“L’assalto senza fondo alla lingua italiana”

Una voce autorevole e fuori dal coro si è fatta sentire lo scorso 16 maggio dalle pagine de Il fatto quotidiano. In un pezzo intitolato “Insidiarsi, schernirsi ed essere afferrati. L’assalto senza fondo alla lingua italiana”, Nando Dalla Chiesa ha denunciato una “guerra invisibile” che è in corso “con grande dispendio di mezzi”, uno stillicidio dilagante che avviene senza spargimenti di sangue, perché l’aggredito è l’italiano.

Cito le sue parole:

L’esercito che attacca è numeroso ma composto da unità agilissime, che si muovono d’istinto, per spirito dei tempi. Si mimetizza dietro titoli di studio superiori, l’ignoranza colta è la sua bandiera. È una guerra di posizione, a pensarci, dove le sortite dalle trincee non sono però mai seguite da arretramenti. Una volta che l’attacco è partito va poi avanti indefessamente, senza che nessuno possa o voglia fermarlo. Né ci sono alleanze o patti sovranazionali che ti possano aiutare. Perché l’aggressione, appunto, nasce dentro i confini. (…) Non si pensi però questa guerra singolare possa contare poche conquiste. Da qualche tempo le truppe dell’ignoranza colta stanno espugnando una roccaforte dopo l’altra.
È così che da almeno un paio d’anni si fa largo tra i giovani più altamente istruiti, quelli capaci di dire “euristico” e “controintuitivo”, l’insidia suprema: usare, appunto, “insidiarsi” per “insediarsi”. Gli americani si erano “insidiati” in Afghanistan, i clan calabresi si sono insidiati in Emilia e in Lombardia, la finanza cinese si insidia nel mondo del calcio. Il grottesco non viene nemmeno percepito dagli oratori o dagli scrittori. Che volte anzi, affettando eleganza oratoria, ti sbattono l’orrore in faccia già ad inizio di discorso. Senza parlare del delicato, timido “schermirsi”, che – perso ogni pudore – diventa (un giorno ben due volte sullo stesso quotidiano) “schernirsi”. E l’esperta di libri che ti confessa di non essere “afferrata” in materia? Sulle prime non ci credi. Poi si ripete
.

Si potrebbero aggiungere molti altri errori che nascono da un uso dell’italiano a orecchio senza cognizione di causa. Personalmente mi è capitato più di una volta di imbattermi nell’incapacità di distinguere tra “non c’entra” (non è inerente) e “non centra” (come fosse centrare un bersaglio), e non tra fasce di persone di bassa istruzione, bensì tra gli studenti diplomati o laureati che frequentano le scuole di scrittura creativa e “storytelling”, dunque una platea selezionata che dovrebbe essere di fascia alta. Spesso gli studenti di questo tipo, non certo privi di cultura, hanno però problemi con gli accenti e gli apostrofi e non controllano parole di altissima frequenza e di base come le voci dei verbi dare e fare (scrivono “fa” con l’accento o egli “dà” senza, ignorano che all’imperativo si usa invece l’apostrofo, “fa’”) e via dicendo.

Senza alcun purismo e rimpianto per i bei tempi andati – quando queste basi erano fornite in modo abbastanza solido dalla scuola primaria, oltre che secondaria – il punto è che simili strafalcioni circolano non di rado non solo tra i laureati, ma persino sui giornali, comunicati stampa, tesi di laurea, siti…
Nando Dalla Chiesa conclude il suo pezzo sventolando bandiera bianca davanti a questa “ignoranza colta” che pare essere “spirito dei tempi”, e si stupisce con amarezza per l’assenza di reazioni e di indignazioni davanti a tanto scempio:

Ti chiedi come mai nessuno metta un argine, eriga una linea Maginot. Come mai non si formino battaglioni di volontari in difesa della vittima, la Lingua, che ha pur sempre un valore storico e collettivo.

Come mai? Perché?

È lo stesso interrogativo che ricorre ogni volta, davanti alla regressione dell’italiano.
Ritornano in mente le parole di Draghi: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” E l’accostamento tra lo sfascio dell’italiano e gli anglicismi non è affatto casuale.

Nelle sue sacrosante analisi sociologiche Nando Dalla Chiesa punta il dito su un assalto alla lingua che è tutto interno. Ma per dare una risposta al suo “come mai?” bisogna guardare anche all’assalto che arriva dall’esterno.

L’assalto dall’esterno: l’italiano di fronte alla globalizzazione linguistica

Il disegno di fare dell’inglese la lingua planetaria è un progetto politico ed economico (dagli introiti incalcolabili) sollecitato, promosso e finanziato dall’esterno, che stiamo agevolando dall’interno anche se non ci conviene affatto.
L’assalto alla nostra lingua nasce anche dal voler fare dell’inglese la lingua della formazione universitaria, della scienza, del lavoro, dal suo essere diventato un obbligo (e non una scelta) nella scuola di base, un requisito per l’assunzione nella pubblica amministrazione (riforma Madia), la lingua obbligatoria per la presentazione dei progetti di ricerca italiani (i Prin e i Fis)… mentre allo stesso tempo assistiamo all’estromissione dell’italiano come lingua di lavoro in Europa.
Le fragilità tutte interne dell’italiano nascono da tutto ciò, e su questo processo si innestano le pressioni esterne dell’inglese inernazionale, dell’espansione delle multinazionali, della terminologia tecnica nel solo inglese… e tra strafalcioni, anglicismi e pseudoanglicismi che ci inventiamo da soli la combinazione di queste due pressioni è micidiale.


Nando Dalla Chiesa depreca infastidito l’uso di “finalizzare” nel nuovo significato di “concludere”, invece che “dare un finalità”, un vezzo che è partito dall’ambito sportivo, dove qualche telecronista ha cominciato a usarlo al posto di tirare in porta o segnare una rete, ma che poi si è allargato fuori da questo ambito e si ritrova addirittura tra gli accademici (“non ho finalizzato il rapporto di ricerca”) o nell’editoria. Questo uso era già registrato nel dizionario storico di Battaglia e attestato nel De Sanctis, ma era definito “raro”. Se oggi dilaga è proprio per l’interferenza dell’inglese “to finalize” che ha questa accezione. La stessa interferenza che ci porta a dire “impattare” invece che “incidere”, un altro uso che infastidisce Dalla Chiesa, ma che ancora una volta deriva dall’inglese “to impact”.

Nel distinguere gli errori oggettivi (insediarsi e insidiare) da questi ultimi slittamenti di significato delle parole che – per quanto possano essere fastidiosi – sono un fenomeno normale nella storia delle lingue, per loro natura mutevoli, il punto è che l’assalto all’italiano è l’altra faccia della medaglia dell’idolatria dell’inglese planetario, il globalese. È per questo che l’italiano va alla deriva, perché non è più in primo piano. La nuova classe dirigente è figlia dell’anglocentrismo più totale, dalla politica alla cultura, e dunque l’italiano si abbandona perché non è più al centro di questi processi, a partire dalla scuola e dalla formazione, per finire con il linguaggio mediatico. La mancanza di indignazione di fronte allo sfregio della nostra lingua nasce da un disinteresse connesso al servilismo davanti all’inglese considerato il fulcro della nuova cultura.

La linea di Maginot dovrebbe essere oggi eretta a difesa dello tsunami anglicus, l’effetto collaterale dell’inglese internazionale, della globalizzazione linguistica, della riconcettualizzazione della nostra storia in chiave anglocentrica che avviene con il linguaggio dell’anglosfera. L’anglicizzazione della nostra lingua germoglia proprio perché trova un terreno fertile nel panorama desolante di una classe dirigente che ha problemi con l’italiano perché guarda solo al globalese, e invece di comprendere che entra in conflitto con le lingue locali e le minaccia, lo considera il nuovo totem e il nuovo modello culturale, anche linguistico, destinato a schiacciare la nostra lingua. Siamo di fronte a un cambio di paradigma in cui rischiamo di fare la fine degli Etruschi, fagocitati, senza guerre, dalla romanizzazione e assimilati fino a scomparire.

Prese di posizione come quelle di Nando Dalla Chiesa sono preziose per provare a innescare almeno un dibattito che attualmente non si vede nella nostra intellighenzia che guarda solo alla nuova cultura dell’inglese, la causa principale dell’abbandono dell’italiano.

PS
Da anni scrivo a tutte le persone influenti che esternano preoccupazioni per la nostra lingua, o che la distruggono introducendo anglicismi fuori luogo. A parte la petizione a Mattarella, ho scritto a Draghi, a Di Maio, a Franceschini, a Nanni Moretti, a Elio (delle Storie tese), a Riccardo Muti…

Nessuno mi ha mai risposto.
Non potevo non scrivere le parole di questo articolo anche a Nando Dalla Chiesa, ma questa volta un riscontro è arrivato:
Sono del tutto d’accordo con Lei. Non devo dire altro.

Dall’italiano all’inglese: il collasso della lingua del lavoro

Alla vigilia del Primo maggio, Massimo Gramellini, nella sua rubrica “Buonasera” su Rai 3, ha ripreso il caso della dipendente di Amazon che era stata licenziata per essersi soffermata troppo a lungo in bagno, una decisione che ha fatto notizia e che l’Ispettorato del lavoro ha poi annullato. L’editorialista del Corriere ha deprecato duramente il modello anglosassone che sta sottoponendo i lavoratori al controllo degli algoritmi con modalità disumane che ricordano quelle di Tempi Moderni di Charlie Chaplin, e sono concettualmente molto più vicine alle tanto biasimate condizioni di lavoro dei cinesi, che non alle nostre. E ha concluso il suo pezzo con un appello per tornare a un modello di lavoro europeo basato sullo stato sociale, una bella espressione italiana che non vale la pena di sostituire con welfare, per molte ragioni che, più che con la lingua, hanno a che fare con una diversa concezione del mondo che stiamo smarrendo nella nostra americanizzazione sociale e politica.

Quello su cui dovremmo riflettere è che il problema degli anglicismi e dell‘itanglese è solo l’effetto collaterale di questo processo, che fuori dal lavoro è sempre più pervasivo in ogni ambito, dalla sanità all’istruzione, dalla politica ai fenomeni di costume più marginali.

Le mansioni di lavoro in inglese

Gramellini ha raccontato che Elisa è stata assunta con la mansione di “associated”, una parola che definisce gli addetti di base senza mansioni specifiche, che si potrebbe tradurre con “l’ultima ruota del carro”, dietro l’edulcorazione di questi anglicismi. Ogni mattina, appena entra nel magazzino mostra il suo “QR code” – naturalmente pronunciato in inglese visto che “codice Qr” non fa parte dell’italiano – con cui il sistema traccia i ritmi della sua attività che, come tutto il resto, ha un nome in inglese ed è definita “outbound”. Consiste nel sistemare dentro i pacchi gli oggetti che un altro “associated” le porge dalla fessura della gabbia in cui è rinchiusa. Se si guardano le mansioni e i nomi delle figure professionali di Amazon sono tutti di questo tipo; ci sono gli addetti al “picking”, cioè i “picker” incaricati di prelevare e raggruppare i prodotti che formano l’ordine, o gli “stower” che recuperano la merce per riporla in una cella della torre e così via.

Elisa ha un minuto per eseguire la sua confezione, in modo da sfornare 60 pacchi all’ora. Se va in bagno lo deve comunicare al responsabile perché sia sostituita e la catena di imballaggio non si interrompa. Se durante l’arco della giornata questo ritmo rallenta, si avvicina immediatamente un “instructor”, le cui mansioni evocano forse a qualcuno quelle della parola tedesca “kapò”, che le impartisce un breve “coatching” motivazionale per fare in modo che si dia una svegliata.

In questo scenario d’altri tempi che sta tornando a essere la norma di molte realtà lavorative, dai “call center” ai “rider” del mondo del “delivery”, anche l’imposizione della nomenclatura in inglese fa parte dell’alienazione e del controllo che viene introdotto. Le multinazionali che si espandono lo fanno esportando e imponendo la propria lingua, insieme alle proprie pratiche, in una distruzione totale delle nostre radici. E ciò avviene a ogni livello della catena, dai subalterni più infimi ai più alti dirigenti, i “top manager” che ostentano l’itanglese con fierezza e come fosse il necessario linguaggio di settore che il mondo del lavoro allo stesso tempo richiede e impone.

Passando alle mansioni contrattuali di un’altra simpatica multinazionale, per comprendere cosa sta accadendo basta scorrere quelle di MacDonald’s che nelle sue succursali italiane esporta figure come i crew (ma anche i crew-delivery o i crew-trainer) o i guest experience leader e swing assistant (anche detti training manager).

Questi sono solo due esempi di “normalità”, perché il mondo del lavoro è ormai tutto così. E nel caso delle multinazionali l’itanglese non riguarda più la comunicazione e le scelte sociolinguistiche che entrano in gioco nel parlare, è entrato ufficialmente e istituzionalmente nella contrattualistica.

Negli anni Novanta un giurista del calibro di Francesco Galgano aveva analizzato il radicarsi di parole come “leasing” o “franchising” nella giurisprudenza, mostrando che si affermano in tutto il mondo per precise disposizioni delle case madri statunitensi che impongono alle filiali la propria terminologia. Queste tassative raccomandazioni di non tradurre e adattare il meno possibile i concetti del proprio diritto in quelli delle lingue locali serve a mantenere la loro uniformità internazionale e le protegge da ogni possibile conflitto con gli ordinamenti giuridici dei singoli Paesi. (Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153). Questa volontà è in linea con quella più generale con cui gli Stati Uniti tentano in ogni modo di estendere la validità delle proprie leggi anche al di fuori dei propri confini nazionali in altri ambiti. Certe conseguenze politiche o militari sono sotto gli occhi di tutti, quelle linguistiche portano a far sì che “leasing” abbia la meglio per esempio sul nostro concetto di “locazione finanziaria”, e poi esca dal suo ambito grazie allo stesso linguaggio usato dal braccio armato delle multinazionali: la pubblicità – anzi l’advertising – che estende l’inglese planetario al linguaggio comune. Dunque ci offrono le automobili in “leasing” e ci invitano ad aprire la nostra attività in “franchising” con loro, portando alla regressione di un’espressione come “catena di negozi”.

Nel 2014, Alessandro Gilioli (“Anglicismi nel linguaggio giuridico italiano: il caso leasing”, Italogramma, vol. 7, 2014, p. 3) ha notato che questo meccanismo di propagazione si ritrova uguale in una miriade di altre espressioni, come joint venture, merchandising, authority, buyer, consumer, delivery, welfare state

Da allora la situazione si è ulteriormente allargata e sta diventando sempre più profonda: questo meccanismo non solo causa l’itanglese, ma finisce per mettere a rischio la lingua italiana in modo ben più grave, perché la nuova frontiera di questa espansione mira a cancellare totalmente l’italiano dalla contrattualistica per sostituirlo con il solo inglese.

I contratti di lavoro in inglese e altri pericolosi precedenti

Giorgio Cantoni, il fondatore di Italofonia, è un dipendente di una multinazionale statunitense che conosce bene queste realtà e in un articolo sul sito Campagna per salvare l’italiano ha denunciato questa nuova invadenza dell’inglese che si allarga uscendo dalla nomenclatura delle figure professionali, delle cariche, delle funzioni e delle procedure produttive per coinvolgere anche i contratti:

Diverse aziende, spesso succursali italiane di multinazionali statunitensi, hanno preso l’abitudine di stilare i contratti di lavoro dei propri dipendenti italiani assunti per operare sul mercato italiano, esclusivamente in inglese. Naturalmente un inglese giuridico-legale, dalla cui comprensione dipendono però le vostre mansioni, le regole da rispettare, le clausole che comportano penali, l’inquadramento, la retribuzioni e altri aspetti cruciali. Ma nulla a quanto pare obbliga l’azienda a fornirvi una copia nella vostra lingua, anche se siete assunti nel vostro Paese e qui eserciterete i vostri compiti.”

In Francia una cosa del genere non sarebbe legale, perché ogni azienda che si stabilisce nel territorio francese è obbligata a tradurre tutti i contratti e i documenti, incluso il logiciel, cioè i programmi informatici che loro non chiamano affatto software, e chi non si è adeguato ha ricevuto salate sanzioni.

In qualunque Paese civile, sovrano e non colonizzato, dovrebbe essere così. La nostra classe politica dovrebbe impedire queste cose, se non fossimo una sorta di “Bieloamerica” incapace di distaccarci dalla voce del padrone sotto ogni aspetto. Perché queste prassi costituiscono dei pericolosissimi precedenti, e loro conseguenze portano anche a sovrapposizioni e aree grigie altrettanto pericolose.

Su alcuni luoghi di lavoro – continua Giorgio Cantoni – la maggior parte dei corsi sulla sicurezza vengono erogati in inglese, magari perché il materiale è prodotto in una sede centrale negli Stati Uniti o a Londra, e per l’azienda è più pratico non creare versioni in altre lingue. Il massimo che lo Stato italiano potrebbe richiedere loro è di farvi firmare un modulo in cui dichiarate di aver compreso tutti i contenuti somministrati in inglese e di non aver bisogno di una traduzione in lingua italiana. E vorrei vedere quale dipendente avrebbe il coraggio di non firmarlo, anche se non avesse capito nulla.

La mancata comprensione delle norme di sicurezza mette a rischio la salute dei lavoratori, e può contribuire all’aumento delle morti bianche. Intanto, sul piano linguistico della morte dell’italiano, poiché l’inglese è ormai diventato un obbligo nel mondo del lavoro, sancito dalla Riforma Madia, per esempio, come requisito per l’assunzione nella pubblica amministrazione italiana, lo scenario del futuro potrebbe essere anche peggiore, a proposito di questo genere di multinazionali.

Giorgio Cantoni riferisce di un caso che ha potuto esperire di persona: un’azienda “dove il datore di lavoro obbliga il personale, per la maggioranza italiano, a comunicare sempre in inglese, in ufficio, durante l’orario di lavoro. Solo le pause sono escluse… così invece che fumare di nascosto nei bagni o alla finestra, qualcuno sfrutterà i minuti di pausa per fare una cosa ancora più proibita: parlare nella propria lingua!”

L’emulazione tutta interna della colonia Italia

La cosa allucinante è che questo disegno suicida non è determinato solo dall’espansione delle multinazionali, che perseguono i propri interessi, ma è emulato sempre più anche dalle realtà italiane. Quando l’inglese diventa la lingua superiore, e quando l’italiano non sa più esprimere il contemporaneo se non attraverso gli anglicismi che vengono introdotti da una classe dirigente in preda a un complesso di inferiorità che la rende ormai incapace di usare la propria lingua, la conseguenza è che gli addetti ai lavori si rivolgano a questo modo – il solo che ormai concepiscono e conoscono – anche ai cittadini.
E così Italo ha introdotto a figura del “train manger” al posto del “capotreno” non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma anche nei contratti di lavoro, mentre in un’accademia dove mi capita di insegnare la comunicazione ufficiale mi invita a partecipare alle riunioni di “faculty” invece che di “facoltà” e si stupisce delle mie rimostranze di cui non comprende nemmeno il senso. Oppure il comune di Roma, nella sezione #RomaInnovation del suo sito istituzionale, lancia la piattaforma Citizen Wallet – l’altra “faccia della medaglia del piano Roma Smart City” – attraverso il servizio “tap&go di Atac” per incentivare “i comportamenti virtuosi messi in atto dai city user” per il miglioramento della sostenibilità ambientale e per la distruzione della sostenibilità della nostra lingua. Infatti la Casa Digitale del Cittadino che eroga il “borsellino elettronico (wallet)” è denominata “My Rhome” (grazie ad Alberto Bertelli per la segnalazione).

Tutto ciò sta portando al collasso dell’italiano, e non solo nel mondo del lavoro.

Il collasso di ambito

Il “collasso di ambito” è un concetto di cui ha parlato il linguista australiano Joe Lo Bianco, dell’Università di Melbourne, che chiama così il caso in cui una lingua cessa di adattarsi ai cambiamenti in un determinato ambito fino a perdere la capacità di esprimerlo in modo efficace. Ciò è avvenuto per esempio nella lingua svedese quando negli anni Novanta hanno deciso di erogare la formazione universitaria solo in inglese. Il risultato è stato “l’allarme pubblico e l’agitazione per rafforzare la posizione e la sicurezza dello svedese come lingua nazionale con l’intera gamma di usi sociali e intellettuali” (Joe Lo Bianco, “Language, Place and Learning”, PASCAL International Observatory, 2007).

Mentre in Svezia ci hanno ripensato ritenendo questa scelta dannosa (lo stesso danno denunciato in Olanda da Annette De Groot che ha spiegato il concetto del “bilinguismo squilibrato” e dell’inglese sottrattivo), in Italia abbiamo da poco deciso di perseguire questa strada suicida con l’anglificazione dell’università e più in generale della formazione, che prepara le nuove generazioni al futuro mondo del lavoro fatto di inglese e di itanglese in un abbandono dell’italiano che lo renderà sempre più simile a un dialetto. Così il cerchio si chiude.

PS: scopri le tre piccole differenze

Chi mette in discussione l’itanglese e chi non pensa che siamo in presenza di un collasso di ambito (ma anche chi abitualmente fa acquisti su Amazon) farebbe bene a guardare questo sito che riporta le offerte di lavoro di Amazon.
Per facilitare la lettura le copio-incollo per intero di seguito (le mansioni espresse in italiano sono 3, chi riuscirà a trovarle?).

OFFERTE DI LAVORO A MILANO
Associate Account Manager Amazon Business;
Sr. Customer Experience manager, Last Mile Delivery Experience;
Sr Agency Partnerships Manager;
DevOps Architect, Global Financial Services, Professional Services;
Sr. Strategic Vendor Manager, Last Mile GFP Europe;
Senior Vendor Manager – Amazon Fresh;
Sr. Program Manager, Trustworthy Shopping Experience;
Technical Program Manager II, EUCF ACES EThOS;
Fashion Deals Ops Specialist, 3P SL Promotions;
Senior Engagement Manager, Professional Services;
Regulatory Counsel, WW Ops , EU Ops Legal;
Associate Account Manager Amazon Business;
Senior Team Lead, Amazon Vendor Services, Fashion;
Sales Account Manager;
Global Category Manager – Category Sourcing Manager;
Manager, EU DSP Planning;
Telco Principal Solutions Architect;
Business Analyst;
Employee Relations Manager;
Onboarding Recruitment Coordinator, Student Programs;
Sr. Vendor Manager Furniture;
Creative Agency Strategist, Campaign & Creative Management;
Front End Engineer, AWS Resource Management;
Senior Front End Engineer, AWS Resource Management;
Marketing Program Manager;
Software Development Engineer, Robotics Advanced Technology Europe;
HR Business Partner;
Senior HR Business Partner;
Program Manager, Amazon Fresh;
Enterprise Account Manager SME, Enterprise;
Head of Vertical Sales;
Sr. Product Manager Heavy & Bulky Italy and Spain;
Applied Scientist, Network Process Optimization;
Performance Engineering Mgr., Innovation & Design Eng.;
Network Business and Vendor Developer;
Sr. Marketing Manager Italy, Amazon Ads, Amazon Ads;
Real Estate Asset Manager – Italy;
Sr Program Manager, Selection, Amazon Fresh & 3P Grocery Delivery;
Customer Delivery Architect, Global Financial Services;
Telco Principal Solutions Architect;
Partner Technical Trainer, Partner Training;
Snr Product Marketing Manager, F3 Central Marketing;
Italy Sales Leader, Microsoft Platform, Microsoft Sales Specialist, WWSO;
Design Technologist;
Principal Product Manager EU Vendor’s Experience;
Data Center Security Manager;
HR Regional Partner;
Italy Content Analysis Senior Manager, Amazon Studios Local Originals;
Senior Program Manager, Acquisition;
Business Intelligence Engineer;
Data Scientist Intern;
Marketing Manager;
Account Executive;
Customer Delivery Architecy, Professional Services;
Senior Program Manager, Fulfillment Acceleration, EU DF;
Product Support Engineer, Emerging Tech Services;
Sr Software Development Engineer, Amazon Books;
Internal Recruiter.

OFFERTE DI LAVORO A ROMA
Territory Account Manager – Public Sector;
Senior Front End Engineer, AWS Resource Management;
AWS Recruiter;
Audit, Risk and Compliance Manager;
Transportation Audit, Risk and Compliance Manager;
AWS – Lead Development Representative Italy;
Security Tooling Engineer;
Senior Penetration Testing Engineer, Security Verification and Validation Team;
Penetration Testing Engineer.

ALTRE SEDI
Senior Software Development Engineer, Redshift Berlin – Cagliari;
Costumer Service Delivery Station Liaison (DSL) – Alessandria;
Graduate Area manager – Passo Corese (RIETI);
Site Controller, Customer Fulfillment Finance – Agognate (Novara);
HR Business Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
HR Assistant – Palermo;
Inventory Control and Quality Assurance Escalation specialist – Colleferro (Roma);
Specialista Sicurezza sul Lavoro – Cividate al Piano (Bergamo), Rovigo, San Salvo (Chieti);
Reliability Maintenance Engineering Area Manager – Calenzano (Firenze);
Health and Safety Manager – Passo Corese (Rieti);
Team Lead Operations – Trento;
Software Developer Engineer, Alexa AI Natural Understanding – Torino;
Senior Program Manager – Security and Loss Prevention, EMEA Surface Transportation
Programs Implementation – Castel San Giovanni (Piacenza);
Receptionist (L.68/99) – Cividate al Piano (Bergamo);
Reliability Maintenance Engineering Planner – Cividate al Piano (Bergamo);
Specialista Sicurezza sul Lavoro, EU Sort WHS – Casirate d’Adda (Bergamo);
Travel Coordinator, Launch Support Team – Casirate d’Adda (Bergamo);
Loss Prevention Specialist – Passo Corese (Rieti), Agognate (Novara);
Supervisore Squadra di Manutenzione – Colleferro (Roma);
3PL Area Manager, 3PL team – Soccorso (Perugia), Genova, Bitonto (Bari);
Receptionist – Colleferro (Roma);
Italian Data Linguist – Torino;
Software Development Engineer, Elastic Graphics – Asti, Cagliari;
Senior HR Business Partner – Calenzano (Firenze), Padova, Bologna, Venezia, San Giovanni Teatino (Chieti);
Regional Program Manager, Community Operations – Firenze, Grugliasco (Torino);
Regional Specialist, Community Operations – Udine;
HR Business Partner – Castel San Giovanni (Piacenza);
Senior HR Manager Warehousing – Cividate al Piano (Bergamo);
ICQA Escalation specialist – San Salvo (Chieti);
HR Associate Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
Air Gateway Manager, Air Ground OPS – Castel San Giovanni (Piacenza);
Senior HR Business Partner – Spilamberto (Modena);
Graduate HR Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
Manutentore industriale – Cividate al Piano (Bergamo);
Shift Manager AMZL, Amazon Logistics – Pisa;
ICQA Data Analyst – San Salvo (Chieti);
Trainer – Cividate al Piano (Bergamo);
Ops Lead – Spilamberto (Modena).

Le questioni linguistiche della guerra in Ucraina e l’anglificazione

Il mese scorso, nella trattativa diplomatica per risolvere il conflitto in Ucraina che Erdogan aveva rivolto a Putin, sul tavolo non c’era solo Kiev fuori dalla Nato e la questione della sovranità di Donbass, Crimea e territori occupati, ma anche la protezione della lingua russa. Perché le questioni linguistiche si intrecciano in modo inestricabile con quelle delle identità etniche, sociali e culturali, e fuori dalla miopia italiana, sono un fattore politico di primo piano quasi ovunque.

Le lingue dell’Ucraina

La lingua ucraina convive e si mescola con il russo in tutto il Paese, anche se esistono varie altre minoranze linguistiche. Secondo un censimento del 2001, i madrelingua ucraini sarebbero quasi il 70%, e i russofoni meno del 30%, un dato che non corrisponde all’etnia della popolazione rilevata dallo stesso censimento che registrava una percentuale russa ben superiore al 50%. E secondo un’indagine svolta dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev nel 2004, le due lingue si equivarrebbero nell’essere parlate tra le mura domestiche. La presenza del suržik, un misto di russo e ucraino parlato in molte regioni, rende ancora più difficile distinguere nettamente chi parla una o l’altra lingua.

La diffusione dei due idiomi non si può sovraporre con le realtà territoriali, è indelimitabile e sfumata.
Anche se il russo prevale in Crimea e nelle regioni orientali contese nel conflitto, a Ovest prevale l’ucraino in città come Leopoli, al centro il russo va per la maggiore soprattutto nelle aree urbane, come nella capitale Kiev, mentre l’ucraino è diffuso nelle campagne. In questa distribuzione a macchia di leopardo che include un largo bilinguismo, nonostante l’ucraino goda dello status di lingua ufficiale dal 1991, molti ucraini non lo conoscono. Lo stesso presidente Zelensky, russofono, durante la campagna elettorale del 2019 che lo ha eletto presidente, non sapeva parlare ucraino, anche se si era impegnato a farlo. Nel suo programma elettorale c’era invece la creazione di un portale in lingua russa destinato agli abitanti del Donbass per fare arrivare loro il punto di vista di Kiev.

Nel 2012, il governo Janukovych aveva introdotto un discusso concetto di “lingue regionali” che in alcune aree aveva portato al riconoscimento del russo come lingua della scuola e dell’amministrazione, al pari dell’ucraino. Ma tutto è stato spazzato via nel 2019 dal predecessore di Zelensky, Petro Poroshenko, con una legge sulla lingua (n° 5670-d) che toglieva al russo e alle altre lingue minoritarie lo stato giuridico di “lingue regionali” e ne limitava l’uso nella sfera pubblica.

Nell’attuale conflitto si combattono anche le questioni linguistiche accanto a quelle territoriali e politiche. E da anni è in atto una guerra della lingua che vede scontrarsi il progetto di una nuova ucrainizzazione contro quello della storica e secolare russificazione del Paese.

Ucrainizzazione e russificazione

Fino al 2013 il mercato editoriale ucraino era formato per il 75% da libri russi, ma nell’ultimo decennio la proporzione si è invertita a favore di quelli ucraini che prevalgono per numero di titoli ma anche per copie venute. Questa rinascita della letteratura ucraina, in ascesa sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo, è il risultato delle politiche linguistiche e anche di una guerra culturale che ha seguito la guerra di Crimea del 2014.

Il Consiglio Supremo ha sancito l’ucraino come lingua dello Stato, favorendolo e esaltandolo, e ha bandito il russo dal linguaggio istituzionale e ufficiale, mentre il Parlamento ha vietato i libri importati dalla Russia. Nel 2015 è uscito una sorta di “indice dei libri proibiti” che ne metteva ben 38 in una lista nera, in un clima di una più vasta “derussificazione” avviata dal nuovo governo filo-occidentale che ha soppresso persino il partito comunista locale. La legge dell’ex presidente Poroshenko prevede che i cittadini parlino ucraino (almeno in teoria), introduce un esame da superare per ottenere la cittadinanza, ed estromette il russo dai programmi formativi e scolastici. Anche le radio e le televisioni devono trasmettere in ucraino per il 90%, la stessa percentuale del cinema, con l’obbligo di sottotitoli ucraini nelle pellicole in russo.

Questo pacchetto di provvedimenti ha innescato un ampio dibattito, e il progetto di una deliberata “ucrainizzazione” era mal visto dalla popolazione russofona. La forte divisione tra le due culture che si scontrano è evidente soprattutto nelle aree che hanno proclamato la secessione dove, al contrario di quanto avviene nel Paese, dal 2020 hanno introdotto come unica lingua ufficiale il russo.

L’invasione da parte della Russia è avvenuta in questo clima, e anche se si sovrappone a una guerra che va avanti dal 2014, di cui si è parlato poco, ha oggi assunto un carattere globale.

Ma dal punto di vista linguistico, nel nuovo contesto che ha coinvolto il mondo intero, tra ucrainizzazione e russificazione è spuntato anche l’inglese.

L’anglificazione nella Prima guerra globale

Nella speranza che il conflitto non si trasformi nella Terza guerra mondiale, per ora sembra più una Prima guerra globale, e nella controversia linguistica tra ucrainizzazione e russificazione si sta insinuando anche il progetto dell’anglificazione, come avviene in tutto ciò che è legato alla globalizzazione.

Nella legge sulla lingua caratterizzata dai provvedimenti de-russificatori, è previsto che i siti Internet .ua debbano avere la pagina iniziale in ucraino – il che è linea con l’imposizione della lingua in tanti altri aspetti che riguardano l’ufficialità – ma è comparsa un’aggiunta molto curiosa: oppure in inglese o altra lingua ufficiale dell’Ue. In altre parole il russo è vietato, ma di fatto si apre all’inglese, anche se in teoria sarebbe possibile usare altre lingue ufficiali.

Il provvedimento si può interpretare come un’espressione del desiderio di far parte dell’Europa, ma quello che colpisce è che nel testo della legge 5670-d il russo è stato cancellato e non viene più nominato, mentre l’inglese è nominato per ben 18 volte!

Senza voler giustificare l’ingiustificabile – l’invasione dell’Ucraina è un crimine – il montante sentimento anti-russo, che Putin ha chiamato “isteria”, sull’onda dell’emotività sta valicando gli aspetti politici e bellici per allargarsi a quelli culturali e più generali.

In Italia ha fatto scalpore l’isteria dell’Università Bicocca di Milano che, qualche tempo fa, avrebbe voluto sopprimere una conferenza di Paolo Nori su Dostoevskij (avevo già parlato del suo libro in tempi non sospetti) in preda a un oscurantismo anti-russo rimangiato a causa delle polemiche, con un atteggiamento schizofrenico per cui il rimedio si è rivelato ancor più imbarazzante della decisione iniziale.

Naturalmente per chi è sotto le bombe questo sentimento anti-russo è più che comprensibile, da un punto di vista emotivo.

In un articolo sull’Huffingtonpost si può leggere una dichiarazione di Olena, una donna ucraina, che urla il suo sfogo:

Sono nata e cresciuta a Donetsk. Ho parlato russo per tutta la vita. Ora sono letteralmente nauseata da qualsiasi cosa che sia russa: cultura russa, balletto russo, lingua russa, musei russi. Che vada all’inferno. Ecco da dove viene tutto ciò che è russo. Adesso parlo ucraino. O inglese.

Questo sentimento appartiene a molti, e pare che stia nascendo una sorta di rivolta culturale che implica l’abbandono del russo sulle piattaforme sociali e anche nella vita quotidiana, come segno di protesta, ma il riferimento all’inglese come simbolo dell’Occidente è una novità sui cui riflettere.

Per un ucraino di lingua russa, o per un politico come Zelensky che non padroneggia l’ucraino, la tentazione di rinnegare la propria identità linguistica e passare all’inglese sembra forte. Alla base c’è una mancata separazione e confusione tra i piani culturali e linguistici, da una parte, e quelli politici e bellici dall’altra. Si può benissimo condannare e combattere la guerra di Putin senza rinnegare la propria lingua e cultura, in teoria. Ma nella pratica quello che accade è che l’odio per l’invasore finisce per coinvolgere anche il piano linguistico.

Un simile sentimento è al centro del libro Ritorno a Berlino (Verna Carleton, Guanda 2017) in cui il protagonista, dopo il nazismo, aveva cambiato identità, si spacciava per americano e parlava in inglese celando le proprie origini germaniche e la propria lingua davanti al mondo:

Mi vergognavo di essere tedesco, mi vergognavo di appartenere a un paese che aveva tollerato l’esistenza di un regime tanto atroce. Non riuscivo ad affrontare la vita come Erich Dalbur. Come Eric Devon ho trovato il modo di stare a galla.

I segnali di apertura all’inglese sul piano interno dell’Ucraina, dove la “vergogna” nasce dal parlare la stessa lingua dell’invasore, si radicano attraverso il sentimento di voler appartenere all’Europa.
Filippo Mastroianni, in un articolo su Il Sole 24 ore ha scritto: “L’attenzione posta sull’inglese, citato ben diciotto volte nella legge (…) è l’indizio di una politica di più ampio respiro e di un progetto di collocazione europea che Kiev ha ormai imboccato.” Ma anche questo sentore è frutto di una confusione, perché l’inglese non è affatto la lingua dell’Europa, almeno sulla carta. Anche se in questa Prima guerra globale sta guadagnando terreno.

Jean-Luc Laffineur – il presidente dell’associazione Gem+ di Bruxelles che difende il multilinguismo e combatte la prassi surrettizia dell’inglese come lingua dell’Ue – nel bollettino del 31 marzo agli associati ha osservato:

Prima dell’invasione dell’Ucraina, la bandiera europea veniva sventolata accanto alle bandiere nazionali degli stati più filoeuropei anche se non è mai apparsa dietro le scrivanie di Orban o dei primi ministri polacchi. Tre giorni fa a Varsavia, la bandiera americana è stata innalzata accanto a quella polacca, la bandiera europea no. Prima dell’invasione dell’Ucraina, si parlava di allargamento dell’UE. Ora si parla di un allargamento della NATO alla Svezia e alla Finlandia. (…) Prima dell’invasione dell’Ucraina, monitoravamo attentamente la presidenza francese dell’UE per conteggiare il tempo che i dirigenti europei passavano a parlare in francese e in altre lingue. Da allora, abbiamo visto i leader sloveno, polacco e ceco recarsi, senza alcun mandato del Consiglio europeo, a Kiev per sostenere il presidente Zelenski e tenere una conferenza stampa improvvisata in inglese. (…) Non dimentichiamo che l’uso e la crescita di una lingua è legata al potere dello stato dominante. Aumentando la sua dipendenza economica e militare dagli Stati Uniti, l’UE sta di fatto facendo un ulteriore passo verso il vassallaggio politico all’alleato americano.

Questo “vassallaggio” dell’Europa verso la politica e la lingua degli Stati Uniti sta contribuendo all’affermarsi del globalese come lingua internazionale; ed ecco che anche in Ucraina viene percepito così, e accade che l’inglese diventi la lingua alleata dell’ucraino in funzione anti-russa, e che un presidente russofono come Zelensky che non sa parlare bene l’ucraino guardi all’inglese, esattamente come raccontava nell’intervista la cittadina ucraina Olena disposta ad abbandonare persino la propria identità.

Passando dal “vassallaggio” europeo a quello italiano, la novità è che Enrico Letta, segretario del PD, uno dei partiti più americanizzati e filoamericani d’Europa, dall’inizio del conflitto ha cominciato a cinguettare su Twitter in inglese con aforismi come questo:

How many #Bucha before we move to a full oil and gas Russia embargo? Time is over” (3 aprile).

A dire il vero ne ha fatti 2 o 3 anche in francese negli ultimi tempi, ma quelli in inglese al 24 marzo erano ben 14! E più che di multilinguismo bisognerebbe parlare di una comunicazione politica che comincia a dare i primi segnali di anglificazione per rivolgersi non solo agli altri politici europei in inglese, ma anche sul piano interno agli italiani, come fanno le pubblicità e le multinazionali d’oltreoceano. Questi primi segnali si sono visti anche con due cinguettii in inglese di Di Maio (27 febbraio e 2 marzo), due di Renzi (24 febbraio e 2 marzo) e uno di Calenda (25 marzo).

Accanto all’ucrainizzazione, alla russificazione e all’anglificazione dell’Europa, la de-italianificazione della nostra classe politica è sempre più evidente e si allarga.

Dantedì e Dantenò

Il venticinque marzo duemilaventieunpo’, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò linguisticamente poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Tra le news dei magazine, i post dei social e gli spot dei brand, riecheggiava il boom dell’escalation dell’itanglese. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche etimo Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. In bocca al Boccaccio le graphic novel nobilitavano le novelle; la Commedia di Dante, prendente la forma di black comedy, seguiva la divina sorte di “vino” nelle insegne dei Wine bar. Gli italiani bevevano whisky and soda senza più sentirsi disturbà.

Mentre il 25 marzo scorso ricorreva la terza edizione del Dantedì, lo stato della lingua italiana si potrebbe riassumere in questa libera reinterpretazione dell’incipit dei Fiori blu di Raymond Queneau. Il lessico storico di derivazione molto eterogenea – greca, latina, francese, araba… – si sta riempiendo di anglicismi crudi, e non adattati, che invece di “disturbarci” (come il whisky della canzone di Carosone) ci appagano e ci nutrono. Li facciamo nostri e li utilizziamo in modo sempre più sfrenato per riverniciare, o forse seppellire, i secolari substrati danteschi del nostro idioma.

Questo Dantedì mi pare sia proprio un’occasione mancata, volta al passato, che non ha nulla a che vedere con la valorizzazione dell’italiano, di cui non importa niente a nessuno. Leggere sui giornali le notizie che riguardano le iniziative del 2022 è sconfortante.

Dantedì venti ventidue (come si dice adesso)

A Ravenna, dove sorge la tomba di Dante, la rivista locale denominata tipicamente RavennaToday saluta l’iniziativa come “un weekend a tutto sprint” (e anche “sprintoso“) fatto di sagre, street food, musica live e mercatini che si declinano nel “Garage Sale che torna con le sue proposte vintage, workshop e truck food”.

In Campania hanno inaugurato per l’occasione la Dantedì artecard che offre ben “4 pass digitali” con agevolazioni per la visita di mostre e musei e un’app realizzata da Scabec, che la testata Sky tg24, nella sezione Lifestyle, definisce la società in-house della Regione Campania. La rivista Amica, dalla sezione Party People, spiega che gli abbonamenti valgono tre giorni, ma c’è anche la formula per tutto l’anno denominata 365 Lite, una versione speciale e limitata dell’abbonamento Gold.

Intanto il Ministero della Cultura, dalla sua home, ha pensato bene di organizzare un Public Speaking Dantedì, per commemorare l’italiano in itanglese.

Se guardiamo cosa accade tutto intorno al Dantedì, metaforicamente ma anche letteralmente in un articolo del Corriere che lo celebra, vediamo che la lingua del bel Paese dove ‘l sì suona è accerchiata dalla lingua dell’ok.

Quando una bella invenzione onomaturgica nata in un confronto tra Francesco Sabatini e il giornalista Paolo Di Stefano (che aveva più volte proposto di introdurre questa festa) si storpia nel Dante Day come fosse la cosa più naturale del mondo, significa che le celebrazioni dantesche si trasformano in una ricorrenza come il giorno dei morti, e non in un’occasione per rilanciare la nostra lingua.

Il tema dell’anglicizzazione non solo non viene affrontato, ma non viene nemmeno posto, in uno sfondo politico e culturale dove si dà per scontato che l’italiano contemporaneo coincida con l’itanglese, che allo stesso tempo viene negato, in modo schizofrenico, proprio da tanti che lo praticano con orgoglio.

Questo stesso miope presupposto sorregge l’idea di un Museo della Lingua italiana, annunciato come imminente proprio un anno fa, in occasione della ricorrenza dei 700 anni della morte del Sommo Poeta; ma adesso è stato procrastinato al 2022, e rischia di essere l’ennesima “franceschinata”, l’ennesimo progetto annunciato dal nostro ministro per i Beni Culturali destinato a fare la fine del portale VeryBello e forse del progetto ITsArt, che dopo nemmeno un anno dal suo lancio ha cambiato per la terza volta amministratore delegato e non si capisce ancora in che cosa consista concretamente. L’assenza di una politica linguistica, nel nostro Paese, produce solo queste cose.

Queste celebrazioni dell’italianità concepite in modo finto, inutile e superficiale finiscono per morire presto nello sperpero di fondi che potrebbero essere impiegati in modo più intelligente e costruttivo.

Il Dantenò: il 26 marzo finalmente anche la festa dell’itanglese!

Perché allora non affiancare al Dantedì una nuova bella festa dell’itanglese, per essere moderni e internazionali e per celebrare e ufficializzare la newlingua dei giornali e delle istituzioni?

Basta ipocrisie! Se Dante appartiene alla storia e al passato, invece di rappresentare un modello da far rivivere e mettere in pratica nel presente e nel futuro, propongo una raccolta firme per sancire definitivamente l’itanglese. Vuoi vedere che questa volta le istituzioni che hanno sempre ignorato le mie iniziative a favore dell’italiano – le petizione a Mattarella, le proposte di legge a Camera e Senato, le lettere a Franceschini, Di Maio o Draghi e tutte le altre istanze rimaste senza risposte – si dimostreranno più sensibili?

Si potrebbe chiamare il Dantenò, e potrebbe svolgersi il 26 marzo. Il giorno dopo, anzi il day after del Dante Day, come il San Valentino è seguito da San Faustino, il protettore dei non innamorati, anzi dei single.

Firma anche tu per il Dantenò, una bella festa, anzi un bel party, moderno e internazionale per ufficializzare la lingua di Franceschini e dei giornali, delle ferrovie e delle poste italiane, dell’informatica e del lavoro…

W il Dantenò, la notte di Dante, il Don’t Alighieri.

(Di seguito Corrado D’Elia recita il beginning dell’Infernal Tour della Divina Comedy)

La creolizzazione culturale e l’educazione all’itanglese (il perché degli anglicismi)

Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” si chiedeva Draghi qualche tempo fa. È una domanda che si fanno in molti e che si sente spesso. Perché?

La risposta esce dall’ambito della linguistica. Sotto il ricorso compulsivo agli anglicismi ci sono fenomeni profondi, che sono allo stesso tempo culturali, economici ma anche psico-sociali. Hanno a che fare con una creolizzazione ben più ampia di quella linguistica, e non coinvolgono solo il nostro Paese, ma il mondo intero, travolto da una “globalizzazione” che coincide sempre più con “americanizzazione”.

Naturalmente non esistono culture pure, isolate o vergini. Tutte sono ibridate, meticce e influenzate dall’esterno, ed è un bene che lo siano, perché gli scambi portano arricchimenti. Il punto è che attualmente non si assiste ad alcuno scambio significativo, bensì a un’affermazione unidirezionale dei modelli angloamericani che si espandono in tutto il mondo e schiacciano le altre culture. Questi valori non sono “universali” ma “universalizzanti”: diventano universali perché si riescono a esportare con successo. Il motore di questo processo è l’espansione delle multinazionali angloamericane e delle loro merci, e le conseguenze culturali, sociali e linguistiche sono solo le sovrastrutture.

Dagli hamburger si passa così alla mcdonaldizzazione del mondo. Il monopolio cinematografico, televisivo e di internet produce un mondo virtuale in cui siamo immersi che finisce per inglobarci facendoci assorbire ben precisi comportamenti sociali; le pratiche di consumo indotte dalle pubblicità si trasformano in luoghi appositamente concepiti per metterle in pratica, dai fast food ai cinema multisala dove ciò che si guarda è soprattutto la produzione hollywoodiana e ciò che e si mangia è il popcorn che si appoggia negli appositi spazi previsti dalle poltrone in sala. In questo modo si arriva all’esportazione-importazione persino delle festività come Halloween, dei riti come quello del black friday, delle tradizioni come l’addio al celibato o dei conigli pasquali che affiancano le uova di cioccolato.

Senza tenere presente questo scenario non è possibile comprendere il perché degli anglicismi e dell’anglicizzazione dell’italiano.

L’alienazione culturale e linguistica

La creolizzazione è un concetto molto fumoso e di difficile definizione teorica. Dal punto di vista linguistico si riferisce ai territori coloniali dei Caraibi o dell’India, dove l’imposizione dell’inglese, a contatto con le culture locali, ha portato all’emergere di lingue miste. In Italia non esiste alcun bilinguismo a base inglese sul territorio (per adesso), e il contatto con la lingua e la cultura angloamericana è il risultato di un “sovramondo” virtuale costruito su quello locale. Basta accendere la tv, guardare un film o connettersi a internet per immergersi in questo sovramondo che non è la proiezione della realtà italiana, bensì quella della società americana che lo ha costruito e lo esporta.
Le conseguenze socio-culturali portano alla formazione di nuove generazioni globalizzate e omologate sui gusti delle pressioni universalizzanti statunitensi.

E così capita che uno studente di “storytelling” di Parma scriva racconti dove le automobili sono le Cadilllac, non le Fiat Punto che circolano per la sua città, mentre i nomi dei protagonisti delle sue storie sono in inglese, non sono certo Anna e Marco. Invece di essere in grado di raccontare e di esprimere la vita reale con la sua narrativa, questo aspirante scrittore “medio” non fa altro che proiettare la sua storia nel mondo virtuale che lo ha nutrito e cresciuto. Il mondo dei film e delle serie televisive che lo hanno formato e che ha introiettato, un mondo che nella realtà quotidiana non gli appartiene affatto, ma che scimmiotta inconsapevolmente e gli appare reale e migliore di quello che vive. In questo processo di alienazione culturale il terreno su cui si inseriscono gli anglicismi è molto fertile.

Dall’altra parte, secoli di speculazioni sull’arte della retorica – dai sofisti alle scuole di scrittura creativa che fino a qualche anno fa erano ancora in voga – sono state spazzate via dal piattume di uno “storytelling” di matrice americana in una riconcettualizzazione della scrittura persuasiva e delle tecniche di narrazione di natura pragmatica, e spesso becera, che annulla la storia profonda della nostra cultura e la riscrive spacciandola come una tecnica nuova e priva di legami con quelle che sono sempre state le nostre radici. E così il circolo si chiude e tutto torna. Ma la storia del colonialismo ripercorre proprio gli stessi schemi.

Il colonialismo culturale

Il colonialismo dei secoli passati, imposto con le armi, ha lasciato il posto a una nuova forma morbida di colonialismo culturale che salta la fase della spada, ma alla fine non fa che produrre con altre forme il medesimo processo di assimilazione.
Lo aveva capito Agricola, elogiato da Tacito per aver saputo romanizzare i Britanni, dopo la loro sottomissione militare. Senza questa fase, la conquista non avrebbe potuto avere alcun effetto duraturo.
Il “Tacito asservimento” è avvento attraverso l’edificazione di tipo romano (oggi sono invece i grattacieli di una città come Milano a ridisegnarne lo skyline), attraverso l’importazione delle toghe (oggi c’è l’outfit fatto di T-Shirt, jeans e sneaker). E poi attraverso il trapianto dei costumi romani (oggi lo si fa attraverso Netflix, Google e via dicendo), o con il diffondere le “squisite mense” romane (oggi i fast food e i MasterChef che trasformano la cucina in cook). E infine tutto si è compiuto con l’imposizione della lingua romana a partire dai figli dei capitribù (cioè i rampolli della classe dirigente), in modo che da “disprezzata” divenisse “bramata”. La conclusione di Tacito è che i Britanni alla fine chiamavano la romanizzazione “cultura”, ma era al contrario il loro asservimento.

Sedotti dai valori universalizzanti del nuovo impero globale, un sovramondo virtuale che ricopre ogni territorio, oggi ci asserviamo da soli, come forse hanno fatto gli Etruschi che si sono romanizzati senza guerre sino a scomparire in un’assimilazione con la civiltà che li ha fagocitati.

L’italia creola che crede di essere internazionale

Se lo scrittore africano Thiong’O ha raccontato il dramma delle scuole coloniali inglesi che hanno fatto di questa lingua il requisito della cultura, uccidendo le culture locali e impedendone ogni altra, noi oggi spendiamo delle fortune per mandare i figli dell’alta borghesia nelle scuole di lingua inglese che sono spacciate per internazionali, invece che coloniali, e suonano blasonate e superiori.

Nelle università, nel mondo del lavoro o in quello della scienza il monolinguismo dell’inglese internazionale spazza via tutto il resto, e rende l’apprendimento di ogni altra lingua e cultura qualcosa di superfluo come saper suonare il pianoforte. Ma essere internazionali ed esseri anglofoni sono concetti molto diversi. Il mondo non coincide affatto con l’anglosfera come si vorrebbe far credere, è ben più ampio, complesso e sfaccettato. Identificare la cultura e la lingua inglese con l’internazionalità fa parte di un progetto neocolonialista che prevede l’americanizzazione del mondo, un progetto funzionale agli interessi dei Paesi anglofoni che non ci conviene affatto, anche se facciamo di tutto per perseguirlo senza comprendere che ci sta distruggendo.

Eppure, basterebbe studiare la storia delle imposizioni colonialistiche di una lingua, per comprendere cosa sta avvenendo: prima si conquistano le istituzioni, poi l’intellighenzia, la classe dirigente e dunque l’università; seguono le grandi città, e alla fine tutto si espande anche nei centri periferici e rurali.

I collaborazionisti dell’inglese

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” diceva Churchill nel 1943 (Discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre).

E mezzo secolo dopo, l’ex funzionario dell’amministrazione Clinton, David Rothkop, ha dichiarato:

“L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese a essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, a essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono.” (David Rothkop, “In Praise of Cultural Imperialism?” in Foreign Policy, n. 107, estate 1997).

Invece di contrastare questo disegno perseguendo i nostri interessi e ponendo l’italiano al centro di una politica linguistica che sia in grado di proiettarlo sul piano internazionale, in Italia, ma anche in Europa, da decenni i ministeri dell’Istruzione investono una quantità spropositata di risorse per promuovere l’inglese globale dall’interno, a scapito del multilinguismo. Il risultato delle pressioni esterne globalizzanti, e di questi sforzi interni, ha già conquistato le nuove generazioni, educate al solo inglese nella scuola sin dall’infanzia, e americanizzate attraverso il linguaggio dei film, dei videogiochi, dell’intrattenimento… E poi ha conquistato i professori, la classe dirigente e gli intellettuali che hanno perso ogni ruolo critico in grado di esprimere il dissenso per diventare il principale strumento di omologazione. Costoro son diventati i principali “collaborazionisti” dell’inglese, per riprendere un’espressione del filosofo francese Michel Serres, si annidano nelle élites e sono i primi a identificarsi con i concetti d’oltreoceano

Ecco perché “dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi”, vorrei rispondere a Draghi. Perché la catechizzazione all’inglese e all’itanglese è sorretta e predicata proprio dalla classe dirigente che lui rappresenta. E per comprenderlo basta togliersi i paraocchi e vedere cosa accade quotidianamente con qualche esempio molto concreto.

Educare all’inglese

Nella nuova riconcetualizzazione e rimappatura della realtà veicolata dai giornali non si fa altro che educare all’inglese e promuovere la cancellazione dell’italiano e delle nostre radici storiche. Questo approccio catechizzante prevede che ogni genere di cosa o concetto si introduca o ribattezzi ripetendo l’inglese a pappagallo e spacciandolo come qualcosa di reale o di necessario. Si trapianta l’inglese e lo si sostituisce all’italiano, perché l’inglese è il nuovo totem da cui attingere, e c’è solo quello: la lingua e la cultura italiana si riducono a ripetere e importare in modo servile e acritico tutto ciò che arriva da un unico modello socioculturale, quello dei Paesi dominanti.

IL DRILLING
E così su Orizzonte Scuola si può leggere: “Inglese: il drilling per entrare in sintonia con la lingua. Cos’è e come usarlo in classe”.

Di che cosi si parla? In cosa consiste questa innovativa e straordinaria pratica? Semplice:

“Esiste una metodologia didattica di insegnamento della lingua straniera che più delle altre consente agli studenti di entrare in sintonia con la lingua studiata, nel nostro caso l’inglese. Si tratta del drilling, che favorisce l’assimilazione delle strutture grammaticali, il miglioramento della pronuncia e dell’intonazione. Essa consiste nella ripetizione ad alta voce delle frasi o delle parole pronunciate dall’insegnante.”

Ci rendiamo conto della pochezza che si cela sotto la solennità dell’inglese? La ripetizione ad alta voce delle frasi, la stessa tecnica secolare impiegata dai talebani per imparare a memoria il Corano, viene nobilitata attraverso l’ennesimo anglicismo-supercazzola che la rende innovativa. E nell’assenza di spirito critico, si ripete questa geniale metodologia andando sempre più a fondo:

“Adesso è arrivato il momento di presentarvi tre tecniche specifiche di drilling: repetition drill, substitution drill e backchaining drill. Vediamole nel dettaglio…”

Queste tre pratiche introdotte in inglese sono semplicemente la ripetizione della parola, la ripetizione con sostituzione, e la ripetizione al contrario. E con un’anglo-idiozia dopo l’altra, il corso prosegue con analoghe banalità che non sono più espresse in italiano, ma attraverso un lavaggio del cervello fatto di concetti come “il guessing game (Indovina cos’è) oppure il disappearing text (Testo che scompare).”

Quando invece di tradurre e reinterpretare questo tipo di metodologie le ripetiamo e “drilliamo” attraverso i concetti e i termini in inglese, ci stiamo comportando da colonizzati.

IL DOOMSCROLLING
Passando dalla scuola alla divulgazione scientifica, ecco come la rivista Focus ci colonizza con il doomscrolling:

Si tratta della ricerca compulsiva di cattive notizie e viene presentato in inglese, la lingua superiore da ripetere senza volere né essere in grado di reinterpretare con i nostri concetti:

“Il doomscrolling è un neologismo inglese entrato nell’Oxford Dictionary nel 2020: la parola indica la tendenza a cercare in modo ossessivo cattive notizie online, scorrendo (scrolling) sullo schermo del nostro telefonino (o tablet, o pc) per informarci sulle sventure (dooms) che accadono nel mondo.”

L’inglese è dio, è la nuova religione, e lo si deve trapiantare e ripetere, mentre l’italiano è una lingua inferiore e impotente di cui vergognarsi.

IL CORE TRAINING
Su AtuttoNotizie possiamo imparare che cos’è il core training:

La risposta è banalmente negli esercizi dei muscoli stabilizzatori:

“Desiderate rafforzare i muscoli dell’area addominale, lombare e del bacino? Il core stability training è ciò che fa al caso vostro. Si tratta infatti di una tecnica pensata proprio per allenare il “core”, il “nucleo del corpo“, ovvero quella zona compresa tra la porzione inferiore del busto e il margine inferiore del bacino. Scopriamo insieme in cosa consiste e quali sono i suoi benefici…”

IL SUNDAYRESET E IL PEARLCORE
Io Donna riconcettualizza il mettere in ordine la casa, il riordinare – una mania che aveva anche mia nonna! – con il nuovo e intraducibile concetto del sundayreset con cui ci educa.

Amica ci insegna un’altra cosa nuova e fondamentale: se vanno di moda le collane di perle siamo di fronte a una tendenza pearlecore.

E così lo studio del nome diventa naming (“Logo e naming per una brand identity efficace”), chi fa formazione introduce gli speed mentoring, gli psicologi parlano di mindfulness e di token economy

La colonia Italia

Con questa classe dirigente, intellettuale e politica l’italiano è finito. Perché è finita la nostra capacità di pensare – e dunque parlare – in modo autonomo. Dovremmo avere il coraggio di dire la verità: queste cose mostrano che l’Italia è una colonia.
I giornali anglofoni hanno chiamato le nostre restrizioni anticovid lockdown, e dal giorno dopo abbiamo ripetuto anche noi questa parola senza più alternative! Trump ha parlato di fake news, e da quel giorno, come sudditi, lo abbiamo fatto anche noi!

Questi non sono semplici prestiti, sono il sintomo del tracollo della nostra lingua, e questo inglese è la diffusione dell’ignoranza della nostra storia e cultura.
La nostra creolizzazione lessicale non ha che fare solo con i cosiddetti “prestiti linguistici”. Siamo in presenza di una creolizzazione culturale ben più ampia di cui gli anglicismi non sono la causa, ma l’effetto. Ubriachi di inglese, lo facciamo nostro, e in preda alla nostra alberto-sordità che ha perso ogni componente comica ci inventiamo da soli suoni-concetti risemantizzati in modo maccheronico che non appartengono né all’italiano né all’inglese: il green pass al posto del certificato verde, il telelavoro è detto smart working, gli assistenti familiari sono caregiver, le vessazioni mobbing, gli orientatori navigator… E mentre i neologismi sono sempre più in inglese, i “prestiti sterminatori” uccidono le nostre parole storiche e completano il quadro.

Su questo scenario, il problema non sono i singoli anglicismi, alcuni dei quali non sono destinati a radicasi, ma il fatto che non ci sia giornalista, tecnico, scienziato, intellettuale, personaggio pubblico, politico… che non introduca un nuovo concetto in inglese per designare qualcosa di nuovo o presunto tale. Questa nuvola anglicizzata, che ho definito la panspermia del virus anglicus, ci avvolge con un’intensità di un ordine di grandezza superiore al numero delle parole inglesi registrate sui dizionari.

È una follia collettiva irrefrenabile, una nevrosi compulsiva che diffonde i suoni inglesi anche quando siamo di fronte all’aria fritta. E infatti friggere con l’aria diventa Air fry, secondo Paolo Giordano il Waning è la parola chiave per comprendere quanto dura l’effetto di un vaccino, una camminata per raccogliere i rifiuti è il plogging, lavorare dal sud è il South Working


E l’italiano ciao ciao!

L’identità dell’italiano davanti allo tsunami anglicus

Fino a che punto una lingua può importare voci da un’altra senza snaturarsi?
Davanti all’interferenza dell’inglese, fino a che punto il nostro idioma può evolversi senza trasformarsi in qualcosa di altro, che si chiama itanglese e porta a una creolizzazione, invece che a un’evoluzione?

La risposta sta nel riflettere sull’identità di una lingua. Una questione che nel caso dell’italiano è emersa sin dal suo apparire, e si ritrova in Dante, alla ricerca di un volgare “illustre” in grado di superare ogni “municipalità” territoriale e di essere inteso in tutto il Paese.
Nel lessico della Commedia si trovano parole di altri dialetti insieme a quelle di origine provenzale, latina, araba e di varie altre provenienze, ma tutto è stato divinamente toscanizzato, e cioè adattato a un preciso “suono” destinato a diventare quello che caratterizza la lingua del bel paese là dove ‘l sì suona.
Quel suono che all’estero gode di una nomea e di un’ammirazione che poche altre lingue vantano. Quel suono che stiamo gettando via con una certa alberto-sordità per passare all’english sound con cui crediamo di farci belli – ma spesso siamo semplicemente ridicoli – nella convinzione di essere internazionali. Dante avrebbe di sicuro bollato l’itanglese come “un’orribile favella” e una “spaventevole” commistione di diverse lingue tipica del tumulto infernale.

Oggi il problema dell’identità linguistica sembra essere sottaciuto da molti studiosi che sottovalutano la nostra anglicizzazione o considerano gli anglicismi dei doni e degli arricchimenti. Eppure, in passato, tutti avevano ben presente la differenza tra “arricchimento” e “snaturamento”. Anche i più agguerriti critici del purismo. Anche i più grandi teorici favorevoli all’accoglimento delle parole straniere.

L’identità linguistica in una prospettiva storica

Nel Cinquecento, mentre i puristi censuravano ogni parola dialettale, ogni barbarismo e ogni neologismo in nome della purezza della lingua delle tre corone toscane (Dante, Petrarca e Boccaccio), molti altri autori si schieravano sul fronte oppposto, e proclamavano che senza un’evoluzione che accogliesse ciò che era nuovo o arrivava da fuori, l’italiano si sarebbe ridotto alla lingua dei morti. In virtù della sua presunta “perfezione” avrebbe finito per cristallizzarsi in una lingua immobile, incapace di evolvere.

Niccolò Machiavelli
Nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, Niccolò Machiavelli (molto probabilmente) sosteneva la necessità di “accatar” parole dalle altre lingue.
Ma una lingua “convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, ed è sì potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro; perché quello ch’ella reca da altri, lo tira a sé in modo che par suo.”

Machiavelli si poneva dunque il problema di importare senza “disordinare” la propria identità linguistica, cioè di far diventare ciò che importiamo “parole nostre”, adattandole ai nostri suoni. Era dunque “necessario” importare nuovi vocaboli, “ma riducendosi, nel parlare, con i modi, con i casi, con le differenze e con gli accenti, fanno una medesima consonanza con i vocaboli di quella lingua che trovano, e così diventano suoi; perché, altrimenti, le lingue parrebbono rappezzate e non tornerebbono bene.”

E nel dialogo che immaginava di avere con Dante, l’autore gli metteva in bocca queste parole, a proposito dei latinismi utilizzati nella Divina Commedia: “Perché le dottrine varie di che io ragiono, mi costringono a pigliare vocaboli atti a poterle esprimere; e non si potendo se non con termini latini, io gli usavo, ma li deducevo in modo, con le desinenze, ch’io gli facevo diventare simili alla lingua del resto dell’opera.”

Ludovico Antonio Muratori
Un paio di secoli dopo, nel 1706, anche Ludovico Antonio Muratori, in Della perfetta poesia italiana, scriveva cose molto simili: “Nel secolo supposto d’oro, in cui gli Scrittori e dalla stessa Latina, e dalla Provenzale, e da i vari Dialetti d’Italia presero non pochi vocaboli, e modi di parlare, e li fecero divenir propri dell’Italiana.” E nel suo criticare il purismo di Bembo e dell’accademico della Crusca Salviati, che consideravano il modello dell’italiano quello dei grandi classici del Trecento, replicava: “Basta leggerli, e prender le mosse dal mezzo del cammin di nostra vita, ove son mille e mille rancidumi, e vocaboli affatto Latini, crudi, e oscuri, condannati dal Bembo stesso.” E quindi si domandava perché mai gli autori moderni non dovessero fare come gli antichi. Le parole nuove arricchiscono una lingua, invece di imbarbarirla: “Che se dopo la morte del Boccaccio si sono aggiunti alla Lingua molti vocaboli, e non poche locuzioni nuove: tanto è lontano, che la Lingua possa perciò dirsi intorbidata, che piú tosto dee confessarsi, esserne ella rimasa maggiormente arricchita, inleggiadrita, e nobilitata.”

Ancora una volta, la questione dell’identità linguistica era semplice e scontata: l’evoluzione passava per l’adattamento e il far divenire italiano ogni barbarismo.

Alessandro Verri
Sessant’anni più tardi, Alessandro Verri, dalle pagine del Caffè, lanciò la celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”, un vero e proprio manifesto contro il conservatorismo linguistico in nome della modernità: “Se il Mondo fosse stato sempre regolato dai Grammatici” non avremmo né case, né carrozze, né industria, scriveva. La conclusione fu la “solenne rinunzia” alla pretesa purezza della toscana favella: “Se italianizzando le parole francesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, sclavone, noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo.”

Anche Verri, con la parola “italianizzando” dava per scontato ciò che molti linguisti di oggi fanno finta di non capire. Ma se l’articolo del Caffè era solo una provocazione, alla fine del Settecento la questione fu ripresa da Melchiorre Cesarotti con ben altro spessore teorico.

Melchiorre Cesarotti
Nel Saggio sulla filosofia delle lingue, Cesarotti mostrava che non esiste alcuna lingua “pura” né inalterabile, e tutte, inizialmente, sono “barbare”, perché nascono dall’uso e dalla contaminazione, e non dai principi di autorità o da ordini prestabiliti. L’autore era favorevole ai francesismi che imperavano nel secolo dell’Illuminismo, e anche ai neologismi e ai tecnicismi, diremmo oggi. Ma distingueva il “genio grammaticale“, cioè la struttura di una lingua che deve rimanere immutabile (per esempio il sistema dei casi e delle declinazioni del latino), da quello “retorico” cioè la parte che si può e si deve cambiare, e che comprendeva il lessico, i prestiti, le parole derivate e gli usi traslati dello stile. E su quest’ultimo punto ricordava che gli scrittori sono liberi di ampliare i significati e di creare neologismi per analogia, per cui, nell’accettare parole come magnetismo, elettricità o chimica in senso tecnico, è poi normale che nascano usi metaforici e per estensione, come “sguardo magnetico”, “elettrizzar gli spiriti” o “chimica intellettuale” (cioè affinità).
Insomma, non c’è nulla di male ad adottare parole straniere – ma come male necessario e con cautela – e non si può sostenere che i forestierismi “guastino” una lingua. Ma ciò deve avvenire solo a determinate condizioni. Queste parole non devono intaccare la struttura della lingua e non devono entrare in contrasto con il genio grammaticale: “Quando un termine è conveniente all’idea, quando rappresenta vivamente l’oggetto o colla struttura de’ suoi elementi, o con qualche somiglianza o rapporto; quando inoltre è ben derivato, analogo nella formazione, non disacconcio nel suono, di qualunque autore egli siasi, a qualunque data appartenga, sia esso parlato, o scritto, o immaginato, sarà sempre ottimo, e da preferirsi ad altri insignificanti, strani, disadatti, che non abbiano altra raccomandazione che quella del Vocabolario.”

Giacomo Leopardi
Tutte queste riflessioni sono alla base anche delle posizioni di Leopardi. Nello Zibaldone scriveva che benché gli “europeismi” scientifici, e altre parole come “precisazione”, fossero spesso bollati come “barbarismi” provenienti dal francese, non erano affatto da condannare. E un vocabolo, “venisse ancora dalla lingua tartara, siccome l’uso decide della purità e bontà delle parole e dei modi, io credo che quello ch’è buono e conveniente per tutte le lingue d’Europa, debba esserlo.”

Anche per Leopardi, il criterio di demarcazione tra i prestiti che “corrompono” una lingua e quelli che la “arricchiscono” era molto chiaro: l’adattamento, l’italianizzazione. E venendo alla nostra lingua, scriveva: “Questo appunto è ciò di cui è capace, e non di perderla ed alterare il suo carattere per prenderne un altro forestiero, del che non fu e non è capace nessuna lingua senza corrompersi. E il pregio della lingua italiana consiste in ciò che la sua indole, senza perdersi, si può adattare a ogni sorta di stili.”

L’identità linguistica oggi

Oggi i linguisti si pongono nei confronti della lingua in modo descrittivo e il loro approccio si può riassumere nella massima per cui una lingua non va difesa, va studiata. Ma sembra che, nel far ciò, troppo spesso dimentichino che nell’evoluzione linguistica dei paletti vanno mantenuti.
Le migliaia di anglicismi che importiamo, reinventiamo e utilizziamo in modo crudo non hanno la “consonanza” auspicata da Machiavelli che li rende parole “nostre”: invece di “disordinare” la lingua di provenienza, “disordinano” la nostra che ne risulta “rappezzata”. Se non li facciamo “divenir nostri” come spiegava Muratori, invece di “arricchire, inleggiadrire, e nobilitare” il nostro idioma, lo rendono “intorbidato”. Se non li “italianizziamo” come proponeva Verri, rimangono “disacconci nel suono” e nella formazione come diceva Cesarotti, ed entrano perciò in contrasto con “il genio grammaticale” che dovrebbe invece rimanere immutato; e anche il pregio della lingua italiana di “non corrompersi” e di “non alterare” la sua “indole” invocato da Leopardi svanisce, se assume un “carattere straniero”.

Ecco perché, nel suo “Morbus Anglicus”, Arrigo Castellani definiva gli anglicismi “corpi estranei”. Ecco perché scriveva: “I principali responsabili delle violazioni subite dalle regole fondamentali dell’italiano son forse i giornalisti (compresi naturalmente quelli televisivi). Per pigrizia, si dirà, per mancanza di fantasia, per desiderio di dare ad intendere che conoscono bene l’inglese. Io aggiungerei per un altro motivo: perché nella gran maggioranza dei casi non si rendono conto di come stiano le cose; perché al liceo nessuno gli ha detto quali sono i caratteri fondamentali dell’italiano, quali sono i cambiamenti ch’esso può subire e quali invece sono contrari alla sua natura.”

Posso capire “l’ignoranza” di un giornalista italiano davanti alla questione, e posso capire che “non si renda conto di come stiano le cose”.
Quello che non posso comprendere è come uno studioso o uno specialista non abbia presente secoli di riflessioni sulla nostra identità linguistica.
L’attuale fenomeno dell’itanglese è uno “tsunami anglicus” che non ha precedenti storici per numero, per profondità e per conseguenze: ibrida la nostra lingua e sta cominciando a sovvertire la sintassi (Cfr. Peter Doubt, “Oltre il lessico: 8 esempi strutturali di creolizzazione” da cui rubo la seguente immagine).

Quando qualcuno risponde che le lingue evolvono come è sempre accaduto… quando dice che tutto ciò è “normale” e mescola in un calderone le parole adattate e quelle crude confondendo le acque, bisogna fare attenzione. O non ha studiato come stanno le cose, o è in malafede.

Addio a Sergio Lepri (e al suo giornalismo in italiano)

Il 20 gennaio si è spento Sergio Lepri, a 102 anni, e con lui si è forse simbolicamente spento anche il suo modo di fare giornalismo. Il suo nome non è molto conosciuto dalla gente, ma la popolarità, nell’era dei “social”, degli “youtuber” e degli “influencer”, è sempre più spesso inversamente popolare all’intelligenza e anche alla capacità di usare l’italiano invece dei forestierismi, uno dei cardini del modo di scrivere di Lepri.

Sergio Lepri è stato un pilastro del giornalismo italiano, stimato e rispettato dagli addetti ai lavori, tanto che il suo addio è avvenuto alla camera ardente del Campidoglio proprio ieri.
Ha diretto per trent’anni l’agenzia Ansa, sino al 1990, e per vari anni rimase un corrispondente attivo anche successivamente. Ricordo che nel 1992, quando lavoravo con l’Ansa al riversamento in digitale degli archivi storici della testata che trasferimmo su cd-rom, il suo nome veniva pronunciato sempre con toni reverenziali, perché era ancora un modello, una guida, un faro che indicava un preciso modo di fare giornalismo che aveva fatto scuola e che aveva improntato la linea dell’agenzia. I suoi manuali di giornalismo erano, e restano, aurei, anche se oggi, nella nostra americanizzazione culturale sempre più pervasiva, la formazione del settore avviene su testi anglosassoni che spiegano la regola delle 5 W (Who, What, Where, When, Why) dove chi, cosa, dove, quando e perché si portano con loro una riconcettualizzazione clonata senza una rielaborazione culturale ed espressa direttamente in lingua inglese in modo acritico.

“La storia del giornalismo non dice chi ha inventato la cosiddetta regola delle ‘cinque doppie vu’ – scriveva Lepri nel 1987 – ammesso che ne esista un inventore e la regola non sia invece nata successivamente come una ‘grammatica’ di una lingua già in corso.” Ma in questa prassi ripetuta fino allo sfinimento persino al di fuori dell’ambiente giornalistico – notava – mancherebbe una sesta domanda, “il ‘come’, importante anch’essa e a volte più importante delle altre, ma dimenticata forse solo per il fatto che, in inglese, non comincia con la ‘doppia vu’.” E poi – continuava – ci si dimentica troppo spesso che “la sua pedissequa applicazione rischia di far cominciare nello stesso modo tutte le notizie di un certo tipo.”
Ma non voglio entrare nelle questioni giornalistiche tecniche o strutturali che si trovano nei libri di Lepri, come il falso mito dell’obiettività e tante altre smitizzazioni di luoghi comuni, voglio ricordarlo per la sua attenzione per la lingua italiana.

Ripenso alle tante recenti bufale che riguardano per esempio l’Accademia della Crusca riportate dai giornali, e rimbalzate uguali su tutte le testate, come “La Crusca sdogana l’espressione ‘scendi il cane’”, oppure “La Crusca ammette la parola petaloso’”. Idiozie che il giorno dopo vengono smentite e corrette, ma che mostrano chiaramente l’ignoranza di certi giornalisti sulle questioni linguistiche e persino sul ruolo dell’Accademia. Poi riprendo in mano un libro di Lepri del 1987, Medium e messaggio. Il trattamento concettuale e linguistico dell’informazione (Gutenberg 2000, Torino) dove già nel titolo spicca la parola “linguistico”, raramente al centro delle attuali esigenze giornalistiche. Quel testo è pieno di citazioni di analisi linguistiche di spessore di autori di primo piano come Gian Luigi Beccaria, Gaetano Berruto o Tullio De Mauro. E da Tullio De Mauro Sergio Lepri aveva attinto soprattutto dal “vocabolario di base” e cioè l’elenco di quelle parole che sono comprensibili a tutti. Perché l’obiettivo di Lepri era quello di usare un linguaggio giornalistico trasparente e pulito, e il motivo ricorrente di quel testo è: “Qual è il lessico da usare in un linguaggio giornalistico che voglia farsi capire?”. Questo punto di partenza, oggi sempre più ripudiato, un tempo era alla base anche dei numerosi sondaggi Rai degli anni Sessanta, che Lepri riportava e su cui si basava nelle scelte lessicali dei suoi pezzi e di quelli dell’Ansa.

Nel 1966, il Servizio opinioni Rai aveva avviato un’indagine per monitorare la comprensione del linguaggio da parte degli italiani condotta su un campione di 1.000 persone, e da questi sondaggi è poi uscita la celebre espressione della “casalinga di Voghera”, ripresa da tanti giornalisti e trasformata nella “casalinga di Treviso” in un film di Nanni Moretti. Tra le parole “difficili” di quel sondaggio c’era anche l’anglicismo “leader”, che risultava comprensibile per il 55% delle casalinghe di Voghera senza istruzione, per l’89% di quelle di Bari che avevano terminato almeno le scuole medie, per il 37% degli agricoltori di Andria senza istruzione, per il 63% degli operai di Milano con la scuola elementare o media, e per il 97% degli impiegati di Roma diplomati o laureati.

Il giornalismo di Lepri aveva come fine quello di arrivare a tutti e di farsi capire da tutti, e l’oscurità del linguaggio giornalistico era per lui “il male”, e ciò coinvolgeva anche l’uso dei forestierismi, non per motivi di purismo, ma per motivi di trasparenza e democrazia.

Un’informazione non capita è in realtà un’informazione inesistente. (…) Le cause dell’oscurità del linguaggio giornalistico sono molteplici; (…) in primo luogo l’ignoranza o la dimenticanza, da parte di molti giornalisti, che il lettore è il naturale destinatario del suo lavoro.” In secondo luogo la tendenza a considerare la sua professione “come un’attività aristocratica, che nasce e si conclude in ambienti altamente qualificati; poi, spesso, l’incompetenza o la mancata padronanza – sempre da parte del giornalista – degli elementi tecnico-culturali e lessicali di base.” Nasce così una lingua ‘ufficiale’ accanto a quella dell’uomo della strada, “una discriminazione culturale e linguistica che diventa una discriminazione di classe.”

Queste parole restano scolpite nella storia. Ma oggi il giornalista è sempre più aristocratico e discriminatorio, e usa il linguaggio non per farsi capire, ma per controllare il destinatario, il pubblico, l’uomo della strada, che oggi si chiama il “target”. Con la sua comunicazione volutamente oscura e manipolatoria lo vuole “educare”, lo vuole incuriosire con titoloni in itanglese che sono solo tecniche acchiappone per costringere alla lettura di un pezzo che urla nel titolo l’incomprensibile, a costo di inventarselo, in modo che il lettore legga l’articolo per colmare la sua ignoranza, come nei titoloni sul south working di cui ho già parlato. In questo modo il giornalista insegna al lettore come deve parlare, invece che usare il linguaggio adatto al destinatario.
L’attenzione di Lepri per la lingua non è più una buona prassi, tra i giornalisti rampanti, che della trasparenza se ne fregano e puntano a un linguaggio in itanglese che sta uccidendo la lingua italiana, perché dai giornali poi inevitabilmente finisce sulla bocca dell’uomo della strada. E così si diffondono le fake news, lo smart working, il green pass… e tutte le altre espressioni inglesi e pseudoinglesi ripetute senza alternative fino a che non diventano le uniche espressioni in circolazione e diventano “necessarie” (cfr. “Pet, cani e giornalisti“). E così ci sono i king maker per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, in un guazzabuglio di parole come stakeholder, blockchain e centinaia di altre che la maggior parte delle persone non sa cosa significano, ma che come nel latinorum degli azzeccagarbugli servono a supercazzolare il popolino con un’informazione “inesistente” (per citare Lepri) e a trasformare chi non è d’accordo in qualcuno che non ha capito. Il nuovo giornalismo aristocratico crea divisioni e fratture sociali, punta a escludere invece che a includere.

Sergio Lepri, che ha avuto un passato di partigiano e di antifascista, non si opponeva certo ai forestierismi in nome di un nostalgico disprezzo contro i barbarismi. La comprensibilità era per lui un problema di democrazia. E per questo motivo, un po’ ingenuamente, nel 1987 aveva diviso i forestierismi in quelli ormai assimilati (bar, film, sport), in quelli di probabile assimilazione, in quelli “con licenza” – per esempio i tecnicismi che però dovevano sempre essere seguiti da una spiegazione – e poi in quelli inutili. Questi ultimi avevano delle alternative italiane, ma il forestierismo si porta con sé un prestigio superiore, notava Lepri, e certe parole spesso si caricano di un significato più o meno diverso da quello della lingua da cui provengono. Nell’elencarli, Lepri ne indicava proprio le possibili sostituzioni, in un manuale di buon giornalismo che oggi non ha equivalenti, dal punto di vista linguistico.

Quello che colpisce, rileggendo questi elenchi pratici del 1987, è che la maggior parte degli anglicismi che all’epoca necessitavano di una spiegazione, oggi sono entrati nell’uso comune (bowling, business class, check in, copyright, flash back, fotofinish, free lance…), mentre moltissimi di quelli “inutili” di cui venivano indicate le corrispondenze italiane sono ormai sempre più insostituibili (business, candid camera, discount, establishment, export-import, feedback, first lady, gadget, guardrail, handicap, jet…).

Tutto ciò è una cartina al tornasole di come l’anglicizzazione della nostra lingua sia sempre più profonda. I miopi personaggi che vanno in giro ancora oggi a etichettare gli anglicismi con il loro bollino blu, dividendoli in utili, inutili e superflui, dovrebbero rendersi conto che il loro inutile sforzo di classificazione ha una data di scadenza molto breve. E che molto presto, grazie soprattutto ai giornalisti che al contrario di Lepri non conoscono e non sono interessati alla lingua italiana e agli italiani, ciò che richiede spiegazioni non le richiederà più, mentre le virgolette introdotte per un nuovo anglicismo il giorno dopo cadono, perché quella stessa parola viene intanto registrata nei dizionari (che la registrano proprio perché si diffonde sui giornali). E quelli che sembrano prestiti “di lusso”, finiscono con il diventare “di necessità”, come è avvenuto per calcolatore ucciso da computer, mentre un esercito di giornalisti e intellettuali “non-è-propristi” è pronto a spiegare che leader non è proprio come guida, che caregiver non è proprio come badante, che lockdown non è proprio come confinamento, che selfie non è proprio come autoscatto

Intanto, i maestri del giornalismo che un tempo hanno unificato l’italiano muoiono, insieme alla nostra lingua, sostituiti dai cattivi maestri dell’italiano 2.0, l’itanglese del lessico dell’Italia e incolla.

Il disprezzo della propria lingua e i limiti dei linguisti

Anna Ravano mi ha segnalato un articolo dello scrittore Franco Javier Marías uscito ieri su El País intitolato “Il disprezzo della propria lingua” che riflette sugli anglicismi. Il catenaccio è molto eloquente: il disprezzo è collegato all’irrefrenabile desiderio di essere americani e di vivere come loro, e ciò, in questo secolo, è diventato “stupido”.

L’incipit del pezzo parte con una constatazione evidente e innegabile: “Che la lingua spagnola sia distrutta da suoi giornalisti e parlanti salta all’occhio e alle orecchie da decenni, e il danno è sempre maggiore.”

Fa effetto leggere queste parole. Per prima cosa perché la lingua spagnola è “destrozada” dagli anglicismi in modo irrisorio rispetto all’italiano. Per accedere all’articolo per intero ci si può iscrivere gratuitamente alla rivista, e la procedura è commovente rispetto a quelle delle piattaforme dell’italietta colonizzata. Il sistema chiede di registrarsi aprendo un “conto”, e non certo un account; basta immettere il “correo electrónico” e non certo l’email; e poi bisogna inserire la “contraseña”, non certo la password. Quelli che da noi sono considerati prestiti di necessità in spagnolo non lo sono affatto. La necessità è tutta italiota.
Nelle casseforti c’erano le combinazioni, tra i militari c’erano le parole d’ordine, ma da quando le multinazionali d’oltreoceano ci hanno imposto il loro mondo fatto dei loro concetti-parole, noi pappagalli italiani ripetiamo password, e abbiamo dimenticato e buttato via espressioni come parola chiave, codice di accesso o segreto. Certi linguisti e terminologi da paese delle banane giustificano e sottoscrivono la “necessità” dell’inglese in nome di un descrittivismo ipocrita che postula un “uso” sovrano, che presuppone che la gente dica così. Peccato che l’apologia dell’uso non è qualcosa di “democratico” che arriva dal basso, è un uso imposto dall’alto, o per meglio dire dall’esterno, dal nuovo centro di irradiazione della lingua che arriva dagli Stati Uniti, visto che le parole del nuovo Millennio non sono più coniate dai nativi italiani. Questi ultimi le ripetono per forza di cose, e viene da chiedersi a che cosa servano i terminologi e i linguisti. Non ne abbiamo alcun bisogno. Se il loro ruolo è quello di ratificare questi usi, si può benissimo fare a meno di loro. La verità è che l’approccio descrittivista che sancisce la “necessità” degli anglicismi non corrisponde all’atteggiamento prescrittivo che si riscontra in altri casi. E l’uso sovrano che serve per giustificare gli anglicismi viene invece bollato come ignoranza quando si stigmatizzano espressioni errate come il “piuttosto che” usato come “oppure” invece di “anziché”, o il “qual è” con l’apostrofo e via dicendo. Senza voler giustificare questi obbrobri, non sono anche loro entrati – ahinoi – nell’uso?

E allora certi linguisti non fanno altro che ricalcare gli schemi denunciati da Javier Marías, e dietro i loro “ragionamenti” emerge proprio il disprezzo verso l’italiano, il senso di inferiorità e la vergogna di praticarlo davanti all’inglese, la lingua internazionale vissuta come superiore, più evocativa, solenne e appropriata.

Negare l’evidenza

C’è un’altra cosa che colpisce nell’incipit dell’articolo del País. L’evidenza, innegabile e sotto gli occhi di tutti, dell’anglicizzazione dello spagnolo, che nel caso dell’italiano è dieci volte più profonda. Un’evidenza che troppi linguisti italiani negano, mettono in discussione o sottovalutano, con lo stesso atteggiamento con cui fino a pochi anni fa molti pomposi “esperti” negavano il riscaldamento globale. Ripenso alle parole di un noto linguista che ripete che l’anglicizzazione della nostra lingua è tutta un’illusione ottica. È come la temperatura percepita – a suo dire – che non sarebbe quella reale, una moda passeggera come un tempo lo fu il francese, e “verrà un giorno” che torneremo a dire tesserino al posto di badge. Invece di rendersi conto di ciò che accade in tutto il mondo, invece di rendersi conto delle profonde e incolmabili differenze tra l’interferenza del francese e quella dell’inglese, moltissimi linguisti rimuovono e negano ciò che accade ed è sotto gli occhi di tutti. Qualcuno si è piccato per il fatto che li ho chiamati “negazionisti”. E così c’è chi scrive un pezzo intitolato “Chi ha paura degli anglicismi?”, chi li interpreta come “normale” evoluzione della lingua (della lingua inglese, però, non certo di quella italiana) e chi scrive che in fondo sullo Zingarelli del 2021 ce ne sono “solo” 3.000 di fronte a 145.000 lemmi, omettendo di dire che nello stesso dizionario del 1995 ce ne erano “solo” 1.800. Il tema è questo: il loro aumento impazzito. Il giochetto di confrontare il numero delle parole inglesi con l’intero lemmario storico della nostra lingua, non ha alcun senso. Era l’argomento che usava negli anni ’80 Tullio De Mauro per respingere l’allarme del “Morbus Anglicus” di Arrigo Castellani, un argomento che non teneva conto della progressione del fenomeno, un argomento vecchio e improponibile che proprio De Mauro ha poi abbandonato per parlare dello “tsunami anglicus” che oggi si riversa in ogni idioma.

Più leggo i libri dei linguisti e meno la linguistica mi appassiona, lo confesso. A parte le categorie esplicative vecchie di cent’anni e inadeguate, come quelle del “prestito linguistico”, e a parte le classificazioni a mio avviso spesso inutili e maniacali nell’etichettare i meccanismi della formazione delle parole, se si esce da questi schemi che spaccano l’atomo e si guarda alle analisi macroscopiche che i linguisti mediamente sanno esprimere, i giudizi su dove la nostra lingua sta andando e su come si sta evolvendo sono spesso imbarazzanti.

Con qualche eccezione, per fortuna, a comprendere come vanno le cose non sono di solito i linguisti – che talvolta ci arrivano dopo 50 anni – ma altri intellettuali capaci di cogliere una visione di insieme che va oltre il particolare. Ripenso a certe lungimiranti affermazioni di Gramsci, di Pasolini, di Umberto Eco o – a proposito dell’inglese – di Andrea Camilleri.

I negazionisti dell’inglese che ci travolge non sono in grado di spiegare ciò che sta succedendo e i loro giudizi ridicoli saranno spazzati via dalla storia insieme alla nostra lingua, temo. L’illusione ottica è nella loro testa, non nell’evidenza innegabile da cui parte Javier Marías, che non a caso non è un linguista astratto e avulso dalla realtà. È uno scrittore e un traduttore che della lingua ha fatto la sua professione, invece di analizzarla in modo sterile e astratto.

La lingua è di tutti, non dei linguisti

Anna Ravano è una mia “corrispondente” che ogni tanto mi segnala cose molto preziose sul tema dell’itanglese. Anche lei non è una linguista, bensì una traduttrice di primo piano tra l’altro proprio dall’inglese che ha anche insegnato, e spazia dalla saggistica alla narrativa e alla poesia (ha tradotto Sylvia Plath), e ha lavorato con editori come Adelphi, Mondadori e Zanichelli. La sua percezione di cosa accade all’italiano è di ben diverso spessore rispetto alle analisi di certi linguisti.

In un dibattito nei commenti sul sito della Crusca, ecco cosa scrive Giorgio Casacchia, un sinologo di acclarata fama, professore ordinario di Filologia cinese all’Università L’Orientale di Napoli: “Basti notare come in italiano si è praticamente interrotta la produzione di neologismi, un’infinità di termini non hanno una voce italiana (ingenerando l’improssione, o la consapevolezza, che non è all’altezza della contemporaneità), si preleva semplicemente il termine inglese, e s’aggiungono a quelli che sono esclusi solo perché l’inglese è percepito più efficace, elegante, uno status symbol (ecco, per esempio…). Il futuro ricalcherà probabilmente Via col Vento, dove la domestica negra, la mamie, probabilmente ottima parlante di bantù o hausa, è declassata a produttrice di enunciati come ‘zì badrona’ et similia, cioè a inadeguata e arretrata individualità.”

Meno male che non ci sono solo i linguisti, verrebbe da dire, e tornando all’articolo di partenza, Javier Marías ha colto perfettamente il punto. “Cosa c’è di sbagliato nella lingua del nostro Paese, perché la si considera così inferiore all’inglese dell’America (non è mai quello della Gran Bretagna), quale strano complesso ha preso piede nella nostra società?” Si domanda. E la risposta è nel “desiderio irrefrenabile di essere americani e di vivere come gli americani (…). Ci hanno esportato tutto attraverso i loro film e le loro serie: dall’ossessione caricaturale per il misconosciuto ‘gender’ alle feste di addio al celibato e ad Halloween.” Tutto ciò avviene oggi anche attraverso le pubblicità che sono sempre più spesso non in spagnolo, ma in inglese, a volte assurdamente sottotitolate, “per facilitare la comprensione (non avrebbe più senso che fossero direttamente in spagnolo?)” mentre altre sono fatte di frasi in inglese dove dire “Are you ready?” sembra meglio di dirlo in spagnolo. E così vedere una partita di calcio significa ormai anche ingozzarsi di birra e di popcorn, in un’anglicizzazione linguistica che è tutt’uno con un’americanizzazione sociale e totale.

Anche in Francia la questione è sentita, e voglio citare di nuovo un intellettuale come Michel Serres che nel libro Contro i bei tempi andati (Bollati Boringhieri, 2018) accusava la classe dirigente francese: “Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”

Il ruolo delle accademie linguistiche

Nelle tante differenze che riguardano l’anglicizzazione del francese e dello spagnolo, rispetto al caso italiano, conta molto anche l’operato delle accademie. Javier Marías non è un linguista, è uno scrittore, un saggista, un traduttore e giornalista. È uno che con la lingua ci vive, più che studiarla con distacco, ed è per questo e per i suoi meriti che nel 2006 è stato eletto membro della Real Academia Española.

Anche l’Académie française non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” – morto uno se ne elegge subito un altro – ci sono proprio illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

Da noi, la Crusca è fatta solo da linguisti, e credo che ciò sia un limite. Sono molto contento che il Gruppo Incipit si sia risvegliato questo mese diramando ben due comunicati, dopo che da giugno non dava più segni di vita. Settimana scorsa ha ricordato che la parola booster, usata in una circolare del ministero della salute del 27/9/21, in italiano si può dire più chiaramente richiamo; e poco prima il comunicato numero 17 ha deprecato l’uso di delivery nei prodotti postali (Delivery Express, Delivery standard, Delivery Globe, Delivery Europe, Delivery international Express, Delivery web) che sta sostituendo le denominazioni che una volta erano “pacco ordinario”, “pacco celere” e via dicendo.

Tempo fa ho analizzato gli anglicismi utilizzati dalle Poste “italiane” (mi pare doveroso usare le virgolette, visto che di italiano c’è sempre meno) e ho individuato almeno un centinaio di anglicismi che spiccano nel loro sito e nei loro servizi, insieme a delivery.

Il problema, allora, non sta nella doverosa condanna dei singoli anglicismi, perché sono come le formiche, per una che ne schiacci ne spuntano altre cento. Il problema sta nel condannare e combattere l’anglomania, la nevrosi compulsiva che ci spinge a ricorrere all’inglese indipendentemente da ciò che stiamo indicando. Come ha capito Javier Marías, come hanno capito tanti altri, come ripeto da anni.

Dovrebbero capirlo anche le nostre istituzioni, perché la tutela del nostro patrimonio linguistico si può fare solo attraverso un intervento sulle cause dell’itanglese, sul nostro complesso di inferiorità, e non brontolando sugli effetti.

Anglicismi, petizioni e come ci vedono dalla Spagna

Ieri è uscito un pezzo sul giornale spagnolo El Confidencial (“Hasta Draghi se cansa de los anglicismos en Italia: ¿Alguien sabe por qué los usamos?” di Javier Brandoli) che riprende la vicenda dell’imbarazzo di Draghi davanti alle parole smart working e babysitting e parla della situazione italiana: “Un paese unico in questo senso” dove “gli anglicismi fanno parte della quotidianità”.
In pratica ci prendono un po’ in giro perché i giornali hanno chiamato lockdown quello che per loro e per i francesi è il confinamento, o per uno pseudoanglicismo come smart working. Quanto a babysitting bisogna tenere presente che in Spagna non ci si rivolge a una baby sitter, si chiama un canguro – una metafora che trovo bellissima – dunque anche i derivati non ci sono, e forse si parlerà di canguraggio o di niñeraggio, non lo so di preciso.

Quello che mi ha colpito più di ogni cosa è la chiusa del pezzo.
Dopo aver scritto che “l’abuso dell’inglese è diventato qualcosa di quasi comico su cui spesso gli italiani si interrogano”, infatti, l’articolo si conclude con le parole, tradotte e virgolettate, prese dalla petizione dell’anno scorso a Sergio Mattarella:

“La preghiamo, infine, di incoraggiare una campagna mediatica per difendere e favorire l’italiano che denunci l’abuso dell’inglese, come si è fatto con successo in Spagna o in Francia, e come da noi è avvenuto per sensibilizzare tutti sui temi sociali più importanti, dalla violenza contro le donne al bullismo. Ci piacerebbe vedere un’analoga iniziativa anche contro la discriminazione lessicale delle nostre parole. ”

A sorprendermi è soprattutto il fatto che le oltre 4.000 firme raccolte nel 2020 – sempre in attesa di una risposta – sono arrivate solo ed esclusivamente dal passaparola in Rete. In Italia non è uscita una sola riga su alcun giornale, in proposito, mentre la notizia è invece apparsa per esempio su Corsica Oggi oppure sulla rivista svizzera Rivista.ch. Anche le istituzioni linguistiche italiane, dalla Crusca alla Dante, l’hanno ignorata, al contrario di quanto ha fatto per esempio l’Istituto Italiano di Cultura di Lima, che l’ha rilanciata dalle sue pagine Facebook. Insomma, l’esistenza di una petizione in proposito ha avuto una certa diffusione ufficiale solo fuori dal nostro Paese (e tra i firmatari c’erano infatti molti personaggi di spicco residenti all’estero, come la traduttrice Barbara McGilvray, vincitrice di una medaglia dell’Ordine d’Australia dell’Australia Day), ma da noi è stata ignorata.

Che cosa accadrà con la nuova proposta di legge per l’italiano?

Intanto, in attesa che la proposta sia annunciata anche alla Camera, un GRAZIE alle oltre 400 persone che per il momento hanno firmato per aderire alla nostra iniziativa. La speranza è che questi appoggi aumentino e che qualche altro giornale o istituzione si decida, se non a intervenire, almeno a dare voce a ciò che stiamo facendo, perché la nostra iniziativa non sia ripresa solo all’estero (al momento mi hanno contattato un paio di associazioni di area francofona).

La buona notizia è che proprio oggi (e non è un pesce d’aprile), sul settimanale Oggi è uscito un pezzo che ci dà spazio in cui si legge:

“Zoppetti ha depositato una petizione con un proposta di legge in 11 punti che è stata annunciata all’Assemblea del Senato nella seduta del 24 marzo ed è stata ‘assegnata’ alla VII commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali), Obiettivo: frenare l’anglicizzazione ‘selvaggia’ dell’italiano.”

L’articolo, “Presentata una proposta di legge. L’italiano c’è, perché non usarlo?” (Oggi, 1 aprile 2021, pp. 46-48), è firmato da Valeria Palumbo che ringrazio per aver avuto il coraggio di rompere il muro del silenzio.



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* Un grazie anche alla curatrice del sito Buoneidee che mi “crivella” sempre di informazioni utili e mi ha segnalato l’articolo di ieri su El Confidencial.

I nemici (anglomani) dell’italiano

Ha dell’incredibile l’articolo di Antonio Gurrado pubblicato su Il Foglio il 14 gennaio scorso: “Usare l’inglese è il miglior contrappeso all’italiano astratto delle università”. È l’espressione di una mentalità che si sta facendo strada in modo sempre più largo, quella che considera l’inglese una lingua superiore espressa da una cultura dominante che si sta imponendo sul piano internazionale. E così lo si vuole diffondere a scapito di un italiano sempre più svilito.

Gurrado interviene nel dibattito sui Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) aperto dal presidente della Crusca Claudio Marazzini che di recente ha provato di nuovo a chiedere che si possano presentare anche in italiano. Ma il ministro dell’Università Gaetano Manfredi non è d’accordo.
Paolo Di Stefano, dalle pagine del Corriere, ha ripreso il tema ricordando i rischi dell’abbandono della ricerca in italiano e l’importanza del plurilinguismo, proprio mentre una rivista di prestigio come Nature ha annunciato un’edizione in lingua italiana.

L’articolo del Foglio riprende il pezzo di Di Stefano per esprimere invece in modo molto esplicito la supremazia dell’inglese sull’italiano, come se la prima fosse una lingua che possiede in sé un valore intellettualmente superiore. L’italiano ne esce come la lingua tipica del vago e dei giri di parole, in cui è possibile dire un po’ tutto e il contrario di tutto, specialmente nell’ambito umanistico, perché consentirebbe una certa cialtroneria in voga nell’università e nei progetti di ricerca del nostro Paese. Tutto ciò non potrebbe succedere usando l’inglese, naturalmente. Questo idioma di ben altra statura non lo consente, è un “setaccio”, una specie di depuratore del parlare a vanvera, che filtra ogni vaniloquio e lascia solo ciò che è sensato.

Presentare i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale solo in lingua inglese, certo, può portare a “l’annientamento del plurilinguismo, la riduzione dell’italiano a dialetto e l’estinzione del linguaggio scientifico nostrano”, come riconosce l’autore, ma che importa? Se la legislazione italiana si traducesse integralmente in inglese tutto sarebbe meno oscuro, a quanto pare.
Il consiglio per sbarazzarsi dell’ambiguità e delle contraddizioni della lingua italiana è dunque molto semplice: provate a tradurre in inglese “l’articolo 1 della Costituzione. Vedrete che, dopo aver vanamente girato le parole fra le mani, deciderete di far cadere quelle che esprimono concetti oscuri o astrusi (‘a democratic republic based on work’) accorgendovi che, alla fine, sono superflue”.

Questo bel ragionamento non è un pezzo comico di Crozza, è quello che uscito dalla testa di un intellettuale che parla seriamente. Davanti all’angicizzazione dell’articolo 1 della nostra Costituzione ho visto finalmente la luce, e ho compreso tutte le sciocchezze sostenute da tanti, vaghe come la lingua in cui sono state proferite. Per esempio quelle di Francesco Sabatini a proposito dell’identità che esiste tra la lingua italiana e la Costituzione, o quelle di Federigo Bambi che esaltano la chiarezza e la comprensibilità delle norme costituzionali, anche per le persone non necessariamente istruite. O ancora le analisi sulla precisione delle parole della Costituzione di Michele Cortelazzo, che a sua volta riprendeva ciò che aveva espresso Tullio De Mauro…

Anche l’immunologa Maria Luisa Villa, corrispondente della Crusca che da anni si batte per la scienza in italiano, ha preso posizione e ha scritto a Il Foglio in difesa della nostra lingua (abbiamo reso pubblica la sua lettera su Italofonia).

Ripenso a Galileo, a proposito di scienza, che per la prima volta (a parte qualche precedente come quello del matematico Tartaglia) ha deciso di abbandonare il latino – che al contrario dell’inglese era lingua neutra e non quella madre dei popoli dominanti – e usare l’italiano per scrivere il Saggiatore e il Dialogo sopra i due massimi sistemi. È oggi considerato il fondatore del metodo scientifico, e allo stesso tempo ha dato vita a un linguaggio scientifico in italiano che non solo è rimasto nella storia per la sua chiarezza e precisione, ma ha anche rappresentato il modello della successiva prosa scientifica di personaggi come Francesco Redi, Antonio Vallisneri o Lazzaro Spallanzani che, in italiano, confutò le teorie sulla generazione spontanea di Buffon, uno dei più grandi luminari internazionali del Settecento, che a sua volta scriveva in francese, forse un’altra lingua di rango inferiore rispetto all’odierno globalese.

Certo, il linguaggio influisce sul modo di pensare, come aveva compreso Von Humboldt, e forse chi non si rende più conto del valore dell’italiano – storico, culturale, artistico, scientifico e unificante – e lo calpesta come nell’articolo del Foglio, dovrebbe “decolonizzare la mente”, per citare le riflessioni dello scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’O. E dovrebbe comprendere che l’inglese che ha in testa è la “lingua che fiorisce sul cimitero delle altre lingue”. Usarlo per le nostre leggi, la nostra Costituzione, i Prin, la lingua dell’alta formazione, la scienza… significa uccidere l’italiano ed esserne responsabili.

Aggiornamento delle 13:00:
Mi hanno appena segnalato che proprio oggi è uscito su la Repubblica di Napoli l’articolo “Caro Manfredi la ricerca si fa anche in italiano” di Luigi Labruna (Accademico dei Lincei, emerito professore di Diritto Romano alla Fedrico II…) che si aggiunge al dibattito in corso e ricorda che non in tutti i settori l’inglese è la lingua veicolare, e a proposito di diritto romano l’italiano è dominate, seguito da francese, spagnolo e tedesco. Dunque la scelta di presentare in inglese “ogni” Prin è una “bizzarria”, bisognerebbe quantomeno valutare di che tipo di progetto si tratti.

Un progetto di studi danteschi in inglese, in effetti…

L’anglicizzazione dell’italiano durante il coronavirus

Durante la pandemia, gli anglicismi hanno cambiato il nostro modo di parlare con un’intensità senza precedenti, per il numero e per la rapidità con cui molte parole si sono radicate. Ho trattato questo argomento più volte su questo diario, e in un articolo sul portale Treccani (“La panspermia del virus anglicus”) ho provato a ricostruirlo in modo più organico.

Noto che questa tendenza continua anche dopo il picco epidemico. Per esempio con il diffondersi di “staycation” per designare il turismo di prossimità. È un neologismo inglese che i giornali non si possono far scappare, occorre trapiantarlo al più presto, o almeno provarci. Esprimere lo stesso concetto con parole nostre più trasparenti non è altrettanto importante, evidentemente.

0000staycation

Tra i nuovi anglicismi che si sono affacciati negli ultimi dieci giorni, più o meno legati alla coda della crisi del coronavirus, c’è il family act, una rinuncia a usare l’italiano che si commenta da sola.

Sta prendendo piede anche il cashless. Si sente dire così dagli esperti che rivestono un concetto di cui si parla da molti anni di questo suono nuovo. La sua presa si basa sul fatto che cash al posto di contanti e liquidità è già in uso da tempo e che less è presente come suffisso in molte altre parole inglesi che non traduciamo: contactless, il pagamento senza contatto o a sfioramento, cordless e wireless (rispettivamente apparecchi o connessioni senza fili), ticketless (biglietto digitale, telematico, virtuale), homeless (senzatetto)…

A proposito della rete di anglicismi che si allarga, e che non sono affatto prestiti isolati, noto che il recovery sta prendendo vita; poche settimane fa è stato trapiantato il recovery fund (fondi per la ripresa), poi è arrivato il recovery plan. Un anglicismo tira l’altro, come le ciliegie, come le patatine: ancora uno e poi basta… Decurtato all’italiana, semplicemente recovery, sui giornali si impiega così per indicare un piano di recupero straordinario, che richiama un significato già da tempo circolante in informatica (il ripristino o recupero dei dati), e il disaster recovery, un sistema per il recupero dei dati e più in generale un protocollo o una procedura per emergenze o catastrofi.

Questo crescere dell’inglese è sotto gli occhi di tutti. Ma quello su cui vorrei riflettere è l’altra faccia della medaglia.

Davanti al pullulare degli anglicismi per descrivere tutto ciò che è nuovo, quante sono invece le nuove parole italiane che sono sorte? Qual è stata la capacità della nostra lingua di evolversi per via endogena, in questo periodo?

Questa mi pare che si possa considerare la prova del nove, molto utile per comprendere lo stato di morte dell’italiano.

I cambiamenti linguistici dell’italiano durante la pandemia

Per riflettere sulla cristallizzazione dell’italiano che si sviluppa quasi esclusivamente attraverso gli anglicismi, voglio partire da un’intervista a una sociolinguista che non ritiene che l’anglicizzazione costituisca un problema. Vera Gheno, in un articolo su Wired intitolato “La lingua della pandemia: come il coronavirus ha cambiato il nostro modo di parlare” non fa alcun accenno agli anglicismi. Davanti a un titolo del genere, mi ha davvero stupito che la cosa più eclatante sia stata ignorata, perché attraverso questa scelta si costruisce una narrazione che più che fotografare la realtà appare funzionale alle proprie tesi sul ruolo non devastante dell’inglese sull’italiano.

“Quando ci troviamo di fronte a un concetto nuovo – scrive giustamente Vera Ghenoabbiamo bisogno che la nostra lingua si modifichi per poterlo esprimere e quindi nascono parole nuove; oppure accade che parole che prima avevano un significato lo cambino e lo adattino a nuovi contesti (è il fenomeno che in linguistica si chiama slittamento semantico, o risemantizzazione funzionale).”

Ma passando da queste considerazioni astratte e ovvie alle cose concrete, quali sono queste parole nuove italiane?

Stando a quanto si legge nell’articolo, tutto si può riassumere nell’apparire di “paucisintomatico” e nella risemantizzazione di “tamponare” che non significa più solo incocciare la macchina davanti o arginare: adesso indica anche fare tamponi diagnostici.

Ecco come la nostra lingua si è saputa evolvere. Non c’è molto altro. Nell’articolo si parla dei mutamenti della connotazione di “positivo” associata ai risultati medici (una persona positiva evoca questo), che non è nulla di nuovo rispetto a quanto è accaduto con l’Hiv; della fortuna di “resilienza”, di un passaggio dal noi al voi che esprimerebbe la diffidenza verso l’altro, dell’aumento di parole di ambito domestico tra panificazione e cucina, delle metafore belliche (che però appartengono da sempre all’ambito della medicina, checché se ne dica) che rendono gli infermieri “eroi”. C’è il ritorno di parole manzoniane come untore, insomma, nulla di nuovo sotto il sole sul fronte interno, o comunque nulla di eclatante. È questa l’evoluzione della nostra lingua?

Di fronte a queste pochezze bisognerebbe pesare almeno neologismi come lockdown, droplet, recovey fund, staycation e bisognerebbe annoverare intere famiglie di anglicismi come covid hospital, covid pass, covid manager, covid like… Bisognerebbe sottolineare che lo smart working è passato da tecnicismo a parola comune e sta generando la smart didattica, bisognerebbe dire che si sono radicate parole come cluster, trial, screenare… e che sono aumentate le frequenze di trend, hub, conference call, voucher, delivery… Non sono questi, e moltissimi altri anglicismi, ciò che maggiormente ha cambiato il nostro modo di parlare, e soprattutto quello dei mezzi di informazione?

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Negli archivi del Corriere.it, nei primi 6 mesi del 2020 la frequenza di cluster è addirittura decuplicata rispetto all’intero 2018; quella di voucher spicca in modo significativo rispetto agli anni passati.

Fuori dai pochi esempi di Vera Gheno, se ampliamo le ricerche alle parole italiane nuove o evolute, rimane il vuoto, o comunque la rarefazione estrema.

Tra i neologismi ci sono cose insignificanti e di scarso peso come covidiota (calco dell’inglese covidiot) o lo scherzoso coglionavirus, titolo di un libro. C’è la comparsa del distanziamento sociale o di infodemia (altri calchi dall’inglese), e anche il nuovo significato di “goccioline” che – incredibilmente e in controtendenza – pare guadagnare terreno e avere la meglio su droplet (forse è questa l’unica vera novità dell’italiano). Ci sono questioni già esistenti che sono divenute più popolari come paziente zero, oppure la differenza di significato (non sempre scevra da disaccordi) tra mortalità e letalità. Tra le metafore manzoniane si può aggiungere lazzaretto… Ma queste bazzecole non sono incisive per la nostra lingua. Non esiste alcun segno di vitalità dell’italiano davanti a questa emergenza/novità; fuor dall’inglese l’italiano si conferma lingua morta, incapace di arricchirsi per via endogena.

In un altro recente articolo, Vera Gheno è entrata maggiormente nella questione dei forestierismi da covid, per poi concludere che il suo atteggiamento davanti agli anglicismi è “in medio stat virtus”. Viene da chiedersi dove sia “il medio” nel linguaggio della pandemia. Io vedo solo il dito medio nei confronti della lingua italiana. Se l’evoluzione si riduce all’allargamento di significato di “tamponare”, siamo fritti.

“Il miglior modo di amare la propria lingua è quello di perseguire la via del plurilinguismo” scrive Vera Gheno. Ma faccio fatica anche a ravvisare il plurilinguismo nel linguaggio della pandemia. Quali sono gli altri termini stranieri? A parte l’aumento di frequenza di movida, c’è solo l’inglese! Leggerei questo segnale come una creolizzazione lessicale, che non ha nulla a che vedere con il plurilinguismo. E il caso dei francesismi triage e plateau (che comunque sono solo due) è apparente, sono stati usati solo perché in uso anche in inglese, a parte la loro origine. In sintesi, mettere sullo stesso piano questi pochi esempi con il caso degli anglicismi, così tanti che non si riescono più nemmeno a contare, è un’operazione che non tiene conto della realtà e dei numeri.

A proposito del linguaggio dell’emergenza covid, mi hanno colpito anche le dichiarazioni di Giuseppe Antonelli – lo studioso che sostiene che l’anglicizzazione dell’italiano è solo un’illusione ottica – in un’intervista sulla televisione svizzera (“Le parole dell’emergenza coronavirus”).

Anche in questo caso il linguista evita accuratamente di parlare dell’invasione degli anglicismi, e sposta il problema su altre questioni secondarie, che non mi pare colgano il fulcro di quanto sta avvenendo. Antonelli spiega che “le parole hanno un grande potere e possono a loro volta avere delle pesanti conseguenze sul mondo”, ma non si riferisce agli anglicismi bensì a espressioni, che condanna, come l’uso iniziale di “influenza cinese” per indicare il coronavirus, perché ha fatto passare il messaggio di qualcosa di “lontano” e di “banale” come un’influenza. Non gli si può dare torto, a parte il fatto che con il senno di poi è facile fare queste considerazioni, ma sino ai primi di marzo nessuno, nemmeno i virologi, aveva previsto cosa ci stava per accadere. Più grave è semmai che Trump continui a usare questa formula con evidenti intenti politici, ma in Italia nessuno lo fa più, per fortuna.

Lo studioso critica poi l’espressione “distanziamento sociale” e ritiene più appropriato parlare per esempio di “distanza di sicurezza”. Questa considerazione si trova spesso, anche nei dibattiti in Francia e in Spagna. Ancora una volta queste riflessioni sono condivisibili. “Distanziamento sociale” è però entrato nell’uso, e viene da chiedersi: ma come? E la retorica “dell’uso” che fine ha fatto? L’uso così intoccabile e rispettato quando riguarda le parole inglesi che se entrano nell’uso bisogna accettarle, non condannarle o tradurle… perché “l’uso” con cui si giustificano e si dichiarano “necessari” gli anglicismi viene invece messo in discussione in altri casi?
Comunque sia, accanto a questo strano modo di essere descrittivi e di rinunciare a essere prescrittivi a seconda dei casi, siamo sicuri che siano queste le parole dell’epidemia e i problemi dell’italiano in questo momento di colonizzazione senza precedenti?

E infatti il conduttore, Lorenzo Buccella, incalza Antonelli chiedendogli qualcosa sull’inglese che “ha preso il sopravvento durante la pandemia”. Ma la risposta, ancora una volta, ignora la trave e si concentra sulle pagliuzze:

“Io credo che il problema non sia tanto il fatto che abbiamo usato molte parole inglesi, d’altronde questa era una situazione che coinvolgeva tutto il mondo, c’è un aspetto proprio di globalizzazione (…) e allora lockdown è il termine che ha utilizzato l’Oms, il discorso era una parola nuova straordinaria rispetto alla situazione nuova di emergenza…”.

Insomma, per Antonelli il problema della comunicazione della pandemia non è l’inglese, è più importante “utilizzare parole univoche”, anche perché in situazioni di emergenza chi comunica ha una responsabilità ancora più grande: “Le parole possono e probabilmente avrebbero potuto salvare vite umane.”

È curioso che venga riconosciuta ai mezzi di informazione questa “responsabilità” di salvare le vite umane, ma non quella di uccidere le parole italiane. La tesi di Antonelli è infatti che l’inglese sarebbe contenuto in una percentuale fisiologica che “viene avvertita come preoccupante perché amplificata dai mezzi di comunicazione di massa. Sono soprattutto radio, giornali e televisioni – infatti – a offrire l’immagine di un italiano (artificialmente) saturo di parole ed espressioni angloamericane” (Un italiano vero. La lingua in cui viviamo, Rizzoli p. 74).

Ma a parte questa oscillante concezione della responsabilità mediatica, ciò che è davvero insostenibile è la giustificazione del ricorso all’inglese con la favola della globalizzazione e quindi degli internazionalismi. Lockdown o droplet, che gli ha citato il conduttore, così come smart working e la maggior parte degli altri inglesismi e pseudoinglesismi che usiamo, sono penetrati solo nell’italiano, e non esistono né in Francia né in Spagna. E allora perché mai la globalizzazione “ingloba” solo l’italiano?

 

Il francese e lo spagnolo in epoca di covid

Il dibattito sull’evoluzione della lingua durante la pandemia, con riferimento soprattutto agli anglicismi, si è sviluppato anche in Francia. Ma la situazione non è nemmeno lontanamente paragonabile allo sfacelo dell’italiano.

Il francese è una lingua viva, dove si coniano neologismi, dove davanti all’espansione dell’inglese globale esiste una resistenza, che non è fatta da un cane sciolto come la mia, e come quella italiana, ma è istituzionale, supportata dalle leggi che vietano forestierismi nel francese ufficiale e dei contratti del lavoro, che si appoggia alla Costituzione, alle indicazioni del Journal officiel (la Gazzetta francese), all’operato dell’Académie française, e dei mezzi di informazione.

Anche in un articolo su Radio France (“La lingua francese ai tempi del coronavirus”) si registra il malcontento sul “distanziamento sociale”, interferenza dell’inglese, che sarebbe più appropriato rendere in altri modi, come distanza di sicurezza o fisica. Ma si lamentano anche gli anglicismi che si sono fatti strada, come cluster al posto di focolaio, con la differenza che rispetto a quanto avviene da noi dove le occorrenze sono decuplicate rispetto agli anni passati, ricorre molto meno, e spesso è tra virgolette. Ma, soprattutto, l’uso dell’inglese viene deprecato, non misconosciuto, giustificato o spacciato come internazionalismo necessario!

Mentre i nostri mezzi di informazione diffondono anglicismi – che in Francia non esistono – senza alternative, le Figaro sforna innumerevoli pezzi che condannano l’inglese e riprendono le direttive della Commissione per l’arricchimento della lingua francese che invita a usare foyer (épidémique) al posto di cluster: “Coronavirus: ne dites plus «cluster» mais…”, oppure infox al posto di fake news: “Coronavirus: des mots français pour en parler”.

Mentre da noi i politici coniano family act, trapiantano recovery fund, e in parlamento parlano con la massima naturalezza di lockdown e smart working, il sito del Ministero della cultura francese produce una guida alle parole francesi per esprimere il lessico del coronavirus (traçage e non tracking, faire-face e non coping) e un glossario della terminolgia medica che si appoggia a un ben più ampio dizionario terminologico con i corrispondenti francesi. Lo scopo è quello di “arricchire la lingua francese”, e gli esperti non si sognano né di negare o ignorare l’esistenza degli anglicismi, né di proclamarli “necessari” e in questo modo avallarli, ma si prodigano nel tradurli nel giusto modo e nel coniare nuove parole, operando scelte terminologiche autoctone per i vocaboli che non ci sono!

In Spagna gli anglicismi non sono penetrati durante la pandemia, e il dibattito sulla lingua del coronavirus che “infetta” il dizionario della lingua spagnola è commovente. Sul El País, in un articolo intitolato “La Real Academia busca una definición para el coronavirus” la questione non tocca l’interferenza dell’inglese, che non c’è, ma il maschile o femminile di covid, o mascherina che accanto a “mascarilla” registra sinonimi esotici come “barbijo” in Bolivia, “tapaboca” a Cuba o “nasobuco” in altri luoghi. La stesso dibattito che si ritrova leggendo un articolo di Abc intitolato “El coronavirus también infecta el Diccionario de la lengua española” che si pone il problema dell’uniformità di queste varianti per mantenere lo spagnolo omogeneo. Non possiamo che ridere (o piangere?) se paragoniamo tutto questo con la situazione italiana. Mentre da noi c’è solo il lockdown, lì le questioni linguistiche sono incentrate su come formare il giusto verbo da “cuarentena”: meglio “cuarentenar”, “cuarentenear” o “encuarentenar”? L’unico anglicismo che si trova nel pezzo è zoom: “quello che sino a poco tempo fa era solo un obiettivo a lunghezza focale variabile” lamenta l’articolo! Per noi è inimmaginabile che la lingua evolva senza importare l’inglese, ma in Spagna e in Francia, come in tutte le lingue sane, è normale!

Altro che internazionalismi e globalizzazione! In Italia bisogna parlare di colonizzazione.

Come nota Gabriele Valle, in Spagna non esiste il droplet, ci sono solo le gotas de saliva, non c’è il lockdown ma il confinamiento (come in francese e in tutta l’Europa latina, salvo da noi) e il deconfinamento progressivo, la nostra fase 2, 3 e quel che sarà, si può esprimere con desconfinamiento o desescalada.

E in portoghese? Provate a dare un’occhiata allo speciale covid sul quotidiano portoghese Publico, e provate a contare gli anglicismi, se li trovate. Poi fatevi un giro sul Corriere.it, e fate i vostri confronti.

A questo punto ognuno avrà qualche elemento in più per riflettere su cosa significhi “essere internazionali”, se significa fare come negli altri Paesi di lingua romanza o se significa essere colonizzati dalla sola lingua inglese. E anche per ragionare sulla “necessità” dei nostri anglicismi, bollati come necessari solo da noi e dai collaborazionisti di questa creolizzazione lessicale, visto che altrove la lingua nazionale evolve, si arricchisce, è difesa e promossa, mentre l’italiano è ormai ingessato nei suoi significati storici e destinato a trasformarsi in itanglese; soffocato da una quantità di anglicismi che qualcuno considera una ricchezza, ma non sono altro che l’impoverimento e la morte del nostro lessico sempre più mutilato.

 

PS
Come al solito rinnovo l’invito: chi è preoccupato e stufo può firmare e soprattutto diffondere la petizione #litalianoviva. Si riuscirà a fare qualcosa? Almeno proviamoci!

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Le 3000 firme della petizione a Mattarella

Continuo le mie riflessioni sui perché della petizione a Mattarella, #litalianoviva, che conta ormai 3.000 firme. Provo anche a rispondere ad alcune delle critiche basate sulle sciocchezze e sui luoghi comuni di chi non ha studiato e compreso il problema, né tanto meno lo spirito dell’iniziativa.

La nuova questione della lingua

Non se ne può più di sentir dire che è normale che le lingue evolvano o che il francese e tantissimi altri idiomi hanno influenzato l’italiano sin dai tempi di Dante. Queste sono banalità che non si possono che dare per scontate; bisognerebbe essere un po’ più seri e studiare come la nostra lingua si sta evolvendo.

È semplicemente una questione di numeri: dal secondo dopoguerra a oggi – nell’arco di una sola generazione – gli anglicismi sono almeno quintuplicati. Hanno colonizzato i centri di irradiazione della lingua (il lavoro, la scienza, la stampa, l’informatica, l’economia…), si riversano nel linguaggio comune, aumentano di frequenza, penetrano nel lessico di base e, soprattutto, tutto ciò che è nuovo viene sempre più introdotto in inglese crudo, con il risultato che il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è costituito da anglicismi. Il punto non è gridare alla morte dell’italiano per becero allarmismo, è constatare che di fatto è già morto, nel senso che ha cessato di evolvere per via endogena, e che registra una regressione davanti all’inglese anche quando esistono parole italiane che finiscono per essere dimenticate o diventare obsolete davanti ai “prestiti sterminatori”. Gli anglicismi non sono perciò una ricchezza, ma al contrario segnano l’impoverimento e la morte del nostro lessico. La loro penetrazione avviene in modo crudo, senza adattamenti, e dunque sta snaturando la nostra identità linguistica, che non è un concetto filosofico e astratto, ma una cosa molto semplice e concreta: nella maggior parte dei casi gli anglicismi costituiscono dei “corpi estranei” che violano le regole dell’ortografia e della pronuncia dell’italiano. Non c’è alcun problema ad accogliere forestierismi non adattati, se sono contenuti in una percentuale fisiologia, è un fenomeno normale che si riscontra in ogni lingua. Ma quando questa percentuale cresce a dismisura, supera nel giro di 70 anni quella di una lingua come il francese che ha una storia di substrati plurisecolari, quando la somma di tutti i forestierismi di ogni lingua del mondo non arriva alla metà degli anglicismi che abbiamo importato in un lasso di tempo così breve, e che usiamo così spesso, c’è un problema oggettivo. Non siamo più di fronte a un fenomeno normale, ma a una creolizzazione lessicale che stravolge la nostra lingua storica. Questi sono fatti. Ogni critica ne deve tenere conto.

Allora la questione, e il terreno del dibattito, è un altra. Dobbiamo chiederci quale italiano vogliamo. Crediamo che la modernità si esprima con l’inglese e vogliamo che la percentuale di anglicismi della nostra lingua diventi in ogni ambito quella del linguaggio del lavoro o dell’informatica?

Bene lo si dica chiaramente, invece di giocare a fare i negazionisti.

Questa idea dell’italiano, però, per me coincide con l’itanglese, e mi vede dall’altra parte della barricata a combattere quello che considero non un segno di modernità, ma il depauramento del nostro patrimonio culturale. Ciò è tutto il contrario del purismo, ostile da sempre ai neologismi. Viceversa, c’è da auspicare un italiano che si sappia evolvere per via endogena, creando le proprie parole e i propri neologismi, invece che importarli dall’inglese.

Chi ha un’altra idea dell’italiano getti la maschera, si schieri dall’altra parte, e difenda l’itanglese senza fare l’ipocrita. I nuovi puristi del Duemila, quelli che vogliono ingessare l’italiano nella sua forma storica senza farlo evolvere perché tutto ciò che è nuovo si dice in inglese, sono gli anglomani. Sono loro – li chiamo anglopuristi – che vogliono trasformare l’italiano nella “lingua dei morti”.

Questa è la nuova “questione della lingua”. Sarebbe ora di dirlo chiaramente.

Non si tratta di fare la guerra ai singoli anglicismi, si tratta di prendere posizione, e di spezzare la strategia comunicativa che spinge a importare l’inglese crudo senza alternative. Il problema non è linguistico, è culturale. Gli anglicismi non sono “prestiti”, con queste sciocche categorie obsolete non si può rendere conto dell’attuale fenomeno dell’interferenza dell’inglese. Quando il confinamento diventa lockdown, il lavoro da casa smart working, quando si coniano all’inglese espressioni come covid hospital, invece che ospedali covid, e si parla di covid pass, covid free, covid manager, covid like, covid test… il problema non è in questi trapianti e in queste ricombinazioni ridicole prese singolarmente; il punto è che abbiamo perso la volontà di parlare in italiano e siamo passati a una strategia compulsiva (la strategia degli Etruschi) che consiste nella scelta di parlare in itanglese.

Una questione politica, non linguistica

Oggi la nostra classe dirigente – dai mezzi di informazione alla politica, dalla scienza al mondo del lavoro – ha scelto l’itanglese, e in questo modo lo diffonde e lo impone a tutti. Per spezzare questa strategia occorre una rivoluzione culturale e politica. Nello scorso articolo ho mostrato perché non è certo alla Crusca che ci si può rivolgere per cambiare le cose. L’Accademia non ha né il potere né la missione di regolamentare la nostra lingua. Solo la politica potrebbe forse investirla di questo mandato, come avviene per le accademie spagnole e francesi. Lì si creano alternative agli anglicismi e la popolazione è libera di scegliere come parlare. Alcune proposte sono accolte ed entrano nell’uso, altre non vengono invece recepite, ma il risultato è che l’anglicizzazione di queste lingue non è minimamente paragonabile alla nostra. Ognuno è libero di usare il lessico che preferisce, ma la libertà sta nello scegliere, se mancano le alternative cade la scelta, e l’inglese diventa un automatismo senza altre possibilità, diventa la tirannia della minoranza che controlla i centri di irradiazione della lingua e che la impone a tutti.

corriere le monde el pais
Le “reti sociali” o i “fondi di recupero” su Correre, El País e Le monde. Da noi sono anglicismi (i “gruppi tech” in spagnolo sono “grandes tecnologicas”, e persino gli Usa sono detti secondo l’ordine della loro lingua: EEUU).

La petizione per eliminare gli anglicismi almeno dal linguaggio istituzionale – una cosa che in Francia è espressamente vietata dalla legge, ma che non verrebbe nemmeno in mente ad alcun politico, come del resto in Spagna – va rivolta alla nostra classe politica. Ma rivolgersi al parlamento avrebbe senso?

Non mi pare.

Non dimentichiamo che i nostri politici son proprio coloro che contribuiscono a uccidere la nostra lingua storica. Se il politichese, sino a tutto il Novecento, era caratterizzato da formule ampollose, astruse o burocratiche, nel nuovo Millennio è diventato itanglese. Dal jobs act al navigator, il lavoro è job, le tasse sono tax, le leggi act, l’economia è economy, i fondi per la ripresa sono introdotti in inglese, recovery fund, e qualcuno parla di un recovery plan per la pandemia. Gli anglicismi politici registrano un aumento preoccupante: quantitative easing, voluntary disclousure, caregiver, stepchild adoption, spending review, spoils system, devolution e deregulation, election day e family day… E in questo linguaggio fatto di establishment, governance, leadership, impeachment, question time, moral suasion, premiership… ci sono anche figure istituzionali come il garante della privacy, o il ministro del welfare, alla faccia della salute del nostro lessico. I giornali rilanciano e amplificano questo vocabolario politicamente scrorrect, mentre si parla sempre più di premier al posto di presidente del consiglio come è scritto nella nostra Costituzione, o di governatori invece che presidenti delle regioni perché si vuol fare gli americani, anche se il nostro sistema non è federalista.

In questo contesto appare poco proficua una petizione rivolta ai politici. Senza scadere nel qualunquismo, bisogna ricordare che negli ultimi anni sono state presentate innumerevoli proposte di legge o di istituzione di un Csli (Consiglio Superiore della Lingua Italiana) che sono sempre rimaste nei cassetti, per riemergere ciclicamente senza che nulla di concreto sia mai stato fatto.

Nel 2012, una petizione dell’Era propose di dire in italiano “question time” e ricevette consensi da ogni parte politica, ma l’iniziativa lodata da tanti solo a parole, non ebbe nei fatti alcun seguito (in Svizzera si dice invece l’ora delle domande, in parlamento e sui giornali).

corriere ticino ora delle domande
“L’ora delle domande” sul Corriere del Ticino.

Nel 2018, Giulia Bongiorno, ministra della pubblica amministrazione del Governo Conte, scriveva:

“Nei primi giorni da Ministro mi sono stati sottoposti alcuni fascicoli – definiti dossier – dai quali emergeva che i problemi più urgenti da affrontare erano:
1) il blocco del turnover;
2) l’inadeguata valutazione della performance dei dirigenti;
3) il digital divide;
4) la scarsa applicazione (…) dello smart working;
4) l’uso improprio del badge per entrare nel luogo di lavoro.
Per affrontarli avrei dovuto partecipare a numerosi meeting; inoltre, mi si rendeva noto che il budget a mia disposizione era – purtroppo – limitato.
Amo l’inglese (…) Eppure credo sia sbagliato, e fuorviante, accettare questa sostituzione della lingua italiana; parlo di sostituzione perché l’uso reiterato delle parole inglesi fa sì che a volte il corrispettivo italiano si perda. Dunque dico basta, con forza, a questo ibrido che forse vorrebbe far sembrare l’italiano più moderno, ma in realtà lo sta svilendo.”

(Lettera aperta del 19 dicembre 2018 per denunciare l’abuso dell’inglese nel linguaggio amministrativo).

Che cosa è accaduto, da allora, è sotto gli occhi di tutti.

Anche le iniziative come Europarole del Dipartimento delle politiche europee, avviata nel 2018, che doveva tradurre gli anglicismi che circolano nell’ambito dell’Unione Europea si è rivelato un progetto vuoto, e da allora ha raccolto solo 37 parole!
Visto che le istituzioni non lo fanno – da quelle politiche alla Crusca – il più grande repertorio esistente nel nostro Paese è il Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi (AAA), che ne ha raccolti ormai 3.700, e nasce da un’iniziativa privata senza alcun finanziamento.

Da queste considerazioni è nata la decisione di rivolgere la petizione non alla politica, ma al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la massima carica dello Stato.

C’è chi ha storto il naso davanti all’opportunità di rivolgersi a lui in questo frangente in cui l’Italia versa in ben altri e più gravi problemi. Eppure il lievitare degli anglicismi ha raggiunto picchi inediti proprio durante la pandemia e, soprattutto, le nostre richieste sono davvero facili, e non costano nulla. Non abbiamo invocato leggi come quelle che ci sono in Francia, né domandato di attuare ciò che la politica ha più volte presentato senza che mai si sia realizzato.
Le richieste consistono, semplicemente, in una supplica, perché il capo dello Stato attui un simbolico richiamo alla politica di non utilizzare anglicismi almeno nel linguaggio istituzionale, per il rispetto, oltre che per la trasparenza, che le istituzioni dovrebbero avere nei confronti dei cittadini italiani e del nostro patrimonio linguistico (non dimentichiamocene, quando saremo chiamati alle urne!).
La seconda richiesta è di favorire una campagna di sensibilizzazione contro l’abuso dell’inglese. Anche questa preghiera non ci pare gravosa, e soprattutto non comporta alcuna spesa, visto che gli spazi delle pubblicità progresso sono già previsti. E come si fanno e si sono fatte contro il bullismo o contro la violenza delle donne, potrebbero farsi anche per promuovere la nostra lingua, di cui non è il caso di vergognarsi.

Crediamo che questa petizione chieda qualcosa che dovrebbe essere dato per scontato, qualcosa che nasce semplicemente dal buon senso e che dovrebbe appartenere a tutti. E facciamo fatica a comprendere come si possa non condividere questo appello.

Eppure, se la petizione #dilloinitaliano di cinque anni fa fu ripresa da tutta la stampa, oggi invece non c’è un solo giornale a tiratura nazionale che ne abbia accennato nemmeno con una sola riga. Le 3.000 firme raccolte nascono solo dal passaparola in Rete e tra la gente, mentre i mezzi di informazione e le istituzioni che dovrebbero occuparsi della nostra lingua in modo ufficiale lo hanno ignorato. Al contrario di quanto hanno fatto invece persone di primo piano della cultura nazionale e internazionale.

 

I firmatari e gli amici dell’italiano

Sin dai primi giorni, la notizia della petizione #litalianoviva è stata ripresa e diffusa dall’Istituto Italiano di Cultura di Lima, che l’ha rilanciata dalle sue pagine Facebook, oppure dal sito Corsica Oggi. In Svizzera è stata segnalata dal Forum per l’italiano in Svizzera, e dalla Rivista.ch. E così la notizia si è sparsa per il mondo, tra i firmatari ci sono italofoni tedeschi, dall’università di Barcellona ha firmato un’importantissima profesora emerita di Filologia Italiana, dall’Australia ha firmato la traduttrice Barbara McGilvray, vincitrice di una medaglia dell’Ordine d’Australia dell’Australia Day, per i suoi meriti nel tradurre in italiano. Voglio riportare qualche battuta tratta da un’intervista che rilasciò in quell’occasione:

Barbara McGilvray
Barbara McGilvray.

– Hai notato delle differenze nell’evoluzione della lingua italiana da quegli anni ’60 in cui eri a Roma all’italiano che si parla oggi? Magari il fatto che oggi sia infarcito di parole inglesi? Una volta non era così…
Io cerco di evitare e parole inglesi in italiano anzi sono iscritta a due o tre gruppi di traduttori in Italia, gruppi virtuali, sull’Internet e lottiamo tutti per evitare di usare neologismi inglesi, preferisco evitarli. (…) Spending review mi fa una rabbia (RIDE), ci sono espressioni perfettamente adeguate in italiano, perché usare quelle inglesi? Non lo so…

– O il jobs act…
Jobs act… un altro, no, no… non ne parliamo…

– La nostra rubrica si chiama La lingua più bella del mondo, sei d’accordo con il nome che abbiamo dato a questo segmento?
Assolutamente! Come no?

Se volte sentire queste parole dal suo delizioso accento anglofono, lo potete fare qui (al min, 4,30 circa).

Tra i tanti che hanno firmato e che mi hanno scritto dall’estero ci sono italofoni dall’Argentina, dal Canada, dalla Francia, e anche dal Regno Unito e dagli Stati Uniti.

Possibile che all’estero ci sia un’attenzione per l’italiano superiore alla nostra?

Evidentemente sì.

Ma non è del tutto esatto. Non bisogna confondere il silenzio stampa e delle istituzioni che si registra in Italia con il sentimento degli italiani. L’indifferenza mediatica non corrisponde alla sensibilità di tante persone di ogni fascia sociale (infermieri, medici, farmacisti, parrucchieri, avvocati, imprenditori, formatori, studenti, insegnanti, mamme, agenti immobiliari… c’è anche un suora). E tra i firmatari ci sono poi diversi politici che appartengono a ogni schieramento: da Potere al popolo e Sinistra alternativa passando per il Pd, i 5 stelle, la Lega, sino a Forza Italia, Fratelli d’Italia e alla destra. Ma soprattutto mi ha colpito la presenza di molti personaggi di spicco della cultura del nostro Paese. Non sempre mi è stato possibile verificare se certi nomi sono davvero illustri o se si tratta di omonimi, e non so se Elena Ferrante è veramente lei o se Paolo Repetti è davvero il fondatore e il direttore della collana Stile Libero di Einaudi. So però di certo che hanno firmato professori universitari o accademici come lo psicologo Fulvio Scaparro, il filosofo Fulvio Papi, scrittori come Elisabetta Bucciarelli (vincitrice del premio Scerbanenco) o come la docente Laura Margherita Volante, traduttori di primo piano come la poetessa Claudia Azzola direttrice della rivista TraduzioneTradizione, giornalisti come Alberto Giovanni Biuso, intellettuali che gravitano intorno alla rivista Odissea diretta da Angelo Gaccione, come il medico Teodosio De Bonis (“Ho deciso di iscrivermi ad un corso di lingua straniera: mi è stato consigliato l’Italiano”), lo scrittore Oliviero Arzuffi, i poeti Antonella Doria, Gabriella Galzio e Nicolino Longo… e una lunga lista di donne e uomini che fanno comprendere che esiste un’altra idea di lingua e di cultura, oltre a quella dominante. E che a opporsi all’insensato ricorso all’abuso dell’inglese siamo in tanti.

Per aiutarci a diffondere la nostra iniziativa, visto che i giornali non lo fanno, passa parola, per favore!

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I perché di una petizione a Mattarella (e le prime 2.500 firme)

La petizione #litalianoviva (che ha raggiunto le 2.500 firme) arriva cinque anni dopo quella, fortunatissima, lanciata da Annamaria Testa (#dilloinitaliano). Le quasi 70.000 firme di allora ebbero una risonanza senza precedenti e una rassegna stampa fitta e internazionale. Proprio in seguito a questo straordinario successo, l’Accademia della Crusca. a cui era rivolta, decise di dare vita al Gruppo Incipit, che aveva lo scopo “di monitorare i neologismi e forestierismi incipienti, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana e prima che prendano piede.” Dunque: “monitorare” più che “arginare”, anche se nei comunicati sono sempre stati indicati dei sostitutivi italiani.

A cinque anni da questo evento, ho tentato di fare un bilancio di cosa sia accaduto e di che cosa sia cambiato. Purtroppo la risposta è che, nel concreto, non è accaduto nulla. Anzi, da allora le cose sono decisamente peggiorate. Ecco perché ho provato a immaginare un’iniziativa simile ma con altri interlocutori e altre richieste.

L’attuale ruolo della Crusca

Mi pare che l’importanza della petizione di Annamaria Testa si possa riassumere nella presa di coscienza del fastidio verso l’abuso dell’inglese di una grande fetta degli italiani. La svolta che ha segnato è stata proprio l’emergere di questo nuovo modo di sentire nell’opinione pubblica, un cambio di paradigma storico molto importante: per la prima volta, parlare di tutela dell’italiano non veniva più associato alla politica linguistica del fascismo, alla guerra ai barbarismi, e neanche alle prese di posizione “puriste” o “neopuriste” che avevano caratterizzato la denuncia del “morbus anglicus” di Arrigo Castellani negli anni Ottanta.

accademia della cruscaNon è un fatto da poco. Bisogna tenere presente che Francesco Sabatini, quando era il presidente della Crusca, fondò nel 2001 il Clic (Centro di consulenza sulla lingua italiana contemporanea), che si interruppe presto anche per le reazioni ostili dei mezzi di informazione davanti alla “difesa della lingua”, un argomento ancora tabù. Con la costituzione del Gruppo Incipit, l’Accademia si aspettava analoghi attacchi e resistenze culturali, ma la cosa più sorprendente fu che non ce ne furono affatto. Il vento era cambiato, la petizione #dilloinitaliano fu come una gigantesca manifestazione di piazza, seppur virtuale, che lanciò questo importantissimo segnale.

Eppure la timidezza della Crusca nello schierarsi a favore della difesa della lingua è rimasta.
Anche se nella percezione della gente l’Accademia è ancora associata alle attività del passato, quando questa antichissima e prestigiosa istituzione pubblicava il vocabolario della lingua italiana e aveva un atteggiamento prescrittivo nei confronti della lingua, oggi non è più così. Fu proprio durante il fascismo che l’attività lessicografica della Crusca fu soppressa, con il Regio Decreto del ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile nel 1923, e fu invece la Reale Accademia d’Italia (Rai) a essere in seguito incaricata di compilare il dizionario della lingua italiana del regime, che si interruppe (alla lettera C) con la caduta del fascismo. Negli anni Sessanta, quando il presidente della Crusca era Giacomo Devoto si delineò molto chiaramente il nuovo spirito dell’Accademia di rinunciare agli intenti normativi e prescrittivi in favore del descrittivismo, cioè di esaminare l’evoluzione dell’italiano senza intervenire, perché la lingua non va difesa, va studiata, per citare Giancarlo Oli. Questa prospettiva è quella dominante anche oggi, e poco si concilia con il volere arginare gli anglicismi.

Il Gruppo Incipit

Nel contrastare le parole inglesi, il Gruppo Incipit ha giocato un ruolo simbolico ma non ha raggiunto obiettivi concreti. A parte qualche presa di posizione dei suoi membri in occasioni pubbliche o interviste, si è limitato a diramare 13 comunicati che complessivamente hanno indicato le alternative a qualche manciata di parole, a fronte delle centinaia che si sono affermate. Non sono al corrente del loro lavoro di “monitoraggio” (studi quantitativi o altre analisi organiche), ma stando ai comunicati si evince che il problema è stato affrontato a sprazzi, e non certo in modo sistematico. Alla fine del 2016 sono entrate prepotentemente nel linguaggio comune fake news, grazie ai giornali che hanno virgolettato senza tradurre un’espressione di Trump (per far cadere le virgolette il giorno dopo e introdurre nella nostra lingua l’inglese crudo invece che “notizie false” o “bufale”). Nel 2017 è esploso il black friday, grazie al trapianto di una consuetudine statunitense nel nostro Paese. E di anno in anno, anglicismo dopo anglicismo, si può arrivare alla pandemia del 2020 che ci ha regalato il lockdown (insieme a droplet e tantissimi altri che ho ricostruito in un articolo Treccani). Dunque stupisce la mancata presa di posizione davanti a questi esempi eclatanti che hanno stravolto il nostro modo di parlare.

L’attività della Crusca non è insomma minimamente paragonabile a quella delle accademie di Spagna e Francia, che non hanno paura di essere prescrittive o di proporre alternative, anzi, ciò rientra nei loro compiti e nella loro missione. L’Académie française, inoltre, non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” ci sono illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

A parte queste diverse prospettive, bisogna anche riconoscere che i comunicati del Gruppo Incipit, benché esigui, non hanno sortito alcun effetto tangibile.

I limiti di Incipit e della Crusca

Incipit parte dal presupposto che quando un anglicismo si afferma è poi molto difficile da sradicare. Ciò è vero soltanto in Italia, bisogna precisarlo, perché in Francia molti sostitutivi introdotti in seguito alla legge Toubon hanno fatto regredire l’inglese. Ma questo approccio, che se non è supportato da una politica linguistica risulta poco efficace, ha anche un altro forte elemento di debolezza. Lo aveva sollevato sin dall’inizio Tullio De Mauro. Davanti alle proposte sostitutive per esempio di analisi on desk, benchmark, tool, distance learning o peer review (comunicato n. 6), “se l’obiettivo dell’Accademia è ottenere gli applausi della stampa, l’obiettivo è in gran parte raggiunto”. Altrimenti queste parole non erano affatto incipienti, visto che erano registrate dai dizionari già da decenni, per cui “se c’è (e c’è) abuso di anglismi nella comunicazione universitaria, l’imputato chiamato alla sbarra da Incipit, l’aziendalese, va assolto: non è lui che ha commesso il fatto” ( → “È irresistibile l’ascesa degli anglicismi?”).

Insomma, se i linguaggi di settore vengono colonizzati sempre più dall’inglese, poi è inevitabile che da lì straripino nella lingua comune. E allora l’argine a ciò che è in fase incipiente dovrebbe semmai essere doppio. Bisognerebbe operare scelte terminologiche traduttive innanzitutto quando gli anglicismi entrano nei linguaggi specialistici, ma è un po’ difficile visto che la scienza, la tecnologia, l’informatica, il lavoro, l’economia e quasi ogni ambito culturale si studiano sempre più in inglese con il risultato di trapiantare i tecnicismi in modo crudo invece di saperli interpretare autonomamente. Il secondo argine dovrebbe essere eretto quando queste parole, magari dopo molti anni, si riversano nella lingua comune. Ma siamo sicuri che questo sistema funzioni?

Direi di no. Nella realtà, giornalisti e politici se ne fregano dei sostitutivi promossi dalla Crusca, ammesso che li conoscano, e puntano ad attingere al linguaggio specialistico invece che al lessico della divulgazione. “Smart working”, per esempio, era uno pseudoanglicismo presente già prima della pandemia del coronavirus, anche se la sua frequenza era bassa e la sua circolazione era ristretta al mondo lavorativo degli addetti ai lavori. Incipit, nel 2016, ha promosso l’alternativa in circolazione nel linguaggio contrattuale di “lavoro agile” (comunicato n. 3) quando ancora la parola non era così comune. Ciononostante, da qualche mese l’espressione ha fatto il salto di specie: i giornali, i politici e i tecnici hanno usato l’inglese ripetuto in modo ossessivo fino a farlo diventare la parola più gettonata, che ha scalzato non solo l’equivalente tecnico di lavoro agile, ma anche quelli possibili nella lingua comune, cioè il lavoro da casa, da remoto, a distanza o il telelavoro. Lo stesso si può dire di caregiver, che circolava come tecnicismo già ben prima del 2018 quando è entrato nella legge di bilancio e quando Incipit lo ha affiancato a “familiare assistente”, “prestatore di cure o “assistente domestico” (comunicato n. 9).

Vale la pena di ricordare che caregiver è diventato un tecnicismo solo in italiano, in inglese non ha questa specificità, e la parola non si trova né in spagnolo – si parla di “curatore”, cuidador (familiar) – né in francese – “aiutante”, aidant familial o informal, proche aidant –. Lo stesso vale per per smart working, che non esiste in francese, in spagnolo né in inglese (remote working).

E allora la strada per fermare l’anglicizzazione è forse un’altra rispetto a quella prospettata da Incipit, e implica l’essere meno provinciali, tradurre o inventare neologismi italiani (qualora le parole ci mancassero) invece che importare parole inglesi crude (se va bene, altrimenti si inventano pseudoanglicismi). Insomma, davanti alle migliaia di parole inglesi il punto non è quello di sostituirle nella fase incipiente, ma agire alla base: è necessario creare un nuova cultura, spezzare l’anglomania da colonizzati che porta a preferire i suoni inglesi a prescindere dalle singole parole, riappropriarci con orgoglio della nostra lingua e della capacità di generare neologismi su base endogena. Dobbiamo superare il nostro senso di inferiorità che ci fa vedere l’inglese come una cultura e una lingua superiori, dobbiamo smettere di confondere l’inglese con l’essere moderni o internazionali. Per essere moderni dovremmo fare evolvere l’italiano, e per essere internazionali dovremmo fare come si fa all’estero, dove si usa maggiormente la propria lingua.

E soprattutto, dovremmo cessare di aver paura di essere prescrittivi. Come fanno le accademie francese e spagnole.

Un po’ di sano prescrittivismo

Se la strada di Incipit non è stata produttiva, non è all’Accademia della Crusca che ci si deve rivolgere per cambiare le cose. Forse l’Accademia andrebbe rifondata, e investita di un po’ di sano prescrittivismo proprio dalla politica che un tempo le ha sottratto questo ruolo. Davanti all’espansione dell’inglese globale che minaccia molte lingue, il liberismo linguistico rischia di trasformarsi in un anarchismo nel senso più negativo, uno stato di natura selvaggio e senza regole che coincide con la sopraffazione del più debole (homo homini wolf).
La difesa della lingua, un tempo invocata per purismo o per motivi di principio esterofobi, è oggi da rivedere da un altro punto di vista basato sui numeri. Qui si tratta di proteggere il nostro patrimonio culturale esattamente come si difendono i panda e le balene che rischiano l’estinzione.

Andrea Camilleri protezione lingua italianaQualche anno fa, Andrea Camilleri ha sintetizzato tutto ciò in modo meraviglioso in un brevissimo video, che vi invito a vedere, in cui sviscerava il tema-tabù della “protezione della lingua” davanti all’inglese. Spiega che da quando la lingua dell’Europa, per le leggi e il lavoro, ha cessato di essere tradotta in italiano e riporta i documenti solo in inglese, francese e tedesco, la nostra lingua è regredita. I nostri politici avrebbero dovuto opporsi, ma non l’hanno fatto. Per Camilleri, se dalla terminologia tecnica (sempre più in inglese crudo) le parole entrano poi nella lingua comune è per “provincialismo assoluto”, e sfoggiare questo lessico inglese non è cultura. Il rischio lucidamente intravisto era che l’italiano diventasse una lingua morta, che ha la sua tradizione storica congelata nella letteratura del passato, ma senza sapere evolversi. Per lo scrittore, la soluzione non è certo l’autarchia come ai tempi del fascismo, ma una “giusta difesa della lingua andrebbe fatta”, smettendo di essere provinciali e recuperando “le bellissime parole della nostra lingua”.

Come si può non essere d’accordo? Come possono i linguisti italiani non comprendere che tra l’autarchia linguistica e l’essere normativi nel modo più rigido e antistorico ci sono delle vie di mezzo necessarie e sane, come hanno capito in Francia, in Spagna o in Svizzera?

Per tutelare l’italiano, l’attuale atteggiamento descrittivo della Crusca non basta. Visto che i linguisti non si fanno problemi a prescrivere le giuste parole nel caso del linguaggio non discriminante per le cariche femminili e sono intervenuti nello schierarsi a favore di parole come ministra o sindaca modificando l’uso – come stanno facendo anche davanti a quisquilie come scrivere “sé stesso” invece di “se stesso” senza accento che si era affermato nell’editoria del Novecento – perché non dovrebbero avere lo stesso atteggiamento davanti agli anglicismi in nome delle pari opportunità dell’italiano, oltre che delle donne?

Per contrastare l’abuso dell’inglese basterebbe agire con coerenza e nello stesso modo, invece di usare due pesi e due misure. Proprio dalla politica, e dalle raccomandazioni delle amministrazioni supportate dalla consulenza Crusca sono arrivate le direttive del linguaggio non discriminante. La promozione di questo lessico e la campagna culturale che c’è stata in proposito hanno dato i loro frutti, e hanno portato i giornali a utilizzare le nuove parole e i dizionari ad accoglierle e a registrarle.

vivalitaliano 300 x 145Queste sono le due vie proposte dalla petizione per promuovere l’italiano e spezzare l’abuso dell’inglese. L’eliminazione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e l’avvio di una campagna di sensibilizzazione.
L’interlocutore non può che essere la politica…

 

Continua.

La strategia degli Etruschi (e 1.500 firme per fermarla)

Le firme della petizione #litalianoviva al presidente Mattarella, per l’estromissione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e per l’avvio di una campagna contro l’abuso dell’inglese, aumentano. Non so più come ringraziare i tanti che mi hanno scritto e che si stanno adoperando per diffonderla. Tra le oltre 1.500 adesioni di questi giorni mi ha colpito l’alto numero di professori universitari, scrittori, personaggi di primo piano della cultura (prossimamente ne parlerò più nei dettagli). Mi pare un dato molto significativo, perché vedo che questo tema non è sentito solo dalla gente, ma anche da molti intellettuali che hanno preso una posizione netta.

Una nuova egemonia culturale

Per comprendere meglio cosa sta avvenendo nel nostro Paese vorrei partire proprio dalla riflessione di un intellettuale come Gramsci, che riporto senza alcuna presa di posizione ideologizzata, ma solo perché la trovo molto acuta e attuale:

“Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”
(Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3).

Oggi la “questione della lingua” riguarda soprattutto l’interferenza dell’inglese e va inserita in un quadro internazionale che ha a che fare con l’espansione dei modelli angloamericani in tutto il mondo e con la globalizzazione. Questi modelli non sono solo linguistici, ma anche economici, politici e culturali. Perciò la riflessione sulla necessità di una riorganizzazione dell’egemonia culturale mi sembra più che mai valida.

L’attuale egemonia culturale italiana, che occupa il panorama mediatico, politico e i posti di rilievo nel mondo del lavoro, sempre più spesso punta all’inglese come modello superiore. Ma come ha osservato un grande linguista tedesco, Jürgen Trabant, questo atteggiamento sta portando a una moderna “diglossia neomedievale” che erge barriere sociali nei singoli Stati, dove si crea una frattura linguistica e culturale tra chi parla l’inglese e no, tra le classi sociali alte e quelle basse. Ciò non riguarda solo l’uso dell’inglese come la lingua della comunicazione internazionale, della scienza o dell’Europa, riguarda anche l’abuso dell’inglese nell’italiano. Insomma, mi pare che le parole di Gramsci siano illuminanti: la nuova classe dirigente dell’era della globalizzazione e del dopo-muro di Berlino sta procedendo a una riorganizzazione culturale, e linguistica, che sta creando fratture con la gente, con le masse, con gli italiani.

Ecco perché mi sembra importante che emerga un altro modello di egemonia culturale. Un modello che in Italia c’è, ma è sommerso dal pensiero dominante e disgregato, e bisognerebbe invece che si organizzasse ed emergesse come avviene normalmente all’estero.

 

Il senso di inferiorità verso l’inglese: un’anomalia tutta italiana

Mentre in Italia sembra che nessuno si preoccupi di tutelare e promuovere il nostro patrimonio linguistico, all’estero non è così.

La tutela della lingua si trova in Paesi lontani come la Cina e in quelli vicini come la Svizzera, dove l’italiano è promosso molto meglio che da noi. In Islanda esiste la figura del “neologista” che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. La questione è sentita in special modo in Africa, dove intellettuali in odore di Nobel come Ngugi wa Thiong’o (autore di Decolonizzare la mente, Jaca Book, 2015) invitano a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, la Repubblica 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Nel mondo ispanico esistono una ventina di accademie che promuovono la propria lingua e creano alternative agli anglicismi. Come ha ricordato Gabriele Valle, la presentazione del Diccionario panhispánico de dudas (2005) che, oltre a diffondere le alternative agli anglicismi rappresenta un punto di riferimento per l’omogeneità della lingua in tutti i Paesi ispanici, è avvenuta dinnanzi a tutti i giornali più importanti, che sottoscrissero un accordo:

“Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa”.
(“Lʼesempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: lʼitaliano e lo spagnolo a confronto”, p. 757).

In Italia, i mezzi di informazione sembrano invece piuttosto irresponsabili e poco consapevoli del loro ruolo storico nell’unificazione dell’italiano che oggi depauperano. O più probabilmente ne sono perfettamente consci, ma la loro visione della modernità è quella dei collaborazionisti dell’itanglese.

Anche l’Académie Française opera per la creazione di alternative agli anglicismi e per la loro diffusione, al contrario di quanto fa la Crusca, e in Francia esiste la legge Toubon che impone il francese – lingua inserita nella Costituzione – nel linguaggio istituzionale e in quello del lavoro. In questo Paese capita che intellettuali come il filosofo Michel Serres accusino la classe dirigente che abusa dell’inglese – e non certo nel linguaggio istituzionale, perché sarebbe impensabile – di essere dei “collaborazionisti”:

“Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”
(Contro i bei tempi andati, Bolati Boringhieri 2018).

Da noi queste parole appaiono estremiste, perché la nostra classe dirigente è formata sempre più da chi è colonizzato: i collaborazionisti hanno occupato le posizioni centrali e impongono la nuova lingua dominante, a cominciare della sinistra che ha perso ogni contatto con le “masse” e ogni spirito critico nei confronti degli Stati Uniti, per finire con i “sovranisti” che però praticano l’itanglese.

E allora forse dovremmo essere davvero internazionali, che non significa avere la testa soltanto oltreoceano, ma guardare a cosa accade negli altri Paesi, a cominciare da quelli vicini.

Il ricorso all’inglese ridicolo e devastante

Piero Bevilacqua, nell’aderire alla petizione, ha dichiarato:

“Lo sciocco narcisismo con cui giornalisti, uomini politici, personaggi dello spettacolo esibiscono il loro inglese orecchiato, va denunciato con le armi della critica come un fenomeno di inferiorità culturale. Chi crede di apparire più colto ricorrendo a termini inglesi – che spesso sono di origine neolatina – ignora la ricchezza e grandezza della lingua italiana e perciò esibisce non la propria cultura e il proprio essere aggiornato, ma la propria ignoranza. Il ricorso a una lingua straniera, quando esistono equivalenti italiani, spesso semanticamente più ricchi e vocalmente più musicali, rivela un fondo di servilismo da popolo colonizzato, che svaluta la storia della propria lingua, cultura, civiltà. Perciò chi si fa strumento della creazione di un immaginario nazionale subalterno va criticato aspramente, additato come responsabile di un danno di immagine procurato al Paese, portatore di un messaggio diseducativo e fuorviante alle nuove generazioni.”

Sottoscrivo ogni parola di Bevilacqua e voglio provare a esemplificarne il senso e ad aggiungere ulteriori elementi.

Credo che la situazione italiana sia pericolosa, per la nostra lingua e cultura, perché non esiste alcuna resistenza né reattività davanti all’espansione dell’inglese globale. Al contrario, la nostra classe dirigente sembra agevolarla dall’interno, operando scelte lessicali anglomani davanti a tutto ciò che è nuovo a costo di ricorrere agli pseudoanglicismi (come smart working o navigator). Basta che suoni inglese, insomma, anche se non lo è affatto.

In questa follia, in questa mania compulsiva elevata a strategia comunicativa (non sempre consapevole) ciò che sta accadendo travalica quello che si può spiegare con le categorie ingenue e datate del “prestito” che molti linguisti ancora utilizzano senza riuscire a comprendere cosa ci sta accadendo. Siamo in presenza di uno “tsunami anglicus”, per citare Tullio De Mauro, cioè a un travaso dell’inglese di ben altra portata.

Gli anglicismi non sono più poche manciate di semplici parole isolate (“prestiti”) che importiamo perché non ne abbiamo di nostre (e non vogliamo né tradurre, né italianizzare, né reinventare con neologismi autoctoni) o perché ci appaiono più prestigiose ed evocative. Siamo in presenza di un’emulazione basata sulle ricombinazioni di radici inglesi che si ricompongono in modo virale e generano un quantità di anglicismi che sfugge ormai alla possibilità di ogni classificazione (ne ho parlato in un articolo sul portale Treccani).

Invece di parlare di fondi per la ripresa, durante la pandemia i politici e i giornali hanno scelto di utilizzare l’espressione inglese recovey fund. Il risultato è l’imposizione alla gente dell’ennesimo anglicismo che battezza un nuovo concetto attraverso un’espressione che viene trapiantata come fosse un nome proprio insostituibile, poco trasparente non solo alle masse, ma persino agli stessi trapiantatori che spesso la storpiano in modo errato, perché sono i primi a non conoscerla. Penso all’onorevole Gelmini che alla Camera ha pronunciato sistematicamente “recovery FAUND” e non “FAND” (lo si può ascoltare qui, al minuto 1,35 circa), come se fosse scritto “found” (inglese: not found! ). Questo non vuole essere un attacco politico, né personale, l’onorevole è in buona compagnia di altri colleghi parlamentari di ogni schieramento e anche di numerosi giornalisti che hanno sfoggiato la stessa dizione in tv e persino nello scrivere (vedi primo riquadro dell’immagine sotto).

E allora a che giova ostentare questo tipo di inglese maccheronico?

recovery

Purtroppo non finisce qui. Al ridicolo si aggiunge il deleterio.
L’introduzione di recovery fund diventa popolare perché ripetuto in modo martellante e senza alternative, e questo porta all’assimilazione di recovery che prende vita e produce altre ricombinazioni a catena dove tutto va bene, basta che non sia italiano. Si parla perciò anche di recovery bond, visto che le obbligazioni sono sempre più spesso bond, dagli eurobond ai coronabond, ma si trovano anche: recovery instrument, recovery initiative, recovery strategy, e alla fine Di Maio se ne esce con la necessità di un recovery plan, su cui ironizza Giorgio Comaschi in una delle sue pillole in video, che radica recovery ma anche il parlare di plan invece che di piano in una rinuncia all’italiano sempre più ampia.

In questo ricorso alle ricombinazioni di radici inglesi accade perciò che nasca la regola istintiva del “covid + N”, dove “N” sta per qualunque cosa purché sia inglese. I covid hospital, invece che ospedali covid, consolidano l’abitudine a invertire le parole all’inglese, ma anche a far circolare hospital invece di ospedale (come del resto si parla di day hospital al posto di ospedale diurno). E così dilagano i covid pass che prima si indicavano con patente di immunità, spuntano i covid manager, si legge della ristrutturazione dei locali in modo covid free, e tra covid test e covid stress, l’ultimo arrivato da pochi giorni nella famiglia è il covid like.

Lo stesso vale per lo smart working, che nonostante sia uno pseudoanglicismo diffuso solo in Italia, diventa il modello per la smart-didattica, espressione inesistente sino a un mese fa e che oggi comincia a farsi strada.

smat didattica
Fino all’1 marzo 2020 “smart-didattica” compariva in questi soli 3 articoli in tutte le notizie della Rete.

Negli ultimi vent’anni l’espressione era stata azzardata in solo 3 articoli presenti in tutte le notizie italiane della Rete, ma negli ultimi due mesi è stata usata 1.150 volte. La logica è quella della bat-mobile e della bat-caverna, dei Barpapà e del barbatrucco, ma purtroppo non c’è nulla di ironico. È tutto tragicamente reale.

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Le 1.150 occorrenze di “smart didattica” nelle notizie in Rete al 19/5/20

 

In questo “servilismo” ridicolo da popolo colonizzato si trova ormai di tutto, è uno straparlare che assomiglia a una gara a chi spara più anglicismi e a chi riesce a depauperare maggiormente il nostro lessico. E tra il grocery e lo shelf life contro cui si scaglia Giorgio Comaschi, probabilmente destinati a rimanere degli occasionalismi, si fa strada la staycation che ci regala la Repubblica (e tante altre riviste digitali) che potrebbe invece radicarsi e diventare il tormentone dell’estate (dopo le prime apparizioni sui giornali di qualche anno fa che non si sono affermate).

staycation

Ecco dove sta andando l’italiano. Questo non è un fotomontaggio, è una pubblicità vera (grazie a Giampaolo Donini che me l’ha mandata). E cosa rimane della nostra lingua?

pubblicità

È questa la lingua che vogliamo? È questo il futuro dell’italiano?

Intanto, diciamolo forte a tutti i “negazionisti”: questo è già il presente, e forse è arrivato il momento di fermarci.

Ho chiamato questa anglomania ormai fuori controllo “la strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi alla romanità, che evidentemente consideravano qualcosa di più moderno o superiore alla propria meravigliosa cultura, fino a farsi assimilare e fino a scomparire.

Ecco il perché della petizione #litalianoviva, ed ecco perché mi pare così bello e importante vedere insieme alla gente comune anche gli intellettuali, i docenti universitari o gli artisti che rappresentano una buona alternativa alla classe egemone. Tutti aggregati nello stesso obiettivo di non abbandonare le nostre radici, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra lingua possiamo dare vita a una battaglia che vale la pena di combattere.

 

PS
Sulla differenza nel trattare gli stessi anglicismi tra Corriere della Sera, El País e Le Monde consiglio questo breve video di Cinzia Filannino, una studentessa che ha compiuto una ricerca semplice quanto significativa.

#litalianoviva: la “spedizione” dei 1.000 firmatari

Voglio ringraziare gli oltre 1.000 cittadini che in soli 3 giorni hanno spedito le loro firme e sottoscritto la petizione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere di non usare anglicismi nel linguaggio istituzionale e per avviare una campagna mediatica per la promozione dell’italiano e contro l’abuso dell’inglese.

Mi pare una partenza incoraggiante, e per farci ascoltare dobbiamo continuare così e “salire al firmamento“.

Prego tutti non solo di firmare, ma anche di diffondere l’iniziativa (lo strillo per la Rete è #litalianoviva, clicca qui → per saperne di più e vedere i 12 promotori), per far sapere a tutti della sua esistenza.

Più saremo, e più avremo la forza di farci ascoltare!

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Da anni denuncio e combatto da queste pagine, e non solo da qui, l’anglicizzazione della nostra lingua con ogni mezzo.

Oggi però voglio dare la parola a voi.

Di seguito riporto alcuni dei tanti commenti arrivati insieme alle firme, con le motivazioni e le frasi che mi hanno maggiormente toccato. Ce ne sarebbero anche tante altre, non posso riportarle tutte (chi non si ritrova non me ne vorrà).
Grazie!

 

La parola ai firmatari

Guia Risari (scrittrice)
È bello parlare l’italiano ed è bello parlare l’inglese. Utilizzare un gergo inglese per parlare di quel che la gente dovrebbe capire è un’operazione scorretta e ridicola.

Riccardo Marrone
È vergognoso che politici e giornalisti che dovrebbero farsi capire dalla gente, si riempiano invece la bocca di parole inglesi. È ora di finirla.

Leonardo Ottoboni
Sono un studente del liceo linguistico. Amo follemente le lingue e soprattutto la mia lingua madre. Ogni lingua ha una propria espressività, anima, colorazione, e il fatto che le lingue si influenzino tra loro è bellissimo e utile, ma deve avvenire correttamente, affinché esse non si snaturino. Preserviamo la salute e la bellezza del nostro idioma, affinché possa evolversi verso la modernità mantenendo la sua meravigliosa armoniosità, per cui è apprezzata e studiata nel mondo!

Caterina Zuccaro (Roma)
Gli eccessivi anglicismi sono frutto di pigrizia mentale, provincialismo culturale e crassa ignoranza della lingua italiana. Le cause sono diverse, ma una delle principali è la insufficiente capacità di istruzione e formazione della scuola. È curioso poi che chi li usa e li propina su media e social spesso non conosce abbastanza neanche l’ inglese…

Vincenzo Ciaccio
Mi infastidisce enormemente sentire in televisione, da parte specialmente degli operatori dell’informazione, l’uso di termini inglesi, più o meno decodificabili, seguiti subito dopo dalla traduzione italiana. Le parole italiane per descrivere quel concetto esistono. Allora perché usare l’inglese? Io la risposta ce l’ho: pochezza!

Carlo Fizzotti
Pur amando l’inglese, deploro l’utilizzo di anglicismi nella lingua italiana, stupenda com’è e come deve continuare a essere.

Paola Barberis (Torino)
Sono insegnante e traduttrice, e per me fa parte dell’etica professionale usare la mia lingua ogni volta che posso.

Carlo Fizzotti
Pur amando l’inglese, deploro l’utilizzo di anglicismi nella lingua italiana, stupenda com’è e come deve continuare a essere.

Giacomo Gabriele Bianchi
L’italiano è una lingua eccezionale nel senso stretto della parola, nonché la lingua madre della più vasta letteratura nel mondo. È creativa e piena di note armoniose e forgia delle menti che rispettano queste qualità, che fanno dell’Italia e del suo Popolo la patria dell’Umanesimo e una discriminante dell’arte e della cultura nella storia mondiale. Con tutto questo valore, questo onore e questa responsabilità, quale motivazione può mai spingere ad adottare sempre più termini di una lingua i cui stessi primi utilizzatori elogiano dopo l’Italiano? Solo una cieca attitudine a rinunciare alla propria identità e libertà può muovere una pigra popolazione a siffatta abitudine. Per tale ragione firmo questa petizione: per mostrare amore verso quella vastità di tesori che mi ha arricchito come umano e perché in quanto Italiano, sono tenuto a difendere e supportare umanamente il mio Stato, con tutte le sue componenti. Viva l’Italiano!

Barbara McGilvray (Australia)
I’m signing because as a translator and longtime italophile I’m very concerned about the increasing use (and often misuse) of English words in Italian, including in many instances where a perfectly good Italian term already exists. We must do whatever we can to preserve the beauty of the Italian language. [Firmo perché come traduttrice, e italofila da molto tempo, sono molto preoccupata per l’uso crescente (e spesso l’abuso) di parole inglesi in italiano, compresi i molti casi in cui esistono termini italiani perfettamente utilizzabili. Dobbiamo fare tutto il possibile per preservare la bellezza della lingua italiana.]

Mario Nardi
L’Italia possiede il 70% del patrimonio storico, artistico, musicale rispetto al resto del mondo e questo patrimonio deve essere portato con orgoglio non asservito a mode inutili e dannose.

Thomas Benedikter
L’inflazione di anglicismi è insopportabile. Ciò vale anche per altre lingue come il tedesco, la mia lingua materna. Anzi, è ancora peggio.

Sara Monti
Le lingue straniere vanno studiate ma NON usate a sproposito o in sostituzione della nostra. È ridicolo. Sostengo questa causa!

Alberto Vitale
Parlando 5 lingue dico che quella italiana resta sempre la più melodica e la più invidiata all’estero, così come lo è la nostra cucina. Non a caso la parola più usata al mondo (pizza) è italiana e rappresenta una nostra specialità culinaria. Non lasciamo che il nostro patrimonio linguistico venga snaturato.

Enrico Gaetano Borrello
Non voglio essere colonizzato linguisticamente.

Rossana Ottolini
Non ne possiamo più di non capire coloro che dovrebbero informarci.

Paolo Ziani
Almeno le istituzioni e le leggi dovrebbero usare solo l’italiano

Gianmarco Bellodi
Usano le parole inglesi al posto di quelle della lingua nazionale per compensare il senso di inferiorità generato dall’endemico ritardo nella conoscenza delle lingue straniere, diffuso a livello nazionale. Ma non ottengono altro che rendersi ridicoli.

Chiara Cazzaniga
Ascoltando i politici a volte si fa fatica a capire il significato delle frasi! Un po’ più di trasparenza ci vorrebbe proprio.

Riccardo De Benedetti
L’italiano non è solo la mia lingua e quella di tutti gli italiani, ma è in particolare una lingua nata dalla letteratura. Come tale, esso fa legittimamente parte del nostro patrimonio artistico. Traduciamo gli anglicismi. Oppure, laddove suonassero male, impariamo a creare dei neologismi. Parole nuove, ma dette in italiano, una lingua che offre immense possibilità, in virtù di una grammatica sofisticata, parole musicali e tanti sinonimi e sfumature che s’identificano in un singolo vocabolo. In tal modo, esso tornerà a crescere in modo sommo e significativo.

Vitaliano Angelini
Non è bello sentire chiamare il David di Michelangelo “Devid” e ancor meno la Nike di Samotracia “Naike”.

 

E per concludere (anzi nessuna conclusione, è solo l’inizio!): una nuova trasmissione di Fabio Bernieri (Douglas Mortimer) che ha parlato della petizione sul Tubo.

 

La temperatura percepita, la scure del tempo… e i numeri degli anglicismi

“Espressioni inglesi ne sentiamo molte: dalla radio, dalla tv, dai giornalisti, dai politici. Ma quante ne usiamo davvero nel nostro parlato quotidiano?
La situazione può essere paragonata alla temperatura percepita (…). Come ci hanno spiegato più volte i meteorologi, a una temperatura obiettiva (misurabile con il termometro), corrisponde – nelle calde giornate d’estate – una temperatura percepita più alta, perché condizionata dal notevole tasso di umidità. Quello che avviene per gli anglicismi non è molto diverso: una presenza obiettiva contenuta in percentuali fisiologiche viene avvertita come preoccupante, perché amplificata dal frastuono mediatico.”
Dalla prefazione di Giuseppe Antonelli a Gli anglicismi, di Riccardo Gualdo a p. 8.

Giuseppe Antonelli ha ribadito questa interpretazione in innumerevoli altri scritti, e la sua conclusione è che è tutta “un’illusione ottica”.

Ho sempre trovato l’analogia con la “temperatura percepita” infelice e controproducente. È infatti la temperatura percepita a farci stare male. Non a caso, nelle giornate estive più infernali, i ricoveri e i decessi aumentano proprio durante i picchi di calore umido. Il termometro non è lo strumento più adatto per stabilire la “realtà” delle cose nel caso della salute, segna una misura che non è affidabile perché mancano i parametri che contano.

Non lo so quanti anglicismi si usino nel “parlato quotidiano”, io ne sento tanti. E poi quale parlato? Quello familiare dove a volte si usa il dialetto? Quando andiamo al lavoro dove l’aziendalese coincide ormai con l’itanglese puro? In quali zone geografiche? In quali fasce sociali?

Comunque sia, questa idea per cui la nostra lingua sarebbe salva perché nel “parlato quotidiano” non useremmo anglicismi si scontra con il fatto che l’italiano è una lingua tradizionalmente scritta, e l’unificazione del parlato è un fatto recente che ha meno di un secolo. Nasce con l’epoca del sonoro, con la radio, il cinematografo e poi la televisione. Solo intorno agli anni Cinquanta si registra un sostanziale abbandono dei dialetti (che poi questo sia un bene o un male è un’altra faccenda). E i mezzi di informazione non si possono liquidare come qualcosa di marginale e a sé stante. Sono loro che hanno unificato l’italiano parlato e che oggi lo stanno anglicizzando.
Un gigante come Pasolini, in questo filmato del 1968. ha sintetizzato benissimo la differenza tra italiano parlato, letterario e il ruolo dei mezzi di informazione.

Allora l’italiano era ancora “unitario” e tutto sommato basato sui modelli letterari del passato, ma Pasolini rilevava che il cambiamento in atto era l’apparire di un nuovo italiano tecnologizzato, che arrivava soprattutto dai centri industriali del Nord, i nuovi centri di irradiazione della lingua. Oggi Milano è la capitale dell’itanglese e il linguaggio tecnologico è fatto di parole inglesi. Se Pasolini fosse vivo lo potrebbe spiegare molto meglio di me.

Per capire cosa sta succedendo basta guardare l’informatica. La metà delle parole così marcate nel Devoto Oli sono in inglese puro, e da lì si sono riversate nel linguaggio comune (mouse, computer, web, tablet, chat…).

Se negli anni Sessanta furono proprio i linguisti a dare addosso a Pasolini per la sua lucida intuizione sul nuovo italiano tecnologizzato, con il senno di poi oggi sono tutti concordi con lui nel riconoscere che la lingua comune si sta arricchendo sempre più di parole che provengono dai lessici specialistici. E dire che l’italiano non è intaccato dall’inglese tranne in alcuni settori come l’informatica e il linguaggio mediatico, a cui bisogna aggiungere almeno quello economico, del lavoro, della scienza, della pubblicità, del cinema… mi sembra un po’ bizzarro. Se si tolgono tutti questi ambiti cosa rimane dell’italiano? La risposta si può trovare nelle parole di Luca Serianni:

“Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali”.

Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Firenze, Società Dante Alighieri, durante il convegno del 25 febbraio 2015.

Le stesse cose che scrive anche Gian Luigi Beccaria:

“Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina”.

Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116.

Il numero e la frequenza delle parole inglesi

Nel 2016 Antonelli scriveva:

“All’inizio degli anni Settanta, l’incidenza degli anglicismi integrali era al di sotto dell’1% del patrimonio lessicale dell’italiano; oggi – stando a quanto si può ricavare da tutti i principali dizionari dell’uso – non raggiunge il 2%”.
L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino 2016, seconda edizione p. 19.

Ma non era preoccupato per questo raddoppio, la conclusione era che si trattava di numeri contenuti. Oggi però, nel 2020, scrive:

“La percentuale complessiva di parole inglesi presente nei principali dizionari italiani non supera il 3%.
Prefazione” a Gli anglicismi, di Riccardo Gualdo a p. 7.

Nel 2016 gli anglicismi erano meno del 2% e oggi sono meno del 3%, i numeri cambiano, raddoppiano, triplicano, ma la conclusione è sempre la stessa: niente di cui preoccuparsi! Anche Serianni e De Mauro non erano preoccupati dai numeri, negli anni Ottanta, ma dalla metà del Duemila hanno cambiato idea, visto che la situazione è completamente mutata.
Antonelli riconosce che il 50% dei neologismi del Nuovo millennio sono parole inglesi, ma più che essere allarmato si chiede: “Ma quante di queste rimarranno nell’uso?”

La domanda retorica sottinende: pochissime! Eppure non trovo i dati per giustificare questa ipotesi.

È vero invece, per citare Serianni, che tutti i neologismi – non solo gli anglicismi – sono effimeri, come girini di cui solo pochi riusciranno a diventare rane adulte (Luca Serianni, Il lessico, Rcs, 2020). Si potrebbe allora concludere che l’obsolescenza non riguarda solo gli anglicismi, ma anche le parole italiane, e in questa ipotesi il rapporto del 50% rimarrebbe invariato. Purtroppo non credo che sia così. Sono più pessimista.

Se andiamo a vedere quali sono questi neologismi e questi nuovi anglicismi scopriamo che le parole inglesi appaiono ben più solide dei neologismi a base italiana. Serianni analizza a campione i neologismi della lettera A del Devoto Oli che ha curato, mostrando che non ci sono parole primitive, sono tutte composte (anarco-inserruzionalista) o derivate (africaneria). Se non siamo più capaci di inventare parole nostre, a mio parere, è proprio perché le importiamo dall’inglese e basta, e infatti gli anglicismi della lista sono quasi tutti “primitivi” e tra questi spiccano “i termini legati all’informatica e all’elettronica, tutti di origine inglese” (ivi, p. 55). Dunque, se la metà dei 608 neologismi dell’ultimo Devoto-Oli è in inglese, bisognerebbe aggiungere che rispetto alle nostre parole sembrano ben più stabili.

“Forse tra un paio di generazioni anche badge, competitor, sneaker saranno diventate parole ‘vintage’ e finalmente torneremo a dire tesserino, concorrente, scarpe da ginnastica”.
Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Mondadori 2018.

Non riesco a comprendere da dove venga questo ottimismo che presuppone che la “scure del tempo” falcidierà le parole inglesi, perché non è supportato da alcun dato. Pensare che quello che accade oggi con l’inglese sia paragonabile all’epoca in cui era il francese la lingua che ci ha influenzati maggiormente non è sostenibile. I due fenomeni sono profondamente diversi, per numero, penetrazione, ambito, diffusione e rapidità. Le parole inglesi entrate negli ultimi 50 anni non stanno affatto scomparendo. Ho confrontato l’elenco dei 1.600 anglicismi del Devoto-Oli 1990 con gli oltre 3.500 dell’edizione 2017, e ho scoperto che sono più che raddoppiati ma ne sono usciti solo meno di 70 (Diciamolo in italiano, Hoepli 2017 p. 96). Non vedo questa obsolescenza presunta. Anzi: nel 1990 erano spesso dei tecnicismi (dal gioco del golf o del bridge al linguaggio militare); quelli del 2017 sono invece maggiormente parole comuni, si trovano tranquillamente sui giornali, e sono sempre meno specialistici.

Se si passa dal loro numero alle loro frequenze, cioè a quanto si usano, le cose non vanno meglio.

Nel 2016 Antonelli (L’italiano nella società della comunicazione 2.0) si appoggiava alle marche del Gradit di De Mauro (credo l’edizione del 1999) e concludeva che gli anglicismi erano solo lo 0,08% delle parole comuni. Ma questo numero oggi va rivisto totalmente, gli anglicismi comuni, secondo i miei calcoli, sono quasi 2.000 (li potete trovare qui), ma anche a dire che i miei criteri son partigiani, sfido chiunque a trarne una lista che ne annoveri meno di 1.500. Dunque, se le parole comuni, come stimava De Mauro, sono circa 40.000, le percentuali sono molto più alte, intorno al 3% o 4%.
Se si passa dalle parole comuni a quelle “di base” cioè quelle poche che formano oltre il 90% dei nostri discorsi, secondo gli studi sulle frequenze di De Mauro, oggi sono decuplicati rispetto agli anni Ottanta e rappresentano l’1,7% o l’1,8% (sono 129 su 7/7.500 parole, come ho calcolato io stesso e come è riportato proprio nel libro di Gualdo di cui Antonelli ha scritto la prefazione).

Se è difficile dire come parliamo, è più facile vedere come scriviamo, soprattutto in Rete, dove ciò che si legge è spesso molto simile a quello che nota Giorgio Comaschi.

 

Gli anglicismi dei giornali

Tornando ai giornali e al loro ruolo di irradiazione dell’inglese nel “linguaggio parlato”, basta vedere cosa è successo nel 2017 con l’espressione “fake news”, nata dal virgolettare un’espressione di Trump (che oggi le bufale le fabbrica con l’ipotesi del “virus cinese”). L’espressione è finita sulla bocca di tutti nel giro di poche settimane proprio perché i giornali da quel momento in poi hanno detto solo così. La stessa cosa è accaduta nell’ultimo mese con parole come lockdown o smart working. Il picco di stereotipia mediatico ossessivo ci ha fatto perdere la cognizione del tempo, al punto che ci chiediamo come tradurre queste espressioni senza nemmeno più ricordarci come parlavamo due mesi fa! Ho ricostruito questa storia in un articolo sul sito Treccani, ma basta aprire i giornali per rendersi conto di come influenzino il nostro modo di parlare.

corriere 9 maggio

Questa fotografia mostra la reale successione di tre articoli del Corriere.it (9/5/20).

Smartworking, bonus (sarebbe latino, ma l’abbiamo importato dall’inglese), under + qualcosa, ok, crash test, bipartisan, selfie, lockdown, leader. Non si può sostenere che non siano parole comuni.

La correlazione tra lingua dei giornali e lingua che usiamo mi pare evidente e innegabile. Così come l’invadenza dell’inglese che raggiunge l’apice proprio perché è urlata nei titoli. Questa rassegna stampa di Giorgio Comaschi è significativa, e sottoscrivo ogni sua parola, turpiloquio compreso (come mi ha confessato anche un amico linguista dai modi di solito molto urbani).

Di queste pillole si potrebbe fare un vocabolario in video, il dizionario dello “squasso delle pugnette inglesi” come dice l’autore: dalle notizie in primo piano come il lockdown o il body shaming della Bottero, alle parole comuni e meno comuni come wedding planning, brieffing e advertising, recovery, endorsement e crodwfunding, influenzer, drescod, lochescion e pugnette.

Ma se Comaschi esercita la sua comicità boccaccesca con la veemenza di Cecco Angiolieri e un linguaggio che piacerebbe all’Aretino, a prendere posizione contro l’abuso dell’inglese c’è anche chi ha fatto dell’eleganza e della raffinatezza la propria immagine, con uno stile più simile a quello di Giovanni Della Casa autore del Galateo. Sto parlando del Tubista influente Fabio Bernieri (temo che non mi perdonerebbe mai questa etichetta al posto di youtuber e influencer), dallo pseudonimo di sapore anglofono Douglas Mortimer (ma è un riferimento a un personaggio dei film di Leone). Non è certo un tipo che si fa problemi a usare qualche anglicismo, eppure anche lui si è reso conto dell’esagerazione in atto, e anche se di solito si occupa di tutt’altro, ci ha regalato una divulgazione del problema di rara chiarezza e di grande spessore.

Che cosa hanno in comune questi due Tubisti dallo stile così agli antipodi? Entrambi percepiscono la stessa “temperatura”, e forse non sono loro le vittime di un’illusione ottica. La stessa temperatura è sempre più avvertita da qualche tempo con fastidio anche nella Rete e tra la gente. Lo hanno capito tutti che l’inglese ha sorpassato ogni limite, tutti tranne forse solo quelli che continuano a usarlo e ad abusarlo per ostentare la loro superiorità che appare sempre più ridicola, invece che autorevole e moderna. A cominciare dai giornalisti, i politici e i collaborazionisti dell’inglese globale che occupano i posti di prestigio nel mondo professionale.

E allora…

e allora continua nella prossima puntata.

Tormentoni e anglo-tormentoni

Tormentoni Silverio Novelli
Silverio Novelli, Tormentoni, Rcs 2020

“Tormentone” è una parola di successo, a base italiana, che si diffonde a partire degli anni Ottanta. Nel suo libro, Silverio Novelli ne ripercorre le tante valenze e il significato a volte sfuggente e cangiante a seconda dei contesti. È una lettura che mi ha fatto riflettere sul fatto che anche l’inglese ricorre spesso in maniera ossessiva, appunto come un tormentone. Più che risolversi in una lista di espressioni o parole che ricorrono in modo martellante, mi pare che il tormentone anglicus consista nel ricorso all’inglese e agli anglicismi come una strategia che si ripete con la forza, talvolta inconscia, della coazione a ripetere. Se si analizzano gli anglicismi sbucati, diffusi o maggiormente utilizzati durante l’attuale pandemia, per esempio, tutto risulta più chiaro.

In un articolo uscito sul portale Treccani lo spiego meglio: “La panspermia del virus anglicus” (per chi fosse interessato).

 

Tormentoni non solo linguistici

Un tormentone può essere un simpatico ritornello e può mettere allegria (si potrebbe anche dire un refrain che, benché venga spesso pronunciato all’inglese, sarebbe una parola francese), ma deriva dal tormentare e dal tormento, e nasconde qualcosa che nel suo ripetersi in modo insistente può infastidire. Questa ambivalenza coinvolge appunto i tormentoni musicali, spesso estivi (personalmente devo ancora riprendermi dal pulcino Pio), quelli cinematografici (la boiata pazzesca di fantozziana memoria), pubblicitari (provare per credere) e anche molte altre tipologie che Novelli individua e classifica acutamente. Non è infrequente che da questi ambiti i tormentoni si riversino nella lingua e persino nei dizionari, ma non sono sempre e solo linguistici. L’autore ricorda proprio che tra i “memorabilia” esistono anche i “tormentoni scenici”. Risalgono almeno a un secolo fa e appartengono per esempio al genere delle comiche dei film muti, le “sitgh gag”, in inglese, cioè quelle scenette visive che ripercorrono anche il teatro di varietà e l’avanspettacolo. E infatti sui dizionari la parola “tormentone” viene associata al gergo teatrale proprio come “ripetizione ossessiva di una battuta o di un gesto”, anche se poi la sua dimensione linguistica si amplia alla ripetitività che si ritrova per esempio sui giornali. Aggiungerei anche nella Rete, dove oggi, soprattutto tra i giovani, va per la maggiore il meme, che in fondo è una forma di tormentone virale non necessariamente linguistico. Questo intreccio di lingua e gesti spicca per esempio nella consuetudine di specificare (cito da pvirgoletteag. 107):

Tra virgolette. Un’espressione a largo spettro, perché, volendo, viene accompagnata (o addirittura surrogata) dal gesto con le mani fatto dal doppio indice e medio sollevati a uncino, importato dal codice gestuale statunitense”.

Un anglicismo gestuale, si potrebbe definire. Mi ricordo che la prima volta che mi capitò di vederlo fu negli anni Novanta, mimato proprio da un collega di lavoro di Los Angeles. Tra gli altri anglicismi linguistico-gestuali tormentonici mi viene in mente almeno “dammi il cinque”, calco di “give me five” nato pare in ambienti sportivi d’oltreoceano e diventato popolare in italiano anche grazie a un tormentone musicale di Jovanotti, che del resto pensa positivo, più che positivamente (da think positive).

Se, nei Malavoglia, i torme ‘ntoni di Padron ‘Ntoni esprimevano attraverso i proverbi la cultura popolare non scolastica, oggi i tormentoni linguistici e le frasi fatte si ritrovano soprattutto nel linguaggio giornalistico con tutt’altra valenza. In tempi di virus a corona, ho già sottolineato come ricorrano con alta frequenza (per me nella loro accezione insopportabile e tormentante, ma va a gusti) frasi fatte come “città spettrali” o “misure draconiane”, che caratterizzano i picchi di stereotipia del linguaggio dei mezzi di informazione. Nel libro di Silverio Novelli se ne trovano tante, anzi, a iosa. “Morsa del gelo”, “ha riscosso l’unanime consenso”… espressioni cristallizzate che dilagano sulla stampa ma anche nel linguaggio politico-giornalistico (cito a proposito: “scendere in campo”, “entrare a gamba tesa”). I tormentoni non riguardano solo le espressioni, ma anche le singole parole, in una tendenza a utilizzare sempre gli stessi vocaboli che finiscono per diventare fastidiosi nel loro abuso, più che efficaci (il “troppo stroppia”, per usare il tormentone più adatto alla circostanza): l’inflazione di attimino, i plastismi, le parole di plastica che si adattano a ogni circostanza come assolutamente, allucinante, fantastico e poi le parole/espressioni che ricorrono come automatismi e “tic linguistici”. La galleria di questi vocaboli che ci tormentano, al tempo stesso orribili e meravigliosi, è “tanta roba” in questo libro accurato ma piacevole (non capita spesso in linguistica), perché ha uno stile scanzonato e ironico e non si “prende troppo sul serio” (e di queste matriosche che contengono gli stereotipi che allo stesso tempo svelano ce ne sono parecchie).

Non mancano, of course, le espressioni inglesi, talvolta foriere di prolificità, come il “mix di…”, un’espressione che da sempre scatena le mie personali allergie lessicali. Ricordo una revisione di un libro scritto soprattutto con frasi fatte e anglicismi, qualche tempo fa. Avevo trovato per 6 o 7 volte l’espressione “giusto mix”, che mi ero premurato di alternare con giusto “equilibrio”, “miscela”, “alchimia”, “ricetta”… Ma per l’autore, che credo non abbia troppo apprezzato i miei interventi, c’era solo un’espressione codificata. Tormentone e vocabolario limitato, si potrebbe concludere, eppure forse c’è qualcosa in più, qualcosa di legato psicologicamente ai meccanismi compulsivi ma anche una concezione della lingua nel suo aspetto monosemico.
C’è anche chi ama e preferisce il linguaggio precotto e le frasi idiomatiche, accanto a chi fa dell’individualismo espressivo e della creatività il proprio stile. Meglio usare la parola giusta, una parola per ogni cosa in una concezione chirurgica del lessico, o le parole in libertà che forzano i significati e si fanno ardite? Dipende dai contesti e anche dagli scrittori. Manzoni voleva far pulizia tra le troppe parole e forme per unificare l’italiano sul modello del fiorentino vivo, recidendo doppioni e regionalismi impuri che erano un di più che dava fastidio. Contemporaneamente, Tommaseo dava invece vita a uno dei primi dizionari dei sinonimi, considerati come una ricchezza. La stessa concezione che si ritrova in Gadda (“i doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni”).

tormentone
La frequenza di “tormentone” nelle statistiche di Google libri.

Il tormentone è tutt’altro rispetto al linguaggio preciso e appropriato, ma è ugualmente l’antitesi dei sinonimi e delle varietà linguistiche. E in questa diversa visione della lingua si inserisce molto bene anche la questione dell’inglese, così comodo, breve e sintetico nella sua portata monosemica che facilita le cose, soprattutto ai giornalisti, ai politici o ai tecnici (mouse non è un topo come in tutte le lingue del mondo o quasi, è il puntatore vicino alla tastiera, e in italiano diventa tecnico e monosignificato). Altre volte invece assume le sembianze di un plastismo. Anche questo semplifica la vita: il restyling di una casa, del marchio di un’azienda, delle rughe… o di una location, per citarne un altro. Insomma, l’anglicismo è versatile e per “tutte le stagioni”.

Tormentati dall’inglese

Nel leggere i tormentoni silverio-novelleschi mi ha colpito proprio l’alto numero di anglicismi che si incontrano, il mix e il remix, il consumer e il prosumer… E allora ho provato a chiedermi quanto inglese ci sia nei tormentoni, anche questo è un indice statistico da studiare che non avevo troppo considerato prima di questa lettura.

Provo a farlo spiritosamente, violentando l’intento del libro che non ha prese di posizione di questo tipo, ma consapevole che le cose leggere spesso nascondono quelle più profonde, sotto la punta del banco di ghiaccio (basta con ‘sti iceberg!).

In fondo al volume c’è un bel glossario. Non è un indice analitico vero e proprio, è solo una sintesi con

“i vocaboli e le espressioni (in prevalenza si tratta di tormentoni, ma anche no)”

su cui l’autore si è soffermato con maggiore attenzione.
Mi son messo a contare tutte queste parole/espressioni. Sono 235, e di queste 29 in inglese crudo a cui se ne aggiungono 4 frutto di ibridazione (brieffare, downloadare, flaggare e upgradare):

asap (acronimo di As Soon As Possible)
brand
celebrity
cool
friendly
green
influencer
in real time
lol
(acronimo di Laughing Out Loud)
made in Italy
maker
mission
mission impossible
mix
di….
no problem
punta dell’iceberg
random
skills
smart
social
storytelling
think tank
trendy
twerk
e twerking
underground
up to date
vision
yuppie
.

Queste 33 parole/espressioni usate in modo trito, ritrito e tri-trito rappresentano il 14,04% dei tormentoni più significativi della lingua italiana considerati nell’opera. Mica male, viste le percentuali di anglicismi stimabili nel linguaggio giornalistico o nei dizionari e le prese di posizione per cui l’interferenza dell’inglese si può liquidare con un no problem, my dear. Certo, non si può ricavarne alcunché di scientifico o statistico, a essere seri, ma comunque è un dato significativo.

Last, but not least, si potrebbe forse aggiungere, una delle cose più belle di questo libro è che i tormentoni sono stati raggruppati per decennio, come fossero tormentoni generazionali, dieci per decade (più una che le vale tutte). Gli anni Settanta, per esempio, erano il periodo del “portare avanti”, “nella misura in cui”, “a livello di…”. Ogni periodo ha i suoi anglo-tormentoni, anche questi sono generazionali, in fin dei conti. “Sexy” è tra quelli degli anni Sessanta, “cool” degli anni Novanta, e “smart” del Duemila. Sarà un caso che la loro frequenza si concentri soprattutto nel periodo 2010-2019 (4 su 10: green, mission impossible, lol, social)? Tra il serio e il faceto noto che quasi la metà dei tormentoni dell’ultimo periodo sono in inglese, a quanto pare, proprio come quasi la metà dei neologismi del Nuovo millennio sui dizionari.

 

PS

Per fare qualche confronto: fuor dall’inglese ci sono invece solo 4 tormentoni dialettali (amarcord, bufu, daje, rega), 2 francesi (à la page, monstre), 1 spagnolo (vamos a la playa), 1 giapponese (tsunami).
Meditate gente, meditate… (tormentone pubblicitario).

La guida per evitare gli anglicismi nella pubblica amministrazione è scritta in itanglese!

Un lettore (grazie Carlo!) mi ha segnalato un articolo uscito su La Repubblica il 17 febbraio 2020, “Abrogare il feedback e erogare la mission: il cattivo italiano dei burocrati” (di Riccardo Luna) che saluta l’impegno nel bandire il burocratese e gli anglicismi dalla pubblica amministrazione (mi si consenta di scriverla in minuscolo come nella Treccani invece che in maiuscolo come indicato nella guida di cui si parla) e di cui riporto un passo:

“Qualche giorno fa è uscita la prima Guida al linguaggio della pubblica amministrazione, appena rilanciata dal ministro dell’Innovazione Paola Pisano. E’ un documento interessante, che (…) elenca le parole da usare e non usare. (…) Gli inglesismi vengono quasi tutti banditi (…) Tutto ciò può sembrare una banalità e invece non lo è: in un paese con oltre dieci milioni di non utenti di internet, quasi tutti in età avanzata e scolarità elementare, è un dovere creare una rete inclusiva e facile. Il problema è che la Guida non è obbligatoria: è un consiglio. In quanti lo seguiranno? Sarebbe bene monitorarlo.”

Appena ho letto il pezzo me ne sono rallegrato. Ma poi ho contato fino a dieci e mi son detto: “Ma dai… ma ti pare davvero che in Italia si promuova l’italiano al posto dell’inglese? Non sarà la solita ‘marchetta’ per parlar bene di iniziative finte, senza leggere, senza approfondire, senza alcuno spirito critico, limitandosi a ribattere i comunicati stampa di chi se le suona e se le canta da solo? E soprattutto: la guida di cui si parla starà davvero seguendo le linee guida che dice di dispensare?”

Sfogliando il dizionarietto con “Le parole della Pubblica Amministrazione” si può effettivamente constatare che viene promossa una manciata di alternative agli anglicismi:

best practice/buona pratica;
citizen satisfaction/soddisfazione dei cittadini;
disclaimer/avvertenza;
feedback/riscontro;
Frequently asked questions (Faq)/Domande frequenti;
guideline/linee guida;
help desk/assistenza;
meeting/riunione/incontro;
speaker/relatore/relatrice;
tool/strumento;
username/nome utente.

A questi 11 anglicismi (11! Che sforzo titanico!) se ne aggiungono altri due: mission e vision che curiosamente non sono affiancati da missione e visione, no: al posto di mission – si legge – “preferisci termini alternativi (es. valori, scopi, obiettivi) a seconda dei contesti”; vision; “Trova termini più semplici per descrivere i progetti futuri della pubblica amministrazione, per esempio scenario futuro o obiettivi di lungo periodo. Comunque sia, a queste 13 parole si aggiunge poi touch screen, dove la forma italiana “schermo tattile” non è però consigliata, ma semplicemente riportata come possibile (il giornalista di Repubblica la etichetta come alternativa “improbabile”, evidentemente assuefatto al linguaggio praticato dai suoi colleghi). Altre parole inglesi sono invece ammesse senza riportare alternative (email, newsletter, online…).

Questo lodevole impegno contro l’abuso dell’inglese (o meglio: di 15 anglicismi sì e no) è affiancato anche da due fondamentali consigli sulle parole straniere:

Preferisci quando possibile i termini in italiano”
e
“Le parole straniere di uso comune non si declinano in italiano: ‘l’amministrazione ha comprato dieci tablet’, non ‘l’amministrazione ha comprato dieci tablets’.

Tutto qui? Vabbè è già qualcosa… è sempre meglio di niente…

 

Predicare benino e razzolare malissimo

Peccato che questi consigli siano disattesi, proprio dal sito che li eroga.

Nel capitolo Come strutturare il contenuto, appena sotto al consiglio “che i documenti siano scritti in modo chiaro, semplice e accessibile per tutti i cittadini”, nel paragrafo “Documenti allegati, pdf”, per approfondire si rimanda (anzi c’è il link) ai tool cioè una parola che la stessa guida sconsiglia di utilizzare!

tool

E mentre si parla di trasparenza e di linguaggio comprensibile a tutti i cittadini, la prima pagina della Guida al linguaggio della Pubblica Amministrazione recita che è possibile “creare delle issue e delle pull request direttamente su GitHub.” Nella stessa prima pagina si legge che la guida fa “parte del kit di Designers Italia dedicato alla progettazione, gestione e produzione di contenuti nei siti della Pubblica Amministrazione” e si invita ad andare al “content kit” dove si legge che sono “strumenti per organizzare un workflow per la creazione e gestione ordinaria e straordinaria dei contenuti”.

Issue? Pull request? Workflow? Content kit? Ma che lingua parla questa guida al linguaggio?
Basta vedere i “designers kit” per rendersene conto: sono scritti in puro itanglese.

Tra i “materiali all’interno del kit” ci sono “Workshop sul linguaggio” (“seminario” è troppo italiano?), esercizi di “editing collaborativo”, modello di “redesign dei contenuti in lavorazione”, board, “esercizio di card sorting” e di content journey

Nel “kit” di Designers Italia “dedicato alla progettazione, gestione e produzione di contenuti nei siti della Pubblica Amministrazione” spiccano i Developers, i Designers e i Docs (ma non si raccomandava di evitare la “s” dei plurali?), oltre alla road map e a tutto il resto.

designers

Ed eccoli, i design kit:

design kit

Dove sta l’italiano? Ma ci prendono in giro? Questa comunicazione per mettere al centro il cittadino è in inglese!

Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Sia sulla qualità di un pezzo giornalistico che esalta questo sito come una buona pratica che spera venga seguita, sia su una simile guida che si esprime in itanglese dicendo che bisogna evitarlo, come chi, nelle barzellette, afferma di non essere razzista ma che ci sono in giro troppi negri.

PS
Per le cose serie, a proposito di comunicazione istituzionale, strumenti per la redazione, linguaggio che arriva a tutti in italiano, e raccomandazioni sull’uso degli anglicismi… consiglio chi ne ha bisogno di buttare via gli italian designers kit e di rivolgersi ai siti svizzeri come questo. La tutela dell’italiano, la nostra lingua, in Svizzera, è fatta in modo molto più responsabile.

Dal multilinguismo alla dittatura dell’inglese

In questo periodo non ho molto tempo di scrivere in Rete e di aggiornare le mie iniziative sul fronte degli anglicismi, e mi capita di viaggiare sui treni ad alta velocità dove la comunicazione ai passeggeri è in italiano e in inglese, o forse dovrei dire in itanglese-inglese.

comunicazione

Invece della solita classe “Economy”, questa volta sono su una carrozza “Premium” (sarebbe latino se non fosse importato dall’angloamericano); l’inserviente passa e offre ai viaggiatori qualcosa da bere e uno “snack” – la parola “spuntino” appartiene evidentemente al passato e non esiste più –. Dopo il deragliamento del Frecciarossa di qualche tempo fa ci sono molti disagi e ritardi perché la linea Milano-Bologna è stata deviata. Un messaggino del “Customer Care Frecce e Intercity” mi avverte che il mio treno del ritorno è stato cancellato e mi invita a rivolgermi al personale di “Customer Service” per l’assistenza. Mi spiega anche che posso richiedere un “bonus” (altro anglolatinismo) o un indennizzo “online” seguendo il “link”. “Collegamento” sarebbe forse troppo lungo. “Rimborso” sarebbe forse troppo un’ammissione di colpa, vuoi mettere “bonus”? Evoca un regalo, qualcosa che si vince, non un dovuto risarcimento. Questo è il linguaggio delle Ferrovie dello Stato, ma chi utilizza le linee di Italo non è messo meglio, e ha per esempio a che fare con il “train manager” visto che la parola “capotreno” è stata abolita dalla comunicazione ai passeggeri e persino nei contratti di lavoro. Gli schermi informativi parlano questo semi-italiano che alternano al solo inglese. Ogni altra lingua non esiste.

Ripenso ai treni di una volta. Quando non c’erano gli schermi digitali e sui finestrini erano avvitate le etichette che parlavano ai passeggeri in 4 lingue. “È pericoloso sporgersi”, “Non gettate alcun oggetto dal finestrino”, “Vietato fumare”… erano ripetuti in inglese, francese e tedesco. Ci si rivolgeva a tutti gli stranieri cercando di comunicare nelle lingue principali, in modo che ognuno potesse comprendere la comunicazione nella seconda lingua a lui più affine.

segnaletica treniOggi questi treni sono scivolati nelle linee secondarie e locali, si vedono sempre meno, e in attesa che vengano rottamati e dimenticati, dal multilinguismo si è passati al solo inglese, l’unica lingua della comunicazione internazionale. Se non lo sai ti arrangi, sei ignorante, ti devi adeguare. La dittatura dell’inglese, spacciato per multilinguismo, passa anche da queste cose. La nuova comunicazione è lo specchio della nuova società, ma allo stesso tempo alimenta dall’interno il globalese. Le lingue locali sono un accidente da spazzar via in un processo in cui tutti dovranno diventare bilingui; l’inglese deve essere la lingua globale che si deve usare per la comunicazione internazionale. Il che ha dei vantaggi pratici, e qualcuno sostiene che riduce anche i costi delle traduzioni, dunque è un bene. Certo. Soprattutto per gli anglofoni che non hanno di questi costi e di questi problemi.

E tu, madrelingua anglofono, che seconda lingua impari e studi? In che modo ti rivolgi alle altre popolazioni? Preferisci esprimerti nella tua lingua madre lasciando che il resto del mondo si debba adeguare alla tua cultura superiore? Capisco. Comprensibile. Scusa, se non sono d’accordo.

Questo nuovo assetto che diamo per scontato e non sappiamo nemmeno mettere in discussione è recente. Bisognerebbe ricordarlo e gridarlo forte. Trent’anni fa non era così. Ripenso a quanto scriveva Aldo Gabrielli nel 1977 a proposito della “lingua epistolare”.

“Io per moltissimi anni, per necessità del mio ufficio, ho dovuto rispondere a lettere pervenutemi da ogni parte del mondo: lettere in lingua inglese, francese, tedesca, danese, finlandese, perfino turca. Ricordo benissimo la letterina turca di un diplomatico, tutta ghirigorata da destra a sinistra ch’era una bellezza a vedere e fu un problema a tradurre. Ma la tradussi; e risposi, io Italiano, in italiano, scrivendo da sinistra a destra, come a me si conviene. Il diplomatico mi rispose a tono, e così per qualche tempo, comprendendoci perfettamente. La cosa ci parve a entrambi logicissima: il Turco scrive in turco così come l’Italiano in italiano. Oggi non più. Cioè, tutti i popoli della terra possono scrivere nella loro lingua materna; solo l’italiano deve, dico deve, scrivere non nella propria lingua ma nella lingua del destinatario.

Venni a parlare una sera di questo argomento con un grande industriale lombardo. Questo premuroso signore mi informò, con non celato orgoglio, di aver organizzato nella sua modernissima azienda un ufficio di corrispondenza capace di rispondere in tutte le lingue del mondo, russo compreso. Una schiera di traduttori stenografi era sempre lì, pronta agli ordini di un capufficio poliglotto. Alla mia domanda: «Si è mai domandato perché il Francese scrive in francese, l’Inglese in inglese, lo Svedese in svedese, e lo stesso Russo in russo, e lei, che è italiano, scrive invece in tutte le lingue della terra fuorché la sua?» l’industriale rispose, dopo un attimo di esitazione: «Ma, io penso, per una superiorità organizzativa». «No» risposi io «per un antico complesso di inferiorità che è divenuto per di più inconscio».

[Aldo Gabrielli, Il museo degli errori, Mondadori 1977, pp. 219-220]

Oggi la lingua epistolare è diventata quella della scrittura digitale, si esprime in inglese perché è imposta da multinazionali che pensano e comunicano in inglese a tutti gli altri. La lingua extracomunitaria della globalizzazione si diffonde nella Comunità europea e in tutto il mondo come fosse la cosa più naturale e la sola soluzione possibile. Il nostro complesso di inferiorità è stato esteso agli altri popoli attraverso il nuovo imperialismo economico basato sul globalese. In Italia siamo messi così male che l’inglese è ostentato con orgoglio, si è riversato ormai anche sul fronte interno ben più che altrove, e si parla in itanglese in sempre più ambiti, dal lavoro all’informatica.

Il dramma è che tutto ciò è sempre più accettato come fosse una cosa normale e sempre più “inconscio”. Deve diventare l’unica soluzione possibile.

Riflettere sulla questione, e ricordare com’era il mondo prima della globalizzazione non cambierà le cose, ma può essere se non altro utile per acquisire consapevolezza di ciò che sta accadendo, e per interrogarsi – senza passare per retrogradi – se non era più giusto ciò che accadeva in passato, e se la dittatura dell’inglese che schiaccia la dignità di tutte le altre lingue ci convenga davvero.

 

PS
Ho almeno un centinaio di segnalazioni di anglicismi, commenti e domande che si sono accumulati e a cui non ho ancora potuto rispondere, sul sito AAA e su questo. Chiedo scusa per il ritardo, appena potrò risponderò a tutti.

Il “Morbus Anglicus” di Arrigo Castellani: la profezia che si avvera

Nel 1987 uscì un articolo di Arrigo Castellani che sarebbe passato alla storia, il “Morbus Anglicus” (in Studi linguistici italiani, n. 13, 1987, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153).

Lanciava un grido di allarme: l’eccessivo uso degli anglicismi e la facilità con cui si accolgono senza adattarli e italianizzarli sono un virus che consiste nell’accumular parole dal suono e dalla grafia lontani dal nostro sistema fonetico e grafico. Questa massa di “corpi estranei” sempre più fitta, secondo Castellani, rischiava di snaturare la nostra parlata e la nostra storia.
Il morbo era fuori discussione, ma la prognosi riservata. Bisognava in qualche modo intervenire per curare lo stato di salute della nostra lingua, altrimenti il rischio sarebbe stato che i tessuti vitali ne venissero intaccati.

L’articolo in questione aprì un dibattito destinato a protrarsi per anni, una nuova “questione della lingua” che ancora oggi è attualissima. Da una parte gli “apocalittici”, i pessimisti e i preoccupati; dall’altra gli “integrati”, gli ottimisti e i fautori del liberismo linguistico secondo i quali l’italiano avrebbe in sé gli anticorpi per sopravvivere all’anglicizzazione e superare la “moda passeggera”, esattamente come è avvenuto quando era il francese a rappresentare il modello della nostra storica esterofilia.


Gli oppositori dell’allarme itanglese

Nello stesso anno, il 1987, e negli stessi giorni, vide alla luce anche un dizionario degli anglicismi di Gaetano Rando, nella cui prefazione l’allievo prediletto di Castellani, Luca Serianni, prendeva le distanze dal maestro sostenendo che l’inglese non aveva affatto raggiunto la capillare diffusione che aveva il francese nell’epoca d’oro:

“Per l’inglese, la quota di lessico di carattere astratto mondano è stata ed è tutt’ora molto più modesta. Alla penetrazione in tanti linguaggi tecnico-scientifici, non corrisponde insomma un analogo climato in quello che chiamerei il linguaggio intellettuale generico usato da persone di buona cultura per parlare di politica, di musica, di cinema e così via, né tantomeno nella lingua della contingenza quotidiana, quella che si adopera nei rapporti familiari, nel fare la spesa, nelle chiacchiere da treno, o da ascensore. Ho la sensazione che anche tra i giovanissimi il tasso di anglicismi sia molto alto in alcuni settori specifici, ad esempio parlando di videogiochi o di computer, ma rimanga modesto nella conversazione corrente.”

[Dalla “Prefazione” a Gaetano Rando, Dizionario degli anglicismi nell’italiano postunitario, Leo. S. Olschki Editore, Firenze 1987].

Tra i più grandi oppositori delle tesi di Castellani ci fu soprattutto Tullio De Mauro che lo contrastò efficacemente con numeri e statistiche. Nel suo Vocabolario di base di quegli anni, che includeva le circa 7.000 parole più frequenti e utilizzate (quelle che costituiscono oltre il 90% del lessico delle nostre conversazioni quotidiane) non c’erano che una decina di anglicismi come film, bar o sport, e dalle statistiche basate sulle voci dei dizionari le parole inglesi rappresentavano solo l’1% e anche meno. Questa percentuale saliva al 2% analizzando la lingua dei giornali (come si ricava dal VELI, il Vocabolario Elettronico della Lingua Italiana che De Mauro curò nel 1989), ma ancora una volta la conclusione era che gli anglicismi fossero confinati nella parte esterna, e non intaccassero affatto il nucleo centrale dell’italiano.

Questa conclusione che De Mauro continuò a sostenere anche nel 2008 in un articolo che ne sintetizzava le tesi (“Gli anglicismi? No problem my dear”) si rivelò la posizione vincente, tra i linguisti. E sino a pochissimi anni fa il pensiero dominante bollò e archiviò il giudizio di Castellani come un esempio dei soliti allarmismi privi di fondamento.


Un giudizio sul “Morbus Anglicus” 30 anni dopo: lo tsunami anglicus

Oggi le parole di Castellani si sono invece rivelate profetiche.
Lo studioso ha saputo intravedere meglio degli altri quello che stava accadendo attraverso una prospettiva dinamica. De Mauro lo contrastò con una visione statica, mostrando con un’istantanea della lingua degli anni Ottanta che la situazione non era grave. Ma quella fotografia non aveva saputo cogliere il divenire del fenomeno. Si trattava di un’onda che non era affatto ferma, stava crescendo e ci stava per travolgere come uno tsunami. Il “morbo”, in altre parole, non era nel conteggiare il numero degli anglicismi in quel dato momento, ma stava nella strategia di utilizzare l’inglese come segno distintivo sociolinguistico, per elevarsi e ritenersi moderni.
Con grande onestà intellettuale, dopo una vita spesa a negare il fenomeno, davanti ai fatti Tullio De Mauro ha dovuto rivedere le proprie posizioni. Nel 2014 ha ammesso che “gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi (…) anche nel vocabolario fondamentale” (Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari 2014, p. 136).
Nel 2016 ha persino rivisto il suo giudizio sul “Morbus Anglicus” con queste sorprendenti parole:

“Trent’anni fa e più un valoroso filologo, Arrigo Castellani, nel diffondersi di anglismi nell’uso italiano vide e diagnosticò un morbus anglicus, un virus capace di infettare e corrompere la lingua italiana. Ma del fenomeno ormai bisogna dire di più. (…) L’afflusso di parole inglesi dagli anni Ottanta ai nostri ha assunto dimensioni crescenti, uno tsunami anglicus. Le ondate somigliano ormai infatti a un susseguirsi di tsunami…”.

[Fonte: “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”].

Il 23 dicembre 2016, poco prima di morire, De Mauro ha pubblicato Il Nuovo vocabolario di base della lingua italiana in cui, rispetto al 1980, gli anglicismi erano decuplicati. E anche in questa occasione ha ammesso che “l’accentuata frequenza di anglismi è certamente uno dei tratti in cui si sedimenta la storia linguistica italiana degli ultimi decenni” [per una ricostruzione del cambiamento di queste posizioni:Tullio De Mauro e gli anglicismi, anzi gli anglismi (a due anni dalla sua scomparsa)”].

Anche Luca Serianni (che oggi cura il Devoto Oli insieme a Maurizio Trifone) ha cambiato idea, come ha dichiarato nel 2015 in un’intervista all’Huffpost. Nell’edizione del Devoto Oli 2018, in occasione del cinquantenario del dizionario, sono infatti state inserite 200 schede di “pronto soccorso linguistico” con le alternative agli anglicismi inutili, per arginarli.

Le parole che il linguista aveva scritto nella “Prefazione” al libro di Rando del 1987 ormai non sono più valide: l’inglese ricorre sempre più nel modo di esprimersi degli intellettuali e della classe dirigente, rircorre nella politica, è sempre più imprescindibile nel cinema e nella musica, è entrato nel linguaggio di base, in quello comune e in quello istituzionale. E venendo ai linguaggi tecnici è cresciuto a dismisura, ha colonizzato interi settori. Dall’informatica al lavoro, il nostro lessico è regredito e molto spesso i termini italiani sono diventati inutilizzabili o, peggio ancora, mancano (da computer a mouse, da business a marketing).

Da qualche anno, i linguisti “negazionisti” sono diventati una minoranza. E soprattutto continuano a ripetere le stesse cose che avevano un senso negli anni Ottanta, ma che ormai sono sempre più insostenibili. Non si può più affermare che l’inglese è confinato ai margini della lingua. Castellani aveva ragione a dire che l’interferenza dell’inglese non è paragonabile a quella del francese, ma è ben più profonda (per un confronto:Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese”).

A 30 anni dal “Morbus Anglicus” si può concludere che quell’articolo si è rivelato profetico. La diagnosi era giustissima.

La parte più debole  era invece nella cura proposta, improntata a fornire una serie di adattamenti e traduzioni a tavolino. Fubbia (fumo + nebbia), al posto di smog (smoke + fog), guardabimbi invece di babysitter,  abbuio per blackout, trotterello per joggingvendistica per marketing, velopattino per windsurf… Queste medicine erano destinate a fallire, non perché non fossero valide o belle (anche se ogni giudizio estetico dipende dall’uso, dall’abitudine e dai gusti), ma perché non si può sperare che le alternative entrino nell’uso attraverso i suggerimenti di un linguista isolato, per quanto autorevole.

Castellani ne era consapevole, e il suo appello  invitava all’intervento:

“Siano appena agli inizi d’un processo di scadimento e frantumazione della lingua: solo crepe nei muri e qualche pavimento sconnesso. Ma bisogna intervenire, e bisogna farlo sia individualmente, sia nella scuola, sia attraverso i mezzi d’informazione e gli organi ufficiali” (p. 153).

Oggi le crepe si sono allargate, ed occorre più che mai agire in modo ufficiale. Per far sì che si spezzi il morbo, la moda, la strategia di elevarsi o di identificare ciò che è nuovo con l’inglese (il 50% dei neologismi del nuovo Millennio sono in inglese) occorre una rivoluzione culturale. Non sono i linguisti che possono fare la lingua, almeno in Italia, dove manca una politica linguistica, dove nessuno tutela l’italiano e dove il ruolo dell’Accademia della Crusca (cfr: Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come “know how” ) non è quello di creare alternative e neologismi, come accade in Francia o in Spagna. Se lo Stato non interviene investendo ufficialmente la Crusca o altri enti istituzionali nel compito di proporre e diffondere i traducenti, senza una campagna culturale di promozione e tutela del nostro patrimonio linguistico, l’itanglese sarà l’evoluzione della lingua di Dante.

Credere che tutto ciò sia una moda passeggera significa non saper cogliere quello che è avvenuto, quello che sta avvenendo e soprattutto quello che avverrà.