La cancellatura dell’italiano

Oggi è il compleanno di Emilio Isgrò, un genio e un artista tra i miei preferiti, celebre soprattutto per “l’arte della cancellatura”.

In una mostra del 2016 a Palazzo Reale che gli ha dedicato Milano (la sua città di adozione) ho avuto modo di emozionarmi davanti alla cancellatura della “Quarantana”, l’edizione definitiva dei Promessi sposi curata dal Manzoni in persona. Anche io, nel mio piccolo e come posso, ho deturpato i Promessi sposi riscrivendone l’incipit in itanglese, ma ripensando alla Sua forma di distruzione creativa dei libri (e non solo), mi sono chiesto: cosa accadrebbe se cancellassi in stile Isgrò tutte le parole italiane, lasciando solo l’inglese, per esempio dalle copertine delle più diffuse riviste di moda?

GIOIA isgro

ELLE isgro

COSMOPOLITAN isgro

 

Quale sarebbe l’impatto visivo di una simile isgroizzazione di un testo di Salvatore Aranzulla che divulga l’informatica?

aranzulla isgro

 

Come si presenterebbe una pagina del famigerato Sillabo del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), privato dell’italiano con il metodo Isgrò?

MIUR isgro

 

E, visto che chi fa formazione non fa altro che abituare a dirlo solo in inglese come accade nelle aziende, che accarebbe se isgroiassimo gli annunci di lavoro?

LAVORO ISGRO

 

Ecco, questi falsi, questo isgroiare l’italiano in modo irrispettoso (per la nostra lingua e per l’arte di Emilio Isgrò) lasciando solo l’inglese, non sono solo un omaggio a un grande artista troppo poco conosciuto.

Sono soprattutto immagini che ci fanno riflettere sulla cancellazione e sulla negazione della nostra lingua, che fuori dall’arte concettuale è una realtà tragica e triste.

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L’anglicizzazione dell’italiano

Le prime notizie del Corriere della Sera in rete di oggi pullulano di anglicismi gridati in bella vista soprattutto nei titoloni. Non è una novità e non c’è da stupirsi, ho già parlato in altre occasioni delle “statistiche drogate” che tendono a ridimensionarne il numero. Però evidenziarli è utile. Il tweet storm nel titolone (quale percentuale di lettori lo capirà?) che solo nel sottotitolo diventa tempesta di tweet (qualcuno ha osato per fortuna tradurli anche come cinguettii, anche se è un’alternativa secondaria), i troll, che oggi ci appaiono quasi “necessari” perché gli italiani non li hanno voluti né saputi tradurre, la Tap, acronimo di Trans-Adriatic Pipeline, perché le sigle noi le ripetiamo all’americana (come il Gdpr, l’aids, il dna, gli ufo…). E poi il vicepremier, perché ormai nel linguaggio della politica si vuole fare gli americani, e da anni premier tende a essere preferito invece di presidente nel consiglio come indicato nella nostra Costituzione. E poi anglicismi assimilati senza più porsi il problema del fatto che esisterebbero alternative italiane: shopping, vip, fan, summit… In pratica, a parte il caso dell’intervista allo psichiatra Vittorino Andreoli, non c’è titolone che non abbia almeno un anglicismo.

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Le prime notizie del Corriere in rete di oggi

Sul Corriere di ieri (che di certo è uno dei peggiori giornali dal punto di vista dell’abuso dell’inglese) le cose non erano tanto diverse: SuperTutor, low cost, flat tax, first lady, mentre parole come vip o party son ripetute quotidianamente come prive di alternative… e dalle pubblicità occhieggiano il trading, lo shopping online

corriere del 5 agosto
Una schermata del Corriere in rete di ieri 5 agosto 2018

 

Questa è la lingua che parlano i giornali, che pare destinata a diventare sempre più itanglese. L’anglicizzazione dell’italiano è sotto gli occhi di tutti. Innegabile. Eppure una schiera di linguisti con le fette di salame degli occhi continua a negarla, e a ripetere che non sta succedendo nulla. Senza alcuna argomentazione valida.

La verità è che la classe dirigente di oggi preferisce l’inglese. Si vergogna di dirlo in italiano, è convinta che l’inglese sia un segno di modernità e di internazionalismo. E il destino della lingua di Dante è quello di regredire anno dopo anno, per infarcirsi di suoni alieni, di parole che si pronunciano e scrivono con modalità che violano il nostro sistema fonetico e ortografico.

Itanglese: citazioni e modelli culturali

1956

Renato Carosone.jpg

Comme te po’ capì chi te vò bene
si tu le parle ‘mmiezzo americano?
Quando se fa l ‘ammore sotto ‘a luna
come te vene ‘capa e di: “i love you!?”

Tu vuò fa l’ americano
mmericano! mmericano!
ma si nato in Italy!
siente a mme
non ce sta’ niente a ffa…

 

Renato Carosone, 1956

da “Tu vuò fà l’americano”, di Brian Setzer e Renato Carosone.

All’inizio si scherzava sull’inglese che straripa nell’italiano. E l’interlocutore della canzone di Carosone era una macchietta come quella di Un americano a Roma di Alberto Sordi (Steno 1954). Ma poi le macchiette sono diventate grandi, e nelle generazioni successive hanno cominciato a fare sul serio.

1989

Nanni MorettiTrend negativo.

Io non l’ho mai detto!

Io non l’ho mai pensato!

Io non parlo così!

(…)

Le parole sono importanti!

 

Nanni Moretti, 1898

da Palombella rossa.

Negli anni Ottanta la parola trend (insieme a molti altri “tecnicismi”) si era riversata dal linguaggio economico a quello comune, grazie soprattutto ai giornali e ai giornalisti, e suonava ancora qualcosa di estraneo e inutile. Oggi, trent’anni dopo, si è ormai acclimatata e stabilizzata, e non solo suona normale, ma anche più evocativa, scientifica e precisa di tendenza.

L’attuale classe dirigente è formata da persone che preferiscono usare l’inglese nei giornali, nel lavoro, nei settori tecnoscientifici, incuranti di quello che la massimizzazione degli anglicismi sta comportando nel nostro lessico. I giornalisti, gli scienziati e gli imprenditori sono coloro che hanno sempre più il potere di decidere della sorte della nostra lingua, un tempo modellata soprattutto dagli scrittori, per riprendere le acute e lungimiranti osservazioni di Pier Paolo Pasolini (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita”, 26 dicembre 1964).

L’unico modo per cambiare le cose è quello di contrapporre nuovi modelli culturali, intellettuali e giornalistici.

2013

Corrado Augias

Spending review, service tax, ministero del Welfare (…) esempi grotteschi unici al mondo.

Ma siamo diventati matti?

La regola sarebbe che quando parli una lingua la devi usare tutta, idem se ne parli un’altra.

Corrado Augias, 2013

da “Quel goffo cosmopolitismo linguistico”, La Repubblica, 24 ottobre 2013.

 

2015

Beppe SevergniniOgni tanto penso che, in Italia, ci siamo cotti il cervello. Poiché sappiamo cucinare, resta saporito: ma non basta. Una società che affida a una lingua straniera le tre principali novità economiche e finanziarie, qualche problema ce l’ha. Avevamo accettato (sorridendo) “spending review”, preferito – chissà perché – a “revisione della spesa”. Stavamo digerendo Jobs Act, che poi è una legge sul lavoro. Ora Quantitative Easing per dire “immissione di liquidità”. E poiché non era abbastanza criptico, usiamo la sigla QE, fino a ieri una nave da crociera (Queen Elisabeth, Cunard Lines). Chiedete sul tram, al mattino presto, cosa pensano del “chiu i” (si pronuncia così). Se vi schiaffeggiano, avranno una riduzione di pena.

Beppe Severgnini, 2015

 

Aldo BusiPerché non dire ‘taglio alla spesa’, non è una parola meravigliosa?

Lo capisce anche una casalinga.

E la ‘legge sul lavoro’ non è meglio del Jobs act?

Il profilo intellettuale di chi usa questi termini inglesi è bassissimo.

Aldo Busi, 2015

 

2017

Dacia MarainiCon l’avanzare dei fenomeni della globalizzazione e della tecnicizzazione di numerosi aspetti della vita quotidiana, sempre più spesso diventa inevitabile ricorrere ad anglicismi:

Ma la lingua è come una conchiglia che avvolge il fastidioso granello di sabbia nella saliva e lo trasforma in una perla. Se però riempiamo la conchiglia di sabbia, questa non riesce più a creare perle.

Alla lunga il rischio è quello di perdere l’integrità linguistica che è poi simbolo diretto dell’integrità di un Paese. Non dobbiamo scordarci infatti che uno degli elementi imprescindibili per il mantenimento dell’identità di un Paese è la lingua.

Dacia Maraini, 2017

da una lezione agli studenti del liceo Volta di Como.

 

 

Rassegna stampa

Si sa che le lingue cambiano, si evolvono e si contaminano. Quindi perché l’itanglese è un problema?
L’itanglese è la rinuncia alle nostre radici, alla nostra storia, alla nostra cultura e al futuro dell’italiano. Curiosamente, nessuno ha da ridire sulla difesa e salvaguardia dell’italianità in altri campi, dal patrimonio artistico a quello culinario. Ma per la lingua, sembra che la sua tutela (normale in Francia, Spagna o in Cina) sia un’idea da conservatori antiquati.

Le lingue vive cambiano, certo, ma proprio perché sono vive non bisogna dimenticare che possono anche morire. L’espansione dell’inglese globalizzato interferisce con gli idiomi di tutti i Paesi, ma dai noi il numero e la frequenza degli anglicismi non sono paragonabili a quanto accade altrove…

Questo è uno stralcio dell’intervista che mi hanno fatto sul sito della Comunità Radiotelevisiva Italofona, uscita ieri, che si può leggere integralmente qui: L’italiano diventerà un dialetto d’Europa?

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“Ecco un libro cool che andrebbe letto as soon as possible (o peggio, asap!). Perché think different è sempre un must.

Chiara Beretta Mazzotta ha segnalato il mio libro su Radio 105, nella rubrica “Libri a colacione” del 28 ottobre. Si può leggere la sua presentazione e scaricare l’audio della trasmisione sul sito BookBlister.

* * *

“La verità è che non riesco a vedere negli anglicismi l’unico colpevole dell’impoverimento lessicale dell’italiano che usiamo tutti i giorni. Impoverimento che non si può negare, così come massiccia è l’invasione dell’inglese, di cui Zoppetti ci fornisce ampie prove.

Anche a me location fa orrore e scrivo persino sempre fine settimana invece di weekend, ma non riuscirei a tornare a trucco invece di makeup o a tesserino invece di badge. Perché mi vengono in mente le signore cotonate degli anni sessanta e le macchinette timbratrici all’ingresso degli uffici.”

Luisa Carrada in una recensione al libro sul blog Il mestiere di scrivere.

 

* * *

“Avete presente le diatribe sul riscaldamento globale, con tanti scienziati che negavano (e alcuni che negano ancora oggi) che gli eventi che si trovano davanti ai nostri occhi abbiano correlazione alcuna con l’aumento della temperatura del pianeta causato dalle nostre emissioni? Ecco: in questo libro Zoppetti mostra come l’ingresso degli anglismi nella lingua italiana stia seguendo lo stesso percorso, con un effetto valanga che è nato sottotraccia, addirittura minimizzato da illustri italianisti come Tullio De Mauro, ma è arrivato a un punto tale che potrebbe persino essere troppo tardi per evitare danni irreparabili non solo al lessico ma anche alla struttura stessa dell’italiano.”

Lo scrive Maurizio Codogno sulle sue Notiziole di .mau.

* * *

“Wojtyla una volta disse: ‘Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi… corrigerete‘, ma nessuno osò corrigerlo.
Ma almeno quel papa (…) ci aveva provato a parlare italiano, mentre molti italiani vi rinunciano.”

Armando Adolgiso apre così la sua segnalazione al mio libro dalla rubrica Cosmotaxi.

Anglismi o anglicismi? Come è meglio dire?

Meglio parlare di anglismi o di anglicismi?

Tullio De Mauro ha sempre contestato il termine anglicismo, preferiva parlare di anglismi, una derivazione per lui più corretta, perché il prefisso di derivazione è anglo-, e infatti si parla per esempio di anglistica (lo studio della lingua, della letteratura e della storia dei popoli di lingua inglese) e non di “anglicistica”, e di anglisti (e non di “anglicisti”). Dunque, per lo studioso anglicismo sarebbe a sua volta un anglicismo, ricavato dall’inglese invece che dal suffisso italiano, visto che oltremanica si dice anglicism.

Anche se qualche linguista preferisce questa versione, va detto che la forma più diffusa tra gli studiosi (e non solo), che si ritrova anche sul sito dell’Accademia della Crusca o sulla Treccani, è invece la seconda. Lo Zingarelli definisce anglismo (datato 1970) una forma rara per anglicismo (datato 1747), e il Devoto Oli lo considera una variante (datata ugualmente nel 1970) della seconda forma (datata invece nel 1829) che deriva a sua volta dal francese anglicisme e questo dal latino medievale anglicus, “anglico”.

I grafici di Ngram mostrano che la forma più diffusa è anglicismo, e personalmente ho sempre preferito questa variante che non solo è la più ricorrente, ma corrisponde anche a come si dice prevalentemente in Francia o in Spagna (rispettivamente anglicismes e anglicismos) ed è attestata sin dal Settecento proprio da uno dei più intransigenti puristi della lingua italiana.

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Nel 1764, la parola anglicismo fa la sua comparsa nella rivista la Frusta letteraria, quando il purista “fondamentalista” Aristarco Scannabue, pseudonimo di Giuseppe Baretti, si scagliava “con implacabile severità” contro quanti favorivano l’imbarbarimento della nostra lingua, mosso dallo “sdegno” nel vedere “la nostra penisola infettata” da scritti e libri “sguaiati” e “ribaldi” che si permettevano di utilizzare parole non toscane o, peggio ancora, di derivazione straniera. A quei tempi la battaglia era prevalentemente contro il francese, e ancora nell’Ottocento i puristi come Rigutini bollavano come gallicismi parole come emozione, mentre Leopardi difendeva l’uso di un francesismo italianizzato come precisazione, benché il termnine movesse “le risa”.

[Cfr. I neologismi buoni e cattivi più frequenti nell’uso odierno, libro compilato pei giovani italiani da Giuseppe Rigutini, Roma, Libreria Editrice Carlo Verdesi, 1886, p. 88]

Nel secolo precedente, Scannabue prefigurava in modo provocatorio e quasi paradossale che insieme alla condanna dei gallicismi ci sarebbe mancato solo l’arrivo degli “anglicismi”:

“Oh che bella cosa, se mi venisse fatto di svegliare in qualche nostro scrittore la voglia di saper bene anche l’inglese! Allora sì che si potrebbero sperare de’ pasticci sempre più meravigliosi di vocaboli e di modi nostrani e stranieri ne’ moderni libri d’Italia! E quanto non crescerebbono questi libri di pregio, se oltre a que tanti francesismi di cui già riboccano, contenessero anche qualche dozzina d’anglicismi in ogni pagina!”

[Cfr. Frusta letteraria di Aristarco Scannabue: opera Di Giuseppe Marco Antonio Baretti, Bologna, 1839, Tipografia Governativa della Volpe al Sassi, pp.72-73].

Ma tra i due litiganti (anglismo e anglicismo), esiste anche una terza via: il sinonimo inglesismo (attestato dal XVIII secolo).

In sintesi, si può dire come si vuole. Queste sinonimie sono la testimonianza di quanto la nostra lingua sia ricca e varia. È la grande bellezza dell’italiano. Perciò difendiamolo: che siano anglismi, anglicismi o inglesismi, il più delle volte si possono meglio esprimere con termini italiani.

 

Anglicismi: il ruolo dei traduttori e l’importanza delle traduzioni

Sabato 30 settembre 2017 ricorre la giornata mondiale della traduzione, un tema cruciale per la questione dell’itanglese.

Riflettevo sul fatto che si è ormai consolidata l’espressione “mandare una foto in allegato”, e non “mandare un attachment”, mentre quando si tratta di scaricarla o di trasferirla si usa prevalentemente il termine inglese “download”. Il motivo è che nel parlare non facciamo che ripetere inconsapevolmente quello che leggiamo nei programmi che usiamo. In un primo tempo si presentavano con interfacce in inglese, e solo successivamente sono state tradotte.

Oggi, nei programmi di posta elettronica c’è ormai il bottone allegato, invece di attachment che compariva in passato, e questa traduzione ha “salvato” l’equivalente nella nostra lingua. Ciò non è avvenuto per il termine download, che nei programmi è rimasto in inglese quando è usato come sostantivo, e solo quando indica un verbo è stato tradotto con “scarica”.

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Lo stesso si può dire di file, che il più delle volte è riportato senza traduzione e solo di recente, in alcuni programmi di videoscrittura, è sempre più sostituito da documento. Ma file si è ormai acclimatato ed è entrato nell’uso come fosse una parola insostituibile. Come desktop invece di scrivania e tanti altri termini informatici.

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Questi esempi devono fare riflettere sull’importanza delle traduzioni e sulla loro circolazione, non solo nell’informatica, ma anche negli altri ambiti.

I mezzi di informazione, le pubblicità, le aziende, gli enti, i politici e tutti gli apparati o le persone che con il loro linguaggio si rivolgono a un vasto pubblico hanno un’enorme responsabilità nella diffusione (e nell’imposizione) della lingua, e se continuano a fare circolare gli anglicismi non tradotti, è inevitabile che poi i parlanti li ripeteranno e perderanno la capacità di ricorrere agli equivalenti italiani che non si usano, si perdono, e non vengono in mente in modo immediato (privacy/riservatezza, trend/tendenza, feedback/riscontro, customer care/assistenza clienti…).

E invece la Rai sta in questi giorni pubblicizzando il Back to fact (Milano, 28 settembre – 1 ottobre 2017) dove si trovano interventi come Fact checking: un’arma fondamentale contro le fake news, le Ferrovie dello Stato si vantano di aprire nuovi help center invece di punti di informazione, e gli apparati mediatici non fanno che martellarci di anglicismi soprattutto nei titoli (in grande e urlati).

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Il problema dei giornali e dei mezzi di informazione non è solo quello di preferire l’inglese (per il maggiore impatto o la pretesa sinteticità). Sempre più spesso attingono tutti dalle stesse fonti (prevalentemente angoloamericane) e riportano gli stessi termini in originale, lasciando ad altri il problema delle traduzioni. E così in un batter d’occhio si propagano parole come spread, brexit o gig economy che circolano senza alternative e diventano il monolinguaggio mediatico stereotipato che si impone nell’uso di tutti. In questo modo, nell’era del tempo reale e della globalizzazione, gli anglicismi entrano così rapidamente che non c’è il tempo di tradurli o di sostituirli: si attestano nell’uso come vengono riportati, prima che i traduttori professionali possano intervenire. E una volta affermati, poi è tardi per sostituirli.

E allora le traduzioni sono davvero cruciali. Il problema è che mancano i traduttori professionali, almeno nell’informazione che si rivolge al largo pubblico. E soprattutto è in atto una battaglia culturale dove le traduzioni sono spesso volutamente trascurate. Venendo ai linguaggi settoriali e degli addetti ai lavori, come quello tecnico e scientifico, la battaglia per dirlo in italiano è quasi persa. Gli scienziati scrivono e pubblicano in inglese per rivolgersi alla comunità mondiale, e una scienziata come Maria Luisa Villa si dimostra davvero preoccupata per la comprensione pubblica della scienza:

“Nel giro di pochi lustri la lingua italiana potrebbe essere mutilata e inadatta alla trasmissione del sapere scientifico.”

[Maria Luisa Villa, L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori-Pearson, Milano 2013, p. 95]

Barbara Cappuzzo nota invece che esistono “organismi internazionali multilingui (Ue, Fao, Onu) impegnati nella costruzione di corrispondenze terminologiche tra le diverse lingue, e sono nate vere e proprie banche dati terminologiche.” Tra i progetti più interessanti nostrani c’è quello di Ass.I.Term (Associazione
Italiana per la Terminologia), il cui principale obiettivo è quello di promuovere l’arricchimento del lessico scientifico e tecnico in lingua italiana.
Attività di questo tipo si scontrano però con la volontà di una comunità internazionale di ingegneri, tecnici e ricercatori che si battono per l’omologazione terminologica anglofona nel discorso tecnico-scientifico.

[Barbara Cappuzzo “Il linguaggio informatico inglese e italiano: considerazioni su alcuni aspetti lessicali dal confronto tra le due lingue”, in MPW, Mots Palabras Words, 6/2005, p. 68]

Questo è il vero problema, che denuncia anche Claude Hagège quando scrive che la predominanza dell’angloamericano spinge verso una mentalità monolingue che è tutta a beneficio dell’inglese e all’imposizione della lingua dominante da parte di tutti.

Le competenze plurilinguistiche non sono considerate una ricchezza e il “monolinguismo a vantaggio dell’inglese è vissuto come garanzia (…) della modernità e del progresso, mentre il plurilinguismo è associato al sottosviluppo e all’arretratezza economica, sociale e politica, oppure è considerato una fase, negativa e breve, sulla via che deve condurre al solo inglese.

[Claude Hagege, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 100]

Dirlo in inglese o in italiano è perciò in questo momento una battaglia culturale e politica tra due diverse visioni del mondo e del nostro futuro: il monolinguaggio basato sull’inglese che vuole essere internazionale e moderno, e la difesa della lingua e della cultura locale che rischia di soccombere davanti alla globalizzazione. Se l’italiano non si saprà rinnovare con la creazione di adattamenti, neologismi e traduzioni, il suo futuro sarà l’itanglese. I traduttori professionali sono più che mai fondamentali per evitare questo scenario, anche se spesso non c’è il tempo di proporre alternative in grado di affermarsi, perché le traduzioni possibili possono essere tante, e faticano ad affermarsi contro la tendenza alla stereotipia diffusa dai mezzi di informazione (una parola con un solo significato come piace ai traduttori automatici).

Le conseguenze di questa mancanza di traduzioni, sia nell’ambito mediatico e più popolare, sia in quello tecnico e scientifico sono devastanti per il nostro lessico e la nostra lingua.

Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali.”

[Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Società Dante Alighieri, Firenze, durante il convegno del 25 febbraio 2015]

Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina.

[Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo
globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116]

Gli anglicismi che penetrano nel linguaggio delle istituzioni e delle leggi

La penetrazione degli anglicismi nella nostra lingua è arrivata a intaccare il cuore dello Stato. Non c’è solo il nuovo linguaggio della politica dove il garante per la protezione dei dati personali è sempre più della privacy, il ministero del lavoro e delle politiche sociali è chiamato del welfare, la riforma del lavoro è il jobs act, si parla sempre più di tax, di premier al posto di presidente del consiglio come indicato nella Costituzione e via dicendo (al tema ho dedicato un capitolo del mio libro, ma lo riprenderò anche qui). L’infiltrazione degli anglicismi nelle istituzioni coinvolge anche il linguaggio delle nostre leggi.

I termini giuridici inglesi non sono un fenomeno solo italiano, spesso sono una conseguenza dell’espansione delle multinazionali americane in tutto il mondo che esportano e impongono il proprio apparato lessicale estraneo alle legislazioni nazionali coinvolte. Uno dei più importanti giuristi italiani, Francesco Galgano, ha mostrato che la questione riguarda il delicato equilibrio del diritto internazionale, perché le aziende, per lo più americane, si preoccupano di

“realizzare l’unità del diritto entro l’unità dei mercati. L’uniformità internazionale di questi modelli è, per le imprese che li praticano, un valore sommo. Basti questa testimonianza: le case madri delle multinazionali trasmettono alle società figlie operanti nei sei continenti le condizioni generali predisposte per i contratti da concludere, accompagnate da una tassativa raccomandazione, che i testi contrattuali ricevano una pura e semplice trasposizione linguistica, senza alcun adattamento, neppure concettuale, ai diritti nazionali dei singoli Stati; ciò che potrebbe compromettere la loro uniformità internazionale”.

[Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153]

In questo modo, parole come leasing, franchising o performance bond si propagano intoccabili in tutto il mondo.
Alessandro Gilioli, nel ricostruire l’affermarsi della parola leasing, ha osservato che

“si tratta di un contratto atipico largamente presente, sulla base dei modelli americani, in Italia, che al momento della sua introduzione, a metà degli anni Sessanta, veniva utilizzato riportando la dicitura straniera o tradotto correntemente con l’espressione ‘locazione finanziaria’, ma anche con altre locuzioni”.

[Alessandro Gilioli, “Anglicismi nel linguaggio giuridico italiano: il caso leasing”, dalla rivista online Italogramma, vol. 7, 2014, p. 3]

Oggi è utilizzato nella giurisprudenza e nel linguaggio comune senza più spiegazioni né virgolette. Tra gli altri anglicismi che non appartengono al nostro ordinamento, ma sono largamente usati in ambito giuridico, ci sono anche

franchising, factoring, joint venture, marketing, licensing, trust, performance bond, know-how, incoterms, merchandising, common law, civil law, buyer, competitor, consumer, delivery, welfare state, authority, devolution, spending review.”

[Ivi, p.1]

Ma ne esistono altri ancora, come antitrust, o dumping, e accanto a questi “internazionalismi forzati” ce ne sono poi molti che arrivano per altre vie, soprattutto dai mezzi di informazione che li propagano senza traduzioni e alternative fino a che non entrano nel linguaggio comune e, da qui, a quello della giurisprudenza. Tra questi segnalo grooming, stalking e mobbing.

Grooming
Possiede anche un’accezione diversa che riguarda l’etologia (indica lo “spidocchiamento” reciproco delle scimmie), ma di recente ha finito per indicare l’adescamento di minori attraverso la Rete, dove è facile camuffarsi dietro l’anonimato e mettere in pratica manipolazioni psicologiche che puntano ad approcci (e abusi) sessuali.

Stalking
A proposito di grooming e di stalking si sono espressi anche esponenti dell’accademia della Crusca, che hanno sottolineato i corrispettivi adescamento e persecuzione, riconoscendo che l’introduzione di queste parole è sicuramente dovuta anche alla

“funzione di indirizzo legislativo svolta dall’Unione Europea”, dato che il termine circola nella convezione di Lanzarote già dal 2007, a proposito della protezione dei minori.

[Matilde Paoli, “Grooming? Chiamiamolo adescamento (di minori in rete)!”, Redazione Consulenza Linguistica Accademia della Crusca, 27 giugno 2014]

Ma fino a che punto è reale la “favola” degli internazionalismi? È vero che certi termini penetrano nei linguaggi nazionali dall’inglese, lingua franca della Comunità Europea, ma non è vero che siano usati da tutti con la stessa frequenza e senza alternative come da noi.

Ho provato a fare qualche ricerca in proposito, e stalking si ritrova in Germania, ma non per esempio in Spagna (la Wikipedia spagnola rimanda alla voce acoso físico) e in Francia (non presente su Wikipedia). In queste due lingue le occorrenze della parola sono praticamente nulle nei grafici di Ngram, al contrario dell’italiano dove dal 2000 sono molto alte. E non perché lo stalking non sia un problema anche all’estero, ma perché per definirlo si usa la lingua nazionale, non si ricorre all’inglese, che non è affatto sempre la lingua sovranazionale.

stalking
Fonte: Ngram. Periodo di riferimento: 1995-2008. La frequenza della parola stalking nei corpus italiano, francese e spagnolo. Come si può notare, da noi il termine diventa popolare dopo il 2003, mentre in Francia e Spagna non è quasi rintracciabile.

 

 

Attraverso gli archivi storici de La Stampa (che li ha messi a disposizione in modo gratuito dal 1867 ed è uno degli strumenti più preziosi per fare questo tipo di ricerche) ho provato a risalire alla prima comparsa del termine. La prima volta è stata nel 1995 in un articolo dall’estero, in un’espressione inglese virgolettata: “‘Stalking horses’, un nome che la politica ha preso dall’arte venatoria e che descrive il cavallo dietro il quale si nasconde il cacciatore” (Mario Ciriello, “Un giuda per Major”, La Stampa, 27 giugno 1995, p. 10), e ricorre anche nei palinsesti televisivi di Videomusic che trasmetteva Due poliziotti a Palm Beach (Silk Stalkings). Ma dopo queste prime apparizioni occasionali, nel 2002 entra definitivamente nella cronaca:

“Negli Stati Uniti si chiama ‘Stalking’, ovvero, in termini strettamente giuridici ‘sindrome del molestatore assillante’. Letteralmente significa ‘fare la posta’ e viene utilizzato per indicare un comportamento ossessivo, fatto di pedinamenti, continui tentativi di contatto, telefonate ossessive. È tipico degli amanti respinti, dei fidanzati lasciati. E oltreoceano è considerato un reato vero e proprio”.

[Silvano Rubino, “Quando l’ex non si rassegna”, La Stampa, venerdì 5 luglio 2002, p. 5]

Dai giornali alla lingua comune il passo è breve, e così la parola finisce poi nei dizionari e, visto che si tratta di un reato, non può che coinvolgere la lingua di magistrati, avvocati e istituzioni. Un decreto legge del 2009 amplia così il concetto dei più vecchi reati di “atti persecutori” e inasprisce le pene per questo genere di episodi. Anche se nella legge non è contenuta la parola stalking, nelle sentenze e nella giurisprudenza si diffonde.

Mobbing
Anche il termine mobbing in Francia non ha preso piede, mentre in Spagna è entrato solo dopo il 2000, ma cercandolo sulla Wikipedia non esiste: si viene rimbalzati alla voce acoso laboral (o acoso moral en el trabajo).

mobbing
Fonte: Ngram. Periodo di riferimento: 1995-2008. La frequenza della parola mobbing nei corpus italiano, spagnolo e francese. Il termine diventa popolare da noi alla fine degli anni Novanta, mentre in Francia non si usa, e in Spagna si è diffuso più moderatamente solo dal Duemila.

A dire il vero mobbing non è un vero e proprio internazionalismo, nei Paesi anglosassoni non è molto in voga e si usano preferibilmente altre espressioni come victimization, persecution, harasament, workplace bullying (bullismo sul lavoro), oppure si parla meno tecnicamente di abuse e intimidation. Mobbing, infatti, è stato coniato negli anni Settanta dall’etologo Konrad Lorenz per descrivere l’atteggiamento aggressivo con cui alcuni animali escludono un membro dal gruppo. Ed è questa l’accezione principale. Da noi, al contrario, fa la sua comparsa negli anni Novanta, e su La Stampa il primo articolo dedicato al fenomeno è del 1993:

“In Italia dilaga da tempo. (…) Il nuovo fenomeno si chiama ‘mobbing’. Nel mirino anche le donne”.

[La Stampa, 5 giugno 1993, Pier Paolo Luciano, p. 37]

Sei anni dopo, nel 1999, il Tribunale di Torino riconosce per la prima volta le ragioni di una donna vittima dell’aggressione alla propria sfera psichica di lavoratrice, facendo riferimento proprio al fenomeno noto come mobbing:

Tribunale di Torino sent. del 16.11.1999, Giudice Ciocchetti- Erriquez C. Ergom. “Dipendente molestato dal diretto superiore con frasi offensive ed incivili – Postazione di lavoro angusta – Negazione di contatti con i colleghi – Configurabilità di tali comportamenti come mobbing – Danno psichico temporaneo – Risarcibilità ai sensi dell’art. 2087 c.c. e art. 32 Cost.”.

Da quella data in poi si troverà sempre più nei disegni di legge, nelle sentenze e negli atti della Gazzetta Ufficiale, oltre che nel parlare della gente.