Lessico “italian-less” o “italian-free”?

Negli articoli di costume che circolano sulla stampa ricorre una sottile differenza tra chi è childfree, cioè senza figli per scelta, e childless, cioè senza figli suo malgrado (cfr. → “Childfree e childless”).

Nel nuovo Millennio free e less ricorrono in modo sempre più frequente in moltissime voci e locuzioni. Non sono più solo singoli “prestiti”, sono diventati una “regola” per la formazione o l’importazione di nuove parole.

Come e quando è cominciata?


La storia di less

Il suffissoide -less è entrato nell’italiano nel primo Novecento in modo quasi invisibile attraverso alcuni tecnicismi di bassa circolazione. Il più conosciuto era hammerless  (lett. senza martello) per indicare un tipo di fucile senza cane (in realtà c’era, ma non era visibile esternamente). L’etimo non era così evidente a tutti, i fucili hammerless suonavano quasi come fossero una marca, per chi non conosceva l’inglese.
A metà degli anni Sessanta è arrivato anche lo pneumatico tubeless (senza camera d’aria). Dopo queste entrate tecniche è comparsa una parola molto più popolare, topless, letteralmente senza top, cioè la parte superiore, ma nell’immaginario italiano significava solo a seno scoperto (nel 2000 sarebbero arrivati persino i topless bar), il costume senza reggiseno, e ancora una volta questo prestito non veicolava in modo esplicito il suffisso -less, che ha cominciato a penetrare vent’anni dopo, quando si è fatta strada la parola homeless (senza casa), affiancata a senzatetto, senza fissa dimora nel linguaggio più burocratico, volgarmente barbone, edulcorato attraverso il francesismo clochard.

homeless clochard
Le frequenze di barbone, senzatetto, homeless e clochard in italiano.

Negli anni Novanta è diventato popolare il cordless (letteralmente senza cavo), che però designava i primi apparecchi telefonici domestici senza filo, e poi è esploso il wireless.

Curiosamente, la tecnologia “senza fili” è italiana, il “telegrafo senza fili” è stato inventato da Guglielmo Marconi (ci lavorò senza successo anche Nikola Tesla), che nel 1896 si recò a Londra dove fondò la “Wireless Telegraph and Signal Company”. Nei Paesi anglofoni tradussero l’espressione nel loro idioma, come è naturale nelle lingue sane, ma nell’epoca internettiana noi abbiamo preferito importare wireless in inglese con il nuovo significato legato alla tecnologia “senza fili” per la connessione alla Rete. Il che è un dettaglio che ritengo molto significativo della nostra strategia lessicale “italian-less”.

wireless senza fili
In verde la nascita e l’evoluzione di wireless in lingua inglese; in blu l’espressione senza fili in italiano (che precede l’inglese,visto che è stata inventata da Marconi); in rosso l’esplosione dell’anglicismo in italiano nell’era di Internet.

E così –less è diventato una strategia e un suffissoide: a partire dagli anni Duemila è arrivato il ticketless, grazie anche alle Ferrovie dello Stato che ce lo ha imposto senza traduzione: in un primo tempo indicava la prenotazione telematica di un biglietto da ritirare successivamente e poi è diventato un biglietto virtuale. Tra driverless (un mezzo di locomozione automatizzato, senza guidatore, per esempio le nuove metropolitane), mirrorless (lett. senza specchi, che indica le telecamere senza sistema ottici e con i mirini elettronici) e genderless (senza distinzione di genere o di sesso), siamo arrivati al contactless (lett. senza contatto), il sistema di pagamento a sfioramento che qualcuno spaccia per intraducibile: l’azienda dei trasporti milanese, per esempio, lo diffonde senza alcuna alternativa, ma in Svizzera si chiama senza contatto.


La storia di free

In principio c’erano i free lance, espressione che fa capolino negli anni Sessanta, e che nel film I tre giorni del Condor (Sydney Pollack, 1975) era ancora tradotto come agente a contratto (cioè esterno, non assunto interamente), prima che l’anglicismo esplodesse per indicare un libero professionista.

freelance
L’aumento della frequenza di free lance (+ freelance) in italiano.

 

Free significa libero, ma ha anche una accezione che si può tradurre con senza (libero da). Dunque, mentre si diffondeva il free jazz, negli anni Ottanta è diventata popolare anche l’espressione duty-free shop (negozio esentasse) affiancata dalle decurtazioni duty-free e free shop. Poi dallo sport sono penetrati il freestyle (stile libero), cioè lo stile acrobatico e il free climbing (arrampicata libera) con i sui free climber.

Negli anni Novanta sono arrivati i cosmetici cruelty-free (senza crudeltà) non testati direttamente sugli animali. Poi le free press, la stampa a diffusione gratuita (cioè libera dal pagamento, a dire il vero anticipata da Maurizio Costanzo che non la chiamava certo in inglese quando nel 1979 ha promosso in questo modo il quotidiano L’Occhio, distribuito gratuitamente per un certo periodo nella fase di lancio). Questa accezione di gratuito si ritrova in free access (accesso gratuito a Internet), e freeware (programmi informatici gratuiti); poi si è cominciato a parlare delle aree smoke free (in cui è vietato fumare), e infine sono arrivati i prodotti gluten-free (senza glutine) o carbon free (senza carbonio) cioè senza emissione di anidride carbonica.

Dagli anni Duemila è tutto un pullulare di neologismi in cui free significa senza: fat free (senza grassi) e sugar free (senza zucchero), le giornate car free (senza automobili, il blocco del traffico), fino all’ultima entrata plastic free che ultimamente sta prendendo piede. Si parla anche di prodotti freemium (free = gratis + premium = a pagamento) per le versioni gratuite di programmi che possiedono maggiori funzionalità solo a pagamento, e tra i neologismi Treccani si registrano tantissime altre nuove parole, dai free hugs (gli abbracci gratuiti) ai free vax.


Dal prestito lessicale al prestito di una regola (il travaso dell’inglese)

A questo punto è evidente che l’anglicizzazione della nostra lingua è in aumento ed è molto più ampia e profonda rispetto a ciò che emerge da chi continua a interpretare il fenomeno attraverso le categorie del “prestito linguistico”. Che cosa stiamo prendendo “in prestito” in casi come questi e in moltissimi altri analoghi?
Ha senso continuare a stilare elenchi di “prestiti isolati” che in realtà sono famiglie di parole che aumentano perché sono tra loro intrecciate e sempre più strettamente interconnesse?
Mi pare evidente che il “prestito” in casi come questi non riguarda le singole parole, ma porta a interiorizzare una regola. I prodotti “senza qualcosa” sono diventati “qualcosa free”, dove quel “qualcosa” si scrive in inglese (quindi non zucchero o grassi free, ma sugar o fat free, oppure contactless, wireless…).

Less is more è un modo di dire che significa meno è meglio, e viene impiegato in molti ambiti per veicolare la filosofia della sobrietà, del minimalismo, del non sprecare e del non eccedere. Applicando questa massima al nostro lessico dobbiamo chiederci “cosa” è meglio? Meglio meno neologie senza italiano (in nome di una ben precisa visione della modernità e dell’internazionalismo) o senza inglese (in nome della salvaguardia della nostra bellissima lingua)?

E tornando a childfree e childless, vogliamo una neolingua “italian-free”, senza italiano per scelta? O vogliamo fare qualcosa per impedire che diventi “italian-less”, senza italiano nostro malgrado?

Il “Morbus Anglicus” di Arrigo Castellani: la profezia che si avvera

Nel 1987 uscì un articolo di Arrigo Castellani che sarebbe passato alla storia, il “Morbus Anglicus” (in Studi linguistici italiani, n. 13, 1987, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153).

Lanciava un grido di allarme: l’eccessivo uso degli anglicismi e la facilità con cui si accolgono senza adattarli e italianizzarli sono un virus che consiste nell’accumular parole dal suono e dalla grafia lontani dal nostro sistema fonetico e grafico. Questa massa di “corpi estranei” sempre più fitta, secondo Castellani, rischiava di snaturare la nostra parlata e la nostra storia.
Il morbo era fuori discussione, ma la prognosi riservata. Bisognava in qualche modo intervenire per curare lo stato di salute della nostra lingua, altrimenti il rischio sarebbe stato che i tessuti vitali ne venissero intaccati.

L’articolo in questione aprì un dibattito destinato a protrarsi per anni, una nuova “questione della lingua” che ancora oggi è attualissima. Da una parte gli “apocalittici”, i pessimisti e i preoccupati; dall’altra gli “integrati”, gli ottimisti e i fautori del liberismo linguistico secondo i quali l’italiano avrebbe in sé gli anticorpi per sopravvivere all’anglicizzazione e superare la “moda passeggera”, esattamente come è avvenuto quando era il francese a rappresentare il modello della nostra storica esterofilia.


Gli oppositori dell’allarme itanglese

Nello stesso anno, il 1987, e negli stessi giorni, vide alla luce anche un dizionario degli anglicismi di Gaetano Rando, nella cui prefazione l’allievo prediletto di Castellani, Luca Serianni, prendeva le distanze dal maestro sostenendo che l’inglese non aveva affatto raggiunto la capillare diffusione che aveva il francese nell’epoca d’oro:

“Per l’inglese, la quota di lessico di carattere astratto mondano è stata ed è tutt’ora molto più modesta. Alla penetrazione in tanti linguaggi tecnico-scientifici, non corrisponde insomma un analogo climato in quello che chiamerei il linguaggio intellettuale generico usato da persone di buona cultura per parlare di politica, di musica, di cinema e così via, né tantomeno nella lingua della contingenza quotidiana, quella che si adopera nei rapporti familiari, nel fare la spesa, nelle chiacchiere da treno, o da ascensore. Ho la sensazione che anche tra i giovanissimi il tasso di anglicismi sia molto alto in alcuni settori specifici, ad esempio parlando di videogiochi o di computer, ma rimanga modesto nella conversazione corrente.”

[Dalla “Prefazione” a Gaetano Rando, Dizionario degli anglicismi nell’italiano postunitario, Leo. S. Olschki Editore, Firenze 1987].

Tra i più grandi oppositori delle tesi di Castellani ci fu soprattutto Tullio De Mauro che lo contrastò efficacemente con numeri e statistiche. Nel suo Vocabolario di base di quegli anni, che includeva le circa 7.000 parole più frequenti e utilizzate (quelle che costituiscono oltre il 90% del lessico delle nostre conversazioni quotidiane) non c’erano che una decina di anglicismi come film, bar o sport, e dalle statistiche basate sulle voci dei dizionari le parole inglesi rappresentavano solo l’1% e anche meno. Questa percentuale saliva al 2% analizzando la lingua dei giornali (come si ricava dal VELI, il Vocabolario Elettronico della Lingua Italiana che De Mauro curò nel 1989), ma ancora una volta la conclusione era che gli anglicismi fossero confinati nella parte esterna, e non intaccassero affatto il nucleo centrale dell’italiano.

Questa conclusione che De Mauro continuò a sostenere anche nel 2008 in un articolo che ne sintetizzava le tesi (“Gli anglicismi? No problem my dear”) si rivelò la posizione vincente, tra i linguisti. E sino a pochissimi anni fa il pensiero dominante bollò e archiviò il giudizio di Castellani come un esempio dei soliti allarmismi privi di fondamento.


Un giudizio sul “Morbus Anglicus” 30 anni dopo: lo tsunami anglicus

Oggi le parole di Castellani si sono invece rivelate profetiche.
Lo studioso ha saputo intravedere meglio degli altri quello che stava accadendo attraverso una prospettiva dinamica. De Mauro lo contrastò con una visione statica, mostrando con un’istantanea della lingua degli anni Ottanta che la situazione non era grave. Ma quella fotografia non aveva saputo cogliere il divenire del fenomeno. Si trattava di un’onda che non era affatto ferma, stava crescendo e ci stava per travolgere come uno tsunami. Il “morbo”, in altre parole, non era nel conteggiare il numero degli anglicismi in quel dato momento, ma stava nella strategia di utilizzare l’inglese come segno distintivo sociolinguistico, per elevarsi e ritenersi moderni.
Con grande onestà intellettuale, dopo una vita spesa a negare il fenomeno, davanti ai fatti Tullio De Mauro ha dovuto rivedere le proprie posizioni. Nel 2014 ha ammesso che “gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi (…) anche nel vocabolario fondamentale” (Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari 2014, p. 136).
Nel 2016 ha persino rivisto il suo giudizio sul “Morbus Anglicus” con queste sorprendenti parole:

“Trent’anni fa e più un valoroso filologo, Arrigo Castellani, nel diffondersi di anglismi nell’uso italiano vide e diagnosticò un morbus anglicus, un virus capace di infettare e corrompere la lingua italiana. Ma del fenomeno ormai bisogna dire di più. (…) L’afflusso di parole inglesi dagli anni Ottanta ai nostri ha assunto dimensioni crescenti, uno tsunami anglicus. Le ondate somigliano ormai infatti a un susseguirsi di tsunami…”.

[Fonte: “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”].

Il 23 dicembre 2016, poco prima di morire, De Mauro ha pubblicato Il Nuovo vocabolario di base della lingua italiana in cui, rispetto al 1980, gli anglicismi erano decuplicati. E anche in questa occasione ha ammesso che “l’accentuata frequenza di anglismi è certamente uno dei tratti in cui si sedimenta la storia linguistica italiana degli ultimi decenni” [per una ricostruzione del cambiamento di queste posizioni:Tullio De Mauro e gli anglicismi, anzi gli anglismi (a due anni dalla sua scomparsa)”].

Anche Luca Serianni (che oggi cura il Devoto Oli insieme a Maurizio Trifone) ha cambiato idea, come ha dichiarato nel 2015 in un’intervista all’Huffpost. Nell’edizione del Devoto Oli 2018, in occasione del cinquantenario del dizionario, sono infatti state inserite 200 schede di “pronto soccorso linguistico” con le alternative agli anglicismi inutili, per arginarli.

Le parole che il linguista aveva scritto nella “Prefazione” al libro di Rando del 1987 ormai non sono più valide: l’inglese ricorre sempre più nel modo di esprimersi degli intellettuali e della classe dirigente, rircorre nella politica, è sempre più imprescindibile nel cinema e nella musica, è entrato nel linguaggio di base, in quello comune e in quello istituzionale. E venendo ai linguaggi tecnici è cresciuto a dismisura, ha colonizzato interi settori. Dall’informatica al lavoro, il nostro lessico è regredito e molto spesso i termini italiani sono diventati inutilizzabili o, peggio ancora, mancano (da computer a mouse, da business a marketing).

Da qualche anno, i linguisti “negazionisti” sono diventati una minoranza. E soprattutto continuano a ripetere le stesse cose che avevano un senso negli anni Ottanta, ma che ormai sono sempre più insostenibili. Non si può più affermare che l’inglese è confinato ai margini della lingua. Castellani aveva ragione a dire che l’interferenza dell’inglese non è paragonabile a quella del francese, ma è ben più profonda (per un confronto:Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese”).

A 30 anni dal “Morbus Anglicus” si può concludere che quell’articolo si è rivelato profetico. La diagnosi era giustissima.

La parte più debole  era invece nella cura proposta, improntata a fornire una serie di adattamenti e traduzioni a tavolino. Fubbia (fumo + nebbia), al posto di smog (smoke + fog), guardabimbi invece di babysitter,  abbuio per blackout, trotterello per joggingvendistica per marketing, velopattino per windsurf… Queste medicine erano destinate a fallire, non perché non fossero valide o belle (anche se ogni giudizio estetico dipende dall’uso, dall’abitudine e dai gusti), ma perché non si può sperare che le alternative entrino nell’uso attraverso i suggerimenti di un linguista isolato, per quanto autorevole.

Castellani ne era consapevole, e il suo appello  invitava all’intervento:

“Siano appena agli inizi d’un processo di scadimento e frantumazione della lingua: solo crepe nei muri e qualche pavimento sconnesso. Ma bisogna intervenire, e bisogna farlo sia individualmente, sia nella scuola, sia attraverso i mezzi d’informazione e gli organi ufficiali” (p. 153).

Oggi le crepe si sono allargate, ed occorre più che mai agire in modo ufficiale. Per far sì che si spezzi il morbo, la moda, la strategia di elevarsi o di identificare ciò che è nuovo con l’inglese (il 50% dei neologismi del nuovo Millennio sono in inglese) occorre una rivoluzione culturale. Non sono i linguisti che possono fare la lingua, almeno in Italia, dove manca una politica linguistica, dove nessuno tutela l’italiano e dove il ruolo dell’Accademia della Crusca (cfr: Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come “know how” ) non è quello di creare alternative e neologismi, come accade in Francia o in Spagna. Se lo Stato non interviene investendo ufficialmente la Crusca o altri enti istituzionali nel compito di proporre e diffondere i traducenti, senza una campagna culturale di promozione e tutela del nostro patrimonio linguistico, l’itanglese sarà l’evoluzione della lingua di Dante.

Credere che tutto ciò sia una moda passeggera significa non saper cogliere quello che è avvenuto, quello che sta avvenendo e soprattutto quello che avverrà.

 

Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come “know how”

Sul sito dell’Accademia della Crusca, qualche giorno fa è stata pubblicata una consulenza linguistica di Claudio Giovanardi sulla traducibilità di know how che si conclude con “una prognosi infausta per qualsiasi ipotesi di traduzione italiana”.

Le motivazioni sono basate sul fatto che l’anglicismo veicolerebbe “una nozione complessa, bisognosa di una lunga perifrasi esplicativa” e che avrebbe una “collocazione iniziale” nei linguaggi tecnico-scientifici, anche se poi si è riversata nel linguaggio comune.

Credo però che si possano fare “prognosi” differenti.

Know how: è possibile tradurlo? Certo che sì: competenze

La traducibilità di know how in italiano si può constatare con qualche esempio contestualizzato tratto dai primi articoli che escono cercando la locuzione su Google notizie:

“Cooperazione, passione e motivazione le chiavi per diffondere il know-how finanziario e favorire la parità di genere” (Adnkronos, 9 maggio 2019).
Possibilità espressive diverse: competenze (conoscenze, esperienze) finanziarie.

“Gruppo Sme.UP: architetture IT, know-how dirompente al servizio delle aziende” (Data manager, 6 maggio 2019).
Possibilità espressive diverse: competenze (capacità, conoscenze, cognizioni, specializzazioni, esperienze) dirompenti.

“Sanità: incontri a Mosca per scambi know how e cooperazione tra la Russia e la Puglia” (L’obiettivo 28 aprile 2019).
Possibilità espressive diverse: competenze (conoscenze, cognizioni, specializzazioni, esperienze, tecniche).

In questi esempi i giornalisti hanno scelto l’inglese, ma è perfettamente lecito esercitare scelte differenti italiane esprimibili in una sola parola, come accade all’interno degli articoli, dove l’anglicismo dei titoloni è talvolta sostituito dai sinonimi italiani. Dunque non riesco a condividere l’affermazione che “in contesti di lingua comune dovremmo probabilmente usare conoscenze (o competenze, o esperienze) pregresse o qualcosa del genere”; non mi pare che ci sia bisogno di specificare “pregresse”, lo trovo inutile e ridondante (è evidente che le competenze siano già state acquisite). Togliendo l’aggettivo, rimangono numerose alternative di una parola sola, e se si guarda “l’economia linguistica” non risultano particolari svantaggi: know how non è “una sola parola”, soprattutto se scritto senza il trattino di unione, è solo un po’ più corto (8 caratteri, spazio o trattino incluso, contro 10 di competenze).

Nel linguaggio comune l’accezione tecnica non sembra caratterizzante: in molti esempi tratti dalla stampa si aggiunge l’aggettivo “tecnico” o “tecnologico” proprio per rimarcarne l’ambito:

“Dall’operaio al manager, tutti devono avere un solido know-how tecnico” (Corriere della Sera, 11/12/ 2018);
“Ingenti volumi con elevato know-how tecnico che garantisca la migliore qualità…” (La Repubblica, 3/11/2014);
“Sull’innovazione prodotta dal know-how tecnologico” (La Repubblica, 24/04/2019);
“Il progressivo abbandono della pratica del trasferimento forzato del know how tecnologico per le aziende Usa che vogliano lavorare in Cina” (Il Messaggero 4/4/2019).

La collocazione in ambiti tecno-scientifici, inoltre, non sembrerebbe appartenere all’inglese, ma sarebbe semmai il risultato della sedimentazione dell’anglicismo all’interno della nostra lingua, cioè un’accezione peculiare dell’italiano.
Know significa saperehow significa come.
L’Oxford english dictionary dà una definizione che rimanda alla conoscenza pratica, all’abilità e alla competenza (“Practical knowledge or skill; expertise”), tutte parole esistenti in italiano, e aggiunge tra gli esempi d’uso proprio: “technical know-how”.

La domanda che bisognerebbe rivolgere alla Crusca è allora molto semplice. Perché in italiano know how dovrebbe essere “intraducibile” (prognosi infausta) mentre in francese e in spagnolo è perfettamente tradotto (prognosi fausta) con espressioni comuni e non tecniche?


Perché in italiano è intraducibile, ma in francese e spagnolo si traduce?

bandiera franceseIn francese si dice semplicemente savoir-faire (ma da noi questa espressione si è acclimatata con un’accezione diversa legata al costume) come si può leggere sul Grand dictionnaire terminologique (GDT) del Québec. Cercando poi l’espressione inglese sulla Wikipedia si finisce sulla pagina del corrispondente francese.

wikipedia francia know how savoir fair

Andando a vedere gli esempi concreti di traduzioni francesi, quando si vuole rimarcare l’accezione tecnologica si aggiunge molto semplicemente savoir-faire technique, come negli esempi fatti sopra in italiano.

bandiera spagnolaAnche in spagnolo l’anglicismo viene affiancato senza problemi dall’espressione conocimiento fundamental, stando alla Wikipedia,  mentre nel Dizionario panispanico dei dubbi, come ricorda Gabriele Valle, si consiglia di tradurlo con saber hacer, cioè saper fare (che è poi il significato letterale di savoir-faire): “L’esistenza di questa locuzione spagnola rende non necessario l’uso dell’anglicismo know-how, molto usato nell’ambito imprenditoriale”.

A questo punto tutto è più chiaro: la prognosi di know how e di moltissime altre parole del genere non è la stessa ovunque, altrove non è affatto intraducibile. Siamo noi italiani che abbiamo qualche problemino a tradurre gli anglicismi, perché le condizioni culturali in cui viviamo sono molto diverse da quelle dei Paesi francofoni e ispanofoni: all’estero si va fieri della propria lingua, e non si registra un complesso di inferiorità davanti all’inglese. In Italia manca questa cultura, mancano queste condizioni sociali. Forse abbiamo qualche “patologia” (per seguire le metafore di Morbus anglicus e di prognosi) se persino il maggior organo che custodisce  la nostra lingua, la Crusca, assume posizioni inaudite nelle accademie spagnole o in quella francese.


I limiti di azione del Gruppo Incipit

Se know how non avesse equivalenti italiani perfetti, si potrebbero coniare, in teoria. Per esempio “competecnica” o qualcosa di meglio, visto che il suggerimento di esperienzativo proposto da un lettore viene bocciato. Ma la nostra accademia non segue questa via, e questo è un altro grande limite italiano che ci differenzia dai Paesi vicini: la volontà di non proporre neologie alternative da parte delle istituzioni, unita all’atteggiamento che  giustifica l’intraducibilità di certi anglicismi, ci sta riempiendo di parole inglesi.
Le campagne mediatiche e istituzionali contro l’abuso dell’inglese, in Francia e Spagna, promuovono e diffondono gli equivalenti autoctoni, ma quando mancano i traducenti coniano nuove parole.
La Crusca non opera in questo senso. Davanti all’inglese, l‘unica neoconiazione che si è registrata è quella di Francesco Sabatini che nel 2016 ha proposto “adozione del configlio” al posto di stepchild adoption (comunicato n. 5 del Gruppo Incipit), ma nel 2018 (comunicato n. 9) è stata fatta sparire e tra le alternative riassunte c’è solo adozione del figlio del partner, che ricorre a un anglicismo per sostituirne un altro, un modo di operare che ha suscitato non poche perplessità e critiche da parte di molti.  Tra le altre critiche mosse al gruppo c’è quella di aver rilasciato, dal 2015, soltanto 12 comunicati con le alternative a una ventina di parole inglesi, il che ha un valore soltanto simbolico che può essere molto importante, ma non ha prodotto strumenti di utilità pratica.

Comunque sia, la costituzione del Gruppo Incipit non ha come scopo quello di combattere gli anglicismi – questo va gridato molto forte – ma solo di frenare quelli incipienti, agendo quando appaiono e dando per scontato che se una parola si radica è poi impossibile scalzarla. Ciò non è vero, come sarà chiaro tra poco, ma soprattutto questa filosofia contiene anche altri elementi di debolezza.

Per prima cosa non è facile capire quando un forestierismo appare, siamo avvolti quotidianamente da nuvole di anglicismi, ma è difficile prevedere quali siano occasionalismi passeggeri e quali si stabilizzeranno. Tullio De Mauro ha notato come molte espressioni (per esempio benchmark) si fossero accreditate nell’uso tecnico già decenni prima che il termine si diffondesse nell’uso comune.

Questo non vale solo per gli anglicismi, anche tsunami (per fare un esempio giapponese che De Mauro ha usato per definire lo tsunami anglicus dei nostri giorni) era registrato nei dizionari dagli anni ’60 come tecnicismo, prima che si riversasse nell’uso comune e diventasse popolare in seguito alla tragedia che nel 2004 ha sconvolto l’oceano Indiano. Dunque, visto che prima di radicarsi gli anglicismi sono spesso preceduti da un “periodo di latenza” (come ha osservato Michele Cortelazzo), il Gruppo Incipit dovrebbe creare un doppio argine, per essere efficace: diffondere le alternative italiane innanzitutto nei linguaggi di settore, quando appaiono (ma anche questo è un compito arduo) e in seconda battuta alzare gli argini quando si riversano nel linguaggio comune per i motivi più disparati. Se non si crea il primo argine sarà più difficile che funzioni il secondo, perché quando una parola esce dal suo ambito specifico per diventare popolare, i giornali la ripropongono bella e pronta senza traduzioni. È così che i tecnicismi inglesi, che nei linguaggi di settore vengono tradotti sempre meno, tracimano poi nel linguaggio mediatico: know how oppure benchmark, spread, spending review

Ma da dove viene la strategia di contrastare solo gli anglicismi incipienti, invece di promuovere le alternative italiane di fronte all’interferenza dell’inglese come fenomeno complessivo?


Occorre guardare oltre la prospettiva del Gruppo Incipit

Scrive Giovanardi:

“Il DELI di Cortelazzo-Zolli ci dice che know how è diffuso in italiano a partire dal 1955 e che il vettore è stato la stampa periodica. La probabilità di successo di un traducente italiano è legata alla tempestività con cui viene proposto e usato. Se si dà all’anglicismo la possibilità di attecchire nella lingua (tanto più nella lingua comune) diventa difficile pensare di poterlo scalzare. Potremmo oggi sensatamente pensare di sostituire con un corrispondente italiano parole come film o sport? La risposta è no”.

Credo che nessuno voglia scalzare parole come film o sport, in primo luogo perché sono addirittura ottocentesche, ma soprattutto perché non violano il nostro sistema grafico e fonetico, e per questo sono state assimilate senza troppi problemi generando anche una serie di derivati perfettamente italiani nella loro struttura: filmino, filmare, sportivo, sportività… Lo stesso non si può dire di know how.

In ogni caso, affermare che non è possibile arginare un anglicismo ormai radicato può essere vero da un punto di vista statistico in Italia, ma non è affatto vero logicamente né è applicabile a quanto avviene all’estero. E qui si ritorna al solito problema: ha poco senso combattere i singoli anglicismi, bisogna creare un nuovo atteggiamento, tentare una rivoluzione culturale e lavorare per seminare le condizioni perché anche nel nostro Paese si spezzi la “strategia di dirlo in inglese” e si possa tornare a parlare in italiano senza vergogna e complessi di inferiorità. Questo è il terreno della battaglia, un terreno che dovrebbe essere salvaguardato dalla politica e dalle istituzioni, non solo dalla Crusca.

Gli anglicismi, incipienti o stagionati, non sono erbacce da estirpare dai dizionari, sono semi infestanti di cui bisogna denunciare gli effetti a catena nocivi (per la nostra lingua) per far sì che la gente non li coltivi. Non avrebbe senso bandire una parola radicata come meeting. Quello che ha senso è promuovere incontro, convegno, congresso, assemblea, e a seconda dei contesti riunione, raduno, conferenza, simposio, tavola rotonda… Davanti alla percezione che l’inglese sia più evocativo (l’inglese in generale, non un singolo anglicismo), bisognerebbe convincere i parlanti che la nostra lingua è bella e preferibile, per fare regredire le frequenze dell’inglese, non per cancellarlo.

Risultati del genere si possono ottenere solo attraverso una rivoluzione culturale basata sulla valorizzazione e la promozione del nostro patrimonio linguistico. Significa far capire ai politici che introdurre parole come jobs act e navigator sarà per loro controproducente, in termini elettorali. O ai giornalisti che i lettori preferiscono parole italiane e chiare, rispetto agli anglicismi. Significa creare le condizioni per cui un imprenditore parli con orgoglio di missione e visione, invece di mission e vision, che un parrucchiere o un truccatore si definiscano così, invece di hair stylist e makeup artist, che un aspirante attore preferisca iscriversi a un corso di recitazione e non di acting, o che un blogger si presenti come un bloggatore perché gli suona meglio. Significa far passare l’idea che gay non è politicamente più corretto di omosessuale, è solo più corto, che spread non è più preciso di differenziale, forbice o forchetta, e che parlare del giusto dressing non ci eleva rispetto a il saper vestire, ci rende semmai ridicoli, visto che in inglese indica una salsina per l’insalata (al massimo si dovrebbe parlare di clothing).

Solo cambiando le motivazioni sociolinguistiche che stanno impoverendo l’italiano potremmo assistere alla regressione dell’inglese, anche di quello radicato. Dare per scontato che è impossibile scalzare l’inglese, e arginarne la frequenza, significa assumere una posizione politica ben precisa: quella di non volere intervenire. Una strategia diversa rispetto a quelle di Francia e Spagna dove al contrario si lavora per creare una nuova cultura, e le accademie non sono lasciate sole, sono affiancate da altre istituzioni e dallo Stato. Ecco perché da loro le “prognosi” sono fauste e la regressione di anglicismi radicati è possibile!


La regressione dell’inglese in Francia e in Spagna

“L’Accademia di Francia ha proposto inutilmente di sostituire dopage a doping”, scriveva nel 1988 Gian Luigi Beccaria (Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano, p. 220).

A quei tempi era difficile misurare l’efficacia di questi provvedimenti, ma oggi, se si analizzano le frequenze di doping e dopage attraverso uno strumento statistico come Ngram Viewer di Google, vediamo che le cose si sono evolute diversamente.

dopage e doping in francese
La regressione di doping nel francese.

Come si può vedere l’anglicismo è regredito. Benché i provvedimenti per la difesa del francese esistessero da ben prima, nel 1994 è arrivata anche la legge Toubon a migliorare le cose (proprio da quell’anno il francesismo sale e l’anglicismo scende). E chi nega la validità delle indicazioni di Ngram (magari solo quando gli fa comodo) può trovare molte altre conferme di questa tendenza, a cominciare dalle ricerche che si possono fare su un giornale come Le Monde (al 12/5/2019 doping restituisce 261 articoli contro i 7.093 di dopage) per finire con la Wikipedia francese dove la voce doping non esiste: si è reindirizzati a dopage.

Tutto questo non può che avere una ricaduta su come i francesi parlano!
Gli italiani, invece, che cosa possono fare se non ripetere doping che leggono sui giornali e sentono in tv senza alternative? Drogaggio o dopaggio (quest’ultimo non è neppure riconosciuto dal mio correttore ortografico) esistono solo nei dizionari, ma non li usa nessuno perché nessuno li promuove.

Container
Un altro esempio è quello di container e conteneur. Cercando l’anglicismo sulla Wikipedia finiamo alla voce autoctona che recita:

“Nell’ambito dei trasporti, un conteneur (forma raccomandata in Francia dalla DGLFL e in Canada da l’OQLF) o container, è un cassone metallico…”.

Il DGLFL è sostanzialmente il ministero della cultura, e l’OQLF è un’organizzazione pubblica del Quebec, ma anche l’Accademia francese non si sognerebbe mai di proclamare container come intraducibile. Lì si opera per tradurlo (in questo caso con una parola di uso comune, in barba a chi lo etichetta come un tecnicismo o internazionalismo necessario) e per promuovere l’uso della traduzione senza vergognarsi della propria lingua. Il risultato è ancora una volta la regressione della frequenza dell’anglicismo, che esiste, non viene “estirpato”, ma si usa poco perché si preferisce il francese.

contanier in francese
La regressione di container nel francese.

 

Brainstorming
Un terzo caso emblematico, grazie alla politica linguistica e all’intervento dell’Académie française, è quello di brainstorming, un termine che ha cominciato a diffondersi negli anni ’50. Sul sito della Crusca si legge che è intraducibile, invece in  Francia, negli anni ’60, proprio un membro dell’Accademia, Louis Armand, ha coniato l’alternativa spremi-meningi (remue-méninges) che non ha soppiantato l’inglese, però esiste e ne ha arginato la diffusione.

brainstorming in francese
Brainstormnig e remue-mèninge nel francese.

Naturalmente, non tutte le alternative proposte hanno successo, alcune non sono recepite e praticate, ma comunque la gente può scegliere come parlare. In spagnolo, a riprova che non esiste nulla di intraducibile, brainstorming è stato tradotto con  pioggia di idee (lluvia de ideas) che ha avuto un certo successo.

barinastorming in spagna
Brainstormnig e lluvia de ideas in spagnolo.

Noi potremmo dire per esempio parole in libertà, ma chi proporrebbe questo equivalente? E, soprattutto, chi lo promuoverebbe se non abbiano un analogo delle accademie estere e non abbiamo una politica linguistica istituzionale? Il punto è racchiuso qui. Nel dotarci anche noi di organi istituzionali che vogliano promuovere la lingua.

After shave
Anche in Italia sono possibili regressioni dell’inglese, ed esistono dei precedenti, benché sporadici. Un esempio è quello di after shave di fronte a dopobarba.

afterf shave e dopobarba in italiano
La regressione di after shave in italiano.

Si vede chiaramente che l’anglicismo ha avuto un’impennata negli anni ’70, e cercando sugli archivi dei giornali si può scoprire che era dovuta soprattutto alle pubblicità, che in quel periodo avevano puntato sull’inglese. Poi, però, qualcosa è cambiato e le pubblicità sono tornate a preferire l’italiano, con la conseguenza che l’anglicismo è regredito, e ancora oggi è possibile trovare, nei reparti dei supermercati, le confezioni di prodotti che hanno più frequentemente una comunicazione in italiano. Se così non fosse ripeteremmo ciò che leggeremmo sulle scatole che ci vendono.


Come uscire dalla crisi dell’italiano?

A questo punto è evidente che l’operato della Crusca non è certo paragonabile a quello dell’Académie française o delle accademie spagnole (che sono una ventina). Il che non è un giudizio qualitativo, ma una constatazione politica. Quando il servizio di consulenza della nostra accademia scrive che know how, brainstorming o selfie (in francese égoportrait) sono intraducibili o non hanno “sinonimi perfetti” sta adoperando un criterio molto diverso dagli organismi analoghi degli altri Paesi, e con queste prese di posizione invece di favorire l’allargamento di significato delle parole italiane contribuisce a diffondere l’inglese.

La filosofia linguistica dominante nel nostro Paese ha un approccio descrittivo della lingua, più che prescrittivo/normativo. In altre parole, dopo secoli di purismo, la tendenza è quella di osservare come la lingua evolve senza intervenire, rinunciando sempre più all’idea di correggere, di prescrivere cosa è giusto e cosa è sbagliato, e davanti a questa prospettiva “osservatrice” e non interventista poi succede che i mezzi di informazione equivochino le cose traducendo questo approccio in titoloni semplicistici come “la Crusca sdogana scendi il cane” e simili. Ma di fronte all’inglese, bisognerebbe forse recuperare un po’ di normativismo e puntare maggiormente a una sintesi tra descrizione e prescrizione che permetta all’italiano di evolvere senza perdere la propria identità. Il liberismo linguistico ben sintetizzato da Gian Carlo Oli per cui la lingua non va difesa, ma va studiata, ha fallito. Ci sta portando verso l’itanglese e la regressione dell’italiano. Le pressioni esterne della globalizzazione, anche linguistiche, vanno contrastate, non aiutate dall’interno da una classe dirigente e da intellettuali che vedono nella cultura e nella lingua inglese il punto di riferimento. L’italiano ha bisogno di essere tutelato, perché da solo non ce la fa, senza snaturarsi.

Purtroppo non si vede nulla di istituzionale all’orizzonte (almeno di serio). Davanti all’abuso dell’inglese nascono al contrario tante iniziative private tra loro scollegate.

Penso agli scioperi della fame di Giorgio Pagano.
Penso all’iniziativa “Dillo in italiano” di una pubblicitaria come Annamaria Testa che nel 2015 ha raccolto 70.000 firme e che ha portato alla costituzione del Gruppo Incipit, che però non basta.
Penso al “foro Cruscate”, fondato dal professor Marco Grosso e da Paolo Matteucci, matematico e fonetista, che da anni è attivo nella lotta contro il morbus anglicus con una comunità di utenti che discutono di traducenti con enorme rigore e competenza.
Penso a Gabriele Valle e al suo sito e libro Italiano Urgente che invita a seguire i modelli delle alternative agli anglicismi che si adottano in Spagna.
Penso a un traduttore come Giulio Mainardi che ha messo in rete il proprio “Dizionarietto di traducenti”.
Penso a un avvocato come Maurizio Villani che ha denunciato e raccolto gli anglicismi che si moltiplicano nei documenti fiscali rivolgendosi con una petizione al Gruppo Incipit.
Penso a una professoressa come Giuliana Della Valle, una mamma di quattro figli che ha deciso di aprire un sito e lanciare il suo appello alla Crusca e all’onorevole Marco Bussetti.

Di appelli come questi ce ne sono anche tanti altri, ma forse non andrebbero rivolti alla Crusca, ma alla politica. E tutti questi tentativi di creare sostitutivi che possibilità hanno di entrare nell’uso, se manca una politica linguistica che li possa diffondere?

Creare alternative a tavolino è “un simpatico ma infruttuoso gioco di società”, per riprendere le parole di Claudio Giovanardi. Come dargli torto?

Senza un progetto più ampio che abbia al centro la tutela del nostro patrimonio linguistico la traduzione non ha alcun senso pratico. E se la Crusca non incarna questo ruolo lo dovrebbe incarnare lo Stato, oppure proprio lo Stato dovrebbe investire ufficialmente la Crusca di questo compito.

attvisti per l'italianoPer arginare l’avanzata dell’inglese e la regressione della lingua italiana, in questo momento storico, l’unica via che mi pare praticabile è un movimento dal basso, che unito, abbia la forza di chiedere alla politica e alle istituzioni un intervento concreto, dall’alto, per la tutela e la promozione del nostro patrimonio linguistico. Come avviene nei Paesi a noi vicini.

È questo il senso della comunità Attivisti dell’italiano.

La sostituibilità degli anglicismi e lo speciale Treccani sulla lingua italiana

L’articolo di oggi si intitola “La sostituibilità degli anglicismi con corrispettivi italiani” (vai all’articolo), ma invece di leggerlo qui lo potete fare sul sito Treccani (su questo sito è invece possibile lasciare eventuali commenti).

Treccani speciale lingua italiana Antonio Zoppetti

Lo speciale “Lingua italiana” uscito oggi è interamente dedicato al tema degli anglicismi: “Inglese – Italiano 2 a 1?” (vai allo speciale) e riprende il fortunato libro di Giovanardi-Gualdo-Coco: Inglese-italiano 1 a 1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi? (Manni, San Cesario di Lecce, 2003).

Come ha sottolineato lo stesso Giovanardi, la novità è che se questo titolo, nel 2003, aveva suscitato ilarità e accuse di neopurismo, oggi il tempo si è rivelato galantuomo, e sedici anni dopo l’attenzione sull’invadenza dell’inglese è completamente cambiata.

Ho già mostrato come studiosi del calibro di Luca Serianni, che ai tempi della denuncia di Arrigo Castellani sul “Morbus anglicus” non erano preoccupati dell’anglicizzazione della nostra lingua, in seguito hanno rivisto le loro posizioni. Persino Tullio De Mauro, dopo aver contrastato per una vita le tesi di Castellani, nel 2016 ha ammesso che nel nuovo Millennio la situazione si era ribaltata:

Trent’anni fa e più un valoroso filologo, Arrigo Castellani, nel diffondersi di anglismi nell’uso italiano vide e diagnosticò un morbus anglicus, un virus capace di infettare e corrompere la lingua italiana. Ma del fenomeno ormai bisogna dire di più. (…) L’afflusso di parole inglesi dagli anni Ottanta ai nostri ha assunto dimensioni crescenti, uno tsunami anglicus. Le ondate somigliano ormai infatti a un susseguirsi di tsunami…

[Fonte: Internazionale, 14 luglio 2016]

Per conoscere altri pareri su questo tsunami vi invito a leggere lo speciale Treccani che raccoglie i contributi di:

Claudio Giovanardi: “Inglese – Italiano 2 a 0”;
Michele Cortelazzo: “Gruppo Incipit: l’alternativa c’è”;
Francesca Rosati, “Vogliamo davvero impoverire l’italiano (e imbastardire l’inglese)?”;
Francesca Vaccarelli, “Burocratese e gobbledygook: il linguaggio oscuro in italiano e in inglese”;
Antonio Zoppetti, “La sostituibilità degli anglicismi con corrispettivi italiani”.

 

[PS: questo è il centesimo articolo di questo sito]

Nasce la comunità “Attivisti dell’italiano” contro l’abuso dell’inglese

attvisti per l'italianoGli Attivisti dell’italiano sono una libera associazione di persone – apolitica e apartitica – che si oppone all’abuso dell’inglese e contrasta l’anglicizzazione della nostra lingua impegnandosi concretamente a utilizzare un lessico italiano nel linguaggio e nella comunicazione di tutti giorni. Davanti al numero sempre più crescente di parole inglesi utilizzate dai mezzi di informazione, fare circolare i sostitutivi italiani è fondamentale per la salvaguardia della nostra lingua e per il suo futuro.

Perché gli apparati mediatici, nel 2017, ci hanno imposto le fake news invece delle notizie false, bufale, mistificazioni o “notizie pacco”? Perché ripetono ossessivamente e senza alternative espressioni come spending review o flat tax invece di quelle che abbiamo come taglio (o revisione) della spesa e di tassa forfettaria, unica o piatta?

E soprattutto, quali sono le conseguenze di questa strategia comunicativa basata sul ricorso all’inglese sistematico  e vissuto come più evocativo e moderno?

La risposta è semplice: la regressione dell’italiano. Se le nostre parole vengono usate sempre meno, giorno dopo giorno suonano più obsolete e insolite, per finire con il diventare inutilizzabili. Quelle inglesi, al contrario, si acclimatano e si sedimentano come più precise e attuali trasformandosi in “prestiti sterminatori” che fanno morire gli equivalenti del bel paese dove il sì suona.

giornali2Se i titoli dei giornali non fanno altro che urlare pusher o killer, la gente li ripeterà sempre più frequentemente fino a quando spacciatore e assassino non ci verranno più spontanei o suoneranno antiquati. Come è accaduto a calcolatore ed elaboratore, in vita e normali sino agli anni ’90, ma oggi inutilizzabili e morti davanti a computer.
Se cessiamo di dire parrucchiere davanti al moltiplicarsi delle insegne con scritto hair stylist, o se trucco ci suona più svilente di makeup, per quanto tempo i nostri equivalenti potranno sopravvivere senza apparire un linguaggio da “vecchie signore cotonate”, come ha osservato Luisa Carrada?

Ecco perché gli Attivisti dell’italiano considerano fondamentale non abbandonare le nostre parole. Se vogliamo che rimangano vive, e che evolvano insieme all’evoluzione del mondo, le dobbiamo utilizzare.

etichettario antonio zoppetti cesati editore
Una pagina tratta da L’etichettario. Dzionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi, Franco Cesati Editore, 2018.

Noi “attivisti” non ci vergogniamo dell’italiano e ne siamo orgogliosi!
A chi dice che i nostri equivalenti suonano come “vecchi” o “non tecnici” rispondiamo che, proprio utilizzandoli, ci battiamo per svecchiarli e renderli attuali, in nome della libertà di espressione di ogni individuo.
A chi, in malafede, associa le nostre libere scelte alle epurazioni dei barbarismi di epoca fascista rispondiamo che ognuno è libero di parlare come vuole, e che nessuno – a proposito di libertà – ha il diritto di imporre agli altri il monolinguismo stereotipato basato sull’inglese contrabbandato come la scelta più appropriata o come l’unica forma di comunicazione possibile.

“La nostra lingua è un bene comune. È un patrimonio di cultura, di bellezza, di storia e di storie, di idee e di parole che appartiene a tutti noi, che vale, che ci identifica come individui, come cittadini e come Paese. Dovremmo averne cura”, ha scritto Annamaria Testa. Ma ormai non viene più spontaneo parlare di tetto di spesa al posto di budget a disposizione, dire trasferimento invece di download, personale invece di staff, abbiamo dimenticato l’esistenza del verbo compitare al posto di fare lo spelling e di tanti altri nostri vocaboli. Stiamo insomma smettendo di “pensare” in italiano, prima ancora che di parlarlo! E allora, di fronte al dilagare dell’inglese, usare il lessico italiano in modo attivo è un atto civico, un dovere morale, perché è solo l’uso che fa la lingua:

L’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara.

[Giacomo Leopardi, Zibaldone, 2 luglio 1821, pag autogr. 1263, alla p. 1207. marg.]

Due secoli fa questa riflessione era volta ad aprire la nostra lingua all’italianizzazione delle parole straniere, come “precisazione”, all’epoca considerata un francesismo sconveniente. Ma oggi è la nostra lingua madre ad apparire “sconveniente” o “bruttissima”, davanti all’anglomania sempre più scriteriata. E le osservazioni di Leopardi si sono rovesciate e vanno applicate, tristemente, al nostro lessico storico, se lo vogliamo conservare.


Denuncia, alternative e attivismo

La costituzione della comunità degli Attivisti dell’italiano è la terza fondamentale tappa di un progetto culturale ben più ampio.

Attraverso il sito e il libro Diciamolo in italiano ho provato a dimostrare con i fatti e con i numeri che l’anglicizzazione è un’evidenza incontrovertibile, da troppo tempo negata e sottovalutata dai linguisti. Ma il fenomeno non è solo un fatto linguistico, bensì sociale. Per questo, dopo la denuncia di quanto sta accadendo, banner rosso 250la seconda tappa è stata la costituzione del dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi affiancato dal libro L’etichettario. Dizionario di alternative italiane a 1.800 parole inglesi. In Francia e in Spagna, progetti come questi sono realizzati dalle accademie e dalle istituzioni, ma poiché in Italia nulla di tutto ciò è mai stato fatto, era necessario realizzarlo “dal basso” in modo indipendente. Oltre 3.600 anglicismi che circolano nella nostra lingua sono oggi affiancati dalle alternative e dai sinonimi italiani in uso o possibili. AAA è in questo modo diventato una comunità che vive e si alimenta delle segnalazioni dei lettori, e gli equivalenti italiani sono oggi finalmente accessibili a tutti. Ma anche questo non è sufficiente.
Perché le alternative entrino in uso, vengano utilizzate e praticate è necessaria una terza tappa. Occorre promuoverle, occorre sensibilizzare tutti sulla regressione dell’italiano, occorre dare vita a una vera e propria rivoluzione culturale per riappropriarci della nostra lingua in modo attivo e senza vergognarcene.

Non vogliamo fare alcuna “crociata”, vogliamo al contrario organizzare la resistenza di fronte alla colonizzazione della nostra bella lingua che rischia di soccombere davanti all’inglese globalizzato che si espande insieme alla lingua delle multinazionali e dei mercati.
Praticare l’italiano in modo attivo non significa essere ostili ai contributi delle altre lingue (di tutte le lingue, però), né essere retrogradi, conservatori, autarchici o sovranisti. Significa al contrario amare la nostra lingua e andarne fieri. Ricorrere esclusivamente all’inglese, e abusarne, è il sintomo di un complesso di inferiorità che colpisce soprattutto la nostra classe dirigente che preferisce “elevarsi” attraverso gli anglicismi, ma così facendo fa morire l’italiano, e di giorno in giorno lo sta trasformando nell’itanglese.

Alberto Sordi Un Americano a RomaCome si legge nel nostro Manifesto, noi non abbiamo alcun complesso di inferiorità nei confronti dell’inglese, anzi, consideriamo sciocchi e ridicoli coloro che vi ricorrono per darsi un tono. Sono solo gli epigoni dell’Alberto Sordi di Un americano a Roma o di macchiette come quella della canzone di Renato Carosone, ma hanno  perso di vista la natura parodistica del voler “fare gli americani” e l’hanno elevata tragicamente a strategia comunicativa.

Gli Attivisti dell’italiano ridono della classe dirigente anglofila, “zerbinata” di fronte alla cultura angloamericana. Disprezzano il linguaggio anglicizzato dei mezzi di informazione e plaudono invece a nuovi modelli culturali che considerano decisamente superiori. Nella sezione “Hanno detto” sono raccolte le dichiarazioni di personaggi pubblici che si sono espressi contro l’abuso dell’inglese. Questi sono i nostri modelli di riferimento: linguisti come Tullio De Mauro, giornalisti come Corrado Augias, registi come Nanni Moretti, cantanti come Elio (delle Storie Tese), scrittori come Dacia Maraini, artisti come Riccardo Muti, personaggi di spicco come Annamaria Testa, scienziati come Maria Luisa Villa…


Dai lamenti all’azione: diventa Attivista dell’italiano e sostienici!

Per aderire al movimento non c’è da pagare alcuna quota né sbrigare alcuna formalità. Lo si può fare in modo spontaneo e “interiore”. Per diventare Attivisti dell’italiano è sufficiente impegnarsi anche solo simbolicamente, e mettere in pratica almeno uno dei punti del nostro Manifesto, attraverso piccoli gesti quotidiani che sono però quelli che contribuiscono a preservare la nostra lingua.

Per rimanere in contatto con la comunità  è sufficiente registrarsi in Rete lasciando il proprio indirizzo di posta elettronica, per ricevere un bollettino mensile sulle iniziative del gruppo e sui temi legati all’abuso dell’inglese.

Per esternare l’adesione al movimento ognuno può esporre il nostro “gagliardino” dalle proprie pagine personali e dalle piattaforme sociali che frequenta.

attvisti per l'italiano
Il logo che tutti gli Attivisti dell’italiano possono esporre possibilmente con un collegamento al sito: https://attivisti.italofonia.info/

Infine, per partecipare ancora più attivamente, in futuro sarà possibile sostenere gruppi di pressione collettivi e firmare petizioni. Come cittadini, oltre che come consumatori, possiamo infatti protestare unitamente per esempio contro il linguaggio anglicizzato dei giornali o delle istituzioni. Possiamo scrivere e manifestare il nostro dissenso nei confronti delle aziende che pubblicizzano i propri prodotti in inglese (limited edition, all inclusive…), come invitano a fare alcune associazioni di consumatori tedesche. Possiamo lamentarci con le Ferrovie dello Stato che hanno introdotto le tariffe economy o premium o le aree kiss&ride, o con l’azienda Italo che ha sostituito la figura del capotreno con quella del train manager, negli annunci a passeggeri e persino nei contratti di lavoro. Come elettori possiamo protestare contro l’introduzione di appellativi come navigator o jobs act, invece di corrispettivi italiani più trasparenti e onesti. In questo modo i politici, le aziende e i giornali forse rifletterebbero maggiormente sul linguaggio che conviene loro adottare, davanti allo spauracchio di perdere consensi e clienti.

Invito tutti coloro che hanno a cuore la nostra lingua a proclamarsi Attivisti dell’italiano, ad aderire al movimento, a iscriversi al nostro bollettino, a sottoscrivere il nostro manifesto e a diffondere in ogni modo l’esistenza di questa battaglia che ha come obiettivo quello di creare una nuova cultura.

Questa iniziativa è un punto di partenza per passare dai lamenti all’azione, è un modo per aggregarci in una comunità che tanto più sarà estesa e tanto più avrà la forza di farsi ascoltare.