L’italiano non è resiliente (ed è poco proattivo)

Riparto dalla chiusa dell’ultimo articolo (“La sovralingua del green pass”), e cioè dal fastidio e dall’ostilità che generalmente suscitano le parole nuove, visto che come scriveva Leopardi non siamo abituati a sentirle. Un’idiosincrasia che però non si riscontra quando i neologismi sono in inglese crudo.

Questa accettazione priva di resistenze per il lessico del nuovismo espresso in inglese è spesso accompagnata dal rifiuto per una nuova parola corrispondente italiana, ed è soprattutto la combinazione di questo duplice sentimento (in inglese è bello, in italiano è brutto) a favorire la neolingua chiamata itanglese.

La traduzione letterale è poco in voga, ma è anche difficile che l’italiano riesca a generare neologismi alternativi all’inglese, e quando succede di solito non hanno grande successo, come nel caso di apericena (che molti considerano un “brutto” vocabolo) al posto di happy hour.

Gli adattamenti sono ancora più rari e disusati, dallo scevà che va tanto di moda (sono uno dei pochi che lo scrive in italiano) che per tutti è schwa (poco importa che sia parola ebraica, ci arriva dal dibattito d’oltreoceano), al luminolo, il composto chimico che rivela la presenza di sangue sui luoghi del delitto, e che tutti chiamano luminol.

C’è poi un’altra strategia che nelle lingue sane argina i forestierismi: l’allargamento di significato delle parole già esistenti – la risemantizzazione – che da noi ha poco successo. O meglio, è diffusa ma è a senso unico: realizzare qualcosa si amplia e diventa non più solo costruire ma comprendere; intrigare passa dal compiere intrighi a indicare qualcosa che ci attira; salvare diventa memorizzare (save the date)… parole come queste assumono nuovi significati per interferenza dell’inglese, ma viceversa difficilmente una parola italiana si amplia per sostituire un anglicismo in circolazione. E infatti ci sono schiere di anglomani pronte a perorare la necessità e l’intraducibilità di parole come selfie (autoscatto non va bene) o caregiver, cioè l’assistente familiare, che sostengono che non si possa rendere con badante, in quanto quest’ultimo lo farebbe a pagamento, al contrario del caregiver. Dove sta scritto che il participio presente di badare abbia a che fare con l’essere pagati? Da nessuna parte, naturalmente. Il significato (colui che bada) viene cancellato in nome di un uso, molto recente, che non si capisce perché non possa essere esteso. La retorica dell’uso farebbe di questa parola qualcosa di immutabile, alla faccia del suo significato secolare. Dove sta scritto poi che caregiver è slegato dall’essere una professione pagata? Da nessuna parte, ancora una volta. In inglese non c’è, gliela attribuiamo noi italioti questa accezione, perché quando importiamo una parola inglese, ridefiniamo tutta l’area semantica delle parole vicine (come aveva notato Roberto Gusmani, Saggi sull’interferenza linguistica, seconda edizione accresciuta, Le Lettere, 1993) e le attribuiamo una nostra valenza assente nella lingua di origine.

In quest’ultimo processo c’è un meccanismo che mi pare poco indagato, e che porta a un restringimento dei significati storici dell’italiano (il contrario dell’allargamento), che in questo modo regrediscono in una ridefinizione delle cose attraverso le categorie della lingua inglese che fanno tabula rasa della nostra storia – e della nostra intelligenza – in una reinvenzione dell’acqua calda presentata come una sorprendente novità. Per esempio con il concetto di resilienza.

Resilienza e proattività

La parola resilienza non è nuova, ma in passato era usata in ambito tecnico ed era di bassissimo uso, prima che nel nuovo Millennio esplodesse con grande fortuna nel suo uso metaforico omnicomprensivo, proprio per interferenza dell’inglese. Il suo essere un neologismo (e dunque il suo creare un vespaio di oppositori e adulatori) è nella sua popolarità e frequenza.

In queste ridefinizioni, per evidenziare la presunta novità introdotta da un nuovo concetto, si compie di solito il giochetto di negare i significati storici, di far sparire e ridimensionare ciò che già c’era, per dare spazio alle pseudo-novità. Lo schema è quello di inventarsi una differenza che giustifichi la necessità della nuova parola-concetto. In questo tranello ci cade persino la Crusca quando, con un inno all’elasticità, scrive: “Resilienza non è quindi un sinonimo di resistenza: il materiale resiliente non si oppone o contrasta l’urto finché non si spezza, ma lo ammortizza e lo assorbe, in virtù delle proprietà elastiche della propria struttura.”

Mentre l’analisi e la storia di resilienza e resiliente dell’articolo sul sito della Crusca è ineccepibile, lo stesso non si può dire dell’analisi di resistenza e resistente, che non sono affatto slegati dal concetto di elasticità come si vuol far credere. Non c’è bisogno di consultare le tante pagine del Grande Dizionario Battaglia, in proposito. Basta pensare a un tessuto resistente, che ha proprio la proprietà di assorbire senza lacerarsi o senza deformarsi. Identificare la resistenza con la rigidità è semplicemente errato. Resistenza ha tante accezioni e include anche la resilienza, rendendola un concetto piuttosto vuoto soprattutto quando diventa una supercazzola da usare in senso figurato per esaltare l’importanza di essere flessibili. La resilienza si ritrova nella massima latina del fuscello che si piega ma non si spezza davanti alla quercia, forte e rigida, che però è soggetta a un punto di rottura (mi spezzo ma non mi piego). Dov’è la novità? Sono entrambe capacità di resistere. La novità è che si passa dal mi piego ma non mi spezzo a mi spezzo ma non mi spiego, facendo credere che l’unica accezione di resistenza sia quella della quercia.

Altrettanto insensato è lasciare intendere che la flessibilità sia qualcosa di nuovo e straordinario. Tutto ciò ci arriva dall’uso figurato di concetti che arrivano dalla medicina, dalla psicologia o dal marketing di testi angloamericani.

Non entro nella diatriba poco sensata delle parole belle o brutte, dei detrattori della parola resilienza, o degli adulatori venditori di fumo che ne esaltano la portata rivoluzionaria. Si può usare la parola che si preferisce, in un’epoca in cui la cooperazione è diventata sinergia. Tutto va bene, siamo di fronte a parole italiane, in fin dei conti. Voglio solo riflettere sul fatto che sotto certi cambiamenti linguistici non ci sono delle novità concettuali, ma delle ridefinizioni che importiamo perché stiamo solo ripetendo in modo acritico ciò che arriva da un modello culturale dominante che non sappiamo che scimmiottare.

Un percorso analogo è quello della parola proattivo (sul modello di proactive), dove quel pro sta per prima, davanti, e il neologismo indica la capacità di prevenire e anticipare gli effetti negativi. E la stucchevole retorica dell’importanza dell’essere proattivi che trasuda dal linguaggio aziendale è un’altra bufala del lessico del nuovismo che ci vende come chissà quale innovazione una strategia basata sull’importanza degli atteggiamenti proattivi che sono semplicemente preventivi.

Purtroppo, il più delle volte queste ridefinizioni concettuali si fanno direttamente con parole inglesi. Il pappagallo italiano non è più il molestatore delle belle ragazze che passeggiano per la via, quello si dice ormai catcalling. Il pappagallo italiano del nuovo Millennio è l’intellettuale, il giornalista, l’imprenditore, il politico, lo scienziato, il tecnocrate, l’insegnante… che non sa fare altro che ripetere le categorie d’oltreoceano facendo credere che siano novità, perché ha smarrito la propria cultura e le proprie radici, prima che la propria lingua.

In questo modo introduce direttamente in inglese ciò che non è più in grado di esprimere in italiano, come nel caso dello speed mentoring, del role model, del chunking, e di tutta una serie di anglicismi che rappresentano una nuova cultura che fiorisce sull’ignoranza di un italiano che sembra essere sempre meno resiliente e proattivo.

Anglomania compulsiva: dai singoli “prestiti” alle regole dell’itanglese

Mettiti comodo. Inspira profondamente. Adesso espira e rilassati… anzi relax!
E ora ripeti: no panic! No problem! No smoking! No comment, no global, no mask, no vax, no limits! Non c’è limite a queste espressioni.
Prendi fiato nuovamente e continua: no logo, no tax, no tax area, no fly zone, no fly list, no oil, no pain no gain, no show, no contest
No… Non si tratta di un metodo per imparare l’itanglese con l’ipnosi, è quello che accade quotidianamente con la sovraesposizione agli anglicismi da cui siamo bombardati nella panspermia del “virus anglicus”.

In questo modo siamo indotti a introiettare una regola, quasi senza accorgerci, e a far diventare questa combinazione di “no + qualsiasi cosa in inglese” una sorta di grammatica generativa “no italian” che ci permette di inventare i nostri pseudoanglicismi anche personalizzabili, anzi customizzabili, con la stessa logica di quel bambino che ha partorito un ormai celebre “petaloso” probabilmente derivato dal martellamento del linguaggio delle pubblicità e dal biscotto “inzupposo” del Mulino Bianco.

Era il 1980 quando Jane Fonda e le sue due colleghe vessate dal maschilismo del loro capoufficio erano inseguite dalla polizia, e nel baule della macchina avevano un cadavere. Nella scena del film Dalle 9 alle 5 orario continuato, per ben tre volte la protagonista gridava alle altre: “No al panico”, una scelta di doppiaggio insolita rispetto al più consueto “niente panico”.
Oggi l’espressione “no al panico” restituisce su Google circa 67.200 risultati, contro i 227.000 di “no panico”, e i 1.510.000 di “no panic” (la variante più italiana “niente panico” ne conta 319.000). La preposizione “al” è in declino per interferenza dell’itanglese, più che dell’inglese dove circola don’t panic, e ha portato a far diventare “no panic” persino un’icona grafica declinata in ogni modo.

Mario Draghi, Luca Zaia e Nando Mericoni

Perché mai dovremmo dirlo all’inglese?
Se lo è chiesto venerdì scorso Mario Draghi, con un atteggiamento inaudito nella nostra politica recente, quando ha interrotto ironicamente la lettura di un comunicato che gli avevano scritto con le parole smartworking e babysitting.
La risposta sta nella nostra alberto-sordità: ci sentiamo più belli, invece che ridicoli come Nando Mericoni interpretato da Alberto Sordi. Ma questo complesso di inferiorità si nutre di una sovraesposizione all’angloamericano sempre più dilagante che ci abitua e ci colonizza la mente in modo subliminale. Il numero e la frequenza degli inglesismi è tale che hanno fatto il salto, i “prestiti” lessicali sono ormai i trapianti linguistici che germogliano e stanno creando i primi abbozzi di una lingua creola, dove emergono delle nuove regole formative.

Se c’è il doping, il dribbling, lo shopping, il brainstorming, il body building, il bird watching, il baby sitting, il meeting… poi è normale l’accettazione della regola dell’ing (di inglese) per cui una prenotazione è booking, il cucinare cooking, la messa in piega brushing, il tirare fuori e l’esternare outing, la formazione a distanza e-learning… In questo modo si arriva alla creazione di pseudoanglicismi come il footing (dalla radice foot, diffuso anche in Francia), affiancato dai più ortodossi jogging e running, o il dressing per indicare il vestire (da to dress, ma in inglese dressing è un condimento per l’insalata, e per l’abbigliamento si parla di clothing).

E allora il presidente del Veneto Luca Zaia ha parlato dei caregiver, cioè i badanti o gli assistenti familiari, convinto che fossero gli autisti dei disabili; car evoca automobile e giver ricorda forse i guidatori sul modello di taxi driver. Certi lapsus sono freudiani. È in questo modo che l’interferenza dell’inglese agisce, e gli anglicismi si moltiplicano.

Classificare le espressioni inglesi una per una e chiamarle “prestiti”, come fanno i linguisti, significa isolarle dal loro contesto, e non essere in grado di comprendere ciò che sta accadendo. Il Morbus Anglicus non consiste più nell’importare singoli prestiti di “lusso” o di “necessità”, è una patologia psichica e sociale che porta alla coazione a ripetere, l’anglomania è diventata una nevrosi compulsiva.

Le espressioni inglesi vanno inquadrate e spiegate nelle loro relazioni.
Se le multinazionali del farmaco sono chiamate Big Pharma, poi accade che le piccole e medie e imprese del farmaco diventino le Small Pharma. Tutto questo ha una ripercussione anche sull’abuso delle maiuscole a inizio parola, che sono ormai diventate la norma per certe citazioni dall’inglese, per essere più fedeli all’originale, in una tendenza che sta facendo aumentare questo vezzo anche per molte espressioni italiane, alla faccia delle norme editoriali e della tendenza all’abbandono delle maiuscole reverenziali un tempo molto più diffuse.

Dal Corriere.it del 9/3/21

Work, working, worker(s) e key worker

La regola formativa delle desinenze in “ing” si affianca poi a quella delle desinenze in “er”.
Se c’è il working e il co-working ci sono poi i worker e i co-worker, come ci sono i rocker e i rapper (non i rocchetari e i rappatori), i blogger (non i bloggatori), i rider, i bomber (pseudoanglicismo calcistico) e gli stopper

Coach/coaching/coacher,
surf/surfing/surfer,
run/running/runner
questi non sono prestiti lessicali isolati! Il numero di queste parole è tale da trasformarsi in una regola per la formazione delle parole come in inglese!

Poco tempo fa mi hanno segnalato un articolo su OggiScuola che ripete sin dal titolo in maniera ossessiva “key worker” come fosse una normale espressione italiana comprensibile a tutti. In questo modo la si diffonde facendo sentire inadeguato e ignorante il lettore, che si colonizza all’itanglese: si dice così! Come? Non lo sai? Adesso te l’ho insegnato. Va e ripeti. Crescete e moltiplicatevi.
Con queste tecniche si controlla maggiormente il destinatario, invece di usare un linguaggio adatto a lui come nelle buone vecchie prassi del giornalismo. La comunicazione comprensibile e trasparente è stata sostituita dalla newlingua orwelliana. Il linguaggio è uno strumento di controllo e predispone il lettore attraverso i paroloni e l’inglesorum (il nuovo latinorum degli azzeccagarbugli) a uno stato psicologico di inferiorità che è funzionale a trasformare ogni suo eventuale “non sono d’accordo” con un: “No, ti sbagli, è solo che non hai capito”.

La spiegazione di cosa siano i key worker arriva solo alla fine, con strategia acchiappona che costringe a leggere l’articolo sino all’ultima riga: sono solo “le categorie di lavoratori le cui prestazioni siano ritenute indispensabili per la garanzia dei bisogni essenziali della popolazione”. Ma il lettore ci deve arrivare da solo combinando le radici che sono già diffuse. Non ci sono i lavoratori indispensabili, necessari, strategici, le figure chiave del lavoro, le mansioni perno… c’è una lunga spiegazione che fa sembrare l’anglicismo comodo e necessario, come se non avessimo equivalenti. L’italiano non esiste più, evidentemente è solo un modo patetico di esprimere un concetto nella nostra lingua obsoleta. Se una parola chiave è keyword (da digitare sulla tastiera-keyboard), i concetti chiave sono key, e i sistemi delle chiavi intelligenti sono venduti come keyless (che si appoggia a contactless, ticketless… e in generale all’italian-less).
Sull’altro versante, se il lavoro è work (work in progress, e-work, smart work e smart working, dove in inglese c’è ormai il lavoro e anche il lavorare), è chiaro che i lavoratori diventino worker ed e-worker – almeno fino a quando non verrà sdoganata la “s” del plurale che si trova sempre più di frequente (smart workers) – visto che le mansioni si esprimono sempre più spesso solo in inglese, e tra navigator e train manager, nascono così i sindacati dei rider(s) o dei pet sitter.

Dal Corriere.it del 16/2/21

L’aziendalese è ormai diventato itanglese e dunque nell’epoca delle riforme del lavoro chiamate jobs act (più digeribile di “abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori”), i vecchi centri per l’impiego si ribattezzano con job center, senza una reale ristrutturazione, mentre i lavoretti sfigati di precari che rappresentano i nuovi poveri sempre più dilaganti sono dei graziosi minijob, su cui si basa la gig economy, edulcorazione di economia selvaggia dello sfruttamento senza diritti. Il vezzo di esprimere l’economia in inglese ha avuto inizio alla fine degli anni Novanta con la bolla speculativa chiamata new economy. Ma allora come chiamare l’economia normale? Semplice: old economy. E in che altro modo, se no? E se ciò che è ecologico diventa green, l’economia verde diventa green economy, che si abbina molto bene anche alla blue economy, un accostamento per tutte le stagioni, dove anche i colori come il blu (adattamento del francese bleu) si anglicizzano sul red carpet della moda e tra total black e total white si procede verso tutte le sfumature di gray.

La grammatica dell’itanglese

Qui a essere prese in prestito non sono più le singole parole, ma sequenze logico-lessicali di ben altra portata, che possiedono le loro radici; vengono trapiantate porzioni di dna linguistico, che si innestano e moltiplicano come la gramigna in una versione transgenica e si ibridano con il nostro vocabolario storico tra parole e locuzioni realmente importate dall’inglese e quelle che prendono vita in modo autonomo, per le diverse forme o per i diversi significati rispetto all’originale.

Nella scorsa puntata di Piazza Pulita (condotta da Corrado Formigli su La7) un giornalista ha fatto un servizio su quello che si potrebbe definire “il dramma delle fake mask”, così ha detto, cioè vendute come certificate anche se non lo sono affatto. Queste mascherine non omologate, cioè false, contraffatte, taroccate sono state introdotte con un concetto in inglese. C’est plus facilesorry… è più easy! E non è il primo giornalista ad avere usato questa espressione, in una tendenza a usare i concetti-chiave in inglese, porli al vertice di una gerarchia linguistica e farli diventare una categoria, mentre all’italiano – lingua di rango inferiore – si ricorre solo all’interno degli articoli.

Dopo i fake e le fake news, vuoi vedere che presto nascerà la regola di fake + qualunque cosa in inglese?
I falsi positivi dei tamponi potremmo definirli fake positive, i falsi invalidi potrebbero diventare fake disabled(s), i soldi falsi fake cash, visto il successo di cash, del cashback istituzionale e del cashless, in una distruzione dell’italiano sempre più sistematica che ci sta portando verso il fake italian mescolato al fake english.

Questi “prestiti” dall’angloamericano non si riescono più a restituire, e soprattutto non sono come quelli che provengono dalle altre lingue: non sono statici, portano a un’ibridazione virale, si allargano nel nostro lessico e sono destinati a soffocarlo e a prendere il sopravvento.

Siamo appena agli inizi d’un processo di scadimento e frantumazione della lingua: solo crepe nei muri e qualche pavimento sconnesso. Ma bisogna intervenire, e bisogna farlo sia individualmente, sia nella scuola, sia attraverso i mezzi d’informazione e gli organi ufficiali”, scriveva nel 1987 Arrigo Castellani nel suo “Morbus Anglicus” (p. 153).

Purtroppo, da allora, gli interventi della scuola, dei mezzi di informazione e delle istituzioni sono andati nella direzione contraria, tutti hanno scelto di passare all’itanglese, invece di tutelare l’italiano. E il processo di frantumazione – il restyling della nostra lingua – ha oggi una dimensione tale per cui in molti ambiti le pareti sono crollate e nei prossimi decenni crolleranno anche i muri portanti e i soffitti. L’itanglese è ormai una lingua, e sta sviluppando le sue prime regole.

La parole di Draghi sono arrivate in modo inaspettato e sono importanti. La speranza è che non siano uno sprazzo, ma un segnale di cambiamento prossimo venturo.

Oltre il “prestito”: smart workers, pet economy e l’itanglese del lavoro

Nel 2020 l’espressione smart workinggià esistente e in uso da qualche anno come fosse un tecnicismo – è diventata comune e sempre più utilizzata. Ha fatto il salto, è uscita dal suo ambito d’uso per penetrare nella lingua comune, seguendo lo stesso percorso di migliaia di altri anglicismi che si stanno stratificando nell’italiano.


Smart working non è né un prestito né un internazionalismo, visto che lo usiamo solo noi e che negli Stati Uniti si parla di home working. È dunque un “trapianto” di radici inglesi che abbiamo accostato da soli riutilizzando parole che circolano sempre più frequentemente e che sono entrate così nella disponibilità di tutti i parlanti. Ho già ricostruito la storia di “smart” che più che essere un “prestito” è una radice prolifica che si ricombina in ogni modo generando una nuvola di anglicismi, pseudoanglicismi e ibridazioni che ricorda i meccanismi linguistici dei Barbapapà e dei barbatrucchi. Work non è da meno, e nel 2021 si stanno moltiplicando le occorrenze degli “smart workers”, che compaiono con la “s” del plurale, in una tendenza che viola le regole dell’italiano per cui i forestierismi sarebbero invariabili, e che mi pare si stia consolidando in vari altri casi.

Dal Corriere.it del 16/2/21

Se l’attività lavorativa diventa work, la conseguenza è che i lavoratori diventano worker(s), come ci sono i blogger, e non i bloggatori, i promoter e non i promotori, e centinaia di altri esempi del genere. Qui il “prestito” non riguarda più i singoli vocaboli ma coinvolge un’intera categoria di nomi che passano dalle desinenze italiane a quelle in inglese in “er” in modo sempre più normale.

Cercare di spiegare questo tipo di inferenza attraverso la categoria del “prestito”, come continuano a fare i linguisti, significa non comprendere cosa sta accadendo in ormai troppi ambiti, dove l’inglese è qualcosa di ben più ampio, profondo e diverso. Il linguaggio del lavoro, per esempio, è ormai itanglese allo stato puro, e non abbiamo più a che fare con singole parole importate, ma con una rete lessicale di anglicismi interconnessi che ha preso vita.

L’altro giorno leggevo del Bozzato Hub coworking di Cesano Boscone, con le sue postazioni ufficio open space per start-up e professionisti, che è diventato un punto di riferimento per tanti freelance e smart workers. Poi sono passato a un articolo intitolato “Il futuro di freelancer e smart workers secondo il manager Roberto D’Incau”, un imprenditore che ha un passato da executive con esperienze di headhunter e coach. Nel pezzo dispensa consigli su come avere un time management efficace o come coltivare il proprio network relazionale, che è un’importante occasione di new business development dove è necessario lavorare anche di notte – e il rischio di burnout è sempre in agguato – perché là dove c’è la business community di riferimento è fondamentale inserirsi all’interno di un folto network di professionisti. Alla domanda: “Come potrebbe evolversi lo smart working?” la risposta è: “Secondo me, diventerà un must nelle nostre vite. Magari non al 100% come durante il lockdown…”
Di esempi di questo tipo se ne potrebbero fare milioni. La lingua del settore è questa. Nessuna illusione ottica, c’è poco da negare.

La cosa che più inquieta è che questo modo di parlare non è solo un vezzo “marginale” confinato nel suo ambito, si istituzionalizza, e dunque nasce ufficialmente il primo sindacato degli smart workers che è stato chiamato “Smart but strong” (cfr. “Smart but strong, anche in Italia nasce il sindacato degli smart workers”) e che è “partito da un gruppo di impiegati milanesi che nel 2020 hanno sperimentato l’home working come strategia aziendale per far fronte all’avanzare del Covid-19.”

Le parole veicolano concetti, e nella nostra follia di importare concetti solo dalla cultura angloamericana, ecco che il più delle volte si adottano in modo crudo, oppure si reinventano in inglese anche quando sono il frutto del modo di pensare italiano (forse dovrei dire l’italian thinking?) come nell’invenzione del South working scaturita dalla geniale visione (NdA = vision per chi non mastica l’italiano storico) di una ventisettenne palermitana.

Questi concetti si innestano ai vertici della gerarchia lessicale, il che significa che non si tratta di “prestiti” innocenti, paragonabili alle altre parole: diventano le nuove categorie per interpretare la realtà, da cui consegue che il settore alimentare diventa quello del food contrapposto al non-food, mentre l’economia diventa economy nella sua strutturazione fatta di new economy, sharing economy, gig economy o green economy, dove a sua volta green prende il posto di verde o di ecologico in una moltitudine di altre espressioni. Questa gerarchia porta poi al fatto che ormai un gran numero di manifestazioni, o nomi di prodotti e società, sono espressi da titoli-concetti in inglese anche quando sono italiani (cfr. “Bookcity e la gerarchia degli anglicismi”).

Il sindacato “Smart but Strong” degli smart/home-workers non è un’eccezione o una bizzarria, è la conseguenza sempre più ampia di questa americanizzazione culturale, prima che linguistica, che ha molti altri precedenti, dall’introduzione della figura del train manager al posto del capotreno nei contratti e nella comunicazione di Italo a quella nuova e senza alternative dei navigator, o dai diritti dei riders all’associazione dei pet sitter che si batte per il riconoscimento di un albo per queste nuove figure professionali dove a nessuno viene in mente di porsi il problema di come chiamarle in italiano. C’è solo l’inglese. Punto.

L’altro problema, per l’italiano, è la prolificità di questi anglicismi che non sono affatto “prestiti” ma si allargano pericolosamente nella creazione di una lingua ibrida sempre più ampia. Se c’è il pet sitter c’è anche il pet sitting (“ing” è un’altra desinenza che diventa la regola, dal working al blogging o al cooking e così via), e in un sito specialistico si disserta come fosse normale di family pet sitting, pet economy, pet host, pet travel, in una cornice dove sempre più spesso i proprietari degli animali son detti “tecnicamente” pet owners e si parla ormai di pet food che è diventato il nome di un nuovo settore industriale e pubblicitario che si ritrova nelle insegne dei negozi o nei reparti dei supermercati.

Tutto ha avuto inizio con la figura del dog sitter, importata dagli Usa una decina di anni fa, cui è seguita quella del cat sitter e poi del pet sitter, e siamo tornati alla logica dei Barbapapà, o della bat-mobile e della bat-caverna, che si è inserita sull’antica “maledizione della baby sitter”, dove a proliferare era baby, prima che lo diventasse anche sitter.

Non importa se questi fenomeni derivino dallo scopiazzare lavoretti (detti anche mini-job) come quelli di portar in giro i cani della borghesia dei quartieri di Beverly Hills o dall’importare la più elevata strategia dell’home working dalla Silicon Valley, il punto è che non siamo più di fronte ai singoli prestiti, ma a un ben più generale trapianto culturale in cui la lingua che utilizziamo si contamina con modalità diverse e cento volte più profonde.


Parole come home, smart, work… non sono prestiti linguistici, sono semmai “prestiti concettuali” che fanno la lingua e la ridisegnano in un modo più ampio, e non solo quella del lavoro ma anche della scuola e dell’alta formazione, visto che queste realtà sono sempre più intrecciate.
Per averne un’idea basta leggere un articolo come questo che riporta i trend e “risultati della ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno online Stay at home, stay in a Smart Home: la casa intelligente alla prova del Covid.”

Il titolo è in inglese e l’italiano è affiancato subito dopo con uno schema di classificazione concettuale ben preciso che rappresenta la nuova tassonomia dell’itanglese aziendale: concetto in inglese, e italiano di supporto. Internet delle cose è inglese, come il nome della scuola di un Politecnico che vuole insegnare in inglese prima che in italiano. In attesa della sostituzione della nostra lingua con questo inglese globale si procede con la sostituzione dei concetti chiave, e le scuole di formazione educano le nuove generazioni a questo modello proprio avvalendosi di professori che sono sempre più professionisti. Basta scorrere l’elenco dei docenti di una scuola come l’Accademia di comunicazione di Milano per vedere come si definiscono: sono quasi tutti Founder e Co-Founder, Ceo, Graphic Designer, manager, specialist e director di qualcosa in inglese, mentre le figure come quelle di docente, giornalista, illustratore, direttore sono ormai una minoranza forse in via di estinzione. E il linguaggio in cui queste persone si esprimono, insegnano e formano è l’itanglese.

Per interpretare nel modo corretto questo fenomeno è ora di buttare via l’antica e ingenua categoria del “prestito” – e insieme a essa sarebbe forse il caso di buttare via parecchi libri di linguistica – e cambiare sistema di riferimento, se non si vogliono misurare le dimensioni di un’onda anomala con un righello. Non ci vuole un genio per capirlo, basta studiare quello che succede invece di perseguire nella teoria linguistica dello struzzo che infila la testa sotto terra.

Itanglese e Posteitaliane

Irene, una lettrice che si è iscritta a questo sito, mi ha segnalato che la procedura prevede alcuni passaggi dal linguaggio pieno zeppo di anglicismi, per esempio:

“Per completare l’attivazione del tuo account, vai al seguente link e fai click sul pulsante Attiva. Il tuo account è stato attivato con successo! Ora puoi effettuare il login con l’username e la password inseriti in fase di registrazione.”

Naturalmente questi messaggi di sistema sono quelli di WordPress, e non sono affatto capace di personalizzarli, ho già fatto fatica a modificare la gabbia (chiamata il template di un blog pieno di anglo-tecnicismi come admin, pingback, plugin, widget…) sostituendo “Home” con “Pagina iniziale, “About” con “Chi sono” e via dicendo.

Questo è il linguaggio che le piattaforme sociali ci propinano quotidianamente, e che hanno fatto entrare nell’uso fino a renderlo normale. Anche chi vorrebbe evitarlo, come me, non lo può fare, con il risultato di diffonderlo e di rafforzarlo. Tutto ciò avviene grazie alla complicità di “traduttori” e “localizzatori” che non si sognano di toccare questa terminologia, anzi, spesso la preferiscono e la sbandierano come “necessaria” o “opportuna”, non di rado con una certa cialtroneria. A questi “professionisti” dell’itanglese che proclamano le parole inglesi “tecnicismi” necessari poco importa della propria lingua, al contrario dei loro colleghi francesi o spagnoli dove c’è una certa attenzione nella traduzione dei termini. Il punto è che l’anglomania degli addetti ai lavori non è un vezzo innocente, queste persone sono responsabili dello sputtanam… del depauperamento lessicale dell’italiano, perché queste mancate traduzioni diventano l’unica possibilità di esprimerci: la gente non può che ripetere queste parole e questo linguaggio.

La comunicazione è in mano ormai a questo tipo di persone, uscite da scuole di formazione che usano questo linguaggio e formano le nuove figure professionali che non sanno più parlare in italiano. E non vale solo per l’informatica.

Una rinomata traduttrice di narrativa, poesia e saggistica, Anna Ravano, mi ha inviato una foto molto significativa scattata in un’Esselunga di Milano.

“Zenzero” è stato aggiunto tra parentesi per mettere in primo piano e diffondere l’inglese, forse con la stessa logica del passaggio dalle lire all’euro: in un primo tempo si riportano entrambe le possibilità e quando la gente si è abituata si può finalmente passare alla neolingua.

È in questo modo che la nostra mente viene colonizzata e portata sulla via dell’italiano 2.0 del presente e del futuro. La pressione non è solo esterna, non arriva solo dalle piattaforme sociali delle multinazionali a stelle e strisce che esportano i loro nomi e concetti, ma anche dall’interno, dalle società del nostro Paese.

Basta analizzare il sito delle Poste per renderci conto che la lingua è ormai questa.

Poste italiane?

Luis Mostallino – un altro lettore che in passato aveva fatto un confronto tra gli anglicismi del sistema operativo di Iphone nella versione italiana, francese e spagnola – si è preso la briga di segnarsi tutti gli anglicismi che ha trovato sul sito di Posteitaliane (ma se si facesse lo stesso lavoro su quello delle Ferrovie dello Stato le cose non sarebbero molto diverse).
Di seguito li riporto in ordine alfabetico; l’unico problema è che qualche parola sarà di sicuro sfuggita, dunque non si tratta di un elenco proprio completo, abbiate pazienza.

A
account
acquiring
alert
all inclusive
app
air cargo

B
box
bug fix
business

C
call center
capital gain
card
cashback
cashless
cash international
chat
check-up
connect back
contactless
crono reverse
crono economy

D
data protection officer
deliver
delivery business express
delivery express
delivery Globe
delivery international
delivery Europe
digital
direct marketing
diversity & inclusion
download

E
e-commerce
e-procurement
e-shopper
evolution
express

F
family
fuel charge
full

G
gallery
la nostra “Governance”

H
hobby
know-how

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L
leader
leadership
link
live
locker

M
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MyPoste
multicurrency

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Pensate anche voi quello che penso io?
E allora non resta che inondare il sito di Posteitaliane con la nostra protesta! È una vergogna! Passi la lettera X, notoriamente poco usata per le iniziali delle parole inglesi, ma il fatto che le lettere I, J, K e Z siano vuote è davvero imbarazzante! Possibile? Possibile che ai geni della comunicazione postale non siano venute in mente parole di uso comune come – che ne so – Image al posto di immagine, o Job, Kit, Zoom…? Sono parole ormai entrate nel dizionario di base della nostra lingua! Queste lacune sono uno sfregio per l’itanglese! Dunque non resta che scrivere e suggerire qualche inglesismo per colmare queste lacune!

Come dite? Non è quello che avevate pensato?

E allora siete vittime di un’illusione ottica, per citare le parole di un grande linguista. È un po’ come la temperatura percepita, che non è mica quella reale! E quando il termometro segna solo 30 gradi, se avete un collasso per il caldo percepito e per l’umidità, siete decisamente fuori luogo!

Ripenso all’elenco degli anglicismi di uno dei primi importanti studi del 1972 (Ivan Klajn, Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze) e alle parole di Arrigo Castellani che nel 1987 scriveva:

“Prendiamo a titolo d’esperimento, le voci dell’elenco del Klajn che cominciano per b (non ce ne sono che cominciano per a, tranne il già raro e oggi svanito affatto all right).”

Da allora la lettera A di anglicismo si è molto arricchita, e da una voce siamo arrivati a 100, come si può vedere sul dizionario AAA che non è poi così diverso, come numero di lemmi, da quanto riportano dizionari come il Devoto Oli o lo Zingarelli. Ma nonostante gli A-nglicismi siano centuplicati, sono ancora pochi, e infatti il sito di Posteitaliane ne contiene qualcuno che non è ancora stato annoverato.
Se questo è italiano…

Concludo con qualche illusione ottica:

Il South working e l’italian suicide

La scorsa settimana, leggendo l’online version del Courier of Evening (suggerisco al Corriere della Sera un restyling del naming più moderno, internazionale e consono al linguaggio che utilizza), mi sono imbattuto in questo pezzo di grande spessore:

Per sapere di cosa si tratta bisogna vedere il filmato. Questo obbrobrioso pseudoanglicismo trova la sua spiegazione solo lì, introdotto da un titolo volutamente pensato per incuriosire il lettore e poi obbligarlo a sorbirsi il video per intero (una grande strategia di marketing!). Solo allora scoprirà che nel caso dello smart working “in Italia sta prendendo forma una declinazione specifica: il south working, vale a dire la prospettiva per chi si sia trasferito al Nord o in altri Paesi di tornare a casa e di lavorare in modo sempre più stabile dal Sud”.

Questo è l’approccio utilizzato consapevolmente dai mezzi informazione per attuare il sistematico genocidio lessicale della nostra lingua. Non sai cos’è il South working? Ma bravo! Punto primo sei ignorante, informati. Punto secondo te lo spiego io! Meno male che ci sono testate come il Corrierone a fare kultura. Punto terzo: si dice così, aggiornati.

È uno pseudanglicismo ridicolo? Chi lo ha inventato?
Non importa. Se lo usiamo è perché è in un uso, e se è in uso non ci puoi fare proprio un bel niente. Rassegnati. Punto e fine dei punti. L’informazione è tutta qui.

Non che le altre testate siano da meno, da il Manifesto (dove la sigla pc è da intendere come personal computer e non come partito comunista) all’Ansa, da il Riformista a il Fatto Quotidiano fino a Wired, tutti ne hanno parlato, in un tripudio di contest, Tracking Real Time, trend, lifestile e chi più ne ha più ne metta. Molto interessante è anche il contest SeaWorking di… Brindisi! La strategia di usare l’inglese per esprimere ciò che dovrebbe essere italiano è ormai quella che dilaga nell’Italia 2.0, dalla mente colonizzata.

Dimenticavo il Sole24 ore, chiedo scusa. Si tratta di una testata da sempre in prima linea nel diffondere anglicismi ad minchiam. In un articolo del 12 settembre spiega bene come l’espressione fotografi la situazione di Foggia e Cosenza: “Il South working spinge le ricerche di case: sul podio Foggia e Cosenza”. Ma nella “top ten anche Reggio Emilia”!
Nell’articolo si riportano le parole del ceo (non amministratore delegato, si noti bene!) di Casa.it che spiega:

“Con il lockdown, la casa è tornata al centro dei pensieri e degli interessi di molti italiani. Lo smart working è destinato a entrare sempre più tra le nostre modalità di lavoro. (…) Utilizzare i fondi Ue per colmare il gap digitale delle aree periferiche del Paese potrebbe aprire nuove opportunità di crescita”.

Insomma, il linguaggio dei giornali e quello degli imprenditori che si intreccia con quello della ricerca e della scuola coincide con l’itanglese. E infatti da dove nasce il South Working?
Pare dal genio di una ventisettenne palermitana, Elena Militello, “ricercatrice a contratto all’università del Lussemburgo. Rientrata a Palermo in pieno lockdown ha proposto ad alcuni amici la sua idea di promuovere con metodi di advocacy la possibilità di lavoro a distanza in via principale da dove si desidera e, in particolare, dalle regioni del Sud d’Italia e d’Europa” (Quotidiano del Sud, 24/8/20).
E come chiamare se non con un anglicismo il frutto di questo guizzo creativo simbolo della nostra italianità? Del resto ciò che contraddistingue il made in Italy è l’italian design, in un Paese linguisticamente finito.
Recentemente leggevo un articolo che esaltava le doti imprenditoriali del bergamasco Marco Pirovano che ha creato un franchising di successo per il suo marchio di “polenta espresso” che si chiama PolentOne (il gioco di parole sull’inglese si trova anche in molte altre nostre eccellenze gastronomiche, anzi del settore food, da Eataly a Slow Food).

Immaginiamo una sagra della patata italiana chiamata alla tedesca, il KartoffelnFest. Oppure una festa del formaggio italiano denominata Fromage italien alla francese, o della birra italiana che suona come Fiesta della cerveza.

Un bel: “Ma siete scemi?” sorgerebbe spontaneo.
Ma basta usare l’inglese e tutto si trasforma magicamente in un: “Che figo!” Ed ecco che si moltiplicano le insegne con scritto Wine Bar.

Per chi crede che tutto ciò sia una caricatura, posso segnalare qualche evento di questi giorni. Il 13 settembre si chiude al Parco Fellini di Rimini l’Italian Bike Festival, il punto di riferimento per il mercato della bici, un evento ricco di “anteprime, test, show & performance, meetup, experience e intrattenimento: tutti gli ingredienti necessari per un festival della bici a 360°.”
Qualche giorno fa si è tenuto in Abruzzo, per il decimo anno consecutivo, il Festival You Wanna Be Americano, dedicato alla musica, alla cultura e alla moda degli anni ’50 e ’60 in America e in Italia, organizzato in questa decima edizione dal Comune di Giulianova (“Impossibile frenare la dilagante febbre Fifties” e grande attesa per “Giulia Rock, The Italian Rock’n’Swing Stars”).

Ai miei lettori segnalo anche una scadenza imminente: “Italian Innovation Day Tokyo 2020, call aperta fino al 14 settembre”. È una bella opportunità voluta dall’Ambasciata d’Italia a Tokyo che vede “la partecipazione di startup e scaleup che saranno selezionate tra quelle che invieranno l’application entro” il termine indicato.
Io ve l’ho detto, regolatevi. E vi segnalo anche l’Italian Esports Awards: ecco le nomination per il “Best Italian Team”. Si tratta della “prima edizione del premio dedicato alle eccellenze italiane nel gaming competitivo, annunciata da Iidea nel luglio scorso, consisterà in 5 premi dedicati al Best Italian Team, al Best Italian Player, al Best Italian Content Creator, al Best Italian Castered all’Esports Game of the Year”.
Inoltre, save the date! Appuntatevi la data del 30 settembre, perché scade l’opportunità di una “Tradizione italiana unica vera e originale dal 2010”, e cioè l’Italian Horror Fest, dedicato ai maestri italiani dell’horror (c’è anche Dario Argento) che non si tiene come avviene per questo tipo di eventi nelle “cupe atmosfere invernali di Halloween”, bensì in estate e sul mare di Anzio!
Certo, in tempi di pandemia è stato necessario inventare una speciale Covid Edition, una nuova formula e un bel neologismo inglese che si aggiunge ai recenti covid hospital, covid pass, e più in generale alla regola del conio fai-da-te di qualsiasi cosa si riesca a ad abbinare a covid, purché suoni inglese, beninteso. Sui giornali si trova: “Ripensare cinema e teatri in modo covid free”, “lo stress test covid”, “un covid manager per i supermercati”… è il moderno covid language in cui una prova diagnostica innovativa, tutta lombarda, che in pochi minuti permette di rilevare attraverso la saliva la presenza del coronavirus, è stata chiamata Daily tampon. Nella nostra bocca l’inglese suona fico, ma in questo caso ha che fare con il suo femminile, visto che tampon in inglese indica un assorbente interno vaginale, come ha ricordato Gabriele Valle.

In conclusione, sto pensando anch’io di lanciare un contest che vorrei chiamare Italian suicide. Consiste nell’inventare qualche nuovo anglicismo, non importa se è in uso nei Paesi anglofoni, basta che suoni inglese e sia in grado di depauperare la nostra lingua. Potete lasciare la vostra nei commenti e poi si fa una bella votazione nel giorno X denominato election day. Partecipo anch’io con la parola cialtroning, di cui ho già parlato in altre occasioni. In palio c’è un posto tra gli oltre 3.700 anglicismi che formano il dizionario delle alternative AAA, ma se va bene si può finire anche tra quelli del Devoto Oli che sono appena sotto la soglia dei 4.000 nell’edizione 2020, ma nel 2021 la supereranno di certo, arricchendo la possibilità di parlare in itanglese con tante nuove belle voci, che – fuori dai dizionari – sono molte, ma molte di più.

Speed mentoring, Role model, Chunking e soprattutto molto… Cialtroning!

Ho ricevuto una richiesta di aiuto da parte di una professoressa delle scuole superiori per decifrare il senso della seguente proposta pervenuta:

speed mentoring

La povera professoressa ignorante e sempliciotta, visto che è abituata a praticare l’italiano, non capiva cosa fossero lo speed mentoring e il role model, come non lo capivano le sue studentesse invitate.

Ma come? Ma in che mondo vivi? Possibile che non sai queste cose, nonostante tu abbia una laurea in fisica? E allora vieni al talk, te lo insegniamo noi!

Le ho risposto che mai e poi mai avrei consigliato ai miei studenti di partecipare a un evento del genere (ma per chi volesse farci un salto ecco il loro sito redatto in puro itanglese), visto la comunicazione che utilizzano.

Questo è il linguaggio che quotidianamente si usa a Milano (l’evento è patrocinato dal comune di Milano, capitale dell’itanglese) nel mondo della formazione e della didattica, in linea con il famigerato sillabo del Miur e in linea con il linguaggio aziendale che ha ormai preso piede.

Per la cronaca: il mentoring è una “metodologia di formazione che si basa su un relazione uno a uno” tra una persona che ha una qualche esperienza (definita preferibilmente senior mentor) e un allievo, un discente o un qualunque sfigatissimo subalterno.
Dunque, se un ragazzino prende ripetizioni da un insegnante privato perché va male a scuola, sta facendo un percorso di mentoring, anche se forse qualcuno glielo dovrebbe spiegare! Nelle aziende è semplicemente un processo di formazione o tirocinio. Ma la novità, che oserei definire innovativa e geniale, sta nello speed mentoring! Questa metodologia che arriva direttamente dagli Stati Uniti, come le migliori cinture dimagranti pubblicizzate negli appositi spazi televisivi, consiste più o meno in un incontro di 10 minuti con un esperto che aiuta il subalterno o il discepolo a comprendere il proprio senso della vita, oppure ad avviare un’attività imprenditoriale e tante altre belle cose del genere. Che poi l’esperto sia l’ultimo dei cialtroni, un venditore del proprio prodotto (magari culturale), un santone che ti aiuta a ritrovare te stesso, o il più grande luminare di questa terra, poco importa. Naturalmente, vista la formula dei 10 minuti, ognuno trarrà da solo le proprie conclusioni sui benefici di simili pratiche.

Quanto al role model è un modello di comportamento, per esempio può indicare una persona vincente di cui si cercano di imitare e ricalcare le caratteristiche carismatiche, dunque un personaggio carismatico, o un professionista di successo, in questo caso. Riassumendo il senso dell’evento è probabilmente una conferenza con imprecisati esponenti di spicco o professionisti (definiti carismatici dagli organizzatori e non riconosciuti come tali dalla platea, che probabilmente non li ha mai sentiti), seguito da una chiacchierata privata di 10 minuti con chissà quali consigli di grande spessore (essendo un colloquio a due, tanto testimoni non ce ne sono). Se non fosse per lo speed mentoring, una qualsiasi pallosissima presentazione di un pallosissimo libro avrebbe forse le stesse caratteristiche.

Non entro nei contenuti, mi limito a valutare il linguaggio e la comunicazione, volutamente manipolati attraverso un uso calcolato dell’inglesorum davanti al quale il manzoniano Azzecca-garbugli era solo un dilettante.

Il punto è che davanti a queste supercazzole dovremmo reagire. E rispondere per esempio: no grazie, credo sia meglio parlare come si mangia o comunque evitare di parlare come si scoreggia; non ritengo che chi usa questo tipo di comunicazione sia in grado di tenere buoni corsi, e preferisco consigliare ai miei studenti eventi formativi tenuti in italiano.

Invece, il nostro senso di inferiorità davanti alla cultura e alla lingua inglese ci fa percepire il tutto come chissà quale grande evento, in una manipolazione delle parole che fa parte del pacchetto che ci vendono. Lo scopo è quello di far sentire ignorante il destinatario, per soggiogarlo e imporgli dall’alto le nozioni (e il linguaggio) in modo da renderlo acritico. Questo tipo di cose, oltre a dimostrare che l’itanglese è una realtà, è il segno di una colonizzazione allo stesso tempo culturale e linguistica. Ti vendo e ti impongo il mio modo di vedere insieme alle mie parole, che non traduco volutamente perché tu sia suddito e non abbia la possibilità di replicare, anche nel caso di semplicistiche corbellerie camuffate da perle di saggezza. Attraverso questa terminologia oscura spacciata per tecnica ti domino: no, non è una stronzata, sei tu che non hai capito!

La cosa più grave è che questo modo di procedere è applicato sempre più spesso alla didattica! È rivolto agli adolescenti che non hanno ancora gli strumenti critici per decifrare. Questo tipo di “formazione” invece di incentivare lo spirito critico li plagia in un lavaggio del cervello imposto dalla cultura del mercato.

Se questo è il linguaggio della formazione che si propone ai liceali, quale potrà essere la loro lingua del futuro?
Ripeteranno queste cose che insegnano loro perché questo tipo di comunicazione, manipolatrice e in itanglese, sarà per loro normale: la lingua che li ha fatti e cresciuti e che inculcheranno loro ancor meglio una volta entrati nel mondo del lavoro. Questa è già la lingua d’obbligo nel mondo del lavoro, in molte realtà. Imposta come un marchio di appartenenza fino a che non diviene naturale, e dunque si riversa nel linguaggio comune: “Andiamo a vedere un talk!”.


La colonizzazione culturale dell’inglese

L’episodio che ho riportato non è un caso isolato, è ciò che accade tutti i giorni.
Ecco un altro esempio (reale) tratto da un testo di didattica che si basa sulla PNL (Programmazione Neuro Linguistica):

“Le modalità con cui le persone raccolgono e organizzano le informazioni sono note con il termine chunking, che significa “spezzettare” (da chunk = pezzo). Si distinguono il Chunking down, che consiste nel procedere dal generale scendendo nel particolare, e il Chunking up (dal particolare al generale in un processo di astrazione)”.

Sono note con il termine chiunking?” Ma ci rendiamo conto dell’ignoranza della nostra storia e cultura che veicolano definizioni come queste? Secoli di riflessioni di grandi pensatori e filosofi sulla gnoseologia, sul metodo analitico, sul metodo deduttivo e induttivo, sull’astrazione… ridotti alla grande teoria del chunking down e up da chi si sveglia una mattina, scopre l’acqua calda, la semplifica ulteriormente in nome del problem solving, la ribattezza magari hot water e ce la rivende come un tecnicismo “intraducibile” da ripetere in inglese che sottintende una rivoluzionaria teoria della conoscenza!

In questi modelli di “cultura” colonizzatrice lo schema è sempre lo stesso: esportare e vendere una teoria espressa con termini inglesi spacciati come essenziali all’interno della teoria, con le seguenti modalità:

1) dare le definizioni in inglese, perché sono sacre e inviolabili (fanno parte del pacchetto);
2) affiancarle a una sommaria spiegazione in italiano che non è una traduzione con concetti nostri che abbiamo, ma un lungo giro di parole, in modo che la terminologia inglese appaia “intraducibile” e “necessaria”;
3) abbandonare immediatamente le spiegazioni/definizioni italiane e procedere imponendo la terminologia in inglese che viene così esportata insieme alla teoria.

Se non ci piacesse essere sottomessi e colonizzati reagiremmo. Se in un libro sul brainstorming, a suo tempo, quando era un’innovazione, il termine fosse stato tradotto, per esempio con un’espressione italiana bellissima come parole in libertà – ma non importa come, va bene qualunque cosa purché sia in italiano – oggi non avremmo l’ennesimo anglicismo spacciato per “necessario” e “intraducibile”, che in spagnolo è invece stato tradotto con pioggia di idee (lluvia de ideas), e in francese con spremi-meningi (remue-méninges, coniato negli anni ’60 da Louis Armand, membro dell’Académie française).

Ecco come si diffonde l’itanglese in questi processi di colonizzazione culturale.
E così Abraham Maslow e Carl Rogers un bel giorno si inventano un approccio didattico chiamato circle time che viene poi esportato/importato a questo modo in certi manuali che ripetono invece di tradurre (solo molto raramente è stato adattato con cerchio magico); consiste nel sedersi in cerchio insieme a un insegnante e coordinatore, una “nuova metodologia che migliora l’ascolto degli alunni, perché si basa sui concetti di inclusione” e “bla bla bla…”. Poco importa che questa postura risalga agli uomini delle caverne o sia utilizzata da sempre dagli scout, ciò che importa è rivenderla come nuova e con una terminologia inglese.

E ancora, si può per esempio importare senza traduzioni la token economy (si chiama anche economia dei gettoni ma è meglio in inglese, altrimenti si capisce subito quel che è), uno strumento motivazionale che trova interessanti applicazioni anche nella didattica, e che si basa su gettoni simbolici che servono per premiare determinate azioni, e che vengono invece sottratti in caso di comportamenti da penalizzare; in altre parole i punti fragola applicati alla psicologia e alla didattica (cfr. “La lingua delle multinazionali: traduzione, localizzazione e supercazzole terminologiche”)!

Purtroppo questo fenomeno dilagante di sudditanza non riguarda solo la didattica, ma è la norma in ogni settore. Tullio de Mauro aveva denunciato come le classi dirigenti dell’ultimo mezzo secolo siano ormai culturalmente molto povere, aggiungerei “zerbinate”, e non fanno che subire passivamente l’egemonia culturale statunitense senza essere in grado di difendere la nostra cultura europea, dall’illuminismo allo stato sociale, oggi chiamato preferibilmente welfare. E che “l’abuso di tecnicismi e parole poco note (esotismi o no) appartiene alle fasce culturalmente basse dei locutori, a quelli che a Napoli chiamiamo mezze calzette”.

Purtroppo queste “mezze calzette” sono ormai dappertutto, in ogni settore, persino nella linguistica, visto che ormai anche in pubblicazioni che dovrebbero essere di alto livello una “commutazione di codice” è detta code mixing, una “lingua veicolare” pidgin, una “parola macedonia” (coniazione di Bruno Migliorini) blend e così via.

Scegliere di non tradurre e ripetere questi termini in inglese è il simbolo del nostro collaborazionismo di fronte all’espansione dell’inglese. Significa rinunciare alle nostre radici, alla nostra lingua, alla nostra cultura in un processo che si potrebbe forse chiamare cialtroning!