Lo skincare genderless (magari fosse solo una barzelletta…)

di Antonio Zoppetti

Ci sono un italiano, un francese e uno spagnolo che leggono una notizia di fondamentale importanza su una prestigiosissima rivista internazionale: Vogue.
Sì, lo so, a essere pignoli Vogue non è una rivista internazionale, è una pubblicazione statunitense, ma si sa che in Italia ciò che è americano viene spacciato per internazionale; è tradotta in 16 lingue, dunque è internazionale.

Comunque sia, dopo aver letto il titolone, il francese esclama: “On s’en fout” che si può tradurre con “chissenefrega”. Lo spagnolo: “A quien le importa?”. L’italiano invece esclama: “What?”

Per capire il senso di questa barzelletta basta dare uno sguardo all’articolo in questione.

Nella sezione “Beauty” della rivista l’italiano legge: “Adoro quello che Gwyneth ha fatto con Goop: Brad Pitt lancia la sua linea di skincare genderless”. E anche se non ha capito nulla di questa lingua ibrida, per sentirsi moderno si esprime in itanglese, la lingua dell’ok fatta di stereotipi dal suono inglese.

Lo spagnolo e il francese, invece, rispettivamente nelle sezioni “Cosmética” e “Beauté” non trovano “skincare genderless” bensì “cura della pelle senza genere” (fr. “J’adore ce que Gwyneth a fait avec Goop : Brad Pitt dévoile en exclusivité pour Vogue sa ligne de soins de la peau non genrée; sp. “Me encanta lo que Gwyneth ha hecho con Goop: Brad Pitt desvela su línea de cuidado de la piel sin género”).

In pezzi del genere, accanto all’uso degli anglicismi, in gioco c’è un anche altro fattore connesso e da non sottovalutare: l’esportazione dei punti di riferimento culturali statunitensi che attraverso articoli come questi diventano internazionali esattamente come le “star hollywodiane”. Far diventare la cultura e la società americane qualcosa di universale è strategico da tanti punti di vista, da quello politico a quello commerciale.

Per la cronaca: tecnicamente anche la Nivea è un prodotto skincare genderless, che va bene per tutti senza distinzioni di sesso, e forse vendere l’acqua minerale come genderless water potrebbe essere una buona idea per spacciare attraverso l’inglese l’acqua calda per una rivoluzione del politicamente corretto.

Personalmente ho dovuto fare delle ricerche prima di comprendere che “Gwyneth” si rifersice all’ex moglie di Brad Pitt (Gwyneth Paltrow), e che “Goop” è una sua azienda che si occupa di bellezza. Dunque accanto a “skincare genderless” anche queste due ultime parole risultano incomprensibili per chi non si interessa dei risvolti personali degli attori – mi pare che tutto ciò in “italiano” oggi si etichetti come “gossip” – e il risultato di titoli del genere è l’incomprensibilità. Il nuovo giornalismo che ha abbandonato i sani principi della trasparenza e del linguaggio rivolto a tutti punta proprio su questi titoli che spingono a leggere l’articolo per colmare la propria “ignoranza”.

Abbandonando i titoloni ed entrando nel pezzo, l’italiano apprende che Gwyneth “Ha sempre avuto qualcosa della beauty guru, e per lei [Goop] deve essere stata una bella valvola di sfogo”.
Il francese e lo spagnolo non hanno a che fare con l’espressione “beauty guru” (da notare l’uso sempre più normale dell’inversione sintattica) si tratta di una reinvenzione in itanglese tutta italiana che non appartiene nemmeno all’articolo originale in inglese dove la stessa frase recita: “Adoro quello che Gwyneth ha fatto [con Goop]. È ancora una cara amica e ha costruito questo impero” (I love what Gwyneth’s done [with Goop]. She is still a really dear friend, and she has built this empire). Nelle altre lingue la dichiarazione è stata semplicemente tradotta nella propria lingua (fr. “Elle a toujours eu ça en elle en tant que curatrice, et ça a été un formidable exutoire créatif pour elle”; sp. “Siempre ha sido muy buena comisariando y lo ha convertido en una salida creativa estupenda”) senza anglicismi alla “cock of dog”, come si potrebbe forse dire in itanglese “alla cazzo di cane”.

Leggendo e confrontando le diverse localizzazioni del medesimo articolo si vede che è tutto così.
L’apoteosi dell’itanglese si raggiunge nella domanda che il giornalista pone all’attore:

“Si è mai immaginato come un boss della beauty industry?” e la cui risposta è trascritta così: “[Ride] Non sono sicuro di sapere cosa sia un barone della beauty industry…”.
Ancora una volta il “boss della beauty industry” è un’italianata che non esiste né in inglese – nell’articolo originale si legge: “Have you always had a good skincare routine?” / “[Very long pause]. No.” – né nelle altre lingue (fr. “Vous êtes-vous déjà imaginé en tant que baron de la beauté ?”/ [Rire]. je ne suis même pas sûre de savoir ce qu’est un baron de la beauté…”; sp. “¿Alguna vez te imaginaste a ti mismo entre los popes de la belleza?” / “[Risas]. No estoy seguro de que es un pope de la belleza…”).

Si potrebbe continuare questa analisi a lungo e in profondità, ma sarebbe noioso e non ne vale la pena. Chi ha voglia di fare questi confronti può solo constatare che il grado di anglicizzazione dell’italiano, così alta da trasformarlo in itanglese, non ha confronti con quello dello spagnolo e del francese, dove la presenza degli anglicismi è molto contenuta.

C’è però un’ultima cosa da sottolineare. Una notizia come questa, che più che una notizia è una pubblicità a Brad Pitt (solo la settimana scorsa su di lui giravano simili pezzi che riguardavano però il suo debutto come scultore) è stata ripresa dal coro dei giornalisti incapaci di parlare l’italiano con le stesse parole, con il consueto picco di stereotipia alla base dell’affermarsi degli anglicismi.

L’impatto di questo tipo di martellamento mediatico sulla nostra lingua è devastante. I mezzi di informazione un tempo hanno contribuito all’unificazione dell’italiano e oggi sono i principali costruttori dell’itanglese. Il problema come al solito non riguarda singoli anglicismi come skincare, genderless, beauy industry, beauty guru e via dicendo. Ha a che fare con il costante stillicidio della nostra lingua e la sua sostituzione con espressioni dal suono inglese, vere e reinventate, in una panspermia che giorno dopo giorno fa affermare gli anglicismi in ogni settore fino a che non diventano normali, finché non uccidono le alternative italiane e finché la gente non potrà che ripetere solo quelli, come è accaduto con computer al posto di calcolatore, con lockdown, fake news, location, leader, killer, cashback, ticketless, gate, covid hospital, green pass, bike sharing, rider, delivery, pet food, economy
(Ad libitum sfumando)


PS
Grazie a Lucius che mi ha segnalato la notizia

Lingua, politica e il falso mito dell’evoluzione dell’italiano dal basso

Nel nostro Paese prevale l’idea che le lingue siano processi naturali che si evolvono da soli e non vanno orientate (cfr. “L’anarchismo linguistico italiano e la politica linguistica francese“), un atteggiamento che si ritrova tra i linguisti e più in generale nella nostra intellighenzia, anche politica. Ma questa visione è piuttosto parziale e poco fedele alla storia. Le lingue non sono affatto sistemi ingovernabili dove l’uso fa la norma, sono al contrario processi complessi orientabili e da sempre orientati.


Da un punto di vista letterario, si fa nascere l’italiano con Dante che ha dato vita a un volgare illustre pensato per essere la lingua sovraregionale di tutti proprio con un intento politico e “patriottico”, perché era convinto che senza una lingua comune non sarebbe stata possibile un’unità nazionale.

Ma prima di lui, la poesia nella lingua del sì è nata in Sicilia, alla corte di Federico II; e la scelta di scrivere in volgare e di riprodurre in siciliano gli schemi poetici della lirica provenzale fu una scelta politica. I poeti della scuola siciliana erano i funzionari della sua corte che erano stati scelti appositamente laici e non chierici, e scrissero per la prima volta in volgare siciliano per imporre una lingua diversa da quella della Chiesa, il latino, ma anche dei comuni del Nord dove si poetava soprattutto in provenzale. Il progetto politico federiciano era proprio la rifondazione di un regno feudale moderno, autonomo dalla Chiesa e alternativo all’ascesa dei comuni, che erano i suoi nemici. E la lingua dei primi poeti italiani nasceva da questi intenti.

La fine di Federico II ha rappresentato contemporaneamente la fine della scuola poetica siciliana, esattamente come la crociata contro gli Albigesi e l’annessione della Provenza alla Francia ha imposto la lingua d’oil, cioè il francese, determinando la scomparsa della lingua d’oc.

L’eterna questione della lingua, che ha preceduto di secoli l’unità d’Italia, è stata un lungo processo che non si è realizzato solo perché il toscano delle tre corone fiorentine – Dante, Petrarca Boccaccio – si è imposto sulle altre parlate per motivi di prestigio (continuando in toscano i temi e la scelta linguistica della scuola siciliana), ma anche perché è stato preso come modello prescrittivo da linguisti, grammatici e dall’Accademia della Crusca che lo hanno legittimato, sostenuto e normato. Questo italiano libresco che si scostava dalla lingua viva parlata nei volgari è sopravvissuto per secoli e si è strutturato proprio perché era orientato.

Nel Novecento l’italiano è diventato un patrimonio di tutti perché c’è stata una politica linguistica che lo ha diffuso e istituzionalizzato attraverso la sua introduzione come lingua ufficiale della formazione, dell’amministrazione, del servizio militare, delle leggi, ma anche grazie alla stampa, ai mezzi di informazione e ai prodotti culturali dell’epoca del sonoro, con la nascita dell’industria musicale, della radio, del cinema e della televisione.

L’unità linguistica di un Paese è il risultato di questi interventi e degli altri fattori che educano e uniformano attraverso il sostegno delle istituzioni culturali e politiche. Non è un caso che la nascita degli stati nazionali in Francia o in Spagna abbia portato al consolidarsi del francese e dello spagnolo nazionale secoli prima rispetto all’Italia.

Quello che chiamiamo spagnolo, propriamente è il castigliano, cioè la lingua della Castiglia; e la prima grammatica è stata pubblicata simbolicamente nel 1492, un anno chiave per quel Paese, che non coincide solo con il viaggio di Colombo, ma anche con la Riconquista di Granada e la fine dell’occupazione araba. La tradizione narra che quell’anno Elio Antonio de Nebrija presentò la sua grammatica a Isabella di Castiglia, che gli domandò stupita per quale motivo avrebbe dovuto interessarsi a un libro su una lingua che già conosceva. E la risposta che spiazzò la sovrana fu che la lingua è da sempre stata “compagna di ogni impero”.


Una lingua è portatrice di valori e di cultura, è un elemento che unifica le popolazioni, vive nelle realtà territoriali e nei parlanti con cui è connessa nel modo più intimo, e allo stesso tempo li condiziona e ne viene influenzata e cambiata. Naturalmente l’unità linguistica nazionale avviene spesso a spesa delle lingue minori, e il castigliano si è imposto a scapito del catalano, del basco e delle altre minoranze, così come l’affermazione dell’italiano è avvenuto attraverso la sua supremazia sui dialetti, che in qualche caso sono addirittura scomparsi, perché le lingue possono anche entrare in conflitto tra loro, e quelle minori finiscono con il ritirarsi. Oggi, parlare un dialetto è stato rivalutato come un segno di cultura, come la conoscenza di una seconda lingua, ma prima che l’italiano diventasse di tutti era considerato un segno di ignoranza dell’idioma nazionale che si voleva appunto consolidare. All’inizio del Novecento fu il fascismo a estrometterlo come lingua della scuola in favore l’italiano, in una stigmatizzazione che è durata per vari decenni anche in seguito.

Le lingue nazionali d’Europa hanno tutte questa storia, si sono affermate e imposte proprio perché sorrette da Stati e istituzioni, perché hanno anche una funzione politica, oltre che culturale, sono funzionali alla coesione sociale e sono uno dei principali collanti che formano l’identità dei popoli. E nell’istituzionalizzare quelle nazionali gli Stati dovrebbero allo stesso tempo preservare quelle minori, che altrimenti rischiano di scomparire e di esserne schiacciate.

Gli attuali interventi sull’uso

Davanti al lievitare degli anglicismi, troppo spesso si sente dire che il fenomeno non è regolamentabile, e che la gente in fondo parla come vuole, come se la lingua fosse un processo “democratico” che nasce spontaneo solo dal basso. L’anglicizzazione, al contrario, parte soprattutto dall’alto, dalla lingua dei giornali e della classe dirigente che introduce l’inglese e lo usa senza alternative fino a che la gente non può fare altro che ripetere cashback, lockdown, green pass o jobs act. La lingua non è “fatta dalla gente”, come si vuol far credere, la gente ha per secoli parlato il proprio dialetto, poi è stata indotta a utilizzare l’italiano, e oggi ripete gli anglicismi che passano i mezzi di informazione, le pubblicità, le interfacce informatiche, le amministrazioni, le Poste, le Ferrovie… E intanto si favorisce l’insegnamento in inglese nelle università, si spinge per l’inglese come lingua della Comunità Europea, lo si rende un requisito per l’assunzione nelle pubbliche amministrazioni, e lo si fa diventare la lingua per presentare i progetti di ricerca italiani, come nel caso dei Prin e dei Fis.

L’inglese diventa di massa perché arriva dagli ambiti della medicina, del lavoro, dello sport… con le stesse dinamiche in cui altri cambiamenti linguistici provengono dalle pressioni esercitate dall’alto. Arriva dall’espansione delle multinazionali, dall’imposizione della loro terminologia, dalla lingua della globalizzazione. In altre parole dalle pressioni politiche e sociali.

Dagli anni Novanta, per esempio, proprio per l’interferenza dell’angloamericano, i traduttori di libri, film e telefilm hanno cominciato a sostituire sistematicamente con “nero” la parola “negro”, che negli Stati Uniti era considerata razzista, anche se in Italia era una parola che storicamente non ha mai avuto questa connotazione: negli anni Sessanta Lola Falana era l’amatissima “Venere negra” e nella canzone “I watussi” Edoardo Vianello cantava gioiosamente degli “altissimi negri” senza alcun intento discriminatorio. Oggi ha dichiarato che non la può cantare più, visto che non è più possibile pronunciare certe espressioni senza la carica di razzismo che hanno nel frattempo assunto in modo orientato dalle fortissime pressioni sociali e mediatiche che sono intervenute sull’uso. Lo stesso avviene attraverso l’ondata di moralismo linguistico che fa parte del “politicamente corretto” e che ha portato negli ultimi decenni a un “revisionismo lessicale” che ha messo al bando espressioni oggi considerate illecite come “mongoloide” sostituito da “Down”, “Terzo mondo” sostituito da “Paesi in via di sviluppo” o “handicappato” che è diventato “diversamente abile” e così via. Sono esempi sotto gli occhi di tutti di come l’evoluzione della lingua sia orientata e orientabile.

Nel caso della femminilizzazione delle cariche lavorative, per fare un altro esempio, le linee guida delle amministrazioni per un linguaggio non sessista hanno portato a coniare e usare femminili un tempo non diffusi come sindaca o ministra, che sono ormai utilizzati dai giornali, inseriti nei vocabolari e sempre più normali.
Il punto è che si usano due pesi e due misure, e la questione, fuori da ogni ipocrisia, è semplicemente politica e sociale: sugli anglicismi non si vuole intervenire – anzi si interviene eccome: introducendoli, divulgandoli e favorendoli – ma su altri aspetti il modo in cui la gente deve parlare si orienta senza alcuna remora. E tra le fila dei più accesi non interventisti nel caso dell’inglese si annoverano curiosamente alcuni dei più fanatici sostenitori del “linguaggio inclusivo” che propongono addirittura una riforma ortografica per introdurre una sorta di desinenza neutra attraverso lo scevà (ə), per cui “tuttə” includerebbe anche il femminile “tutte”, insieme al maschile “tutti” che storicamente lo include.

E allora dietro il mito tutto descrittivista per cui le lingue vanno studiate nella loro evoluzione, si nascondono in realtà approcci prescrittivi molto forti, tutti in favore dell’inglese. Non intervenire per tutelare l’italiano non significa rimanere “neutrali”, significa schierarsi dalla parte del globalese e dell’itanglese che avranno la meglio. Eppure sembra che in Italia nessuno lo comprenda, e al contrario di ciò che accade negli altri Paesi non abbiamo alcuna politica per la tutela del nostro patrimonio linguistico.

Anglicismi: perché l’Académie française è preoccupata

Nel gennaio del 2020 l’Académie française ha dato vita a una commissione incaricata di esaminare la comunicazione istituzionale francese, e l’ultimo rapporto appena uscito (15 febbraio 2022), ha denunciato la “sensibile e preoccupante” anglicizzazione e le sue conseguenze.

Voglio diffondere i risultati di questo studio con qualche riflessione e comparazione con ciò che accade in Italia, dove il fenomeno è ben più ampio e profondo.

Il Rapporto sulla comunicazione istituzionale francese

Il Rapporto parte con una notevole raccolta di esempi. Sono tutti documenti copia-incollati da siti ministeriali, di amministrazioni locali, organismi territoriali, scuole, enti di formazione, musei, manifestazioni culturali, grandi gruppi pubblici e privati.

POSTE
Uno dei casi che si presta maggiormente a una comparazione con ciò che avviene in Italia è forse quello delle Poste. In Francia viene denunciato l’uso di “Pickup”, la denominazione di una gamma di servizi per le spedizioni che si declina in locuzioni come “Pickup Logistics”, destinata alla logistica urbana, o “Pickup Station” invece di punto di spedizione.
Tutto il mondo è paese? Non esattamente. In Italia le cose sono molto più gravi.

Proprio un anno fa avevo pubblicato l’elenco sterminato di anglicismi che si trovano sul sito delle Poste italiane, e più di recente anche il Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca (Comunicato n. 17) è intervenuto per ricordare che quelli che poco tempo fa erano contraddistinti dalle diciture “pacco ordinario”, “pacco celere” e via dicendo oggi si chiamano “Delivery Express, Delivery standard, Delivery Globe, Delivery Europe, Delivery international Express, Delivery web, con un ordine dei componenti dei sintagmi che non pare rispettare sempre alla perfezione quello reale della lingua inglese.”

AIR FRANCE/ALITALIA/ITA AIRWAYS
Il confronto Francia/Italia appare impietoso anche nel caso delle compagnie aeree di bandiera. Bisogna specificare che nella locuzione “Air France” la parola ”air” è francese e non inglese, dunque si pronuncia pressappoco “er frans” e non “air” all’inglese come capita di sentir dire in Italia. L’Académie denuncia che lo slogan storico “Rendere il cielo il posto più bello della terra” è stato sostituito da “Air France, France is in the air” dove l’accento sui valori tricolori francesi è in inglese. Da noi, invece, il “restyling” non ha coinvolto il motto, bensì la stessa denominazione di Alitalia che è diventata direttamente ITA Airways, una svolta che si è aggiudicata il primo premio come peggior cambio di marchio del 2021 a livello mondiale.

ALTRI ESEMPI
Tra i tantissimi anglicismi presi in considerazione dall’Accademia francese ce ne sono molti che circolano anche in Italia, e sono la conseguenza dell’espansione delle multinazionali d’oltreoceano (e della loro lingua) in tutto il mondo, per esempio food (il programma “Act For Food” di Carrefour), hub e team (“Hub de la compagnie nationale Air France et principal hub européen de l’alliance Sky Team”). Questa pressione esterna fortissima è alimentata anche dalla diffusione dell’inglese interazionale delle pubblicità o delle realtà lavorative, e si riflette poi sulle scelte di Canal+ di introdurre espressioni come “My Canal” e di parlare di canali “en live et en replay”, oppure nell’anglicizzazione di eventi e manifestazioni pubbliche.
Ma, ancora una volta, gli esempi riportati ci fanno sorridere davanti a Rai Movie, Rai News, Ray Play…, alle trasmissioni dove persino l’italianità è espressa in inglese (Italia’s got talent) o ai progetti come quello annunciato l’anno scorso da Dario Franceschini di una piattaforma per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” che però si chiama ITsART, come se la lingua italiana non facesse parte del patrimonio culturale.

Osservazioni e riflessioni dell’Académie française

Nelle osservazioni sugli esempi raccolti, l’Académie française spiega che l’interferenza dell’inglese riguarda molteplici aspetti del lessico che vanno oltre i singoli termini per trasformarsi in “scelte ripetute” e “tic linguistici” che finiscono col produrre una vastità di terminazioni in -ing (es. coworking) che porta all’affermarsi di una suffissazione che ha la meglio su quella francese (tracking, invece di traçage, upcycling invece di surcyclage). Sono gli stessi meccanismi che ho rilevato in italiano (cfr. “Anglomania compulsiva: dai singoli ‘prestiti’ alle regole dell’itanglese”): “Se c’è il working e il co-working ci sono poi i worker e i co-worker, come ci sono i rocker e i rapper (non i rocchetari e i rappatori), i blogger (non i bloggatori), i rider…”.

OLTRE IL “PRESTITO” E IL LESSICO
Questi fenomeni finiscono così per stravolgere la morfologia di una lingua, soprattutto davanti alle “forme ibride” che l’Accademia francese bolla come vere e proprie “chimere lessicali” che “non appartengono più né al francese né all’inglese”: i verbi e i nomi derivati (brainstormingbrainstormer, start-upstartupper). Tutto ciò esiste da tempo anche da noi, ma mi pare di un ordine grandezza superiore (ho provato a classificare e quantificare le nostre ibridazioni nell’articolo sulla Treccani “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione“). L’interferenza dell’inglese, inoltre, per gli studiosi francesi esce ormai dalla sfera del lessico per coinvolgere anche la “struttura della lingua” (cioè la sintassi) sia per l’inversione dell’ordine delle parole (un business model, un QR code) sia per gli accostamenti dove tendono a cadere le preposizioni e gli articoli, per esempio in espressioni come “le Manager Travaux” invece del “lavoro del manager” o “un coach produit” invece del “prodotto di un coach”, un fenomeno che anche noi ben conosciamo.

Il Rapporto spiega che tutti questi e anche altri fenomeni incidono molto sulla stesura dei testi francesi. E benché analoghi processi di interferenza linguistica, in passato, con il tempo siano spariti e si siano fusi in un adattamento che li ha resi francesi dal punto di vista grafico e fonologico, attualmente il numero sempre più crescente di anglicismi rende difficile l’assimilazione e la francesizzazione. L’inglese, al contrario, sta producendo “effetti sulla struttura stessa della frase: la sintassi è sconvolta, il che costituisce un vero e proprio attacco alla lingua, in quanto è colpita la logica stessa del pensiero, e la struttura analitica della frase francese è soppiantata dalla struttura sintetica dell’inglese.”

RIFLESSIONI
Le riflessioni che concludono il rapporto parlano dunque di “un’evoluzione preoccupante”, perché “l’entrata quasi immediata nella vita pubblica di parole inglesi o presunte tali, attraverso i mass media, senza adattamento alle caratteristiche morfologiche e sintattiche del francese, porta alla saturazione, soprattutto perché molti anglicismi sono usati al posto di parole o espressioni francesi esistenti, con l’inevitabile conseguenza che gli equivalenti francesi sono gradualmente cancellati.”

Mentre in Italia c’è chi considera gli anglicismi solo come un “arricchimento”, dovremmo invece riflettere maggiormente sul fatto che possono costituire un depauperamento pericoloso, che scalza le parole italiane e le fa morire sostituite da quelle inglesi (i “prestiti sterminatori“), e impedisce alla nostra lingua di evolvere per via endogena e creare neologismi italiani. E anche se alcuni linguisti negano il fenomeno dell’itanglese e la validità delle mie analisi, nel rapporto dell’Accademia francese, in sintesi, trovo ciò che da tempo denuncio e sostengo nel caso dell’italiano, ma da noi tutto sembra essere ben più pesante.
Sul sito Campagna per difendere l’italiano è in atto da qualche tempo un’osservazione dei giornali italiani, francesi, spagnoli e tedeschi. Il numero degli anglicismi che compaiono da noi non è paragonabile a ciò che si registra sulle testate straniere. Nell’immagine si può vedere l’ultimo grafico inerente al periodo gennaio-febbraio:

UN DIVERSO TESSUTO SOCIALE E ISTITUZIONALE
Nel confronto con il francese, però, non c’è da tenere conto solo di questo divario numerico, ma anche del ben diverso contesto sociale, visto che lì esistono da tempo delle leggi e una politica linguistica che da noi non solo sono sconosciute, ma appaiono persino un tabù, perché evocano il fascismo.

La politica linguistica francese è poi intrecciata con l’opera sociale e culturale di innumerevoli istituzioni che promuovono e arricchiscono la lingua. E infatti il Rapporto ricorda che per molti degli anglicismi in circolazione esistono – e sono raccomandati nel linguaggio istituzionale – equivalenti francesi ufficiali fissati dalla Commissione per l’Arricchimento della Lingua Francese (CELF) ministeriale, che sono pubblicati sulla Gazzetta ufficiale con la consulenza dell’Académie française. E non solo, nel caso dei tecnicismi, gli equivalenti sono anche disponibili nella banca dati “FranceTerme“, messa a disposizione del pubblico dalla Delegazione generale per la lingua francese e le lingue di Francia (DGLFLF), “un servizio interministeriale collegato al Ministero della Cultura e incaricato di dirigere e coordinare la politica linguistica dello Stato, orientandola in una direzione favorevole al mantenimento della coesione sociale”.

In Italia nulla di tutto ciò esiste, e la nostra Gazzetta ufficiale ratifica gli anglicismi introdotti dai nostri politici o che arrivano dagli ambiti tecnologici. Privi di reti di protezione istituzionali e di una politica linguistica, siamo in balia di un liberismo linguistico che si trasforma in un anarchismo linguistico. E in questa situazione, dove i linguisti partono di solito dal presupposto di essere solo descrittivi, perché la lingua non va difesa, ma va studiata, il nostro ecosistema linguistico è schiacciato e rischia la frantumazione e la perdita della propria identità, perché si impone la lingua del più forte, l’inglese internazionale delle multinazionali e delle culture egemoni e dominanti.
Una terminologa seria come Maria Teresa Zanola ha notato come la reazione al “franglese” supportato dalle iniziative pubbliche e private ha favorito la coniazione di neologismi e che l’evoluzione della lingua francese è in questo modo piuttosto vitale (“Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008, p. 90). Ricorrere all’inglese, in Francia, diventa perciò una scelta sociolinguistica culturale o politica, tutto il contrario della situazione italiana dove la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo, gli anglicismi, da mouse a computer, sono presentati come “prestiti di necessità” e l’italiano non ha alcuna vitalità, perché ciò che è nuovo coincide sempre più con l’inglese.

Le conclusioni: perdita d’identità, nessuna trasparenza e fratture sociali

Unde malum? Che male c’è nell’usare gli anglicismi? Qual è il problema? Quali sono i rischi dell’interferenza denunciati dal Rapporto?
Il fenomeno è mondiale – scrive l’Accademia francese – e uno dei rischi è quello di una riduzione di tutte le lingue sotto un denominatore comune uniforme, artificiale e robotizzato.

“Mentre l’aggiunta di parole straniere per riempire le lacune evidenti nel lessico francese è benvenuta e a volte anche necessaria, è ormai chiaro che il loro afflusso massiccio, instabile e incontrollato sta danneggiando l’identità e forse il futuro della nostra lingua, come quella della maggior parte delle altre lingue.”

Il problema (lo ripeto anch’io da tempo) non sono i singoli anglicismi, ma la “propagazione massiccia e continua” di un vocabolario anglo-americano che produce un impoverimento del lessico francese, ma anche una discriminazione crescente tra la popolazione. Il lessico anglicizzato è spesso considerato a torto “universale” e comprensibile al grande pubblico, ma al contrario non è affatto accessibile a tutti né trasparente. Ciò porta al rischio di una frattura linguistica che è doppia: da una parte è sociale, perché esclude una parte della popolazione, e dall’altra parte è generazionale, perché “i più giovani sono particolarmente permeabili agli usi digitali e meglio in grado di assimilarli, ma tanto più esposti al rischio di essere confinati in un vocabolario limitato e approssimativo e di avere solo una scarsa padronanza della lingua” madre.

La conclusione del Rapporto è che “sembra esserci un rischio reale, non solo di una ridotta comprensione dei messaggi della comunicazione istituzionale da parte del pubblico a cui sono destinati, ma anche di una perdita di punti di riferimento linguistici. (…) Non si tratta di opporsi all’evoluzione del francese e al suo arricchimento attraverso il contatto con altre lingue. Spetta a tutti coloro che lo utilizzano prendere coscienza di questa proliferazione” di parole inglesi. Il fenomeno deve essere perciò oggetto di studi e di ricerca, e al di là delle mode, bisogna riflettere sulla reale efficacia del linguaggio istituzionale e agire “attraverso un’azione determinata, continua e diffusa, trasmessa spontaneamente da una molteplicità di agenti diversi per riconoscere, avvertire convertire.”

E in Italia? Una chiacchierata con Massimo Arcangeli

Peter Doubt è un traduttore madrelingua inglese che vive in Spagna, e gestisce il sito Campagna per Salvare l’italiano e l’osservatorio che confronta gli anglicismi sui giornali italiani con quelli degli altri Paesi. Qualche giorno fa mi ha invitato a una chiacchierata insieme al linguista Massimo Arcangeli, professore di linguistica all’Università di Cagliari, di recente sulle cronache di tutti i giornali per la sua petizione contro lo scevà.

A proposito dell’interferenza dell’inglese Arcangeli ha posto soprattutto il problema della trasparenza nella comunicazione, ha riconosciuto che il fenomeno non ha precedenti nella sua attuale dimensione, e ha lamentato una storica mancanza di una politica linguistica nel nostro Paese, soprattutto in una visione in grado di proiettarsi sul piano internazionale. Sulle sorti dell’italiano di fronte all’inglese sembra molto meno preoccupato di me, ed è più colpito dall’impoverimento del lessico delle nuove generazioni dove molte parole storiche che usiamo da secoli sembrano non solo essere usate sempre meno, ma persino sempre meno comprese, e dunque rischiamo di perderle insieme a un’ampia gamma di sinonimi che l’italiano ha a disposizione per descrivere uno stesso concetto con diverse sfumature.
Credo che il lessico dell’inglese attecchisca molto facilmente su un simile terreno.
Il dialogo tra il linguista, il traduttore e il “filosofo” (ma solo per il mio titolo di studi e per pormi nei confronti della questione della lingua con un approccio diverso da quello dei linguisti) si è poi allargato ad altri temi come quello della definizione dell’identità linguistica, del nostro tutelare la gastronomia ma non la lingua, dello scevà, dell’inglese internazionale…

Lo si può seguire a questo indirizzo.



La lingua degenere: itanglismi e petizione contro lo scevà (ə)

Che cosa accomuna l’itanglese, l’italiano newstandard ad alta frequenza di itanglismi, e la ventata riformatrice che predica il linguaggio inclusivo espresso con lo scevà?

Ci sono almeno due elementi che permettono di leggere questi due fenomeni come l’effetto di qualcosa di più ampio e di più profondo.
Prima di sviscerare la questione, però, conviene spiegare e definire il punto di partenza.
Cosa sono gli itanglismi? E cos’è lo scevà?

Gli itanglismi

Chiamo “itanglismi” le parole a base inglese entrate nella lingua italiana. Mi pare una definizione più evoluta rispetto a quella di “anglicismi”, un’etichetta legata alle ingenue categorie dei “prestiti” utilizzate da molti linguisti, un modo di classificare le cose ogni giorno più inadatto per rendere conto dell’interferenza dell’inglese. Credere che si prenda in prestito qualche manciata di parole inglesi crude (cioè non adattate né reinterpretate) che provengono dall’angloamericano è semplicemente errato.

Senza dubbio molte parole inglesi si propagano in tutto il mondo esportate dalle multinazionali che si espandono e dall’inglese che mira a diventare la lingua unica internazionale in sempre più ambiti (lavoro, scienza, scuola… persino nell’Unione Europea da cui il Regno Unito è uscito). Ma le enormi e incontenibili pressioni esterne legate alla globalizzazione sono solo una parte del fenomeno. La verità è che ogni anglicismo importato si trasforma presto in un itanglismo, e cioè in un’espressione che si ricava un significato peculiare nell’italiano assente nella lingua di provenienza. E così va a finire che il computer non è proprio come un calcolatore, parola ormai morta perché è stata incapace di evolversi insieme con la realtà, e dunque evoca solo i marchingegni di una volta, mentre quelli nuovi si chiamano computer. Questo cristallizzare l’italiano ai suoi significati storici, perché ciò che è nuovo si deve esprimere in inglese, è tipicamente italiota. Questa distinzione tra vecchio e nuovo non appartiene all’inglese dove erano computer i primi giganteschi “mainfrain” e sono computer anche i più moderni portatili ultraleggeri. E non appartiene nemmeno alle lingue sorelle come il francese o lo spagnolo, dove si diceva e si dice ordinateur o computadora. La maggior parte di questi anglicismi ortodossi subisce in italiano una sorta di risemantizzazione, rispetto all’inglese, e cioè si carica di un significato che si discosta dalla lingua prestante. Perciò il mouse da noi non è un topo, come in inglese e in quasi tutte le lingue, ma diventa un tecnicismo insostituibile (che certi linguisti spacciano come prestito di “necessità”, una necessità tutta italiana, però) per indicare un oggetto ben preciso. Dai prestiti “parziali” come questo alla creazione di pseudoanglicismi (parole apparentemente inglesi, ma che non lo sono affatto nella forma o nei significati) il passo è breve. Ed ecco che social – che vuol dire solo sociale – indica le piattaforme sociali (in inglese social network, dove la seconda parola non può essere decurtata) e un caregiver (che in inglese indica solo un generico assistente) si trasforma in un “non-è-proprismo” che indica un assistente familiare, cioè un familiare che si ritrova a far da badante (participio presente del verbo “badare”) ma che “non è proprio” come un badante che lo fa di professione…
Oltre alle decurtazioni tipicamente italiane per cui la pallacanestro diventa basket (cioè un cesto) invece di basketball, gli itanglismi nascono sempre più spesso da ricombinazioni tutte italiane di radici inglesi, come nel caso dello smart working, incomprensibile agli stessi inglesi (che usano invece home working cioè lavoro da casa o telelavoro, come potremmo dire se non fossimo malati), ma anche per uno spagnolo o un francese. A questi e ad altri fenomeni di reinvenzione dell’inglese all’Alberto Sordi (l’awanagana di Nando Mericoni) come beauty case o beauty farm, si aggiungono centinaia e centinaia di ibridazioni da backuppare a fashionista, da linkabile a speakeraggio, da scooterino a scoutismo, da babycalciatore a zanzara killer (ne ho parlato sul sito Treccani). In questo calderone proliferano sempre più anche gli itanglismi sintattici come no + qualsiasi cosa in inglese (no vax invece di antivaxxer, no mask, no green pass, no global…) o covid + qualsiasi cosa in inglese (covid hospital, covid free, covid manager…) dove inglese e itanglese si confondono e sovrappogono in una neolingua creola.
La situazione è questa, e non si può certo spiegare con la favola dei prestiti lessicali: gli itanglismi travalicano l’inglese e anche le norme dell’italiano.

Lo scevà

Mi sono espresso più volte sullo schwa, che in italiano si chiama scevà, è bene ribadirlo visto che non lo usa quasi nessuno. È una parola tedesca di origine ebraica, ma la verità è che si è imposta recentemente attraverso l’agloamericano e si dovrebbe pronunciare, guarda caso, come la vocale più frequentemente usata nella lingua inglese. Si tratta del simbolo ǝ che secondo i predicatori del linguaggio inclusivo dovrebbe sostituire le nostre flessioni delle parole al femminile e al maschile per cui dire professorǝ includerebbe sia il professore sia la professoressa, che al plurale dovrebbero diventare professorз. Questa riforma ortografica, morfologica e fonologica, inventata a tavolino, arriva dopo simili precedenti proposte che volevano ricorrere al carattere “neutro” espresso dall’asterisco (professor*), della “u” (professoru) o della chiocciola (professor@), e si basa su una tesi ideologizzata che presuppone che il maschile inclusivo (es.: “Ciao ragazzi” rivolto a un gruppo di ragazze e ragazzi) sia discriminatorio, soprattutto se nel gruppo ci dovesse essere qualcuno che non si riconosce negli schemi del genere binario e dunque non si sente né uomo né donna. Ma sostenere che nella lingua italiana ci sia una corrispondenza tra il sesso delle parole (genere) e il sesso di ciò che indicano è una falsità. In ogni caso, non mi sento sminuito nella mia mascolinità se mi definiscono una bella persona (al femminile), se sono una buona guida (al femminile) e non credo che un reale a cui si fosse detto: “Sua eccellenza ieri è andata a Versailles?” si sentisse discriminato dal femminile.

Il linguaggio che include nel pensiero unico dell’anglosfera

Dopo queste premesse è possibile tornare al nocciolo della questione.
Cosa accomuna l’anglicizzazione dell’italiano e l’ideologia dello scevà?

La prima cosa è il disinteresse per la lingua italiana vissuta come un nostro patrimonio storico e culturale da tutelare e valorizzare. In una scuola sempre più alla deriva, dove si punta a insegnare l’inglese (eliminando ogni altra lingua e perseguendo l’unilinguismo invece del plurilinguismo inteso come valore e ricchezza) e a trascurare la nostra lingua – con il risultato di un sempre più ampio e tangibile analfabetismo di ritorno – l’italiano appare come qualcosa di vecchio, di cui vergognarsi e da riformare in nome della modernità e di un imprecisato nuovismo che attinge solo dall’inglese. E, accanto a questa predisposizione tutta interna a tagliare le nostre radici, c’è poi la schiacciante pressione esterna che arriva dall’anglosfera globalizzata alla conquista del mondo, che si espande e impone la propria cultura e dunque anche la propria lingua. Questa globalizzazione è una nuova forma di colonialismo che si persegue non più con gli eserciti, ma con le merci, con la tecnologia, con la cultura e l’intrattenimento che provengono essenzialmente dagli Stati Uniti.

La storia del colonialismo insegna che nell’imposizione di una lingua i primi a essere conquistati sono gli intellettuali, gli accademici, l’apparato dello Stato che introduce la nuova lingua formalmente, e dai centri nevralgici si comincia poi a diffondere negli strati sociali più elevati e nelle città, per poi estendersi anche nelle campagne. Il pesce puzza dalla testa, si dice, e nella nostra attuale società gli intellettuali sono proprio coloro che propagano l’inglese e l’itanglese, e adesso molti di loro stanno predicando anche il credo dello scevà in nome del linguaggio “inclusivo”. Un’ideologia che arriva d’oltreoceano dove da molti anni negli ambienti “progressisti” e in certe università si diffonde l’uso del “singular they” che equivarrebbe a dare del “loro” a una singola persona aggirando la questione del genere che in inglese coinvolge soltanto alcuni pronomi e pochi sostantivi. Questo approccio risulta impraticabile nell’italiano, a meno di distruggerlo, visto che la questione del maschile e del femminile è ben più complessa.
L’introduzione dello scevà è figlia di questa ideologia, e non si preoccupa della dissoluzione e della discriminazione del nostro sistema linguistico (sostanzialmente lo stesso delle altre lingue romanze), ma guarda solo alle discriminazioni di genere in una confusione tra genere sessuale e grammaticale, due cose che non coincidono affatto, anche se lo si vuol fare credere.
In Italia la discriminazione della donna o l’omofobia sono fenomeni pesanti, ma non è chiamando ipocritamente con un linguaggio inclusivo “president3” della Repubblica o del Consiglio tutti gli uomini che hanno storicamente ricoperto queste cariche che si risolve la questione, preferirei vedere una presidente (donna) prima o poi, e solo in questo modo la discriminazione si attenuerebbe.

I descrittivisti prescrittivi

È strano che gli interventisti predicatori dello scevà si mostrino invece piccati di fronte alle lamentele e alle petizioni di legge contro l’abuso dell’inglese.
Ma come? Non sai che bisogna essere descrittivisti? Non sai che la lingua italiana va studiata, e non difesa? Come osi mettere in discussione ciò che è entrato nell’uso? La gente parla come vuole. Vuoi fare come Arrigo Castellani che pensava si potesse dire guardabimbi invece di babysitter? Non ti senti ridicolo? Vuoi forse dire arlecchino invece di cocktail come proponevano ai tempi del fascismo?

Le persone che fanno questi discorsi e la buttano in burletta, però, spesso sono le stesse che abbracciano l’introduzione dello scevà. Ma in questo caso l’interventismo va bene, evidentemente, e cambiare il modo di parlare e di scrivere, o buttare nel cesso la lingua di Dante in nome di un’ideologia strampalata, si trasforma in qualcosa di lecito e di giusto per questi “descrittivisti prescrittivi”.
Dietro questa contraddizione e dietro questo usare due pesi e due misure a seconda di quel che fa comodo c’è qualcosa di più profondo che implica l’abbandono dell’italiano storico, di cui poco importa e di cui ci si vergogna. Dietro queste prese di posizione c’è un cambio di paradigma in atto nella classe dirigente italiana, sempre più colonizzata da ciò che arriva dagli Stati Uniti. E non posso che ripensare alle parole di Gramsci, che ho più volte citato: “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi.” Dietro la questione della lingua, dall’anglicizazione allo scevà, c’è una riorganizzazione dell’egemonia culturale, come aveva capito Gramsci, che nel nuovo Millennio ha a che fare con la nostra americanizzazione sempre più pervasiva.

La conquista dei centri di irradiazione della lingua

Il linguaggio inclusivo è attualmente predicato da una minoranza schierata che lo vuole imporre a tutti. Il linguaggio inclusivo è in realtà divisivo e crea fratture sociali. Il linguaggio inclusivo vuole includere tutti in una riconcettualizzazione del mondo all’interno del pensiero unico che proviene dall’anglosfera. La sua imposizione, seguendo le dinamiche colonialiste della storia, avviene attraverso una minoranza di “collaborazionisti” che hanno occupato le posizioni centrali della società, e che costituiscno “i nuovi centri di irradiazione della lingua”, come direbbe Pasolini.
Questi personaggi cominciano timidamente con il dire, visto che ognuno parla come vuole, che hanno tutto il diritto di usare lo scevà in nome dell’inclusività, ma poi va a finire che se non parli e scrivi come loro diventi un “mostro”, diventi discriminatorio.

Abbiamo già visto a proposito della parola “negro”, come andata a finire. Una parola neutra priva di alcuna accezione spregiativa, nell’italiano storico, ma diventata discriminatoria negli Stati Uniti a partire dagli anni Ottanta, dove black, nigger o negro cominciarono a essere sostituiti da afroamericano. Quello che è accaduto nella colonia Italia è che dagli anni Novanta i traduttori cominciarono ad applicare i criteri statunitensi anche alla nostra lingua (nei libri e nei film) e che, grazie anche al linguaggio dei giornali, nel giro di un decennio l’uso secolare dell’italiano è stato modificato dall’alto, dagli intellettuali colonizzati che sono riusciti a riscrivere la storia e cambiare il nostro modo di parlare. La menzogna per cui “negro” sarebbe stato discriminatorio si è così tramutata in realtà, e la parola è diventata impronunciabile.
A parte il fastidio davanti all’ipocrisia, poco male, in fondo. Dire “nero” invece di “negro” per avere interiorizzato una riconcettualizzazione d’oltreoceano non ha certo comportato nulla di grave. Ma la questione dello scevà non è così innocente, porta allo sfaldamento della nostra lingua in modo strutturale. E per questo è importante opporsi a questi interventisti che vogliono imporci di cambiare il nostro modo di parlare. Ed è importante che questa resistenza (se si può ancora usare questa parola al posto di resilienza, nel lessico del nuovismo d’oltreoceano) arrivi non solo dalla gente, ma proprio dagli intellettuali e dalla classe dirigente. Perché se questa riforma linguistica comincia a prendere piede sui giornali, come negli articoli di Michela Murgia, nelle università, nelle scuole, e addirittura nelle istituzioni, sarà poi impossibile fermarla. Come è accaduto con la parola “negro”. Come sta accadendo con gli itanglismi.

La petizione di Massimo Arcangeli

Per questi motivi ho firmato la petizione del linguista Massimo Arcangeli che si oppone allo scevà in nome dell’italiano. Finalmente un linguista che scende in campo, che fa qualcosa di concreto, che fa sentire la sua voce di intellettuale e accademico per opporsi al revisionismo linguistico così in voga in certi ambienti che si presentano progressisti ma sono tutto il contrario. Gli intellettuali di questi ambienti sono coloro che hanno smarrito la loro funzione critica per rivestire il ruolo di legittimatori delle nuove forme di potere, invece di metterle in discussione.
La reazione di Arcangeli arriva davanti a un pericoloso precedente istituzionale, che mostra il vero volto del fondamentalismo dello scevà, un’ideologia che si fa strada proclamando il diritto di parlare come si vuole e quindi di stravolgere l’italiano e finisce per istituzionalizzarsi e imporsi a tutti come un obbligo.


Quando le università abbandonano l’italiano e passano all’itanglese, o al linguaggio inclusivo dello scevà, stanno distruggendo la nostra lingua, con il pretesto di rinnovarla. E tutto ciò va fermato. Se le petizioni che ho lanciato a tutela dell’italiano compromesso dagli itanglismi (come quella senza risposta a Mattarella) sono state ignorate dai linguisti, dagli intellettuali e dai mezzi di informazione, questa volte le cose potrebbero andare diversamente. E tra i firmatari della petizione, per fortuna, questa volta ci sono tanti linguisti del calibro di Claudio Marazzini o di Luca Serianni in compagnia di tanti intellettuali e personaggi di spicco. E sarebbe auspicabile che tutti facessero sentire la propria voce ed esprimessero in modo chiaro il loro dissenso.
Chi vuole leggere e firmare la petizione lo può fare sul sito Change.org.

Itanglese, scevà, conflitti generazionali e il vuoto del pensiero colonizzato

La settimana scorsa, su Domani, è uscito un pezzo di Andrea Donaera ricco di confusioni concettuali, il cui livello ricorda quello di un tronista più che di un giornalista o di uno scrittore.

Il titolo è “Boomer, fatevene una ragione: la lingua continua a cambiare”. L’occhiello è “Scontro generazionale”, che secondo l’autore sarebbe alla base di una nuova definizione dell’italiano standard dove i “vecchi” che detengono il potere difenderebbero – attraverso le crociate” sui “social” – la purezza della lingua, in antitesi ai “giovani” che la vorrebbero rinnovare. Nel pacchetto del rinnovamento ci sono gli anglicismi e la lingua inclusiva, che si avvale dello scevà (ə) per superare l’arretratezza dei maschili generici, per cui scrivere imbecillə arriva a tutti, uomini e donne, senza discriminazioni (anche se rimane il problema della pronuncia, passando dalla scrittura al parlato).

Anglicismi e purezza della lingua

Donaera si scaglia con un certo livore contro i “boomer”, in nome delle lingue che cambiano e dell’assurdità della purezza della lingua. È rimasto fermo forse all’Ottocento, al purismo, alla guerra ai barbarismi… pare non avere la percezione di come la lingua stia cambiando, pare non rendersi conto che quando si importa tutto esclusivamente da una sola lingua dominante – come in preda a una nevrosi compulsiva – il cambiamento dell’italiano si trasforma in creolizzazione lessicale. Il concetto di “ecologia linguistica” non lo sfiora, così come pare ignorare che il dibattito è internazionale, non solo italiano, perché gli anglicismi che penetrano ovunque – quello che Tullio De Mauro ha definito lo tsunami anglicus – hanno a che fare con rapporti di potere mondiali e con la globalizzazione, anche se in Italia il fenomeno è ben più preoccupante che altrove.
Per Donaera sembra tutto riconducibile a uno scontro generazionale, non riesce a cogliere le dinamiche di un conflitto connesso con l’imposizione del pensiero unico globalizzato di matrice angloamericana, che è prima di tutto culturale e poi linguistico. Il problema viene ribaltato. Sulle piattaforme sociali ci sarebbe un pullulare di “meme boomeristici” che predicherebbero prescrizioni del tipo “non si dice coffee-break ma pausa caffè” e che farebbero una “crociata” contro i giovani e quelli come lui (che non è poi così giovane anche se i suoi “ragionamenti” sembrano piuttosto adolescenziali) di parlare “come cazzo gli pare”. Vede un odio generazionale dei boomer che gli impedirebbero di essere moderno, in una prospettiva rovesciata dove non si accorge dell’odio che trasuda dalle sue parole, e dove sembra che siano i difensori dell’italiano a costituire il sistema dominante, e non viceversa. Infastidito da chi preferisce dire pausa caffè invece di coffe-break, rivolta la frittata e i rapporti di potere, confonde gli oppressi con gli oppressori: sono le parole italiane a regredire e decadere davanti all’inglese, non il contrario, se non se ne fosse accorto. C’è una bella differenza tra idolatrare la purezza della lingua e passare all’inglese invece di farla evolvere. Il purismo era contrario ai neologismi almeno quanto i barbarismi, la lingua newstandard di Donaera sa solo ripetere a pappagallo le parole della lingua-cultura superiore che idolatra, e al purismo contrappone l’anglopurismo: basta dirlo in inglese o in pseudoinglese per essere moderni.

I paraocchi del conflitto generazionale

Magari il fenomeno degli anglicismi fosse inquadrabile in un conflitto generazionale o appartenesse al gergo giovanile! I gerghi dei giovani procedono in modo discontinuo per cui la generazione successiva non ripete le parole di quella precedente, ma ne introduce di nuove. Inoltre, quando si raggiunge l’età adulta questo linguaggio viene abbandonato, non si conserva nel tempo all’interno del gruppo (una volta cresciuti, i paninari non chiamano “sfitinzia” la propria moglie). E soprattutto appartengono al parlato, non alla scrittura. Mi domando se Donaera, e quelli come lui, sappiano che l’italiano è una lingua letteraria, sopravvissuta per secoli solo nei libri, mentre nella vita reale ognuno parlava come cazzo gli pareva, o nel solo modo con cui lo sapeva fare, e cioè in dialetto. Solo nel Novecento si è affermato un italiano comune parlato in un avvicinamento tra oralità e scrittura che nell’era di Internet si intreccia sempre più. Ma l’italiano neostandard individuato negli anni Ottanta da un linguista come Gaetano Berruto, che era perlopiù parlato, oggi si è involuto in un italiano newstandard che è contemporaneamente scritto in Rete, dove la percentuale di anglicismi è tale da uscire da ogni esempio storico di interferenza linguistica e da non riguardare più il purismo, ma la creolizzazione. Donaera non si è accorto che non sono i giovani a dire “al top”, è il boomer Briatore. A parlare – assurdamente – di “green pass” invece che di passaporto vaccinale sono i giornalisti con i capelli grigi e le giornaliste dalle labbra rifatte la cui gioventù è ricostruita artificialmente.

Ripenso alle parole di Gramsci che aveva capito qualcosa dallo spessore ben diverso da chi oggi si proclama sociolinguista. Ogni volta che riaffiora la questione della lingua “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3). Oggi tutto ciò è vero più che mai, e questo riassestamento non riguarda lo scontro giovani-boomer, ma una classe dirigente americanizzata in modo servile a partire dalla sinistra, che un tempo aveva un atteggiamento critico – critico, si badi bene, non antiamericano – e oggi è zerbinata e colonizzata. Il linguaggio fatto di anglicismi è solo la spia di questo mutamento che crea fratture sociali.

Ripenso alle parole di un intellettuale come Michel Serres che accusava la classe dirigente francese: “Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.” (Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri 2018).

Ripenso a Pasolini che negli anni Sessanta aveva compreso e denunciato la fine dell’italiano letterario individuando i nuovi “centri di irradiazione” della lingua, quelli tecnologici del Nord (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964) che sono gli stessi che oggi parlano e diffondono l’inglese e l’itanglese, insieme ai mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi lo stanno trasformando in una lingua creola.

Poi rileggo le analisi di Donaera sui boomer e mi viene da piangere.

Fateci parlare come cazzo ci pare”

L’incapacità di mettere insieme delle argomentazioni, la superficialità delle analisi, la manipolazione dei fatti dovuta, forse, al non essere in grado di comprenderli più che alla volontà di alterarli, raggiunge l’apice nella chiusa dell’articolo: “Fateci parlare come cazzo ci pare”.

Sullo stesso giornale, Domani, forse per rimediare allo scivolone e alla caduta di stile, è intervenuto qualche giorno dopo Walter Siti (“Attenti alla libertà linguistica che diventa sciatteria e censura”) a ricordare che questo tipo di “libertà rischia di trasformarsi in sciatteria, o addirittura in censura”. La libertà di scrivere “ha” senz’acca o di abolire i congiuntivi? La lingua è un fenomeno collettivo che ha le sue regole, ricorda Siti.

Purtroppo Donaera, oltre a parlare, scrive come cazzo vuole e non sembra conscio della differenza tra oralità e scrittura. Forse non sa che il linguaggio giovanile, e gli scontri generazionali che riguardano il modo di parlare sono ricorrenti, oltre che passeggeri. Negli anni Sessanta l’appellativo per bollare i vecchi era “matusa” (parola italiana espressione di un conflitto generazionale), oggi “boomer” è figlio di un lavaggio del cervello globalizzato che scandisce le generazioni secondo la cultura dominante d’oltreoceano (dai Millenial[s] alle X, Y, Z generation), in un Paese che è ormai diventato culturalmente una colonia, incapace di creare e utilizzare le proprie categorie di pensiero e linguistiche. I crociati non sono coloro che difendono l’italianità, sono coloro che vogliono imporre la lingua-pensiero degli Usa a tutto il mondo. Chi difende la lingua italiana, caso mai, tenta di fare la resistenza. Faccio fatica a vedere la “libertà” nell’abbandonare l’italiano per riempirsi la bocca di parole che arrivano dalla lingua dominante.

Sarebbe facile bollare Donaera come figlio di una generazione colonizzata, come un nativo halloweeniano che pensa che quello che sin da bambino ha visto in tv e oggi in Rete appartenga alla nostra storia e società e non all’esportazione dei modelli delle multinazionali che lo hanno plasmato a loro uso e consumo, dal popcorn che gli fanno mangiare al cinema al linguaggio delle interfacce della Rete che gli fanno parlare. In realtà non è così, non si può generalizzare a questo modo e prendersela con le generazioni. Meglio prendersela con la stupidità trasversale a ogni fascia di età.

La bufala del linguaggio non discriminante

A voler purificare ed emendare la lingua italiana non sono i pochi che la vorrebbero parlare e tenere viva, una minoranza schiacciata dal linguaggio mediatico, pubblicitario, lavorativo, politico… Sono quelli come lui, quando scrivono che “l’italiano, così com’è, è una lingua spesso insufficiente – con i suoi maschili sovraestesi”.

Donaera scrive che difendere l’italiano è una concezione ideologizzata che risale al Novecento, e contrappone una nuova concezione della lingua basata sull’identità di ogni genere di umanità e cultura. A questo punto le cose si fanno addirittura imbarazzanti. Il plurilinguismo, le diverse culture spazzate via dal pensiero unico vengono spacciate come universali, con la stessa logica con cui si spaccia per plurilinguismo l’imposizione in tutto il mondo del globalese e dell’inglese internazionale (che è tutto il contrario), e con la stessa logica del fondamentalismo di chi proclama che “i valori americani sono universali” (Condoleezza Rice) e che la loro civiltà è la più giusta di tutte. Il linguaggio “non discriminante” è teorizzato da un nuovo imperialismo culturale e linguistico che si ritiene superiore alle altre lingue e culture.

Donaera non si rende conto che la sua difesa dello scevà è altrettanto ideologizzata, non è affatto una scelta neutra, è figlia di un’ideologia che viene dagli Stati Uniti (e infatti la sua pronuncia, fuori dalla scrittura, è l’ennesimo suono angloamericano che non esiste nella lingua del Paese dove il sì suona) e che si sta diffondendo acriticamente. È un’ideologia che presuppone che il maschile generico sia discriminante, che è un giudizio, non un fatto. Personalmente non mi sento discriminato dal femminile inclusivo se, per alcuni, posso essere una guida o un’autorità, un’eccellenza, oppure semplicemente una spalla, una vittima, una spia. A volte posso essere una iena, una tigre… e quando sono una persona, la mia mascolinità non ne risente. Persino il cazzo può diventare la nerchia, la minchia o la verga, senza intaccare le strutture fallocratiche della nostra società maschilista. Siamo seri. Chiamiamo le cose con il loro nome: la polemica contro il maschile inclusivo è un’ideologia che viene d’oltreoceano e che non rientra nel politicamente corretto, ma nel politicamente statunitense, dove l’attenzione nel non discriminare non ha la portata universale che le si attribuisce. Non c’è alcuna attenzione davanti al fatto che definire gli statunitensi “americani” (visto che loro si chiamano così) è estremamente irritante per un canadese o un messicano, perché l’America è un continente, e far coincidere gli americani con l’intero continente è irrispettoso (“il condomino che si dichiara padrone di tutto il palazzo”) e soprattutto discriminatorio nei confronti delle tante etnicità esistenti. Ma chi se ne frega… La “scoperta dell’America”, del resto, presuppone che prima non esistesse nemmeno (eppure lo sterminio degli americani veri è stato numericamente più consistente di quello dell’olocausto).

È la stessa logica con cui i Paesi poveri sono chiamati ipocritamente “Paesi in via di sviluppo”. Quale sviluppo? Quello del capitalismo globalizzato e della civiltà dei consumi dove li si vuole condurre, ovviamente. È curioso che la sensibilità per l’identità di genere o sulla presunta non discriminazione delle donne espressa dallo scevà e predicata da Donaera non corrisponda a un’analoga sensibilità per una generazione definita spregiativamente boomer. Di questo politicamente corretto da coloni se ne può fare a meno.

Dietro la retorica dello scevà e del rinnovamento dell’italiano attraverso la sua sostituzione con l’inglese c’è un’ideologia ben precisa, quella del pensiero dominante. Il parlo come cazzo voglio presto si trasformerà in “se non parli come me” sei sessista. Lo abbiamo già visto per parole come negro, che per l’interferenza del pensiero unico sono diventate discriminanti quando non lo erano mai state, da noi. La giustificazione del parlo come voglio della fase incipiente dei purificatori della lingua, nella seconda fase diventerà obbligare tutti a parlare – e pensare – con la lingua dei padroni.

Scontro generazionale? No. Lo scontro è ben più titanico.

Dietro la libertà di Donaera c’è la dittatura del pensiero unico e degli anglocrociati alla conquista del mondo, anche linguisticamente. Le nuove generazioni sono in gran parte già state colonizzate, certo. Google, Facebook e affini stanno facendo il loro sporco lavoro, che comincia ad avere un nome – il capitalismo di sorveglianza che trasforma l’esperienza umana in merce da manipolare – e la nostra classe dirigente più che denunciarne il pericolo li aiuta remando nella stessa direzione.

La libertà sta nel non comprare i giornali che danno spazio a queste ideologie, e tantomeno i libri di chi si rivela un colonizzato e al tempo stesso un collaborazionista della distruzione della nostra lingua e cultura.

Linguaggio inclusivo: aggiornamenti

Casualmente o no, dopo la serie di articoli sul linguaggio inclusivo che ho iniziato il 6 luglio, la questione è arrivata anche sulla stampa.

Riassumendo le puntate precedenti, nella prima parte delle mie riflessioni avevo mostrato come il dibattito sul linguaggio inclusivo avesse in comune molte cose con il politicamente corretto, a sua volta portatore di una “correttezza” figlia dei valori della cultura angloamericana, più che universale.

Nella seconda parte ho analizzato l’attacco contro il maschile generico, interpretato – fuori dalla grammatica e per motivazioni ideologiche – come discriminatorio e sessista. In nome di queste posizioni, da decenni è in atto un dibattito sulla femminilizzazione delle cariche che da una parte è sacrosanto, e tiene conto del fatto che le donne, seppure lontane dall’aver raggiunto la parità e l’emancipazione che spetterebbe loro, ricoprono ruoli un tempo prevalentemente maschili su cui è giusto riflettere di volta in volta come adattare. Ma dall’altra parte il tema è strumentalizzato da chi, senza tenere conto proprio del parere delle dirette interessate, vorrebbe femminilizzare ed “educare” anche le categorie che preferiscono mantenere il maschile generico, per esempio gli avvocati, notai o architetti, che non si definiscono avvocate, notaie o architette, contrariamente a quanto predicato nelle varie linee guida che sono state prodotte.

In questo dibattito, di recente le prescrizioni del “linguaggio inclusivo” cercano di imporre formule espressive che prevedono l’oscuramento del genere (es. le forme impersonali) e la ripetizione sistematica di femminile e maschile (signore e signori), partendo dal presupposto opinabile – e opinato da molte stesse donne – che il maschile generico sarebbe sessista e discriminatorio. Questa operazione volta a convincere e a cambiare l’uso storico dell’italiano, inoltre, non tiene conto né dello stile forzato e poco naturale che spesso ne deriva, né dell’economia della lingua così tanto esaltata quando si tratta di giustificare il ricorso degli anglicismi a discapito delle parole italiane.
Linee guida di questo tipo sono state avvalorate anche dalla Crusca, ma nella terza parte del mio argomentare ho passato in rassegna le proposte di intervento sull’uso ancora più spinte. L’introduzione dello scevà per indicare i nomi generici (avvocatǝ e plurale avvcatз) è una nuova “riforma ortografica” che si affianca a quelle – formulate da tempo, ma sostanzialmente ignorate – dell’uso dell’asterisco o della vocale generica “u” (avvocat* e avvocatu).
Questo tentativo di cambiare le regole e l’uso storico dell’italiano non avviene affatto dal basso come una risposta delle esigenze degli italiani, è invece un’operazione politica condotta da un’oligarchia di intellettuali che vogliono trapiantare la logica dell’inclusività di matrice angloamericana.
Ho anche evidenziato come proprio chi si schiera in favore del cambiamento dell’uso nel caso di femminilizzazione e linguaggio inclusivo utilizza spesso un linguaggio infarcito di anglicismi. Insomma, nel primo caso è pronto a educare tutti e a intervenire sull’uso per cambiarlo, mentre nel secondo caso si appella al fatto che gli anglicismi sono entrati nell’uso per giustificarli, invece che per condannarli e promuovere le alternative italiane. Il risultato di questi due pesi e due misure converge in una sola direzione: l’americanizzazione della nostra cultura e della nostra lingua. Questo è il nuovo totem culturale di un Paese che assomiglia sempre più a una colonia, e non aderire a questo pensiero unico globale è il nuovo tabù: non essere d’accordo con la religione inclusiva “progressista” diventa essere sessisti, promuovere le parole italiane al posto degli anglicismi significa essere retrogradi, non internazionali, e persino fascisti.

Strano, notavo, che chi bolla come “fascista” la promozione dell’italiano contro l’abuso nell’inglese non si scagli con uguale veemenza contro chi propugna lo scevà… Per fortuna qualcuno lo ha finalmente capito.

Il 25 luglio, Mattia Feltri ha pubblicato su la Stampa l’articolo “Allarmi siam fascistə” che provocatoriamente attaccava le proposte dell’introduzione dello scevà attribuite, a torto, a un’imprecisata accademica della Crusca.

L’Accademia è perciò intervenuta con una lettera al giornale che ha smentito una posizione in favore di questo tipo di linguaggio inclusivo e si è schierata semmai in senso opposto, come le accademie di Francia e Spagna e in linea con le critiche di Mattia Feltri.

L’innominata non-accademica a cui si fa riferimento è Vera Gheno, che un tempo collaborava con la Crusca (senza essere accademica) gestendone il profilo Twitter. Le sue posizioni in favore dello scevà si trovano in Femminili singolari (Effequ, 2019) e si possono leggere in una sua risposta all’articolo di Mattia Feltri in cui sostiene che si tratterebbe “di un’istanza proveniente ‘dal basso’ (…) figlia, forse, di una rinnovata sensibilità sociale e culturale.”
Le sue posizioni sul fatto che invece gli anglicismi non sarebbero un problema per la lingua italiana – anche loro figli di una nuova sensibilità culturale, evidentemente – sono note (ne avevo accennato qui).

Comunque la pensiate, la Stampa ne ha parlato, la Crusca ha finalmente preso una posizione sulla vicenda, Loredana Lipperini si è schierata in difesa di Vera Gheno, un articolo di Alessandra Vescio su Valigiablu riassume la vicenda, e la notizia è stata ripresa su vai siti, tra cui the Submarine.

Sarà una meteora estiva o il dibattito, oltre che nei Paesi anglofoni, sta cominciando a prendere piede anche in Italia come in Brasile e in Argentina?

Nel frattempo, come ho già detto, il linguaggio inclusivo divide, più che includere, e quando “include” sembra inglobare nel pensiero unico che arriva d’oltreoceano.

Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [3]

Nella seconda parte di questo articolo ho provato a mostrare che nella lingua italiana non esiste alcuna corrispondenza tra il genere grammaticale di una parola e il sesso a cui si riferisce (è solo una tendenza). L’attacco contro il maschile generico, e le nuove prescrizioni per intervenire sull’uso storico della lingua dei parlanti, si basano su assiomi ideologizzati che esulano dalla grammatica e si possono ragionevolmente mettere in discussione. Sostenere che il maschile generico sia “discriminatorio” è un’interpretazione forzata che non tutti condividono, comprese moltissime donne: androcentrismo e discriminazione sono concetti diversi e non necessariamente sovrapponibili.
Da qualche anno la questione del “sessismo della lingua” e della femminilizzazione delle cariche si sta fondendo con l’ideologia del “linguaggio inclusivo” che arriva dagli Stati Uniti e si sta espandendo anche nei Paesi di lingua romanza in un dibattito molto acceso che non riguarda più solo le donne, ma coinvolge la messa in discussione del genere binario (maschio/femmina).

Traduzione ed emulazione: la globalizzazione delle ideologie

Il pensiero interventista dell’inclusività coinvolge movimenti, riviste e istituzioni di ogni tipo che creano direttive, linee guida e prescrizioni. Per esempio l’Associazione Americana di Psicologia (American Psychological Association, ma americana significa statunitense, visto che l’America è un continente molto più ampio e variegato) ha stilato delle linee guida per il linguaggio inclusivo valide anche nei confronti di chi non si identifica con un solo genere specifico e per identificarsi utilizza il pronome “they”. Operazioni di questo tipo si trovano in molte altre guide di università che hanno preso analoghe posizioni, e le stesse norme si ritrovano rilanciate attraverso riviste, siti e articoli di giornale. Lo scopo è quello di convincere tutti a cambiare il modo di parlare e di arrivare alla revisione del linguaggio delle istituzioni e della stampa, anche attraverso la politica.
Questo meccanismo di propaganda è abbastanza collaudato. Negli anni Ottanta, per esempio, un ampio gruppo di fondamentalisti statunitensi che puntavano all’abolizione del darwinismo nelle scuole ha fabbricato il cosiddetto “creazionismo scientifico” – che di scientifico non aveva proprio nulla – per poi esercitare pressioni politiche attraverso movimenti di cittadini chiedendo che venisse insegnato nelle scuole al posto o accanto alla teoria dell’evoluzione. L’iniziativa si è estesa con un certo successo raggiungendo temporaneamente l’obiettivo in qualche Stato tra i più conservatori, e l’eco di tutto ciò è arrivata poi in Italia, quando la ministra dell’istruzione Letizia Moratti ha cercato di importarlo anche da noi, per fortuna senza successo. Nel caso del linguaggio inclusivo i promotori sono invece “progressisti” e il terreno dello scontro non è la messa in discussione della scienza, ma della lingua. Il meccanismo di espansione in ambito internazionale è però molto simile. Uno dei centri di propagazione più importanti è quello dei movimenti internazionali per i diritti di omosessuali e persone transgenere. Da questi ambienti abbiamo da tempo importato in Italia, insieme alle idee, anche la terminologia in inglese: gli omosessuali sono ormai diventati gay, il nuovo anglo-eufemismo non discriminatorio che si porta con sé il gay pride e un’esplosione di termini in cui le minoranze a rischio discriminazione non sono capaci – o non vogliono – esprimersi in italiano: ripetono transgender, queer… in una diramazione di anglicismi sempre più ampia che comprende anche moltissimi acronimi inglesi (LGBT = Lesbian, Gay, Bisexual and Transgender, FtM = Female to Male e MtF = Male to Female…).

Il cavallo di Troia che porta tutto ciò dai Paesi anglofoni agli altri è nelle traduzioni, esattamente come è accaduto negli anni Novanta con la parola “negro” che da un giorno all’altro è stata sostituita con “nero” e si è diffusa la convinzione, storicamente falsa, che dire negro fosse da razzisti.
Poiché l’inglese è considerato la lingua sovranazionale – e la lingua è lo strumento da controllare per poter diffondere le idee – questi movimenti non trascurano di certo il problema delle traduzioni dell’inclusività nelle altre lingue, come si può leggere in un articolo che affronta la questione dello spagnolo e in altri apparsi su The Linguist (la rivista di un’associazione di linguisti del Regno Unito) che parlano proprio della traduzione “gender-neutral” in italiano.

L’interferenza con lo spagnolo è nata dal fatto che è una lingua parlata da molti abitanti degli Usa, che si sono perciò scontrati con il problema dall’interno. L’interferenza con l’italiano, invece, non ha altre motivazioni se non il fatto che siamo diventati intellettualmente sterili, e la nostra cultura si riduce all’importazione acritica di tutto ciò che nasce oltreoceano, per complesso d’inferiorità e desiderio di “voler fare gli americani”.

L’esaltazione del neutro, del genere non binario e dello scevà

Attraverso questi meccanismi, le prescrizioni del linguaggio inclusivo si stanno diffondendo anche in Italia attraverso libri, corsi aziendali o siti che spuntano come funghi. Per esempio questa → guida pratica sostiene con grande disinvoltura che nell’italiano scritto sarebbe “pratica diffusa” (ma quando mai?) sostituire le desinenze finali dei plurali con l’asterisco (grazie a tutt*); ma poiché nel parlato si rivela impronunciabile, si sarebbe diffusa – sempre a loro dire – anche la “u” finale: “Grazie a tuttu, spero vi siate divertitu”. Ma anche questa soluzione ha i suoi limiti: sembra dialetto, ed è troppo simile al maschile, si legge. E allora ecco – finalmente – la nascita di una grande proposta inclusiva che arriva dal sito Italianoinclusivo: l’introduzione dello schwa per il singolare (ǝ) e lo schwa lungo per il plurale (з). Lo schwa (parola tedesca di origine ebraica) in italiano sarebbe scevà, ma cosa può importare dell’italiano a chi lo vuole riformare a questo modo? E si pronuncia, guarda caso, come “la vocale più frequentemente usata nella lingua inglese”. Come se di inglese non ne avessimo ormai abbastanza.

Dietro questo interventismo linguistico che si sta propagando c’è una visione che esalta il corpo neutro voluta da chi, in nome del progressismo, “non considera la natura e prepara in realtà la strada alla costruzione del cyborg postumano”, per citare il filosofo Michel Onfray. Questa prospettiva si basa su una

“irragionevole negazione dell’anatomia, della fisiologia, della genetica e dell’endocrinologia consustanziale all’ideologia post-strutturalista e decostruzionalista. Il corpo non è più un dispositivo naturale e si è trasformato in un archivio culturale.
L’opzione culturalista (…) postula nondimeno che noi non nasciamo né di sesso maschile né di sesso femminile, ma neutri e che diventiamo ragazzi o ragazze solo per questioni di cultura, di civiltà, di società e d’indottrinamento, attraverso stereotipi che andrebbero decostruiti sin dalla scuola.”

[Teoria della dittatura, Ponte alle Grazie, 2020, p. 206]

Onfray evidenzia come questa ideologia che ci vuole “decostruire” le menti nasca da un’interpretazione semplificata del Secondo sesso di Simone de Beauvoir che sostiene che “donna non si nasce, lo si diventa”. In questo suo argomentare che “la fisiologia non rappresenta affatto un destino” la filosofa non nega affatto l’anatomia, a dire il vero, e infatti ci si sono parecchie pagine dedicate alle mestruazioni e ai loro effetti sulla vita delle donne. Comunque sia, personalmente sono poco interessato a entrare nella diatriba, trovo invece inaccettabile che il terreno dello scontro sia la lingua, e che sia in atto un tentativo di riformarla a questo modo. È il pensiero unico spacciato come universale che Onfray denuncia nella sua Teoria della dittatura. E il controllo della lingua – come nel Grande fratello di Orwell – è lo strumento primario.

In Italia il dibattito sulle desinenze discriminatorie non è ancora esploso, si sta solo affacciando, ma è possibile che nei prossimi tempi emergerà con veemenza come sta accadendo nei Paesi di lingua spagnola e anche francese.

Il linguaggio inclusivo alla conquista dei Paesi ispanici

In un articolo sul Washington Post (“Teens in Argentina Leading the Charge to Eliminate Gender in Language”, Samantha Schmidt, 12/05/19) si esaltano gli adolescenti argentini che stanno riscrivendo le regole dello spagnolo in modo da utilizzare il neutro e la cultura del genere, sostituendo le desinenze “a” e “o” simbolo di maschile e femminile con la “e” che suona come neutra in un dibattito globale (ma per chiamare le cose con il loro nome: globale = esportazione dei modelli statunitensi in tutto il mondo) che vede le istanze di matrice femminista saldarsi con quelle dei sostenitori delle identità non binarie. Nell’articolo si citano almeno cinque università argentine che hanno dichiarato di accettare questo “spagnolo inclusivo” nei compiti a scuola, mentre una pronuncia di un tribunale ha consentito di usare questo neutro anche ai giudici. Per un resoconto sulla questione che in Argentina sta suscitando dibattiti dai toni molto accesi, e spesso fanatico-religiosi, rimando a un articolo di Isa che vive lì e che ne riassume bene i contorni (e la ringrazio per gli scambi di idee e di materiale).

“Qui in Argentina – mi scrive Isa – nel giro di pochi anni vari movimenti sono riusciti a sdoganare formule per i plurali in ‘e’ ‘x’ e ‘@‘ per rendere neutri i sostantivi… al punto che sono usati anche degli istituti di istruzione superiore e l’associazione di traduttori locali ha persino fatto un seminario sulla traduzione inclusiva (!) con tanto di esercitazione pratica.
Su Facebook molti scrivono così e il partito peronista che ha vinto le ultime elezioni si è presentato con il nome di Frente para todes” (variazione del plurale corretto todos).

Il dibattito è così acceso che chi non aderisce a questa visione è additato di essere discriminatorio e condannato come fosse un razzista. Non si accettano visioni alternative, il fanatismo con cui il linguaggio inclusivo viene imposto non ammette opposizioni. Chi non è d’accordo con il nuovo totem commette sacrilegio: il tabù. Il linguaggio inclusivo include e ingloba nella propria visione unica e totalitaria – ma così facendo divide – e riduce il pensiero critico a pensiero che discrimina.

L’origine del plurale latinx (con la “x” inclusiva) nella lingua spagnola arriva dalle comunità “queer” della Rete – stando a un articolo su The Establishment – ed è così diventato un identificatore ampiamente utilizzato sia su piattaforme sociali come Tumblr sia nel lavoro accademico. Molti studiosi e attivisti, infatti, lodano la capacità dell’iniziativa di “includere meglio”. E addirittura sono stati riscritti libri come Il piccolo principe in uno spagnolo di genere neutro, con una mentalità da revisionisti-epuratori davvero aberrante, che in Italia non abbiamo visto nemmeno durante il fascismo (ma forse presto potremo anche noi avere edizioni dei Promessi Sposi inclusivi, chissà… io li sto già riscrivendo in itanglese, nel frattempo). Eppure gli intellettuali di sinistra non si scagliano contro queste iniziative, salutate invece come etiche. Di “etico” e giusto, però, c’è ben poco. L’ideologia inclusiva se ne frega di proposte veramente etiche, come per esempio l’esperanto, che sarebbe una lingua internazionale davvero neutrale, visto che è artificiale e concepita per essere appresa in pochi mesi risolvendo il problema della comunicazione tra i popoli, e ponendo fine all’imposizione globale della lingua naturale di popoli dominanti che non si sognano di imparare altre lingue e culture per comunicare, preferiscono imporre la loro lingua madre a tutto il globo. E i predicatori del linguaggio inclusivo, in Italia, non dicono una parola sulla discriminazione dell’italiano a favore degli anglicismi, che usano e preferiscono. Persino gli antiglobalisti più estremi da centro sociale si definiscono no global, parlando di fatto la lingua delle multinazionali che dicono di osteggiare e combattere. Sembrano ignorare che l’espansione della globalizzazione, nel suo estendere i modelli di mercato, coinvolge anche la lingua, e la dittatura dell’inglese si chiama appunto globalese. E ignorano il genocidio delle lingue in tutto il mondo, specialmente in Africa, proprio a opera dell’inglese. Un linguicidio denunciato da studiosi come Claude Hagège (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, 2002; Contre la pensée unique, Paris, Éditions Odile Jacob, 2012), Robert Phillipson (Imperialismo linguistico inglese continua. Esperanto Radikala Asocio Editrice) o scrittori africani come Ngugi wa Thiong’o (Decolonizzare la mente, Jaka Book 2015).

Insomma, non è l’etica o la razionalità ciò che muove la propaganda delle nuove crociate culturali basate sulla diffusione del pensiero unico inclusivo. È l’ideologia. Una ben precisa ideologia di matrice statunitense. Questa dottrina che vuole riscrivere la lingua non nasce dai linguisti, ma sgorga da altri ambienti politicizzati.

E le istituzioni linguistiche che posizioni hanno?

Le accademie spagnole, quelle francese e la Crusca

Per fortuna c’è anche chi si oppone duramente al revisionismo linguistico del linguaggio inclusivo fatto a tavolino. L’Accademia francese ha assunto delle posizioni irremovibili, in proposito, estromettendo la possibilità di inserire questi cambiamenti nel linguaggio istituzionale. Davanti alle regole di una “scrittura inclusiva” che si vuole imporre come norma ha lanciato un allarme all’unanimità mettendo tutti in guardia e rinominando questo revisionismo della lingua storica come “aberrazione inclusiva” con una dichiarazione ufficiale sul loro sito e altre varie prese di posizione.

Anche per molti linguisti spagnoli la forma neutra dal punto di vista del genere è una “aberrazione”. La Reale Accademia Spagnola ha dichiarato che questi cambiamenti grammaticali sono “inutili e artificiali”, ha preso posizione contro il “todes” inclusivo (al posto di todos che include anche todas), e si è pronunciata contro la “Guida all’uso non sessista del linguaggio” che aveva stilato e diffuso l’Università di Murcia.

La ministra spagnola Carmen Calvo nel 2018 aveva chiesto di riscrivere la Costituzione sostituendo i nomi maschili generici con forme più inclusive, il che avrebbe comportato il raddoppio di almeno 500 parole, come riferisce The Guardian (“La battaglia linguistica di genere neutro che ha diviso la Spagna”), ma sembra che l’economia linguistica – che detta legge quando si giustificano gli anglicismi preferibili alle formule italiane mediamente più lunghe – sia trascurabile, in questo caso.
Un membro della Reale Accademia Spagnola (“membra” suona male), Josefina Martínez, ha definito questa proposta uno “sproposito” e le sue dichiarazioni sono state ben riassunte da Gabriele Valle:

“In spagnolo, il maschile è inclusivo, il femminile no. E, forse provocatoriamente, [Martínez] lanciò una sfida: qualcuno pretende seriamente che il codice della strada si rivolga a guidatori e guidatrici, che l’ospedale si riferisca a malati e malate, che il fedele, recitando l’Ave Maria, dica «prega per noialtri e per noialtre, peccatori e peccatrici»?”
[“La lingua non porta pena: sul sessismo, tra Italia e Spagna”].

La Crusca ha invece un atteggiamento molto diverso.
Non ho trovato prese di posizione da parte dell’Accademia nei confronti delle proposte dello scevà o delle desinenze neutre, anche perché in italiano per il momento queste riforme ortografiche non hanno preso troppo piede, e chi usa questo linguaggio in Rete lo fa come i bimbominkia che usano la crittografia (xké, c6?) più che per riformare la lingua. Però queste soluzioni stanno cominciando a circolare e a essere proposte, e visto che si tratta di una tendenza internazionale che ha toccato concretamente altre lingue romanze forse sarebbe bene prendere posizione e stroncarle sul nascere, nel pieno spirito della filosofia del gruppo Incipit che dovrebbe arginare gli anglicismi nella loro fase incipiente, prima che si radichino.

In generale, però, la Crusca ha mostrato di accogliere di buon grado il linguaggio inclusivo. Da anni ha preso posizione e prodotto pubblicazioni sulla femminilizzazione delle cariche, stilando guide per un linguaggio non sessista nelle amministrazioni. La già citata pubblicazione di Cecilia Robustelli, avvalorata dalla Crusca, predica l’oscuramento del genere e la ripetizione di maschile e femminile, consiglia le formule come tutti/e i/le consiglieri/ e soprattutto – posizione per me inaccettabile, come non la accettano le accademie di Francia e Spagna – sostiene che esista un’equivalenza del genere grammaticale delle parole con il sesso delle persone, un’interpretazione ideologizzata, più che grammaticale.

Dunque, mi pare proprio che la Crusca per questi temi abbia rinunciato a essere un’istituzione descrittiva, che osserva l’evoluzione della lingua senza intervenire. È scesa in campo concretamente e ci ha messo la faccia (per usare qualche stereotipo di stampo giornalistico). Nel caso degli anglicismi, al contrario, è molto più timida. Nel 2015 ha dato vita al gruppo Incipit che avrebbe dovuto monitorare il fenomeno e arginare le parole inglesi e pseudo-inglesi con sostitutivi italiani, ma in cinque anni si è limitata a diramare 13 comunicati che contemplano meno di 30 parole. Senza alcuna pretesa di avvicinarmi alla competenza dell’Accademia, nel mio piccolo e da solo, nel settembre del 2018 ho pubblicato il dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi) che contemplava le alternative e i sinonimi di ben 3.500 parole inglesi in circolazione sulla stampa, ma oggi le voci sono oltre 3.700: 200 in più in 2 anni (grazie alle segnalazioni della comunità che è nata intorno al progetto). E allora l’Accademia avrebbe forse potuto fare qualcosa di più. È vero che alcuni accademici – dal presidente Marazzini al professor Sabatini – sono intervenuti più volte pubblicamente contro l’abuso dell’inglese, ma la Crusca come istituzione non ha mai stilato guide pratiche per evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale come ha fatto nel caso del sessismo (e come chiede la petizione a Mattarella litalianoviva che invito tutti a diffondere).

La mia impressione è che, a parte qualche condanna generica e ramanzina al vento, non voglia intervenire sulla questione dell’inglese in modo sistematico. Tra l’intervento sul sessismo e sull’anglicizzazione, prevale nettamente il primo aspetto.

Tra le pochissime prese di posizione di Incipit c’è l’invito a sostituire stepchild adoption con “adozione del figlio del partner”, cioè la sostituzione di un anglicismo con un altro (una formula mista e lunga), giustificata dal fatto che “partner” è ormai di uso comune, come si legge nel comunicato n. 5, del 15 febbraio 2016. In realtà si sarebbe potuto dire “coniuge”, ma non va bene perché implica un matrimonio, mentre esistono anche le coppie di fatto. Ci sarebbe “convivente”, ma se poi i genitori fossero separati? Adesso è di moda dire “congiunto”, grazie a Giuseppe Conte, ma si sarebbe potuto anche proporre “compagno”… E allora perché la scelta di partner?
A mio avviso la risposta è semplice: è una parola inclusiva, e va bene sia per gli uomini sia per le donne. In questo caso sembra proprio che la questione del linguaggio inclusivo abbia avuto la meglio su quella degli anglicismi!
A dire il vero il professor Francesco Sabatini ha proposto un neologismo di formazione rigorosa, bellissimo, chiarissimo, conciso e inequivocabile: adozione del “configlio”. Tuttavia, nel comunicato n. 8 del 20 gennaio 2017 che riassume tutto l’operato del gruppo Incipit (una ventina di anglicismi) “configlio” è sparito. Non sarà che accanto all’orrore per la creazione dei neologismi a tavolino che evoca il purismo e il neopurismo ci sia anche il fatto che poi si discriminano le configlie?

E che dire delle consulenze linguistiche sul sito dell’Accademia che giustificano selfie che sarebbe differente da autoscatto o dichiarano brainstorming intraducibile e know how di difficile sostituzione mentre le stesse parole sono invece tradotte e condannate dalle accademie di Francia e Spagna?

Sul sito Italianoinclusivo si legge:

“Le lingue evolvono. Le prime volte che si è sentita la parola “sindaca” probabilmente ci si è accapponata la pelle. La seconda, un po’ meno. Ora, è già percepito come accettabile, se non del tutto normale, e ciò nonostante secoli di uso solo al maschile. Stessa cosa per le altre lingue: ancora oggi, in inglese, c’è chi si oppone strenuamente al singular they. Ma più passa il tempo, più si sta facendo parte integrante dell’uso comune e percepito come sempre più normale.
Il modo migliore, quindi, per superare questa sensazione è usarlo costantemente.”

Ecco, credo che sostituendo in questo passo le parole sindaca e singular they con autoscatto al posto di selfie le cose siano più chiare.
Questi siti, come quelli istituzionali e la Crusca stessa usano due pesi e due misure: consigliano, prescrivono ed educano nel caso del linguaggio inclusivo, mentre nel caso di anglicismi come selfie sostengono che le sfumature dell’inglese sarebbero diverse e li giustificano. Ma non è vero, il significato è identico (come sostiene anche il Devoto Oli), e affermare che autoscatto non è come selfie è un atteggiamento che ho chiamato anglopurista: si parte dall’uso della parola inglese (trascurando il significato identico a quello italiano) per affermare che esprime qualcosa di nuovo, e invece di fare evolvere la parola italiana equivalente e rilanciarla invitando a usarla, la si relega al vecchiume – la si cristallizza nel suo significato storico come ai tempi del purismo – facendola così morire. Insomma, pur di non rivedere i significati “puri” storici dell’italiano si preferisce passare all’inglese per indicare tutto ciò che è nuovo.

In conclusione, tra l’introduzione del linguaggio inclusivo, e la giustificazione degli anglicismi, i risultati convergono in una sola direzione: l’americanizzazione della nostra cultura e della nostra lingua.

“E l’Italia è questa qua…” (Elio e le storie tese).

Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [2]

Nella prima parte di questo articolo ho cercato di evidenziare come il linguaggio “politicamente corretto”, più che essere tale, abbia a che fare con l’espansione della mentalità e dei valori angloamericani e di ciò che è “corretto” all’interno della loro cultura, che non è affatto neutrale o “universale”.
Definire gli Stati Uniti e gli statunitensi come America e americani – cosa data per scontata sia negli Usa sia in Italia – non è affatto corretto né rispettoso nei confronti di tutti gli altri Paesi dell’America – che è un continente – e anche se da noi nessuno lo mette in discussione ferisce la sensibilità linguistica di un intero continente, come si può vedere in un video pubblicitario della birra messicana Corona.

Aderire a questo “politicamente inglese” e alla visione statunitense dominante vissuta come sacra e inviolabile (il nuovo totem dell’italianità) ha portato, e sta portando, all’introduzione di nuovi tabù linguistici che non appartengono alla nostra cultura. E così una parola come negro è diventata tabù, e si è caricata di un’accezione spregiativa che storicamente non aveva. Anche il concetto di razza è stato messo in discussione, come se sostenerne l’esistenza significasse essere razzisti – e c’è chi vorrebbe toglierla dalla nostra Costituzione – con il paradosso di un antirazzismo “che difende la tesi dell’inesistenza delle razze pur continuando a lottare contro la discriminazione delle razze!” (Michel Onfray, Teoria della dittatura, Ponte delle Grazie, 2020, p. 207-8).

Il nuovo fronte, globale, del politicamente corretto moralizzatore che si espande dagli Stati Uniti si chiama linguaggio inclusivo.

Il nuovo senso di inclusivo, che calca l’inglese inclusive, dovrebbe includere tutti, soprattutto le minoranze, per estendere “qualcosa” a quante più persone possibili senza escluderle e discriminale; ma dietro questo intento dichiarato legato all’accoglienza che dovrebbe esprimersi attraverso un linguaggio “neutro”, c’è di fatto qualcosa d’altro: “includere” tutti all’interno di una stessa visione, spacciata per “neutrale”, inglobare tutti nel pensiero unico dominante, e stigmatizzare in modo negativo chi non la pensa così. Inclusivo rischia perciò di trasformarsi nell’opposto di ciò che dichiara: un totalitarismo culturale che riduce il pensiero critico di volta in volta in pensiero razzista o sessista.

 

Il linguaggio inclusivo: neutralità e accoglienza o catechismo culturale?

Uno dei nodi centrali di questa recente tendenza è quello di opporsi al maschile generico.

Nei Paesi anglofoni si è fatto strada l’uso del “loro” con valore di terza persona singolare (singular they) che non è marcato dal genere maschile o femminile e va bene per tutti, compresi quanti non si identificano né con il genere maschile né con quello femminile. Il suo uso è stato consigliato e promosso da istituzioni universitarie e non solo. Nel 2019 il they è stato proclamato parola dell’anno dalla società di traduzioni e dizionari Merriam-Webster, e nel 2020 parola del decennio dalla American Dialect Society. Questa soluzione del plurale senza genere non sarebbe applicabile all’italiano, dove il plurale mantiene il genere (esse/essi) visto che il neutro non esiste. Emulare e trapiantare questa stessa visione si scontra con un’oggettiva incommensurabilità linguistica che genera pasticci, oltre a scontrarsi con la nostra storia. In Italia, oltretutto, a intervenire sui pronomi personali fu Mussolini che tentò di sostituire il “lei” con il “voi”, e bisognerebbe rammentarlo a quanti associano al fascismo gli interventi contro gli anglicismi come l’attuale petizione a Mattarella, per poi celebrare il singular they come un atto progressista di grande civiltà.

Da noi il maschile è già inclusivo (“uomini e donne, benvenuti”) e prevale anche nei concetti “neutri” dove il potere sostantivante dell’articolo si esprime al maschile (“il parlare” e non “la parlare”). Come osserva Gabriele Valle “il maschile generico della lingua è talvolta visto come il sintomo di un androcentrismo ancestrale, ma l’androcentrismo non implica affatto discriminazione.” Sostenere che il maschile inclusivo sia discriminatorio è un’interpretazione ideologizzata, e non appartiene affatto a tutte le donne; come scrive una bloggatrice dall’argentina: “Non mi sono mai sentita esclusa a leggere ‘gli studenti’ o ‘i cittadini’, non ho mai pensato si riferisse ai soli studenti maschi o ai solo cittadini maschi”.

Più che interpretare l’italiano come una lingua storicamente maschilista – e anche se lo fosse è un po’ problematico da riformare a tavolino con un colpo di spugna che cancella secoli di storia – bisognerebbe riflettere sul fatto che non esiste alcuna corrispondenza tra il genere delle parole e il sesso delle persone. Nelle lingue romanze, con la scomparsa del neutro che esisteva nel latino, le parole si sono trasformate in maschili e femminili senza motivi logici: il mare (maschile) in francese è “la mer” (femminile), mentre in spagnolo “mar” è maschile o femminile a seconda dei contesti.

 

L’attacco contro il maschile generico

In una pubblicazione di Cecilia Robustelli, in collaborazione con la Crusca, si legge:

“I termini che si riferiscono a un essere femminile sono di genere grammaticale femminile e quelli che si riferiscono a un essere maschile sono di genere grammaticale maschile.”
E in una nota si precisa: “Le poche eccezioni, come per esempio guardia, sentinella, vedetta che sono di genere grammaticale femminile anche se si riferiscono tradizionalmente a uomini, sono del tutto ininfluenti per quanto riguarda il sistema” (Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, 2012).

Ma questa affermazione è un modo di classificare il sistema grammaticale poco sostenibile, e stupisce l’avvaloramento della Crusca. Oltre agli esempi citati da Robustelli, ci sono infatti anche altre parole di genere femminile che sono riconducibili a corrispondenti maschili o promiscui, per esempio una spia, recluta, vittima, comparsa, controfigura, maschera, staffetta, eccellenza, eminenza, autorità o persona! In questi casi anche il femminile può essere inclusivo, e personalmente non mi sento sminuito nella mia mascolinità se mi definiscono una persona o una guida brava (al femminile). Esaminando le metafore, un uomo può essere una sagoma (spiritoso), una spalla (comico), una bestia (usato nel senso meno femminile possibile), una talpa (infiltrato più che miope), un’aquila, una iena, una sanguisuga… Nel caso degli animali poi (che sono a tutti gli effetti “esseri” maschili e femminili, per riprendere le parole di Robustelli), i nomi promiscui (senza alcuna corrispondenza tra genere grammaticale e sessuale) sono infiniti: dire che il canguro ha il marsupio è vero solo per la femmina (il maschio non ce l’ha affatto, alla faccia della pretesa corrispondenza tra sesso e genere grammaticale), e la tigre, la giraffa, la marmotta, l’ape, la cavalletta e centinaia di altre bestiole sono tutti “femminili” inclusivi, o più semplicemente nomi generici “promiscui” che indicano sia i maschi sia le femmine. Persino negli attributi sessuali caratterizzanti (a proposito di “termini che si riferiscono a esseri” femminili o maschili) non esiste questa corrispondenza e, sconfinando sino al triviale, l’organo sessuale maschile può essere definito la minchia o la nerchia (e le sue parti comprendere la cappella e le palle, femminili come la prostata), mentre l’utero è maschile, come il clitoride (di cui esiste un femminile anticamente prevalente ma oggi sempre più in disuso, che non interpreterei come una riscrittura sessista).

Infine – e questo è un fatto che non ho mai trovato citato dai sostenitori del maschile discriminatorio – non dimentichiamo che nelle formule di cortesia usiamo il lei (e non il lui), femminile, che richiede anche la concordanza con il le (invece di gli): “Signor Maschi, la disturbo per chiederle una cosa”.

E allora dov’è questa pretesa corrispondenza tra sesso e genere grammaticale, nella lingua italiana?

Non esiste affatto, è un’opinione “politicizzata” e molto forzata. Sicuramente coglie una tendenza prevalente a orecchio, ma non è sempre così, e quando le eccezioni sono troppe, vale la pena di chiedersi se la regola formulata non sia da riformulare in modo diverso o da buttare via. È un po’ come far diventare una “regola” il fatto che le parole che terminano in “a” sono femminili e quelle in “o” maschili (è solo una tendenza), e considerare come “eccezioni” cinema, automa, fantasma… (maschili) oppure auto, virago, mano… (femminili), è un approccio poco proficuo che nessun linguista accetta, perché sarebbe una grossa baggianata affermare che sono eccezioni ininfluenti per il sistema.

Eppure, partendo dall’assioma della coincidenza tra genere grammaticale e genere biologico, si stanno costruendo guide al linguaggio inclusivo che predicano questa nuova ideologia, che non è altro che il trapianto e la scopiazzatura di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti. Questo intervento normativo delle buone prassi dello scrivere, “corrette” e “inclusive”, è solo una revisione linguistica catechizzante che viene imposta dall’alto, una speculazione elitaria di una classe dirigente succube del proprio totem culturale che vuole emulare e da cui vuole essere inclusa = inglobata. È un entrare sull’uso “a gamba tesa”, come si suol dire, visto che non si può di certo sostenere che questa esigenza sia sentita tra gli italiani (inclusivo anche di italiane), che si preoccupano di ben altro.

 

Le regole dell’inclusività prescritte dalle linee guida

Le nuove linee guida che vengono prescritte e consigliate predicano l’uso “simmetrico del genere”, cioè la ripetizione del femminile e del maschile, come nella formula “signore e signori”, per farla semplice. Questa esplicitazione di entrambi i generi è la prima “strategia” comunicativa di cui le pubbliche amministrazioni dovrebbero tenere conto. Per esempio: “Tutti i consiglieri e tutte le consigliere prendano posto nell’aula, anche in forma grafica abbreviata, es. tutti/e i/le consiglieri/e prendano posto nell’aula” (Robustelli). Se nello scritto queste formule che vanno contro la naturalezza e soprattutto la sinteticità e l’economia linguistica – così tanto decantata quando si devono giustificare gli anglicismi che non sono invece stigmatizzati dalle linee guida del linguaggio corretto – si potrebbero anche prendere in considerazione, è chiaro che nella lingua parlata diventano un ostacolo alla comunicazione. Dunque una seconda strategia è quella “dell’oscuramento di entrambi i generi” cercando di utilizzare perifrasi e acrobazie linguistiche per usare espressioni prive di referenza di genere, come “persona”, “individuo”, “soggetto”, “essere”, “essere umano”, considerate più neutre (ma considerare persona e individuo privi di genere è un’altra forzatura, sono rispettivamente un femminile e un maschile inclusivi). Oppure nomi ambigenere come “docente”, “dipendente”, “insegnante” (ma rimane il problema delle concordanze con gli aggettivi: docenti promossi) o nomi collettivi come “magistratura”, “direzione”, “presidenza” (al posto di magistrati, direttori e presidenti considerati marcati e discriminanti nel loro maschile generico). Si predica poi l’uso della forma passiva o impersonale: “La domanda deve essere presentata invece di I cittadini e le cittadine devono presentare la domanda”, “Si entra uno alla volta invece di Gli utenti devono entrare uno alla volta”. Queste prescrizioni, applicate sistematicamente, rischiano però di generare formule che vanno nella direzione dell’antilingua di Calvino e del burocratichese, più che mantenere uno stile naturale.

Comunque sia, ognuno è libero di esprimersi nel modo che ritiene più opportuno, compreso quello che considera questo genere di “attenzioni” un approccio ipocrita da evitare. Personalmente spero che presto sia abolita la “festa della donna”, visto che non c’è quella degli uomini: sarebbe il segno più evidente di un’avvenuta effettiva parità che non ha più bisogno di essere celebrata con una giornata internazionale di “lotta”, spesso trasformata nella giornata del contentino (o dello spogliarello maschile) da riconoscere a chi di fatto continua a essere discriminato (maschile inclusivo = donne discriminate). Forse quel giorno anche la questione del linguaggio inclusivo si rivelerà priva di senso.

Ma soprattutto c’è da chiedersi: pensiamo di risolvere le discriminazioni dal punto di vista della lingua per lasciarle inalterate nella sostanza? È questa la strategia che porterebbe all’emancipazione della donna? Davvero il linguaggio inclusivo è percepito come importante dalla gente? Sono questi i problemi? O è solo una religione predicata da una cerchia ristretta di evangelizzatori che la impongono dall’alto senza che a nessuno importi di queste quisquilie, proprio a partire dalle donne?

 

La femminilizzazione delle cariche

La questione si intreccia con quella della femminilizzazione dei mestieri, argomento molto più pratico, concreto e serio, nato proprio dall’emancipazione delle donne, che nel Novecento hanno sempre più (ma sempre troppo poco) ricoperto ruoli che prima erano soltanto maschili. Nello Zingarelli del 1923 la voce ministra indicava, scherzosamente, la moglie del ministro (accanto alle accezioni religiose storiche delle ministre sacerdotesse di vari culti passati). Dagli anni Novanta in poi i dizionari hanno cominciato a inserire i femminili di sempre più professioni. Nel 2007 è stata diramata una direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche) che invitava a usare un linguaggio non discriminante nei documenti di lavoro per favorire in questo modo una politica per le pari opportunità. Qualche anno dopo, l’Accademia della Crusca ha affiancato il Comune di Firenze nello stilare le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, perché il punto era quello di stabilire caso per caso come si potesse rendere il “giusto” femminile, che di volta in volta si può fare con la desinenza in -a, in -essa, in -trice

In realtà, da un punto di vista grammaticale, le possibilità di rendere un femminile sono tre:
■ si può formare il femminile di una parola (professoressa, ministra, imprenditrice);
■ si può premettere l’articolo femminile (che grammaticalmente è ciò che dà il sesso a ogni parola) lasciando la parola invariata (la presidente invece della presidentessa);
■ si può lasciare il maschile con valore femminile: il presidente della Camera Nilde Iotti è stata eletta

presidente presidentessa
La frequenza di “la presidente” e “presidentessa” dal 1970 al 2019 negli indici di Google libri.

E allora come operare a seconda dei casi? La risposta esce dalla grammatica e coinvolge altri approcci che oscillano tra l’uso che si afferma spontaneamente, dal basso, e l’uso che viene imposto dall’alto, basato su scelte “politiche” fatte da istituzioni o personalità che non si fanno alcuno scrupolo a prescrivere e consigliare, violando la favola ipocrita che non si deve essere normativi ma solo descrittivi.

In Italia, uno dei primi libri a porre la questione del femminile è stato quello di Alma Sabatini (Il sessismo nella lingua italiana, 1987) pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che, in nome della parità dei sessi, attaccava un uso della lingua che avrebbe creato discriminazioni nel non distinguere i generi, con soluzioni in parte accettate e in parte oggi completamente improponibili.
Precedentemente, le rivendicazioni del femminismo puntavano con orgoglio al fatto che anche le donne si potessero fregiare di un carica maschile, come quella di medico o di chirurgo, un tempo ricoperte da soli uomini. In proposito si può ricordare un vecchio indovinello che girava appunto negli ambienti femministi degli anni Settanta.

Dopo un grave incidente automobilistico un ragazzo viene trasportato d’urgenza in pronto soccorso, in fin di vita, mentre il padre che era alla guida muore.
Quando il chirurgo entra nella sala operatoria, e vede il ragazzo, chiede di essere sostituito: non si sente in grado di operarlo, perché quello è suo figlio!
Ma com’è possibile, visto che il padre era deceduto poco prima nello stesso incidente?

Semplice: il chirurgo in questione era una donna, quindi la madre. Solitamente il quesito veniva rivolto dalle donne (femministe) agli uomini, che se non individuavano la soluzione erano tacciati di vedute ristrette e sessiste. Oggi, invece, questa storiella che giocava sul maschilismo imperante rischia di diventare un’autorete, dal punto di vista del sessismo, perché sempre di più emerge la tendenza a indicare una donna come chirurga.

Va detto che non tutte le interessate sono favorevoli a questo tipo di femminilizzazione delle cariche, e per esempio tra gli avvocati la maggioranza delle donne attualmente preferisce presentarsi come avvocato, e lo stesso vale per i notai e per gli architetti. Questo è ciò che si imposto nell’uso vero, che piaccia o no ai linguisti predicatori. Anche se da marzo del 2017 è possibile richiedere all’Ordine degli Architetti il duplicato del timbro professionale con la dicitura ufficiale di “architetta” l’iniziativa non ha avuto successo.

Eppure Robustelli (formula meno sessista di “la Robustelli”, come se davanti ai nomi di donna bisognasse specificarne il sesso, contrariamente a quanto si fa con gli uomini), negli esempi delle sue linee guida all’uso consiglia proprio la formula “Egregia avvocata YX” (p. 20) sostanzialmente ignorando la maggioranza degli avvocati di sesso femminile che non si presentano affatto in questo modo, né gradiscono che ci si rivolga loro così. E allora molto spesso queste direttive sono prescritte a tavolino da chi spaccia il proprio punto di vista per quello “corretto” e “universale”, senza coinvolgere le dirette interessate che magari vengono persino bollate di essere “vittime” di retaggi maschilisti da non assecondare e da “rieducare”.

Anche se “ministra” ha preso ormai piede (grazie al fatto che i dizionari lo prescrivono come il giusto femminile e i mezzi di informazione lo usano di frequente), non tutte le donne sono d’accordo, ed è nota per esempio la posizione dell’ex ministro delle pari opportunità Stefania Prestigiacomo che aveva esplicitamente espresso la sua antipatia per ministra e non voleva essere chiamata così (ma non è un caso isolato). Dunque, se la femminilizzazione delle professioni si sovrappone con il linguaggio inclusivo, sembra che sia un argomento che divida, più che includere. E soprattutto porta a dei paradossi per cui in alcune occasioni non si sa più come parlare, davanti alle alternative oscillanti e non accettate in modo univoco proprio dalle interessate. E forse per la questione femminile sarebbe più importante che ci fossero tanti ministri donna, invece che poche ministre da tutelare con le quote rosa.

poliziotta donna poliziotto

 

Anche poliziotta al posto di donna poliziotto, considerata un’espressione più sessista, ha una sua stabilità, ma va detto che il femminile era già entrato nell’uso e non è il frutto delle prescrizioni recenti, come si evince dall’immagine.

 

L’uso: detta legge per gli anglicismi ma va cambiato per il linguaggio inclusivo

Analizzando le frequenze di alcune professioni volte al femminile si vede che non sono troppo in uso, e mentre sindaca ha avuto negli ultimi decenni una certa fortuna, avvocatessa prevale su avvocata (che la categoria non usa) perché appartiene all’uso tradizionale e sui giornali spesso si scrive così, benché sia un femminile disusato dalle professioniste e sconsigliato dai linguisti predicatori degli usi “non sessisti” e “discriminatori”.

cariche femminili

 

Oltre a chiedersi quanto queste linee guide funzionino, dunque, rimane il problema che sono frutto di un tentativo di regolamentare l’uso che viola l’intento dichiarato dai linguisti di voler essere descrittivi in nome di un liberismo linguistico che segue due pesi e due misure. Mentre alcuni anglicismi sono etichettati come “necessari” o “insostituibili” perché sono ormai entrati nell’uso, e così vengono giustificati e legittimati, davanti al linguaggio inclusivo sembra invece lecito intervenire sull’uso “educando” e “correggendo”. E così in Italia, dopo le innumerevoli iniziative per la femminilizzazione delle cariche, sorgono oggi quelle per Il parlar civile. Comunicare senza discriminare, si moltiplicano i siti che divulgano questo approccio, e vengono erogati corsi con esercitazioni pratiche del buon scrivere inclusivo. Ma cosa fanno queste stesse istituzioni per non discriminare la lingua italiana attraverso i sempre più numerosi anglicismi che utilizzano e giustificano?
Nulla. Anzi, questi siti spesso ostentano gli anglicismi, o sono addirittura scritti in itanglese, la nuova lingua che praticano, predicano e insegnano (qui un esempio tra i più allucinanti).

Perché il linguaggio “inclusivo”, che dovrebbe includere tutti, ricorre spesso con disinvoltura ad anglicismi (gender neutral, genderless…) che non sono comprensibili a tutti ed escludono una fetta di destinatari e soprattutto l’italiano?

Intanto, il dibattito sul linguaggio inclusivo di matrice statunitense si sta allargando in tutto il mondo, con i suoi criteri e la sua terminologia, e nel suo voler modificare l’uso storico delle lingue sta ormai travalicando lo schema del genere maschile/femminile per proporre riforme ortografiche e nuovi interventi “non discriminatori” sulla lingua che tengano conto anche di chi non si riconosce né nel maschio né nella femmina e interpreta il sesso come un prodotto culturale invece che naturale…

 

Continua

Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [1]

Il concetto del linguaggio “politicamente corretto” nasce negli ambienti della sinistra statunitense degli anni Trenta per poi affermarsi negli anni Ottanta e diventare di massa. Questa impostazione è divenuta la linea guida dei più prestigiosi atenei universitari che hanno persino stilato dei regolamenti (gli speech codes) che si sono imposti come modello con le sue rigidità. Curiosamente, ci sono schiere di intellettuali italiani, inclusi i linguisti, pronti a tuonare contro chi si oppone agli anglicismi, perché questo approccio viene accostato agli elenchi dei forestierismi banditi dalla Reale Accademia durante il fascismo, e contrapposto alla libertà di espressione (“la libertà di essere schiavi”, direbbe qualcuno). Eppure, molti di questi intellettuali sono gli stessi che hanno aderito con entusiasmo al politically correct che negli anni Novanta è stato così “trapiantato” anche in Italia, un Paese che, giorno dopo giorno, assomiglia sempre più a una colonia culturale, e linguistica, la cui classe dirigente è formata da collaborazionisti felici di scimmiottare tutto ciò che arriva d’oltreoceano, a cui si sottomettono a costo di rinnegare e riscrivere la nostra storia e le nostre radici.

L’intento di usare un linguaggio non discriminante verso le minoranze può essere anche nobile, ma i risultati che ha prodotto sono molto discutibili, e il politicamente corretto è di fatto un approccio molto controverso. Tra le critiche più fondate c’è quella di confondere i nomi e la forma (cioè la lingua) con la sostanza e i veri problemi. Le parole sono importanti, certo, ma siamo sicuri che per non essere razzisti sia così importante non proferire la parola “negro” o mettere in discussione l’esistenza delle “razze”?

Il politicamente corretto e le nuove definizioni che partono dagli stessi presupposti rischiano di ridursi a un sostanziale “stile eufemistico” un po’ ipocrita. E tra le altre accuse che sono state avanzate ci sono quelle di indurre al conformismo linguistico e di costituire una limitazione della libertà di espressione molto spesso condotta con un furore “religioso” che ricorda quello della “caccia alle streghe”.

Comunque la pensiate, vorrei riflettere su un altro aspetto della questione che mi pare sia stato assai trascurato.

Questo approccio, più che essere universale, è quello degli Stati Uniti, e non è affatto neutrale.

 

Politicamente corretto o politicamente “americano”?

La sensibilità egualitaria del “politicamente corretto” verso le minoranze non è così neutra e universale come ce l’hanno venduta: risente del punto di vista degli Stati Uniti. Il suo trapianto in Europa fa parte del progetto di esportazione – piuttosto colonizzatore – della propria cultura che si basa sull’assunto che “i valori americani sono universali”, per citare Condoleezza Rice quando era consigliera del governo Bush per gli affari esteri.

Eppure, proprio definire gli statunitensi come americani non è affatto politicamente corretto. L’America è un continente (o due, a seconda dei criteri di classificazione che cambiano da continente a continente), ma pare che a nessuno importi del fastidio che prova un messicano o un peruviano quando si identifica l’America con gli Stati Uniti. “Il condomino che si dichiara il padrone del continente” (per citare Gabriele Valle), come se tutti gli altri Paesi dell’America non esistessero. Come ci sentiremmo se l’Europa venisse fatta coincidere per esempio con la Germania, ed europei diventasse sinonimo di tedeschi, visto che è la nazione in questo momento più importante?
Ciononostante, gli statunitensi si definiscono americani, e noi, nel nostro servilismo, li seguiamo. Il sogno “americano” è quello degli Stati Uniti. Tutto il resto non lo vediamo (e “la faccia triste dell’America” è solo un incubo).

Anche un’espressione come “scoperta dell’America” è frutto di una visione eurocentrica e colonialistica, visto che quelle terre esistevano ben prima della nostra scoperta. Ma ancora una volta pare che nessuno si occupi più di questi dettagli linguistici. La nuova moda è invece quella di contestare il “Columbus Day” e di abbattere le statue di Colombo con un furore iconoclasta piuttosto talebano che ha che fare con il fondamentalismo e il revisionismo storico. Non fu Colombo – che come è noto ignorava di aver “scoperto l’America” e aveva sbagliato strada e continente – a compiere il più grande genocidio della storia.

Accanto al revisionismo storico e alla sensibilità per non discriminare solo ciò che fa comodo, c’è poi il revisionismo linguistico che è stato esportato e ormai trapiantato in Italia in modo profondo. Come è accaduto, per esempio, che una parola come “negro” sia diventata un tabù?

A partire dagli anni Ottanta, negli Stati Uniti, dove il razzismo era ed è tangibile, parole come black, nigger o negro, considerate dispregiative, furono sostituite da afroamericano.

In Italia negro non aveva affatto questa connotazione, di africani e stranieri se ne vedevano ancora pochini a dire il vero, e il problema del razzismo nostrano era ancora legato ai pregiudizi contro i “terroni”. Negro era una parola neutra, usata da secoli nei testi scientifici, presente normalmente nel linguaggio comune e nel doppiaggio cinematografico. Negli anni Sessanta Lola Falana era l’amatissima “Venere negra”, era “negro” il “tremendo” (con tutte le ragazze) Rocky Roberts, e Edoardo Vianello cantava i “Watussi altissimi negri” in modo gioioso.

Dagli anni Novanta in poi i traduttori cominciarono ad applicare i criteri statunitensi anche alla nostra lingua, e nel giro di un decennio l’uso secolare dell’italiano è stato modificato dall’alto: i mezzi di informazione colonizzati, da un giorno all’altro, ci hanno inculcato l’idea che dire in un certo modo significava essere razzisti. Non era affatto vero, ma il nuovo clima culturale nato a tavolino si è imposto, aiutato dall’indice puntato contro chi non si adeguava, tacciato di razzismo. Un intervento moralizzatore sull’uso storico della nostra lingua, non giustificato, perpetuato proprio dagli stessi che si appellano alla sacralità dell’uso che non andrebbe normato in nome di un descrittivismo linguistico che è piuttosto altalenante.

In questo modo si sono affermate alternative ipocrite come “di colore” (ma di quale colore si parla? il nero!), oggi in disuso in favore di neri e afroamericani. Intanto, poco importa che si chiamino negri o neri, l’omicidio di George Floyd a Minneapolis da parte di alcuni poliziotti, e i numerosi altri casi di analoghi soffocamenti che stanno emergendo, hanno portato alle rivolte che occupano le prime pagine di tutti i giornali. E allora che cosa è più importante? Cambiare il nome alle cose o cambiare la sostanza? Meglio parlare di negri, con rispetto, o definirli neri discriminandoli?

Naturalmente, se una comunità si sente discriminata da un uso linguistico spregiativo è più che doveroso tenerne conto e usare un linguaggio non offensivo. Il punto è che il politicamente corretto spesso non è invocato da chi si sente discriminato, ma da altri che predicano la correttezza dall’alto come una religione. L’unione ciechi, e i ciechi con cui mi è capitato di parlare, se ne fregano bellamente di essere chiamati “non vedenti”. Moltissime donne non approvano le ideologie di chi vorrebbe “educare” dall’alto e propone un’idea dell’essere femminista che appartiene solo a una parte del mondo femminile. Provate a parlare con un’avvocato o un’architetto (dove un apostrofato sta per una) per sentire come preferiscono essere definite. La maggior parte di esse rivendica con orgoglio il nome della sua professione al maschile. Provate a dire loro che questo è un retaggio maschilista di cui sono vittime, e non stupitevi se avranno una reazione piccata.

Come nota Massimo Arcangeli:

“da bidello a collaboratore scolastico, da netturbino a operatore ecologico o da infermiere a operatore sanitario; i poveri e i padroni restano tali anche se li si riqualifica come non abbienti e imprenditori; i pazienti che divengono assistiti non hanno alcuna ricaduta, nemmeno da effetto placebo, sulla qualità del servizio sanitario.”

 

In difesa della razza

A proposito di razzismo, la nuova moda che arriva dagli Stati Uniti è quella di negare l’esistenza delle razze. Come se fosse questo il problema del razzismo. Di nuovo, le modalità con cui certi scienziati e certi movimenti affermano questa nuova visione sono impregnate di toni da fanatici religiosi, che non accettano critiche (eresie) nel loro riscrivere la scienza.

Sino al Novecento, il concetto di “razza” in biologia era abbastanza ben connotato. Si parlava di genotipo (cioè le caratteristiche genetiche microscopiche) e di fenotipo (cioè i caratteri macroscopici esteriori visibili a tutti). Il neodarwinismo si basava sull’individuazione delle specie, a loro volta divisibili in razze (varietà all’interno di una stessa specie). Era soprattutto la possibilità di riprodursi che segnava la distinzione tra specie e razza, poco importa che si parlasse di uomini o animali: la distinzione qualitativa tra uomo e animale appartiene storicamente al clero e alla religione cattolica, al fondamentalismo, non alla biologia e alle scienze della natura che la Chiesa ha storicamente osteggiato e represso in ogni modo. In linea di massima la riproduzione tra specie diverse non può avvenire, al contrario di quanto accade per le razze, e questo era il criterio di demarcazione tra i due concetti.
Questa distinzione non era perfetta, aveva le sue sfumature e i casi di specie affini che possono procreare sono molti, dall’asino e cavallo che generano mulo o bardotto, agli incroci innaturali tra tigre e leone che portano al “ligre”. Persino l’incrocio tra Homo sapiens e Neanderthal, specie differenti, è stato studiato di recente. Ma gli uomini appartengono alla stessa specie, questo è quello che li accomuna biologicamente, e i fenotipi, o le razze, comunque siano geneticamente determinati, non si possono negare.

Tutte le definizioni scientifiche hanno i propri limiti e quello che bisogna dire chiaramente è che né le specie, né le razze sono “oggetti reali” (“Platone, vedo il cavallo ma non la cavallinità” diceva Antistene), sono solo concetti o categorie (in senso kantiano) che utilizziamo per descrivere il mondo.

Oggi il fenotipo è stato cancellato dai nuovi scienziati riduzionisti, che reinterpretano tutto esclusivamente dal punto di vista genetico. E in questa ridefinizione dei concetti, molti concludono che le razze non esistono e si scagliano con violenza religiosa contro chi non è d’accordo, bollato come razzista o antiscientifico. Ciò è una bella menzogna, e ancora una volta ha a che fare con il fondamentalismo più che con la scienza.

Su questi presupposti – che sono solo un cambio di paradigma concettuale e non una “scoperta” della verità scientifica che dopo Popper non è più sostenibile – qualcuno vorrebbe cambiare addirittura la Costituzione! Come se affermare “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua…” fosse razzista!

Non importa quale sia l’atteggiamento davanti a queste ridefinizioni (personalmente continuo a difendere il concetto di razza), ognuno è libero di ricorrere alle categorie concettuali che preferisce, ma ciò che deve essere chiaro è che la discriminazione non passa dalla messa in discussione della “razza”, ma dall’accettazione delle diversità, comunque si chiamino.
Il punto è che non siamo tutti uguali, ed è proprio nel riconoscere il valore e il diritto della diversità che sta la civiltà e l’essere “corretti”. E ciò vale anche per le culture e per le lingue, dove la varietà è ricchezza, non un ostacolo all’affermazione del pensiero unico basato sulla lingua unica, l’inglese globale, imposto a in tutto il mondo come un valore universale e la lingua internazionale.

 

Totem e tabù linguistici

Il politicamente corretto parte dal presupposto che modificare il nostro modo di parlare porterebbe a modificare il nostro modo di pensare. Questo presupposto è sicuramente fondato, e già Wilhelm von Humboldt, per esempio, aveva posto l’accento sul fatto che la lingua è l’organo formativo del pensiero e che attraverso di essa impariamo a ragionare. Ma se dietro le nuove parole c’è solo una riverniciata ipocrita con intenti eufemistici e superficiali, questo presupposto viene a cadere. Non cambia affatto le cose.

I minorati degli anni Cinquanta sono divenuti handicappati, poi sostituiti con portatori di handicap, poi con disabili (altro calco dell’inglese), poi divenuti diversamente abili. Ma oggi il fronte degli interventisti sull’uso in nome del linguaggio non discriminate (rinominato il “parlare civile” visto che “politicamente corretto” è oggetto di polemiche sempre più ampie) sconsiglia anche questa nuova espressione e propone persona con disabilità.

Questo modo di procedere e di intervenire sull’uso in modo moralizzatore, dall’alto, non porta a nulla, perché non appena una nuova definizione concepita per suonare neutrale si afferma, ecco che subito dopo diviene nuovamente dispregiativa e occorre cambiarla. Non sono i “nomi” ciò che è importante, ma i concetti sottostanti che designano.

E allora, per cambiare le cose, bisognerebbe andare un po’ più a fondo, e rendersi conto che il linguaggio è una spia dell’inconscio, per dirla con Freud. Attraverso le parole esprimiamo ciò che abbiamo dentro e ciò che siamo. Per non essere razzisti non serve negare (o ridefinire) il concetto di razza. Occorre un approccio culturale più serio. E dietro le buone pratiche del parlare civile, del politicamente corretto e del linguaggio inclusivo non c’è solo la volontà di usare un linguaggio non discriminante. C’è il trapianto di una nuova cultura, basata sulla lingua angloamericana, che si sta sovrapponendo dall’alto alla nostra, ne modifica l’uso e introduce nuovi tabù che storicamente non ci appartengono.

Nel nuovo assetto che si sta delineando il totem (cioè il sacro, nella concezione freudiana) è rappresentato dalla cultura e dalla lingua inglese. E non aderire a questa nuova religione genera i nuovi tabù linguistici: “negro”, “razza”… in una concezione dove ormai il linguaggio non discriminante si esprime attraverso le categorie culturali d’oltreoceano e addirittura attraverso anglicismi crudi (gay, down…) che diventano “il” politicamente corretto. Il dibattito sul “linguaggio inclusivo” che sta prendendo piede è un esempio lampante…

 

Continua