Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico

Sino agli anni Ottanta, la voce “globalizzazione” dei dizionari riportava un significato molto diverso da quello dei giorni nostri. In psicologia indica infatti il processo cognitivo per cui una bambino percepisce le cose innanzitutto nel loro insieme, in modo globale, e solo successivamente riesce a distinguere gli elementi che lo compongono. Questa parola deriva dal francese globalisation, ma a partire dagli anni Novanta i dizionari hanno aggiunto la seconda accezione, quella che oggi tutti conosciamo, che deriva invece dall’inglese globalization, un concetto molto complesso che ha tante definizioni diverse e che è stato preso in considerazione da tanti punti di vista, soprattutto economici e sociali. L’aspetto linguistico del fenomeno è invece meno indagato, soprattutto in Italia. In linea di massima la globalizzazione ci è stata presentata come la tendenza a una dimensione mondiale e sovranazionale dei mercati, delle imprese o delle culture, agevolata dalla velocizzazione tipica dell’epoca contemporanea. Ma passando dalle opportunità teoriche alla pratica, non possiamo fare come i bambini che percepiscono il fenomeno globale senza distinguerne le componenti. Dietro questo fenomeno si cela una globalizzazione a senso unico: la colonizzazione del pianeta mediante un solo modello economico e culturale, quello dominante dei SUA (come dovremmo chiamare gli Stati Uniti d’America se non fossimo dei coloni).

Su larga scala, ciò che avviene oggi non è molto diverso da quello che è avvenuto all’epoca dell’impero romano, e le strategie di espansione e di colonizzazione hanno dei punti in comune molto evidenti. Historia magistra vitae, non dovremmo dimenticarcene.

Il “Tacito” asservimento

Il generale Gneo Giulio Agricola fu uno stratega fondamentale per la conquista e la sottomissione della Britannia all’impero romano. Dopo la campagna militare puntò alla romanizzazione della provincia edificando città con lo stile architettonico di quelle romane e facendo in modo che la cultura romana diventasse anche il modello di educazione delle nuove generazioni a partire dai capi tribù, cioè la classe dirigente, in un consapevole progetto di conquista sia militare sia culturale. Questo disegno è descritto da Tacito in modo esemplare:

“Per assuefar co’ piaceri al riposo ed all’ozio uomini sparsi e rozzi, e perciò pronti alla guerra, [Agricola] consigliò in privato, e coadiuvò pubblicamente le costruzioni di templj, piazze, e case, lodando i solleciti, e riprendendo ì morosi: così orrevol [= onorevole] gara era in vece di forza. Fece ammaestrare i figli de’ Capi nelle arti liberali, dando agl’ingegni Britanni il vanto su’ colti Galli, acciò quei, che testé sdegnavano il linguaggio Romano, ne bramasser poi l’eloquenza. Così anche le foggie nostre vennero in pregio, e la toga, in uso; e a poco a poco si giunse a’ fomiti [= esche, attrattive malefiche] de’vizj, come portici, bagni, squisite mense:  gl’inesperti chiamavan ciò cultura, mentre era parte di servaggio.”

[Agricola di C. Cornelio Tacito, tradotto in Italiano da G. de Cesare, 1805, cap. XXI].

I punti evidenziati mostrano bene come l’imposizione della lingua, che da “disdegnata” doveva divenire “bramata”, facesse parte del progetto di esportare e imporre la propria cultura come quella superiore, in modo che il popolo sottomesso la identificasse come l’unica possibile e auspicabile, invece che percepirla come la schiavitù e lo sradicamento della cultura locale.

Questa era la romanizzazione: l’imperialismo ottenuto con le armi e mantenuto con il colonialismo culturale, un collante senza il quale non sarebbe stata possibile alcuna sottomissione duratura.

Questo modello romano che nel primo secolo dopo Cristo è stato impiegato per asservire i Britanni, oggi è invece utilizzato dai loro discendenti per soggiogare e colonizzare con altre forme il mondo intero. Abbandonata la strada dell’invasione militare (almeno nei Paesi occidentali) la conquista avviene con le armi delle merci. I “fomiti dei vizj” si chiamano oggi Netflix, Facebook o Google; le “squisite mense” sono i cheeseburger dei fast food, i muffin, i marshmallow e altre pietanze che ammiccano attraverso i modelli dei master chef televisivi; e invece delle “toghe” ci sono i jeans, le T-shirt con le scritte in inglese, le sneaker e gli altri indumenti espressi nelle taglie S, M, L e XL.

La nostra nuova aristocrazia cultural-economica, i nuovi capi tribù, paga fior di soldi per far studiare i propri figli nelle scuole inglesi; è il nuovo “status symbol” “radical chic” della nuova classe dirigente che parla in inglese e in itanglese per distinguersi ed elevarsi in “un’onorevole gara” a scapito dell’italiano. Al posto di “porti” e “bagni” l’architettura del nuovo Millennio è quella che l’antropologo francese Marc Augé ha chiamato non luogo (Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, 1992). Un albergo a 5 stelle deve essere ormai stereotipato, in modo che qualunque viaggiatore di ogni parte del mondo si sappia muovere nello stesso schema, da New York a Tokyo, in un ambiente artificiale sradicato dal territorio come un’astronave spaziale, con buona pace della straordinaria bellezza e varietà di altre strutture architettoniche locali, tipiche e caratteristiche. E lo stesso deve valere per gli aeroporti, le stazioni, i centri commerciali, gli impianti sportivi, gli svincoli autostradali…

La storia si ripete con uno schema di duemila anni fa.


Dal piano Marshal alla globalizzazione

Alla fine degli anni Venti del secolo scorso, il britannico Charles Kay Ogden elaborò il “basic english”,  una riduzione dell’inglese concepita come una sorta di lingua artificiale basata su un numero abbastanza limitato di vocaboli (850) e su una semplificazione della grammatica. “Basic” stava per “British American Scientific International Commercial”, e il suo scopo dichiarato era quello di diventare la lingua internazionale di scambio da impiegare appunto in contesti scientifici o commerciali. A differenza dell’esperanto, inventato e sperimentato come perfettamente funzionante ben prima, ma osteggiato proprio perché concepito come una lingua neutrale ed etica (vedi → “Lingue franche e tirannia della maggioranza: latino, esperanto e inglese”), il basic era una semplificazione basata sull’inglese con intenti colonialistici e per perseguire i propri interessi economici: poteva essere insegnato con meno difficoltà dell’inglese naturale alle popolazioni delle colonie e serviva allo stesso tempo per gettare le basi dell’apprendimento dell’inglese vero. Al contrario dell’esperanto, però, questo inglese di base non funzionava molto bene dal punto di vista pratico. In ogni caso i diritti dell’invenzione furono acquistati dal governo britannico e Winston Churchill in un primo tempo fu molto favorevole al progetto e alla sua diffusione. Durante la Seconda guerra mondiale, il 6 settembre 1943,  in un discorso agli studenti di Harvard il politico inglese esplicitò molto lucidamente il suo intento di esportare l’inglese come la lingua del mondo dicendo:

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

[“The power to control language offers far better prizes than taking away people’s provinces or lands or grinding them down in exploitation. The empires of the future are the empires of the mind”. Fonte: Winston Churchill – in dialogo con Roosevet – Università di Harvard, 6 settembre 1943].

Ma il progetto inglese del basic era roba da dilettanti, rispetto a quello che stava per accadere.

Sempre all’Università di Harvard, quattro anni dopo, il segretario di Stato statunitense George Marshall annunciò il piano politico-economico per la ricostruzione dell’Europa che usciva dalla Seconda guerra mondiale e che avrebbe preso il suo nome: uno stanziamento di 17 miliardi di dollari che si concluse nel 1951 e che comprava in questo modo l’americanizzazione del nostro continente da un punto di vista economico (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) e politico (Onu e Nato). L’investimento per l’epoca spropositato, su tempi lunghi, si è rivelato molto proficuo per gli Stati Uniti, non solo economicamente, ma anche dal punto di vista culturale, nel pieno spirito della logica di Agricola.

Se il progetto di Churchill vedeva nell’esportazione della lingua il cavallo di Troia e il grimaldello per esportare l’impero culturale ed economico, il piano Marshall ha dato il via a un percorso molto più ampio e totalitario. Economia, politica, cultura e lingua fanno parte di un unico pacchetto in cui ogni elemento si intreccia con gli altri in un tutt’uno inscindibile. Questo progetto inizialmente rivolto all’Europa è stato il primo passo di una serie di altre tappe che hanno portato oggi alla globalizzazione a senso unico.


Dal basic english al globalese

Dal punto di vista linguistico, dal progetto del basic english siamo passati al global engish, contratto in globish e tradotto con globalese. Tecnicamente, anche questa invenzione si basa su una semplificazione delle regole e su una riduzione a circa 1.500 vocaboli ideata nel 1998 da un ex dipendente di Ibm (il francese Jean-Paul Nerrière che ne detiene i diritti), ma per estensione il globalese non segue affatto queste regole e coincide con la lingua naturale angloamericana, visto che un madrelingua anglofono non si sogna minimamente di rinunciare al proprio idioma per ricordarsi quale delle sue parole siano contemplate da una simile riduzione e quali no. La globalizzazione parla perciò una sola lingua, e ha rafforzato la dittatura dell’inglese su ogni altro idioma, e per i coloni è ormai l’unica possibilità di essere internazionali.

L’inglese globale, tuttavia, non esiste affatto, perché è attualmente parlato solo da un terzo della popolazione mondiale, e anche se è spacciato per una realtà è invece un progetto di colonizzazione planetaria che è tutt’ora in fase di attuazione. L’obiettivo è quello di condurre tutti i Paesi sulla via di un modello basato sul bilinguismo, in modo che ogni cittadino del mondo usi l’inglese come seconda lingua internazionale, mentre le lingue locali si dovrebbero utilizzare solo a uso interno, perché sono viste come un ostacolo all’internalizzazione nel progetto di ricostruzione della torre di Babele basata sull’inglese.
Questo disegno, oltre a essere aberrante e imperialistico, ha dei costi spropositati per chi non è anglofono di nascita, ma tanto sono i coloni a pagarli. L’economista Áron Lukács, per esempio, ha quantificato che il costo diretto e indiretto di questa “tassa” per chi non è di madrelingua inglese, nel caso di un italiano si aggirerebbe sui 900 euro all’anno a testa, che fatti i conti si traduce complessivamente nell’equivalente di quasi tre finanziarie, riporta Giorgio Pagano. Ma il prezzo da pagare non è quantificabile solo nel denaro o nel tempo necessario per apprendere la lingua dominante e nel fatto che i madrelingua, senza alcun esborso, si trovano avvantaggiati nella padronanza comunicativa rispetto a chi è costretto a usare la loro lingua. L’uso dell’inglese globale si sta rivelando non come qualcosa di additivo, che si aggiunge come una ricchezza all’identità linguistica locale, ma è al contrario un fenomeno sottrattivo. Introdurre l’inglese come lingua dell’università, come si è tentato di fare al Politecnico di Milano, come si fa in certe università private e come si vorrebbe fare in molti altri casi, porta a una regressione dell’italiano, a una sottrazione della nostra lingua negli ambiti specialistici in una confusione, voluta, tra l’apprendimento dell’inglese e la lingua dell’insegnamento.
Inoltre, il fatto che la lingua dell’Europa sia di fatto l’inglese, lingua praticamente ormai extracomunitaria che rappresenta una piccolissima minoranza dal punto di vista dei madrelingua, discrimina chi non la padroneggia. Questi fenomeni sottrattivi stanno perciò portando nel nostro continente il fenomeno della diglossia, cioè di bilinguismo gerarchizzato, che divide la popolazione locale. L’inglese è la lingua alta, della classe dirigente, del lavoro, della scienza, ed estromette dal mondo che conta chi non lo padroneggia. Ma se la lingua nazionale diventa patrimonio solo delle fasce sociali “basse”, se viene estromessa dagli ambiti fondamentali della modernità, come l’università, la scienza, la tecnica, l’innovazione, la lingua del lavoro e della cultura alta, si svuota, si riduce a un dialetto della quotidianità; diventa incapace di esprimere ciò che è moderno e strategico che si esprime in inglese. In altre parole la si mutila e la si fa regredire. Usare l’inglese per esprimere la scienza porta inevitabilmente a rendere l’italiano un dialetto, e alla perdita del lessico tecnico-scientifico italiano. Per avere un’idea concreta di cosa ciò significa, basta pensare a quello che è accaduto in ambito informatico, dove la terminologia si esprime in inglese, e l’italiano diventa itanglese, a partire dal mouse per proseguire con tutti i neologismi più recenti che si importano solo in inglese, per finire con la regressione delle nostre parole già affermate che diventano inutilizzabili, come è accaduto a calcolatore davanti a computer.

L’itanglese, e l’ibridazione delle lingue locali che i riscontra anche negli altri Paesi con diversi gradi di contaminazione, è perciò la conseguenza del globalese. Chiamare gli anglicismi “prestiti” – come forse aveva senso più di cento anni fa quando questa categoria ingenua è stata formulata con la distinzione tra “lusso” e “necessità” – significa non comprendere il fenomeno e la sua portata. Chiamarli addirittura “doni” e considerarli una “ricchezza” non è solo miope, è il punto di vista di chi è ormai irrimediabilmente colonizzato e gioca la sua partita da collaborazionista che “brama” il globalese. Nel caso dell’inglese i “prestiti” costituiscono l’impoverimento e la desertificazione dell’italiano, ed è ora di chiamarli con il loro nome: non sono né prestiti che non si possono purtroppo restituire, né doni, sono trapianti linguistici. L’arrivo di Twitter ha trapiantato la sua terminologia, insieme con la sua piattaforma, introducendo parole come followers e following. Airbnb chiama i locatori host (diventa un host!), Youtube chiama i creatori di video creators, Gmail introduce gli snippet come fosse la cosa più naturale e trasparente, e gli esempi di questi trapianti che noi “bramiamo” ed emuliamo sono migliaia.

 

(Continua)

7 pensieri su “Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico

  1. L’altro giorno sul tavolo di un collega c’era il volantino di un ristorante (o qualcosa del genere) e lo sfogliavo con curiosità perché ero convinto l’avesse riportato da Londra, dov’era stato da poco in vacanza. Come mai però nei volantini di Londra usano alcune parole italiane? La scoperta finale mi ha gelato: era il volantino di un locale di Roma! In cui però il 90% delle scritte era in inglese!
    La cosa triste è che conosco tantissime persone che vanno in vacanza a New York e Londra senza sapere una sola mezza virgola di inglese: come fanno a capire il menu di un locale che invece si esprime esclusivamente in quella lingua? Non a caso c’erano le foto delle pietanze, perché lo sanno che nessun italiano capisce, anche se adora l’itanglese 😀

    Piace a 1 persona

  2. Il paragone con l’espansione del latino nell’antichità è calzante per molti aspetti, occorre però menzionare che la posizione dominante del latino non era totale, perché contenuta dal grande prestigio della lingua greca, che ai tempi di Cesare e d’Augusto minacciava il latino in Roma stessa ed era assolutamente prevalente nella metà orientale del bacino mediterraneo.
    Oggi invece sembra non esserci più alcuna lingua che possa in qualche modo controbilanciare l’inglese. Il cinese (mandarino) e la hindi, pur teoricamente concorrenziali come numero di parlanti – ma non in termini del potere d’acquisto di questi ultimi, criterio poco democratico ma molto efficace – non escono dai rispettivi paesi, Forse potrebbe in qualche modo concorrere lo spagnolo, che gode certo d’una grande popolarità da noi, però nel contesto eurocomunitario è una lingua minore, all’opposto del tedesco, maggioritario nell’Unione Europea ma praticamente assente al di fuori di essa e fortemente impopolare (lo constato dolorisamente come insegnante di tedesco!)
    Che di fatto si crei una gerarchia fra le lingue è, io penso, inevitabilie: anche gli Stati più avanzati in fatto di democrazia linguistica non arrivano ad una parità effettiva totale tra le lingue, come si può constatare per l’italiano – e soprattutto il romancio – in Isvizzera (mi si conceda l’eufonica I- prostetica!); anche in Ispagna, tra le lingue regionali, il catalano gode di fatto (e in parte anche di diritto) di fronte al castigliano d’uno status migliore di quanto ne godano, nei rispettivi territori, il basco o il galego.
    Tutto questo a mio avviso non è un problema grave, finché i gradini della scala non diventano gradoni, cioè finché il divario di prestigio delle lingue non venga percepito come un divario q u a l i t a t i v o , essenziale, che è invece quello che sta accadendo da una parte con l’inglese rispetto all’italiano, e dall’altro (ma questo non è una novità) tra l’italiano e le altre lingue d’Italia.

    Piace a 1 persona

    • Verissime le considerazioni sulla diglossia ai tempi del latino, incrinata però con Cicerone, per cui il greco era la lingua dotta, che è rimasta poi la lingua del bizantino in epoca successiva, e da lì ci sono arrivati molti grecismi. Concordo. Anche la forte espansione della Cina di oggi sembra non avere alcun impatto linguistico significativo, curiosamente persino nei ristoranti. Mentre la gastronomia rappresenta l’unico terreno di scambio linguistico per esempio delle lingue degli immigrati in Italia, fuor di kepab, falafel, zighinì e simili l’immigrazione non ha quasi code linguistiche. Nei ristoranti cinesi si traducono prevalentemente anche le pietanze, ravioli fritti e al vapore, involtini primavera, pollo in agrodolce, anatra imperiale… mentre per esempio in un ristorante giapponese c’è sushi, sashimi e via dicendo. Sono anche d’accordo che il problema sia l’entità del fenomeno inglese, e il gradone e il divario nella gerarchia, non solo in Italia. Mentre il ruolo dell’italiano scende verso quello del dialetto, nel mondo proprio a causa dell’inglese sono scomparse e stanno scomparendo tante lingue minori, soprattutto in Africa. Anche l’unificazione dell’italiano, nell’epoca del sonoro, ha finito con il diventare un fenomeno sottrattivo che ha fatto scomparire molti dialetti, in un periodo in cui per imporre l’italiano nazionale il dialetto è stato identificato con il linguaggio comunicativo di chi era ignorante, una tendenza che per fortuna oggi è cambiata e il dialetto è recuperato come un fatto culturale, da riscoprire e preservare, anche se nel frattempo per alcuni, come il milanese, è stato troppo tardi, e non è più praticato né conosciuto. Mi rendo conto che in questo processo siano schiacciate anche le minoranze linguistiche italiane, che almeno sulla carta sono però difese nella Costituzione, al contrario della lingua nazionale, ma su questo tema non ho una grande preparazione.

      "Mi piace"

      • A onor del vero però dobbiamo dire che non è tutta colpa dell’inglese se molte lingue nel mondo scompaiono: è la generale tendenza a sostitituire la lingua ritenuta meno utile con quella ritenuta più utile che sia più a portata di mano (e questa non è necessariamente sempre l’inglese); incidentalmente noterei che anche il necessario ma non sufficiente insegnamento scolastico delle “lingue meno diffuse” non basta a fermare la sostituzione linguistica, se la lingua debole ha spazio solo nella scuola ma non nella politica, nei media, e nell’economia (il caso dell’irlandese è emblematico).
        D’altra parte l’inglese stesso sembra essere in regresso in alcune (poche) situazioni geografiche, come il Camerun (di fronte al francese) o la Tanzania (di fronte al kiswahili), il che dimostra che non è una presunta intrinseca “superiorità” (efficacia? economia del seistema?) a fare dell’inglese una lingua vincente, altrimenti queste eccezioni non si spiegherebbero.
        Ora, dove due lingue coesistino nell’uso corrente, il rischio che i parlanti abbandonino totalmente l’una per passare all’uso esclusivo dell’altra è sempre presente: questa precarietà è direi costitutiva delle condizione delle lingue regionali o delle minoranze, il cui stato – nei Paesi in cui (diversamente dal nostro) il multilinguismo è preso sul serio – viene regolarmente monitorato con censimenti linguistici e inchieste di vario tipo, onde poter cogliere le prime avvisaglie di crisi di riproduzione delle comunità linguistica minoritarie e tentare d’affrontarle in tempo.
        Se l’inglese dovesse diventare da “prima (e per molti unica) lingua straniera” a “seconda lingua (simil-)materna” degl’italiani, è evidente che la precarizzazione dell’italiano sarebbe fortissima e richiederebbe consistenti provvedimenti (non a costo zero per le pubbliche finanze) per essere contrastata.
        E’ questo ciò che vogliamo? Pensiamoci quindi in tempo!

        Piace a 1 persona

        • No non è TUTTA colpa dell’inglese la scomparsa di alcune lingue, è vero quello che dici, però ho in mente gli studi del tunisino Claude Hagège (“Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità”, Feltrinelli, Milano 2002) che individua nell’inglese la principale minaccia che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”. Un problema evidenziato anche da uno dei più grandi intellettuali africani, Ngugi wa Thiong’o, pluricandidato al premio Nobel che per ora non gli è mai stato assegnato e autore di “Decolonizzare la mente” (Jaca Book, 2015), che in una recente intervista su la Repubblica invitava gli scrittori proprio a ribellarsi all’uso dell’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese). Detto questo, io mi occupo di lingua italiana e studio ciò che avviene qui, non sapevo della regressione in Tanzania o in Camerun, ma sarebbero fenomeni da indagare. L’italiano non corre rischi di “morte” ma di snaturamento nell’itanglese sì, e abbiano già superato i livelli di guardia. Il rischio di un’imposizione dell’iglese come seconda lingua non materna aristocratica del lavoro o dell’università è tangibile, crea divisione sociale e diglossia, e le sue conseguenze sull’italiano sarebbero pesanti.

          Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...