La lingua batte (radio 3) e la vicenda dell’inglese al Politecnico di Milano e nella scienza

Ho partecipato insieme a Licia Corbolante a una puntata de La lingua batte, su radio 3 intitolata “Italiano e inglese. Relazioni pericolose?”.

Chi fosse interessato può ascoltarla in differita (puntata dell’11/03/2018):

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Ma a parte i contributi di Licia Corbolante e il mio (nella seconda parte), segnalo che la trasmissione ha raccolto diversi interessanti interventi sull’argomento, a partire da quello di Maria Agostina Cabiddu (docente di Diritto Pubblico al Politecnico di Milano) che ha curato l’ottimo libro L’italiano alla prova dell’internazionalizzazione (Guerini e Associati, Milano 2017) ed è intervenuta sulla questione dell’insegnamento in inglese nelle università e sulla vicenda del Politecnico di Milano.

 

L’inglese nell’università e nella scienza

Per chi non sapesse di che cosa si tratta:

L’ex rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone aveva deciso di rendere obbligatorio a partire dall’anno accademico 2013-2014 l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti.

La decisione ha sollevato l’indignazione di molte persone e anche di 126 docenti che hanno firmato una lettera di protesta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La Crusca è intervenuta sulla vicenda con una serie di interventi e dibattiti confluiti in una pubblicazione. La decisione del Politecnico è stata poi dichiarata illegittima dal Tar della Lombardia che ha sancito che la lingua italiana debba mantenere il “primato in ogni settore dello Stato.” (…) Nel febbraio del 2017 la Corte costituzionale si è pronunciata sull’inglese nell’università ritenendo “non condivisibili le considerazioni sulle quali si fonda la sentenza impugnata del Tar Lombardia.” Anche se ha riconosciuto che la lingua italiana è “nella sua ufficialità, e quindi primazia, vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 Cost.”, ha ritenuto “ragionevole che, in considerazione delle peculiarità e delle specificità dei singoli insegnamenti, le università possano, nell’ambito della propria autonomia, scegliere di attivarli anche esclusivamente in lingua straniera.” Ma “gli atenei debbono farvi ricorso secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.” Con un colpo al cerchio e uno alla botte, la strada all’attivazione ai corsi inglese è così aperta, sono leciti, anche se in modo non esclusivo, perché la lingua di insegnamento sarebbe solo un mezzo, e non un fine, nell’apprendimento. E contro questo “semaforo giallo” invece che verde si sono già schierati alcuni tecno-scienziati anglofili come per esempio il medico Alberto Mantovani, docente dell’Humanitas University, in un articolo su La Repubblica, “Perché insegnare in inglese significa difendere l’italianità” [La Repubblica, 18 marzo 2017, p. 31].

A dire il vero l’articolo disattende completamente quanto invocato nel titolo, e non contiene alcun ragionamento razionale, a parte le solite prese di posizione soggettive di questo tipo di opinioni diffuse. La conclusione è l’ossimoro per cui “l’insegnamento in lingua inglese, all’interno di corsi altamente qualificati, è il modo migliore con cui possiamo non solo difendere, ma anche promuovere l’italianità”, che in questo modo viene invece uccisa e identificata con il parlare un’altra lingua. La tesi è che sia un bene soprattutto per gli studenti, che mediamente non sanno parlare bene l’inglese e hanno perciò difficoltà a inserirsi all’estero. In questa confusione tra l’apprendimento della lingua e della medicina, due cose da tenere ben separate e distinte, sembra che l’unica prospettiva, rivendicata con orgoglio, sia quella di insegnare in inglese in vista della fuga di cervelli, per cui ci si forma in Italia per poi finire in contesti internazionali, se si è tra i migliori. Una rinuncia all’italiano data per scontata in modo sconcertante, sostenuta solo dalla costatazione che “l’inglese è infatti la lingua della Scienza. Così come il greco e il latino sono stati in passato la koinè, ossia la lingua comune ed accettata dalla cultura classica: nessun autore spagnolo, africano o inglese si sarebbe mai sognato di metterlo in discussione.”

Ma questa considerazione affonda le sue radici proprio nel pensiero prescientifico medievale, quando nelle scuole si studiavano in latino la teologia e l’aristotelismo, e dimentica che la scienza nasce con Galileo, e che la medicina scientifica si è sviluppata anche grazie ai contributi di naturalisti e medici come Redi, Vallisneri e Spallanzani, che scrissero nella loro lingua esattamente come fecero altri grandi scienziati francesi e inglesi, proprio abbandonando il latino. Le apologie del monolinguismo tecno-scientifico, che credono di essere moderne e internazionali, sono invece la faccia nascosta del nuovo oscurantismo più retrogrado, vogliono ritornare a un “new-latino” globale cancellando secoli di storia, ciechi davanti al fatto che il plurilinguismo è una ricchezza. Come lo è la biodiversità, come lo sono le varietà dei prodotti della terra locali davanti agli organismi geneticamente modificati che le multinazionali vorrebbero imporre uguali in tutto il mondo attraverso la grande distribuzione globalizzata. Le lingue nazionali non sono un segno di arretratezza, l’arretratezza sta nel volersi sottomettere alla lingua totalitaria di una sola cultura dominante, nell’adottare la strategia degli etruschi, che si sono sottomessi con entusiasmo alla romanità abbandonando le proprie radici fino a scomparire.

[Tratto da: Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli, Milano 2017, pp. 154-158]

 

L’italiano come lingua della scienza

Galileo Galilei dialogo sopra i massimi sitemiSull’italiano nella lingua della scienza vorrei aggiungere una riflessione storica.

Un tempo la lingua internazionale del sapere era il latino, e Galileo fu il primo a rompere questa tradizione con il Saggiatore e soprattutto con il Dialogo sopra i due massimi sistemi, in cui sostenne la teoria dell’eliocentrismo che si impose in tutto il mondo. Colui che è da molti considerato il fondatore della scienza ha saputo creare una prosa scientifica in italiano basata sulla chiarezza, la precisione e l’evidenza. Nel lessico delle sue opere compaiono nuovi termini tecnici (pendolo, bilancetta, cannocchiale) e scientifici sempre definiti in modo rigoroso e utilizzati in modo univoco (momento, forza, gravità, impeto, resistenza, potenza, rifrazione), mentre altri acquistano nuovi significati (candore riferito alla luna e non più in senso metaforico, macchie solari).

Questo ricorso all’italiano diventò un modello imitato poi da Francesco Redi, scienziato, umanista e accademico della Crusca, e da Antonio Vallisneri, medico e naturalista che scelse il volgare in modo patriottico con l’obiettivo di dare dignità alla lingua del nostro Paese. Altri scienziati continuarono a scrivere in latino ancora sino all’Ottocento, ma nel Settecento Lazzaro Spallanzani si ispirò ai francesi che avevano già dato vita a una prosa scientifica madrelingua, e in lingua italiana confutò la teoria della generazione spontanea di uno dei più grandi luminari internazionali di quei tempi: Buffon.

Alessandro Volta scrisse anche in latino e in inglese, ma chiamò la sua invenzione pila, e in tante sue opere è evidente lo sforzo di coniare i nomi più giusti e precisi: “Due terzi d’aria infiammabile metallica, ed uno di deflogisticata (…) formano un miscuglio assai acconcio, e tutt’insieme un’aria, che io amo chiamare tuonante.”
Questo impegno linguistico si vede bene anche in un passo in cui lo scienziato riflette sul nome più appropriato per uno strumento chiamato elettroforo, elettroscopio e microelettroscopio: “Ma io amo meglio di chiamarlo condensatore per l’elettricità, per usare un termine semplice e piano, e che esprime a un tempo la ragione e il mondo dei fenomeni di cui si tratta.

E per venire al Novecento, la parola neutrino fu coniata da Enrico Fermi nel 1934, come diminutivo di neutrone.

Oggi invece l’italiano è stato abbandonato, si stanno cancellando secoli di storia per tornare a una lingua sovranazionale. Gli scienziati scrivono e pubblicano in inglese per rivolgersi alla comunità mondiale, con il rischio, per l’ennesima volta, di perdere la capacità di dirlo in italiano, come lamenta la scienziata Maria Luisa Villa, preoccupata per la comprensione pubblica della scienza:

“Nel giro di pochi lustri la lingua italiana potrebbe essere mutilata e inadatta alla trasmissione del sapere scientifico.”

[Maria Luisa Villa, L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori-Pearson, Milano 2013, p. 95].
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Gli anglicismi e le alternative: un tema caldo

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In questi giorni il tema degli anglicismi è “caldo”. La nuova edizione del Devoto Oli 2018, da poco annunciata, dedica al fenomeno una nuova attenzione e introduce una parte con gli anglicismi di cui si potrebbe fare a meno e le loro sostituzioni.

Anche i mezzi di informazione sembrano molto interessati all’argomento: dopo il pezzo su MicroMega, nell’ultima settimana mi hanno intervistato sul Corriere Scuola e La Verità; ieri ho partecipato a una trasmissione su Radio Lombardia (Mattina Lombardia, di Monica Stefinlongo) e oggi mi citano anche sul Secolo XIX.

A proposito del senso di fastidio della gente davanti all’uso eccessivo e inutile dell’inglese di cui accennavo l’altro giorno, è importante che le alternative italiane circolino, perché se gli apparati mediatici e istituzionali utilizzano solo gli anglicismi, è plausibile che la gente sarà portata e ripeterli fino a perdere la capacità di dirli in italiano. L’iniziativa del Devoto Oli è perciò un segnale importante.

Su quesitaliano urgenteto aspetto voglio segnalare un libro meraviglioso che rappresenta una guida formidabile per chi vorrebbe ricorrere alle parole italiane ma non sa in che modo farlo. Si intitola Italiano Urgente (Reverdito, Trento 2016) ed è scritto da Gabriele Valle, italo-peruviano, che ha raccolto 500 anglicismi con le possibili traduzioni nella nostra lingua proposte sul modello dello spagnolo.

Nei Paesi ispanici la Fundación del Español Urgente costituisce attraverso il suo sito un servizio di consulenza linguistica che è diventato un punto di riferimento per i giornalisti che si rivolgono proprio a queste risorse per trovare le traduzioni agli anglicismi. Inoltre, la Real Academia Española è affiancata da una ventina di altre accademie dislocate in tutti i Paesi di lingua ispanica che si prodigano per trovare e diffondere gli equivalenti ai termini stranieri. Il Dizionario panispanico dei dubbi (Diccionario panhispánico de dudas, 2005) rappresenta una guida che mantiene l’omogeneità della lingua in tutti i Paesi che parlano lo spagnolo. Gabriele Valle parte e attinge proprio da queste esperienze, già al centro di un’altra sua preziosa pubblicazione (che ho “saccheggiato” e citato nel mio libro):  “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 742-767.

L’Italiano urgente rappresenta il prolungamento di questo primo saggio. La prefazione è firmata da Tullio De Mauro, e la voluminosa raccolta delle alternative è ragionata, non è una semplice lista di corrispondenti. Si tratta di un vero e proprio dizionario dei sinonimi che contiene spesso proposte nuove e interessanti. Le voci includono ricostruzioni storiche, etimologiche e consigli erogati con grande documentazione e attenzione. Uno dei rari casi in cui un dizionario non è soltanto uno strumento di consultazione, ma diventa una piacevole lettura anche da sfogliare pagina per pagina.

Incipit

diciamolo in italianoQuel ramo del lago di Como sud coast oriented, tra due catene non-stop di monti tutte curvy, a seconda dell’up-down di quelli, divien quasi a un tratto small-size e a prender un look da fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera overside; e il ponte, che ivi linka le due rive, par che renda ancor più friendly all’occhio questo effetto double face, e segni lo stop del lago e il restart dell’Adda, fino al remake del lago dove le rive, sempre più extralarge, lascian lo spread dell’acqua rallentarsi in un relax di nuovi golfi curvy.

Dopo aver sporcato i panni nel Tamigi, ecco il famoso incipit de L’Innominato Wedding Planner for Renzo & Lucia, by Alex A. Manzoni, nella traduzione in itanglese che sto scrivendo per meglio rendere comprensibile alle nuove generazioni un testo ormai datato nel suo linguaggio ottocentesco, visto che il globalenglish avanza e si espande in tutto il mondo. Lo so, non è bello cominciare con parolacce del genere un libro che si prefigge di dimostrare che il numero degli anglicismi è insopportabile, e bisognerebbe evitare questo linguaggio che sta compromettendo seriamente il nostro lessico. Prometto di non farlo più. Ma è diventato difficile fare a meno dell’inglese, e soprattutto in certi ambiti è un esercizio di stile che mette a dura prova, come quegli scritti senza la lettera “e”, i lipogrammi di Georges Perec o di Umberto Eco. Persino uno dei linguisti più importanti e popolari, Tullio De Mauro, nel 2010 ammetteva di non saper “come sostituire, ormai, parole come monitor”, ma non se preoccupava granché. Forse un anglolatinismo come video, che per lo meno ha un suono italiano e passa inosservato, è troppo ambiguo. O forse termini come schermo o visore sono ormai antiquati…

Questo è l’incipit del libro: Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli, settembre 2017.

Titolo Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla.
Autore Antonio Zoppetti
Prefazione Annamaria Testa
Editore Hoepli, 2017
Pagine XII-204
Prezzo € 17,90 (disponibile in eBook a € 14,99)