Fumetti, divagazioni, inglese e itanglese

All’inizio degli anni Settanta il giornalista Nantas Salvalaggio aveva usato la parola “italese”:

“Bisognava prima o poi riconoscerlo. È il linguaggio semicomico – un intruglio di italiano e inglese – che progressivamente invade le nostre case attraverso le riviste e i fumetti dei figli”.

Citazione tratta da: Giuseppe Pittano, Grammatica italiana, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, 1972, p. 516.

Questa denuncia era un po’ moralistica e basata sul fastidio, più che sulla gravità del fenomeno. Del resto il moralismo di Nantas Salvalaggio è rimasto scolpito in una canzone di Vasco Rossi (“Vado al massimo”, 1982: “Meglio rischiare, che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale”) che aveva così risposto per le rime alla celebre stroncatura di due anni prima, quando il giornalista lo aveva attaccato dandogli del drogato, alcolizzato, ebete e simili epiteti.
Nel bacchettare “l’italese” la critica era limitata alle onomatopee di derivazione americana che proprio nel 1972 erano approdate addirittura in televisione, sul secondo canale della RAI, con la trasmissione Supergulp. Fumetti in tv che sarebbe in seguito divenuta popolarissima.

Le trascrizioni dei suoni inglesi di questo tipo entrate nella nostra lingua sono molte. Oltre a gulp (il deglutire per spavento o sorpresa), tra le più diffuse ci sono sigh (sospiro, da to sigh), sob (singhiozzo, da to sob), sniff (fiutare), smack (bacio, alternato anche a kiss), roar (ruggito), splash (tuffo), wow (stupore e ammirazione) e molte altre. Talvolta, però, sono state anche adattate come nel caso di bum (boom) e clic (click ), anche se questo tipo di scritte fanno spesso parte delle tavole disegnate e non è facile intervenire, in caso di traduzioni, al contrario delle parole contenute nelle nuvolette, dette anche con la bellissima metafora di nuvole parlanti, benché oggi vada di moda l’inglese balloon, venduto come un tecnicismo.

Nella prefazione di Asterix e i Goti (Goschinny e Uderzo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1969) il traduttore Marcello Marchesi scherzava sulla traduzione dei rumori nei fumetti:

E i rumori? Quelli, più che assurdi, sono  psichedelici. Bisognerebbe cercare di realizzarli con barattoli incandescenti che rotolano su sassi dipinti di rosso, in una stanza di decompressione. Basterebbe poi unire all’album il disco. E invece no! Noi i rumori li dobbiamo “tradurre in italiano”.

Anche i versi degli animali vanno tradotti, visto che ogni lingua ha i suoi. MIAO in inglese è MEOW, in francese MIAOU,  in spagnolo MIAU, come BAU in inglese è WOOF, in francese WAOUH, in spagnolo GUAU…

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Il cagnolino francese Idefix confronta la sua lingua canina con quella del danese dei vichinghi nella traduzione italiana (Asterix in America, 1976)

Oggi, prendersela con le onomatopee dei fumetti ci fa sorridere, non sono certo queste inezie a rappresentare il pericolo dell’itanglese nella nostra lingua. Però vale la pena di ricordare i bei tempi, quando ancora si traduceva invece di importare le parole americane e di vergognarci di adattarle. E il caso dei Peanuts è esemplare.


Franco Cavallone, mitico traduttore di Charlie Brown

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Linus, settembre 1967, p. 16: Charlie Brown in torpedone.

Negli anni Sessanta la rivista Linus ha reso popolare in Italia le strisce di Charles Schulz (ma oggi è di moda strip, invece di strisce o vignette) e a quei tempi i traduttori avevano un’attenzione per la nostra lingua a cui oggi non siamo più abituati. In una vignetta del 1965 Snoopy aveva a che fare con l’acquaplano, con cui chiamavano la tavola da surf, anche se la parola surf era alternata per indicare l’attività sportiva, e i Peanuts andavano a scuola con il torpedone, non con lo scuolabus come oggi.

Acquaplano indicava un tempo la tavola usata per lo sci d’acqua, poi sostituita dagli sci, ma i traduttori hanno recuperato quel termine dandogli un nuovo significato.

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Linus, gennaio 1966: Snoopy e il suo acquaplano.

Torpedone è una parola coniata negli anni Trenta, accrescitivo di Torpedo, un modello di carrozzeria usata per varie automobili che ricorre anche in una canzone di Giorgio Gaber (“Vengo a prenderti stasera sulla mia torpedo blu”, 1968). Oggi torpedone è un vocabolo desueto, che ha ceduto il posto a bus, autobus o pullman, molto più in voga di corriera, ma i traduttori di Charlie Brown lo usarono cercando, invano, di farlo rivivere e senza vergognarsene.

Anche la tradizione di Halloween – assolutamente sconosciuta da noi fino agli anni Ottanta, quando è arrivata attraverso i film americani, prima che la festa fosse importata dalle multinazionali negli anni Novanta – comparve in Italia attraverso i Peanuts, insieme all’illusoria alternativa del grande “cocomero” (invece che zucca) in cui  Linus credeva ciecamente. E la traduzione più adatta alle circostanze di “dolcetto o scherzetto”, che allora non avrebbe compreso nessuno, fu resa con “o la borsa o la vita”. I bambini che suonano i campanelli cosa fanno, in fondo? Si comportano come piccoli ricattatori che minacciano danni se non si paga loro la tangente in caramelle…

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Linus, settembre 1966: ad Halloween, Lucy esclama “o la borsa o la vita” invece che “dolcetto o scherzetto” come si è affermato ai nosti giorni.

E, a proposito di caramelle, la traduzione più spettacolare dei Peanuts è quella delle toffolette, per dare un nome italiano o italianizzato ai marshmallow. Un’intera generazione di lettori si è sempre domandata cosa diamine fossero quei misteriosi bocconcini che i Peanuts abbrustolivano sul fuoco infilzati in un legnetto. Perché questi dolcetti, che oggi si chiamano anche cotone dolce, non esistevano da noi fino agli anni Novanta, quando sono apparsi anche nei nostri supermercati.

Personalmente, ricordo di averne sentito parlare per la prima volta nel 1984 attraverso il film Ghostbuster di Ivan Reitman (allora ancora affiancato dalla traduzione Acchiappafantasmi), quando nel finale si materializzava il gigantesco uomo della pubblicità dei marshmallow (figura a sinistra), così sconosciuto che a quei tempi molti pensavano fosse l’omino Michelin (figura a destra).

Perciò, davanti a questa parola all’epoca misteriosa e ancora impronunciabile, il traduttore e notaio Francesco, detto Franco, Cavallone (il responsabile anche delle altre traduzioni di Schulz su Linus) coniò toffoletta, un nome di fantasia che sembra derivato dal vezzeggiativo di toffee, una caramella morbida simile alle mou che un po’ ci somigliava, la stessa radice evocativa che poi si ritrova nella canzone “Toffee”, nome di donna che suscita morbidezza e dolcezza come una caramella, per tornare a Vasco Rossi.

Ma fuori dalle divagazioni, ancora oggi, a distanza di tanti anni, nei siti di ricette e cucina toffoletta compare, insieme a cotone dolce, come la traduzione italiana di marshmallow, e il termine è stato successivamente ripreso nella traduzione italiana del film La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005:  “Willy Wonka sa fare le toffolette al gusto di violetta, succulente caramelle che cambiano colore ogni dieci secondi mentre le mangi”), proprio nello stesso anno in cui Franco Cavallone è venuto a mancare. I dizionari purtroppo non riportano la parola toffoletta, ma sbagliano, perché anche nei libri ricorre in modo significativo come la traduzione più diffusa, ed è giusto ricordarla insiema al nome del suo inventore e alla sua capacità di essere un vero traduttore.

Bei tempi, quando qualcuno ancora pensava a far crescere l’italiano, a rendere “good grief” con “santa polenta”, ad adattare e inventare parole e neologismi dal suono italiano, ad allargare il significato di vecchie parole storiche come acquaplano e torpedone per dare loro nuovi significati e una nuova vita. Come accade nelle lingue vispe e sane.

Bei tempi perduti, a quanto pare. Quando eravamo sani chiamavano Mickey Mouse Topolino senza alcun problema (non come nel caso di mouse), ma si sa che ormai hanno ucciso l’Uomo ragno, e si parla sempre di più di Spiderman. Per quanto tempo potremo ancora parlare di fumetti prima che qualche imbecille ci spieghi che è diventata una parola inadatta e obsoleta, perché per essere precisi e tecnici dobbiamo dire di volta in volta comic, strip e graphic novel? E magari, dopo aver “confutato” che non è possibile dire “romanzo grafico” mostrandoci come si chiamano le nuove categorie editoriali nelle librerie Feltrinelli e Mondadori, il suddetto imbecille aggiungerà tronfio che non è solo una questione di essere tecnici e moderni, ma anche internazionali. Ignorando o fingendo di non sapere che novel è entrato in inglese dall’italiano novella, di Boccaccio, con il nuovo significato di romanzo, e che in spagnolo graphic novel si dice novela gráfica e in francese roman graphique.

Buzzati 500

 

PS delle 22 e 47: Carla Crivello mi ha scritto per aggiungere “una buona notizia: ‘toffoletta’ è stata segnalata tra le parole inedite o non registrate nei dizionari e sarà inserita nel vocabolario on line di Treccani”. Grazie Carla, e grazie ai curatori Treccani che finalmente registrano l’alternativa e citano anche Franco Cavallone.

 

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La confusione tra anglicismi e internazionalismi

L’inglese, o più precisamente l’angloamericano,  è ormai una lingua planetaria, e la sua interferenza si osserva in ogni idioma e Paese. La globalizzazione lo ha diffuso ovunque, attraverso l’espansione delle multinazionali che esportano i nomi dei propri prodotti e dei propri marchi attraverso pubblicità sempre più internazionali, e attraverso modelli commerciali, tecnologici e culturali di successo (dalla musica al cinema).

L’inglese globale è perciò l’effetto e l’altra faccia di un’egemonia e di un indiscutibile imperialismo economico e politico che in molti casi “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”, come ha mostrato Claude Hagège, uno studioso che si occupa della dimensione internazionale della linguistica, e in particolare delle lingue a rischio di estinzione (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7).

E l’italiano come si colloca, davanti a questa espansione?

Dove va (se va) l’italiano

L’interferenza dell’inglese sulla nostra sintassi e sulla nostra struttura linguistica è poca cosa, ma, purtroppo,  non si può dire lo stesso del nostro lessico,  visto che negli ultimi 30 anni abbiamo importato migliaia di parole inglesi che violano il nostro sistema fonetico e ortografico. Dunque il rischio non è la scomparsa e l’estinzione dell’italiano, ma la sua totale trasformazione lessicale che già da tempo manifesta evidenti sintomi di creolizzazione.

Quello che è in gioco, perciò, è il futuro della nostra lingua: verso quale italiano stiamo andando? Una lingua fatta di nuove parole che seguono la storia dei nostri suoni e delle nostre regole, dunque che vengono assimilate e reinventate, oppure una struttura italiana che contiene una percentuale di anglicismi non adattati (dunque “corpi estranei”) sempre maggiore fino a divenire itanglese?

Questo è il bivio e questo è il punto di non ritorno, che a mio avviso abbiamo già superato. E davanti a questo bivio si scontrano due opposte visioni del mondo e della modernità della nostra lingua.

 

La menzogna dell’inglese visto come segno di modernità e di internazionalismo

Per comprendere meglio la questione voglio citare le parole di un importante linguista, Alberto Nocentini, che scrive:

“…il francese e lo spagnolo, a differenza dell’italiano, hanno reagito colle risorse del proprio lessico e tradotto computer con ordinateur e ordenador, rispettivamente. Reazione che corrisponde a una maggior consapevolezza dell’integrità della propria lingua e che contrasta coll’esterofilia un po’ passiva e facilona dell’italiano. In casi come questo, dove il termine è un tecnicismo di diffusione internazionale, al pari di telefono, radio e televisione, resta però da vedere se la soluzione adattata dal francese e dallo spagnolo sia alla resa dei conti un vantaggio o uno svantaggio, perché pone le due lingue al di fuori del circuito internazionale.”

Alberto Nocentini, La vita segreta della lingua italiana. Come l’italiano è diventato quello che è, Ponte alle Grazie, Milano 2015, pp. 109-110.

Queste parole contengono una serie di luoghi comuni e di affermazioni insostenibili, ma evidenziano bene la vera natura del bivio a cui siamo giunti. Molti intellettuali ci vogliono fare credere che il ricorso all’inglese sia “necessario”, un ineluttabile segno dei tempi che coinvolge ogni Paese. Ma non è affatto così, è un fenomeno tipicamente italiano. E bisogna gridarlo forte!

La nostra esterofilia è di certo indiscutibile, ma affermare che l’italiano, al contrario di francese e spagnolo, non abbia tradotto la parola computer è un falso storico. Una parola come mouse non l’abbiamo tradotta, al contrario di francesi, spagnoli, portoghesi e tedeschi (dunque non siamo internazionali in questa strategia, siamo semplicemente succubi), ma computer, fino alla fine degli anni Settanta, si diceva normalmente calcolatore e nella versione italiana di 2001 Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968) computer non ricorre nemmeno una volta (c’era il calcolatore HAL 9.000).

Negli anni Ottanta si è diffusa (senza grande fortuna) anche l’alternativa elaboratore, visto che le macchine non erano più solo in grado di fare calcoli, ma anche di giocare a scacchi, elaborare le informazioni  e permettere le prime applicazioni multimediali (si veda Egidio Pentiraro, A scuola con il computer, Laterza, Bari 1983, “Non calcolatore, ma elaboratore”, p. 9).

Quella che è successa, dunque, è un’altra storia rispetto alla ricostruzione di Nocentini: per prima cosa computer non è affatto un tecnicismo, ma a parte questo, il punto è che si è rivelato un “prestito sterminatore”, che, come molti altri, ha ucciso le alternative italiane esistenti che oggi sono utilizzabili solo come sinonimie secondarie. Questo “parolicidio” è avvenuto precisamente in concomitanza con l’affermarsi del personal computer, da quella data in poi l’anglicismo si è affermato definitivamente sulle alternative di calcolatore o elaboratore personale, come si evince anche dai grafici di Ngram Viewer.

 

 

computer in italiano

Questa precisazione non è una cosa da poco, perché è il simbolo di ciò che sta accadendo all’italiano: sta regredendo, anche se pare che molti linguisti non se ne accorgano.

Altrettanto infondato è paragonare un “internazionalismo” come computer ad altri come telefono e televisione. Ma come è possibile non vedere che nel primo caso si violano le regole di pronuncia e di ortografia (si legge compiuter, e come gli altri forestierismi non si volge al plurale) e si introduce una parola non adattata, mentre gli altri esempi sono parole adattate ai nostri suoni e alle nostre regole, e sono dunque parole italiane a tutti gli effetti? Come è possibile mettere sullo stesso piano i forestierismi non adattati con le parole italiane che derivano da parole straniere solo nella loro etimologia?

È arrivato il momento di spazzare via queste pseudoargomentazioni che fanno confusione invece che chiarezza.

La terza grande falsità è proclamare computer come un internazionalismo. Ma di che cosa stiamo parlando? È vero che si dice computer per esempio in tedesco o in polacco (dove si scrive con la k: komputer), ma sono queste le eccezioni, non è affatto vero che si dica così dappertutto. In greco è υπολογιστών (ipologhistòn), in portoghese computador, in rumeno calcolator, in slovacco e in ceco počítač, in finlanese tietokone, in norvegese datamaskin, nello svedese dator, in turco bilgisayar, in croato računalo, in ungherese számítógép, in islandese tolva… e persino nell’afrikaans si dice rekenaar!

E allora chi è “fuori dai circuiti internazionali”? Noi che non sappiamo fare altro che ripetere l’inglese a pappagallo e in modo coloniale? O chi traduce e adatta, come i francesi e gli spagnoli, ma come hanno fatto anche gli armeni, gli irlandesi, i catalani, i baschi e i gallesi?


Colonialismo, altro che internazionalismo!

Basta con queste sciocchezze della lingua sovranazionale. Sono bugie. Sono l’alibi per preferire l’inglese e rinunciare a parlare l’italiano!

Davanti al Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati solo gli italiani ripetono l’inglese GDPR (= General Data Protection Regulation), perché in Francia e Spagna si dice RGPD, e in Germania DSGVO (Datenschutz-Grundverordnung).

Essere moderni e internazionali dovrebbe portarci a rinunciare a dirlo in italiano? È questa la visione dei linguisti che negano l’anglicizzazione della nostra lingua? È questo l’italiano del futuro che hanno in mente?

Chi afferma ciò o è vittima di pregiudizi o è in malafede.

Brainstorming che dai noi è spacciato da certi linguisti come prestito di necessità, in Francia è stato tradotto con remue-méninges (spremimeningi) e in Spagna con lluvia de ideas (pioggia di idee). Graphic novel, che ripetiamo all’inglese anche se novel deriva dall’italiano novella (dall’opera di Boccaccio), in francese è roman graphique e in spagnolo novela gráfica. Basta confrontare le voci della Wikipedia italiana e francese per rendersi conto di come stanno le cose.

E se un francese usa preferibilmente parole come camping e football che noi diciamo preferibilmente campeggio e calcio, va ricordato che le pronunciano alla francese (campìng e futbòll), e non certo in inglese come facciamo noi, esattamente come wi-fi, pronunciato in modo autoctono anche dagli spagnoli. Noi, invece, ci vergogniamo a storpiare l’inglese, da cui ci stiamo facendo soggiogare rinunciando alla nostra lingua e incapaci di adattarlo ai nostri suoni.

Ripetere le parole inglesi senza tradurle, o sostituirle a quelle italiane anche quando esistono le alternative che facciamo morire perché non le utilizziamo, non significa “essere internazionali”, ma “essere provinciali” e stupidi. Significa rinnegare la nostra storia e le nostre radici per scegliere di diventare creoli. Questo è il morbus anglicus che sta soffocando la nostra lingua.

Chi, con l’alibi dell’internazionalismo o del tecnicismo “insostituibile”, vuole dirlo in inglese mente: sta semplicemente imponendo la propria visione del futuro della nostra lingua (l’itanglese) e il proprio senso di inferiorità verso l’inglese.

Questo è il vero problema, che denuncia anche Claude Hagège quando scrive che la predominanza dell’angloamericano spinge verso una mentalità monolingue che è tutta a beneficio dell’inglese e all’imposizione della lingua dominante da parte di tutti. Le competenze plurilinguistiche non sono considerate una ricchezza e il

“monolinguismo a vantaggio dell’inglese è vissuto come garanzia (…) della modernità e del progresso, mentre il plurilinguismo è associato al sottosviluppo e all’arretratezza economica, sociale e politica, oppure è considerato una fase, negativa e breve, sulla via che deve condurre al solo inglese”.

Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 100.

Questa mentalità, che in Italia va per la maggiore, è da respingere e da combattere con ogni mezzo, perché rappresenta una delle principali porte di ingresso agli anglicismi e una delle principali cause della regressione del nostro lessico.

PS
Sulla necessità di tutelare la nostra lingua dal pericolo degli anglicismi, segnalo l’appello di Gabriele Valle al presidente dell’ANSA Giulio Anselmi, perché segua l’esempio dei mezzi di informazione spagnoli.

La rinuncia a parlare in italiano

Negare l’anglicizzazione della lingua italiana è ormai insostenibile. A farlo sono rimasti solo alcuni linguisti che non si sa bene dove vivano, forse in una torre di avorio slegata dal mondo del lavoro, della formazione, dell’informatica, dei giornali e della realtà. Del resto non furono certo i linguisti a comprendere, negli anni Sessanta, che l’italiano ottocentesco basato sui testi letterari e sul toscano era finito. Fu invece un intellettuale come Pier Paolo Pasolini, in un articolo su Rinascita del 26 dicembre 1964 ad aprire gli occhi agli intellettuali, ai letterati e ai linguisti (che inizialmente lo attaccarono) mostrando loro che il nuovo italiano era tecnologizzato, raccoglieva gli influssi del modo di parlare del Nord (il nuovo centro di irradiazione) ed era sempre più policentrico.

L’interferenza linguistica è un fenomeno normale e positivo, la colonizzazione no

Oggi, la nuova questione linguistica riguarda soprattutto l’itanglese e la rinuncia a parlare in italiano. È un’ovvietà sotto gli occhi di tutti, tranne di qualche barone universitario e di qualche “specialista” avulso dalla realtà, che come un disco incantato sostiene che l’accoglimento dei forestierismi è un fenomeno normale che c’è sempre stato fin dai tempi di Dante: un concetto lapalissiano che non ha nulla a che fare con la questione attuale dell’itanglese. Il punto è un altro: è un problema di numeri! Non c’è nulla di male ad accogliere un centinaio di ispanismi, di germanismi, una manciata di parole giapponesi o arabe e nemmeno poco meno di un migliaio di francesismi, visto che i sostrati del francese sono plurisecolari. Non c’è nulla di strano, di pericoloso e nemmeno di male ad accogliere migliaia e migliaia di parole straniere, se vengono adattate ai nostri suoni e alle nostre regole. Questi cambiamenti, insieme alle neologie e all’entrata nella nostra lingua di parole locali e regionali, costituiscono una ricchezza, la spinta propulsiva, l’evoluzione linguistica necessaria, se non vogliano ingessare l’italiano nella lingua dei morti e se vogliamo che cresca e si adegui ai cambiamenti del mondo.

Ma non è affatto normale che dal secondo Dopoguerra oggi abbiamo importato 3.500 parole inglesi senza adattamenti. Non è normale che in 30 anni i 1.600 anglicismi del Devoto Oli siano diventati 3.500. Non è normale che la metà dei neologismi del nuovo Millennio di Zingarelli e Devoto Oli sia in inglese. Non è normale, per esempio, che il Devoto Oli del 2017 registri in totale 980 voci marcate “informatica” e che di queste ben 417 siano in inglese! Tutto ciò ha un altro nome. Si chiama colonizzazione o regressione dell’italiano, delle sue regole e dei suoi suoni. Si chiama incapacità di evolvere con neologismi autoctoni, per prenderli da una lingua e una cultura percepita come superiore.

Per la cronaca, i 3.500 anglicismi del Devoto Oli non sono sempre sovrapponibili ai 3.500 anglicismi che ho raccolto in un dizionario più “popolare”, AAA (Alternative Agli Anglicismi). I termini informatici inglesi da me raccolti, per esempio, sono di più: 573. Viceversa il Devoto Oli raccoglie oltre 300 sigle, contro le 87 riportate da me, cioè quelle più comuni. E così gli anglicismi della fisica nel Devoto Oli sono 72, ma io ne ho accolti solo 9, perché ho volutamente omesso i tecnicismi noti solo agli addetti ai lavori. In compenso ho incluso tantissimi anglicismi che circolano sulla stampa, e che di fatto esistono, anche se non sono (ancora) registrati dai dizionari (ma è solo questione di tempo). A un mese dalla messa in rete del mio lavoro, la cosa più sconcertante è che mi sono state indicate tante lacune. Dall’11 settembre 2018 a oggi ho aggiunto circa 60 nuovi lemmi (un paio al giorno) che mi sono stati segnalati dai lettori-partecipanti (e altrettante segnalazioni non le ho inserite perché erano occasionalismi, tecnicismi troppo di settore o parole di circolazione troppo bassa per lo spirito del mio lavoro). Dopo questo primo mese di vita di AAA mi sono reso conto che la partecipazione dei lettori è stata enorme, e che 3.500 sono pochi.

L’italiano? Una scelta “eccentrica”

Gli addetti ai lavori negazionisti sono rimasti i soli, ormai, a non rendersi conto del linguaggio con cui la gente comune è costretta ad avere a che fare tutti i giorni.

“Grazie al vostro dizionario – scrive una mamma che allega anche le immagini – sono riuscita a capire cosa fosse il corso di coding che noi genitori non sapevamo proprio di cosa trattasse”.

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Non commento l’opportunità di presentare un corso con un nome simile, senza spiegazioni, rivolto ai bambini delle elementari; spero solo che questo tipo di comunicazione penalizzi le società o le “fab-lab” che propongono questi corsi e mi auguro che vengano disertati. Ma di missive del genere me ne stanno arrivando tante.

“Mi sono iscritta a un master a Bologna che si intitola: Banking and finance litigation. Chiamarlo contenzioso bancario e finanziario, no?” Scrive un avvocato.

Sì, perché la “gente” non significa il popolino o “l’utente medio” con le sue connotazioni limitative. La gente è fatta anche di persone di cultura.

“Trovo questa piattaforma di estrema utilità. Sono direttore di una rivista scientifica italiana e cerco in tutti i modi di evitare di infarcire i contributi pubblicati di anglicismi non necessari e consultarvi mi è molto utile”.

Questi pochi esempi di una ben più larga partecipazione dimostrano che la rinuncia a parlare in italiano non solo è un fenomeno concreto, pratico e reale, ma che è anche sentito da un numero sempre crescente di persone, cioè di consumatori, di elettori, di cittadini che spero di riuscire prima o poi a organizzare in un movimento che sappia far sentire la propria voce presso i politici, le aziende, le scuole, i giornali e la classe dirigente che ha deciso di rinunciare all’italiano.

La rinuncia all’italiano la vivo sulla mia pelle nelle scuole di formazione per cui collaboro. Il linguaggio aziendale è ormai in itanglese (dalla nomenclatura delle professioni ai tecnicismi) e la comunicazione delle scuole e della formazione prepara a questo linguaggio. Perché diciamo back to school? Ringraziamo le aziende che ne hanno fatto un motto inglese da appiccicare sulle vetrine per vendere gli accessori scolastici, e ringraziamo le scuole di formazione che magari lo espongono, insieme all’open day, sul loro ingresso. Queste realtà non solo stanno rinunciando a parlare in italiano, ma lo stanno anche trasmettendo, o forse imponendo, agli studenti e ai collaboratori. I corsi di recitazione diventano acting, i compiti homework, una comunicazione elettronica con gli auguri di inizio anno che ho ricevuto recava in oggetto New beginning, e davanti alle mie considerazioni verso questo linguaggio inutilmente anglicizzato, al punto da apparire ridicolo, mi sono sentito rispondere che le mie scelte “eccentriche” di usare una terminologia italiana, sì, ma obsoleta e fuori luogo rispetto al linguaggio aziendale, non sono condivisibili o sono retrograde. E allora qui ci sono in gioco due diverse visioni della lingua italiana, quella di chi va fiero di sfoggiare l’inglese e che giorno dopo giorno importa per distinguersi in una gara a chi è più moderno, e chi trova questa visione ridicola, assurda, insensata e pericolosa.

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Dai “grammar nazi” alla Resistenza e alla Liberazione

Parlare in italiano sta diventando in molti settori una scelta eccentrica, ci rendiamo conto di cosa sta accadendo, mentre qualche addetto ai lavori dice che non sta accadendo nulla? E questo non vale solo per il mondo del lavoro o dell’informatica, si estende in moltissimi ambiti, dal marketing al commercio, dal design alla moda, dalle pubblicità alle banche. I nuovi sport sono sempre più in inglese (NB: sport è un anglicismo ma non un internazionalismo “necessario” come qualche linguista vuole fare credere, e infatti in Spagna si chiama deporte), dal curling al nordic walking (che vergogna camminata nordica o con i bastoni, che eccentricità!); le discipline tradizionali si anglicizzano (la pallanuoto è sempre più water polo, la pallavolo volley, anche se in inglese sarebbe volleyball, come basketball e non basket…) e in inglese è una buona parte della terminologia sportiva (dribbling, pressing, ace, match point…). Ma possibile che al CONI non venga nemmeno in mente di provare a dare nomi italiani almeno alle nuove discipline sportive?

Qualcuno, davanti a queste considerazioni obietterà, come al solito, che le italianizzazioni erano tipiche del fascismo. È vero, ma non è certo quello il modello cui guardare, e oggi (con ben altre modalità) accadono normalmente anche in Francia, in Spagna, in Svizzera… e nei Paesi civili che hanno a cuore il proprio patrimonio linguistico.

Davanti a un’avanzata dell’inglese di questa portata e sproporzione, dobbiamo guardare ai numeri e alla profondità del fenomeno. Non c’è da fare la guerra ai barbarismi, c’è da organizzare la Resistenza. Difendere l’italiano non è da “grammar nazi” (per usare un linguaggio che arrivi anche agli angloentusiasti), significa al contrario che bisogna combattere contro gli anglofili che stanno distruggendo la nostra lingua per tentare la Liberazione.

La cancellatura dell’italiano

Oggi è il compleanno di Emilio Isgrò, un genio e un artista tra i miei preferiti, celebre soprattutto per “l’arte della cancellatura”.

In una mostra del 2016 a Palazzo Reale che gli ha dedicato Milano (la sua città di adozione) ho avuto modo di emozionarmi davanti alla cancellatura della “Quarantana”, l’edizione definitiva dei Promessi sposi curata dal Manzoni in persona. Anche io, nel mio piccolo e come posso, ho deturpato i Promessi sposi riscrivendone l’incipit in itanglese, ma ripensando alla Sua forma di distruzione creativa dei libri (e non solo), mi sono chiesto: cosa accadrebbe se cancellassi in stile Isgrò tutte le parole italiane, lasciando solo l’inglese, per esempio dalle copertine delle più diffuse riviste di moda?

GIOIA isgro

ELLE isgro

COSMOPOLITAN isgro

 

Quale sarebbe l’impatto visivo di una simile isgroizzazione di un testo di Salvatore Aranzulla che divulga l’informatica?

aranzulla isgro

 

Come si presenterebbe una pagina del famigerato Sillabo del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), privato dell’italiano con il metodo Isgrò?

MIUR isgro

 

E, visto che chi fa formazione non fa altro che abituare a dirlo solo in inglese come accade nelle aziende, che accarebbe se isgroiassimo gli annunci di lavoro?

LAVORO ISGRO

 

Ecco, questi falsi, questo isgroiare l’italiano in modo irrispettoso (per la nostra lingua e per l’arte di Emilio Isgrò) lasciando solo l’inglese, non sono solo un omaggio a un grande artista troppo poco conosciuto.

Sono soprattutto immagini che ci fanno riflettere sulla cancellazione e sulla negazione della nostra lingua, che fuori dall’arte concettuale è una realtà tragica e triste.

Lettera a Giorgia Meloni e agli altri deputati sulla tutela dell’italiano

Giorgia Meloni

Gentile Giorgia Meloni,

scrivo simbolicamente a lei perché è alla guida di un partito, ma mi rivolgo anche a tutti gli altri firmatari della proposta di legge sulla lingua italiana numero 678, presentata il 31 maggio 2018, dal titolo Disposizioni per la tutela e la promozione della lingua italiana e istituzione del Consiglio superiore della lingua italiana.

Leggendo questo atto sono rimasto sbalordito nel ritrovare nel vostro testo le mie precise parole. Mi riferisco a frasi come:

Da tempo la globalizzazione e il monolinguismo stereotipato che conducono all’inglese rappresentano un pericolo per le lingue locali. In Francia e in Spagna lo hanno capito e hanno adottato provvedimenti, in Italia no (cfr. il finale del mio articolo “La politica linguistica francese: impariamo dalla legge Toubon [1]”).

In Italia, invece, non esiste alcuna politica linguistica, anzi, il linguaggio della politica, nel nuovo millennio, si è anglicizzato sempre di più introducendo le parole inglesi nelle leggi, nelle istituzioni e nel cuore dello Stato (cfr. finale del primo capoverso di “L’italiano degli svizzeri: question time? No grazie”.

Ho scoperto con incredulità che queste mie parole sono state addirittura pronunciate in un dibattito parlamentare!

Passato lo stupore davanti a queste e alle altre citazioni senza virgolette, è subentrata la gioia nel constatare che evidentemente la mia battaglia sta cominciando a circolare e a diffondersi.

È evidente che qualcuno del suo ambiente e della sua squadra ha letto quello che ho scritto su questo mio sito personale. E allora, forse, potrebbe leggere anche questo nuovo articolo. E se le mie parole sono state apprezzate al punto di venire incorporare in un disegno di legge, forse anche le seguenti potrebbero essere ascoltate e recepite, in futuro, da chi ha la possibilità di proporre delle leggi.


Il Consiglio Superiore della Lingua Italiana (CSLI)

Partendo dal presupposto che la lingua italiana è un bene culturale e sociale che non viene tutelato, diffuso e promosso a sufficienza, in Italia si parla da anni dell’istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua Italiana (CSLI). Ma le tante proposte di legge che sono state avanzate (e che hanno posto anche l’accento sul problema dell’anglicizzazione della nostra lingua) non hanno avuto alcun seguito.

Oltre al vostro recente disegno, penso per esempio a quello proposto il 21 dicembre 2001 da alcuni senatori, tra cui Andrea Pastore (PDL), ripresentato anche l’8 giugno del 2008 (Disegno di legge n. 354), a quello del 22 maggio 2013 (in cui si faceva riferimento anche al problema degli anglicismi e del loro numero) o a quello del 27 ottobre 2016.

Accanto a queste proposte avanzate perlopiù dai deputati e dalle forze politiche che appartengono alla destra, ce ne sono state altre (anche queste senza seguito) da sinistra, come quella del 21 dicembre 2012 il cui primo firmatario era il radicale Marco Beltrandi, e che proponeva anche la promozione dell’esperanto come lingua sovranazionale.

Nello stesso anno proprio i radicali hanno presentato una petizione che è risultata trasversale, ed è stata firmata da innumerevoli parlamentari di ogni schieramento: “No question time”. Si chiedeva di esprimere in italiano l’espressione con “cui si indicano da anni le risposte del governo alle interrogazioni parlamentari”. Ma ancora una volta non ha avuto un esito positivo.

In Svizzera, invece, senza troppe chiacchiere si dice molto semplicemente l’ora delle domande, in Parlamento e anche sui giornali (vedi Ticinonews o Tio).

È necessario superare le posizioni ideologizzate

Sono convinto che la lingua italiana sia un patrimonio di tutti, che dovremmo averne cura tutti e che la sua difesa, tutela e promozione non sia di destra né di sinistra. Per citare Annamaria Testa:

La nostra lingua è un bene comune. È un patrimonio di cultura, di bellezza, di storia e di storie, di idee e di parole che appartiene a tutti noi, che vale, che ci identifica come individui, come cittadini e come Paese”.

E allora, la prima riflessione che vorrei porre è che per fare qualcosa di concreto, che non rimanga chiuso nei cassetti, sarebbe forse necessario puntare al supermento di ogni schieramento o partito per rivolgersi maggiormente a tutti in modo trasversale. Le posizioni in campo su questo tema non riguardano la destra o la sinistra, sono di altra natura. La sfida del presente e del futuro è un’altra: c’è chi è consapevole che la nostra lingua sia un patrimonio dal salvaguardare come si salvaguarda l’arte, la gastronomia e tutte le nostre eccellenze. E poi ci sono gli angloentusiasti, che non sono politicamente schierati, semplicemente vedono nella cultura e nella lingua angloamericana un modello superiore che vogliono scimmiottare, si vergognano di dirlo in italiano e preferiscono consapevolmente usare parole inglesi incuranti, a questo modo, di depauperare e fare regredire la nostra lingua. Questi signori si annidano soprattutto nella nostra classe dirigente che diffonde un linguaggio aziendale sempre più anglicizzato cui la formazione non sa fare altro che ammiccare (dal MIUR alle scuole di formazione private); sono tra i tecnoscienziati che teorizzano l’uso dell’inglese nella scuola e nella scienza; sono tra i giornalisti; lavorano per i colossi internazionali che ci propinano le interfacce dei programmi informatici in itanglese; sono anche tra i tanti linguisti scollati dalla realtà che sostengono che l’italiano non sia in pericolo e che ci dicono, senza essere supportati dai numeri, che non sta accadendo nulla di grave e che va tutto bene. Ma questa classe dirigente si annida anche nella politica, a destra e a sinistra.

Forse, allora, perché le proposte della costituzione del CSLI e della tutela dell’italiano abbiano un seguito e una realizzazione bisognerebbe uscire da ogni posizione ideologizzata per fare qualcosa di trasversale e di largamente condivisibile.

C’è una larga fetta della popolazione che non può più dell’insensata moda di ricorrere all’inglese che sta depauperando la nostra lingua. Ci sono linguisti del calibro di Luca Serianni che si sono espressi in modo favorevole all’istituzione del CSLI (“Ancora sul Consiglio Superiore della Lingua Italiana”, in Lingua Italiana d’Oggi, II, pp.55-66, 2005), ci sono le 70.000 persone che in un mese hanno firmato la petizione Dillo in italiano, ci sono “eroi” come Giorgio Pagano che è  arrivato al punto di fare lo sciopero della fame, per richiamare l’attenzione sulla questione. Ci sono i 126 docenti che hanno firmato una lettera di protesta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per opporsi alla decisione dell’ex Rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone di rendere obbligatorio l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti. Ci sono le proteste di quanti sono riusciti a fermare il progetto del 2015 di rinnovare il logo del comune di Roma sostituendo lo storico SPQR con il nuovo motto Rome and You…

Questa larga fetta di popolazione, di consumatori e di elettori non è inquadrabile attraverso la destra o la sinistra. E per rispondere alle loro esigenze bisognerebbe riuscire a creare proposte di legge allargate, a costo di attenuare e ammorbidire le soluzioni proposte dai singoli schieramenti.

Dare il buon esempio e iniziare da piccoli passi concreti

Sono convinto che, oltre ai disegni di legge, la politica dovrebbe cominciare forse con il dare il buon esempio.

È curioso, a questo proposito, che si usino due pesi e due misure per le pari opportunità della lingua e delle donne. Se nel 2007 la Presidenza del Consiglio dei Ministri (Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche) è intervenuta sulla lingua (con l’ausilio dell’Accademia della Crusca) nel regolamentare la femminilizzazione delle cariche e se le pubbliche amministrazioni si sono adeguate ottenendo un cambiamento nella lingua istituzionale e addirittura influenzando quella dei giornali e dei dizionari (ministra, sindaca…), sul fronte degli anglicismi non solo non si sta facendo nulla di concreto, ma anzi, gli apparati dello Stato li introducono nel linguaggio istituzionale con grande disinvoltura.

Io non lo so, davanti al crollo del Partito Democratico, quanto abbia inciso anche il linguaggio anglicizzato renziano (dall’anglicizzazione istituzionale di jobs act, volountary disclousure e tax anziché tasse, al linguaggio fatto di slide, flexicurity o democratic party). Ma di certo per chi vuole raggiungere chi è infastidito dall’eccesso dell’inglese, e dargli voce, è necessario prima di tutto usare un linguaggio non anglicizzato anche nella propria comunicazione personale, politica e istituzionale.

È giusto guardare a quanto avviene negli altri Paesi europei, a cominciare dalla Francia, dove nella Costituzione è scritto che la lingua è il francese, mentre nella nostra l’Articolo 12 specifica i colori della nostra bandiera, ma non fa accenno alla nostra lingua istituzionale. Forse sarebbe allora interessante provare a riproporre per la terza volta (non c’è il due senza il tre) l’iniziativa dell’Accademia della Crusca che chiedeva che anche nella nostra Costituzione si inserisca che la lingua ufficiale è l’italiano (La Crusca lo ha proposto, invano, nel 2006 e nel 2014).

Sicuramente è giusto anche guardare al modello della legge Toubon, magari per prendere ciò che c’è di buono e per migliorarla, più che emularla semplicemente. Davanti alle soluzioni repressive, che nel vostro disegno di legge si esprimono per esempio attraverso le multe, qualcuno potrebbe facilmente invocare l’esempio sbagliato della politica linguistica fascista. A dire il vero non fu il fascismo a introdurle, erano già state proposte e approvate a fine Ottocento, anche se allora l’intento era quello di “battere cassa” tassando le insegne dei negozi in lingua straniera più che tutelare la nostra lingua (cfr. il portale storico della Camera dei Deputati, 2° Tornata del 13 maggio 1874, pp.3628-3629). Ma è strano che, davanti alle tasse sulle insegne straniere dei negozi, c’è chi è pronto a urlare che fu questo l’inizio della guerra ai barbarismi di epoca fascista ma non dice nulla a proposito del fatto che in molti comuni esiste già qualcosa di molto simile, basta qualche regola di buon senso.

A Bologna “dal 1° gennaio 2012 non sono autorizzabili insegne con scritte in lingua straniera che non siano accompagnate da contestuale traduzione letterale in italiano”. Ma anche a Torino (“Qualora i mezzi pubblicitari contengano un messaggio in lingua straniera o dialettale, si richiede la traduzione dello stesso in lingua italiana”), a Pistoia, a Prato e in molte altre città.

Naturalmente questi provvedimenti non hanno nulla a che vedere con la tasse sulle insegne di epoca fascista, sono fatti in nome della trasparenza che è dovuta ai cittadini italiani, per il loro rispetto, più che per dichiarare guerra ai barbarismi. E lo stesso dovrebbe avvenire nel caso del linguaggio istituzionale, nelle scuole, nel lavoro e nella politica…

Personalmente non sono favorevole alle misure costrittive e punitive, ben vengano le multe per ogni tipo di violazione, ma oltre alla legge Toubon ci sono altri esempi forse più virtuosi cui guardare, come quelli di Spagna e Svizzera, che puntano non alla repressione, ma alla promozione e alle campagne di sensibilizzazione. Proibire le insegne straniere genera malcontenti, promuovere una campagna per l’uso dell’italiano (campagne Pubblicità Progresso, interventi nelle scuole…) non avrebbe particolari costi e sarebbe forse più efficace: il modello che sogno non è quello di multare le insegne con scritto Wine bar, ma la speranza che la gente, opportunamente sollecitata, diserterà questo genere di esercizi preferendo le enoteche (nei ristoranti di lusso di New York si dice vino, perché è quella la parola più evocativa e di prestigio che ammicca all’eccellenza italiana). E allora le insegne saranno spontaneamente sostituite dai proprietari di questi locali, se non vogliono chiudere, senza bisogno di alcuna multa e costrizione.

Insomma, quello di cui abbiamo bisogno maggiormente in Italia è semplicemente una campagna culturale: siamo a un bivio e se non spezziamo la follia di dire le cose in inglese (la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese) non c’è futuro per l’italiano. Se non capiamo che la nostra lingua deve tornare a essere autonoma, se non ci riappropriamo della capacità di creare neologismi italiani, adattamenti e traduzioni che non violano le nostre regole grammaticali e fonetiche, il destino sarà l’itanglese. La nostra struttura grammaticale non è intaccata, ma il lessico sì, enormemente, e la lingua del Bel Paese si infarcirà solo di sostantivi e locuzioni che sono “corpi estranei”, che violano le nostre regole di pronuncia e di scrittura, si snaturerà sempre maggiormente e sarà in grado di esprimere in italiano solo ciò che appartiene alla storia; diventerà la “lingua dei morti” e perderà la capacità di descrivere il nuovo, il lavoro, la scienza, l’informatica… il futuro.

 

Gentile Giorgia Meloni e gentili deputati tutti, spero vivamente che anche queste mie parole siano lette e magari copiate in un futuro disegno di legge destinato, mi auguro, ad avere un seguito e una qualche forma di concretezza.

Distinti saluti,
antonio zoppetti

Rassegna stampa e gagliardini

In questa prima settimana di vita, il dizionario AAA: Alternative Agli Anglicismi ha ricevuto più di 3.000 visitatori e ha erogato oltre 17.000 pagine. Ringrazio tutti i lettori e soprattutto i partecipanti che hanno portato una trentina di voci aggiunte e una quindicina di miglioramenti delle voci esistenti e di correzione di sviste.

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Sono anche usciti vari pezzi, tra cui un’intervista di Giacomo Russo Spena su MicroMega, una segnalazione di Loredana Lipperini su la Repubblica, una recensione di Luisa Carrada su il Mestiere di scrivere, un articolo sulla Comunità radiotelevisiva italofona, una riflessione di Armando Adolgiso su Cosmotaxi e varie altre segnalazioni in Rete.

Nei prossimi articoli rilascerò dati inediti, statistiche, analisi e riflessioni su questo enorme lavoro di ricerca e di classificazione in divenire. Intanto è stata inagurata una pagina provvisoria dove tutti coloro che ci vogliono aiutare nella diffusione del progetto possono adottare un gagliardino da esporre con un collegamento a AAA.italofonia.info.

Oltre ai primi gagliardini c’è anche qualche vignetta spiritosa che si può “facciabucare”, inoltrare, far circolare.

Grazie a tutti.

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AAA: il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi

Da oggi è in Rete AAA – il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi, un progetto gratuito a disposizione di tutti che raccoglie oltre 3.500 anglicismi – i più frequenti nella lingua italiana – affiancati da spiegazioni e, quando presenti, da alternative e sinonimi italiani in uso (con esempi concreti di utilizzo dalla stampa), senza alcun intento puristico né pretese di imporre alternative forzate.

Sono possibili ricerche per parola, a tutto testo e alfabetiche, e il contenuto è catalogato in 90 categorie ed etichette per una consultazione tematica, dall’informatica (570 voci) all’“aziendalese” (482), dallo sport (286) all’economia (283), sino alle curiosità come gli anglicismi culinari (122) o quelli del sesso (90). Oltre a questi ambiti, ci sono poi categorie di analisi con cui è stata quantificata  la presenza degli anglicismi per esempio nel linguaggio di base (Fondamentali: 154), nel linguaggio comune (1.922), oppure sono state raggruppate tutte le locuzioni (1.351), i derivati dai nomi comerciali, i principali pseudoanglicismi, anglolatinismi

Perché?

Davanti all’abuso sempre più dilagante di inglese e itanglese, l’obiettivo è di contribuire alla libertà di scelta di chi utilizza la lingua italiana. Molte parole inglesi risultano ostiche e difficili per tante persone e la loro comprensione necessita di spiegazioni (whistleblower, caregiver, spoils system, quantitative easing…). Soprattutto, nel linguaggio dei giornali e di alcuni settori come l’informatica o il mondo del lavoro, spesso si ricorre preferibilmente alle parole inglesi con il risultato che le alternative italiane regrediscono e non vengono più spontanee (competitor/competitore, budget/stanziamento, staff/personale, feedback/riscontro, trailer/anteprima…).

Ognuno parla come vuole, ma per poter scegliere in modo consapevole è necessario che le alternative vengano divulgate.

Dante e gli anglicismi

 

Un progetto aperto e collettivo

Questa prima versione Beta del dizionario non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza: l’intento è di dare vita a una comunità in Rete che sfrutti l’intelligenza collettiva e connettiva per arricchire il progetto giorno per giorno attraverso i contributi dei lettori.

Mi rivolgo a tutti coloro che consultando il dizionario lo troveranno utile; mi piacerebbe che i lettori diventassero partecipanti, spero che ognuno prenda da questo lavoro ciò che gli serve, ma allo stesso tempo lasci il proprio contributo per migliorarlo: la segnalazione di errori o lacune, di anglicismi mancanti o di nuove alternative attraverso esempi di uso contestualizzati…

Proviamo a spezzare la moda assurda di dirlo in inglese, opponiamoci al senso di inferiorità nei confronti dei modelli culturali angloamericani della nostra classe dirigente e intellettuale.

Invito tutti a diffondere l’esistenza di questo progetto, a partecipare, a farlo circolare e a “fare rete”.

Ringrazio il portale indipendente italofonia.info che ospita il mio lavoro e che lo ha realizzato dal punto di vista tecnico e grafico.

 

Lo dicono tutti in inglese?
Distinguiti, dillo in italiano!
Come?
AAA – il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi