Elogio dell’ironia di Elio contro gli anglicismi (Uaired, La nave di Teseo, 2018)

Davanti all’abuso dell’inglese che in certe fasce sociali è vissuto come la strategia comunicativa della modernità, occorre una rivoluzione che deve passare per nuovi modelli culturali e soprattutto sociali. Se la nostra classe dirigente, i politici, i giornalisti, i protagonisti del mondo del lavoro o della Rete ostentano il loro itanglese con orgoglio, c’è anche chi lo percepisce come una scelta fastidiosa e ridicola.

Con la leggerezza dell’elio che fa volare in alto i palloncini, Elio (delle storie tese) e Franco Losi sollevano questo tema che spicca tra le tante chiavi di lettura del romanzo di fantascienza Uaired (La nave di Teseo, 2018). L’ironia e la satira sono tra le armi più forti per schernire e smascherare l’alberto-sordità di questo itanglese che si sta imponendo nel nuovo Millennio.

elio

Il senso di Elio per l’inglese “cambierà il mondo” e ci salverà?

Uaired, sì, scritto come lo leggiamo in italiano. Sono contro gli anglicismi inutili” ha dichiarato Elio. “Questa è una vendetta nei confronti degli americani e degli inglesi e in generale degli stranieri, che non si preoccupano mai minimamente di pronunciare in modo corretto i termini italiani. Diciamo che gli abbiamo restituito il favore, nel solco della luminosa traduzione del water pronunciato vater, all’italiana, e poi del colgate e del palmolive“.

[“La fantascienza di Uaired: gli alieni secondo Elio”, Corriere del Veneto, 31/01/2019].

Spiritosamente, in questo romanzo una gran parte degli anglicismi sono proprio scritti così come si leggono, a cominciare dai nomi dei protagonisti Toni (e non Tony) e Gec (che ricorda geek, il secchione informatico). A dire il vero si salvano i nomi propri come WhatsApp o Twitter, e anche molte parole di uso comune come computer (scriverlo compiuter forse sarebbe stato più coerente), designer, shampoo, copy, shuttle, mentre il problema non si pone per gli anglicismi che non violano le nostre regole grafo-fonetiche, come art director. Ma venendo ai neologismi della terminologia informatica e digitale la nuvola è il claud (non cloud), la massima di Steve Jobs siate affamati, siate visionari è stei angry, stei fulisc (e non stay hungry, stay foolish) e l’organo impiantato negli alieni che sono tra noi (“i Uaired“ che ricorda i cablati, cioè wired) è il breinplag (molto meglio di brian-plug). E questo perché l’intento del libro, oltre a quello di “cambiare il mondo” è quello di interpretare la rivoluzione del digitale:

“Oggi siamo nel mezzo di una evoluzione antropologica: il digitale non è più solo uno strumento, ma è una nuova realtà che ci stiamo costruendo” e la tecnologia digitale “ha creato una sorta di metamondo, una sovrastruttura digitale di quello reale e che ne regola l’accesso”

[Stefano Spataro, “Uaired, Elio e Losi scrivono un romanzo di fantascienza tesa”].

elio losi uaired nave di teseoIn questo sovramondo dove l’innovazione si espande con la propria tecnologia imposta senza traduzioni (soprattutto in Italia) la scelta provocatrice di Elio e di Losi è una strategia di adattamento ironica che assurge a nuovo modello culturale, e crea un precedente che entra così nella letteratura scritta, che come è noto gode di una maggiore importanza linguistica rispetto all’oralità.

E se questo libro diventasse il capostipite di un modello da imitare sempre meno ironicamente?

L’ironia, dal basso, anche in Rete ha già prodotto scherzosi adattamenti gergali come Facciabuco e Faccialibro, mentre YouTube è anche detto il Tubo (che dietro l’ironia è ineccepibile, visto che il riferimento del sito statunitense era al tubo catodico) e un cinguettio, come alternativa a tweet, è uno dei pochi timidi segnali di adattamento della nomenclatura delle piattaforme sociali.

Uaired, oltre a essere un romanzo divertente, fa riflettere sulla necessità di spezzare la vergogna di italianizzare e di considerare l’angloamericano la “lingua sacra” da non violare. Se in Francia e in Spagna è normale pronunciare wi-fi “uifì” e “uìfi”, da noi no, perciò Elio-Losi lo scrivono invece uai-fai, così come un device è un devais!
Fa ridere? È il surrealismo demenziale tipico di Elio? E se invece, fuori dall’ironia, fosse un strategia sana di adattamento e di sopravvivenza? E se dietro la provocazione ci fosse un grido di allarme per scuoterci un po’ dal nostro senso di inferiorità che ci riempie supinamente di anglicismi imposti dalla lingua dei mercati e dall’espansione delle multinazionali?

Gli anglicismi sono come gli alieni che ci hanno invaso, “i Uaired” che sono mescolati tra noi, però sono meno invisibili di loro che si nascondono perfettamente, perché questi “corpi estranei” linguistici, per dirla con Arrigo Castellani, ci invadono senza confondersi come facevano gli ultracorpi, stanno invece imponendosi con la loro invadenza e cambiando il volto della dolce lingua dove il sì suonava.

Non dovremmo avere vergogna di pronunciare all’italiana certi  anglicismi, un tempo era normale e a proposito di puzzle, nel 1933 Paolo Monelli scriveva che è un termine “inglese di brutto suono così come è pronunciato generalmente da noi” (Barbaro dominio, Hoepli, Milano 1933, p. 256). Ma oggi abbiamo cambiato la pronuncia, non certo per correggere il “brutto suono”, mbig babola perché dobbiamo ostentare l’inglese che invece non sappiamo, stando alle statistiche. E meno lo sappiamo più lo sbandieriamo a costo di inventarcelo o di stravolgerlo in un’ampia serie di pseudoanglicismi. Negli anni Settanta i bambini cantavano ancora “la macchina del capo ha un buco nella gomma” che si riparava con il chewingum, pronunciato “cevingùm” e non di certo “ciùingam” come forse si canta oggi. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, in un ritornello pubblicitario che spopolava in televisione delle gomme da masticare Big Babol – scritte così come si dovrebbero pronunciare in inglese – Daniela Goggi cantava: “Il pallone più grande lo fa questo bubble gum”, pronunciato come si scrive.
Gian Luigi Beccaria ha citato l’esempio di jumbo, che inizialmente si pronunciava con la u, quando era solo il nome di un grande elefante ottocentesco del circo Barnum, entrato attraverso i giornali per via scritta, ma quando è arrivato l’aereo, in epoca televisiva, si è cominciato a pronunciare “giambo” (Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, 1988, p. 243).
E così oggi si dice “clab” e non più “club”, e guai a dire “cult” invece di “calt”… Mandrake è diventato “mandréic” (e da quando hanno ucciso l’Uomo ragno si dice ormai Spiderman). Per quanto tempo continueremo a dire come facciamo da oltre un secolo tunnel e recital invece di “tannel” e “resaitl” per sentirci più angloamericani e moderni? E se invece di considerare le pronunce all’italiana come un segno di ignoranza le considerassimo un sano adattamento?

L’italianizzazione dei forestierismi ha permesso alla nostra lingua di evolvere nella storia senza snaturarsi. Se non lo si vuole più fare forse tanto vale seguire Elio e Losi e scrivere gli anglicismi così come si pronunciano, anche la traslitterazione, se pur provocatoria e di difficile affermazione, mi pare un segno di resistenza e di autostima preferibile all’importazione dell’inglese crudo.

“Rimpiango l’autostima degli italiani, che in preda a una specie di attacco di panico collettivo oggi si rivolgono a chi promette di ridare dignità all’Italia partendo da basi talmente basse…” dice Elio. E passando dai contenuti alla forma, queste “bassizie” hanno proprio a che fare con l’abuso dell’inglese. Gli italiani sono quelli che pensano che autogrill sia un termine inglese e poi, aggiunge Elio:

“C’è l’altra storia che mi irrita sempre, quella del junior pronunciato all’inglese. Cioè un termine che parte dal latino, va in America, si trasforma e torna: e noi qui come dei c…, a dire giunior

[“La fantascienza di Uaired: gli alieni secondo Elio”, Corriere del Veneto, 31/01/2019].

A questo esempio di “prestito di ritorno” se ne possono fare seguire tantissimi, i media che diciamo “midia”, il disegno che è diventato design, lo schizzo che è diventato sketch, il manager che deriva da maneggio, i jeans da Genova, la novella di Boccaccio che origina l’inglese novel (romanzo) e che ci ritorna nelle graphic novel simbolo della vergogna di parlare di fumetti come aveva fatto invece con orgoglio Dino Buzzati con il suo Poema a fumetti (1969) quasi mezzo secolo prima che il romanzo a fumetti diventasse un genere chiamato in inglese. L’inglese è una lingua ricca che ha accolto e accoglie da ogni altra. Ma lo fa adattando le parole ai propri suoni, come accade in tutte le lingue sane. Noi invece non solo non lo facciamo più ma americanizziamo persino le nostre parole, e così la commedia di Dante nei palinsesti televisivi diventa comedy,  e in questo modo l’Italia diventa la terra dei cachi e gli italiani diventano servi della gleba e della globalizzazione…

Il libro di Elio e Losi, nelle sue molteplici letture, attraverso la sua ironia ci fa riflettere e ci insegna anche questo e se vuoi saperne di più:SCHIACCIAper rubare il tasto che si trova sul sito di Elio e le storie tese che nella sua disarmante chiarezza e semplicità ci appare invece geniale nell’assuefazione davanti a play, clicca, link e tante altre balle.

10, 100, 1.000 Elii

elii

Servirebbero tantissimi Elii, servirebbero molti più modelli culturali e sociali in grado, ognuno a suo modo, di porre l’accento sull’abuso dell’inglese per creare un nuovo clima, culturale e sociale. Ben venga Mara Maionchi quando sbotta contro gli anglicismi e strappa gli applausi, anche se era solo uno sfogo estemporaneo fatto all’interno di una trasmissione anglicizzata, che però raggiunge un pubblico di massa. Ben venga Enrico Mentana che, nonostante il suo linguaggio giornalistico molto anglicizzato, si scaglia contro caregiver e promette di non utilizzarlo per non contribuire alla sua diffusione, uno sprazzo e un caso simbolico sono sempre meglio di niente.

Il mio sogno è di organizzare un manifesto e un cartello di tutti i personaggi pubblici che si sono espressi contro l’abuso dell’inglese, da Elio a Nanni Moretti, da Dacia Maraini a Corrado Augias… per porre la questione sotto gli occhi di tutti, per passare dalle lamentele isolate a un movimento culturale nuovo, di resistenza all’invasione dell’inglese che sia un inno alla creatività italiana che ci ha sempre contraddistinti.
Solo così si può cambiare il vento. Coinvolgendo quelli che la lingua la possono fare davvero, creando modelli che poi la gente possa ripetere, e con un appello alla politica,  perché rinunci simbolicamente all’inglese nei contesti istituzionali come buon esempio e perché promuova campagne di sensibilizzazione culturale come esistono all’estero.

Il ruolo dei linguisti nella battaglia contro l’itanglese e la colonizzazione dell’italiano non basta.

L’Académie Française è composta dagli “immortali” (quando ne scompare uno viene subito rimpiazzato da un altro) che sono illustri rappresentanti della letteratura, della scienza del mondo politico e

“non sono, se non occasionalmente, linguisti. Sono uomini di cultura che hanno scritto romanzi, poesie, saggi storici e politici, trattati scientifici, discorsi politici, diari. Sono persone che debbono il successo della loro vita all’uso della lingua francese. Nel loro modo di lavorare al dizionario vi è quindi un elemento che non esiste negli accademici della Crusca e che potremmo definire ‘gusto’”.

[Sergio Romano, “Académie française e Crusca, come difendere la lingua”, Corriere della Sera, 1 novembre 2009, p. 33].

Ci vogliono meno traduzioni funzionali e più traduzioni creative, per citare Massimo Arcangeli, ci vorrebbero più Bergonzoni” inventatori” di parole e meno “terminologi” anglofili. Il punto è che l’italiano deve ricominciare a coniare nuove parole attingendo dalla propria storia e dalla propria creatività che stiamo buttando nel cesso (o nel “uòter”) perché non sappiamo fare altro che importare anglicismi integrali, senza tradurre e adattare foneticamente e graficamente.

Per cambiare avremmo bisogno di modelli popolari, ma ce ne sono sempre meno visto che la classe dirigente e chi ha ruoli chiave nell’informazione va fiera dell’itanglese che diffonde. Prendiamo hater, per esempio.

crozza iene

Crozza nei suoi meravigliosi siparietti ha parlato spesso di hater senza alternative, ma per fortuna in molte altre occasioni ha cambiato linguaggio parlando di odiatori seriali. Una scelta che non si ritrova invece nel linguaggio delle Iene che contribuiscono all’affermazione di hater (spesso declinato in modo ridicolo al plurale) e del monolinguismo stereotipato basato sull’inglese senza mai far circolare odiatore.
Ognuno parla come vuole, naturalmente, ma chi fa informazione, anche attraverso la satira, dovrebbe essere conscio delle proprie responsabilità comprese quelle che scaturiscono dalle parole che impiega. Se si parla solo di hater, la gente li chiamerà così. Privata della libertà di scegliere, fino a che odiatore sarà considerato “non funzionale”, “poco comprensibile” e alla fine “obsoleto”.

Gli esempi dei comici sono importanti soprattutto perché l’ironia è un’arma molto efficace per fare riflettere, per spezzare lo snobismo che caratterizza l’uso e l’abuso dell’inglese e anche per delegittimare chi usa questo linguaggio che spesso non è trasparente, facendolo sentire per quello che è: ridicolo. Chi manda messaggini con le k e le abbreviazioni come il tvtb (ti voglio tanto bene) su cui proprio Elio scherzava negli anni Novanta, è oggi etichettato come un bimbominkia, un neologismo accolto anche nel Devoto-Oli. Un simile appellativo è più forte di qualunque tentativo di convincimento razionale: scrivere a quel modo è semplicemente da sfigati. Ecco, davanti a chi dice che deve fare un brief in conference call con la business unit, quando poi si limita a parlarne al telefono con Carmelo e Giuseppe, per riprendere un esempio di Annamaria Testa, non resta che fargli capire quanto questo “minkia language” sia da sfigati.

Il Consiglio superiore per gli audiovisivi francese, nel 2015, ha avviato la campagna “Ditelo in francese” (Dites le en français) proprio con questo spirito: con divertenti filmati in cui si prende in giro chi impiega il franglais. E lo stesso è accaduto in Spagna nel 2016 quando la Real Academia Española in collaborazione con l’Academia de la Publicidad hanno dato vita a gustosissime finte pubblicità che mettono alla berlina l’abuso degli anglicismi. C’è per esempio un falso carosello che pubblicizza gli occhiali da sole con effetto blind (Sunset Style with Blind Effect) che una volta acquistati e ricevuti a casa si rivelano essere con le lenti che non permettono di vedere nulla, perché blind significa cieco. Oppure un’allettante promozione del profumo Swine (New Fragance, New Woman) dalla confezione ricercata e affiancato dal volto di una bellissima modella, un nome che suona molto bene ma odora molto male, perché swine in inglese significa maiale.

swine new fragrance

Bisognerebbe che anche da noi si facessero campagne simili, bisognerebbe che i comici, e non solo loro, imparassero da Elio, che è anche un gas esilarante oltre che nobile.

 

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I limiti dei linguisti davanti all’inglese: occorre una rivoluzione culturale

Dopo aver passato in rassegna le cause della folle penetrazione dell’inglese nella nostra lingua, nei prossimi articoli voglio spendere qualche riflessione su cosa si può fare, o almeno su che cosa occorrerebbe fare, per cambiare rotta ed evitare che il futuro dell’italiano in ogni settore scivoli sempre più nell’itanglese.

La prima considerazione  è che il fenomeno non si può circoscrivere nell’ambito di una semplice presa di posizione linguistica, è un fatto extralinguistico di ben più ampia portata. È dunque necessaria una rivoluzione culturale che coinvolga tutte le componenti della società: il lavoro dei linguisti non basta, da solo.

I limiti dei linguisti e della Crusca

Quando Arrigo Castellani  proponeva alternative agli anglicismi come abbuio per blackout, guardabimbi per baby sitter o fubbia per smog, era destinato a non essere ascoltato. Le sue proposte, belle per alcuni, ridicole per altri (ma solo l’uso e l’abitudine rendono le parole belle o brutte, per citare Leopardi) sono rimaste ipotesi che nessuno ha mai utilizzato. I neologismi non possono essere stabiliti a tavolino da qualche linguista di buona volontà nella speranza che i parlanti se ne approprino. La lingua evolve in altro modo.

Diverso è l’approccio del gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca, che nei suoi intenti di arginare il dilagare delle parole inglesi cerca di promuovere e diffondere sostitutivi esistenti e possibili, invece che creare parole nuove. È lo stesso criterio che, nel mio piccolo, ho provato a seguire nei miei lavori in Rete  e sulla carta,  ma questo criterio ha un limite, nell’arginare l’itanglese.

Che fare davanti alle nuove parole inglesi che non hanno corrispettivi?

Chi parla di prestiti “di necessità” o di parole “intraducibili” ha già la risposta, ma è una risposta ideologizzata e schierata, che spalanca le porte a ogni genere di anglicismo, visto che l’espansione delle multinazionali, della tecnologia e dei mercati della cultura produce un’infinità di cose nuove dai nomi inglesi. Queste categorie linguistiche sono vecchie e sbagliate, dietro questa classificazione si nasconde una precisa scelta, quella di non tradurre i termini di cui non esistono già corrispondenti italiani.

Davanti a una nuova parola che non c’è, i linguisti anglofili non prendono in considerazione altre soluzioni se non quella di ricorrere al prestito. Ma questo approccio è da contrastare e combattere con ogni mezzo, perché impedisce all’italiano di evolvere per descrivere il presente e soprattutto il futuro. Dire che una parola è “necessaria” o “intraducibile” è una mistificazione disonesta e vergognosa, non tiene conto del fatto che, davanti a una parola che non c’è, storicamente e logicamente, ci sono molte alternative, anche se oggi abbiamo un complesso di inferiorità verso l’inglese che ce ne fa vergognare.

La vergogna di tradurre, adattare, risemantizzare e creare parole nuove

1) tradurre

Davanti alla sciocca e ipocrita obiezione che importiamo parole inglesi per necessità, perché non ne abbiamo di nostre, bisogna gridare forte che nulla è potenzialmente intraducibile, al massimo è intradotto, cioè non lo si vuole o non lo si sa tradurre.
Nel primo caso è una precisa strategia comunicativa (dunque si preferisce dirlo in inglese, chiamiamo le cose con il loro nome!), nel secondo si tratta di una dichiarazione di impotenza linguistica (come nota Gabriele Valle) che è una rinuncia a parlare in italiano. Dire che una parola come mouse è intraducibile o necessaria, è falso: altri Paesi hanno semplicemente tradotto con il corrispettivo topo nella propria lingua.

Se il prestito crudo riguarda un piccolo numero di parole, non c’è nulla di male né di pericoloso. Quando invece diventa una strategia che conduce all’entrata di migliaia e migliaia di anglicismi, è il  sintomo di una lingua malata. Anche perché la massa di questi anglicismi è così intensa che sta portando alla nascita di una rete di parole inglesi che si ricombinano con effetto domino, e l’allargarsi di questo fenomeno ci avvicina giorno dopo giorno alla creolizzazione.

Dunque bisogna ricordare a tutti che:

“Ogni lingua possiede i mezzi per indicare nuovi oggetti o nuovi concetti senza ricorrere a parole straniere tant’è vero che se il francese ha accolto la voce tomate (di origine azteca), l’italiano per denominare lo stesso prodotto ha preferito servirsi della perifrasi pomodoro”, ha spiegato Paolo Zolli.

[Paolo Zolli (1976), Le parole straniere, seconda edizione a cura di F. Ursini, Zanichelli, Bologna, 1991, p. 3].

Se un tempo si ricorreva spesso al calco: bistecca da beefsteak o finesettimana da weekend, oggi lo si fa sempre meno, e si preferisce l’inglese anche in presenza di alternative italiane: fake news  invece di notizie false, street food invece di cibo di strada, jobs act invece di riforma del lavoro

2) adattare ai nostri suoni e alle nostre regole

L’esempio di tomate ci porta alla seconda strategia che una lingua sana dovrebbe adottare: l’adattamento al proprio sistema del forestierismo, tomate in francese, tomato in inglese, tomaat in olandese e via dicendo. Allo stesso modo i giapponesi non hanno importato la parola mouse in modo crudo, ma l’hanno adattato in mausu, così come gli albanesi nell’importare computer lo hanno adattato in kompjuter.

Davanti alla rivoluzione tecnologica del digitale, a tutti coloro che dicono che di fronte alle parole nuove inglesi come smartphone non vedono altre soluzioni che importare i prestiti, bisogna ricordare che la grande rivoluzione tecnologica a cavallo di Ottocento e Novecento ci ha portato la lampadina e la televisione, e non certo la lamp e la television!
E bisogna anche ricordare che negli altri Paesi non ci si vergogna di adattare almeno le pronunce delle parole inglesi: i francesi dicono campìng, futbòl e wi-fì, non ostentano le pronunce originali come noi, che per sentirci più americani diciamo ormai iuesèi invece di USA, che in spagnolo si dice EE.UU. (Estados Unidos) e in francese EU (États-Unis), perché i Paesi normali adattano persino le sigle alle proprie regole e ai propri suoni.

3)  coniarne nuove parole

Revolver? “Il popolo ha già formato la voce Rivoltella”, scriveva nel 1886 Giuseppe Rigutini.

[Giuseppe Rigutini, I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, Roma , Libreria editrice Carlo Verdesi. 1886, p. 321].

Le lingue sane producono neologismi, se vogliono evolvere e sopravvivere ai cambiamenti del mondo, non ricorrono come unica soluzione alla strategia dei prestiti. In tempi recenti si possono segnalare per esempio i casi della comparsa dal basso, da parte del popolo, di apericena di fronte a happy hour, o di colanzo che si sta diffondendo in molti locali al posto di brunch. Chi dice che queste parole italiane sono brutte, dovrebbe forse riflettere sull’insegnamento di Leopardi, prima di emettere banali sentenze che dipendono solo dall’uso e dall’abitudine. Ma i casi di neologismi di fronte all’inglese sono sempre meno. Dallo spoglio di Devoto Oli e Zingarelli risulta che il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è inglese, così come il 50% delle parole marcate come termini informatici. Questo è un indice di una grave malattia: l’italiano sta perdendo la capacità di evolvere autonomamente e di poter indicare ciò che è nuovo. Il rischio è che diventi una sorta di dialetto o una lingua lessicalmente morta.

4) allargare il significato di vecchie parole (ri-semantizzare)

Navigare oggi non significa più solo “andare per mari”, ma anche “usare la Rete”. Molti di questi allargamenti di significato  sono il risultato dell’interferenza dell’inglese: basico diventa “di base” e non più solo il contrario di acido, intrigare diventa “stuzzicare” e “coinvolgere”, non più  “compiere intrighi”, e via dicendo. Questi cambiamenti si possono biasimare in nome del purismo o della violazione dei significati storici della nostra lingua, oppure salutare e accettare come un’evoluzione moderna. In entrambi i casi si tratta di cambiamenti che non violano l’identità dei nostri suoni e delle nostre regole di scrittura, dunque le risemantizzazioni di questo tipo non costituiscono un rischio di perdere la nostra identità morfosintattica. Non sono preoccupanti, anzi, davanti all’inglese “crudo” sono una soluzione auspicabile e dovrebbero essercene di più. Se il bug informatico diventa il baco informatico (è una traduzione approssimativa, basata sulla somiglianza fonetica, dell’inglese cimice), e un tweet viene detto anche cinguettio, è il segno che la lingua riesce a evolvere con le proprie risorse. Ma di questi esempi se ne possono fare sempre meno, purtroppo. Al contrario, nello scempio dell’italiano del nuovo Millennio stiamo assistendo a una risemantizzazione rovesciata: le parole italiane soccombono e vengono espresse con un allargamento di significato in inglese. La commedia (un tempo Divina) si trasforma nel genere comedy nei palinsesti televisivi e cinematografici, nel mondo del lavoro è d’obbligo dire mission, vision o competitor invece degli analoghi italiani, nella politica si dice privacy invece di privatezza, tax invece di tasse, nell’informatica computer invece di calcolatore ed elaboratore, nello sport basket e volley invece di pallacanestro e pallavolo, in economia spread invece di forchetta, forbice o scarto.

I puristi del nuovo Millennio: gli anglopuristi che scelgono l’inglese e non fanno evolvere l’italiano

Un tempo molti linguisti erano puristi, erano cioè ostili alle neologie, alle varietà regionali e ai forestierismi, e ammettevano solo le parole storiche e letterarie, ma questo atteggiamento cristallizzava la lingua italiana al suo uso passato impedendole di evolvere. Contro il purismo si schierarono coloro che, in ogni epoca, sostenevano la necessità di fare evolvere la lingua, di accogliere dall’estero e di introdurre neologismi. Tra questi ultimi si possono annoverare scrittori come Machiavelli e Leopardi, linguisti come il modenese Ludovico Antonio Muratori, intellettuali come Alessandro Verri che, per evitare che l’italiano diventasse “la lingua dei morti”, nella celebre e solenne Rinunzia alla Crusca dalle pagine del Caffè, dichiarava che avrebbe preso qualunque parola straniera se “italianizzando” fosse servita. E allora cosa accomuna le posizioni dei più accesi puristi fustigatori dei barbarismi e quelle dei più aperti e moderni sostenitori di internazionalismi di ogni epoca?

Il fatto che nessuno si sognava di fare entrare nel nostro lessico migliaia di forestierismi non adattati.

Oggi, chi denuncia l’anglicizzazione della nostra lingua con preoccupazione non è più un purista, è esattamente il suo opposto: occorre ricominciare a creare neologismi italiani invece che importare solamente dall’angloamericano. Occorre ricominciare a creare calchi e traduzioni, occorre ricominciare ad adattare, cessare di vergognarci di usare pronunce all’italiana invece che in inglese. Chi sono, oggi, coloro che vogliono ingessare l’italiano all’uso storico impendendo che evolva? Chi sono i nuovi puristi?

Sono coloro che chiamo “anglopuristi” che scelgono di dire tutto in inglese, e che sostengono per esempio che autoscatto non è un equivalente di selfie (benché l’etimo sia lo stesso) e argomentano ciò dicendo che il significato storico di autoscatto è un altro. Eppure autoscatto in un primo tempo indicava un sistema con un filo che permetteva lo scatto a distanza. Ma poi la tecnologia è evoluta, e anche la parola è evoluta, passando a indicare il sistema di scatto temporizzato. Perché con l’evoluzione delle nuove tecnologie non dovrebbe evolvere anche autoscatto allargando il suo significato storico? Perché oggi selfie dovrebbe essere più appropriato? Chi si arrampica sugli specchi per dimostrare che ogni anglicismo è necessario, utile, intraducibile, insostituibile è il nuovo purista dell’inglese del nuovo Millennio.

Quando un conduttore di una trasmissione radiofonica come Fahrenheit, Felice Cimatti, che è anche un filosofo del linguaggio, davanti alla mia constatazione che computer ha ucciso la parola calcolatore, visto che in 2001 Odissea nello spazio l’anglicismo non ricorreva nemmeno una volta, obietta che il calcolatore era quello di un tempo, ma oggi il computer designa un’altra cosa (dispositivi piccoli e portatili), cade nell’anglopurismo più spicciolo. L’etimo di computer, infatti, deriva dal latino computare, e gli inglesi non hanno certo coniato una nuova parola per distinguere gli elaboratori di ieri di oggi, così come non lo hanno fatto i francesi né gli spagnoli che continuano a parlare di ordinateur o di computador. E allora qual è la differenza? E qual è il punto nevralgico? Che solo in Italia le nostre parole diventano obsolete e regrediscono di fronte all’inglese a questo modo. L’anglopusirmo che cristallizza le nostre parole ai significati storici, non le fa evolvere per descrivere il nuovo perché preferisce esprimerlo in inglese. Oggi gli anglopuristi ostacolano l’evoluzione della nostra lingua, giustificano il ricorso all’inglese con prese di posizione ideologizzate, non con argomenti logici e storici. Chi continua a ripetere che ci mancano le parole è un nemico dell’italiano. Non ci manca la parola: calcolatore, elaboratore, autoscatto… le parole ci sono, la verità è che le abbiamo imbalsamate per relegarle al vecchiume in nome di un essere internazionali che è falso, visto che all’estero le cose vanno diversamente. Dietro questo preteso internazionalismo c’è solo la volontà di essere angloamericani e di parlare la lingua della globalizzazione, che è una cosa ben diversa.

Il fallimento del liberismo linguistico

Per concludere l’analisi dell’anglicizzazione all’interno delle discussioni linguistiche, va detto che tra gli addetti ai lavori ci sono attualmente due posizioni in campo. C’è chi nega che sia un problema o addirittura che esista, e dice che è solo un’illusione ottica, come se gli italiani fossero deficienti, senza riuscire a fornire una prova del fatto che l’illusione ottica e l’allucinazione non sia invece in chi afferma queste assurdità. Ho dimostrato con i fatti e con i numeri l’inconsistenza di queste argomentazioni. Se il negazionismo è stato il pensiero dominante dei linguisti fino agli inizi del nuovo Millennio, oggi questo paradigma scricchiola, sta perdendo terreno e sta per crollare. Persino il più importante sostenitore del negazionismo, Tullio De Mauro, negli ultimi tempi aveva ammesso lo “tsunami anglicus”. Hanno cambiato idea anche studiosi del calibro di Luca Serianni, mentre il presidente della Crusca Claudio Marazzini esprime le sue preoccupazioni nel suo ultimo libro.

Ogni lingua ha la sua resilienza, cioè la capacità di assorbire gli urti dall’esterno senza frantumarsi, ma non bisogna dimenticare che una lingua viva si può anche ammalare, può anche creolizzarsi o morire. Davanti allo stato di salute dell’italiano, perciò, cosa occorre fare? Non fare nulla, come è accaduto sino a oggi, ci sta portando all’itanglese. Dunque occorre reagire. Il “liberismo” linguistico, di fronte all’espansione dell’inglese, si è dimostrato dannoso.

Gian Carlo Oli disse una volta che la lingua non va difesa, va studiata. Il che è vero, dal punto di vista di un glottologo, ma dal punto di vista di chi ama l’italiano e non lo vuole perdere, si pone il problema civico (non più squisitamente linguistico) di fare qualcosa, di reagire e di intervenire esattamente come si interviene per proteggere ciò è in pericolo, per tutelare ciò che ci è caro.

Perché nessuno ha da eccepire se tuteliamo la nostra cultura, la nostra arte, i nostri prodotti gastronomici, tutte le nostre eccellenze, ma davanti alla tutela linguistica compaiono tante resistenze e non si fa nulla?

Il linguaggio è troppo importante per lasciare che se ne occupino solo i professori di glottologia, per citare Ferdinand de Saussure.

È arrivato il momento di tentare un rivoluzione culturale che coinvolga tutti, prima che sia troppo tardi.

(continua)

Tullio De Mauro e gli anglicismi, anzi gli anglismi (a due anni dalla sua scomparsa)

Il 5 gennaio di due anni fa ci ha lasciato uno dei più importanti linguisti italiani.
Lo voglio ricordare ricostruendo le sue posizioni sugli anglicismi, anzi sugli anglismi.


Per Tullio De Mauro si dice anglismi e non anglicismi

Tullio tullio de mauroDe Mauro si è sempre battuto per chiamarli anglismi, perché è la derivazione corretta dalla radice anglo: l’inserimento di ci è una forma che sarebbe a sua volta un inglesismo (da anglicism).
Questa argomentazione non teneva conto del fatto che non c’è nulla di male a prendere dall’inglese, quando lo si adatta, e non teneva conto dell’affermazione storica della parola “anglicismo”, attestata sin dal Settecento persino da un purista come Giuseppe Baretti che con lo pseudonimo di Aristarco Scannabue si scagliava contro le maleparole dalle pagine della sua rivista la Frusta letteraria. Comunque la pensiate, va detto che nonostante la maggiore frequenza storica di anglicismi, in seguito alle considerazioni di De Mauro, negli ultimi anni la variante anglismi si sta diffondendo sempre più soprattutto tra i linguisti, come variante “colta”.

De Mauro, il falsificatore del “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani

Tullio De Mauro è sempre stato un noto “negazionista”, per quasi tutta la vita non ha mai creduto che l’interferenza dell’inglese rappresentasse un problema per la lingua italiana, ed è celebre in proposito la sua polemica con il neopurista Arrigo Castellani. Quest’ultimo, in un articolo del 1987 che sarebbe passato alla storia, il “Morbus anglicus” (in Studi linguistici italiani, n. 13, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153), aveva denunciato l’invasione sempre più consistente delle parole inglesi che come un virus stavano intaccando la nostra lingua italiana. A suo vedere, bisognava in qualche modo intervenire per curare lo stato di salute dell’italiano, altrimenti il rischio sarebbe stato che i tessuti vitali ne venissero intaccati.
Tullio De Mauro si oppose a questo allarmismo, che confutò statistiche alla mano. La sua posizione si rivelò perciò vincente, tra i linguisti, e divenne quella del pensiero dominante che solo di recente si è incrinata e sta andando ormai in frantumi.
Tutto ebbe forse inizio nel 1980…

1980: il Vocabolario di base della lingua italiana senza anglicismi

De Mauro compì vari studi statistici senza precedenti nell’italiano. Nel 1980 pubblicò il primo Vocabolario di base della nostra lingua, che includeva le circa 7.000 parole che si usano più di frequente.
Queste, a loro volta si possono distinguere in 2.000 parole fondamentali, quelle che da sole costituiscono il 90% dei discorsi e dei testi (e, di, perché, essere, avere…), altre 2.300 definite ad alta disponibilità, che tutti conoscono (per cui sono disponibili nella nostra testa), ma che si usano poco, per esempio forchetta, che non compare spesso nei libri né nei discorsi, anche se è di base. E poi altre 2.750 ad alto uso, e cioè che si usano moltissimo, ma non come le prime, e che comunque sono molto più frequenti delle ulteriori 40.000 parole che formano il linguaggio comune, cioè quelle che tutti conoscono, anche se non è detto che le usino attivamente.
Da questa classificazione è emerso perciò un modello e una mappatura della lingua italiana “a strati” molto interessante: al centro ci sono le parole più frequenti, attorniate da quelle comuni, e attorno a queste sono rappresentate tutte le altre che appartengono a linguaggi tecnici e settoriali, e non sono comprensibili a tutti: l’avvocato conosce i suoi tecnicismi ma non quelli del medico, che a sua volte non condivide quelli dell’avvocato e così via.

vocabolario di base
Una rappresentazione del modello “a strati” del lessico della lingua secondo De Mauro.

In questo schema interpretativo, che sin dal suo apparire registrò anche pesanti critiche e perplessità, De Mauro mostrò come, negli anni Ottanta, gli anglicismi fossero confinati nella parte esterna, e non intaccassero affatto il nucleo centrale dell’italiano. Inoltre, dalle statistiche basate sui lemmi dei dizionari, allora i vocaboli inglesi costituivano ancora percentuali bassissime, intorno all’1% delle parole e anche meno. Dunque l’allarmismo di Castellani appariva ingiustificato, e non era il caso di preoccuparsi…

1989: gli anglicismi sono il 2% del Vocabolario elettronico della lingua italiana (Veli)

Nel 1989 vide la luce il Veli, il Vocabolario elettronico della lingua italiana, un lavoro immenso basato sulla statistica e sull’uso del calcolatore – De Mauro all’epoca non usava la parola computer – che lo studioso curò in collaborazione con IBM partendo dallo spoglio di alcuni testi giornalistici (ANSA, Il Mondo, Europeo e Domenica del corriere) pubblicati tra il 1985 e il 1987. Per quell’epoca in cui i testi non erano disponibili in digitale fu una rivoluzione; il lavoro analizzò circa 26 milioni di parole, che vennero lemmatizzate, cioè ricondotte dalle loro flessioni al lemma (per esempio vanno era ricondotto ad andare) con sistemi automatici poi raffinati manualmente. Successivamente furono scelti i 10.000 lemmi più frequenti e significativi e ne nacque un prototipo di dizionario pubblicato su due dischetti (all’epoca erano i cosiddetti floppy disc rigidi).

veli vocabolario elettronico dell alingua italiana di ibm e de mauro 2
Il Veli, curato da De Mauro, consisteva in un volume introduttivo che riportava anche gli indici lessicali e due dischetti con il primo prototipo di dizionario elettronico basato sulle 10.000 parole più frequenti.

Tra queste 10.000 parole più utilizzate nella stampa, gli anglicismi costituivano circa il 2%, una percentuale decisamente più alta di quella dei dizionari, che era invece della metà, e anche di quella che veniva attribuita all’uso degli anglicismi nell’italiano in generale.

In altre parole, passando dai dizionari allo studio delle frequenze giornalistiche le cose cambiavano sensibilmente. De Mauro, ancora una volta non se ne preoccupò: il 2% era ancora una percentuale fisiologicamente sopportabile, che non rappresentava di certo un pericolo per la nostra lingua. Ma negli anni Novanta le cose erano destinate a cambiare…

1999-2007: il Gradit e l’aumento degli anglicismi

Curato da De Mauro, nel 1999 uscì il Gradit, cioè il Grande dizionario italiano dell’uso in 6 volumi, che raccoglie circa 260.000 parole (più del doppio di quelle dei vocabolari monovolume), classificate attraverso i criteri di frequenza già adottati nel Vocabolario di base del 1980 (parole di base, comuni e settoriali) e da altre marche che ne identificavano i settori (economia, informatica…). Gli anglicismi non adattati erano 4.300, quindi rappresentavano solo l’1,6% dei lemmi. Stavano aumentando, certo, ma ancora una volta niente di troppo preoccupante, in fin dei conti.

Nel 2007, la nuova edizione del Gradit, però, ne registrava ben 6.000 e la loro percentuale saltava al 2,3% (un incremento del 39,5%, 1.700 in più in soli 8 anni).

patole straniere nella lingua italiana de mauro manciniLa cosa si stava facendo imbarazzante e preoccupante, per il più importante sostenitore delle tesi negazioniste. Ma, a onor del vero, l’aumento così eccessivo non dipendeva tanto da una reale entrata di nuovi anglicismi in questo breve lasso di tempo, bensì da una ristrutturazione interna del dizionario. Nella nuova edizione erano infatti confluiti i risultati di un lavoro specialistico sui forestierismi: Parole straniere nella lingua italiana (Tullio De Mauro e Marco Mancini, Garzanti, Milano 2001, e seconda edizione ampliata del 2003) che aveva raccolto oltre 10.000 parole da più di 60 lingue (dall’albanese al vietnamita, passando per il russo, il giapponese, il tedesco fino al francese e all’inglese). E queste sono poi state immesse nella nuova edizione del Gradit 2007, che è passato così da 7.000 a 10.000 forestierismi, e si è arricchito soprattutto da questo punto di vista.

Tuttavia, qualcosa si stava incrinando nelle tesi negazioniste: mentre l’incremento dei francesismi era contenuto, da 4.982 (sommando quelli adattati e quelli “crudi” come abat-jour) si passava a 5.345 (372 in più e un incremento del 7,4%), gli anglicismi erano “impazziti”:  sommando quelli adattati e non adattati sono passati da circa 6.300 a circa 8.400 (un incremento del 33,3%, 2.100 in più, cioè una media di circa 262 all’anno). Scorporando i dati, quelli non adattati sono passati da 4.300 a 6.000 (un incremento del 39,5%, 1.700 in più) e quelli adattati da 2.000 a 2.400 (incremento del 20%, 400 in più). Ho provato a ricostruire questo aumento con un grafico.

aumento anglicismi nel gradit
Fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 88.

La cosa più preoccupante, per De Mauro, fu che complessivamente nel nuovo Millennio l’interferenza dell’inglese sulla nostra lingua aveva, in pochissimo tempo, superato il ruolo dei substrati plurisecolari del francese. Ciononostante, intorno al 2010 lo studioso era ancora serafico e poco preoccupato, perché nonostante l’aumento del numero delle parole inglesi nei dizionari, la loro frequenza era ancora poco diffusa, secondo le sue marche. In un’intervista che in Rete è diventata una sorta di manifesto del negazionismo, “Gli anglicismi? No problem my dear”, ribadiva perciò le sue posizione storiche.

Ma pochi anni dopo la situazione mutò…

2015: il vento è cambiato

storia lingusitica de mauroNel 2014, a p. 136 della Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni (Laterza, Bari 2014), De Mauro sembra assumere una posizione diversa e più preoccupata sulla questione dell’inglese, quando scrive:

“Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del Gradit mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale”.

Lo studioso, dunque, non solo stava elaborando l’aumento degli anglicismi del Gradit, ma stava anche lavorando sulle marche delle parole, in via di revisione e di aggiornamento. Gli anglicismi, anticipava in questo passo, sono sempre meno tecnicismi o di bassa frequenza e stanno penetrando nel nucleo della nostra lingua. Davanti a questi nuovi fatti, sembra proprio che De Mauro in questo periodo stesse abbandonando la sua storica indifferenza verso gli anglicismi.

Intanto, anche il panorama del pensiero dominante cominciava a cambiare.
Il 2015 fu un anno cruciale. Uscì una pubblicazione frutto di un convegno presso l’Accademia della Crusca con la collaborazione dell’associazione Coscienza Svizzera e della Società Dante Alighieri (La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi) in cui molti linguisti cominciarono a esprimere le proprie preoccupazioni, da Claudio Marazzini a Claudio Giovanardi (già autore nel 2003 insieme ad Alessandra Coco e Riccardo Gualdo di un preoccupato Inglese-italiano 1 a 1: tradurre o non tradurre le parole inglesi? Ediz. Manni).
Il linguista Luca Serianni, che nel “Morbus anglicus” era citato da Arrigo Castellani tra i “negazionisti” non preoccupati, aveva cambiato idea sul proliferare degli anglicismi.
Quello stesso anno, la petizione di Annamaria Testa “Dillo in italiano” aveva creato un caso mediatico e l’accademia della Crusca aveva dato vita al Gruppo Incipit per monitorare i forestierismi incipienti e arginarli con sostituivi italiani, almeno negli intenti.
Insomma, qualcosa nell’aria stava cambiando. E anche Tullio De Mauro stava rivedendo le sue posizioni.

2016: la svolta di De Mauro e l’ammissione dello “tsunami anglicus”

La svolta, del tutto inaspettata, arrivò nel 2016, quando lo studioso scrisse la prefazione a Italiano Urgente di Gabriele Valle (Reverdito editore, 2016), una raccolta di 500 anglicismi che venivano spiegati e affiancati da possibili sostituzioni basate sul modello della lingua spagnola. L’opera si apriva con una citazione tratta proprio dal “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani e De Mauro sembrava essersi reso conto della profonda differenza tra l’anglicizzazione arginata dello spagnolo e quella abissale dell’italiano che definiva esplicitamente come uno tsunami:

“è indubbio: quel che altrove appare o è uno tsunami appare invece ed è una fronteggiabile ondata sui lidi ispanici (…). È indubbio che lo tsunami anglicizzante va quasi guadagnando terreno nell’uso italiano: non si segnala tanto per il numero di lessemi analizzanti registrabili in un grande dizionario (…) ma per altri due aspetti: l’uso in locuzioni formali e ufficiali (education, jobs act, spending review e via governando) e  la penetrazione degli anglismi nel vocabolario fondamentale e d’alto uso, dove prima c’erano solo pochi esemplari, bar, film, sport, tram, e oggi si affolla un più folto manipolo…” (p. 17)

Sembra incredibile che queste parole siano state scritte dal massimo esponente del “negazionismo”, eppure sono state ribadite e approfondite in un articolo sul sito Internazionale poco meno di un mese dopo: “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”, dove persino il giudizio sull’avversario Arrigo Castellani sembra rivisto, davanti alla dimensione internazionale dell’espansione dell’inglese:

“Non è un fatto nuovo: da alcuni decenni impetuose ondate di anglismi si riversano nell’uso di chi parla e scrive le più varie lingue del mondo. Trent’anni fa e più un valoroso filologo, Arrigo Castellani, nel diffondersi di anglismi nell’uso italiano vide e diagnosticò un morbus anglicus, un virus capace di infettare e corrompere la lingua italiana. Ma del fenomeno ormai bisogna dire di più. (…) L’afflusso di parole inglesi dagli anni Ottanta ai nostri ha assunto dimensioni crescenti, uno tsunami anglicus. Le ondate somigliano ormai infatti a un susseguirsi di tsunami…”.

Il 23 dicembre 2016 il Nuovo vocabolario di base di Tullio De Mauro venne pubblicato in Rete sul sito Internazionale, e dal confronto con quello del 1980 spicca subito che l’inglese è penetrato anche qui: gli anglicismi sono decuplicati.

Nel 1980, alla lettera B era presente solo bar, mentre nel 2016 gli anglicismi sono 13: baby, babydoll, band, bar, basket, bikini, bit, blog, boss, box, boxer, brand, business. E in tutto il vocabolario di base, se nel 1980 gli anglicismi non adattati erano poco più di una decina, nel 2016 sono 129 su meno di 7.500 parole, cioè almeno l’1,7% (se non me ne è scappato qualcuno e senza conteggiare parole macedonia come salvaslip).

Le parole con cui, pochi mesi prima, De Mauro chiudeva l’anticipazione in Rete di questi risultati sono queste:

“L’accentuata frequenza di anglismi è certamente uno dei tratti in cui si sedimenta la storia linguistica italiana degli ultimi decenni.
A voler bandire l’uso degli anglismi dalle lingue del mondo e dall’italiano c’è lavoro, se non gloria, per tutti.”

Poco dopo la pubblicazione del Nuovo vocabolario di base, il 5 gennaio del 2017, Tullio De Mauro se n’è andato.

nuovo vocabolario di nase de mauro

 

Anche se ne ho più volte criticato le posizioni e anche se ho provato a confutare molte delle sue argomentazioni passate, lo voglio oggi ricordare, rendendogli onore per l’onestà intellettuale di aver saputo rivedere, davanti ai fatti, le convinzioni di una vita. Una cosa che tanti piccoli linguisti ancora non hanno saputo fare.

Italiano, francese, spagnolo e tedesco di fronte agli anglicismi

Davanti all’interferenza dell’angloamericano e agli anglicismi, non c’è confronto tra ciò che sta accadendo in Italia e quanto accade in Francia e Spagna.

Ho già mostrato la grande differenza tra il francese e l’italiano che si evince dall’analisi della Wikipedia, dal fatto che c’è la legge Toubon e che esiste una politica linguistica. La sensibilità verso l’italiano sembra più spiccata anche in Svizzera che da noi, e le politiche linguistiche che in Italia sono un tabù esistono in tanti Paesi, persino in Cina.

Nel caso dello spagnolo, la differenza è ancora più evidente, ma su questo tema non potrei aggiungere molto al saggio di Gabriele Valle, “L’esempio della sorella minore”: è lo studio comparativo più esaustivo e inoppugnabile in circolazione.

L’orgoglio ispanico

Non resta che invidiare la fierezza e l’orgoglio degli spagnoli che sanno ancora tradurre e adattare le parole – come accade nelle lingue sane – che da noi vengono spacciate per necessarie o intraducibili, solo perché la nostra classe dirigente non le vuole o non le sa italianizzare e preferisce inseguire la strategia comunicativa di dire le cose in inglese.
E così, mentre noi diciamo baby sitter in spagnolo si dice canguro, una bellissima metafora che non ha bisogno di spiegazioni nel suo sapere evocare il concetto, e mentre noi sin dagli anni Sessanta andiamo fieri di indossare i jeans (che parola intraducibile, anche se deriva dall’italiano!) in Spagna li chiamano vaqueros. E infatti lo spanglish, al contrario dell’itanglese, non è il cedimento dello spagnolo davanti agli anglicismi, viceversa è un ibrido dove è lo spagnolo a irrompere e a ritornare nell’angloamericano delle comunità ispaniche d’oltreoceano.

Quando una parola inglese si impone nel mondo spagnolo di solito la si pronuncia alla spagnola, come nel caso di wi-fi (pronunciato alla francese anche in Francia) ricordato anche dal presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini nel suo recente intervento agli Stati generali della lingua italiana.

Da noi no. Ci vergogniamo a storpiare l’inglese. E così noi utilizziamo un verbo come whatsappare  mantenendo la sacralità inviolabile della radice inglese, e gli spagnoli adattano in wasapear, come nota Serena Casagrande  (“Gli anglicismi nella lingua spagnola: quando e come usarli”) a cui rubo una citazione:

Ogni lingua ha qualcosa che la rende unica, porta con sé un’espressività diversa da quella delle altre lingue. Diventare parlanti esclusivi di una lingua globale a discapito della diversità ci farà prima o poi perdere il contatto con le nostre radici linguistiche e con la cultura di cui ogni lingua è il veicolo principale.

In Italia “il contatto con le nostre radici” in troppi casi è perduto, e come mi ha fatto notare Gabriele Valle, un libro spagnolo come quello di Alicia Giménez-Bartlett: Mi querido asesino en serie, (Destino, 2017) nella traduzione italiana di Sellerio diventa Mio caro serial killer… perché “assassino seriale” da noi non si può più proporre: serial killer è diventato simbolicamente un prestito sterminatore.

mio caro serial killer

E se guardiamo le classifiche dei libri su Amazon in spagnolo possiamo leggere:
“Clasificación en los más vendidos de Amazon” mentre da noi “i più venduti” cede il posto all’immancabile bestseller: “Posizione nella classifica Bestseller di Amazon”.

Una tesi di laurea di Cinzia Filannino

Su questi confronti, segnalo la tesi fresca di discussione di Cinzia Filannino: “Gli anglicismi nella stampa. Italia, Spagna e Francia: tre realtà a confronto”, l’ho trovata molto esaustiva (chi volesse vederne un video riassuntivo molto semplice e divulgativo lo può fare sul Tubo).

Questo lavoro si basa sull’analisi di alcune parole della politica presenti sul Corriere della Sera, che sono state confrontate con le occorrenze di El País e de Le Monde. Per esempio Jobs Act che sul Corriere della Sera compare in 2.320 articoli, dal 2014 a oggi, ma analizzando un campione di 10 articoli, solamente in 3 il termine viene tradotto o spiegato. Al contrario, “nel quotidiano El País, tutti gli articoli contengono il termine accostato alla traduzione o alla spiegazione anche quando si tratta di articoli scritti dagli stessi giornalisti a distanza di mesi (…). Per quanto riguarda il quotidiano francese Le Monde, gli articoli che parlano della riforma italiana sono 30. Su un campione di 10 articoli, il termine Jobs Act e le sue varianti sono affiancate dalla spiegazione o dalla traduzione in 8 articoli”.

Un altro esempio: stepchild adoption:

“L’espressione è citata in 288 articoli del Corriere della Sera. Su un campione di 10 articoli analizzati, l’espressione è stata tradotta e spiegata in 4 articoli su 10 (…). Digitando nella barra di ricerca dei siti di entrambi i quotidiani spagnolo e francese, stepchild adoption non compare in nessun articolo in riferimento all’Italia. Quello che è presente sotto questa voce riguarda i Paesi anglofoni, mentre quando si parla dell’istituto giuridico italiano gli articoli contengono la perifrasi usata sia per indicare il nome dell’istituto giuridico sia il tipo di adozione” e cioè la adopción del hijo del cónyuge.

Coniuge e consorte, due belle parole applicabili sia al maschile sia al femminile (dunque rispettose anche della non discriminazione del genere) che sembra che il Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca non abbia preso in considerazione nel condannare l’espressione inglese proponendo come alternative adozione del figlio del partner (non commento il paradosso di sostituire un anglicismo con un altro, ma provo un senso di vergogna e non posso che constatare la grande differenza di spessore e di stile delle accademie spagnole) o adozione del configlio (un bel neologismo coniato da Francesco Sabatini).

Tornando alla tesi di Cinzia Filannino, il totale degli articoli che ha analizzato nel dettaglio è 50 per l’Italia, 30 per la Spagna e 38 per la Francia. La motivazione del minor numero di articoli nei giornali francesi e spagnoli è disarmante:

“Mi ero riproposta di analizzare dieci articoli per ogni termine e per ciascuno dei Paesi presi in considerazione per il confronto, ma non è stato possibile in quanto gli argomenti scelti non venivano trattati nei quotidiani stranieri o presentavano pochi articoli a riguardo. Avendo scelto il quotidiano italiano come partenza per l’indagine, non era possibile fare in altro modo.”

In sintesi:

El País ha affiancato ai termini analizzati la spiegazione o la traduzione 28 volte su 30; in due casi, in quello di stepchild adoption e caregiver, l’anglicismo non era presente se non esclusivamente nella sua traduzione o eventuale spiegazione. Le Monde ha tradotto gli anglicismi 32 volte su 38. Come nel caso del quotidiano El País, gli articoli in riferimento alla stepchild adoption e al caregiver contenevano la traduzione senza termine inglese.”

Nella tabella questi numeri sono riportati nei dettagli.

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Cinzia Filannino: “Gli anglicismi nella stampa. Italia, Spagna e Francia: tre realtà a confronto”, 2018, p. 59: la percentuale di traduzioni/spiegazioni degli anglicismi che ricorrono negli articoli.

“Si può trarre la conclusione che nel Corriere della Sera, e di conseguenza nella lingua italiana, si tende a usare un gran numero di anglicismi che, quasi sempre, non vengono affiancati dalla traduzione o dalla spiegazione. Lo spagnolo è la lingua che traduce di più; il francese si trova nel mezzo.”

Sono le stesse conclusioni che, partendo da altri dati, ho sostenuto anche nel mio saggio. Le stesse che chiunque abbia un minino di onestà intellettuale non può che riconoscere, invece di negare arrampicandosi sui vetri.

E in Germania?

In Diciamolo in italiano, scherzosamente, ho usato una metafora calcistica nel fare i miei confronti tra l’italiano e le lingue dei Paesi vicini. Il risultato? Italia-Spagna 0 a 2, Italia-Francia 0 a 1. Solo nel caso di Italia-Germania ho registrato uno 0 a 0: anche il tedesco è invaso dagli anglicismi, con un paio di differenze da non trascurare, però. Per prima cosa si tratta di due lingue dello stesso ceppo per cui molte parole inglesi si mimetizzano, non costituiscono corpi estranei che violano le regole di grafia e pronuncia e passano quasi inosservati.

Inoltre, la reattività dei tedeschi è maggiore della nostra:

“Da un sondaggio del 2016 è emerso che quasi il 71% dei tedeschi è fortemente infastidito dall’abuso degli anglicismi nella comunicazione quotidiana. Ad avvalorare questo sentore c’è per esempio il caso delle ferrovie tedesche Deutsche Bahn, che proprio per il loro uso eccessivo di parole inglesi sono state accusate di parlare il “Bahnglisch” o di ostacolare la comprensione, e da qualche anno sono state costrette ad attuare una revisione del loro linguaggio. Davanti alle proteste dei cittadini, il capo dell’azienda, Rüdiger Gruber, si era impegnato già nel 2010 a restituire alle stazioni tedesche la loro impronta “germanica” e a far tornare servicepunkte quelli che erano diventati i service point. Nel 2013 l’azienda ha poi deciso di rivedere totalmente la terminologia non tedesca con cui si rivolge ai viaggiatori decidendo di eliminare parole come highlights, hotlines o bonus, per ricorrere alle alternative locali, e ha così fornito ai dipendenti un glossario di circa 2.200 termini sul tema degli anglicismi, proprio per evitarli nella comunicazione e sostituirli nell’uso quotidiano della lingua.”

Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli 2017, pp. 24-25.

Da noi, invece, le Ferrovie di Stato usano un linguaggio sempre più anglicizzato che impongono a tutti.
Dunque siamo ultimi nel torneo: lo 0 a 0 con la Germania è una partita che abbiamo perso ai rigori, in definitiva. E spero che queste metafore calcistiche servano a riscuotere il nostro orgoglio italiano, che fuori dal calcio, sembra venire sempre meno.

La lingua delle multinazionali: traduzione, localizzazione e supercazzole terminologiche

Carla Crivello mi ha segnalato un interessante convegno che si è appena concluso in Germania sui rischi e sui benefici dell’inglese come lingua accademica sovranazionale nella ricerca e nell’istruzione superiore:

Le sfide del multilinguismo per la pratica scientifica / The challenges of multilingualism for scientific practice – 29 e 30 novembre 2018, CEL/ELC, Forum 2018, Berlino, Freie Universität.

È un tema di sicuro molto attuale e internazionale, visto che in Italia ci sono stati episodi come quello del Politecnico di Milano che ha cercato di estromettere l’italiano dall’università, e prese di posizioni preoccupate come quella di Maria Luisa Villa sulla capacità dell’italiano di esprimere il linguaggio della scienza, se continuiamo a usare l’inglese.

Ma la nostra lingua ha problemi anche più gravi. Il vero guaio è che l’inglese sta straripando nel linguaggio comune con un’intensità e una velocità senza precedenti nella nostra storia, sta facendo regredire l’italiano e lo soffoca. In questo processo, di “benefici” non se ne vedono e purtroppo la nostra classe dirigente sembra che non ne veda neanche i “rischi”.

Dalla traduzione alla localizzazione

In passato ho avuto la fortuna di lavorare con Rosa Calzecchi Onesti, straordinaria traduttrice dell’Odissea che negli anni ’60 ha reso in italiano la struttura greca e le singole parole (Odìsseo e non Ulisse) o espressioni greche in modo che ci fosse una corrispondenza, riga per riga, con il testo a fronte. Non è una traduzione “bella” o che suoni fluentissima in italiano, è una traduzione fedele alla lingua greca, che tenta di riprodurre e farci arrivare il testo originale. Questo era lo scopo della traduttrice: l’aderenza alla lingua di partenza, mi spiegò. Tutto il contrario dell’approccio per esempio della traduzione di Vincenzo Monti dell’Iliade, che pare non conoscesse affatto il greco e che, poco interessato alla lingua di partenza, sia partito da altre traduzioni con lo scopo di farne una trasposizione poetica che avesse come obiettivo la lingua d’arrivo, cioè la resa in italiano: “Cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta…”.

Questi sono i due grandi approcci delle traduzioni, l’attenzione per la lingua originale e di partenza e quella per la lingua di arrivo. Oggi questo concetto che mi insegnò meravigliosamente Rosa Calzecchi Onesti è chiamato dagli anglomani target-oriented e source-oriented… come se queste che sono da sempre le basi, gli approcci e gli orientamenti della traduzione siano una trovata moderna degli studiosi di area anglosassone.

Ormai si parla sempre meno di traduzione e sempre più di “localizzazione”, un concetto che arriva dalle strategie commerciali e che è più ampio del concetto del tradurre, perché significa che se un prodotto deve essere immesso nel mercato musulmano, per fare un esempio, è più opportuno sostituire i riferimenti evocativi con quelli più adatti alla situazione. E così, una scena in cui qualcuno mangia un panino al salame sarà sostituita da qualcosa di più adatto, visto che il maiale è un tabù per quella cultura, così come una donna che prende il sole in due pezzi sarà rimpiazzata da qualcosa di più appropriato. Ma in questa grande attenzione da venditori di concetti, spesso nel localizzare non c’è alcuna attenzione né cura per la lingua.

Nell’era della globalizzazione la lingua si esporta insieme ai prodotti e viene imposta fin dove si può.

L’itanglese imposto dalle multinazionali

– Questo si chiama cheesburger, mangialo, compralo! Lo trovi solo nei nostri fast-food.
Pasti veloci?
– No non sono semplici pasti veloci, sono tutta un’altra esperienza intraducibile. Abbiamo anche il milk-shake… no non è un frullato, è di più! È la terminologia source-oriented, bellezza! È la strategia della colonizzazione culturale e consumistica. A proposito: da domani i titoli dei film te li diamo solo in lingua originale. No, non tutti i film, che sciocchezza ci tocca sentire! Solo quelli americani, mi pare ovvio.

 

ReceTASKS di Googlentemente sono stato obbligato a passare a una nuova versione di Gmail, che no… non è semplicemente la posta di Google, è una strategia commerciale ben più complessa, immersiva e avvolgente. Ci sono anche gli snippet!

– Gli snippet?! Cosa sono gli snippet?
– Non lo sai? Si chiamano così e basta. Guarda il “Gmail Tutorial – Snippets”! E poi tra le novità ci solo le keep!
– Le keep? Le note non era meglio?
– No! “Benvenuto in Google Keep Annota i tuoi pensieri.”
E se non ti basta ci sono i Tasks.
“Scopri Google Tasks. Tieni traccia in un unico posto delle cose più importanti da fare”. Fa’ come ti diciamo noi. Dillo come lo diciamo anche noi. Pensa come noi. Aiutaci a profilarti anche il buco del culo, nel tuo interesse, si intende: è per migliorare la tua user experience

Io sono stufo di queste supercazzole chiamate a questo modo che giorno dopo giorno, vocabolo dopo vocabolo, stanno rendendo l’italiano una roba da museo.

Colonialismo linguistico e comunicazione della prepotenza

Dai vecchi e sani principi della comunicazione, cioè adottare il linguaggio adatto al destinatario, che oggi si chiama target, siamo passati alla comunicazione dell’imposizione e della prepotenza: ti vendo il mio prodotto (non importa se è tecnologico come un set-top-box o culturale come il coaching) e ti impongo la mia terminologia e la mia visione del mondo.

Davanti a questo colonialismo di merci e di cultura a noi piace farci soggiogare. Dal cliente, che una volta aveva sempre ragione, siamo passati all’utente, che è sempre più suddito. È tutto precotto e pronto, in questo modo non dobbiamo più pensare, un processo molto faticoso che ci viene così risparmiato.
In Italia non si registra più alcuna reattività davanti a questo scenario globalizzato. Abbiamo rinunciato a dire in italiano tutto ciò che è nuovo e che importiamo da oltreoceano, tronfi di scimmiottarlo e di farci colonizzare (ogni riferimento a qualcosa che entra nel colon è solo casuale). E la distinzione tra prodotti, linguaggio e cultura  spesso è labile: fa tutto parte dello stesso pacchetto.

Se qualche geniale psicologo americano si inventa un “nuovo” concetto vecchio come il cucco che chiama token economy e spaccia come una grande innovazione noi lo ripetiamo a pappagallo.

Che diamine è la token economy?
In un recente e acceso confronto con un luminare della questione, dopo lunghe spiegazioni della serie: mi spezzo ma non mi spiego, è emerso che è uno strumento motivazionale basato su gettoni simbolici per premiare o disincentivare determinati comportamenti. In altre parole sono i punti fragola applicati alla psicologia comportamentistica. Ma vuoi mettere chiamarla token economy invece di economia o tecnica dei gettoni (o simbolica) come pochissimi testi fanno? Per inciso, niente da dire contro questa metodologia che può sicuramente dare ottimi risultati, la questione è solo nominalistica. Forse, però, sarebbe più onesto chiamarla senza ipocrisie psicologia dei punti fragola.

Tra le segnalazioni di anglicismi in circolazione che mi sono arrivate sul dizionario AAA, c’è anche il circle time (ancora grazie a Carla Crivello). Non l’ho inserito, perché ha una circolazione ristretta, ma andando a cercare in quali contesti è usato ho scoperto che si tratta di una metodologia didattica messa a punto da Abraham Maslow e Carl Rogers, e in pratica significa semplicemente sedersi in cerchio. Viene esaltato come una metodologia didattica rivoluzionaria e venduto come fosse un tecnicismo senza traduzione, e infatti nessuno lo traduce nei testi in “italiano” che ne parlano. Si ripete l’anglicismo come fosse un’innovazione senza precedenti e intraducibile, si decantano le straordinarie implicazioni didattiche che scaturiscono da questa collocazione dei discenti, e poco importa che sia un concetto che risale agli uomini delle caverne e che è da sempre utilizzato anche dagli scout.

Ecco come vanno le cose e come importiamo tonnellate di anglicismi inutili. E mentre i terminologi della supercazzola, nemici dell’italiano e al soldo delle multinazionali, in Italia non sanno fare altro che importare anglicismi e propagare l’anglofilia, all’estero le cose vanno diversamente.

Gabriele Valle mi ha segnalato, avvilito, un recente esempio (tra i mille che si potrebbero fare) di come gli italiani siano succubi e “impotenti” davanti al linguaggio che le multinazionali della Rete ci stanno imponendo. Questo esempio (ripreso nel suo articolo “Feticismo e lingua dominante”) riguarda YouTube in italiano, o forse meglio in itanglese (diciamo le cose come stanno!). Da noi possiamo vedere  «Cosa dicono artisti e creators», mentre in spagnolo, catalano, portoghese, francese, e persino in rumeno la parola  creators è sempre tradotta: creadores, creadorscriadorescréateurscreatorilor.

L’Italia sembra proprio la terra dei cachi (per dirla con Elio e le storie tese), è trattata ormai come una colonia americana anche dal punto di vista linguistico. Dove sono i traduttori? Rimpiazzati dai localizzatori anglomani e da chi crede ancora che dirlo in inglese equivalga a essere internazionali, ma non è vero: a essere così succubi, provinciali e “impotenti”, come rimarca Valle, siamo solo noi (per dirla con Vasco Rossi).

L’Etichettario: il libro delle alternative agli anglicismi

Domani esce un libro con le spiegazioni, le alternative e i sinonimi italiani di oltre 1.800 anglicismi diffusi nella lingua italiana, scelti tra i più frequenti, abusati o meno trasparenti.

antonio zoppetti etichettario anglicismi

Si intitola L’etichettario. Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi, ed è pubblicato da Franco Cesati Editore, una casa editrice specializzata nella linguistica che vanta un catalogo davvero interessante, perché unisce il rigore e l’accuratezza che caratterizzano i suoi libri a una grande capacità di divulgazione e di presentazione dei contenuti. E la collana Ciliegie (ideata e diretta da Silvia Columbano) è davvero una gioia per gli occhi, grazie allo stile grafico delle illustrazioni di Elinor Marianne.

L’etichettario è una costola del dizionario AAA ospitato in Rete da Italofonia.info, è da lì che è partita la selezione delle voci, che sono state asciugate e affilate per essere più incisive. Nel libro non ci sono anglicismi che non abbiano alternative in uso, come per esempio rock. Non ci sono i tecnicismi di settore che non circolano nel linguaggio comune. La selezione si basa sulle parole inglesi che chiunque utilizza in modo attivo, oppure quelle che chiunque può incontrare in modo passivo leggendo i giornali, ascoltando la televisione, le pubblicità, i discorsi dei politici, e che non sempre risultano chiare.

Molte volte ripetiamo l’inglese che ci arriva dal linguaggio informatico, aziendale, tecnologico, economico o scientifico semplicemente perché le alternative non circolano, anche se ci sono. Spesso ripetiamo queste parole senza comprenderne davvero il significato. E in questo modo, in molti casi, stiamo perdendo la capacità di pensare in italiano, prima che di parlare.

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Un libro come questo è un inno alla consapevolezza, serve a scegliere come esprimerci, invece di ripetere gli stereotipi anglicizzati per mancanza di sinonimi e per incapacità di dirlo diversamente. L’intelligenza e il coraggio di Franco Cesati Editore sono nell’aver compreso che un libro del genere non è in concorrenza con il progetto in Rete, anzi… Un libro arriva a tutti o a un pubblico diverso. Un libro sta sulla scrivania. È un oggetto che emana il suo fascino, che nobilita i contenuti, che regala meravigliose sensazioni feticistiche quando lo si accarezza nello sfogliarlo. Si può sottolineare, si possono aggiungere le proprie note e considerazioni a margine o negli spazi appositamente previsti in questa edizione, come in un diario, per continuarlo e renderlo vivo e personalizzato.

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Soprattutto, questo libro è un oggetto con una grafica irresistibile. Il formato quasi quadrato che esce dalle dimensioni abituali, la scelta della carta, più spessa del solito, non propriamente bianca, ma appositamente “sporcata” con una delicata sfumatura che ci ricorda che le pagine dei libri con il tempo si ingialliscono. E poi la raffinatezza e l’ironia delle illustrazioni, della scelta del carattere, dell’impaginazione con mille richiami, freccine, indicazioni, approfondimenti… Tutte queste attenzioni per i dettagli, che spesso sono impercettibili e subliminali, sono un nutrimento per gli occhi, per il tatto e per tutti i sensi, oltre che per il cervello.

etichettario

Questo lavoro segna un passo in più nella mia battaglia per la difesa e la diffusione dell’italiano davanti all’abuso dell’inglese che sta facendo regredire la nostra lingua. Ne vado particolarmente fiero proprio perché ha un taglio divulgativo e si presenta in modo scanzonato e spiritoso, per arrivare a tutti senza purismi e pedanterie.

Per saperne di più segnalo un articolo di Valeria Palumbo uscito sul Corriere della sera in Rete che è stato l’articolo più letto dell’inserto “Liberi Tutti”, nello scorso fine settimana.

l'articolo piu visto corriere etichettario

L’italiano sul Titanic?

La puntata di Otto e mezzo (LA7) di ieri sera si intitolava L’Italia sul Titanic? ed era dedicata all’aumento dello spread.

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Mi sono domandato spesso perché la stampa non lo abbia chiamato forchetta o forbice, come si dovrebbe dire in italiano per indicare letteralmente un divario o margine, come si dice comunemente per esempio a proposito dei divari dei sondaggi elettorali, e come sarebbe più comprensibile alla gente.

Mi sono risposto spesso che è perché ci è stato venduto come un tecnicismo straripato dal linguaggio economico sempre più anglicizzato. E il riportarlo senza traduzioni anche nel linguaggio comune è funzionale allo spauracchio che rappresenta da agitare quando conviene, in una manomissione delle parole (per dirla con Gianrico Carofiglio) per cui l’oscurità spesso è voluta.

E così, nel suo acclimatarsi nell’italiano, il termine è passato a indicare la differenza tra il valore dei titoli di Stato italiani (Btp) e quelli tedeschi (Bund), un’accezione pseudotecnica che non si vuole divulgare, e che qualcuno spaccia per “necessaria”, “insostituibile” o “intraducibile” invece di dire più onestamente che è solo “insostituita” e “intradotta” (e c’è una bella differenza!).

Ma la cosa più imbarazzante della trasmissione (imbarazzante solo da un punto di vista linguistico, ci tengo a precisarlo) è stata l’incapacità di pronunciare il titolo scelto.

Quando Lilli Gruber ha rivolto la fatidica domanda all’economista Innocenzo Cipolletta per capire se siamo o no sul Titanic… non sapendo come pronunciarlo ha optato per entrambe le possibilità, all’italiana (titànic) e all’inglese (taitànic). Innocentemente, Cipolletta ha risposto timoroso di sbagliare: “Titànic o Taitànic che dir si voglia…”

Titànic o Taitànic, questo è il problema. Se sia più nobile sopportare la pronuncia storica italiana oppure cancellarla come fosse un errore, davanti all’anglopurismo che ci fa ostentare le pronunce all’inglese, o meglio all’americana, e che considera gli adattamenti fonetici come un segno di ignoranza e di arretratezza invece di un sano e normale processo di assimilazione dei forestierismi ai nostri suoni, come accade normalmente in Francia e in Spagna.

Dietro questo dubbio amletico c’è tutto il nostro complesso di inferiorità linguistico che sta portando al naufragio della nostra lingua. Le pronunce storiche delle parole inglesi entrate nell’italiano per via scritta, e pronunciate all’italiana, si devono ormai esibire in lingua originale. Da giumbo a giambo (jumbo), da puzzle a pàsol, da club a clab… quando accadrà di sentir dire da qualcuno “vater” o “uòter” – che dir si voglia – per indicare un cesso? Tunnel o “tannel”, che dir si voglia…

Che dir si voglia… eccolo il punto. Non vogliamo più parlare l’italiano. E la questione non è racchiusa in una manciata di esempi come questi, il vero nocciolo sta in ciò che sta sotto: il vergognarci della nostra lingua.

Dire Taitanic invece di Titanic come riportato nel Dizionario Olivetti o come spiegato da Beppe Servignini (“Titanic si pronuncia Titanic. Sì, anche se Di Caprio dice «Tai-tanic», fanciulla mia”) è solo la punta dell’iceberg. Ma il problema è la montagna che sta sotto, ben rappresentato da qualche risposta di qualche anglofilo fondamentalista che ha detto la sua nei commenti al pezzo di Severgnini su Io donna.

Iceberg… ecco un’altra parola che viene contrabbandata per intraducibile e necessaria. Eppure, quando il Titanic affondò, la Stampa titolò usando l’italiano banco di ghiaccio, espressione perduta che non ci viene neppure in mente, oggi, anche se un tempo probabilmente veniva spontanea.

Titanic 16 aprile 1912

Passando dal dissesto economico dell’Italia a quello dell’italiano, la domanda di Lilli Gruber dovrebbe essere riformulata: l’italiano sul Titanic?

E il marconista sulla sua torre
le lunghe dita celesti nell’aria
trasmetteva saluti e speranze
per questa crociera straordinaria.
E riceveva messaggi d’auguri
in quasi tutte le lingue del mondo
comunicava tra Vienna e Chicago
in poco meno di un secondo.
(“Titanic”, Francesco De Gregori, RCA 1982)

Mentre molti linguisti brindano agli internazionalismi e danzano contenti senza accorgersi che la nostra lingua sta evolvendo nell’itanglese – e non nella modernità – vale la pensa di ricordare che i superstiti del Titanic sono sopravvissuti grazie all’operato di due marconisti, cioè i radiotelegrafisti, chiamati così in onore di Guglielmo Marconi, inventore della radio, rimasti a inviare messaggi di soccorso fino alla fine.

Ma oggi marconista non si dice più. E allora chi può salvare l’italiano? La nostra classe dirigente che negli anglicismi sguazza? I politici, gli economisti o i giornalisti che li diffondono? Gli anglopuristi cui naufragar è dolce in questo mare di inglese?

Ai posteri, o forse ai post dei futuri eataliani, l’hard sentenza.