L’Etichettario: il libro delle alternative agli anglicismi

Domani esce un libro con le spiegazioni, le alternative e i sinonimi italiani di oltre 1.800 anglicismi diffusi nella lingua italiana, scelti tra i più frequenti, abusati o meno trasparenti.

antonio zoppetti etichettario anglicismi

Si intitola L’etichettario. Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi, ed è pubblicato da Franco Cesati Editore, una casa editrice specializzata nella linguistica che vanta un catalogo davvero interessante, perché unisce il rigore e l’accuratezza che caratterizzano i suoi libri a una grande capacità di divulgazione e di presentazione dei contenuti. E la collana Ciliegie (ideata e diretta da Silvia Columbano) è davvero una gioia per gli occhi, grazie allo stile grafico delle illustrazioni di Elinor Marianne.

L’etichettario è una costola del dizionario AAA ospitato in Rete da Italofonia.info, è da lì che è partita la selezione delle voci, che sono state asciugate e affilate per essere più incisive. Nel libro non ci sono anglicismi che non abbiano alternative in uso, come per esempio rock. Non ci sono i tecnicismi di settore che non circolano nel linguaggio comune. La selezione si basa sulle parole inglesi che chiunque utilizza in modo attivo, oppure quelle che chiunque può incontrare in modo passivo leggendo i giornali, ascoltando la televisione, le pubblicità, i discorsi dei politici, e che non sempre risultano chiare.

Molte volte ripetiamo l’inglese che ci arriva dal linguaggio informatico, aziendale, tecnologico, economico o scientifico semplicemente perché le alternative non circolano, anche se ci sono. Spesso ripetiamo queste parole senza comprenderne davvero il significato. E in questo modo, in molti casi, stiamo perdendo la capacità di pensare in italiano, prima che di parlare.

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Un libro come questo è un inno alla consapevolezza, serve a scegliere come esprimerci, invece di ripetere gli stereotipi anglicizzati per mancanza di sinonimi e per incapacità di dirlo diversamente. L’intelligenza e il coraggio di Franco Cesati Editore sono nell’aver compreso che un libro del genere non è in concorrenza con il progetto in Rete, anzi… Un libro arriva a tutti o a un pubblico diverso. Un libro sta sulla scrivania. È un oggetto che emana il suo fascino, che nobilita i contenuti, che regala meravigliose sensazioni feticistiche quando lo si accarezza nello sfogliarlo. Si può sottolineare, si possono aggiungere le proprie note e considerazioni a margine o negli spazi appositamente previsti in questa edizione, come in un diario, per continuarlo e renderlo vivo e personalizzato.

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Soprattutto, questo libro è un oggetto con una grafica irresistibile. Il formato quasi quadrato che esce dalle dimensioni abituali, la scelta della carta, più spessa del solito, non propriamente bianca, ma appositamente “sporcata” con una delicata sfumatura che ci ricorda che le pagine dei libri con il tempo si ingialliscono. E poi la raffinatezza e l’ironia delle illustrazioni, della scelta del carattere, dell’impaginazione con mille richiami, freccine, indicazioni, approfondimenti… Tutte queste attenzioni per i dettagli, che spesso sono impercettibili e subliminali, sono un nutrimento per gli occhi, per il tatto e per tutti i sensi, oltre che per il cervello.

etichettario

Questo lavoro segna un passo in più nella mia battaglia per la difesa e la diffusione dell’italiano davanti all’abuso dell’inglese che sta facendo regredire la nostra lingua. Ne vado particolarmente fiero proprio perché ha un taglio divulgativo e si presenta in modo scanzonato e spiritoso, per arrivare a tutti senza purismi e pedanterie.

Per saperne di più segnalo un articolo di Valeria Palumbo uscito sul Corriere della sera in Rete che è stato l’articolo più letto dell’inserto “Liberi Tutti”, nello scorso fine settimana.

l'articolo piu visto corriere etichettario

L’italiano sul Titanic?

La puntata di Otto e mezzo (LA7) di ieri sera si intitolava L’Italia sul Titanic? ed era dedicata all’aumento dello spread.

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Mi sono domandato spesso perché la stampa non lo abbia chiamato forchetta o forbice, come si dovrebbe dire in italiano per indicare letteralmente un divario o margine, come si dice comunemente per esempio a proposito dei divari dei sondaggi elettorali, e come sarebbe più comprensibile alla gente.

Mi sono risposto spesso che è perché ci è stato venduto come un tecnicismo straripato dal linguaggio economico sempre più anglicizzato. E il riportarlo senza traduzioni anche nel linguaggio comune è funzionale allo spauracchio che rappresenta da agitare quando conviene, in una manomissione delle parole (per dirla con Gianrico Carofiglio) per cui l’oscurità spesso è voluta.

E così, nel suo acclimatarsi nell’italiano, il termine è passato a indicare la differenza tra il valore dei titoli di Stato italiani (Btp) e quelli tedeschi (Bund), un’accezione pseudotecnica che non si vuole divulgare, e che qualcuno spaccia per “necessaria”, “insostituibile” o “intraducibile” invece di dire più onestamente che è solo “insostituita” e “intradotta” (e c’è una bella differenza!).

Ma la cosa più imbarazzante della trasmissione (imbarazzante solo da un punto di vista linguistico, ci tengo a precisarlo) è stata l’incapacità di pronunciare il titolo scelto.

Quando Lilli Gruber ha rivolto la fatidica domanda all’economista Innocenzo Cipolletta per capire se siamo o no sul Titanic… non sapendo come pronunciarlo ha optato per entrambe le possibilità, all’italiana (titànic) e all’inglese (taitànic). Innocentemente, Cipolletta ha risposto timoroso di sbagliare: “Titànic o Taitànic che dir si voglia…”

Titànic o Taitànic, questo è il problema. Se sia più nobile sopportare la pronuncia storica italiana oppure cancellarla come fosse un errore, davanti all’anglopurismo che ci fa ostentare le pronunce all’inglese, o meglio all’americana, e che considera gli adattamenti fonetici come un segno di ignoranza e di arretratezza invece di un sano e normale processo di assimilazione dei forestierismi ai nostri suoni, come accade normalmente in Francia e in Spagna.

Dietro questo dubbio amletico c’è tutto il nostro complesso di inferiorità linguistico che sta portando al naufragio della nostra lingua. Le pronunce storiche delle parole inglesi entrate nell’italiano per via scritta, e pronunciate all’italiana, si devono ormai esibire in lingua originale. Da giumbo a giambo (jumbo), da puzzle a pàsol, da club a clab… quando accadrà di sentir dire da qualcuno “vater” o “uòter” – che dir si voglia – per indicare un cesso? Tunnel o “tannel”, che dir si voglia…

Che dir si voglia… eccolo il punto. Non vogliamo più parlare l’italiano. E la questione non è racchiusa in una manciata di esempi come questi, il vero nocciolo sta in ciò che sta sotto: il vergognarci della nostra lingua.

Dire Taitanic invece di Titanic come riportato nel Dizionario Olivetti o come spiegato da Beppe Servignini (“Titanic si pronuncia Titanic. Sì, anche se Di Caprio dice «Tai-tanic», fanciulla mia”) è solo la punta dell’iceberg. Ma il problema è la montagna che sta sotto, ben rappresentato da qualche risposta di qualche anglofilo fondamentalista che ha detto la sua nei commenti al pezzo di Severgnini su Io donna.

Iceberg… ecco un’altra parola che viene contrabbandata per intraducibile e necessaria. Eppure, quando il Titanic affondò, la Stampa titolò usando l’italiano banco di ghiaccio, espressione perduta che non ci viene neppure in mente, oggi, anche se un tempo probabilmente veniva spontanea.

Titanic 16 aprile 1912

Passando dal dissesto economico dell’Italia a quello dell’italiano, la domanda di Lilli Gruber dovrebbe essere riformulata: l’italiano sul Titanic?

E il marconista sulla sua torre
le lunghe dita celesti nell’aria
trasmetteva saluti e speranze
per questa crociera straordinaria.
E riceveva messaggi d’auguri
in quasi tutte le lingue del mondo
comunicava tra Vienna e Chicago
in poco meno di un secondo.
(“Titanic”, Francesco De Gregori, RCA 1982)

Mentre molti linguisti brindano agli internazionalismi e danzano contenti senza accorgersi che la nostra lingua sta evolvendo nell’itanglese – e non nella modernità – vale la pensa di ricordare che i superstiti del Titanic sono sopravvissuti grazie all’operato di due marconisti, cioè i radiotelegrafisti, chiamati così in onore di Guglielmo Marconi, inventore della radio, rimasti a inviare messaggi di soccorso fino alla fine.

Ma oggi marconista non si dice più. E allora chi può salvare l’italiano? La nostra classe dirigente che negli anglicismi sguazza? I politici, gli economisti o i giornalisti che li diffondono? Gli anglopuristi cui naufragar è dolce in questo mare di inglese?

Ai posteri, o forse ai post dei futuri eataliani, l’hard sentenza.

Fumetti, divagazioni, inglese e itanglese

All’inizio degli anni Settanta il giornalista Nantas Salvalaggio aveva usato la parola “italese”:

“Bisognava prima o poi riconoscerlo. È il linguaggio semicomico – un intruglio di italiano e inglese – che progressivamente invade le nostre case attraverso le riviste e i fumetti dei figli”.

Citazione tratta da: Giuseppe Pittano, Grammatica italiana, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, 1972, p. 516.

Questa denuncia era un po’ moralistica e basata sul fastidio, più che sulla gravità del fenomeno. Del resto il moralismo di Nantas Salvalaggio è rimasto scolpito in una canzone di Vasco Rossi (“Vado al massimo”, 1982: “Meglio rischiare, che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale”) che aveva così risposto per le rime alla celebre stroncatura di due anni prima, quando il giornalista lo aveva attaccato dandogli del drogato, alcolizzato, ebete e simili epiteti.
Nel bacchettare “l’italese” la critica era limitata alle onomatopee di derivazione americana che proprio nel 1972 erano approdate addirittura in televisione, sul secondo canale della RAI, con la trasmissione Supergulp. Fumetti in tv che sarebbe in seguito divenuta popolarissima.

Le trascrizioni dei suoni inglesi di questo tipo entrate nella nostra lingua sono molte. Oltre a gulp (il deglutire per spavento o sorpresa), tra le più diffuse ci sono sigh (sospiro, da to sigh), sob (singhiozzo, da to sob), sniff (fiutare), smack (bacio, alternato anche a kiss), roar (ruggito), splash (tuffo), wow (stupore e ammirazione) e molte altre. Talvolta, però, sono state anche adattate come nel caso di bum (boom) e clic (click ), anche se questo tipo di scritte fanno spesso parte delle tavole disegnate e non è facile intervenire, in caso di traduzioni, al contrario delle parole contenute nelle nuvolette, dette anche con la bellissima metafora di nuvole parlanti, benché oggi vada di moda l’inglese balloon, venduto come un tecnicismo.

Nella prefazione di Asterix e i Goti (Goschinny e Uderzo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1969) il traduttore Marcello Marchesi scherzava sulla traduzione dei rumori nei fumetti:

E i rumori? Quelli, più che assurdi, sono  psichedelici. Bisognerebbe cercare di realizzarli con barattoli incandescenti che rotolano su sassi dipinti di rosso, in una stanza di decompressione. Basterebbe poi unire all’album il disco. E invece no! Noi i rumori li dobbiamo “tradurre in italiano”.

Anche i versi degli animali vanno tradotti, visto che ogni lingua ha i suoi. MIAO in inglese è MEOW, in francese MIAOU,  in spagnolo MIAU, come BAU in inglese è WOOF, in francese WAOUH, in spagnolo GUAU…

BAU asterix
Il cagnolino francese Idefix confronta la sua lingua canina con quella del danese dei vichinghi nella traduzione italiana (Asterix in America, 1976)

Oggi, prendersela con le onomatopee dei fumetti ci fa sorridere, non sono certo queste inezie a rappresentare il pericolo dell’itanglese nella nostra lingua. Però vale la pena di ricordare i bei tempi, quando ancora si traduceva invece di importare le parole americane e di vergognarci di adattarle. E il caso dei Peanuts è esemplare.


Franco Cavallone, mitico traduttore di Charlie Brown

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Linus, settembre 1967, p. 16: Charlie Brown in torpedone.

Negli anni Sessanta la rivista Linus ha reso popolare in Italia le strisce di Charles Schulz (ma oggi è di moda strip, invece di strisce o vignette) e a quei tempi i traduttori avevano un’attenzione per la nostra lingua a cui oggi non siamo più abituati. In una vignetta del 1965 Snoopy aveva a che fare con l’acquaplano, con cui chiamavano la tavola da surf, anche se la parola surf era alternata per indicare l’attività sportiva, e i Peanuts andavano a scuola con il torpedone, non con lo scuolabus come oggi.

Acquaplano indicava un tempo la tavola usata per lo sci d’acqua, poi sostituita dagli sci, ma i traduttori hanno recuperato quel termine dandogli un nuovo significato.

acquaplano
Linus, gennaio 1966: Snoopy e il suo acquaplano.

Torpedone è una parola coniata negli anni Trenta, accrescitivo di Torpedo, un modello di carrozzeria usata per varie automobili che ricorre anche in una canzone di Giorgio Gaber (“Vengo a prenderti stasera sulla mia torpedo blu”, 1968). Oggi torpedone è un vocabolo desueto, che ha ceduto il posto a bus, autobus o pullman, molto più in voga di corriera, ma i traduttori di Charlie Brown lo usarono cercando, invano, di farlo rivivere e senza vergognarsene.

Anche la tradizione di Halloween – assolutamente sconosciuta da noi fino agli anni Ottanta, quando è arrivata attraverso i film americani, prima che la festa fosse importata dalle multinazionali negli anni Novanta – comparve in Italia attraverso i Peanuts, insieme all’illusoria alternativa del grande “cocomero” (invece che zucca) in cui  Linus credeva ciecamente. E la traduzione più adatta alle circostanze di “dolcetto o scherzetto”, che allora non avrebbe compreso nessuno, fu resa con “o la borsa o la vita”. I bambini che suonano i campanelli cosa fanno, in fondo? Si comportano come piccoli ricattatori che minacciano danni se non si paga loro la tangente in caramelle…

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Linus, settembre 1966: ad Halloween, Lucy esclama “o la borsa o la vita” invece che “dolcetto o scherzetto” come si è affermato ai nosti giorni.

E, a proposito di caramelle, la traduzione più spettacolare dei Peanuts è quella delle toffolette, per dare un nome italiano o italianizzato ai marshmallow. Un’intera generazione di lettori si è sempre domandata cosa diamine fossero quei misteriosi bocconcini che i Peanuts abbrustolivano sul fuoco infilzati in un legnetto. Perché questi dolcetti, che oggi si chiamano anche cotone dolce, non esistevano da noi fino agli anni Novanta, quando sono apparsi anche nei nostri supermercati.

Personalmente, ricordo di averne sentito parlare per la prima volta nel 1984 attraverso il film Ghostbuster di Ivan Reitman (allora ancora affiancato dalla traduzione Acchiappafantasmi), quando nel finale si materializzava il gigantesco uomo della pubblicità dei marshmallow (figura a sinistra), così sconosciuto che a quei tempi molti pensavano fosse l’omino Michelin (figura a destra).

Perciò, davanti a questa parola all’epoca misteriosa e ancora impronunciabile, il traduttore e notaio Francesco, detto Franco, Cavallone (il responsabile anche delle altre traduzioni di Schulz su Linus) coniò toffoletta, un nome di fantasia che sembra derivato dal vezzeggiativo di toffee, una caramella morbida simile alle mou che un po’ ci somigliava, la stessa radice evocativa che poi si ritrova nella canzone “Toffee”, nome di donna che suscita morbidezza e dolcezza come una caramella, per tornare a Vasco Rossi.

Ma fuori dalle divagazioni, ancora oggi, a distanza di tanti anni, nei siti di ricette e cucina toffoletta compare, insieme a cotone dolce, come la traduzione italiana di marshmallow, e il termine è stato successivamente ripreso nella traduzione italiana del film La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005:  “Willy Wonka sa fare le toffolette al gusto di violetta, succulente caramelle che cambiano colore ogni dieci secondi mentre le mangi”), proprio nello stesso anno in cui Franco Cavallone è venuto a mancare. I dizionari purtroppo non riportano la parola toffoletta, ma sbagliano, perché anche nei libri ricorre in modo significativo come la traduzione più diffusa, ed è giusto ricordarla insieme al nome del suo inventore e alla sua capacità di essere un vero traduttore.

Bei tempi, quando qualcuno ancora pensava a far crescere l’italiano, a rendere “good grief” con “santa polenta”, ad adattare e inventare parole e neologismi dal suono italiano, ad allargare il significato di vecchie parole storiche come acquaplano e torpedone per dare loro nuovi significati e una nuova vita. Come accade nelle lingue vispe e sane.

Bei tempi perduti, a quanto pare. Quando eravamo sani chiamavano Mickey Mouse Topolino senza alcun problema (non come nel caso di mouse), ma si sa che ormai hanno ucciso l’Uomo ragno, e si parla sempre di più di Spiderman. Per quanto tempo potremo ancora parlare di fumetti prima che qualche imbecille ci spieghi che è diventata una parola inadatta e obsoleta, perché per essere precisi e tecnici dobbiamo dire di volta in volta comic, strip e graphic novel? E magari, dopo aver “confutato” che non è possibile dire “romanzo grafico” mostrandoci come si chiamano le nuove categorie editoriali nelle librerie Feltrinelli e Mondadori, il suddetto imbecille aggiungerà tronfio che non è solo una questione di essere tecnici e moderni, ma anche internazionali. Ignorando o fingendo di non sapere che novel è entrato in inglese dall’italiano novella, di Boccaccio, con il nuovo significato di romanzo, e che in spagnolo graphic novel si dice novela gráfica e in francese roman graphique.

Buzzati 500

 

PS delle 22 e 47: Carla Crivello mi ha scritto per aggiungere “una buona notizia: ‘toffoletta’ è stata segnalata tra le parole inedite o non registrate nei dizionari e sarà inserita nel vocabolario on line di Treccani”. Grazie Carla, e grazie ai curatori Treccani che finalmente registrano l’alternativa e citano anche Franco Cavallone.

 

La confusione tra anglicismi e internazionalismi

L’inglese, o più precisamente l’angloamericano,  è ormai una lingua planetaria, e la sua interferenza si osserva in ogni idioma e Paese. La globalizzazione lo ha diffuso ovunque, attraverso l’espansione delle multinazionali che esportano i nomi dei propri prodotti e dei propri marchi attraverso pubblicità sempre più internazionali, e attraverso modelli commerciali, tecnologici e culturali di successo (dalla musica al cinema).

L’inglese globale è perciò l’effetto e l’altra faccia di un’egemonia e di un indiscutibile imperialismo economico e politico che in molti casi “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”, come ha mostrato Claude Hagège, uno studioso che si occupa della dimensione internazionale della linguistica, e in particolare delle lingue a rischio di estinzione (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7).

E l’italiano come si colloca, davanti a questa espansione?

Dove va (se va) l’italiano

L’interferenza dell’inglese sulla nostra sintassi e sulla nostra struttura linguistica è poca cosa, ma, purtroppo,  non si può dire lo stesso del nostro lessico,  visto che negli ultimi 30 anni abbiamo importato migliaia di parole inglesi che violano il nostro sistema fonetico e ortografico. Dunque il rischio non è la scomparsa e l’estinzione dell’italiano, ma la sua totale trasformazione lessicale che già da tempo manifesta evidenti sintomi di creolizzazione.

Quello che è in gioco, perciò, è il futuro della nostra lingua: verso quale italiano stiamo andando? Una lingua fatta di nuove parole che seguono la storia dei nostri suoni e delle nostre regole, dunque che vengono assimilate e reinventate, oppure una struttura italiana che contiene una percentuale di anglicismi non adattati (dunque “corpi estranei”) sempre maggiore fino a divenire itanglese?

Questo è il bivio e questo è il punto di non ritorno, che a mio avviso abbiamo già superato. E davanti a questo bivio si scontrano due opposte visioni del mondo e della modernità della nostra lingua.

 

La menzogna dell’inglese visto come segno di modernità e di internazionalismo

Per comprendere meglio la questione voglio citare le parole di un importante linguista, Alberto Nocentini, che scrive:

“…il francese e lo spagnolo, a differenza dell’italiano, hanno reagito colle risorse del proprio lessico e tradotto computer con ordinateur e ordenador, rispettivamente. Reazione che corrisponde a una maggior consapevolezza dell’integrità della propria lingua e che contrasta coll’esterofilia un po’ passiva e facilona dell’italiano. In casi come questo, dove il termine è un tecnicismo di diffusione internazionale, al pari di telefono, radio e televisione, resta però da vedere se la soluzione adattata dal francese e dallo spagnolo sia alla resa dei conti un vantaggio o uno svantaggio, perché pone le due lingue al di fuori del circuito internazionale.”

Alberto Nocentini, La vita segreta della lingua italiana. Come l’italiano è diventato quello che è, Ponte alle Grazie, Milano 2015, pp. 109-110.

Queste parole contengono una serie di luoghi comuni e di affermazioni insostenibili, ma evidenziano bene la vera natura del bivio a cui siamo giunti. Molti intellettuali ci vogliono fare credere che il ricorso all’inglese sia “necessario”, un ineluttabile segno dei tempi che coinvolge ogni Paese. Ma non è affatto così, è un fenomeno tipicamente italiano. E bisogna gridarlo forte!

La nostra esterofilia è di certo indiscutibile, ma affermare che l’italiano, al contrario di francese e spagnolo, non abbia tradotto la parola computer è un falso storico. Una parola come mouse non l’abbiamo tradotta, al contrario di francesi, spagnoli, portoghesi e tedeschi (dunque non siamo internazionali in questa strategia, siamo semplicemente succubi), ma computer, fino alla fine degli anni Settanta, si diceva normalmente calcolatore e nella versione italiana di 2001 Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968) computer non ricorre nemmeno una volta (c’era il calcolatore HAL 9.000).

Negli anni Ottanta si è diffusa (senza grande fortuna) anche l’alternativa elaboratore, visto che le macchine non erano più solo in grado di fare calcoli, ma anche di giocare a scacchi, elaborare le informazioni  e permettere le prime applicazioni multimediali (si veda Egidio Pentiraro, A scuola con il computer, Laterza, Bari 1983, “Non calcolatore, ma elaboratore”, p. 9).

Quella che è successa, dunque, è un’altra storia rispetto alla ricostruzione di Nocentini: per prima cosa computer non è affatto un tecnicismo, ma a parte questo, il punto è che si è rivelato un “prestito sterminatore”, che, come molti altri, ha ucciso le alternative italiane esistenti che oggi sono utilizzabili solo come sinonimie secondarie. Questo “parolicidio” è avvenuto precisamente in concomitanza con l’affermarsi del personal computer, da quella data in poi l’anglicismo si è affermato definitivamente sulle alternative di calcolatore o elaboratore personale, come si evince anche dai grafici di Ngram Viewer.

 

 

computer in italiano

Questa precisazione non è una cosa da poco, perché è il simbolo di ciò che sta accadendo all’italiano: sta regredendo, anche se pare che molti linguisti non se ne accorgano.

Altrettanto infondato è paragonare un “internazionalismo” come computer ad altri come telefono e televisione. Ma come è possibile non vedere che nel primo caso si violano le regole di pronuncia e di ortografia (si legge compiuter, e come gli altri forestierismi non si volge al plurale) e si introduce una parola non adattata, mentre gli altri esempi sono parole adattate ai nostri suoni e alle nostre regole, e sono dunque parole italiane a tutti gli effetti? Come è possibile mettere sullo stesso piano i forestierismi non adattati con le parole italiane che derivano da parole straniere solo nella loro etimologia?

È arrivato il momento di spazzare via queste pseudoargomentazioni che fanno confusione invece che chiarezza.

La terza grande falsità è proclamare computer come un internazionalismo. Ma di che cosa stiamo parlando? È vero che si dice computer per esempio in tedesco o in polacco (dove si scrive con la k: komputer), ma sono queste le eccezioni, non è affatto vero che si dica così dappertutto. In greco è υπολογιστών (ipologhistòn), in portoghese computador, in rumeno calcolator, in slovacco e in ceco počítač, in finlanese tietokone, in norvegese datamaskin, nello svedese dator, in turco bilgisayar, in croato računalo, in ungherese számítógép, in islandese tolva… e persino nell’afrikaans si dice rekenaar!

E allora chi è “fuori dai circuiti internazionali”? Noi che non sappiamo fare altro che ripetere l’inglese a pappagallo e in modo coloniale? O chi traduce e adatta, come i francesi e gli spagnoli, ma come hanno fatto anche gli armeni, gli irlandesi, i catalani, i baschi e i gallesi?


Colonialismo, altro che internazionalismo!

Basta con queste sciocchezze della lingua sovranazionale. Sono bugie. Sono l’alibi per preferire l’inglese e rinunciare a parlare l’italiano!

Davanti al Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati solo gli italiani ripetono l’inglese GDPR (= General Data Protection Regulation), perché in Francia e Spagna si dice RGPD, e in Germania DSGVO (Datenschutz-Grundverordnung).

Essere moderni e internazionali dovrebbe portarci a rinunciare a dirlo in italiano? È questa la visione dei linguisti che negano l’anglicizzazione della nostra lingua? È questo l’italiano del futuro che hanno in mente?

Chi afferma ciò o è vittima di pregiudizi o è in malafede.

Brainstorming che dai noi è spacciato da certi linguisti come prestito di necessità, in Francia è stato tradotto con remue-méninges (spremimeningi) e in Spagna con lluvia de ideas (pioggia di idee). Graphic novel, che ripetiamo all’inglese anche se novel deriva dall’italiano novella (dall’opera di Boccaccio), in francese è roman graphique e in spagnolo novela gráfica. Basta confrontare le voci della Wikipedia italiana e francese per rendersi conto di come stanno le cose.

E se un francese usa preferibilmente parole come camping e football che noi diciamo preferibilmente campeggio e calcio, va ricordato che le pronunciano alla francese (campìng e futbòll), e non certo in inglese come facciamo noi, esattamente come wi-fi, pronunciato in modo autoctono anche dagli spagnoli. Noi, invece, ci vergogniamo a storpiare l’inglese, da cui ci stiamo facendo soggiogare rinunciando alla nostra lingua e incapaci di adattarlo ai nostri suoni.

Ripetere le parole inglesi senza tradurle, o sostituirle a quelle italiane anche quando esistono le alternative che facciamo morire perché non le utilizziamo, non significa “essere internazionali”, ma “essere provinciali” e stupidi. Significa rinnegare la nostra storia e le nostre radici per scegliere di diventare creoli. Questo è il morbus anglicus che sta soffocando la nostra lingua.

Chi, con l’alibi dell’internazionalismo o del tecnicismo “insostituibile”, vuole dirlo in inglese mente: sta semplicemente imponendo la propria visione del futuro della nostra lingua (l’itanglese) e il proprio senso di inferiorità verso l’inglese.

Questo è il vero problema, che denuncia anche Claude Hagège quando scrive che la predominanza dell’angloamericano spinge verso una mentalità monolingue che è tutta a beneficio dell’inglese e all’imposizione della lingua dominante da parte di tutti. Le competenze plurilinguistiche non sono considerate una ricchezza e il

“monolinguismo a vantaggio dell’inglese è vissuto come garanzia (…) della modernità e del progresso, mentre il plurilinguismo è associato al sottosviluppo e all’arretratezza economica, sociale e politica, oppure è considerato una fase, negativa e breve, sulla via che deve condurre al solo inglese”.

Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 100.

Questa mentalità, che in Italia va per la maggiore, è da respingere e da combattere con ogni mezzo, perché rappresenta una delle principali porte di ingresso agli anglicismi e una delle principali cause della regressione del nostro lessico.

PS
Sulla necessità di tutelare la nostra lingua dal pericolo degli anglicismi, segnalo l’appello di Gabriele Valle al presidente dell’ANSA Giulio Anselmi, perché segua l’esempio dei mezzi di informazione spagnoli.