Anglicismi e decervellamento

di Antonio Zoppetti

La scorsa settimana è uscito sulla Stampa un pezzo di Mattia Feltri (“Vento nel vento”, 7/12/22; un grazie a Marco Zomer che me l’ha segnalato) che ben riassume tutta la pochezza e gli stereotipi in circolazione sulla questione degli anglicismi che permeano la mentalità dei giornalisti, ma più in generale della nostra classe dirigente.

È interessante perché le “analisi” – se così si possono chiamare – sull’argomento non costituiscono il tema centrale dell’articolo, ma servono al giornalista per esemplificare tutt’altro, e cioè l’ineluttabilità del passaggio dai pagamenti in contanti a quelli digitali. La tesi è che chi difende i contanti ricorda i “puristi” che si oppongono agli anglicismi, una posizione meritoria ma destinata a perdere, perché il “destino dell’italiano” è segnato come quello della moneta.

Lo spessore dell’articolo evoca quello dei temini di un liceale, e non varrebbe nemmeno la pena di replicare se non fosse stato pubblicato su un autorevole giornale e se non fosse l’emblema di una mentalità distorta da combattere proprio perché diffusa.

Il problema degli anglicismi è ridotto a una questione di “purismo”, e gli esempi riportati di condanna da parte di “meritorie istituzioni a tutela della lingua di Dante” sono che “non si dice team, si dice squadra; non si dice meeting, si dice riunione; non si dice spoilerare, si dice svelare il finale.” Mattia Feltri sembra vivere in un’altra epoca o in un altro mondo. Viene da chiedersi quali siano le “meritorie istituzioni” a cui si riferisce, declinate al plurale. La Crusca? Perché non ne vedo altre, visto che le istituzioni sono in prima linea nella diffusione degli anglicismi, dalla nostra classe politica al Ministero dell’istruzione. Chissà se il giornalista ha mai letto uno dei ventuno comunicati del “gruppo Incipit” della Crusca (21 a fronte di circa 4.000 anglicismi annoverati nei dizionari), volti ad arginare gli anglicismi incipienti e istituzionali (come da programma che si evince dal nome scelto) e non certo a condannare parole ottocentesche come meeting, né tantomeno voci come spoilerare. Le “meritorie istituzioni” che vivono solo nella testa di Feltri fanno parte di una “Crusca immaginaria” e di un “purismo” che esisteva trecento anni fa, o forse negli elenchi dei sostitutivi ai forestierismi stilati dalla Reale Accademia Italiana in epoca fascista. Altrettanto avulsa dalla realtà è l’immagine stereotipata di un’interferenza dell’inglese ridotta a qualche anglicismo ormai acclimatato o marginale (spoilerare oltretutto si può considerare un adattamento che non viola il nostro sistema ortografico e morfologico). Ma davanti all’attuale tsunami anglicus che travolge ogni lingua del mondo, quello che colpisce è la superficialità della visione della lingua sottostante a queste speculazioni. Nella stucchevole concezione distorta dell’italiano, la lingua sarebbe un fenomeno “democratico” che si impone “dal basso a dispetto dei sacerdoti dall’alto, come il volgare si impose sul latino.” Una ricostruzione storica che non sta né in cielo né in terra, visto che la nascita dell’italiano unitario è una conquista del Novecento, e per secoli la gente ha parlato nei propri volgari (al plurale) regionali, mentre il “volgare del sì” è stato una lingua letteraria e artificiale che viveva solo nelle pagine dei libri e che è stato normato soprattutto proprio dal purismo. E, successivamente, l’unificazione dell’italiano è stata una conquista orientata dai programmi scolastici, dall’uso istituzionale-amministrativo, dai giornali, dai mezzi di informazione e di intrattenimento dell’epoca del sonoro… i centri di irradiazione della lingua che oggi invece diffondono e impongono l’itanglese.
Il prezzo che abbiamo pagato per l’affermazione dell’italiano unitario – orientato dall’alto – è stato l’abbandono dei dialetti che in qualche caso sono addirittura scomparsi.

Non se ne può più di questo patetico mito della lingua come processo che nascerebbe dal basso, come se per imparare e padroneggiare l’italiano non fosse necessario andare a scuola. Quanto agli anglicismi, il problema è che non sono affatto un fenomeno che arriva dal basso, l’itanglese è in gran parte il frutto delle scelte linguistiche dei giornalisti – i nuovi sacerdoti dall’alto – che hanno abbandonato le regole virtuose della comunicazione trasparente per riempire i giornali di espressioni come lockdown, green pass, gaslighting, price cap e una neolingua che si impone alla gente in nome di una strategia compulsiva per cui ogni cosa si riscrive in inglese, in un abbandono dell’italiano che non solo non si sa rinnovare creando i propri neologismi, ma finisce per dismettere le nostre parole storiche anche quando ci sono perché il passaggio all’itanglese risulta maggiormente connotativo.

Parole come smartphone e streaming non sono un processo che arriva dalla lingua dei “nostri figli”, arriva dal linguaggio (dall’alto) dettato dall’espansione delle multinazionali d’oltreoceano di cui i giornali sono la principale cassa di risonanza; e se il “destino dell’italiano è segnato” e siamo davanti all’ineluttabile anglicizzazione e allo sfaldamento della nostra lingua che ricorda quello del tardo latino medievale, la responsabilità di questo linguicidio è da attribuire a quelli che ragionano come Feltri. È soprattutto la lingua dei giornali che “costringe” i vocabolari a riempirsi di parole inglesi. Ma ciò che getta nello sconforto più di ogni altra cosa è il paragone tra la lingua e il contante.

L’abbandono del denaro contante e dell’italiano sono due cose dalle conseguenze ben diverse, e non comprenderlo è inqualificabile. “La nostra lingua – per citare Annamaria Testa – è un bene comune. È un patrimonio di cultura, di bellezza, di storia e di storie, di idee e di parole che appartiene a tutti noi, che vale, che ci identifica come individui, come cittadini e come Paese. Dovremmo averne cura.”
La tutela dell’italiano non è una battaglia di retroguardia, come troppo spesso si sente dire dagli anglomani dalla mente colonizzata e collaborazionisti dell’inglese. Non ha nemmeno niente a che fare con il purismo, l’anglicizzazione è un fenomeno che sta travolgendo e snaturando il nostro ecosistema linguistico e che ci sta conducendo alla perdita della nostra identità storica per creolizzarci.
Se le balene rischiano l’estinzione, se la dissennata deforestazione frutto delle dissennate politiche energetiche sta portando a un cambiamento climatico sempre più distruttivo, non si può alzare le spalle e trincerarsi davanti all’ineluttabile modernizzazione. Bisogna cambiare visione, bisogna mettere in campo un’altra idea di sviluppo e di modernità che sia più sostenibile. Il globalese è una minaccia per le lingue e le culture locali che vanno tutelate, protette e difese. Ciò ha a che fare con il problema della salvaguardia delle minoranze culturali e del plurilinguismo. Davanti al rischio di estinzione della cartamoneta la questione si può liquidare con un bel “chissenefrega”, ma davanti all’anglicizzazione, un fenomeno globale che impoverisce e uccide la ricchezza e la diversità linguistica del pianeta intero, ci vorrebbero delle riflessioni più serie di quelle di Feltri. Se la nostra intellighenzia è fatta da questi “pensatori” siamo davvero fritti.

Colonialismo linguistico, collaborazionisti e colonizzati: handle, reverse shopping e underdog

[di Antonio Zoppetti]

Davanti allo tsunami anglicus che travolge la lingua italiana ricorre sempre la stessa domanda. Perché?
Perché continuiamo ad accumulare parole ed espressioni in inglese e stiamo abbandonando l’italiano?
Perché gli anglicismi sono preferiti, evocano qualcosa di più dei corrispondenti italiani e sono diventati un tratto socio-distintivo con cui chi appartiene agli strati sociali alti si eleva e si identifica?

Il fenomeno non trova una spiegazione nell’ambito della linguistica, ma in quello sociale. Per comprenderlo basta analizzare tre anglicismi che sono spuntati nelle ultime settimane: handle, reverse shopping e underodog.

Gli handle e il colonialismo linguistico

Il primo esempio risale alla settimana scorsa, quando Youtube ha inondato le caselle postali di tutti con un messaggio il cui oggetto recita: “Ti presentiamo gli handle di YouTube”.
Che cosa cavolo sono gli handle? Qual è la novità?

La tecnica di questa comunicazione è volutamente cialtrona, e punta non alla chiarezza, ma a diffondere la terminologia in inglese senza definirla – la definizione rivelerebbe il trucco e il nulla – in modo che il destinatario si faccia da solo l’idea di che cosa possa essere questa nuova parola, in modo intuitivo. Così arriva a comprendere in modo confuso un concetto, ma non ha la parola per definirlo se non nell’inglese imposto dall’alto. A dare il nome delle cose non sono più i nativi italiani, ma le multinazionali d’oltreoceano.

La tecnica si basa sugli stessi schemi comunicativi che prevedono la ripetizione ossessiva della parola handle come fosse un nome proprio necessario e insostituibile associato a una serie di frasi esperienziali fumose di cui non si deve spiegare il significato. Ecco il testo con cui Youtube si rivolge ai colonizzati:

“Ti scriviamo per comunicarti che nelle prossime settimane YouTube introdurrà gli handle, per permettere ai membri della community di trovare altri utenti ed entrare in contatto con loro più facilmente. Il tuo handle è univoco per il tuo canale e viene utilizzato per menzionarti nei commenti, nei post della scheda Community e non solo. Ecco ciò che devi sapere: Nel corso delle prossime settimane, implementeremo gradualmente la possibilità di scegliere un handle per tutti i canali. Riceverai un’altra email e una notifica in YouTube Studio quando potrai scegliere il tuo. Nella maggior parte dei casi, se hai già un URL personalizzato per il tuo canale, te lo assegneremo come handle. Se desideri un handle diverso da quello assegnato, potrai cambiarlo. Se al momento non hai un URL personalizzato, potrai comunque scegliere un handle per il tuo canale. A partire dal 14 novembre 2022, se non avrai ancora selezionato un handle per il tuo canale, YouTube te ne assegnerà automaticamente uno. Potrai cambiare l’handle assegnato in YouTube Studio, se lo desideri. Nel frattempo, scopri di più sugli handle e sul loro utilizzo: Cos’è un handle di YouTube? Un handle di YouTube è un nuovo modo con cui gli spettatori possono trovare il tuo canale e interagire con te. A differenza dei nomi dei canali, gli handle sono unici per ogni creator, così sarà più facile stabilire una presenza distinta su YouTube. Handle e URL del canale. Il tuo nuovo handle sarà incluso nell’URL del canale. Nella maggior parte dei casi, l’URL personalizzato diventerà il tuo handle. Puoi utilizzare il tuo handle per indirizzare gli utenti al tuo canale, anche quando non sono su YouTube. Ad esempio, se il tuo handle è @user123, l’URL del tuo canale sarà youtube.com/@user123.”

La parola handle è ripetuta 17 volte per educare al suo utilizzo, e solo alla fine si capisce che non si tratta altro che di un nome, solo che invece di spiegarlo e definirlo si rigira la frittata per fare passare un concetto semplicissimo con un “un nuovo modo con cui gli spettatori possono trovare il tuo canale”.

In inglese handle vuol dire tante cose, non è un tecnicismo specifico o intraducibile come Youtube vuole farci credere, è una parola generica che significa maniglia, e può essere usata in molti contesti per esempio con il significato più generico di appiglio, mentre nel linguaggio della rete si riferisce a un nome che è contemporaneamente un identificativo (in itanglese un user name) e un indirizzo (URL).

In questo tipo di comunicazioni di stampo colonialista in gioco c’è “il nome della cosa” per cui le multinazionali statunitensi si battono. Esportare la loro lingua insieme ai loro prodotti è un tutt’uno funzionale ai loro interessi. E così se un tempo c’era il Monopoli ora c’è il Monopoly, l’Uomo ragno è diventato Spiderman e Guerre stellari Star Wars, ma dietro la strategia dei marchi registrati che non devono essere tradotti nelle lingue locali – è lo stesso disegno per cui i titoli dei film hollywoodiani si esportano nella lingua originale – c’è la prosecuzione delle logiche coloniali che ormai saltano la fase degli eserciti e delle conquiste militari per muoversi direttamente alla conquista culturale. È la strategia che Winston Churchill spiegava in modo lucido nel 1943: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” (Discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre).
La strategia che importanti funzionari del governo statunitense esplicitano di voler perseguire senza troppi giri di parole:

“L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese a essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, a essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono.” (David Rothkop, ex funzionario dell’amministrazione Clinton, in “In Praise of Cultural Imperialism?” in Foreign Policy, n. 107, estate 1997).

Naturalmente la possibilità di colonizzare linguisticamente un Paese dipende anche dal suo grado di resistenza. L’Italia è una sorta di colonia culturale – ma a sua volta anche politica, dalle basi Nato e la politica estera dettata dagli Usa alle ingerenze storiche nella politica interna – che si controlla come si vuole. Ma in Paesi dalla ben diversa autonomia come la Francia o la Spagna, dove esiste una cultura terminologica che non accetta queste imposizioni, Youtube si rivolge con le parole autoctone, e la stessa comunicazione non introduce gli handle, bensì rispettivamente gli identificatori (Présentation des identifiants) e i nomi utente (Resumen de los nombres de usuario). È lo stesso fenomeno per cui Airbnb offre agli italiani di diventare host e non locatori, mentre ai francesi o agli spagnoli il programma si rivolge con le parole hôte e anfitrión e di esempi del genere se ne possono fare centinaia. In questo modo l’italiano si creolizza attraverso una lingua fatta di creator e non di creatori, di community e non di comunità e via dicendo.
Che fine fa il concetto di “prestito” utilizzato dai linguisti, in questi casi? Nessun “prestito”: non siamo noi a prendere in prestito una parola (che non ci manca affatto), è una multinazionale statunitense a imporcela, e noi servi e succubi, invece di ribellarci la accettiamo e ne andiamo fieri. Questo clima culturale tipicamente italiano in cui le multinazionali sguazzano e fanno quel che vogliono, ammaestrandoci con la loro terminologia, si basa su una rete di collaborazionisti (per riprendere le parole di Michel Serres) e di colonizzati, come si può comprendere attraverso i prossimi esempi.

Il reverse shopping e i collaborazionisti dell’inglese

Qualche giorno fa è apparsa una notizia curiosa ripresa da tutti i giornali con le stesse parole: in Belgio Decathlon ha capovolto la sua insegna per dare vita a un esperimento di permuta – come si potrebbe dire in italiano – che prevede che i clienti possano vendere al colosso francese gli indumenti usati. E come titolano i giornali? Con la geniale rivoluzione del “reverse shopping” spacciato come una novità (esattamente come gli handle) per il semplice fatto di usare un nome in inglese. Ma se si va sulla pagina di Decathlon nella versione belga-francese l’espressione “reverse shoppping” non esiste, lo stesso concetto è espresso in francese, e al massimo si può trovare l’espressione secondaria (e non la nuova categoria da sbattere nei titoloni dei giornali) di shopping à l’envers, in altri casi anche detta shopping eneversé. Visto che shopping in francese è radicato e in uso dalla metà dell’Ottocento l’anglicismo è usato ma affiancato da un’espressione in francese (lo shopping al contrario) e non con un “prestito sintattico” totalmente in inglese con inversione della naturale collocazione delle parole. Anche sui giornali spagnoli la notizia è data in spagnolo, e invece di reverse shopping si parla di strategie per dare nuova vita all’usato, di capi di seconda mano e di riciclo ecosostenibile.


Dunque sono solo i giornali italiani che ricorrono all’inglese per esprimere un concetto nato in Belgio con un’altra espressione, che però viene riportata immotivatamente in inglese, attraverso una pessima informazione che fa credere che il reverse shopping sia un internazionalismo e che si chiami ovunque così.
Dov’è il prestito? Ancora una volta non c’è. Il prestito è preso dall’inglese e sovrapposto a un’espressione francese diversa, e a un abbandono dell’italiano sistematico. È lo stesso meccanismo per cui Ursula von der Leyen parla di covid certifacate e i giornali italiani traducono con “green pass, perché ancora una volta gli esempi degli anglicismi e pseudoanglcismi diffusi dai collaborazionisti dell’inglese sono sterminati.
Il colonialismo – anche quello linguistico – ha infatti bisogno dei collaborazionisti interni che agevolano il disegno di esportazione. La storia del colonialismo segue sempre gli stessi schemi: conquistare i centri nevralgici come le università, i giornali, gli strati sociali alti, le città, per poi procedere all’espansione anche nelle fasce sociali più basse e nelle campagne.
I collaborazionisti sono coloro che diffondono la lingua dei conquistatori dall’interno, sono gli zelanti portatori della nuova cultura che giustificano e utilizzano, fanno a gara a chi usa più anglicismi, si vergognano dell’italiano che spesso ignorano e riscrivono attraverso la lingua e i concetti d’oltreoceano. In questo modo si arriva alla terza fase. La creazione di uno strato sociale di colonizzati sempre più ampio che perde la capacità di pensare in italiano e comincia non solo ad accettare la lingua dei colonizzatori, ma a preferirla.

Gli underdog e i colonizzati

Hanno fatto clamore le dichiarazioni del nuovo presidente del consiglio Giorgia Meloni (uso il maschile generico come piace a lei) che nel parlare alle Camere si è definita un’underdog (uso l’articolo al femminile).
Più precisamente le sue parole sono state: “Sono quello che gli inglesi definirebbero un’underdog” a cui è seguita una risatina e una imbarazzante spiegazione del nuovissimo concetto per il popolino: quello che in italiano si potrebbe definire “sfavorito”.


Cosa spinge un presidente del consiglio – firmataria di una legge per la tutela dell’italiano davanti all’abuso dell’inglese e per inserire in Costituzione che l’italiano è la nostra lingua – a pensare in inglese e poi a dover spiegare che underdog vuol dire sfavorito? Se invece di ricorrere a “quello che gli inglesi chiamerebbero” avesse usato l’espressione che utilizzano i francesi, gli spagnoli o i turchi… forse l’assurdità sarebbe più evidente. Ma dietro questo lapsus linguistico che esprime le cose in inglese invece che in italiano c’è tutta la mentalità dei colonizzati, che invece di pensare in italiano lo abbandonano e pensano nella lingua superiore. Quello che fino a poco tempo fa si sarebbe chiamato un outsider oggi è underdog ripreso dai collaborazionisti (i giornali), ma ad accomunare le due diverse scelte linguistiche c’è solo l’abbandono dell’italiano in favore dell’inglese.
Questo è l’atteggiamento dei colonizzati, che è il risultato della lingua dei collaborazionisti che a loro volta remano per agevolare il nuovo colonialismo linguistico e culturale della globalizzazione e dell’era di Internet. Ognuno fa la sua parte nell’anglicizzare la nostra lingua, e il cerchio si chiude.

PS

Intanto, mentre in Italia i collaborazionisti e i colonizzati diffondono l’inglese, nelle ex colonnie britanniche hanno capito il problema, stando a un articolo uscito su Internazionale di questa settiamana (un grazie a Elisabetta che me l’ha rigirato).

Alienazione culturale e revisionismo linguistico: l’obituary e il necrologio dell’italiano

di Antonio Zoppetti

Parigi, 1947.
Christian Dior presenta la sua prima collezione dallo stile nuovo e affascinante fatto di bustini, vite strette e figure allungate. Un’importante giornalista americana gli si avvicina e lo elogia: “I suoi abiti hanno un tale new look…”. Un corrispondente della Reuters è colpito da quelle parole che ha origliato e le trascrive immediatamente su un pezzo di carta in cui abbozza un pezzo. Poi appallottola il foglio e lo lancia dalla finestra. Sotto c’è appostato il suo gancio che lo raccoglie e lo detta subito all’agenzia. E così la notizia esce prima negli Stati Uniti che in Francia, dove i giornali sono in sciopero. La rivoluzione del new look ha inizio, nel mondo della moda ma anche nella lingua; questa espressione nuova ed esotica per uno stile nuovo attecchisce immediatamente, per entrare nella lingua dei giornali e poi dei vocabolari.

La moltiplicazione di look e di new

Le espressioni importate dall’inglese sono sempre di più, non sono poche manciate di parole isolate come accade con gli altri forestierismi, sono diventate migliaia. E più che “prestiti” sono trapianti che si innestano nel nostro ecosistema linguistico per germogliare e riprodursi mandando in frantumi i suoni e le regole dell’italiano, una lingua che nel mondo è amata in modo straordinario ma che in patria è svilita e calpestata giorno dopo giorno.
Per due terzi gli anglicismi sono composti da due elementi, che una volta trapiantati si ricombinano con gli altri in una rete sempre più fitta che si allarga nel nostro lessico e prende vita soffocando le nostre parole. E così, dopo un innocente new look di antica importazione, oggi è normale parlare anche semplicemente di look, per indicare l’aspetto di qualcuno, il suo modo di vestire o persino il suo nuovo taglio di capelli. Un abbigliamento coordinato (o se preferite un outfit) si esprime con l’espressione total look, mentre l’effetto nudo di un abito trasparente è il nude look, e un look maker è chi cura o crea l’immagine di qualcun altro.
Quanto alla nuvola di espressioni composte da new si sono moltiplicate in modo ancora più esteso, tante new entry lessicali che nell’era della new economy si sono radicate al punto che oggi le notizie dei giornali (sempre più newsmagazine) sono news e spesso fake news.

Dalla commemorazione all’obituary

Quello che colpisce nell’articolo del Corriere che la scorsa settimana ha commemorato Christian Dior (di cui oggi ricorre la scmparsa) non riguarda però l’uso storico e tutto sommato comprensibile di new look, ma il nuovo anglicismo che si vuole diffondere rappresentato dall’introduzione di una nuova categoria con cui il pezzo è classificato: obituary!

Il new look dell’italiano è legato simbolicamente proprio all’abbandono del suo vecchio suono, sono le due facce della stessa medaglia.

Questo passaggio all’inglese dato per scontato è una novità dal punto di vista lessicale, ma non certo dal punto di vista dei meccanismi che introducono gli anglicismi per abituarci alla loro presenza e dunque a usarli. Obituary non solo non è registrato dai dizionari, ma non è nemmeno (ancora) stato incluso tra i neologismi Treccani e il suo impiego non ha alcuna giustificazione se non quella tipica delle culture coloniali in cui i colonizzati, invece di ribellarsi, cominciano a pensare compiaciuti con i concetti e la lingua della cultura che li domina. È un meccanismo ben conosciuto sin dai tempi dell’antica Roma, quando Tacito lodava Agricola per aver saputo romanizzare i Britanni assoggettati, e indurli a ritenere la lingua e i costumi Romani superiori. Senza questo processo culturale nessuna conquista sarebbe stata duratura. E così i popoli sottomessi chiamavano la romanizzazione “cultura” ma era parte del loro asservimento.
Oggi il nuovo colonialismo culturale e linguistico salta la fase degli eserciti, almeno in Italia, e arriva direttamente attraverso i prodotti di intrattenimento: il cinema, la tv e la Rete; attraverso la pubblicità e l’espansione delle multinazionali; attraverso la conquista dei centri di irradiazione della cultura, le università, la tecno-scienza, i giornali… e attraverso i collaborazionisti dell’inglese che occupano le posizioni strategiche, che si formano sui modelli culturali inglesi e li propagano insieme alla loro lingua.

Cercando nell’archivio del Corriere si vede che fino al 2018 obituary era poco più di un occasionalismo che ricorreva – se ricorreva – una volta o due all’anno. Ma nel 2018 la sua frequenza è improvvisamente salita a 26 volte, ed è rimasta su questi valori anche nel 2019 e nel 2020 (rispettivamente 18 e 24 volte) per raddoppiare nel 2021 (46 volte) e rimanere su questi livelli anche nel 2022 (36 occorrenze a ottobre).
Come mai?

Perché nel 2018 il giornale ha deciso di inserire questa nuova categoria in inglese, in un primo tempo preceduta dalla dicitura “il bello delle persone”, per poi lasciare solo l’anglicismo. È la solita tecnica con cui si introducono gli anglicismi a cui i mezzi di informazione ci vogliono educare: inizialmente sono spiegati, poi si abbandonano le spiegazioni e si lascia solo l’inglese.

Che cosa significa obituary?

Per comprendere questo nuovo atto di vandalismo nei confronti della lingua italiana può essere utile leggere un articolo di gennaio di quest’anno su La Repubblica. È un pezzo di Giacomo Papi intitolato “Quando la fine racconta il senso delle nostre vite” in cui si legge:

Per capire le persone bisogna immaginarle morte. A me capita di farlo con gli amici e le amiche, quando muoiono, ma a volte anche da vivi. (…) L’obituary costringe a mettere a distanza, per fare rivivere qualcuno attraverso i dettagli. I necrologi a pagamento all’opposto – “death notices“, in inglese – sono sempre di circostanza e non mostrano mai niente se non il ruolo sociale, le relazioni e il potere del morto. E infatti nei corsi di scrittura scrivere obituary è utile: raccontare una persona amata a chi non l’ha mai conosciuta obbliga a vedere i particolari rivelatori e a condividerli.

L’articolo celebra gli articoli commemorativi, gli elogi di chi muore, che nei giornali partono di solito da quello che in gergo si chiama “coccodrillo” (se adesso non lo chiamano crocodile), e cioè una biografia di chi è in vita, già impostata e pronta per essere pubblicata con l’aggiunta del luttuoso evento di un’improvvisa dipartita. Altre volte queste rievocazioni nostalgiche, questi amarcord, per usare una voce romagnola resa celebre da un film di Fellini, sono invece legati agli anniversari, come nel caso di Christian Dior.
Dietro l’obituary c’è semplicemente un elogio di chi è scomparso, una commemorazione, un necrologio, un “in ricordo di…” Queste cose esistono da sempre, non sono certo una novità.
Perchè adesso le si vuole esprimere in inglese?

Il revisionismo liguistico (la cancel culture dell’italiano)

I discorsi che gli oratori Greci pronunciavano per celebrare i personaggi importanti scomparsi, o gli eroi caduti per la patria, erano gli epitaffi, che successivamente in epoca romana indicavano anche le lodi scritte sulle lapidi e sui monumenti funebri, quelli celebrati da Foscolo nei Sepolcri, che nell’attuale revisionismo linguistico e culturale si potrebbe forse riscrivere: A egregie cose il forte animo accendono gli obituary e l’urne dei forti…

Oggi la commemorazione, l’epitaffio in senso etimologico e figurato non esistono più, vengono cancellati perché nel cambio di paradigma culturale c’è solo l’inglese. È la cancel culture della nostra lingua.

Il giornalista di Repubblica, come se ignorasse non solo l’italiano, ma un millennio di storia Greca, Romana e italiana, crede che esista solo l’inglese, e si affanna a spiegare la differenza – come dicono gli inglesi – tra obituary e necrologi a pagamento, e tutta la tradizione oratoria classica è spazzata via dal lessico del nuovismo: ciò che nei corsi di scrittura insegnano… quali corsi di scrittura? I nuovi corsi coloniali che partono esclusivamente dai testi in inglese, e che introducono la terminologia e i concetti inglesi, quelli che ormai si chiamano corsi di storytelling nella folle visione in cui sembra esistere solo l’inglese e la cultura d’oltreoceano. Una nuova cultura che sa solo ripetere, invece di saper elaborare e creare autonomamente.
In questa transizione non c’è nemmeno spazio per l’epitaffio della nostra lingua, per la sua commemorazione, per il suo elogio funebre, per il suo memoriale celebrativo. C’è solo l’obituary della lingua di Dante e della classicità che viene eradicata e sostituita da nuove radici trapiantate che vengono diffuse dai giornali che scimmiottano senza adattare ciò che arriva dagli Usa.

Anglicismi come questi non sono un arricchimento, sono l’impoverimento e la distruzione della nostra storia, delle nostre radici. Siamo in presenza dell’alienazione alberto-sordiana – tpically italian – di chi vuole fare l’americano, di chi ignora la nostra lingua e storia e la riscrive in modo servile con la lingua e la logica dei nuovi “conquistatori” perché se ne vergogna, in preda a un complesso di inferiorità che scambia per internazionale, ma è solo la cartina al tornasole del nostro piccolo e patetico provincialismo.

Il price cap e il tetto agli anglicismi

[di Antonio Zoppetti]

Da qualche tempo sui giornali e in tv la nuova parola d’ordine per l’abbandono dell’italiano è “price cap”, come se non si potesse dire “tetto ai prezzi” del gas, come se l’italiano non esistesse, come se il ricorso all’inglese con la sua inversione sintattica avesse qualche senso o aggiungesse qualcosa. Il riferimento al gas è spesso sottinteso, come se “price cap” fosse un tecnicismo che lo include, al contrario degli equivalenti italiani più generici. La presunta “specificità” degli anglicismi che si differenziano dall’italiano si fa strada sempre con le stesse patetiche modalità.

Le attuali frequenze di “price cap”

Se quantifichiamo questo nuovo uso i risultati sono impressionanti. Sul Corriere.it l’espressione ricorreva mediamente 3 volte all’anno, ma nel 2022 la sua frequenza restituisce più di 130 articoli. In agosto le occorrenze erano salite a 13, in settembre sono diventate 47, e nei primi 9 giorni di ottobre se ne contano ben 18 (una media di due articoli al giorno).

Sulle altre testate le cose non son molto diverse.

Internazionalismo o provincialismo?

I giustificazionisti dell’inglese penseranno probabilmente che si tratta di un “internazionalismo” degli economisti che ci arriva da un’Europa che parla inglese, anche se non è affatto la lingua ufficiale della Ue. Ma non è per nulla un internazionalismo, bensì un anglicismo tipico dell’italietta colonizzata. La ricerca di “price cap” su Le Monde, per esempio, restituisce solo 3 articoli in tutto l’archivio del giornale. E sui mezzi di informazione francesi e spagnoli a nessuno o quasi viene in mente di usare l’inglese al posto della propria lingua, con cui i nostri vicini hanno il vezzo di esprimersi.

Il nuovo picco di stereotipia giornalistico sembra destinato ad avere delle conseguenze a lungo termine sulla lingua italiana. Il problema di calmierare i prezzi del gas è appena iniziato e rischia di essere un tormentone che ci accompagnerà per molto tempo, e alla fine, se questa diventa l’unica espressione che i mezzi di informazione diffondono, anche la gente non potrà fare altro che ripeterla solo in inglese.

Come è iniziata

I picchi di stereotipia giornalistici che portano gli anglicismi arrivano a ondate legate a eventi contingenti, e quando non sono più di attualità non è vero che le parole inglesi spariscono, il più delle volte diventano solo meno frequenti, rimangono in un periodo di latenza che spesso si riattiva con un nuovo picco di stereotipia che finisce per radicare le espressioni in modo definitivo. Nel libro Diciamolo in italiano, per esempio, ho analizzato il caso di job o di compound (qui una sintesi) e anche l’attuale “price cap” costituisce un secondo picco di stereotipia, la seconda ondata che sta radicalizzando la parola.

Come si evince dai grafici di Ngram Viewer, la prima volta era arrivata all’inizio degli anni Novanta per salire di frequenza in modo rapido, raggiungere il suo primo picco nel 2003, e poi scendere progressivamente.

Cercando sugli archivi storici dei giornali si può constatare che il tetto ai prezzi espresso in inglese a quei tempi era legato alle liberalizzazioni del mercato telefonico, energetico, delle autostrade o dei treni e alle loro tariffe. E così su La Stampa (22/12/2001, numero 352, pagina 5) si leggeva: “Tremonti blocca i prezzi dei biglietti ferroviari. (…) Poi le Fs hanno dato l’annuncio comunicando che non potranno procedere a rincari sulla base dell’attuale price cap (il sistema che permette l’adeguamento delle tariffe quando si innalzano gli standard di produttività ed efficienza)”.

Tra gli altri articoli dedicati alle bollette dell’acqua c’erano pezzi di questo genere: “La bolletta idrica è destinata a lievitare in futuro. Perché? Colpa del «price cap», cioè di quel meccanismo che nella determinazione delle tariffe tiene conto degli investimenti effettuati dalle aziende del settore per migliorare il servizio.”
E tra quelli sulle tariffe telefoniche: “Telefoni: un tetto ai prezzi. Il price cap concerne le tariffe di Telecom Italia (apparecchi fissi) che sono le uniche tuttora stabilite in via amministrativa. Il nuovo meccanismo avvicina la completa liberalizzazione, perché la tariffa potrà variare da un minimo a un massimo.”

Risolte le vicende delle liberalizzazioni che si sono svolte nell’arco di più di un decennio, anche “price cap” è finito nel dimenticatoio, ma come si vede dal grafico di Google il primo picco di stereotipia ha introdotto l’anglicismo portandolo dalle zero occorrenze a un’alta frequenza, che quando si è abbassata ha lasciato l’espressione inglese circolare nella nostra lingua senza che scomparisse.
La fase uno introduce la parola e crea il precedente. La fase due – che si manifesta anche dopo decenni – di solito la stabilizza nell’uso.

Se i grafici di Ngram Viewer non si fermassero al 2019 oggi vedremmo una nuova impennata di “price cap”, ben più alta della prima. E la differenza più eclatante sta nella sfrontatezza dei giornali. Se a cavallo del nuovo Millennio “price cap” era diventato molto frequente, nessun giornale lo urlava nei titoli, che erano ancora espressi in italiano. Nell’archivio storico de La Stampa l’espressione inglese non compare in nessun titolo, sino ai tempi recenti, ma solo nel corpo delle notizie, dove l’anglicismo era introdotto come un “necessario” tecnicismo degli addetti ai lavori che veniva quasi ogni volta spiegato (come nell’articolo del 1999 in figura).

La radicalizzazione di “price cap”

Nell’attuale secondo picco, al contrario, “price cap” è entrato nei titoli e ha sostituito l’italiano, invece che affiancarlo. In questo modo il suo uso è passato dagli ambiti marginali e di settore al linguaggio comune.

Quando la guerra e la crisi finiranno anche le frequenze si abbasseranno, ma l’espressione rimarrà nella disponibilità e nella lingua di tutti, magari pronta a riattivarsi o a ibridarsi con altri anglicismi e altre contingenze. Se “tetto” diventa “cap”, non mi stupirei vedere nascere futuri obbrobri ibridi che lo utilizzeranno al posto dell’italiano.

Come al solito il problema non è nel “price cap” ma nell’invadenza dell’inglese che attraverso questi meccanismi sta portando migliaia di anglicismi che giorno dopo giorno impoveriscono e uccidono l’italiano. E forse sarebbe ora di mettere un “anglicism cap” alla faccenda, per usare un’espressione più consona a far capire il problema agli anglomani.

Storie vere e pensieri sparsi sull’itanglese

Qualche tempo fa un’amica mi ha chiesto un parere sull’anomala struttura di un contratto editoriale che le aveva sottoposto una nascente casa editrice italiana dal nome anglicizzato. Quello che mi ha più stupito, dal punto di vista del lessico, è che la tradizionale distinzione tra libri in brossura e rilegati era ridefinita attraverso l’espressione “Hard Cover”, al posto della legatura, che nel settore indica il più popolare concetto di “copertina rigida” perfettamente esprimibile in italiano. E il circuito delle edicole diventava “Kiosk”.

Hard cover e kiosk

L’uso di questi “pseudotecnismi”, in un contratto valido per il mercato italiano, rivela tutta l’ignoranza del linguaggio tipico della tradizione editoriale, e un cambio di paradigma dove i modelli non sono più quelli nostrani, ma sono mutuati e scopiazzati da formule contrattuali del mondo anglosassone. È la nuova cultura anglomane che fiorisce sull’ignoranza della nostra storia, perché il suo unico riferimento è ormai l’anglosfera; e in questa cesura, la terminologia inglese viene allo stesso tempo istituzionalizzata in modo formale, con un ingresso in un contratto che contemporaneamente fa piazza pulita della nostra nomenclatura.

Recentemente leggevo un articolo sui dialetti che poneva l’accento sul fatto che la loro distinzione dalla lingua nazionale si basa soprattutto sull’uso amministrativo e ufficiale, che impone alla lingua una standardizzazione non richiesta per i dialetti. Storicamente la normazione dell’italiano è avvenuta grazie ai modelli letterari di prestigio basati sul toscano, in un processo secolare che, dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili, ha conosciuto un’uniformazione da parte dei tipografi che hanno anticipato quella delle prime grammatiche cinquecentesche; e poi dell’attività normatrice della Crusca, e poi dei vocabolari…

Fuori dalla lingua letteraria l’unificazione è passata attraverso la lingua dei giornali, e nel Novecento soprattutto dalla scuola, dal linguaggio amministrativo e istituzionale, e poi dalla televisione. Che cosa resta di tutto ciò?

Poco e niente.

Il vocabolario è buttato via, quando si parla di “hard cover” e “kiosk”; finita l’epoca educatrice, la televisione è lo specchio dei fenomeni linguistici che si diffondono sotto le pressioni anglocentriche della globalizzazione. Mentre i linguisti hanno abbandonato ogni intento normativo per fare i descrittivi, non sempre a dire il vero, ma di sicuro davanti alla questione dell’itanglese si pongono in questa prospettiva, quando non negano il fenomeno. E il problema secolare dell’identità linguistica è scomparso dalle loro preoccupazioni.

Ticket

La scorsa settimana ho rifatto la carta d’identità, l’inserviente mi ha detto che dovevo prendere il “ticket” e credevo che quella parola fosse frutto di un suo modo di dire personale, prima di constatare che era il linguaggio istituzionale dello sportello, per cui il biglietto o il numerino di attesa si è buttato via: c’è solo il ticket senza alternative.

Il punto non è la parola ticket, introdotta da decenni a livello politico per edulcorare una tassa sanitaria (il ticket sanitario), per poi allargarsi a parola comune utilizzata al posto dell’italiano come fosse la cosa più normale. Il problema è che è tutto così. I politici non si pongono il problema di cosa sia il linguaggio istituzionale, e sguazzano nei jobs act e nel cashback, tra family day, flat tax, navigator e governace. Il linguaggio del lavoro è anche peggio: siamo ormai di fronte a un collasso di ambito. Quello informatico non è da meno. La scuola è fatta di master e di tutor che impongono la newlingua anglicizzata che diviene la coloritura della comunicazione della nuova cultura.
Il punto non sono i singoli anglicismi, ma il fatto che tutti i centri di irradiazione della lingua, quelli che storicamente hanno unificato, diffuso e standardizzato l’italiano, oggi stanno standardizzando la sua commistione con il lessico inglese. In modo sempre più pervasivo e ufficiale. Per questo non c’è scampo.

Pingue

Anche se sembra una barzelletta non lo è, si tratta di un episodio reale che fa riflettere su dove stiamo andando. Due adolescenti studiano assieme, e durante la lettura di un libro il primo incontra la parola “pingue”, di cui ignora il significato e chiede delucidazione all’altro, il quale risponde che non sa cosa voglia dire, ma del resto ha sempre avuto problemi con l’inglese.
Nello tsunami anglicus che ci travolge, a stupire non è tanto l’ignoranza del significato di pingue, in fondo gli adolescenti hanno una scarsa padronanza del lessico, che si acquisisce con il tempo. Fa rabbrividire il fatto che ormai davanti a una forma insolita viene naturale pensare che non sia italiana, ma inglese, magari pronunciata “pinghiù” come fosse imparentata con l’”emotional rescue” dei Rolling Stones o chissà che altro.

Dopo essere stati colonizzati dal mito americano del cinema, del piano Marshall, della pubblicità, delle merci, della musica, della televisione e di Internet abbiamo cominciato a introiettare le strutture concettuali d’oltreoceano, insieme ai loro valori sociali, in un’identificazione che ci sta portando all’alienazione linguistica.

Il naturale amore della propria loquela”

Dante, prima ancora di dare vita alla Commedia che ne ha fatto il padre dell’italiano, nel Convivio, scriveva che tre le ragioni del suo ricorrere al volgare c’era anche “l’amore ch’io porto a la mia loquela, che è a me prossima più che l’altre”, il “naturale amore de la propria loquela” che gli faceva a respingere le ragioni dei “malvagi uomini d’Italia” che disprezzano la propria lingua in favore de “lo volgare altrui”.

Oggi l’amore per la nostra loquela è stato smarrito, insieme alla nostra storia, e gli uomini che la disprezzano e la ignorano in favore dell’inglese hanno occupato i posti nevralgici della normazione dell’italiano, che non è più “prossima” e “naturale” nella transizione all’itanglese.

E dunque si diffondono hard cover, kiosk, ticket, business, under 35, export, call, public speaking… e giorno dopo giorno, parola dopo parola, con una velocità e un’intensità che non hanno predenti nella storia, veniamo fagocitati in un nuovo volgare ibrido dove al centro c’è l’english sound che segna la distruzione dell’italiano per farlo regedire a un dialetto anglicizzato dell’anglomondo.

La favola dei prestiti linguistici: un concetto da buttar via

Tappolet! Chi era costui?
Pochi in Italia conoscono e citano questo studioso di cui non esiste nemmeno una voce sulla Wikipedia (tranne nella versione in tedesco), eppure tutti ripetono, spesso a vanvera, e danno per scontata una sua riflessione.

Enrst Tappolet (1870-1939) era uno studioso svizzero che tra le altre cose si occupò delle motivazioni culturali che portavano ad utilizzare certe parole tedesche nelle aree dove si parlavano i dialetti francofoni. E in un libro del 1914 (Die alemannischen Lehnwörter in den Mundarten der französischen Schweiz) fece una distinzione tutta teorica per distinguere i prestiti di cui esiste già un corrispondente, che interpretava dunque come scelte “di lusso” (Luxuslehnwort) da quelli che portano qualcosa di nuovo di cui non c’è già un corrispondente, e che venivano perciò considerati una “necessità” (Bedürfnislehnwort).

Questa distinzione era destinata a conoscere un’inesplicabile fortuna, in Italia, dove i linguisti l’hanno ripetuta facendola diventare un dogma e un postulato dalla validità universale, dimenticando l’autore, il contesto storico in cui si inseriva, e trascurando ogni atteggiamento critico sul senso della sua suddivisione. Ma prima di entrare nel merito di questa classificazione delle parole straniere, è utile domandarsi perché vengono definite impropriamente “prestiti”.
Negli anni Ottanta Gian Luigi Beccaria scriveva: “Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non è obbligata a restituirlo” (Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241).

L’origine del concetto di prestito linguistico

L’origine della metafora del prestito, un tempo chiamato anche imprestito (ma alcuni puristi di fine Ottocento condannavano queste espressioni in favore di presto o impresto) è datata, e ha a che fare con l’imitazione degli elementi culturali e dei costumi altrui che vengono assimilati. Carducci, per esempio, si scagliava contro il “paletot” (più tardi italianizzato in paltò), un soprabito che i sarti parigini avevano “tolto a prestito dai marinai della Bretagna” e che avevano “trovato il mezzo di far pagare (…) infinitamente più caro delle stoffe più fine”. Prima di lui anche Anton Maria Salvini (1653-1729) aveva parlato di “prestito” a proposito delle maniere “prese in prestito o da altri dialetti d’Italia o dalle altre due lingue sorelle, francese e spagnuola.”
Con il tempo la metafora è stata usata sempre più spesso anche per descrivere il ricorso a parole straniere, a lungo chiamate barbarismi, e uno dei primi scritti tecnici che ricorreva a questa formula risale all’epoca del fascismo: “Sull’imprestito linguistico” di Vittore Pisani (Ulrico Hoepli. Milano 1939). Ma la fortuna dell’espressione “prestito linguistico” è cominciata dopo il fascismo, negli anni ’50, ed è esplosa tra gli anni ’70 e gli anni ’90.

La similitudine del prestito si trova anche fuori dalla lingua italiana, nello spagnolo préstamo lingüístico, nel francese emprunt linguistique, nell’inglese loanword e anche nel tedesco, per tornare a Tappolet.

Ernst Tappolet e i prestiti di lusso e di necessità

La distinzione tra prestiti di lusso e di necessità è una semplicistica e arbitraria suddivisione come se ne possono fare tante altre, un po’ come dire che le donne si possono distinguere in due insiemi: le bionde e le brune, tralasciando le differenze tra castane e corvine, escludendo le rosse, le brizzolate, quelle dai capelli bianchi, quelle calve, e rendendo problematica l’attribuzione a uno dei due insiemi nei casi di chi si tinge o usa una parrucca (ogni riferimento ai peggiori stereotipi sulla visione della donna è voluto).

Il punto è che questo tipo di distinzioni sono legittime e possono avere anche la loro utilità, se contestualizzate, ma se diventano delle regole universali e delle categorie a cui si attribuisce una portata reale che esce dai distinguo concettuali non possono che produrre pseudoragionamenti.
Basta un minimo di buon senso per comprendere i limiti e le problematicità di simili definizioni. Come aveva scritto negli anni ’70 Paolo Zolli, il concetto di “necessità” non ha alcun fondamento né logico né storico. Davanti a una parola che non c’è, non è affatto “necessario” importarla da un’altra lingua così com’è (da filosofo sono abituato a dare a questa parola il suo significato di ciò che è, e non può non essere), visto che è possibile anche tradurla con elementi endogeni (es. revolver diventa rivoltella), oppure adattarla ai propri suoni (beafsteak diventa bistecca), coniare una nuova parola (tramezzino davanti a sandwich) o recuperare una parola già esistente con un nuovo significato (singolo che, di fronte a single, assume anche il significato di scapolo). Ma anche tralasciando l’abc della logica e della storia delle lingue, la distinzione di Tappolet non aveva la portata dogmatica “universale” che ha assunto in Italia, era solo una semplificazione per distinguere due concetti in modo teorico, perché l’oggetto dello studio stava nelle motivazioni, pragmatiche o affettive, che portano ad adottare una parola straniera. E infatti lo svizzero spiegava che alla base del ricorso alle parole straniere non c’era in gioco solo “il nome della cosa”, perché a essere decisivo era il ricorso a una determinata parola nella prassi comunicativa. A proposito di certe parole tedesche che si erano affermate nelle aree francofone Tappolet scriveva: “Come si può immaginare la ‘necessità’ di un’espressione straniera in questi casi? Presumibilmente, il termine tedesco si è affermato rapidamente perché giocava un ruolo più importante nei rapporti con i tedeschi che in quelli con i francesi”. (Tappolet 1913, p. 54; citato in: De Gruyter, Entlehnung in der Kommunikation und im Sprachwandel Theorie und Analysen zum Französischen, Edition Niemeyer, Göttingen 2011).

Lessico e bufale

Nei libri di linguistica, mediamente, oggi la distinzione tra lusso e necessità è introdotta omettendo l’autore e in modo acritico, come un postulato. Ma ogni ragionamento che parte da un postulato errato è destinato a crollare. E così si trovano definizioni dogmatiche come: “Si distinguono i prestiti di lusso e di necessità”. Chi e perché fa queste distinzioni viene taciuto. La categoria del prestito di necessità è solitamente impiegata per indicare una parola straniera che si porta con sé un concetto o un oggetto di cui non esiste una parola italiana. Ma anche tralasciando le osservazioni di Zolli e del buon senso, ci sono molti altri limiti logici che dovrebbero fare abbandonare questo strampalato criterio.


Proviamo a chiederci: mouse è un prestito di lusso o di necessità? Qualunque risposta rischia di trascinarci in qualcosa di simile alle antinomie della ragione di Kant, perché è possibile argomentare in modo apparentemente logico entrambe le posizioni.

A) Mouse è un oggetto nuovo di cui non esisteva un corrispondente italiano = necessità.
B) Mouse, e cioè “topo”, esisteva in italiano e si poteva benissimo usare la stessa metafora come è accaduto in francese (souris), spagnolo (ratón), tedesco (Maus) e nella maggior parte delle lingue del mondo = lusso.

La conclusione è che la necessità è solo italiana. Questa necessità non è una conclusione che si ricava per via deduttiva dalla definizione, è un’affermazione che presuppone ciò che vorrebbe dimostrare, visto che il lusso e la necessità riguardano le motivazioni che portano all’adozione di un anglicismo. Basta tornare all’origine della metafora del prestito, che si basa sull’imitazione e sull’assimilazione per imitazione, per svelare la bufala e il circolo vizioso del ragionamento. Avrebbe senso parlare di imitazione di necessità?

L’applicazione delle categorie dei prestiti di lusso e di necessità agli esempi concreti mostra tutta l’insensatezza della questione, e infatti non esiste alcun accordo e criterio oggettivo per stilare delle liste di esempi condivisi, e chiunque tenti di separare i due insiemi è destinato a controversie che ricordano quelle del sesso degli angeli, perché rimangono nella sfera delle opinioni da tronisti, più che da linguisti.
Ho trovato spesso la parola computer tra gli esempi che i linguisti fanno dei presunti prestiti di necessità, il che è un falso storico. Fino agli anni ’90 utilizzavamo normalmente la parola calcolatore (e anche elaboratore) che poi è stata progressivamente sostituita dall’anglicismo che è diventato un “prestito sterminatore”, entrato come “prestito di lusso” e finito per diventare un “prestito di necessità”, perché ormai i calcolatori evocano la macchine di una volta e non i nuovi dispositivi. Anche in questo caso la necessità è solo italiana, visto che in inglese, francese e tedesco si usava e si usa ancora oggi la stessa parola: computer, ordinateur, computador

Prendo “in prestito” uno schemino reale che per esemplificare la presunta necessità usa questi esempi:
Pacemaker: qualsiasi traduzione aggiungerebbe complessità.
Sauna perché non c’è corrispondente.
Selfie? Diverso da autoscatto.
Taggare: concetto difficile da spiegare se non con circonlocuzioni.
Whistleblower non è delatore”.

I giudizi che giustificano la “necessità” del ricorso a queste parole sono molto opinabili.
Pacemaker inizialmente era indicato in italiano con segnapassi, e faccio fatica a ravvisare la “complessità” della traduzione, riportata su tutti i dizionari anche oggi. Il fatto che si sia abbandonata in favore dell’anglicismo ha a che fare con altri fattori che non c’entrano nulla con la necessità di non tradurre.

Sauna non mi pare affatto un prestito di necessità, è una parola a tutti gli effetti integrata nella lingua italiana, che non viola le nostre regole di pronuncia e ortografia, e al plurale fa saune. È dunque un adattamento e il suo provenire dal finlandese è ormai racchiuso solo nella sua storia etimologica.
Taggare non mi sembra un prestito di necessità, è una parola ibrida derivata da tag che a sua volta è un’etichetta o un marcatore, e se non fossimo colonizzati dal linguaggio delle multinazionali informatiche che impongono la loro lingua invece che tradurre decentemente le interfacce, diremmo forse etichetta/etichettare e marca/marcare, come diremmo scaricare invece che downloadare, un altro bel prestito di “necessità” che deriva dal fatto che ripetiamo ciò che leggiamo: download. Facciamo il download delle immagini in allegato (e non in attachment), perché download non è stato tradotto, ma attachment sì. Li definirei “prestiti d’obbligo”, perché siamo indotti e obbligati a utilizzarli per forza di cose, e sono trapiantati nella nostra lingua dall’esterno, più che per nostra volontà. Forse la necessità è tutta qui.
Selfie e autoscatto sono tra gli esempi più controversi che ben illustrano l’impossibilità logica e l’inutilità pratica di distinguere i prestiti di lusso da quelli di necessità. Il motivo del contendere è nello stabilire se una parola esisteva già o meno, che è un’altra trappola senza via di uscita. Quando si cercano solo i significati storici è evidente che non si trovano esempi legati alle nuove tecnologie, ma si trascura un particolare fondamentale nelle lingue vive: le parole sono elastiche e si evolvono. Se l’autoscatto in un primo tempo era legato allo scatto automatico temporizzato, nulla vieta di usare questa parola in un nuovo senso, dove “auto” si può impiegare per indicare che lo faccio da solo (io mi autoriprendo) e non si capisce perché oggi non dovrebbe indicare le nuove modalità di farsi una fotografia da soli, soprattutto perché questo uso come sinonimo secondario è documentato sui giornali. Ecco un altro ginepraio da cui non si esce. Ammesso che autoscatto sia “di necessità” che cosa accade se una nuova parola italiana si evolve e diventa un equivalente? Se accanto a happy hour si diffonde l’alternativa apericena il prestito di necessità viene retrocesso a prestito di lusso?

Ma soprattutto: che senso ha dividere i prestiti negli insiemi di lusso e di necessità? A cosa serve impantanarsi in simili diatribe prive di utilità?

Il vicolo cieco tutto italiano del lusso e della necessità

In Italia, la classificazione attraverso le categorie dei prestiti di lusso e di necessità ha avuto la sua fortuna dagli anni Ottanta agli anni Duemila, anche se viene ripetuta anche oggi, fuori tempo massimo.

Provate a spiegare a un inglese che ci sono i “prestiti di necessità”… provate a leggere le voci della Wikipedia che parlano dei prestiti linguistici in spagnolo, in francese o in inglese. Nessuno distingue i prestiti attraverso queste bislacche categorie, una classificazione che è presente invece nella versione italiana. Ma persino sulla bistratta e inaffidabile Wikipedia, frutto di voci popolari di autori ignoti, si critica duramente questa distinzione che invece molti manuali scritti da blasonati linguisti italiani (e le tantissime tesi e tesine dei loro studenti) ripetono in modo talebano.

Mi sono chiesto più volte il perché di questo pasticciaccio italiano. E forse c’è una motivazione storica che ci ha indotti a infilarci in questo vicolo cieco. Dopo la messa al bando dei forestierismi di epoca purista e soprattutto fascista, avevamo bisogno di un nuovo criterio per non respingere in blocco tutte le parole straniere. La distinzione manichea tra lusso e necessità apriva una porta all’accoglimento e alla giustificazione di alcuni forestierismi. Non tutti, certo, ma la presunta necessità permetteva un certo aperturismo, per quanto patetico, che consentiva (almeno in modo astratto) di legittimare i buoni e i cattivi da scrivere sulla lavagna. L’opinabile giudizio di buon senso è così stato eletto a dogma.

Ma una volta individuati i prestiti di lusso che cosa si risolve? Il fatto che un prestito di lusso sia superfluo non ne giustifica l’inutilità, e ancora una volta tornano in mente le osservazioni di Paolo Zolli che poneva l’accento sul fatto che spesso la parola straniera contiene delle sfumature diverse rispetto a quella corrispondente in italiano (Paolo Zolli, Come nascono le parole italiane, Rizzoli, Milano 1989, p. 7).
D’altronde i sinonimi perfetti sono molto rari, e per qualsiasi parola è sempre possibile sostenere che “non è proprio” come l’alternativa possibile. Ancora una volta la distinzione tra lusso e necessità è un’opinione, non un fatto, anche se viene spacciata per tale.

Davanti a un’interferenza dell’inglese sempre più ampia e profonda, invece di rimanere invischiati in queste classificazioni, i linguisti dovrebbero prendere atto che la favola dei “prestiti linguistici” si sta rivelando una categoria concettuale fuorviante che non è più in grado di rendere conto della complessità delle cose. Basta provare ad applicare la teoria del “prestito” agli esempi reali per comprenderlo.

Trapianti, innesti linguistici e pseudoanglicismi

Torniamo alla radice della metafora del prestito, l’imitazione di elementi culturali, prima che linguistici. E chiediamoci: cosa stiamo prendendo in prestito, di preciso? Cosa stiamo imitando? Siamo sicuri che stiamo prendendo in prestito semplicemente delle singole parole che corrispondono a oggetti o a concetti?

Facciamo un altro paio di esempi controversi. Un caregiver è un assistente familiare, che letteralmente potrebbe esprimersi con badante. Ma poiché il participio presente del verbo badare (= colui che bada) ha assunto un significato legato a una professione (il che è un fatto accidentale, non una necessità), ecco che gli assistenti familiari e i “non-è-proposti” rivendicano l’anglicismo come un necessario elemento che distingue il loro ruolo da quello di chi lo fa per lavoro. Potrebbero anche rivendicare un nuovo significato per l’italiano badante, potrebbero definirsi assistenti familiari, ma non lo fanno e si trincerano dietro un’espressione in inglese.
Secondo esempio: la pretesa intraducibilità di mobbing che non sarebbe proprio come vessazioni (o comportamento vessatorio). Mentre ci si può accapigliare su ciò che parole come queste evocherebbero, per assegnare a ciascun anglicismo il bollino blu di lusso o di necessità, c’è un piccolo particolare che sfugge ai più. Sia caregiver sia mobbing in inglese non hanno affatto il significato che si sono ricavati in italiano. Sono pseudoanglcismi. E allora cosa stiamo prendendo in prestito? Un suono, non il suo significato, perché quest’ultimo glielo attribuiamo noi in modo arbitrario.


Nel nuovo Millennio parole come basket o volley stanno soppiantano l’italiano pallacanestro e pallavolo. Ancora una volta sono pseudoanglicismi, visto che in inglese si parla di basketball e volleyball, parole che non si possono decurtare. Dov’è il prestito? Ha senso classificarli come prestiti parziali o decurtati?
Gli pseudoanglicismi sono tantissimi. Qualcuno, per conservare la categoria del “prestito” invece di buttarla via come sarebbe ora, ha dovuto inventare etichette come “prestiti apparenti”. Ancora una volta sono solo imitazioni. Goffe o ridicole? Provinciali? Frutto di moda o di un complesso di inferiorità? Non importa. Footing è uno pseudoanglicismo antico che ci arriva dal francese, e nasce dall’applicare alla radice foot una desinenza -ing che segue le regole a orecchio dell’inglese, ma in inglese non esiste, o meglio ha tutt’altro significato, perché si parla di jogging. Più recentemente ci siamo inventati lo smart working, unendo due radici all’italiana, ma per un inglese si tratta di un’espressione incomprensibile rispetto al significato che le diamo noi.
In questi casi non prendiamo in prestito delle parole, ma delle radici o degli elementi che ricombiniamo a orecchio. Perché quel che conta è il suono, non l’oggetto o il concetto. E allora mi parrebbe più sensato cambiare metafora, e invece che parlare di prestiti dovremmo forse parlare di trapianti e di innesti, per attingere dalla biologia foriera di molte metafore linguistiche, a partire dal concetto di lingue vive.
A volte si trapiantano le parole, ma più spesso si trapiantano delle radici e si fanno innesti.
Come si spiegano le centinaia e centinaia di parole ibride a base inglese che si moltiplicano nella lingua italiana e che non hanno simili corrispondenti nel caso dei francesismi e degli altri forestierismi? Chattare, shampista, scoutismo, computerizzazione, baby-calciatore, zanzare killer, libro-game… che razza di prestiti sono queste parole bastarde che si scrivono e pronunciano in un modo che non è più italiano, ma non è nemmeno inglese? L’itangese ha ormai travalicato abbondantemente i limiti del prestito linguistico e sta prendendo vita.

L’itanglese non è fatto da semplici prestiti

Analizziamo qualche titolo di giornale. Adesso si parla del long covid, ma è davvero un prestito?

Sarei curioso di chiedere a qualche espertone se si tratta di un prestito di lusso o di necessità. È forse un concetto nuovo? Perché non dovremmo usare la nostra lingua e parlare semplicemente e naturalmente per esempio di covid lungo? Perché se tutti lo dicono in inglese la necessità è tutta qui. Certo, se l’inglese diventa la lingua della scienza poi accade che non solo si perda la terminologia in italiano – l’inglese si è rivelato un processo sottrattivo non aggiuntivo – e che si introducano i nuovi concetti in inglese e si ripetano in modo automatico (vedi la “necessità” di pacemaker) anche quando sarebbe naturale tradurli, nelle lingue sane. Ma a proposito di covid c’è qualcosa in più da rilevare: è diventato una specie di calamita che si porta con sé una regola istintiva e non scritta, quella di associarlo sempre e solo a parole inglesi con l’inversione della sua collocazione all’inglese. E dunque si parla di covid free, di covid center, di covid manager…, e in questi e molti altri casi non abbiamo più a che fare con prestiti lessicali isolati, ma con il prestito o trapianto di una grammatica formativa per le neologie (come lo pseudoanglicismo no vax che segue la regola del no + inglese: no mask, no global…). E così, visto che due terzi degli anglicismi che ci siamo fatti “prestare” sono costituiti da parole composte o locuzioni, spesso ognuno di due elementi formativi prende vita autonoma (smart, baby, cyber, food…) e si ricombina con altri elementi in circolazione (smart city, baby-gang, cybersecurity, pet food…) in una rete di anglicismi interconnessi che si espande nel nostro lessico a prescindere dal fatto che sia inglese ortodosso o reinventato e accostato a parole italiane (cybercriminale, babypensionato, salvaslip…).

Proviamo a vedere un altro titolo del Corriere: “Dal skimmer per la piscina allo shampoo per la barba”. Chissà se “dal skimmer” invece di “dallo skimmer” come vorrebbe la lingua italiana è solo un refuso o il segnale di uno sfacelo linguistico su cui l’inglese e lo pseudoinglese che innestiamo trova il terreno più fertile per germogliare.
Quando ero ragazzo ho fatto il bagnino in una piscina e tra le mansioni più noiose c’era quella di pulire i filtri a bordo-vasca. Oggi sembra che Amazon li venda chiamandoli skimmer. Letteralmente si può dire anche schiumatoio, deschiumatore o più in generale depuratore, ma alle multinazionali che esportano i loro prodotti nella loro lingua non conviene affatto tradurre in italiano, la tendenza è quella di imporre la loro lingua, dai titoli dei film alle confezioni del Monopoly, oggi scritto con la ipsilon finale. A dare manforte alla colonizzazione linguistica ci pensano i giornalisti che abbandonano l’italiano e ripetono gli anglicismi (skimmer ha anche altri significati legati al crimine informatico). Sono prestiti questi? Skimmer sarà un lusso o una necessità? Opterei per un lusso che diventa necessità quando si compila l’ordine di acquisto.


Quando Sky, all’interno dell’offerta del Pass Entertainement, offre gratuitamente anche il Pass Kids (declinato al plurale con la “s”) abbiamo a che fare con dei prestiti?

A me paiono trapianti dove la lingua non è fatta più dai nativi italiani ma dalle multinazionali che ci vendono i loro prodotti con i loro nomi, seguendo le proprie “necessità” commerciali davanti alle quali a noi sudditi non resta che ripetere ciò che leggiamo sulle scatole. Questi esempi travalicano le singole parole per diventare prestiti di pezzi di inglese ben più complessi, dal long covid alle mansioni lavorative di un social media manager, “prestiti sintattici” dal costrutto invertito.


In un altro titolo vediamo che chiudono le strutture sanitarie che avevano nomi italiani come il Galeazzi e apre Mind. Si tratta forse di un prestito? A me pare solo l’abbandono dell’italiano per aderire alla lingua delle multinazionali che viene perpetrato anche dalle nostre stesse istituzioni. E così c’è il politico che introduce il Jobs act, ci sono i servizi Delivery delle Poste Italiane, i Gate delle stazioni, Rai Gulp che propone il TG Kids, mentre Alitalia diventa ITA Airways, a Milano il Salone del mobile diventa la Fashion Week, il quartiere della ex Fiera campionaria diventa Citylife… e vogliamo spiegare tutto questo con le categorie dei prestiti?

E che dire della business school Rcs Academy e del suo master con il “metodo Corriere”? Nel pacchetto metodologico c’è anche imparare a scrivere in itanglese, suppongo, per educare all’abbandono dell’italiano e far diventare un incrocio pericoloso un incrocio killer da inserire nei black points da scrivere con la “s” del plurale!


Chissà, quando il Politecnico di Milano ha deciso di erogare la formazione universitaria solamente in lingua inglese, estromettendo l’italiano, forse era solo un banale prestito linguistico “totale”, dove a essere presa in prestito è la lingua inglese nella sua interezza. E sarà un lusso o una necessità per fare dell’ateneo un polo internazionale?

Credo che possa bastare. L’itanglese non si può spiegare con la favola dei prestiti. E quando certi linguisti, davanti all’attuale tsunami anglicus, pensano di interpretare l’interferenza dell’inglese con la tassonomia dei prestiti linguistici e delle categorie del lusso e della necessità che Tappolet ha immaginato ormai ben più di un secolo fa, mi ritorna alla mente il ritornello di una canzone di Jannacci rivisitata con un gioco di parole alla Bartezzaghi:

Lessico e nuvole
la faccia triste dell’America…
che voglia di piangere ho!

Le miopi categorie del “prestito” davanti al fenomeno dell’itanglese

Fuori dai circa 4.000 lemmi inglesi registrati nei dizionari, si estende una nuvola di anglicismi di un ordine di grandezza superiore. Sono parole, espressioni e reinvenzioni inglesi o a base inglese che sfuggono a ogni possibilità di classificazione. Non sono proprio occasionalismi che ricorrono sporadicamente, ma non sono nemmeno parole che si possono annoverare in un dizionario. Questa enorme zona grigia appartiene a un riversamento dell’inglese che ha rotto gli argini e si riversa in enunciazioni mistilingue che hanno a che fare con l’abbandono dell’italiano e con il passaggio ai suoni inglesi. Queste parole sono in aumento vertiginoso e ognuna diventa sempre più frequente, nel suo settore.

Sto ricevendo innumerevoli segnalazioni di questo tipo da inserire sul dizionario delle alternative AAA, ma posso accogliere solo quelle che hanno una certa stabilità e frequenza. Perché se dovessi registrare tutte le parole di bassa frequenza e di uso limitato, gli anglicismi diventerebbero 40.000 invece di 4.000.

Per fare un esempio, basta pensare all’ambito della moda e prendere in considerazione un articolo generalista del Corriere.it come quello in figura. Il numero dei “prestiti” utilizzati supera di gran lunga quello di ogni ragionevole buon senso, e mostra molto bene in che cosa si sta trasformando l’italiano.
Se le parole evidenziate in rosso si possono ancora classificare, conteggiare e inserire nel dizionario con le loro spiegazioni e alternative, non è sempre così.

Hospitality e faculty

Sergio mi segnala che, in un’intervista, il direttore di un albergo in Toscana ha dichiarato che la sua “mission è l’hospitality”, e si chiede se sia il caso di registrare “hospitality” su AAA.

In questo momento non me la sento di aggiungerla, e mi limito a tenerla d’occhio, perché temo sia solo questione di tempo.
Quello che sta avvenendo è che in ambito lavorativo, dove l’itanglese è la lingua che il settore richiede e allo stesso tempo impone, il concetto di “ospitalità” comincia a essere espresso in inglese, anche se nel parlare comune si continua a dire “ospitalità”, perché l’hospitality e le sue norme, anzi best practice, si può trovare teorizzata nei manuali del settore turistico che ripetono a pappagallo le prassi dei resort d’oltreoceano con i concetti formulati nella propria lingua in una sorta di diglossia che vede l’inglese occupare la parte alta e prestigiosa della sfera lessicale, mentre l’italiano è lingua parlata del volgo, come nel Medioevo. Le conseguenze di queste prassi portano a esprimere in inglese i concetti generali, come se il concetto di hospitality fosse qualcosa di superiore e tecnico.

La frequenza di hospitality, perciò, sta salendo, anche se è ristretta all’ambito degli addetti ai lavori. Potrebbe però succedere presto, e forse sta già accadendo, che esca dal vezzo di usarla come scelta sociolinguistica individuale di chi la sciolina per distinguersi ed elevarsi per diventare un fatto collettivo e diffondersi con la stessa frequenza di “mission” e “vision” che appaiono ormai istituzionalizzate in ogni sito aziendale, ma hanno avuto la stessa origine. Quando accade questo passaggio, l’anglicismo comincia a differenziarsi dall’italiano, e a ricavarsi una sua specificità, e così spuntano i soliti idioti pronti a spiegarci che gli anglicismi “non sono proprio” come gli equivalenti italiani, perché evocano un “non so che” in più.

Un esempio simile a quello di hospitality l’ho visto in un’accademia dove mi capita di tenere i miei corsi. Un bel giorno hanno pensato bene di abbandonare la parola “facoltà” e di passare a “faculty” che evidentemente suona loro più moderna e internazionale, anche se a me pare solo cafona e ridicola, visto che la platea è composta da italiani, e non si capisce il senso di parlare tra noi con un lessico inglese o pseudoinglese. In ogni caso l’hanno inserita nel sito dove gli studenti possono consultare la sezione “la mia faculty”, e la utilizzano persino nella comunicazione interna dove mi invitano a partecipare alle riunioni di faculty, rimanendo sorpresi e spiazzati davanti alle mie rimostranze come fossero le fisime di un pazzo.

Questi aneddoti mostrano bene che, dietro al ricorso ai singoli anglicismi, siamo in presenza di un più generale abbandono dell’italiano che esce dalle singole parole prese a una a una. E quando leggo le analisi dei linguisti che credono di poter spiegare l’interferenza dell’inglese con le categorie del “prestito”, magari di “lusso” e di “necessità”, mi viene da piangere. Questi studiosi non hanno capito nulla di ciò che sta accadendo e non hanno gli strumenti per interpretare il fenomeno dell’itanglese, che spesso sottovalutano o negano.
Basta fare qualche esempio per comprendere come stanno le cose.

Tractor day, Sicily e shop dal contadino

Bruna mi ha segnalato una festa paesana e agricola di un paesino del bolognese, dove si parla di frequente in dialetto, ma i titoli degli eventi sono in inglese: cosa c’è di meglio, per la festa di S. Antonio, del Tractor Day con tanto di Speed Pulling?

Lo speed pulling è l’ennesimo esempio del fatto che, come in una colonia, non sappiamo far altro che importare tutti gli eventi e le tradizioni che la cultura statunitense ci trasmette e che emuliamo come scimmiette ammaestrate. Si tratta di una competizione dove i trattori devono trainare un rimorchio zavorrato su una pista di 100 metri. E questa americanata è stata trapiantata anche in Italia almeno dal 2009, quando su Agronotizie si leggeva: finalmente “nascono le gare di Speed Pulling in Italia: la prima si è tenuta a Budrio”, un piccolo comune molto all’avanguardia, a quanto pare.

Anche lo speed pulling (come faculty) non è contemplato su AAA, che si limita a registrare le parole più eclatanti. Ma se si può ancora considerare un “prestito” (che però purtroppo poi non si restituisce) di una pratica con un nome che non sappiamo né vogliamo tradurre, da dove nasce la geniale idea di chiamare “tractor day” la festa dei trattori che si tiene in occasione di S. Antonio?

Dal fatto che day (come smart, baby e sempre più radici prolifiche) gode ormai di vita propria e nell’accostarsi alle altre radici inglesi si porta con sé “tractor” invece di trattore, questa volta.

Il tractor day del comune di Medicina non è propriamente un grande evento internazionale che richiede un nome in inglese, visto che è una sagra di paese e di agricoltori che dopo lo speed pulling finiscono a mangiar piade e salsicce annaffiate dal lambrusco (e non mi stupirei se fosse venduto in una bancarella denominata wine corner). Quando la saga del trattore si trasforma in un evento in inglese, esattamente come il family day, l’election day, l’open day… che sono eventi tutti “italiani”, il prestito non riguarda più le singole parole, ma la logica sottostante e il suono: l’english sound che segna il passaggio a un’altra lingua e l’abbandono dell’italiano e della sua identità. Lo stesso meccanismo che – come mi ha segnalato la traduttrice Anna Ravano – spinge a denominare Green Kiss una birra artigianale alla canapa “tutta biellese” a parte la denominazione. Oppure il caso, che mi ha indicato Carla Crivello, della pro loco di Luserna alta e San Giovanni, in una valle piemontese, che ha appena organizzato la prima edizione di “Fast & Music”, tra auto tuning e hobbisti!

E per promuovere le bellezze della Sicilia perché bisogna storpiarle il nome e americanizzare la Trinacria ribattezzandola Sicily come si vede in questi giorni nelle pubblicità televisive di See Sicily, che si ritrovano nel portale Visit Sicily con il gioco di parole See Sicily e Sì, Sicily?

Come per il made in Italy e l’italian design, puntare a essere internazionali non significa esportare la nostra lingua, così amata all’estero ma svilita in patria, bensì ri-definirci attraveso l’inglese; ma denominare la Sicilia Sicily è un’idiozia che dovrebbe essere considerata un reato! Soprattutto nelle pubblicità rivolte al mercato interno.

E allora come la mettiamo? Sicily è forse un prestito?

Su un sito di prodotti a chilometro zero che esalta la filosofia di questa prassi, il succo di mele della Valtellina è il Succo di Mele Bag in Box Bio che si può acquistare sullo “shop dal contadino”.

Se nel sabato del villaggio Leopardi scriveva “il zappatore” che rendeva bene il linguaggio improprio del contadino, oggi sembra che la donzelletta venga dal tractor day per recarsi al suo shop con il fascio dell’erba green. E perché mai dovrei comprare un prodotto a chilometro zero che viene proposto in Rete forse a tutto il mondo (ma che fine fa il chilometro zero?) con il linguaggio di McDonald’s? Usare un lessico a chilometro zero non sarebbe più sensato e coerente? Il caro buon vecchio parla come mangi, passando dal palato al parlato, nell’era dei MasterChef è andato a farsi friggere nell’olio degli hamburger.

Quando assistiamo a tutto ciò, siamo sicuri che il contadino abbia preso in prestito parole come shop, box, tractor e simili? Non siamo in presenza di un fenomeno che si deve interpretare in modo meno miope?

Tutto ciò è il frutto di una patologica coazione a ripetere e a scimmiottare l’inglese, di un servilismo nei confronti di tutto ciò che arriva dagli Usa che va ben oltre gli aspetti sociolinguistici. È la conseguenza di una concezione per cui l’inglese viene identificato con la modernità e ci appare come l’unica soluzione per essere internazionali e fa del globalese il nuovo dio, anche se calpesta i valori del plurilinguismo e della nostra stessa lingua.

Le parole che si accumulano giorno dopo giorno in questo modo stanno portando al collasso dell’italiano nell’ambito del lavoro, dell’informatica, della scienza, della moda… e di sempre più settori. Un collasso che produce un’infinità di parole ibride (da hobbista a speakerare, da softwarista a chattare), delle regole formative nella composizione delle parole (babycriminale, cybersicurezza) e delle locuzioni (zanzare killer, libro-game), e una grammatica inconscia che genera fenomeni che escono dal lessico per coinvolgere la struttura delle frasi e la sintassi.

L’itanglese è questo, non è una banale somma di “prestiti”.

I “prestiti sintattici” e la neolingua itanglese

A dimostrare che il prestito non riguarda più le singole parole, ma è un’emulazione ben più profonda che sta conducendo all’itanglese, ci sono molti esempi che sono sotto gli occhi di tutti, se ci togliamo le fette di mortadella del tractor day del bolognese.

Sul Corriere di ieri, come fosse la cosa più normale del mondo, mi ha colpito il titolo “Pallotta is back”.

Cosa spinge un giornalista a scrivere così invece di “è tornato Pallotta” o “il ritorno di Pallotta”?

“Is back” è un prestito?

A Milano il Salone del mobile è stato ribattezzato con la Design Week, al femminile, con un’inversione delle parole all’inglese, la stessa inversione che si trova in “MonteNapoleone District design e sostenibilità”. Ma la sostenibilità dell’italiano dov’è? Possibile che a nessuno importi che la lingua con cui i giornali ci educano sia diventata questa e che via Monte Napoleone diventi il MonteNapoleone District?

Un giornale come il Corriere offre il Corriere Daily Podcast con Radio Italians, un altro bel prestito sintattico! Gli “italians” di Beppe Sevegnini hanno perso la loro iniziale portata spiritosa e sono diventati la tragica realtà. Non abbiamo più a che fare con singoli prestiti, ma con un’interiorizzazione delle strutture inglesi, oltre che con i loro suoni, che produce espressioni in itanglese. Una neolingua che non è più né italiano né inglese. La stessa newlingua che, mentre uccide la lingua di Dante, allo stesso tempo stravolge e storpia quella di Shakespeare, come nella recente polemica (che mi segnala Daniela) a proposito delle risposte in inglese maccheronico dell’Atac di Roma, dove le strutture italiane sono state tradotte con parole inglesi senza rendersi conto che “What it needs?” non significa “di cosa hai bisogno?” ma “ciò che serve”. E quindi finisce che ci si rivolga ai turisti inglesi con frasi come: “La multa went on prescription”.
È l’altra faccia dell’itanglese che si diffonde sul piano interno e mostra chiaramente gli stessi meccanismi di imbastardimento che anglicizzano la nostra lingua attraverso pseudoanglicsmi come smart warking, mobbing, basket, caregiver… che non sono affatto prestiti, ma itanglismi nella bocca di chi non sa più parlare l’italiano, ma nemmeno l’inglese.

L’anarchismo linguistico italiano e la politica linguistica francese

Mentre la nostra Gazzetta Ufficiale si “arricchisce” di anglicismi istituzionali di giorno in giorno, lo scorso 29 maggio, sulla Gazzetta Ufficiale francese, le alternative a molti anglicismi dell’ambito dei videogiochi e degli audiovisivi sono ufficialmente entrate nella lingua di Moliére.

Il processo di regolamentazione della lingua e la creazione di neologismi autoctoni è coordinato dalla Délégation générale à la langue française et aux langues de France, che coinvolge non solo la Commissione per l’arricchimento della lingua francese dell’Accademia di Francia (che sarebbe il corrispondente della nostra Accademia della Crusca), ma anche il Ministero della Cultura, visto che l’organo si muove all’interno dell’autorità del Presidente del Consiglio dei Ministri.
In questa cornice istituzionale ben coesa, sono state coniate le alternative ufficiali a molti termini. Si tratta di soluzioni codificate, chiare e precise, che permettono di esprimere in francese tutta una serie di concetti che in italiano si esprimono solo in inglese.

Un “cloud gaming” diventa semplicemente un videogioco in nuvola (jeu video en nuage), uno “streamer” un giocatore/animatore in diretta (joueur/animateur en direct) e un “pro-gamer” un giocatore professionista (joueur professionnel).

Questa terminologia non è solo fortemente raccomandata – in altre parole consigliata a chi vuole parlare in francese, prima di tutto i giornali – ma è anche il punto di riferimento ufficiale che i funzionari pubblici devono seguire. Il che non significa che i videogiocatori non possano comunicare tra loro nel proprio gergo, visto che ognuno parla come vuole, significa al contrario che esistono delle parole ufficiali da usare nei registri alti e nella comunicazione istituzionale.


Avere simili punti di riferimento permette di arginare il depauperamento della lingua davanti all’invasione di parole inglesi, un fatto su cui l’Accademia francese e le istituzioni hanno espresso grandi preoccupazioni perché, oltre a impoverire il francese, crea fratture sociali e barriere generazionali che portano all’incomprensione, alla mancanza di chiarezza e trasparenza, e dunque al venir meno della lingua come collante sociale (cfr.”Anglicismi: perché l’Académie française è preoccupata“).

Questo atteggiamento di tutela del proprio idioma in Francia fa parte di una politica linguistica che esiste da decenni e che è volta anche ad arginare gli anglicismi in ogni settore, non solo quello dei videogiochi. La terminologa Maria Teresa Zanola, studiando la reazione al “franglese” supportato dalle iniziative pubbliche e private in ambito tecnologico, ha osservato che questa continua coniazione di neologismi sta rendendo il francese una lingua molto vitale (“Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008). La nostra lingua, al contrario regredisce proprio a causa dell’inglese, e la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo perché l’italiano non sta producendo più nulla, si limita a importare anglicismi che spesso finiscono per soppiantare le nostre parole anche quando già esistono.

La notizia di questo ultimo arricchimento del francese è rimbalzata non solo in Francia, ma persino su The Guardian. In Italia, invece, è uscita su piccole riviste magari di settore, e un giornale come il Corriere della Sera, non l’ha minimamente ripresa.
Sulla pagina principale del Corriere.it di oggi c’è invece un pezzo, alla sezione “videogame”, che parla di “Spiderman Remastered”, perché l’Uomo ragno che leggevo da bambino oggi si dice in inglese, una riedizione diventa “remastered”, mentre i giocatori sono “gamer” e le scarpe da ginnastica sono diventate “sneakers” “super tech”. Nel pezzo accanto si legge del “mermaiding” che da giorni il Corriere promuove come lo sport dell’estate con vari articoli, un orologio subacqueo diventa uno “sport watch da marine”, e non parliamo di diodi luminosi, ma soltanto di “led”.

A parte il numero di parole inglesi abnorme, quello che impressiona è che gli anglicismi diventano “prestiti sterminatori” che uccidono le nostre parole.
“Mermading” non circola sui giornali francesi che parlano di nuoto a sirena (nage sirene) o di tenuta da sirena, ma non si trova nemmeno in quelli spagnoli, siamo solo noi che ci riempiamo la bocca di queste americanate, incapaci di usare la nostra lingua di cui ormai ci vergogniamo.

I pochi articoli italiani che hanno riportato la notizia che arrivava dalla Francia l’hanno presentata come una bizzarria, come qualcosa di assurdo o di anacronistico tipico dello sciovinismo francese, commentando con il solito guazzabuglio di luoghi comuni: tutto ciò ricorda la guerra ai barbarismi di epoca fascista; l’inglese è più corto, è moderno e internazionale; tradurre è ridicolo; non si può imporre alla gente come deve parlare…

Questa sciocchezza dell’inglese più corto e maneggevole dovrebbe davvero finire. Prima dell’avvento del computer, la scrittura avveniva con la “macchina da scrivere”, una locuzione certamente lunga, ma che nessuno ha mai messo in discussione perché mancava una parola “corta”. Al suo apparire, le polemiche iniziali riguardavano il fatto che sarebbe più corretto dire “macchina per scrivere”, ma alla fine i “puristi” hanno dovuto arrendersi davanti all’uso dilagante dell’espressione meno corretta. Eppure nessuno ha mai sentito l’esigenza di abbandonare l’italiano per usare una parola sola, magari in inglese come typewriter. Sarebbe stato inconcepibile e avrebbe suscitato reazioni negative.

Le resistenze davanti ai neologismi sono una costante che deriva anche da secoli di purismo. Ogni nuova parola, inizialmente, ci appare brutta solo perché non siamo abituati a sentirla, come aveva capito Leopardi. Come ha osservato Luca Serianni, questa resistenza alle neologie ha una sua funzione utile alla conservazione della lingua e alla sua coesione. Il fatto grave è che questa ostilità per i neologismi, nella colonia Italia, non è affiancata da un’analoga resistenza di fronte alle parole nuove in inglese, che al contrario ogni volta ci appaiono belle, utili, necessarie, intraducibili, o in grado di evocare qualcosa di diverso dall’equivalente italiano. La combinazione di questi due fattori risulta micidiale (ne ho già parlato in “Orribili neologismi e sedicenti anglicismi: dal purismo all’anglopurismo”), perché mentre l’inglese è sempre accolto tra i plausi, i neologismi italiani e le traduzioni ci schifano. Le conseguenze sono il collasso degli ambiti, la perdita dell’identità dell’italiano, l’itanglese che diventa la lingua della modernità e l’italiano che perde il suo suono storico e muore senza sapersi rinnovare.

La questione della guerra ai barbarismi non c’entra nulla con l’evoluzione e l’arricchimento del francese. Il problema non sono i forestierismi, da condannare per motivi di principio, sono gli anglicismi, e solo quelli, che per il loro numero e la loro invadenza stanno snaturando e colonizzando le lingue locali.
E non è vero che le alternative raccomandate in Francia sono coercizioni che impediscono alla gente di parlare come vuole. Se le alternative vengono coniate, esistono, e vengono promosse, ricorrere all’inglese diventa una scelta sociolinguistica, non una necessità, come in Italia. In Francia, al contrario, sono liberi di scegliere! A proposito di “libertà”, dovremmo renderci conto che da noi avviene tutto il contrario: la gente finisce per parlare come ci impongono i giornali e il linguaggio istituzionale. Quando i politici legiferano attraverso il jobs act, i caregiver, il cashback… quando si introducono il lockdown, il green pass, le dosi booster… quando i giornali annunciano il marmaiding, il gaslighting o il body shaming, non stanno utilizzando il linguaggio “della gente” stanno educando gli italiani a parlare in itanglese. E quando le multinazionali americane ci impongono il loro linguaggio fatto di snippet, widget, follower… e tutta una serie di termini che noi accettiamo con servilismo senza tradurre e adattare, la lingua non è più fatta dai nativi italiani.

L’idea che la lingua italiana sia un processo naturale, nato dal basso e dall’uso popolare è una convinzione falsa e antistorica. La lingua è un fatto politico; e non solo si può orientare, si orienta e si è sempre orientata dall’alto, ma è necessario orientarla per mantenere l’identità linguistica e la coesione sociale. L’italiano è una lingua letteraria nata dall’alto, orientata per secoli prima dall’Accademia della Crusca e poi dagli interventi amministrativi, politici e istituzionali. E soprattutto, l’unificazione dell’italiano è avvenuta solo nel Novecento proprio grazie alla lingua dei mezzi di informazione, che oggi la stanno al contrario distruggendo e trasformando in itanglese.

Non si può negare la storia e far credere che non sia così e che in Francia siano matti. I malati siamo noi! Il liberismo linguistico per cui una lingua va studiata, non va difesa, si sta trasformando in un anarchismo linguistico dove, con la scusa di essere descrittivi e non prescrittivi, in assenza di regole finiamo schiacciati dalla lingua dominante e cannibale che ci fagocita.

Il gaslighting e l’arte della manipolazione dell’italiano

Lo scorso 12 maggio il gregge dei giornalisti ha colpito ancora. Tutti compatti – dalle testate locali a quelle nazionali, sia conservatrici sia progressiste – hanno dato vita a un nuovo momentaneo picco di stereotipia destinato a diffondere l’ennesimo anglicismo. Parola d’ordine: gaslighting!

Il termine è sempre stato di bassa frequenza sui giornali, circolava prevalentemente negli ambienti degli psicanalisti, ma all’improvviso la stampa deve aver pensato bene che è arrivato il momento di rompere gli argini e di procedere con lo tsunami anglicus.

Il Corriere ha persino utilizzato la locandina del film (in lingua originale) per far arrivare il messaggio e per educare il lettore al nuovo termine anche emotivamente.

Che cosa sarebbe il gaslighting

Letteralmente significa solo “illuminazione a gas”, nessun neologismo tecnico, dunque, è solo un’espressione metaforica che deriva dal titolo di un vecchio film, Gaslight (George Cukor, 1944, a sua volta un rifacimento che nasce da un pezzo teatrale del 1938 di Patrick Hamilton). A quei tempi non eravamo ancora stati colonizzati dalle pressioni di Hollywood che impongono in tutto il pianeta i titoli originali, e in Italia è noto come Angoscia.
Si tratta di un bellissimo film che ha valso un Oscar a Ingrid Bergman, la protagonista vittima delle manipolazioni psicologiche del marito che la isola in casa e approfitta di un suo stato di debolezza nel tentativo di farla impazzire, distorcendone i ricordi e la percezione in modo sistematico fino a farla dubitare di sé.
L’episodio simbolo è appunto quello delle lanterne a gas. L’uomo ne affievolisce di nascosto l’intensità, facendo credere alla moglie che quella mancanza di luce sia solo nella sua testa, in un’alterazione della realtà fatta di negazioni dell’evidenza che la inducono a concludere di essere in preda a uno stato allucinatorio privo di riscontri oggettivi.
Stando alla Treccani, negli Stati Uniti, il termine gaslighting si è cominciato a diffondere con questo significato di plagio psicologico a partire dagli anni Settanta, quando il noto criminale Charles Manson penetrava nelle case vuote spostando le cose senza rubare nulla, per generare nelle vittime lo sgomento e l’angoscia. Ma è solo nel 2012 che la parola si è diffusa in senso tecnico tra gli analisti, quando l’ordine degli psicologi l’ha inserita nelle linee guida per la valutazione dei danni psichici che questa violenza mentale comportava.

Il reato di manipolazione psicologica e plagio mentale: italiano, ciao ciao!

Nel nostro ordinamento giuridico la questione della punizione del plagio psicologico e della manipolazione mentale è problematica. Il Codice Penale prevedeva la reclusione da cinque a quindici anni per chi soggiogava una persona al proprio potere riducendola in un grave stato di soggezione (art. 603), ma nel 1981 la Corte Costituzionale ha dichiarato questo articolo illegittimo perché i suoi contorni non erano definibili in modo netto. Nel diritto penale, infatti, solo ciò che è specificato in modo chiaro e oggettivo, cioè “determinato” invece che soggetto a interpretazioni, può essere soggetto a norma incriminatrice. Esiste il reato di circonvenzione di incapace (art 643) che è punito con la reclusione da due a sei anni e con multa da euro 206 a euro 2.065, ma tutela i minori e chi si trova in uno stato di infermità o deficienza psichica e viene indotto a compiere qualcosa di dannoso per sé o per gli altri. È dunque un concetto più ampio e po’ diverso, e solo in parte sovrapponibile. Sulla questione del reato di manipolazione mentale o psicologica, come si dice in italiano, rimane perciò un vuoto legislativo che in più occasioni ha portato a dibattiti e proposte di legge per esempio davanti al fenomeno delle sette che condizionano le persone con tecniche collaudate.

Questo è il nostro quadro concettuale, e questo è il dibattito in corso da noi da svariati anni.
E allora da dove nasce che una testata come QuiComo parli di “denuncia per gaslighting” invece che di maltrattamenti, lesioni e gli altri capi d’accusa possibili in Italia?

Le tecniche di plagio dell’italiano e il reato di manipolazione della lingua

Si tratta del solito meccanismo di riconcettualizzazione alimentato dai tecnici “non-è-propristi”.

Al vertice c’è il globalese, l’inglese internazionale che punta a essere legittimato come la lingua unica della scienza, della formazione, del lavoro e di sempre più ambiti. Ma formarsi e studiare in inglese non è un particolare neutrale e innocente, induce a pensare in inglese; non si è rivelato un processo aggiuntivo, ma sottrattivo: porta a un bilinguismo squilibrato che in buona sostanza fa regredire le lingue locali sia dal punto di vista dell’elaborazione dei concetti e dei pensieri complessi, sia dal punto di vista lessicale. Le parole inglesi in questi casi non sono affatto un arricchimento, che qualcuno chiama “doni”, si trasfomano al contrario in “prestiti sterminatori” che fanno piazza pulita delle parole italiane e costituiscono un depauperamento linguistico e concettuale.
Quando l’Oms, che pensa e parla inglese, introduce nella lista delle malattie riconosciute il burnout, favorisce l’inglese al posto della sindrome dell’esaurimento professionale, così come quando la pratica indiana della piena consapevolezza viene ridefinita in inglese attraverso la mindfulness in italiano c’è solo quest’ultima, visto che non abbiamo una Reale Accademia di Medicina come quella spagnola, né banche dati terminologiche che, come quelle francesi, fissano e istituzionalizzano le alternative locali di piena coscienza (ne avevo già parlato qui). Noi abbiamo solo una classe dirigente anglomane che ripete a pappagallo in inglese tutto ciò che arriva in questa lingua e cultura considerata superiore.
Basta leggere qualche articolo in Rete degli psicanalisti italiani che parlano di gaslighting per rendersi conto che stanno introducendo un concetto in inglese attribuendogli un significato tecnico e peculiare che non riconoscono alla nostra lingua, e non perché non lo possiede, ma perché viene da loro negato con tecniche appunto di gaslighting, e cioè di manipolazione della realtà, di annullamento psicologico, di rimozione dei significati, di sostituzioni e distorsioni che portano a concludere che la parola inglese “non è proprio come le nostre”, e dunque è “necessaria”.
Questo subdolo metodo di condizionamento linguistico si basa su tecniche ben precise.

Il primo assunto è di considerare una parola italiana solo nel suo significato storico, e non come qualcosa di elastico che può ampliare i suoi significati, visto che il lessico delle lingue vive si evolve insieme al mondo. Questo atteggiamento, che ho chiamato “anglopurismo”, prevede che, se non esiste già una parola, ciò che è nuovo si debba esprimere in inglese. È una sorta di “purismo” rivolto contro le neologie a base italiana che cristallizza il nostro lessico solo al passato. Ma se i significati sono solo quelli di un volta e non si possono estendere, una lingua non si può evolvere, e finisce con il morire. Invece, se prima della pandemia “tamponare” indicava un incidente stradale, oggi si usa anche per il fare i tamponi clinici, così come dopo l’avvento di Internet “navigare” significa andare in Rete oltre che solcare i mari. Se davanti all’inglese neghiamo alle nostre parole questa possibilità di risemantizzazione, per cui badante non può diventare caregiver, autoscatto non è come selfie… succede ciò che è successo a calcolatore: la nostra parola autoctona è stata relegata al vecchio e alle macchine di una volta, mentre i nuovi dispositivi sono solo i computer. Il che non si è verificato in inglese, francese, tedesco… dove gli equivalenti si sono ampliati per indicare anche i modelli portatili e di ultima generazione senza alcun bisogno di usare nuove parole.

Il secondo passo è quello di concentrarsi sulle diverse sfumature che l’inglese veicolerebbe, per differenziarlo dalle nostre parole e dai nostri significati. La tesi è sempre la stessa: l’italiano non avrebbe parole altrettanto precise o capaci di rendere tutte le sfumature che vengono attribuite all’anglicismo. E così si afferma che il gaslighting non è proprio come il plagio psicologico o la manipolazione mentale, sarebbe qualcosa di più specifico: una “forma” di manipolazione che implicherebbe la negazione della realtà o di aver fatto e detto delle cose con lo scopo di minare la percezione della vittima e soggiogarla.

Se la manipolazione psicologica dovrebbe essere un reato, anche la manipolazione psicologica dell’italiano dovrebbe essere trattata alla stessa stregua.
Anche perché, se proprio non si vuole allargare il significato delle nostre parole in senso moderno o nuovo, non dovremmo dimenticare le altre strategie che le lingue vive possiedono per evolversi, oltre a importare dall’inglese, e cioè adattare, tradurre o inventare parole nuove. Anche la rimozione di queste possibilità storiche fa parte dell’attuale gaslighting linguistico.

Fare dell’anglosfera il solo modello culturale universalizzante

Affermare che il gaslighting è una tecnica di distorsione della realtà che si differenzia dal plagio o dalla manipolazione è una definizione che viene inventata, introdotta e imposta, è un battezzare e un riconcettualizzare qualcosa che già abbiamo attraverso l’inglese.

Nei titoli di giornale, però, gaslighting non viene affatto usato in questo supposto senso differente (che la metafora inglese non possiede), e si legge: “Finti furti, dispetti e maltrattamenti fino a fare impazzire la compagna” (QuiComo); “Furti simulati e gomma bucata, una trappola psicologica” (Corriere); “Violenze psicologiche sulla compagna con finti furti e vandalismi” (La Repubblica)… Ma tutto ciò è affiancato alla parola gaslighting, per educarci a usarla al posto di manipolazione mentale o plagio psicologico, facendo credere che esista addirittura un (inesistente) “reato di gaslighting“. E inducendo a pensare che tutto ciò sia qualcosa di “nuovo” che proviene dalle sublimi analisi dell’anglosfera (dunque si esprime nella loro lingua), quando un decennio prima prima che gli psicologici d’oltreoceano istituzionalizzassero questo fenomeno, Amélie Poulin (ne Il favoloso mondo di Amelie, J.P. Jeunet 2001) faceva le stesse cose (con un diverso intento): rovesciava le maniglie delle porte o scambiava i tubetti di creme e dentifrici alla sua vittima che voleva allo stesso tempo punire ed educare. Ma forse anche rubare i nanetti da giardino sarà presto etichettato dai giornali come gaslighting.

Dietro l’inglese planetario non c’è solo l’aspetto linguistico, il progetto del globalese è funzionale anche a rendere tutta la letteratura e la cultura in lingua inglese un capitale condiviso dall’umanità che diviene in questo modo il principale punto di riferimento a cui guardare, come se ogni altra cultura non esistesse o non fosse altrettanto importante. Ed ecco che da un film di Hollywood si estrapola una metafora da esportare in tutto il mondo, come se quella pellicola fosse un bene comune dell’umanità, e non un prodotto culturale di un Paese e di una cultura come tutte le altre. Come se il pianeta intero dovesse conoscere il particolare delle lanterne a gas di una trama utilizzata istintivamente dagli psicologi statunitensi solo perché fa parte della loro cultura.

Il gaslighting in Francia e Spagna

Sulla Wikipedia in italiano la voce gasligthing riporta l’alternativa “manipolazione psicologica maligna”, ma su quella in spagnolo si viene indirizzati alla voce “luz de gas“, perché gli spagnoli hanno fatto la cosa più semplice che si possa fare: invece di importare una metafora direttamente in inglese – pensate un po’! – l’hanno tradotta e dicono “luce del gas” come nella lingua originale (incredibile!). Alla voce “luce” del Dizionario della Reale Accademia Spagnola si legge: “Gettare luce del gas su qualcuno (hacer luz de gas a alguien) significa cercare di fargli dubitare della sua ragione o del suo giudizio con uno sforzo prolungato per screditare le sue percezioni e i suoi ricordi.”

E su un giornale come El País si trovano articoli che usano questa espressione normalmente!

Nel dizionario della lingua francese del Quebec, invece, usano l’espressione “deviazione cognitiva” (détournement cognitif) e dunque hanno impiegato risorse francesi già esistenti per formulare in modo ben più comprensibile lo stesso concetto che i nostri giornali vogliono diffondere in inglese, buttando alle ortiche le espressioni che abbiamo sempre utilizzato. Perché la nostra classe dirigente e i nostri intellettuali sono piccoli uomini (e piccole donne, per carità!) che si limitano a ripetere in modo acritico, come scolaretti, il pensiero dell’anglosfera nella stessa lingua, con la stessa terminologia, incapaci non solo di tradurre una metafora, ma più in generale di elaborare una propria visione del mondo e una propria cultura a livello sia concettuale sia linguistico.

Una previsione

Ho già parlato più volte dei picchi di stereotipia giornalistici che ci hanno imposto la lingua del lockdown, del green pass e delle fake news. Di solito sono caratterizzati da cicli che per un certo periodo martellano in modo ossessivo con una stessa parola fino a quando cessa di essere l’argomento in primo piano. Il risultato sulle frequenze, quando si tratta di anglicismi, è che dopo un primo picco si abbassano, ma rimangono mediamente più alte di prima: è la prima fase in cui una parola inglese è così introdotta, magari con le virgolette e le spiegazioni.
A distanza anche di anni arriva spesso un altro picco e questa volta la parola già introdotta perde le virgolette o non è più affiancata dalle spiegazioni, si dà per scontata. E in questo modo la frequenza sale ulteriormente e si radica.

Gaslighting si sta facendo strada da anni, e ha tutte le caratteristiche per affermarsi (lo tenevo d’occhio da tempo, ma ora l’ho dovuto per forza aggiungere sul Dizionario AAA).

Con il nuovo picco mediatico del 2022 il dibattito già esistente sull’introduzione del reato di manipolazione psicologica rischia di trasformarsi presto in una legge sul gaslighting, magari sull’onda di qualche campagna internazionale legata ai diritti delle donne che ne può orientare il significato su alcuni aspetti più ristretti.
Dal linguaggio mediatico l’anglicismo rischia di finire in quello politico e delle sentenze, come è già avvenuto nel caso dello stalking (persecuzione), del mobbing (le vessazioni che sono un itanglismo non in uso in inglese) del bossing (vessazioni dei superiori) o dello straining (soprusi).

Se dall’espressione iniziale del film Gaslight si è passati alla desinenza in -ing che porta dalla lanterna a gas all’attività di fare luce, si affermerà anche il gaslighter, di cui si intravedono le prime occorrenze, invece di manipolatore, così come si parla ormai di stalker, al posto di persecutore.

Non ho la sfera di cristallo, ma accetto scommesse sul fatto che la luce di questo tipo di lampade finirà, come al solito, per oscurare l’italiano.

Millennial(s) e Gen Z: la nostra identificazione attraverso le categorie d’oltreoceano

In un articolo sul Corriere di ieri (Diana Cavalcoli, 3/4/2022) intitolato “Millennials, Gen Z, boomer: chi perde la sfida delle generazioni tra pandemia, guerra (e incertezza)”, si può leggere:

“Tacciate per molto tempo di essere delle generazioni di «bamboccioni» dalla vita facile, i Millennial e la Gen Z si trovano ad affrontare oggi sfide e complessità senza precedenti. Si pensi solo ai due anni di emergenza sanitaria, tra Dad e lockdown, seguiti dallo scoppio della guerra in Ucraina…”

Ragionamenti come questi si possono trovare un po’ dappertutto, non solo sui giornali, ma anche nei libri, nei rotocalchi televisivi chiamati talk show, sulle piattaforme sociali, chiamate social, e nelle chiacchiere dei tronisti del Web che si definiscono influencer, Youtuber e via dicendo. Sono analisi tipiche di un Paese culturalmente e socialmente colonizzato, e dietro il ricorso ai numerosi anglicismi c’è semplicemente questo fatto: non siamo più in grado di elaborare nulla, non siamo più in grado di pensare con la nostra testa. L’apparato mediatico e culturale si limita a ripetere e a diffondere il pensiero d’oltreoceano in modo acritico e pappagallesco, trapiantando categorie che non ci appartengono e facendole diventare nostre. In questo modo si attua un’opera di catechizzazione che riguarda la nostra identità.

Chi sono i Millenial(s)? Che cavolo è la Gen Z? Perché mai, per motivi anagrafici, dovrei appartenere alla X generation? È un’etichetta astratta pensata nel mondo anglosassone con cui non mi identifico affatto, che non mi descrive e mi risulta aliena e alienante.

Chi ha inventato queste categorie e questa discutibile tassonomia dalla nomenclatura in inglese piuttosto arbitraria e soggettiva? Alcuni sociologi statunitensi, ovviamente. E noi, succubi, incapaci di elaborare la nostra società, non facciamo altro che trapiantare questi concetti astratti e regalare loro un’aura di realtà, come se i millennial fossero delle entità biologiche. L’articolo in questione, del resto, non fa che ripetere le analisi di un giornalista della testata Bloomberg, Mark Gongloff, che riflette sui giovani statunitensi, e non certo italiani. Lì, anche se l’occupazione è attualmente inferiore alle media pre-pandemica, negli ultimi due anni si è registrata una forte crescita da noi sconosciuta. La giornalista, nel riprendere le stesse analisi, le applica alla realtà italiana aggiungendo che da noi è molto peggio perché “sono in aumento i «Neet», acronimo di «Not in Employment, Education or Training». Parliamo cioè dei giovani nella fascia 15-34 anni che non studiano e non lavorano e che sono saliti a 3 milioni, di questi 1,7 sono ragazze.”

In un Paese culturalmente sovrano, un intellettuale, o un giornalista, dovrebbe essere in grado di elaborare il dramma del lavoro e delle nuove generazioni in Italia. Ma poiché siamo sempre più una colonia, non ci resta che partire da ciò che si elabora negli Stati Uniti e provare ad applicarlo nella nostra provincia, attraverso concetti e categorie espresse in inglese. Ed ecco il lockdown, i Neet, la gen Z… e la miriade di anglicismi che ci schiacciano.
Io non ce l’ho con questo articolo del Corriere in particolare, è solo un esempio di una cultura e un’informazione che è ormai omologata a questi canoni in ogni ambito. È tutto così. Basta leggere sulla Wikipedia voci come Generazione Y per rendersene conto:

“Con i termini Generazione Y o Millennial si indica la generazione dei nati tra il 1981 e la metà degli anni ’90. La Generazione Y ha seguito la Generazione X ed è seguita dalla Generazione Z. (…) I membri della Generazione Y vengono detti Millennial, anche se nel linguaggio giornalistico italiano il termine è stato spesso usato erroneamente, stravolgendone il significato originale, per indicare i nati dal 2000 in poi.”

Perché mai un giornalista italiano userebbe “erroneamente” una categoria espressa in inglese come “Millennial” interpretandola diversamente da quanto scritto nei testi sacri originali? Dove sta l’errore? L’errore, il male, sta nel non identificarsi con ciò che arriva dagli Usa, come per un tolemaico non era possibile mettere in discussione ciò che attribuiva ad Aristotele, nemmeno se cozzava con l’esperienza. Personalmente parlerei per esempio di nati del nuovo millennio, per riferirmi ai figli del Duemila, e delle elucubrazioni dei sociologi americani francamente me ne infischio. E parlerei dei giovani disoccupati, come si faceva una volta, o dei tassi di abbandono dello studio per descrivere i disastri politici, sociali, economici e culturali italiani.
Ma in questo vuoto di cultura, stiamo confondendo la nostra realtà con delle categorie che vogliono descrivere e interpretare la realtà, ma che sono state concepite altrove. Queste dottrine vengono ripetute come fossero oro colato e non interpretazioni che si possono mettere in discussione o sostituire con altre più appropriate alla nostra povera Italia.

La tassonomia divulgata dalla Wikipedia, ci spiega che “Con il termine Generazione Z (o Centennial, Digitarian, Gen Z, iGen, Plural, Post-Millennial, Zoomer) ci si riferisce alla generazione dei nati tra il 1995 e il 2010”. A parte “generazione Z” invece di “Z geneation” non c’è un nome in italiano! E questo è ciò che passa il convento e genera la nuova cultura, di cui la Wikipedia non è la causa, ma l’espressione.
Prima dei Millennial (1980-1990) e della Gen Z (1995-2010) c’era la Generazione X “coloro che sono nati tra il 1965 e il 1980”.
Prima ancora c’erano i figli del Baby Boom, oggi chiamati spregiativamente boomer per indicare chi è nato tra il 1946 e il 1964 (negli anni ’60 i giovani parlavano di matusa per bollare le generazioni che li avevano preceduti).

E i nati ai giorni nostri che generazione sono? Semplice: si chiamano Generazione Alpha, sempre stando alla Wikipedia, che recita: i “membri della Generazione Alpha sono per la maggior parte i figli dei membri della Generazione X e dei Millennial. Mark McCrindle, durante un discorso a un evento TEDx nel 2015, chiamò ‘Generation Alpha’ coloro nati dal 2010 in poi.”

Tutto chiaro? Se Mark McCrindle durante un evento al Ted li ha chiamati così, non ci resta che trascrivere tutto sulla Wikipedia e farlo diventare il nostro nuovo modo di identificarci, in attesa che qualcuno, dall’altra parte del mondo, ci spieghi chi siamo (e chi saremo anche nel futuro) attraverso dei nuovi anglicismi che non sono “universali”, bensì “universalizzanti”: più che descrivere la realtà ne danno una rappresentazione concettuale ideologizzata che ci ingloba in una visione omologante, anche se ci è estranea.

Da noi un tempo c’erano i Sessantottini, che avevano fatto il ’68, poi ci sono stati gli anni di piombo, e poi quelli che erano stati chiamati gli anni del riflusso… (e c’erano anche analisi sociologiche di primo piano di intellettuali di primo piano come Gramsci, Pasolini, Umberto Eco… e non i nuovi intellettuali-satrapi). Ma queste categorie legate alle vicende generazionali italiane le possiamo ormai buttare nel cesso, perché nelle colonie è necessario riscrivere la storia con le categorie e i concetti delle società dominanti. E quando queste categorie concettuali espresse in inglese arrivano a definirci e a identificarci come generazioni, la faccenda è grave. Non stiamo importando oggetti nuovi inventati negli Usa come il mouse o il computer, stiamo americanizzando noi stessi nella newlingua che esprime il pensiero globale unico da esportare in tutto il mondo. Ma del resto ciò che caratterizza il made in Italy è l’italian design. E l’Italia è questa qua.

Dantedì e Dantenò

Il venticinque marzo duemilaventieunpo’, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò linguisticamente poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Tra le news dei magazine, i post dei social e gli spot dei brand, riecheggiava il boom dell’escalation dell’itanglese. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche etimo Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. In bocca al Boccaccio le graphic novel nobilitavano le novelle; la Commedia di Dante, prendente la forma di black comedy, seguiva la divina sorte di “vino” nelle insegne dei Wine bar. Gli italiani bevevano whisky and soda senza più sentirsi disturbà.

Mentre il 25 marzo scorso ricorreva la terza edizione del Dantedì, lo stato della lingua italiana si potrebbe riassumere in questa libera reinterpretazione dell’incipit dei Fiori blu di Raymond Queneau. Il lessico storico di derivazione molto eterogenea – greca, latina, francese, araba… – si sta riempiendo di anglicismi crudi, e non adattati, che invece di “disturbarci” (come il whisky della canzone di Carosone) ci appagano e ci nutrono. Li facciamo nostri e li utilizziamo in modo sempre più sfrenato per riverniciare, o forse seppellire, i secolari substrati danteschi del nostro idioma.

Questo Dantedì mi pare sia proprio un’occasione mancata, volta al passato, che non ha nulla a che vedere con la valorizzazione dell’italiano, di cui non importa niente a nessuno. Leggere sui giornali le notizie che riguardano le iniziative del 2022 è sconfortante.

Dantedì venti ventidue (come si dice adesso)

A Ravenna, dove sorge la tomba di Dante, la rivista locale denominata tipicamente RavennaToday saluta l’iniziativa come “un weekend a tutto sprint” (e anche “sprintoso“) fatto di sagre, street food, musica live e mercatini che si declinano nel “Garage Sale che torna con le sue proposte vintage, workshop e truck food”.

In Campania hanno inaugurato per l’occasione la Dantedì artecard che offre ben “4 pass digitali” con agevolazioni per la visita di mostre e musei e un’app realizzata da Scabec, che la testata Sky tg24, nella sezione Lifestyle, definisce la società in-house della Regione Campania. La rivista Amica, dalla sezione Party People, spiega che gli abbonamenti valgono tre giorni, ma c’è anche la formula per tutto l’anno denominata 365 Lite, una versione speciale e limitata dell’abbonamento Gold.

Intanto il Ministero della Cultura, dalla sua home, ha pensato bene di organizzare un Public Speaking Dantedì, per commemorare l’italiano in itanglese.

Se guardiamo cosa accade tutto intorno al Dantedì, metaforicamente ma anche letteralmente in un articolo del Corriere che lo celebra, vediamo che la lingua del bel Paese dove ‘l sì suona è accerchiata dalla lingua dell’ok.

Quando una bella invenzione onomaturgica nata in un confronto tra Francesco Sabatini e il giornalista Paolo Di Stefano (che aveva più volte proposto di introdurre questa festa) si storpia nel Dante Day come fosse la cosa più naturale del mondo, significa che le celebrazioni dantesche si trasformano in una ricorrenza come il giorno dei morti, e non in un’occasione per rilanciare la nostra lingua.

Il tema dell’anglicizzazione non solo non viene affrontato, ma non viene nemmeno posto, in uno sfondo politico e culturale dove si dà per scontato che l’italiano contemporaneo coincida con l’itanglese, che allo stesso tempo viene negato, in modo schizofrenico, proprio da tanti che lo praticano con orgoglio.

Questo stesso miope presupposto sorregge l’idea di un Museo della Lingua italiana, annunciato come imminente proprio un anno fa, in occasione della ricorrenza dei 700 anni della morte del Sommo Poeta; ma adesso è stato procrastinato al 2022, e rischia di essere l’ennesima “franceschinata”, l’ennesimo progetto annunciato dal nostro ministro per i Beni Culturali destinato a fare la fine del portale VeryBello e forse del progetto ITsArt, che dopo nemmeno un anno dal suo lancio ha cambiato per la terza volta amministratore delegato e non si capisce ancora in che cosa consista concretamente. L’assenza di una politica linguistica, nel nostro Paese, produce solo queste cose.

Queste celebrazioni dell’italianità concepite in modo finto, inutile e superficiale finiscono per morire presto nello sperpero di fondi che potrebbero essere impiegati in modo più intelligente e costruttivo.

Il Dantenò: il 26 marzo finalmente anche la festa dell’itanglese!

Perché allora non affiancare al Dantedì una nuova bella festa dell’itanglese, per essere moderni e internazionali e per celebrare e ufficializzare la newlingua dei giornali e delle istituzioni?

Basta ipocrisie! Se Dante appartiene alla storia e al passato, invece di rappresentare un modello da far rivivere e mettere in pratica nel presente e nel futuro, propongo una raccolta firme per sancire definitivamente l’itanglese. Vuoi vedere che questa volta le istituzioni che hanno sempre ignorato le mie iniziative a favore dell’italiano – le petizione a Mattarella, le proposte di legge a Camera e Senato, le lettere a Franceschini, Di Maio o Draghi e tutte le altre istanze rimaste senza risposte – si dimostreranno più sensibili?

Si potrebbe chiamare il Dantenò, e potrebbe svolgersi il 26 marzo. Il giorno dopo, anzi il day after del Dante Day, come il San Valentino è seguito da San Faustino, il protettore dei non innamorati, anzi dei single.

Firma anche tu per il Dantenò, una bella festa, anzi un bel party, moderno e internazionale per ufficializzare la lingua di Franceschini e dei giornali, delle ferrovie e delle poste italiane, dell’informatica e del lavoro…

W il Dantenò, la notte di Dante, il Don’t Alighieri.

(Di seguito Corrado D’Elia recita il beginning dell’Infernal Tour della Divina Comedy)

La grammatica dell’itanglese

Chi non conosce il fenomeno dell’exploring nell’innamoramento?
È un concetto che in italiano potremmo tradurre con “fase iniziale di esplorazione conoscitiva nella formazione di una coppia”. La durata di questo periodo può variare, ma si tratta di un processo delicato e determinante per il successivo consolidarsi del legame di coppia.

Non lo avevate mai sentito?
Ci siete cascati?

L’exploring l’ho inventato io in questo momento e non esiste, come non esiste il libro in figura. Ma il punto è un altro. È vero che la fase iniziale della conoscenza è importante. E anche se battezzare tutto ciò con “exploring” è un falso, suonerebbe serio, plausibile e anche suadente, nella bocca del sedicente esperto.

Perché?
Perché nella “fase iniziale della formazione” di una parola-concetto, basta che suoni inglese per apparire fondamentale; e anche perché la suffissazione in “-ing” è diventata così frequente da essere non solo normale, ma foriera di infinite possibili neo-coniazioni ibride.
È arduo quantificare tutte le forme in “-ing” che ci tocca ing-oiare, ma basta fare zapping sui dizionari e sui giornali per fare un po’ di “chiaring” sull’attuale restyling dell’italiano.

I suoni in “-ing”

Nel mondo del lavoro, dopo l’epoca dei meeting, le riunioni creative sono spacciate per brainstorming, una prenotazione è booking, la pianificazione il planning, la tempistica il timing, l’esternalizzare è outsourcing, la pubblicità advertising, le confezioni packaging; si parla come fosse normale di branding e briefing, di merchandising e di franchising, e tra parole come platforming, engineering, manufacturing e tante altre, nell’era del marketing questa è la lingua che si impiega per indurre allo shopping.
Vanno di moda il counseling e il coaching, nell’editoria le revisioni sono diventate l’editing, lo scrivere è il writing, e c’è anche il ghostwriting, oltre allo stoytelling. Mentre le letture diventano reading e la scelta del carattere è il lettering, l’inglese è ormai overbooking.

Nel linguaggio informatico, per essere multitasking, si impone lo “switching alla terminologia inglese: lo scrollare le pagine è lo scrolling, i grafici utilizzano il morphing, bisogna stare attenti allo spamming e al phishing, e poi c’è il debugging, l’hosting e l’housing, lo streaming, il podcasting e il webcasting. Sul cellulare c’è il roaming, e le piattaforme di dating ci permettono di cercare partner nella speranza di fare almeno un po’ di petting.

Le parole in “-ing” spopolano nel linguaggio economico (trading o dumping), persino in quello della giurisprudenza che dovrebbe stare un po’ più al sicuro (dai contratti leasing allo stalking e al mobbing) e in ogni ambito. Nel casting degli anglicismi ci sono i fenomeni di costume come fare outing, c’è il bookcrossing, il caravanning, la cucina è cooking e richiede il catering, l’assistenza infermieristica è il nursing, la pesca incontrollata è l’overfishing, nelle “beauty farm” si offre il peeling, nelle palestre si fa bodybuilding… Nello sport, dopo il dribbling e il pressing, oggi va forte il curling, ma c’è anche il trekking, il surfing e il windsurfing, il canyoning e il rafting, lo spinning, l’acquaspinning e l’aquaplaning e poi il Nordic Walking, il footing, il jogging e il running.


L’italiano si sta facendo proprio un bel lifting. Tutto chiaro o devo fare lo spelling?

Lo pseudo-anglicisming

Queste sono solo le parole più popolari, ma se ne potrebbero aggiungere molte altre, meno frequenti o più tecniche. E un fenomeno come questo non si può spiegare con la favola dei prestiti linguistici. Non stiamo importando parole isolate, stiamo trapiantando un preciso suono e una precisa suffissazione che si trasforma in una grammatica inconscia e in una regola formativa.

Tra queste parole, infatti, ce ne sono molte che sono pseudoanglicismi assenti nell’inglese. Si tratta di veri e propri itanglismi, apparentemente inglesi, costruiti su quel modello linguistico, invece che sui nostri suoni.
In inglese il lifting non è un ritocchino, ma un “sollevare” e un campeggio non è un camping. Camping è l’atto di dormire in tenda o all’aperto, mentre il luogo dove ciò avviene si chiama camping site o campsite. Lo stesso si può dire di parking, che è il parcheggiare e non il parcheggio (car park cioè parco auto).
Anche il mobbing che in italiano indica i comportamenti vessatori sul lavoro, in inglese indica invece un “assalto di gruppo” e l’accezione italiana è incomprensibile per un anglofono. Eppure su questo modello si sono poi sviluppate parole come straining (forma di mobbing leggero o attenuato: sentenza della Corte di Cassazione n. 3977 del 19 febbraio 2018) o bossing (soprusi del capoufficio o dei superiori).

La suffissazione istintiva: petaloso, footing ed escalering

Stando alla Treccani, la parola “petaloso” era comparsa in un articolo di Michele Serra nel 1991. Ma la storia di questa “non-parola” deve la sua fortuna alla stessa suffissazione apposta a petalo da parte di un bambino delle elementari che l’ha impiegata nel 2016. Se avesse avuto un’altra maestra il suo tema sarebbe forse finito in un libro di “errori” come E io speriamo che me la cavo che raccoglieva gli strafalcioni di 60 temi. Ma l’insegnante di turno rimase invece colpita dalla creatività dell’alunno – il sentimento fu espresso in itanglese con un bell’OK – e la segnalò alla Crusca. I cruscanti, gentilmente, risposero che il neologismo era ben formato, ma che non era in uso. La verità è che certe suffissazioni in “-oso” sono diffuse da decenni nelle pubblicità (morbidoso, comodoso, scattoso) e proprio in quegli anni spopolava l’inzupposo del Mulino Bianco in bocca ad Antonio Banderas. Che cos’hanno in comune uno straniero e un bambino? Entrambi costruiscono la loro grammatica per analogia, senza sapere che certe parole non esistono, e non sono in uso, anche se ben congegnate. Perché la loro padronanza del lessico è scarsa.
Ecco, la stessa cosa si può applicare a molti degli pseudanglicismi all’italiana. E dopo petaloso, il prossimo neologismo da rotocalco potrebbe essere per esempio petalosity, invece di petalosità, visto che l’inglese è il nuovo modello formativo a orecchio e istintivo per ogni neologia.

I meccanismi sottostanti ai neologismi a base inglese non coinvolgono solo l’italiano; nell’attuale “tsunami anglicus” globalizzato si ritrovano (in maniera ridotta) anche altrove. La traduttrice Anna Ravano mi ha girato un articolo spagnolo che segnala proprio l’invenzione di “escalering” per indicare la pratica sportiva del salir le scale.

E, passando al francese, molto probabilmente è da lì che abbiamo importato lo pseudoanglicismo footing (cfr. “All’origine degli pseudoanglicismi: footing e autostop”), uno dei più antichi, che risale alla fine dell’Ottocento ed è stato ricavato arbitrariamente dalla radice foot (piede).
Se in francese e in spagnolo questi fenomeni sono ben più sporadici, in italiano sono oramai inarginabili, e non accadono solo per i suoni in “-ing”. Stiamo assistendo a un numero sempre più ampio di radici inglesi che si ibridano, si ricombinano tra loro, si espandono nel nostro lessico e si trasformano così in qualcosa che è più ampio del “prestito lessicale”: diventano regole formative costruite sull’imprinting dell’inglese.

Suffissazioni in “-er”

Nel 1966, nel finale del film di Sergio Leone Il buono, il brutto, il cattivo, c’era la scena del triello, il duello a tre che è diventato il titolo della colonna sonora di Ennio Morricone. La parola è stata poi annoverata nei dizionari ed è persino diventata una popolare fase di gioco del programma L’eredità su Rai 1, attualmente condotto da Flavio Insinna.

Nella puntata del 9 marzo scorso, lanciando il gioco, il conduttore ha parlato scherzosamente di “triellers” per indicare i triellanti, come si potrebbe costruire per analogia sul modello di duellanti. Ma la cosa che mi ha colpito è che #triellers è davvero un’etichetta usata su Twitter dai fanatici del programma che si cimentano in diretta nell’indovinare le soluzioni (traduzione dell’ultimo periodo un po’ difficile e da “boomer”: l’hashtag dei tweet dei fan per i contest online in real time).

Perché accadono queste cose? Perché ci vien da dire triellers invece di triellanti?

Perché i ciclisti e motociclisti diventano biker, i ciclofattorini sono detti rider, gli autisti driver, gli scrittori writer, i creativi pubblicitari copywriter e i parolieri song writer, i giocatori e anche i protagonisti della scena sono player, i diretti interessati sono stakeholder, gli influenti sono infuencer, gli odiatori hater, gli spacciatori pusher, gli artisti perfomer, gli inviati reporter e i fotografi fotoreporter, gli allibratori bookmaker, gli agenti di cambio broker, i padroni o i timonieri di un’imbarcazione skipper, i persecutori stalker, gli allenatori trainer, i transessuali transgender, gli addetti ai lavori insider e i vincitori inaspettati outsider, i controllori controller, gli escursionisti trekker, i corridori runner, i disegnatori industriali designer, gli annunciatori speaker, i navigatori surfer, i guerrieri fighter… E così tra bomber, stopper, hipster, hacker, youtuber… accade che chi fa spam non sia uno spammatore ma uno spammer, così come un rocchettaro è un rocker, un bloggatore un blogger… in attesa che i lavoratori diventino forse jobber, i saltatori jumper, i pattinatori roller, e gli acquirenti shopper… e già si vedono le prime tracce anche di questi usi.

L’italiano evolve quasi solo anglicizzandosi, ed ecco perché poi spuntano, seppur scherzosamente i triellers, perché abbiamo abbandonato il suono dell’italiano per fare nostro quello inglese, e ci stiamo dirigendo forse verso l’assimilazione delle “s” per indicare i plurali che prendono piede sempre di più anche sui giornali e in altri linguaggi di settore (soft skills, stakeholders…).

C’è un caso davvero emblematico che ben rappresenta lo stato della nostra lingua nella sua transizione verso l’italiano newstandard, quello degli umarells.

Anglicizziamo anche i dialetti: l’itangletto degli umarells

Da qualche tempo si è diffusa una voce di origine dialettale per indicare quei pensionati che guardano con le mani dietro la schiena gli scavi nei cantieri, controllando lo stato dei lavori, disapprovando le modalità di intervento o erogando consigli su come si dovrebbe intervenire nel giusto modo. La parola umarell (con due elle), registrata dallo Zingarelli nel 2007, nasce dal dialetto bolognese umarèl, cioè un dispregiativo di “uomo” che corrisponderebbe in italiano a ometto, omiciattolo o omarello, volendo adattarlo. Si tratta di una voce recente, visto che non è contemplata dai dizionari dialettali ottocenteschi che riportano invece termini come umêtt, umarêtt, umein, umarein e uminein (cfr. Marco Brando, “Umarèll, la parola in cantiere“, Treccani, 10/1/22). La voce si è poi diffusa un po’ in tutta Italia ed è diventata un internazionalismo annoverato addirittura nella Wikipedia in inglese.

A scatenare la fortuna della parola è stato Danilo Masotti, un simpatico personaggio che nel 2015 ha preso “umarel” e gli ha attribuito il nuovo significato da macchietta in articolo del suo blog Spettro della bolognesità per poi aprire un sito dedicato all’argomento che si chiamava “umarells”, con la geniale pensata di raddoppiare la “l” finale e di appiccicare alla voce bolognese la “s” del plurale all’inglese che dava al tutto una patina di moderna pseudointernazionalità. Ne è scaturito anche un libro intitolato Umarells forever (dove la dicitura “per sempre” seguiva il titolo in inglese come una didascalia, anche se nell’ultima edizione è stata anticipata). Questo episodio non è isolato. Con il pretesto di essere spiritosi spuntano i triellers e gli umarells, ma ci sono anche gli youtuber vibonesi che si chiamano “Terrons” come ci sono gli “italians” di Beppe Severgnini. Forse sarebbe ora di cominciare a parlare anche di bolognesity, invece che di bolognesità, e di usare un più moderno ghost, al posto di un arcaico spettro.

Tutto ciò per ora è un vezzo comico estemporaneo e occasionale – si potrebbe forse dire one shot che tende a rimpiazzare una tantum nell’attuale sostituzione del latinorum con l’inglesorum – ma ridendo e scherzando è anche la spia di un processo psicolinguistico ben più profondo.

Che cosa si agita nella testa di chi ricorre a queste commistioni?
Lo stesso processo mentale che senza alcuna ironia ci fa dire writing invece di scrivere, reading invece di declamare, blogger invece di bloggatore, hater invece di odiatore, economy invece di economia, green invece di verde, smart invece di intelligente… in una catena di espressioni che travalicano il concetto ingenuo del “prestito”.
Io non ce l’ho con Masotti o i triellers, sia chiaro, ma una mente linguisticamente “sana” – o “decolonizzata” per usare l’espressione di Ngũgĩ wa Thiong’o – partorirebbe triellanti e omarelli, o lascerebbe una voce dialettale senza anglicizzarla con la “s” e gli accostamenti a forever.

Il problema dell’italiano 2.0 sta tutto qui: i nostri suoni non ci vengono più spontanei, non ci piacciono più, li dobbiamo abbandonare o mescolare a quelli inglesi creando di continuo nuovi itanglismi.

È una nevrosi compulsiva irrefrenabile in ogni ambito. Per questo ogni titolo di manifestazione culturale o gastronomica si esprime ormai in inglese – come nei titoli dei film – o con giochi di parole che ammiccano all’inglese; per questo Alitalia è diventata ITA Airwais (con la “s” del plurale), per questo il portale per celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme tranne la lingua si chiama ITsART, per questo l’italiano sta morendo e si sta trasformando in una lingua creola.

L’italiano nella transizione dal suono toscano al sound inglese

“Se l’italiano derivasse da un dialetto della Val Padana, – si legge nel “Morbus Anglicus” del 1987 a proposito di anglicismi – se Dante, il Petrarca e il Boccaccio fossero nati, per esempio, a Bergamo, e se il parlare di quella città fosse stato accettato dal resto del nostro paese, le difficoltà sarebbero minori. Ma Dante, Petrarca e Boccaccio hanno scritto in fiorentino; la lingua che abbiamo ereditata dai nostri antenati è il fiorentino (con qualche cambiamento, s’intende, e con accrescimenti lessicali).”

Arrigo Castellani era toscano, e le parole che terminavano in consonante gli dovevano suonare particolarmente inaccettabili. E infatti aggiungeva che “un italiano in cui le parole terminassero per –t, –ft, –sp, –ps, –nk, ecc., non sarebbe nemmeno più una lingua nel pieno senso della parola” e si ostinava persino a dire e a scrivere filme invece di film.

Il dialetto milanese

Io sono milanese, invece, e anche se il dialetto meneghino lo capisco, non sono in grado di usarlo in modo attivo. Faccio parte della generazione che ha conosciuto lo spezzarsi della tradizione orale per cui era la lingua naturale in famiglia o nel quartiere e sono cresciuto usando solo l’italiano. Mio padre, al contrario, con i nonni e gli zii parlava ancora in dialetto, ma tutti, nel rivolgersi a noi bambini, cambiavano registro e usavano l’italiano.
Fino agli anni Settanta per la città si sentiva parlare il milanese, tra milanesi, ma la composizione sociale urbana era diversissima rispetto a vent’anni prima e tutto era molto cambiato con le migrazioni dal sud. In un primo tempo sorsero dei problemi di incomprensione fortissimi per chi sapeva esprimersi solo nei rispettivi dialetti, perché non tutti erano capaci di usare l’italiano con disinvoltura, né quelli che erano bollati negativamente come “terroni” – prima che analoghe forme di razzismo venissero rivolte ai nuovi migrati extracomunitari – né alcuni meneghini. Le cose sono cambiate con i “matrimoni misti” e i milanesi di seconda generazione, quando tutti ormai parlavano l’italiano e le differenze erano solo nelle cadenze e nelle inflessioni.
Il problema dell’intercomprensiblità non riguarda solo il lessico e la pronuncia di certe parole, ma anche la sintassi. E di recente una peruviana che sta studiando l’italiano e fa la panettiera in un piccolo borgo della Brianza, dove la gente parla ancora in dialetto, mi diceva che stava cominciando finalmente a capire anche il milanese, ed era molto stupita da espressioni come “me pias no” che vuol dire: “Non mi piace”, dove il “no” che nega la frase si pone alla fine, non all’inizio.
Crescendo, ho assistito alla morte del milanese, almeno in città. Decennio dopo decennio, visto che non era trasmesso alle generazioni successive, è scomparso, con il morire dei vecchietti che lo parlavano. E adesso non si sente più. Qualche anziano lo parla ancora all’interno delle mura familiari, ma – al contrario dell’itanglese sempre più diffuso – non si sente, a meno di non spostarsi nei paeselli lombardi lontani dal capoluogo.
Per fortuna non tutti i dialetti hanno fatto questa brutta fine. Ma l’abbandono del milanese è legato anche ad altre ragioni ben più antiche, che risalgono all’unificazione dell’italiano parlato. Oggi, conoscere un dialetto è considerato un arricchimento culturale e un mantenere il legame con la propria tradizione locale, ma agli inizi del Novecento, quando l’italiano non era ancora un patrimonio comune di tutti, parlare il dialetto era considerato un atto di ignoranza, come a testimoniare l’incapacità di parlare l’italiano. Apparteneva ai ceti incolti, e veniva deprecato, esplicitamente vietato e punito a scuola dove si doveva insegnare e praticare la lingua comune a tutti, un principio che si era affermato all’epoca del fascismo. Anche da questo sentore è nata la consuetudine di parlare ai figli direttamente in italiano negli ambienti domestici, per incentivarli alla lingua nazionale e sradicare “l’ignoranza”.
L’unificazione dell’italiano, che è una cosa bella, in alcune aree è però stata pagata con la perdita dei dialetti locali, ed è stato un prezzo molto alto.

I dialetti dell’antichità e la loro toscanizzazione

Facendo un passo indietro di molti secoli, i dialetti italiani, nati dallo sfaldamento del latino tardo e medievale che prendeva le sue proprie forme in ogni località, avevano un grado di intercomprensibilità forte, rispetto ai giorni nostri. Nel Cinquecento, nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, che probabilmente fu scritto da Niccolò Machiavelli, si legge:

“Quello che fa ancora differenti le lingue, ma non tanto che le non s’intendino, sono la pronunzia e gli accenti. Li Toscani fermano tutte le loro parole in su le vocali, ma li Lombardi e li Romagnuoli quasi tutte le sospendono su le consonanti, come è pane e pan.”

Se i dialetti non si fossero nel frattempo così diversificati, una panettiera peruviana della Brianza sarebbe oggi più facilitata nell’interagire con i clienti che le si rivolgono in dialetto. Ma allo stesso tempo la comprensibilità del toscano trecentesco è rimasta forte anche oggi, e se ciò che scriveva forse Machiavelli ci è ancora comprensibile, lo stesso vale – con qualche maggiore difficoltà – per la lingua di Dante o di Boccaccio.

Nel Quattrocento, un secolo prima dello scritto machiavellico, il poeta alla corte degli Sforza Gaspare Visconti nella premessa ai suoi componimenti si scusava del suo “non molto polito naturale idioma milanese”. E in queste parole c’era tutto il senso di inferiorità delle altre lingue, degli altri dialetti, nei confronti del toscano, che si era imposto come il modello del volgare illustre della poesia per motivi di prestigio. Solo intorno al Cinquecento questo volgare si è cominciato sempre più a chiamare ”italiano”. E il “purismo” di Bembo che aveva fissato la lingua italiana “pura” in quella delle “tre corone fiorentine” Dante, Petrarca (che però era nato ad Arezzo) e Boccaccio, aveva anche contribuito a stigmatizzare in modo negativo gli altri dialetti. Su questi principi era sorta l’Accademia della Crusca, che aveva lo scopo di separare il fior di farina, la lingua pura, dalle maleparole dialettali e dai barbarismi, criterio che mise in pratica nello stilare il suo primo Vocabolario (1612) che suonava più come un raccolta di parole “lecite”, in quanto usate dalle tre corone, che non volto a dare loro delle definizioni.
Il massimo poeta cinquecentesco, che non era più un toscano bensì l’emiliano Lodovico Ariosto, nel 1516 pubblicò l’Orlando furioso, ricco di parole padovane e settentrionalismi; ma nel pieno spirito dell’epoca, l’edizione fu rivista nel 1521 e poi toscanizzata seguendo i precetti bembiani nel 1532, con el che diventava il, (e in lonello), mentre le x si trasformavano in s e si modificavano anche le forme verbali (mostrerò invece di mostrarò o trassero invece di tràrro). E molto più tardi anche Manzoni avrebbe “ripulito” il linguaggio dei Promessi sposi con lo sciacquare i panni in Arno.
Ma il suono toscano si era già parzialmente imposto anche prima delle tre corone, quando nel Duecento era stato preso a modello dai primi letterati alla ricerca di un dialetto “illustre” che permettesse di comporre poesie intese in tutto il bel Paese, compreso lo stilnovismo del bolognese Guinizelli. In questo affermarsi del toscano vennero toscanizzate persino le liriche che precedevano la scuola toscana pre-dantesca di Cavacanti. Il “Cantico delle creature” francescano – “Altissimu, onnipotente, bon Signore…”, con la “u” di umbro – nelle versioni toscanizzate diventava “altissimo”. E addirittura la lirica in volgare siciliano che Federico II aveva fatto sorgere nel suo regno proprio in opposizione al latino della Chiesa e dei feudatari ci è poi arrivata nelle versioni toscanizzate dai copisti, e dell’originale rimangono solo pochissime testimonianze. Per esempio: Tutti li pinsaminti chi ’l spirtu meu divisa sunu pen’ e duluri è stato trasformato in Tutti quei pensamenti ca spirti mei divisa, sono pene e dolore, e queste toscanizzazioni in molti casi hanno portato a trasformare le rime originali sempre perfette, in rime imperfette.

Le affinità tra il suono inglese e quello milanese

Ho divagato, lo so. Ma tornando ad Arrigo Castellani e al milanese odierno (visto che conosco poco il bergamasco), è chiaro che l’affinità con l’inglese è diversa e meno dirompente rispetto all’italiano, che è a base toscana. Una parola come “négher” che vuol dire “nero”, è così simile a “computer” che passerebbe inosservata, se la “u” di computer non si leggesse “iu” all’inglese. E tra le canzonacce popolari in milanese mi ha sempre colpito un rifacimento di “Let’s Twist Again” – la famosa canzone di Chubby Checker del 1961 – dove “twist” diventava “t’hu vist” cioè “ti ho visto”, se si trascrive così, perché non ho idea delle norme grammaticali del meneghino che dai tempi di Carlo Porta a quelli di Svampa, che in milanese aveva tradotto Brassens, si sono più o meno codificate. In ogni caso, il ritornello si trasformava in “t’hu vist i gamb fino all’orlo di mutand” che si dovrebbe capire, credo (i gamb sono le gambe, cambia il genere), ma se non si capisce esprime ciò che oggi, in itanglese, è forse più comprensibile con l’anglicismo “upskirt” (la sbirciata sotto la gonna). In Rete si trovano denominate così le numerose documentazioni fotografiche delle scosciate televisive che si intravvedono quando l’attricetta di turno in minigonna accavalla involontariamente o meno le gambe. La corrispondenza vocalica del rifacimento della canzone in milanese, comunque, ha una corrispondenza con l’originale inglese davvero calzante.

L’english sound che ci guida (dalla toscanizzazione all’anglicizzazione)

Il punto è allora questo. L’italiano del nuovo Millennio sembra aver perso il prestigio del suono toscano che, pur avversato da tanti fieri anticruscanti e antipuristi di ogni epoca, è quello che abbiamo sempre seguito. Se, nel passato, il complesso di inferiorità linguistico era nel non essere toscani, oggi sta nel non utilizzare il giusto anglicismo. E in questo slittare dal fascino del suono toscano a quello dei suoni inglesi, tendiamo a inventarci da soli i nostri itanglismi sulla base dell’english sound un po’ come durante lo sfaldamento del tardo latino, sul sonus del latino classico, attraverso interferenze locali, straniere o incolte, spuntavano parole distanti da quelle ortodosse, per esempio caballus, al posto di equus, che ha poi preso il sopravvento, trasformandosi nell’italiano cavallo con meccanismi alla base della nascita delle lingue neoromanze, tra cui i nostri dialetti antichi che poi hanno portato all’italiano.
La differenza è che mentre questo processo è nato dal disfacimento dell’Impero romano, quello a cui assistiamo va nella direzione opposta, che spinge verso la nostra fagocitazione nel nuovo impero globalizzato che coincide con l’anglosfera.
E Castellani, subito dopo la citazione che ho riportato all’inizio, continuava:

“C’è purtroppo il rischio che questo italiano finisca col perdere la propria identità, col creolizzarsi, col divenire un dialetto usato solo in certe circostanze o per finalità pittoresche da una piccola minoranza della grande comunità anglofona.”

Rispetto al 1987, molte cose sono cambiate. Oggi fa quasi sorridere la preoccupazione di Castellani davanti alle parole che terminano in consonante e che si possono leggere come una de-toscanizzazione della lingua dove il sì suonava. Il problema è ormai ben più profondo e coinvolge non più solo il lessico, ma anche la morfologia delle parole, in cui le regole della grammatica italiana saltano, nell’ortografia, nella fonologia e anche nella sintassi.
Nel passaggio dal suono toscano al suono inglese – l’english sound che ormai ci guida nella composizione delle neologie e nella strategia di adottare in modo crudo anziché adattare come abbiamo sempre fatto – il lessico si ibrida, per cui se c’è lo screenshot e lo screening, ecco che poi nascono a orecchio lo screnshottare (fare uno screenshot) o lo screenare (fare uno screening) che coniughiamo in modo istintivo e naturale (ho provato a quantificare queste ibridazioni sul sito Treccani). E mentre queste parole non sono più né inglesi né italiane, sono ormai creole, le parole di Castellani si stanno rivelando profetiche: stiamo perdendo l’identità della nostra lingua, non solo nel ricorrere a un lessico fatto di “corpi estranei” (estranei ai nostri suoni e all’ortografia), ma ormai anche nell’importare prestiti sintattici che generano enunciazioni mistilingue. “Il social media manager ha proposto un restyling del brand green-oriented, è una lingua ibrida ben diversa dall’italiano che direbbe la stessa cosa con altre parole, ma anche con altre collocazioni: “Il responsabile della comunicazione digitale ha proposto una revisione del marchio in chiave ecologica”.
Purtroppo, dubito che qualcuno nel mondo del lavoro, sui giornali o anche informalmente tra colleghi, usi una simile formula italiana. Per farlo forse bisognerebbe “chiedere venia dell’itanglese poco pulito”, che in termini moderni corrisponde a non usare i tecnicismi che il mondo del lavoro richiede e impone, dove non adeguarsi diventa pittoresco, patetico o peggio ancora porta all’esclusione dal gruppo perché si viene percepiti come non addetti ai lavori e “ignoranti”.

L’ignoranza di cui vergognarsi è oggi rappresentata dal parlare in italiano invece che in itanglese, come un tempo era rappresentata da usare il milanese invece del toscano.
Nell’odierna lingua dei giornali, delle istituzioni e quindi della gente, la percentuale di anglicismi è altissima (nella figura su meno di 100 parole, compresi gli articoli, 13 sono in inglese).

Alcuni come bar, sport e anche stop sono ormai “normali”, passano inosservati anche se terminano in consonante – con buona pace di Castellani – come tantissime altre parole ormai “italiane”, che comunque si scrivono come si pronunciano, per semplificare (es. over). Ma le reinvenzioni sul suono inglese come “green pass” o “smart working” – che non sono prestiti ma accostamenti di radici inglesi a cui noi diamo l’attuale significato italiano – sono itanglismi a orecchio che rovesciano la nostra naturale collocazione delle parole seguendo appunto l’english sound costruito sulle regole della lingua internazionale che ci guida nel nuovo Millennio. E chi dice che tanto fra 10 anni non parleremo più di “green pass” ha forse ragione, ma ci saranno nuove parole, e molto più numerose, che suonano in inglese, perché il problema non sono i singoli anglicismi ma il suono inglese che ci guida. E questo fenomeno sarà sempre più profondo.

Tra crollo e tracollo

Il prestigio dell’inglese, in sempre più ambiti, è tale da aver scalzato e ucciso l’italiano, che rimane una funambolica possibilità tutta teorica, che non è più naturale e suona forzata. E dopo aver assistito alla morte del milanese, giorno dopo giorno mi pare di assistere alla morte della mia lingua naturale, sostituita da qualcosa che è altro. Qualcosa che non è una “normale” evoluzione, ma al contrario una trasformazione che viola tutte le regole ed esce dal normale evolversi di una lingua. Le lingue evolvono, certo, ma invece di limitarci a queste massime lapalissiane, dovremmo comprendere che nell’evolversi ci sono dei limiti e dei paletti che quando si superano portano alla morte di una lingua, e il latino è morto proprio nella sua evoluzione in qualcosa d’altro.
Oggi l’italiano sta rischiando di divenire un dialetto di un anglomondo che pensa e parla in inglese, e il prezzo da pagare per questa internazionalizzazione che coincide con l’angloamericano, non con il plurilinguismo, è troppo alto.
Accanto alla creolizzazione si intravedono le prime scelte politiche di abbandonare del tutto la nostra lingua per passare al solo inglese. Ciò avviene nelle denominazioni nazionali come Alitalia che diventa ITA Airways; nelle decisioni di insegnare nel solo inglese all’università, come nelle scuole coloniali; nella lingua degli articoli scientifici; persino nei progetti di ricerca tutti italiani come i Prin o il Fis che per legge si devono presentare e discutere solo in inglese, e non nella nostra lingua madre. E quando il principale centro di irradiazione della lingua non è più fatto dai nativi, perché le nuove parole arrivano da fuori direttamente in inglese grazie ai prodotti, alla pubblicità o alla tecnologia delle multinazionali, e a ciò si aggiunge che l’inglese diventa la lingua di comunicazione della scienza e della scuola anche all’interno del nostro stesso Paese, il rischio paventato da Castellani si è avverato, e il tracollo è già iniziato.

Addio a Sergio Lepri (e al suo giornalismo in italiano)

Il 20 gennaio si è spento Sergio Lepri, a 102 anni, e con lui si è forse simbolicamente spento anche il suo modo di fare giornalismo. Il suo nome non è molto conosciuto dalla gente, ma la popolarità, nell’era dei “social”, degli “youtuber” e degli “influencer”, è sempre più spesso inversamente popolare all’intelligenza e anche alla capacità di usare l’italiano invece dei forestierismi, uno dei cardini del modo di scrivere di Lepri.

Sergio Lepri è stato un pilastro del giornalismo italiano, stimato e rispettato dagli addetti ai lavori, tanto che il suo addio è avvenuto alla camera ardente del Campidoglio proprio ieri.
Ha diretto per trent’anni l’agenzia Ansa, sino al 1990, e per vari anni rimase un corrispondente attivo anche successivamente. Ricordo che nel 1992, quando lavoravo con l’Ansa al riversamento in digitale degli archivi storici della testata che trasferimmo su cd-rom, il suo nome veniva pronunciato sempre con toni reverenziali, perché era ancora un modello, una guida, un faro che indicava un preciso modo di fare giornalismo che aveva fatto scuola e che aveva improntato la linea dell’agenzia. I suoi manuali di giornalismo erano, e restano, aurei, anche se oggi, nella nostra americanizzazione culturale sempre più pervasiva, la formazione del settore avviene su testi anglosassoni che spiegano la regola delle 5 W (Who, What, Where, When, Why) dove chi, cosa, dove, quando e perché si portano con loro una riconcettualizzazione clonata senza una rielaborazione culturale ed espressa direttamente in lingua inglese in modo acritico.

“La storia del giornalismo non dice chi ha inventato la cosiddetta regola delle ‘cinque doppie vu’ – scriveva Lepri nel 1987 – ammesso che ne esista un inventore e la regola non sia invece nata successivamente come una ‘grammatica’ di una lingua già in corso.” Ma in questa prassi ripetuta fino allo sfinimento persino al di fuori dell’ambiente giornalistico – notava – mancherebbe una sesta domanda, “il ‘come’, importante anch’essa e a volte più importante delle altre, ma dimenticata forse solo per il fatto che, in inglese, non comincia con la ‘doppia vu’.” E poi – continuava – ci si dimentica troppo spesso che “la sua pedissequa applicazione rischia di far cominciare nello stesso modo tutte le notizie di un certo tipo.”
Ma non voglio entrare nelle questioni giornalistiche tecniche o strutturali che si trovano nei libri di Lepri, come il falso mito dell’obiettività e tante altre smitizzazioni di luoghi comuni, voglio ricordarlo per la sua attenzione per la lingua italiana.

Ripenso alle tante recenti bufale che riguardano per esempio l’Accademia della Crusca riportate dai giornali, e rimbalzate uguali su tutte le testate, come “La Crusca sdogana l’espressione ‘scendi il cane’”, oppure “La Crusca ammette la parola petaloso’”. Idiozie che il giorno dopo vengono smentite e corrette, ma che mostrano chiaramente l’ignoranza di certi giornalisti sulle questioni linguistiche e persino sul ruolo dell’Accademia. Poi riprendo in mano un libro di Lepri del 1987, Medium e messaggio. Il trattamento concettuale e linguistico dell’informazione (Gutenberg 2000, Torino) dove già nel titolo spicca la parola “linguistico”, raramente al centro delle attuali esigenze giornalistiche. Quel testo è pieno di citazioni di analisi linguistiche di spessore di autori di primo piano come Gian Luigi Beccaria, Gaetano Berruto o Tullio De Mauro. E da Tullio De Mauro Sergio Lepri aveva attinto soprattutto dal “vocabolario di base” e cioè l’elenco di quelle parole che sono comprensibili a tutti. Perché l’obiettivo di Lepri era quello di usare un linguaggio giornalistico trasparente e pulito, e il motivo ricorrente di quel testo è: “Qual è il lessico da usare in un linguaggio giornalistico che voglia farsi capire?”. Questo punto di partenza, oggi sempre più ripudiato, un tempo era alla base anche dei numerosi sondaggi Rai degli anni Sessanta, che Lepri riportava e su cui si basava nelle scelte lessicali dei suoi pezzi e di quelli dell’Ansa.

Nel 1966, il Servizio opinioni Rai aveva avviato un’indagine per monitorare la comprensione del linguaggio da parte degli italiani condotta su un campione di 1.000 persone, e da questi sondaggi è poi uscita la celebre espressione della “casalinga di Voghera”, ripresa da tanti giornalisti e trasformata nella “casalinga di Treviso” in un film di Nanni Moretti. Tra le parole “difficili” di quel sondaggio c’era anche l’anglicismo “leader”, che risultava comprensibile per il 55% delle casalinghe di Voghera senza istruzione, per l’89% di quelle di Bari che avevano terminato almeno le scuole medie, per il 37% degli agricoltori di Andria senza istruzione, per il 63% degli operai di Milano con la scuola elementare o media, e per il 97% degli impiegati di Roma diplomati o laureati.

Il giornalismo di Lepri aveva come fine quello di arrivare a tutti e di farsi capire da tutti, e l’oscurità del linguaggio giornalistico era per lui “il male”, e ciò coinvolgeva anche l’uso dei forestierismi, non per motivi di purismo, ma per motivi di trasparenza e democrazia.

Un’informazione non capita è in realtà un’informazione inesistente. (…) Le cause dell’oscurità del linguaggio giornalistico sono molteplici; (…) in primo luogo l’ignoranza o la dimenticanza, da parte di molti giornalisti, che il lettore è il naturale destinatario del suo lavoro.” In secondo luogo la tendenza a considerare la sua professione “come un’attività aristocratica, che nasce e si conclude in ambienti altamente qualificati; poi, spesso, l’incompetenza o la mancata padronanza – sempre da parte del giornalista – degli elementi tecnico-culturali e lessicali di base.” Nasce così una lingua ‘ufficiale’ accanto a quella dell’uomo della strada, “una discriminazione culturale e linguistica che diventa una discriminazione di classe.”

Queste parole restano scolpite nella storia. Ma oggi il giornalista è sempre più aristocratico e discriminatorio, e usa il linguaggio non per farsi capire, ma per controllare il destinatario, il pubblico, l’uomo della strada, che oggi si chiama il “target”. Con la sua comunicazione volutamente oscura e manipolatoria lo vuole “educare”, lo vuole incuriosire con titoloni in itanglese che sono solo tecniche acchiappone per costringere alla lettura di un pezzo che urla nel titolo l’incomprensibile, a costo di inventarselo, in modo che il lettore legga l’articolo per colmare la sua ignoranza, come nei titoloni sul south working di cui ho già parlato. In questo modo il giornalista insegna al lettore come deve parlare, invece che usare il linguaggio adatto al destinatario.
L’attenzione di Lepri per la lingua non è più una buona prassi, tra i giornalisti rampanti, che della trasparenza se ne fregano e puntano a un linguaggio in itanglese che sta uccidendo la lingua italiana, perché dai giornali poi inevitabilmente finisce sulla bocca dell’uomo della strada. E così si diffondono le fake news, lo smart working, il green pass… e tutte le altre espressioni inglesi e pseudoinglesi ripetute senza alternative fino a che non diventano le uniche espressioni in circolazione e diventano “necessarie” (cfr. “Pet, cani e giornalisti“). E così ci sono i king maker per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, in un guazzabuglio di parole come stakeholder, blockchain e centinaia di altre che la maggior parte delle persone non sa cosa significano, ma che come nel latinorum degli azzeccagarbugli servono a supercazzolare il popolino con un’informazione “inesistente” (per citare Lepri) e a trasformare chi non è d’accordo in qualcuno che non ha capito. Il nuovo giornalismo aristocratico crea divisioni e fratture sociali, punta a escludere invece che a includere.

Sergio Lepri, che ha avuto un passato di partigiano e di antifascista, non si opponeva certo ai forestierismi in nome di un nostalgico disprezzo contro i barbarismi. La comprensibilità era per lui un problema di democrazia. E per questo motivo, un po’ ingenuamente, nel 1987 aveva diviso i forestierismi in quelli ormai assimilati (bar, film, sport), in quelli di probabile assimilazione, in quelli “con licenza” – per esempio i tecnicismi che però dovevano sempre essere seguiti da una spiegazione – e poi in quelli inutili. Questi ultimi avevano delle alternative italiane, ma il forestierismo si porta con sé un prestigio superiore, notava Lepri, e certe parole spesso si caricano di un significato più o meno diverso da quello della lingua da cui provengono. Nell’elencarli, Lepri ne indicava proprio le possibili sostituzioni, in un manuale di buon giornalismo che oggi non ha equivalenti, dal punto di vista linguistico.

Quello che colpisce, rileggendo questi elenchi pratici del 1987, è che la maggior parte degli anglicismi che all’epoca necessitavano di una spiegazione, oggi sono entrati nell’uso comune (bowling, business class, check in, copyright, flash back, fotofinish, free lance…), mentre moltissimi di quelli “inutili” di cui venivano indicate le corrispondenze italiane sono ormai sempre più insostituibili (business, candid camera, discount, establishment, export-import, feedback, first lady, gadget, guardrail, handicap, jet…).

Tutto ciò è una cartina al tornasole di come l’anglicizzazione della nostra lingua sia sempre più profonda. I miopi personaggi che vanno in giro ancora oggi a etichettare gli anglicismi con il loro bollino blu, dividendoli in utili, inutili e superflui, dovrebbero rendersi conto che il loro inutile sforzo di classificazione ha una data di scadenza molto breve. E che molto presto, grazie soprattutto ai giornalisti che al contrario di Lepri non conoscono e non sono interessati alla lingua italiana e agli italiani, ciò che richiede spiegazioni non le richiederà più, mentre le virgolette introdotte per un nuovo anglicismo il giorno dopo cadono, perché quella stessa parola viene intanto registrata nei dizionari (che la registrano proprio perché si diffonde sui giornali). E quelli che sembrano prestiti “di lusso”, finiscono con il diventare “di necessità”, come è avvenuto per calcolatore ucciso da computer, mentre un esercito di giornalisti e intellettuali “non-è-propristi” è pronto a spiegare che leader non è proprio come guida, che caregiver non è proprio come badante, che lockdown non è proprio come confinamento, che selfie non è proprio come autoscatto

Intanto, i maestri del giornalismo che un tempo hanno unificato l’italiano muoiono, insieme alla nostra lingua, sostituiti dai cattivi maestri dell’italiano 2.0, l’itanglese del lessico dell’Italia e incolla.

La frequenza degli anglicismi: comparazioni con spagnolo, francese e tedesco

Come nelle barzellette, ci sono un inglese, un francese, un tedesco, uno spagnolo e un italiano.
Indovinello: chi usa più spesso l’espressione “fake news”?
L’inglese? No, sbagliato, l’italiano!

Questa non è un barzelletta, è quello che si evince dal confronto sulle frequenze registrate dall’algoritmo di Ngram Viewer di Google libri nei rispettivi corpus.

Quando la frequenza di un “prestito”, nella lingua che lo riceve, è superiore a quella della lingua “prestante”, c’è qualcosa che non va nella “prestanza” lessicale… Gli italiani, sempre più figli di Nando Mericoni, vogliono fare gli americani più degli stessi anglofoni, a quanto pare, e questo vale soprattutto per i giornalisti.

Ho già accennato allo splendido monitoraggio di Peter Doubt che analizza gli anglicismi crudi presenti sulla pagina principale delle edizioni digitali de La Repubblica, El Mundo, Le Monde e (Die) Welt (ma nell’ultimo articolo ha analizzato anche altri quotidiani). Il loro numero, in Italia, non è comparabile con quello che si riscontra nelle lingue sane.

Voglio riportare il grafico del primo mese di indagini e, come si vede, le parole inglesi in italiano sono 10 volte di più di quelle che circolano in Francia o in Spagna, e sono anche più del doppio di quelle che ci sono in Germania, un Paese dalla lingua molto anglicizzata, ma non certo come la nostra. I forestierismi in generale, di cui gli italianismi sono solo una piccola parte, su The Guardian sono invece irrilevanti.

Grafico tratto dal sito Campagna per salvare l’italiano.

L’autore della ricerca sta anche analizzando i dati sugli archivi de La Repubblica lavorando sulle singole parole, in modo analogo a quanto ho fatto anch’io più volte – ma in modo meno sistematico – con il Corriere.it. Quello che emerge, ovunque, è la crescita esponenziale della frequenza di molti anglicismi negli ultimi anni, oltre al loro prevalere sulle alternative italiane.

Questi fatti, ben poco contestabili, sono in linea anche con quanto si può estrapolare dai dati di Google libri, dove i raffronti con gli altri Paesi mostrano chiaramente come l’anglicizzazione della lingua italiana non è paragonabile a quella dei nostri vicini.

Di seguito riporto qualche esempio.
Delivery è un’espressione recente e fino al 2019 la usavamo già molto di più degli altri:

Nel 2020, però, la sua frequenza è impazzita, e oggi questa parola è ripetuta ossessivamente sui giornali, nella pubblicità e dagli addetti ai lavori – le Poste “Italiane” l’hanno persino ufficializzata nella denominazione dei loro servizi, come ha lamentato anche la Crusca – per cui è diventata ancora più comune, di grande popolarità, e sta soppiantando le alternative italiane (consegne a domicilio) e il modo in cui abbiamo sempre parlato. Negli archivi del Corriere.it, nel biennio 2018-2019 ricorreva 80 volte all’anno (la data a cui arriva il grafico di Ngram Viewer), ma nel 2020-2021 le sue frequenze si sono attestate sulle 450 volte all’anno, e cioè sono più che quintuplicate.

Se questi dati recenti fossero integrati nei grafici di Google libri, vedremmo un picco di frequenza presumibilmente 5 volte superiore, nell’ultimo periodo. Su un giornale come El País, invece, delivery ricorre 548 volte in tutto l’archivio storico, dunque il risultato comprende tutte le occorrenze di sempre.

Questo divario è molto generalizzato e vale un po’ per tutti gli ambiti, a cominciare da quello informatico che coinvolge parole come tweet, che da noi ha pur sempre un equivalente secondario come cinguettio:

Lo stesso si può dire di molti altri termini che non abbiamo voluto tradurre come account

oppure password (ma vale anche per follower, computer, mouse…)

Uscendo dal disastro della terminologia informatica, sono molti gli anglicismi tipicamente italiani che all’estero si usano poco, per esempio il gossip che ha soppiantato il pettegolezzo e la cronaca rosa, rivelandosi un vero e proprio prestito sterminatore.

Simili divari si registrano anche con parole come target,

fast food,

default,

o background:

In linea di massima le frequenze delle parole inglesi sono da noi maggiori anche quando si sono diffuse con un certo successo anche altrove, come nel caso di green,

leadership,

screenening:

Le tendenze, con non molte eccezioni, sono queste. E se questi dati si sommano alle analisi dei giornali e a quelle dei dizionari, il grado di anglicizzazione della nostra lingua non ha paragoni in Francia, Spagna e Germania. E chi continua a negarlo è in malafede.

L’italiano new-standard

Un tempo l’italiano si poteva considerare un dialetto che si era imposto su tutti gli altri per motivi di prestigio, grazie soprattutto alle “tre corone” toscane Dante, Petrarca e Boccaccio che ne avevano fissato i canoni. Una lingua letteraria che viveva nelle pagine dei libri, un patrimonio accessibile a una minoranza di italiani colti, visto che le masse parlavano nel proprio dialetto e che le percentuali di analfabetismo erano altissime.

Il ricorso all’italiano nel parlato era una sorta di passaggio a una lingua di alto registro impiegata per la comunicazione interregionale, una specie di lingua franca artificiale a cui un milanese come Alessandro Manzoni poteva ricorrere per farsi comprendere da un veneziano, un bolognese o un napoletano, e non senza difficoltà: “Dite voi se il discorso cammina come prima; dite se ci troviamo in bocca quell’abbondanza e sicurezza di termini che avevamo un momento prima; dite se non dovremo ora servirci d’un vocabolo generico o approssimativo, dove prima s’avrebbe avuto in pronto lo speciale, il proprio; ora aiutarci con una perifrasi, e descrivere, dove prima non s’avrebbe avuto a far altro che nominare; ora tirar a indovinare, dove prima s’era certi del vocabolo che si doveva usare, anzi non ci si pensava, veniva da sé (…) lo confesso, il non poter chiamar mio idioma, se non quello in cui io le sappia dire, cioè il milanese [1].

La soluzione manzoniana di dare vita a una prosa letteraria basata sul fiorentino vivo nasceva proprio dall’esigenza di fissare i principi di un nuovo italiano unitario. Ma fuori dalla scrittura, l’italiano come patrimonio di tutti si è affermato soltanto tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Se la stampa aveva già creato una lingua letteraria italiana e una produzione di giornali in italiano, è stato solo con l’avvento del sonoro che questa lingua ha cominciato a diffondersi e a essere praticata fuori dalla scrittura. In principio c’era stata l’industria musicale discografica e poi la radio, nel 1924. Due anni dopo, l’uscita del primo film sonoro trasformò radicalmente l’industria cinematografica. L’italiano arrivava a tutti in queste nuove forme che diventavano il modello di un idioma nazionale. L’avvento della televisione – inaugurata in Italia nel 1954 – continuò questo processo in modo ancora più incisivo, entrando nella vita di tutti i giorni degli italiani, anche di quelli che si esprimevano solo in dialetto.
Intanto in italiano si insegnava nelle scuole, e la grande migrazione dal Sud verso il Nord ha portato a un mescolamento della popolazione dove nei grandi centri urbani l’italiano ha cominciato a prevalere sui dialetti, anche per superare le incomprensioni nella comunicazione tra immigrati. Secondo Tullio de Mauro [2], nel 1950 solo un quinto della popolazione lo parlava, un altro quinto lo alternava al dialetto a scuola e nelle grandi occasioni, mentre per gli altri tre quinti il dialetto costituiva il modo di esprimersi più naturale. Ma intorno al 1970 il ribaltamento era ormai compiuto e dopo i “matrimoni misti”, gli immigrati di seconda generazione erano diventati bilingui, e parlavano l’italiano nei contesti ufficiali, lavorativi e scolastici, limitando il dialetto all’uso in famiglia. Nel decennio precedente, grazie alla televisione, il maestro Alberto Manzi, con la celebre trasmissione Non è mai troppo tardi, aveva insegnato a scrivere e a leggere a milioni di connazionali.
Questo nuovo italiano rappresentava la fine della supremazia della lingua letteraria che per secoli aveva fatto da modello per il nostro idioma, e allo stesso tempo la fine della supremazia storica del fiorentino e del toscano. Ad accorgersene fu Pier Paolo Pasolini, che in una conferenza sfociata in un articolo su Rinascita [3] aveva capito che il nuovo centro di irradiazione della lingua si era spostato nei centri industriali del Nord, dove si era formata una nuova lingua tecnologica più che umanista. Si trattava di un italiano pratico, poco letterario e poco estetico, dove la comunicazione contava molto più delle espressioni, e regnava l’omologazione e l’appiattimento più che la creatività espressiva.

Dall’italiano neostandard a quello new-standard

Per descrivere le varietà del nuovo italiano sempre più policentrico i linguisti hanno proposto le categorie dell’italiano regionale e dialettale, quello popolare (caratterizzato da costrutti talvolta sgrammaticati e da parole dialettali, gergali, familiari), quello standard che si insegna a scuola, e quello colto di chi ha una cultura elevata e un’ottima padronanza della lingua e ha familiarità, per esempio, con il lessico della letteratura e della poesia.

Ma queste classificazioni astratte lasciano il tempo che trovano, e per ampliarle, nel 1985, Francesco Sabatini ha introdotto il concetto di “uso medio” [4], mentre nel 1987 il sociolinguista Gaetano Berruto ha parlato di “italiano neostandard” [5] per indicare quei costrutti che ormai sono accettati nel parlato, ma che, estesi alla lingua scritta soprattutto nei contesti giornalistici, si discostano dalle norme dell’italiano standard (per esempio il periodo ipotetico con l’imperfetto: “Se lo sapevo non venivo”) e non sono ancora ammessi nei contesti più formali, giuridici o universitari.

In ogni caso, tutto questo appartiene al passato. L’avvento di Internet ha cambiato tutto. Mentre ancora negli anni Ottanta gli apocalittici paventavano la morte del libro e la scomparsa della scrittura nel villaggio globale televisivo e multimediale che ci riportava all’epoca dell’oralità pre-Gutenberg, ciò che stava avvenendo era qualcosa di molto diverso.
La Rete ha portato a una proliferazione della scrittura senza precedenti, generando in pochi anni miliardi e miliardi di pagine scritte dalla gente. Che questa sia scrittura vera e propria, o oralità che si esprime attraverso la tastiera, è un’altra faccenda, e dipende dai contesti. Certamente questo zibaldone dell’umanità, per la prima volta disponibile e accessibile a tutti, rappresenta al tempo stesso un trionfo della scrittura e il segno di una cultura di massa impensabile nel Novecento – tutti scrivono e pubblicano – ma anche un inevitabile appiattimento dell’italiano rispetto ai modelli letterari, che ha segnato un ulteriore avvicinamento tra scritto e parlato che contemporaneamente si ritrova nei libri e sulla stampa.
E a caratterizzare questo fenomeno c’è soprattutto la presenza dell’inglese. Se Manzoni aveva voluto sciacquare i panni in Arno, finita l’epoca dei modelli toscani, oggi i panni si sciacquano nel fiume Hudson di New York, più che nel Tamigi, e l’evoluzione della lingua non è più un fenomeno interno ed è fatta sempre meno da nativi italiani. Arriva d’oltreoceano e i nativi italiani la importano, reinventano e legittimano.

I centri d’irradiazione della lingua tecnologici – per dirla con Pasolini – introducono l’inglese e l’itanglese. L’itanglese è la lingua del Miur e della scuola, gli anglicismi sono il fulcro del linguaggio dei politici, delle istituzioni, degli intellettuali, dei tecnici, degli scienziati, dei giornali. E oltre all’itanglese diffuso sul piano interno, c’è quello che arriva dall’esterno, dall’espansione delle multinazionali, dalla pubblicità, dalla televisione e dall’intrattenimento che sono pensati ed esportati sempre più in inglese e con parole inglesi. I media e i giornali, che un tempo hanno unificato l’italiano, oggi educano all’itanglese. I colossi della Rete ci parlano in itanglese, e il mio “account” di Google mi propone collegamenti (link) che rimandano a funzioni come “tasks” o “keep”, mentre Twitter ha introdotto i “follower”, mica gli iscritti, WordPress mi offre i “widget”, Microsoft mi impone i “downolad”… e tra “snippet” e “spam” il lessico del mondo virtuale è fatto di “e-commerce”, “black friday”, “talk show”, “remake”, “delivery”, “special edition”… dove l’identità linguistica dei suoni basati sul linguaggio di Dante cede il posto a parole che violano ogni regola della nostra ortografia e fonologia, e anche della nostra storia e cultura. L’italiano è sempre meno una lingua romanza e sempre più simile a una lingua creola.

L’itanglese è diventato il nuovo “italiano medio” o “neostandard”, che si potrebbe definire new-standard, quello introdotto e praticato dai nuovi centri di irradiazione della lingua, interni ed esterni, e di conseguenza è anche quello praticato dalla gente, che non può che ripetere la lingua imposta dall’alto e dai giornali: “green pass”, “lockdown”, “fake news”, “no vax”, “over 40”, “location”, “smartphone”, “covid free”, “street food”, “rider”, “cargiver”… e così via, in una nevrosi compulsiva che porta a rinominare ogni cosa attraverso concetti e parole in inglese, in modo sempre più profondo e sempre più irreversibile.

Peter Doubt, da qualche settimana, ha lanciato un programma di monitoraggio degli anglicismi presenti sulla pagina principale de La Repubblica, e con gli stessi criteri li conteggia sul quotidiano francese Le Monde, quello spagnolo El Mundo e quello tedesco Welt (oltre ad analizzare gli italianismi su The Guardian).
Ecco il grafico della scorsa settimana.

Grafico tratto dal sito “Campagna per salvare l’italiano“.

I dati parlano chiaro. C’è poco da negare. Dire che è tutta un’illusione ottica o sostenere che ciò che si ricava dai giornali non corrisponderebbe a come la gente parla, non sta né in cielo né in terra. Non comprendere il ruolo dei giornali nella formazione della lingua è antistorico, oltre che stupido. E basta leggere come la gente scrive in Rete per accorgersi che questo è il nuovo italiano new-standard: l’itanglese.


Note
[1] Alessandro Manzoni, “Della lingua italiana”, in Opere inedite e rare, pubblicate per cura di Pietro Brambilla da Ruggero Bonghi, Enrico Rechiedei e Ci editori, Milano 1891.
[2] Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, Bari-Roma 1991.
[3] Pier Paolo Pasolini, “Nuove questioni linguistiche”, 26 dicembre 1964.
[4] Francesco Sabatini, “‘L’italiano dell’uso medio’: una realtà tra le varietà linguistiche italiane”, in Gesprochenes Italienisch in Geschichte und Gegenwart, Tübingen, Gunter Narr Verlag, 1985, pp. 154-184.
[5] Gaetano Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Carocci, Roma 1987.

Il progetto politico dell’itanglese

La prima notizia del Corriere.it di oggi è in itanglese, e non è una novità, è la norma.

Fallito il tentativo di chiamare la certificazione verde con il suo nome, “verde” per l’appunto, il green pass si è evoluto nel super green pass, e tra test, boom, hub e task force è l’italiano a essere messo tra virgolette quando si parla di documento “rafforzato”. L’unica nota positiva è terza dose invece di booster.

È ormai evidente che l’itanglese non è solo una realtà, è una precisa scelta comunicativa di tutti gli apparati mediatici, dai giornali alla televisione. L’itanglese è la lingua che si usa nel lavoro, dove le mansioni, le funzioni e anche il gergo dell’ambito si esprimono sempre più con parole inglesi. L’itanglese è la lingua dell’informatica e di Internet, delle pubblicità e delle insegne dei negozi, è l’idioma dei tecnici, degli scienziati, degli imprenditori, di sempre più uomini di cultura che ne fanno una scelta sociolinguistica per elevarsi e identificarsi in un gruppo “superiore” di appartenenza.
L’itanglese è la lingua delle manifestazioni culturali e degli eventi, è la lingua delle Poste italiane che nella nuova nomenclatura abbandonano i pacchi celeri e la posta ordinaria in nome del delivery. L’itanglese è la lingua del Miur – ora rinominato Mur – che tra soft skills e centinaia di altri anglicismi prepara ed educa gli studenti all’itanglese del lavoro e del futuro, mentre i giovani, imbevuti sin dalla culla di interfacce informatiche, videogiochi, titoli di film e di serie in inglese che veicolano i costumi e la società angloamericana (da Halloween al Black Friday, da Google a Facebook), lo praticano in modo sempre più naturale, e crescono con l’inglese obbligatorio e la cultura dell’unilinguismo per cui è la lingua internazionale e c’è solo quello, dalle elementari sino all’Erasmus. La pervasività del fenomeno è tale che persino gli antiglobalisti da centro sociale si definiscono no global e alla fine parlano la lingua delle multinazionali che vorrebbero abbattere e che identificano con il male. E gli ecologisti che idolatrano la svedese Greta Thunberg non hanno la più pallida idea di che cosa significhi l’ecologia linguistica e, come il loro idolo, manifestano contro il climate change fregandosene del cambiamento climatico e linguistico, dando per scontato un mondo che parla solo l’inglese.
Intanto il Ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani dichiara che non serve studiare le guerre puniche, ma occorre cultura tecnica, abbracciando la distruzione della scuola che da decenni è al centro dei progetti del Mur che importa prassi, concetti (e parole) d’oltreoceano in un appiattimento culturale di cui si vedono le conseguenze. Il rapporto Censis di pochi giorni fa ha rilevato che per il 5,9% di italiani (3 milioni) il covid non esiste, per quasi l’11% il vaccino è inutile, mentre fanno rabbrividire le percentuali di terrapiattisti, sostenitori del G5 come strumento di controllo delle persone, negazionisti dello sbarco sulla luna e convinti che il crollo delle torri gemelle sia stato un complotto dei servizi segreti statunitensi.
Queste sono anche le conseguenze di un vuoto culturale di cui le istituzioni sono responsabili, e la nuova strategia della supremazia della tecnica sulla cultura, il pragmatismo delle 3 “i” di Berlusconi-Moratti (Internet, Impresa, Inglese) sta portando a un cambio di paradigma che ha molto a che fare con l’americanizzazione della nostra società e la distruzione delle nostre radici in nome di una globalizzazione che è sempre più una colonizzazione non solo economica, ma anche culturale e linguistica. L’inglese è la lingua unica che serve per esprimere il pensiero unico, come negli scenari orwelliani, per semplificare.

Nel solco di quanto già introdotto attraverso i Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) è appena stato istituito il nuovo Fondo Italiano per la Scienza (FIS, ma di italiano c’è ben poco, e forse quella “i” significa inglese) che prevede ingenti stanziamenti e si deve presentare obbligatoriamente in inglese, e in inglese si devono svolgere gli eventuali dibattiti. Si è introdotto a questo modo un pericoloso precedente che prevede l’abbandono dell’italiano, la nostra lingua madre, messo al bando in nome della lingua inglese, proprio nell’anno delle vuote e retoriche celebrazioni dantesche. Ma del resto la riforma Madia aveva già reso l’inglese lingua obbligatoria per partecipare ai bandi della pubblica amministrazione, mentre atenei come il Politecnico di Milano lavorano da anni per l’insegnamento nel solo inglese.

Su questo scenario di cancellazione dell’italiano si spiega anche l’itanglese, figlio di una mentalità che fa dell’angloamericano la lingua superiore. E l’itanglese è anche la lingua della nuova politica.
Sepolto il vecchio e poco comprensibile politichese novecentesco, il nuovo linguaggio politico è incentrato su un lessico del nuovismo che punta alle parole inglesi. Ma il dramma non è solo che questa lingua è quella della comunicazione politica dell’era di Twitter e degli streaming, l’itanglese è diventato la lingua delle istituzioni che produce jobs act e flat tax, cashback e navigator, cargiver e family day, senza risparmiare nessuno, dalla sinistra alla destra, passando per i pentastellati che hanno problemi con il congiuntivo e sono incapaci anche solo di prendere in considerazione che l’italiano è una risorsa da tutelare, e tanto meno sembrano in grado di comprendere cosa sia una politica linguistica.

L’inglese globale, e l’itanglese sul piano interno, sono la strategia della nuova classe politica che impone un inglese che fiorisce sul cimitero dell’italiano.

Nel 2019 in tanti abbiamo scritto a Di Maio per protestare contro l’introduzione della figura del navigator (uno pseudoanglicismo ridicolo e imbarazzante) e chiedendo di usare una parola italiana.
Nessuno ha ricevuto una risposta.

Nel 2020 ho rivolto una petizione al nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con oltre 4.000 firme contro l’abuso dell’inglese. Non è pervenuta alcuna risposta.

Quest’anno ho presentato una petizione di legge alla Camera e al Senato per la tutela della lingua italiana, ma nessun parlamentare ha risposto né la sta prendendo in considerazione.

Davanti alle esternazioni di Mario Draghi contro l’abuso dell’inglese ho scritto al suo capo di gabinetto segnalandogli la petizione e supplicando il presidente del Consiglio di fare qualcosa. Non è pervenuta alcuna risposta.

A parte queste iniziative che hanno raccolto migliaia di firme dal basso, davanti all’obbligo dell’inglese per il FIS (Fondo Italiano per la Scienza) anche la Crusca ha scritto al Ministero, per protestare insieme ad AISV (Associazione Italiana di Scienze della Voce), AItLA (Associazione Italiana di Linguistica Applicata), DiLLE (Didattica delle Lingue e Linguistica Educativa), SIG (Società Italiana di Glottologia), SLI (Società di Linguistica Italiana). Ma nemmeno a queste istituzioni il Ministero ha ritenuto opportuno rispondere.

Il punto, a mio avviso, non è che al Ministero interessi poco la questione, come ha scritto rammaricato il presidente della Crusca Claudio Marazzini. Credo che la faccenda sia ben più grave. Le istituzioni seguono un ben preciso progetto che si basa sul rafforzamento dell’inglese come lingua internazionale a scapito del plurilinguismo, e sul piano interno rivendicano con orgoglio la scelta di usare l’itanglese.

A gennaio, davanti alla decisione del ministro Dario Franceschini di chiamare in inglese, ITsArt, la piattaforma che si propone di “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo”, in 300 gli abbiamo scritto pregandolo di riconsiderare quella denominazione che suona come un ossimoro. Ma a nessuno è mai pervenuta una risposta.

Pochi giorni fa il ministro degli esteri Luigi Di Maio, agli Stati generali della lingua italiana e della creatività, ha presentato la nuova campagna di comunicazione per rinnovare l’immagine dell’Italia all’estero che si chiamerà “BeIT”. L’idea della lingua italiana che ha esposto è ben chiara: “BeIT, la campagna di comunicazione straordinaria a sostegno del Made in Italy che la Farnesina sta realizzando in collaborazione con l’Agenzia ICE. Si tratta della prima campagna di nation branding mai realizzata per l’Italia: un racconto digital first dinamico e innovativo costruito proprio attorno a quei valori che caratterizzano l’essere e il saper fare dell’Italia.”
Promuovere l’italiano in itanglese sarebbe comico, se non fosse tragicamente vero. E l’idea dell’italiano che ha la nostra classe politica è quella dell’italiano 2.0 che si chiama itanglese, e non è certo quello di Dante.

Qualche linguista sostiene che “l’itangliano è ancora lontano” e che è tutta un’illusione ottica, qualche altro scrive pezzi intitolati “Chi ha paura degli anglicismi” e altri ancora notano che in fondo sul nuovo Zingarelli ci sono “solo” 3.000 anglicismi (omettendo di dire che nella prima edizione digitale del 1995 erano “solo” 1.800). Intanto l’Alitalia è stata rifondata con il nome di ITA Airways, e quello che sta avvenendo è sotto gli occhi di tutti (Italofonia ha fatto un buon punto della situazione su come le istituzioni stiano distruggendo la nostra lingua).

L’itanglese è ormai la lingua della politica e delle istituzioni, oltre che di tanti altri pezzi della società. È un progetto perseguito con consapevolezza. E la nostra classe dirigente, nell’attuarlo, è responsabile della mutilazione e della morte dell’italiano.

Italia: un Paese occupato, linguisticamente e culturalmente

L’altro giorno, su La Repubblica, nella rubrica Moda e Beauty si parlava dello sharenting, il fenomeno dei genitori che pubblicano le foto dei figli in Rete, anzi sui social, che in inglese sarebbe social network (altrimenti significa solo sociale) ma che noi usiamo al posto di piattaforme sociali.

Sharenting circola almeno dal 2016, e nel 2020 un giornalista espertone ci ha scritto pure un libro (Gianluigi Bonanomi, Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione dei figli online, Mondadori 2020). A noi non resta che dire così, visto che nessuno è capace di inventare parole nuove, né di usare quelle vecchie, nel pappagallismo italiano che non fa che scimmiottare ogni cosa che arriva dagli Stati Uniti, in particolare le fesserie.

Inutile dire che questa parola-concetto non esiste sui mezzi di informazione francesi e spagnoli, dove i social sono le reti sociali e gli influencer sono infuenti, perché fuori dall’Italia è in voga una bizzarra consuetudine, quella di usare la propria lingua, in linea di massima, senza che nessuno se ne vergogni. Ma noi siamo troppo avanti nel nostro suicidio linguistico e culturale.

Il plogging

E così capita che CemAmbiente di Cavenago Brianza lanci l’iniziativa del plogging, ottimo esempio di distruzione delle parole attraverso la sostituzione con quelle inglesi, in un lavaggio del cervello che cancella il passato, la storia e crea nuove realtà. L’attenzione per l’ecologia linguistica è inesistente in queste iniziative che proteggono l’ambiente mandando in rovina l’italiano.

Quando ero ragazzo il mio vicino di casa partecipava ogni estate ai campi per ripulire i parchi dai rifiuti. Le iniziative per ripulire l’ambiente sono un concetto piuttosto datato e diffuso. “Una camminata per pulire le strade” si può leggere in un articolo del 2012 su Il Tirreno che riferisce del progetto “Puliamo le nostre strade” organizzato dall’associazione A piedi nudi di un piccolo Comune. In italiano ci sono iniziative anche più recenti come la “Staffetta sull’Adda per ripulire i bordi del fiume e l’Alzaia dai rifiuti”, ma la differenza con il passato è che oggi tutto ciò è etichettato all’insegna del plastic free, visto che siamo incapaci di dire senza plastica.

“Ma queste iniziative sono altra cosa rispetto al plogging, che non è proprio come….”, dirà subito il “non-è-proprista” pronto a difendere le sfumature dell’inglese e dello pseudoninglese. Naturalmente questo atteggiamento porta il più delle volte a dire un gran numero di idiozie.

Il rispetto della natura si ritrova nei vecchi manuali di montagna, che tra le regole auree prescrivevano di non lasciare rifiuti e tracce del proprio passaggio, e spesso incentivano a raccogliere i rifiuti altrui, durante le escursioni. Un appassionato di montagna come Fabrizio Bellucci, detto Bicio, sul suo sito Zaino in spalla, scriveva (con tanto di logo oggi chiamato “kit del plogger”): “Nel mio zaino porto sempre un sacchetto di plastica (sì, proprio uno di quelli che inquinano maggiormente) e un guanto riciclati tra quelli utilizzati per l’acquisto di frutta e verdura nei supermercati. Durante la camminata in montagna, se vedo cartacce, lattine, pezzi di plastica abbandonati, mi infilo il guanto e li raccolgo nel sacchetto, che porterò giù a valle. Oltre all’oggettivo vantaggio di sgomberare i sentieri dai rifiuti, se qualche escursionista ci vede durante la raccolta, come minimo eviterà di gettare rifiuti a sua volta e magari seguirà il nostro esempio alla prossima occasione. (…) Il bello è che questa raccolta non avviene una volta all’anno in occasione della festa dei sentieri, ma è un piccolo gesto che è entrato ormai a far parte del nostro modo di andare in montagna.”

La cancellazione del passato

Cancelliamo il passato, riscriviamo la storia, costruiamo una nuova realtà è usiamo l’inglese. Presto fatto. Buttiamo l’italiano e passiamo al plogging. “Il nuovo trend nato in Svezia, unisce in sé le due parole ‘jogging’ e ‘plocka’ che è svedese e significa ‘raccogliere”. L’idea è semplice: interrompere la corsa o camminata con piegamenti e stretching fa bene al corpo e raccogliere contemporaneamente i rifiuti da terra aiuta l’ambiente.”

Plogging è perfetto da vendere come un nuovo concetto della newlingua. Suona inglese, si appoggia ai tanti “ing” che ormai abbiamo fatto nostri (shopping, working, trekking…), e dunque i giornali lo diffondono così: “Plogging, correre e raccogliere rifiuti” si legge sulla rubrica Vivere Green di ANSA (7 maggio 2018); “Sport e green: impazza il plogging, raccogliere rifiuti correndo” (Il Sole 24 ORE, 5 aprile 2021)…

Prima dell’arrivo del plogging c’erano altri modi per reinventare l’acqua calda facendola sembrare un concetto nuovo e inglese. Si può citare il “Collect Waste Walk: camminare e raccogliere rifiuti” (6 marzo 2019), spacciato come la geniale idea di un salentino (ma se si esprimesse non dico in italiano ma almeno nel dialetto locale, non sarebbe meglio?) “che ha inventato un nuovo sport che unisce la passeggiata all’attività di raccolta rifiuti”.

Oppure si può parlare più semplicemente di ecotrekkig: “Passeggiare e raccogliere rifiuti in montagna: così nasce l’ecotrekking”, una parola usata anche dall’italianissimo Chianti Green, che introduce il concetto dei “cittadini walk & clean”.
L’elenco di questi esempi è sterminato.

Il lessico dell’anglonuovismo

Il problema non sono le singole espressioni, talvolta passeggere, talvolta no. Il problema è la logica che c’è sotto, ed è questa che sta facendo morire l’italiano. Si rinnova tutto, anche le cose più vecchie, usando qualsiasi cosa che suoni in inglese. E allora nascono gli hub vaccinali invece dei centri, i covid hospital invece degli ospedali covid, i cluster invece dei focolai, i no vax invece degli storici antivaccinisti, seguiti dai no mask (ennesima espressione assente nel francese e nello spagnolo)… È la panspermia dell’inglese che ci bombarda quotidianamente con migliaia e migliaia di anglicismi, con la stessa tecnica della riproduzione delle ostriche che sparano migliaia e migliaia di larve. La maggior parte non sopravvivono, sono passeggere; ma altre attecchiscono, e poi si riproducono (se c’è il plogging c’è anche il plogger). E così il trekking e il trekker hanno la meglio su escursionismo ed escursionista, dove gli sport all’aperto sono outdoor, la corsa è il running, il jogging, persino il footing… in una catena di anglicismi che si amplia a scapito delle parole italiane che regrediscono (se la corsa è jogging poi nasce il plogging).

L’altro giorno una mia amica mi ha avvertito che era in ritardo perché il fixing dell’apparato acustico che stava acquistando andava per le lunghe. Si tratta semplicemente della fase di personalizzazione e adattamento che gli esperti chiamavano in un più solenne inglese, ma che si potrebbe dire anche customizzazione, in altri contesti. L’ortopedico mi ha detto che devo fare stretching, non esercizi di allungamento. Il nostro governo ha deciso di inseguire il modello di Macron che prevede l’obbligo del certificato verde, ma i giornali lo chiamano green pass, anche se Macron lo chiama passe sanitaire. E mentre i giornali spagnoli parlano di certificato covid, da noi c’è solo il green pass, che in inglese chiamano healt pass, cioè passaporto sanitario. Tutti gli apparati mediatici da noi continuano a tradurre il “certificato verde” in questa sovralingua itanglese, assurda e ridicola. Green pass è un’invenzione giornalistica evoluta dal covid pass. La sensazione è quella di vivere in un Paese occupato. E dobbiamo chiederci: chi ci sta occupando?

Il green pass sui giornali in Italia, e come si dice in Francia, Spagna e Regno Unito.

Il broccolino 2.0

Gli immigrati italiani di New York di primo Novecento chiamavano la lavatrice (washing machine) “vascìnga mascìne” nell’italiano broccolino. Quell’idioletto – cioè la lingua ibrida di una piccola comunità – era fatto di adattamenti delle parole inglesi ai suoni italiani, visto che i nostri connazionali a Brooklyn non padroneggiavano l’inglese, e il nome di quel quartiere era così simile a “broccolo” che bastava dire così per farsi intendere. Per cui il lavoro (job) diventava “giobba” e i negozi (shop) “scioppa”.

Un secolo dopo questo italiano broccolino è scomparso, ma è la nostra lingua nazionale che si è trasformata in una sorta di broccolino 2.0: si chiama itanglese ed è parlato in Italia dagli italiani, non dagli immigrati all’estero. Tutto si è ribaltato, non adattiamo più i suoni inglesi a quelli italiani, ma viceversa. Dunque il lavoro è ormai direttamente job o work a seconda dei contesti, e i negozi sono diventati shop, ma anche store. A buttar via le nostre parole per sostituirle con quelle angloamericane non sono più gli emigrati “ignoranti”, ma i giornalisti, gli intellettuali e la nostra intera classe dirigente, cioè quelli che hanno il potere di fare la lingua, quelli che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi lo stanno distruggendo. Sono i coloni e i collaborazionisti di un nuovo regime linguistico che si vuole imporre. Che è fatto di parole inglesi importate ma anche di neo-coniazioni pseudo-inglesi autoctone.

L’englishwahing: il lavaggio del cervello attraverso l’inglese

Dalla “vascinga mascine” siamo passati al whitewashing (white = bianco e washing = lavaggio) per indicare il dare una sbiancata ai protagonisti dei film, cioè la tendenza a utilizzare attori bianchi per ruoli che storicamente spetterebbero ad altre etnie. Poiché gli anglicismi non sono isolati e ognuno tira l’altro come le ciliegie, si parla anche di greenwashing per indicare l’ecologia di facciata per esempio di certe pubblicità o politiche aziendali, e anche di pinkwashing per indicare lo pseudo-femminismo paternalistico e demagogico, l’ipocrisia rosa, potremmo chiamarla, se non fossimo colonizzati. Il punto è che nessuno vuole ricorrere all’italiano, e forse non ne siamo più capaci.

Questo fenomeno patologico che sta facendo morire la nostra lingua si potrebbe forse chiamare Englishwhasching, per usare il linguaggio di chi la sta distruggendo e fare in modo che capisca il problema. Dopo l’epoca in cui Manzoni aveva sciacquato i panni in Arno, oggi i nuovi centri di irradiazione della lingua preferiscono immergerli nelle acque del Mississipi, più che del Tamigi. È il lavaggio del cervello attraverso le parole-concetti in inglese.

La newlingua orwelliana

Questa newlingua ibrida ricorda in modo impressionante la neolingua di 1984 di Orwell, quella che il Grande fratello voleva realizzare con la creazione del dizionario della Novalingua. Nella sua Teoria della dittatura (Ponte della grazie, 2020), Michel Onfary analizza nel dettaglio questo progetto, punto per punto. La neolingua punta alla distruzione delle parole, alla cancellazione del passato, a riscrivere la storia per creare una nuova realtà. Esattamente quello che stiamo facendo noi.

Al contrario dello scenario owelliano, a imporre la newlingua non c’è una dittatura, ma una “onorevole gara” a sostituire le parole, che ricorda il meccanismo ben descritto da Tacito nell’Agricola. Il merito di questo condottiero romano non è stato tanto nella conquista della Britannia spiegava Tacito bensì nell’essere riuscito a tenerla colonizzandola culturalmente. È riuscito a far bramare i costumi, la cultura e la lingua degli invasori, in modo che coloro che prima sdegnavano il linguaggio romano alla fine ne ammirassero l’eloquenza. Agricola riuscì in questa impresa soprattutto coinvolgendo i figli dei capi tribù, cioè la classe dirigente, per tradurre tutto in termini più moderni. “Gl’inesperti chiamavan ciò cultura, mentre era parte di servaggio” conclude Tacito.

Oggi assistiamo allo stesso meccanismo, ma sono i discendenti dei Britanni a soggiogarci con le loro “fogge”, i loro costumi, la loro cultura e la loro lingua.
Non ci sono eserciti e carri-armati a occupare il nostro Paese, ci sono le nuove strategie che aveva lucidamente compreso Churchill: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

Questo disegno figlio del colonialismo inglese è stato poi realizzato dagli Stati Uniti. Le leve principali sono due: l’espansione delle multinazionali e della loro lingua, e la creazione del mito americano.

Dal mito del tu vuo’ fa’ l’americano alla realizzazione del “siamo tutti americani”

Naturalmente non c’è alcun complotto e nessuna sala dei bottoni dove queste cose vengono determinate. C’è una strategia più simile ai meccanismi della selezione naturale. Quando un esercito di cavallette invade un territorio non è perché il re delle cavallette lo ha ordinato loro. Semplicemente, migliaia di individui si muovono seguendo tutti la stessa pulsione e lo stesso obiettivo. Le multinazionali si espandono alla ricerca del profitto in tutto il mondo, imponendo allo stesso tempo la loro lingua e la loro terminologia (insieme alla loro logica) attraverso la pubblicità e le strategie di conquista. Nelle vetrine dalle insegne in inglese vediamo le sneaker, il black friday, le etichette con gli special prize… quando diciamo decoder invece di decodificatore, ripetiamo quello che leggiamo sulle scatole dei prodotti che compriamo. Le interfacce informatiche ci ammaestrano con i loro snippet, widget, timeline, homepage, link, download
Il mondo del lavoro parla inglese, la cultura è ormai identificata con quella anglo-americana (non avrai altra cultura all’infuori di me!), che usa la terminologia inglese, dal cinema alle scienze sociali, dal marketing allo sport, dalla scienza alla tecnologia… E in questo contesto anche la scuola parla (e dunque forma) in itanglese e ci sono università che erogano ormai i corsi in inglese, mentre l’Europa punta all’inglese come lingua sovranazionale (alla faccia dei principi costituenti basati sul plurilinguismo) con i documenti bilingui a base inglese e altri subdoli analoghi provvedimenti. Dall’albertosordità del tu vuo’ fa’ ‘americano siamo passati al “siamo tutti americani” con cui si è aperto simbolicamente il nuovo Millennio.


Al contrario di ciò che avviene in Francia e in Spagna, questo inarrestabile fenomeno non è controbilanciato da alcuna pressione interna contraria. In Italia non ci sono né leggi, né accademie o associazioni linguistiche a tutela della nostra lingua. Accecati dal nuovo modello americano globalizzato, agevoliamo dall’interno la nostra distruzione culturale, e dunque linguistica. E ce ne compiaciamo.

L’anglicizzazione dell’italiano durante il coronavirus

Durante la pandemia, gli anglicismi hanno cambiato il nostro modo di parlare con un’intensità senza precedenti, per il numero e per la rapidità con cui molte parole si sono radicate. Ho trattato questo argomento più volte su questo diario, e in un articolo sul portale Treccani (“La panspermia del virus anglicus”) ho provato a ricostruirlo in modo più organico.

Noto che questa tendenza continua anche dopo il picco epidemico. Per esempio con il diffondersi di “staycation” per designare il turismo di prossimità. È un neologismo inglese che i giornali non si possono far scappare, occorre trapiantarlo al più presto, o almeno provarci. Esprimere lo stesso concetto con parole nostre più trasparenti non è altrettanto importante, evidentemente.

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Tra i nuovi anglicismi che si sono affacciati negli ultimi dieci giorni, più o meno legati alla coda della crisi del coronavirus, c’è il family act, una rinuncia a usare l’italiano che si commenta da sola.

Sta prendendo piede anche il cashless. Si sente dire così dagli esperti che rivestono un concetto di cui si parla da molti anni di questo suono nuovo. La sua presa si basa sul fatto che cash al posto di contanti e liquidità è già in uso da tempo e che less è presente come suffisso in molte altre parole inglesi che non traduciamo: contactless, il pagamento senza contatto o a sfioramento, cordless e wireless (rispettivamente apparecchi o connessioni senza fili), ticketless (biglietto digitale, telematico, virtuale), homeless (senzatetto)…

A proposito della rete di anglicismi che si allarga, e che non sono affatto prestiti isolati, noto che il recovery sta prendendo vita; poche settimane fa è stato trapiantato il recovery fund (fondi per la ripresa), poi è arrivato il recovery plan. Un anglicismo tira l’altro, come le ciliegie, come le patatine: ancora uno e poi basta… Decurtato all’italiana, semplicemente recovery, sui giornali si impiega così per indicare un piano di recupero straordinario, che richiama un significato già da tempo circolante in informatica (il ripristino o recupero dei dati), e il disaster recovery, un sistema per il recupero dei dati e più in generale un protocollo o una procedura per emergenze o catastrofi.

Questo crescere dell’inglese è sotto gli occhi di tutti. Ma quello su cui vorrei riflettere è l’altra faccia della medaglia.

Davanti al pullulare degli anglicismi per descrivere tutto ciò che è nuovo, quante sono invece le nuove parole italiane che sono sorte? Qual è stata la capacità della nostra lingua di evolversi per via endogena, in questo periodo?

Questa mi pare che si possa considerare la prova del nove, molto utile per comprendere lo stato di morte dell’italiano.

I cambiamenti linguistici dell’italiano durante la pandemia

Per riflettere sulla cristallizzazione dell’italiano che si sviluppa quasi esclusivamente attraverso gli anglicismi, voglio partire da un’intervista a una sociolinguista che non ritiene che l’anglicizzazione costituisca un problema. Vera Gheno, in un articolo su Wired intitolato “La lingua della pandemia: come il coronavirus ha cambiato il nostro modo di parlare” non fa alcun accenno agli anglicismi. Davanti a un titolo del genere, mi ha davvero stupito che la cosa più eclatante sia stata ignorata, perché attraverso questa scelta si costruisce una narrazione che più che fotografare la realtà appare funzionale alle proprie tesi sul ruolo non devastante dell’inglese sull’italiano.

“Quando ci troviamo di fronte a un concetto nuovo – scrive giustamente Vera Ghenoabbiamo bisogno che la nostra lingua si modifichi per poterlo esprimere e quindi nascono parole nuove; oppure accade che parole che prima avevano un significato lo cambino e lo adattino a nuovi contesti (è il fenomeno che in linguistica si chiama slittamento semantico, o risemantizzazione funzionale).”

Ma passando da queste considerazioni astratte e ovvie alle cose concrete, quali sono queste parole nuove italiane?

Stando a quanto si legge nell’articolo, tutto si può riassumere nell’apparire di “paucisintomatico” e nella risemantizzazione di “tamponare” che non significa più solo incocciare la macchina davanti o arginare: adesso indica anche fare tamponi diagnostici.

Ecco come la nostra lingua si è saputa evolvere. Non c’è molto altro. Nell’articolo si parla dei mutamenti della connotazione di “positivo” associata ai risultati medici (una persona positiva evoca questo), che non è nulla di nuovo rispetto a quanto è accaduto con l’Hiv; della fortuna di “resilienza”, di un passaggio dal noi al voi che esprimerebbe la diffidenza verso l’altro, dell’aumento di parole di ambito domestico tra panificazione e cucina, delle metafore belliche (che però appartengono da sempre all’ambito della medicina, checché se ne dica) che rendono gli infermieri “eroi”. C’è il ritorno di parole manzoniane come untore, insomma, nulla di nuovo sotto il sole sul fronte interno, o comunque nulla di eclatante. È questa l’evoluzione della nostra lingua?

Di fronte a queste pochezze bisognerebbe pesare almeno neologismi come lockdown, droplet, recovey fund, staycation e bisognerebbe annoverare intere famiglie di anglicismi come covid hospital, covid pass, covid manager, covid like… Bisognerebbe sottolineare che lo smart working è passato da tecnicismo a parola comune e sta generando la smart didattica, bisognerebbe dire che si sono radicate parole come cluster, trial, screenare… e che sono aumentate le frequenze di trend, hub, conference call, voucher, delivery… Non sono questi, e moltissimi altri anglicismi, ciò che maggiormente ha cambiato il nostro modo di parlare, e soprattutto quello dei mezzi di informazione?

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Negli archivi del Corriere.it, nei primi 6 mesi del 2020 la frequenza di cluster è addirittura decuplicata rispetto all’intero 2018; quella di voucher spicca in modo significativo rispetto agli anni passati.

Fuori dai pochi esempi di Vera Gheno, se ampliamo le ricerche alle parole italiane nuove o evolute, rimane il vuoto, o comunque la rarefazione estrema.

Tra i neologismi ci sono cose insignificanti e di scarso peso come covidiota (calco dell’inglese covidiot) o lo scherzoso coglionavirus, titolo di un libro. C’è la comparsa del distanziamento sociale o di infodemia (altri calchi dall’inglese), e anche il nuovo significato di “goccioline” che – incredibilmente e in controtendenza – pare guadagnare terreno e avere la meglio su droplet (forse è questa l’unica vera novità dell’italiano). Ci sono questioni già esistenti che sono divenute più popolari come paziente zero, oppure la differenza di significato (non sempre scevra da disaccordi) tra mortalità e letalità. Tra le metafore manzoniane si può aggiungere lazzaretto… Ma queste bazzecole non sono incisive per la nostra lingua. Non esiste alcun segno di vitalità dell’italiano davanti a questa emergenza/novità; fuor dall’inglese l’italiano si conferma lingua morta, incapace di arricchirsi per via endogena.

In un altro recente articolo, Vera Gheno è entrata maggiormente nella questione dei forestierismi da covid, per poi concludere che il suo atteggiamento davanti agli anglicismi è “in medio stat virtus”. Viene da chiedersi dove sia “il medio” nel linguaggio della pandemia. Io vedo solo il dito medio nei confronti della lingua italiana. Se l’evoluzione si riduce all’allargamento di significato di “tamponare”, siamo fritti.

“Il miglior modo di amare la propria lingua è quello di perseguire la via del plurilinguismo” scrive Vera Gheno. Ma faccio fatica anche a ravvisare il plurilinguismo nel linguaggio della pandemia. Quali sono gli altri termini stranieri? A parte l’aumento di frequenza di movida, c’è solo l’inglese! Leggerei questo segnale come una creolizzazione lessicale, che non ha nulla a che vedere con il plurilinguismo. E il caso dei francesismi triage e plateau (che comunque sono solo due) è apparente, sono stati usati solo perché in uso anche in inglese, a parte la loro origine. In sintesi, mettere sullo stesso piano questi pochi esempi con il caso degli anglicismi, così tanti che non si riescono più nemmeno a contare, è un’operazione che non tiene conto della realtà e dei numeri.

A proposito del linguaggio dell’emergenza covid, mi hanno colpito anche le dichiarazioni di Giuseppe Antonelli – lo studioso che sostiene che l’anglicizzazione dell’italiano è solo un’illusione ottica – in un’intervista sulla televisione svizzera (“Le parole dell’emergenza coronavirus”).

Anche in questo caso il linguista evita accuratamente di parlare dell’invasione degli anglicismi, e sposta il problema su altre questioni secondarie, che non mi pare colgano il fulcro di quanto sta avvenendo. Antonelli spiega che “le parole hanno un grande potere e possono a loro volta avere delle pesanti conseguenze sul mondo”, ma non si riferisce agli anglicismi bensì a espressioni, che condanna, come l’uso iniziale di “influenza cinese” per indicare il coronavirus, perché ha fatto passare il messaggio di qualcosa di “lontano” e di “banale” come un’influenza. Non gli si può dare torto, a parte il fatto che con il senno di poi è facile fare queste considerazioni, ma sino ai primi di marzo nessuno, nemmeno i virologi, aveva previsto cosa ci stava per accadere. Più grave è semmai che Trump continui a usare questa formula con evidenti intenti politici, ma in Italia nessuno lo fa più, per fortuna.

Lo studioso critica poi l’espressione “distanziamento sociale” e ritiene più appropriato parlare per esempio di “distanza di sicurezza”. Questa considerazione si trova spesso, anche nei dibattiti in Francia e in Spagna. Ancora una volta queste riflessioni sono condivisibili. “Distanziamento sociale” è però entrato nell’uso, e viene da chiedersi: ma come? E la retorica “dell’uso” che fine ha fatto? L’uso così intoccabile e rispettato quando riguarda le parole inglesi che se entrano nell’uso bisogna accettarle, non condannarle o tradurle… perché “l’uso” con cui si giustificano e si dichiarano “necessari” gli anglicismi viene invece messo in discussione in altri casi?
Comunque sia, accanto a questo strano modo di essere descrittivi e di rinunciare a essere prescrittivi a seconda dei casi, siamo sicuri che siano queste le parole dell’epidemia e i problemi dell’italiano in questo momento di colonizzazione senza precedenti?

E infatti il conduttore, Lorenzo Buccella, incalza Antonelli chiedendogli qualcosa sull’inglese che “ha preso il sopravvento durante la pandemia”. Ma la risposta, ancora una volta, ignora la trave e si concentra sulle pagliuzze:

“Io credo che il problema non sia tanto il fatto che abbiamo usato molte parole inglesi, d’altronde questa era una situazione che coinvolgeva tutto il mondo, c’è un aspetto proprio di globalizzazione (…) e allora lockdown è il termine che ha utilizzato l’Oms, il discorso era una parola nuova straordinaria rispetto alla situazione nuova di emergenza…”.

Insomma, per Antonelli il problema della comunicazione della pandemia non è l’inglese, è più importante “utilizzare parole univoche”, anche perché in situazioni di emergenza chi comunica ha una responsabilità ancora più grande: “Le parole possono e probabilmente avrebbero potuto salvare vite umane.”

È curioso che venga riconosciuta ai mezzi di informazione questa “responsabilità” di salvare le vite umane, ma non quella di uccidere le parole italiane. La tesi di Antonelli è infatti che l’inglese sarebbe contenuto in una percentuale fisiologica che “viene avvertita come preoccupante perché amplificata dai mezzi di comunicazione di massa. Sono soprattutto radio, giornali e televisioni – infatti – a offrire l’immagine di un italiano (artificialmente) saturo di parole ed espressioni angloamericane” (Un italiano vero. La lingua in cui viviamo, Rizzoli p. 74).

Ma a parte questa oscillante concezione della responsabilità mediatica, ciò che è davvero insostenibile è la giustificazione del ricorso all’inglese con la favola della globalizzazione e quindi degli internazionalismi. Lockdown o droplet, che gli ha citato il conduttore, così come smart working e la maggior parte degli altri inglesismi e pseudoinglesismi che usiamo, sono penetrati solo nell’italiano, e non esistono né in Francia né in Spagna. E allora perché mai la globalizzazione “ingloba” solo l’italiano?

 

Il francese e lo spagnolo in epoca di covid

Il dibattito sull’evoluzione della lingua durante la pandemia, con riferimento soprattutto agli anglicismi, si è sviluppato anche in Francia. Ma la situazione non è nemmeno lontanamente paragonabile allo sfacelo dell’italiano.

Il francese è una lingua viva, dove si coniano neologismi, dove davanti all’espansione dell’inglese globale esiste una resistenza, che non è fatta da un cane sciolto come la mia, e come quella italiana, ma è istituzionale, supportata dalle leggi che vietano forestierismi nel francese ufficiale e dei contratti del lavoro, che si appoggia alla Costituzione, alle indicazioni del Journal officiel (la Gazzetta francese), all’operato dell’Académie française, e dei mezzi di informazione.

Anche in un articolo su Radio France (“La lingua francese ai tempi del coronavirus”) si registra il malcontento sul “distanziamento sociale”, interferenza dell’inglese, che sarebbe più appropriato rendere in altri modi, come distanza di sicurezza o fisica. Ma si lamentano anche gli anglicismi che si sono fatti strada, come cluster al posto di focolaio, con la differenza che rispetto a quanto avviene da noi dove le occorrenze sono decuplicate rispetto agli anni passati, ricorre molto meno, e spesso è tra virgolette. Ma, soprattutto, l’uso dell’inglese viene deprecato, non misconosciuto, giustificato o spacciato come internazionalismo necessario!

Mentre i nostri mezzi di informazione diffondono anglicismi – che in Francia non esistono – senza alternative, le Figaro sforna innumerevoli pezzi che condannano l’inglese e riprendono le direttive della Commissione per l’arricchimento della lingua francese che invita a usare foyer (épidémique) al posto di cluster: “Coronavirus: ne dites plus «cluster» mais…”, oppure infox al posto di fake news: “Coronavirus: des mots français pour en parler”.

Mentre da noi i politici coniano family act, trapiantano recovery fund, e in parlamento parlano con la massima naturalezza di lockdown e smart working, il sito del Ministero della cultura francese produce una guida alle parole francesi per esprimere il lessico del coronavirus (traçage e non tracking, faire-face e non coping) e un glossario della terminolgia medica che si appoggia a un ben più ampio dizionario terminologico con i corrispondenti francesi. Lo scopo è quello di “arricchire la lingua francese”, e gli esperti non si sognano né di negare o ignorare l’esistenza degli anglicismi, né di proclamarli “necessari” e in questo modo avallarli, ma si prodigano nel tradurli nel giusto modo e nel coniare nuove parole, operando scelte terminologiche autoctone per i vocaboli che non ci sono!

In Spagna gli anglicismi non sono penetrati durante la pandemia, e il dibattito sulla lingua del coronavirus che “infetta” il dizionario della lingua spagnola è commovente. Sul El País, in un articolo intitolato “La Real Academia busca una definición para el coronavirus” la questione non tocca l’interferenza dell’inglese, che non c’è, ma il maschile o femminile di covid, o mascherina che accanto a “mascarilla” registra sinonimi esotici come “barbijo” in Bolivia, “tapaboca” a Cuba o “nasobuco” in altri luoghi. La stesso dibattito che si ritrova leggendo un articolo di Abc intitolato “El coronavirus también infecta el Diccionario de la lengua española” che si pone il problema dell’uniformità di queste varianti per mantenere lo spagnolo omogeneo. Non possiamo che ridere (o piangere?) se paragoniamo tutto questo con la situazione italiana. Mentre da noi c’è solo il lockdown, lì le questioni linguistiche sono incentrate su come formare il giusto verbo da “cuarentena”: meglio “cuarentenar”, “cuarentenear” o “encuarentenar”? L’unico anglicismo che si trova nel pezzo è zoom: “quello che sino a poco tempo fa era solo un obiettivo a lunghezza focale variabile” lamenta l’articolo! Per noi è inimmaginabile che la lingua evolva senza importare l’inglese, ma in Spagna e in Francia, come in tutte le lingue sane, è normale!

Altro che internazionalismi e globalizzazione! In Italia bisogna parlare di colonizzazione.

Come nota Gabriele Valle, in Spagna non esiste il droplet, ci sono solo le gotas de saliva, non c’è il lockdown ma il confinamiento (come in francese e in tutta l’Europa latina, salvo da noi) e il deconfinamento progressivo, la nostra fase 2, 3 e quel che sarà, si può esprimere con desconfinamiento o desescalada.

E in portoghese? Provate a dare un’occhiata allo speciale covid sul quotidiano portoghese Publico, e provate a contare gli anglicismi, se li trovate. Poi fatevi un giro sul Corriere.it, e fate i vostri confronti.

A questo punto ognuno avrà qualche elemento in più per riflettere su cosa significhi “essere internazionali”, se significa fare come negli altri Paesi di lingua romanza o se significa essere colonizzati dalla sola lingua inglese. E anche per ragionare sulla “necessità” dei nostri anglicismi, bollati come necessari solo da noi e dai collaborazionisti di questa creolizzazione lessicale, visto che altrove la lingua nazionale evolve, si arricchisce, è difesa e promossa, mentre l’italiano è ormai ingessato nei suoi significati storici e destinato a trasformarsi in itanglese; soffocato da una quantità di anglicismi che qualcuno considera una ricchezza, ma non sono altro che l’impoverimento e la morte del nostro lessico sempre più mutilato.

 

PS
Come al solito rinnovo l’invito: chi è preoccupato e stufo può firmare e soprattutto diffondere la petizione #litalianoviva. Si riuscirà a fare qualcosa? Almeno proviamoci!

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Sulla morte dell’italiano

Da quando ho lanciato la petizione #litalianoviva contro l’abuso dell’inglese sto ricevendo tantissime segnalazioni per il dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi, e soprattutto una gran quantità di lettere, così tante che faccio davvero fatica a rispondere a tutti.
Alcuni di questi contributi mi hanno spinto a precisare un po’ meglio il tema centrale dell’itanglese e della “morte dell’italiano”, che non è chiaro a tutti.

 

Se questo è un italiano

Parto da quanto mi ha scritto Luis:

“Non vado più alla Mondadori. Appena entri nello store c’è un book point dove puoi pagare con la cash back card. Alla Rinascente questo weekend c’era il 20% di sconto sul mio shopping con la Rinascente card. Summer Discount su tutto il make-up e lo Skin Care. Ora con l’applicazione lo shopping è ancora più Smart.
Da Cisalfa ho acquistato un costume da bagno. Gli addetti e il personale indossavano la divisa con la scritta Staff e Crew e ho pensato che fossero proprio un bel Team.
Con Purina-One il pelo del mio cane diventerà più forte e lucido. Purina, la scelta giusta per il tuo Pet.
Al supermarket mi chiedono ogni volta se ho la Fidelity Card.
Alla Metro (vendita all’ingrosso) quelli dello staff mi hanno detto di rivolgermi al reparto Food”.

Mi pare che il quadro rappresenti bene l’Italia e l’italiano. E il punto è proprio questo: come definire questa lingua? È ancora italiano o è itanglese? La questione è tutta qui. Chi pensa che questa ricostruzione sia un’esagerazione non veritiera può dare un’occhiata al seguente testo. Un inno all’italianità che, a mio avviso, suona come un ossimoro. Ma forse per qualcun altro è solo l’italiano moderno e quello auspicabile nel futuro.

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Anche io non vado alla Mondadori, ma la Feltrinelli non è meno anglicizzata, e come ho ricostruito in “Bookcity e la gerarchia degli anglicismi” ormai i libri sono book, le librerie sono bookshop e ci si può aggirare tra thriller e modern fiction, home video e game, graphic novel e top 40, cioè i best seller. Ho anche già parlato del caso food, un ottimo esempio di creolizzazione lessicale che in soli 30 anni (da quando è apparso, nel 1982, il fast food), ha portato lo street food e lo slow food, i food designer e il junck food, il finger food e il comfort food… alla fine food è diventata la parola per indicare l’intero settore alimentare. Il pet food è l’anello di congiunzione con un’altra parola che si sta allargando e che sembra destinata a sostituire gli animali da compagnia: pet. Da pochi anni ci sono i pet shop (visto che i negozi sono sempre più shop e store), si parla di pet teraphy, spuntano gli alberghi pet friendly… ed è nata la figura del pet sitter, che si affianca ai dog sitter e ai cat sitter, che si appoggiano alla fortuna di baby sitter. Baby, del resto, è diventato un prefissoide che genera una quantità di locuzioni inglesi, pseudoinglesi e ibridate con l’italiano che non è più possibile quantificare. Nella “Maledizione di baby sitter (e i composti di baby)” ho provato a spiegare quanto è successo anche in questo caso.

Questi esempi mostrano inequivocabilmente che l’inglese è un virus che si diffonde come un cancro, consiste ormai in una rete di parole tra loro interconesse che si allarga nel nostro lessico, e fa morire i nostri vocaboli. Non bisogna essere geni, per comprenderlo. Eppure la maggior parte dei linguisti continua a ragionare con gli schemini ridicoli basati sui “prestiti” linguistici, come se gli anglicismi fossero parole isolate. Se fossero “prestiti” sarebbe il caso di restituirli in blocco. E forse bisognerebbe restituire ai librai, anzi ai bookstore, anche i libri di linguistica di questo tipo, che invece di occupare posto nelle librerie sarebbero più utili se fossero mandati al macero, almeno per riciclare la carta.

Non si capisce dove vivano questi “studiosi”, né come non siano in grado di comprendere cosa sta accadendo, e l’abissale differenza che c’è tra i “prestiti” provenienti dalle altre lingue, di numero contenuto, e lo tsunami anglicus che ci sta devastando. Mentre qualche illustre studioso negazionista sostiene che l’anglicizzazione sia tutta un’illusione ottica, la gente comune sembra più avveduta nel comprendere il presente. Per esempio chi mi scrive:

“Sky tg 24 rubrica Start, si parla del covid-19. Il giornalista per ben 4 volte dice che il governo cinese utilizza uno strumento per TRACCARE o TRACKARE (da to track) le persone in aeroporto”.

“Tracciare”, in questo aneddoto, sembra un vocabolo inesistente.

“Ho appena sentito la parola smartizzabile da parte della Ministra Dadone con riferimento alla transizione da una modalità di lavoro in presenza a una agile” mi scrive Enrico.

Le ricomposizioni di questo tipo sono all’ordine del giorno, spesso intaccano i verbi, e nel parlato si sente sempre più spesso forwardare per inoltrare, fixare per aggiustare, hostare per ospitare. Del resto il sito di Airbnb invita a diventare host, non usa parole come locatore e locatario, e l’italiano non è contemplato dalle multinazionali che si insediano in Italia e ci impongono i loro termini, da snippet a timeline. Il che vale soprattutto per l’italietta di colonizzati, all’estero non è così, come si evince dall’immagine seguente.

airbnb in varie lingue
Il sito Airbnb in varie lingue: solo in italiano compare il termine “host”.

L’inglese delle multinazionali informatiche arriva in questo modo. Non si traduce download e nasce downloadare invece di scaricare. Spunta Twitter e impone i suoi follower e following, invece di parlare di iscritti, lettori, abbonati o seguitori/seguaci e seguiti, per carità! Che brutto!

Sempre Luis mi segnala che nel sistema operativo di iPhone, impostato in lingua italiana, ci sono più di 80 termini in inglese (tra cui mail, file, hotspot, feedback, privacy, password, account, game center, banner, badge, background, provider, software, switcher, wireless, home, voiceover, zoom, timeout, link, output, input, standard, hardware, controller, smart, font, default, screen, layout, timer, live, selfie, download, news, store, fitness, homekit, push, server, nickname, widget, podcast, offline, computer, music, streaming, slow motion, drive, book, game, center, reader). Tutti anglicismi necessari, intraducibili o insostituibili, direbbe il terminologo anglomane italiota. Peccato che impostando la lingua francese o spagnola, l’elenco degli anglicismi si riduca invece a 3 o 4 parole. I “prestiti di necessità” e gli “anglicismi insostituibili” lo sono soltanto in Italia. Forse è questa “l’illusione ottica” che ci contraddistingue, perché mentre da noi nessuno saprebbe come dire diversamente streaming, in francesespagnolo è possibile.

L’inglese delle multinazionali informatiche che si espandono è agevolato dall’interno da chi non opera scelte traduttive e da chi postula come un assioma che “i termini non si traducono” (ma solo in Italia, si dovrebbe aggiungere per onestà). Il caso dell’informatica è il più eclatante, ma anche la maggior parte degli altri linguaggi di settore sono ormai colonizzati, dal linguaggio aziendale e del lavoro a quello della scienza e della tecnica. La pubblicità parla sempre più l’inglese, il cinema statunitense impone i propri titoli in inglese senza più tradurli…

E davanti a queste pressioni esterne, agevoliamo dall’interno questo processo ricorrendo all’inglese anche da soli, e talvolta lo reinventiamo. Lo si vede nel linguaggio della politica, dal jobs act al navigator, lo si vede persino nella lingua della giurisprudenza (qui un video di un avvocato che lo spiega chiaramente).
Basta leggere un giornale digitale come il Corriere.it, per capirlo. A parte i trapianti intradotti come “web” o “streaming” si vede benissimo l’abuso di “hub” ,”new entry”, “empowerment”, “fashion”… e Mussolini si faceva i “selfie”!  Sui quotidiani francesi e spagnoli non si vede nulla di tutto questo.

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Dal Corriere.it del 10/6/20.

E allora ritorniamo alla domanda iniziale. Questo è ancora italiano?

 

Gli anglopuristi teorici dell’itanglese

Nel “manifesto” del sito “Una parola al giorno” (art. 4), si legge:

“I forestierismi sono una ricchezza. Non ci sentirete tuonare contro l’inglese, ma ci vedrete schierati parola per parola contro il cattivo gusto, la replica acritica di parole percepite e non capite, e gli usi esausti o sciocchini. Nel diciassettesimo secolo ci si scagliava contro… squallidi gallicismi quali baule, regalo, biglietto o gabinetto: oggi chi criticherebbe l’uso di queste parole?”

Dichiarazioni di questo tipo sono abbastanza diffuse, ma sono nella migliore delle ipotesi affermazioni sciocche e confusionarie, e in altri casi sono vere e proprie ipocrisie che celano mistificazioni imperdonabili. Confondere le parole italiane di derivazione esogena (come baule o biglietto) con i forestierismi non adattati che si scrivono e si leggono in modo diverso da quanto previsto dalla nostra grammatica è un’enorme sciocchezza. Come lo è appellarsi al “cattivo gusto” o agli “usi sciocchini”: Leopardi ci ha insegnato (ma non solo lui) che solo l’uso e l’abitudine rendono bella o brutta una parola. Affermare che i i forestierismi sono una ricchezza in assoluto non sta né in cielo né in terra. Dipende se si adattano, e quando non lo si fa dipende dal loro numero, possono essere anche il segno di un impoverimento del nostro lessico e della creolizzazione e della morte di una lingua schiacciata da un’altra dominante. Anche associare “forestierismi” e “inglese” è significativo. Come se le due cose coincidessero e ci fosse solo l’inglese. Purtroppo il problema è proprio questo. Il numero degli anglicismi crudi che abbiamo importato negli ultimi 70 anni è superiore a quello di tutti i forestierismi di ogni lingua e di ogni epoca sommati, incluso il francese che ci ha influenzati sin dai tempi di Dante. Se questa è una ricchezza, se l’italiano del presente e del futuro deve essere costituito da un sostantivo in inglese su dieci, si dovrebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente e senza ipocrisie. Questo per me non è più italiano, ma la sua morte; è itanglese, ed è un ibrido che non ha nulla a che vedere con l’italiano storico e con la nostra grammatica.

La provenienza delle parole è irrilevante. Quello che conta è vedere se sono italianizzate e si integrano o se sono dei “corpi estranei” per dirla con Castellani, che snaturano la nostra lingua storica e la imbastardiscono, come dicevano i più aperti sostenitori delle parole straniere di ogni epoca, da Machiavelli che insisteva sulla necessità di “accatar parole” altrui, passando per Ludovico Antonio Muratori, e persino Alessandro Verri, autore della celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”. Nessuno si è mai sognato di giustificare la presenza di migliaia di forestierismi crudi provenienti da una sola lingua dominante. Se una volta i puristi rifiutavano le parole italianizzate che provenivano da altre lingue, oggi sarebbe invece auspicabile tornare a italianizzarle e tradurle, se vogliamo evitare la creolizzazione lessicale. Il che è tutto il contrario di quel che volevano i puristi.

Un tempo furono proprio i puristi a rappresentare un ostacolo all’evoluzione dell’italiano, visto che erano ostili anche ai neologismi e ai tecnicismi, ma così facendo rischiavano di ingessare l’italiano nella “lingua dei morti”, di cristallizzarlo nel vocabolario storico senza farlo crescere. Oggi a fissare l’italiano nei suoi significati storici e a impedirgli di evolvere sono proprio gli anglomani, che invece di tradurre, adattare, creare neologismi, allargare il significato delle nostre parole, preferiscono importare tutto ciò che è nuovo in inglese e giustificarlo. Li ho definiti “anglopuristi”. Sono coloro che invece di difendere e promuovere l’italiano si appellano all’uso dell’inglese che diffondono per primi sostenendone il maggior potere evocativo, guardando non ai significati delle parole, bensì alle sfumature che non appartengono all’inglese, ma sono il risultato dell’acclimatamento nella nostra lingua. “Calcolatore” evoca le ingombranti anticaglie di una volta, “computer” connota i dispositivi moderni. Peccato che in inglese era ed è computer, senza questa distinzione, così come in francese era ed è ordinateur, e in spagnolo era ed è computador. Selfie non è proprio come autoscatto… ecco come si relega l’italiano ai suoi significati storici e non lo si fa evolvere. Nelle casseforti c’erano le combinazioni, tra i partigiani i nomi di battaglia, in Rete ci sono le password e i nickname, perché questi sono i “termini” che richiamano l’ambiente informatico in modo preciso… e così l’italiano non si allarga di nuovi significati e muore. Brainstorming è intraducibile (peccato che in francese sia stato tradotto con spremimeningi e in spagnolo con diluvio di idee) e ciò che è nuovo non si reinventa, si importa in inglese e basta! E così, anglicismo dopo anglicismo, l’italiano si trasforma in itanglese. Ricorrere all’inglese è una strategia. Soprattutto nelle nuove generazioni. Si preferisce l’itanglese e la creolizzazione è vissuta come segno di modernità. Il che non lascia ben sperare nel futuro.

L’itanglese si pratica ormai nelle scuole. Non sto parlando del linguaggio terrificante del Miur, uno dei maggiori responsabili della morte dell’italiano, che prepara volutamente alla lingua inglesizzata del mondo del lavoro. Purtroppo l’itanglese si impartisce sin dalle elementari. Ho avuto una feroce discussione con un gruppo di maestri che insegnano ai bambini che la “j” si chiama “jay”, dando un calcio alla nostra storia, alla “i lunga” che si pronuncia “i” non solo in italiano (juventus, Jolanda, Jacopo, Jugoslavia…), ma anche in tedesco (Jung). Insomma, c’è solo l’inglese nella testa delle menti colonizzate, e poi va a finire che si sente sempre più spesso dire “giunior” invece di junior. Intanto, nei libri di testo delle elementari, la Cisgiordania diventa West Bank. Senza alternative.

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Questa è la lingua, e la cultura, che si insegna a scuola alle nuove generazioni!

Adesso tra i maestri, mi segnala Elena, va di moda il lap book, spesso scritto lapbook, che consiste in un cartoncino piegato a libro contenente fatti, diagrammi, illustrazioni relativi all’argomento; è una cartelletta con le ricerche dove si incollano diversi elementi, e viene definito anche layer book, flap book o shutter book. Tutto va bene, purché suoni inglese. Ma un nome in italiano, no?

Dunque non c’è da stupirsi se poi uno studente interrogato in storia dell’arte parli di “absaid” perché crede che abside sia un anglicismo, o che si pronunci Dpi (Dispositivi di Protezione Individuale) come i dpi delle stampanti. Siamo immersi nell’anglomania più deleteria.

Questo è il presente, e nel futuro sarà sempre peggio, se non si ferma questo processo di distruzione sistematica del nostro patrimonio linguistico. C’è chi non lo vuole affatto fermare e vuole andare in questa direzione. E c’è chi sta provando a fare qualcosa con una petizione.

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