Fake news è l’anglicismo dell’anno?

 

Ogni anno, nei dizionari, vengono registrati numerosi nuovi anglicismi, ma non è facile stabilire esattamente quanti siano, perché le cose variano a seconda dei vocabolari e dei criteri lessicografici che vengono impiegati.

Ogni anno entrano nella nostra lingua dai 30 ai 74 anglicismi

Da un confronto tra gli anglicismi registrati nel Devoto Oli 1990 e quello del 2017, per esempio, si è passati da circa 1.600 a 3.500, il che porta a una media di 74 all’anno (se guardiamo ai dati grezzi). Dal confronto tra lo Zingarelli 1995 e 2017, invece, da circa 1.800 si passa a 2.750, e quindi la media è di 43 all’anno. L’analisi del Gabrielli 2011 e quello del 2015, vede invece un aumento da 2.428 a 2.547, e quindi una media di 30 all’anno (come ho provato a ricostruire nel grafico).

grafico entrata anglicismi

Queste differenze dipendono anche dai criteri lessicografici impiegati: è possibile fare di ogni anglicismo una voce (o meglio un lemma), come tende a fare il Devoto Oli  che per esempio registra computer art o computer music come voci a sé, oppure registrare queste due espressioni all’interno della voce computer, come fa lo Zingarelli, con il risultato che le locuzioni non sono considerate lemmi a sé stanti e i numeri cambiano.

Un altro modo per indagare sulla questione è quello di lanciare delle ricerche incrociate sugli archivi digitali utilizzando le datazioni, per esempio richiedendo tutti gli anglicismi del nuovo Millennio.

Se cerchiamo gli anglicismi del nuovo Millennio del Devoto Oli vediamo perciò che sono “solo” 509 (una media di 29 l’anno), mentre per lo Zingarelli sono 178 (circa 10 l’anno). Ma le ricerche per datazione non restituiscono dati attendibili: questo criterio di indagine presenta molte lacune, perché le datazioni indicate dai dizionari non corrispondono all’anno in cui il dizionario ha registrato la parola, bensì a quando la parola è comparsa nelle fonti scritte, il che è ben diverso. Per capirci: nel Devoto Oli 2017 le parole account e accountability sono datate rispettivamente 1984 e 1988, ma controllando sull’edizione del 1995 si vede che nessuna delle due era stata ancora registrata. Ciò è avvenuto successivamente. Il motivo è che, per entrare nel dizionario, una parola deve non solo circolare, ma anche stabilizzarsi; non deve essere un occasionalismo passeggero, ma deve avere una diffusione tale da farla ritenere destinata a durare. Per questo motivo alcune parole possono circolare anche per un decennio prima di essere annoverate. E così cd-rom, datato 1988, è stato registrato solo nel 2005, esattamente come blog, datato 2000. Dunque, questo criterio di ricerca fornisce numeri molto più bassi di quelli reali: account, accountability, cd-rom… di fatto sono stati inclusi nel nuovo Millennio, eppure dalle datazioni sembrerebbero essere lemmi del secolo scorso, quando erano in realtà poco più di occasionalismi non ancora stabilizzati.

Fatte queste precisazioni, e al di là delle datazioni indicate, in un dizionario entra una quantità annuale di anglicismi compresa tra 74 (media del Devoto Oli 1990-2017) e 30 del Gabrielli (media calcolata su soli 4 anni), e dunque da 6 a 2,5 al mese. Ma fuori dai dizionari la nuvola delle parole inglese che ci avvolge è più vasta.

Qual è l’anglicismo dell’anno?

Mi chiedevo quale tra gli anglicismi non registrati dai dizionari si sia imposto nel 2017 con maggiore frequenza e pervasività.

Tra i più diffusi e coriacei c’è sicuramente black friday, apparso timidamente da qualche anno, emerso l’anno scorso, ma quest’anno esploso oltre ogni misura sulle vetrine dei negozi, al punto che è ormai impossibile che non venga registrato dai dizionari futuri. Eppure, a pelle, l’anglicismo più pervasivo è un altro: fake news.

L’analisi degli archivi del Corriere della Sera è impressionante: dalle 13 occorrenze del 2016 si è passati a 410 del 2017 (a oggi, ma l’anno non è ancora finito), mentre le ricerche nelle pagine in italiano su Google presentano 68.600 pagine datate 2017 contro 85.100 nell’intervallo tra il 2000 e il 2016 (da spalmare su 16 anni!).

FakeNews

Se sul Corriere cerchiamo invece una delle possibili alternative italiane, per esempio bufale (pur tenendo conto dell’approssimazione dovuta alla sinonimia del termine che in qualche caso potrebbe indicare anche gli animali, invece delle false notizie), si vede che nel 2017 il termine ricorre 178 volte, mentre nel 2016 ricorreva 98 volte. In sintesi: fino all’anno scorso si usavano termini italiani, ma improvvisamente da quest’anno si è cominciato a dirlo in inglese, proprio mentre il tema delle bufale aumentava di rilevanza, soprattutto nei titoli dei giornali.

Questo fenomeno della “stereotipia” del linguaggio mediatico, che usa preferibilmente le stesse espressioni, invece di usare i sinonimi (il concetto di “stereotipia” nei media è stato enunciato da Maurizio Dardano, ne: Il linguaggio dei giornali italiani, Laterza, Bari-Roma, 1986, p. 236) non è dovuto certo alla mancanza di alternative (bufale, falsi, false notizie…) e nemmeno al solito “alibi” per cui l’inglese sarebbe preferito per la sua sinteticità (bufale è più corto di fake news, e in teoria dovrebbe essere più funzionale nei titoli dei giornali, che però preferiscono l’inglese).

I motivi sono altri, per prima cosa la preferenza nasce dal fatto che i giornali partono tutti dalle stesse fonti, per lo più americane, che tendono a ripetere senza porsi il problema di tradurle (per pigrizia o fretta), ma soprattutto perché l’inglese è una moda e suona più evocativo e funzionale alla diffusione delle novità. E se questa moda insensata non cambierà, continueremo a importare anglicismi in modo sempre più massiccio mentre l’italiano si trasformerà progressivamente sempre più in itanglese.

Se qualcuno ha da segnalare altri anglicismi più eclatanti di fake news, esplosi nel 2017, è il benvenuto: il titolo dell’anglicismo dell’anno è aperto!

 

PS
Le bufale o le notizie false non sono affatto qualcosa di nuovo: una delle più antiche si potrebbe individuare nella battaglia di Qadesh, nel 1200 a.C., che Ramses II presentò come la sua grande vittoria contro gli Ittiti attraverso un’epica pomposa e autocelebrativa rappresentata sui piloni dei maggiori templi egizi, anche se in realtà l’esito della battaglia fu un pareggio, e gli Egizi non ottennero affatto il loro scopo: il controllo della zona rimase ittita.

8 pensieri su “Fake news è l’anglicismo dell’anno?

  1. Splendido pezzo, e in questo mondo di mode passeggere chissà se nel 2018 rimarrà ancora “fake news” o ci sarà qualcos’altro a soffiarle il posto. (Visto che pare ci saranno le elezioni in primavera, mi sa che aumenterà del 1000 per mille il suo uso!)
    Propongo anche qua l’idea avanzata da “Propaganda Live” venerdì scorso: una maglietta con lo slogan
    È NA
    FAKE
    (è ‘na feik), slogan da pronunciare alla romana ogni volta che un politico apre bocca 😀

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    • Grazie Isa, in effetti l’itanglese è una realtà in vari settori, per esempio quello del mondo del lavoro, a cui ci abituano sin dalla formazione: master, tutor, workshop… io per esempio sto insegnando “italiano porfessionale e corretto” in una scuola di “art & digital communication”, all’interno di un corso di storytelling…Dunque, orticaria a parte,non mi stupiscono corsi anglicizzati come quello da te indicato. L’acclimatarsi di fake news in Italia sta portando a un’associazione, errata, tra bufala e digitale, ma la confusione tra mezzo e contenuto è evidente: i flasi o la manipolazione dell’informazione ci sono sempre stati, anche se non si chiamavano in inglese; poi con la rete queste cose si diffondono con nuove modalità e con una maggiore penetrazione, ma circola questa distorta percezione per cui il fenomeno delle notizie false sarebbe figlio della rete o emerso con l’affermarsi del digitale. Mi auguro che in questo corso dal linguaggio ridicolo almeno il trattamento delle informazioni sia corretto. Un saluto.

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