Speed mentoring, Role model, Chunking e soprattutto molto… Cialtroning!

Ho ricevuto una richiesta di aiuto da parte di una professoressa delle scuole superiori per decifrare il senso della seguente proposta pervenuta:

speed mentoring

La povera professoressa ignorante e sempliciotta, visto che è abituata a praticare l’italiano, non capiva cosa fossero lo speed mentoring e il role model, come non lo capivano le sue studentesse invitate.

Ma come? Ma in che mondo vivi? Possibile che non sai queste cose, nonostante tu abbia una laurea in fisica? E allora vieni al talk, te lo insegniamo noi!

Le ho risposto che mai e poi mai avrei consigliato ai miei studenti di partecipare a un evento del genere (ma per chi volesse farci un salto ecco il loro sito redatto in puro itanglese), visto la comunicazione che utilizzano.

Questo è il linguaggio che quotidianamente si usa a Milano (l’evento è patrocinato dal comune di Milano, capitale dell’itanglese) nel mondo della formazione e della didattica, in linea con il famigerato sillabo del Miur e in linea con il linguaggio aziendale che ha ormai preso piede.

Per la cronaca: il mentoring è una “metodologia di formazione che si basa su un relazione uno a uno” tra una persona che ha una qualche esperienza (definita preferibilmente senior mentor) e un allievo, un discente o un qualunque sfigatissimo subalterno.
Dunque, se un ragazzino prende ripetizioni da un insegnante privato perché va male a scuola, sta facendo un percorso di mentoring, anche se forse qualcuno glielo dovrebbe spiegare! Nelle aziende è semplicemente un processo di formazione o tirocinio. Ma la novità, che oserei definire innovativa e geniale, sta nello speed mentoring! Questa metodologia che arriva direttamente dagli Stati Uniti, come le migliori cinture dimagranti pubblicizzate negli appositi spazi televisivi, consiste più o meno in un incontro di 10 minuti con un esperto che aiuta il subalterno o il discepolo a comprendere il proprio senso della vita, oppure ad avviare un’attività imprenditoriale e tante altre belle cose del genere. Che poi l’esperto sia l’ultimo dei cialtroni, un venditore del proprio prodotto (magari culturale), un santone che ti aiuta a ritrovare te stesso, o il più grande luminare di questa terra, poco importa. Naturalmente, vista la formula dei 10 minuti, ognuno trarrà da solo le proprie conclusioni sui benefici di simili pratiche.

Quanto al role model è un modello di comportamento, per esempio può indicare una persona vincente di cui si cercano di imitare e ricalcare le caratteristiche carismatiche, dunque un personaggio carismatico, o un professionista di successo, in questo caso. Riassumendo il senso dell’evento è probabilmente una conferenza con imprecisati esponenti di spicco o professionisti (definiti carismatici dagli organizzatori e non riconosciuti come tali dalla platea, che probabilmente non li ha mai sentiti), seguito da una chiacchierata privata di 10 minuti con chissà quali consigli di grande spessore (essendo un colloquio a due, tanto testimoni non ce ne sono). Se non fosse per lo speed mentoring, una qualsiasi pallosissima presentazione di un pallosissimo libro avrebbe forse le stesse caratteristiche.

Non entro nei contenuti, mi limito a valutare il linguaggio e la comunicazione, volutamente manipolati attraverso un uso calcolato dell’inglesorum davanti al quale il manzoniano Azzecca-garbugli era solo un dilettante.

Il punto è che davanti a queste supercazzole dovremmo reagire. E rispondere per esempio: no grazie, credo sia meglio parlare come si mangia o comunque evitare di parlare come si scoreggia; non ritengo che chi usa questo tipo di comunicazione sia in grado di tenere buoni corsi, e preferisco consigliare ai miei studenti eventi formativi tenuti in italiano.

Invece, il nostro senso di inferiorità davanti alla cultura e alla lingua inglese ci fa percepire il tutto come chissà quale grande evento, in una manipolazione delle parole che fa parte del pacchetto che ci vendono. Lo scopo è quello di far sentire ignorante il destinatario, per soggiogarlo e imporgli dall’alto le nozioni (e il linguaggio) in modo da renderlo acritico. Questo tipo di cose, oltre a dimostrare che l’itanglese è una realtà, è il segno di una colonizzazione allo stesso tempo culturale e linguistica. Ti vendo e ti impongo il mio modo di vedere insieme alle mie parole, che non traduco volutamente perché tu sia suddito e non abbia la possibilità di replicare, anche nel caso di semplicistiche corbellerie camuffate da perle di saggezza. Attraverso questa terminologia oscura spacciata per tecnica ti domino: no, non è una stronzata, sei tu che non hai capito!

La cosa più grave è che questo modo di procedere è applicato sempre più spesso alla didattica! È rivolto agli adolescenti che non hanno ancora gli strumenti critici per decifrare. Questo tipo di “formazione” invece di incentivare lo spirito critico li plagia in un lavaggio del cervello imposto dalla cultura del mercato.

Se questo è il linguaggio della formazione che si propone ai liceali, quale potrà essere la loro lingua del futuro?
Ripeteranno queste cose che insegnano loro perché questo tipo di comunicazione, manipolatrice e in itanglese, sarà per loro normale: la lingua che li ha fatti e cresciuti e che inculcheranno loro ancor meglio una volta entrati nel mondo del lavoro. Questa è già la lingua d’obbligo nel mondo del lavoro, in molte realtà. Imposta come un marchio di appartenenza fino a che non diviene naturale, e dunque si riversa nel linguaggio comune: “Andiamo a vedere un talk!”.


La colonizzazione culturale dell’inglese

L’episodio che ho riportato non è un caso isolato, è ciò che accade tutti i giorni.
Ecco un altro esempio (reale) tratto da un testo di didattica che si basa sulla PNL (Programmazione Neuro Linguistica):

“Le modalità con cui le persone raccolgono e organizzano le informazioni sono note con il termine chunking, che significa “spezzettare” (da chunk = pezzo). Si distinguono il Chunking down, che consiste nel procedere dal generale scendendo nel particolare, e il Chunking up (dal particolare al generale in un processo di astrazione)”.

Sono note con il termine chiunking?” Ma ci rendiamo conto dell’ignoranza della nostra storia e cultura che veicolano definizioni come queste? Secoli di riflessioni di grandi pensatori e filosofi sulla gnoseologia, sul metodo analitico, sul metodo deduttivo e induttivo, sull’astrazione… ridotti alla grande teoria del chunking down e up da chi si sveglia una mattina, scopre l’acqua calda, la semplifica ulteriormente in nome del problem solving, la ribattezza magari hot water e ce la rivende come un tecnicismo “intraducibile” da ripetere in inglese che sottintende una rivoluzionaria teoria della conoscenza!

In questi modelli di “cultura” colonizzatrice lo schema è sempre lo stesso: esportare e vendere una teoria espressa con termini inglesi spacciati come essenziali all’interno della teoria, con le seguenti modalità:

1) dare le definizioni in inglese, perché sono sacre e inviolabili (fanno parte del pacchetto);
2) affiancarle a una sommaria spiegazione in italiano che non è una traduzione con concetti nostri che abbiamo, ma un lungo giro di parole, in modo che la terminologia inglese appaia “intraducibile” e “necessaria”;
3) abbandonare immediatamente le spiegazioni/definizioni italiane e procedere imponendo la terminologia in inglese che viene così esportata insieme alla teoria.

Se non ci piacesse essere sottomessi e colonizzati reagiremmo. Se in un libro sul brainstorming, a suo tempo, quando era un’innovazione, il termine fosse stato tradotto, per esempio con un’espressione italiana bellissima come parole in libertà – ma non importa come, va bene qualunque cosa purché sia in italiano – oggi non avremmo l’ennesimo anglicismo spacciato per “necessario” e “intraducibile”, che in spagnolo è invece stato tradotto con pioggia di idee (lluvia de ideas), e in francese con spremi-meningi (remue-méninges, coniato negli anni ’60 da Louis Armand, membro dell’Académie française).

Ecco come si diffonde l’itanglese in questi processi di colonizzazione culturale.
E così Abraham Maslow e Carl Rogers un bel giorno si inventano un approccio didattico chiamato circle time che viene poi esportato/importato a questo modo in certi manuali che ripetono invece di tradurre (solo molto raramente è stato adattato con cerchio magico); consiste nel sedersi in cerchio insieme a un insegnante e coordinatore, una “nuova metodologia che migliora l’ascolto degli alunni, perché si basa sui concetti di inclusione” e “bla bla bla…”. Poco importa che questa postura risalga agli uomini delle caverne o sia utilizzata da sempre dagli scout, ciò che importa è rivenderla come nuova e con una terminologia inglese.

E ancora, si può per esempio importare senza traduzioni la token economy (si chiama anche economia dei gettoni ma è meglio in inglese, altrimenti si capisce subito quel che è), uno strumento motivazionale che trova interessanti applicazioni anche nella didattica, e che si basa su gettoni simbolici che servono per premiare determinate azioni, e che vengono invece sottratti in caso di comportamenti da penalizzare; in altre parole i punti fragola applicati alla psicologia e alla didattica (cfr. “La lingua delle multinazionali: traduzione, localizzazione e supercazzole terminologiche”)!

Purtroppo questo fenomeno dilagante di sudditanza non riguarda solo la didattica, ma è la norma in ogni settore. Tullio de Mauro aveva denunciato come le classi dirigenti dell’ultimo mezzo secolo siano ormai culturalmente molto povere, aggiungerei “zerbinate”, e non fanno che subire passivamente l’egemonia culturale statunitense senza essere in grado di difendere la nostra cultura europea, dall’illuminismo allo stato sociale, oggi chiamato preferibilmente welfare. E che “l’abuso di tecnicismi e parole poco note (esotismi o no) appartiene alle fasce culturalmente basse dei locutori, a quelli che a Napoli chiamiamo mezze calzette”.

Purtroppo queste “mezze calzette” sono ormai dappertutto, in ogni settore, persino nella linguistica, visto che ormai anche in pubblicazioni che dovrebbero essere di alto livello una “commutazione di codice” è detta code mixing, una “lingua veicolare” pidgin, una “parola macedonia” (coniazione di Bruno Migliorini) blend e così via.

Scegliere di non tradurre e ripetere questi termini in inglese è il simbolo del nostro collaborazionismo di fronte all’espansione dell’inglese. Significa rinunciare alle nostre radici, alla nostra lingua, alla nostra cultura in un processo che si potrebbe forse chiamare cialtroning!

 

 

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7 pensieri su “Speed mentoring, Role model, Chunking e soprattutto molto… Cialtroning!

  1. Io ci sto ad introdurre il termine “cialtroning”, finalmente un itanglesorum che mi piace 😀
    “Brainstorming” mi è sempre piaciuto tradurlo con la bella espressione “tempesta di cervelli”, perché di solito le stupidate che si dicono in queste occassioni fanno il botto come i temporali 😛
    Quando capita che in TV facciano vedere riprese girate durante uno di quei corsi motivazionali o uno degli interventi della fantomatiche e spesso sedicenti “personalità note”, mi chiedo davvero se esistano modi peggiori di buttare soldi. Tipo il politico trombato che dà consigli e tiene lezioni sulla politica: boh, sbaglierò io… ma mi ricorda i maghi che danno i numeri per vincere a Lotto in TV. Così come mi chiedo perché non li giochino loro, così mi chiedo perché il politico tanto informato non sia riuscito lui stesso a mettere in atto ciò che predica. (Così come i politici scrittori sono sempre dei draghi a spiegarci cosa si dovrebbe fare per salvare il Paese, loro che nei vent’anni precedenti, quando contavano qualcosa, non l’hanno mai fatto.)
    Almeno l’italiano “mentore” indica una guida illuminata: i “mentor” mi puzzano di fanfaroni itanglesi 😀

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  2. Speed mentoring in pratica è come uno speed dating?? Non è ridicola solo la parola ma anche il concetto.
    Certo che mi intristisce quando sto itanglese sconfina anche nella didattica. Finché si parla di business pazienza, non che approvi ovviamente.
    Ieri leggevo un articolo su un giornale e c’era il “closing della vendita”. Ma quanto brutto è?

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