L’inglese sottrattivo

C’è un luogo comune molto diffuso per cui ad abusare dell’inglese sarebbe soprattutto chi lo conosce poco, e proprio per questo lo ostenterebbe infilandolo nell’italiano spesso a sproposito, visti i tanti pseudoanglicismi in circolazione. “Chi conosce bene l’inglese non lo mescola con l’italiano”, si dice, e in questa convinzione c’è persino chi pensa che le contaminazioni che danno origine all’itanglese siano addirittura inversamente proporzionali al grado di conoscenza della lingua di Albione.

Questa leggenda non solo è poco sostenibile, ma contiene una visione tipicamente anglomane che sottintende che basterebbe dunque studiare bene l’inglese per “salvare” la lingua italiana, una sciocchezza funzionale al progetto di fare dell’inglese la lingua internazionale alla quale tutto il pianeta si dovrebbe inchinare.

Certo, di sicuro molti di coloro che praticano l’itanglese lo fanno senza cognizione di causa, ma decurtazioni come social e basket al posto di social network e basketball, o espressioni demenziali – dal punto di vista dell’inglese ortodosso – come smart working, no vax e no tamp, si sono ormai affermate nell’uso e sono nelle bocche di tutti, anche di chi conosce molto bene la lingua di Shakespeare che tra l’altro è ben diversa dal globalese, l’inglese maccheronico dell’Economist e della global governance, dell’austerity, del fiscal compact e dello spread, per dirla con Diego Fusaro.

Indubbiamente è vero che i professori italiani che insegnano la lingua inglese aborrono l’itanglish, e lo stesso vale per gli stessi inglesi inorriditi e infastiditi dalle nostre spurie mescolanze all’italiana. Ma ciò non significa affatto che la via per salvare l’italiano sia quella di sapere bene l’inglese, anzi! Affermazioni di questo tipo sembrano volte a non stravolgere la purezza dell’inglese britannico più che attente alla nostra lingua. La verità è che per parlare in italiano bisognerebbe semplicemente amarlo e andarne fieri e basta sentire certi corrispondenti televisivi da New York – come Federico Rampini o Giovanna Botteri, tanto per non fare nomi – per renderci conto di come proprio loro ostentino e importino le espressioni in inglese per mostrare la loro grande conoscenza degli Stati Uniti che esaltano come un modello superiore, sostanzialmente fregandosene della lingua italiana. A importare parole come lockdown o fake news sono stati proprio giornalisti come questi che virgolettano le espressioni d’oltreoceano e delle agenzie internazionali con orgoglio, invece che voler rendere le stesse cose nella nostra lingua.

Avrebbe senso sostenere che chi un tempo si riempiva la bocca di citazioni latine in realtà non lo sapesse affatto? Credo di no, il ricorso a queste espressioni è trasversale alla sua conoscenza, e riguarda il latinorum degli azzeccagarbugli o quello dei professoroni, così come la lingua maccheronica di chi storpia involontariamente le massime – una volta ho sentito persino dulcium in fundis – o si è inventato il porcellum e il mattarellum con la stessa logica del lessico delle Sturmtruppen.

Tsunami anglicus e conoscenza dell’inglese

L’anglicizzazione delle lingue locali non è un fenomeno solo italiano, anche se siamo messi molto peggio degli altri Paesi, è un evento mondiale e ovunque sono nati neologismi per dargli un nome, che in Francia è il franglais, in Spagna spanglish, in Germania Denglisch e così via fino al greenglish greco, il runglish della Russia, il konglish per il coreano, il tinglish per il thai, il japish per il giapponese… Queste contaminazioni non si possono mettere in correlazione con il grado di conoscenza della lingua inglese, tutt’altro.
Anche se circola l’idea – sempre figlia della religione del globish come lingua sovranazionale – per cui gli italiani non conoscono l’inglese (il che è presentato come un peccato mortale nella logica catechizzante che ci deve convertire tutti alla lingua madre dei popoli dominanti e alla cancellazione del plurilinguismo), va detto che siamo in linea con la media europea. Dai dati Eurobaromentro 2012 risulta che solo il 15% degli europei dichiara di padroneggiare bene l’inglese, la restante porzione di chi l’ha studiato non è in grado di comprendere i contenuti di riviste o film né di utilizzarlo per esprimere un pensiero meno superficiale di quello dell’inglese turistico. E questa conoscenza è distribuita in modo squilibrato, perché tocca punte dall’86% al 90% degli olandesi, danesi e svedesi, ma solo dal 20% al 33% di spagnoli, ungheresi, bulgari, rumeni, polacchi e italiani. Eppure, proprio in Svezia, lo swinglish è in costante crescita e uno studio dell’Università di Stoccolma ha rilevato che sempre più parlanti cominciano a formare il plurale delle parole con la “s” invece che con le forme dello svedese che ricorre a “or”, “er” e “ar”[1].

Gli anglicismi che circolano nelle lingue di mezzo mondo, al contrario degli altri forestierismi che hanno una presenza limitata, non sono più un arricchimento e un qualcosa che si aggiunge, diventano al contrario un impoverimento della lingua con un evidente effetto sottrattivo. Le parole inglesi si trasformano in stereotipi e automatismi espressivi che si impongono a scapito delle alternative locali e spesso le fanno regredire o morire, come è successo da noi con “prestiti sterminatori” come computer che ha soppiantato il calcolatore o l’elaboratore. E quando si ricorre a spread invece di scarto, a killer invece di assassino, a droplet invece di goccioline, a trend per tendenza, cluster per focolaio, hub per centro… si sta distruggendo la propria lingua più che arricchirla attraverso quelli che qualcuno ha definito dei “doni”.

Queste parole sono solo i detriti che percolano soprattutto attraverso l’inglese internazionale diffuso da giornalisti, scienziati, imprenditori, pubblicitari, scienziati… e sono da mettere in correlazione con questo fenomeno, non con un’ostentazione dell’inglese maccheronico all’Alberto Sordi che riguarda un numero di parole ben più limitato e certi personaggi pubblici dipinti come macchiette.

Se si esce dall’ambito lessicale e delle singole parole, lo stesso effetto collaterale devastante per le lingue locali riguarda proprio l’utilizzo dell’inglese nell’ambito scientifico o quello della formazione universitaria.

L’inglese come lingua dell’università o della scienza non è un processo “aggiuntivo”, una risorsa in più che si affianca alla cultura nativa, bensì un processo sottrattivo che porta alla regressione delle lingue nazionali e del lessico nativo. E il caso dell’Olanda è esemplare.

L’inglese sottrattivo

Il 90% degli olandesi conosce bene l’inglese e quasi la metà dei corsi universitari sono tenuti in inglese, ma si arriva addirittura all’85% nel caso dei master e della formazione post-universitaria. Questa politica funziona nel suo attrarre gli studenti stranieri, e il rettore dell’Università di Utrecht, Henk Kummeling, ha dichiarato: “Per competere internazionalmente ha più senso utilizzare una lingua mondiale”. L’anglicizzazione del sistema universitario olandese, insomma, nasce dal bisogno di competere e attirare studenti, ovvero da esigenze di mercato. Ma queste scelte hanno anche i loro contro, e benché la quasi totalità degli olandesi consideri l’inglese la propria seconda lingua, molti temono per la perdita dell’idioma locale. “Se usi l’inglese nell’istruzione superiore”, ha spiegato alla Bbc la professoressa di linguistica all’Università di Amsterdam Annette de Groot, “l’olandese chiaramente peggiorerà. Si tratta di usarlo o perderlo. L’olandese si deteriorerà e la vitalità della lingua scomparirà. Si chiama bilinguismo squilibrato. Aggiungi un po’ di inglese e perdi un po’ di olandese”. A confermare questi timori non ci sono solo i difensori del plurilinguismo o i critici del globish, persino gli anglomani più accesi sono costretti ad ammettere questi effetti collaterali, e un autore come Gaston Dorren, entusiasta sostenitore dell’inglese globale, nel rilevare che questo processo non porta all’estinzione delle lingue locali che continuano a essere parlate con orgoglio nella vita quotidiana, ha dovuto per ammettere: “Anche l’olandese per esempio, che ha 25 milioni di parlanti, sta perdendo il dominio scientifico e del business, perché la maggior parte dei corsi scientifici universitari sono in inglese e nelle compagnie multinazionali le persone parlano in inglese.”

La perdita del dominio di alcuni ambiti sembra non preoccupare gli angloentusiasti, come se questo prezzo da pagare fosse poca cosa. La verità è che l’inglese sta sottraendo alle lingue locali sempre più ambiti, e persino la Svezia, che aveva sperimentato l’insegnamento nel solo inglese, ci ha ripensato ritenendo questa scelta dannosa per il futuro del Paese.[2]

Per comprendere le relazioni pericolose tra globalese e itanglese, basta guardare la comunicazione del Politecnico di Milano, che dopo lunghe e complicate vicende giudiziarie, continua a erogare corsi prevalentemente in inglese. Mi hanno appena segnalato alcuni “webinar” organizzati dal Dipartimento di Energia, intitolati “Energy for Motion”, che prevedono interventi in “italiano” i cui titoli sono: “Il ruolo dell’idrogeno per il sector coupling dei settori power e mobility”, “La sfida della durability delle celle a combustibile polimeriche nel settore dei trasporti”, “Lo sviluppo di power train ad idrogeno per heavy duty”, “Lo sviluppo di polimeri speciali per applicazioni nella hydrogen economy”…

In questo linguaggio che si usa per la formazione emerge l’altra faccia della scelta di insegnare in inglese, dove l’italiano si riduce a un ibrido e a una pochezza di cui ci si vergogna, perché se l’insegnamento avviene in inglese anche i concetti chiave diventano inglesi, e occupano la parte alta della gerarchia delle parole, la parte superiore della lingua, per cui si parla dei settori “power” e “mobility” o di “durability” come fosse normale e come se l’italiano non esistesse.

Questo linguaggio è la diretta conseguenza dell’anglificazione dell’ateneo, e questo itanglese non si può liquidare con la favola che chi conosce l’inglese non lo mescola con l’italiano, dimostrano invece tutto il contrario: usare l’inglese fa regredire l’italiano.

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Note

1) Robert McCrum, William Cran, Robert MacNeil, La storia delle lingue inglesi, Zanichelli, Bologna 1992, p. 43.
2) Cfr. Paolo Di Stefano, “Non solo Inglese. Perché è un affare difendere l’italiano”, Corriere della sera, 7/11/2011, Cultura, p. 32.

Dal bilinguismo territoriale a quello virtuale della globalizzazione

Nel poemetto Italy del 1904, Giovanni Pascoli raccontava la storia di una nonna che non parlava una parola di inglese, e della nipotina Molly arrivata d’oltreoceano che non sapeva l’italiano. In quell’opera non c’è traccia dell’odierno mito americano, vissuto come modello socioculturale superiore di cui gli anglicismi che si riversano nella nostra lingua sono le conseguenze. Invece dell’ammirazione del Nuovo Continente, si respirava la nostalgia per l’Italia vissuta come il “nido” abbandonato che aveva come sottofondo il dramma dell’emigrazione. In un trionfo dell’affetto sull’incomunicabilità, il linguaggio poetico introduceva, forse per la prima volta, varie espressioni inglesi (Poor Molly, cioè povera Molly) e altre frutto del contatto tra le due lingue lontane che si mescolavano. Gli affari diventavano bisini e la torta con aromi pai con fleva.

Quell’ibrido era solo un espediente letterario, però ricordava qualcosa di reale: il cosiddetto “broccolino” degli emigrati che si esprimevano in dialetto, più che in italiano, e non sapendo controllare l’inglese lo sostituivano con vocaboli che nella propria parlata avevano un suono analogo. La pronuncia di Brooklyn era così simile a quella di broccolo che bastava dire così per farsi capire. In quell’idioletto nato dal contatto tra due lingue così distanti, il lavoro (job) era giobba, i negozi (shop) scioppa e la lavatrice (washing machine) vascinga mascina. A quei tempi l’America era un continente, più che essere identificata con i soli Stati Uniti come oggi – la parte per il tutto – e ibridazioni di questo tipo erano nate anche a Buenos Aires, dove gli emigrati italiani parlavano una simile interlingua mista che gli argentini battezzarono come “cocoliche”, una mescolanza fatta di semplificazioni lessicali dello spagnolo e di adattamenti al sistema morfosintattico dei dialetti italici.

Le ibridazioni linguistiche e l’itanglese

I fenomeni di ibridazione linguistica sono da sempre legati a un bilinguismo territoriale. Uno dei casi più noti è quello dello spanglish che si è diffuso nelle aree negli Stati Uniti con una forte presenza della cultura ispanica, nelle comunità bilingui tra portoricani, messicani e cubani, e l’ibridazione sta nel mescolare le due lingue all’interno di una stessa frase. Il primo livello è solo lessicale, e consiste nel ricorrere agli anglicismi, per esempio show, shopping o training invece di espectàculo, compras o entrenar. Ma poi sorgono neologismi che costituiscono calchi e adattamenti misti, come socketines invece di calcetines (cioè “calzini” derivato dall’inglese sock), parkear o parquear invece di estacionar (“parcheggiare”, da park), e il mescolamento durante le conversazioni si spinge a formulare frasi in cui convivono non solo questo tipo di parole, ma anche parti importanti della frase che si alternano in un continuo cambiamento di codice linguistico.

Su scala ridotta, l’itanglese si sta sviluppando seguendo lo stesso meccanismo. L’importazione degli anglicismi è sempre più ampia, e in certi settori come l’informatica o il linguaggio lavorativo l’italiano è ormai mutilato del suo lessico e inadatto a esprimere questi ambiti senza ricorrere alla stampella dell’inglese. Gli innumerevoli “prestiti di necessità”, cioè le parole che non hanno alternative, da mouse a chat, sono in realtà dei trapianti linguistici dove la presunta “necessità” è tutta italiana, visto che all’estero le traduzioni circolano, e appartiene non alle parole, ma alla mente colonizzata di chi le ha introdotte. La scelta di importare in inglese i nuovi oggetti o concetti è praticamente l’unica strategia adottata, in un contesto sociale dove si sono abbandonate le altre soluzioni che consistono nel tradurre, adattare, inventare nuove parole o allargare il significato di quelle che già abbiamo. Accanto a questa tendenza c’è poi quella di ricorrere all’inglese come preferenza sociolinguistica anche nel caso di ciò che si può esprimere con le nostre parole ma che preferiamo dire in inglese. In questo modo molti anglicismi si rivelano non un processo aggiuntivo, ma uno sottrattivo, e invece di rappresentare un arricchimento si trasformano in un depauperamento e in una regressione dell’italiano, che viene scalzato dalle parole inglesi. Questi “prestiti sterminatori” entrano come prestiti di “lusso” e finiscono per prendere il sopravvento e rendere il lessico italiano sempre meno naturale fino a farlo diventare inutilizzabile. È successo per esempio con parole come calcolatore o elaboratore soppiantate da computer, ma sta accadendo sempre più di frequente. E così omicida seriale lascia il posto a serial killer, e parlare di cronaca rosa o pettegolezzo risulta ogni giorno più inadeguato rispetto al gossip che impera sui giornali senza alternative.
Il numero delle parole ibride, che non sono più né italiane né inglesi, negli anni Duemila è lievitato in maniera sconcertante. Il fenomeno nasce dagli accostamenti di una parola italiana a una inglese (zanzare killer, clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…), dalla declinazione delle radici inglesi (zoomabile, fashionista, scoutismo…) che coinvolge sempre più verbi (backuppare, downloadare, hackerare) e dai confissi come baby o cyber che si sono trasformati in una regola generativa che può dare vita a un numero di parole praticamente infinito (baby-criminale, cyber-atacco…) e così ormai over sta soppiantando ultra e gli ultraottantenni sono diventati gli over 80, mentre la nazionale di calcio giovanile è quella degli under 21.

Tutto ciò avviene solo con gli anglicismi, nel caso dei francesismi le parole come foularino (da foulard), moquettista o voyeurismo si contano sulle dita delle mani. Da sole, le ibridazioni con l’inglese, che sfuggono ai già altissimi conteggi degli anglicismi, sono centinaia e centinaia, ben di più dell’intera eredità degli ispanismi sommati ai germanismi presenti nei dizionari, per avere un’idea della portata del fenomeno.
In questo prendere vita dell’itanglese che travalica ormai le vecchie e inadeguate categorie del “prestito linguistico”, comincia a prendere piede anche il fenomeno delle enunciazioni mistilingue dove capita di alternare con disinvoltura, come se fosse normale, espressioni più complesse, in un intercalare di off course, one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, too much!, last but not least, the best… E la novità degli ultimi anni è che in questa commutazione di codici stanno comparendo anche i primi verbi in inglese (remember, don’t worry¸ stop, relax, enjoy, save the datefuck you!) che per tutto il Novecento erano qualcosa di inaudito.

In questo configurarsi dell’itanglese sempre più come una lingua ibrida, rispetto all’epoca del “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani dove l’inglese irrompeva quasi esclusivamente attraverso l’importazione di parole isolate, bisogna rilevare il fatto che al contrario del caso dello spanglish in Italia non c’è alcun bilinguismo a base inglese sul territorio (si potrebbe aggiungere: per ora, vista la scelta dell’anglificazione di certi percorsi universitari). Anzi, l’inglese è parlato da una minoranza della popolazione e secondo i rapporti Istat 2015, (1) è masticato appena dal 48,1% di chi sa una o più lingue straniere (quindi solo una parte della popolazione). Ma se si passa all’analisi del livello di conoscenza le cose precipitano: il 28% degli italiani dichiara una conoscenza scarsa, turistica e insufficiente, e solo il 27% buona e il 7,2% ottima. Questi dati sono in linea con le medie europee, e stando all’agenzia di statistica Eurostat la percentuale della popolazione degli stati membri che dichiara di non conoscere l’inglese si attesta fra il 51% e il 56%, (2) mentre il numero di coloro che dichiarano di conoscerlo molto bene “come lingua straniera non supera l’8% della popolazione europea. Facendo quindi la somma di chi parla inglese come lingua materna e chi lo conosce come lingua straniera a un livello molto buono (…) si arriva a nemmeno il 10% della popolazione. Il restante 90% o non capisce l’inglese o non lo parla bene”, ha precisato Michele Gazzola. (3)

L’interferenza dell’inglese che ibrida le lingue di tutto il pianeta, dunque, non nasce più dal contatto fisico sul territorio, ma da un contatto virtuale che è altrettanto “reale” e pervasivo.

L’anglosfera e il bilinguismo virtuale

L’americanizzazione della nostra società travalica i confini dell’Italia, è un evento di ben più ampia portata che coinvolge gran parte del pianeta e ha a che fare con la globalizzazione e con il progetto di imporre l’inglese come la lingua internazionale di tutto il pianeta. Come ha osservato David Ellwood, oggi il potere degli Usa non è più nella supremazia militare o nel dollaro, ma nelle “manifestazioni locali dei prodotti e processi culturali americani, delle sue società e simboli, icone e stelle.” (4)
Nel 1998 il Washington Post scriveva: “I film americani, i programmi televisivi, i software dei computer, i libri e le altre forme d’esportazione culturale” costituiscono il principale ricavo americano nel settore delle esportazioni e hanno superato la produzione aerospaziale e della difesa. (5)

Il processo di mondializzazione di alcuni modelli che provengono dagli Usa era già presente anche prima della caduta del muro di Berlino e dell’avvento di Internet, così come esiste da tempo la possibilità dei viaggi internazionali per lavoro o per turismo, ma oggi si è diffusa a dismisura. La novità sta dunque nella dimensione e ampiezza di questi fenomeni, che non riguardano più solo alcuni aspetti internazionali limitati alle merci o – passando dalle merci alla cultura – al mercato della musica, del cinema o della televisione. La globalizzazione è diventata un evento così pervasivo da coinvolgere ogni aspetto della nostra vita, compreso quello linguistico. Internet ha contribuito in modo significativo alla sua accelerazione, perché ha ridotto gli ostacoli legati alle distanze, diventando lo strumento dell’interazione sovranazionale e della connessione di tutto il globo. Il che ha prodotto una certa deterritorializzazione, come è stata chiamata, e cioè una perdita della rilevanza del territorio sia per le relazioni umane sia per le loro attività. Ma questa “deterritorializzazione” non è un luogo neutro, è un territorio costruito all’interno dell’anglosfera, e viene esportato in tutto il mondo dai suoi protagonisti che pensano e parlano in inglese.
Fino agli anni Novanta, per esempio, la scrittura al computer era problematica nel ricorso ai caratteri alfabetici in uso in molte lingue, perché tutto si basava sul sistema di codificazione Ascii (American Standard Code for Information Interchange) di 255 caratteri pensati per esprimere l’inglese. Oggi questi problemi sono stati superati, ma non è un un caso che nell’Italia 2.0 il punto stia soppiantando la regola europea della virgola. Mentre negli Usa la virgola è usata come separatore delle migliaia e il punto per la separazione dei decimali, da noi avviene l’esatto contrario. Ma in molti programmi informatici statunitensi, e anche in molte calcolatrici, si ritrova la regola a stelle e strisce, visto che il calcolatore è stato concepito con quelle logiche e che le interfacce sono tradotte in italiano in modo parziale e sommario. E il risultato è che ormai parliamo del Web 2.0 e che basta assistere a un dibattito televisivo elettorale per sentire che il tal partito si è attestato a percentuali del 3.5% invece che 3,5%. Gli esempi di questo tipo di interferenza sono infiniti, e riguardano sempre più aspetti del nostro quotidiano, di cui la lingua è soltanto la spia d’allarme che si illumina sul cruscotto.

Ormai l’ambiente digitale e quello televisivo sono diventati preponderanti e il tempo che la gente dedica a queste attività è sempre maggiore. Se le interfacce dei cellulari e l’ambiente virtuale sono fatti di termini inglesi, finisce che diventano prioritari e “intraducibili” e in questo modo ci si abitua a pensare con questi concetti e le parole native non vengono più in mente. Come ha osservato il linguista Massimo Fanfani, se un tempo “i prestiti da lingue straniere erano veicolati da singoli parlanti bilingui o da élites e gruppi ristretti e poi si diffondevano in modo graduale (…), oggi invece l’interferenza è fin da subito un fenomeno di massa. La gran parte delle novità di modello straniero penetrano in modo immediato e tumultuoso fra gli strati più larghi della popolazione o entro gruppi sociali vasti e il loro processo di diffusione e di assimilazione sembra essere stabilito, più che dai singoli parlanti dagli stessi mezzi di comunicazione.” (6)

È in questo processo che va rintracciato il trapianto di sempre più anglicismi, che finiscono per entrare in circolazione da subito tra gli addetti ai lavori che li propagano senza nemmeno porsi il problema di come tradurli o renderli in italiano. Se le ibridazioni e le commutazioni di codice per cui si mescolano due lingue nascono nelle comunità dove il bilinguismo è presente sul territorio, il mondo virtuale ci espone a un analogo bilinguismo artefatto che nasce da un contatto mediato da elementi astratti e culturali ugualmente potenti. L’inglese e l’itanglese diventano l’interfaccia tra noi e il mondo virtuale, un ambiente concepito all’interno dell’anglosfera che si rivolge al globo diffondendo il proprio lessico e la propria lingua. Le pubblicità che usano l’inglese per essere internazionali si riversano nella lingua di tutti, e dai mezzi di diffusione mediatici percolano fisicamente sul territorio in ogni modalità, dalle insegne dei negozi ai nomi dei prodotti che troviamo sugli scaffali e scritti sulle scatole.

Nel linguaggio aziendale questi trapianti sono spinti dalla terminologia che nasce nell’anglosfera e si espande, a cominciare dalle mansioni contrattuali di un’azienda come McDonald’s che nelle sue succursali italiane esporta figure come quelle dei crew (ma anche dei crew-delivery o dei crew-trainer) o dei guest experience leader e swing assistant (anche detti training manager), per finire con i ruoli e il linguaggio di altre multinazionali, dalle cosiddette big pharma a quelle dell’informatica. Quando nelle sue interfacce la Microsoft introduce i download, Twitter i follower, Facebook la timeline, Google gli snippet e centinaia di altri anglicismi, sono le multinazionali d’oltreoceano a imporre a tutti la propria terminologia, e la lingua non è più fatta dagli italiani. Al massimo i nativi italiani sul libro paga di queste imprese ratificano questi trapianti bollandoli come opportuni o “necessari” perché non vogliono tradurli, e spesso ne sono incapaci.

A questa pressione esterna si aggiunge poi il vezzo, tutto interno, di ricorrere all’inglese perché ci appare più moderno, evocativo o solenne. La combinazione di queste due forze che convergono nella stessa direzione diventa micidiale.

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Note

1) Istat, “Anno 2015. L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere”, 27/12/2017.
2) Michele Gazzola, Research for Cult Committee – European Strategy for Multilingualism: Benefits and Costs, PE 573.460, Brussels, European Parliament, 2016.
3) Michele Gazzola, “Può la traduzione automatica favorire il plurilinguismo nell’Unione europea post-Brexit?”, sito Accademia della Crusca, 26/7/2021.
4) David Ellwood, “La cultura come forma di potenza nel sistema internazionale. Americanizzazione e antiamericanismo”, in Mélanges de l’école française de Rome, année 2002, 114-1, pp. 431-439.
5) Ibidem.
6) Massimo Fanfani, “Reazioni italiane agli anglicismi”, in L’inglese e le altre lingue europee. Studi sull’interferenza linguistica, Félix San Vicente (ed.) Clueb 2002 (pp. 215-235), p. 221.

Siamo tutti americani? 11 settembre vent’anni dopo

All’indomani dell’11 settembre 2001, in un momento di forte emotività, il motto “siamo tutti americani” è rimbalzato sui titoli dei giornali di ogni Paese, persino in Francia, tradizionalmente reattiva alle interferenze inglobanti degli Usa, e proprio su Le Monde, da sempre critico verso la politica statunitense. Qualche giorno dopo, tuttavia, sullo stesso giornale uscì anche un pezzo che dissentiva da quel titolo, e Marie-José Mondzain spiegò le ragioni per cui non si sentiva “americana”, invitando a mantenere un giudizio critico davanti agli avvenimenti, anche se eravamo stati ipnotizzati dalle immagini del crollo delle torri gemelle che venivano rimandate all’infinito. [1] La solidarietà davanti alla tragedia, e l’identificazione con una società che ha anche delle enormi differenze rispetto a quella Europea e alle peculiarità dei singoli Stati sono cose molto diverse.

In Italia voci come queste non hanno trovato spazio sui giornali. Di fronte a quell’evento inaudito e inimmaginabile ciò che è accaduto ha portato a un ulteriore passo nel sentirci “americani”.

La nostra progressiva americanizzazione è un processo iniziato nel dopoguerra con il piano Marshall e la sua enorme propaganda, che ha portato al sogno americano degli anni Cinquanta e al miracolo economico che si è realizzato soprattutto negli anni Sessanta. Ma nel Secondo dopoguerra, e ancora sino alla fine del Novecento, il nostro sentirci parte dell’alleanza politica e atlantica non ci aveva ancora inglobati nel “siamo tutti americani” del nuovo Millennio che ha una pervasività pressoché totale. L’itanglese è solo la conseguenza linguistica, la cartina al tornasole per misurare il grado di questo fenomeno. Dalle datazioni dei dizionari si vede bene che tra le parole nate negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi crudi rappresentavano una percentuale del 3% o il 4% , e negli anni Sessanta sono raddoppiati attestandosi tra il 6% e il 7% dei neologismi nati in quel decennio. Questi aumenti non dipendono solo dall’importazione sempre più massiccia delle merci e della cultura a stelle e strisce – tra juke boxe e flipper, jeans e rock – ma anche del venir meno di ogni posizione critica nei confronti degli Usa.

In un primo tempo, l’accettazione e l’ammirazione di tutto ciò che è americano conviveva anche con degli atteggiamenti opposti che ne mettevano in discussione il valore e facevano dell’Italia qualcosa di ben distinto. Questo atteggiamento era trasversale a tutto il Paese. Da un punto di vista ideologico nella sinistra italiana c’era una critica al capitalismo e a certi valori della società americana, e anche se i beni di consumo o i film erano accettati dalle masse, l’anticomunismo del maccartismo o l’imperialismo americano erano invece deprecati. Questa “schizofrenia” all’interno del Pci, come qualcuno l’ha definita, in realtà riguardava anche il mondo dei cattolici e la destra.
La Chiesa aveva da sempre un atteggiamento ostile verso il materialismo americano, storicamente tacciato di essere immorale, anche sa davanti al pericolo rosso, aveva preferito appoggiare la Casa Bianca in funzione anticomunista, come il minore dei mali. Lo stesso atteggiamento circolava anche nella Dc, alleata con il Pentagono ma allo stesso tempo diffidente verso il patto atlantico, dai tempi di De Gasperi sino al più volte ministro degli esteri Giulio Andreotti, che davanti alla questione palestinese sembrava avere “come moglie legittima l’America e come amanti gli arabi ed i mediterranei.” [2]
A destra, già i repubblichini di Salò avevano puntato il dito contro l’espansione americana in Europa, un tema che successivamente è circolato molto negli ambienti conservatori, anche se davanti alla politica dei partiti che rivendicava il nostro inserimento nel patto atlantico, questo atteggiamento critico in seguito è rimasto confinato in gruppi e autori più marginali. Come ha scritto Alessandro Portelli, a proposito dell’atteggiamento della destra: “Le stesse forze che stavano trasformando l’Italia in un satellite politico degli Stati Uniti manifestavano a gran voce la loro preoccupazione per l’invasione di prodotti culturali americani che insidiavano la nostra civiltà umanistica e la nostra cultura classica, come pure il nostro modo di vivere contadino e cattolico.” [3]

Decennio dopo decennio, ogni atteggiamento critico è venuto meno e da un satellite politico siamo diventati un satellite anche culturale. Negli anni Settanta gli anglicismi salivano al 9-10% delle nuove parole, negli anni Ottanta al 14-16%, e negli anni Novanta al 27-28%. Intanto era caduto il muro di Berlino e si era dissolta l’Urss e con essa anche ogni resistenza all’americanismo di tipo ideologico. L’aumento delle parole inglesi negli anni Ottanta avviene non a caso negli anni del riflusso ma anche dell’americanizzazione della tv che con l’entrata della Fininvest ha portato a palinsesti fatti in gran parte di film e telefilm americani che prima erano poca cosa, mentre la Rai si subito adeguata allo stesso modello. E il potere morbido dei prodotti culturali che allo stesso tempo veicolano valori e visioni a stelle strisce non è da sottovalutare. Come ha osservato uno dei principali produttori cinematografici inglesi, David Putnam: “Alcuni cercano di convincerci che i film e la televisione siano degli affari come tutti gli altri. Non lo sono. Film e televisione modellano gli atteggiamenti, creano stili e comportamenti, rinforzano o minano i valori della società (…). I film sono più che un semplice divertimento, e più che un grosso affare. Essi sono potenza.”

Negli anni ’90, Berlusconi, l’uomo che aveva americanizzato la tv, per primo americanizzò anche la politica, e la sinistra subito dopo fece anche di più, configurandosi come un partito filoamericano non solo dal punto di vista ideologico, ma anche linguistico, con il “partito democratico” e le “primarie” (mutuati dagli Usa), e con la comunicazione di Veltroni nata dal motto “Yes We Can” che gli valse l’appellativo di “Obama italiano”, continuata con il linguaggio renziano fatto di slide e di streaming che ha prodotto il jobs act e tutta una serie di altre anglicizzazioni.

Intanto, l’avvento di Internet e una globalizzazione che coincide sempre più con “americanizzazione” avevano portato anche a epocali cambiamenti sociali tra la mcdonaldizzazione del mondo o l’importazione di tradizioni come la festa di Halloween.

In questo contesto, il 20 settembre 2001, Bush proclamò il suo discorso in cui dichiarava: “Questa non è solo la lotta dell’America, e in gioco non c’è solo la libertà americana. Questa è la lotta del mondo per la civiltà. Questa è la lotta di tutti coloro che credono nel progresso e nel pluralismo, nella tolleranza e nella libertà. Noi chiediamo a ogni nazione di unirsi a noi.”

La propaganda puntava ad avvicinare l’identità tra Europa e Stati Uniti, e il nuovo Occidente costruito sulla politica del terrore e lo scontro di civiltà, coincide ormai sempre più con i soli Stati Uniti.

Il radicarsi dell’itanglese trova la sua spiegazione in questo quadro. Se siamo tutti americani, anche la loro lingua deve essere ostentata, e dietro ogni anglicismo c’è l’evocare questo mondo e questo sentimento.

Qualche giorno fa è uscito sul Resto del Carlino questo titolo: “La Virtus s’allena a tavola con la nuova ’food room’”. E nell’articolo si legge: “La ‘food room’, o per dirla all’italiana la mensa aziendale”. Cosa ci spinge a utilizzare queste espressioni che a ben pensarci rivelano tutto il nostro ridicolo provincialismo come nelle caricature di Alberto Sordi? Cosa ci spinge a chiamare food room una sala mensa, community una comunità, influencer un influente, mission una missione, e così via per gli altri 4.000 anglicismi riportati nei dizionari?

Questa ammirazione spropositata per tutto ciò che è a stelle e strisce ha delle ragioni sociolinguistiche che affondano le loro radici nella nostra storia. Quest’ammirazione spropositata e priva di spirito critico è connessa con il mito degli Stati uniti ma anche con il nostro complesso di inferiorità che ci sta portando ad abbandonare le nostre radici per sposare quelle di un’altra società, che ha delle profonde differenze rispetto alla nostra, visto che non siamo affatto “americani”, ma ci piace “fare gli americani”. E la vergogna di fare gli italiani ci sta portando ad appoggiare il globalese sul piano internazionale e a trasformare l’italiano in itanglese sul piano interno.

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Note
1) Marie-José Mondzain, “Je ne me sens pas américaine”, Le Monde, 18/9/2001.
2) Massimo Teodori, “Destra sinistra, cattolici”, in Piero Craveri, Gaetano Quagliariello (a cura di), L’antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra, Rubbettino Firenze 2004, p. 111.
3) Alessandro Portelli, The Transatlantic Jeremiad. American Mass Culture and Counterculture and Opposition Culture in Italy, in Rob Kroes e al. (a cura di), Cultural Transmissions and Receptions. American Mass Culture in Europe, Amsterdam, VU University of Amsterdam Press, 1993, p. 129.

Gli effetti collaterali dell’inglese internazionale e il caso Islanda

L’inglese internazionale non è solo quello commerciale o turistico che può essere anche comodo per farsi capire quando si va in vacanza in qualche Paese di cui non si conosce la lingua. Questo inglese è in fondo una riduzione a pochi vocaboli e a frasi di circostanza che hanno un pura funzione comunicativa. Ma una lingua non è solo comunicazione, si porta con sé processi molto più profondi che coinvolgono il modo di pensare. Il filosofo, logico e matematico viennese Ludwig Wittgenstein, nel suo Tractatus pubblicato un secolo fa, scriveva: “I limiti del mio linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo”, perché il linguaggio descrive la realtà, e non è possibile pensare e descrivere la realtà in modo indipendente dal linguaggio. Come ha osservato Andrea Zhok: “Chi pensa a una lingua naturale come a un vestito neutrale, da indossare a piacimento senza che nulla cambi nella propria personalità e nel proprio pensiero, ha semplicemente un’esperienza della lingua povera, meccanica, circoscritta e meramente tecnica.”

Non si può allora dimenticare che l’inglese turistico e ristretto si basa sulla semplificazione della lingua madre dei popoli e delle culture dominanti, e questa lingua naturale ha una profondità che travalica la semplice comunicazione, è espressione del pensiero. Quando l’inglese internazionale diventa la lingua da esportare e da utilizzare in ambiti che coinvolgono il modo di pensare – come quando lo si impiega per la formazione universitaria, ma anche nella scienza o sul lavoro – entrano in gioco fattori complessi che hanno a che fare con i processi di astrazione e la concettualizzazione che sta sotto la lingua.
Fare dell’inglese la soluzione internazionale che ricostruisce la torre di Babele attraverso un grattacielo che assomiglia a quelli americani in cui si parla l’angloamericano non rappresenta solo un problema etico, per cui per essere “internazionali” si dovrebbe rinunciare alla propria lingua nativa per utilizzare quella di chi è più forte. Questa strategia ha anche degli “effetti collaterali” che portano a schiacciare le altre lingue e a non riconoscere il valore del plurilinguismo e delle altre culture. Ma soprattutto, l’inglese globale entra in conflitto con le altre lingue e si trasforma in una minaccia per quelle deboli o minoritarie.

L’anglicizzazione degli idiomi locali e le ibridazioni

L’effetto collaterale più evidente, e tutto sommato meno profondo, lo si vede nell’anglicizzazione di ogni idioma, nello “tsunami anglicus”, per dirla con Tullio De Mauro, che si riscontra in ogni luogo. Gli anglicismi sono i detriti del globalese, la lingua della globalizzazione, che penetrano in modo sempre più ampio e profondo nel lessico di ogni parlata, un fenomeno così pervasivo che ovunque ha ormai il suo nome: l’itanglese corrisponde a ciò che in Francia si chiama franglais, in Spagna spaglish, in Germania Denglisch, in Svezia swinglish, in Grecia greenglish, in Russia runglish e così via sino al konglish per il coreano o il japish per il giapponese.

Queste contaminazioni, quando diventano troppo estese e pesanti possono snaturare le lingue locali, e possono dare origine a lingue ibride, cioè mescolate, o creolizzate, il che si verifica quando il mescolamento non è paritario e la lingua dominate schiaccia quella di rango inferiore. Questo fenomeno avviene di solito nei territori dove esiste un bilinguismo locale che porta appunto alle enunciazioni mistilingue e al passaggio di un codice all’altro nelle stesse frasi. È il caso per esempio dello spanglish che ha preso piede nell’America latina, diffuso nelle comunità bilingui tra ispanici, portoricani o messicani, ma anche nelle aree statunitensi a forte presenza ispanica.

In altri casi il bilinguismo sul territorio porta invece a una diglossia, cioè a una gerarchia delle lingue dove la lingua locale diventa quella di serie B, quella del popolo, delle fasce deboli e “ignoranti”, mentre l’inglese è quella di serie A, della cultura, dei ceti sociali alti.
Questa diglossia è forte per esempio in India, dove l’inglese è stato introdotto ai tempi delle colonie britanniche. Da una parte è nata la variante dell’angloindiano che ha ormai assunto le sue forme e connotazioni particolari, tanto che Salman Rushdie ha rivendicato con orgoglio l’indian english dei suoi libri, che travalicherebbe quello ortodosso imponendosi come nuova varietà “autonoma”. Ma questa variante, più che essere sbandierata come il trionfo del meticciato e la lingua di quella popolazione, appare più come figlia del colonialismo. E proprio in India, l’inglese, ortodosso o meticcio, è diventato un simbolo, una lingua superiore, un modo di distinguersi socialmente con delle ricadute molto pratiche. Parlare l’hindi appartiene ai ceti bassi, mentre avere accesso all’inglese è un segno di cultura, un modo per elevarsi, al punto che per il 95% degli uomini la sua conoscenza è diventata un requisito fondamentale da cercare in una donna da sposare, come fosse una dote, perché una moglie che conosce l’inglese è essenziale per frequentare l’alta società (1), mentre dell’hindi ci si vergogna. Lo si vede persino in alcune pellicole di Bollywood, una delle più celebri è Quando parla il cuore (2) che narra le vicende di una donna alla ricerca dell’indipendenza, del rispetto e del riscatto proprio attraverso la conoscenza dell’inglese che va a imparare a New York.

Il globalese che minaccia le lingue minoritarie

Un altro ben più grave effetto collaterale del globalese consiste in un ulteriore passo rispetto al ricorso all’inglese per motivi sociolinguistici, che sono una scelta per elevarsi socialmente e per identificarsi nel gruppo di appartenenza elitario. Il proseguimento di questo processo può portare all’abbandono della propria lingua. Ed è in questo modo che le lingue minori possono scomparire e morire. Questo fenomeno può essere spontaneo, ma può anche essere il risultato di un’imposizione, proprio come è avvenuto, ma avviene ancora oggi, in Africa. È un processo raccontato molto bene dallo scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’o (3) che ne ha vissuto le conseguenze sulla propria pelle. Tutto ha avuto inizio nel 1884 a Berlino, quando venne sancita la spartizione dell’Africa non solo nelle nuove frontiere disegnate a tavolino, ma anche nelle diverse lingue delle potenze europee. I Paesi africani, che un tempo erano colonie e oggi assomigliano a neocolonie, sono stati divisi in territori di lingua inglese, francese e portoghese. Con la nascita delle scuole coloniali che impartivano le lezioni nelle lingue imposte, questo colonialismo linguistico fu portato a termine, determinando la morte di molte lingue locali minoritarie. A lungo andare gli africani hanno cominciato a identificare e definire la propria identità attraverso queste lingue (4), e ancora oggi sono francofoni o anglofoni, anche se successivamente sono sorte anche le aree arabe. Per questo motivo Thiong’o, davanti all’odierno strapotere del globalese, invita a ribellarsi all’inglese, la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi.” (5) Ma anche il tunisino Claude Hagège ha denunciato “un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale” determinato soprattutto dall’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”. (6) Ha calcolato che nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. (7) Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa.

Queste preoccupazioni non si trovano solo in autori legati all’Africa, e la costatazione per cui tantissime lingue minori scompaiono dal nostro pianeta, con una velocità maggiore di quella della scomparsa delle specie viventi, è al centro delle riflessioni della finlandese Tove Skutnabb-Kangas, che insegna all’università danese di Roskilde e all’accademia universitaria di Vasa in Finlandia, e che da anni si batte per i “diritti linguistici” delle popolazioni e delle minoranze, linguistiche e culturali. Il riduzionismo monolinguistico, secondo la studiosa, non è solo ingiusto, ma è un “cancro” a cui va contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici. (8)

L’inglese internazionale non minaccia solo i Paesi africani o lontani, a rischio ci sono anche le lingue d’Europa, quando sono parlate da un ristretto numero di persone, e il caso dell’Islanda è il più grave.

Il caso islandese e la “minoritarizzazione digitale”

Gli islandesi sono poco più di 300.000, un numero di parlanti estremamente basso, così basso che non sono considerati un mercato appetibile per le multinazionali che non hanno convenienza a tradurre in quella lingua. I film e le serie tv americane per tradizione non sono mai doppiate, ma al massimo sottotitolate, e nell’era di Netflix tendono a circolare direttamente in lingua inglese. L’islandese non è contemplato come lingua della tecnologia basata sul riconoscimento vocale, da Siri ad Alexa, e la conseguenza è che tutto avviene direttamente in inglese, e anche le localizzazioni di piattaforme come Facebook in islandese sono parziali e malfatte.

Il crollo economico di quel Paese, avvenuto nel 2008, ha portato all’abbassamento dei prezzi e all’aumento vertiginoso dei turisti: nel 2008 erano cresciuti sino a 500.000, ma nel 2017 sono stati 2 milioni (più di 5 volte il numero degli abitanti dell’Islanda) e l’inglese è diventata la lingua che di norma si usa anche nei locali e nei negozi, al punto che nei bar e nei ristoranti del centro di Reykjavík non di rado ci si rivolge ai clienti direttamente in inglese.

Quello che sta avvenendo è stato definito dal linguista Eiríkur Rögnvaldsson, professore dell’Università d’Islanda, il fenomeno della “minoritarizzazione digitale”, dove una lingua viva e parlata nel mondo reale si trasforma nel mondo digitale in una lingua secondaria che di fatto non esiste, o lascia poche tracce di sé. Questo fenomeno ha delle ricadute pesanti sui parlanti, perché ormai l’ambiente digitale e quello televisivo sono diventati preponderanti e il tempo che la gente dedica a queste attività è sempre maggiore. Se le interfacce dei cellulari e l’ambiente virtuale parlano l’inglese, finisce che diventa la lingua prioritaria e questo ha un impatto forte soprattutto sulle giovani generazioni, che trascorrono sempre più ore in un mondo digitale che li espone al solo inglese. Su telefonini, tablet, computer, televisioni è tutto un pullulare di giochi, film, serie televisive, video e canzoni in inglese. In questo modo ci si abitua a pensare in inglese e le parole native non vengono più in mente. E in inglese non solo si interagisce con le piattaforme sociali e tecnologiche, ma sempre più spesso anche con gli altri, vista la larga conoscenza di quella lingua. Al punto che gli insegnanti delle scuole secondarie riferiscono che i quindicenni, in cortile durante la ricreazione, sempre più spesso parlano tra loro in inglese. Da una stima sul fenomeno risulta che un terzo degli islandesi dai 13 ai 15 anni parli in inglese con i propri amici, (9) mentre alcune indagini rilevano che nelle fasce dei più piccoli, i bambini riferiscono agli specialisti che non sono in grado di indicare un termine islandese per molte delle figure che vengono loro mostrate. Il rischio paventato da Eiríkur è quello di assistere a una nuova generazione che si forma senza una vera e propria lingua madre. (10) Per i giovani che si nutrono di prodotti di intrattenimento digitali in inglese, in un Paese dove persino al suo interno la lingua locale è sempre meno diffusa, la domanda che ricorre è: “A cosa mi serve parlare in islandese?” E a quel punto passano direttamente all’inglese.

Davanti a questo fenomeno preoccupante il governo ha compreso il problema e varato politiche linguistiche e provvedimenti per favorire la lettura dei libri in islandese, visto che ha subito un calo notevole negli ultimi anni. Inoltre, sono stati stanziati 20 milioni di euro da destinare alle iniziative che lavorino a tecnologie in lingua islandese, (11) che sono fondamentali per arginare l’invadenza dell’inglese globale. Se in Italia la scarsa conoscenza dell’inglese ci mette al riparo dall’abbandonare la nostra lingua, che ha anche una forza e una storia letteraria ben diversa da quella islandese, vediamo lo stesso i risultati che sul piano linguistico comportano le interfacce informatiche concepite nell’anglosfera con i termini dell’anglomondo. Il 50% dei lemmi marcati come informatici, sul Devoto Oli, sono appunto in inglese crudo, e se fino agli anni Settanta potevamo esprimere l’informatica nella nostra lingua, oggi non è più possibile, senza la stampella degli anglicismi. Anche se da noi non esiste alcun bilinguismo sul territorio, esiste però un bilinguismo virtuale e culturale rappresentato dalle interfacce con cui interagiamo in Rete che parlano in inglese e che a livello lessicale abbiamo rinunciato a tradurre passando alla strategia dell’importazione in modo crudo, che consiste nell’adottare invece di adattare.

Mentre in Francia e in Spagna le accademie coniano neologismi autoctoni alternativi a quelli inglesi e li promuovono, e mentre in Germania questo lavoro viene fatto da associazioni sorte dal basso come la VDS che pubblica annualmente l’Indice degli anglicismi con i loro sostitutivi, da noi non c’è nulla del genere, né di istituzionale né di privato (il dizionario AAA è solo una goccia). E il risultato è che da noi le alternative non esistono e siamo costretti a ricorrere agli anglicismi “di necessità”, mentre in Francia, per esempio, ricorrere all’inglese diventa una scelta sociolinguistica culturale o politica, come scrive la terminologa Maria Teresa Zanola, che nota come la reazione al franglais supportato dalle iniziative pubbliche e private ha favorito la coniazione di neologismi e l’evoluzione della lingua francese che è in questo modo piuttosto vitale, (12) al contrario dell’italiano che regredisce.

In Islanda, la figura del “neologista” esiste ufficialmente, e crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. Questi linguisti hanno il compito di rinnovare l’islandese e di tenerlo al passo con i tempi creando parole per ogni oggetto o concetto importato. In un primo tempo questi termini venivano pubblicati sui giornali, ma oggi circolano glossari cartacei e dizionari in Rete. E tutto ciò viene fatto formalmente da un apposito dipartimento dello Stato, nel Dipartimento della Pianificazione del Linguaggio che sorge in un istituto culturale nel centro della capitale.

E allora, quando si fa dell’inglese la soluzione alla comunicazione internazionale, quando lo si vende come una lingua che apparterrebbe “a tutti” e che ci unificherebbe, si omette di dire che questa “unificazione” si fa a scapito del plurilinguismo e che è un’unificazione che allo stesso tempo divide e crea barriere sociali. Che non è la lingua di tutti, ma quella dei popoli dominanti che hanno tutta la convenienza a esportarla come “universale” perché costituisce un indotto economico spropositato, perché dà loro un enorme vantaggio comunicativo e perché permette loro di non apprendere alcuna altra lingua e di destinare gli altissimi costi dello studio di una seconda lingua verso altre direzioni come la ricerca. E soprattutto si omette di raccontare anche quali sono gli effetti collaterali di questo globalese tanto esaltato.

Note

1) Cfr. Robert McCrum, William Cran, Robert MacNeil, La storia delle lingue inglesi, Zanichelli, Bologna 1992, p. 39.
2) English Vinglish, di Gauri Shinde (2012) interpretato dall’attrice Sridevi Kapoor, soprannominata la “Meryl Streep d’India”.
3) Ngũgĩ wa Thiong’o, Decolonizzare la mente, Jaka Book, Milano 2015.
4) Ivi, p. 16.
5) “Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, di Pietro Veronese (intervista a Ngũgĩ wa Thiong’o), la Repubblica, 2 agosto 2019.
6) Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7.
7) Ivi, p. 99.
8) Cfr. Tove Skutnabb-Kangas, “I diritti umani e le ingiustizie linguistiche. Un futuro per la diversità? Teorie, esperienze e strumenti”, in Come si è ristretto il mondo, a cura di Francesco Susi, Amando Editore, Roma 1999 (p. 85-114), p. 99.
9) Cfr. Fiona Zublin, “Iceland Fights to Protect Its Native Tongue From Siri”, in Ozy.com, 9/7/2018.
10) Cfr. Cristina Piotti “Islandese, una lingua a rischio estinzione”, IL – Il maschile del Sole 24 ore, 21/02/2019. 10
11) Ivi.
12) Maria Teresa Zanola, “Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008, p. 95.