Dall’economia all’economy: i “prestiti sterminatori”

Giugno 2018. Il presidente del Consiglio (di frequente chiamato immotivatamente premier) Giuseppe Conte nel suo discorso per chiedere la fiducia alla Camera sfodera una variegata serie di anglicismi, da governace a “(se mi consentite) stockholder” (invece di azionisti), dall’immancabile flat tax alle espressioni come “utilizzare  i big  data per  cogliere  tutte  le  possibilità della sharing economy”.

La parola economy è al centro di un sentito discorso economico-ambientale, e Conte parla di green economy, di sharing economy e di blue economy con la stessa disinvoltura con cui si utilizzano le parole italiane, senza affiancare queste espressioni con alternative e spiegazioni, dando per scontato che l’itanglese sia la norma nel linguaggio istituzionale del Parlamento.

Ma da quando l’economia è diventata economy?

 

Dall’economy class alla new, net e old economy

Era il 1989, stando al Devoto Oli, quando la parola economy, decurtazione di economy class, cioè la classe economica, è stata introdotta nelle tariffe di biglietti di navi e aerei; ma oggi anche le Ferrovie dello Stato si sono adeguate alla riformulazione anglicizzata dei biglietti: dopo l’abolizione della terza classe si viaggia in economy.

Ormai, però, dall’aggettivo si è passati al sostantivo: nella seconda metà degli anni Novanta, infatti, è esplosa la new economy, e l’anglicismo, con il significato di nuova economia, si è propagato senza troppe alternative italiane, affiancato invece dall’alternativa net economy (economia della rete) e, per contrapposizione, ha portato con sé il concetto di old economy.

economy

Dopo questi primi “prestiti” tutto sommato isolati, la situazione è degenerata a partire dal 2008, quando si è cominciato a parlare anche di sharing economy (economia della condivisione) e di green economy (economia verde).  Negli ultimi 10 anni è poi comparsa la gig economy, l’economia dei lavoretti e della flessibilità, in altre parole un’edulcorazione per indicare lo smantellamento dei diritti dei lavoratori.

Fino a qui rimaniamo nell’ambito dei lemmi riportati dai dizionari, ma nel 2018 si parla sempre più anche di blue economy, un concetto ancora confuso a dire il vero, perché l’economia blu può indicare il superamento di quella verde, cioè l’economia circolare e del riciclo, oppure l’economia legata al mare.

In ogni caso la frittata è fatta. Nel giro di un decennio non si parla più di economia, ma di economy.

 

Economy sui giornali

Provo a immettere economy sul servizio di ricerca delle notizie di Google, e provo ad analizzare le prime 5 pagine alla ricerca di altre occorrenze e altre locuzioni.

Compare la circular economy:

“Se non passiamo alla circular economy, sarà game over per il pianeta. Sono queste le parole con cui si apre Closing the Loop, il primo lungometraggio al mondo dedicato al tema dell’economia circolare.”

Scopro poi la Next Mobile Economy:

“Quando si parla di digital transformation spesso si pensa a una serie di soluzioni che permettono al business di entrare in una nuova era produttiva. Vero, verissimo ma all’interno dello stesso “movimento” si possono individuare flussi focalizzati e la Next Mobile Economy è tra questi. Il termine è destinato a entrare nei trending topic degli amministratori, visto che include strategie volte a migliorare aspetti che ricadono in altri settori come il BYOD o lo smart working.”

Negli articoli economici il linguaggio è questo, l’itanglese.

Economy è diventato un termine contagioso, c’è l’app economy, l’industria legata alla programmazione delle applicazioni per smartphone e tablet (L’app economy varrà presto 6,3 trilioni di dollari), la data economy (Fujitsu World Tour 2018. Co-creation e data economy, l’AI ridisegna il workplace. Revisione delle infrastrutture di data center. Sicurezza e data protection. Nuovi luoghi, modalità e spazi di lavoro. Le prospettive future del cloud e soluzioni iperconvergenti), la space economy (Tavola rotonda al Festival dell’Economia di Trento sulla Space Economy), la Data-Driven Economy (Big Data, Machine Learning, Fintech, Blockchain, customer centricity, GDPR, Digital Marketing: tutto questo è Cerved Next, l’evento italiano dedicato ai pionieri della Data-Driven Economy) e persino la shock economy (Plutonomy vs Democracy: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo).

La frittata è fatta, si diceva, la lingua degli articoli economici è quella di questi esempi, e non si può di certo definire italiana. Il modello per la coniazione dei neologismi è ormai inglese, e la parola italiana economia diventa obsoleta, e relegata alla designazione del vecchio, mentre ciò che è nuovo, il futuro, è detto in inglese, e questo è il caposaldo di quello che ho chiamato l’anglopurismo.

E infatti l’economia della terza età diventa la silver economy (Silver Economy Forum: Genova vuole diventare capitale europea degli over 65, il Comune ha organizzato, insieme all’associazione Genova Smart City il Silver economy forum), quella degli animali domestici è la pet economy (Animali domestici, la pet economy supera i due miliardi), quella delle biciclette è la bike economy (Dal Trentino alla Liguria, la «bike economy» che crea valore), mentre al Al Cebit 2018 Italtel punta sulla Smart Economy.

Ecco come ci stiamo riducendo. Ecco come si diffonde l’itanglese.

I cosiddetti “prestiti” non sono innocenti e isolati, si combinano in una rete di parole sempre più fitta che crea l’itanglese. Gli animali domestici sono pet, il settore alimentare è food e questi anglicismi si ricombinano tra loro formando una lingua nella lingua (e infatti si trova anche la food economy).

Tra lusso e necessità ci sono anche i “prestiti sterminatori”

Questi anglicismi entrano come fossero “prestiti di lusso”, secondo le classificazioni ridicole usate da chi non comprende affatto la natura del fenomeno, ma poi si trasformano in “prestiti di necessità”, perché lentamente le espressioni inglesi uccidono le alternative italiane, che vengono usate sempre meno, prima come sinonimi e traduzioni secondarie che compaiono negli articoli di giornale per spiegare gli anglicismi urlati e ostentati nei titoloni, poi scemano sempre di più e la loro frequenza si riduce fino a quando dirlo in italiano diventa inusuale, se non impossibile.

La parola economia, se il vento non cambia, è destinata a regredire davanti all’anglicismo. Come è successo alla parola calcolatore, che un tempo era normale, che è stata affiancata fino agli anni Novanta a elaboratore, ma che oggi si può dire solo in inglese: computer. Ogni altra alternativa è morta. E chi parla dei prestiti di “lusso” e di “necessità” dovrebbe riflettere su una nuova categoria, quella dei prestiti “sterminatori” che una volta acclimatati fanno morire le parole italiane.

PS
Sia chiaro: se qualcuno li dovesse chiamare prestiti killer, lo ucciderò!

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Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati è “GDPR” (solo in Italia)

Come nelle barzellette, ci sono un italiano, un francese, uno spagnolo e un tedesco.

Da qualche giorno tutti ricevono varie missive di posta elettronica (in italiano dette email) che informano sugli aggiornamenti dell’informativa dei dati personali (in italiano spesso detti  “Aggiornamenti della Privacy Policy” come mi capita di ricevere)  per l’adeguamento al Nuovo Regolamento Europeo per la protezione dei dati personali.

Si tratta di un testo del 2016 che è entrato in vigore il 25 maggio 2018 e che in italiano è detto in inglese, con la sigla GDPR (General Data Protection Regulation).

In questa barzelletta, gli altri cittadini europei chiedono stupiti all’italiano perché lo chiami GDPR e non RGPD (Regolamento Generale Protezione Dati) e sono anche sorpresi che il nostro connazionale parli di “privacy” che pronuncia curiosamente all’americana (pràivasi) e non all’inglese (prìvasi).

Sulla Wikipedia italiana si legge:

“Il regolamento generale sulla protezione dei dati (…) meglio noto con la sigla GDPR, è un regolamento dell’Unione europea in materia di trattamento dei dati personali e di privacy”.

L’italiano è convinto che la sigla GDPR costituisca un anglicismo “necessario”, perché si tratta di un internazionalismo che ci viene dall’Unione Europea, come fosse il “nome proprio” e intoccabile di un provvedimento emanato dall’alto che non va messo in discussione, perché è un segno di modernità e di adeguamento a una lingua superiore, anche se di fatto sarà presto extracomunitaria se non nei cavilli burocratici.

Davanti a questi ragionamenti gli altri ridono e la barzelletta finisce qui. Purtroppo, per noi c’è ben poco da ridere.

Il punto è che negli altri Paesi europei si dice RGDP. Dunque per sentirci “europei” e internazionali bisognerebbe dire così, nella nostra lingua, e non in inglese.

Basta con GDPR: in italiano si dice RGDP

La voce della Wikipedia francese riporta la sigla inglese solo come variante secondaria. Quella spagnola riporta soltanto la sigla RGDP, esattamente come quella portoghese.

Anche la Wikipedia tedesca traduce nella propria lingua l’acronimo: Datenschutz-Grundverordnung (DSGVO) e riporta la sigla sia in inglese sia in francese, a testimonianza di come ogni Paese (tranne l’Italia, ovvio), come è naturale, usa la propria lingua invece di ripetere a pappagallo e a vanvera l’inglese: negli articoli informatici tedeschi da tempo la questione si esprime in tedesco, cosa che forse a noi sembrerà strano, ma che è normale negli altri Paesi.

Questo è solo un esempio di come siamo succubi davanti all’inglese. Anche le altre sigle sono tradotte dagli europei (ne ho già accennato in passato, ma ripeterlo è utile): in Francia, Spagna e Portogallo si parla di SIDA (Sindrome di ImmunoDeficienza Acquisita) e non di AIDS, di OVNI (Oggetti Volanti Non Identificati) e non di UFO, il DNA è ADN (Acido DesossiriboNucleico), mentre USA in spagnolo si dice EE.UU. (Estados Unidos) e in francese EU (États-Unis), così come ISIS è EI (Estado Islámico e État Islamique) e in generale tutte le sigle si adattano all’ordine delle parole delle rispettive lingue, e non rimangono senza adattamenti e traduzioni come da noi.

In sintesi: da noi manca la cultura della nostra lingua. Non ci sono filtri per arginare la penetrazione degli anglicismi, non ci sono politiche linguistiche, i giornali ripetono le cose in inglese, il linguaggio dell’informatica è ormai mutilato, quello della moda è in itanglese, come quello del lavoro, e persino quello della politica, delle leggi e del fisco si sta sempre più anglicizzando. Il gruppo Incipit, a 3 anni dalla sua costituzione, ha prodotto una manciata di alternative davvero inconsistente dal punto di vista numerico. E il risultato è che gli anglicismi aumentano in modo esponenziale, le alternative italiane spesso non esistono o non circolano, con la conseguenza che i parlanti troppo spesso sono costretti a ripetere ciò che passa il convento anglofilo-monolinguista senza alcuna libertà di scegliere come esprimersi.

 

[Ringrazio Giuliano Iodice per la segnalazione del caso e di quanto avviene nella lingua tedesca]

Il disastro della terminologia informatica italiana di fronte all’inglese

Il primo uomo al mondo (di cui è possibile documentare l’attività) che ha utilizzato un calcolatore per l’analisi linguistica è stato Roberto Busa, un gesuita italiano studioso di Tommaso d’Aquino, che sin dal 1946 aveva pensato a come utilizzare il neonato calcolatore per la catalogazione e la creazione di indici sistematici del corpus tomistico. Dopo molte trattative, nel 1949, con l’appoggio di IBM, si recò così a New York e cominciò a lavorare sulle prime gigantesche macchine a schede perforate per digitalizzare tutte le opere di San Tommaso, codificando ogni parola e registrandone tutte le flessioni in modo da poterla rintracciare nel corpus. Il primo volume di questa impresa titanica uscì nel 1951, e negli anni Novanta il suo lavoro fu riversato su cd-rom e commercializzato.

 

I primati italiani dell’informatica

Seguendo la strada aperta da Busa, il linguista Carlo Tagliavini, nel 1965, applicò un analogo trattamento alla Divina Commedia, sempre con il supporto e il finanziamento di  IBM. Poiché a quel tempo i calcolatori erano macchine ingombranti che funzionavano a schede perforate, con il testo scritto in stampatello maiuscolo che non poteva essere esportato, il risultato dell’opera fu stampato su carta: un catalogo di circa 1.000 pagine in cui, oltre al testo di Dante, venivano riportate le concordanze, il lessico, il rimario, le frequenze e altri indici che consentivano di accedere al testo per parola chiave.

Nello stesso anno, il 1965, negli Stati Uniti, Ted Nelson si inventava il concetto di “ipertesto”, ma ignorava completamente che in Italia avevamo già realizzato delle opere che erano di fatto ipertesti. Nelson racconta che l’idea gli arrivò invece da un articolo di un ingegnere americano, Vannevar Bush, che nel 1945 aveva immaginato una macchina teorica (mai realizzata) fatta di scrivanie e schermi translucidi, che avrebbe dovuto essere in grado di memorizzare percorsi di lettura e associazione dei testi (il Memex). L’articolo in questione è teorico e abbastanza ingenuo, ma è interessante notare che pochi anni dopo queste riflessioni pensate prima dell’invenzione del calcolatore elettronico, Roberto Busa, invece di immaginare, si era messo all’opera per realizzare qualcosa di concreto.

La tradizione italiana nell’informatica è stata pionieristica e importante. All’università di Milano, per esempio, Silvio Ceccato fu in prima linea sui primi esperimenti di traduzione automatica, e diresse il Centro di Cibernetica e di Attività Linguistiche dal 1957 sino alla seconda metà degli anni ‘60 – quando gli investimenti vennero tagliati – producendo una letteratura pionieristica e di grande spessore, che oggi è rimasta sconosciuta o è stata dimenticata.

Nel 1965 vide la luce anche il primo esempio di elaboratore personale tutto italiano, l’Olivetti Programma 101 (o P101) ed è risaputo che alla fine degli anni ’70 il fondatore della Apple Steve Jobs, insieme a Steve Wozniak, vennero in Italia proprio per tentare accordi con la Olivetti e con i progettisti italiani che corteggiarono invano, per costruire calcolatori personali in serie. De Benedetti decise di non perdere tempo con quei due fricchettoni, e dunque la storia di quello che oggi si chiama personal computer si svolse senza l’apporto italiano.

 

Il linguaggio informatico fino agli anni Novanta

Negli anni ’60, quando IBM si insediò in Italia, il linguaggio informatico era costituito da termini come perforatrice, verificatrice, selezionatrice, inseritrice, tabulatrice (da cui le liste di tabulazione), c’era il calcolatore interprete, si parlava di sistemisti e di sistemi suddivisi in unità centrale e periferiche, c’era il lettore/perforatore schede, la lettura/scrittura su nastri e dischi, la stampante, e non circolavano anglicismi. Persino nel 1989, quando IBM, con la consulenza di Tullio De Mauro, realizzò un prototipo di vocabolario elettronico (il VELI = vocabolario elettronico della lingua italiana) basato sulle 10.000 parole più frequenti tratte dallo spoglio di alcuni giornali, la parola computer era assente nel volume di presentazione. E non solo il linguaggio informatico di De Mauro era ineccepibile rispetto all’uso di anglicismi, ma persino la presentazione di Ennio Presutti, l’amministratore delegato di IBM e la prefazione di Pierluigi Ridolfi, Direttore della ricerca scientifica di IBM, avevano un uso di anglicismi limitatissimo (si trova bit, hardware, software e poco altro).

VELI vocabolario elettronico dell alingua italiana di IBM e De Mauro
Il VELI, vocabolario elettronico della lingua italiana, diretto da Tullio De Mauro, realizzato da IBM, con la presentazione dell’amministratore delegato Presutti.

Questa attenzione e questo rispetto per la lingua italiana nell’informatica stavano però per finire.

Qual è oggi il linguaggio degli amministratori delegati delle multinazionali?

Dopo l’epoca di IBM, con l’avvento di Microsoft, Apple, e poi con l’esplosione della nuova economia, chiamata “new economy”, e con l’arrivo di Google, Facebook e gli altri interlcutori, proprio nel momento in cui l’informatica ha cessato di essere un linguaggio per addetti ai lavori ed è diventato un fenomeno di massa, il linguaggio elegante e rispettoso di IBM è un ricordo sbiadito. I nuovi protagonisti hanno conquistato il mondo imponendo la propria nomenclatura anglicizzata. Se in alcuni Paesi come la Francia e la Spagna, grazie a una differente cultura e alla presenza di accademie e politiche linguistiche serie, il problema è stato in parte arginato, in Italia siamo passati definitivamente all’itanglese.

 

Lo sfacelo della terminologia informatica italiana

Cosa è cambiato oggi, rispetto a 30 anni fa?

Tutto. A cominciare dai nomi che leggiamo sulle scatole e che ripetiamo invece di tradurre, per cui multigiocatore si dice multiplayer, un decodificatore lo chiamiamo set-top-box, e un tappetino per il mouse è ancora più figo se si dice mousepad. La custodia o il contenitore di un apparecchio elettronico, detto hardware, diventa il case, o la cover se è un cellulare, i dispositivi sono device, e i cellulari mobile device, il calcolatore principale si dice host, l’ospitalità di un sito l’hosting, una scheda di memoria è una memory card, un microcircuito integrato un microchip, la memoria temporanea è buffer, la memoria nascosta è la cache.

yahoo
L’interfaccia della posta elettronica di Yahoo! La posta è mail, la posta indesiderata è spam, la pagina principale è home, e gli anglicismi assurdi sono davvero tanti: non c’è alcuna attenzione e rispetto per la lingua italiana.

I programmi un tempo erano prevalentemente in inglese e dunque abbiamo cominciato ripetere i termini che leggevamo senza tradurli. Con l’avvento delle interfacce “localizzate” (come è di moda dire adesso invece di “tradotte”), le cose sono migliorate solo parzialmente, perché lasciare le scelte terminologiche alle multinazionali significa rinunciare a parlare l’italiano e importare la nomenclatura dei produttori.

E infatti, invece di trasferimento o scaricamento dei dati c’è il download che ha generato downloadare, invece di pagina principale si è diffuso senza alternative home page, l’aiuto è un help, i caratteri sono font e quelli senza grazie sono sans serif, la tavolozza dei colori è chiamata palette, un programma di elaborazione o scrittura è un editor, la gabbia grafica è il layout, i programmi in Rete hanno un back end e un front end, e non un’interfaccia di amministrazione un’interfaccia utente. La posta elettronica è email, la casella di posta mail box, a tutto schermo si dice full screen, e la ricerca libera il full test. Facciamo il login e il logout e non l’autenticazione o la disconnessione, i moduli sono form, e spesso gli strumenti tool, la barra degli strumenti toolbar, i fotogrammi frame, l’inoltro è il forward, le gallerie gallery, l’aggiornamento l’update o l’upgrade, l’effetto metamorfosi è il morphing, una parola d’accesso password, il navigatore è browser, un marcatore è flag

Il problema non riguarda solo le scelte terminologiche, naturalmente, è più ampio. Spesso gli anglicismi sono usati più frequentemente dei corrispettivi italiani, sono preferiti, suonano più moderni, precisi… al punto che ormai alcune parole ci sembrano intraducibili, ma invece non sappiamo più dirle in italiano, perché nessuno lo fa più.
Tra gli esperimenti con i miei studenti ho constatato l’incapacità media dei ventenni diplomati di trovare alternative italiane a espressioni come startup, di default o touch screen. Venivano indicate come tecnicismi intraducibili, perché nessuno è più capace di dire nuova impresa (o impresa nascente), opzione di sistema (anziché di default) o schermo tattile (al posto di touch screen).

E allora la sicurezza informatica è la cybersecurity , ci sono gli spyware e non i programmi spia, il phishing e non l’adescamento e la frode informatica, e un trojan (decurtazione di  trojan horse = cavallo di Troia) guai a chiamarlo troiano! Gli anglopuristi tecnologizzati subito si scagliano contro questo uso barbaro e antistorico dell’aggettivo troiano, che “non vuol dire niente”, al contrario di trojan che evidentemente vuol dire tutto.  I tecnicismi si esprimono con parole come freeware e non programma libero, shareware e non programma di prova o versione gratuita.

Poco importa se questi tecnicismi in inglese molte volte non lo siano affatto! Tablet, per esempio, vuole dire tavoletta, eppure da noi viene spacciato per prestito di necessità, perché evidentemente la metafora della tavoletta in inglese si può usare, ma in italiano no!

Persino i tasti e i comandi si preferiscono spesso dire all’inglese, shift e non il tasto di maiuscolo (o minuscolo) che ha generato shiftare e poi slash invece di barra, e ancora escape, undo, print screen e screenshot (e non uscita, annulla, stampa e schermata).

Il delirio dell’inglese continua nel linguaggio della Rete, dove i social network sembra siano preferibili a un banale reti sociali, i seguaci sono follower, gli odiatori hater, gli influenti influencer, e si dice blogger e non bloggatori o blogghisti, spammer e non spammatori, per coerenza con gli youtuber e tutti gli altri termini che si comportano come parole inglesi invece che con le desinenze italiane, a meno che non sia indispensabile, come nei casi di googlare, whatsappare, downloadare, shiftare, switchare, twittare, upgradare, uploadare, backuppare, chattare, computerizzare, crashare, debuggare, embeddare, hackerare

Nel mondo del lavoro, per essere allineati con il gergo informatico in itanglese, è bene usare un linguaggio appropriato all’angloamericano degli addetti ai lavori: l’inserimento dati è il data entry, l’elaborazione dei dati il data processing, un fondatore è founder o startupper

Forse questo elenco sta diventando  noioso, oltre che avvilente. Eppure è poca roba, perché il dizionario degli anglicismi della terminologia informatica è molto, molto più esteso. Ho fatto solo alcune citazioni di termini che ammettono anche le traduzioni in italiano, ma purtroppo non sempre è così. Computer è ormai “necessario”, da quando calcolatore o elaboratore sono diventate parole obsolete; mouse non l’abbiamo tradotto (al contrario di quanto è avvenuto in Francia, Spagna, Germania, Portogallo…) e per moltissimi termini tecnici mancano ormai le parole per dirlo in italiano.

La nostra lingua, nel nuovo Millennio, è diventata incapace di esprimere l’informatica senza ricorrere all’inglese, è stata mutilata!

Il problema è che sta avvenendo lo stesso in molti altri ambiti, come la moda, il lavoro, la scienza… e che siamo circondati dai “teorici dell’itanglese di necessità” che invece di preoccuparsi dell’importanza delle traduzioni, continuano a ripetere che va tutto bene e non sta succedendo niente.

 

Puristi, neopuristi e anglopuristi

Ogni volta che mi trovo a spiegare e difendere le mie tesi su anglicismi e itanglese è sempre la stessa storia: devo affannarmi a precisare che non sono affatto un “purista”.

Difendere la lingua italiana davanti all’eccesso di anglicismi che caratterizza il nuovo Millennio non ha niente a che vedere con il purismo, riguarda invece la tutela di ciò che è locale davanti alla globalizzazione. È un problema di ecologia linguistica di fronte all’espansione delle multinazionali americane che, come effetto collaterale, insieme ai loro prodotti impongono in tutto il mondo anche il loro linguaggio. Quello che è in gioco è il pluralismo linguistico internazionale, che come la biodiversità è una ricchezza, non un segno di arretratezza; ma è minacciato da una fortissima mentalità monolinguista basata sull’angloamericano.

L’epoca del purismo è morta e sepolta, e oggi le cose vanno lette con ben altre categorie che devono rendere conto del presente e del futuro invece di guardare al passato.

Che cos’è il purismo?

Il purismo si può fare risalire alle posizioni di Pietro Bembo (XVI secolo), un esponente di spicco dei cosiddetti “ciceroniani” che, impregnato del mito dell’età dell’oro, considerava il latino la massima perfezione della lingua: i modelli più alti e irraggiungibili erano per lui Virgilio per la poesia e Cicerone per la prosa. Il punto di partenza delle Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua era che il latino si fosse corrotto nel volgare a contatto gli idiomi degli stranieri arrivati con le invasioni, e che il modello dell’italiano ideale si dovesse rintracciare nella letteratura del Trecento più vicina al latino e cioè la poesia di Francesco Petrarca e la prosa di Giovanni Boccaccio (Dante era invece considerato come un poeta privo di “decoro”).
Alla fine del Cinquecento, sorse a Firenze l’accademia della Crusca che sposava questo principio e aveva come scopo quello di separare il “fior di farina”, cioè la buona lingua costituita dal fiorentino trecentesco, dalla “crusca” in senso dispregiativo, le male parole impure e poco digeribili che proliferavano: il lessico dialettale, i neologismi e i forestierismi. Nel 1612 vide così la luce il Vocabolario degli Accademici della Crusca, un’opera senza precedenti nelle altre lingue europee, che pur possedevano già la loro precisa identità. Va detto che al di là degli intenti puristici stretti, il vocabolario fu nei fatti molto più aperto, soprattutto nelle successive edizioni. Infatti Dante fu rivalutato e la prima edizione dell’opera partì proprio dallo spoglio degli scritti delle “tre corone”: le parole “lecite” della lingua italiana erano dunque quelle usate da Dante, Petrarca e Boccaccio.

Gli oppositori al purismo aperti agli internazionalismi

Molti autori si opposero alle posizioni di Bembo e della Crusca, e rivendicarono la dignità degli altri dialetti e i contributi di altre lingue. L’obiezione più forte era che, staccandosi dal linguaggio vivo, il rischio era quello di parlare la “lingua dei morti” del Trecento. Intanto, nel corso del Cinquecento e del Seicento, sia davanti alle importazioni di nuove “cose” che arrivavano dal Nuovo mondo e dall’epoca delle grandi esplorazioni, sia davanti ai progressi tecnici e scientifici, le parole “nuove” erano sempre di più. E così, nel Settecento, Alessandro Verri, dalle pagine del Caffè, lanciò la celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”, un vero e proprio manifesto contro il purismo e il conservatorismo linguistico in nome della modernità:

“Se il Mondo fosse stato sempre regolato dai Grammatici” non avremmo né case, né carrozze, né industria.

La conclusione fu la “solenne rinunzia” alla pretesa purezza della toscana favella:

“Se italianizzando le parole francesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, sclavone, noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo.”

 

Vorrei fare notare la parola “italianizzando”, una parola chiave per comprendere la natura di queste critiche. Se i puristi condannavano i neologismi e le parole di origine straniera in nome del toscano, va detto che tutti i più aperti sostenitori della modernità, da Machiavelli a Muratori, da Leopardi a Verri, non pensavano affatto di importare migliaia di parole straniere senza italianizzarle!

E allora cosa accomuna le posizioni dei più accesi puristi fustigatori dei barbarismi e quelle dei più aperti e moderni sostenitori di francesismi, anglicismi e internazionalismi di ogni epoca?

Il fatto che nessuno si sognava di fare entrare nel nostro lessico migliaia di forestierismi non adattati.


Dal purismo all’anglopurismo

Nel corso del Novecento, caduta la supremazia del toscano e raggiunta l’unità linguistica dell’italiano parlato, oltre a quello letterario, si è diffuso un atteggiamento moderato definito neopurista, rappresentato per esempio da Bruno Migliorini, che non respingeva a priori i forestierismi, ma valutava caso per caso cercando di adattare le innovazioni alla struttura fonologica e morfologica della nostra lingua con molta tolleranza. E il criterio di sostituire gli esotismi solo quando è possibile o di adattarli (regista invece di regisseur, clic invece di click) sarebbe un criterio auspicabile anche oggi. Ma le soluzioni avanzate ancora negli anni Ottanta da Arrigo Castellani, che proponeva invano adattamenti come fubbia (fumo + nebbia) al posto di smog (smoke + fog) o di guardabimbi per baby sitter appartengono ormai al passato e ci fanno sorridere.

Se un tempo i puristi, nel loro difendere e conservare la lingua italiana classica, rappresentavano contemporaneamente un ostacolo all’evoluzione linguistica, oggi chi sta portando l’italiano a chiudersi in sé stesso per diventare la lingua dei morti è rappresentato proprio dai più aperti sostenitori degli anglicismi che vedono come un segno di modernità e di internazionalizzazione.

Vorrei chiamare questa posizione “anglopurismo”.

Gli anglopuristi si vergognano di italianizzare le parole inglesi, come fosse un segno di ignoranza verso la lingua originale di cui siamo ormai succubi, dunque sono ostili di fronte a soluzioni come rosbif al posto di roast beef, surfista al posto di surfer, blogghista/bloggatore per blogger, scaut per scout o sciampo per shampoo. E in questo modo si apre la strada a migliaia di parole che entrano senza adattamenti violando il nostro sistema ortografico e morfologico con termini che si scrivono e leggono con altre modalità, e dunque rimangono corpi estranei. Il che non è un male in sé, lo diventa quando il loro numero è tale da costituire una rete di parole sempre più fitta che si espande nel nostro lessico portando addirittura all’interiorizzazione di nuove regole estranee alla nostra lingua.

Con il falso alibi dei prestiti di necessità, gli anglopuristi non perdono occasione di introdurre parole inglesi con la scusa che non esisterebbero equivalenti italiani. Questi signori non concepiscono che, quando anche un corrispondente non esistesse, un forestierismo si può anche adattare, tradurre o sostituire con neologismi e nuove creazioni italiane, l’unica soluzione che renderebbe la nostra lingua nuovamente una lingua viva. Gli anglopuristi storcono il naso davanti alle pochissime soluzioni di questo tipo che si stanno diffondendo, come apericena al posto di happy hour, o colanzo al posto di brunch. E davanti a cinguettio invece di tweet si oppongono dicendo che la soluzione italiana non è rispettosa del significato inglese! E più in generale considerano queste parole “brutte” rispetto a quelle inglesi.

Tra gli anglopuristi si annidano anche coloro che sostengono che gli anglicismi spesso non hanno proprio il medesimo significato degli equivalenti italiani: shopping non è proprio come fare compere, dicono, confondendo il risultato dell’acclimatamento della parola che ha assunto in italiano (= fare acquisiti di lusso o per la persona) con il significato inglese, dove anche andare al supermercato è considerato shopping. Curiosamente, questi angloentusiasti non hanno nulla da dire nei confronti di parole come mobbing, che considerano qualcosa di “necessario” e di insostituibile anche se in inglese si usa poco e si ricorre quasi sempre ad altre espressioni come victimization, persecution, harassment, workplace bullying (bullismo sul lavoro), oppure si parla meno tecnicamente di abuse e intimidation.

Soprattutto, gli anglopuristi si rifiutano di allargare il significato di parole storiche e farle evolvere, ampliandole, alla realtà di oggi. E così dichiarano che selfie non è esattamente come autoscatto, è un’altra cosa. Sul sito dell’accademia della Crusca, per esempio, questa tesi è divulgata con una presa di posizione ideologica molto discutibile. Si dice che selfie non è un “prestito di lusso” (come si possano nel nuovo Millennio usare ancora queste categorie obsolete rimane per me un mistero) e che non è “un sinonimo perfetto di autoscatto”.
Però, gli esempi tratti dai giornali a chiusura dell’articolo mostrano chiaramente che non è affatto così: i giornali usano autoscatto con la stessa accezione, esattamente come, nel Devoto Oli 2018, selfie è indicato come termine sostituibile da autoscatto.

I nuovi puristi dell’inglese uccidono l’italiano

Eccolo il nocciolo dell’anglopurismo: si vuole relegare l’italiano alla lingua dei morti, autoscatto viene classificato come parola storica, nei suoi significati del passato, quando esisteva il filo per l’autoscatto o il comando a tempo. Non si vuole allargare il significato di autoscatto in senso moderno e farne una parola adatta per le nuove tecnologie, la si vuole far morire! È in questo modo che gli anglopuristi uccidono l’italiano.

Calcolatore o elaboratore? Roba vecchia! Oggi c’è il computer e basta.

E cat sitter? È un prestito di necessità, evidentemente, dicono. Certo, esiste la parola gattaro, un neologismo degli anni Ottanta, ma si riferisce a chi cura i gatti randagi per passione, non a chi intraprende questa nuova professione che si può dire solo in inglese!

Quello che vorrei chiedere agli anglopuristi è perché la parola gattaro non può evolvere in senso moderno anche per designare una nuova professione.

Perché volete relegare l’italiano alla sua storia invece di farlo evolvere? Perché la metà dei neologismi del nuovo millennio è in inglese? Cose ne sarà della nostra lingua, fra trent’anni, se continuiamo a questo modo?

L’italiano si ridurrà a esprimere il vecchio, e tutto ciò che è nuovo si dirà in inglese.
Quando, nel 1962, durante la crisi tra Cuba e Stati Uniti, si coniò l’espressione hawks e doves, in italiano è stata tradotta con falchi e colombe. Oggi, se Trump parla di fake news, tutti gli apparati mediatici ripetono l’espressione in lingua originale, e le notizie false o le bufale sembra che abbiano un altro significato o un’altra sfumatura.

E allora, è più “purista” chi spera in un italiano che si sappia reinventare e arricchirsi di neologismi, nuove creazioni e adattamenti, visto che è una lingua viva, o chi lo vuole ingessare nel vocabolario storico preferendo ricorrere a parole tecniche in lingua originale senza alterarlo?

Da quale delle due prospettive ne uscirà un italiano che rischia di risultare presto la lingua dei morti?

Anglicismi in Francia e in Italia: non c’è partita

A Milano, la capitale dell’itanglese, il servizio delle biciclette condivise si chiama BikeMi, e sul sito dedicato la parola bicicletta è assente (si parla solo di bici come sinonimo secondario in fondo, nell’ultima riga) dando per scontato che si chiami servizio di bike sharing. La stessa filosofia adottata sul sito del comune sulla pagina intitolata Bike sharing.

Sulla Wikipedia francese, al contrario di quella italiana, se si cerca bike sharing si viene dirottati alla pagina vélos en libre-service, come si dice in francese, e lo stesso accade per il car sharing che rimanda ad autopartage, così come internet provider è una voce inesistente, perché in francese si dice fournisseur d’accès à Internet.

Ma per fare un confronto tra la situazione degli anglicismi in Francia e in Italia non basta fare qualche esempio, perché si possono scegliere gli esempi favorevoli alle proprie tesi in qualunque direzione, occorre invece fare confronti più sistematici.

Gli anglicismi sono più frequenti in Francia solo in pochi casi

In un curioso articolo dell’Accademia francese, Dominique Fernandez esalta la creatività linguistica italiana e scrive che, anche se siamo un Paese sottomesso agli Stati Uniti (a proposito: in Francia si chiamano EU = États-Unis e non USA come in originale e in italiano), noi diciamo calcio invece di football, campeggio invece di camping (che però in Francia si pronuncia alla francese), panino imbottito invece di sandwich e giro della morte invece di looping.

Queste osservazioni riguardano la frequenza delle parole. Ed è vero: si tratta di esempi in cui gli anglicismi sono preferiti dai francesi, come si evince anche dai grafici Ngram Viewer che, alla faccia di chi nega siano affidabili, funzionano anche nei (non frequenti) casi in cui l’Italia è messa meglio dei Paesi vicini:

football e camping in italiano e francese
La frequenza di football in Francia è estremamente più alta che in Italia, e anche camping è molto più utilizzato che da noi.

È risaputo che in Francia si dica preferibilmente football, e la conferma dei dati del servizio di GoogleBooks arriva anche dalla comparazione tra le frequenze della parola su Le Monde (ricorreva 18.655 volte al 30/5/2017) e su La Stampa (7.846 volte).

Gli esempi fatti dall’Accademia francese sono perciò veri, ma non dimostrano che la situazione da noi sia più rosea, e soprattutto sono vecchi: appartengono al passato. Football, e in generale molta della terminologia calcistica e sportiva (non tutta però) era stata già italianizzata con un certo successo ai tempi del fascismo (la cui politica linguistica fu molto più complessa della semplice messa al bando dei forestierismi, e rappresenta un modello da studiare, oltre che da biasimare in modo chiaro e forte come una via da non ripercorrere). A quell’epoca d’Annunzio inventò la parola tramezzino come alternativa a sandwich, ma purtroppo la creatività linguistica italiana oggi non esiste più e invece di creare alternative alle parole inglesi le importiamo in modo succubo. Infatti, la metà dei neologismi del Nuovo millennio di Zingarelli e Devoto Oli sono in inglese (più precisamente: dalle ricerche grezze sono meno della metà, ma se si aggiungono i derivati semiadattati come whatsappare, downoladare, googleare… superano il 50%). E davanti a questo dato viene da chiedersi quale sia il futuro dell’italiano, se non cambia il vento.


Un confronto all’americana

Ho già pubblicato una comparazione tra francese e italiano, a proposito degli anglicismi, ma voglio aggiungere qualche dato inedito, visto che c’è chi continua a negare che l’italiano sia messo peggio.

Basta cercare sulla Wikipedia francese e italiana gli anglicismi con la lettera A.

VOCE

ITALIANO

FRANCESE

abstract

voce esistente

voce non esistente

ace (tennis)

voce esistente
NOTA: riportata senza alternative italiane

voce esistente
NOTA: esiste l’alternativa as

access point

voce esistente
NOTA: senza alternative italiane

voce non esistente, esiste invece: point d’accès sans fil

account

voce esistente

voce non esistente

account manager

voce esistente  senza alternative

voce non esistente

advergame

 

voce esistente
NOTA: non è riportata l’alternativa per es. di videogioco promozionale o gioco pubblicitario

voce esistente
NOTA: è riportata l’alternativa francese jeu vidéo publicitaire

adware

voce esistente
NOTA: il corrispondente indicato  (“software sovvenzionato da pubblicità”) non è in italiano né adeguato

voce esistente
NOTA: ci sono ben 2 alternative: logiciel publicitaire o publiciel

aids

voce esistente

voce non esistente
NOTA: si è reinderizzati automaticamente alla voce francese sida

airbag

voce esistente
NOTA: viene indicata l’alternativa di cuscino salvavita che però non è in uso

voce esistente
NOTA: vengono indicate le alternative di coussin gonflable (o coussin gonflable de sécurité) in uso

aka

voce esistente

voce esistente

all inclusive

voce esistente
(con traduzione)

voce non esistente
si è reinderizzati automaticamente alla voce fancese tout inclus

angel investor

voce esistente

si rimanda all’espressione inglese equivalente business angel (dunque come fosse una voce esistente)

antidoping

 

si è reindirizzati all’anglicismo doping
NOTA: si riporta l’alternativa drogaggio ma non dopaggio

voce non esistente (in francese antidoping è il nome di un complesso musicale) e la voce doping non esiste: si è reindirizzati a dopage

antitrust

voce esistente
NOTA: è riportata l’alternativa anti-monopolio, che non è una voce (l’alternativa italiana è reindirizzata sull’anglicismo)

voce definita come anglicismo con rimando alla voce francese droit de la concurrence

apartheid

voce esistente

voce esistente

assist

voce esistente
senza alternativa

voce non esistente

autofocus

voce esistente

voce esistente

 

In sintesi: su 17 anglicismi con la A presenti nella Wikipedia italiana, solo 8 esistono anche in quella francese. In generale, a parte il caso di apartheid, tutti gli anglicismi in francese hanno un corrispettivo autoctono, mentre solo 8 di quelli in italiano riportano equivalenti o traduzioni utilizzabili.

Queste percentuali non cambiano se si procede a cercare gli anglicismi con le altre lettere dell’alfabeto. Ma se qualcuno volesse ancora negare l’evidenza e sostenere il contrario, lo invito a fornire un elenco di anglicismi in francese con la A che non esistono in italiano.

 

Perché queste differenze oggettive?

A fare la differenza non c’è solo la politica linguistica francese e la legge Toubon, c’è anche il fatto che in Francia, come in Spagna, le accademie creano le alternative agli anglicismi, che raccomandano e pubblicizzano.

È interessante dare uno sguardo alle proposte francesi del 2018 (e vedere il video promozionale in proposito):

smartphone (che da noi è a volte spacciato per “prestito di necessità”) è affiancato da mobile multifunction;
net neutralityneutralité de l’internet;
smart tvtéleviseur connecté;
blockchainchaîne de blocs;
deep webtoile profonde;
peer-to-peerpair à pair;
back officearrière-guichet;
thumbnailimagette;
e le fake news che da noi circolano come fosse l’unica espressione possibile (notizie false o bufale? Che vergogna! Che parole antiche!) in Francia si sono trasformate anche in infox (info = informazione + faux = falso).

Naturalmente, va detto che non tutte le alternative prodotte hanno successo, alcune funzionano, altre meno. Ma complessivamente il numero e la frequenza degli anglicismi sono arginati, rispetto all’Italia, e anche quando una proposta sostitutiva non entra nell’uso esiste almeno la possibilità dei parlanti di scegliere, che da noi manca.

E allora la libertà è più tutelata dalla legge Toubon, che alcuni vendono come qualcosa che impedisce ai francesi di parlare come vogliono, ma che offre la possibilità di dirlo in francese, o in Italia, dove si fanno circolare solo gli anglicismi?

L’italiano degli svizzeri: “question time”? No grazie.

La varietà delle lingue è un valore e una ricchezza che va preservata esattamente come va tutelata la biodiversità, visto che le lingue sono vive, e dunque possono anche ammalarsi e morire.

La confederazione Svizzera rappresenta un modello di plurilinguismo molto avanzato cui guardare come esempio, davanti al monolinguismo internazionale imperante basato sull’inglese. Questo Paese ha quattro lingue ufficiali e un ricco patrimonio di dialetti. Poiché l’italiano è parlato solo dall’8,1% della popolazione (nel canton Ticino e in quattro valli del canton Grigioni: Mesolcina, Calanca, Poschiavo e Bregaglia) ed è in minoranza rispetto al tedesco (63.5 %) e al francese (22.5 %), il Consiglio Federale ha fatto della promozione dell’italiano una priorità. Nel progetto sulla cultura 2016-2020 ha stanziato fondi per rafforzare la presenza della lingua e cultura italiana nell’insegnamento, nella formazione bilingue e attraverso una serie di manifestazioni culturali.

E così, paradossalmente, la lingua italiana è più tutelata in Svizzera che da noi, dove non esiste alcuna politica linguistica, anzi, il  linguaggio della politica, nel nuovo Milllennio si è anglicizzato sempre di più introducendo le parole inglesi nelle leggi, nelle istituzioni e nel cuore dello Stato.

La politica dell’Italia e incolla

Dopo i primi anglicismi come il ticket ospedaliero, la privacy e il welfare, e dopo la tendenza a chiamare premier il presidente del Consiglio, come indicato nella Costituzione, ormai le imposte sono tax (minimum tax, carbon tax, flat tax, city tax, local tax, web tax, Robin tax…) e dopo il jobs act le leggi tendono a esser act e il lavoro è job, tra spending review, quantitative easing, spoils system, flexicurity, devolution, deregulation, election day, government, establishment, stepchild adoption, voluntary disclosure, question time

Parole di cui vergognarsi, queste, più che da sbandierare, anche perché per molti cittadini sono poco chiare, quando non sono incomprensibili, e spesso sono impiegate dai politici proprio per mascherare ed edulcorare come stanno le cose. I centri di collocamento si ribattezzano job center per far finta di introdurre innovazioni moderne che non esistono se non nel suono. E chiamare jobs act l’abolizione dell’articolo 18 è puro marketing nella sua accezione più negativa.

 

Question time un esempio che la dice lunga

Question time è un’espressione copiata dal linguaggio politico inglese e introdotta senza alternative nel Parlamento italiano.

Si tratta più semplicemente dell’ora delle domande in cui, durante una seduta, i parlamentari rivolgono le loro interrogazioni ai ministri in merito al loro dicastero. E allora perché si chiama in inglese?
I perché vanno ricercati nel considerare l’inglese un modello culturale superiore a quello italiano e nel vergognarci di usare la nostra lingua.

Ci sono state in passato proteste e petizioni degli stessi parlamentari, per dirlo in italiano, ma sono rimaste inascoltate e nulla è cambiato, né nel parlamento, né nel linguaggio dei giornali.

In Svizzera invece, molto semplicemente, si è chiamata l’ora delle domande, e sui giornali del Ticino si chiama così, in modo che lo capisca anche un bambino (vedi Ticinonews o Tio).

question time
La frequenza di question time in italiano, francese e spagnolo nei grafici di Ngram Viewer (1965-2008). L’espressione si è diffusa negli anni ’80; nei Paesi con una politica linguistica è stata fermata ed è regredita, da noi è decollata.

In Spagna si dice il turno de preguntas (= turno delle domande), e in Francia – dove la lingua è il francese (come scritto nella loro Costituzione), obbligatorio nel linguaggio istituzionale, perché esiste una politica linguistica sancita in varie leggi tra cui la legge Toubon (1994) – si dice  période de questions (= periodo delle domande).

Dovremmo imparare da questi  Paesi, invece di andare verso il depauperamento del nostro patrimonio linguistico per sposare il monolinguismo basato sull’inglese.

Dovremmo introdurre anche noi una “guardia svizzera” per proteggere la nostra lingua, che fa buchi da tutte le parti come una forma di groviera.

Dovremmo mangiare più bistecche svizzere e meno hamburger, visto che parlare come si mangia può diventare pericoloso, nell’era dei master chef televisivi all’americana.

Dai cantoni svizzeri ci arriva un esempio da seguire e una grande lezione, perché question time è una “cantonata” e dovremmo cominciare anche noi a usare l’italiano: l’ora delle domande. La Svizzera ci ha regalato un precedente in italiano che adesso esiste ed è in circolazione!

Come entrano gli anglicismi: avvistata una “trap-cam”

L’altro giorno mi sono imbattuto nella notizia dell’avvistamento di un gatto selvatico nel Trentino, ma soprattutto nell’avvistamento di un nuovo anglicismo: la trap-cam.

 

TRAP-CAM corriere della sera 5_4_2018

Il Corriere della Sera in rete riportava così la notizia, nella sua prima pagina. E seguendo il collegamento si può leggere la spiegazione:

Il gatto selvatico arriva a Trento: per la prima volta sul monte Bondone

Un esemplare di Felis silvestris «catturato» da una trap-cam piazzata per monitorare gli spostamenti degli orsi. E’ una specie tutelata a livello nazionale e europeo

di Redazione Online

 

Ma cos’è una trap-cam?

Questa espressione non esiste in alcun dizionario italiano, nemmeno tra gli infiniti neologismi della Treccani o sulla Wikipedia. In rete è di bassissima frequenza e quasi non si trova. Non compare nei dizionari di inglese, e la Wikipedia britannica parla invece di camera trap, cioè una telecamera che si attiva attraverso sensori ottici.

L’articolo in questione è italiano, non si tratta dei soliti casi di scopiazzamenti dalle fonti americane che producono una gran quantità di anglicismi inutili per prigrizia e incapacità. E allora da dove viene?

Viene dalla “redazione online” del Corriere della Sera, che probabilmente significa gente sottopagata che fa quel che può. E il giornalista anonimo che ha scritto questo titolo deficiente (deficiente di una spiegazione che sarebbe dovuta, per rispetto verso i lettori) usa un’espressione del genere che non è nemmeno virgolettata, come fosse una cosa comune. In questo grande pezzo di giornalismo le virgolette sono invece apposte sulla parola “catturato”, una scelta davvero  strategica.

Non c’è alcuna esigenza di fornire alternative a questa parola. Si battezza in questo modo con un anglicismo un oggetto che si sforzerà eventualmente il lettore di far corrispondere a una parola italiana equivalente. Ma che cosa può fare un lettore, a questo punto, se non ripetere trap-cam o pensare che si dica così? Forse può fare come me e non comparare più il Corriere della Sera. Ma a parte questo, quali sono le alternative che un articolo del genere ci offre per parlare?

Leggendo l’articolo si parla in modo impreciso di foto-trappola, che però non è un sinonimo equivalente, e confonde lo strumento (una telecamera a sensori) con il risultato (la fotografia).

È in questo modo che entrano gli anglicismi. È in questo modo che oggi si fa giornalismo. Senza nessuna cura per la lingua italiana e per gli italiani, e tanto meno per le buone regole della comunicazione. Con una buona dose di ignoranza, pressapochismo, fretta e tutto purché suoni inglese.

Quando il Titanic affondò, nel 1912, la parola iceberg circolava, nell’italiano e anche nell’articolo che ne parlava. Ma il titolo de La Stampa parlava di un banco di ghiaccio, in modo da arrivare a tutti. In modo da usare la lingua italiana. Quale giornalista oggi farebbe una scelta del genere?

Titanic 16 aprile 1912

I giornali stanno depauperando la lingua italiana

Il punto non è la trap-cam, questo è solo un esempio di quello che avviene quotidianamente nel Titanic linguistico del giornalismo. E in questa trascuratezza, in questa sempre più frequente ignoranza lessicale e rinuncia a parlare l’italiano a cui ormai ci siamo assuefatti, va rintracciata una delle principali cause della moltiplicazione degli anglicismi in questi ultimi 30 anni.

Mi auguro che trap-cam sia solo  un occasionalismo destinato a scomparire. Ma comunque è un precedente. Che si aggiunge a qualcun altro e che rimarrà in rete, nella speranza che dopo un periodo di latenza non ritorni e non si diffonda. Come è avvenuto per migliaia di altre parole arrivate in avanscoperta timidamente, magari come questa che si appoggia a un anglicismo ormai nella disponibilità di tutti, cam, che ricorre in webcam, webcamgirl e camgirl, cameracar, cameramen… una rete di anglicismi che si sta espandendo nel nostro lessico, che è ormai una lingua nella lingua.

E pensare che camera è un anglicismo di ritorno: l’italiano camera ci è ritornato con il nuovo significato di telecamera.

In Spagna esiste il Dizionario panispanico dei dubbi (Diccionario panhispánico de dudas, 2005) che riporta le alternative agli anglicismi e rappresenta un punto di riferimento che mantiene l’omogeneità della lingua di tutti i Paesi. E la sua presentazione, a Madrid, avvenne alla presenza dei responsabili di quasi tutti i giornali più importanti di lingua spagnola, che sottoscrissero un accordo:

Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa.

Gabriele Valle, “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 757.

 

Da noi non ci sono molte opere che fanno circolare le alternative agli anglicismi e il gruppo Incipt dell’accademia della Crusca, a 3 anni dalla sua costituzione, si è limitato a diramare 9 comunicati stampa con una ventina di parole.

Intanto i giornali usano un linguaggio sempre più anglicizzato soprattutto nei titoli, con le parole inglesi urlate in bella vista. Eppure godono di finanziamenti pubblici, che sono poi i soldi di noi cittadini, che li fanno sopravvivere. Personalmente legherei questi finanziamenti anche all’uso corretto della nostra lingua. Che è un parimonio da salvaguardare, non da distruggere. Almeno come va tutelato il gatto selvatico.

Toglierei un euro di finanziamento pubblico per ogni anglicismo utilizzato. Alla fine dell’anno probabilmente la maggior parte dei giornali sarebbe in debito verso lo Stato, e di molto.