In principio era il verbo, ma alla fine sarà il verb?

verbumVerbum in latino indicava genericamente una “parola”; ma in senso moderno “verbo” designa una precisa categoria grammaticale, quella che esprime un’azione o uno stato, proprio perché è “la parola” per eccellenza, l’elemento portante della grammatica e della lingua.
Machiavelli, nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, scriveva che “quella che si chiama verbo è la catena e il nervo della lingua”, mentre nella sua celebre grammatica degli anni Trenta Alfredo Panzini definiva il verbo il “re” delle parole.

Il soggetto può essere sottinteso e ogni complemento può essere superfluo, ma basta un verbo per formare una frase: cominciamo.

L’interferenza dell’inglese sui verbi italiani

Dopo questa premessa è chiaro che, se l’interferenza dell’inglese comincia a coinvolgere anche i verbi, la faccenda dell’itanglese sta diventando davvero grave.

Nel 1972, nel primo importante studio sugli Influssi inglesi nella lingua italiana di Ivan Klajn, emergeva chiaramente che gli anglicismi erano quasi tutti sostantivi.
Nel 1996, una ricerca sugli “Anglicismi nella stampa italiana”* rilevava che l’89,6% delle parole inglesi erano sostantivi o locuzioni, gli aggettivi erano il 6,8%, le sigle il 2,5% e il resto era trascurabile. Di verbi non c’era quasi traccia.
In un altro simile studio in cui erano analizzati a campione i testi di tre quotidiani del 2003, Laura Pinnavaia notava “la quasi totale mancanza di verbi non adattati eccetto qualche imperativo come stop, wake up e buy”.**

* Narja Komu, Tesi di laurea in Filologia romanza, Università di Jyväskylä, maggio 1998, p. 28.
** “I prestiti inglesi nella stampa italiana: una riflessione semantico-testuale”, in MPW. Mots Palabras Words, Studi Linguisti a cura di Elisabetta Lonati, Edizioni Universitarie di Lettere, Economia, Diritto del dipartimento di Scienze del linguaggio e letterature straniere comparate, Università degli studi di Milano, n. 6/2005, pp. 43-56.

In sostanza, tutti gli studiosi sono sempre stati concordi nell’affermare che l’interferenza dell’inglese non coinvolge le forme verbali. Certo, esistono verbi italiani che derivano dall’inglese come supportare (da to support), e altri che per influsso dell’inglese hanno assunto nuovi significati inediti come salvare, che da “sottrarre dal pericolo”, in informatica, è diventato l’equivalente di registrare i dati o fare una copia. Oppure intrigare che da complottare e tessere intrighi è ormai usato prevalentemente con l’accezione positiva di attrarre, catturare la curiosità e l’interesse. Ma questi fenomeni non rappresentano un problema per l’italiano, fanno parte di un allargamento di significati o di una risemantizzazione che si possono leggere come una normale evoluzione della lingua, e persino come un “arricchimento” per via esogena, se non si assumono posizioni puristiche rigide e moralistiche.

Diverso è il caso dei verbi che derivano da radici inglesi e sono coniugati all’italiana aggiungendo la desinenza in -are. In molti casi questo procedimento ha portato a un’assimilazione che li rende parole perfettamente italiane, che non violano le regole della nostra ortografia e pronuncia: filmare, sponsorizzare, snobbare… Ci sono poi casi intermedi, per esempio customizzare, che se pronunciato con la “u” (come da indicazioni dei dizionari) rappresenta un’assimilazione, ma se viene detto con la “a” come si sente sempre più spesso nelle realtà lavorative dove regna la legge del “tu vuo’ fa l’americano” non è più una parola italiana, ma un ibrido, un semiadattamento che rimane un “corpo estraneo” come speakerare, computerizzare, twittare o zoomare. Nel limbo che divide italiano e itanglese ci sono poi quei verbi che presentano una duplice forma, e per esempio circolano degli adattamenti grafici come scioccare o flesciare che convivono con le forme shockare e flashare preferite dagli “anglopuristi” che si vergognano della nostra lingua.

Ma quanti sono questi verbi nati da radici inglesi?

La risposta non è semplice, ma accorpando e miscelando – qualcuno potrebbe preferire forse l’informatichese “mergiando”, da to merge – i lemmi registrati dai dizionari con qualche altra parola gergale di uso comune e diffuso si può stilare una lista di radici che hanno generato il loro verbo abbastanza condivisibile:

backup → backuppare; ban → bannare; blog → bloggare; bluff → bluffare; brand → brandizzare; brief → brieffare; bypass → bypassare; chat → chattare; click → cliccare; cluster → clusterizzare; computer → computerizzare; cover → coverizzare; crack → craccare; crash → crashare; cross → crossare; custom → customizzare; debug → debuggare; doping → dopare; download → downloadare; dribbling → dribblare; embed → embeddare; film → filmare; flag → flaggare; flash → flesciare; flop → floppare; format → formattare; forward → forwardare; friendzone → friendzonare; geotag  → geotaggare; Google → googlare; gossip → gossippare; hacker → hackerare; handicap  → handicappare; link → linkare; log → loggarsi; master → masterizzare; mix → mixare; mobbing → mobbizzare; monitor → monitorare; performance → performare; Photoshop → photoshoppare; post → postare; random → randomizzare; rap → rappare; raster → rasterizzare; rendering → renderizzare; reset → resettare; retweet → retwittare; rock → rockeggiare; scan → “scannare”; scanner → scannerizzare; scroll → scrollare; set → settare; shaker → shakerare; shift → shiftare; shock → shockare; skip → skippare; sniff → sniffare; snob → snobbare; sort → sortare; spam → spammare; speaker → speakerare; split → splittare; spoiler → spoilerare; sponsor → sponsorizzare; sprint → sprintare; stalker → stalkerare; standard → standardizzare; stock → stoccare; stop → stoppare; stress → stressare; surf → surfare; switch → switchare; tag → taggare; target → targettizzare; test → testare; troll → trollare; Twitter → twittare; upgrade → upgradare; upload → uploadare; WhatsApp → whatsappare; zip → zippare; zoom → zoomare.

Se ne potrebbero inserire anche altri, gergali ma diffusi, a cominciare dal menzionato mergiare, oppure mecciare da match (far combaciare), skillare e altri che sono ormai “normali” nell’aziendalese; e poi killerare e molti altri simili neologismi registrati dalla Treccani. Se infine ci si dovesse immergere nei gerghi parlati giovanili si moltiplicherebbero ulteriormente, e in quello dei videogiochi, per esempio, sono diffusissime parole come killare, droppare, doggiare… (vedi anche → “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione” sul sito Treccani). Ma fermiamoci solo ai primi della lista. Sono 83, e possono sembrare pochi o tanti, ma per valutare la loro portata occorre precisare che i verbi riportati in un dizionario come il Devoto Oli sono poco più di 10.000, ma togliendo 2.000 forme disusate, arcaiche, rare o poetiche, e altre 500 dialettali ne rimangono circa 7.500.
Dunque, 83 verbi formati da radici inglesi, su un totale di 7.500/8.000 verbi si traduce in una percentuale superiore all’1%. Non è poco, considerando che il verbo è il “nervo della lingua” e rappresenta il nucleo meno intaccato dall’inglese. È vero che più della metà sono italianizzati e solo 35 si possono considerare “corpi estranei” che rompono la nostra identità linguistica. Ma d’atro canto, la cosa più preoccupante è che la maggior parte di questi verbi è di origine molto recente. Sono quasi tutti entrati a partire dalla fine del Novecento o negli anni Duemila, ed è questa prospettiva dinamica a rappresentare l’elemento più allarmante. Si stanno moltiplicando giorno dopo giorno.

Purtroppo, non c’è solo questo aspetto da tenere d’occhio. Nel nuovo Millennio, accanto ai fenomeni di ibridazione, stanno facendo la loro comparsa i primi verbi in inglese utilizzati in modo crudo, senza alcun adattamento, un fatto inedito nella storia della nostra lingua che segna un punto di svolta.

Lo spuntare dei verbi inglesi nelle enunciazioni mistilingui

Vista la differente struttura rispetto all’italiano, storicamente non abbiamo mai incluso e utilizzato forme come per esempio to drink, che infatti abbiamo sostantivizzato in drink. Ultimamente, però, nelle conversazioni che si sentono nella capitale dell’itanglese, Milano, mi capita sempre più spesso di sentir spuntare anche i verbi, che si ostentano ormai come se le enunciazioni mistilingue fossero una cosa normale: remember, don’t worry¸ relaxfuck you!

Il fenomeno non appartiene solo al parlato, e visto che con l’avvento della Rete i confini tra oralità e scrittura sono sempre meno netti, sulle piattaforme sociali questo tipo di linguaggio si propaga sempre di più non solo nei registri informali, ma anche nella comunicazione lavorativa e aziendale, e poi in quella commerciale/pubblicitaria dove circolano sempre più frequentemente i buy, win, save the date, enjoy… Anche in politica si stanno affermando espressioni come vote for che poi ha influenzato anche l’italiano, dove sempre più spesso si sente dire “vota per me” invece di votami.
In una tesi di dottorato molto accurata del 2015, “Gli anglicismi nella comunicazione politica su Twitter”, Eleonora Mamusa ha analizzato e conteggiato in modo preciso gli anglicismi utilizzati nei cinguettii dei politici italiani, e riprendendo la questione su un recentissimo articolo pubblicato sul sito Treccani.it ha notato che, nei testi esaminati:

“qualcosa sta cambiando: i verbi (…)  segnano una rottura evidente con la tradizione. Parliamo, ad esempio, dell’uso di anglicismi integrali appartenenti alla categoria dei verbi (be, bless, block, enjoy, following, free, go, grow up, occupy, remember, run, stay, save, win), fenomeno quasi del tutto sconosciuto alla lingua italiana, che ogni qualvolta si trovi di fronte all’adozione di un verbo lo adatta automaticamente inserendolo nella prima coniugazione con il suffisso –are. (…) Gli effetti di innovatività, sensazionalità, originalità e modernità vengono anteposti alla comprensibilità e alla trasparenza. (…) Di qui, l’uso dell’inglese anche in parole e formule chiave della comunicazione propagandistica, ovvero negli slogan di partito e negli annunci riguardanti azioni che rivestono un’importanza fondamentale nella propria azione politica: alcuni esempi sono i verbi block, occupy, save, switch off, seguiti da un oggetto di volta in volta diverso a seconda del tema affrontato; espressioni quali be different, go home, stay on the road, stay human, think global act local.”

Questo fenomeno è in fase embrionale, ma la mia impressione è che si stia allargando e sia destinato ad ampliarsi. Se si cominciano a utilizzare anche i verbi in inglese, stiamo passando alla fase due della creolizzazione linguistica, e rischia di essere intaccata la struttura più interna dell’italiano in un passaggio alla fusione di italiano e inglese – di cui si intravedono già da tempo i primi segnali – che va oltre la singola parola. Se l’Albertone nazionale in Un Americano a Roma si riempiva la bocca, storpiandolo, di all right, oggi nelle conversazioni tipiche del fighettismo milanese è sempre più frequente, normale e di moda incontrare gente che infarcisce il parlato di tutti i giorni di espressioni più articolate: one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, too much!, last but not least… In questo contesto ormai in italiano non circolano più solo “prestiti” singoli, ma anche strutture sempre più complesse che sfociano nell’enunciazione mistilingue. E proprio su questo terreno trovano spazio i primi verbi utilizzati in modo crudo.

Tutto ciò non si può spiegare con le categorie ingenue, decrepite e limitate dei “prestiti linguistici” che molti studiosi continuano a utilizzare, perché sono sempre più inadatte a cogliere cosa sta accadendo. I cosiddetti “prestiti” sono in realtà dei “trapianti linguistici”, degli innesti che non hanno a che fare con il “lusso” o la “necessità”, e che non sono isolati: una volta trapiantati non rimangono fermi, germogliano, si ibridano e si moltiplicano in modo virale. Le parole ibride sono centinaia e centinaia (babysitteraggio, boxerino, chattatore, clownesco, singletudine, snakkeria, softwarista, zoomabile…), le radici inglesi che si ricombinano in una rete che si espande sempre maggiormente nel nostro lessico con effetto domino sono ancora di più (baby-sitter porta il pet sitter che porta il pet food che si appoggia su fast food…), così come quelle che diventano prefissoidi formativi e che si strutturano in famiglie (baby-doll, baby sitter, baby boom, baby bonus, baby killer, baby-boss, baby-escort, royal baby). Accanto a questi fenomeni assistiamo ormai a un travaso dell’inglese ben più ampio della singola unità lessicale, e i titoli dei film non tradotti, per esempio, o i motti pubblicitari in angloamericano che contengono intere frasi conducono sempre più all’innesto anche delle forme verbali e a pezzi di strutture in inglese che, nella sciocca emulazione di tutto ciò che è americano, porta ormai alla comparsa delle prime enunciazioni mistilingui.

È un fenomeno limitato e abbozzato? Indubbiamente sì, per ora. Ma la cosa che preoccupa è che è nuovo e in crescita. E nella nostra anglomania imperante non ci sono elementi che fanno pensare che non sia destinato ad allargarsi. Anzi…

Italiano: ammirato nel mondo e disonorevole in patria

Nell’edizione italiana del film Un pesce di nome Wanda (Charles Crichton, 1988), quando Jamie Lee Curtis sentiva parlare in spagnolo perdeva ogni inibizione sessuale. Ma forse non tutti sanno che nell’edizione in lingua originale era l’italiano a farle girare la testa, la lingua di Casanova e di Rodolfo Valentino, la lingua dell’amore.

Chi ostenta l’inglese perché lo considera un idioma superiore, e chi pratica l’itanglese per sentirsi moderno ed elevarsi socio-linguisticamente dovrebbe rivedersi queste scenette tutte le sere prima di andare a letto, e riflettere maggiormente sui complessi di inferiorità e sul disprezzo della nostra lingua che gli scorre nelle vene.

“Quanno se fa ll’ammore sott’ ‘a luna / Comme te vene ‘ncapa ‘e di’ I love you?”, cantava Renato Carosone in “Tu vuo’ fa’ ll’americano”. Eppure oggi i conquistatori, seduttori, rubacuori, sciupafemmine, dongiovanni e casanova in italiano cedono il posto a playboy, e persino la terminologia del sesso e della pornografia si colora di inglese (cfr. → “Troppo sesso siamo inglesi”). Ma l’italiano è una lingua molto amata in tutto il mondo anche fuori dagli stereotipi dell’amor profano. Anche se non è propriamente vero che sia la quarta lingua più studiata al mondo, è comunque molto studiata e, soprattutto, è apprezzata e invidiata per la sua bellezza. Il suo potere seduttivo è ancora oggi enorme, come lo è stato nel passato, anche se, sul fronte interno, sembra che lo abbiamo dimenticato e che ce ne vergogniamo.


La potenza storica dell’italiano

Elizabeth Italian LettersDurante il Rinascimento l’italiano era la lingua di maggior prestigio in Europa. A quei tempi il nostro Paese spiccava su tutti gli altri nell’arte, e la sua lingua si era guadagnata una fama che aveva imposto ovunque le proprie parole nei settori in cui primeggiava. E così divennero internazionali i nostri termini dell’architettura (architrave, balcone, cupola, campanile, facciata), delle arti figurative (affresco, chiaroscuro, schizzo poi ritornato adattato in inglese con significato teatrale-cinematografico: sketch) e della musica (forte, fuga, sonata). Tra il Cinquecento e il Seicento l’italiano fu la lingua franca della cultura. Elisabetta I d’Inghilterra era innamorata della nostra lingua che parlava e scriveva proprio nei contesti internazionali, invece di usare il latino, come è stato ricostruito in Elizabeth I’s Italian Letters (Carlo M. Bajetta, Palgrave Macmillan, New York, 2016). La nostra lingua godette di un enorme successo ancora nel Settecento. Gli inglesi si appropriarono delle novelle del Boccaccio al punto che oggi novel significa per loro romanzo; Shakespeare attinse abbondantemente dagli Ecatommiti di Giovan Battista Giraldi Cinzio; il Cortegiano di Baldassarre Castiglione diventò il manuale dei gentiluomini di corte; il poeta John Keats considerava la nostra lingua la più bella e musicale, e avrebbe addirittura voluto utilizzarla come lingua dell’insegnamento al posto del francese. Persino Rousseau riteneva la nostra lingua molto più adatta alla musica del francese, Mozart scrisse moltissimo in italiano, la lingua della lirica, e nella Vienna del massimo splendore l’italiano era la lingua della cultura e della classe dirigente. Goethe adorava l’Italia e la sua lingua e Thomas Mann, nelle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull (1954) ha messo in bocca al protagonista queste parole:

“Son veramente innamorato di questa bellissima lingua, la più bella del mondo. (…) Sì caro signore per me non c’è dubbio che gli angeli nel cielo parlano italiano. Impossibile immaginare che queste creature del cielo si servano di una lingua meno musicale.”

La storia blasonata della nostra lingua non ha solo un valore storico, culturale e artistico di altissimo livello, possiede anche un potenziale economico fortissimo in tutto il mondo che potremmo e dovremmo sfruttare, ma purtroppo lo stiamo svilendo, invece di tutelarlo, promuoverlo e metterlo a frutto. Mentre all’estero la soavità dei nostri suoni gode di un enorme prestigio, nel nostro Paese stiamo abbandonando questi suoni per passare all’itanglese, e nel linguaggio politico ed economico capita di sentire parlare del boom o dell’escalation dei prodotti italian sounding o dell’appeal del made in Italy in tanti ambiti, dall’italian design al settore food. Mentre le lingue forti si impongono nei settori delle proprie eccellenze, l’ossimoro che ci contraddistingue è quello di esportarle in inglese, senza renderci conto che l’italiano è sensuale, accattivante, fascinoso, affascinante, attraente, seducente, ammaliante, incantevole, allettante, stuzzicante, di richiamo, irresistibile… persino intrigante, per ricorrere a un’interferenza dell’inglese che non snatura i nostri suoni (dal significato storico di intrigo = macchinazione, a quello sempre più in uso di stuzzicante). Ma davanti alla ricchezza della sinonimia e alle infinite sfaccettature di significati delle nostre parole, tutto ormai si esprime forse meglio con un bel: “L’italiano è sexy”, e questa parola ci sembra più evocativa, incisiva e immediata delle nostre. Preferiamo ridurre tutto alla stereotipia degli anglicismi omnicomprensivi così amati dai giornali, dai politici, dal mondo del lavoro e da sempre più settori che si anglicizzano contribuendo alla regressione della nostra lingua. Questa strategia sempre più dilagante, giorno dopo giorno, sta portando all’ammuffimento delle nostre parole storiche che finiscono per diventare obsolete ed essere relegate alla designazione del vecchiume (autoscatto davanti a selfie, calcolatore davanti a computer…), mentre ci sono linguisti che vedono in questo fenomeno dei “doni” invece di rendersi conto dell’impoverimento e della distruzione che l’inglese sta causando, e interpretano come “ricchezza” il proliferare dei “prestiti sterminatori” a base inglese che rappresentano ormai la metà delle parole nuove del Duemila. Se andiamo avanti a questo modo il futuro della nostra bella lingua sarà l’itanglese e il depauperamento della nostra cultura storica.


L’italiano è un tesoro di cui ci vergogniamo invece di metterlo a frutto

Incapace? Irresponsabile? Idiota?
Come si potrebbe definire chi è seduto su un tesoro che invece di mettere a frutto manda in rovina? Le nostre parole sono pietre preziose che gettiamo via per sfoggiare la bigiotteria che ci arriva da fuori. Perle ai porci, per citare il Vangelo.

Da una ricerca del 2016 condotta in dieci Paesi, realizzata dalla San Pellegrino, risulta che, nel mondo, i consumatori  sono disposti a pagare quasi il 10% in più per un prodotto con la dicitura “Toscana”. Eppure il presidente della Crusca Claudio Marazzini, in una missiva elettronica scritta in puro itanglese, due anni prima veniva invitato solennemente alla seconda edizione del “Tuscany Award” presso l’Hotel Four Season di Firenze (cfr. → “Perché in Italia si è tanto propensi ai forestierismi?” in La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi).

Non è assurdo tutto ciò?

L’italiano “è la seconda lingua più utilizzata nel mondo dopo l’inglese nelle insegne commerciali e nella presentazione dei prodotti. Lo sanno bene le imprese nordamericane, europee e asiatiche che utilizzano nomi italiani, o artifici che rimandano nella mente del consumatore a elementi propri della tradizione italiana, per pubblicizzare i loro prodotti. (…) Solo negli Usa le imitazioni dei nostri formaggi fruttano ben 2 miliardi di dollari. Nel complesso il fatturato dell’italian sounding, nel solo settore agroalimentare, ha superato i 60 miliardi di euro, quasi il doppio del fatturato delle esportazioni nazionali degli stessi prodotti originali” (Sara D’Agati, “Tutti pazzi per l’italiano, la lingua delle insegne”, La Repubblica, 31 ottobre 2016).

E così, mentre chiamiamo “italian sounding” – solo fino a qualche anno fa suonava come ridicolo e inappropriato, prima di diventare l’unico stereotipo per definire il fenomeno – i prodotti italianeggianti, dal nome (suono, sapore…) italiano, falsi italiani, pseudoitaliani, italofoni, imitazioni italiane, basati sul potere evocativo della nostra bella lingua… e mentre i nuovi dazi statunitensi sul parmigiano favoriscono le vendite del parmesan, le nostre aziende gastronomiche che puntano a essere internazionali usano poco e sempre meno la nostra lingua e privilegiano sempre più spesso l’inglese, da Slow Food a Eataly. E in questa follia, in questo paradosso, a Milano, capitale dell’itanglese, spuntano ovunque le insegne con scritto Wine Bar, invece delle enoteche, delle vinerie o delle cantine, e, contemporaneamente, nei ristoranti di lusso di New York si sta affermando la parola “vino” perché quello è il suono più seduttivo e di richiamo della nostra eccellenza.

L’esportazione dell’italiano all’estero appartiene alla storia. Oggi è morta e sepolta. Non c’è reciprocità tra quello che esportiamo e che abbiamo esportato nel passato e ciò che stiamo importando oggi dall’angloamericano. Non c’è alcun equilibrio tra quanto abbiamo dato e quanto stiamo accumulando dall’inglese negli ultimi 50 anni. Il bilancio è una colonizzazione dell’inglese su tutti i fronti, e le parole italiane universalmente comprese all’estero, fuor dai luoghi comuni di ciao, pizza e mandolino sono sempre meno. I tanti italianismi dell’inglese sono perlopiù inglesizzati, storpiati, pronunciati nel loro modo, come è normale nelle lingue sane. Solo in questo modo l’inglese si è arricchito di parole di ogni parte del mondo. Attraverso l’adattamento. Noi al contrario adottiamo, non adattiamo, l’angloamericano preoccupati di snaturarne la purezza e di “imbastardirne” la superiorità attraverso i nostri suoni.

Nel Novecento, “con l’eccezione dell’ambito della ristorazione (quella raffinata praticata da cuochi italiani di grande nome tanto quanto quella più rustica, ma altrettanto alla moda, delle specialità regionali), non c’è reale incidenza lessicale dell’italiano nemmeno in quei settori – il design e l’architettura, la moda e il ‘made in Italy’, il cinema d’autore, il turismo culturale – in cui oggigiorno l’Italia primeggia a livello internazionale, di certo perché in tali realtà industriali la lingua d’uso è comunque l’inglese” (Giovanni IamartinoItalianismi in inglese: una storia infinita?”) .

Se l’eccellenza italiana si esprime ormai in inglese, dall’italian design al made in Italy, siamo davvero finiti. Mentre in Francia e in Spagna la lingua è considerata un patrimonio da tutelare e promuovere, da noi no, ce ne vergogniamo. Non abbiamo una politica linguistica, lasciamo andare in malora la nostra lingua, nonostante i sondaggi e nonostante sia così amata. E pensare che nell’artigianato e nell’enogastronomia  “secondo Altagamma [il prodotto italiano] è percepito come sinonimo di qualità per un valore doppio del Made in France. Non è un caso che non esista uno Spanish o un German sounding” (Sara D’Agati, “Tutti pazzi per l’italiano, la lingua delle insegne”, La Repubblica, 31 ottobre 2016).

Questa rinuncia alla nostra cultura e alla nostra lingua è un cancro. Occorrerebbe un rovesciamento culturale drastico, per fermare il nostro suicidio collettivo. Dovremmo riappropriarci del nostro tesoro linguistico e andarne fieri, sia sul fronte interno, sia su quello internazionale.

Come ha scritto Nicoletta Maraschio, la prima donna a ricoprire il ruolo di presidente dell’Accademia della Crusca dal 2008 al 2014:

“L’italiano si presenta oggi in Europa in duplice veste: come lingua di un’illustre tradizione letteraria e culturale, molto richiesta nelle scuole, nelle università, negli istituti di cultura di tutto il mondo (anche per la fortuna del «made in Italy», della cucina e del turismo italiano), ma anche come lingua «giovane», nella quale gli stessi italiani non credono a sufficienza. Ecco che allora la questione della lingua, che oggi si ripropone con grande forza, non è più questione solo nazionale, ma questione tipicamente internazionale e in particolare europea. Occorre infatti che la nostra lingua sappia svolgere, in un’Europa istituzionalmente plurilingue, il ruolo che le compete, occorre che sappia intrecciare strettamente la sua storia e il suo futuro a quelli delle altre lingue ufficiali europee che tutte insieme richiedono di essere tutelate e valorizzate.”

Globalese e itanglese: le relazioni pericolose

Nei due articoli precedenti ho mostrato che “Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico” fanno parte di un disegno più ampio del nuovo imperialismo economico e culturale che mira a imporre i modelli e la lingua degli Stati Uniti in tutto il mondo. Ho mostrato anche che all’estero esiste un dibattito molto critico sul progetto di condurre ogni Paese sulla via di un bilinguismo dove l’inglese è la lingua della scienza e dell’università, e dove le lingue locali sono viste come un ostacolo all’internazionalismo a base inglese.
In questa terza puntata voglio spendere qualche riflessione sulle conseguenze che l’inglese globale ha sull’italiano.

L’itanglese è figlio dell’anglospermia

Seguendo la metafora della lingua come qualcosa di vivo, sembra che l’inglese si espanda e ibridi gli altri idiomi attraverso il meccanismo della panspermia: una “fecondazione” planetaria con le proprie parole che poi attecchiscono dove trovano le condizioni culturali favorevoli.
Purtroppo l’Italia è uno degli ambienti più fertili, perché non abbiamo alcuna resistenza, anzi, agevoliamo il fenomeno dall’interno. Fondamentalmente ci vergogniamo di parlare nella nostra lingua, e in molti ambiti preferiamo usare gli anglicismi, che prolificano sempre più fitti senza alternative. Non consideriamo l’italiano una parte fondamentale del nostro patrimonio culturale, gli intellettuali sono succubi della lingua e della cultura d’oltreoceano, e preferiscono ostentare l’inglese che vivono come superiore e moderno. Non abbiamo alcuna politica linguistica, i nostri politicanti agevolano il suicidio assistito dell’italiano con il loro nuovo linguaggio, non legiferano in proposito, lasciando alla magistratura la difesa della lingua (proprio come nel caso del suicidio assistito) e l’esempio più significativo è quello del Politecnico di Milano che voleva erogare i corsi nella sola lingua inglese e che è stato parzialmente fermato dal Tar, nell’indifferenza della politica. Mentre Emmanuel Macron e Marine Le Pen, per esempio, nell’ultimo duello elettorale si sono affrontati anche sulla questione della protezione del francese che entrambi consideravano un tema centrale su cui fare leva davanti ai loro elettori, il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte sfoggia l’itanglese nelle conferenze stampa (qui un video significativo), incurante della trasparenza che sarebbe dovuta agli italiani e del rispetto per la nostra (bellissima) lingua, così amata all’estero. Ho già scritto il mio “io accuso” rivolto alla politica, e constato con dispiacere l’ultimo arrivato degli anglicismi: il cashback, fino a poco tempo fa un termine settoriale, che oggi entra nel linguaggio comune (rimborso suona forse troppo antico o troppo chiaro) e nel nostro vocabolario  grazie alla nuova manovra finanziaria e ai giornali. Si aggiunge così alle tante inutili parole inglesi, dal question time al jobs act, dalla flat tax al navigator, che sono uno schiaffo alla nostra lingua e alla comprensione da parte di un grande fetta di italiani.

Qualcuno, a proposito, ha notizie dello stato di salute del gruppo Incipit? Saranno ancora tutti vivi? Il loro ultimo comunicato risale al 4 aprile, e il loro silenzio davanti a queste cose è significativo. Questo, infatti, è un altro punto che ci vede assolutamente privi di difese davanti all’anglospermia. L’accademia della Crusca, ahinoi, non è certo come le accademie francesi e spagnole che creano alternative, che hanno un potere se non sempre prescrittivo almeno propositivo. Davanti agli anglicismi la Crusca si limita ad avanzare qualche soluzione basata sull’italiano storico e su ciò che già esiste, a dire la verità in modo timido e numericamente irrilevante. Creare neologismi resta un tabù e questo tabù spalanca un portone per cui tutto ciò che è nuovo entra in inglese. Ma anche su ciò che avrebbe soluzioni possibili, come know how o selfie, le posizioni sono piuttosto anglofile.
Senza citare Paesi come l’Islanda dove si creano ufficialmente neologismi con le radici autoctone ed esiste la figura del “neologista”, nei Paesi civili come la Spagna o la Francia le soluzioni delle accademie alle stesse parole che da noi si spacciano per “intraducibili” o “di necessità” sono ben diverse, e la lingua è ben più sana che da noi. Ma lì la lingua nazionale non è considerata qualcosa di cui vergognarsi, è un valore da tutelare e di cui andare fieri. In un libro di uno dei più importanti intellettuali francesi, il filosofo Michel Serres da poco scomparso, si può leggere, come fosse una cosa normale (ma non lo è solo da noi), una riflessione come questa:

Da che cosa protegge la cultura, dunque?
Una volta, intendo durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.

[Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, 2018].

Queste parole arrivano da un Paese dove esistono delle leggi che obbligano le multinazionali a usare il francese nei contratti di lavoro e nel software, da loro chiamato logiciel, dove nella Costituzione c’è scritto che la lingua è il francese, dove l’Accademia francese si premura di creare e di diffondere neologismi e alternative agli anglicismi attraverso campagne mediatiche, dove i politici varano leggi e non act, e dove l’anglicizzazione non è lontanamente paragonabile a quella che c’è da noi.


Gli anglicismi sono la cartina al tornasole dell’anglospermia economica e culturale

I primi anglicismi, numericamente poco rilevanti, sono arrivati nella seconda metà dell’Ottocento (in tutto il secolo ne abbiamo importanti meno di 200), e con i contatti successivi con inglesi e statunitensi, avvenuti soprattutto con le due guerre mondiali, nella prima metà del Novecento ne abbiamo importati altri 750. Dopo la caduta del fascismo, nell’Italia della ricostruzione degli anni Cinquanta la libertà ha cominciato a coincidere sempre più con l’american dream e l’american style e il nostro adeguarci a questi nuovi modelli si può misurare anche linguisticamente attraverso l’incremento delle parole inglesi: nella seconda metà del Novecento ne abbiamo importati altri 2.000. Questo aumento non è omogeneo, cresce sempre di più. Il salto preoccupante è avvenuto negli anni Ottanta contemporaneamente alla diffusione della televisione commerciale fatta soprattutto di prodotti statunitensi. I telefilm hanno portato nelle nostre case molti modelli da imitare. I fast food che vedevamo in prodotti seriali come Happy Days hanno preparato il terreno per l’esportazione di questi locali che è avvenuta subito dopo, esattamente come la festa di Halloween che fino agli anni Ottanta si vedeva solo nei film è stata negli anni Novanta trapiantata in Europa attraverso precise strategie di mercato, e da noi si è radicata al punto che oggi è un evento ben più sentito del Carnevale, tra le giovani generazioni.

L’anglospermia ha attecchito e attecchisce ogni giorno di più. Dagli anni Novanta i titoli dei film non si traducono più, il che ha le sue ricadute linguistiche, ma il punto è soprattutto che, decennio dopo decennio, attraverso la televisione e il cinema fatti soprattutto di modelli statunitensi (dal consumo del popcorn durante la fruizione alla terminologia tecnica tra remake e black comedy) si sono “allevate” e colonizzate le nuove generazioni, al punto che per alcune fasce della popolazione il cinema coincide con quello di Hollywood, con quel tipo di linguaggio e di stereotipi; ciò che esce da quegli schemi narrativi viene ignorato, esattamente come negli Stati Uniti si comprano i diritti dei film stranieri e si rigirano con i propri attori e con i propri modelli culturali, per cui la trama viene americanizzata, invece di doppiare il film originale con il suo stile, la sua fotografia, i suoi ambienti e la sua visione. Questa colonizzazione continua, amplificata, attraverso i nuovi canali della tv satellitare, le serie di Netflix, le piattaforme della Rete… in modo sempre più totale. In questa americanizzazione basata sulle espressioni inglesi abbiamo così importato il black friday e sono convinto che per il festeggiamento del giorno del Ringraziamento con il tacchino ripieno sia solo questione di tempo (i primi segnali si sono già registrati). Omologazione globale sui modelli statunitensi considerati “valori universali da esportare”, questa è la visione, anzi la vision, sottostante. La pubblicità è passata dall’uso degli anglicismi al travaso dell’inglese puro che si esporta con il proprio motto in lingua originale, il mondo del lavoro si è trasformato nel linguaggio a partire dai nomi delle professioni che si devono esprimere in inglese, per finire con le pratiche e i protocolli o la terminologia dell’omologazione (mission, competitor, business unit…); i giganti della Rete esportano la propria terminologia attraverso le interfacce che vengono tradotte solo se proprio è indispensabile e ci impongono le loro parole (download, snippet, follower…). A dare una mano a questo scenario contribuiamo anche noi che rinneghiamo il nostro idioma e la nostra cultura. I mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano, oggi sbandierano gli anglicismi (fake news, location, gossip, red carpet…) contribuendo così alla loro diffusione e portando tutti a noi a ripeterli perché le alternative non circolano e non sono prodotte.

Senza le barriere di difesa culturali e politiche che si registrano all’estero, il destino della nostra cultura e della nostra lingua è segnato. Se Carosone scherzava con il tu vuo’ fa l’americano, oggi si fa sul serio. Vogliamo fare gli americani per davvero, dalla politica e dalla classe dirigente sino ai modelli più popolari di consumo che non sono altro che “esche” che i mercati ci fanno “bramare” – per usare la parole di Tacito – in modo che confondiamo la “cultura” con ciò che fa parte invece di un disegno di “servaggio”.

Per quantificare la situazione e il suo crescere basta analizzare le entrate degli anglicismi crudi registrate dai dizionari divise per decenni.

Di seguito riporto nuovi dati inediti ricavati dalle marche del Devoto Oli.

anglicismi e francesismi del Novecento divisi per decennio

Per rendere più comprensibile questo sfacelo basta paragonarlo all’entrata dei francesismi. Anche se qualche linguista anglomane continua a ripetere che un tempo il francese – a cui l’italiano è sopravvissuto benissimo – rappresentava lo stesso modello che oggi è incarnato dall’inglese, basta studiare le cose per rendersi conto che si trattava al contrario di qualcosa di ben diversa portata, come ho già mostrato ( → Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese), per modalità (i francesismi sono stati adattati nel 70% dei casi), per profondità (non erano un fenomeno popolare, ma elitario), per rapidità (sono il risultato di substrati secolari) e per numero.

Come si può ben vedere, l’entrata conistente degli anglicismi non adattati comincia nel Dopoguerra, di pari passo con il piano Marshall, quando le parole inglesi che prima erano sulle 50 a decennio, si attestano sopra le 200 (20 all’anno), e raddoppiano negli anni Ottanta (più di 400 a decennio/40 all’anno).
Per dare delle valutazioni sul periodo 2009-2019 è ancora presto, perché una parola può impiegare anche molti anni prima di guadagnare una stabilità che le consenta di entrare in un dizionario. “Blog”, per esempio, è stata registrata solo nel 2005, benché sia datata a fine anni Novanta, quando la contrazione di web-log ha fatto la sua timida comparsa. Dunque le datazioni non si riferiscono a quando le parole sono state registrate nel dizionario, ma a quando sono comparse. Il che significa che solo nel prossimo decennio potremo vedere quali e quante delle parole inglesi che oggi ci bombardano saranno ammesse, e retrodatate ai giorni nostri. Ma i segnali non sono positivi, e tutto lascia presagire che questi numeri siano destinati a crescere, visto che per ora ben la metà dei neologismi del nuovo Millennio sono in inglese crudo (vedi → “Anglicismi e neologismi”).

 

PS
Per i milanesi interessati, parlerò di questi temi mercoledì 9 ottobre 2019 (ore 18,30) alla Libreria Popolare di via Tadino 18, affiancato da Luigi Quartapelle, ex professore del Politecnico di Milano firmatario della petizione contro l’insegnamento nella sola lingua inglese: Italiano e itanglese: dalla Commedia alla comedy.