La traduzione: lezioni di accoglienza nel trattamento dei forestierismi

Davanti alle parole straniere che non hanno un traducente naturale e che non sono ancora entrate nei nostri vocabolari (e forse non ci entreranno mai), come si deve comportare un traduttore per compiere le proprie scelte consapevoli? Meglio accogliere lo “straniero” o difendere la “purezza” dell’italiano?

Questo è l’interrogativo che pone Ilide Carmignani, una delle più rinomate traduttrici italiane, celebre soprattutto per le sue traduzioni delle opere di Luis Sepúlveda. Il tema sarà affrontato in un incontro al salone del libro di Torino (16 ottobre 2021, Sala Ciano, Padiglione 3, ore 12.45) intitolato “La traduzione: lezioni di accoglienza. Il trattamento dei forestierismi” che vede la partecipazione dei responsabili editoriali del Devoto Oli e dello Zingarelli, rispettivamente Biancamaria Gismondi e Mario Cannella, e anche la mia.

La questione della “purezza della lingua” e dell’accoglienza dello “straniero” evoca pericolosamente, e in modo provocatorio, una serie di archetipi su cui è bene fare molta chiarezza.

L’accoglienza del diverso e l’imposizione delle lingue dominanti

Prima di tutto è bene precisare che non ha senso fare alcuna analogia tra l’accoglimento delle parole straniere e l’accoglimento degli immigrati. Più volte alcuni giornalisti hanno accostato, a sproposito, la massima “sovranista” – come è di moda dire oggi – “prima gli italiani” con “prima l’italiano”, riferendosi alle posizioni che ho espresso in Diciamolo in italiano (Hoepli, 2017). Ma le parole non sono persone, e in una città come Milano la fitta presenza sul territorio di migliaia di cinesi, rumeni, albanesi, arabi o africani da un punto di vista linguistico non ha alcun impatto. Gli italiani non conoscono una parola di queste lingue, e l’unico terreno di scambio è quello gastronomico. I wanton fritti, il kebap o i falafel, lo zighinì degli eritrei. C’è poco altro. L’italiano è impermeabile alle lingue degli immigrati, risente invece dei modelli culturali ed economici statunitensi, che non sono presenti sul territorio a questo modo, ci arrivano in altre forme molto più potenti, dall’alto, e hanno a che fare con l’inglese come lingua internazionale, con l’espansione delle multinazionali, la globalizzazione e anche con il senso di inferiorità culturale, prima che linguistico, di una classe dirigente fatta da giornalisti, imprenditori, tecnici, scienziati… che ostentano l’inglese con orgoglio. Tutto ciò ci porta a ricorrere agli anglicismi anche quando avremmo le nostre parole, che però non hanno il medesimo prestigio. Gli anglicismi, al contrario degli altri forestierismi, non hanno a che fare con l’accettazione delle culture deboli, minoritarie o discriminate, sono il risultato, spesso prepotente, dell’imposizione di una cultura dominante che ci sovrasta.

Dalla purezza della lingua all’ecologia linguistica

Anche la “purezza della lingua” e la “difesa dell’italiano” sono categorie che andrebbero ridefinite, nel nuovo Millennio, perché non hanno nulla a che vedere né con il vecchio concetto di “purismo” né con le prese di posizione legate alla guerra ai barbarismi di epoca fascista.
Nessuna lingua è pura, non c’è nulla di male né di strano nell’accattare parole altrui, come scriveva già Machiavelli nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua. Il punto oggi è un altro e ha a che fare con il tema dell’ecologia linguistica. È una questione di numeri e di modalità.

La prima edizione elettronica del Devoto Oli del 1990, di cui ho curato il riversamento digitale, conteneva circa 1.600 anglicismi, ma oggi sono diventati 4.000. La prima edizione dello Zingarelli digitale del 1995 (un prototipo fuori commercio) ne annoverava circa 1.800, mentre oggi sono 3.000.

Negli ultimi 30 anni, in sintesi, l’interferenza dell’inglese è cresciuta a dismisura e in modo incontrollabile, e gli anglicismi “hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi (…) anche nel vocabolario fondamentale”, come ha scritto Tullio De Mauro (Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136). Questa esplosione di parole inglesi è soprattutto cruda, e cioè senza adattamenti. Mentre l’influsso plurisecolare del francese ci ha arricchiti con migliaia di parole che sono state italianizzate, e i francesismi crudi sono oggi meno di un migliaio, l’inglese non si adatta e le migliaia di anglicismi sempre più frequenti e comuni sono dunque “corpi estranei”, come aveva compreso Arrigo Castellani nel suo “Morbus anglicus”, che violano le regole della nostra scrittura e pronuncia, e dunque se il loro numero diventa eccessivo finisce con lo snaturare l’identità linguistica “del bel paese là dove ‘l sì suona”.

Oggi le parole inglesi nei dizionari superano di gran lunga la somma di tutti gli altri forestierismi messi assieme, e tra le parole nate negli anni Duemila circa la metà sono in inglese crudo, una percentuale preoccupante anche perché tra le parole italiane mancano quelle primitive, come ha osservato Luca Serianni (Il lessico, vol. 2 della collana Le parole dell’italiano, Rcs Corriere della Sera, Milano 6/1/2020, pp. 53-54) e per la maggior parte sono derivate (come africaneria), o composte (come anarco-insurrezionalista).

Su questo scenario è evidente che la questione della “purezza della lingua” e della sua tutela ha tutta un’altra valenza rispetto al passato. La nuova “questione della lingua” si trasforma nella “questione delle lingue”, di tutto il pianeta, minacciate dall’invadenza dell’inglese che le schiaccia. È lo “tsunami anglicus” che Tullio De Mauro ha denunciato esplicitamente nel 2016 rivedendo totalmente le sue posizioni nei confronti del “Morbus anglicus” che negli anni Ottanta aveva negato.

Dopo aver fatto queste premesse è evidente che l’accoglimento dei forestierismi nelle traduzioni non può essere trattato alla pari. L’accoglimento di qualche parola straniera è il benvenuto, quando è il caso e quando non esistono alternative naturali. I forestierismi possono costituire un arricchimento, in queste circostanze. Ma il ricorso agli anglicismi, al contrario, rappresenta sempre più spesso un depauperamento della nostra lingua, è diventato una coazione a ripetere più simile a una nevrosi compulsiva, per cui tutto ciò che è nuovo si esprime direttamente in inglese, senza alcuna altra strategia: non si traduce, non si adatta, non si coniano nuove parole italiane… e quel che peggio si ricorre sempre più spesso all’inglese anche in presenza di parole italiane, e queste scelte generano numerosi “prestiti sterminatori” che scalzano e fanno morire le nostre parole storiche.

Per questi motivi sarebbe auspicabile spezzare questo ricorso all’inglese sistematico e distruttivo, e fare una distinzione tra l’accoglimento dei forestierismi, che in linea di principio può essere un’apertura positiva, e quello degli anglicismi che in sempre più ambiti sta trasformando la nostra lingua in itanglese.

Purtroppo in Italia non esistono punti di riferimento a cui i traduttori possono attingere soprattutto nel caso dei tecnicismi, e le scelte traduttive sono lasciate alla loro sensibilità e discrezione. In un contesto dove l’anglomania dilaga e l’inglese è preferito, è sempre più difficile proporre soluzioni italiane. Mentre in Francia e in Spagna le accademie coniano alternative e neologie autoctone e il ricorso all’inglese è una scelta, e mentre esistono banche dati terminologiche che fissano le traduzioni e rendono il francese e lo spagnolo lingue vive che si arricchiscono, in Italia non c’è nulla del genere. Davanti alle fortissime pressioni che arrivano dall’anglosfera il liberismo linguistico che parte dal presupposto che una lingua si difende da sé, che va studiata e non protetta, si trasforma in un anarchismo linguistico dove la lingua dei Paesi dominanti finisce per avere la meglio.

Queste sono le premesse del mio intervento e del confronto che avverrà a Torino, che si articolerà in modo meno generico soprattutto attraverso l’analisi di esempi lessicali molto concreti.

Gli effetti collaterali dell’inglese internazionale e il caso Islanda

L’inglese internazionale non è solo quello commerciale o turistico che può essere anche comodo per farsi capire quando si va in vacanza in qualche Paese di cui non si conosce la lingua. Questo inglese è in fondo una riduzione a pochi vocaboli e a frasi di circostanza che hanno un pura funzione comunicativa. Ma una lingua non è solo comunicazione, si porta con sé processi molto più profondi che coinvolgono il modo di pensare. Il filosofo, logico e matematico viennese Ludwig Wittgenstein, nel suo Tractatus pubblicato un secolo fa, scriveva: “I limiti del mio linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo”, perché il linguaggio descrive la realtà, e non è possibile pensare e descrivere la realtà in modo indipendente dal linguaggio. Come ha osservato Andrea Zhok: “Chi pensa a una lingua naturale come a un vestito neutrale, da indossare a piacimento senza che nulla cambi nella propria personalità e nel proprio pensiero, ha semplicemente un’esperienza della lingua povera, meccanica, circoscritta e meramente tecnica.”

Non si può allora dimenticare che l’inglese turistico e ristretto si basa sulla semplificazione della lingua madre dei popoli e delle culture dominanti, e questa lingua naturale ha una profondità che travalica la semplice comunicazione, è espressione del pensiero. Quando l’inglese internazionale diventa la lingua da esportare e da utilizzare in ambiti che coinvolgono il modo di pensare – come quando lo si impiega per la formazione universitaria, ma anche nella scienza o sul lavoro – entrano in gioco fattori complessi che hanno a che fare con i processi di astrazione e la concettualizzazione che sta sotto la lingua.
Fare dell’inglese la soluzione internazionale che ricostruisce la torre di Babele attraverso un grattacielo che assomiglia a quelli americani in cui si parla l’angloamericano non rappresenta solo un problema etico, per cui per essere “internazionali” si dovrebbe rinunciare alla propria lingua nativa per utilizzare quella di chi è più forte. Questa strategia ha anche degli “effetti collaterali” che portano a schiacciare le altre lingue e a non riconoscere il valore del plurilinguismo e delle altre culture. Ma soprattutto, l’inglese globale entra in conflitto con le altre lingue e si trasforma in una minaccia per quelle deboli o minoritarie.

L’anglicizzazione degli idiomi locali e le ibridazioni

L’effetto collaterale più evidente, e tutto sommato meno profondo, lo si vede nell’anglicizzazione di ogni idioma, nello “tsunami anglicus”, per dirla con Tullio De Mauro, che si riscontra in ogni luogo. Gli anglicismi sono i detriti del globalese, la lingua della globalizzazione, che penetrano in modo sempre più ampio e profondo nel lessico di ogni parlata, un fenomeno così pervasivo che ovunque ha ormai il suo nome: l’itanglese corrisponde a ciò che in Francia si chiama franglais, in Spagna spaglish, in Germania Denglisch, in Svezia swinglish, in Grecia greenglish, in Russia runglish e così via sino al konglish per il coreano o il japish per il giapponese.

Queste contaminazioni, quando diventano troppo estese e pesanti possono snaturare le lingue locali, e possono dare origine a lingue ibride, cioè mescolate, o creolizzate, il che si verifica quando il mescolamento non è paritario e la lingua dominate schiaccia quella di rango inferiore. Questo fenomeno avviene di solito nei territori dove esiste un bilinguismo locale che porta appunto alle enunciazioni mistilingue e al passaggio di un codice all’altro nelle stesse frasi. È il caso per esempio dello spanglish che ha preso piede nell’America latina, diffuso nelle comunità bilingui tra ispanici, portoricani o messicani, ma anche nelle aree statunitensi a forte presenza ispanica.

In altri casi il bilinguismo sul territorio porta invece a una diglossia, cioè a una gerarchia delle lingue dove la lingua locale diventa quella di serie B, quella del popolo, delle fasce deboli e “ignoranti”, mentre l’inglese è quella di serie A, della cultura, dei ceti sociali alti.
Questa diglossia è forte per esempio in India, dove l’inglese è stato introdotto ai tempi delle colonie britanniche. Da una parte è nata la variante dell’angloindiano che ha ormai assunto le sue forme e connotazioni particolari, tanto che Salman Rushdie ha rivendicato con orgoglio l’indian english dei suoi libri, che travalicherebbe quello ortodosso imponendosi come nuova varietà “autonoma”. Ma questa variante, più che essere sbandierata come il trionfo del meticciato e la lingua di quella popolazione, appare più come figlia del colonialismo. E proprio in India, l’inglese, ortodosso o meticcio, è diventato un simbolo, una lingua superiore, un modo di distinguersi socialmente con delle ricadute molto pratiche. Parlare l’hindi appartiene ai ceti bassi, mentre avere accesso all’inglese è un segno di cultura, un modo per elevarsi, al punto che per il 95% degli uomini la sua conoscenza è diventata un requisito fondamentale da cercare in una donna da sposare, come fosse una dote, perché una moglie che conosce l’inglese è essenziale per frequentare l’alta società (1), mentre dell’hindi ci si vergogna. Lo si vede persino in alcune pellicole di Bollywood, una delle più celebri è Quando parla il cuore (2) che narra le vicende di una donna alla ricerca dell’indipendenza, del rispetto e del riscatto proprio attraverso la conoscenza dell’inglese che va a imparare a New York.

Il globalese che minaccia le lingue minoritarie

Un altro ben più grave effetto collaterale del globalese consiste in un ulteriore passo rispetto al ricorso all’inglese per motivi sociolinguistici, che sono una scelta per elevarsi socialmente e per identificarsi nel gruppo di appartenenza elitario. Il proseguimento di questo processo può portare all’abbandono della propria lingua. Ed è in questo modo che le lingue minori possono scomparire e morire. Questo fenomeno può essere spontaneo, ma può anche essere il risultato di un’imposizione, proprio come è avvenuto, ma avviene ancora oggi, in Africa. È un processo raccontato molto bene dallo scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’o (3) che ne ha vissuto le conseguenze sulla propria pelle. Tutto ha avuto inizio nel 1884 a Berlino, quando venne sancita la spartizione dell’Africa non solo nelle nuove frontiere disegnate a tavolino, ma anche nelle diverse lingue delle potenze europee. I Paesi africani, che un tempo erano colonie e oggi assomigliano a neocolonie, sono stati divisi in territori di lingua inglese, francese e portoghese. Con la nascita delle scuole coloniali che impartivano le lezioni nelle lingue imposte, questo colonialismo linguistico fu portato a termine, determinando la morte di molte lingue locali minoritarie. A lungo andare gli africani hanno cominciato a identificare e definire la propria identità attraverso queste lingue (4), e ancora oggi sono francofoni o anglofoni, anche se successivamente sono sorte anche le aree arabe. Per questo motivo Thiong’o, davanti all’odierno strapotere del globalese, invita a ribellarsi all’inglese, la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi.” (5) Ma anche il tunisino Claude Hagège ha denunciato “un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale” determinato soprattutto dall’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”. (6) Ha calcolato che nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. (7) Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa.

Queste preoccupazioni non si trovano solo in autori legati all’Africa, e la costatazione per cui tantissime lingue minori scompaiono dal nostro pianeta, con una velocità maggiore di quella della scomparsa delle specie viventi, è al centro delle riflessioni della finlandese Tove Skutnabb-Kangas, che insegna all’università danese di Roskilde e all’accademia universitaria di Vasa in Finlandia, e che da anni si batte per i “diritti linguistici” delle popolazioni e delle minoranze, linguistiche e culturali. Il riduzionismo monolinguistico, secondo la studiosa, non è solo ingiusto, ma è un “cancro” a cui va contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici. (8)

L’inglese internazionale non minaccia solo i Paesi africani o lontani, a rischio ci sono anche le lingue d’Europa, quando sono parlate da un ristretto numero di persone, e il caso dell’Islanda è il più grave.

Il caso islandese e la “minoritarizzazione digitale”

Gli islandesi sono poco più di 300.000, un numero di parlanti estremamente basso, così basso che non sono considerati un mercato appetibile per le multinazionali che non hanno convenienza a tradurre in quella lingua. I film e le serie tv americane per tradizione non sono mai doppiate, ma al massimo sottotitolate, e nell’era di Netflix tendono a circolare direttamente in lingua inglese. L’islandese non è contemplato come lingua della tecnologia basata sul riconoscimento vocale, da Siri ad Alexa, e la conseguenza è che tutto avviene direttamente in inglese, e anche le localizzazioni di piattaforme come Facebook in islandese sono parziali e malfatte.

Il crollo economico di quel Paese, avvenuto nel 2008, ha portato all’abbassamento dei prezzi e all’aumento vertiginoso dei turisti: nel 2008 erano cresciuti sino a 500.000, ma nel 2017 sono stati 2 milioni (più di 5 volte il numero degli abitanti dell’Islanda) e l’inglese è diventata la lingua che di norma si usa anche nei locali e nei negozi, al punto che nei bar e nei ristoranti del centro di Reykjavík non di rado ci si rivolge ai clienti direttamente in inglese.

Quello che sta avvenendo è stato definito dal linguista Eiríkur Rögnvaldsson, professore dell’Università d’Islanda, il fenomeno della “minoritarizzazione digitale”, dove una lingua viva e parlata nel mondo reale si trasforma nel mondo digitale in una lingua secondaria che di fatto non esiste, o lascia poche tracce di sé. Questo fenomeno ha delle ricadute pesanti sui parlanti, perché ormai l’ambiente digitale e quello televisivo sono diventati preponderanti e il tempo che la gente dedica a queste attività è sempre maggiore. Se le interfacce dei cellulari e l’ambiente virtuale parlano l’inglese, finisce che diventa la lingua prioritaria e questo ha un impatto forte soprattutto sulle giovani generazioni, che trascorrono sempre più ore in un mondo digitale che li espone al solo inglese. Su telefonini, tablet, computer, televisioni è tutto un pullulare di giochi, film, serie televisive, video e canzoni in inglese. In questo modo ci si abitua a pensare in inglese e le parole native non vengono più in mente. E in inglese non solo si interagisce con le piattaforme sociali e tecnologiche, ma sempre più spesso anche con gli altri, vista la larga conoscenza di quella lingua. Al punto che gli insegnanti delle scuole secondarie riferiscono che i quindicenni, in cortile durante la ricreazione, sempre più spesso parlano tra loro in inglese. Da una stima sul fenomeno risulta che un terzo degli islandesi dai 13 ai 15 anni parli in inglese con i propri amici, (9) mentre alcune indagini rilevano che nelle fasce dei più piccoli, i bambini riferiscono agli specialisti che non sono in grado di indicare un termine islandese per molte delle figure che vengono loro mostrate. Il rischio paventato da Eiríkur è quello di assistere a una nuova generazione che si forma senza una vera e propria lingua madre. (10) Per i giovani che si nutrono di prodotti di intrattenimento digitali in inglese, in un Paese dove persino al suo interno la lingua locale è sempre meno diffusa, la domanda che ricorre è: “A cosa mi serve parlare in islandese?” E a quel punto passano direttamente all’inglese.

Davanti a questo fenomeno preoccupante il governo ha compreso il problema e varato politiche linguistiche e provvedimenti per favorire la lettura dei libri in islandese, visto che ha subito un calo notevole negli ultimi anni. Inoltre, sono stati stanziati 20 milioni di euro da destinare alle iniziative che lavorino a tecnologie in lingua islandese, (11) che sono fondamentali per arginare l’invadenza dell’inglese globale. Se in Italia la scarsa conoscenza dell’inglese ci mette al riparo dall’abbandonare la nostra lingua, che ha anche una forza e una storia letteraria ben diversa da quella islandese, vediamo lo stesso i risultati che sul piano linguistico comportano le interfacce informatiche concepite nell’anglosfera con i termini dell’anglomondo. Il 50% dei lemmi marcati come informatici, sul Devoto Oli, sono appunto in inglese crudo, e se fino agli anni Settanta potevamo esprimere l’informatica nella nostra lingua, oggi non è più possibile, senza la stampella degli anglicismi. Anche se da noi non esiste alcun bilinguismo sul territorio, esiste però un bilinguismo virtuale e culturale rappresentato dalle interfacce con cui interagiamo in Rete che parlano in inglese e che a livello lessicale abbiamo rinunciato a tradurre passando alla strategia dell’importazione in modo crudo, che consiste nell’adottare invece di adattare.

Mentre in Francia e in Spagna le accademie coniano neologismi autoctoni alternativi a quelli inglesi e li promuovono, e mentre in Germania questo lavoro viene fatto da associazioni sorte dal basso come la VDS che pubblica annualmente l’Indice degli anglicismi con i loro sostitutivi, da noi non c’è nulla del genere, né di istituzionale né di privato (il dizionario AAA è solo una goccia). E il risultato è che da noi le alternative non esistono e siamo costretti a ricorrere agli anglicismi “di necessità”, mentre in Francia, per esempio, ricorrere all’inglese diventa una scelta sociolinguistica culturale o politica, come scrive la terminologa Maria Teresa Zanola, che nota come la reazione al franglais supportato dalle iniziative pubbliche e private ha favorito la coniazione di neologismi e l’evoluzione della lingua francese che è in questo modo piuttosto vitale, (12) al contrario dell’italiano che regredisce.

In Islanda, la figura del “neologista” esiste ufficialmente, e crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. Questi linguisti hanno il compito di rinnovare l’islandese e di tenerlo al passo con i tempi creando parole per ogni oggetto o concetto importato. In un primo tempo questi termini venivano pubblicati sui giornali, ma oggi circolano glossari cartacei e dizionari in Rete. E tutto ciò viene fatto formalmente da un apposito dipartimento dello Stato, nel Dipartimento della Pianificazione del Linguaggio che sorge in un istituto culturale nel centro della capitale.

E allora, quando si fa dell’inglese la soluzione alla comunicazione internazionale, quando lo si vende come una lingua che apparterrebbe “a tutti” e che ci unificherebbe, si omette di dire che questa “unificazione” si fa a scapito del plurilinguismo e che è un’unificazione che allo stesso tempo divide e crea barriere sociali. Che non è la lingua di tutti, ma quella dei popoli dominanti che hanno tutta la convenienza a esportarla come “universale” perché costituisce un indotto economico spropositato, perché dà loro un enorme vantaggio comunicativo e perché permette loro di non apprendere alcuna altra lingua e di destinare gli altissimi costi dello studio di una seconda lingua verso altre direzioni come la ricerca. E soprattutto si omette di raccontare anche quali sono gli effetti collaterali di questo globalese tanto esaltato.

Note

1) Cfr. Robert McCrum, William Cran, Robert MacNeil, La storia delle lingue inglesi, Zanichelli, Bologna 1992, p. 39.
2) English Vinglish, di Gauri Shinde (2012) interpretato dall’attrice Sridevi Kapoor, soprannominata la “Meryl Streep d’India”.
3) Ngũgĩ wa Thiong’o, Decolonizzare la mente, Jaka Book, Milano 2015.
4) Ivi, p. 16.
5) “Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, di Pietro Veronese (intervista a Ngũgĩ wa Thiong’o), la Repubblica, 2 agosto 2019.
6) Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7.
7) Ivi, p. 99.
8) Cfr. Tove Skutnabb-Kangas, “I diritti umani e le ingiustizie linguistiche. Un futuro per la diversità? Teorie, esperienze e strumenti”, in Come si è ristretto il mondo, a cura di Francesco Susi, Amando Editore, Roma 1999 (p. 85-114), p. 99.
9) Cfr. Fiona Zublin, “Iceland Fights to Protect Its Native Tongue From Siri”, in Ozy.com, 9/7/2018.
10) Cfr. Cristina Piotti “Islandese, una lingua a rischio estinzione”, IL – Il maschile del Sole 24 ore, 21/02/2019. 10
11) Ivi.
12) Maria Teresa Zanola, “Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008, p. 95.

Day by day: dal “D-day” all’istituzione del “dì day”

Nei giorni scorsi siamo stati bombardati dal click day su tutti i mezzi di informazione, tra le polemiche sui buoni mobilità chiamati con l’anglolatinismo bonus biciclette e monopattini. Coniare una parola come cliccadì non verrebbe in mente a nessuno, visto che le nostre menti sono sempre più colonizzate dall’inglese. Buon dì è un po’ in disuso, del resto, e pare una merendina, oltre a suonare obsoleto. Day invece è moderno e sta producendo innumerevoli ricombinazioni all’italiana con altre radici inglesi, come appunto click, scritto con la “k” per sottolinearne l’inglesità, anche se sarebbe più semplice (e corto) usare l’adattamento clic che si trova sul dizionario e nei derivati come cliccare.

L’esplosione dei day al posto di giorno e giornata non riguarda tanto le frequenze dei corrispettivi in italiano, che sono molto saldi nel linguaggio comune, bensì i nomi degli eventi, i titoli, le parole chiave che occupano la parte alta di quella che ho chiamato la gerarchia delle parole. Day è di rango superiore, e se si deve usare qualche nuovo nome altisonante l’inglese sembra d’obbligo. Il che vale ormai per quasi tutti i nomi di eventi e manifestazioni; qui a Milano si è appena concluso il Bookcity, per esempio. Cercando day proprio tra i titoli dei libri italiani si trova un po’ di tutto. Non ci sono solo i saggi sul D-day dello sbarco in Normandia o quelli sul family day. Mi chiedo cosa abbia spinto Lia Giancristofaro a scrivere il Tomato day. Il rituale della conserva di pomodoro (Franco Angeli, 2016 ) o Paolo Morando a intitolare la sua ricostruzione di un biennio tutto italiano Dancing days. 1978-1979. I due anni che hanno cambiato l’Italia (Laterza, 2020). O Daniela Pasqualetti a scrivere un libro di narrativa italiana come Perfect days (Ensemble, 2018), ambientato in Toscana, anche se il protagonista Thomas è di origine inglese. Ma tutto questo è ormai la norma, e non mi meraviglierei se qualche prossimo evento tutto italiano sarà presentato come l’italian day.

Il lievitare di day ha avuto inizio intorno al 1980, e non c’è da stupirsi. È stato il decennio in cui l’anglicizzazione della nostra lingua ha registrato la prima storica crescita allarmante, quella di cui si era prontamente accorto Arrigo Castellani autore del “Morbus Anglicus”. Le parole inglesi sono cresciute – e non per caso – parallelamente al dilagare di film e telefilm statunitensi che in quegli anni sono entrati nelle nostre case in seguito all’avvento delle televisioni commerciali con un aumento esponenziale di pubblicità che ammiccavano all’inglese.

Se nel 1961 il dramma di Samuel Beckett era stato tradotto con Giorni felici, nel 1977 è arrivato Happy Days con Arthur Fonzarelli (Fonzie), la cui sigla (Sunday, Monday, happy days…) era ottima per imparare i giorni della settimana in inglese. La grande popolarità della serie, in onda per oltre un decennio, ci ha fatto familiarizzare con quel days che in un primo momento suonava ancora come qualcosa di nuovo. Nel giro di pochissimi anni il moltiplicarsi di locuzioni con day provenienti dagli Stati Uniti ha fatto sì che questa parola diventasse il secondo elemento di avvenimenti e ricorrenze sempre più importato e imitato, al punto che l’anglicismo è stato così registrato nei dizionari: come secondo elemento formativo.

Precedentemente si era diffusa solo l’espressione D-day, che nella Seconda guerra mondiale indicava il giorno stabilito per lo sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944, ed è diventato il giorno X fissato per un’operazione militare o più in generale per un qualsiasi evento di particolare rilevanza.

Negli anni Ottanta si è propagato anche il primo day di provenienza ospedaliera. I servizi o le strutture per il ricovero giornaliero, in giornata, si son detti day hospital. Nel frattempo al cinema è uscito The day after (N. Meyer, 1983), che dipingeva uno scenario successivo alla catastrofe nucleare. Si è rivelato un titolo di così grande successo che l’espressione è diventata un modo di dire (come a tante altre che arrivano dai titoli dei film non tradotti: mission impossible, top gun, highlander…) e ha esteso il suo significato post-atomico per designare il giorno dopo di un qualunque evento eclatante che comporta conseguenze e cambiamenti: il day after dell’11 settembre, dei mondiali di calcio, di un’elezione politica…

Televisione, cinema e medicina sono tre dei principali ambiti da cui provengono le parole inglesi. Ma non i soli. Nella seconda metà del decennio si è imposta anche l’espressione day by day che arrivava dal linguaggio del lavoro, un quarto centro di irradiazione dell’inglese sempre più potente; appariva e appare più professionale rispetto a giorno per giorno o quotidiano. Poi ci si è messa anche la tecnologia, con le lampade daylinght e il sistema di illuminazione che riproduce la luce diurna. Illuminazione a giorno non aveva lo stesso effetto per connotare la fluorescenza di quella luce, evidentemente. Un altro linguaggio settoriale infarcito di inglese è quello economico e borsistico, e non poteva mancare un contributo anche da questa nicchia: gli operatori di borsa specializzati della compravendita in giornata hanno cominciato a farsi chiamare day trader e a praticare il day trading inseguendo guadagni mordi e fuggi.

Negli anni Novanta, nel linguaggio politico e giornalistico ha preso piede la bella idea di chiamare l’accorpamento delle elezioni election day (1992), e poco dopo sono spuntati gli open day di ambito scolastico; le giornate a porte aperte sembrano suonare come qualcosa di antico nell’americanizzazione della scuola, dove ormai la vecchia fine delle vacanze è diventata il back to school. Dal 1997, il ricovero diurno di anziani e malati non gravi, o anche la custodia dei bambini fuori dall’orario scolastico, è il day care, in un contesto dove un assistente familiare è detto caregiver. Il 2000 ci ha regalato poi il day surgery, che non è altro che un intervento chirurgico in giornata, senza ricovero (una volta c’erano gli interventi ambulatoriali). Il linguaggio medico, nell’epoca della pandemia, sta ricorrendo agli anglicismi in modo sempre più incontrollato. Io ci avevo scherzato qualche mese fa, inventandomi il tamponing, ma poi qualcuno deve avermi preso quasi alla lettera, visto che siamo riusciti persino a coniare il Daily Tampon – a proposito di tamponi e di day – ma come ha ricordato Gabriele Valle, in inglese tampon è un’assorbente interno, più che un tampone rapido.

In ogni caso, dopo l’Indipendence Day arrivato alla fine degli anni Novanta sotto forma di film, tra Columbus day e memorial day – che dalla commemorazione statunitense dei soldati caduti si allarga a designare un qualsiasi giorno della memoria – nel 2007 è nato il click day che in questi giorni ricorre su tutti i giornali. Nel 2012 è stata la volta del family day, che si è imposto dopo analoghi neologismi come il vaffa-day di Grillo, abbreviato anche in V-Day (dove il vaffa non era rivolto all’inglese) che però può essere letto anche come il Veltroni Day o W-Day (tutto va bene basta che sia inglese), il giorno di Walter Veltroni alla guida del partito democratico (2008), ed è stato seguito dal Fertility Day (2016). L’importazione del venerdì nero della lingua italiana, il black friday, ha amplificato le cose e ha generato una serie di variazioni sul tema, spesso maccheroniche, che hanno portato all’avvistamento addirittura dei Befana Days!

Recentemente si parla anche del cheat day (lett. il giorno in cui si può barare) cioè il giorno dello sgarro o i giorni di sgarro, un giornata libera per esempio dall’attività sportiva in caso di programmi per mantenersi in forma, o dalla dieta, e in questo caso è detto anche cheat meal cioè il pasto dello sgarro (molti nutrizionisti lo inseriscono all’interno dei regimi dimagranti). Del resto la formula del mangia a volontà è ormai all you can eat nella cucina anglicizzata, dai servizi di delivery recapitati dai rider sino alle nuove ricette che nell’era dei Masterchef costituiscono il settore food. In questo modo l’italiano retrocede, e gli anglicismi non solo rimpiazzano i nostri vocaboli, ma si innestano nei posti più alti della gerarchia delle parole e, soprattutto, si allargano nel nostro lessico e si saldano tra di loro in ibridazioni mostruose e in ricomposizioni creative delle radici da cui sono formati. È così che l’italiano muore e l’itanglese prolifica. Il caso di day non è isolato. Sta succedendo lo stesso con centinaia di altre parole, da ecomomy a manager, da food a baby

Per questo propongo di istituire il dì day, una giornata all’anno in cui sia possibile chiamare un evento, o un concetto chiave, solo in italiano.

Nel frattanto, la petizione a Mattarella contro l’abuso degli anglicismi è stata chiusa, e le oltre 4.000 firme raccolte saranno presto inviate al presidente della Repubblica, compatibilmente con le restrizioni del nuovo confinamento – chiamato lockdown, nella sua nuova edizione chiamata light – che rendono un po’ problematico lo stampare un centinaio di pagine e la loro spedizione via posta.

L’italiano in un museo

La notizia di un museo della lingua italiana è stata annunciata qualche tempo fa, a sorpresa, dal ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini. Un’uscita così a sorpresa che Luca Serianni, coordinatore del comitato che si occupa dei contenuti, l’ha appresa dai giornali.
Questo museo dovrebbe sorgere a Firenze, nel complesso di Santa Maria Novella, dall’anno prossimo, in concomitanza con le celebrazioni dell’anno dantesco del 2021.

A dire il vero non ci sono molte iniziative del genere all’estero, per le altre lingue, e forse qualche motivo c’è, a pensarci bene. C’era un museo della lingua portoghese istituito nel 2006 in Brasile, a San Paolo, ma è andato distrutto in un incendio nel 2015, e da allora c’è solo un cartello che dice “In ricostruzione”. Anche sul fatto che dopo cinque anni non sia stato riaperto, forse bisognerebbe riflettere.

A proposito di fiamme e musei, non può che venire in mente il Manifesto del Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti del 1909 che declamava con violenza: “Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie (…). Musei: cimiteri! (…) Che ci si vada in pellegrinaggio, una volta all’anno, come si va al Camposanto nel giorno dei morti.”

Oggi i musei – non tutti a dire il vero – si sono modernizzati e rinnovati, proprio per non essere monumenti funebri, e di sicuro si possono concepire in modo nuovo, vivo, interattivo…

Al momento nulla si sa di come sarà il museo della lingua italiana, a parte qualche dichiarazione di intenti. Si sa solo che a delinearne i contenuti sarà un comitato presieduto da Luca Serianni che coinvolge cinque istituzioni: l’Accademia della Crusca, l’Accademia dei Lincei, la società Dante Alighieri, la Treccani e l’Associazione per la storia della lingua italiana.

È bello vedere iniziative a favore della lingua italiana, finalmente concepita come un patrimonio da tutelare e promuovere. Ma è un museo la soluzione? La sensazione è che mettere la nostra lingua in un museo sia un po’ il simbolo della sua morte, più che della sua vita.

Comunque la si pensi, e comunque questo progetto verrà realizzato, a proposito dei costi dell’operazione si parla di 4 milioni e mezzo di euro, stando a un’intervista che Luca Serianni ha rilasciato a Giorgio Kadmo Pagano (“Il nuovo Museo della Lingua Italiana di Firenze. Ecco come sarà”, Artribune, 2/9/20). E allora bisogna chiedersi se è questo il modo più sensato di destinare i soldi di tutti noi contribuenti per promuovere la nostra lingua.

Le risorse non sono infinite, se lo fossero applaudirei questa iniziativa.
È bello scegliere come sede una città simbolica come Firenze, ma non è accessibile facilmente a tutti gli italiani, molti dei quali, chissà, potranno forse accontentarsi di una visita digitale, anzi online (già mi immagino l’interfaccia del sito, con la sua bella home, e magari la gallery delle immagini di cui fare il download, ma spero di essere pessimista).

Più che guardare al modello di un museo bruciato di San Paolo, forse bisognerebbe osservare ciò che si fa in Svizzera, per la promozione del nostro idioma. Nel modello plurilinguistico elvetico, poiché l’italiano è schiacciato e in minoranza rispetto al francese e al tedesco, il Consiglio Federale lo sta promuovendo dal 2014. Nel progetto sulla cultura 2016-2020 ha stanziato consistenti fondi per rafforzare la presenza della lingua e della cultura italiana nell’insegnamento, nella formazione bilingue e attraverso una serie di manifestazioni culturali. E anche per i prossimi anni sono previste iniziative per la valorizzazione di ogni forma espressiva in lingua italiana (arti figurative, musicali, letterarie…) attraverso concorsi e incontri “su tutto il territorio svizzero”.

Nella petizione rivolta a Mattarella (#litalianoviva) che ho avviato contro l’abuso dell’inglese, per esempio, c’è la richiesta di dare vita – molto semplicemente – a qualche campagna di pubblicità progresso per la promozione della nostra lingua. Il che non costa quasi nulla, a parte la realizzazione di qualche filmato, visto che questi spazi televisivi sono già previsti, e basta dedicarli anche all’italiano oltre che alle battaglie contro il bullismo o la violenza contro le donne. Esattamente come si fa in Francia e in Spagna, dove la lingua non è tutelata attraverso i musei, ma attraverso iniziative concrete in sinergia con le accademie linguistiche. Dove si creano alternative agli anglicismi, si redigono opere come il dizionario ufficiale della lingua francese, o quello della Reale Accademia Spagnola o il Dizionario panispanico dei dubbi. In lingua francese c’è il Grande Dizionario Terminologico del Quebeq che traduce gli anglicismi, e in Francia ci sono delle leggi che tutelano la loro lingua, inserita nella Costituzione, l’ultima delle quali, la legge Toubon, vieta l’uso degli anglicismi nei contratti di lavoro e nel linguaggio istituzionale.

Da noi non c’è nulla di tutto questo. E non è di un museo che avremmo bisogno per far vivere l’italiano. Con 4 milioni e mezzo di euro si potrebbe dare vita a una campagna più efficace, a una serie di interventi nelle scuole, a concorsi e manifestazioni un po’ più significativi perché l’italiano viva.

Giuseppe Antonelli, in un libro intitolato appunto Il museo della lingua italiana (Mondadori 2018) ne immagina la struttura a tre piani, italiano antico, moderno e un terzo piano dedicato all’italiano contemporaneo. Qui c’è anche la sezione di quella che chiama “e-taliano”, la lingua della Rete dove la “e” ormai si pronuncia “i” nell’italiano colonizzato. Antonelli è il linguista che sostiene che non c’è alcun problema né pericolo di fronte agli anglicismi, che “forse” tra un paio di generazioni torneremo a dire tesserino al posto di badge, concorrente al posto di competitor e scarpe da ginnastica al posto di sneaker. Certo! O “forse” nel frattempo nel museo ci sarà un quarto piano dedicato all’itanglese. Il nuovo italiano contemporaneo dal lessico creolizzato. Chi vivrà vedrà.

Per Antonelli gli allarmi sono tutta “un’illusione ottica” amplificata dal linguaggio dei giornali, e da quello dell’informatica. A cui bisognerebbe però aggiungere quello del lavoro, dell’economia, della scienza, del Miur, della pubblicità, dell’editoria, del cinema, del marketing, della moda… fino a chiedersi che cosa rimanga dell’italiano sottraendo questi e tanti altri ambiti, strategici e frivoli, della lingua contemporanea.

Se dovessi avanzare la mia proposta per il museo, come Antonelli ha una volta invitato a fare, suggerirei che il pavimento del terzo piano fosse lastricato di mattonelle, ognuna con impresso uno dei quasi 4.000 anglicismi riportati nel Devoto-Oli 2020. Forse sarebbe l’unico contesto in cui gli anglicismi si potrebbero calpestare, invece di farne il totem con cui elevarci.

E poi, proprio vicino all’uscita, anzi all’exit, vedrei bene una bella lapide. In morte dell’italiano come lingua del lavoro di un’Europa che usa soprattutto una lingua extracomunitaria, accanto al francese e al tedesco. L’italiano ucciso da una scuola come il Politecnico di Milano che ha scelto di erogare i propri corsi in inglese, estromettendo la nostra lingua dall’insegnamento e discriminando gli italiani come sono stati discriminati gli africani che non potevano accedere alle scuole coloniali, se non conoscevano l’inglese.

Ma sì, l’italiano in fondo è roba da museo. Il re è morto, lunga vita al re! Anzi: The King is dead, long live the King!

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L’aumento di anglicismi e neologismi in inglese: nuovi dati

Ho già pubblicato su questo sito e anche nel libro Diciamolo in italiano (Hoepli 2017) i dati sull’aumento degli anglicismi e dei neologismi in inglese ricavabile dai dizionari Devoto-Oli 2017 e Zingarelli 2017. Ma a distanza di 3 anni anni ho provato a raffinarli e aggiornarli.

Per approfondire la questione: questo articolo include la comparazione con i numeri tratti dal dizionario Sabatini-Coletti e, per una sintesi che include anche il Gradit di Tullio De Mauro rimando al pezzo scritto per il portale Treccani “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”.

 

La crescita degli anglicismi decennio per decennio

La prima novità che voglio riportare è basata sull’estrazione di tutte le parole secondo la loro datazione, decennio per decennio, e sul conteggio di quanti anglicismi crudi includono a partire dagli anni Quaranta.

Bisogna precisare che i dati ricavati a questo modo non sono completi, si basano su ricerche automatiche non filtrate da un lavoro redazionale. In particolare, bisogna leggere questi numeri per difetto, perché non sempre le datazioni sono esplicitate (a volte non c’è una data, o c’è solo un generico “XX secolo” e in questi casi la parola sfugge alle ricerche). Inoltre, circa 200 anglicismi tra i più comuni (come computer) non sono più marcati dal Devoto Oli come voci inglesi, solo nell’etimologia si riporta l’origine della parola (e dunque anche questi sfuggono ai conteggi). Infine, non sono state conteggiate le numerose ibridazioni (come whatsappare, googlare o computerizzare).

La penetrazione dell’inglese è dunque ancora più pesante di quanto riportato, ma comunque sono numeri significativi, soprattutto nelle loro percentuali, e mi pare che fotografino sufficientemente bene la situazione, e che siano molto coerenti e omogenei tra loro, al di là dei differenti criteri lessicografici utilizzati nelle singole opere.

Nella prima colonna riporto il totale dei lemmi del Devoto-Oli 2017 datati per decennio, nella seconda il numero di anglicismi che contengono, e nella terza la loro percentuale. Lo schema è ripetuto con le stesse interrogazioni sullo Zingarelli 2017.

 

crescita anglicismi devoto oli e zingarelli

 

Le ultime due righe, riferite al nuovo Millennio, sono le più “deboli”, perché l’assestamento delle parole registrate è ancora labile e più soggetto a revisioni future (alcune parole usciranno e altre che circolano oggi fuori dai dizionari saranno annoverate), ma le dimensioni della crescita sono evidenti. L’ultima riga, in particolare, è incompleta perché si ferma al 2016; se i numeri assoluti degli anglicismi del Duemila sembrano in calo è solo perché lo sono anche le parole italiane.

Dividendo questi numeri per 10, la media annuale cresce dai 6-8 anglicismi degli anni Quaranta a circa 50 negli anni Novanta. Accanto al lievitare dei numeri assoluti, che registra un lieve calo solo negli anni Settanta (ma anche le parole italiane sono in calo), il dato significativo è quello della crescita delle percentuali. Più passa il tempo, più la nostra lingua si americanizza e il numero delle parole inglesi aumenta, sino a rappresentare la metà dei neologismi nel nuovo Millennio, un dato confermato soprattutto se si passa da questi dati grezzi a quelli lavorati (cfr. “Anglicismi e neologismi”).

In sintesi: dagli anni Quaranta a oggi le percentuali sono più o meno decuplicate, e se in passato le nuove parole arrivavano soprattutto da coniazioni basate sul latino, oggi si è passati all’inglese crudo, senza alcun adattamento, come avevo ricostruito in una predente tabella che riporto nuovamente (cfr. “La perdita delle radici: dal latino (e greco) alle invasioni anglo-barbariche”).

torta inglese latino greco nel devoto oli

 

I numeri aggiornati al 2020

Che cosa è successo dal 2017 al 2020?
Premesso che la data dei dizionari si riferisce all’anno precedente alla loro pubblicazione (dunque rispettivamente il 2016 e il 2019), riassumo i nuovi numeri riportati direttamente da Luca Serianni (curatore del Devoto Oli insieme a Maurizio Trifone) nel libro Il lessico (vol. 2 della collana Le parole dell’italiano, Rcs Milano 6/1/2020).

Il numero totale degli anglicismi crudi, in soli tre anni, è passato da 3.522 (Devoto-Oli 2017) a 3.958 (Devoto-Oli 2020), cioè ne sono stati aggiunti ben 436 (una media di quasi 150 all’anno).

Gli anglicismi nati nel nuovo Millennio sono passati da 509 (su 1.049 parole nuove = il 48,52%) a 658 (su 1.297 neologismi = il 50,73%), cioè 149 in più (una media di circa 35 all’anno). Questi sono i dati grezzi e automatici. Il fatto che non siano lavorati spiega (in parte) la ragione della differenza tra le due medie annuali di ingresso (anglicismi totali e quelli del nuovo Millennio). Una differenza dovuta anche al fatto che non sempre le datazioni sono presenti o complete e poi al fatto che una parola può impiegare anche decenni prima di guadagnare una sua stabilità che la fa includere nei dizionari. E quando viene inclusa, la datazione riportata non si riferisce all’anno in cui è stata inserita nel dizionario, bensì all’anno in cui ha fatto la sua prima comparsa in letteratura e nei corpus di riferimento (significa che un lemma inserito oggi può anche essere datato nello scorso Millennio quando era comparso per la prima volta).

Passando dai dati grezzi a quelli lavorati e filtrati, secondo i miei calcoli gli anglicismi del Devoto Oli 1990 (anno della prima edizione elettronica) erano circa 1.700 (conteggiando anche le sigle che all’epoca non erano incluse nell’opera), mentre quelli del 2017 sarebbero circa 3.400 (un po’ meno dei dati grezzi perché non ho considerato le sigle troppo specialistiche che mi pareva inquinassero i dati). Il che significa che in 27 anni sono raddoppiati e che la media annuale di entrata è di circa 63 all’anno (cfr. Diciamolo in italiano, pp. 92-93).
Le medie dello Zingarelli sono invece più basse, ma non ho i dati lavorati, e sono riferite perciò alle ricerche automatiche grezze; nel 1995 (anno della prima versione digitale non commercializzata) se ne contavano 1.811 (cfr. Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91) e nel 2017 sono diventati 2.761, dunque una media di 41 all’anno e un aumento in 23 anni di 950 lemmi.

Per valutare i neologismi, che ormai corrispondono sempre più agli anglicismi, è perfettamente inutile osservare che includono parole di uso comune e ad alta frequenza come selfie e tweet ma anche parecchi tecnicismi come slate PC, lad lit e pet-coke di uso e frequenza irrilevante; invece di asserire simili banalità bisogna quantificare le cose e formulare giudizi con cognizione di causa. Anche la supposta – e mai dimostrata – obsolescenza degli anglicismi che sarebbero spesso destinati a uscire dall’uso dopo qualche tempo non si basa su evidenze quantitative, e soprattutto non riguarda solo gli anglicismi, ma tutti i neologismi. Dunque, anche ipotizzando che gli anglicismi sarebbero in larga parte parole “usa e getta”, lo sono anche i neologismi, e il risultato è che il rapporto tra parole nuove inglesi e italiane non dovrebbe variare poi molto.

Tornando al bel libro di Serianni, il linguista spiega proprio che la maggior parte dei neologismi sono effimeri, sono come girini di cui solo pochi riusciranno a diventare rane adulte (Il lessico, p. 50). Dunque la stabilità delle parole del nuovo Millennio è di dubbia qualità. E ciò vale anche – non solo – per gli anglicismi, che oltre a rappresentare la metà delle nuove parole tendono a diventare l’unico apporto straniero o quasi.

“Chi dice forestierismo oggi dice anglicismo – scrive Serianni – (…) Gli anglicismi sono una massa imponente. L’italiano mostra in proposito una debole reattività rispetto a quanto accade in altre due lingue neolatine, il francese e lo spagnolo. (…) Naturalmente bisogna considerare la qualità, oltre alla quantità. Un anglicismo come blog non ha lo stesso peso di advergame (…) un termine sulla cui durata non scommetteremmo: il referente è esposto al forte rinnovamento che colpisce sia la tecnologia informatica sia gli strumenti pubblicitari messi in campo dalle grandi aziende.” (Ivi p. 65)

Oltre al diverso “peso” di blog e advergame, andrebbe anche rilevato che il primo vocabolo è compatibile con l’italiano, si scrive come si pronuncia e non snatura la nostra “identità linguistica”, per riprendere le parole di Arrigo Castellani del “Morbus Anglicus” (in realtà lo studioso era inorridito dalle parole che terminano in consonante e avrebbe avuto da ridire su questa mia affermazione). Il secondo, invece, è ben più devastante per il nostro sistema lessicale, perché è un “corpo estraneo” nel suono e nella grafia. Purtroppo, la maggior parte degli anglicismi è di questo secondo tipo, e non risulta altrettanto ben assimilabile.

Continuando le analisi sulla qualità nel rapporto anglicismi/neologismi, Serianni, analizza a campione i neologismi della lettera A del Devoto-Oli, e nota che non esistono parole primitive, sono tutte parole composte (anarco-inserruzionalista) o derivate (africaneria) (pp. 53-54), dunque l’italiano non si sta rinnovando poi molto dal punto di vista endogeno.

Anche gli anglicismi sono per la maggior parte composti, questa è una delle loro caratteristiche (anti-age, antispamming), ma le parole primitive ci sono eccome (admin, adware) e anche nei casi delle ricombinazioni di parole primarie inglesi (all inclusive, action-cam, access point), la loro valenza è ben diversa dalle derivazioni in base alle regole dell’italiano (acribioso, adultescente). Insomma, il confronto qualitativo, oltre al numero, penalizza fortemente l’italiano. E fuori dalla lettera A, tra gli anglicismi primari e primitivi spiccano “i termini legati all’informatica e all’elettronica, tutti di origine inglese” (p. 55), a cui bisognerebbe sommare quelli economici, seguiti dagli altri che pervadono ogni settore della nostra lingua perché escono dai loro ambiti e si riversano nel linguaggio comune, da selfie, a fake news, da spread al futuro lockdown (per ora non ancora registrato).

C’è persino chi, nella sua ossessione che porta a negare la realtà, è arrivato a sostenere che il passaggio dal cartaceo al digitale non costringe più a rimuovere lemmi obsoleti per fare spazio a quelli nuovi, e dunque evidentemente spiega così questi incrementi e ritiene che i dizionari non siano fonti attendibili. Una tesi delirante a cui non vale nemmeno la pena di replicare, visto che i dizionari di cui si sta parlando sono pubblicati annualmente nell’edizione a stampa. Una tesi, soprattutto, a cui manca la parte costruens: non si capisce cosa voglia dimostrare e su quali basi, a parte un generico “negare sempre”, dal tradimento coniugale a quello della lingua.
Sostenere che il numero degli anglicismi dei dizionari non rappresenta la realtà è in parte vero, ma è un dato contrario rispetto a come viene interpretato da qualche anglomane. Gli anglicismi che circolano nei tantissimi settori della lingua italiana, dall’economia alle scienze umane, dall’editoria all’aziendalese, sono infinitamente di più. E il problema principale del dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi) è che solo un terzo delle segnalazioni che mi arrivano, forse anche meno, viene accolto, proprio perché spesso si tratta di anglicismi troppo di settore e troppo poco affermati. Ma questi, sommati, complessivamente costituiscono un numero notevole di occasionalismi inglesi, onnipresenti in ogni ambito. In altre parole, viviamo quotidianamente in una “nuvola di anglicismi” ben più ampia (cfr. Diciamolo in italiano, pp. 111-117) di quanto si evince dai dizionari. È vero che la maggior parte di queste parole che ci avvolgono nel quotidiano sono effimere, ma viviamo nell’effimero, e complessivamente quando un anglicismo esce dalla nuvola, ne entrano altri, altrettanto effimeri, ma alimentati da un flusso costante. In questa “pansperima del virus anglicus” (come l’ho descritta) ci sono proprio gli anglicismi che entreranno in futuro nella nostra testa, nella nostra bocca e nei dizionari, attraverso questo bombardamento a tappeto che decennio dopo decennio, e anno dopo anno, non fa che crescere e accumulare l’inglese.

Spostandoci da questa “nuvola” ai dizionari, può anche succedere che termini come advergame escano, ma una cosa è certa: non saranno di sicuro sostituiti da parole italiane, nel disastro della terminologia informatica e di settore. L’obsolescenza delle tecnologie porta alla continua sostituzione con altre tecnologie sempre e solo in inglese.

La crescita del numero degli anglicismi e del rapporto percentuale con le parole italiane ha pochi margini di contestazione. L’aumento c’è dagli anni Cinquanta e si incrementa sempre di più. Se a questi dati aggiungiamo i vocaboli che si contaminano con l’inglese per ibridazione (cfr. “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione“) il quadro peggiora ulteriormente.
Non ci sono elementi per pensare che le cose debbano cambiare, in futuro. A questi ritmi di crescita il lessico italiano finirà per creolizzarsi ancora più di oggi, trasformandosi in un itanglese sempre più pesante. Chi non lo capisce, o lo nega, non pare proprio in grado di cogliere la realtà.

© 2020 Antonio Zoppetti – Riproduzione riservata


Avvertenza
: i dati statistici qui riportati sono frutto di una ricerca personale, e nel caso qualche studioso li prelevi per ripubblicarli in qualche libro senza citarmi, sappia che sono una proprietà intellettuale la cui riproduzione è riservata. Si possono riprendere e citare solo senza omettere l’autore e la fonte.
A buon intenditor…

Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [3]

Nella seconda parte di questo articolo ho provato a mostrare che nella lingua italiana non esiste alcuna corrispondenza tra il genere grammaticale di una parola e il sesso a cui si riferisce (è solo una tendenza). L’attacco contro il maschile generico, e le nuove prescrizioni per intervenire sull’uso storico della lingua dei parlanti, si basano su assiomi ideologizzati che esulano dalla grammatica e si possono ragionevolmente mettere in discussione. Sostenere che il maschile generico sia “discriminatorio” è un’interpretazione forzata che non tutti condividono, comprese moltissime donne: androcentrismo e discriminazione sono concetti diversi e non necessariamente sovrapponibili.
Da qualche anno la questione del “sessismo della lingua” e della femminilizzazione delle cariche si sta fondendo con l’ideologia del “linguaggio inclusivo” che arriva dagli Stati Uniti e si sta espandendo anche nei Paesi di lingua romanza in un dibattito molto acceso che non riguarda più solo le donne, ma coinvolge la messa in discussione del genere binario (maschio/femmina).

 

Traduzione ed emulazione: la globalizzazione delle ideologie

Il pensiero interventista dell’inclusività coinvolge movimenti, riviste e istituzioni di ogni tipo che creano direttive, linee guida e prescrizioni. Per esempio l’Associazione Americana di Psicologia (American Psychological Association, ma americana significa statunitense, visto che l’America è un continente molto più ampio e variegato) ha stilato delle linee guida per il linguaggio inclusivo valide anche nei confronti di chi non si identifica con un solo genere specifico e per identificarsi utilizza il pronome “they”. Operazioni di questo tipo si trovano in molte altre guide di università che hanno preso analoghe posizioni, e le stesse norme si ritrovano rilanciate attraverso riviste, siti e articoli di giornale. Lo scopo è quello di convincere tutti a cambiare il modo di parlare e di arrivare alla revisione del linguaggio delle istituzioni e della stampa, anche attraverso la politica.
Questo meccanismo di propaganda è abbastanza collaudato. Negli anni Ottanta, per esempio, un ampio gruppo di fondamentalisti statunitensi che puntavano all’abolizione del darwinismo nelle scuole ha fabbricato il cosiddetto “creazionismo scientifico” – che di scientifico non aveva proprio nulla – per poi esercitare pressioni politiche attraverso movimenti di cittadini chiedendo che venisse insegnato nelle scuole al posto o accanto alla teoria dell’evoluzione. L’iniziativa si è estesa con un certo successo raggiungendo temporaneamente l’obiettivo in qualche Stato tra i più conservatori, e l’eco di tutto ciò è arrivata poi in Italia, quando la ministra dell’istruzione Letizia Moratti ha cercato di importarlo anche da noi, per fortuna senza successo. Nel caso del linguaggio inclusivo i promotori sono invece “progressisti” e il terreno dello scontro non è la messa in discussione della scienza, ma della lingua. Il meccanismo di espansione in ambito internazionale è però molto simile. Uno dei centri di propagazione più importanti è quello dei movimenti internazionali per i diritti di omosessuali e persone transgenere. Da questi ambienti abbiamo da tempo importato in Italia, insieme alle idee, anche la terminologia in inglese: gli omosessuali sono ormai diventati gay, il nuovo anglo-eufemismo non discriminatorio che si porta con sé il gay pride e un’esplosione di termini in cui le minoranze a rischio discriminazione non sono capaci – o non vogliono – esprimersi in italiano: ripetono transgender, queer… in una diramazione di anglicismi sempre più ampia che comprende anche moltissimi acronimi inglesi (LGBT = Lesbian, Gay, Bisexual and Transgender, FtM = Female to Male e MtF = Male to Female…).

Il cavallo di Troia che porta tutto ciò dai Paesi anglofoni agli altri è nelle traduzioni, esattamente come è accaduto negli anni Novanta con la parola “negro” che da un giorno all’altro è stata sostituita con “nero” e si è diffusa la convinzione, storicamente falsa, che dire negro fosse da razzisti.
Poiché l’inglese è considerato la lingua sovranazionale – e la lingua è lo strumento da controllare per poter diffondere le idee – questi movimenti non trascurano di certo il problema delle traduzioni dell’inclusività nelle altre lingue, come si può leggere in un articolo che affronta la questione dello spagnolo e in altri apparsi su The Linguist (la rivista di un’associazione di linguisti del Regno Unito) che parlano proprio della traduzione “gender-neutral” in italiano.

L’interferenza con lo spagnolo è nata dal fatto che è una lingua parlata da molti abitanti degli Usa, che si sono perciò scontrati con il problema dall’interno. L’interferenza con l’italiano, invece, non ha altre motivazioni se non il fatto che siamo diventati intellettualmente sterili, e la nostra cultura si riduce all’importazione acritica di tutto ciò che nasce oltreoceano, per complesso d’inferiorità e desiderio di “voler fare gli americani”.

 

L’esaltazione del neutro, del genere non binario e dello scevà

Attraverso questi meccanismi, le prescrizioni del linguaggio inclusivo si stanno diffondendo anche in Italia attraverso libri, corsi aziendali o siti che spuntano come funghi. Per esempio questa → guida pratica sostiene con grande disinvoltura che nell’italiano scritto sarebbe “pratica diffusa” (ma quando mai?) sostituire le desinenze finali dei plurali con l’asterisco (grazie a tutt*); ma poiché nel parlato si rivela impronunciabile, si sarebbe diffusa – sempre a loro dire – anche la “u” finale: “Grazie a tuttu, spero vi siate divertitu”. Ma anche questa soluzione ha i suoi limiti: sembra dialetto, ed è troppo simile al maschile, si legge. E allora ecco – finalmente – la nascita di una grande proposta inclusiva che arriva dal sito Italianoinclusivo: l’introduzione dello schwa per il singolare (ǝ) e lo schwa lungo per il plurale (з). Lo schwa (parola tedesca di origine ebraica) in italiano sarebbe scevà, ma cosa può importare dell’italiano a chi lo vuole riformare a questo modo? E si pronuncia, guarda caso, come “la vocale più frequentemente usata nella lingua inglese”. Come se di inglese non ne avessimo ormai abbastanza.

Dietro questo interventismo linguistico che si sta propagando c’è una visione che esalta il corpo neutro voluta da chi, in nome del progressismo, “non considera la natura e prepara in realtà la strada alla costruzione del cyborg postumano”, per citare il filosofo Michel Onfray. Questa prospettiva si basa su una

“irragionevole negazione dell’anatomia, della fisiologia, della genetica e dell’endocrinologia consustanziale all’ideologia post-strutturalista e decostruzionalista. Il corpo non è più un dispositivo naturale e si è trasformato in un archivio culturale.
L’opzione culturalista (…) postula nondimeno che noi non nasciamo né di sesso maschile né di sesso femminile, ma neutri e che diventiamo ragazzi o ragazze solo per questioni di cultura, di civiltà, di società e d’indottrinamento, attraverso stereotipi che andrebbero decostruiti sin dalla scuola.”

[Teoria della dittatura, Ponte alle Grazie, 2020, p. 206]

Onfray evidenzia come questa ideologia che ci vuole “decostruire” le menti nasca da un’interpretazione semplificata del Secondo sesso di Simone de Beauvoir che sostiene che “donna non si nasce, lo si diventa”. In questo suo argomentare che “la fisiologia non rappresenta affatto un destino” la filosofa non nega affatto l’anatomia, a dire il vero, e infatti ci si sono parecchie pagine dedicate alle mestruazioni e ai loro effetti sulla vita delle donne. Comunque sia, personalmente sono poco interessato a entrare nella diatriba, trovo invece inaccettabile che il terreno dello scontro sia la lingua, e che sia in atto un tentativo di riformarla a questo modo. È il pensiero unico spacciato come universale che Onfray denuncia nella sua Teoria della dittatura. E il controllo della lingua – come nel Grande fratello di Orwell – è lo strumento primario.

In Italia il dibattito sulle desinenze discriminatorie non è ancora esploso, si sta solo affacciando, ma è possibile che nei prossimi tempi emergerà con veemenza come sta accadendo nei Paesi di lingua spagnola e anche francese.

 

Il linguaggio inclusivo alla conquista dei Paesi ispanici

In un articolo sul Washington Post (“Teens in Argentina Leading the Charge to Eliminate Gender in Language”, Samantha Schmidt, 12/05/19) si esaltano gli adolescenti argentini che stanno riscrivendo le regole dello spagnolo in modo da utilizzare il neutro e la cultura del genere, sostituendo le desinenze “a” e “o” simbolo di maschile e femminile con la “e” che suona come neutra in un dibattito globale (ma per chiamare le cose con il loro nome: globale = esportazione dei modelli statunitensi in tutto il mondo) che vede le istanze di matrice femminista saldarsi con quelle dei sostenitori delle identità non binarie. Nell’articolo si citano almeno cinque università argentine che hanno dichiarato di accettare questo “spagnolo inclusivo” nei compiti a scuola, mentre una pronuncia di un tribunale ha consentito di usare questo neutro anche ai giudici. Per un resoconto sulla questione che in Argentina sta suscitando dibattiti dai toni molto accesi, e spesso fanatico-religiosi, rimando a un articolo di Isa che vive lì e che ne riassume bene i contorni (e la ringrazio per gli scambi di idee e di materiale).

“Qui in Argentina – mi scrive Isa – nel giro di pochi anni vari movimenti sono riusciti a sdoganare formule per i plurali in ‘e’ ‘x’ e ‘@‘ per rendere neutri i sostantivi… al punto che sono usati anche degli istituti di istruzione superiore e l’associazione di traduttori locali ha persino fatto un seminario sulla traduzione inclusiva (!) con tanto di esercitazione pratica.
Su Facebook molti scrivono così e il partito peronista che ha vinto le ultime elezioni si è presentato con il nome di Frente para todes” (variazione del plurale corretto todos).

Il dibattito è così acceso che chi non aderisce a questa visione è additato di essere discriminatorio e condannato come fosse un razzista. Non si accettano visioni alternative, il fanatismo con cui il linguaggio inclusivo viene imposto non ammette opposizioni. Chi non è d’accordo con il nuovo totem commette sacrilegio: il tabù. Il linguaggio inclusivo include e ingloba nella propria visione unica e totalitaria – ma così facendo divide – e riduce il pensiero critico a pensiero che discrimina.

L’origine del plurale latinx (con la “x” inclusiva) nella lingua spagnola arriva dalle comunità “queer” della Rete – stando a un articolo su The Establishment – ed è così diventato un identificatore ampiamente utilizzato sia su piattaforme sociali come Tumblr sia nel lavoro accademico. Molti studiosi e attivisti, infatti, lodano la capacità dell’iniziativa di “includere meglio”. E addirittura sono stati riscritti libri come Il piccolo principe in uno spagnolo di genere neutro, con una mentalità da revisionisti-epuratori davvero aberrante, che in Italia non abbiamo visto nemmeno durante il fascismo (ma forse presto potremo anche noi avere edizioni dei Promessi Sposi inclusivi, chissà… io li sto già riscrivendo in itanglese, nel frattempo). Eppure gli intellettuali di sinistra non si scagliano contro queste iniziative, salutate invece come etiche. Di “etico” e giusto, però, c’è ben poco. L’ideologia inclusiva se ne frega di proposte veramente etiche, come per esempio l’esperanto, che sarebbe una lingua internazionale davvero neutrale, visto che è artificiale e concepita per essere appresa in pochi mesi risolvendo il problema della comunicazione tra i popoli, e ponendo fine all’imposizione globale della lingua naturale di popoli dominanti che non si sognano di imparare altre lingue e culture per comunicare, preferiscono imporre la loro lingua madre a tutto il globo. E i predicatori del linguaggio inclusivo, in Italia, non dicono una parola sulla discriminazione dell’italiano a favore degli anglicismi, che usano e preferiscono. Persino gli antiglobalisti più estremi da centro sociale si definiscono no global, parlando di fatto la lingua delle multinazionali che dicono di osteggiare e combattere. Sembrano ignorare che l’espansione della globalizzazione, nel suo estendere i modelli di mercato, coinvolge anche la lingua, e la dittatura dell’inglese si chiama appunto globalese. E ignorano il genocidio delle lingue in tutto il mondo, specialmente in Africa, proprio a opera dell’inglese. Un linguicidio denunciato da studiosi come Claude Hagège (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, 2002; Contre la pensée unique, Paris, Éditions Odile Jacob, 2012), Robert Phillipson (Imperialismo linguistico inglese continua. Esperanto Radikala Asocio Editrice) o scrittori africani come Ngugi wa Thiong’o (Decolonizzare la mente, Jaka Book 2015).

Insomma, non è l’etica o la razionalità ciò che muove la propaganda delle nuove crociate culturali basate sulla diffusione del pensiero unico inclusivo. È l’ideologia. Una ben precisa ideologia di matrice statunitense. Questa dottrina che vuole riscrivere la lingua non nasce dai linguisti, ma sgorga da altri ambienti politicizzati.

E le istituzioni linguistiche che posizioni hanno?

 

Le accademie spagnole, quelle francese e la Crusca

Per fortuna c’è anche chi si oppone duramente al revisionismo linguistico del linguaggio inclusivo fatto a tavolino. L’Accademia francese ha assunto delle posizioni irremovibili, in proposito, estromettendo la possibilità di inserire questi cambiamenti nel linguaggio istituzionale. Davanti alle regole di una “scrittura inclusiva” che si vuole imporre come norma ha lanciato un allarme all’unanimità mettendo tutti in guardia e rinominando questo revisionismo della lingua storica come “aberrazione inclusiva” con una dichiarazione ufficiale sul loro sito e altre varie prese di posizione.

Anche per molti linguisti spagnoli la forma neutra dal punto di vista del genere è una “aberrazione”. La Reale Accademia Spagnola ha dichiarato che questi cambiamenti grammaticali sono “inutili e artificiali”, ha preso posizione contro il “todes” inclusivo (al posto di todos che include anche todas), e si è pronunciata contro la “Guida all’uso non sessista del linguaggio” che aveva stilato e diffuso l’Università di Murcia.

La ministra spagnola Carmen Calvo nel 2018 aveva chiesto di riscrivere la Costituzione sostituendo i nomi maschili generici con forme più inclusive, il che avrebbe comportato il raddoppio di almeno 500 parole, come riferisce The Guardian (“La battaglia linguistica di genere neutro che ha diviso la Spagna”), ma sembra che l’economia linguistica – che detta legge quando si giustificano gli anglicismi preferibili alle formule italiane mediamente più lunghe – sia trascurabile, in questo caso.
Un membro della Reale Accademia Spagnola (“membra” suona male), Josefina Martínez, ha definito questa proposta uno “sproposito” e le sue dichiarazioni sono state ben riassunte da Gabriele Valle:

“In spagnolo, il maschile è inclusivo, il femminile no. E, forse provocatoriamente, [Martínez] lanciò una sfida: qualcuno pretende seriamente che il codice della strada si rivolga a guidatori e guidatrici, che l’ospedale si riferisca a malati e malate, che il fedele, recitando l’Ave Maria, dica «prega per noialtri e per noialtre, peccatori e peccatrici»?”
[“La lingua non porta pena: sul sessismo, tra Italia e Spagna”].

La Crusca ha invece un atteggiamento molto diverso.
Non ho trovato prese di posizione da parte dell’Accademia nei confronti delle proposte dello scevà o delle desinenze neutre, anche perché in italiano per il momento queste riforme ortografiche non hanno preso troppo piede, e chi usa questo linguaggio in Rete lo fa come i bimbominkia che usano la crittografia (xké, c6?) più che per riformare la lingua. Però queste soluzioni stanno cominciando a circolare e a essere proposte, e visto che si tratta di una tendenza internazionale che ha toccato concretamente altre lingue romanze forse sarebbe bene prendere posizione e stroncarle sul nascere, nel pieno spirito della filosofia del gruppo Incipit che dovrebbe arginare gli anglicismi nella loro fase incipiente, prima che si radichino.

In generale, però, la Crusca ha mostrato di accogliere di buon grado il linguaggio inclusivo. Da anni ha preso posizione e prodotto pubblicazioni sulla femminilizzazione delle cariche, stilando guide per un linguaggio non sessista nelle amministrazioni. La già citata pubblicazione di Cecilia Robustelli, avvalorata dalla Crusca, predica l’oscuramento del genere e la ripetizione di maschile e femminile, consiglia le formule come tutti/e i/le consiglieri/ e soprattutto – posizione per me inaccettabile, come non la accettano le accademie di Francia e Spagna – sostiene che esista un’equivalenza del genere grammaticale delle parole con il sesso delle persone, un’interpretazione ideologizzata, più che grammaticale.

Dunque, mi pare proprio che la Crusca per questi temi abbia rinunciato a essere un’istituzione descrittiva, che osserva l’evoluzione della lingua senza intervenire. È scesa in campo concretamente e ci ha messo la faccia (per usare qualche stereotipo di stampo giornalistico). Nel caso degli anglicismi, al contrario, è molto più timida. Nel 2015 ha dato vita al gruppo Incipit che avrebbe dovuto monitorare il fenomeno e arginare le parole inglesi e pseudo-inglesi con sostitutivi italiani, ma in cinque anni si è limitata a diramare 13 comunicati che contemplano meno di 30 parole. Senza alcuna pretesa di avvicinarmi alla competenza dell’Accademia, nel mio piccolo e da solo, nel settembre del 2018 ho pubblicato il dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi) che contemplava le alternative e i sinonimi di ben 3.500 parole inglesi in circolazione sulla stampa, ma oggi le voci sono oltre 3.700: 200 in più in 2 anni (grazie alle segnalazioni della comunità che è nata intorno al progetto). E allora l’Accademia avrebbe forse potuto fare qualcosa di più. È vero che alcuni accademici – dal presidente Marazzini al professor Sabatini – sono intervenuti più volte pubblicamente contro l’abuso dell’inglese, ma la Crusca come istituzione non ha mai stilato guide pratiche per evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale come ha fatto nel caso del sessismo (e come chiede la petizione a Mattarella litalianoviva che invito tutti a diffondere).

La mia impressione è che, a parte qualche condanna generica e ramanzina al vento, non voglia intervenire sulla questione dell’inglese in modo sistematico. Tra l’intervento sul sessismo e sull’anglicizzazione, prevale nettamente il primo aspetto.

Tra le pochissime prese di posizione di Incipit c’è l’invito a sostituire stepchild adoption con “adozione del figlio del partner”, cioè la sostituzione di un anglicismo con un altro (una formula mista e lunga), giustificata dal fatto che “partner” è ormai di uso comune, come si legge nel comunicato n. 5, del 15 febbraio 2016. In realtà si sarebbe potuto dire “coniuge”, ma non va bene perché implica un matrimonio, mentre esistono anche le coppie di fatto. Ci sarebbe “convivente”, ma se poi i genitori fossero separati? Adesso è di moda dire “congiunto”, grazie a Giuseppe Conte, ma si sarebbe potuto anche proporre “compagno”… E allora perché la scelta di partner?
A mio avviso la risposta è semplice: è una parola inclusiva, e va bene sia per gli uomini sia per le donne. In questo caso sembra proprio che la questione del linguaggio inclusivo abbia avuto la meglio su quella degli anglicismi!
A dire il vero il professor Francesco Sabatini ha proposto un neologismo di formazione rigorosa, bellissimo, chiarissimo, conciso e inequivocabile: adozione del “configlio”. Tuttavia, nel comunicato n. 8 del 20 gennaio 2017 che riassume tutto l’operato del gruppo Incipit (una ventina di anglicismi) “configlio” è sparito. Non sarà che accanto all’orrore per la creazione dei neologismi a tavolino che evoca il purismo e il neopurismo ci sia anche il fatto che poi si discriminano le configlie?

E che dire delle consulenze linguistiche sul sito dell’Accademia che giustificano selfie che sarebbe differente da autoscatto o dichiarano brainstorming intraducibile e know how di difficile sostituzione mentre le stesse parole sono invece tradotte e condannate dalle accademie di Francia e Spagna?

Sul sito Italianoinclusivo si legge:

“Le lingue evolvono. Le prime volte che si è sentita la parola “sindaca” probabilmente ci si è accapponata la pelle. La seconda, un po’ meno. Ora, è già percepito come accettabile, se non del tutto normale, e ciò nonostante secoli di uso solo al maschile. Stessa cosa per le altre lingue: ancora oggi, in inglese, c’è chi si oppone strenuamente al singular they. Ma più passa il tempo, più si sta facendo parte integrante dell’uso comune e percepito come sempre più normale.
Il modo migliore, quindi, per superare questa sensazione è usarlo costantemente.”

Ecco, credo che sostituendo in questo passo le parole sindaca e singular they con autoscatto al posto di selfie le cose siano più chiare.
Questi siti, come quelli istituzionali e la Crusca stessa usano due pesi e due misure: consigliano, prescrivono ed educano nel caso del linguaggio inclusivo, mentre nel caso di anglicismi come selfie sostengono che le sfumature dell’inglese sarebbero diverse e li giustificano. Ma non è vero, il significato è identico (come sostiene anche il Devoto Oli), e affermare che autoscatto non è come selfie è un atteggiamento che ho chiamato anglopurista: si parte dall’uso della parola inglese (trascurando il significato identico a quello italiano) per affermare che esprime qualcosa di nuovo, e invece di fare evolvere la parola italiana equivalente e rilanciarla invitando a usarla, la si relega al vecchiume – la si cristallizza nel suo significato storico come ai tempi del purismo – facendola così morire. Insomma, pur di non rivedere i significati “puri” storici dell’italiano si preferisce passare all’inglese per indicare tutto ciò che è nuovo.

In conclusione, tra l’introduzione del linguaggio inclusivo, e la giustificazione degli anglicismi, i risultati convergono in una sola direzione: l’americanizzazione della nostra cultura e della nostra lingua.

“E l’Italia è questa qua…” (Elio e le storie tese).

Hate speech: l’incitamento mediatico all’odio (contro l’italiano)

Una lettrice mi ha segnalato l’impennata della frequenza di “hate speech” nei mezzi di comunicazione dell’ultimo mese “in seguito soprattutto alle vicende che hanno coinvolto la senatrice Segre”. Ciò che l’espressione designa è tristemente antico. E anche questo virgolettarla dalla cultura statunitense non è nuovo, circola da una decina di anni, benché inizialmente si dicesse soprattutto in italiano, incitamento all’odio. La novità è che più passa il tempo più la nostra lingua scivola in secondo piano e retrocede, diventa la spiegazione da affiancare all’espressione inglese gridata nei titoli che inevitabilmente poi diventerà quella più in uso, tecnica, corretta e “insostituibile”.

Le radici dell’odio

In un articolo della Repubblica del 29 maggio 2013 (“Facebook, stop violenza alle donne: utenti e investitori contro il sessismo”), si poteva leggere che a Palo Alto avevano ammesso “di aver sottovalutato l’insidia del cosiddetto ‘hate speech’, ovvero ‘odio mediatico’, che nell’avversione alle donne trova uno degli esempi più diffusi e deprecabili.”

Tutto inizia ogni volta così, con qualche occasionalismo virgolettato affiancato da una spiegazione. Le schermaglie che precedono questa prima fase, di solito, sono espressioni del tipo: “Nella giurisprudenza statunitense esiste un’espressione per indicare l’incitamento all’odio…”; oppure: “Hate speech, come dicono con una bella locuzione gli americani…”.
Con il tempo l’anglicismo comincia a essere utilizzato sempre più in primo piano, la traduzione letterale o possibile viene solo affiancata, e non è mai evocativa o precisa come il dio inglese.
La terza fase è quella di far sparire ogni corrispondente. L’italiano che serviva da bastone si getta. C’è solo l’inglese, possibilmente da sbattere nei titoloni (cliccare per credere). La traduzione, se va bene, si trova all’interno dell’articolo, giusto per spiegare di che cosa si sta parlando ai subalterni che non capiscono, al rango inferiore della società reo di non padroneggiare l’idioma alto della cultura globale. E così nel 2018 l’espressione è stata annoverata tra i neologismi della Treccani, che riporta numerose citazioni dai giornali. Il prossimo passo saranno i dizionari e il radicamento nella nostra lingua?

Già mi prefiguro gli anglopuristi e i giornalisti che tra qualche tempo argomenteranno: hate speech non è proprio come le parole o i discorsi di odio… è qualcosa di più, qualcosa di intraducibile… E poi gli equivalenti italiani non sono in uso…
Questo ragionamento è frutto di una prospettiva malata! Sempre più spesso gli anglomani decidono di usare l’inglese invece dell’italiano, nella fase iniziale, e procedono con un martellamento in cui lo diffondono senza alternative. Fino a quando possono concludere che l’italiano non è più in uso… bella scoperta! Siete voi che avete scelto di non usarlo e di farlo ammuffire! Un bel circolo vizioso per creare l’alibi della necessità dell’itanglese.

In questo modo entrano migliaia di parole inglesi che alla fine ci vendono come “insostituibili”. Selfie? Non è certo la stessa cosa di autoscattoKnow how? Non è proprio come competenze… si legge sul sito della Crusca. Stalker è più preciso di persecutoremobbing non corrisponde esattamente a vessazione
–  “Ma mobbing in inglese non si usa molto nel significato lavorativo che gli diamo noi!”
– “Non fa nulla, in italiano si è acclimatato a questo modo. Rassegnati, ormai è un tecnicismo e si deve dire così. È la stampa, bellezza!”

Chi prende queste posizioni, chi afferma che gli anglicismi sono “intraducibili” e “necessari” dovrebbe dire come stanno le cose fino in fondo. Ciò vale solo per l’italietta degli anglomani fieri di essere coloni. Selfie non è “intraducibile” né in Francia né in Spagna, dove coniano nuove parole come “egoritratto” o ampliano il significato di quelle vecchie come “autoscatto”. Know how non si usa in francese, oppure è perfettamente tradotto in spagnolo, ed entrambi i Paesi non vedono la necessità e l’intraducibilità di stalker, perché usano la propria lingua, e invece di dire mobbing dicono meglio harcèlement moral o acoso laboral. Davanti all’espansione dell’inglese ci sono lingue che resistono ed evolvono autonomamente, e altre che soccombono.

E allora chi fa la lingua in Italia? Quali sono i nuovi centri di irradiazione dell’italiano?
Già negli anni Sessanta Pasolini (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964) aveva capito che l’italiano basato sui testi letterari e sul toscano era finito e che il neoitaliano tecnologizzato arrivava dai centri industriali del Nord. Oggi Milano è la capitale dell’itanglese, e il lessico della tecno-scienza ci arriva direttamente dall’inglese globale, come la terminologia del lavoro. A fare la lingua spesso sono gli influenti della Rete, dunque siamo passati dal prestigio letterario di Manzoni a quello linguistico della coppia Ferragni-Fedez, un bel salto di modernità, non c’è che dire! E a fare la lingua sono soprattutto i mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi stanno unificando l’itanglese.

I giornali attingono il peggio da tutti questi settori e lo sbattono in prima pagina facendolo diventare il moderno italiano.

Le conseguenze dei picchi di stereotipia del giornalismo

L’ossessività con cui, nei giornali e nei telegiornali, le espressioni e le parole vengono spesso ripetute in modo martellante e senza mai ricorrere a sinonimi, come un tormentone mono-significato, è ben nota. Il concetto di “stereotipia” nei mezzi di informazione è stato ben evidenziato per esempio da Maurizio Dardano (Il linguaggio dei giornali italiani, Laterza, Bari-Roma 1986, p. 236). Ma si può citare anche Riccardo Gualdo:

La lingua dei giornali assorbe come una spugna gli usi nuovi, contribuisce potentemente a farli diventare di moda e, infine, anche a fissarli nell’uso ripetendoli in modo ossessivo” in una “riproduzione meccanica di associazione di (nome-aggettivo, intere frasi) o di traslati in origine brillanti ma a poco a poco resi stucchevoli per il troppo uso.

L’italiano dei giornali, Carocci Editore, Roma 2005, p. 85.

Il lessico della stereotipia coinvolge ormai soprattutto gli anglicismi e le espressioni mutuate dagli Stati Uniti. Come ha osservato nella sua tesi Gaia Castronovo:

L’assenza di sinonimi è dovuta molte volte “a lasciare a terzi il lavoro di traduzione per le notizie di politica estera direttamente dalle agenzie (es. ANSA). Spesso le bozze non subiscono una revisione dalla redazione, ma vengono pubblicate cosi come sono, a causa delle rapide tempistiche e, talvolta, mancanza di personale.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 48.

E così un’espressione come “fake news”, virgolettata direttamente dai discorsi di Trump, invece di essere tradotta con notizie false o bufale, si è radicata in un batter d’occhio nella nostra lingua al punto che oggi ci si chiede: “Ma come si potrebbe rendere in italiano?”
Ma come facevamo a parlare di queste cose sino a tre anni fa? Come facevamo a esprimerci nella nostra lingua prima che prendessero piede parole ormai “insostituibili” come location?

L’impatto che i picchi di anglicismi hanno sulla lingua si può misurare con molti esempi significativi.

Se si analizza la frequenza della parola compound negli archivi del Corriere della Sera, si vede che tra il 2003 e il 2010 era trascurabile, ricorreva in un numero limitato di articoli (una media di 5 all’anno), e talvolta non indicava un edificio, ma un tipo di arco che si usa nelle competizioni sportive, perché il termine ha due significati. Nel 2011, improvvisamente gli articoli salgono a 41. In quell’anno, infatti, c’è stata sia la guerra con la Libia in cui Gheddafi era barricato nel suo compound, sia l’uccisione di Bin Laden scovato in un compound in Pakistan. In entrambi gli episodi, la parola ha avuto una vasta eco mediatica quasi senza alternative, dovuta probabilmente al riportare la notizia con le stesse parole delle fonti americane. Poi, passato il momento dell’ossessività, nel quinquennio fino al 2016, negli stessi archivi si può notare che la parola ricorre con una media di poco più di 20 articoli all’anno. In sintesi, dopo il picco della stereotipia, causato da eventi contingenti, la frequenza della parola si abbassa, ma è ormai diventata popolare rispetto a prima, e viene perciò usata normalmente 4 volte di più.

Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nell lessicodell’Italia e incolla, Hoepli 2017, p. 124-125.

Ma questo fenomeno non è causato solo dallo scimmiottamento di ciò che arriva d’oltreoceano, siamo bravissimi a farci male da soli anche sul piano interno. Riporto una tabella tratta dalla citata tesi di Gaia Castronovo che ha analizzando la frequenza della parola job sul quotidiano La Repubblica dal 1984 al 2014. I picchi di stereotipia saltano all’occhio.

tabella gaia castronuovo JOB
Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 52.

La parola, più che essere usata da sola, è quasi sempre associata ad altre in varie espressioni, e negli anni Ottanta le occorrenze erano sotto la decina.

“La media annuale si assesta poi su un ordine di grandezza in più (10-50). Il grafico mostra inoltre dei picchi che corrispondono alle ripetizioni ossessive a cui si riferisce Gualdo nella citazione sopra riportata. Negli anni Duemila era il momento di job rotation e job creation, nel 2014, invece, di job act.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, op. cit. p. 52.

Quello che è successo dopo lo sappiamo. L’iniziale job act si è attestato definitivamente con la s di jobs act, e oggi la frequenza sui giornali delle tante combinazioni di job è aumentata a dismisura. Un bell’anglicismo “produttivo” come dicono alcuni linguisti, ma più onestamente si potrebbe dire: infestante. In attesa che il mondo del lavoro diventi del job, come quello della ristorazione è ormai del food, mentre l’economia diventa economy, il verde green, e le tasse tax, ci sono ancora dei linguisti negazionisti che ci raccontano che non sta accadendo nulla. C’è anche chi preferirebbe mettere l’italiano in un museo – invece di praticarlo, difenderlo, farlo vivere ed evolvere – e afferma che l’anglicizzazione è solo “un’illusione ottica”. Infatti sarebbe circoscritta solo in alcuni ambiti, come l’informatica, e poi “sono soprattutto i mezzi di comunicazione e i politici” a usare le parole inglesi… Affermazioni come queste sono imbarazzanti, come se questi che vengono considerati “marginali” non fossero proprio i nuovi centri di irradiazione della lingua. Non rendersi conto dell’impatto che i mezzi di informazione hanno sull’italiano, oltre a essere antistorico, è soprattutto anti-attuale. Il linguaggio dei giornali è quello che viene poi inevitabilmente ripetuto dalla gente, e finisce così nei dizionari. Per questo capita che un vecchietto, che non hai mai avuto a che fare con uno spacciatore in vita sua, racconti scandalizzato che hanno arrestato un pusher proprio dietro casa sua. Perché l’ha letto sul giornale.

pusher e spacciatore google
Cercando “pusher” e “spacciatore” sulle Notizie indicizzate da Google risulta chiaro come l’anglicismo sia preferito.

È significativa a questo proposito una ricerca del 1999 in cui Katalin Doró ha scandagliato le annate di Corriere della Sera, Il Messaggero, La Repubblica e L’Espresso. Tra i 416 anglicismi presenti nei titoli e nei sottotitoli, 89 non erano presenti nello Zingarelli del 1995. Ma cosa è successo dopo? Che 23 di questi sono stati registrati nel 2000 (5 anni dopo), e altri 12 nel 2002.

Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, num. 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91.

Ancor più significativo è uno studio di Antonio Taglialatela del 2012 sulle prime pagine di Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa per rintracciare gli anglicismi più usati, con lo scopo di dimostrare che “riescono a penetrare nel lessico per il loro uso ‘popolare’, dovuto in gran parte ai media e al linguaggio politico, trasformandosi in vere e proprie voci di dizionario”. Se nel 2012 solo 4 di essi non erano presenti nei vocabolari (bailout, downgrade, fiscal compact e stress test), controllando sull’edizione del Devoto-Oli 2017 si vede che adesso sono stati annoverati anche questi.

Antonio Taglialatela, “Le interferenze dell’inglese nella lingua italiana tra protezionismo e descrittivismo linguistico: il caso del lessico della crisi”, in Linguæ &, Rivista di lingue e culture moderne, Vol. 10, Num. 2, 2011., p. 78 e tabella 3 p. 88.

La conclusione è che il 100% degli anglicismi più utilizzati dalla stampa finisce inevitabilmente nei dizionari e nella lingua, è solo questione di tempo.

Sono i giornali che portano alla diffusione delle parole che poi i dizionari non possono che registrare, come si fa a non capirlo? Alla faccia di chi pensa che siano un fenomeno circoscritto e marginale o passeggero e caratterizzato da rapida obsolescenza.

In Diciamolo in italiano (p. 96-97) ho confrontato le parole inglesi annoverate nel Devoto Oli 1990 con quelle del 2017 (nessuno lo aveva mai fatto) e il risultato è che da circa 1.600 anglicismi siamo arrivati a 3.500, e quelli che invece sono usciti “falciati dalla scure del tempo” che qualcuno sbandiera, non si capisce su quali basi, sono 67! Ma di quale obsolescenza si sta parlando? I picchi di stereotipia giornalistici possono anche essere passeggeri e possono anche regredire. Ma quello che ogni “tsunami anglicus” (cito Tullio De Mauro) ci lascia dopo ogni ondata è la distruzione della nostra lingua.

Per questo è importante che davanti al monolinguismo anglicizzato dei mezzi di informazione (in generale, non solo nel caso di hate speech che si appoggia a sua volta a hater che grazie ai giornali ha la meglio su odiatore) si facciano circolare le nostre alternative che vanno difese da chi – il suo odio – lo riversa solo contro la lingua italiana. Purtroppo questo tipo di odio sembra non suscitare alcuno scandalo. I giornali, invece di deprecarlo, lo alimentano.

Politecnico di Milano: la nuova sentenza che apre all’inglese nell’università

La notizia è di pochi giorni fa. Sulla possibilità di insegnamento in lingua inglese al Politecnico di Milano, una nuova sentenza del Consiglio di Stato ha ribaltato completamente quella del 19 gennaio 2018 che sanciva il primato della lingua italiana all’università, secondo quanto espresso nel 2017 dalla Corte Costituzionale.
La novità è che si può insegnare prevalentemente in inglese. In questo modo, di fatto, si spalancano le porte ai corsi universitari in lingua inglese non solo al Politecnico, ma anche in tutti quegli atenei che si potranno appoggiare a questo precedente per emulare la strategia milanese.

La sintesi di una complicata vicenda che risale al 2012

marco cerase in italiano pleaseLe vicende giudiziarie sulla questione sono lunghe e complicate, ma per ripercorrerle in modo agile e molto comprensibile segnalo il libro chiaro e piacevole di Marco Cerase: In italiano please! Istigazione all’uso della nostra lingua all’università (Armando editore, Roma 2019).

Sintetizzo la storia infinita che Cerase ha delineato con obiettività e precisione nelle tappe tra tribunali di giustizia e aule parlamentari.

Bisogna risalire al 2012, quando Giovanni Azzone, allora Rettore del Politecnico di Milano, decise di rendere obbligatorio l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali a partire dall’anno accademico 2013-2014, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti.
La decisione sollevò l’indignazione di molte persone e un gruppo di docenti cercò inutilmente di convincere l’ateneo a cambiar rotta. Bisogna precisare che il motivo del contendere non era l’estromissione dei corsi in lingua inglese (come spesso si è detto erroneamente). Questi insegnamenti già esistevano e nessuno ne aveva chiesto la soppressione. Il punto era un altro: non estromettere l’italiano passando all’insegnamento nella sola lingua inglese.

Davanti all’irremovibilità del Politecnico, moltissimi docenti firmarono un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A nulla valsero il polverone mediatico e le prese di posizione dell’Accademia della Crusca (cfr. N. Maraschio e D. De Martino, Fuori l’italiano dall’università? Inglese, internazionalizzazione, politica linguistica, Laterza, Bari-Roma 2012). Così, grazie all’iniziativa di Maria Agostina Cabiddu – docente di Istituzioni di diritto pubblico che per la sua battaglia ha da poco ricevuto il premio della Crusca “Benemeriti della lingua italiana” – il gruppo di professori si è rivolto al Tar della Lombardia che ha dato loro ragione sancendo che la lingua italiana dovesse mantenere il “primato in ogni settore dello Stato” e che la decisione era illegittima.

Ma il Politecnico e – si badi bene! – il nostro Ministero dell’Istruzione e dell’Università (il Miur), invece di accettare questo giudizio, hanno impugnato la sentenza del Tar presso il Consiglio di Stato che ha a sua volta sollevato dei problemi sull’illegittimità costituzionale di una norma su cui l’appello del Miur si fondava.

Nel 2017 è così arrivata una sentenza della Corte Costituzionale (21 febbraio 2017 – 24 febbraio 2017, n. 42) che ha ritenuto “non condivisibili” tutte le considerazioni del Tar Lombardia, e pur riconoscendo la “primazia” della lingua italiana (tutelata anche dall’art. 9 Cost.) ha ammesso la possibilità di erogare insegnamenti anche in lingua straniera, specificano però che

“gli atenei debbono farvi ricorso secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.”

Chiarito questo punto fondamentale (il primato dell’italiano e l’erogazione dei corsi in lingua straniera secondo il principio di ragionevolezza e proporzionalità), finalmente il consiglio di Stato ha potuto emettere la sentenza finale del 2018 dichiarando che non è possibile l’insegnamento solo in lingua inglese e che, benché gli atenei possano erogare corsi anche in lingua inglese, l’italiano non può essere relegato in “una posizione marginale e subordinata” e il suo primato deve essere riconosciuto.

La storia sembrava finita bene… ma nonostante questa pronuncia, il Politecnico ha continuato a erogare corsi principalmente in lingua inglese. Perciò, i docenti guidati da Maria Agostina Cabiddu hanno promosso “giudizio di ottemperanza” visto che l’ateneo non aveva adempiuto a quanto indicato nella sentenza.

L’ultimo atto: la sentenza dell’11 novembre 2019

L’ultimo atto di questa battaglia che va avanti da 7 anni è arrivato qualche giorno fa: in data 11 novembre 2019, il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso ribaltando ciò che aveva affermato nella sentenza del 2018. Anche se è risultato “che su un totale di 40 corsi di laurea magistrale 27 sono in inglese, 4 sono in italiano e 9 sono in italiano e in inglese” e anche se “risulta che su un totale di 1.452 insegnamenti, 1.046 sono in inglese, 400 in italiano e 6 sono duplicati in italiano e in inglese” l’ultima sentenza ha dichiarato che il Politecnico non ha violato le prescrizioni di quella del 2018:

In particolare, risulta un numero adeguato di corsi di lingua italiana che consente di ritenere che sia stata effettuata una scelta amministrativa che rappresenta l’esito di un proporzionato bilanciamento di interessi, di rilevanza costituzionale, sottesi alle esigenze di internalizzazione dell’offerta formativa e a quelle di dare la giusta rilevanza alla lingua italiana.

Cerase Cabiddu Cattolica quale lingua per università 2019
L’incontro “Quante lingue per il futuro del Paese?” del 15 novembre (da sinistra: Stucchi, Cabiddu, Balzano, Cerase).

La notizia di questo ultimo verdetto è stata data venerdì scorso da Maria Agostina Cabiddu all’incontro “Quante lingue per il futuro del Paese?” che si è tenuto a Milano (presso l’università Cattolica, all’interno della manifestazione Bookcity) in cui Marco Cerase presentava il proprio libro. La professoressa ha anche mostrato non solo come la sproporzione tra i corsi in inglese e in italiano è evidente, ma anche che, andando a vedere i corsi coinvolti, è palese che tutti i corsi fondamentali sono in inglese, mentre nella nostra lingua risultano essere quelli opzionali e meno importanti.

Quello che è accaduto è molto semplice: anche se non è possibile passare esclusivamente e “per intero” all’insegnamento in inglese (i corsi non possono essere “solo” in inglese, ma devono essere “anche” in italiano), nella pratica basta erogare pochi corsi in italiano, magari quelli di minore rilevanza, per essere formalmente a posto.

Oltre a ribaltare ciò che aveva affermato l’anno scorso, con questo ultimo atto il Consiglio di Stato ha completamente disatteso ciò che aveva affermato la Corte Costituzionale, visto che questi numeri sul rapporto inglese/italiano non sono compatibili né con il “primato” della lingua italiana, né con il principio di “ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza” con cui dovrebbero essere distribuiti i corsi.

Purtroppo, in quest’ultima interpretazione del Consiglio di Stato, visto che il “principio di ragionevolezza” nella distribuzione dei corsi è soggettivo e lasciato alla discrezione degli atenei, il Politecnico è legittimato nella sua prassi anglomane e italianicida. Una politica che discrimina la nostra lingua, oltre gli studenti che non padroneggiano l’inglese e che si trovano dinnanzi a barriere che li escludono e impediscono loro l’accesso al diritto allo studio nella propria lingua madre.

Gli effetti distruttivi del globalese

La sentenza di pochi giorni fa apre la strada al passaggio all’insegnamento in inglese non solo al Politecnico, ma anche nelle numerose altre università che guardano proprio al modello di insegnamento di questo ateneo. È vero che una sentenza del genere non “fa legge”, è limitata al caso contingente, e dunque in caso di emulazione da parte di altri atenei è perfettamente legittimo ricorrere e attendere caso per caso le interpretazioni dei ricorsi, ma è anche vero che crea un precedente pesante.

Ha dunque vinto la logica che aleggia in molti Paesi e che vuole condurre tutto il mondo verso un bilinguismo dove gli idiomi locali sono visti come un accidente davanti all’imposizione dell’inglese globale. Il linguista tedesco Jürgen Trabant lo chiama “globalese” e spiega che è tutto il contrario del pluralismo linguistico. Secondo lo studioso, la strategia del globish sta portando a una moderna “diglossia neomedievale” che erge barriere sociali nei singoli Stati, dove si crea una frattura linguistica e culturale tra chi parla l’inglese e no, tra le classi sociali alte e quelle basse. Tutto ciò porta alla dialettizzazione delle lingue locali, perché identifica l’essere internazionali solo con il parlare in inglese, come se questa fosse la sola e unica lingua importante, da esportare in modo colonialistico in tutto il globo. Eppure, proprio nei Paesi dove il progetto del globalese si è quasi compiuto, come l’Olanda, ma anche altri del Nord Europa, si sta cominciando a riflettere con preoccupazione sulle conseguenze negative che ha sulle lingue locali. L’inglese come lingua dell’università o della scienza non si è rivelato un processo “aggiuntivo”, una risorsa in più che si affianca alla cultura nativa, bensì un processo sottrattivo che ha fatto retrocedere la lingua nazionale e ha portato alla regressione del lessico nativo. E proprio mentre in questi Paesi si dibatte sulle conseguenze dannose di questa prassi, da noi, invece, si accelera per andare in questa direzione distruttiva.

Opporsi all’inglese come la lingua prevalente dell’università e dell’insegnamento non significa volere ostacolare il “progresso” né opporsi a “essere internazionali”. In gioco c’è una diversa concezione del progresso e dell’internazionalismo, perché il pluralismo linguistico è un valore, e non coincide con essere colonizzati dalla sola lingua inglese. Le lingue, tutte le lingue, sono una ricchezza, non un ostacolo all’imposizione del globalese. Ma i corsi del Politecnico non sono in “lingua straniera”, dietro questa espressione si cela la scelta di passare a una sola lingua, l’inglese, non certo francese, spagnola o tedesca. In questa prospettiva, essere internazionali significa perciò aderire alla dittatura del monolinguismo globale. Il linguaggio è visto solo come un fatto pragmatico e comunicativo, e si ignora il valore formativo che contribuisce a costituire il nostro modo di pensare, la nostra cultura e la nostra identità. Non si può confondere la lingua dell’insegnamento e della didattica con quella della scienza, sono due cose diverse. Ma anche ritenere che la lingua della scienza debba essere solo l’inglese è un fatto su cui si dovrebbe maggiormente riflettere, perché non è così ovunque, e perché, come denuncia la scienziata Maria Luisa Villa (L’inglese non basta, Bruno Mondadori, 2013), porta alla perdita di poter fare divulgazione in italiano e “mutila” la nostra lingua togliendole la possibilità di esprimere la scienza. Un fatto che secondo linguisti come Luca Serianni o Gian Carlo Beccaria renderebbe l’italiano un dialetto:

“Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali”.

[Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Firenze, Società Dante Alighieri, durante il convegno del 25 febbraio 2015].

“Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina”.

[Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116].

 

Università, Europa e itanglese: i tre fronti in cui occorre intervenire

Ci troviamo davanti a un bivio, se non interveniamo subito il nostro patrimonio linguistico andrà in malora. Occorre una svolta ed è ora di prendere posizione e di schierarsi.

I fronti dove l’italiano andrebbe tutelato, perché è a rischio e regredisce, sono almeno tre, e sono tra loro fortemente connessi.
Davanti alla strada intrapresa dal Politecnico di Milano è necessario reagire e difendere l’italiano come lingua dell’università, pretendendo che mantenga il primato che gli ha riconosciuto la Corte Costituzionale. Allo stesso modo dovremmo tutelare la nostra lingua all’interno dell’Europa, visto che sta regredendo anche lì e non è più lingua del lavoro, schiacciata dall’inglese; il che ha delle ricadute pratiche anche nella vita di tutti noi cittadini se per partecipare ai bandi di concorso dobbiamo usare l’inglese persino per il finanziamento dei progetti universitari e di ricerca di interesse nazionale (PRIN). Il terzo fronte è quello che denuncio da anni: la distruzione dell’italiano dall’interno che ci sta portando all’itanglese. È inammissibile che il linguaggio delle istituzioni, della politica, delle leggi e della scuola sia sempre più infarcito di anglicismi.

Questi tre fronti sono strategici. Ma è possibile che siano presidiati solo dalle iniziative dei privati, da persone come Maria Agostina Cabiddu, Annamaria Testa o Giorgio Pagano con la sua petizione per l’italiano come lingua del lavoro in Europa? La politica dov’è? Che cosa fa?
Sta dalla parte dei nemici dell’italiano, a quanto pare. Perché non fare nulla e comportarsi da ignavi significa lasciare che tutto vada a rotoli. Non prendere posizione equivale ad affossare l’italiano.

Occorrerebbe che il nostro Paese cominciasse a fare ciò che in altri Paesi, come la Francia, la Spagna o la Svizzera, è normale: riflettere su cosa sta accadendo e varare una politica linguistica. Mentre in Francia nella Costituzione c’è scritto che il francese è la loro lingua, nella nostra si parla solo di tutela della minoranze linguistiche, e solo interpretando questo passo si ricava, per estensione, che dunque la lingua ufficiale dovrebbe essere l’italiano. La Crusca ha proposto almeno due volte che nell’articolo 12, accanto alla specificazione dei colori della nostra bandiera si aggiungesse che la lingua è l’italiano. Ma tutto è caduto nel vuoto. In Francia a nessun politico verrebbe in mente di introdurre anglicismi nel linguaggio istituzionale e politico (e in ogni caso sarebbe vietato). Da noi i politici, invece di promuovere la nostra lingua, introducono le tax alposto delle tasse, gli act invece delle leggi, e tra provvedimenti per la green economy e navigator l’itanglese è ormai la lingua delle istituzioni, del lavoro (Italo ha da poco introdotto la figura del train manager al posto del capostazione, nella comunicazione ai passeggeri e nei contratti di assunzione), del Miur…

Nel mondo ispanico esistono una ventina di accademie, coordinate tra loro per difendere e promuovere l’unitarietà di una lingua parlata in altrettanti Paesi; in Svizzera si sono stanziati ingenti somme di denaro per promuovere l’italiano che nel modello plurilinguistico (un bell’esempio davanti a chi vede la dittatura dell’inglese globale come l’unica soluzione possibile) è schiacciato dal francese e dal tedesco.

Nel nostro Paese si promuove la sottomissione all’inglese e si uccide l’italiano. Ci vergogniamo della nostra lingua, invece che salvaguardarla, e la mettiamo da parte perché vogliamo fare gli americani. E pensare che all’estero è così amata che, tutelandola, potremmo trasformarla in una potente risorsa anche economica, come lo è la nostra arte, la nostra natura o la nostra gastronomia.

Senza una politica linguistica, se continueremo a considerare l’inglese come superiore, se non tuteleremo e promuoveremo la nostra lingua, finiremo come gli Etruschi, che si sono sottomessi alla romanità fino a esserne inglobati e a scomparire nel suicidio della propria cultura.

Bookcity e la “gerarchia” degli anglicismi

Questa settimana parte l’ottava edizione di Bookcity, l’evento milanese dedicato ai libri, agli autori e alle letture che si snoda in molteplici incontri e iniziative disseminati per la città. Sono tutti eventi in italiano, rivolti agli italiani, e il logo della manifestazione consiste in un Duomo stilizzato fatto di libri. Ma nel linguaggio della città capitale dell’itanglese il libro è ormai book, e la città è city.

Quest’anno la locandina di Bookcity non pullula di anglicismi come quella della scorsa edizione, e la cosa mi ha sorpreso, oltre a farmi piacere.

bookcity
L’edizione di Bookcity 2018 nella comunicazione dell’evento.

Ma in generale Milano è in prima linea nella distruzione sistematica della nostra lingua attraverso la sua comunicazione, dalla Settimana della moda che è diventata Fashion Week, al Salone del mobile divenuto il Week Design. In questo volere essere internazionali puntando sull’inglese, e non sulla nostra lingua che all’estero ha invece un fortissimo richiamo, si anglicizza anche ciò che è rivolto all’interno della città:  nell’urbanistica la zona Fiera è diventata Fiera Milano City, si introducono i district, e non i distretti, e per fare gli americani si ribattezzano i quartieri, come il Nolo, cioè il North of Loreto. L’Atm, l’azienda meneghina dei trasporti, introduce senza alternativa il ticketless, e parla sempre più di ticket anziché di biglietti e così via.

In questo contesto, il punto non è solo che si diffondono gli anglicismi che anno dopo anno vanno ad aggiungersi ai lemmi dei nostri dizionari in numero sempre maggiore. E non c’è nemmeno solo il preoccupante aumento della loro frequenza d’uso e della loro “prolificità”, che qualcuno chiama ipocritamente “produttività”, per conferire un’accezione positiva (ma anche il cancro è “produttivo”, cioè cresce, si amplia intacca e distrugge le altre cellule, si allarga). C’è un altro fatto trascurato dai linguisti che sarebbe invece il caso di indagare e approfondire e che si potrebbe chiamare il problema della “gerarchia degli anglicismi”.

Le parole inglesi che irrompono nella nostra lingua, sempre più spesso, occupano una gerarchia alta. Sono usate come le categorie principali, come le etichette più significative per indicare ciò che è fondamentale, mentre gli equivalenti italiani sono collocati sotto, come specificazioni di ordine inferiore. E allora una manifestazione che parla di libri deve ormai chiamarsi Book: questo è il titolo, la categoria superiore in senso metaforico e letterale. Di libri si parlerà solo nel concreto e all’interno degli eventi. Quando sono oggetti quotidiani si esprimono in italiano, ma il settore è quello dei book.

Le parole inglesi di “categoria superiore” come book (ma anche food, green, economy, tax…) non sono come i “prestiti sterminatori” che fanno morire le nostre parole: computer che ha ucciso calcolatore, selfie e autoscatto, manager e dirigente, gossip e pettegolezzo/cronaca rosa, sticker e adesivo… Però diventano la copertina, mentre la parola “libro” slitta nel “fronte-ospizio” del frontespizio, di fronte all’inglese. È la stessa logica per cui gli anglicismi compaiono soprattutto nei titoli di giornale,  nelle insegne dei negozi (bookstore, hair stylist, wine bar…), sui biglietti da visita per indicare le professioni, nei concetti chiave della scienza, della cultura o dell’informatica, nelle innovazioni della politica. E in sempre più ambiti.

Nelle analisi sull’interferenza dell’inglese, allora, non c’è  da solo il numero e la frequenza. Le parole hanno un peso. E il peso della nomenclatura inglese schiaccia le alternative italiane. Il caso di book è esemplare per comprendere questo fenomeno.


Il boom del book

Quanto è infestante (non “produttiva”: infestante!) la parola book?
In principio il book era solo quello fotografico, il portafoglio per esempio dei modelli (o portfolio come si dice in inglese, ma anche in italiano, purtroppo). C’era anche il bookmaker, cioè chi compila il “libro degli scommettitori”, che in italiano è un allibratore. Ma oggi tutto è esploso in modo impazzito.

Le prenotazioni sono diventate booking e l’over booking spopola al punto da sembrare intraducibile e necessario, perché quasi a nessuno viene in mente di dire sovraprenotazione o eccedenza di prenotazioni, mentre le prenotazioni a largo anticipo che permettono sconti sono vendute, e perciò poi dette e ripetute, come advanced booking. In informatica un marcatore, un indirizzo o collegamento memorizzato, è bookmark, i piccoli calcolatori che si aprono come un libro sono arrivati come netbook, i libretti dei cd sono booklet, in Rete il libro degli ospiti è guestbook, e poi sono arrivati gli e-book, non i libri elettronici, che si leggono attraverso un e-reader e non un lettore (mentre la e- di electronic è diventata un prefissoide che genera un’infinità di altre parole, così tante che non è più possibile contarle).

E così book si è radicato sempre più, c’è il bookcrossing e non il passalibri o il giralibri (si appoggia al crossing over, al crossmediale, al cross, al crossare…), sono arrivati i booktrailer , e non i videopromo dei libri o le videoanteprime (perché trailer si è ben radicato). Le librerie diventano bookshop e bookstore, visto che botteghe, negozi e punti vendita stanno diventando shop o store (beauty shop, coffe shop, duty shop, e-shop, sexy shop, temporary shop… oppure e-store, megastore, temporary store, concept store… senza dimenticare gli show room).
E ancora, i libri tascabili sono pocket book, un’opera  di consultazione, enciclopedica è un reference book,  un libro sensoriale è un sensory book, un libro animato un flip-book, un libro a caldo è un instant book, un libro contabile aperto un open book, un opuscolo con la presentazione di un film è un pressbook

Si può continuare in questo elenco, ma a questo punto chi non è cieco ha capito perfettamente che cos’è oggi l’interferenze dell’inglese. È un dilagare incontrollato di radici infestanti che si ricombinano tra loro in una rete che si espande e che ha una portata devastante e soffoca la nostra lingua. Cercare di interpretare ciò che accade liquidando tutto con le categorie dei “prestiti” – cioè episodi isolati, singole parole etichettate in modo assurdo come di “lusso” o di “necessità” –  è ridicolo, miope, anacronistico e non permette di comprendere la portata del fenomeno: la rinuncia all’italiano, il trapianto linguistico non solo di singole parole, ma di espressioni e di una rete di fitte interconnessioni dove tutto ciò che è nuovo si esprime in inglese. Queste espressioni sono così tante che non è più possibile contarle. E in questa rete l’inglese occupa il vertice della gerarchia. Negare l’anglicizzazione non è solamente stupido e falso. È un atteggiamento irresponsabile e criminale.

Voglio citare un titolo di giornale che trovo esemplare per comprendere la nostra follia:

Allontanare ansia e stress con la creatività, i Color Therapy Book

Oggi vi parliamo di una tendenza nata in Francia e che in pochissimo tempo ha conquistato l’Europa intera, i Color Therapy Book… (Triesteprima.it, 4/11/2019)”.

Naturalmente in Francia questi libri non si chiamano così, perché i nostri vicini sono afflitti da una strana malattia che li porta a esprimere nella propria lingua ciò che inventano, e hanno semmai ideato la couleur thérapie, o la livre art thèrapie. Ma noi ribattezziamo in inglese persino una moda nata in Francia in lingua francese che si esprime con titoli come Livre mandalas coloriage creatif (édition Bravo) o Livres colorier mandala – Couleur thérapie Pages relaxation rtress gratuit pour adultes

La gerarchia degli anglicismi negli eventi editoriali

Francia 2019. Al salone del libro di Parigi un centinaio di scrittori e di intellettuali si sono ribellati contro la nomenclatura in inglese nell’editoria attraverso un appello per bandire categorie e parole anglicizzate come bookroom, photoboothm, live, brainsto, young adult, photobooth… (“Niente ‘bookroom’ o ‘live’ al Salon du Livre di Parigi: cento scrittori e artisti francesi contro l’invasione dell’ingleseIl Messaggero, 5/2/2019).

E in Italia cosa accade? Che le librerie diventano bookshop, con l’inglese gridato nelle insegne, il vertice della gerarchia delle parole. La libreria Mondadori è diventata Mondadori Bookstore, ed è nata la Feltrinelli Red, dove il colore “rosso” nasconde l’acronimo Read, Eat, Dream (ed ecco che spuntano anche i primi verbi in inglese, che fino a pochi anni fa non si erano mai visti), mentre tra best seller e long seller, thriller e modern fiction, home video e game… le categorie editoriali sono sempre più inglesi, comprese le graphic novel, nonostante l’origine italiana di novella mutuata dal Boccaccio (in francese roman graphique e in spagnolo novelas graficas). Ma, soprattutto, ogni fiera del libro o manifestazione di libri, da Bookcity di Milano  al Catania Book Days si esprime in inglese.

libreria feltrinelli red e mondadori bookshop

Una rassegna stampa degli eventi editoriali (limitata ai soli mesi di ottobre e novembre 2019!) porta risultati sconcertanti.

A Padova si è svolto “One book one city: aperitivo col vecchio che leggeva romanzi…” (PadovaOggi, 16/10/2019); anche qui, come a Milano, oltre a book al posto di libro, si parla di city, invece che di città.

A Genova c’è il Book Pride, nel 2019 giunto alla terza edizione che si appoggia all’introduzione della fortunata locuzione gay pride e dei suoi derivati (es. “A Milano uno School Pride a sostegno della Scuola Pubblica” = manifestazione di protesta; “Smog a Torino. Bike Pride” = corteo, sfilata di protesta in bicicletta…). E restando in Liguria si segnalano eventi più periferici come il Market book di Bordighera: “Il mercato coperto di Bordighera location dell’evento Market book”. Anche qui il libro è book, il luogo è location e il mercato diventa market, nell’era del marketing e dei suoi derivati (direct marketing, guerrilla marketing, marketing mix e marketing oriented, multilevel marketing, viral marketing…).

Nella ridente cittadina di Bardonecchia (ma c’è poco da ridere) si è da poco svolto un evento di “Sei incontri con sei autori per il Mountain book” (TorinOggi.it, 16/10/2019), dove la montagna è mountain nel gioco di parole con mountain bike (che si collega al bike sharing, city bike, bike friendly…). Sempre in Piemonte segnalo “Cook the Book a Carignano con quattro autori”  (Ieri Oggi Domani Cronache, Comunicati Stampa, 4/11/2019), dove cook – ecco di nuovo un verbo – ben si sposa con la proliferazione del food, che si trova nel programma “Food & Book”, di Montecatini Terme, “il festival del libro e della cultura gastronomica” (La Nazione, 9/10/2019).

Per rimanere in Toscana vale la pena di citare anche il progetto “OFF Book” del Dipartimento di Scienze politiche e internazionali dell’Università di Siena (“OFF Book: agli Industri performance finale del progetto…”, Grosseto Notizie, 16/10/2019) con una “Performance finale progetto OFF Book” (Maremmanews, 16/10/2019). E poi “Il Pisa Book Festival diventa ‘eco-friendly’” (LetteratitudineNews, 4/11/2019) dove “eco-friendly”, più lungo di ecologico che suona molto più antico, irrompe insieme a book, mentre il fèstival pronunciato all’inglese ha preso il posto della più antica pronuncia alla francese, festivàl. E ancora: “Lo staff di Lucca Comics ha diffuso il Program Book di Lucca Comics & Games 2019” (AFNews Comunicati Stampa, 23/10/2019). E poi si è svolta la IV edizione del “Libra Casentino Book Festival, che celebra la montagna nel parco nazionale delle Foreste casentinesi (ArezzoWeb, 10/10/2019).

In Emilia “Torna Book & Wellness” (Renonews Comunicati Stampa, 13/10/2019) alle Terme di Porretta.

Dal centro scendiamo verso sud, isole comprese. In Sardegna a “Pirri arriva il book-nic: sul prato con libro, cestino e plaid” (Casteddu on Line, 14/10/2019). “Al MAV Museo Archeologico Virtuale di Ercolano arriva il Book Party più Mostruoso dell’anno. Venerdì 1 novembre” cioè l’Halloween Book Party (NapoliToday, 18/10/2019).
In Sicilia, a Pachino, “Bilancio positivo per la prima edizione del Marzamemi book fest, un festival dedicato ai libri e alla cultura” (Pachino News, 22/10/2019), mentre a Catania ci sono stati i “Catania Book Days, evento che preannuncia il Catania Book Festival (in programma dal 7 al 9 maggio 2020)” (CataniaNews.it, 23/10/2019) dove le giornate sono ormai day sulla scia delle espressioni click day, D-day, day after, day by day, day hospital, election day, familiy day, memorial day, open day

Oltre a questi eventi locali, “Arriva la settima edizione del Social Book Day” (Libreriamo, 14/10/2019), “la giornata mondiale dedicata ai libri sui social…” (RTL 102, 5-15 ott 2019).
Nelle notizie recenti delle testate dai nomi sempre più inglesi, book rimbalza in molti altri contesti: ci sono i book blogger (bloggatori non è una parola che si è diffusa, visto che apparirebbe italiana) come Giulia Ciarapica “una delle più influenti book blogger d’Italia; e ha appena dato alle stampe…” (“Giulia Ciarapica, la grande book blogger si racconta tra lavoro e…”, L’Ordinario Comunicati Stampa, 26/10/2019). Sul Corriere si può leggere di “Francesca, Elena e Ilenia, le «book influencer» star di Instagram. Oggi, a determinare il successo di un lavoro editoriale, e a mandare i romanzi in sold out, ci sono le «book influencer»: bastano trenta secondi di…” (Corriere della Sera, 29/10/2019), perché non c’è solo influencer al posto di influenti, la parola si contamina con le altre: book influencer, food influencer, blog influencer… in un sottofondo brulicante di altri anglicismi come social, news, star, sold out, performance… ma un italian influencer che possa essere una guida influente per cercare di parlare in italiano esisterà ancora?

Forse no, visto che un libro fotografico di animali, “da un elefante partecipe dei sentimenti del suo padrone a un cane trasportato tra le macerie di Kabul sul retro di una bicicletta”, diventa “Gli Animals di Steve McCurry in un photo book per Taschen” (Amica, 25/10/2019).

Ormai una “fiera del libro” è forse solo una donna orgogliosa della propria lettura, altrimenti dobbiamo usare l’inglese, perché siamo evidentemente celibrolesi! Crediamo che book sia più moderno, ma è solo un alibri, dove la prima “a” si può leggere come alfa privativo, cioè “senza libri” e pieni di book. Non c’è più libridine nel parlar la nostra lingua, non c’è alcun equilibro tra libro e book, le due parole non sono sullo stesso piano, non sono dello stesso calibro, hanno un diverso rango, una diversa gerarchia. Book è nobile e diventa titolo, categoria. Libro è il suo valvassino. Inglese e italiano si fondono in un librido, l’itanglese, libero da “libro”.

I giochi di parole si fanno sull’inglese (Mountain Book, book-nic, Cook the Book…), eppure si potrebbero fare anche con la lingua italiana, chissà mai che i copy, i creativi che per fare il loro lavoro espresso in inglese puntano alla lingua di gerarchia superiore, non copino anche questa possibilità. Altrimenti gli ex libris diventeranno presto ex books, o forse cambieranno di significato: gli ex libri ora book che è più cool. Della “morte del libro” si parlava già molti anni fa, spesso a sproposito. Oggi forse ha una valenza linguistica più che concettuale. Book è cool. Ogni doppio senso che si può ricavare dall’accostamento delle parole è puramente voluto.

Italiano: ammirato nel mondo e disonorevole in patria

Nell’edizione italiana del film Un pesce di nome Wanda (Charles Crichton, 1988), quando Jamie Lee Curtis sentiva parlare in spagnolo perdeva ogni inibizione sessuale. Ma forse non tutti sanno che nell’edizione in lingua originale era l’italiano a farle girare la testa, la lingua di Casanova e di Rodolfo Valentino, la lingua dell’amore.

Chi ostenta l’inglese perché lo considera un idioma superiore, e chi pratica l’itanglese per sentirsi moderno ed elevarsi socio-linguisticamente dovrebbe rivedersi queste scenette tutte le sere prima di andare a letto, e riflettere maggiormente sui complessi di inferiorità e sul disprezzo della nostra lingua che gli scorre nelle vene.

“Quanno se fa ll’ammore sott’ ‘a luna / Comme te vene ‘ncapa ‘e di’ I love you?”, cantava Renato Carosone in “Tu vuo’ fa’ ll’americano”. Eppure oggi i conquistatori, seduttori, rubacuori, sciupafemmine, dongiovanni e casanova in italiano cedono il posto a playboy, e persino la terminologia del sesso e della pornografia si colora di inglese (cfr. → “Troppo sesso siamo inglesi”). Ma l’italiano è una lingua molto amata in tutto il mondo anche fuori dagli stereotipi dell’amor profano. Anche se non è propriamente vero che sia la quarta lingua più studiata al mondo, è comunque molto studiata e, soprattutto, è apprezzata e invidiata per la sua bellezza. Il suo potere seduttivo è ancora oggi enorme, come lo è stato nel passato, anche se, sul fronte interno, sembra che lo abbiamo dimenticato e che ce ne vergogniamo.


La potenza storica dell’italiano

Elizabeth Italian LettersDurante il Rinascimento l’italiano era la lingua di maggior prestigio in Europa. A quei tempi il nostro Paese spiccava su tutti gli altri nell’arte, e la sua lingua si era guadagnata una fama che aveva imposto ovunque le proprie parole nei settori in cui primeggiava. E così divennero internazionali i nostri termini dell’architettura (architrave, balcone, cupola, campanile, facciata), delle arti figurative (affresco, chiaroscuro, schizzo poi ritornato adattato in inglese con significato teatrale-cinematografico: sketch) e della musica (forte, fuga, sonata). Tra il Cinquecento e il Seicento l’italiano fu la lingua franca della cultura. Elisabetta I d’Inghilterra era innamorata della nostra lingua che parlava e scriveva proprio nei contesti internazionali, invece di usare il latino, come è stato ricostruito in Elizabeth I’s Italian Letters (Carlo M. Bajetta, Palgrave Macmillan, New York, 2016). La nostra lingua godette di un enorme successo ancora nel Settecento. Gli inglesi si appropriarono delle novelle del Boccaccio al punto che oggi novel significa per loro romanzo; Shakespeare attinse abbondantemente dagli Ecatommiti di Giovan Battista Giraldi Cinzio; il Cortegiano di Baldassarre Castiglione diventò il manuale dei gentiluomini di corte; il poeta John Keats considerava la nostra lingua la più bella e musicale, e avrebbe addirittura voluto utilizzarla come lingua dell’insegnamento al posto del francese. Persino Rousseau riteneva la nostra lingua molto più adatta alla musica del francese, Mozart scrisse moltissimo in italiano, la lingua della lirica, e nella Vienna del massimo splendore l’italiano era la lingua della cultura e della classe dirigente. Goethe adorava l’Italia e la sua lingua e Thomas Mann, nelle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull (1954) ha messo in bocca al protagonista queste parole:

“Son veramente innamorato di questa bellissima lingua, la più bella del mondo. (…) Sì caro signore per me non c’è dubbio che gli angeli nel cielo parlano italiano. Impossibile immaginare che queste creature del cielo si servano di una lingua meno musicale.”

La storia blasonata della nostra lingua non ha solo un valore storico, culturale e artistico di altissimo livello, possiede anche un potenziale economico fortissimo in tutto il mondo che potremmo e dovremmo sfruttare, ma purtroppo lo stiamo svilendo, invece di tutelarlo, promuoverlo e metterlo a frutto. Mentre all’estero la soavità dei nostri suoni gode di un enorme prestigio, nel nostro Paese stiamo abbandonando questi suoni per passare all’itanglese, e nel linguaggio politico ed economico capita di sentire parlare del boom o dell’escalation dei prodotti italian sounding o dell’appeal del made in Italy in tanti ambiti, dall’italian design al settore food. Mentre le lingue forti si impongono nei settori delle proprie eccellenze, l’ossimoro che ci contraddistingue è quello di esportarle in inglese, senza renderci conto che l’italiano è sensuale, accattivante, fascinoso, affascinante, attraente, seducente, ammaliante, incantevole, allettante, stuzzicante, di richiamo, irresistibile… persino intrigante, per ricorrere a un’interferenza dell’inglese che non snatura i nostri suoni (dal significato storico di intrigo = macchinazione, a quello sempre più in uso di stuzzicante). Ma davanti alla ricchezza della sinonimia e alle infinite sfaccettature di significati delle nostre parole, tutto ormai si esprime forse meglio con un bel: “L’italiano è sexy”, e questa parola ci sembra più evocativa, incisiva e immediata delle nostre. Preferiamo ridurre tutto alla stereotipia degli anglicismi omnicomprensivi così amati dai giornali, dai politici, dal mondo del lavoro e da sempre più settori che si anglicizzano contribuendo alla regressione della nostra lingua. Questa strategia sempre più dilagante, giorno dopo giorno, sta portando all’ammuffimento delle nostre parole storiche che finiscono per diventare obsolete ed essere relegate alla designazione del vecchiume (autoscatto davanti a selfie, calcolatore davanti a computer…), mentre ci sono linguisti che vedono in questo fenomeno dei “doni” invece di rendersi conto dell’impoverimento e della distruzione che l’inglese sta causando, e interpretano come “ricchezza” il proliferare dei “prestiti sterminatori” a base inglese che rappresentano ormai la metà delle parole nuove del Duemila. Se andiamo avanti a questo modo il futuro della nostra bella lingua sarà l’itanglese e il depauperamento della nostra cultura storica.


L’italiano è un tesoro di cui ci vergogniamo invece di metterlo a frutto

Incapace? Irresponsabile? Idiota?
Come si potrebbe definire chi è seduto su un tesoro che invece di mettere a frutto manda in rovina? Le nostre parole sono pietre preziose che gettiamo via per sfoggiare la bigiotteria che ci arriva da fuori. Perle ai porci, per citare il Vangelo.

Da una ricerca del 2016 condotta in dieci Paesi, realizzata dalla San Pellegrino, risulta che, nel mondo, i consumatori  sono disposti a pagare quasi il 10% in più per un prodotto con la dicitura “Toscana”. Eppure il presidente della Crusca Claudio Marazzini, in una missiva elettronica scritta in puro itanglese, due anni prima veniva invitato solennemente alla seconda edizione del “Tuscany Award” presso l’Hotel Four Season di Firenze (cfr. → “Perché in Italia si è tanto propensi ai forestierismi?” in La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi).

Non è assurdo tutto ciò?

L’italiano “è la seconda lingua più utilizzata nel mondo dopo l’inglese nelle insegne commerciali e nella presentazione dei prodotti. Lo sanno bene le imprese nordamericane, europee e asiatiche che utilizzano nomi italiani, o artifici che rimandano nella mente del consumatore a elementi propri della tradizione italiana, per pubblicizzare i loro prodotti. (…) Solo negli Usa le imitazioni dei nostri formaggi fruttano ben 2 miliardi di dollari. Nel complesso il fatturato dell’italian sounding, nel solo settore agroalimentare, ha superato i 60 miliardi di euro, quasi il doppio del fatturato delle esportazioni nazionali degli stessi prodotti originali” (Sara D’Agati, “Tutti pazzi per l’italiano, la lingua delle insegne”, La Repubblica, 31 ottobre 2016).

E così, mentre chiamiamo “italian sounding” – solo fino a qualche anno fa suonava come ridicolo e inappropriato, prima di diventare l’unico stereotipo per definire il fenomeno – i prodotti italianeggianti, dal nome (suono, sapore…) italiano, falsi italiani, pseudoitaliani, italofoni, imitazioni italiane, basati sul potere evocativo della nostra bella lingua… e mentre i nuovi dazi statunitensi sul parmigiano favoriscono le vendite del parmesan, le nostre aziende gastronomiche che puntano a essere internazionali usano poco e sempre meno la nostra lingua e privilegiano sempre più spesso l’inglese, da Slow Food a Eataly. E in questa follia, in questo paradosso, a Milano, capitale dell’itanglese, spuntano ovunque le insegne con scritto Wine Bar, invece delle enoteche, delle vinerie o delle cantine, e, contemporaneamente, nei ristoranti di lusso di New York si sta affermando la parola “vino” perché quello è il suono più seduttivo e di richiamo della nostra eccellenza.

L’esportazione dell’italiano all’estero appartiene alla storia. Oggi è morta e sepolta. Non c’è reciprocità tra quello che esportiamo e che abbiamo esportato nel passato e ciò che stiamo importando oggi dall’angloamericano. Non c’è alcun equilibrio tra quanto abbiamo dato e quanto stiamo accumulando dall’inglese negli ultimi 50 anni. Il bilancio è una colonizzazione dell’inglese su tutti i fronti, e le parole italiane universalmente comprese all’estero, fuor dai luoghi comuni di ciao, pizza e mandolino sono sempre meno. I tanti italianismi dell’inglese sono perlopiù inglesizzati, storpiati, pronunciati nel loro modo, come è normale nelle lingue sane. Solo in questo modo l’inglese si è arricchito di parole di ogni parte del mondo. Attraverso l’adattamento. Noi al contrario adottiamo, non adattiamo, l’angloamericano preoccupati di snaturarne la purezza e di “imbastardirne” la superiorità attraverso i nostri suoni.

Nel Novecento, “con l’eccezione dell’ambito della ristorazione (quella raffinata praticata da cuochi italiani di grande nome tanto quanto quella più rustica, ma altrettanto alla moda, delle specialità regionali), non c’è reale incidenza lessicale dell’italiano nemmeno in quei settori – il design e l’architettura, la moda e il ‘made in Italy’, il cinema d’autore, il turismo culturale – in cui oggigiorno l’Italia primeggia a livello internazionale, di certo perché in tali realtà industriali la lingua d’uso è comunque l’inglese” (Giovanni IamartinoItalianismi in inglese: una storia infinita?”) .

Se l’eccellenza italiana si esprime ormai in inglese, dall’italian design al made in Italy, siamo davvero finiti. Mentre in Francia e in Spagna la lingua è considerata un patrimonio da tutelare e promuovere, da noi no, ce ne vergogniamo. Non abbiamo una politica linguistica, lasciamo andare in malora la nostra lingua, nonostante i sondaggi e nonostante sia così amata. E pensare che nell’artigianato e nell’enogastronomia  “secondo Altagamma [il prodotto italiano] è percepito come sinonimo di qualità per un valore doppio del Made in France. Non è un caso che non esista uno Spanish o un German sounding” (Sara D’Agati, “Tutti pazzi per l’italiano, la lingua delle insegne”, La Repubblica, 31 ottobre 2016).

Questa rinuncia alla nostra cultura e alla nostra lingua è un cancro. Occorrerebbe un rovesciamento culturale drastico, per fermare il nostro suicidio collettivo. Dovremmo riappropriarci del nostro tesoro linguistico e andarne fieri, sia sul fronte interno, sia su quello internazionale.

Come ha scritto Nicoletta Maraschio, la prima donna a ricoprire il ruolo di presidente dell’Accademia della Crusca dal 2008 al 2014:

“L’italiano si presenta oggi in Europa in duplice veste: come lingua di un’illustre tradizione letteraria e culturale, molto richiesta nelle scuole, nelle università, negli istituti di cultura di tutto il mondo (anche per la fortuna del «made in Italy», della cucina e del turismo italiano), ma anche come lingua «giovane», nella quale gli stessi italiani non credono a sufficienza. Ecco che allora la questione della lingua, che oggi si ripropone con grande forza, non è più questione solo nazionale, ma questione tipicamente internazionale e in particolare europea. Occorre infatti che la nostra lingua sappia svolgere, in un’Europa istituzionalmente plurilingue, il ruolo che le compete, occorre che sappia intrecciare strettamente la sua storia e il suo futuro a quelli delle altre lingue ufficiali europee che tutte insieme richiedono di essere tutelate e valorizzate.”

Globalese e dittatura dell’inglese: il dibattito che manca in Italia

In Italia può sembrare “estremista” constatare che il globalese – cioè l’inglese planetario esportato in tutto il mondo dalla globalizzazione – fa parte di un progetto di colonizzazione culturale, economica e linguistica che segue le stesse logiche di quelle della Roma imperiale (vedi la scorsa puntata → “Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico”). Eppure queste posizioni sono date per scontate in molti Paesi, persino all’interno della letteratura inglese. Robert Phillipson, un linguista britannico autore di libri osteggiati e non tradotti (come Linguistic imperialism, Oxford University Press 1992), ha osservato che la politica di George W. Bush ha premuto l’acceleratore sul processo di colonizzazione statunitense, e che la sua consigliera per gli affari esteri Condoleezza Rice lo ha dichiarato esplicitamente: “Il resto del mondo trarrà un vantaggio migliore dagli Stati Uniti che perseguono i propri interessi, poiché i valori americani sono universali.” Esportare la “civiltà” universale ai popoli incivili e inferiori è da sempre la giustificazione del colonialismo per esportare i propri interessi. E l’imposizione della lingua è funzionale e strategica in questo disegno.

Il problema è che da noi manca il dibattito e la nostra posizione appare sempre più quella di coloni collaborazionisti. Non c’è alcuna attenzione per la tutela del nostro patrimonio linguistico sul fronte interno, e su quello esterno pare che nessun politico si ponga la questione di quale dovrebbe essere la lingua d’Europa, o meglio: quali! Diamo per scontato che l’inglese, ormai praticamente extracomunitario, sia l’unico modello possibile per essere internazionali e non promuoviamo l’italiano all’interno dell’Unione Europea, che di fatto lo sta estromettendo da lingua del lavoro, nonostante sulla carta dovrebbe avere gli stessi diritti di inglese o francese (vedi anche → “La petizione per l’italiano come lingua del lavoro”).

Fuori dai nostri confini le cose vanno molto diversamente. Non solo in Francia, dove esiste una forte politica linguistica, in Spagna, dove ci sono una ventina di accademie che governano e promuovono una lingua diffusa negli altrettanti Paesi che conta 400 milioni di madrelingua, o in Svizzera, che ha investito moltissimo nella promozione dell’italiano schiacciato dal tedesco e dal francese in nome del plurilinguismo che contraddistingue questo stato; ma persino in una nazione dall’idioma estremamente anglicizzato come la Germania.

Per essere davvero internazionali dovremmo semplicemente partecipare al dibattito che c’è all’estero.

 

Gli altri Paesi davanti alla dittatura dell’inglese

Il professore tedesco Jürgen Trabant dell’Università libera di Berlino, per esempio, si occupa di pluralismo linguistico, e nelle sue riflessioni su quale debba essere il modello di multilinguismo dell’Europa, ha denunciato che si contrabbanda come “plurilinguismo” la strategia dell’inglese globale (da lui chiamato “globalese”) per cui le lingue locali sono viste come un ostacolo sulla via che dovrebbe portare tutto il pianeta a un bilinguismo dove l’inglese è la lingua internazionale affiancata dalla lingua naturale locale vissuta come un “accidente” da superare. Nelle sue analisi denuncia che l’Europa sta andando incontro a una forma di “diglossia moderna neomedievale”, cioè una situazione dove esistono due lingue gerarchizzate che possiedono due diversi ruoli sociali: l’inglese è quello alto, colto e aristocratico, la lingua locale è quella popolare e della vita di tutti i giorni. Questo intellettuale non è certo un estremista, Tullio De Mauro lo ha definito “uno dei maggiori linguisti europei”, e il suo libro Globalesisch, oder was? (Il global english o cos’altro?) negli scorsi anni ha avuto un notevole successo perché non era una denuncia isolata. Sempre secondo De Mauro, infatti, la politica e la stampa tedesche sono molto più attente di noi a questi temi e

“– dal presidente Joachim Gauck ad Angela Merkel – seguono le questioni del multilinguismo, dagli asili nido all’intera vita sociale. La questione della lingua si pone oggi in Europa come una questione politica, anzitutto di politica democratica, e non solo come questione istituzionale di rapporti ufficiali tra gli stati per la vita formale delle istituzioni dell’Unione. Ma è anche una questione di cultura e di scuola. (…) Se vogliamo che l’Europa a 28 si trasformi in uno stato federale non è più eludibile la questione della lingua come questione politica di democrazia. Trabant critica l’idea che un inglese di servizio, senza radici nella cultura, risolva da solo il problema. Il Globalesisch è accettabile solo se lo faremo convivere con la ricchezza intellettuale della molteplicità di lingue dell’Europa.”

[Tullio De Mauro, “Un’Europa e molte lingue”, Internazionale, 2104]

Mentre da noi è in atto una battaglia sull’insegnamento in inglese nelle Università, come si è tentato di fare nel 2015 al Politecnico di Milano, nella convinzione che questo significhi essere internazionali, spesso si esalta o si porta come esempio quanto accade in vari Paesi del Nord Europa dove questi modelli si sono già affermati. In questo scenario, l’Olanda si può considerare un Paese “modello”, dal punto di vista della globalizzazione: l’inglese è considerato la seconda lingua dal 95% della popolazione, dunque il processo di colonizzazione si è compiuto da tempo, perché si è sempre ritenuto che per competere con l’internalizzazione fosse meglio parlare la lingua globale. Eppure proprio in questo Paese si stanno cominciando a vedere gli effetti nocivi di questa strategia, e Annette de Groot (”L’internalizzazione uccide la lingua locale”), professoressa di linguistica all’Università di Amsterdam, parla apertamente del loro “bilinguismo squilibrato”: l’inglese non si è semplicemente “aggiunto”, ma corrisponde a una perdita dell’olandese e della propria identità. Sono in tanti a lamentare il peggioramento della qualità della comunicazione che è avvenuto, soprattutto nel caso di temi complessi, perché l’inglese non è la lingua madre né dei professori né degli studenti. Un accademico olandese che si occupa di comunicazione come Cees Jan Hamelink parla perciò degli effetti “sottrattivi” dell’apprendimento della lingua globale attraverso concetti come quello della “macdonaldizzazione”. Anche in Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia hanno questi stessi problemi con l’inglese della scienza e dell’università, e il dibattito riguarda come intervenire politicamente proprio per regolamentare un uso dell’inglese equilibrato e rispettoso della lingua nazionale che sia appunto un’aggiunta al repertorio nazionale, e per fare in modo che non sia invece sottrattivo e che a pagare le spese dell’internazionalizzazione colonialistica siano le lingue locali. Se questi problemi se li pongono in questi Paesi, lo dovremmo fare anche noi a maggior ragione, perché la nostra è una lingua romanza, che non deriva dai ceppi germanici come per esempio molte lingue del Nord, e l’impatto è più pesante. È evidente che studiare in inglese per esempio medicina o altre materie scientifiche all’università porterà alla perdita del lessico tecnico-scientifico italiano. Vogliamo davvero sottrarre questi ambiti alla nostra lingua per passare a quella inglese? È questo il prezzo da pagare per essere internazionali? Bene, non tutti sono d’accordo su questo prezzo, c’è anche chi vede il multilinguismo come un valore, e non come un ostacolo.

Ma c’è ancora di più. Se l’affermazione dell’inglese come lingua franca in Europa sta minacciando la ricchezza linguistica del nostro continente, come denuncia per esempio in Romania Ovidiu Pecican, docente dell’università Babeş-Bolyai di Cluj e articolista di România Liberă, in molti altri casi la minaccia non riguarda né la “ricchezza” né l’ibridazione, coinvolge direttamente l’estinzione delle lingue. La finlandese Tove Skutnabb-Kangas, che insegna nell’università danese di Roskilde e nell’accademia universitaria di Vasa in Finlandia, si batte da anni per i “diritti linguistici” delle popolazioni e delle minoranze, linguistiche e culturali, denunciando che ci sono tantissime lingue minori che scompaiono dal nostro pianeta con una velocità maggiore di quella della scomparsa delle specie viventi. La stessa denuncia del tunisino Claude Hagège (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002) che ha calcolato che nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa. “È un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale” e la principale minaccia è proprio l’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”. Un problema che è gridato anche da uno dei più grandi intellettuali africani, Ngugi wa Thiong’o, molte volte candidato al premio Nobel che per ora non gli è mai stato assegnato e autore di Decolonizzare la mente (Jaca Book, 2015), che in una recente intervista su la Repubblica invitava a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese“, 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Questi sono gli effetti collaterali del colonialismo linguistico, della dittatura dell’inglese e del progetto internazionale di renderlo la lingua globale. Questo è il dibattito che si registra all’estero e che coinvolge le istituzioni, la politica, l’università e gli intellettuali.

Nel mondo si stanno scontrando due opposte visioni, quella dominante e imperialista che vorrebbe esportare l’inglese ovunque per i propri vantaggi economici e quella etica che vede nel multilinguismo una ricchezza da salvaguardare che non ha prezzo. In Italia il dibattito non c’è. Le sole reazioni che si possono riscontrare sono fuori dagli ambiti istituzionali. L’atto eroico di Maria Agostina Cabiddu che è riuscita a bloccare la soppressione dei corsi universitari in lingua italiana da parte del Politecnico di Milano con le raccolte di firme e con i ricorsi ai tribunali. Le denunce di una scienziata come Maria Luisa Villa che si batte per l’italiano come lingua della scienza. Le voci fuori dal coro come quella di Giorgio Pagano, o di Diego Fusaro che, con riferimento a 1984 di Orwell, si scaglia contro la “neolingua” dei mercati. Posizioni che appaiono come “eccentriche”, “esagerate” e nel peggiore dei casi “estremiste”, nel vuoto e nell’indifferenza della politica, delle istituzioni e dei mezzi di informazione di un’Italia ormai inglobata nel pensiero unico al punto di non vedere l’alternativa. Quello che rimane è il silenzio e i collaborazionisti che confondono il buon senso con il fanatismo. Ma il fanatismo è nell’anglomania, non nella sua critica.

 

(Continua)

Elogio dell’ironia di Elio contro gli anglicismi (Uaired, La nave di Teseo, 2018)

Davanti all’abuso dell’inglese che in certe fasce sociali è vissuto come la strategia comunicativa della modernità, occorre una rivoluzione che deve passare per nuovi modelli culturali e soprattutto sociali. Se la nostra classe dirigente, i politici, i giornalisti, i protagonisti del mondo del lavoro o della Rete ostentano il loro itanglese con orgoglio, c’è anche chi lo percepisce come una scelta fastidiosa e ridicola.

Con la leggerezza dell’elio che fa volare in alto i palloncini, Elio (delle storie tese) e Franco Losi sollevano questo tema che spicca tra le tante chiavi di lettura del romanzo di fantascienza Uaired (La nave di Teseo, 2018). L’ironia e la satira sono tra le armi più forti per schernire e smascherare l’alberto-sordità di questo itanglese che si sta imponendo nel nuovo Millennio.

elio

Il senso di Elio per l’inglese “cambierà il mondo” e ci salverà?

Uaired, sì, scritto come lo leggiamo in italiano. Sono contro gli anglicismi inutili” ha dichiarato Elio. “Questa è una vendetta nei confronti degli americani e degli inglesi e in generale degli stranieri, che non si preoccupano mai minimamente di pronunciare in modo corretto i termini italiani. Diciamo che gli abbiamo restituito il favore, nel solco della luminosa traduzione del water pronunciato vater, all’italiana, e poi del colgate e del palmolive“.

[“La fantascienza di Uaired: gli alieni secondo Elio”, Corriere del Veneto, 31/01/2019].

Spiritosamente, in questo romanzo una gran parte degli anglicismi sono proprio scritti così come si leggono, a cominciare dai nomi dei protagonisti Toni (e non Tony) e Gec (che ricorda geek, il secchione informatico). A dire il vero si salvano i nomi propri come WhatsApp o Twitter, e anche molte parole di uso comune come computer (scriverlo compiuter forse sarebbe stato più coerente), designer, shampoo, copy, shuttle, mentre il problema non si pone per gli anglicismi che non violano le nostre regole grafo-fonetiche, come art director. Ma venendo ai neologismi della terminologia informatica e digitale la nuvola è il claud (non cloud), la massima di Steve Jobs siate affamati, siate visionari è stei angry, stei fulisc (e non stay hungry, stay foolish) e l’organo impiantato negli alieni che sono tra noi (“i Uaired“ che ricorda i cablati, cioè wired) è il breinplag (molto meglio di brian-plug). E questo perché l’intento del libro, oltre a quello di “cambiare il mondo” è quello di interpretare la rivoluzione del digitale:

“Oggi siamo nel mezzo di una evoluzione antropologica: il digitale non è più solo uno strumento, ma è una nuova realtà che ci stiamo costruendo” e la tecnologia digitale “ha creato una sorta di metamondo, una sovrastruttura digitale di quello reale e che ne regola l’accesso”

[Stefano Spataro, “Uaired, Elio e Losi scrivono un romanzo di fantascienza tesa”].

elio losi uaired nave di teseoIn questo sovramondo dove l’innovazione si espande con la propria tecnologia imposta senza traduzioni (soprattutto in Italia) la scelta provocatrice di Elio e di Losi è una strategia di adattamento ironica che assurge a nuovo modello culturale, e crea un precedente che entra così nella letteratura scritta, che come è noto gode di una maggiore importanza linguistica rispetto all’oralità.

E se questo libro diventasse il capostipite di un modello da imitare sempre meno ironicamente?

L’ironia, dal basso, anche in Rete ha già prodotto scherzosi adattamenti gergali come Facciabuco e Faccialibro, mentre YouTube è anche detto il Tubo (che dietro l’ironia è ineccepibile, visto che il riferimento del sito statunitense era al tubo catodico) e un cinguettio, come alternativa a tweet, è uno dei pochi timidi segnali di adattamento della nomenclatura delle piattaforme sociali.

Uaired, oltre a essere un romanzo divertente, fa riflettere sulla necessità di spezzare la vergogna di italianizzare e di considerare l’angloamericano la “lingua sacra” da non violare. Se in Francia e in Spagna è normale pronunciare wi-fi “uifì” e “uìfi”, da noi no, perciò Elio-Losi lo scrivono invece uai-fai, così come un device è un devais!
Fa ridere? È il surrealismo demenziale tipico di Elio? E se invece, fuori dall’ironia, fosse un strategia sana di adattamento e di sopravvivenza? E se dietro la provocazione ci fosse un grido di allarme per scuoterci un po’ dal nostro senso di inferiorità che ci riempie supinamente di anglicismi imposti dalla lingua dei mercati e dall’espansione delle multinazionali?

Gli anglicismi sono come gli alieni che ci hanno invaso, “i Uaired” che sono mescolati tra noi, però sono meno invisibili di loro che si nascondono perfettamente, perché questi “corpi estranei” linguistici, per dirla con Arrigo Castellani, ci invadono senza confondersi come facevano gli ultracorpi, stanno invece imponendosi con la loro invadenza e cambiando il volto della dolce lingua dove il sì suonava.

Non dovremmo avere vergogna di pronunciare all’italiana certi  anglicismi, un tempo era normale e a proposito di puzzle, nel 1933 Paolo Monelli scriveva che è un termine “inglese di brutto suono così come è pronunciato generalmente da noi” (Barbaro dominio, Hoepli, Milano 1933, p. 256). Ma oggi abbiamo cambiato la pronuncia, non certo per correggere il “brutto suono”, mbig babola perché dobbiamo ostentare l’inglese che invece non sappiamo, stando alle statistiche. E meno lo sappiamo più lo sbandieriamo a costo di inventarcelo o di stravolgerlo in un’ampia serie di pseudoanglicismi. Negli anni Settanta i bambini cantavano ancora “la macchina del capo ha un buco nella gomma” che si riparava con il chewingum, pronunciato “cevingùm” e non di certo “ciùingam” come forse si canta oggi. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, in un ritornello pubblicitario che spopolava in televisione delle gomme da masticare Big Babol – scritte così come si dovrebbero pronunciare in inglese – Daniela Goggi cantava: “Il pallone più grande lo fa questo bubble gum”, pronunciato come si scrive.
Gian Luigi Beccaria ha citato l’esempio di jumbo, che inizialmente si pronunciava con la u, quando era solo il nome di un grande elefante ottocentesco del circo Barnum, entrato attraverso i giornali per via scritta, ma quando è arrivato l’aereo, in epoca televisiva, si è cominciato a pronunciare “giambo” (Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, 1988, p. 243).
E così oggi si dice “clab” e non più “club”, e guai a dire “cult” invece di “calt”… Mandrake è diventato “mandréic” (e da quando hanno ucciso l’Uomo ragno si dice ormai Spiderman). Per quanto tempo continueremo a dire come facciamo da oltre un secolo tunnel e recital invece di “tannel” e “resaitl” per sentirci più angloamericani e moderni? E se invece di considerare le pronunce all’italiana come un segno di ignoranza le considerassimo un sano adattamento?

L’italianizzazione dei forestierismi ha permesso alla nostra lingua di evolvere nella storia senza snaturarsi. Se non lo si vuole più fare forse tanto vale seguire Elio e Losi e scrivere gli anglicismi così come si pronunciano, anche la traslitterazione, se pur provocatoria e di difficile affermazione, mi pare un segno di resistenza e di autostima preferibile all’importazione dell’inglese crudo.

“Rimpiango l’autostima degli italiani, che in preda a una specie di attacco di panico collettivo oggi si rivolgono a chi promette di ridare dignità all’Italia partendo da basi talmente basse…” dice Elio. E passando dai contenuti alla forma, queste “bassizie” hanno proprio a che fare con l’abuso dell’inglese. Gli italiani sono quelli che pensano che autogrill sia un termine inglese e poi, aggiunge Elio:

“C’è l’altra storia che mi irrita sempre, quella del junior pronunciato all’inglese. Cioè un termine che parte dal latino, va in America, si trasforma e torna: e noi qui come dei c…, a dire giunior

[“La fantascienza di Uaired: gli alieni secondo Elio”, Corriere del Veneto, 31/01/2019].

A questo esempio di “prestito di ritorno” se ne possono fare seguire tantissimi, i media che diciamo “midia”, il disegno che è diventato design, lo schizzo che è diventato sketch, il manager che deriva da maneggio, i jeans da Genova, la novella di Boccaccio che origina l’inglese novel (romanzo) e che ci ritorna nelle graphic novel simbolo della vergogna di parlare di fumetti come aveva fatto invece con orgoglio Dino Buzzati con il suo Poema a fumetti (1969) quasi mezzo secolo prima che il romanzo a fumetti diventasse un genere chiamato in inglese. L’inglese è una lingua ricca che ha accolto e accoglie da ogni altra. Ma lo fa adattando le parole ai propri suoni, come accade in tutte le lingue sane. Noi invece non solo non lo facciamo più ma americanizziamo persino le nostre parole, e così la commedia di Dante nei palinsesti televisivi diventa comedy,  e in questo modo l’Italia diventa la terra dei cachi e gli italiani diventano servi della gleba e della globalizzazione…

Il libro di Elio e Losi, nelle sue molteplici letture, attraverso la sua ironia ci fa riflettere e ci insegna anche questo e se vuoi saperne di più:SCHIACCIAper rubare il tasto che si trova sul sito di Elio e le storie tese che nella sua disarmante chiarezza e semplicità ci appare invece geniale nell’assuefazione davanti a play, clicca, link e tante altre balle.

10, 100, 1.000 Elii

elii

Servirebbero tantissimi Elii, servirebbero molti più modelli culturali e sociali in grado, ognuno a suo modo, di porre l’accento sull’abuso dell’inglese per creare un nuovo clima, culturale e sociale. Ben venga Mara Maionchi quando sbotta contro gli anglicismi e strappa gli applausi, anche se era solo uno sfogo estemporaneo fatto all’interno di una trasmissione anglicizzata, che però raggiunge un pubblico di massa. Ben venga Enrico Mentana che, nonostante il suo linguaggio giornalistico molto anglicizzato, si scaglia contro caregiver e promette di non utilizzarlo per non contribuire alla sua diffusione, uno sprazzo e un caso simbolico sono sempre meglio di niente.

Il mio sogno è di organizzare un manifesto e un cartello di tutti i personaggi pubblici che si sono espressi contro l’abuso dell’inglese, da Elio a Nanni Moretti, da Dacia Maraini a Corrado Augias… per porre la questione sotto gli occhi di tutti, per passare dalle lamentele isolate a un movimento culturale nuovo, di resistenza all’invasione dell’inglese che sia un inno alla creatività italiana che ci ha sempre contraddistinti.
Solo così si può cambiare il vento. Coinvolgendo quelli che la lingua la possono fare davvero, creando modelli che poi la gente possa ripetere, e con un appello alla politica,  perché rinunci simbolicamente all’inglese nei contesti istituzionali come buon esempio e perché promuova campagne di sensibilizzazione culturale come esistono all’estero.

Il ruolo dei linguisti nella battaglia contro l’itanglese e la colonizzazione dell’italiano non basta.

L’Académie Française è composta dagli “immortali” (quando ne scompare uno viene subito rimpiazzato da un altro) che sono illustri rappresentanti della letteratura, della scienza del mondo politico e

“non sono, se non occasionalmente, linguisti. Sono uomini di cultura che hanno scritto romanzi, poesie, saggi storici e politici, trattati scientifici, discorsi politici, diari. Sono persone che debbono il successo della loro vita all’uso della lingua francese. Nel loro modo di lavorare al dizionario vi è quindi un elemento che non esiste negli accademici della Crusca e che potremmo definire ‘gusto’”.

[Sergio Romano, “Académie française e Crusca, come difendere la lingua”, Corriere della Sera, 1 novembre 2009, p. 33].

Ci vogliono meno traduzioni funzionali e più traduzioni creative, per citare Massimo Arcangeli, ci vorrebbero più Bergonzoni” inventatori” di parole e meno “terminologi” anglofili. Il punto è che l’italiano deve ricominciare a coniare nuove parole attingendo dalla propria storia e dalla propria creatività che stiamo buttando nel cesso (o nel “uòter”) perché non sappiamo fare altro che importare anglicismi integrali, senza tradurre e adattare foneticamente e graficamente.

Per cambiare avremmo bisogno di modelli popolari, ma ce ne sono sempre meno visto che la classe dirigente e chi ha ruoli chiave nell’informazione va fiera dell’itanglese che diffonde. Prendiamo hater, per esempio.

crozza iene

Crozza nei suoi meravigliosi siparietti ha parlato spesso di hater senza alternative, ma per fortuna in molte altre occasioni ha cambiato linguaggio parlando di odiatori seriali. Una scelta che non si ritrova invece nel linguaggio delle Iene che contribuiscono all’affermazione di hater (spesso declinato in modo ridicolo al plurale) e del monolinguismo stereotipato basato sull’inglese senza mai far circolare odiatore.
Ognuno parla come vuole, naturalmente, ma chi fa informazione, anche attraverso la satira, dovrebbe essere conscio delle proprie responsabilità comprese quelle che scaturiscono dalle parole che impiega. Se si parla solo di hater, la gente li chiamerà così. Privata della libertà di scegliere, fino a che odiatore sarà considerato “non funzionale”, “poco comprensibile” e alla fine “obsoleto”.

Gli esempi dei comici sono importanti soprattutto perché l’ironia è un’arma molto efficace per fare riflettere, per spezzare lo snobismo che caratterizza l’uso e l’abuso dell’inglese e anche per delegittimare chi usa questo linguaggio che spesso non è trasparente, facendolo sentire per quello che è: ridicolo. Chi manda messaggini con le k e le abbreviazioni come il tvtb (ti voglio tanto bene) su cui proprio Elio scherzava negli anni Novanta, è oggi etichettato come un bimbominkia, un neologismo accolto anche nel Devoto-Oli. Un simile appellativo è più forte di qualunque tentativo di convincimento razionale: scrivere a quel modo è semplicemente da sfigati. Ecco, davanti a chi dice che deve fare un brief in conference call con la business unit, quando poi si limita a parlarne al telefono con Carmelo e Giuseppe, per riprendere un esempio di Annamaria Testa, non resta che fargli capire quanto questo “minkia language” sia da sfigati.

Il Consiglio superiore per gli audiovisivi francese, nel 2015, ha avviato la campagna “Ditelo in francese” (Dites le en français) proprio con questo spirito: con divertenti filmati in cui si prende in giro chi impiega il franglais. E lo stesso è accaduto in Spagna nel 2016 quando la Real Academia Española in collaborazione con l’Academia de la Publicidad hanno dato vita a gustosissime finte pubblicità che mettono alla berlina l’abuso degli anglicismi. C’è per esempio un falso carosello che pubblicizza gli occhiali da sole con effetto blind (Sunset Style with Blind Effect) che una volta acquistati e ricevuti a casa si rivelano essere con le lenti che non permettono di vedere nulla, perché blind significa cieco. Oppure un’allettante promozione del profumo Swine (New Fragance, New Woman) dalla confezione ricercata e affiancato dal volto di una bellissima modella, un nome che suona molto bene ma odora molto male, perché swine in inglese significa maiale.

swine new fragrance

Bisognerebbe che anche da noi si facessero campagne simili, bisognerebbe che i comici, e non solo loro, imparassero da Elio, che è anche un gas esilarante oltre che nobile.

 

L’Etichettario: il libro delle alternative agli anglicismi

Domani esce un libro con le spiegazioni, le alternative e i sinonimi italiani di oltre 1.800 anglicismi diffusi nella lingua italiana, scelti tra i più frequenti, abusati o meno trasparenti.

antonio zoppetti etichettario anglicismi

Si intitola L’etichettario. Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi, ed è pubblicato da Franco Cesati Editore, una casa editrice specializzata nella linguistica che vanta un catalogo davvero interessante, perché unisce il rigore e l’accuratezza che caratterizzano i suoi libri a una grande capacità di divulgazione e di presentazione dei contenuti. E la collana Ciliegie (ideata e diretta da Silvia Columbano) è davvero una gioia per gli occhi, grazie allo stile grafico delle illustrazioni di Elinor Marianne.

L’etichettario è una costola del dizionario AAA ospitato in Rete da Italofonia.info, è da lì che è partita la selezione delle voci, che sono state asciugate e affilate per essere più incisive. Nel libro non ci sono anglicismi che non abbiano alternative in uso, come per esempio rock. Non ci sono i tecnicismi di settore che non circolano nel linguaggio comune. La selezione si basa sulle parole inglesi che chiunque utilizza in modo attivo, oppure quelle che chiunque può incontrare in modo passivo leggendo i giornali, ascoltando la televisione, le pubblicità, i discorsi dei politici, e che non sempre risultano chiare.

Molte volte ripetiamo l’inglese che ci arriva dal linguaggio informatico, aziendale, tecnologico, economico o scientifico semplicemente perché le alternative non circolano, anche se ci sono. Spesso ripetiamo queste parole senza comprenderne davvero il significato. E in questo modo, in molti casi, stiamo perdendo la capacità di pensare in italiano, prima che di parlare.

A

Un libro come questo è un inno alla consapevolezza, serve a scegliere come esprimerci, invece di ripetere gli stereotipi anglicizzati per mancanza di sinonimi e per incapacità di dirlo diversamente. L’intelligenza e il coraggio di Franco Cesati Editore sono nell’aver compreso che un libro del genere non è in concorrenza con il progetto in Rete, anzi… Un libro arriva a tutti o a un pubblico diverso. Un libro sta sulla scrivania. È un oggetto che emana il suo fascino, che nobilita i contenuti, che regala meravigliose sensazioni feticistiche quando lo si accarezza nello sfogliarlo. Si può sottolineare, si possono aggiungere le proprie note e considerazioni a margine o negli spazi appositamente previsti in questa edizione, come in un diario, per continuarlo e renderlo vivo e personalizzato.

Z

Soprattutto, questo libro è un oggetto con una grafica irresistibile. Il formato quasi quadrato che esce dalle dimensioni abituali, la scelta della carta, più spessa del solito, non propriamente bianca, ma appositamente “sporcata” con una delicata sfumatura che ci ricorda che le pagine dei libri con il tempo si ingialliscono. E poi la raffinatezza e l’ironia delle illustrazioni, della scelta del carattere, dell’impaginazione con mille richiami, freccine, indicazioni, approfondimenti… Tutte queste attenzioni per i dettagli, che spesso sono impercettibili e subliminali, sono un nutrimento per gli occhi, per il tatto e per tutti i sensi, oltre che per il cervello.

etichettario

Questo lavoro segna un passo in più nella mia battaglia per la difesa e la diffusione dell’italiano davanti all’abuso dell’inglese che sta facendo regredire la nostra lingua. Ne vado particolarmente fiero proprio perché ha un taglio divulgativo e si presenta in modo scanzonato e spiritoso, per arrivare a tutti senza purismi e pedanterie.

Per saperne di più segnalo un articolo di Valeria Palumbo uscito sul Corriere della sera in Rete che è stato l’articolo più letto dell’inserto “Liberi Tutti”, nello scorso fine settimana.

l'articolo piu visto corriere etichettario

La lingua batte (radio 3) e la vicenda dell’inglese al Politecnico di Milano e nella scienza

Ho partecipato insieme a Licia Corbolante a una puntata de La lingua batte, su radio 3 intitolata “Italiano e inglese. Relazioni pericolose?”.

Chi fosse interessato può ascoltarla in differita (puntata dell’11/03/2018):

italiano_alla_prova_dell_internalizzazione_di_Maria Agostina Cabiddu

Ma a parte i contributi di Licia Corbolante e il mio (nella seconda parte), segnalo che la trasmissione ha raccolto diversi interessanti interventi sull’argomento, a partire da quello di Maria Agostina Cabiddu (docente di Diritto Pubblico al Politecnico di Milano) che ha curato l’ottimo libro L’italiano alla prova dell’internazionalizzazione (Guerini e Associati, Milano 2017) ed è intervenuta sulla questione dell’insegnamento in inglese nelle università e sulla vicenda del Politecnico di Milano.

 

L’inglese nell’università e nella scienza

Per chi non sapesse di che cosa si tratta:

L’ex rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone aveva deciso di rendere obbligatorio a partire dall’anno accademico 2013-2014 l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti.

La decisione ha sollevato l’indignazione di molte persone e anche di 126 docenti che hanno firmato una lettera di protesta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La Crusca è intervenuta sulla vicenda con una serie di interventi e dibattiti confluiti in una pubblicazione. La decisione del Politecnico è stata poi dichiarata illegittima dal Tar della Lombardia che ha sancito che la lingua italiana debba mantenere il “primato in ogni settore dello Stato.” (…) Nel febbraio del 2017 la Corte costituzionale si è pronunciata sull’inglese nell’università ritenendo “non condivisibili le considerazioni sulle quali si fonda la sentenza impugnata del Tar Lombardia.” Anche se ha riconosciuto che la lingua italiana è “nella sua ufficialità, e quindi primazia, vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 Cost.”, ha ritenuto “ragionevole che, in considerazione delle peculiarità e delle specificità dei singoli insegnamenti, le università possano, nell’ambito della propria autonomia, scegliere di attivarli anche esclusivamente in lingua straniera.” Ma “gli atenei debbono farvi ricorso secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.” Con un colpo al cerchio e uno alla botte, la strada all’attivazione ai corsi inglese è così aperta, sono leciti, anche se in modo non esclusivo, perché la lingua di insegnamento sarebbe solo un mezzo, e non un fine, nell’apprendimento. E contro questo “semaforo giallo” invece che verde si sono già schierati alcuni tecno-scienziati anglofili come per esempio il medico Alberto Mantovani, docente dell’Humanitas University, in un articolo su La Repubblica, “Perché insegnare in inglese significa difendere l’italianità” [La Repubblica, 18 marzo 2017, p. 31].

A dire il vero l’articolo disattende completamente quanto invocato nel titolo, e non contiene alcun ragionamento razionale, a parte le solite prese di posizione soggettive di questo tipo di opinioni diffuse. La conclusione è l’ossimoro per cui “l’insegnamento in lingua inglese, all’interno di corsi altamente qualificati, è il modo migliore con cui possiamo non solo difendere, ma anche promuovere l’italianità”, che in questo modo viene invece uccisa e identificata con il parlare un’altra lingua. La tesi è che sia un bene soprattutto per gli studenti, che mediamente non sanno parlare bene l’inglese e hanno perciò difficoltà a inserirsi all’estero. In questa confusione tra l’apprendimento della lingua e della medicina, due cose da tenere ben separate e distinte, sembra che l’unica prospettiva, rivendicata con orgoglio, sia quella di insegnare in inglese in vista della fuga di cervelli, per cui ci si forma in Italia per poi finire in contesti internazionali, se si è tra i migliori. Una rinuncia all’italiano data per scontata in modo sconcertante, sostenuta solo dalla costatazione che “l’inglese è infatti la lingua della Scienza. Così come il greco e il latino sono stati in passato la koinè, ossia la lingua comune ed accettata dalla cultura classica: nessun autore spagnolo, africano o inglese si sarebbe mai sognato di metterlo in discussione.”

Ma questa considerazione affonda le sue radici proprio nel pensiero prescientifico medievale, quando nelle scuole si studiavano in latino la teologia e l’aristotelismo, e dimentica che la scienza nasce con Galileo, e che la medicina scientifica si è sviluppata anche grazie ai contributi di naturalisti e medici come Redi, Vallisneri e Spallanzani, che scrissero nella loro lingua esattamente come fecero altri grandi scienziati francesi e inglesi, proprio abbandonando il latino. Le apologie del monolinguismo tecno-scientifico, che credono di essere moderne e internazionali, sono invece la faccia nascosta del nuovo oscurantismo più retrogrado, vogliono ritornare a un “new-latino” globale cancellando secoli di storia, ciechi davanti al fatto che il plurilinguismo è una ricchezza. Come lo è la biodiversità, come lo sono le varietà dei prodotti della terra locali davanti agli organismi geneticamente modificati che le multinazionali vorrebbero imporre uguali in tutto il mondo attraverso la grande distribuzione globalizzata. Le lingue nazionali non sono un segno di arretratezza, l’arretratezza sta nel volersi sottomettere alla lingua totalitaria di una sola cultura dominante, nell’adottare la strategia degli etruschi, che si sono sottomessi con entusiasmo alla romanità abbandonando le proprie radici fino a scomparire.

[Tratto da: Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli, Milano 2017, pp. 154-158]

 

L’italiano come lingua della scienza

Galileo Galilei dialogo sopra i massimi sitemiSull’italiano nella lingua della scienza vorrei aggiungere una riflessione storica.

Un tempo la lingua internazionale del sapere era il latino, e Galileo fu il primo a rompere questa tradizione con il Saggiatore e soprattutto con il Dialogo sopra i due massimi sistemi, in cui sostenne la teoria dell’eliocentrismo che si impose in tutto il mondo. Colui che è da molti considerato il fondatore della scienza ha saputo creare una prosa scientifica in italiano basata sulla chiarezza, la precisione e l’evidenza. Nel lessico delle sue opere compaiono nuovi termini tecnici (pendolo, bilancetta, cannocchiale) e scientifici sempre definiti in modo rigoroso e utilizzati in modo univoco (momento, forza, gravità, impeto, resistenza, potenza, rifrazione), mentre altri acquistano nuovi significati (candore riferito alla luna e non più in senso metaforico, macchie solari).

Questo ricorso all’italiano diventò un modello imitato poi da Francesco Redi, scienziato, umanista e accademico della Crusca, e da Antonio Vallisneri, medico e naturalista che scelse il volgare in modo patriottico con l’obiettivo di dare dignità alla lingua del nostro Paese. Altri scienziati continuarono a scrivere in latino ancora sino all’Ottocento, ma nel Settecento Lazzaro Spallanzani si ispirò ai francesi che avevano già dato vita a una prosa scientifica madrelingua, e in lingua italiana confutò la teoria della generazione spontanea di uno dei più grandi luminari internazionali di quei tempi: Buffon.

Alessandro Volta scrisse anche in latino e in inglese, ma chiamò la sua invenzione pila, e in tante sue opere è evidente lo sforzo di coniare i nomi più giusti e precisi: “Due terzi d’aria infiammabile metallica, ed uno di deflogisticata (…) formano un miscuglio assai acconcio, e tutt’insieme un’aria, che io amo chiamare tuonante.”
Questo impegno linguistico si vede bene anche in un passo in cui lo scienziato riflette sul nome più appropriato per uno strumento chiamato elettroforo, elettroscopio e microelettroscopio: “Ma io amo meglio di chiamarlo condensatore per l’elettricità, per usare un termine semplice e piano, e che esprime a un tempo la ragione e il mondo dei fenomeni di cui si tratta.

E per venire al Novecento, la parola neutrino fu coniata da Enrico Fermi nel 1934, come diminutivo di neutrone.

Oggi invece l’italiano è stato abbandonato, si stanno cancellando secoli di storia per tornare a una lingua sovranazionale. Gli scienziati scrivono e pubblicano in inglese per rivolgersi alla comunità mondiale, con il rischio, per l’ennesima volta, di perdere la capacità di dirlo in italiano, come lamenta la scienziata Maria Luisa Villa, preoccupata per la comprensione pubblica della scienza:

“Nel giro di pochi lustri la lingua italiana potrebbe essere mutilata e inadatta alla trasmissione del sapere scientifico.”

[Maria Luisa Villa, L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori-Pearson, Milano 2013, p. 95].

Gli anglicismi e le alternative: un tema caldo

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In questi giorni il tema degli anglicismi è “caldo”. La nuova edizione del Devoto Oli 2018, da poco annunciata, dedica al fenomeno una nuova attenzione e introduce una parte con gli anglicismi di cui si potrebbe fare a meno e le loro sostituzioni.

Anche i mezzi di informazione sembrano molto interessati all’argomento: dopo il pezzo su MicroMega, nell’ultima settimana mi hanno intervistato sul Corriere Scuola e La Verità; ieri ho partecipato a una trasmissione su Radio Lombardia (Mattina Lombardia, di Monica Stefinlongo) e oggi mi citano anche sul Secolo XIX.

A proposito del senso di fastidio della gente davanti all’uso eccessivo e inutile dell’inglese di cui accennavo l’altro giorno, è importante che le alternative italiane circolino, perché se gli apparati mediatici e istituzionali utilizzano solo gli anglicismi, è plausibile che la gente sarà portata e ripeterli fino a perdere la capacità di dirli in italiano. L’iniziativa del Devoto Oli è perciò un segnale importante.

Su quesitaliano urgenteto aspetto voglio segnalare un libro meraviglioso che rappresenta una guida formidabile per chi vorrebbe ricorrere alle parole italiane ma non sa in che modo farlo. Si intitola Italiano Urgente (Reverdito, Trento 2016) ed è scritto da Gabriele Valle, italo-peruviano, che ha raccolto 500 anglicismi con le possibili traduzioni nella nostra lingua proposte sul modello dello spagnolo.

Nei Paesi ispanici la Fundación del Español Urgente costituisce attraverso il suo sito un servizio di consulenza linguistica che è diventato un punto di riferimento per i giornalisti che si rivolgono proprio a queste risorse per trovare le traduzioni agli anglicismi. Inoltre, la Real Academia Española è affiancata da una ventina di altre accademie dislocate in tutti i Paesi di lingua ispanica che si prodigano per trovare e diffondere gli equivalenti ai termini stranieri. Il Dizionario panispanico dei dubbi (Diccionario panhispánico de dudas, 2005) rappresenta una guida che mantiene l’omogeneità della lingua in tutti i Paesi che parlano lo spagnolo. Gabriele Valle parte e attinge proprio da queste esperienze, già al centro di un’altra sua preziosa pubblicazione (che ho “saccheggiato” e citato nel mio libro):  “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 742-767.

L’Italiano urgente rappresenta il prolungamento di questo primo saggio. La prefazione è firmata da Tullio De Mauro, e la voluminosa raccolta delle alternative è ragionata, non è una semplice lista di corrispondenti. Si tratta di un vero e proprio dizionario dei sinonimi che contiene spesso proposte nuove e interessanti. Le voci includono ricostruzioni storiche, etimologiche e consigli erogati con grande documentazione e attenzione. Uno dei rari casi in cui un dizionario non è soltanto uno strumento di consultazione, ma diventa una piacevole lettura anche da sfogliare pagina per pagina.

Incipit

diciamolo in italianoQuel ramo del lago di Como sud coast oriented, tra due catene non-stop di monti tutte curvy, a seconda dell’up-down di quelli, divien quasi a un tratto small-size e a prender un look da fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera overside; e il ponte, che ivi linka le due rive, par che renda ancor più friendly all’occhio questo effetto double face, e segni lo stop del lago e il restart dell’Adda, fino al remake del lago dove le rive, sempre più extralarge, lascian lo spread dell’acqua rallentarsi in un relax di nuovi golfi curvy.

Dopo aver sporcato i panni nel Tamigi, ecco il famoso incipit de L’Innominato Wedding Planner for Renzo & Lucia, by Alex A. Manzoni, nella traduzione in itanglese che sto scrivendo per meglio rendere comprensibile alle nuove generazioni un testo ormai datato nel suo linguaggio ottocentesco, visto che il globalenglish avanza e si espande in tutto il mondo. Lo so, non è bello cominciare con parolacce del genere un libro che si prefigge di dimostrare che il numero degli anglicismi è insopportabile, e bisognerebbe evitare questo linguaggio che sta compromettendo seriamente il nostro lessico. Prometto di non farlo più. Ma è diventato difficile fare a meno dell’inglese, e soprattutto in certi ambiti è un esercizio di stile che mette a dura prova, come quegli scritti senza la lettera “e”, i lipogrammi di Georges Perec o di Umberto Eco. Persino uno dei linguisti più importanti e popolari, Tullio De Mauro, nel 2010 ammetteva di non saper “come sostituire, ormai, parole come monitor”, ma non se preoccupava granché. Forse un anglolatinismo come video, che per lo meno ha un suono italiano e passa inosservato, è troppo ambiguo. O forse termini come schermo o visore sono ormai antiquati…

Questo è l’incipit del libro: Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli, settembre 2017.

Titolo Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla.
Autore Antonio Zoppetti
Prefazione Annamaria Testa
Editore Hoepli, 2017
Pagine XII-204
Prezzo € 17,90 (disponibile in eBook a € 14,99)