza alternative, dovuta probabilmente al riportare la notizia con le stesse parole delle fonti americane. Poi, passato il momento dell’ossessività, nel quinquennio fino al 2016, negli stessi archivi si può notare che la parola ricorre con una media di poco più di 20 articoli all’anno. In sintesi, dopo il picco della stereotipia, causato da eventi contingenti, la frequenza della parola si abbassa, ma è ormai diventata popolare rispetto a prima, e viene perciò usata normalmente 4 volte di più.

Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nell lessicodell’Italia e incolla, Hoepli 2017, p. 124-125.

Ma questo fenomeno non è causato solo dallo scimmiottamento di ciò che arriva d’oltreoceano, siamo bravissimi a farci male da soli anche sul piano interno. Riporto una tabella tratta dalla citata tesi di Gaia Castronovo che ha analizzando la frequenza della parola job sul quotidiano La Repubblica dal 1984 al 2014. I picchi di stereotipia saltano all’occhio.

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Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 52.

La parola, più che essere usata da sola, è quasi sempre associata ad altre in varie espressioni, e negli anni Ottanta le occorrenze erano sotto la decina.

“La media annuale si assesta poi su un ordine di grandezza in più (10-50). Il grafico mostra inoltre dei picchi che corrispondono alle ripetizioni ossessive a cui si riferisce Gualdo nella citazione sopra riportata. Negli anni Duemila era il momento di job rotation e job creation, nel 2014, invece, di job act.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, op. cit. p. 52.

Quello che è successo dopo lo sappiamo. L’iniziale job act si è attestato definitivamente con la s di jobs act, e oggi la frequenza sui giornali delle tante combinazioni di job è aumentata a dismisura. Un bell’anglicismo “produttivo” come dicono alcuni linguisti, ma più onestamente si potrebbe dire: infestante. In attesa che il mondo del lavoro diventi del job, come quello della ristorazione è ormai del food, mentre l’economia diventa economy, il verde green, e le tasse tax, ci sono ancora dei linguisti negazionisti che ci raccontano che non sta accadendo nulla. C’è anche chi preferirebbe mettere l’italiano in un museo – invece di praticarlo, difenderlo, farlo vivere ed evolvere – e afferma che l’anglicizzazione è solo “un’illusione ottica”. Infatti sarebbe circoscritta solo in alcuni ambiti, come l’informatica, e poi “sono soprattutto i mezzi di comunicazione e i politici” a usare le parole inglesi… Affermazioni come queste sono imbarazzanti, come se questi che vengono considerati “marginali” non fossero proprio i nuovi centri di irradiazione della lingua. Non rendersi conto dell’impatto che i mezzi di informazione hanno sull’italiano, oltre a essere antistorico, è soprattutto anti-attuale. Il linguaggio dei giornali è quello che viene poi inevitabilmente ripetuto dalla gente, e finisce così nei dizionari. Per questo capita che un vecchietto, che non hai mai avuto a che fare con uno spacciatore in vita sua, racconti scandalizzato che hanno arrestato un pusher proprio dietro casa sua. Perché l’ha letto sul giornale.

pusher e spacciatore google
Cercando “pusher” e “spacciatore” sulle Notizie indicizzate da Google risulta chiaro come l’anglicismo sia preferito.

È significativa a questo proposito una ricerca del 1999 in cui Katalin Doró ha scandagliato le annate di Corriere della Sera, Il Messaggero, La Repubblica e L’Espresso. Tra i 416 anglicismi presenti nei titoli e nei sottotitoli, 89 non erano presenti nello Zingarelli del 1995. Ma cosa è successo dopo? Che 23 di questi sono stati registrati nel 2000 (5 anni dopo), e altri 12 nel 2002.

Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, num. 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91.

Ancor più significativo è uno studio di Antonio Taglialatela del 2012 sulle prime pagine di Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa per rintracciare gli anglicismi più usati, con lo scopo di dimostrare che “riescono a penetrare nel lessico per il loro uso ‘popolare’, dovuto in gran parte ai media e al linguaggio politico, trasformandosi in vere e proprie voci di dizionario”. Se nel 2012 solo 4 di essi non erano presenti nei vocabolari (bailout, downgrade, fiscal compact e stress test), controllando sull’edizione del Devoto-Oli 2017 si vede che adesso sono stati annoverati anche questi.

Antonio Taglialatela, “Le interferenze dell’inglese nella lingua italiana tra protezionismo e descrittivismo linguistico: il caso del lessico della crisi”, in Linguæ &, Rivista di lingue e culture moderne, Vol. 10, Num. 2, 2011., p. 78 e tabella 3 p. 88.

La conclusione è che il 100% degli anglicismi più utilizzati dalla stampa finisce inevitabilmente nei dizionari e nella lingua, è solo questione di tempo.

Sono i giornali che portano alla diffusione delle parole che poi i dizionari non possono che registrare, come si fa a non capirlo? Alla faccia di chi pensa che siano un fenomeno circoscritto e marginale o passeggero e caratterizzato da rapida obsolescenza.

In Diciamolo in italiano (p. 96-97) ho confrontato le parole inglesi annoverate nel Devoto Oli 1990 con quelle del 2017 (nessuno lo aveva mai fatto) e il risultato è che da circa 1.600 anglicismi siamo arrivati a 3.500, e quelli che invece sono usciti “falciati dalla scure del tempo” che qualcuno sbandiera, non si capisce su quali basi, sono 67! Ma di quale obsolescenza si sta parlando? I picchi di stereotipia giornalistici possono anche essere passeggeri e possono anche regredire. Ma quello che ogni “tsunami anglicus” (cito Tullio De Mauro) ci lascia dopo ogni ondata è la distruzione della nostra lingua.

Per questo è importante che davanti al monolinguismo anglicizzato dei mezzi di informazione (in generale, non solo nel caso di hate speech che si appoggia a sua volta a hater che grazie ai giornali ha la meglio su odiatore) si facciano circolare le nostre alternative che vanno difese da chi – il suo odio – lo riversa solo contro la lingua italiana. Purtroppo questo tipo di odio sembra non suscitare alcuno scandalo. I giornali, invece di deprecarlo, lo alimentano.

Rassegna stampa degli anglicismi

Sfoglio la prima pagina del Corriere della Sera in Rete, anzi online, di oggi (15 luglio) e decido di quantificare gli anglicismi nei titoli e nei sottotitoli delle notizie in evidenza. Tra le vicende in primo piano c’è lo scandalo dei presunti finanziamenti russi alla Lega, in questi giorni denominato spesso Russiangate (perché gli scandali sono ormai così: dal Watergate originario all’Irangate, Irpiniagate, Rubygate, sexgate…). L’anglicismo nel sottotitolo è flat tax, e poco sotto a proposito di economia, spicca l’immancabile spread, e poi l’austerity, curiosamente affiancata da un’immagine in inglese, dove il vero e falso lasciano il posto a true e false.

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La notizia della Lega di Salvini è ripresa anche con le parole del manager Candoni, e c’è una altro manager associato a un altro Matteo più sotto, ma il mondo del lavoro è ormai in inglese, e anche negli ospedali si parla del turnover.

 

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In inglese ci sono varie rubriche come il Dataroom di Milena Gabanelli, ottima giornalista ma dal linguaggio enormemente e inutilmente anglicizzato.

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Interessante è “Roma e i cold case“, cioè i delitti irrisolti, che viene dal nome di una serie televisiva, ma mi chiedo quanti italiani comprendano questa espressione.

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C’è l’immancabile shopping che si fonde con il travaso linguistico dell’inglese delle multinazionali, incrociato con i tecnicismi internettiani, come ecommerce, web, tweet, low cost (che ricorre ben due volte), il postare video online… mentre è morto l’inventore della password.

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Lo shopping ricorre poi, insieme a molte altre parole inglesi, con molta frequenza negli articoli di moda e costume, e in quella che un tempo era la cronaca rosa, ma oggi è il gossip: body, fashion blogger

 

Anche sport, come tennis o gol (adattamento di goal) sono parole inglesi, e nell’ambito sportivo gli anglicismi sono sempre di più, compreso il basket (pseudoanglicismo al posto di basketball che sta soppiantando la pallacanestro), gli under 23, i record, i set, gli stopper e si trova anche il talent o il Cortona on the movie, a proposito di montagna, dove ormai l’escursionismo è il trekking.

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In inglese ci sono parole ormai di senso comune come suv (acronimo di Sport Utility Vehicle), pitbull, blackout o rock.

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L’azienda dei trasporti di Milano (che introduce i ticketless senza alternative) sembra che non venda più i biglietti ma i ticket, ma gratis per gli under 21 (seconda occorrrenza di under… ormai le fasce di età sono scandite così) mentre a Torino si parla di fighters.

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Continuando, trovo il coming out di Tiziano Ferro, i vip e le star

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e persino in un articolo su Dante simbolo d’Italia c’è il Dna, una sigla in inglese: DeoxyriboNucleic Acid, che in Francia o in Spagna chiamano nella loro lingua: Adn (Acido  DesossiriboNucleico), una parola che piace tanto ai giornalisti e che ricorre anche in altri titoloni in prima pagina.

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E poi ci sono i frontman dei gruppi musicali al posto dei portavoce, le reunion dei cast dei telefilm cult, i video hard

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Insomma, più di 40 titoli (e cioè almeno la metà di quelli in evidenza presenti) in prima pagina del Corriere.it di oggi (ma oggi non è un giorno speciale, accade quotidianamente) contengono almeno un anglicismo.

 

Vi sembra normale?
Vi sembra che vada tutto bene, che l’italiano non sia colonizzato dall’inglese e che goda di buona salute?