Terza dose “booster” (ma il vaccino anti-itanglese non è disponibile)

In Lombardia si può prenotare la terza dose del vaccino anticovid a questa pagina in Rete:

La parola “richiamo”, come si dice in italiano, non ricorre nemmeno una volta.
Tralasciando che gli ultraquarantenni sembrano non esistere e nell’italietta colonizzata ormai ci solo gli over 40, la comunicazione istituzionale della regione Lombardia è molto utile per comprendere i meccanismi di distruzione dell’italiano da parte delle istituzioni che educano all’itanglese.

La terza dose viene battezzata in inglese, per ben 7 volte, come fosse il nome proprio di una nuova pratica, dove l’italiano “terza dose” ricorre tra parentesi, una specificazione pleonastica per istruire il popolino e lasciare sottintendere che l’inglese veicola il giusto tecnicismo, mentre l’equivalente italiano è un’approssimazione terra-terra per i non addetti ai lavori e i plebei.

A sua volta, questa comunicazione si basa su una serie di circolari del Ministero della Salute che utilizzano un simile approccio. Il Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca, e anche il presidente Claudio Marazzini, sono intervenuti per ricordare a tutti, soprattutto alle istituzioni, che la parola italiana è “richiamo”.

Ma la comunicazione in ambito medico e giornalistico se ne frega dell’italiano e della trasparenza, e la parola “booster” continua a rimbalzare in tv, nella bocca degli esperti e sui giornali. Negli archivi del Corriere della Sera le frequenze passano dalle poche unità della media annuale, dove l’anglicismo era usato anche con altri significati – visto che in inglese il verbo to boost e booster sono parole generiche legate a un aumento, un rilancio o a un’accelerazione in generale – a oltre 300 del 2021. E analizzando la distribuzione mensile (nel riquadro a destra) è molto chiaro il consueto “picco di stereotipia” che caratterizza il linguaggio mediatico e che porta a ripetere sempre le stesse espressioni.

Davanti a tutto ciò, che cosa può fare il cittadino se non ripetere “booster” e dimenticare “richiamo”?
I mezzi di informazione lo dicono in inglese, le istituzioni lo dicono in inglese, persino il modulo di prenotazione lo dice in inglese… è evidente che ripeteranno ciò che passa il convento. Un convento che ha applicato i filtri anti-italiano a cominciare dai tecnici e dagli addetti ai lavori.

Perché un esperto – e soprattutto chi vuol darsi un tono da esperto – dice “booster”?

Perché l’inglese che viene spacciato per LA lingua internazionale ha preso il sopravvento in medicina (e in generale in sempre più ambiti scientifici) e l’esempio di “booster” mostra chiaramente che quando si parla, studia o si insegna in inglese invece che nella propria lingua madre, l’effetto è sottrattivo: l’inglese non è qualcosa che arricchisce e si aggiunge, al contrario si comincia a pensare e a parlare in inglese, e il lessico italiano si perde.

L’uso, l’abuso e l’ostentazione di questo inglese non sono un segno di cultura, sono il segno dell’ignoranza dell’italiano. Le conseguenze sono la cancellazione della lingua e della cultura locale che vengono schiacciate e sostituite da una nuova cultura vissuta come superiore che fiorisce sul cimitero delle altre lingue e sulla sopraffazione delle altre culture.

L’itanglese si diffonde così. Giorno dopo giorno, parola dopo parola, in uno stillicidio sistematico che va avanti da decenni e cresce in modo esponenziale e sempre più sfacciato. L’insopportabile retorica dell’uso – le pseudoargomentazioni per cui “ormai si dice così”, in inglese – contrabbandano un’ipocrita menzogna che spaccia l’anglicizzazione per un processo “democratico”. La gente dice così… cosa ci vuoi fare? Ognuno parla come vuole…

La verità è che la lingua non evolve dal basso, se non in percentuale molto esigua, ma dall’alto. A fare la lingua sono i giornali, le istituzioni, i politici, gli imprenditori e i tecnici, gli intellettuali, la nostra classe dirigente. E la gente dice fake news, smart working, lockdown… perché è quello che assorbe.

Al popolo non resta che ripetere ciò che arriva da questi centri di irradiazione che educano all’inglese e ignorano l’italiano.

Nel caso di “booster” è imbarazzante un articolo che ho trovato su Adnkronos dove emerge il “non-è-proprismo” tipico italiota. Le parole inglesi hanno sempre sfumature diverse, non sono “proprio” come l’equivalente italiano. Il che serve a giustificare l’ingiustificabile ricorso agli anglicismi attraverso la ripetizione ossessiva di certe argomentazioni fino a che non diventano reali, come aveva capito il ministro della propaganda del Terzo Reich Paul Joseph Goebbels.

Vaccino Covid, terza dose e booster: che differenza c’è” ha titolato in settembre Adnkronos distinguendo che la terza dose sarebbe la dose addizionale (o aggiuntiva) per chi ha problemi di immunodeficienza che si fa dopo 28 giorni, mentre la dose “booster” è per tutti e si fa dopo 6 mesi (ora sono 5). Naturalmente è una bufala, o una supercazzola. Entrambe sono terze dosi, e la dose aggiuntiva e il richiamo sono due cose diverse, se si vuole specificarlo, che si possono esprimere benissimo in italiano. Una lingua allo sfascio fatta di questi trapianti immotivati dall’inglese che assumono spesso un significato univoco e tecnico assente nella lingua di provenienza, e che sempre più spesso sono neoconiazioni all’italiana.

E così, in assenza di vaccini contro l’idiozia e l’anglomania, il covid ci ha portato anche i covid hospital e non gli ospedali covid, e mentre dilagano il covid free o il covid manager adesso si parla anche di long covid, perché la parola “lungo” non suona appropriata nella strategia del pappagallo. Il green pass è affiancato al super green pass contestato dagli antivaccinisti denominati no vax, no pass, no mask e no + qualunque cosa in inglese. Mentre qualcuno prova a introdurre il “waning”, i centri dove ci si vaccina sono chiamati hub, i focolai sono cluster, e tra lockdown, smart working, droplet, spike protein, spillover, drive trough, contact tracing, recovery plan o fundla pandemia ha accelerato, e non poco, la distruzione della lingua italiana.

PS
Provate a cercare la parola “booster” su giornali come Le Monde o El País. Buona fortuna.

PPSS
Ecco invece cosa pensano gli inglesi dei nostri pseudoanglicismi:

Il disprezzo della propria lingua e i limiti dei linguisti

Anna Ravano mi ha segnalato un articolo dello scrittore Franco Javier Marías uscito ieri su El País intitolato “Il disprezzo della propria lingua” che riflette sugli anglicismi. Il catenaccio è molto eloquente: il disprezzo è collegato all’irrefrenabile desiderio di essere americani e di vivere come loro, e ciò, in questo secolo, è diventato “stupido”.

L’incipit del pezzo parte con una constatazione evidente e innegabile: “Che la lingua spagnola sia distrutta da suoi giornalisti e parlanti salta all’occhio e alle orecchie da decenni, e il danno è sempre maggiore.”

Fa effetto leggere queste parole. Per prima cosa perché la lingua spagnola è “destrozada” dagli anglicismi in modo irrisorio rispetto all’italiano. Per accedere all’articolo per intero ci si può iscrivere gratuitamente alla rivista, e la procedura è commovente rispetto a quelle delle piattaforme dell’italietta colonizzata. Il sistema chiede di registrarsi aprendo un “conto”, e non certo un account; basta immettere il “correo electrónico” e non certo l’email; e poi bisogna inserire la “contraseña”, non certo la password. Quelli che da noi sono considerati prestiti di necessità in spagnolo non lo sono affatto. La necessità è tutta italiota.
Nelle casseforti c’erano le combinazioni, tra i militari c’erano le parole d’ordine, ma da quando le multinazionali d’oltreoceano ci hanno imposto il loro mondo fatto dei loro concetti-parole, noi pappagalli italiani ripetiamo password, e abbiamo dimenticato e buttato via espressioni come parola chiave, codice di accesso o segreto. Certi linguisti e terminologi da paese delle banane giustificano e sottoscrivono la “necessità” dell’inglese in nome di un descrittivismo ipocrita che postula un “uso” sovrano, che presuppone che la gente dica così. Peccato che l’apologia dell’uso non è qualcosa di “democratico” che arriva dal basso, è un uso imposto dall’alto, o per meglio dire dall’esterno, dal nuovo centro di irradiazione della lingua che arriva dagli Stati Uniti, visto che le parole del nuovo Millennio non sono più coniate dai nativi italiani. Questi ultimi le ripetono per forza di cose, e viene da chiedersi a che cosa servano i terminologi e i linguisti. Non ne abbiamo alcun bisogno. Se il loro ruolo è quello di ratificare questi usi, si può benissimo fare a meno di loro. La verità è che l’approccio descrittivista che sancisce la “necessità” degli anglicismi non corrisponde all’atteggiamento prescrittivo che si riscontra in altri casi. E l’uso sovrano che serve per giustificare gli anglicismi viene invece bollato come ignoranza quando si stigmatizzano espressioni errate come il “piuttosto che” usato come “oppure” invece di “anziché”, o il “qual è” con l’apostrofo e via dicendo. Senza voler giustificare questi obbrobri, non sono anche loro entrati – ahinoi – nell’uso?

E allora certi linguisti non fanno altro che ricalcare gli schemi denunciati da Javier Marías, e dietro i loro “ragionamenti” emerge proprio il disprezzo verso l’italiano, il senso di inferiorità e la vergogna di praticarlo davanti all’inglese, la lingua internazionale vissuta come superiore, più evocativa, solenne e appropriata.

Negare l’evidenza

C’è un’altra cosa che colpisce nell’incipit dell’articolo del País. L’evidenza, innegabile e sotto gli occhi di tutti, dell’anglicizzazione dello spagnolo, che nel caso dell’italiano è dieci volte più profonda. Un’evidenza che troppi linguisti italiani negano, mettono in discussione o sottovalutano, con lo stesso atteggiamento con cui fino a pochi anni fa molti pomposi “esperti” negavano il riscaldamento globale. Ripenso alle parole di un noto linguista che ripete che l’anglicizzazione della nostra lingua è tutta un’illusione ottica. È come la temperatura percepita – a suo dire – che non sarebbe quella reale, una moda passeggera come un tempo lo fu il francese, e “verrà un giorno” che torneremo a dire tesserino al posto di badge. Invece di rendersi conto di ciò che accade in tutto il mondo, invece di rendersi conto delle profonde e incolmabili differenze tra l’interferenza del francese e quella dell’inglese, moltissimi linguisti rimuovono e negano ciò che accade ed è sotto gli occhi di tutti. Qualcuno si è piccato per il fatto che li ho chiamati “negazionisti”. E così c’è chi scrive un pezzo intitolato “Chi ha paura degli anglicismi?”, chi li interpreta come “normale” evoluzione della lingua (della lingua inglese, però, non certo di quella italiana) e chi scrive che in fondo sullo Zingarelli del 2021 ce ne sono “solo” 3.000 di fronte a 145.000 lemmi, omettendo di dire che nello stesso dizionario del 1995 ce ne erano “solo” 1.800. Il tema è questo: il loro aumento impazzito. Il giochetto di confrontare il numero delle parole inglesi con l’intero lemmario storico della nostra lingua, non ha alcun senso. Era l’argomento che usava negli anni ’80 Tullio De Mauro per respingere l’allarme del “Morbus Anglicus” di Arrigo Castellani, un argomento che non teneva conto della progressione del fenomeno, un argomento vecchio e improponibile che proprio De Mauro ha poi abbandonato per parlare dello “tsunami anglicus” che oggi si riversa in ogni idioma.

Più leggo i libri dei linguisti e meno la linguistica mi appassiona, lo confesso. A parte le categorie esplicative vecchie di cent’anni e inadeguate, come quelle del “prestito linguistico”, e a parte le classificazioni a mio avviso spesso inutili e maniacali nell’etichettare i meccanismi della formazione delle parole, se si esce da questi schemi che spaccano l’atomo e si guarda alle analisi macroscopiche che i linguisti mediamente sanno esprimere, i giudizi su dove la nostra lingua sta andando e su come si sta evolvendo sono spesso imbarazzanti.

Con qualche eccezione, per fortuna, a comprendere come vanno le cose non sono di solito i linguisti – che talvolta ci arrivano dopo 50 anni – ma altri intellettuali capaci di cogliere una visione di insieme che va oltre il particolare. Ripenso a certe lungimiranti affermazioni di Gramsci, di Pasolini, di Umberto Eco o – a proposito dell’inglese – di Andrea Camilleri.

I negazionisti dell’inglese che ci travolge non sono in grado di spiegare ciò che sta succedendo e i loro giudizi ridicoli saranno spazzati via dalla storia insieme alla nostra lingua, temo. L’illusione ottica è nella loro testa, non nell’evidenza innegabile da cui parte Javier Marías, che non a caso non è un linguista astratto e avulso dalla realtà. È uno scrittore e un traduttore che della lingua ha fatto la sua professione, invece di analizzarla in modo sterile e astratto.

La lingua è di tutti, non dei linguisti

Anna Ravano è una mia “corrispondente” che ogni tanto mi segnala cose molto preziose sul tema dell’itanglese. Anche lei non è una linguista, bensì una traduttrice di primo piano tra l’altro proprio dall’inglese che ha anche insegnato, e spazia dalla saggistica alla narrativa e alla poesia (ha tradotto Sylvia Plath), e ha lavorato con editori come Adelphi, Mondadori e Zanichelli. La sua percezione di cosa accade all’italiano è di ben diverso spessore rispetto alle analisi di certi linguisti.

In un dibattito nei commenti sul sito della Crusca, ecco cosa scrive Giorgio Casacchia, un sinologo di acclarata fama, professore ordinario di Filologia cinese all’Università L’Orientale di Napoli: “Basti notare come in italiano si è praticamente interrotta la produzione di neologismi, un’infinità di termini non hanno una voce italiana (ingenerando l’improssione, o la consapevolezza, che non è all’altezza della contemporaneità), si preleva semplicemente il termine inglese, e s’aggiungono a quelli che sono esclusi solo perché l’inglese è percepito più efficace, elegante, uno status symbol (ecco, per esempio…). Il futuro ricalcherà probabilmente Via col Vento, dove la domestica negra, la mamie, probabilmente ottima parlante di bantù o hausa, è declassata a produttrice di enunciati come ‘zì badrona’ et similia, cioè a inadeguata e arretrata individualità.”

Meno male che non ci sono solo i linguisti, verrebbe da dire, e tornando all’articolo di partenza, Javier Marías ha colto perfettamente il punto. “Cosa c’è di sbagliato nella lingua del nostro Paese, perché la si considera così inferiore all’inglese dell’America (non è mai quello della Gran Bretagna), quale strano complesso ha preso piede nella nostra società?” Si domanda. E la risposta è nel “desiderio irrefrenabile di essere americani e di vivere come gli americani (…). Ci hanno esportato tutto attraverso i loro film e le loro serie: dall’ossessione caricaturale per il misconosciuto ‘gender’ alle feste di addio al celibato e ad Halloween.” Tutto ciò avviene oggi anche attraverso le pubblicità che sono sempre più spesso non in spagnolo, ma in inglese, a volte assurdamente sottotitolate, “per facilitare la comprensione (non avrebbe più senso che fossero direttamente in spagnolo?)” mentre altre sono fatte di frasi in inglese dove dire “Are you ready?” sembra meglio di dirlo in spagnolo. E così vedere una partita di calcio significa ormai anche ingozzarsi di birra e di popcorn, in un’anglicizzazione linguistica che è tutt’uno con un’americanizzazione sociale e totale.

Anche in Francia la questione è sentita, e voglio citare di nuovo un intellettuale come Michel Serres che nel libro Contro i bei tempi andati (Bollati Boringhieri, 2018) accusava la classe dirigente francese: “Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”

Il ruolo delle accademie linguistiche

Nelle tante differenze che riguardano l’anglicizzazione del francese e dello spagnolo, rispetto al caso italiano, conta molto anche l’operato delle accademie. Javier Marías non è un linguista, è uno scrittore, un saggista, un traduttore e giornalista. È uno che con la lingua ci vive, più che studiarla con distacco, ed è per questo e per i suoi meriti che nel 2006 è stato eletto membro della Real Academia Española.

Anche l’Académie française non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” – morto uno se ne elegge subito un altro – ci sono proprio illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

Da noi, la Crusca è fatta solo da linguisti, e credo che ciò sia un limite. Sono molto contento che il Gruppo Incipit si sia risvegliato questo mese diramando ben due comunicati, dopo che da giugno non dava più segni di vita. Settimana scorsa ha ricordato che la parola booster, usata in una circolare del ministero della salute del 27/9/21, in italiano si può dire più chiaramente richiamo; e poco prima il comunicato numero 17 ha deprecato l’uso di delivery nei prodotti postali (Delivery Express, Delivery standard, Delivery Globe, Delivery Europe, Delivery international Express, Delivery web) che sta sostituendo le denominazioni che una volta erano “pacco ordinario”, “pacco celere” e via dicendo.

Tempo fa ho analizzato gli anglicismi utilizzati dalle Poste “italiane” (mi pare doveroso usare le virgolette, visto che di italiano c’è sempre meno) e ho individuato almeno un centinaio di anglicismi che spiccano nel loro sito e nei loro servizi, insieme a delivery.

Il problema, allora, non sta nella doverosa condanna dei singoli anglicismi, perché sono come le formiche, per una che ne schiacci ne spuntano altre cento. Il problema sta nel condannare e combattere l’anglomania, la nevrosi compulsiva che ci spinge a ricorrere all’inglese indipendentemente da ciò che stiamo indicando. Come ha capito Javier Marías, come hanno capito tanti altri, come ripeto da anni.

Dovrebbero capirlo anche le nostre istituzioni, perché la tutela del nostro patrimonio linguistico si può fare solo attraverso un intervento sulle cause dell’itanglese, sul nostro complesso di inferiorità, e non brontolando sugli effetti.

Il “waning” e il metodo scientifico di distruzione dell’italiano

In che modo il nostro lessico viene distrutto sistematicamente attraverso i trapianti di parole inglesi e pseudo-inglesi che prendono il sopravvento e si trasformano in “prestiti sterminatori”?

Un articolo come quello pubblicato ieri sul Corriere, firmato da Paolo Giordano, è molto utile per svelare uno dei meccanismi più diffusi: “Waning, la parola chiave per capire quanto dura la protezione del vaccino”.

Gli anglicismi nei titoli: l’inglese al vertice della gerarchia concettuale

La prima fase coinvolge il titolista. La sua specialità è quella di creare titoli acchiapponi, sensazionalistici, concepiti per spingere alla lettura. Poco importa se spesso non sono affatto fedeli all’articolo. Nel fare ciò la strategia di puntare sulle parole inglesi incomprensibili è una delle più gettonate: sbatti il monster in prima pagina (ne ho parlato più volte, per esempio nel caso del South working). Il titolo introduce un nuovo anglicismo che – volutamente – non viene spiegato. Dalle buone prassi del vecchio giornalismo che puntavano alla chiarezza ed erano improntate all’uso di un linguaggio adatto al destinatario, siamo passati al linguaggio cialtrone che attraverso le parole vuole educare il popolino, e punta a farlo sentire ignorante. Il pezzo serve a indottrinare, ti spiega come sono le cose e come si dicono, e nella sua catechizzazione anglomane prepara il terreno per rendere il lettore suddito e succubo, un terreno dove è molto più facile trasformare chi non è d’accordo in chi non ha capito.

Inutile dire che l’impatto degli anglicismi urlati in questo modo nei titoloni è devastante. Tutti leggono i titoli, pochi entrano nel merito dell’articolo, e in questo modo si abituano agli anglicismi a caratteri cubitali che vengono assorbiti per osmosi, come è avvento con il lockdown o lo smart working.
Mentre c’è chi delira sulla presunta “ossessione” dei giornalisti a ricorrere ai sinonimi, tutti gli studi sul linguaggio giornalistico mostrano al contrario come sia caratterizzato dalle espressioni stereotipate e dai “picchi di stereotipia” che in certi periodi diffondono solo ed esclusivamente parole e frasi fatte che in questo modo finiscono inevitabilmente per entrare nell’uso senza alternative.

Gli anglicismi spacciati come tecnicismi necessari

Se si legge l’articolo di Giordano tutto si ribalta. Ciò che occorre capire riguarda come viene misurata la “graduale perdita di efficacia nel tempo (waning)” dei vaccini. Così scrive inizialmente l’autore nel suo pezzo. Il punto che il titolista ha stravolto non sta certo in una parola inglese, bensì in un concetto vecchio come il cucco che però si preferisce dire in inglese invece che in italiano, come fosse qualcosa di nuovo.

Ma nonostante la buona partenza che introduce una nozione molto semplice e in italiano – lo scemare dell’efficacia, e non del waning di cui possiamo tranquillamente fare a meno – Giordano si rivela il solito “untore” dell’inglese che procede alla sua diffusione con un’altra modalità più graduale e subdola.

Il concetto viene introdotto in un italiano che ne spiega il significato ma l’autore si guarda bene dal sostituirlo con un equivalente. L’anglicismo è posto all’inizio tra parentesi, ma subito dopo prende il sopravvento, è il figlio di una lingua superiore. Dopo una definizione in italiano sommaria, l’anglicismo esce dalle sue parentesi e, riga dopo riga, diventa il protagonista, è spacciato in modo sempre più prepotente come un tecnicismo che implica il “si dice così”, e l’italiano sparisce e gli cede il posto in un cresendo che culmina con l’incoronazione dell’anglicismo. Se lo dicono gli “americani”, cos’altro possiamo fare noi coloni se non ripeterlo con le loro parole? E alla fine dell’articolo il lettore che cosa trae da un pezzo che parte da un titolone con waning in primo piano e continua con un articolo che lo ripete come la parola più appropriata e normale? Ne ricava che sia il termine più adeguato. Apprende la nuova parola che la prossima volta che incontrerà sarà in grado di comprendere e viene educato e usare l’inglese, non l’italiano. E se i giornali continueranno a martellarci con questo termine anche in futuro, cominceremo non solo ad assorbirlo passivamente, ma anche a ripeterlo attivamente. Perché c’è solo quello e le alternative non esistono. È in questo modo che l’italiano muore.

La tabula rasa dei sinonimi e delle alternative italiane

Come si potrebbe rendere lo stesso concetto nella nostra lingua dimenticata? I sinonimi sono il tesoro della nostra lingua, la varietà delle espressioni e dello stile in cui sta la libertà espressiva, la ricchezza e la molteplicità del pensiero. Ma tutto ciò viene giorno dopo giorno appiattito dalla pochezza di una lingua anglicizzata e stereotipata che prevede una terminologia che per molti versi ricorda l’antilingua di Calvino e la neolingua di 1984 di Orwell che punta proprio alla distruzione delle parole.

Invece di waning il giornalista avrebbe potuto dire il calo dell’efficacia del vaccino, l’indebolimento, l’attenuazione, la riduzione, l’affievolimento, l’abbassamento, l’esaurimento, la flessione, la decrescita o il decremento… O anche lo scemare, il venir meno, l’esaurirsi, lo smorzarsi, l’attenuarsi… per ricorre ai verbi sostantivati.

La parola chiave per capire quanto dura la protezione del vaccino non è il waning, ma il calo, che è anche più corto, per chi starnazza che la causa del preferire gli anglicismi starebbe nella loro brevità.

Attribuire all’inglese una portata superiore

Davanti allo strano vezzo di usare la lingua di Dante, gli anglopuristi scuotono la testa. Sono quelli che vogliono ingessare l’italiano ai soli significati storici, quelli che negano la sua elasticità e argomentano che ciò che è nuovo si dice in inglese perché l’equivalente italiano “non è proprio come l’anglicismo”. L’indebolimento non è proprio come il waning… Questa schiera di anglomani “non-è-propristi” è incapace di cogliere che il lessico si allarga ed evolve per abbracciare ciò che è nuovo, nelle lingue vive. Sono gli stessi che stanno riscrivendo tutto con concetti e parole in inglese, perché dell’italiano si vergognano e fondamentalmente sono servi che vogliono ostentare la lingua superiore dei padroni in una gara a chi le spara più in inglese.

Waning in inglese indica solo un generico calare. Non è un tecnicismo che indica “il calo dell’efficacia di un vaccino”, e potremmo esprimere lo stesso uso estensivo in italiano. Invece non lo facciamo e ci aggrappiamo all’inglese attribuendogli un significato specifico e tecnico figlio della nostra alberto-sordità da provinciali colonizzati diffusa da giornalisti e scrittori collaborazionisti che uccidono la nostra lingua madre, perché non la vogliono usare e spesso ne sono incapaci. In questa solitudine del lessico primitivo, waning non è un segno di cultura, è al contrario l’espressione dell’ignoranza della nostra lingua. La nostra classe dirigente guarda solo ai modelli che arrivano dall’anglosfera e i nostri scienziati e tecnocrati che parlano l’inglese internazionale non sanno fare altro che ripetere a pappagallo ciò che sentono, incapaci di tradurlo, di rielaborarlo, di farlo nostro. Se la scienza si esprime in inglese e l’inglese diventa persino la lingua della formazione, gli anglicismi come waning sono le conseguenze. E lo stesso meccanismo si riscontra nell’informatica, nel modo del lavoro, nell’economia e in sempre più ambiti.

Il centro di irradiazione della lingua non è più fatto dai nativi

Ogni volta che riaffiora la questione della lingua – aveva ben compreso Gramsci – “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3). Nel nuovo cambio di paradigma e nell’attuale riorganizzazione dell’egemonia culturale, il nuovo principale centro di irradiazione della lingua – per usare le categorie di Pasolini – non è più fatto da nativi italiani. Tutto arriva dall’anglomondo e i nativi italiani che occupano le posizioni dominanti – la nostra classe dirigente – non fanno che ripeterlo, sottoscriverlo, diffonderlo e farlo entrare nell’uso. Queste scimmie scopiazzatrici hanno ormai perso ogni legame con le nostre radici, e sono coloro che diffondono la lingua-pensiero del nuovo colonialismo globalizzato che arriva d’oltreoceano e praticano una lingua bastarda chiamata itanglese. È così che i centri ospedalieri diventano hub, i focolai cluster, gli ospedali covid covid hospital, i tamponi in macchina drive through… e mentre il richiamo del vaccino – la terza dose aggiuntiva – sta diventando booster, davanti a questo tsunami anglicus l’italiano non ha più anticorpi.

La traduzione: lezioni di accoglienza nel trattamento dei forestierismi

Davanti alle parole straniere che non hanno un traducente naturale e che non sono ancora entrate nei nostri vocabolari (e forse non ci entreranno mai), come si deve comportare un traduttore per compiere le proprie scelte consapevoli? Meglio accogliere lo “straniero” o difendere la “purezza” dell’italiano?

Questo è l’interrogativo che pone Ilide Carmignani, una delle più rinomate traduttrici italiane, celebre soprattutto per le sue traduzioni delle opere di Luis Sepúlveda. Il tema sarà affrontato in un incontro al salone del libro di Torino (16 ottobre 2021, Sala Ciano, Padiglione 3, ore 12.45) intitolato “La traduzione: lezioni di accoglienza. Il trattamento dei forestierismi” che vede la partecipazione dei responsabili editoriali del Devoto Oli e dello Zingarelli, rispettivamente Biancamaria Gismondi e Mario Cannella, e anche la mia.

La questione della “purezza della lingua” e dell’accoglienza dello “straniero” evoca pericolosamente, e in modo provocatorio, una serie di archetipi su cui è bene fare molta chiarezza.

L’accoglienza del diverso e l’imposizione delle lingue dominanti

Prima di tutto è bene precisare che non ha senso fare alcuna analogia tra l’accoglimento delle parole straniere e l’accoglimento degli immigrati. Più volte alcuni giornalisti hanno accostato, a sproposito, la massima “sovranista” – come è di moda dire oggi – “prima gli italiani” con “prima l’italiano”, riferendosi alle posizioni che ho espresso in Diciamolo in italiano (Hoepli, 2017). Ma le parole non sono persone, e in una città come Milano la fitta presenza sul territorio di migliaia di cinesi, rumeni, albanesi, arabi o africani da un punto di vista linguistico non ha alcun impatto. Gli italiani non conoscono una parola di queste lingue, e l’unico terreno di scambio è quello gastronomico. I wanton fritti, il kebap o i falafel, lo zighinì degli eritrei. C’è poco altro. L’italiano è impermeabile alle lingue degli immigrati, risente invece dei modelli culturali ed economici statunitensi, che non sono presenti sul territorio a questo modo, ci arrivano in altre forme molto più potenti, dall’alto, e hanno a che fare con l’inglese come lingua internazionale, con l’espansione delle multinazionali, la globalizzazione e anche con il senso di inferiorità culturale, prima che linguistico, di una classe dirigente fatta da giornalisti, imprenditori, tecnici, scienziati… che ostentano l’inglese con orgoglio. Tutto ciò ci porta a ricorrere agli anglicismi anche quando avremmo le nostre parole, che però non hanno il medesimo prestigio. Gli anglicismi, al contrario degli altri forestierismi, non hanno a che fare con l’accettazione delle culture deboli, minoritarie o discriminate, sono il risultato, spesso prepotente, dell’imposizione di una cultura dominante che ci sovrasta.

Dalla purezza della lingua all’ecologia linguistica

Anche la “purezza della lingua” e la “difesa dell’italiano” sono categorie che andrebbero ridefinite, nel nuovo Millennio, perché non hanno nulla a che vedere né con il vecchio concetto di “purismo” né con le prese di posizione legate alla guerra ai barbarismi di epoca fascista.
Nessuna lingua è pura, non c’è nulla di male né di strano nell’accattare parole altrui, come scriveva già Machiavelli nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua. Il punto oggi è un altro e ha a che fare con il tema dell’ecologia linguistica. È una questione di numeri e di modalità.

La prima edizione elettronica del Devoto Oli del 1990, di cui ho curato il riversamento digitale, conteneva circa 1.600 anglicismi, ma oggi sono diventati 4.000. La prima edizione dello Zingarelli digitale del 1995 (un prototipo fuori commercio) ne annoverava circa 1.800, mentre oggi sono 3.000.

Negli ultimi 30 anni, in sintesi, l’interferenza dell’inglese è cresciuta a dismisura e in modo incontrollabile, e gli anglicismi “hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi (…) anche nel vocabolario fondamentale”, come ha scritto Tullio De Mauro (Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136). Questa esplosione di parole inglesi è soprattutto cruda, e cioè senza adattamenti. Mentre l’influsso plurisecolare del francese ci ha arricchiti con migliaia di parole che sono state italianizzate, e i francesismi crudi sono oggi meno di un migliaio, l’inglese non si adatta e le migliaia di anglicismi sempre più frequenti e comuni sono dunque “corpi estranei”, come aveva compreso Arrigo Castellani nel suo “Morbus anglicus”, che violano le regole della nostra scrittura e pronuncia, e dunque se il loro numero diventa eccessivo finisce con lo snaturare l’identità linguistica “del bel paese là dove ‘l sì suona”.

Oggi le parole inglesi nei dizionari superano di gran lunga la somma di tutti gli altri forestierismi messi assieme, e tra le parole nate negli anni Duemila circa la metà sono in inglese crudo, una percentuale preoccupante anche perché tra le parole italiane mancano quelle primitive, come ha osservato Luca Serianni (Il lessico, vol. 2 della collana Le parole dell’italiano, Rcs Corriere della Sera, Milano 6/1/2020, pp. 53-54) e per la maggior parte sono derivate (come africaneria), o composte (come anarco-insurrezionalista).

Su questo scenario è evidente che la questione della “purezza della lingua” e della sua tutela ha tutta un’altra valenza rispetto al passato. La nuova “questione della lingua” si trasforma nella “questione delle lingue”, di tutto il pianeta, minacciate dall’invadenza dell’inglese che le schiaccia. È lo “tsunami anglicus” che Tullio De Mauro ha denunciato esplicitamente nel 2016 rivedendo totalmente le sue posizioni nei confronti del “Morbus anglicus” che negli anni Ottanta aveva negato.

Dopo aver fatto queste premesse è evidente che l’accoglimento dei forestierismi nelle traduzioni non può essere trattato alla pari. L’accoglimento di qualche parola straniera è il benvenuto, quando è il caso e quando non esistono alternative naturali. I forestierismi possono costituire un arricchimento, in queste circostanze. Ma il ricorso agli anglicismi, al contrario, rappresenta sempre più spesso un depauperamento della nostra lingua, è diventato una coazione a ripetere più simile a una nevrosi compulsiva, per cui tutto ciò che è nuovo si esprime direttamente in inglese, senza alcuna altra strategia: non si traduce, non si adatta, non si coniano nuove parole italiane… e quel che peggio si ricorre sempre più spesso all’inglese anche in presenza di parole italiane, e queste scelte generano numerosi “prestiti sterminatori” che scalzano e fanno morire le nostre parole storiche.

Per questi motivi sarebbe auspicabile spezzare questo ricorso all’inglese sistematico e distruttivo, e fare una distinzione tra l’accoglimento dei forestierismi, che in linea di principio può essere un’apertura positiva, e quello degli anglicismi che in sempre più ambiti sta trasformando la nostra lingua in itanglese.

Purtroppo in Italia non esistono punti di riferimento a cui i traduttori possono attingere soprattutto nel caso dei tecnicismi, e le scelte traduttive sono lasciate alla loro sensibilità e discrezione. In un contesto dove l’anglomania dilaga e l’inglese è preferito, è sempre più difficile proporre soluzioni italiane. Mentre in Francia e in Spagna le accademie coniano alternative e neologie autoctone e il ricorso all’inglese è una scelta, e mentre esistono banche dati terminologiche che fissano le traduzioni e rendono il francese e lo spagnolo lingue vive che si arricchiscono, in Italia non c’è nulla del genere. Davanti alle fortissime pressioni che arrivano dall’anglosfera il liberismo linguistico che parte dal presupposto che una lingua si difende da sé, che va studiata e non protetta, si trasforma in un anarchismo linguistico dove la lingua dei Paesi dominanti finisce per avere la meglio.

Queste sono le premesse del mio intervento e del confronto che avverrà a Torino, che si articolerà in modo meno generico soprattutto attraverso l’analisi di esempi lessicali molto concreti.

L’inglese sottrattivo

C’è un luogo comune molto diffuso per cui ad abusare dell’inglese sarebbe soprattutto chi lo conosce poco, e proprio per questo lo ostenterebbe infilandolo nell’italiano spesso a sproposito, visti i tanti pseudoanglicismi in circolazione. “Chi conosce bene l’inglese non lo mescola con l’italiano”, si dice, e in questa convinzione c’è persino chi pensa che le contaminazioni che danno origine all’itanglese siano addirittura inversamente proporzionali al grado di conoscenza della lingua di Albione.

Questa leggenda non solo è poco sostenibile, ma contiene una visione tipicamente anglomane che sottintende che basterebbe dunque studiare bene l’inglese per “salvare” la lingua italiana, una sciocchezza funzionale al progetto di fare dell’inglese la lingua internazionale alla quale tutto il pianeta si dovrebbe inchinare.

Certo, di sicuro molti di coloro che praticano l’itanglese lo fanno senza cognizione di causa, ma decurtazioni come social e basket al posto di social network e basketball, o espressioni demenziali – dal punto di vista dell’inglese ortodosso – come smart working, no vax e no tamp, si sono ormai affermate nell’uso e sono nelle bocche di tutti, anche di chi conosce molto bene la lingua di Shakespeare che tra l’altro è ben diversa dal globalese, l’inglese maccheronico dell’Economist e della global governance, dell’austerity, del fiscal compact e dello spread, per dirla con Diego Fusaro.

Indubbiamente è vero che i professori italiani che insegnano la lingua inglese aborrono l’itanglish, e lo stesso vale per gli stessi inglesi inorriditi e infastiditi dalle nostre spurie mescolanze all’italiana. Ma ciò non significa affatto che la via per salvare l’italiano sia quella di sapere bene l’inglese, anzi! Affermazioni di questo tipo sembrano volte a non stravolgere la purezza dell’inglese britannico più che attente alla nostra lingua. La verità è che per parlare in italiano bisognerebbe semplicemente amarlo e andarne fieri e basta sentire certi corrispondenti televisivi da New York – come Federico Rampini o Giovanna Botteri, tanto per non fare nomi – per renderci conto di come proprio loro ostentino e importino le espressioni in inglese per mostrare la loro grande conoscenza degli Stati Uniti che esaltano come un modello superiore, sostanzialmente fregandosene della lingua italiana. A importare parole come lockdown o fake news sono stati proprio giornalisti come questi che virgolettano le espressioni d’oltreoceano e delle agenzie internazionali con orgoglio, invece che voler rendere le stesse cose nella nostra lingua.

Avrebbe senso sostenere che chi un tempo si riempiva la bocca di citazioni latine in realtà non lo sapesse affatto? Credo di no, il ricorso a queste espressioni è trasversale alla sua conoscenza, e riguarda il latinorum degli azzeccagarbugli o quello dei professoroni, così come la lingua maccheronica di chi storpia involontariamente le massime – una volta ho sentito persino dulcium in fundis – o si è inventato il porcellum e il mattarellum con la stessa logica del lessico delle Sturmtruppen.

Tsunami anglicus e conoscenza dell’inglese

L’anglicizzazione delle lingue locali non è un fenomeno solo italiano, anche se siamo messi molto peggio degli altri Paesi, è un evento mondiale e ovunque sono nati neologismi per dargli un nome, che in Francia è il franglais, in Spagna spanglish, in Germania Denglisch e così via fino al greenglish greco, il runglish della Russia, il konglish per il coreano, il tinglish per il thai, il japish per il giapponese… Queste contaminazioni non si possono mettere in correlazione con il grado di conoscenza della lingua inglese, tutt’altro.
Anche se circola l’idea – sempre figlia della religione del globish come lingua sovranazionale – per cui gli italiani non conoscono l’inglese (il che è presentato come un peccato mortale nella logica catechizzante che ci deve convertire tutti alla lingua madre dei popoli dominanti e alla cancellazione del plurilinguismo), va detto che siamo in linea con la media europea. Dai dati Eurobaromentro 2012 risulta che solo il 15% degli europei dichiara di padroneggiare bene l’inglese, la restante porzione di chi l’ha studiato non è in grado di comprendere i contenuti di riviste o film né di utilizzarlo per esprimere un pensiero meno superficiale di quello dell’inglese turistico. E questa conoscenza è distribuita in modo squilibrato, perché tocca punte dall’86% al 90% degli olandesi, danesi e svedesi, ma solo dal 20% al 33% di spagnoli, ungheresi, bulgari, rumeni, polacchi e italiani. Eppure, proprio in Svezia, lo swinglish è in costante crescita e uno studio dell’Università di Stoccolma ha rilevato che sempre più parlanti cominciano a formare il plurale delle parole con la “s” invece che con le forme dello svedese che ricorre a “or”, “er” e “ar”[1].

Gli anglicismi che circolano nelle lingue di mezzo mondo, al contrario degli altri forestierismi che hanno una presenza limitata, non sono più un arricchimento e un qualcosa che si aggiunge, diventano al contrario un impoverimento della lingua con un evidente effetto sottrattivo. Le parole inglesi si trasformano in stereotipi e automatismi espressivi che si impongono a scapito delle alternative locali e spesso le fanno regredire o morire, come è successo da noi con “prestiti sterminatori” come computer che ha soppiantato il calcolatore o l’elaboratore. E quando si ricorre a spread invece di scarto, a killer invece di assassino, a droplet invece di goccioline, a trend per tendenza, cluster per focolaio, hub per centro… si sta distruggendo la propria lingua più che arricchirla attraverso quelli che qualcuno ha definito dei “doni”.

Queste parole sono solo i detriti che percolano soprattutto attraverso l’inglese internazionale diffuso da giornalisti, scienziati, imprenditori, pubblicitari, scienziati… e sono da mettere in correlazione con questo fenomeno, non con un’ostentazione dell’inglese maccheronico all’Alberto Sordi che riguarda un numero di parole ben più limitato e certi personaggi pubblici dipinti come macchiette.

Se si esce dall’ambito lessicale e delle singole parole, lo stesso effetto collaterale devastante per le lingue locali riguarda proprio l’utilizzo dell’inglese nell’ambito scientifico o quello della formazione universitaria.

L’inglese come lingua dell’università o della scienza non è un processo “aggiuntivo”, una risorsa in più che si affianca alla cultura nativa, bensì un processo sottrattivo che porta alla regressione delle lingue nazionali e del lessico nativo. E il caso dell’Olanda è esemplare.

L’inglese sottrattivo

Il 90% degli olandesi conosce bene l’inglese e quasi la metà dei corsi universitari sono tenuti in inglese, ma si arriva addirittura all’85% nel caso dei master e della formazione post-universitaria. Questa politica funziona nel suo attrarre gli studenti stranieri, e il rettore dell’Università di Utrecht, Henk Kummeling, ha dichiarato: “Per competere internazionalmente ha più senso utilizzare una lingua mondiale”. L’anglicizzazione del sistema universitario olandese, insomma, nasce dal bisogno di competere e attirare studenti, ovvero da esigenze di mercato. Ma queste scelte hanno anche i loro contro, e benché la quasi totalità degli olandesi consideri l’inglese la propria seconda lingua, molti temono per la perdita dell’idioma locale. “Se usi l’inglese nell’istruzione superiore”, ha spiegato alla Bbc la professoressa di linguistica all’Università di Amsterdam Annette de Groot, “l’olandese chiaramente peggiorerà. Si tratta di usarlo o perderlo. L’olandese si deteriorerà e la vitalità della lingua scomparirà. Si chiama bilinguismo squilibrato. Aggiungi un po’ di inglese e perdi un po’ di olandese”. A confermare questi timori non ci sono solo i difensori del plurilinguismo o i critici del globish, persino gli anglomani più accesi sono costretti ad ammettere questi effetti collaterali, e un autore come Gaston Dorren, entusiasta sostenitore dell’inglese globale, nel rilevare che questo processo non porta all’estinzione delle lingue locali che continuano a essere parlate con orgoglio nella vita quotidiana, ha dovuto per ammettere: “Anche l’olandese per esempio, che ha 25 milioni di parlanti, sta perdendo il dominio scientifico e del business, perché la maggior parte dei corsi scientifici universitari sono in inglese e nelle compagnie multinazionali le persone parlano in inglese.”

La perdita del dominio di alcuni ambiti sembra non preoccupare gli angloentusiasti, come se questo prezzo da pagare fosse poca cosa. La verità è che l’inglese sta sottraendo alle lingue locali sempre più ambiti, e persino la Svezia, che aveva sperimentato l’insegnamento nel solo inglese, ci ha ripensato ritenendo questa scelta dannosa per il futuro del Paese.[2]

Per comprendere le relazioni pericolose tra globalese e itanglese, basta guardare la comunicazione del Politecnico di Milano, che dopo lunghe e complicate vicende giudiziarie, continua a erogare corsi prevalentemente in inglese. Mi hanno appena segnalato alcuni “webinar” organizzati dal Dipartimento di Energia, intitolati “Energy for Motion”, che prevedono interventi in “italiano” i cui titoli sono: “Il ruolo dell’idrogeno per il sector coupling dei settori power e mobility”, “La sfida della durability delle celle a combustibile polimeriche nel settore dei trasporti”, “Lo sviluppo di power train ad idrogeno per heavy duty”, “Lo sviluppo di polimeri speciali per applicazioni nella hydrogen economy”…

In questo linguaggio che si usa per la formazione emerge l’altra faccia della scelta di insegnare in inglese, dove l’italiano si riduce a un ibrido e a una pochezza di cui ci si vergogna, perché se l’insegnamento avviene in inglese anche i concetti chiave diventano inglesi, e occupano la parte alta della gerarchia delle parole, la parte superiore della lingua, per cui si parla dei settori “power” e “mobility” o di “durability” come fosse normale e come se l’italiano non esistesse.

Questo linguaggio è la diretta conseguenza dell’anglificazione dell’ateneo, e questo itanglese non si può liquidare con la favola che chi conosce l’inglese non lo mescola con l’italiano, dimostrano invece tutto il contrario: usare l’inglese fa regredire l’italiano.

______________________

Note

1) Robert McCrum, William Cran, Robert MacNeil, La storia delle lingue inglesi, Zanichelli, Bologna 1992, p. 43.
2) Cfr. Paolo Di Stefano, “Non solo Inglese. Perché è un affare difendere l’italiano”, Corriere della sera, 7/11/2011, Cultura, p. 32.

Dal bilinguismo territoriale a quello virtuale della globalizzazione

Nel poemetto Italy del 1904, Giovanni Pascoli raccontava la storia di una nonna che non parlava una parola di inglese, e della nipotina Molly arrivata d’oltreoceano che non sapeva l’italiano. In quell’opera non c’è traccia dell’odierno mito americano, vissuto come modello socioculturale superiore di cui gli anglicismi che si riversano nella nostra lingua sono le conseguenze. Invece dell’ammirazione del Nuovo Continente, si respirava la nostalgia per l’Italia vissuta come il “nido” abbandonato che aveva come sottofondo il dramma dell’emigrazione. In un trionfo dell’affetto sull’incomunicabilità, il linguaggio poetico introduceva, forse per la prima volta, varie espressioni inglesi (Poor Molly, cioè povera Molly) e altre frutto del contatto tra le due lingue lontane che si mescolavano. Gli affari diventavano bisini e la torta con aromi pai con fleva.

Quell’ibrido era solo un espediente letterario, però ricordava qualcosa di reale: il cosiddetto “broccolino” degli emigrati che si esprimevano in dialetto, più che in italiano, e non sapendo controllare l’inglese lo sostituivano con vocaboli che nella propria parlata avevano un suono analogo. La pronuncia di Brooklyn era così simile a quella di broccolo che bastava dire così per farsi capire. In quell’idioletto nato dal contatto tra due lingue così distanti, il lavoro (job) era giobba, i negozi (shop) scioppa e la lavatrice (washing machine) vascinga mascina. A quei tempi l’America era un continente, più che essere identificata con i soli Stati Uniti come oggi – la parte per il tutto – e ibridazioni di questo tipo erano nate anche a Buenos Aires, dove gli emigrati italiani parlavano una simile interlingua mista che gli argentini battezzarono come “cocoliche”, una mescolanza fatta di semplificazioni lessicali dello spagnolo e di adattamenti al sistema morfosintattico dei dialetti italici.

Le ibridazioni linguistiche e l’itanglese

I fenomeni di ibridazione linguistica sono da sempre legati a un bilinguismo territoriale. Uno dei casi più noti è quello dello spanglish che si è diffuso nelle aree negli Stati Uniti con una forte presenza della cultura ispanica, nelle comunità bilingui tra portoricani, messicani e cubani, e l’ibridazione sta nel mescolare le due lingue all’interno di una stessa frase. Il primo livello è solo lessicale, e consiste nel ricorrere agli anglicismi, per esempio show, shopping o training invece di espectàculo, compras o entrenar. Ma poi sorgono neologismi che costituiscono calchi e adattamenti misti, come socketines invece di calcetines (cioè “calzini” derivato dall’inglese sock), parkear o parquear invece di estacionar (“parcheggiare”, da park), e il mescolamento durante le conversazioni si spinge a formulare frasi in cui convivono non solo questo tipo di parole, ma anche parti importanti della frase che si alternano in un continuo cambiamento di codice linguistico.

Su scala ridotta, l’itanglese si sta sviluppando seguendo lo stesso meccanismo. L’importazione degli anglicismi è sempre più ampia, e in certi settori come l’informatica o il linguaggio lavorativo l’italiano è ormai mutilato del suo lessico e inadatto a esprimere questi ambiti senza ricorrere alla stampella dell’inglese. Gli innumerevoli “prestiti di necessità”, cioè le parole che non hanno alternative, da mouse a chat, sono in realtà dei trapianti linguistici dove la presunta “necessità” è tutta italiana, visto che all’estero le traduzioni circolano, e appartiene non alle parole, ma alla mente colonizzata di chi le ha introdotte. La scelta di importare in inglese i nuovi oggetti o concetti è praticamente l’unica strategia adottata, in un contesto sociale dove si sono abbandonate le altre soluzioni che consistono nel tradurre, adattare, inventare nuove parole o allargare il significato di quelle che già abbiamo. Accanto a questa tendenza c’è poi quella di ricorrere all’inglese come preferenza sociolinguistica anche nel caso di ciò che si può esprimere con le nostre parole ma che preferiamo dire in inglese. In questo modo molti anglicismi si rivelano non un processo aggiuntivo, ma uno sottrattivo, e invece di rappresentare un arricchimento si trasformano in un depauperamento e in una regressione dell’italiano, che viene scalzato dalle parole inglesi. Questi “prestiti sterminatori” entrano come prestiti di “lusso” e finiscono per prendere il sopravvento e rendere il lessico italiano sempre meno naturale fino a farlo diventare inutilizzabile. È successo per esempio con parole come calcolatore o elaboratore soppiantate da computer, ma sta accadendo sempre più di frequente. E così omicida seriale lascia il posto a serial killer, e parlare di cronaca rosa o pettegolezzo risulta ogni giorno più inadeguato rispetto al gossip che impera sui giornali senza alternative.
Il numero delle parole ibride, che non sono più né italiane né inglesi, negli anni Duemila è lievitato in maniera sconcertante. Il fenomeno nasce dagli accostamenti di una parola italiana a una inglese (zanzare killer, clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…), dalla declinazione delle radici inglesi (zoomabile, fashionista, scoutismo…) che coinvolge sempre più verbi (backuppare, downloadare, hackerare) e dai confissi come baby o cyber che si sono trasformati in una regola generativa che può dare vita a un numero di parole praticamente infinito (baby-criminale, cyber-atacco…) e così ormai over sta soppiantando ultra e gli ultraottantenni sono diventati gli over 80, mentre la nazionale di calcio giovanile è quella degli under 21.

Tutto ciò avviene solo con gli anglicismi, nel caso dei francesismi le parole come foularino (da foulard), moquettista o voyeurismo si contano sulle dita delle mani. Da sole, le ibridazioni con l’inglese, che sfuggono ai già altissimi conteggi degli anglicismi, sono centinaia e centinaia, ben di più dell’intera eredità degli ispanismi sommati ai germanismi presenti nei dizionari, per avere un’idea della portata del fenomeno.
In questo prendere vita dell’itanglese che travalica ormai le vecchie e inadeguate categorie del “prestito linguistico”, comincia a prendere piede anche il fenomeno delle enunciazioni mistilingue dove capita di alternare con disinvoltura, come se fosse normale, espressioni più complesse, in un intercalare di off course, one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, too much!, last but not least, the best… E la novità degli ultimi anni è che in questa commutazione di codici stanno comparendo anche i primi verbi in inglese (remember, don’t worry¸ stop, relax, enjoy, save the datefuck you!) che per tutto il Novecento erano qualcosa di inaudito.

In questo configurarsi dell’itanglese sempre più come una lingua ibrida, rispetto all’epoca del “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani dove l’inglese irrompeva quasi esclusivamente attraverso l’importazione di parole isolate, bisogna rilevare il fatto che al contrario del caso dello spanglish in Italia non c’è alcun bilinguismo a base inglese sul territorio (si potrebbe aggiungere: per ora, vista la scelta dell’anglificazione di certi percorsi universitari). Anzi, l’inglese è parlato da una minoranza della popolazione e secondo i rapporti Istat 2015, (1) è masticato appena dal 48,1% di chi sa una o più lingue straniere (quindi solo una parte della popolazione). Ma se si passa all’analisi del livello di conoscenza le cose precipitano: il 28% degli italiani dichiara una conoscenza scarsa, turistica e insufficiente, e solo il 27% buona e il 7,2% ottima. Questi dati sono in linea con le medie europee, e stando all’agenzia di statistica Eurostat la percentuale della popolazione degli stati membri che dichiara di non conoscere l’inglese si attesta fra il 51% e il 56%, (2) mentre il numero di coloro che dichiarano di conoscerlo molto bene “come lingua straniera non supera l’8% della popolazione europea. Facendo quindi la somma di chi parla inglese come lingua materna e chi lo conosce come lingua straniera a un livello molto buono (…) si arriva a nemmeno il 10% della popolazione. Il restante 90% o non capisce l’inglese o non lo parla bene”, ha precisato Michele Gazzola. (3)

L’interferenza dell’inglese che ibrida le lingue di tutto il pianeta, dunque, non nasce più dal contatto fisico sul territorio, ma da un contatto virtuale che è altrettanto “reale” e pervasivo.

L’anglosfera e il bilinguismo virtuale

L’americanizzazione della nostra società travalica i confini dell’Italia, è un evento di ben più ampia portata che coinvolge gran parte del pianeta e ha a che fare con la globalizzazione e con il progetto di imporre l’inglese come la lingua internazionale di tutto il pianeta. Come ha osservato David Ellwood, oggi il potere degli Usa non è più nella supremazia militare o nel dollaro, ma nelle “manifestazioni locali dei prodotti e processi culturali americani, delle sue società e simboli, icone e stelle.” (4)
Nel 1998 il Washington Post scriveva: “I film americani, i programmi televisivi, i software dei computer, i libri e le altre forme d’esportazione culturale” costituiscono il principale ricavo americano nel settore delle esportazioni e hanno superato la produzione aerospaziale e della difesa. (5)

Il processo di mondializzazione di alcuni modelli che provengono dagli Usa era già presente anche prima della caduta del muro di Berlino e dell’avvento di Internet, così come esiste da tempo la possibilità dei viaggi internazionali per lavoro o per turismo, ma oggi si è diffusa a dismisura. La novità sta dunque nella dimensione e ampiezza di questi fenomeni, che non riguardano più solo alcuni aspetti internazionali limitati alle merci o – passando dalle merci alla cultura – al mercato della musica, del cinema o della televisione. La globalizzazione è diventata un evento così pervasivo da coinvolgere ogni aspetto della nostra vita, compreso quello linguistico. Internet ha contribuito in modo significativo alla sua accelerazione, perché ha ridotto gli ostacoli legati alle distanze, diventando lo strumento dell’interazione sovranazionale e della connessione di tutto il globo. Il che ha prodotto una certa deterritorializzazione, come è stata chiamata, e cioè una perdita della rilevanza del territorio sia per le relazioni umane sia per le loro attività. Ma questa “deterritorializzazione” non è un luogo neutro, è un territorio costruito all’interno dell’anglosfera, e viene esportato in tutto il mondo dai suoi protagonisti che pensano e parlano in inglese.
Fino agli anni Novanta, per esempio, la scrittura al computer era problematica nel ricorso ai caratteri alfabetici in uso in molte lingue, perché tutto si basava sul sistema di codificazione Ascii (American Standard Code for Information Interchange) di 255 caratteri pensati per esprimere l’inglese. Oggi questi problemi sono stati superati, ma non è un un caso che nell’Italia 2.0 il punto stia soppiantando la regola europea della virgola. Mentre negli Usa la virgola è usata come separatore delle migliaia e il punto per la separazione dei decimali, da noi avviene l’esatto contrario. Ma in molti programmi informatici statunitensi, e anche in molte calcolatrici, si ritrova la regola a stelle e strisce, visto che il calcolatore è stato concepito con quelle logiche e che le interfacce sono tradotte in italiano in modo parziale e sommario. E il risultato è che ormai parliamo del Web 2.0 e che basta assistere a un dibattito televisivo elettorale per sentire che il tal partito si è attestato a percentuali del 3.5% invece che 3,5%. Gli esempi di questo tipo di interferenza sono infiniti, e riguardano sempre più aspetti del nostro quotidiano, di cui la lingua è soltanto la spia d’allarme che si illumina sul cruscotto.

Ormai l’ambiente digitale e quello televisivo sono diventati preponderanti e il tempo che la gente dedica a queste attività è sempre maggiore. Se le interfacce dei cellulari e l’ambiente virtuale sono fatti di termini inglesi, finisce che diventano prioritari e “intraducibili” e in questo modo ci si abitua a pensare con questi concetti e le parole native non vengono più in mente. Come ha osservato il linguista Massimo Fanfani, se un tempo “i prestiti da lingue straniere erano veicolati da singoli parlanti bilingui o da élites e gruppi ristretti e poi si diffondevano in modo graduale (…), oggi invece l’interferenza è fin da subito un fenomeno di massa. La gran parte delle novità di modello straniero penetrano in modo immediato e tumultuoso fra gli strati più larghi della popolazione o entro gruppi sociali vasti e il loro processo di diffusione e di assimilazione sembra essere stabilito, più che dai singoli parlanti dagli stessi mezzi di comunicazione.” (6)

È in questo processo che va rintracciato il trapianto di sempre più anglicismi, che finiscono per entrare in circolazione da subito tra gli addetti ai lavori che li propagano senza nemmeno porsi il problema di come tradurli o renderli in italiano. Se le ibridazioni e le commutazioni di codice per cui si mescolano due lingue nascono nelle comunità dove il bilinguismo è presente sul territorio, il mondo virtuale ci espone a un analogo bilinguismo artefatto che nasce da un contatto mediato da elementi astratti e culturali ugualmente potenti. L’inglese e l’itanglese diventano l’interfaccia tra noi e il mondo virtuale, un ambiente concepito all’interno dell’anglosfera che si rivolge al globo diffondendo il proprio lessico e la propria lingua. Le pubblicità che usano l’inglese per essere internazionali si riversano nella lingua di tutti, e dai mezzi di diffusione mediatici percolano fisicamente sul territorio in ogni modalità, dalle insegne dei negozi ai nomi dei prodotti che troviamo sugli scaffali e scritti sulle scatole.

Nel linguaggio aziendale questi trapianti sono spinti dalla terminologia che nasce nell’anglosfera e si espande, a cominciare dalle mansioni contrattuali di un’azienda come McDonald’s che nelle sue succursali italiane esporta figure come quelle dei crew (ma anche dei crew-delivery o dei crew-trainer) o dei guest experience leader e swing assistant (anche detti training manager), per finire con i ruoli e il linguaggio di altre multinazionali, dalle cosiddette big pharma a quelle dell’informatica. Quando nelle sue interfacce la Microsoft introduce i download, Twitter i follower, Facebook la timeline, Google gli snippet e centinaia di altri anglicismi, sono le multinazionali d’oltreoceano a imporre a tutti la propria terminologia, e la lingua non è più fatta dagli italiani. Al massimo i nativi italiani sul libro paga di queste imprese ratificano questi trapianti bollandoli come opportuni o “necessari” perché non vogliono tradurli, e spesso ne sono incapaci.

A questa pressione esterna si aggiunge poi il vezzo, tutto interno, di ricorrere all’inglese perché ci appare più moderno, evocativo o solenne. La combinazione di queste due forze che convergono nella stessa direzione diventa micidiale.

_____________________________________

Note

1) Istat, “Anno 2015. L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere”, 27/12/2017.
2) Michele Gazzola, Research for Cult Committee – European Strategy for Multilingualism: Benefits and Costs, PE 573.460, Brussels, European Parliament, 2016.
3) Michele Gazzola, “Può la traduzione automatica favorire il plurilinguismo nell’Unione europea post-Brexit?”, sito Accademia della Crusca, 26/7/2021.
4) David Ellwood, “La cultura come forma di potenza nel sistema internazionale. Americanizzazione e antiamericanismo”, in Mélanges de l’école française de Rome, année 2002, 114-1, pp. 431-439.
5) Ibidem.
6) Massimo Fanfani, “Reazioni italiane agli anglicismi”, in L’inglese e le altre lingue europee. Studi sull’interferenza linguistica, Félix San Vicente (ed.) Clueb 2002 (pp. 215-235), p. 221.

Gli effetti collaterali dell’inglese internazionale e il caso Islanda

L’inglese internazionale non è solo quello commerciale o turistico che può essere anche comodo per farsi capire quando si va in vacanza in qualche Paese di cui non si conosce la lingua. Questo inglese è in fondo una riduzione a pochi vocaboli e a frasi di circostanza che hanno un pura funzione comunicativa. Ma una lingua non è solo comunicazione, si porta con sé processi molto più profondi che coinvolgono il modo di pensare. Il filosofo, logico e matematico viennese Ludwig Wittgenstein, nel suo Tractatus pubblicato un secolo fa, scriveva: “I limiti del mio linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo”, perché il linguaggio descrive la realtà, e non è possibile pensare e descrivere la realtà in modo indipendente dal linguaggio. Come ha osservato Andrea Zhok: “Chi pensa a una lingua naturale come a un vestito neutrale, da indossare a piacimento senza che nulla cambi nella propria personalità e nel proprio pensiero, ha semplicemente un’esperienza della lingua povera, meccanica, circoscritta e meramente tecnica.”

Non si può allora dimenticare che l’inglese turistico e ristretto si basa sulla semplificazione della lingua madre dei popoli e delle culture dominanti, e questa lingua naturale ha una profondità che travalica la semplice comunicazione, è espressione del pensiero. Quando l’inglese internazionale diventa la lingua da esportare e da utilizzare in ambiti che coinvolgono il modo di pensare – come quando lo si impiega per la formazione universitaria, ma anche nella scienza o sul lavoro – entrano in gioco fattori complessi che hanno a che fare con i processi di astrazione e la concettualizzazione che sta sotto la lingua.
Fare dell’inglese la soluzione internazionale che ricostruisce la torre di Babele attraverso un grattacielo che assomiglia a quelli americani in cui si parla l’angloamericano non rappresenta solo un problema etico, per cui per essere “internazionali” si dovrebbe rinunciare alla propria lingua nativa per utilizzare quella di chi è più forte. Questa strategia ha anche degli “effetti collaterali” che portano a schiacciare le altre lingue e a non riconoscere il valore del plurilinguismo e delle altre culture. Ma soprattutto, l’inglese globale entra in conflitto con le altre lingue e si trasforma in una minaccia per quelle deboli o minoritarie.

L’anglicizzazione degli idiomi locali e le ibridazioni

L’effetto collaterale più evidente, e tutto sommato meno profondo, lo si vede nell’anglicizzazione di ogni idioma, nello “tsunami anglicus”, per dirla con Tullio De Mauro, che si riscontra in ogni luogo. Gli anglicismi sono i detriti del globalese, la lingua della globalizzazione, che penetrano in modo sempre più ampio e profondo nel lessico di ogni parlata, un fenomeno così pervasivo che ovunque ha ormai il suo nome: l’itanglese corrisponde a ciò che in Francia si chiama franglais, in Spagna spaglish, in Germania Denglisch, in Svezia swinglish, in Grecia greenglish, in Russia runglish e così via sino al konglish per il coreano o il japish per il giapponese.

Queste contaminazioni, quando diventano troppo estese e pesanti possono snaturare le lingue locali, e possono dare origine a lingue ibride, cioè mescolate, o creolizzate, il che si verifica quando il mescolamento non è paritario e la lingua dominate schiaccia quella di rango inferiore. Questo fenomeno avviene di solito nei territori dove esiste un bilinguismo locale che porta appunto alle enunciazioni mistilingue e al passaggio di un codice all’altro nelle stesse frasi. È il caso per esempio dello spanglish che ha preso piede nell’America latina, diffuso nelle comunità bilingui tra ispanici, portoricani o messicani, ma anche nelle aree statunitensi a forte presenza ispanica.

In altri casi il bilinguismo sul territorio porta invece a una diglossia, cioè a una gerarchia delle lingue dove la lingua locale diventa quella di serie B, quella del popolo, delle fasce deboli e “ignoranti”, mentre l’inglese è quella di serie A, della cultura, dei ceti sociali alti.
Questa diglossia è forte per esempio in India, dove l’inglese è stato introdotto ai tempi delle colonie britanniche. Da una parte è nata la variante dell’angloindiano che ha ormai assunto le sue forme e connotazioni particolari, tanto che Salman Rushdie ha rivendicato con orgoglio l’indian english dei suoi libri, che travalicherebbe quello ortodosso imponendosi come nuova varietà “autonoma”. Ma questa variante, più che essere sbandierata come il trionfo del meticciato e la lingua di quella popolazione, appare più come figlia del colonialismo. E proprio in India, l’inglese, ortodosso o meticcio, è diventato un simbolo, una lingua superiore, un modo di distinguersi socialmente con delle ricadute molto pratiche. Parlare l’hindi appartiene ai ceti bassi, mentre avere accesso all’inglese è un segno di cultura, un modo per elevarsi, al punto che per il 95% degli uomini la sua conoscenza è diventata un requisito fondamentale da cercare in una donna da sposare, come fosse una dote, perché una moglie che conosce l’inglese è essenziale per frequentare l’alta società (1), mentre dell’hindi ci si vergogna. Lo si vede persino in alcune pellicole di Bollywood, una delle più celebri è Quando parla il cuore (2) che narra le vicende di una donna alla ricerca dell’indipendenza, del rispetto e del riscatto proprio attraverso la conoscenza dell’inglese che va a imparare a New York.

Il globalese che minaccia le lingue minoritarie

Un altro ben più grave effetto collaterale del globalese consiste in un ulteriore passo rispetto al ricorso all’inglese per motivi sociolinguistici, che sono una scelta per elevarsi socialmente e per identificarsi nel gruppo di appartenenza elitario. Il proseguimento di questo processo può portare all’abbandono della propria lingua. Ed è in questo modo che le lingue minori possono scomparire e morire. Questo fenomeno può essere spontaneo, ma può anche essere il risultato di un’imposizione, proprio come è avvenuto, ma avviene ancora oggi, in Africa. È un processo raccontato molto bene dallo scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’o (3) che ne ha vissuto le conseguenze sulla propria pelle. Tutto ha avuto inizio nel 1884 a Berlino, quando venne sancita la spartizione dell’Africa non solo nelle nuove frontiere disegnate a tavolino, ma anche nelle diverse lingue delle potenze europee. I Paesi africani, che un tempo erano colonie e oggi assomigliano a neocolonie, sono stati divisi in territori di lingua inglese, francese e portoghese. Con la nascita delle scuole coloniali che impartivano le lezioni nelle lingue imposte, questo colonialismo linguistico fu portato a termine, determinando la morte di molte lingue locali minoritarie. A lungo andare gli africani hanno cominciato a identificare e definire la propria identità attraverso queste lingue (4), e ancora oggi sono francofoni o anglofoni, anche se successivamente sono sorte anche le aree arabe. Per questo motivo Thiong’o, davanti all’odierno strapotere del globalese, invita a ribellarsi all’inglese, la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi.” (5) Ma anche il tunisino Claude Hagège ha denunciato “un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale” determinato soprattutto dall’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”. (6) Ha calcolato che nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. (7) Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa.

Queste preoccupazioni non si trovano solo in autori legati all’Africa, e la costatazione per cui tantissime lingue minori scompaiono dal nostro pianeta, con una velocità maggiore di quella della scomparsa delle specie viventi, è al centro delle riflessioni della finlandese Tove Skutnabb-Kangas, che insegna all’università danese di Roskilde e all’accademia universitaria di Vasa in Finlandia, e che da anni si batte per i “diritti linguistici” delle popolazioni e delle minoranze, linguistiche e culturali. Il riduzionismo monolinguistico, secondo la studiosa, non è solo ingiusto, ma è un “cancro” a cui va contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici. (8)

L’inglese internazionale non minaccia solo i Paesi africani o lontani, a rischio ci sono anche le lingue d’Europa, quando sono parlate da un ristretto numero di persone, e il caso dell’Islanda è il più grave.

Il caso islandese e la “minoritarizzazione digitale”

Gli islandesi sono poco più di 300.000, un numero di parlanti estremamente basso, così basso che non sono considerati un mercato appetibile per le multinazionali che non hanno convenienza a tradurre in quella lingua. I film e le serie tv americane per tradizione non sono mai doppiate, ma al massimo sottotitolate, e nell’era di Netflix tendono a circolare direttamente in lingua inglese. L’islandese non è contemplato come lingua della tecnologia basata sul riconoscimento vocale, da Siri ad Alexa, e la conseguenza è che tutto avviene direttamente in inglese, e anche le localizzazioni di piattaforme come Facebook in islandese sono parziali e malfatte.

Il crollo economico di quel Paese, avvenuto nel 2008, ha portato all’abbassamento dei prezzi e all’aumento vertiginoso dei turisti: nel 2008 erano cresciuti sino a 500.000, ma nel 2017 sono stati 2 milioni (più di 5 volte il numero degli abitanti dell’Islanda) e l’inglese è diventata la lingua che di norma si usa anche nei locali e nei negozi, al punto che nei bar e nei ristoranti del centro di Reykjavík non di rado ci si rivolge ai clienti direttamente in inglese.

Quello che sta avvenendo è stato definito dal linguista Eiríkur Rögnvaldsson, professore dell’Università d’Islanda, il fenomeno della “minoritarizzazione digitale”, dove una lingua viva e parlata nel mondo reale si trasforma nel mondo digitale in una lingua secondaria che di fatto non esiste, o lascia poche tracce di sé. Questo fenomeno ha delle ricadute pesanti sui parlanti, perché ormai l’ambiente digitale e quello televisivo sono diventati preponderanti e il tempo che la gente dedica a queste attività è sempre maggiore. Se le interfacce dei cellulari e l’ambiente virtuale parlano l’inglese, finisce che diventa la lingua prioritaria e questo ha un impatto forte soprattutto sulle giovani generazioni, che trascorrono sempre più ore in un mondo digitale che li espone al solo inglese. Su telefonini, tablet, computer, televisioni è tutto un pullulare di giochi, film, serie televisive, video e canzoni in inglese. In questo modo ci si abitua a pensare in inglese e le parole native non vengono più in mente. E in inglese non solo si interagisce con le piattaforme sociali e tecnologiche, ma sempre più spesso anche con gli altri, vista la larga conoscenza di quella lingua. Al punto che gli insegnanti delle scuole secondarie riferiscono che i quindicenni, in cortile durante la ricreazione, sempre più spesso parlano tra loro in inglese. Da una stima sul fenomeno risulta che un terzo degli islandesi dai 13 ai 15 anni parli in inglese con i propri amici, (9) mentre alcune indagini rilevano che nelle fasce dei più piccoli, i bambini riferiscono agli specialisti che non sono in grado di indicare un termine islandese per molte delle figure che vengono loro mostrate. Il rischio paventato da Eiríkur è quello di assistere a una nuova generazione che si forma senza una vera e propria lingua madre. (10) Per i giovani che si nutrono di prodotti di intrattenimento digitali in inglese, in un Paese dove persino al suo interno la lingua locale è sempre meno diffusa, la domanda che ricorre è: “A cosa mi serve parlare in islandese?” E a quel punto passano direttamente all’inglese.

Davanti a questo fenomeno preoccupante il governo ha compreso il problema e varato politiche linguistiche e provvedimenti per favorire la lettura dei libri in islandese, visto che ha subito un calo notevole negli ultimi anni. Inoltre, sono stati stanziati 20 milioni di euro da destinare alle iniziative che lavorino a tecnologie in lingua islandese, (11) che sono fondamentali per arginare l’invadenza dell’inglese globale. Se in Italia la scarsa conoscenza dell’inglese ci mette al riparo dall’abbandonare la nostra lingua, che ha anche una forza e una storia letteraria ben diversa da quella islandese, vediamo lo stesso i risultati che sul piano linguistico comportano le interfacce informatiche concepite nell’anglosfera con i termini dell’anglomondo. Il 50% dei lemmi marcati come informatici, sul Devoto Oli, sono appunto in inglese crudo, e se fino agli anni Settanta potevamo esprimere l’informatica nella nostra lingua, oggi non è più possibile, senza la stampella degli anglicismi. Anche se da noi non esiste alcun bilinguismo sul territorio, esiste però un bilinguismo virtuale e culturale rappresentato dalle interfacce con cui interagiamo in Rete che parlano in inglese e che a livello lessicale abbiamo rinunciato a tradurre passando alla strategia dell’importazione in modo crudo, che consiste nell’adottare invece di adattare.

Mentre in Francia e in Spagna le accademie coniano neologismi autoctoni alternativi a quelli inglesi e li promuovono, e mentre in Germania questo lavoro viene fatto da associazioni sorte dal basso come la VDS che pubblica annualmente l’Indice degli anglicismi con i loro sostitutivi, da noi non c’è nulla del genere, né di istituzionale né di privato (il dizionario AAA è solo una goccia). E il risultato è che da noi le alternative non esistono e siamo costretti a ricorrere agli anglicismi “di necessità”, mentre in Francia, per esempio, ricorrere all’inglese diventa una scelta sociolinguistica culturale o politica, come scrive la terminologa Maria Teresa Zanola, che nota come la reazione al franglais supportato dalle iniziative pubbliche e private ha favorito la coniazione di neologismi e l’evoluzione della lingua francese che è in questo modo piuttosto vitale, (12) al contrario dell’italiano che regredisce.

In Islanda, la figura del “neologista” esiste ufficialmente, e crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. Questi linguisti hanno il compito di rinnovare l’islandese e di tenerlo al passo con i tempi creando parole per ogni oggetto o concetto importato. In un primo tempo questi termini venivano pubblicati sui giornali, ma oggi circolano glossari cartacei e dizionari in Rete. E tutto ciò viene fatto formalmente da un apposito dipartimento dello Stato, nel Dipartimento della Pianificazione del Linguaggio che sorge in un istituto culturale nel centro della capitale.

E allora, quando si fa dell’inglese la soluzione alla comunicazione internazionale, quando lo si vende come una lingua che apparterrebbe “a tutti” e che ci unificherebbe, si omette di dire che questa “unificazione” si fa a scapito del plurilinguismo e che è un’unificazione che allo stesso tempo divide e crea barriere sociali. Che non è la lingua di tutti, ma quella dei popoli dominanti che hanno tutta la convenienza a esportarla come “universale” perché costituisce un indotto economico spropositato, perché dà loro un enorme vantaggio comunicativo e perché permette loro di non apprendere alcuna altra lingua e di destinare gli altissimi costi dello studio di una seconda lingua verso altre direzioni come la ricerca. E soprattutto si omette di raccontare anche quali sono gli effetti collaterali di questo globalese tanto esaltato.

Note

1) Cfr. Robert McCrum, William Cran, Robert MacNeil, La storia delle lingue inglesi, Zanichelli, Bologna 1992, p. 39.
2) English Vinglish, di Gauri Shinde (2012) interpretato dall’attrice Sridevi Kapoor, soprannominata la “Meryl Streep d’India”.
3) Ngũgĩ wa Thiong’o, Decolonizzare la mente, Jaka Book, Milano 2015.
4) Ivi, p. 16.
5) “Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, di Pietro Veronese (intervista a Ngũgĩ wa Thiong’o), la Repubblica, 2 agosto 2019.
6) Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7.
7) Ivi, p. 99.
8) Cfr. Tove Skutnabb-Kangas, “I diritti umani e le ingiustizie linguistiche. Un futuro per la diversità? Teorie, esperienze e strumenti”, in Come si è ristretto il mondo, a cura di Francesco Susi, Amando Editore, Roma 1999 (p. 85-114), p. 99.
9) Cfr. Fiona Zublin, “Iceland Fights to Protect Its Native Tongue From Siri”, in Ozy.com, 9/7/2018.
10) Cfr. Cristina Piotti “Islandese, una lingua a rischio estinzione”, IL – Il maschile del Sole 24 ore, 21/02/2019. 10
11) Ivi.
12) Maria Teresa Zanola, “Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008, p. 95.

Italiano-inglese: non c’è partita (fuori dal calcio)

Mentre ci sono linguisti italiani che negano l’anglicizzazione, proclamano che è tutta un’illusione ottica amplificata dai giornali, notano che sullo Zingarelli ci sono “solo” 3.000 anglicismi (ma si guardano bene da raccontare che nel 1995, sullo stesso dizionario, erano 1.800) o scrivono articoli intitolati “Chi ha paura dell’inglese?” che mostrano di ignorare completamente i dati statistici… quello che sta avvenendo è sotto gli occhi di tutti. Sono soprattutto gli italiani all’estero a rendersene conto, disorientati davanti ai neologismi che ormai coincidono con gli anglicismi crudi, e che a volte faticano a comprendere e a volte non capiscono perché si usino al posto delle parole italiane.

Ripenso a Sara, giornalista de Il Globo, un giornale in lingua italiana distribuito in Australia, che l’anno scorso, in un’intervista, mi ha chiesto stupita perché la stampa italiana non fa che introdurre parole inglesi, visto che “una delle regole per giornalisti e redattori è quella di tradurre tutto il possibile, cercando di non ricorrere” alle parole straniere. Queste buone pratiche del giornalismo valgono non solo per i giornali italiani all’estero, ma anche per quelli francesi, spagnoli e inglesi. “Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o la parola di un gergo speciale se si riesce a trovare un equivalente nella lingua quotidiana” scriveva Orwell (“La politica e la lingua inglese”).

Queste regole sono state buttate via dai nuovi giornalisti italiani che sguazzano nell’inglese, e nei tecnicismi, perché preferiscono usare l’inglesorum per controllare i lettori, per sovrastarli imponendo il loro linguaggio pseudo-tecnico, pseudo-moderno e pseudo-internazionale per elevarsi, invece di utilizzare quello più adatto al destinatario. E soprattutto, diciamolo forte e chiaro, oltre a non volere usare l’italiano questi personaggi non ne sono nemmeno più capaci, abituati a ripetere solo quello che arriva d’oltreoceano. Dunque, qualsiasi parola inglese diventa insostituibile, intraducibile non perché lo è, ma perché siamo ormai una società incapace di esprimersi nella nostra lingua e cultura, e i giornalisti azzeccagarbugli sono lo specchio di quello che avviene nella nostra classe dirigente avvizzita e colonizzata.

Nota: nell’immagine tratta dal Corriere.it di ieri si vede benissimo la fine che sta facendo una delle nostre eccellenze, la gastronomia (divenuta il settore “food”) e la cucina, chiamata “cook”, nell’era dei MasterChef.

Daniela mi segnala un articolo sul “pink washing” e la battaglia contro il “gender gap” collegata al “#metoo”, dove ormai lingua e pensiero si fondono: pensiamo con le categorie concettuali e linguistiche angloamericane che ripetiamo in modo scimmiesco, incapaci di tradurle, adattarle, elaborarle, farle nostre. Ma a rendersi conto dell’anglicizzazione della nostra lingua sono gli stessi inglesi che parlano o insegnano l’italiano, esasperati dagli innumerevoli pseudoanglicismi – da smart working a caregiver – di cui loro, madrelingua, non riescono a comprendere il significato che noi attribuiamo a queste parole. E mentre ci sono linguisti che salutano gli anglicismi come “doni” portatori di sfumature nuove che l’italiano non ha, questi stessi “doni” suonano invece come corpi estranei incomprensibili per molti italiani, o come inutili e irrispettosi sfregi alla lingua di Dante, per chi la ama. Come Nicole, che mi scrive: “Sto studiando l’italiano a Losanna e soffro dei moltissimi anglicismi che ci propongono nei corsi che seguo.”

Per essere internazionali dovremmo allora guardare cosa succede all’estero, invece di far coincidere l’essere internazionali con il parlare e pensare in inglese, come se questa fosse l’unica realtà. Il mondo è più grande, più complesso e più vario dall’anglosfera, e per chiamare le cose con il loro nome stiamo spacciando la cultura dominante come l’unica, trascurando tutte le altre. Gli anglicismi che si moltiplicano giorno dopo giorno sono solo i sintomi di questa sottomissione culturale, di questa strategia degli Etruschi che ci sta portando a essere inglobati nel pensiero unico della globalizzazione.

Fuori dall’italietta – che non è affatto moderna e internazionale, ma provinciale, servile, cafona e ridicola – c’è un altro mondo e un altro pensiero, per fortuna. Un pensiero che da noi non arriva, perché è filtrato da una classe dirigente e intellettuale che idolatra solo il pensiero unico dominante.

Gretel mi segnala l’articolo di un giornale spagnolo. Riporta che, in Francia, il vice di Macron chiede che l’abbandono dell’inglese nell’Unione Europea diventi la “massima priorità” della presidenza francese. “L’uso dell’inglese come una sorta di lingua franca all’interno dell’Unione, e in particolare all’interno del Parlamento europeo, è sempre più controverso, soprattutto dopo la Brexit”, scrive el Castellano. Ma da noi non se ne parla affatto, mentre associazioni come l’AFRAV francese o la GEM+ di Bruxelles danno battaglia contro la decisione di concepire i documenti europei in modo bilingue a base inglese (dalla carta d’identità al passaporto vaccinale da noi chiamato insensatamente “green pass”) perché costituiscono dei precedenti che violano il plurilinguismo alla base dell’UE e fanno dell’inglese la lingua dell’Europa in modo illecito.

Come ho già scritto (→ “Francia, Germania, Spagna e Portogallo difendono la loro lingua nell’UE. E l’Italia?”), in Francia stanno facendo quello che abbiamo chiesto nella nostra petizione di legge al punto 10: adoperarci perché l’italiano ritorni a essere una lingua di lavoro in Europa. Ma i politici italiani non lo capiscono, e nonostante le firme a sostegno del disegno di legge siano quasi 1.500 non danno risposte. I mezzi di informazione italiani, del resto, continuano a ignorare la petizione, al contrario di quelli all’estero che hanno dato spazio alla nostra iniziativa, con il paradosso che è circolata su France Culture o su una rivista viennese, ma non da noi. E così sono stato contattato da un membro dell’Associazione per la difesa del francese che mi ha chiesto di poter tradurre un mio articolo sul plurilinguismo sulla loro rivista; sono stato contattato da un membro della VDS tedesca, Kurt Gawlitta, che ho poi intervistato, e che è preoccupato non solo per gli anglicismi nel tedesco, ma soprattutto perché in Germania stanno “cedendo alla lingua angloamericana interi settori linguistici, in particolare l’economia e la scienza”; sono stato contatto dall’OEP (Osservatorio Europeo del Plurilinguismo), che sta creando un dizionario degli anglicismi nel francese e con cui ho avviato un gemellaggio con il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi, in modo che sia possibile confrontare le voci presenti nei due Paesi e le soluzioni (ma il confronto è impietoso per l’italiano).

In Italia, invece, tutto tace.
Non sto dicendo che all’estero non ci siano gli anglicismi o gli anglomani adulatori dell’inglese internazionale e in Europa. Però all’estero c’è un dibattito. Da noi c’è il pensiero unico e il decervellamento della nostra classe dirigente e intellettuale. Non c’è partita, fuori dal pallone.

Noi ci accontentiamo di battere gli inglesi sul campo di calcio, in una diretta televisiva dove c’era solo l’espressione “Europei venti venti”, perché persino le date, per interferenza dell’inglese, ormai si sentono dire così.

Che fine sta facendo l’italiano?

Maturità 2019. In un liceo artistico di Milano, gli studenti sono alle prese con la seguente prova di esame. L’espressione “incriminata” è “salotto-tinello”.

 

tinello e living maturita
Agli studenti milanesi la parola “tinello” (piccola sala da pranzo) suona quasi incomprensibile. Il loro professore di design tuona contro questo linguaggio obsoleto: living! Si dice living, questo è il “tecnicismo” che si usa nel settore.

Che vergogna tinello! Che parola antica! È addirittura italiana… Per una volta che il linguaggio del Miur parla italiano, ecco che un insegnante della capitale dell’itanglese si scaglia contro la nostra lingua in nome di un’anglomania deficiente. La deficienza sta nel fatto che in inglese si dice living room, living è una decurtazione all’italiana che richiama ai più una pubblicità della Scavolini: “II mio bagno, il mio living, la mia cucina”, pronunciata da un personaggio (per molti fastidioso) come il cuoco Cracco (ma forse è fastidioso anche dire cuoco invece di chef, in questi tempi in cui il francesismo è percepito come inglese).

Dietro questa scenetta, reale, c’è tutto il dramma dell’italiano. Il Morbus anglicus non sta nella lingua, sta negli italiani, in particolare gli anglofili ottusi convinti che per essere tecnici, o semplicemente moderni, si debba abbandonare la nostra lingua con l’alibi dei tecnicismi.

Naturalmente non tutti la pensano come me. Una schiera di anglomani è pronta a difendere la posizione di questo insegnante. Costoro, per distinguersi ed elevarsi, utilizzano i tecnicismi in inglese che diventano in questo modo sempre più “insostituibili” ed entrano nell’uso sbaragliando le alternative possibili. E se l’insegnamento è nelle mani di chi la pensa a questo modo è inevitabile che gli studenti si stupiscano davanti a una parola come “tinello”, che non sono più abituati a sentire. Che altro potrebbero fare? L’inglese e l’itanglese si diffondono così, veicolati da piccoli uomini che ripetono ciò che imparano su piccoli manuali mal-tradotti di autori statunitensi. Gli esempi sono infiniti.

Mi sono spesso scontrato con il linguaggio delle scuole professionali in cui mi è capitato di insegnare, dove i compiti si chiamano homework, i corsi di recitazione sono stati ribattezzati di acting, le materie si chiamano storytelling o filmmaking e così via, tra gli open day accalappia-studenti e i workshop al posto dei seminari. Mi è stato risposto che le mie scelte “eccentriche” di utilizzare l’italiano non sono funzionali al mondo del lavoro con motivazioni di questo tipo:

“Il progressivo passaggio a una lingua più anglicizzata è una scelta di funzionalità. Il marketing è una materia spiccatamente anglofona, e usare termini tecnici non nativi si è rivelato spesso perdente. O perlomeno: poco funzionale. E lo stesso vale nel filmmaking (che potremmo chiamare produzione audiovisiva, consci però del fatto che molti fraintenderebbero quello di cui parliamo), o nei corsi di Web, App e 3D. Così come ritengo perfettamente sensato che un pianista di New York usi il termine forte invece di strong quando parla dell’intenzione di esecuzione di uno spartito, allo stesso modo mi sembra ovvio usare competitor invece di concorrente, se voglio usare un linguaggio professionale. La realtà lavorativa progettata da questi linguaggi tecnici è diversa da quella progettabile usando un italiano pure corretto ma, appunto, non di uso. Il corso di laurea in design di prodotto si chiama ancora – o si è chiamato fino a pochi anni fa – disegno industriale. Credo che il 90% dei diplomati dell’ultimo lustro non si riconosca in quella dicitura, e si presenti a un colloquio dicendo: ho studiato product design.”

Peccato che, a parte cappuccino o espresso, gli italianismi nel mondo risalgano perlopiù al Settecento, nella musica, o al Rinascimento nell’ambito artistico. Una volta le nostre parole identificavano le nostre eccellenze, ma in tempi recenti non sappiamo che usare l’inglese vissuto (a torto) come tecnico o internazionale persino per ciò che ci contraddistingue: il made in Italy, l’italian design, Eataly, SlowFood… Se andiamo a quantificare il numero degli italianismi penetrati nell’inglese vediamo che sono numericamente contenuti e soprattutto che la maggior parte di essi è stata adattata (design da disegno, novel da novella, comedy da commedia…), mentre gli anglicismi che importiamo sono migliaia e migliaia, e non italianizziamo quasi nulla, anzi, spesso li accorciamo a modo nostro (basket e non basketball) o inventiamo pseudoanglicismi che hanno la funzione di suonare inglesi, non di esserlo.

Quando gli insegnanti (e più in generale, fuori da questi orticelli: la nostra classe dirigente) scelgono di parlare in questo modo per la formazione degli studenti  operano per la regressione dell’italiano e la diffusione dell’itanglese. Contribuiscono a svilire la grande tradizione storica per esempio del nostro disegno industriale, o sostengono che competitor sia più professionale di competitore non si capisce bene su quali basi, se non quelle del proprio gusto personale, con il risultato che i ragazzi che plasmano si vergogneranno di questa espressione e opteranno per l’inglese, che fa parte evidentemente di un preciso “progetto” culturale-linguistico.

Mentre alcuni linguisti, nella loro torre d’avorio, continuano a negare il problema dell’anglicizzazione della nostra lingua, gli addetti ai lavori ne sono ben consapevoli, e rivendicano con orgoglio il ricorso all’inglese come una scelta: la prassi più opportuna, funzionale e preferibile. Il ricorso agli anglicismi è insomma una strategia comunicativa (interna) in troppi settori, l’altra faccia di una colonizzazione economica e culturale (pressione esterna) davanti alla quale siamo succubi: ripetiamo i modelli e le categorie statunitensi insieme alle loro parole, che consideriamo superiori. Non sappiamo più elaborare concetti nostri in italiano e insieme alla nostra lingua stiamo perdendo la nostra cultura e la nostra capacità critica.

Tra i mille esempi che si potrebbero fare, basta leggere un testo di marketing come questo:

Il lead time si misura in termini di risposta. Minore è l’attesa, maggiore è la competitività. Il cliente può chiedere la produzione di un prodotto ex novo (time to market) o la spedizione di un bene finito (time to order) ed in entrambi i casi il tempo andrà gestito in maniera efficiente. (..) Fra le varie metodologie, la più diffusa rimane la Just In Time (o JIT) che punta sulla gestione delle scorte riducendo al minimo gli sprechi. La JIT richiede la massima coordinazione di tutte le fasi che costituiscono l’attività d’impresa al fine di ottimizzare il magazzino snellendo i tempi di ricerca e di invio del prodotto. Applicata sia al time to market che al to order, la JIT aumenta la competitività dell’azienda aumentando il suo valore nel mercato di riferimento. (…) Garantire al cliente una consegna rapida permette di creare un network di fidelizzazioni valutabili in termini di feedback. (…) Il payment può avvenire con carta di credito, sistemi telematici, contrassegno e bonifico ma la conferma può rientrare in uno step successivo. (…)  L’ottimizzazione degli order picking seguendo il metodo del JIT riduce le giacenze…

Ecco che fine sta facendo l’italiano. I concetti chiave sono espressi in inglese, e dunque diventano tecnicismi, senza alcuna motivazione plausibile, a parte il fatto che preferiamo creolizzarci.
L’italiano è ridotto a una parafrasi definitoria iniziale (necessaria, visto che l’inglese è ben poco conosciuto) che si abbandona subito dopo per usare la terminologia inglese, simbolo di modernità e di funzionalità: network e non rete, feedback e non riscontro, payament non pagamento, step non passo, order picking e non raccolta degli ordini, lead time non tempi di consegna, time to market non tempi di produzione, just in time non produzione su richiesta
Questa strategia linguistica basata sulle parole aliene e sull’inglesorum è quella che usiamo sempre più nel mondo del lavoro e che insegniamo alle nuove generazioni e non perché siano tecnicismi, ma perché nella nostra rinuncia all’italiano abbiamo deciso che diventino tecnicismi!

Si possono fare innumerevoli esempi di questo tipo, pescando da ogni settore.

È questo è il destino dell’italiano? Una lingua da usare per comprare il pane ma inadatta a parlare della contemporaneità, della scienza, della tecnica, del lavoro, dell’informatica, della moda…? Una lingua del genere è sempre più simile a un dialetto.

Le lingue evolvono, certo. Ma in questo momento storico dobbiamo chiederci come l’italiano si stia evolvendo e quantificare l’interferenza dell’inglese che è ormai uno tsunami, per dirla con Tullio De Mauro.

Davanti all’anglicizzazione siamo a un bivio. C’è chi ne va fiero, lo pratica per elevarsi e sentirsi moderno, ne sostiene la necessità e l’insostituibilità; e poi c’è chi invece ne è infastidito e lo evita. Dalle nostre scelte di oggi dipende l’italiano o l’itanglese del futuro.

Fuori da questa opposta visione delle cose c’è anche qualche linguista che ci dice che l’anglicizzazione è tutta un’illusione ottica, come la temperatura percepita che non è quella “reale” (peccato, a proposito delle attuali ondate di caldo, che la gente finisca in ospedale proprio per la temperatura percepita, e non certo per i gradi centigradi che non sono un parametro più “reale”, visto che non tengono conto di umidità e altri fattori che sono quelli che ci fanno stare male); o che la stessa moda l’abbiamo vissuta quando era il francese a costituire un modello sociolinguistico da imitare (ma fu un fenomeno completamente diverso, basta studiarlo); o ancora, che gli anglicismi sono soggetti a rapida obsolescenza, sono una moda passeggera e presto smetteremo di dire badge e torneremo a dire tesserino

Io posso comprendere chi è anglomane e preferisce il living con angolo cottura al salotto-tinello (se non altro è consapevole delle proprie “scelte funzionali”) anche se davanti a queste posizioni che non condivido mi viene da piangere. Ma di fronte alle analisi dei linguisti negazionisti non si può che ridere.

Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come “know how”

Sul sito dell’Accademia della Crusca, qualche giorno fa è stata pubblicata una consulenza linguistica di Claudio Giovanardi sulla traducibilità di know how che si conclude con “una prognosi infausta per qualsiasi ipotesi di traduzione italiana”.

Le motivazioni sono basate sul fatto che l’anglicismo veicolerebbe “una nozione complessa, bisognosa di una lunga perifrasi esplicativa” e che avrebbe una “collocazione iniziale” nei linguaggi tecnico-scientifici, anche se poi si è riversata nel linguaggio comune.

Credo però che si possano fare “prognosi” differenti.

Know how: è possibile tradurlo? Certo che sì: competenze

La traducibilità di know how in italiano si può constatare con qualche esempio contestualizzato tratto dai primi articoli che escono cercando la locuzione su Google notizie:

“Cooperazione, passione e motivazione le chiavi per diffondere il know-how finanziario e favorire la parità di genere” (Adnkronos, 9 maggio 2019).
Possibilità espressive diverse: competenze (conoscenze, esperienze) finanziarie.

“Gruppo Sme.UP: architetture IT, know-how dirompente al servizio delle aziende” (Data manager, 6 maggio 2019).
Possibilità espressive diverse: competenze (capacità, conoscenze, cognizioni, specializzazioni, esperienze) dirompenti.

“Sanità: incontri a Mosca per scambi know how e cooperazione tra la Russia e la Puglia” (L’obiettivo 28 aprile 2019).
Possibilità espressive diverse: competenze (conoscenze, cognizioni, specializzazioni, esperienze, tecniche).

In questi esempi i giornalisti hanno scelto l’inglese, ma è perfettamente lecito esercitare scelte differenti italiane esprimibili in una sola parola, come accade all’interno degli articoli, dove l’anglicismo dei titoloni è talvolta sostituito dai sinonimi italiani. Dunque non riesco a condividere l’affermazione che “in contesti di lingua comune dovremmo probabilmente usare conoscenze (o competenze, o esperienze) pregresse o qualcosa del genere”; non mi pare che ci sia bisogno di specificare “pregresse”, lo trovo inutile e ridondante (è evidente che le competenze siano già state acquisite). Togliendo l’aggettivo, rimangono numerose alternative di una parola sola, e se si guarda “l’economia linguistica” non risultano particolari svantaggi: know how non è “una sola parola”, soprattutto se scritto senza il trattino di unione, è solo un po’ più corto (8 caratteri, spazio o trattino incluso, contro 10 di competenze).

Nel linguaggio comune l’accezione tecnica non sembra caratterizzante: in molti esempi tratti dalla stampa si aggiunge l’aggettivo “tecnico” o “tecnologico” proprio per rimarcarne l’ambito:

“Dall’operaio al manager, tutti devono avere un solido know-how tecnico” (Corriere della Sera, 11/12/ 2018);
“Ingenti volumi con elevato know-how tecnico che garantisca la migliore qualità…” (La Repubblica, 3/11/2014);
“Sull’innovazione prodotta dal know-how tecnologico” (La Repubblica, 24/04/2019);
“Il progressivo abbandono della pratica del trasferimento forzato del know how tecnologico per le aziende Usa che vogliano lavorare in Cina” (Il Messaggero 4/4/2019).

La collocazione in ambiti tecno-scientifici, inoltre, non sembrerebbe appartenere all’inglese, ma sarebbe semmai il risultato della sedimentazione dell’anglicismo all’interno della nostra lingua, cioè un’accezione peculiare dell’italiano.
Know significa saperehow significa come.
L’Oxford english dictionary dà una definizione che rimanda alla conoscenza pratica, all’abilità e alla competenza (“Practical knowledge or skill; expertise”), tutte parole esistenti in italiano, e aggiunge tra gli esempi d’uso proprio: “technical know-how”.

La domanda che bisognerebbe rivolgere alla Crusca è allora molto semplice. Perché in italiano know how dovrebbe essere “intraducibile” (prognosi infausta) mentre in francese e in spagnolo è perfettamente tradotto (prognosi fausta) con espressioni comuni e non tecniche?


Perché in italiano è intraducibile, ma in francese e spagnolo si traduce?

bandiera franceseIn francese si dice semplicemente savoir-faire (ma da noi questa espressione si è acclimatata con un’accezione diversa legata al costume) come si può leggere sul Grand dictionnaire terminologique (GDT) del Québec. Cercando poi l’espressione inglese sulla Wikipedia si finisce sulla pagina del corrispondente francese.

wikipedia francia know how savoir fair

Andando a vedere gli esempi concreti di traduzioni francesi, quando si vuole rimarcare l’accezione tecnologica si aggiunge molto semplicemente savoir-faire technique, come negli esempi fatti sopra in italiano.

bandiera spagnolaAnche in spagnolo l’anglicismo viene affiancato senza problemi dall’espressione conocimiento fundamental, stando alla Wikipedia,  mentre nel Dizionario panispanico dei dubbi, come ricorda Gabriele Valle, si consiglia di tradurlo con saber hacer, cioè saper fare (che è poi il significato letterale di savoir-faire): “L’esistenza di questa locuzione spagnola rende non necessario l’uso dell’anglicismo know-how, molto usato nell’ambito imprenditoriale”.

A questo punto tutto è più chiaro: la prognosi di know how e di moltissime altre parole del genere non è la stessa ovunque, altrove non è affatto intraducibile. Siamo noi italiani che abbiamo qualche problemino a tradurre gli anglicismi, perché le condizioni culturali in cui viviamo sono molto diverse da quelle dei Paesi francofoni e ispanofoni: all’estero si va fieri della propria lingua, e non si registra un complesso di inferiorità davanti all’inglese. In Italia manca questa cultura, mancano queste condizioni sociali. Forse abbiamo qualche “patologia” (per seguire le metafore di Morbus anglicus e di prognosi) se persino il maggior organo che custodisce  la nostra lingua, la Crusca, assume posizioni inaudite nelle accademie spagnole o in quella francese.


I limiti di azione del Gruppo Incipit

Se know how non avesse equivalenti italiani perfetti, si potrebbero coniare, in teoria. Per esempio “competecnica” o qualcosa di meglio, visto che il suggerimento di esperienzativo proposto da un lettore viene bocciato. Ma la nostra accademia non segue questa via, e questo è un altro grande limite italiano che ci differenzia dai Paesi vicini: la volontà di non proporre neologie alternative da parte delle istituzioni, unita all’atteggiamento che  giustifica l’intraducibilità di certi anglicismi, ci sta riempiendo di parole inglesi.
Le campagne mediatiche e istituzionali contro l’abuso dell’inglese, in Francia e Spagna, promuovono e diffondono gli equivalenti autoctoni, ma quando mancano i traducenti coniano nuove parole.
La Crusca non opera in questo senso. Davanti all’inglese, l‘unica neoconiazione che si è registrata è quella di Francesco Sabatini che nel 2016 ha proposto “adozione del configlio” al posto di stepchild adoption (comunicato n. 5 del Gruppo Incipit), ma nel 2018 (comunicato n. 9) è stata fatta sparire e tra le alternative riassunte c’è solo adozione del figlio del partner, che ricorre a un anglicismo per sostituirne un altro, un modo di operare che ha suscitato non poche perplessità e critiche da parte di molti.  Tra le altre critiche mosse al gruppo c’è quella di aver rilasciato, dal 2015, soltanto 12 comunicati con le alternative a una ventina di parole inglesi, il che ha un valore soltanto simbolico che può essere molto importante, ma non ha prodotto strumenti di utilità pratica.

Comunque sia, la costituzione del Gruppo Incipit non ha come scopo quello di combattere gli anglicismi – questo va gridato molto forte – ma solo di frenare quelli incipienti, agendo quando appaiono e dando per scontato che se una parola si radica è poi impossibile scalzarla. Ciò non è vero, come sarà chiaro tra poco, ma soprattutto questa filosofia contiene anche altri elementi di debolezza.

Per prima cosa non è facile capire quando un forestierismo appare, siamo avvolti quotidianamente da nuvole di anglicismi, ma è difficile prevedere quali siano occasionalismi passeggeri e quali si stabilizzeranno. Tullio De Mauro ha notato come molte espressioni (per esempio benchmark) si fossero accreditate nell’uso tecnico già decenni prima che il termine si diffondesse nell’uso comune.

Questo non vale solo per gli anglicismi, anche tsunami (per fare un esempio giapponese che De Mauro ha usato per definire lo tsunami anglicus dei nostri giorni) era registrato nei dizionari dagli anni ’60 come tecnicismo, prima che si riversasse nell’uso comune e diventasse popolare in seguito alla tragedia che nel 2004 ha sconvolto l’oceano Indiano. Dunque, visto che prima di radicarsi gli anglicismi sono spesso preceduti da un “periodo di latenza” (come ha osservato Michele Cortelazzo), il Gruppo Incipit dovrebbe creare un doppio argine, per essere efficace: diffondere le alternative italiane innanzitutto nei linguaggi di settore, quando appaiono (ma anche questo è un compito arduo) e in seconda battuta alzare gli argini quando si riversano nel linguaggio comune per i motivi più disparati. Se non si crea il primo argine sarà più difficile che funzioni il secondo, perché quando una parola esce dal suo ambito specifico per diventare popolare, i giornali la ripropongono bella e pronta senza traduzioni. È così che i tecnicismi inglesi, che nei linguaggi di settore vengono tradotti sempre meno, tracimano poi nel linguaggio mediatico: know how oppure benchmark, spread, spending review

Ma da dove viene la strategia di contrastare solo gli anglicismi incipienti, invece di promuovere le alternative italiane di fronte all’interferenza dell’inglese come fenomeno complessivo?


Occorre guardare oltre la prospettiva del Gruppo Incipit

Scrive Giovanardi:

“Il DELI di Cortelazzo-Zolli ci dice che know how è diffuso in italiano a partire dal 1955 e che il vettore è stato la stampa periodica. La probabilità di successo di un traducente italiano è legata alla tempestività con cui viene proposto e usato. Se si dà all’anglicismo la possibilità di attecchire nella lingua (tanto più nella lingua comune) diventa difficile pensare di poterlo scalzare. Potremmo oggi sensatamente pensare di sostituire con un corrispondente italiano parole come film o sport? La risposta è no”.

Credo che nessuno voglia scalzare parole come film o sport, in primo luogo perché sono addirittura ottocentesche, ma soprattutto perché non violano il nostro sistema grafico e fonetico, e per questo sono state assimilate senza troppi problemi generando anche una serie di derivati perfettamente italiani nella loro struttura: filmino, filmare, sportivo, sportività… Lo stesso non si può dire di know how.

In ogni caso, affermare che non è possibile arginare un anglicismo ormai radicato può essere vero da un punto di vista statistico in Italia, ma non è affatto vero logicamente né è applicabile a quanto avviene all’estero. E qui si ritorna al solito problema: ha poco senso combattere i singoli anglicismi, bisogna creare un nuovo atteggiamento, tentare una rivoluzione culturale e lavorare per seminare le condizioni perché anche nel nostro Paese si spezzi la “strategia di dirlo in inglese” e si possa tornare a parlare in italiano senza vergogna e complessi di inferiorità. Questo è il terreno della battaglia, un terreno che dovrebbe essere salvaguardato dalla politica e dalle istituzioni, non solo dalla Crusca.

Gli anglicismi, incipienti o stagionati, non sono erbacce da estirpare dai dizionari, sono semi infestanti di cui bisogna denunciare gli effetti a catena nocivi (per la nostra lingua) per far sì che la gente non li coltivi. Non avrebbe senso bandire una parola radicata come meeting. Quello che ha senso è promuovere incontro, convegno, congresso, assemblea, e a seconda dei contesti riunione, raduno, conferenza, simposio, tavola rotonda… Davanti alla percezione che l’inglese sia più evocativo (l’inglese in generale, non un singolo anglicismo), bisognerebbe convincere i parlanti che la nostra lingua è bella e preferibile, per fare regredire le frequenze dell’inglese, non per cancellarlo.

Risultati del genere si possono ottenere solo attraverso una rivoluzione culturale basata sulla valorizzazione e la promozione del nostro patrimonio linguistico. Significa far capire ai politici che introdurre parole come jobs act e navigator sarà per loro controproducente, in termini elettorali. O ai giornalisti che i lettori preferiscono parole italiane e chiare, rispetto agli anglicismi. Significa creare le condizioni per cui un imprenditore parli con orgoglio di missione e visione, invece di mission e vision, che un parrucchiere o un truccatore si definiscano così, invece di hair stylist e makeup artist, che un aspirante attore preferisca iscriversi a un corso di recitazione e non di acting, o che un blogger si presenti come un bloggatore perché gli suona meglio. Significa far passare l’idea che gay non è politicamente più corretto di omosessuale, è solo più corto, che spread non è più preciso di differenziale, forbice o forchetta, e che parlare del giusto dressing non ci eleva rispetto a il saper vestire, ci rende semmai ridicoli, visto che in inglese indica una salsina per l’insalata (al massimo si dovrebbe parlare di clothing).

Solo cambiando le motivazioni sociolinguistiche che stanno impoverendo l’italiano potremmo assistere alla regressione dell’inglese, anche di quello radicato. Dare per scontato che è impossibile scalzare l’inglese, e arginarne la frequenza, significa assumere una posizione politica ben precisa: quella di non volere intervenire. Una strategia diversa rispetto a quelle di Francia e Spagna dove al contrario si lavora per creare una nuova cultura, e le accademie non sono lasciate sole, sono affiancate da altre istituzioni e dallo Stato. Ecco perché da loro le “prognosi” sono fauste e la regressione di anglicismi radicati è possibile!


La regressione dell’inglese in Francia e in Spagna

“L’Accademia di Francia ha proposto inutilmente di sostituire dopage a doping”, scriveva nel 1988 Gian Luigi Beccaria (Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano, p. 220).

A quei tempi era difficile misurare l’efficacia di questi provvedimenti, ma oggi, se si analizzano le frequenze di doping e dopage attraverso uno strumento statistico come Ngram Viewer di Google, vediamo che le cose si sono evolute diversamente.

dopage e doping in francese
La regressione di doping nel francese.

Come si può vedere l’anglicismo è regredito. Benché i provvedimenti per la difesa del francese esistessero da ben prima, nel 1994 è arrivata anche la legge Toubon a migliorare le cose (proprio da quell’anno il francesismo sale e l’anglicismo scende). E chi nega la validità delle indicazioni di Ngram (magari solo quando gli fa comodo) può trovare molte altre conferme di questa tendenza, a cominciare dalle ricerche che si possono fare su un giornale come Le Monde (al 12/5/2019 doping restituisce 261 articoli contro i 7.093 di dopage) per finire con la Wikipedia francese dove la voce doping non esiste: si è reindirizzati a dopage.

Tutto questo non può che avere una ricaduta su come i francesi parlano!
Gli italiani, invece, che cosa possono fare se non ripetere doping che leggono sui giornali e sentono in tv senza alternative? Drogaggio o dopaggio (quest’ultimo non è neppure riconosciuto dal mio correttore ortografico) esistono solo nei dizionari, ma non li usa nessuno perché nessuno li promuove.

Container
Un altro esempio è quello di container e conteneur. Cercando l’anglicismo sulla Wikipedia finiamo alla voce autoctona che recita:

“Nell’ambito dei trasporti, un conteneur (forma raccomandata in Francia dalla DGLFL e in Canada da l’OQLF) o container, è un cassone metallico…”.

Il DGLFL è sostanzialmente il ministero della cultura, e l’OQLF è un’organizzazione pubblica del Quebec, ma anche l’Accademia francese non si sognerebbe mai di proclamare container come intraducibile. Lì si opera per tradurlo (in questo caso con una parola di uso comune, in barba a chi lo etichetta come un tecnicismo o internazionalismo necessario) e per promuovere l’uso della traduzione senza vergognarsi della propria lingua. Il risultato è ancora una volta la regressione della frequenza dell’anglicismo, che esiste, non viene “estirpato”, ma si usa poco perché si preferisce il francese.

contanier in francese
La regressione di container nel francese.

 

Brainstorming
Un terzo caso emblematico, grazie alla politica linguistica e all’intervento dell’Académie française, è quello di brainstorming, un termine che ha cominciato a diffondersi negli anni ’50. Sul sito della Crusca si legge che è intraducibile, invece in  Francia, negli anni ’60, proprio un membro dell’Accademia, Louis Armand, ha coniato l’alternativa spremi-meningi (remue-méninges) che non ha soppiantato l’inglese, però esiste e ne ha arginato la diffusione.

brainstorming in francese
Brainstormnig e remue-mèninge nel francese.

Naturalmente, non tutte le alternative proposte hanno successo, alcune non sono recepite e praticate, ma comunque la gente può scegliere come parlare. In spagnolo, a riprova che non esiste nulla di intraducibile, brainstorming è stato tradotto con  pioggia di idee (lluvia de ideas) che ha avuto un certo successo.

barinastorming in spagna
Brainstormnig e lluvia de ideas in spagnolo.

Noi potremmo dire per esempio parole in libertà, ma chi proporrebbe questo equivalente? E, soprattutto, chi lo promuoverebbe se non abbiano un analogo delle accademie estere e non abbiamo una politica linguistica istituzionale? Il punto è racchiuso qui. Nel dotarci anche noi di organi istituzionali che vogliano promuovere la lingua.

After shave
Anche in Italia sono possibili regressioni dell’inglese, ed esistono dei precedenti, benché sporadici. Un esempio è quello di after shave di fronte a dopobarba.

afterf shave e dopobarba in italiano
La regressione di after shave in italiano.

Si vede chiaramente che l’anglicismo ha avuto un’impennata negli anni ’70, e cercando sugli archivi dei giornali si può scoprire che era dovuta soprattutto alle pubblicità, che in quel periodo avevano puntato sull’inglese. Poi, però, qualcosa è cambiato e le pubblicità sono tornate a preferire l’italiano, con la conseguenza che l’anglicismo è regredito, e ancora oggi è possibile trovare, nei reparti dei supermercati, le confezioni di prodotti che hanno più frequentemente una comunicazione in italiano. Se così non fosse ripeteremmo ciò che leggeremmo sulle scatole che ci vendono.


Come uscire dalla crisi dell’italiano?

A questo punto è evidente che l’operato della Crusca non è certo paragonabile a quello dell’Académie française o delle accademie spagnole (che sono una ventina). Il che non è un giudizio qualitativo, ma una constatazione politica. Quando il servizio di consulenza della nostra accademia scrive che know how, brainstorming o selfie (in francese égoportrait) sono intraducibili o non hanno “sinonimi perfetti” sta adoperando un criterio molto diverso dagli organismi analoghi degli altri Paesi, e con queste prese di posizione invece di favorire l’allargamento di significato delle parole italiane contribuisce a diffondere l’inglese.

La filosofia linguistica dominante nel nostro Paese ha un approccio descrittivo della lingua, più che prescrittivo/normativo. In altre parole, dopo secoli di purismo, la tendenza è quella di osservare come la lingua evolve senza intervenire, rinunciando sempre più all’idea di correggere, di prescrivere cosa è giusto e cosa è sbagliato, e davanti a questa prospettiva “osservatrice” e non interventista poi succede che i mezzi di informazione equivochino le cose traducendo questo approccio in titoloni semplicistici come “la Crusca sdogana scendi il cane” e simili. Ma di fronte all’inglese, bisognerebbe forse recuperare un po’ di normativismo e puntare maggiormente a una sintesi tra descrizione e prescrizione che permetta all’italiano di evolvere senza perdere la propria identità. Il liberismo linguistico ben sintetizzato da Gian Carlo Oli per cui la lingua non va difesa, ma va studiata, ha fallito. Ci sta portando verso l’itanglese e la regressione dell’italiano. Le pressioni esterne della globalizzazione, anche linguistiche, vanno contrastate, non aiutate dall’interno da una classe dirigente e da intellettuali che vedono nella cultura e nella lingua inglese il punto di riferimento. L’italiano ha bisogno di essere tutelato, perché da solo non ce la fa, senza snaturarsi.

Purtroppo non si vede nulla di istituzionale all’orizzonte (almeno di serio). Davanti all’abuso dell’inglese nascono al contrario tante iniziative private tra loro scollegate.

Penso agli scioperi della fame di Giorgio Pagano.
Penso all’iniziativa “Dillo in italiano” di una pubblicitaria come Annamaria Testa che nel 2015 ha raccolto 70.000 firme e che ha portato alla costituzione del Gruppo Incipit, che però non basta.
Penso al “foro Cruscate”, fondato dal professor Marco Grosso e da Paolo Matteucci, matematico e fonetista, che da anni è attivo nella lotta contro il morbus anglicus con una comunità di utenti che discutono di traducenti con enorme rigore e competenza.
Penso a Gabriele Valle e al suo sito e libro Italiano Urgente che invita a seguire i modelli delle alternative agli anglicismi che si adottano in Spagna.
Penso a un traduttore come Giulio Mainardi che ha messo in rete il proprio “Dizionarietto di traducenti”.
Penso a un avvocato come Maurizio Villani che ha denunciato e raccolto gli anglicismi che si moltiplicano nei documenti fiscali rivolgendosi con una petizione al Gruppo Incipit.
Penso a una professoressa come Giuliana Della Valle, una mamma di quattro figli che ha deciso di aprire un sito e lanciare il suo appello alla Crusca e all’onorevole Marco Bussetti.

Di appelli come questi ce ne sono anche tanti altri, ma forse non andrebbero rivolti alla Crusca, ma alla politica. E tutti questi tentativi di creare sostitutivi che possibilità hanno di entrare nell’uso, se manca una politica linguistica che li possa diffondere?

Creare alternative a tavolino è “un simpatico ma infruttuoso gioco di società”, per riprendere le parole di Claudio Giovanardi. Come dargli torto?

Senza un progetto più ampio che abbia al centro la tutela del nostro patrimonio linguistico la traduzione non ha alcun senso pratico. E se la Crusca non incarna questo ruolo lo dovrebbe incarnare lo Stato, oppure proprio lo Stato dovrebbe investire ufficialmente la Crusca di questo compito.

attvisti per l'italianoPer arginare l’avanzata dell’inglese e la regressione della lingua italiana, in questo momento storico, l’unica via che mi pare praticabile è un movimento dal basso, che unito, abbia la forza di chiedere alla politica e alle istituzioni un intervento concreto, dall’alto, per la tutela e la promozione del nostro patrimonio linguistico. Come avviene nei Paesi a noi vicini.

È questo il senso della comunità Attivisti dell’italiano.

La sostituibilità degli anglicismi e lo speciale Treccani sulla lingua italiana

L’articolo di oggi si intitola “La sostituibilità degli anglicismi con corrispettivi italiani” (vai all’articolo), ma invece di leggerlo qui lo potete fare sul sito Treccani (su questo sito è invece possibile lasciare eventuali commenti).

Treccani speciale lingua italiana Antonio Zoppetti

Lo speciale “Lingua italiana” uscito oggi è interamente dedicato al tema degli anglicismi: “Inglese – Italiano 2 a 1?” (vai allo speciale) e riprende il fortunato libro di Giovanardi-Gualdo-Coco: Inglese-italiano 1 a 1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi? (Manni, San Cesario di Lecce, 2003).

Come ha sottolineato lo stesso Giovanardi, la novità è che se questo titolo, nel 2003, aveva suscitato ilarità e accuse di neopurismo, oggi il tempo si è rivelato galantuomo, e sedici anni dopo l’attenzione sull’invadenza dell’inglese è completamente cambiata.

Ho già mostrato come studiosi del calibro di Luca Serianni, che ai tempi della denuncia di Arrigo Castellani sul “Morbus anglicus” non erano preoccupati dell’anglicizzazione della nostra lingua, in seguito hanno rivisto le loro posizioni. Persino Tullio De Mauro, dopo aver contrastato per una vita le tesi di Castellani, nel 2016 ha ammesso che nel nuovo Millennio la situazione si era ribaltata:

Trent’anni fa e più un valoroso filologo, Arrigo Castellani, nel diffondersi di anglismi nell’uso italiano vide e diagnosticò un morbus anglicus, un virus capace di infettare e corrompere la lingua italiana. Ma del fenomeno ormai bisogna dire di più. (…) L’afflusso di parole inglesi dagli anni Ottanta ai nostri ha assunto dimensioni crescenti, uno tsunami anglicus. Le ondate somigliano ormai infatti a un susseguirsi di tsunami…

[Fonte: Internazionale, 14 luglio 2016]

Per conoscere altri pareri su questo tsunami vi invito a leggere lo speciale Treccani che raccoglie i contributi di:

Claudio Giovanardi: “Inglese – Italiano 2 a 0”;
Michele Cortelazzo: “Gruppo Incipit: l’alternativa c’è”;
Francesca Rosati, “Vogliamo davvero impoverire l’italiano (e imbastardire l’inglese)?”;
Francesca Vaccarelli, “Burocratese e gobbledygook: il linguaggio oscuro in italiano e in inglese”;
Antonio Zoppetti, “La sostituibilità degli anglicismi con corrispettivi italiani”.

 

[PS: questo è il centesimo articolo di questo sito]

Buone notizie e qualche argine all’itanglese

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico: il recuperare le parole storiche della nostra lingua – attingendo, perché no?, anche dal patrimonio dialettale – per donare loro nuovi significati moderni e attuali. Lo si può fare attraverso la ricombinazione inedita di radici italiane, invece che importare dall’inglese come unica strategia per descrivere le novità del contemporaneo.

Questo è uno dei temi su cui traduttori, linguisti, autori e intellettuali si sono confrontati nei giorni scorsi al Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia di Siena, all’interno della manifestazione “Parole in cammino”. Ma il tema delle alternative e delle traduzioni italiane davanti all’inglese, nell’ultima settimana, è rimbalzato anche sulle pagine di tutti i giornali per esempio a proposito della sostituzione di doggy bag con rimpiattino, o di revenge porn con pornovendetta avvalorato dal Gruppo incipit dell’Accademia della Crusca.


Rimpiattino, il doggy bag italiano

La notizia della creazione del neologismo è dell’anno scorso, a dire il vero, ma è rimbalzata sul Corriere di qualche giorno fa perché nella capitale il rimpiattino è diventato un fatto.

Tutto è nato da un concorso della Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) che insieme a Comieco aveva lanciato un’iniziativa contro lo spreco alimentare nei bar e ristoranti. Davanti a una parola mancante, in italiano, per designare il doggy bag, le associazioni hanno indetto una gara tra i ristoratori per trovare una soluzione creativa. L’alternativa vincente è stata quella del Duke’s Bar&Restaurant di Lorenzo Farina di Roma che (nonostante il nome anglicizzatissimo) ha proposto un meraviglioso “rimpiattino” che si appoggia a piatto e ammicca al neologismo impiattare, ormai in voga, in uso e accettabile anche secondo la Crusca: “Si tratta di una formazione corretta e analoga, come abbiamo detto, a molte altre dell’italiano; la diffusione piuttosto ampia e l’accoglimento nei dizionari più recenti confermano inoltre la sua crescente vitalità”.

rimpiattino

Ma poiché il problema non è quello di inventare una parola, bensì di riuscire a diffonderla, la novità è che il rimpiattino non è più solo un nome: è una realtà, un oggetto concreto (e molto bello) che è stato messo in produzione, è disponibile nei locali, e si chiama così, come scritto chiaramente sulla confezione. Un cliente può quindi domandare un rimpiattino, per portarsi via ciò che non ha consumato, senza ricorrere all’inglese doggy bag, senza usare parole più ampie (iperonimi) come busta, confezione o sacchetto e senza ricorrere a perifrasi e giri di parole.

E questa è la prima buona nuova.

 


Traduzioni creative. Fra lingua e dialetto

Al convegno “Traduzione creative. Tra lingua e dialetto” che si è tenuto nella cornice mozzafiato della Biblioteca degli Intronati di Siena (7 aprile 2019) si è discusso anche di un altro concorso: “Parole in cammino”, ideato da Massimo Arcangeli, che invita tutti a proporre nuove traduzioni “creative”, invece che “funzionali”, per le “parole mancanti” (come le chiama la traduttrice Simona Mambrini), attingendo anche dal patrimonio dei nostri dialetti.

siena 7 aprile 2019 parole in cammino
Un’immagine dalla Biblioteca degli Intronati, durante l’intervento che ho fatto insieme a Fabio Pedone e Simona Mambrini.

A proposito degli “intraducibili”, la traduttrice Ilide Carmignani ha distinto acutamente le parole che non si riescono a fare corrispondere perché sottintendono “universi concettuali” differenti tra due lingue, da quelle che non hanno corrispondenti, e Simona Mambrini ha ricordato che di fatto tutto è traducibile, il punto sta semmai nel farlo con una parola sola, ma quando non si riesce si può sempre ricorrere a spiegazioni e perifrasi. La traduzione è perciò anche l’arte di riuscire a creare neologismi, coniazioni e riconiazioni efficaci e, per dirla con Fabio Pedone, valentissimo traduttore di Joyce, il processo di “invenzione” dei neologismi non solo si appoggia al patrimonio linguistico storico, ma spesso è una “reinvenzione” delle parole che allarga i significati precedenti. Quando D’Annnunzio ha utilizzato “velivolo” per indicare l’aeroplano ha operato un’invenzione e allo stesso tempo una reinvenzione: precedentemente la parola indicava le navi leggere che si muovevano con le vele (su i legni velivoli le molte robe imponemmo, Pindemonte), ma dopo la nascita dell’aeroplano è diventata una “macchina volante”. Il gioco del tradurre è molto affine a questo reinventare, secondo Pedone: i traducenti creativi partono spesso da radici e concetti preesistenti, e il bello è che producono risultati imprevisti e imprevedibili, in un gioco di rimbalzi per cui i traducenti proposti con certi significati vanno oltre gli intenti di chi li ha pensati, e producono risemantizzazioni inaspettate che a loro volta possono portare a ulteriori neoconiazioni.

Nel concorso “Parole in cammino”  sono proposte due tipologie di parole straniere da tradurre:
♦ quelle che coinvolgono per esempio la traduzione di testi letterari, che riguardano tutte le lingue e si scontrano con il problema delle “parole mancanti” e dei differenti “universi concettuali”;
♦ e poi gli anglicismi che circolano senza alternative nella lingua italiana, oppure di cui esisterebbero i traducenti, anche se non sono in uso o suonano meno evocativi.

Nel primo elenco c’è per esempio lo spagnolo ensimismarse. Come si potrebbe rendere in italiano? Deriva da “en sí mismo” cioè “in sé stesso” e vuol dire astrarsi, immergersi nei propri pensieri, e in certi contesti, mi aveva suggerito Gabriele Valle, è possibile renderlo con l’italiano raccogliersi.
In altri contesti letterari non è invece così semplice rendere la valenza spagnola di “estoy ensimismado”, e Simona Mambrini ha ricordato che esiste una coniazione di Dante che è molto efficace e che si potrebbe forse recuperare e riproporre: il verbo immiarsi (o inmiarsi) che deriva da mio/me, col prefisso in (Già non attendere’ io tua dimanda, / s’io m’intuassi, come tu t’inmii, Par. IX, 80-81).

Questi tentativi di trovare parole italiane in uso (dialetti compresi), o di recuperare parole del passato con nuove valenze e allargamento di significato, sono molto utili anche per il secondo elenco in concorso, gli anglicismi. Purtroppo, sempre più spesso i neologismi della nostra lingua tendono a coincidere con parole inglesi non adattate, e per vari motivi l’italiano fatica a creare parole nuove autoctone per esprimere la modernità. Naturalmente non c’è nulla di sbagliato o di pericoloso nell’importare le parole straniere; per citare le parole di Antonella Cavallo, i forestierismi possono essere una ricchezza, ma non bisogna dimenticare che possono anche rappresentare un impoverimento, dipende dai casi, dai contesti e, mi permetto di aggiungere, dal ricorso all’inglese in modo eccessivo o esclusivo.

E allora, tornando al concorso, come tradurre per esempio una parola come doodle?
Dire che è un prestito di necessità è troppo facile, dire che è intraducibile è sciocco, sarebbe più corretto ammettere “l’impotenza del traduttore” o la “pigrizia” che è alla base del successo degli anglicismi, come ha ricordato Leonardo Luccone in un intervento al Festival.
Doodle letteralmente è uno scarabocchio, ma attraverso Google è divenuto il sinonimo della variazione del logotipo quasi in un esercizio di stile grafico. Davanti a questo apparente “intraducibile”, la soluzione più bella è arrivata da Andrea Cortellessa che ha proposto di recuperare girigogolo (giro + arzigogolo) che non solo è una parola esistente (utilizzata da Manzoni o da Aldo Palazzeschi: Lazzi, frizzi, schizzi, girigogoli e ghiribizzi stampato in Scherzi di gioventù, 1956) e registrata dai dizionari, ma che trovo geniale perché contiene l’assonanza gogolo-google.

Per fare un altro esempio fuori concorso, davanti a una parola come hangover, che indica i postumi di una sbronza, invece di dire che è “intraducibile” in una parola potremmo attingere all’esempio dello spagnolo che utilizza “resaca” e dire risacca, come suggerisce Ilide Carmignani, una metafora suggestiva per passare dal ritorno del moto ondoso ai ritorni di altra natura… Ma oltre a guardare alle lingue a noi più vicine e affini dell’inglese, non dobbiamo dimenticare che a volte la soluzione va ricercata dentro di noi, anche se forse stiamo perdendo le nostre radici, al punto che non ci ricordiamo più che esiste la parola spranghetta, che si trova nei Promessi sposi (Cap. XV: “E, tra la sorpresa,e il non esser desto bene, e la spranghetta di quel vino che sapete, rimase un momento come incantato”), nelle poesie di Francesco Redi (Quando il Vino è gentilissimo, Digerìscesi prestissimo, E per lui mai non molesta La spranghetta nella testa), e sui dizionari. È vero che lo Zingarelli la definisce “in disuso”, però ho notato che circola anche in alcuni libri del nuovo Millennio (per es. nella traduzione di N. Rainò di: Leena Lehtolainen, Il mio primo omicidio, Fanucci 2010, in quella di Bruno Just Lazzari di: Frédéric Dard, Facce da funerale, e/o editore 2015, e in altre taduzioni oltre che in Andrea De Benedetti, Carlo Pestelli, ¡La lingua feliz! Curiosità, bizzarrie e segreti: tutto quello che avreste voluto sapere sulla lingua spagnola, Utet 2018).

E allora perché non recuperarla?
Rimane il problema che forse spranghetta non è comprensibile a tutti, ma anche hangover è comprensibile solo a una parte della popolazione italiana, benché (come tutti gli anglicismi) ricorra spesso sui giornali. Insomma, la traduzione implica sempre una scelta, ma anche davanti ai significati opachi dovemmo uscire dal circolo vizioso di dirlo solo in inglese: se non recuperiamo con orgoglio le nostre parole e non ce ne riappropriamo non entreranno mai in uso e rimarranno sempre più oscure e obsolete.

E questa è la seconda buona notizia: attraverso “Parole in cammino” la questione dei traducenti creativi è stata portata alla luce in modo divulgativo, con una gara che continuerà in altri festival e culminerà a maggio con la premiazione delle migliori soluzioni al festival “ANTICOntemporaneo” a Cassino e a Montecassino (le proposte vanno inviate a questo indirizzo: inpuntadilingua@gmail.com). E il gioco è rivolto a tutti, non solo ai traduttori e agli addetti ai lavori. Questa è la cosa importante, può partecipare la gente, si possono inviare soluzioni popolari e dialettali, perché il linguaggio è troppo importante per lasciare che se ne occupino solo i professori di glottologia, per citare Ferdinand de Saussure, ma anche per citare Stefano Jossa, che dal Festival di Siena ha rivendicato con orgoglio che bisogna smettere di ritenere che solo i linguisti possano scrivere della lingua o che solo i critici letterari si possano occupare di letteratura, perché il futuro (e anche il presente) è fatto di interdisciplinarità, e la lingua è anche “corruzione” (senza accezioni negative), cioè contaminazione, scambio e circolazione di parole anche dalle altre lingue. Personalmente approvo il suo inno alla pluralità, anche se constato con amarezza che proprio l’inglese, a mio avviso, sta uccidendo il pluralismo attraverso un predominio economico, culturale e linguistico che sfiora il colonialismo.


Pornovendetta e revenge porn

Davanti all’eccesso dell’inglese, la terza buona notizia, sul fronte culturale e mediatico, riguarda il nuovo comunicato del Gruppo incipit dell’Accademia della Crusca che il 4 aprile 2019 ha finalmente preso posizione su revenge porn sancendo l’alternativa pornovendetta, equivalente che avevo da tempo segnalato e incluso nel mio dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi, visto che circola da qualche tempo, ma che adesso è avvalorato da chi ha più autorità di me ed è stato ripreso da tutta la stampa. E questo non può che favorire la libertà di scelta nel parlare, e contribuire a spezzare la stereotipia del monolinguismo basato sugli anglicismi.

Non so quanto i giornali utilizzeranno davvero l’italiano pornovendetta; passata l’ondata di articoli di questi giorni, è probabile che continueranno nella loro strategia di usare prevalentemente gli anglicismi. E infatti c’è anche chi ha subito criticato le posizioni della Crusca, per esempio un articolo apparso qualche giorno fa su il Post che ha il pregio di aggiungere un ulteriore traducente, “diffamazione pornografica” (avere a disposizione tanti sinonimi invece di una sola parola è una ricchezza), ma che taccia l’equivalente “pornovendetta” di non essere “corretto” con argomenti che trovo piuttosto deliranti. Porno-vendetta ricalca molto bene l’espressione inglese revenge porn con la giusta inversione dell’elemento specificato (determinante). Non mi pare invece troppo sensato proporre di eliminare la parola “vendetta” che implicherebbe una colpa oggettiva della vittima. Nel diffondere questo tipo di immagini private e intime, purtroppo, l’elemento della vendetta non è trascurabile nei fatti di cronaca: la vittima è umiliata e punita, “rea” magari di avere interrotto una relazione, con una pubblicazione di immagini che, una volta in Rete, diventa virale e sfugge a ogni controllo. Questo è l’aspetto più inquietante della “vendetta”: la replicabilità del digitale marchia come l’acido, e la vendetta porno, una volta messa in atto, diventa spesso impossibile da fermare producendo danni indelebili e potenzialmente inarginabili. Naturalmente, in caso di furto delle immagini ci possono essere altre motivazioni che più che alla vendetta appartengono al ricatto, alla diffamazione per fini politici come è accaduto per una politica del movimento Cinquestelle… ma dire che si tratta di un’espressione “impropria” in inglese e anche in italiano, è un approccio razionalistico che non tiene conto dell’uso che si è imposto così da tempo, in inglese e anche in italiano. Sarebbe un po’ come dire che è improprio dire velivolo perché l’aereo non ha le vele, ma per fortuna la lingua è metafora ed è fatta di rimbalzi imprevedibili, non segue certo la logica di chi vorrebbe inventarla a tavolino con schemini “simpLicistici”.

Traduzione e creatività: spunti per partecipare al gioco “Parole in cammino”

Torno sulla gara Parole in cammino, che consiste nel proporre traduzioni creative per una lista di parole straniere. Al Festival dell’Italiano e delle Lingue d’Italia di Siena, il 7 aprile, insieme al traduttore Fabio Pedone e a Simona Mambrini, commenterò le soluzioni pervenute all’interno del convegno Traduzioni “creative”. Fra lingua e dialetto (Biblioteca degli Intronati, ore 10,15).

Questo incontro è solo una fase intermedia del concorso che continuerà attraverso altre manifestazioni affiliate per culminare a maggio con la premiazione delle migliori soluzioni durante il festival “ANTICOntemporaneo” a Cassino e a Montecassino.

Rinnovo a tutti l’invito a partecipare a questo concorso in modo giocoso, e per aiutare a partecipare nel modo migliore aggiungo qualche riflessione su cosa significhi tradurre, e su come si potrebbero reinventare creativamente gli anglicismi proposti nella gara.

Festival dell italiano siena 2019


La tradizione della traduzione: c
osa significa “tradurre”?

Un luogo comune ormai inflazionato recita che tradurre è un po’ tradire, e si appoggia all’etimo molto simile delle due parole, condurre qualcuno o qualcosa fisicamente, o in senso figurato nel caso delle parole.

Tradire, letteralmente, significa consegnare (da tradere derivato a sua volta di trans = tra + dare) con riferimento all’episodio evangelico con cui Gesù venne consegnato da Giuda, e quindi tradito.
Tradurre (trans + ducere = condurre, portare) equivale a trasportare un testo da una lingua a un’altra.

Naturalmente, nel loro trasportare da una lingua all’altra, le traduzioni possono essere più o meno fedeli o traditrici.

Dare una definizione di traduzione è però molto difficile, non si può di certo ridurre alla corrispondenza delle singole parole, è un concetto molto complesso, che nei dizionari è definito, in modo un po’ tautologico, nel rendere in una lingua ciò che è espresso in un’altra.
Il punto è: come? E soprattutto: è sempre possibile? Per le parole che corrispondono a oggetti concreti le cose sono più semplici, ma quando si passa ai concetti astratti tutto si complica.

Storicamente, gli approcci prevalenti alla questione sono due: c’è chi ha teorizzato l’intraducibilità e l’irriducibilità di una lingua in un’altra, perché tra parole e pensiero c’è un rapporto di dipendenza profonda, e chi ritiene che le lingue si basino su universali comuni che si differenziano solo superficialmente nelle diverse lingue, e dunque si possono far corrispondere.

torre di babele edoardo bennatoQueste posizioni affondano le loro radici in secolari prese di posizioni filosofiche che hanno coinvolto pensatori di ogni epoca, da Cicerone a san Gerolamo, da Goethe a Von Humboldt, da Paul Ricoeur a Umberto Eco. Heidegger criticava la traduzione intesa come “trasferimento”, la “traduzione letterale”, parola per parola, un modello ingenuo e ingannevole, che non corrisponde necessariamente a una traduzione fedele all’originale come sembra promettere. Per Schleiermacher era possibile solo la parafrasi o il rifacimento. Peirce si soffermava sulle differenze, spesso inconciliabili, tra le lingue e le culture…
Nel caso di traduzioni scientifiche o tecniche, le cose sono più semplici, perché come osservava Benedetto Croce si basano su una terminologia stabilita, mentre a suo dire la traduzione della poesia era impossibile. Le traduzioni di opere letterarie o poetiche possono configurarsi come strumenti per comprendere fedelmente l’opera originale, e in tal caso possono essere “brutte ma fedeli”, oppure essere concepite come ricreazioni pensate per la lingua d’arrivo, ed essere quindi maggiormente “belle ma infedeli”. Tra le traduzioni omeriche in italiano, per esempio, la versione dell’Iliade di Vincenzo Monti (Cantami o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta…) è del secondo tipo, anche perché Monti non conosceva il greco ed era partito da altre traduzioni che aveva rimaneggiato puntando al rifacimento e alla resa poetica in italiano.

rosa calzecchi onesti
Rosa Caklzecchi Onesti

Viceversa, la traduzione dell’Odissea di Rosa Calzecchi Onesti (che seguiva quella dell’Iliade curata insieme a Pavese in un rapporto spesso conflittuale) è basata su un testo interlineare con il greco a fronte, in cui a ogni verso corrisponde la linea italiana, e si pone l’obiettivo di essere una guida alla comprensione autentica dell’originale, più che un’opera orientata alla piacevolezza della lettura nella lingua italiana.

Tra il privilegiare la lingua di partenza o quella di arrivo – nonostante viviamo in un’epoca in cui si aggiunge la prospettiva delle traduzioni automatiche che danno per scontata la possibilità di trasposizione e anche la sua automazione – oggi la traduzione è considerata soprattutto come un atto creativo e non come un processo meccanico.

Dunque: traduzione non significa traduzione letterale, né necessariamente funzionale! Tradurre è un’arte e il traduttore è perciò un art-ista e un art-igiano che lavora non solo sulle singole parole, ma anche e soprattutto sulla loro composizione e resa sintattica, e sulla trasposizione dei concetti da una cultura a un’altra, che possono essere sostituibili da metafore equivalenti, ma letteralmente infedeli. In questo tipo di trasposizione, l’operare del traduttore consiste in una scelta, e un buon traduttore produce e inventa soluzioni creative o funzionali a cominciare dal problema delle “parole mancanti”, quelle che non esistono in una delle due lingue.


Le armi del traduttore davanti alle singole parole

Venendo agli anglicismi, il problema è che oggi la soluzione prevalente è di importarli così come sono, e la conseguenza è che il loro numero sta sfuggendo a ogni controllo e ha abbondantemente superato i limiti del buon senso. È invece importante ricordare che esistono storicamente e logicamente anche altre soluzioni oltre a quella di importare esotismi crudi e non adattati.

Per comprendere come operare davanti a una “parola mancante” si può partire da un esempio, smarphone, che qualcuno etichetta ingenuamente come “prestito di necessità” o parola “intraducibile”.

smartphoneIn realtà ci sarebbero tantissimi modi di riproporlo in italiano. Si potrebbe per esempio adattare in smarfono, esattamente come serendipità sul modello di serendipity, o emoticona su quello di emoticon.  Purtroppo questi adattamenti che un tempo erano istintivi e normali, oggi si usano sempre di meno, perché il nostro senso di inferiorità di fronte all’inglese ci porta a non percorrere più questo tipo di scelta (normale nelle lingue sane), e a preferire i vocaboli inglesi anche in presenza degli adattamenti italiani (privacy/privatezza). Questo spesso riguarda non solo la grafia delle parole, ma anche la loro pronuncia. Mentre i francesi non si vergognano di pronunciare alla francese con l’accento finale camping o football, noi al contrario consideriamo l’inglese “sacro, e molti adattamenti fonetici del passato (club, chewingum, puzzle, jumbo…) oggi si pronunciano all’inglese, come se la violazione della pronuncia angloamericana fosse un segno di ignoranza. Per lo stesso motivo anche i calchi o gli adattamenti fonetici (come bistecca da beefsteak) sono sempre meno di moda, eppure non sarebbe una cattiva idea recuperarli e cessare di vergognarcene.

Un’altra soluzione è rappresentata dalla creazione di calchi strutturali che ricalcano parola per parola un’espressione inglese, sono cioè traduzioni letterali, che possono essere perfette – skyscraper = grattacielo (seguono lo stesso ordine) – o invertite per meglio rendere il costrutto secondo la nostra lingua: week-end = fine settimana. In questo modo smartphone potrebbe essere ricalcato per esempio con intellofono, o tecnofonino e con altre ricomposizioni che attingano al patrimonio linguistico endogeno, invece che estero. Oppure si può ricorrere a trasposizioni concettuali e coniare furbofonino o furbofono (furbo non è fedele trasposizione di smart, ma è un equivalente molto efficace). Un’altra alternativa è ricorrere a parole dall’accezione più generale (gli iperonimi), e dire semplicemente un più generico cellulare, visto che ormai quasi tutti questi dispositivi in commercio possiedono le caratteristiche “intelligenti” di navigare in Rete e via dicendo. E ancora si può ricorrere a parafrasi e perifrasi, per esempio telefono intelligente o multifunzionale, come hanno fatto i francesi con “mobile multifunction”.

Davanti a una parola che manca, inoltre, non bisogna dimenticare che è sempre possibile allargare il significato di parole vecchie oppure ricorrere a metafore.

toffoletteE poi c’è la strategia più bella: inventare un neologismo creativo, non importa quale, sta nell’abilità del traduttore coniarlo, come è accaduto con marshmallow che nella traduzione dei Peanuts di Franco Cavallone è diventato toffoletta, una parola di fantasia che si è imposta e oggi ricorre nei libri e nei siti di ricette (insieme alla metafora cotone dolce), nel film La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005:  “Willy Wonka sa fare le toffolette al gusto di violetta, succulente caramelle che cambiano colore ogni dieci secondi mentre le mangi”), e da poco tempo è stata inserita anche tra i neologismi della Treccani.

Infine, oltre a queste strategie, l’idea del concorso di Massimo Arcangeli propone di attingere, oltre che dall’italiano, anche dal patrimonio dialettale, che è ormai considerato come una ricchezza ed è fonte di molte neologie (dopo secoli di ostracismi per cui i dialetti erano visti come un ostacolo all’affermazione dell’italiano).

parole in cammino siena

In conclusione, dire che una parola è intraducibile o necessaria è solo una “dichiarazione di impotenza” del traduttore, una rinuncia, significa non sapere operare in modo creativo e attingere dal patrimonio della propria lingua. Un alibi per mascherare scelte frettolose, pigre o frutto di incapacità del traduttore. Ricorrere a un forestierismo, al contrario, è sempre una scelta, magari in nome dell’aderenza alla lingua di partenza, o nel caso dell’inglese più spesso è una precisa scelta “sociolinguistica”, perché l’inglese suona più evocativo o di prestigio in un certo registro o contesto.


Riflessioni creative sugli anglicismi in concorso

Alla luce di queste considerazioni, concludo con le mie riflessioni sugli anglicismi inseriti nel concorso e con qualche proposta creativa in italiano, e vi invito a partecipare con le vostre soluzioni creative, italiane o dialettali.

avatar
è una parola che arriva dal sanscrito, e significa “discesa”: nell’induismo è la discesa e l’incarnazione di una divinità. Ma attraverso l’inglese, la parola ci è arrivata con una nuova accezione legata all’informatica, per indicare la rappresentazione virtuale e grafica di un utente in Rete. Poiché è un alter ego virtuale trasformato anche in un’icona rappresentativa, ricalcando l’espressione latina si potrebbe forse riproporre come alter imago, ego-icona, l’io virtuale…

comfort food
è il cibo consolatorio, quello (solitamente ipercalorico) che suscita benessere, richiama l’infanzia o soddisfa bisogni emotivi. Produce endorfine e per creare una parola macedonia si potrebbe proporre un neologismo come endorcibo

coming out
è una pubblica dichiarazione (ammissione, rivelazione, esternazione, confessione) della propria omosessualità (anche se spesso è confuso con outing che è invece la dichiarazione pubblica dell’omosessualità altrui) e in senso lato può significare anche uscire allo scoperto. Si potrebbe inventare sessuammissione

contactless
letteralmente: senza contatto, come si dice ufficialmente nella Svizzera italiana, al contrario di quanto avviene per esempio nell’azienda dei trasporti milanese che riporta solo l’espressione inglese. Tra le alternative non molto diffuse ci sono pagamento a sfioramento o pagamento con appoggio. Non sarebbe male coniare un bel pagasfioro

cool
letteralmente significa freddo, ma ha ormai assunto il significato di alla moda, di tendenza e per estensione  è usato anche come sinonimo di fantastico, meraviglioso, bello o forte. Per ovvi motivi, un adattamento dell’anglicismo al suono italiano sarebbe poco elegante… L’alternativa italiana di moda esiste, solo che è percepita meno evocativa e quindi risulta meno cool. Corrisponde al francese chic, ed è interessante notare come l’italiano sia carente di parole sue per indicare  qualcosa di moda, si preferiscono gli esotismi evidentemente, un tempo il francese e oggi l’inglese (è il sintomo del nostro complesso di inferiorità?). Per fortuna ci sono i regionalismi che ci vengono in aiuto, come ganzo, oppure le voci gergali e colloquiali di registro più basso ma efficaci, come fico. Qualche altra idea?

default
nel linguaggio economico è l’impossibilità di pagare i debiti, e si può dire benissimo bancarotta, fallimento, stato di insolvenza; in informatica, l’espressione di default (l’opzione proposta da un sistema in assenza di specifiche da parte dell’utente) si può rendere con (impostazioni) di sistema, di base, automatiche, cioè ciò che è proposto in modo predefinito o preordinato (es. l’impostazione di default cioè automaticamente prevista dal sistema). Non vi basta? E allora scatenatevi…

doodle
in inglese significa scarabocchio, a dire il vero un tempo significava anche sciocco o babbeo (come nella canzone Yankee Doodle), ma oggi l’anglicismo ci arriva da Google che, giocando sull’assonanza con il proprio nome commerciale, l’ha utilizzato per definire gli scarabocchi che variano il proprio logo in occasione delle ricorrenze o delle circostanze. Per giocare su queste variazioni scarabocchiate con ghirigori grafici del logotipo propongo: logorigoro.

fake news
in italiano sono più chiaramente le notizie (o informazioni) false, fasulle, inventate, prive di autenticità, manipolate, contraffatte, quindi contraffazionimanipolazioni, mistificazioni, bufale, frottole, bugie o menzogne spacciate per notizie: un imbroglio costruito in modo consapevole per manipolare la realtà, orientare l’opinione pubblica o semplicemente per aumentare il traffico di certi siti in Rete che campano su questo tipo di informazione. Se si volesse coniare una nuova espressione per inseguire l’acclimatamento dell’anglicismo che si riferisce alle fase notizie in Rete si potrebbe proporre notizia pacco.
L’uso gergale e giovanile di “pacco” come equivalente di inganno è diffuso al Nord, ma affonda le sue radici anche nel dialetto napoletano dove il n. 58 (o’ paccotto) può anche significare “trovarsi con il pacco vuoto”, collegato alla truffa del “pacco napoletano”. “Tirare il pacco”, “fare il pacco” e il gergale “paccare” sono espressioni dialettali/gergali ormai registrate dai dizionari che hanno il vantaggio di arrivare ed essere comprese da tutti (es. Pacco doppio pacco e contropacco, film di Nanni Loy, 1993).

flat tax
in italiano è l’aliquota unica o tassa forfettaria ma da qualche tempo i mezzi di informazione hanno cominciato anche a far circolare nella sua traduzione letterale: tassa piatta, che si sta diffondendo ed è sempre più documentata. Oppure?

location
anglicismo che trovo piuttosto inutile, a parte il fatto che va di moda. Letteralmente designerebbe il luogo scelto per l’ambientazione di una ripresa cinematografica, quindi la scena, lo sfondo, l’ambientazione, scelta o ricostruita, ma la parola ha valicato l’ambito cinematografico per designare in modo più esteso un luogo, un ambiente, un posto, una sede, un’ubicazione, una collocazione, una zona, un’area dove ambientare qualunque cosa, per es. la location di un ristorante = la posizione (per es. vista mare), ma anche l’architettura (come si presenta) e l’arredamento (quindi l’arredamento, lo stile). Le alternative non mancano, ma evidentemente si preferisce l’inglese, soprattutto in certe trasmissioni televisive legate ai ristoranti… In qualche dialetto si trova di meglio?

mobbing
è un termine coniato da K. Lorenz nell’ambito dell’etologia per descrivere l’atteggiamento aggressivo (un assalto collettivo) con cui alcuni animali escludono un membro dal gruppo, dunque un’emarginazione, un allontanamento. Per estensione, nel linguaggio comune e anche in quello delle sentenze, l’anglicismo ha assunto il significato di comportamento vessatorio soprattutto nell’ambiente del lavoro, anche se nei Paesi anglofoni è poco usato in questo senso. Dunque indica le angherie, le persecuzioni sul posto di lavoro, l’ostracismo, le violenze psicologiche, le vessazioni, i dispetti, il rendere invivibile l’ambiente lavorativo, l’ostacolare e l’isolamento di un dipendente o di un membro di un gruppo, l’emarginazione, la mortificazione, lo scredito e ogni tentativo di allontanarlo (su questo modello sono poi nati bossing, le vessazioni da parte di un superiore, che ricorda tanto il nonnismo dell’epoca della naia, e straining, definito nelle sentenze come una forma di mobbing leggero o attenuato). E se molto semplicemente si utilizzasse un suffisso italiano applicato alla radice inglese? Mobbismo

mood
in italiano è semplicemente uno stato d’animo, umore, (pre)disposizione (mentale), spirito, modalità (non sono nel mood per andare a una festa) e anche clima, atmosfera (il mood natalizio = spirito, clima, atmosfera), oppure stile (un vestito dal mood premaman = stile da futura mamma). Mi pare così inessenziale davanti alle tante alternative italiane, a cui si può aggiungere aria: non sono nel mood, non è aria…

must
(da to must = dovere) in italiano si può dire d’obbligo, (qualcosa di) indispensabile, necessario (= che è e non può non essere), un imperativo, quindi anche irrinunciabile, imperdibile, imprescindibile… possibile che must sia davvero un must?

(to) scroll
è un’abbreviazione di scrolling (fare lo scroll o lo scrolling) cioè scorrere un testo a schermo. Ha generato il verbo scrollare che si può ormai utilizzare nel significato di scorrere una pagina a schermo, in senso lato anche sfogliare. In informatica il menu per lo scorrimento della pagina (detto anche scrollbar) si chiama anche più semplicemente ascensore. Qui forse i dialetti possono produrre cose buone…

smart card
è una tessera (tesserino o carta) di riconoscimento, personale, elettronica o magnetica per l’accesso a vari servizi (dunque anche un abbonamento) per es. quella da inserire in un decodificatore per accedere alla tv a pagamento. In certi contesti è molto simile anche a badge, e neoconiazioni come smartotessera, raziocarta o raziotessera sarebbero divertenti, anche se rischierebbero di non prendere piede, davanti al fascino di voler dirlo in inglese. A meno che qualcuno non trovi qualcosa di ancora più fascinoso…

spoiler
(da to spoil = rovinare, guastare) nel linguaggio televisivo o cinematografico è l’anticipazione (rivelazione o anteprima) di un finale (per es. in una recensione) che ne rovina i colpi di scena, quindi in italiano si può dire anche spifferata, il guastare o rovinare la sorpresa, l’anticipare, svelare (o rivelare) il finale o il dire come va a finire. Ricordo una scenetta di Raimondo Vianello, di fine anni ’70, in cui per godersi la partita della domenica trasmessa in differita alla televisione, si isolava per non avere “anticipazioni” sul risultato e viversela come fosse in diretta. Ma puntualmente Sandra Mondaini…
Un tempo non sentivamo l’esigenza di coniare una parola per questo tipo di cose. Oggi, in epoca di serie televisive,  l’anglicismo ha ormai raggiunto una notevole circolazione e popolarità ed è usato in senso figurato in vari ambiti, ha anche generato spoilerare: non spoilerarmi la sorpresa; gli ho spoilerato il regalo di compleanno = guastarmi! Ormai spoiler significa soprattutto questo, ma non dimentichiamo che:
2) in aeronautica è un diruttore o disruttore, cioè un elemento aerodinamico dell’ala che riduce la portanza;
3) nelle automobili è un elemento aerodinamico che si può dire anche alettone o deflettore e serve per una migliore tenuta di strada e aderenza al suolo.

stalker
è un molestatore (assillante), persecutore, tormentatore, spesso e soprattutto attraverso le nuove tecnologie. Ha generato una nuvola di parole come stalkerare, stalkizzare, stalkerizzare, stalkeraggio… Poiché indica chi sta col fiato sul collo, chi non molla la presa, sta addosso, in senso lato potrebbe essere un mastino (perché non allargare il significato?), un addossatore? un calcagnatore? Sono vittima di un addossamento, sono mastinato, non mi calcagnare… Qualcosa di meglio non lo trovate?

startup
è un’impresa nascente, nuova impresa, neoimpresa o società (azienda) di nuova costituzione, ma indica anche la fase di lancio di un’azienda, quindi il debutto, il lancio, l’avvio, il decollo, la fase iniziale di un’attività, di un’impresa o di un progetto. In inglese quell’up suggerisce (ipocritamente) che l’impresa sia destinata ad andare in alto, a salire verso le stelle (in realtà la maggior parte delle imprese nascenti sono statisticamente destinate a fallire e a rivelarsi start down o start spalsh). E se rendessimo questa metafora con azienda/impresa razzo?

touchpad
in italiano è la tavoletta tattile, la zona capacitiva o area sensibile al tocco del dito dei portatili che sostituisce il topo, anzi si dice mouse e basta (purtroppo) e che serve a imprimere i comandi. Forse, anche un bel toccatoio non sarebbe male.

 

Stretta la foglia larga la via… scrivete la vostra (indirizzo: inpuntadilingua@gmail.com), in italiano ma soprattutto attingendo dai dialetti della vostra regione, io ho scritto la mia.

A parte la premiazione, partecipare significa contribuire a migliorare la lingua italiana. E oltre agli anglicismi… ci sono molte altre bellissime parole che arrivano da altre bellissime lingue!

Dai “prestiti” alle reti di parole: l’inglese sempre più “smart”

Ho più volte argomentato come non sia possibile comprendere l’interferenza dell’inglese sull’italiano attraverso categorie ingenue come quelle del “prestito linguistico”, un’etichetta che tutti gli studiosi criticano, ma che nessuno sembra volere abbandonare (cfr. Interferenza linguistica: dal prestito all’emulazione).

prestiti linguisiti inglese
Immagine tratta dal sito growell

Quando poi questo approccio si spinge a una classificazione astratta che distingue i prestiti “di lusso” e “di necessità” (uno schema obsoleto che risale alle riflessioni del 1913 dello svizzero Ernst Tappolet) ci si allontana ancor più dalla realtà (cfr. Prestiti di lusso e di necessità; una distinzione che non sta in piedi).

Per comprendere i meccanismi della sempre più crescente anglicizzazione della nostra lingua occorrono nuovi modelli interpretativi. Le parole inglesi che circolano nell’italiano non sono riconducibili alla somma di singoli “prestiti” o voci importate, sono una rete di parole tra loro interconnesse che si espande nel nostro lessico in modo sempre più ampio e profondo, e bisogna considerare non solo i singoli anglicismi, ma soprattutto le relazioni tra gli anglicismi. Occorre studiare e quantificare il fenomeno in modo storico, statistico e concreto, invece di applicare schemini teorici, astratti e avulsi dalla realtà.

Smart, per esempio, è un anglicismo abbastanza “infestante” per la nostra lingua, e i suoi composti si stanno moltiplicando notevolmente. Oggi, nel suo circolare nella lingua italiana, indica prevalentemente qualcosa di intelligente in quanto basato sulle nuove tecnologie. Definirlo un semplice “prestito” e magari accapigliarsi inutilmente sul suo essere “necessario” o “di lusso”, oppure utile, inutile o sostituibile, è un approccio che non porta da nessuna parte, e soprattutto non tiene conto del suo aspetto storico e delle sue relazioni con le altre parole.


Il caso “smart”, la sua storia e la sua famiglia

smart setIn inglese non significa solo intelligente, ha anche altre accezioni che rimandano a qualcosa di elegante. Nel 1962, stando alle datazioni dei dizionari, l’anglicismo cominciò a circolare in italiano con questo secondo significato attraverso l’espressione smart set per indicare la buona società, il bel mondo, i personaggi che frequentano un ambiente (set) raffinato (smart).

Accanto a questa espressione c’era già qualcosa di equivalente almeno dal 1960, cioè la café society, la gente che conta, ma nel 1965 sono arrivate anche altre espressioni inglesi per definire concetti simili: la jet society detta anche jet set, letteralmente la gente che si può permettere di spostarsi in aereo, magari il proprio aereo privato, dunque l’alta società internazionale, anche se questo significato inglese, nel circolare in italiano, non è sempre fedele. Spesso l’espressione viene impiegata come sinonimo e variante di high society (1966), l’alta società, senza troppe distinzioni. Tutti questi equivalenti e variazioni sul tema, espressi in inglese, testimoniano come già a partire agli anni Sessanta l’inglese stava diventando cool, dopo l’epoca del francese, e cioè si impiegava per apparire trendy, e sentirsi sempre più in (in altri termini abbiamo cominciato a prenderlo incool). Il “lusso”, se di lusso si può parlare, o la “moda”, come preferiva il linguista Carlo Tagliavini, non stava nei singoli prestiti, quanto nel ricorso all’inglese per distinguersi e ricorrere a espressioni che suonavano di maggior prestigio e fascino. La gente che conta si prestava bene a essere espressa in inglese, poco importa se attraverso café society,  high society, jet society o smart set. Quest’ultima espressione in seguito è un po’ decaduta, in favore delle altre, e si è usata sempre meno. Smart è perciò rimasto nel limbo, come un “prestito” di poco successo, per qualche decennio. Ma invece di cadere nel dimenticatoio, negli anni Novanta è risorto, non in modo isolato, ma attraverso locuzioni come smart drink e smart drug che hanno cominciato a circolare rispettivamente con il significato di bibita energetica, stimolante, in grado di attivare le energie psicofisiche, e di droghe intelligenti, cioè quelle sostanze nootrope che stimolano l’attività mentale e che si basano su principi psicoattivi legali o che aggirano i divieti delle leggi.

NB: La comprensibilità di smart drink, a sua volta, si appoggiava al preesistente e consolidato drink, ma anche a locuzioni come soft drink, long drink ed energy drink che erano comprensibili e diffuse.

Nel 1994 sono poi arrivate le smart card, le carte elettroniche o magnetiche “intelligenti” perché dotate di un microprocessore che le rende di volta in volta un identificativo per servizi a pagamento.

NB: A sua volta, card non è un prestito isolato, circola da solo e anche in moltissimi in composti come credit card, businnes card, card collection – cioè le figurine –, e-card, fidelity card, inlay card, memory card, sim card, social card, wild card

automobile SmartNel 1996 arriva lo smartphone, il telefono intelligente, spacciato come “prestito di necessità” da chi non sa fare altro che compiacersi nel ripetere l’inglese a pappagallo, ma che avremmo potuto adattare per esempio in smarfono, o magari reinventare con furbofonino, una riformulazione che inizialmente circolava come un’alternativa, anche se non ha mai attecchito, davanti al “dio” inglese. Nello stesso anno, a rendere popolare la diffusione di smart ha poi contribuito un accidente extralinguistico: è arrivata la denominazione commerciale dell’omonima diffusissima automobile della Mercedes, tecnicamente acronimo di Swatch-Mercedes ART, ma giocata sul significato di smart inglese: raffinato, intelligente, ormai sempre più divenuto sinonimo di tecnologico, ed entrato nella disponibilità di tutti.

Quest’ultima è oggi l’accezione prevalente: smart è qualcosa di intelligente e tecnologico allo stesso tempo (intelligente perché tecnologizzato).

In questo modo, nel 2007 si è cominciato a parlare di smart grid, cioè le reti intelligenti (ma grid = griglia non è un prestito isolato, si appoggia ai già circolanti grid computing, 2002; grid girl, le  ragazze immagine delle squadre o team automobilistici, alle griglie di partenza, 2003); nel 2008 sono arrivate le smart city (ma city si ritrova anche in city airport, city bike, city card, city magazine, city manager, city safety, city tax…); nel 2009 gli smartglass (gli occhiali potenziati, ma anche i vetri fotocromatici); nel 2010 la smart tv; nel 2013 gli smartwatch (e la popolarità di watch, era a sua volta in relazione con il celebre marchio di orologi Swatch) e anche lo smart working (ma il lavoro era già virato verso l’inglese work attraverso e-work, e-worker, worhaolic, work in progress, workshop, workstation, co-working…).

A questo punto le cose sono più chiare: smart ormai vive di vita autonoma, anche da solo (es. “Dati sanitari e startup. Così l’assistenza è smart”, Corriere della Sera 27/03/2019), perché è stato veicolato da tutte queste relazioni tra anglicismi, e si è ritagliato il suo significato specifico, si è acclimatato o sedimentato in italiano con un’accezione un po’ diversa dal significato originario inglese. Liquidare questa storia dicendo che è un semplice “prestito”, cui si ricorre per mancanza di proprie parole (necessità) o per “lusso”, è riduttivo, miope e falso.

L’anglicizzazione dell’italiano si basa su storie come questa, non sui singoli prestiti isolati. Di esempi se ne possono fare migliaia, e in altri articoli ho già ricostruito la storia dei composti di baby, che è ormai un prefissoide che genera innumerevoli espressioni e riconiazioni all’italiana, ma vale anche per la storia di room, quella di manager, oppure di food… E mentre l’economia sta diventando economy, dobbiamo cominciare a studiare non le singole parole in inglese, ma le relazioni tra di loro e in che modo la rete degli anglicismi sta colonizzando il nostro lessico.


Due terzi degli anglicismi sono locuzioni o parole composte

Uno dei dati più eclatanti che si ricavano dalla raccolta degli oltre 3.600 anglicismi che ho classificato nel dizionario delle alternative AAA è che circa i due terzi delle espressioni inglesi entrate nella nostra lingua sono locuzioni (a oggi ne ho raccolte 1.395) – come access point, baby boom, car sharing e via dicendo – oppure parole composte da due radici che per la maggior parte sono a loro volta prolifiche. Per esempio, tra i composti di back si trovano: backup, background, backgammon, backdoor, backstage, back to school, back cover, back end, back office, flashback, playback e altre ancora.
Il punto è che anche le radici dei secondi elementi di queste espressioni si ricombinano quasi sempre con altre parole, e nel caso dell’ultimo esempio (playback) a sua volta play – oltre a vivere da solo (il tasto play, l’avvio o accensione) – si ritrova in fair play, long play, playboy, playgirl, playlist, playmaker, playoff, playstation, plug and play… senza contare che è la radice di parole sempre più frequenti come per esempio player.

Scorrendo le liste degli anglicismi – nel dizionario AAA, ma anche nei normali dizionari digitali – salta all’occhio in modo palese che non sono “prestiti” isolati, ma sono in larga parte raggruppabili in famiglie e si ricombinano in modo sempre più ampio dando vita anche a moltissimi semiadattamenti che di solito sfuggono ai conteggi automatici dei dizionari digitali. Da computer si passa a computerizzare, computerizzato, computerizzazione… parole che si aggiungono agli anglicismi crudi, e che violano le nostre regole di pronuncia e di scrittura. Allo stesso modo sono in aumento verbi come whatsappare, twittare, googlare, friendzonare, stalkerare e altri derivati in “ista” (fashionista, deskista, surfista), “ato” (glitterato, flashato, pixelato), “ismo” (scoutismo, gangsterismo, snobismo) e molti altri modi ancora (instagrammabile, hobbystica, holliwoodiano, killeraggio, rockettaro, scooterino…).

L’interferenza dell’inglese, in altri termini, non può essere paragonata all’interferenza delle altre lingue, né per numero, né per profondità. Se scorriamo la lista dei circa 1.000 francesismi non adattati riportati dai dizionari, ci accorgiamo che, salvo casi sporadici, non esistono né famiglie di parole, né ricombinazioni di radici che violano le nostre regole, né derivazioni semiadattate; al contrario, fuori dai forestierismi crudi, prevalgono gli innumerevoli adattamenti, italianizzazioni o calchi che terminano per esempio in -ismo, -ista, -aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio), -zione (rifrazione, presunzione), -izzare (razionalizzare, scandalizzare) e -ficare (elettrificare). Queste derivazioni da radici francesi sono perciò ben assimilate, e rendono l’origine francese irriconoscibile, al di là dell’etimo storico. Ho già mostrato le profonde differenze tra l’interferenza dell’inglese e quella del francese, e questa ulteriore diversità è indicativa per comprendere che l’invasione dell’inglese è più grave e molto più estesa.

Lo stesso vale per lo spagnolo, per il tedesco, per il giapponese e per le numericamente irrilevanti parole di provenienza da altre lingue: in nessun caso si registra qualcosa di equiparabile a quanto avviene nel caso dell’inglese. La categoria del “prestito linguistico”, nonostante i suoi limiti, può essere utile per comprendere l’interferenza delle altre lingue, ma nel caso degli anglicismi siamo in presenza di qualcosa di devastante, che va oltre e non si può ricondurre alla somma dei prestiti. È un fenomeno di emulazione e di ricombinazione molto più complesso e di ben altra portata.

Mentre molti linguisti continuano a liquidare tutto con la categoria dei prestiti, magari discutendo se una singola parola sia di lusso o di necessità, non si accorgono della valanga che sta precipitando sulla nostra lingua e che ci seppellirà, se non cambiamo atteggiamento.

 

PS
Per chi sarà al Festival della lingua italiana di Siena (5-7 aprile 2019) parlerò di questi temi:
il 6 aprile alle ore 17 presso la Libreria Palomar insieme a Stefano Jossa: “La LINGUA italiana. Bella e da difendere?” (introduce Massimo Marinotti, coordina Leonardo Luccone);
il 7 aprile alle ore 10.15 presso la Biblioteca degli Intronati insieme a Fabio Pedone: “In punta di LINGUA. Traduzione e creatività” (modera Simona Mambrini).

parole in cammino siena

Qui il programma completo.

 

Gioco-concorso: traduzioni creative e dialetti (“Parole in cammino” Siena, 5-7 aprile 2019)

italia
Immagine tratta da RaiPlay

Un tempo i dialetti erano visti come un ostacolo per la lingua italiana. Eppure c’è chi ha definito l’italiano un dialetto che si è imposto su tutti gli altri grazie ai modelli letterari di Dante, Petrarca e Boccaccio. Nella cosiddetta questione della lingua – e cioè: qual è l’italiano? – per secoli i puristi si sono scontrati con autori che rivendicavano invece un italiano più aperto. I primi erano ostili a neologismi, forestierismi e parole dialettali non basate sul toscano e sulla lingua delle “tre corone fiorentine”. Gli altri li ammettevano in nome dell’evoluzione e della modernità, per non cristallizzare l’italiano nella “lingua dei morti”. Ma queste controversie, nate già con Dante, e che si sono protratte fino alla soluzione manzoniana dei Promessi sposi (lo sciacquare i panni in Arno nel fiorentino vivo) e anche dopo, riguardavano l’italiano letterario, la lingua scritta, perché nella vita di tutti i giorni ognuno parlava nel proprio dialetto e l’italiano era una sorta di registro linguistico elevato che si utilizzava per le comunicazioni inter-regionali.

 


Dialetti: da un ostacolo per la lingua italiana a una ricchezza

L’italiano parlato è una conquista nata nel Novecento soprattutto con l’epoca del sonoro, la radio, il cinema e poi la televisione. Solo allora si è posta la questione dell’unificazione della lingua parlata.
L’estromissione dei dialetti dall’insegnamento avvenne già nei primi anni del regime fascista, quando era molto diffuso tra i maestri. Il fascismo tentò di regolamentare fortemente la lingua, vista come uno strumento di coesione del popolo e del nazionalismo e il dialetto, in un’epoca in cui l’italiano doveva essere ancora unificato, era considerato come un ostacolo all’affermazione della lingua nazionale. Questo atteggiamento è durato anche dopo, e ancora ai tempi delle emigrazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, parlare il dialetto era percepito come un segno di ignoranza, il modo di esprimersi di chi non sapeva parlare l’italiano. In questo periodo in molti luoghi accadde un nuovo fenomeno: il dialetto usato da sempre in ambito familiare cominciò a cedere il posto all’italiano nel rivolgersi alle nuove generazioni. A Milano, per esempio, ricordo che quando ero bambino i miei genitori parlavano in dialetto con i miei nonni e con gli altri familiari. Ma tutti, nel rivolgersi a noi bambini si esprimevano in italiano. In questo modo il mio bilinguisimo dialettale si è spezzato, e personalmente sono in grado di comprendere il milanese, ma non sono in grado di replicarlo e parlarlo. In questo modo alcuni dialetti sono scomparsi o quasi. Il milanese si è perduto e non è più praticato se non da gruppi molto ristretti. In altre aree geografiche, e anche in Lombardia fuori dalle metropoli, la tradizione del dialetto è invece ancora viva.

Oggi, unificato l’italiano parlato, la questione dei dialetti è completamente cambiata. Non sono più un segno di ignoranza e un ostacolo, non sono più il simbolo del non saper parlare in modo corretto, sono al contrario una ricchezza. In sintesi, sono vissuti come un arricchimento culturale che non sostituisce l’italiano, ma si aggiunge come una seconda lingua e non riguarda più soltanto i ceti bassi e poco alfabetizzati, è un patrimonio culturale di chi cerca di conservare e riscoprire le tradizioni locali.

Le varietà regionali sono attualmente uno degli elementi più vivi della nostra lingua, sempre più policentrica e sempre meno toscana. Già da tempo il mescolamento delle culture ha comportato il confluire di molti termini dialettali nell’italiano. Dal siciliano sono arrivate parole come intrallazzo, picciotto o zagara, dal napoletano vongola, mozzarella, scugnizzo o fesso, dal romanesco abbuffata, abbacchio, sbafo, iella, caciara o borgata, dal lombardo balera, barbone, lavello o panettone, dal piemontese fonduta, gianduia, grissino e ramazza

Visto che ormai la metà dei neologismi è in inglese e che l’italiano sempre meno capace di evolvere con parole autonome, i dialetti costituiscono un patrimonio e un bacino di parole nuove molto interessante. Qualcuno li ha definiti “prestiti interni”.

Fatte queste premesse, ci si può porre una domanda: e se guardassimo ai dialetti come a una risorsa cui attingere davanti alle parole mancanti, spesso importate dall’inglese?

Davanti a una parola che non c’è, oltre a importarla da un’altra lingua in modo crudo, è anche possibile italianizzarla e adattarla, tradurla e ricorrere a un calco, creare un neologismo e reinventarla. Ma c’è anche un’ulteriore soluzione: recuperare i dialetti e provare ad attingere dal patrimonio linguistico regionale.

Un gioco e un concorso: “In punta di lingua. Traduzione e creatività”

parole in cammino siena

Durante un incontro a “Più libri più liberi” (Roma, 5-9 dicembre 2018), Massimo Arcangeli buttò lì l’idea di coinvolgere i dialetti nella traduzione di parole apparentemente intraducibili provenienti dalle più diverse lingue. La traduttrice Andreina Lombardi rispose immediatamente a quello stimolo e propose la traduzione di aftselakhis (yiddish) con il napoletano cazzimma.

Oggi questa idea è stata ripresa e trasformata in una nuova iniziativa per il Festival della lingua italiana, “Parole in cammino” (Siena, 5-7 aprile 2019), arricchita da due proposte “collaterali”:

comprendere un certo numero di anglicismi nell’elenco delle parole da tradurre attraverso traducenti dialettali, oltre che italiani;
provare a rendere nell’idioma nazionale alcune parole ed espressioni dei vari dialetti.

Invito tutti a partecipare giocosamente a questo concorso.

Domenica 7 aprile, in un incontro a Siena nell’ambito della manifestazione, commenterò le soluzioni pervenute insieme a Fabio Pedone e Simona Mambrini.
Lo stesso giorno partirà anche la seconda fase dell’iniziativa: la traduzione in italiano di parole ed espressioni dialettali della penisola che non hanno ancora un equivalente. Nel mese di maggio, il progetto culminerà a Cassino e a Montecassino, con la premiazione delle migliori soluzioni nella cornice del festival “ANTICOntemporaneo”.

Partecipa al gioco-concorso!

Per chi vuole partecipare e giocare, queste sono le parole inglesi di cui è possibile proporre un traducente:

avatar
comfort food
coming out
contactless
cool
default
doodle
fake news
flat tax
location
mobbing
mood
must
(to) scroll
smart card
spoiler
stalker
startup
touchpad
.

E queste sono altre parole che provengono da altre lingue:

Aftselakhis (sostantivo, yiddish): l’impulso o il bisogno di fare esattamente la cosa che qualcuno ci proibisce di fare, con lo scopo di farlo arrabbiare.
Fremdschäm (sostantivo, tedesco): la vergogna che si prova per qualcuno.
Fylleangst (sostantivo, norvegese): la paura di aver detto o fatto qualcosa di stupido di cui non ci si ricorda, e che ci assale il giorno dopo una tremenda sbronza.
Geborgenheit (sostantivo, tedesco): la sensazione di essere al sicuro, al calduccio, come in un nido o nel ventre materno.
Gjensynsglede (sostantivo, norvegese): la gioia di rivedere qualcuno dopo molto tempo.
Koselig (aggettivo, norvegese): si usa per descrivere un’atmosfera piacevole, rilassante, e per definire ciò che ci fa sentire bene, che è accogliente, dà calore, in qualche modo ci “coccola”.
Μάγκας (sostantivo, greco moderno): l’uomo del popolo, sicuro di sé fino all’arroganza. Si distingue dagli altri nel comportamento, nelle movenze e nell’abbigliamento. È un uomo con esperienza ed è ammirato dagli altri; è un duro ma è anche un giusto, non approfitta dei deboli e non si fa sopraffare dai prepotenti. Si usa colloquialmente anche come formula di saluto.
Nombrilisme (sostantivo, francese): l’atteggiamento egocentrico di chi pone sempre se stesso al centro dell’attenzione (letteralmente: l’atteggiamento di chi si contempla l’ombelico).
Rubberneck(er) (sostantivo, inglese): il curioso che guarda con morbosità qualcosa di sconveniente o indiscreto, spinto da un impulso irrefrenabile (il termine è diverso da “guardone”, e anche da “curioso”).
Schadenfreude (sostantivo, tedesco): la gioia maligna che si prova per la sfortuna altrui.
Sehnsucht (sostantivo, tedesco): esprime un desiderio doloroso, come la nostalgia, ma di qualcosa che non è stato e forse mai sarà. È il desiderio collegato al doloroso struggimento che si prova nel non poterne raggiungere l’oggetto. “Sehnsucht” viene da “sehnen” (‘anelare’, ‘sognare’, ‘avere voglia’) e “Sucht”, un sostantivo che indica propriamente il desiderio irrefrenabile, la smania, la sete di brama, il vizio (e quindi la dipendenza: dal cibo, dalla droga, dall’alcol). Letteralmente è un “desiderio del desiderio”.
Sisu (sostantivo, finlandese): è il particolare atteggiamento mentale, tipicamente associato al popolo finlandese, connotato da un misto di forza di volontà, coraggio, tenacia e razionalità. La parola deriva da sisus, che significa ‘intimo’ o ‘interiore’.
Sobremesa (sostantivo, spagnolo): le chiacchiere che s’imbastiscono davanti a una tavola ancora imbandita, tirando per le lunghe la fine del pranzo.
Solochvåra (verbo, svedese): è formato dalle parole “sol” (‘sole’) e “vår” (‘primavera’), e significa illudere una donna corteggiandola in modo serrato al solo fine di estorcerle del denaro.

Nulla è intraducibile, tutt’al più è intradotto, e cioè non lo si vuole o riesce a tradurre!

Le proposte vanno inviate a questo indirizzo: inpuntadilingua@gmail.com.

Questa iniziativa è realizzata in collaborazione con l’associazione di traduttori StradeLab e con l’associazione Twitteratura e Betwyll.

Troppo sesso siamo inglesi

madonna italians do it betterEra il 1973 quando uscì il film Niente sesso siamo inglesi (Cliff Owen) che evocava il luogo comune della freddezza anglosassone, ed era il 1986 quando Madonna indossò la celebre maglietta con la scritta Italians do it better (gli italiani lo fanno meglio) nel video di “Papa dont’ preach”. Un altro stereotipo che affonda le sue radici nel mito di Casanova o di Rodolfo Valentino, ma anche di Don Giovanni, per passare dall’Italia al fascino latino che dagli anni Sessanta si può dire anche in inglese, latin lover.

Che lo facciano meglio o peggio non si sa, ma sta di fatto che nel nuovo Millennio il sesso degli italiani è diventato sempre più angloamericano, almeno nella sua terminologia. Accanto agli anglicismi classici, come sex symbol o striptease decurtato all’italiana in strip, nell’era della Rete il sesso è sempre più sex.

Perché sforzarsi di dire sensuale, attraente, seducente, eccitante, e a seconda dei contesti erotico, conturbante, affascinante, irresistibile, avvenente, procace… quando abbiamo un anglicismo stereotipato che va bene per tutto come sexy?

Con che frequenza un italiano medio usa attivamente una parola come playboy? Per esprimere questo concetto circolano anche espressioni francesi come tombeur de femmes o varianti da mantenuto come gigolo, ma quest’ultima ha  aumentato incredibilmente la sua frequenza solo dopo il 1980, perché è stata resa popolare dal film American Gigolo (Paul Schrader). E parole come donnaiolo, conquistatore, amatore, sciupafemmine, casanova, dongiovanni, farfallone (“Non più andrai, farfallone amoroso”, per citare Mozart), si sentono sempre meno, mentre rubacuori è stato rispolverato dai giornali solo con il caso di “Ruby rubacuori” (per assonanza con il nome) a proposito del noto scandalo sessuale, che sulla stampa si dice perlopiù sexgate. Sui giornali è aumentata moltissimo l’occorrenza di escort (lett. accompagnatore). Un tempo indicava chi (uomo o  donna) accompagnava dietro compenso qualcuno in occasioni mondane o in viaggi (escort turistico), ma dagli anni Duemila la parola ha un’accezione quasi esclusivamente femminile, accompagnatrice, diventata un sinonimo eufemistico di prostituta di lusso, che oltre al ruolo di accompagnatrice è disponibile anche a prestazioni sessuali. Escort ci appare più gentile, più raffinato o meno volgare dei corrispettivi italiani, forse meno ipocriti. Così come il petting (da to pet = accarezzare) suona meno triviale di limonare o pomiciare e più tecnico per indicare l’accarezzarsi, il reciproco toccamento, palpeggiamento, l’insieme delle pratiche erotiche che non si spingono sino a un rapporto sessuale completo, un sesso senza penetrazione che in italiano si può dire di volta in volta i preliminari o lo scambiarsi effusioni, coccole, amoreggiare, baciarsi, strusciarsi, masturbarsi e via dicendo a seconda di quanto sia spinto.

playboy dongiovanni farfallone donnaiolo
Le occorrenze di playboy, dongiovanni, rubacuori, sciupafemmine, farfallone e casanova nelle statistiche di Google Viewer (periodo 1900-2008).

Per essere politicamente corretti (ma politically correct fa tutto un altro effetto, naturalmente) oggi si dice sempre meno omosessuale, o lesbica riferito alle donne (parole prive di qualunque connotazione negativa), e si preferisce gay (lett. gaio), che poi si ritrova in espressioni come gay pride, letteralmente l’orgoglio (di essere) omosessuale, quindi anche la rivendicazione dei diritti degli omosessuali, e come decurtazione di gay pride parade diventa persino una manifestazione (per i diritti) degli omosessuali, anche se in inglese non sarebbe possibile omettere parade, la manifestazione.
Ricorriamo spesso all’inglese snaturandolo in modo ridicolo. Come nel caso di lapdance (lap = grembo e dance =danza) che in italiano è un’esibizione (o danza) erotica alla pertica, uno spettacolo (o balletto) erotico al palo, ma è un’accezione che non corrisponde all’inglese: propriamente la lap dance è uno spettacolo erotico in cui le ballerine si siedono sugli spettatori, strusciando il grembo (lap, lo stesso di laptop, il portatile in cima al grembo) e intrattenendo contatti fisici, mentre la danza alla pertica si chiama pole dance, e non ha un significato necessariamente erotico, può essere anche un’esibizione di ginnastica o di danza acrobatica.


Dal porno in americano all’italiano

Visto che dirlo inglese equivale a essere moderni, un malato di sesso, ipersessuale, erotomane, sesso-dipendente è un sex addict; un negozio di erotismo è un sexy shop (ma in inglese si dice sex shop) o un pornoshop; un film erotico, a luci rosse, spinto, pornografico o porcellone è un film hot o hard (o hard-core, distinto dai meno espliciti soft-core e pornosoft), ma si parla anche di blue movie e di altre categorie più dettagliate come gli snuff movie (per indicare i film basati sulle torture a sfondo sessuale). Un fallo finto è un dildo (se non altro è un anglicismo “invisibile” che si scrive e legge come è scritto anche se al plurale rimane invariato), che rientra nella categoria dei sex toy (giocattoli sessuali), e si intreccia con l’espressione toy boy (uomo oggetto, uomo giocattolo) che di solito sono attraenti ragazzoni con cui si trastullano le cougar (lett. coguaro, puma) cioè le donne mature “predatrici” che gergalmente si possono indicare anche con tigri o panterone. E poi ci sono le milf, spesso adattate con l’accrescitivo milfone, un acronimo che letteralmente significa Mother I’d Like to Fuck (mamma che mi piacerebbe scopare), ormai di uso comune: si trova anche sui giornali con il significato edulcorato di donna matura piacente, dunque una splendida quarantenne o cinquantenne, una bella mamma o signora, una bellezza matura. Soltanto nel 1999, nella traduzione italiana del film American pie (Paul e Chris Weitz), la parola era stata resa con “MIMF”, Mamma che Io Mi Farei, visto che l’espressione era ancora sconosciuta.
Una donna grassa, obesa, cicciona o sovrappeso come quelle dipinte da Botero è invece edulcorata in donna curvy, cioè dalle forme piene o abbondanti, rotonda o rotondetta, florida, prosperosa, giunonica, tutta curve, curvilinea, maggiorata. Quanti sinonimi inutili davanti alla bellezza di simili parole inglesi… E se proprio si vuole spezzare la monosemia si può anche dire BBW, come si trova sui siti porno, acronimo di Big Beautiful Woman, cioè bella donna grossa, donnona, rotonda o abbondante.

Molti di questi anglicismi arrivano dal gergo del porno americano e si diffondono in italiano non certo per mancanza di alternative, come nel caso di blowjob per indicare la fellazione, in latino fellatio, e volgarmente pompino, pompa, bocchino, soffocone… I rapporti anali diventano inscrivibili nel genere anal (per risparmiare una e finale) come cantava Elio delle Storie tese: “Pratico l’anal e l’arte del bondaggio, come si vede nel mio cortometraggio” (“Cartoni animati giapponesi”, 1992). Il bondaggio è però più spesso definito bondage, e nelle pratiche legate al sado-maso si parla di master (cioè padrone) o di mistress (padrona), mentre passando dal gioco di chi domina e detta le regole della sottomissione al ruolo di chi ama sottomettersi ci sono gli slave, cioè gli schiavi, ma in queste pratiche sessuali è sempre bene concordare una safeword, cioè una parola di salvezza, una parola d’ordine che in caso di eccessi metta fine al gioco.

Betty Page, sculacciata sado maso

Perché dobbiamo ripetere questa terminologia americana? Anche nel sesso dovremmo imparare da loro?
Il motivo fondamentale è sempre lo stesso, come accade nell’informatica: ripetiamo ciò che leggiamo e non ci sforziamo di tradurlo. Leggiamo dowload e diciamo downloadare invece di scaricare… Leggiamo anal e lo ripetiamo così.

Altre volte, invece, sembra che ci manchino le parole, e ricorriamo all’inglese perché non le vogliamo tradurre, inventare o riconiare. Con l’avvento della Rete i siti pornografici si sono moltiplicati e soprattutto si sono strutturati in categorie sempre più specializzate, che fino al secolo scorso erano inimmaginabili oppure non avevamo l’esigenza di etichettarle con una parola, ma oggi sì, evidentemente. I generi e i sottogeneri delle perversioni e delle bizzarrie sessuali sono infiniti, basta navigare su un sito porno per scoprirne a bizzeffe, e poiché sembra che ci manchino le parole, non resta che ripeterli e importarli in inglese. E allora le sculacciate si indicano con la pratica dello spanking, mentre nei negozi di oggettistica sessuale si possono comprare ammenicoli come gli strap-on, cioè le cinture falliche, anche se nessuno le chiama in italiano. In questo modo si diffonde il pissing, alternato all’italiano “pioggia dorata”, che corrisponde all’urofilia, oppure lo squirting traducibile come eiaculazione femminile (o “leggenda metropolitana”, a seconda dei punti di vista), che trova adattamenti gergali nel verbo “squirtare”.

In inglese nasce e si diffonde una terminologia per descrivere nuovi fenomeni come il sexting (sex = sesso + texting = invio di un testo) cioè la pratica di inviare messaggi, autoscatti o filmati erotici attraverso i dispositivi mobili, in altre parole lo scambio di messaggi erotici (a luci rosse, porno), l’invio di foto bollenti o della corrispondenza/messaggistica erotica tra amanti. Queste cose sono pericolose quando il gioco è tra sconosciuti incontrati virtualmente, nella pratica del cybersex, o sesso virtuale, e quindi si rischia di incorrere in episodi di sextortion (sex + extortion = estorsione) che in italiano si può dire ricatto o estorsione sessuale. Quando invece una relazione finisce, il rischio si chiama revenge porn, letteralmente una pornovendetta in cui si pubblicano in Rete foto o video intimi degli ex-amanti, anche se le vittime di questo “sputtanamento” che è un vero e proprio reato, sono soprattutto le donne, con conseguenze sociali spesso tragiche. Davanti a questi nuovi fenomeni di costume noi ripetiamo l’inglese, senza porci il problema di tradurre, adattare, usare o recuperare le nostre parole. Ciò che è nuovo si dice in inglese. Punto.

Purtroppo questa strategia non rimane confinata nel gergo e nelle stravaganze del porno, sempre più spesso questi anglicismi finiscono per travasarsi nel linguaggio giornalistico o comune, magari con allargamenti di significato o estensioni metaforiche. La scusa per ricorrere all’inglese, lingua sintetica e pragmatica, è quasi sempre la stessa: ci manca la parola italiana. Magari non il concetto, ma la parola.

Laura Antonelli Malizia

Spesso quando in una lingua manca una parola è perché non si è mai sentita l’esigenza di coniarla. Chi non ricorda la scena di Malizia (Salvatore Samperi 1973) in cui Laura Antonelli saliva sulla scala della biblioteca in minigonna facendo impazzire il quattordicenne Nino (Alessandro Momo) che la sbirciava da sotto? Noi all’epoca non lo sapevamo, popolo di arretrati, ma questa scena entrata nell’immaginario collettivo cinematografico non era altro che un upskirt! Meno male che oggi abbiamo una parola per indicare tutto questo.

Upskirt (lett. sotto la gonna) nel gergo del porno indica una ripresa o una fotografia che ritrae le gambe e l’intimo di una donna dal basso, dunque uno scatto sotto la gonna. Può essere consenziente, anche se per lo più si tratta di scatti rubati che con l’avvento dei dispositivi mobili sono diventati un fenomeno inquadrabile nella molestia sessuale (es. dai giornali: “Upskirt al supermercato, arrestato 55enne che filmava sotto le gonne delle donne”).

Sharon Stone accavala le gambe in basic instinctL’anglicismo indica anche le “scosciate” involontarie riprese per esempio durante gli eventi pubblici o le trasmissioni televisive, come una donna che accavalla le gambe mostrando l’intimo (nel caso di Basic Instinct, del 1992, Sharon Stone non lo indossava, e la scosciata non era affatto involontaria). Queste scosciate (parola italiana che risale all’Ottocento) sono dette in inglese anche sui giornali: “Upskirt. Le giornaliste del TG5 restano in mutande sotto la scrivania”;  “Kylie Minogue, upskirt involontario sul palco durante il live a Cannes”; “Gli incidenti sexy delle dive, ecco i fuori di seno e gli upskirt più imbarazzanti”…

Adesso che ci penso non abbiamo una parola nemmeno per indicare il fenomeno di un seno che fuoriesce involontariamente o meno dalla scollatura di una donna. L’italiano è lingua povera, è sempre più evidente, e soprattutto incapace di evolvere autonomamente con propri neologismi davanti all’emergere di queste “nuove” esigenze. Per fortuna abbiamo gli anglicismi che sopperiscono alle nostre lacune.

Mi viene in mente una vecchia canzone in milanese di Nanni Svampa, che aveva a sua volta tradotto un testo di Brassens (“Brave Margot”), “La Rita de l’Ortiga”. Raccontava di una ragazza con la camicetta scollata che quando si chinava per versare il latte al gattino dava spettacolo, e tutti gli uomini le sbirciavano nella scollatura. Lei, inconsapevole, credendo che ammirassero la sua bestiola sorrideva e cantava allegramente…

Quanti giri di parole inutili in questi testi! Forse un anglicismo presto ci salverà anche da questa grave mancanza di poterlo esprimere con un solo termine, chissà…

Interferenza linguistica dell’inglese: dal prestito all’emulazione

L’interferenza linguistica è il risultato della pressione di una lingua nei confronti di un’altra. Quando è intensa e prolungata nel tempo può portare a cambiamenti profondi del sistema linguistico che la subisce, soprattutto se l’influenza è esercitata da una lingua dominante, più forte, che gode di un prestigio economico-sociale maggiore e internazionale.

Questi cambiamenti si possono limitare al lessico, cioè alle parole straniere che entrano nel vocabolario, oppure possono essere più profondi e coinvolgere anche la sintassi (cioè la struttura delle frasi). Nei casi più gravi la lingua più debole si può ibridare sempre più fino a scomparire ed essere rimpiazzata dalla lingua dominante.

Questo è il quadro che bisogna tenere presente per comprendere e misurare l’interferenza dell’inglese sull’italiano.

interferenza linguistica
Immagine tratta da: https://www.lavocedeltrentino.it/2018/03/14/cunevo-tre-incontri-con-gsh-sulla-comunicazione-aumentativa/

La buona notizia è che, attualmente, l’influsso dell’inglese sulla nostra sintassi è ben poca cosa. Alcuni linguisti hanno notato per esempio il diffondersi di espressioni come vota per il tal partito invece di vota il tal partito, per l’influenza dell’inglese vote for. Si può registrare anche la tendenza a usare frasi come pensa positivo invece di positivamente (gli aggettivi riferiti al verbo invece dell’avverbio) oppure l’accostamento di due nomi come aereo spia, batterio-killer, l’inversione all’inglese di qualche accostamento tra aggettivo e nome: baby-spacciatore invece di spacciatore baby, il papa pensiero, o le espressioni con il no anteposto, per esempio no panico invece di no al panico. Ma esempi come questi non rappresentano un segnale di mutamento significativo del nostro modo di parlare.

Lo stesso non si può invece dire del lessico, dove le cose appaiono molto più preoccupanti. Negli ultimi decenni, la quantità di anglicismi che abbiamo importato ha superato abbondantemente i livelli di guardia, per il numero di parole in circolazione e per la frequenza d’uso sempre più alta non solo negli ambiti settoriali, ma anche nel linguaggio comune.

Il prestito linguistico: una categoria vecchia, debole e contestata

Le parole straniere, i forestierismi (o esotismi, xenismi e stranierismi), in linguistica vengono anche definiti prestiti, un concetto che in tanti hanno criticato – compreso il Devoto Oli: “il termine è improprio perché ne esula qualsiasi riferimento a una presunta restituzione” –, ma che nessuno vuole abbandonare.

“Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non è obbligata a restituirlo” notava Gian Luigi Beccaria già negli anni Ottanta.

[Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241].

Marcello Aprile ha osservato che “quando una parola entra, può fare di tutto – radicarsi, cambiare significato, estinguersi – ma non viene ‘restituita’” (Dalle parole ai dizionari, il Mulino, 2005,p. 83).
Paolo Zolli scriveva: “Vocabolo infelice e impreciso, ma ormai comunemente accettato nella terminologia linguistica internazionale” (Le parole straniere, Zanichelli, 1976, p. 1).
Salvatore Sgroi ha parlato di “doni”, rifacendosi a un’osservazione di Mario Alinei per cui al massimo si tratterebbe “di acquisizioni, o di veri e propri regali”, e ha suggerito di parlare di “voci importate”.

prestiti linguistici a senso unico

Credo, però, che il “prestito” non sia solo un “vocabolo infelice e impreciso”, ma una vera e propria categoria, cioè un modo non innocente di interpretare le cose all’interno di una teoria. Questo modello esplicativo non basta per rendere conto dell’interferenza dell’inglese del nuovo Millennio. Non siamo di fronte a una manciata di “prestiti” come avviene per esempio nel caso dello spagnolo, del tedesco, del giapponese o delle altre lingue. Non siamo di fronte all’interferenza del francese che ci ha influenzati per secoli ma che è stato assimilato e adattato, non ci ha snaturati con migliaia e migliaia di parole “crude” e non adattate, le sole di cui valga la pena di preoccuparsi. Siamo di fronte a un fenomeno ben più profondo, rapido e grave dove le radici inglesi prendono vita e si ricombinano tra loro in tutti i modi, e dove il tutto non è più semplicemente riconducibile alla somma delle parti.

Come notava Paolo Zolli,

il prestito “è legato a fattori extralinguistici: rapporti culturali (nel senso più ampio del termine), scambi economici, invasioni militari sono all’origine di esso ed è quindi ovvio che il passaggio da una lingua all’altra sarà tanto più facile e frequente quanto più stretti saranno i rapporti tra le popolazioni parlanti quelle lingue”.

[Le parole straniere, Zanichelli, 1976, p. 1].

Oggi, in Italia, l’inglese è considerato di prestigio, superiore, è un modello culturale da emulare, un tratto distintivo sociolinguistico della nostra classe dirigente (cfr. Le cause dell’inglese) che sempre più spesso viene emulato dalle masse. Non ricorriamo all’inglese perché ci manca una parola, ma perché non vogliamo più tradurre, adattare o coniarne di nostre. Siamo soggiogati dall’angloamericano, e affascinati dal farci soggiogare, per motivi extralinguistici.

E allora più che di singoli prestiti bisognerebbe parlare di emulazioni.

Dal prestito all’emulazione

lingua inglese
Immagine tratta da: http://www.giornaletrentino.it/cultura-e-spettacoli/l-itanglish-uccide-la-lingua-italiana-bisogna-reagire-1.1216584

Quando un politico introduce il jobs act o il navigator, che in inglese esistono ma non hanno prevalentemente il significato attribuito in Italia, non prende in prestito qualcosa, esprime cose nuove con neologismi che suonano in inglese, in altre parole ricorre a emulazioni o reinvenzioni dal forte potere evocativo-connotativo.
Quando nel mondo del lavoro si parla di mission e di vision lo si fa per distinguersi ed elevarsi attraverso l’inglese vissuto come modello superiore, e missione e visione  vengono volutamente estromesse dalla comunicazione.
Quando i marchi italiani assumono denominazioni anglofone come Autogrill, Slow Food o Eataly lo fanno nella convinzione che essere internazionali significhi sottostare al monolinguisimo basato sull’inglese (esattamente come Walkman è un marchio della giapponese Sony) invece che puntare a esportare la nostra lingua insieme alle  nostre eccellenze, come è accaduto per esempio a parole come espresso e cappuccino.
Quando parliamo di mobbing dobbiamo tenere presente che nei Paesi anglofoni non ha il significato che gli diamo noi: è stato coniato negli anni Settanta dall’etologo Konrad Lorenz per descrivere l’atteggiamento aggressivo con cui alcuni animali escludono un membro dal gruppo, ed è questo il significato prevalente.

E allora come si spiegano questi esempi all’interno della teoria del prestito?

Davanti al pullulare di pseudoanglicismi come pile, slip, footing, autostop, smoking, beauty case e tanti altri siamo davanti a emulazioni, a parole che suonano inglesi, anche se non lo sono. È questo l’importante. In questo suono si esaurisce tutto lo spirito che le origina e le diffonde: l’apparire inglesi – quindi di prestigio e di moda, nuove e internazionali – anche se non lo sono affatto.

Ha  senso liquidare la faccenda con l’etichetta di “prestiti apparenti”?

Parlare di emulazioni mi pare molto più proficuo anche per rendere conto delle numerosissime decurtazioni all’italiana: diciamo basket (cesto) invece di basketball (pallacanestro), social (sociale) invece di social network, e spending invece di spending review, con il curioso risultato di dire il contrario di quel che vorremmo (cioè spesa invece di revisione o taglio).
Spesso importiamo solo uno dei tanti significati, e gli attribuiamo un senso che non esiste necessariamente in inglese. Fare shopping, per esempio, da noi diventa l’andar per vetrine alla ricerca di beni di lusso o per la persona, ma in inglese indica l’acquistare qualunque cosa, anche il fare la spesa al supermercato. Tablet in italiano diventa un tecnicismo monosignificato per indicare un dispositivo portatile, ma in inglese è più genericamente una tavoletta, una lastra, persino una pastiglia. In questi processi di reinvenzione, come ha osservato Roberto Gusmani, i “prestiti” non sono semplici aggiunte di parole al nostro vocabolario, e ogni entrata ridefinisce tutta l’area semantica delle parole collegate in un processo di acclimatamento o di sedimentazione in cui la parola straniera assume un nuovo significato, con un nuovo valore sia nei confronti della lingua di provenienza, sia nei confronti delle parole autoctone già esistenti (cfr. Saggi sull’interferenza linguistica, seconda edizione accresciuta, Le Lettere, 1993).

Quando pronunciamo all’inglese la parola stage, che è francese, stiamo compiendo un’emulazione fonetica. Jobs act e navigator sono emulazioni evocative, beauty case o footing (pseudoanglicismi) sono emulazioni creative, che pescano da radici inglesi reinventate. Altre volte le emulazioni sono più ortodosse e corrispondono effettivamente a espressioni importate, come il question time preso “in prestito” dalla tradizione inglese senza tradurlo e senza adattarlo, per emulazione, scegliendo di dirlo in inglese, invece di chiamarlo per esempio “l’ora delle domande” come fanno in Svizzera. E poi ci possono essere emulazioni tecniche, come lo smartphone, che non abbiamo voluto tradurre né adattare (avremmo potuto anche chiamarlo smarfono, teoricamente). Altre volte ci sono emulazioni culturali, che consistono nell’importare senza adattamenti la terminologia contenuta nelle teorizzazioni di area angloamericana, come il brainstorming, che in spagnolo è invece stato tradotto con pioggia di idee (lluvia de ideas), e in francese con spremi-meningi (remue-méninges) o come la token economy (economia dei gettoni) utilizzata come strumento motivazionale all’interno di teorie psicologiche o dell’apprendimento, che entra nella lingua degli addetti ai lavori insieme alla teoria che la contiene.

E poi ci sono le emulazioni forzate o indotte, che consistono nel recepire l’inglese esportato dalle multinazionali che si espandono, per cui siamo costretti a utilizzare leasing invece di locazione finanziaria, perché questo è il termine basato sul diritto internazionale che ci impongono i colossi del mercato. O più semplicemente ripetiamo download invece di scaricamento perché è ciò che leggiamo nei programmi maltradotti che ci passa il convento o sulle scatole dei prodotti che ci vendono. Da queste parole poi creiamo downloadare, computerizzare o chattare, dai nomi dei prodotti e delle aziende nascono googlare, whatsappare, twittare, youtuber e altre centinaia di derivazioni dalle radici inglesi: fashionista, clownesco, gangsterismo, killeraggio. Questi non sono “prestiti”, sono un fenomeno di ibridazione lessicale dove la struttura italiana si mescola alle radici inglesi in neologie semiadattate. Sono nostre emulazioni mistilingui che non appartengono ai linguaggi settoriali, sono nella lingua di tutti i giorni. Così, l’emulazione, sempre più massiccia, travalica le parole singole, i singoli prestiti, e riguarda ormai una rete di radici che si ricombinano tra loro autonomamente e si estendono nel nostro lessico come qualcosa di vivo e di estraneo.

Dall’emulazione delle singole parole a una rete sempre più fitta di anglicismi interconessi

rete di parole inglesi

L’emulazione sta portando la nostra lingua a esprimere tutto ciò che è nuovo in un inglese vero o reinventato, e le conseguenze sono che gli anglicismi si identificano sempre più con i neologismi: il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese e l’italiano è sempre meno capace di evolvere senza ibridarsi e mantenendo la propria identità morfologica. Questa colonizzazione lessicale non ha precedenti nella nostra storia, per dimensioni e per rapidità, ed è dovuta a una nostra interna strategia di emulazione. La “strategia degli etruschi” che si sono sottomessi alla romanità fino ad esserne assorbiti.

Uno dei dati più interessanti che emergono dalla classificazione degli oltre 3.600 anglicismi che circolano nella nostra lingua inclusi nel dizionario AAA è che ci sono circa 1.400 locuzioni, e se si aggiungono anche le tantissime parole composte – back si ritrova in backup, background, playback, flashback, quarterback, backgammon, backdoor, backstage… – circa i 2/3 degli anglicismi in circolazione sono formati da radici che abbiamo assimilato e che si ricombinano tra loro in tutti i modi con un effetto domino. La maggior parte di questi composti formativi è ormai nella nostra disponibilità ed è a sua volta prolifico. Le radici inglesi sono diventate i nuovi modelli per la coniazione dei neologismi che un tempo si formavano dalle radici greche e latine (termosifone, calorifero…). Ho già analizzato i casi come le formazioni che derivano da baby che dà origine a una quantità di parole che non è più possibile contare, è diventato un suffissoide. Lo stesso avviene per manager, per food e per tantissime altre parole.
Le mie analisi trovano conferma anche nelle preoccupazioni di Valeria della Valle che nel suo recentissimo lavoro sui neologismi dell’ultimo decennio (realizzato con Giovanni Adamo) ha denunciato che sui giornali “sono apparse 15 nuove parole composte da ‘food’ e solo 2 da ‘cibo’; hanno fatto il loro ingresso 17 termini con ‘gender’ contro 13 con ‘genere’, stessa cosa per ‘smart’, che ha la meglio sulla sua traduzione italiana, ‘intelligente’.”

Questo è il nuovo fenomeno del nuovo Millennio. Questa è oggi l’interferenza dell’inglese: dai singoli prestiti siamo passati a modelli generativi basati sull’emulazione. La rete degli anglicismi interconessi è sempre più fitta e si espande nel nostro lessico che si ibrida e regredisce scivolando giorno dopo giorno verso l’itanglese. Questo fenomeno non ha nulla a che fare con gli anglicismi effimeri che scompaiono dopo essere passati di moda, sta portando a neoformazioni che utilizziamo ogni giorno, le radici inglesi diventano modelli prolifici che si moltiplicano e che si trasmettono sempre più alle generazioni successive.

Rimanere fermi alle categorie ingenue del “prestito” significa non comprendere cosa sta accadendo, e non avere gli strumenti e le categorie culturali per interpretare l’italiano di oggi e dove stiamo andando.

Elogio dell’ironia di Elio contro gli anglicismi (Uaired, La nave di Teseo, 2018)

Davanti all’abuso dell’inglese che in certe fasce sociali è vissuto come la strategia comunicativa della modernità, occorre una rivoluzione che deve passare per nuovi modelli culturali e soprattutto sociali. Se la nostra classe dirigente, i politici, i giornalisti, i protagonisti del mondo del lavoro o della Rete ostentano il loro itanglese con orgoglio, c’è anche chi lo percepisce come una scelta fastidiosa e ridicola.

Con la leggerezza dell’elio che fa volare in alto i palloncini, Elio (delle storie tese) e Franco Losi sollevano questo tema che spicca tra le tante chiavi di lettura del romanzo di fantascienza Uaired (La nave di Teseo, 2018). L’ironia e la satira sono tra le armi più forti per schernire e smascherare l’alberto-sordità di questo itanglese che si sta imponendo nel nuovo Millennio.

elio

Il senso di Elio per l’inglese “cambierà il mondo” e ci salverà?

Uaired, sì, scritto come lo leggiamo in italiano. Sono contro gli anglicismi inutili” ha dichiarato Elio. “Questa è una vendetta nei confronti degli americani e degli inglesi e in generale degli stranieri, che non si preoccupano mai minimamente di pronunciare in modo corretto i termini italiani. Diciamo che gli abbiamo restituito il favore, nel solco della luminosa traduzione del water pronunciato vater, all’italiana, e poi del colgate e del palmolive“.

[“La fantascienza di Uaired: gli alieni secondo Elio”, Corriere del Veneto, 31/01/2019].

Spiritosamente, in questo romanzo una gran parte degli anglicismi sono proprio scritti così come si leggono, a cominciare dai nomi dei protagonisti Toni (e non Tony) e Gec (che ricorda geek, il secchione informatico). A dire il vero si salvano i nomi propri come WhatsApp o Twitter, e anche molte parole di uso comune come computer (scriverlo compiuter forse sarebbe stato più coerente), designer, shampoo, copy, shuttle, mentre il problema non si pone per gli anglicismi che non violano le nostre regole grafo-fonetiche, come art director. Ma venendo ai neologismi della terminologia informatica e digitale la nuvola è il claud (non cloud), la massima di Steve Jobs siate affamati, siate visionari è stei angry, stei fulisc (e non stay hungry, stay foolish) e l’organo impiantato negli alieni che sono tra noi (“i Uaired“ che ricorda i cablati, cioè wired) è il breinplag (molto meglio di brian-plug). E questo perché l’intento del libro, oltre a quello di “cambiare il mondo” è quello di interpretare la rivoluzione del digitale:

“Oggi siamo nel mezzo di una evoluzione antropologica: il digitale non è più solo uno strumento, ma è una nuova realtà che ci stiamo costruendo” e la tecnologia digitale “ha creato una sorta di metamondo, una sovrastruttura digitale di quello reale e che ne regola l’accesso”

[Stefano Spataro, “Uaired, Elio e Losi scrivono un romanzo di fantascienza tesa”].

elio losi uaired nave di teseoIn questo sovramondo dove l’innovazione si espande con la propria tecnologia imposta senza traduzioni (soprattutto in Italia) la scelta provocatrice di Elio e di Losi è una strategia di adattamento ironica che assurge a nuovo modello culturale, e crea un precedente che entra così nella letteratura scritta, che come è noto gode di una maggiore importanza linguistica rispetto all’oralità.

E se questo libro diventasse il capostipite di un modello da imitare sempre meno ironicamente?

L’ironia, dal basso, anche in Rete ha già prodotto scherzosi adattamenti gergali come Facciabuco e Faccialibro, mentre YouTube è anche detto il Tubo (che dietro l’ironia è ineccepibile, visto che il riferimento del sito statunitense era al tubo catodico) e un cinguettio, come alternativa a tweet, è uno dei pochi timidi segnali di adattamento della nomenclatura delle piattaforme sociali.

Uaired, oltre a essere un romanzo divertente, fa riflettere sulla necessità di spezzare la vergogna di italianizzare e di considerare l’angloamericano la “lingua sacra” da non violare. Se in Francia e in Spagna è normale pronunciare wi-fi “uifì” e “uìfi”, da noi no, perciò Elio-Losi lo scrivono invece uai-fai, così come un device è un devais!
Fa ridere? È il surrealismo demenziale tipico di Elio? E se invece, fuori dall’ironia, fosse un strategia sana di adattamento e di sopravvivenza? E se dietro la provocazione ci fosse un grido di allarme per scuoterci un po’ dal nostro senso di inferiorità che ci riempie supinamente di anglicismi imposti dalla lingua dei mercati e dall’espansione delle multinazionali?

Gli anglicismi sono come gli alieni che ci hanno invaso, “i Uaired” che sono mescolati tra noi, però sono meno invisibili di loro che si nascondono perfettamente, perché questi “corpi estranei” linguistici, per dirla con Arrigo Castellani, ci invadono senza confondersi come facevano gli ultracorpi, stanno invece imponendosi con la loro invadenza e cambiando il volto della dolce lingua dove il sì suonava.

Non dovremmo avere vergogna di pronunciare all’italiana certi  anglicismi, un tempo era normale e a proposito di puzzle, nel 1933 Paolo Monelli scriveva che è un termine “inglese di brutto suono così come è pronunciato generalmente da noi” (Barbaro dominio, Hoepli, Milano 1933, p. 256). Ma oggi abbiamo cambiato la pronuncia, non certo per correggere il “brutto suono”, mbig babola perché dobbiamo ostentare l’inglese che invece non sappiamo, stando alle statistiche. E meno lo sappiamo più lo sbandieriamo a costo di inventarcelo o di stravolgerlo in un’ampia serie di pseudoanglicismi. Negli anni Settanta i bambini cantavano ancora “la macchina del capo ha un buco nella gomma” che si riparava con il chewingum, pronunciato “cevingùm” e non di certo “ciùingam” come forse si canta oggi. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, in un ritornello pubblicitario che spopolava in televisione delle gomme da masticare Big Babol – scritte così come si dovrebbero pronunciare in inglese – Daniela Goggi cantava: “Il pallone più grande lo fa questo bubble gum”, pronunciato come si scrive.
Gian Luigi Beccaria ha citato l’esempio di jumbo, che inizialmente si pronunciava con la u, quando era solo il nome di un grande elefante ottocentesco del circo Barnum, entrato attraverso i giornali per via scritta, ma quando è arrivato l’aereo, in epoca televisiva, si è cominciato a pronunciare “giambo” (Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, 1988, p. 243).
E così oggi si dice “clab” e non più “club”, e guai a dire “cult” invece di “calt”… Mandrake è diventato “mandréic” (e da quando hanno ucciso l’Uomo ragno si dice ormai Spiderman). Per quanto tempo continueremo a dire come facciamo da oltre un secolo tunnel e recital invece di “tannel” e “resaitl” per sentirci più angloamericani e moderni? E se invece di considerare le pronunce all’italiana come un segno di ignoranza le considerassimo un sano adattamento?

L’italianizzazione dei forestierismi ha permesso alla nostra lingua di evolvere nella storia senza snaturarsi. Se non lo si vuole più fare forse tanto vale seguire Elio e Losi e scrivere gli anglicismi così come si pronunciano, anche la traslitterazione, se pur provocatoria e di difficile affermazione, mi pare un segno di resistenza e di autostima preferibile all’importazione dell’inglese crudo.

“Rimpiango l’autostima degli italiani, che in preda a una specie di attacco di panico collettivo oggi si rivolgono a chi promette di ridare dignità all’Italia partendo da basi talmente basse…” dice Elio. E passando dai contenuti alla forma, queste “bassizie” hanno proprio a che fare con l’abuso dell’inglese. Gli italiani sono quelli che pensano che autogrill sia un termine inglese e poi, aggiunge Elio:

“C’è l’altra storia che mi irrita sempre, quella del junior pronunciato all’inglese. Cioè un termine che parte dal latino, va in America, si trasforma e torna: e noi qui come dei c…, a dire giunior

[“La fantascienza di Uaired: gli alieni secondo Elio”, Corriere del Veneto, 31/01/2019].

A questo esempio di “prestito di ritorno” se ne possono fare seguire tantissimi, i media che diciamo “midia”, il disegno che è diventato design, lo schizzo che è diventato sketch, il manager che deriva da maneggio, i jeans da Genova, la novella di Boccaccio che origina l’inglese novel (romanzo) e che ci ritorna nelle graphic novel simbolo della vergogna di parlare di fumetti come aveva fatto invece con orgoglio Dino Buzzati con il suo Poema a fumetti (1969) quasi mezzo secolo prima che il romanzo a fumetti diventasse un genere chiamato in inglese. L’inglese è una lingua ricca che ha accolto e accoglie da ogni altra. Ma lo fa adattando le parole ai propri suoni, come accade in tutte le lingue sane. Noi invece non solo non lo facciamo più ma americanizziamo persino le nostre parole, e così la commedia di Dante nei palinsesti televisivi diventa comedy,  e in questo modo l’Italia diventa la terra dei cachi e gli italiani diventano servi della gleba e della globalizzazione…

Il libro di Elio e Losi, nelle sue molteplici letture, attraverso la sua ironia ci fa riflettere e ci insegna anche questo e se vuoi saperne di più:SCHIACCIAper rubare il tasto che si trova sul sito di Elio e le storie tese che nella sua disarmante chiarezza e semplicità ci appare invece geniale nell’assuefazione davanti a play, clicca, link e tante altre balle.

10, 100, 1.000 Elii

elii

Servirebbero tantissimi Elii, servirebbero molti più modelli culturali e sociali in grado, ognuno a suo modo, di porre l’accento sull’abuso dell’inglese per creare un nuovo clima, culturale e sociale. Ben venga Mara Maionchi quando sbotta contro gli anglicismi e strappa gli applausi, anche se era solo uno sfogo estemporaneo fatto all’interno di una trasmissione anglicizzata, che però raggiunge un pubblico di massa. Ben venga Enrico Mentana che, nonostante il suo linguaggio giornalistico molto anglicizzato, si scaglia contro caregiver e promette di non utilizzarlo per non contribuire alla sua diffusione, uno sprazzo e un caso simbolico sono sempre meglio di niente.

Il mio sogno è di organizzare un manifesto e un cartello di tutti i personaggi pubblici che si sono espressi contro l’abuso dell’inglese, da Elio a Nanni Moretti, da Dacia Maraini a Corrado Augias… per porre la questione sotto gli occhi di tutti, per passare dalle lamentele isolate a un movimento culturale nuovo, di resistenza all’invasione dell’inglese che sia un inno alla creatività italiana che ci ha sempre contraddistinti.
Solo così si può cambiare il vento. Coinvolgendo quelli che la lingua la possono fare davvero, creando modelli che poi la gente possa ripetere, e con un appello alla politica,  perché rinunci simbolicamente all’inglese nei contesti istituzionali come buon esempio e perché promuova campagne di sensibilizzazione culturale come esistono all’estero.

Il ruolo dei linguisti nella battaglia contro l’itanglese e la colonizzazione dell’italiano non basta.

L’Académie Française è composta dagli “immortali” (quando ne scompare uno viene subito rimpiazzato da un altro) che sono illustri rappresentanti della letteratura, della scienza del mondo politico e

“non sono, se non occasionalmente, linguisti. Sono uomini di cultura che hanno scritto romanzi, poesie, saggi storici e politici, trattati scientifici, discorsi politici, diari. Sono persone che debbono il successo della loro vita all’uso della lingua francese. Nel loro modo di lavorare al dizionario vi è quindi un elemento che non esiste negli accademici della Crusca e che potremmo definire ‘gusto’”.

[Sergio Romano, “Académie française e Crusca, come difendere la lingua”, Corriere della Sera, 1 novembre 2009, p. 33].

Ci vogliono meno traduzioni funzionali e più traduzioni creative, per citare Massimo Arcangeli, ci vorrebbero più Bergonzoni” inventatori” di parole e meno “terminologi” anglofili. Il punto è che l’italiano deve ricominciare a coniare nuove parole attingendo dalla propria storia e dalla propria creatività che stiamo buttando nel cesso (o nel “uòter”) perché non sappiamo fare altro che importare anglicismi integrali, senza tradurre e adattare foneticamente e graficamente.

Per cambiare avremmo bisogno di modelli popolari, ma ce ne sono sempre meno visto che la classe dirigente e chi ha ruoli chiave nell’informazione va fiera dell’itanglese che diffonde. Prendiamo hater, per esempio.

crozza iene

Crozza nei suoi meravigliosi siparietti ha parlato spesso di hater senza alternative, ma per fortuna in molte altre occasioni ha cambiato linguaggio parlando di odiatori seriali. Una scelta che non si ritrova invece nel linguaggio delle Iene che contribuiscono all’affermazione di hater (spesso declinato in modo ridicolo al plurale) e del monolinguismo stereotipato basato sull’inglese senza mai far circolare odiatore.
Ognuno parla come vuole, naturalmente, ma chi fa informazione, anche attraverso la satira, dovrebbe essere conscio delle proprie responsabilità comprese quelle che scaturiscono dalle parole che impiega. Se si parla solo di hater, la gente li chiamerà così. Privata della libertà di scegliere, fino a che odiatore sarà considerato “non funzionale”, “poco comprensibile” e alla fine “obsoleto”.

Gli esempi dei comici sono importanti soprattutto perché l’ironia è un’arma molto efficace per fare riflettere, per spezzare lo snobismo che caratterizza l’uso e l’abuso dell’inglese e anche per delegittimare chi usa questo linguaggio che spesso non è trasparente, facendolo sentire per quello che è: ridicolo. Chi manda messaggini con le k e le abbreviazioni come il tvtb (ti voglio tanto bene) su cui proprio Elio scherzava negli anni Novanta, è oggi etichettato come un bimbominkia, un neologismo accolto anche nel Devoto-Oli. Un simile appellativo è più forte di qualunque tentativo di convincimento razionale: scrivere a quel modo è semplicemente da sfigati. Ecco, davanti a chi dice che deve fare un brief in conference call con la business unit, quando poi si limita a parlarne al telefono con Carmelo e Giuseppe, per riprendere un esempio di Annamaria Testa, non resta che fargli capire quanto questo “minkia language” sia da sfigati.

Il Consiglio superiore per gli audiovisivi francese, nel 2015, ha avviato la campagna “Ditelo in francese” (Dites le en français) proprio con questo spirito: con divertenti filmati in cui si prende in giro chi impiega il franglais. E lo stesso è accaduto in Spagna nel 2016 quando la Real Academia Española in collaborazione con l’Academia de la Publicidad hanno dato vita a gustosissime finte pubblicità che mettono alla berlina l’abuso degli anglicismi. C’è per esempio un falso carosello che pubblicizza gli occhiali da sole con effetto blind (Sunset Style with Blind Effect) che una volta acquistati e ricevuti a casa si rivelano essere con le lenti che non permettono di vedere nulla, perché blind significa cieco. Oppure un’allettante promozione del profumo Swine (New Fragance, New Woman) dalla confezione ricercata e affiancato dal volto di una bellissima modella, un nome che suona molto bene ma odora molto male, perché swine in inglese significa maiale.

swine new fragrance

Bisognerebbe che anche da noi si facessero campagne simili, bisognerebbe che i comici, e non solo loro, imparassero da Elio, che è anche un gas esilarante oltre che nobile.

 

I limiti dei linguisti davanti all’inglese: occorre una rivoluzione culturale

Dopo aver passato in rassegna le cause della folle penetrazione dell’inglese nella nostra lingua, nei prossimi articoli voglio spendere qualche riflessione su cosa si può fare, o almeno su che cosa occorrerebbe fare, per cambiare rotta ed evitare che il futuro dell’italiano in ogni settore scivoli sempre più nell’itanglese.

La prima considerazione  è che il fenomeno non si può circoscrivere nell’ambito di una semplice presa di posizione linguistica, è un fatto extralinguistico di ben più ampia portata. È dunque necessaria una rivoluzione culturale che coinvolga tutte le componenti della società: il lavoro dei linguisti non basta, da solo.

I limiti dei linguisti e della Crusca

Quando Arrigo Castellani  proponeva alternative agli anglicismi come abbuio per blackout, guardabimbi per baby sitter o fubbia per smog, era destinato a non essere ascoltato. Le sue proposte, belle per alcuni, ridicole per altri (ma solo l’uso e l’abitudine rendono le parole belle o brutte, per citare Leopardi) sono rimaste ipotesi che nessuno ha mai utilizzato. I neologismi non possono essere stabiliti a tavolino da qualche linguista di buona volontà nella speranza che i parlanti se ne approprino. La lingua evolve in altro modo.

Diverso è l’approccio del gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca, che nei suoi intenti di arginare il dilagare delle parole inglesi cerca di promuovere e diffondere sostitutivi esistenti e possibili, invece che creare parole nuove. È lo stesso criterio che, nel mio piccolo, ho provato a seguire nei miei lavori in Rete  e sulla carta,  ma questo criterio ha un limite, nell’arginare l’itanglese.

Che fare davanti alle nuove parole inglesi che non hanno corrispettivi?

Chi parla di prestiti “di necessità” o di parole “intraducibili” ha già la risposta, ma è una risposta ideologizzata e schierata, che spalanca le porte a ogni genere di anglicismo, visto che l’espansione delle multinazionali, della tecnologia e dei mercati della cultura produce un’infinità di cose nuove dai nomi inglesi. Queste categorie linguistiche sono vecchie e sbagliate, dietro questa classificazione si nasconde una precisa scelta, quella di non tradurre i termini di cui non esistono già corrispondenti italiani.

Davanti a una nuova parola che non c’è, i linguisti anglofili non prendono in considerazione altre soluzioni se non quella di ricorrere al prestito. Ma questo approccio è da contrastare e combattere con ogni mezzo, perché impedisce all’italiano di evolvere per descrivere il presente e soprattutto il futuro. Dire che una parola è “necessaria” o “intraducibile” è una mistificazione disonesta e vergognosa, non tiene conto del fatto che, davanti a una parola che non c’è, storicamente e logicamente, ci sono molte alternative, anche se oggi abbiamo un complesso di inferiorità verso l’inglese che ce ne fa vergognare.

La vergogna di tradurre, adattare, risemantizzare e creare parole nuove

1) tradurre

Davanti alla sciocca e ipocrita obiezione che importiamo parole inglesi per necessità, perché non ne abbiamo di nostre, bisogna gridare forte che nulla è potenzialmente intraducibile, al massimo è intradotto, cioè non lo si vuole o non lo si sa tradurre.
Nel primo caso è una precisa strategia comunicativa (dunque si preferisce dirlo in inglese, chiamiamo le cose con il loro nome!), nel secondo si tratta di una dichiarazione di impotenza linguistica (come nota Gabriele Valle) che è una rinuncia a parlare in italiano. Dire che una parola come mouse è intraducibile o necessaria, è falso: altri Paesi hanno semplicemente tradotto con il corrispettivo topo nella propria lingua.

Se il prestito crudo riguarda un piccolo numero di parole, non c’è nulla di male né di pericoloso. Quando invece diventa una strategia che conduce all’entrata di migliaia e migliaia di anglicismi, è il  sintomo di una lingua malata. Anche perché la massa di questi anglicismi è così intensa che sta portando alla nascita di una rete di parole inglesi che si ricombinano con effetto domino, e l’allargarsi di questo fenomeno ci avvicina giorno dopo giorno alla creolizzazione.

Dunque bisogna ricordare a tutti che:

“Ogni lingua possiede i mezzi per indicare nuovi oggetti o nuovi concetti senza ricorrere a parole straniere tant’è vero che se il francese ha accolto la voce tomate (di origine azteca), l’italiano per denominare lo stesso prodotto ha preferito servirsi della perifrasi pomodoro”, ha spiegato Paolo Zolli.

[Paolo Zolli (1976), Le parole straniere, seconda edizione a cura di F. Ursini, Zanichelli, Bologna, 1991, p. 3].

Se un tempo si ricorreva spesso al calco: bistecca da beefsteak o finesettimana da weekend, oggi lo si fa sempre meno, e si preferisce l’inglese anche in presenza di alternative italiane: fake news  invece di notizie false, street food invece di cibo di strada, jobs act invece di riforma del lavoro

2) adattare ai nostri suoni e alle nostre regole

L’esempio di tomate ci porta alla seconda strategia che una lingua sana dovrebbe adottare: l’adattamento al proprio sistema del forestierismo, tomate in francese, tomato in inglese, tomaat in olandese e via dicendo. Allo stesso modo i giapponesi non hanno importato la parola mouse in modo crudo, ma l’hanno adattato in mausu, così come gli albanesi nell’importare computer lo hanno adattato in kompjuter.

Davanti alla rivoluzione tecnologica del digitale, a tutti coloro che dicono che di fronte alle parole nuove inglesi come smartphone non vedono altre soluzioni che importare i prestiti, bisogna ricordare che la grande rivoluzione tecnologica a cavallo di Ottocento e Novecento ci ha portato la lampadina e la televisione, e non certo la lamp e la television!
E bisogna anche ricordare che negli altri Paesi non ci si vergogna di adattare almeno le pronunce delle parole inglesi: i francesi dicono campìng, futbòl e wi-fì, non ostentano le pronunce originali come noi, che per sentirci più americani diciamo ormai iuesèi invece di USA, che in spagnolo si dice EE.UU. (Estados Unidos) e in francese EU (États-Unis), perché i Paesi normali adattano persino le sigle alle proprie regole e ai propri suoni.

3)  coniarne nuove parole

Revolver? “Il popolo ha già formato la voce Rivoltella”, scriveva nel 1886 Giuseppe Rigutini.

[Giuseppe Rigutini, I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, Roma , Libreria editrice Carlo Verdesi. 1886, p. 321].

Le lingue sane producono neologismi, se vogliono evolvere e sopravvivere ai cambiamenti del mondo, non ricorrono come unica soluzione alla strategia dei prestiti. In tempi recenti si possono segnalare per esempio i casi della comparsa dal basso, da parte del popolo, di apericena di fronte a happy hour, o di colanzo che si sta diffondendo in molti locali al posto di brunch. Chi dice che queste parole italiane sono brutte, dovrebbe forse riflettere sull’insegnamento di Leopardi, prima di emettere banali sentenze che dipendono solo dall’uso e dall’abitudine. Ma i casi di neologismi di fronte all’inglese sono sempre meno. Dallo spoglio di Devoto Oli e Zingarelli risulta che il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è inglese, così come il 50% delle parole marcate come termini informatici. Questo è un indice di una grave malattia: l’italiano sta perdendo la capacità di evolvere autonomamente e di poter indicare ciò che è nuovo. Il rischio è che diventi una sorta di dialetto o una lingua lessicalmente morta.

4) allargare il significato di vecchie parole (ri-semantizzare)

Navigare oggi non significa più solo “andare per mari”, ma anche “usare la Rete”. Molti di questi allargamenti di significato  sono il risultato dell’interferenza dell’inglese: basico diventa “di base” e non più solo il contrario di acido, intrigare diventa “stuzzicare” e “coinvolgere”, non più  “compiere intrighi”, e via dicendo. Questi cambiamenti si possono biasimare in nome del purismo o della violazione dei significati storici della nostra lingua, oppure salutare e accettare come un’evoluzione moderna. In entrambi i casi si tratta di cambiamenti che non violano l’identità dei nostri suoni e delle nostre regole di scrittura, dunque le risemantizzazioni di questo tipo non costituiscono un rischio di perdere la nostra identità morfosintattica. Non sono preoccupanti, anzi, davanti all’inglese “crudo” sono una soluzione auspicabile e dovrebbero essercene di più. Se il bug informatico diventa il baco informatico (è una traduzione approssimativa, basata sulla somiglianza fonetica, dell’inglese cimice), e un tweet viene detto anche cinguettio, è il segno che la lingua riesce a evolvere con le proprie risorse. Ma di questi esempi se ne possono fare sempre meno, purtroppo. Al contrario, nello scempio dell’italiano del nuovo Millennio stiamo assistendo a una risemantizzazione rovesciata: le parole italiane soccombono e vengono espresse con un allargamento di significato in inglese. La commedia (un tempo Divina) si trasforma nel genere comedy nei palinsesti televisivi e cinematografici, nel mondo del lavoro è d’obbligo dire mission, vision o competitor invece degli analoghi italiani, nella politica si dice privacy invece di privatezza, tax invece di tasse, nell’informatica computer invece di calcolatore ed elaboratore, nello sport basket e volley invece di pallacanestro e pallavolo, in economia spread invece di forchetta, forbice o scarto.

I puristi del nuovo Millennio: gli anglopuristi che scelgono l’inglese e non fanno evolvere l’italiano

Un tempo molti linguisti erano puristi, erano cioè ostili alle neologie, alle varietà regionali e ai forestierismi, e ammettevano solo le parole storiche e letterarie, ma questo atteggiamento cristallizzava la lingua italiana al suo uso passato impedendole di evolvere. Contro il purismo si schierarono coloro che, in ogni epoca, sostenevano la necessità di fare evolvere la lingua, di accogliere dall’estero e di introdurre neologismi. Tra questi ultimi si possono annoverare scrittori come Machiavelli e Leopardi, linguisti come il modenese Ludovico Antonio Muratori, intellettuali come Alessandro Verri che, per evitare che l’italiano diventasse “la lingua dei morti”, nella celebre e solenne Rinunzia alla Crusca dalle pagine del Caffè, dichiarava che avrebbe preso qualunque parola straniera se “italianizzando” fosse servita. E allora cosa accomuna le posizioni dei più accesi puristi fustigatori dei barbarismi e quelle dei più aperti e moderni sostenitori di internazionalismi di ogni epoca?

Il fatto che nessuno si sognava di fare entrare nel nostro lessico migliaia di forestierismi non adattati.

Oggi, chi denuncia l’anglicizzazione della nostra lingua con preoccupazione non è più un purista, è esattamente il suo opposto: occorre ricominciare a creare neologismi italiani invece che importare solamente dall’angloamericano. Occorre ricominciare a creare calchi e traduzioni, occorre ricominciare ad adattare, cessare di vergognarci di usare pronunce all’italiana invece che in inglese. Chi sono, oggi, coloro che vogliono ingessare l’italiano all’uso storico impendendo che evolva? Chi sono i nuovi puristi?

Sono coloro che chiamo “anglopuristi” che scelgono di dire tutto in inglese, e che sostengono per esempio che autoscatto non è un equivalente di selfie (benché l’etimo sia lo stesso) e argomentano ciò dicendo che il significato storico di autoscatto è un altro. Eppure autoscatto in un primo tempo indicava un sistema con un filo che permetteva lo scatto a distanza. Ma poi la tecnologia è evoluta, e anche la parola è evoluta, passando a indicare il sistema di scatto temporizzato. Perché con l’evoluzione delle nuove tecnologie non dovrebbe evolvere anche autoscatto allargando il suo significato storico? Perché oggi selfie dovrebbe essere più appropriato? Chi si arrampica sugli specchi per dimostrare che ogni anglicismo è necessario, utile, intraducibile, insostituibile è il nuovo purista dell’inglese del nuovo Millennio.

Quando un conduttore di una trasmissione radiofonica come Fahrenheit, Felice Cimatti, che è anche un filosofo del linguaggio, davanti alla mia constatazione che computer ha ucciso la parola calcolatore, visto che in 2001 Odissea nello spazio l’anglicismo non ricorreva nemmeno una volta, obietta che il calcolatore era quello di un tempo, ma oggi il computer designa un’altra cosa (dispositivi piccoli e portatili), cade nell’anglopurismo più spicciolo. L’etimo di computer, infatti, deriva dal latino computare, e gli inglesi non hanno certo coniato una nuova parola per distinguere gli elaboratori di ieri di oggi, così come non lo hanno fatto i francesi né gli spagnoli che continuano a parlare di ordinateur o di computador. E allora qual è la differenza? E qual è il punto nevralgico? Che solo in Italia le nostre parole diventano obsolete e regrediscono di fronte all’inglese a questo modo. L’anglopusirmo che cristallizza le nostre parole ai significati storici, non le fa evolvere per descrivere il nuovo perché preferisce esprimerlo in inglese. Oggi gli anglopuristi ostacolano l’evoluzione della nostra lingua, giustificano il ricorso all’inglese con prese di posizione ideologizzate, non con argomenti logici e storici. Chi continua a ripetere che ci mancano le parole è un nemico dell’italiano. Non ci manca la parola: calcolatore, elaboratore, autoscatto… le parole ci sono, la verità è che le abbiamo imbalsamate per relegarle al vecchiume in nome di un essere internazionali che è falso, visto che all’estero le cose vanno diversamente. Dietro questo preteso internazionalismo c’è solo la volontà di essere angloamericani e di parlare la lingua della globalizzazione, che è una cosa ben diversa.

Il fallimento del liberismo linguistico

Per concludere l’analisi dell’anglicizzazione all’interno delle discussioni linguistiche, va detto che tra gli addetti ai lavori ci sono attualmente due posizioni in campo. C’è chi nega che sia un problema o addirittura che esista, e dice che è solo un’illusione ottica, come se gli italiani fossero deficienti, senza riuscire a fornire una prova del fatto che l’illusione ottica e l’allucinazione non sia invece in chi afferma queste assurdità. Ho dimostrato con i fatti e con i numeri l’inconsistenza di queste argomentazioni. Se il negazionismo è stato il pensiero dominante dei linguisti fino agli inizi del nuovo Millennio, oggi questo paradigma scricchiola, sta perdendo terreno e sta per crollare. Persino il più importante sostenitore del negazionismo, Tullio De Mauro, negli ultimi tempi aveva ammesso lo “tsunami anglicus”. Hanno cambiato idea anche studiosi del calibro di Luca Serianni, mentre il presidente della Crusca Claudio Marazzini esprime le sue preoccupazioni nel suo ultimo libro.

Ogni lingua ha la sua resilienza, cioè la capacità di assorbire gli urti dall’esterno senza frantumarsi, ma non bisogna dimenticare che una lingua viva si può anche ammalare, può anche creolizzarsi o morire. Davanti allo stato di salute dell’italiano, perciò, cosa occorre fare? Non fare nulla, come è accaduto sino a oggi, ci sta portando all’itanglese. Dunque occorre reagire. Il “liberismo” linguistico, di fronte all’espansione dell’inglese, si è dimostrato dannoso.

Gian Carlo Oli disse una volta che la lingua non va difesa, va studiata. Il che è vero, dal punto di vista di un glottologo, ma dal punto di vista di chi ama l’italiano e non lo vuole perdere, si pone il problema civico (non più squisitamente linguistico) di fare qualcosa, di reagire e di intervenire esattamente come si interviene per proteggere ciò è in pericolo, per tutelare ciò che ci è caro.

Perché nessuno ha da eccepire se tuteliamo la nostra cultura, la nostra arte, i nostri prodotti gastronomici, tutte le nostre eccellenze, ma davanti alla tutela linguistica compaiono tante resistenze e non si fa nulla?

Il linguaggio è troppo importante per lasciare che se ne occupino solo i professori di glottologia, per citare Ferdinand de Saussure.

È arrivato il momento di tentare un rivoluzione culturale che coinvolga tutti, prima che sia troppo tardi.

(continua)

Tullio De Mauro e gli anglicismi, anzi gli anglismi (a due anni dalla sua scomparsa)

Il 5 gennaio di due anni fa ci ha lasciato uno dei più importanti linguisti italiani.
Lo voglio ricordare ricostruendo le sue posizioni sugli anglicismi, anzi sugli anglismi.


Per Tullio De Mauro si dice anglismi e non anglicismi

Tullio tullio de mauroDe Mauro si è sempre battuto per chiamarli anglismi, perché è la derivazione corretta dalla radice anglo: l’inserimento di ci è una forma che sarebbe a sua volta un inglesismo (da anglicism).
Questa argomentazione non teneva conto del fatto che non c’è nulla di male a prendere dall’inglese, quando lo si adatta, e non teneva conto dell’affermazione storica della parola “anglicismo”, attestata sin dal Settecento persino da un purista come Giuseppe Baretti che con lo pseudonimo di Aristarco Scannabue si scagliava contro le maleparole dalle pagine della sua rivista la Frusta letteraria. Comunque la pensiate, va detto che nonostante la maggiore frequenza storica di anglicismi, in seguito alle considerazioni di De Mauro, negli ultimi anni la variante anglismi si sta diffondendo sempre più soprattutto tra i linguisti, come variante “colta”.

De Mauro, il falsificatore del “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani

Tullio De Mauro è sempre stato un noto “negazionista”, per quasi tutta la vita non ha mai creduto che l’interferenza dell’inglese rappresentasse un problema per la lingua italiana, ed è celebre in proposito la sua polemica con il neopurista Arrigo Castellani. Quest’ultimo, in un articolo del 1987 che sarebbe passato alla storia, il “Morbus anglicus” (in Studi linguistici italiani, n. 13, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153), aveva denunciato l’invasione sempre più consistente delle parole inglesi che come un virus stavano intaccando la nostra lingua italiana. A suo vedere, bisognava in qualche modo intervenire per curare lo stato di salute dell’italiano, altrimenti il rischio sarebbe stato che i tessuti vitali ne venissero intaccati.
Tullio De Mauro si oppose a questo allarmismo, che confutò statistiche alla mano. La sua posizione si rivelò perciò vincente, tra i linguisti, e divenne quella del pensiero dominante che solo di recente si è incrinata e sta andando ormai in frantumi.
Tutto ebbe forse inizio nel 1980…

1980: il Vocabolario di base della lingua italiana senza anglicismi

De Mauro compì vari studi statistici senza precedenti nell’italiano. Nel 1980 pubblicò il primo Vocabolario di base della nostra lingua, che includeva le circa 7.000 parole che si usano più di frequente.
Queste, a loro volta si possono distinguere in 2.000 parole fondamentali, quelle che da sole costituiscono il 90% dei discorsi e dei testi (e, di, perché, essere, avere…), altre 2.300 definite ad alta disponibilità, che tutti conoscono (per cui sono disponibili nella nostra testa), ma che si usano poco, per esempio forchetta, che non compare spesso nei libri né nei discorsi, anche se è di base. E poi altre 2.750 ad alto uso, e cioè che si usano moltissimo, ma non come le prime, e che comunque sono molto più frequenti delle ulteriori 40.000 parole che formano il linguaggio comune, cioè quelle che tutti conoscono, anche se non è detto che le usino attivamente.
Da questa classificazione è emerso perciò un modello e una mappatura della lingua italiana “a strati” molto interessante: al centro ci sono le parole più frequenti, attorniate da quelle comuni, e attorno a queste sono rappresentate tutte le altre che appartengono a linguaggi tecnici e settoriali, e non sono comprensibili a tutti: l’avvocato conosce i suoi tecnicismi ma non quelli del medico, che a sua volte non condivide quelli dell’avvocato e così via.

vocabolario di base
Una rappresentazione del modello “a strati” del lessico della lingua secondo De Mauro.

In questo schema interpretativo, che sin dal suo apparire registrò anche pesanti critiche e perplessità, De Mauro mostrò come, negli anni Ottanta, gli anglicismi fossero confinati nella parte esterna, e non intaccassero affatto il nucleo centrale dell’italiano. Inoltre, dalle statistiche basate sui lemmi dei dizionari, allora i vocaboli inglesi costituivano ancora percentuali bassissime, intorno all’1% delle parole e anche meno. Dunque l’allarmismo di Castellani appariva ingiustificato, e non era il caso di preoccuparsi…

1989: gli anglicismi sono il 2% del Vocabolario elettronico della lingua italiana (Veli)

Nel 1989 vide la luce il Veli, il Vocabolario elettronico della lingua italiana, un lavoro immenso basato sulla statistica e sull’uso del calcolatore – De Mauro all’epoca non usava la parola computer – che lo studioso curò in collaborazione con IBM partendo dallo spoglio di alcuni testi giornalistici (ANSA, Il Mondo, Europeo e Domenica del corriere) pubblicati tra il 1985 e il 1987. Per quell’epoca in cui i testi non erano disponibili in digitale fu una rivoluzione; il lavoro analizzò circa 26 milioni di parole, che vennero lemmatizzate, cioè ricondotte dalle loro flessioni al lemma (per esempio vanno era ricondotto ad andare) con sistemi automatici poi raffinati manualmente. Successivamente furono scelti i 10.000 lemmi più frequenti e significativi e ne nacque un prototipo di dizionario pubblicato su due dischetti (all’epoca erano i cosiddetti floppy disc rigidi).

veli vocabolario elettronico dell alingua italiana di ibm e de mauro 2
Il Veli, curato da De Mauro, consisteva in un volume introduttivo che riportava anche gli indici lessicali e due dischetti con il primo prototipo di dizionario elettronico basato sulle 10.000 parole più frequenti.

Tra queste 10.000 parole più utilizzate nella stampa, gli anglicismi costituivano circa il 2%, una percentuale decisamente più alta di quella dei dizionari, che era invece della metà, e anche di quella che veniva attribuita all’uso degli anglicismi nell’italiano in generale.

In altre parole, passando dai dizionari allo studio delle frequenze giornalistiche le cose cambiavano sensibilmente. De Mauro, ancora una volta non se ne preoccupò: il 2% era ancora una percentuale fisiologicamente sopportabile, che non rappresentava di certo un pericolo per la nostra lingua. Ma negli anni Novanta le cose erano destinate a cambiare…

1999-2007: il Gradit e l’aumento degli anglicismi

Curato da De Mauro, nel 1999 uscì il Gradit, cioè il Grande dizionario italiano dell’uso in 6 volumi, che raccoglie circa 260.000 parole (più del doppio di quelle dei vocabolari monovolume), classificate attraverso i criteri di frequenza già adottati nel Vocabolario di base del 1980 (parole di base, comuni e settoriali) e da altre marche che ne identificavano i settori (economia, informatica…). Gli anglicismi non adattati erano 4.300, quindi rappresentavano solo l’1,6% dei lemmi. Stavano aumentando, certo, ma ancora una volta niente di troppo preoccupante, in fin dei conti.

Nel 2007, la nuova edizione del Gradit, però, ne registrava ben 6.000 e la loro percentuale saltava al 2,3% (un incremento del 39,5%, 1.700 in più in soli 8 anni).

patole straniere nella lingua italiana de mauro manciniLa cosa si stava facendo imbarazzante e preoccupante, per il più importante sostenitore delle tesi negazioniste. Ma, a onor del vero, l’aumento così eccessivo non dipendeva tanto da una reale entrata di nuovi anglicismi in questo breve lasso di tempo, bensì da una ristrutturazione interna del dizionario. Nella nuova edizione erano infatti confluiti i risultati di un lavoro specialistico sui forestierismi: Parole straniere nella lingua italiana (Tullio De Mauro e Marco Mancini, Garzanti, Milano 2001, e seconda edizione ampliata del 2003) che aveva raccolto oltre 10.000 parole da più di 60 lingue (dall’albanese al vietnamita, passando per il russo, il giapponese, il tedesco fino al francese e all’inglese). E queste sono poi state immesse nella nuova edizione del Gradit 2007, che è passato così da 7.000 a 10.000 forestierismi, e si è arricchito soprattutto da questo punto di vista.

Tuttavia, qualcosa si stava incrinando nelle tesi negazioniste: mentre l’incremento dei francesismi era contenuto, da 4.982 (sommando quelli adattati e quelli “crudi” come abat-jour) si passava a 5.345 (372 in più e un incremento del 7,4%), gli anglicismi erano “impazziti”:  sommando quelli adattati e non adattati sono passati da circa 6.300 a circa 8.400 (un incremento del 33,3%, 2.100 in più, cioè una media di circa 262 all’anno). Scorporando i dati, quelli non adattati sono passati da 4.300 a 6.000 (un incremento del 39,5%, 1.700 in più) e quelli adattati da 2.000 a 2.400 (incremento del 20%, 400 in più). Ho provato a ricostruire questo aumento con un grafico.

aumento anglicismi nel gradit
Fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 88.

La cosa più preoccupante, per De Mauro, fu che complessivamente nel nuovo Millennio l’interferenza dell’inglese sulla nostra lingua aveva, in pochissimo tempo, superato il ruolo dei substrati plurisecolari del francese. Ciononostante, intorno al 2010 lo studioso era ancora serafico e poco preoccupato, perché nonostante l’aumento del numero delle parole inglesi nei dizionari, la loro frequenza era ancora poco diffusa, secondo le sue marche. In un’intervista che in Rete è diventata una sorta di manifesto del negazionismo, “Gli anglicismi? No problem my dear”, ribadiva perciò le sue posizione storiche.

Ma pochi anni dopo la situazione mutò…

2015: il vento è cambiato

storia lingusitica de mauroNel 2014, a p. 136 della Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni (Laterza, Bari 2014), De Mauro sembra assumere una posizione diversa e più preoccupata sulla questione dell’inglese, quando scrive:

“Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del Gradit mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale”.

Lo studioso, dunque, non solo stava elaborando l’aumento degli anglicismi del Gradit, ma stava anche lavorando sulle marche delle parole, in via di revisione e di aggiornamento. Gli anglicismi, anticipava in questo passo, sono sempre meno tecnicismi o di bassa frequenza e stanno penetrando nel nucleo della nostra lingua. Davanti a questi nuovi fatti, sembra proprio che De Mauro in questo periodo stesse abbandonando la sua storica indifferenza verso gli anglicismi.

Intanto, anche il panorama del pensiero dominante cominciava a cambiare.
Il 2015 fu un anno cruciale. Uscì una pubblicazione frutto di un convegno presso l’Accademia della Crusca con la collaborazione dell’associazione Coscienza Svizzera e della Società Dante Alighieri (La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi) in cui molti linguisti cominciarono a esprimere le proprie preoccupazioni, da Claudio Marazzini a Claudio Giovanardi (già autore nel 2003 insieme ad Alessandra Coco e Riccardo Gualdo di un preoccupato Inglese-italiano 1 a 1: tradurre o non tradurre le parole inglesi? Ediz. Manni).
Il linguista Luca Serianni, che nel “Morbus anglicus” era citato da Arrigo Castellani tra i “negazionisti” non preoccupati, aveva cambiato idea sul proliferare degli anglicismi.
Quello stesso anno, la petizione di Annamaria Testa “Dillo in italiano” aveva creato un caso mediatico e l’accademia della Crusca aveva dato vita al Gruppo Incipit per monitorare i forestierismi incipienti e arginarli con sostituivi italiani, almeno negli intenti.
Insomma, qualcosa nell’aria stava cambiando. E anche Tullio De Mauro stava rivedendo le sue posizioni.

2016: la svolta di De Mauro e l’ammissione dello “tsunami anglicus”

La svolta, del tutto inaspettata, arrivò nel 2016, quando lo studioso scrisse la prefazione a Italiano Urgente di Gabriele Valle (Reverdito editore, 2016), una raccolta di 500 anglicismi che venivano spiegati e affiancati da possibili sostituzioni basate sul modello della lingua spagnola. L’opera si apriva con una citazione tratta proprio dal “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani e De Mauro sembrava essersi reso conto della profonda differenza tra l’anglicizzazione arginata dello spagnolo e quella abissale dell’italiano che definiva esplicitamente come uno tsunami:

“è indubbio: quel che altrove appare o è uno tsunami appare invece ed è una fronteggiabile ondata sui lidi ispanici (…). È indubbio che lo tsunami anglicizzante va quasi guadagnando terreno nell’uso italiano: non si segnala tanto per il numero di lessemi analizzanti registrabili in un grande dizionario (…) ma per altri due aspetti: l’uso in locuzioni formali e ufficiali (education, jobs act, spending review e via governando) e  la penetrazione degli anglismi nel vocabolario fondamentale e d’alto uso, dove prima c’erano solo pochi esemplari, bar, film, sport, tram, e oggi si affolla un più folto manipolo…” (p. 17)

Sembra incredibile che queste parole siano state scritte dal massimo esponente del “negazionismo”, eppure sono state ribadite e approfondite in un articolo sul sito Internazionale poco meno di un mese dopo: “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”, dove persino il giudizio sull’avversario Arrigo Castellani sembra rivisto, davanti alla dimensione internazionale dell’espansione dell’inglese:

“Non è un fatto nuovo: da alcuni decenni impetuose ondate di anglismi si riversano nell’uso di chi parla e scrive le più varie lingue del mondo. Trent’anni fa e più un valoroso filologo, Arrigo Castellani, nel diffondersi di anglismi nell’uso italiano vide e diagnosticò un morbus anglicus, un virus capace di infettare e corrompere la lingua italiana. Ma del fenomeno ormai bisogna dire di più. (…) L’afflusso di parole inglesi dagli anni Ottanta ai nostri ha assunto dimensioni crescenti, uno tsunami anglicus. Le ondate somigliano ormai infatti a un susseguirsi di tsunami…”.

Il 23 dicembre 2016 il Nuovo vocabolario di base di Tullio De Mauro venne pubblicato in Rete sul sito Internazionale, e dal confronto con quello del 1980 spicca subito che l’inglese è penetrato anche qui: gli anglicismi sono decuplicati.

Nel 1980, alla lettera B era presente solo bar, mentre nel 2016 gli anglicismi sono 13: baby, babydoll, band, bar, basket, bikini, bit, blog, boss, box, boxer, brand, business. E in tutto il vocabolario di base, se nel 1980 gli anglicismi non adattati erano poco più di una decina, nel 2016 sono 129 su meno di 7.500 parole, cioè almeno l’1,7% (se non me ne è scappato qualcuno e senza conteggiare parole macedonia come salvaslip).

Le parole con cui, pochi mesi prima, De Mauro chiudeva l’anticipazione in Rete di questi risultati sono queste:

“L’accentuata frequenza di anglismi è certamente uno dei tratti in cui si sedimenta la storia linguistica italiana degli ultimi decenni.
A voler bandire l’uso degli anglismi dalle lingue del mondo e dall’italiano c’è lavoro, se non gloria, per tutti.”

Poco dopo la pubblicazione del Nuovo vocabolario di base, il 5 gennaio del 2017, Tullio De Mauro se n’è andato.

nuovo vocabolario di nase de mauro

 

Anche se ne ho più volte criticato le posizioni e anche se ho provato a confutare molte delle sue argomentazioni passate, lo voglio oggi ricordare, rendendogli onore per l’onestà intellettuale di aver saputo rivedere, davanti ai fatti, le convinzioni di una vita. Una cosa che tanti piccoli linguisti ancora non hanno saputo fare.