Manifesto per una politica linguistica italiana

«buon giorno. Ho 97aa. Vi scrivo perchè da alcuni anni, da quando molti giornali e riviste, compresa Famiglia Cristiana a cui sono abbonata, utilizza parole straniere, per capire un articolo devo chiedere sempre aiuto ai figli e nipoti. E se non ne avessi? Vi sarei grata se faceste una segnalazione affinchè la situazione possa migliorare, per noi anziani della vecchia generazione.
Grazie

Maria Bordignon»

Ho ricevuto questa lettera che mi ha toccato, e non sapendo bene che altro fare voglio renderla pubblica. Mi è parso un lamento di sconforto su cui dovremmo riflettere tutti.

Chi ha oggi 97 anni ha assistito al nascere e all’affermarsi dell’italiano come patrimonio comune, e attualmente sta assistendo a una sua trasformazione radicale, perché l’aumento degli anglicismi che si sono accumulati nell’arco di una vita lo ha snaturato al punto di non essere più comprensibile.

Si può anche sostenere che questo nuovo “italiano” sia quello della modernità, del presente e del futuro. Si può continuare a ostentarlo parlando in questo modo. La nostra classe dirigente sembra andarne fiera, e lo impiega come tratto distintivo per identificarsi ed elevarsi sociolinguisticamente. L’itanglese è il modello che stanno diffondendo i mezzi di informazione, gli imprenditori, i tecnici, gli scienziati, e in generale molti uomini di cultura, e dunque viene sempre più emulato dai parlanti, che nell’epoca di Internet sono anche sempre più scriventi. C’è chi preferisce questo linguaggio e se ne riempie la bocca e la penna convinto che sia internazionale e necessario, e c’è chi, davanti a parole come lockdown o cahsback calate dall’alto senza alternative, non può fare altro che ripetere l’inglese senza alcuna possibilità di scegliere, anche quando non approva e preferirebbe equivalenti italiani. In altri casi fatica addirittura a comprendere e pronunciare questi vocaboli stranieri.

Questo nuovo anglo-italiano è promosso all’interno del nostro Paese da “collaborazionisti” che si trovano a occupare i posti chiave dei centri di irradiazione della lingua. Con questo linguaggio acuiscono un processo mondiale di diffusione del globalese, frutto dell’espansione delle multinazionali statunitensi e legato alla globalizzazione, che coincide sempre più con l’americanizzazione delle merci e, insieme a queste, della società e della cultura. Questa forte pressione esterna, in sintesi, non solo non trova delle resistenze interne che si registrano per esempio in Francia o in Spagna, ma viene addirittura favorita.

Eppure si può anche dissentire da questa “strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi da soli alla romanità sino a esserne inglobati e scomparire. L’italiano, che in patria stiamo depauperando in modo irresponsabile, all’estero è invece considerato una lingua bellissima e se puntassimo sulla sua promozione e valorizzazione potremmo anche trasformarlo in una risorsa dai risvolti economici che al momento non vengono presi in considerazione. Lo ha ricordato qualche giorno fa Andrea Riccardi in un articolo sul Corriere della Sera (“Investire sull’italiano per rilanciare il paese”, 15/1/21): “Non è un caso che i brand nella nostra lingua siano secondi solo a quelli in inglese. Insegnare più italiano significa a termine «vendere» più Italia in tutti i sensi”.

Il paradosso dell’articolo è che vuole difendere l’italiano facendo un ricorso agli anglicismi piuttosto ampio (anche questo è un indicatore che la dice lunga sul livello che abbiamo raggiunto): Recovery, brand, design, made in Italy… sono espressioni in parte senza troppe alternative praticabili e in parte scelte lessicali di largo uso.

Chi considera la nostra lingua come un patrimonio che andrebbe promosso e tutelato – come si fa per l’arte, la storia, la natura, la gastronomia e tutte le eccellenze che ci contraddistinguono, ci identificano e di cui possiamo andare fieri – dovrebbe cominciare a farsi sentire. Siamo ormai a un bivio, e forse abbiamo già superato il punto di non ritorno.
È giunto il momento di schierarsi e di fare qualcosa, sempre che lo si voglia fare. Dovremmo agire subito, per cercare di salvare il salvabile, e gridare forte che chi sta dalla parte dell’inglese, chi lo diffonde, chi si limita a osservare l’anglicizzazione senza intervenire è responsabile della morte dell’italiano o della sua creolizzazione lessicale che lo ha trasformato in altra cosa rispetto alla lingua di Dante.

La politica linguistica dell’inglese

Fino a qualche anno fa, in Italia, parlare di politica linguistica era un tabù che evocava lo spettro del fascismo, come se l’unico esempio possibile fosse quello, e non ciò che avviene oggi in Paesi civili come la Francia, la Spagna, la Svizzera, l’Islanda, e tanti altri.

Da noi la maggior parte dei linguisti si vanta di avere nei confronti dell’italiano un approccio descrittivo più che prescrittivo, ed è mossa dallo spirito per cui la lingua va studiata e non difesa. A dire il vero non tutti sembrano studiare così a fondo l’interferenza dell’inglese, per troppi anni sottovalutata, minimizzata e persino negata.
Se le balene o i panda si stanno estinguendo, se la terra si sta riscaldando, gli specialisti non possono limitarsi a constatare in modo generico che è normale, perché i cambiamenti climatici e le specie a rischio ci son sempre stati. Dovrebbero prendere posizione e fare qualcosa, se non vogliono essere complici di questi fenomeni. Lo stesso vale per la nostra lingua, è ora di intervenire e di riflettere sull’ecologia lessicale spezzata da un’interferenza dell’inglese che è diventata eccessiva e distruttiva. E chi nega questo fenomeno e proclama che è tutta un’illusione ottica forse dovrebbe cercare di spiegarlo alla signora Maria, che molto più concretamente è rammaricata dal fatto di non comprendere più quello che scrivono i giornali. L’italiano non si può lasciare solo ai linguisti e solo alle loro analisi astratte non sempre in grado di cogliere la realtà. La lingua è di tutti e riguarda noi tutti. Dunque è una questione politica, nel senso più nobile del termine.

Purtroppo i nostri politici non solo non se ne occupano, non solo sono i primi a introdurre anglicismi nel linguaggio istituzionale e della loro comunicazione, ma sembra che non capiscano l’importanza di una politica linguistica per l’italiano, e che siano più interessati a tutelare l’inglese.

Il presidente della Crusca Claudio Marazzini è ritornato da poco sulla questione dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) che dal 2017 si devono presentare in inglese. In un articolo sul sito dell’Accademia ha reso pubblica una lettera che ha inviato l’anno scorso al ministro dell’Università Gaetano Manfredi in cui auspicava che fosse possibile presentare questi progetti anche in italiano. Si tratta di una richiesta molto moderata espressa dalla parola “anche”, e personalmente non sono affatto così moderato, credo che, nello spirito del plurilinguismo che – in teoria – contraddistingue l’Europa, tutti i cittadini europei abbiano il diritto di rivolgersi alle istituzioni nella propria lingua. Comunque sia, il ministro non gli ha mai risposto.
Qualche giorno fa è però arrivata una replica indiretta, attraverso una dichiarazione a un giornalista, in cui emerge la preoccupazione non per la nostra lingua, ma solo per la comprensibilità dei progetti da parte di chi li riceve, perché non possiamo permetterci che le risorse vadano sprecate. Per questo il ministro ha deciso di mantenere l’obbligo dell’inglese. Questa scelta, invece di difendere l’italiano, va nella direzione contraria, lo degrada e relega a lingua di serie B, privo di diritti davanti a un inglese che assomiglia sempre più alla lingua dei “padroni”. Questa presa di posizione esclude molti italiani e contribuisce a dividere i ceti alti da quelli bassi che non hanno accesso alla lingua di rango “superiore”. Sta portando a una nuova “diglossia neomedievale” – per riprendere le parole di un linguista come Jürgen Trabant – quando la cultura si esprimeva in latino ed era accessibile solo a chi lo conosceva, mentre i ceti poveri e ignoranti si esprimevano in volgare. Ma l’inglese non è come il latino usato allora per la comunicazione sovranazionale, che non era la lingua madre di nessuno, è invece come il latino della Roma imperiale che imponeva il proprio idioma ai popoli dominati.
Gli stessi Paesi anglofoni sono ben consapevoli dell’importanza della lingua, perché la lingua è potere. Il progetto che mira a portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo, dove l’inglese è la lingua internazionale e le lingue locali sono vissute come un ostacolo alla comunicazione globale, è un disegno che offre loro vantaggi enormi anche dal punto di vista economico. Questa nuova forma di imperialismo linguistico, teorizzata lucidamente da Churchill, a noi non conviene affatto, ed è una vergogna che la nostra classe politica remi in questa direzione, e la appoggi, mentre allo stesso tempo depaupera l’italiano e non fa certo i nostri interessi. Sembra che tutti siano attenti solo a diffondere e proteggere l’inglese, che veniva posto in primo piano già ai tempi del modello scolastico delle tre “i” di Berlusconi e Moratti (Informatica, Inglese, Impresa), e che si ritrova non solo nei balzelli linguistici come quelli del Prin, ma anche nella riforma Madia che ha sostituito l’obbligo di conoscere una “lingua straniera” nei concorsi pubblici con la dicitura “lingua inglese” (un vero schiaffo al plurilinguismo), oppure nella decisione di certi atenei di estromettere l’italiano dalla formazione universitaria. Ci vorrebbe una quarta “i”, quella dell’italiano.

Un ristoro per l’italiano

Il 2021 ci ha portato due eventi che potrebbero essere l’occasione per una svolta, o perlomeno per aprire un dibattito che manca nel nostro Paese: inaugurare una politica linguistica a favore dell’italiano.

Sul piano interno ci sono le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante, e su quello esterno c’è l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Quest’ultimo fatto potrebbe aprire le porte per far tornare l’italiano a essere lingua del lavoro in Europa, come lo era un tempo e come lo sono il francese e il tedesco. Ma nessuno o quasi ne parla, soprattutto i nostri politici, che non lo hanno difeso quando è stato estromesso, e oggi sembra che non si pongano nemmeno la questione. Passando dal piano globale a quello interno – e le due cose sono collegate perché gli anglicismi sono i detriti dell’inglese internazionale, oltre che il frutto della nostra anglomania – le celebrazioni dantesche potrebbero essere un’occasione per rilanciare l’italiano come lingua da praticare, invece che vergognarcene, e per promuoverlo e farlo evolvere, invece di ricorrere solo alle parole inglesi. Ma non si vedono questi segnali e l’impressione è che lo si voglia commemorare più che farlo vivere. L’iniziativa di creare un museo dell’italiano, senza una politica linguistica che lo rivitalizzi, può trasformarsi nel suo opposto e sancirne la sua morte. Se si annuncia il progetto di un portale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” e lo si chiama in inglese, ITsART, si sta svilendo il nostro patrimonio linguistico, invece di tutelarlo.

Per questo è nata la proposta di una lettera al ministro Dario Franceschini, che al momento è stata inoltrata da più di 200 persone, in cui chiediamo una politica linguistica a favore dell’italiano, e esprimiamo il nostro dissenso davanti all’inglese del Prin o della legge Madia.

Non è possibile che, in Italia, un dizionario che promuove le alternative agli anglicismi sia lasciato all’intraprendenza e alla buona volontà dei privati, invece che essere realizzato dalle istituzioni o dalle accademie come avviene in Francia e Spagna. E la signora Maria, che evidentemente lo consulta per sopravvivere nella lettura dei giornali, mi ha scritto a quell’indirizzo forse pensando che sia un sito istituzionale.

Nell’anno dantesco, e soprattutto davanti ai tanti ristori previsti in questo momento difficile, bisognerebbe pensare a qualche misura anche per l’italiano.
Non c’è bisogno di investire grandi somme, ci sono varie cose che si potrebbero realizzare senza dispendio, basta volerlo. Per esempio:

1) Inserire nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano
La Crusca l’ha proposto un paio di volte senza successo, ma si potrebbe ritentare. Nell’articolo 12 si fa riferimento ai colori della nostra bandiera, ma non c’è nulla sulla nostra lingua. Si potrebbe aggiungere che è l’italiano, e specificarlo chiaramente, come è stato fatto nella Costituzione francese.

2) Evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale
In Francia è esplicitamente vietato, per rispetto non solo della loro lingua, ma anche dei cittadini e in nome della trasparenza che si deve per esempio alla signora Maria. Oltre 4.000 cittadini lo hanno chiesto sottoscrivendo una petizione rivolta al presidente Mattarella, anche se per ora non è pervenuta alcuna risposta.

3) Evitare gli anglicismi nei contratti di lavoro
Anche questo in Francia è vietato, e alcune multinazionali sono state sanzionate pesantemente per non averlo fatto. Da noi, invece, accade per esempio che un’azienda nostrana come Italo abbia sostituito la figura del capotreno con il train manager non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma persino nei contratti di lavoro. Ci rendiamo conto dell’assurdità, e delle ricadute linguistiche, di queste scelte? Ormai l’italiano è stato escluso dai ruoli lavorativi che sempre più si esprimono in inglese. Fare circolare le alternative ufficiali italiane dovrebbe essere un dovere, per uno Stato.

4) Varare una campagna mediatica contro l’abuso dell’inglese
Questa è la seconda richiesta inserita nella petizione a Mattarella, e anche questa è una strategia praticata con successo in Francia e in Spagna. I costi sarebbero irrisori rispetto per esempio ai 4,5 milioni stanziati per il museo della lingua italiana, e i risultati sicuramente più efficaci. I canali istituzionali per le campagne di sensibilizzazione sociale, dal bullismo alla discriminazione contro le donne, esistono già, basterebbe usarli anche per non discriminare la nostra lingua.

5) Dare il via a una campagna per la promozione dell’italiano nelle scuole
È un progetto già caldeggiato da Gabriele Valle che in passato ha avanzato proposte simili alle mie, e la sua realizzazione potrebbe fare riflettere e aprire un dibattito sull’abuso dell’inglese anche tra le nuove generazioni.

5) Ripristinare l’italiano come lingua del Prin
I Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale dovrebbero contemplare la possibilità di essere presentati in italiano.

6) Lavorare perché l’italiano ritorni a essere una delle lingue del lavoro in Europa
Esiste una petizione in proposito, ne ho parlato più volte. La nostra classe politica dovrebbe difendere la nostra lingua anche nell’Unione Europea.

7) Sancire che l’italiano non può essere estromesso come lingua della formazione
L’università deve insegnare in lingua italiana, e non erogare i corsi in inglese. Questo è un diritto degli studenti e degli italiani da difendere, che non può essere cancellato o messo in discussione.

Mi piacerebbe raccogliere questi suggerimenti, e anche altri che dovessero arrivare, in un documento da rivolgere alle istituzioni sottoscritto da quante più persone possibili. Non so se ci riuscirò, né se qualcosa si riuscirebbe a portare a casa. Ma ci voglio provare, se non altro per fare emergere che esiste anche un’altra visione che non è rappresentata da nessuno. E il 2021 mi pare un momento propizio.

Le parole del 2020: è anglodemia!

Nell’individuare le parole che si sono imposte in questo sciagurato 2020 è inutile dire che la maggior parte sono legate alle vicende della pandemia. Ed è altrettanto inutile sottolineare che la maggior parte ci arrivano dall’inglese, a cominciare da coronavirus e covid.

La più antica attestazione di coronavirus è nella lingua inglese, risale al 1968 (registrata anche dall’Oxford dictionary) ed è un composto dal latino con l’inversione del determinante corona all’inglese, come hanno ricostruito Salvatore Sgroi e Claudio Marazzini.
All’epoca non riguardava gli uomini, era un virus caratterizzato dalla struttura a corona (virus a corona potremmo dire più chiaramente in italiano, ma a nessuno viene in mente) individuato in alcune specie animali. Poi ha fatto il salto di specie, che nel 2020 si è detto soprattutto in inglese, spillover che infatti è stato inserito tra i neologismi del Devoto Oli 2021 appena uscito. Anche la struttura della corona che è fatta di spuntoni si esprime in inglese, e tra gli addetti si parla senza alternative di spike.
In italiano avremmo spinula che in ambito scientifico e biologico indica appunto una formazione anatomica o patologica a forma di spina. Ho domandato all’immunologa Maria Luisa Villa (corrispondente della Crusca) se fosse una traduzione corretta, proponendo di usarla. Mi ha risposto che la trovava ottima e ha subito scritto al virologo Fabrizio Pregliasco per sapere che ne pensasse, visto che nessuno l’aveva mai impiegata. È piaciuta anche a lui… ma qualcuno ha mai sentito parlare di proteina a spinula? Gli scienziati nemmeno si pongono il problema (con l’eccezione di Villa e pochi altri), importano dall’inglese e basta. Ma anche i divulgatori preferiscono riempirsi la bocca di spike protein.


Anche covid è una sigla che ci viene dall’inglese, è la denominazione ufficiale che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’11 febbraio 2020, ha attribuito alla malattia causata dal virus a corona, più precisamente COVID-19: COronaVIrus Disease 19, dove 19 indica l’anno di identificazione del virus. Questa parola si sta attestando soprattutto al maschile, perché confusa con il virus che la causa, ma lo stesso è accaduto per l’aids, che sarebbe una Sindorme da ImmunoDeficienza Acquisita che noi diciamo all’inglese, ma nelle lingue romanze si chiama di solito Sida secondo l’ordine naturale delle parole nelle rispettive lingue (noi no!); comunque ci sono altre malattie maschili, dal morbillo al vaiolo, e non mi pare un problema. Il problema è semmai che covid si porta poi con sé varie locuzioni anglicizzate, dai covid hospital ai covid pass di cui si è discusso quest’anno per indicare una sorta di patente di immunità, dai covid manager ai luoghi covid free (gli anglicismi non sono mai isolati, sono prolifici).

Coronavirus e covid sono il risultato dell’interferenza dell’inglese internazionale, ma non costituiscono un danno per la lingua italiana perché – anche se terminano per consonante – non violano le regole della nostra pronuncia e scrittura, dunque sono inglesi soltanto nella loro etimologia. A meno che non si dica “coronavàirus” come qualcuno ha fatto (e non solo Di Maio) per sentirsi più americano, ma l’effetto alla Nando Moriconi (interpretato da Alberto Sordi in Un americano a Roma, Steno 1954) è stato disincentivante.

Anche il distanziamento sociale è un calco dell’inglese di nuova coniazione, ma magari traducessimo o italianizzassimo più spesso! Purtroppo lo facciamo sempre meno (in meno del 30% dei casi stando al Gradit 2006), come nel caso di lockdown, la parola dell’anno secondo il dizionario Collins, che è un po’ il simbolo dell’anglodemia che caratterizza la lingua italiana. Da noi è arrivato sui giornali e in tv esattamente il 17 marzo 2020, prima parlavamo di blocco, isolamento, serrata, blindare, zona rossa, chiusura… Poi, siccome i giornali inglesi hanno chiamato tutto ciò italian lockdown, ecco che lo abbiamo importato bello, nuovo e crudo. Il 17 marzo scrivevo: “Vuoi vedere che questa parola oggi in prima pagina sul Corriere digitale diventerà «la» parola che useremo nel futuro al posto di isolamento, blocco, quarantena?
Non mi ero sbagliato.

Tra gli altri neologismi inglesi più eclatanti legati alla pandemia ci sono droplet al posto di goccioline, wet market per indicare i mercati degli animali vivi come quello di Wuhan, si è cominciato a parlare di recovery fund, recovery plan e adesso anche di recovery next generation invece di piano o fondo per la ripresa o per le nuove generazioni; di drive in test o drive through per indicare molto più semplicemente i tamponi in macchina; si è imposto il contact tracing che sarebbe solo un tracciamento dei contatti (e che si affianca al tracking che già usavamo per esempio per il tracciamento dei pacchi postali), è esploso il preesistente smart working per designare il lavoro agile, da casa o a distanza, si è parlato di coronabond, termoscanner, e jogging ha avuto avere la meglio su runner e sulle corsette; il governo ha introdotto il cashback e diffonde il cashless, il click day che fa il paio con il family day e una serie sempre più alta di day, il cui ultimo della serie è il futuro v-day, il giorno in cui inizieranno i vaccini (il giorno del vaccino è troppo italiano).

Tra gli anglicismi meno stabili ci sono stati quelli come staycation, cioè il turismo di prossimità o le vacanze a casa e deliri tipicamente italioti come il south working che non sembra destinato a prendere piede.
Altri anglicismi come cluster si sono radicati con il nuovo significato di focolaio, mentre i centri ospedalieri sono diventati hub (“Il Sacco di Milano è ormai l’hub di riferimento della Lombardia per il coronavirus”). Ai no vax si sono aggiunti i no mask (la mascherina si mette quotidianamente, ma quando diventa una categoria alta nella gerarchia delle parole si esprime in inglese) e nella follia in cui si dice no + qualunque-cosa-suoni-inglese si parla anche dei no dad, che non sono gli orfani di padre ma i contrari alla didattica a distanza.

Molte parole inglesi che già c’erano si sono radicate, e la loro frequenza è salita, per esempio app (che però potrebbe essere l’abbreviazione di applicazione e dunque è una parola di fatto italiana, nonostante il suo etimo), trend, task force, screening che si porta con sé l’entrata nella lingua italiana di screenare in modo sempre più ufficiale; e poi voucher (“Coronavirus. Congedi parentali, legge 104 e voucher baby sitter” laRepubblica.it, 20/3/20; “Soggiorno annullato per coronavirus? Si ha diritto a voucher o rimborsi”, IlSole24ore, 22/3/20) e molte altre.

Non male come media! Tra neologismi inglesi e il radicamento degli anglicismi esistenti, il 2020 (come negli ultimi trent’anni del resto) registra il trionfo dell’itanglese e si dovrebbe parlare di anglodemia, che si appoggia bene alla pandemia (una delle parole più gettonate) e all’infodemia (information + epidemic), un neologismo fresco fresco per indicare l’esplodere incontrollato delle informazioni spesso poco attendibili, diffuso dall’Oms ai primi di febbraio.

L’anglodemia è appunto l’esplodere incontrollato dell’inglese, spesso poco attendibile perché fatto molte volte di pseudoanglicismi o di parole inglesi che diciamo solo noi, non sono “internazionalismi”, e non ricorrono affatto in Francia o in Spagna, per esempio.
E a proposito di altri Paesi dovremmo chiederci cosa è arrivato nel 2020, fuori dall’inglese.
Triage e plateau si sono usati molto, ma attenzione: sono francesismi solo nella forma, in realtà li usiamo perché li abbiamo importati dall’inglese, visto che sono in uso anche lì. Poi si è registrata l’impennata della movida mutuata dallo spagnolo, che era in auge negli anni Novanta ed è tornata di moda. Per il resto l’italiano si conferma una lingua colonizzata dal solo inglese.


“Chi dice forestierismo oggi dice anglicismo”, ha scritto Luca Serianni (Le parole dell’italiano. Il lessico, Rcs, 2019, p. 65) e nel Devoto Oli 2021 a parte l’inglese (tra le parole non inerenti al covid ci sono anche deepfake, cisgender, fooding…) non c’è molto di eclatante. Se non qualche nipponismo e qualcosa di gastronomico (dorayaki e ramen piatti tipici giapponesi o poke, un piatto hawaiano).

“Per le parole italiane, o ascrivibili all’italiano, spicca un dato: non c’è nessuna parola primitiva, del genere di naso, traccia, vigogna” ha notato Luca Serianni (ivi, p.53) riferendosi ai neologismi. Il che significa che le parole italiane nuove sono quasi solo composti o derivati.
Tra i composti più divertenti del 2020 c’è per esempio covidiota, oppure c’è l’emergere di paucisintomatico che già esisteva ma è diventato popolare, e tra le nuove entrate del Devoto Oli 2021 c’è autoquarantena o biocontenimento, mentre tra i derivati nasce quarantenare, e poi climaticida, denatalista, immigrazionismo, parlamentizzare ma nulla di significativo, né di paragonabile alla portata delle parole inglesi.
C’è qualcosa che arriva dal gergale come sbriluccicare, ci sono molte sigle nuove o divenute popolari come dad (didattica a distanza), fad (formazione a distanza), mes (meccanismo europeo di stabilità), dpcm, spid, dpi cioè dispositivi di protezione individuale che qualcuno pronuncia “di-pi-ài” nella follia anglomane che ci acceca. E poi c’è qualche neosemia, cioè l’emergere di nuovi significati di parole preesistenti, come tamponare che non significa più solo arginare qualcosa o sbattere contro l’auto davanti, ma diventa anche il far tamponi.

Le altre parole italiane che nel 2020 si sono usate più spesso non sono nuove. C’è negazionista che allarga un po’ il suo significato alla situazione pandemica, si conferma la popolarità di sovranista, si parla di ristori nel senso di rimborsi, di congiunti per indicare i familiari stretti, e poi dominano assembramento, igienizzare e sanificare, autocertificazione, quarantena, mascherina… tutta roba vecchia.

La lingua italiana pare morta, non produce nulla di endogeno che spicca.

Se guardiamo le 10 parole più cliccate del 2020 in Italia su GoogleTrends colpisce che a parte coronavirus (ed esclusi personaggi o eventi) ci siano Classroom, Meet e Weschool. Si tratta di tre piattaforme utili per la didattica a distanza, ma l’ultima ha un nome in inglese anche se è un’impresa italiana fondata nel 2016 da Marco De Rossi e si usa nella scuola pubblica di Stato!

Andate sul sito del Ministero dell’istruzione e leggete quali sono le principali funzionalità che offre questo sistema. Si chiamano: WallBoard – TestRegistroAula virtualeChat.
Su 6, 4 sono in inglese e solo 2 in italiano.
E ciò che nel 2020 è accaduto alla nostra lingua è coerente con questo dato. L’italiano muore e l’itanglese cresce.

Buone feste a tutti.

PS
Aderisci anche tu alla campagna:

Io gli auguri li faccio in italiano!

Basta merry ChristmasHappy New Year
Buon Natale, buone feste e un 2021 migliore per tutti.

Il Gruppo Incipit, l’onboarding, le pagliuzze e le travi

Il 4 dicembre è uscito l’ultimo comunicato del Gruppo Incipit, il comitato dell’Accademia della Crusca sorto nel 2015 per monitorare e arginare nella fase incipiente gli anglicismi che penetrano nella nostra lingua, prima che si radichino e diventino insostituibili.

Si tratta del 15° dalla sua costituzione e il terzo del 2020, e questi interventi appaiono un po’ a sprazzi, escono con una media quadrimestrale e sinora hanno riguardato una trentina di anglicismi, mentre, nello stesso periodo, le nuove parole inglesi annoverate nei dizionari sono nell’ordine delle 500 e anche più. Il valore di Incipit è dunque molto simbolico, più che pratico. E comunque è sempre meglio di niente.

L’argomento è “L’applicazione IO della Pubblica Amministrazione”. L’articolo si scaglia giustamente contro il linguaggio tecnico e allo stesso tempo anglicizzato che risulta incomprensibile ai più. La tirata di orecchie è per l’aggiornamento dell’applicazione comparso su Google Play che recita:

– ora è possibile richiedere assistenza in merito all’onboarding di una carta di credito
– digitando il PAN della carta di credito, in fase di inserimento, viene riconosciuto il brand e mostrata l’icona relativa
renaming della sezione “pagamenti” in “portafoglio”
– aggiornato il fac-simile dell’avviso di pagamento
– migliorata la rappresentazione dei messaggi con pagamento e scadenza
– rimosso il campo “importo” dal form per l’inserimento manuale di un pagamento

A parte qualche considerazione sull’abuso degli acronimi in generale, il bersaglio della critica è che “un’applicazione che nasce in ambito governativo (…) non può affidare al gergo degli informatici la scelta del linguaggio con cui parlare al pubblico”. E la conclusione è un suggerimento per riscrivere le stesse cose in italiano e in modo più trasparente, per esempio:

– adesso si può chiedere assistenza per caricare una carta di credito
– quando si digita il numero della carta di credito, appare il marchio del circuito di pagamento
– il nome della sezione “pagamenti” è stato cambiato in “portafoglio”
– è stato aggiornato il fac-simile dell’avviso di pagamento
– sono stati migliorati i messaggi di pagamento e scadenza
– è stato tolto il campo “importo” dal
modulo che serve a inserire manualmente un pagamento

Tutto ciò è lodevole e sacrosanto. Eppure questo tipo di linguaggio anglo-tecnico è onnipresente. È quello che contraddistingue ogni interfaccia e ogni applicazione, e di esempi del genere se ne potrebbero trovare così tanti che non è possibile quantificarli. Il problema, insomma, non è questo aggiornamento in particolare, ma il fatto che ogni comunicazione di questo tipo ostenta questo genere di linguaggio, che è ormai quello in uso e più comune. Colpirne uno per educarne cento? Certo. Ma mi pare che quello che non emerge dal comunicato è che questo aggiornamento non è una bizzarria: usa l’itanglese, l’italiano 2.0 che è ormai la lingua in uso nell’informatica e non solo. Forse prendere atto che non abbiamo a che fare con un aggiornamento particolare, ma con una pratica ormai universale e normale aiuterebbe a renderci un po’ più consapevoli dello stato della nostra lingua in generale.


C’è poi un’altra cosa che mi colpisce di questo comunicato. Ed è quella che avevo denunciato il 30 novembre in un pezzo molto duro e provocatorio intitolato: “Quando i rimborsi diventano cashback: l’attacco dello Stato al cuore dell’italiano”.

Il 3 dicembre, il giorno prima dell’uscita del 15° comunicato Incipit, il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è presentato in televisione per annunciare l’ultimo decreto sulle misure antipandemiche in cui ha detto testualmente:

“Sempre in collegamento con lo shopping (cosiddetto) natalizio per sostenere le attività commerciali (…) abbiamo deciso di far partire da subito il piano Italia cashless! Cosa significa? Che dall’8 dicembre prenderà il via l’extra cashback di Natale…”

Tralasciando shopping, online, lockdown e altri anglicismi ormai comuni che si ritrovano nel discorso, sono costretto a ripetermi: il nostro governo ha introdotto il cashless e il cashback in modo ufficiale (come da Gazzetta Ufficiale, che include anche altri anglicismi tecnici incomprensibili come acquirer o issuer convenzionati). Queste parole hanno un impatto sulla nostra lingua di un ordine di grandezza superiore rispetto a quelle dell’aggiornamento dell’App IO. Sono calate dall’alto, dal linguaggio istituzionale, attraverso una delle sue massime cariche, e battezzano in inglese vecchi concetti come i pagamenti senza contanti o rimborsi facendoli apparire nuovi e facendo in modo che tutti li ripetano senza alternative. In questo modo gli ennesimi inutili anglicismi prendono piede nel nostro lessico, scalzano le nostre parole agendo da “prestiti” sterminatori; con il tempo renderanno i nostri vocaboli poco moderni, e poi obsoleti. In un primo tempo saranno classificati come “prestiti di lusso”, poi la schiera dei “non-è-propristi” comincerà a sollevare le solite stupidaggini: cashback? Non è proprio come rimborsocashless? Non è proprio come senza contanti… E con argomentazioni degne del Visconte la Nuance (De Amicis, L’idioma gentile, 1905) secondo il quale ogni francesismo aveva in sé una sfumatura di significato, una nuance appunto, che l’italiano non possedeva, anche questi anglicismi diventeranno “prestiti di necessità” nelle riflessioni di certi linguisti e sociolinguisti dalla mente colonizzata.

Dal Gruppo Incipit mi piacerebbero prese di posizione su queste cose – che invece non ci sono – prima che sul linguaggio di un’applicazione come mille altre (comprese quelle istituzionali). Altrimenti si rischia di vedere le pagliuzze senza accorgersi delle travi portanti delle nostra lingua.

Quando i rimborsi diventano cashback: l’attacco dello Stato al cuore dell’italiano

Quest’anno a Natale il governo italiano ci fa un regalo: il cashback, un bell’anglicismo istituzionale, quasi nuovo, che entra così formalmente nella lingua italiana. Si tratta semplicemente di un rimborso (fino a 1.500 euro, e valido sembra dall’8 al 31 dicembre) per chi durante le feste pagherà i suoi acquisti con sistemi elettronici. L’iniziativa è legata a un altro concetto che viene espresso in inglese, il cashless, cioè i pagamenti senza contanti, per esempio con carta di credito, bancomat e altre forme di transazione che si potrebbero definire più chiaramente virtuali.

Leggendo il nuovo decreto pubblicato il 28 novembre sulla Gazzetta Ufficiale, non c’è solo il “sistema cashback” o il “Rimborso cashback” (art. 4), si trova anche “acquirer convenzionato” (letteralmente acquirente, indica il gestore del servizio dei pagamenti virtuali) e “issuer convenzionato” (letteralmente emittente, indica chi emette le carte di credito e gli atri i sistemi di pagamento virtuale), si fa riferimento al “MerchantID“, per fortuna chiamato anche “identificativo univoco dell’esercente”. E per i reclami e gli aspetti relativi alla gestione dei profili degli utenti ci si può rivolgere a “un apposito servizio di help desk messo a disposizione da PagoPA SpA.

Non ci bastavano le tax e gli act al posto delle tasse e delle leggi, i ticket della sanità, l’austerity o l’authority per la privacy e il welfare. Anche click day, election day e familiy day sono poca cosa, né paiono sufficienti il quantitative easing, la spendig review, lo spoils system, i whistleblowing o i caregiver, e infatti i nostri politici hanno dovuto ricorrere anche alle card e ai navigator. La pandemia ha poi portato nel linguaggio istituzionale il lockdown, il contact tracing, lo smart working, il recovery fund… ma si può fare di meglio, ci si può spingere ben oltre. L’attacco dello Stato al cuore dell’italiano continua, e il progetto dell’itanglese – l’italiano 2.0 del presente e del futuro – è ormai sempre più ampio e sistematico. Le istituzioni si affiancano così al linguaggio dei giornali, del lavoro, dell’informatica, della scienza, della tecnologia… e l’italiano del XXI secolo è ormai ben rappresentato da titoli come quello che segue, dove a parte i verbi, le preposizioni e le congiunzioni, la metà dei sostantivi e la maggior parte dei concetti chiave si esprime con anglicismi:

Dal Corriere del 29 novembre 2020

Parole come cashback o cashless non sono semplici “prestiti”, come li definiscono i linguisti, una categoria di studiosi che in linea di massima appare piuttosto miope e incapace di rendersi conto di cosa sta accadendo al nostro idioma. Queste parole sono al contrario un fenomeno ben più profondo di sostituzione dei nostri vocaboli con quelli inglesi, un cedimento strutturale del nostro lessico dove le radici inglesi prendono il posto delle alternative italiane e si intrecciano in una rete di neoconiazioni sempre più fitta, che giorno dopo giorno si allarga nel nostro vocabolario e lo ibrida, snaturandolo.

Non occorre essere dei geni per comprendere che i cosiddetti “prestiti” dall’inglese non sono qualcosa di isolato, come è sempre avvenuto nel caso dei forestierismi francesi, spagnoli, tedeschi, giapponesi e di ogni altra lingua. L’interferenza dell’inglese è ben altro. Gli anglicismi sono così tanti che hanno fatto il salto che ci sta portando verso la creolizzazione lessicale, frutto del mescolare l’importazione delle radici inglesi crude con le loro ricombinazioni all’italiana.

Da tempo usiamo cash al posto di contante e pronta cassa (pagare cash), ma questa parola ha cominciato a ricombinarsi con le altre generando una serie di espressioni sempre più numerose, così numerose che è difficile conteggiarle. Penso alla combinazione con dispenser, che da tempo usiamo al posto di distributore, erogatore o anche dosatore (di sapone nei bagni). Queste due parole così popolari si uniscono nel cash dispenser, cioè un distributore di contanti, uno sportello automatico. Quando le radici inglesi prendono il sopravvento sull’italiano, succede poi che le vendite all’ingrosso diventino cash and carry, e che i dizionari registrino sempre più composti di cash; il cash flow si affianca al vecchio flusso di cassa, il cash management all’estratto conto, mentre si fa strada il cash mob (2012) per indicare un (gruppo di) finanziamento solidale, visto che mob si è già diffuso in espressioni come flash mob che usiamo al posto per esempio di raduno lampo o manifestazione estemporanea.
Nel nuovo anglicismo natalizio cash non è più il contante, sostituisce il concetto più generale di denaro, visto che si tratta di un rimborso che verrà accreditato. Il significato dell’inglese si estende ulteriormente, e sottrae un altro po’ di terreno all’italiano.

Cashless prende piede perché anche less si sta diffondendo sempre di più e ha la meglio sull’italiano “senza” in composti come i pagamenti contactless, i vecchi telefoni cordless e il nuovo wireless, o il ticketless al posto del biglietto virtuale; ma poi c’è anche genderless (visto che genere si dice ormai gender e si porta con sé transgender, gender fluid, agender, genderqueer), tubeless (pneumatici senza camera d’aria), childless che si distingue da childfree (in un contesto dove child rimpiazza i figli come in stepchild adoption).

Quanto al back di cashback è una delle radici inglesi più prolifiche e infestanti. Per il momento da solo non è in uso, ma è solo questione di tempo. La barretta rovesciata delle tastiere si chiama backslash (come la barra o sbarretta normale è detta slash), il dietro le quinte è diventato backstage, il retroterra culturale è background, la logistica si dice back-office in contrapposizione al front-office (che fanno il paio con il back-end e il front-end dei programmi informatici che sostituiscono l’interfaccia di amministrazione e quella utente), il ritorno a scuola e la fine delle vacanze è il back to school, e poi c’è flashback che ha sterminato l’analessi (e si appoggia a flash che è una notizia lampo, un ricordo improvviso, l’illuminazione della macchina fotografica, e si ritrova in flash news… dove le notizie sono news e le bufale fake news) e ancora playback e via dicendo. Quest’ultimo si sorregge su play che è il tasto di avvio, e ricorre in tanti altri composti con altri significati, da playstation a playboy, e boy in cowboy, toy boy, boy scout che si lega a sua volta a talent scout, scouting… e così via ad libitum sfumando, anzi no, ad libitum crescendo, purtroppo.

L’itanglese non è l’importazione di semplici anglicismi, è il frantumarsi delle dinamiche con cui l’italiano si è sempre evoluto. Nel Nuovo millennio la strategia prevalente – se non l’unica – di evoluzione della nostra lingua consiste nell’usare l’inglese per indicare ciò che è nuovo. Non c’è molto altro. E se le nostre istituzioni e il nostro governo, invece di tutelare e promuovere il nostro patrimonio linguistico, introducono anglicismi, siamo davvero alla fine.

Black friday, venerdì nero e anglicizzazione

Quando chiediamo a qualcuno se vuole sentire prima la notizia bella o quella brutta, spesso sceglie quella bella.

Dunque, la bella notizia è che comincia a farsi strada la traduzione di black friday persino sugli organi della stampa che hanno fatto dell’itanglese la loro lingua, come il Corriere della Sera digitale, anzi online.

Certo, nell’immagine tratta dall’edizione in Rete del 21 novembre 2020, “venerdì nero” ricorre solo 2 volte contro le 5 dell’anglicismo. In un caso l’italiano è anche riportato tra virgolette, come una bizzarria – e pensare che un tempo erano i forestierismi che si riportavano tra virgolette – ma comunque è già qualcosa. Venerdì nero è diventato un sinonimo secondario, ma possibile, e in un uso.

Urrà!
E la notizia brutta?

Giusto… me ne stavo quasi dimenticando. Nulla di nuovo, in realtà. Se nella stessa immagine guardiamo gli anglicismi, la sensazione è quella di vivere in un Paese occupato, dove gli organi di informazione usano un linguaggio di regime che ricorre al lessico degli invasori. L’invasione non è militare, naturalmente, è quella delle multinazionali che esportano il loro linguaggio che il giornalismo collaborazionista diffonde e ci impone dall’alto.

Nella porzione di Corriere riprodotta (se preferite screenshottata, per essere coerenti con l’itanglese) si vedono 4 riquadri (o box, per gli amanti dello pseudo-inglese) con i relativi titoli e sommari che rimandano (o linkano?) al pezzo.
Copiaincollando il testo in un programma di scrittura (detto preferibilmente editor), si contano in tutto 147 parole. Non è un calcolo precisissimo perché una locuzione come “black friday”, così come “venerdì nero”, si dovrebbe considerare come una parola sola, e non come due. Inoltre, per determinare la reale percentuale dell’inglese, con qualche piccolo aggiustamento e intervento manuale bisogna escludere le “parole che non valgono” ai fini dei conteggi, per esempio i numeri (30 e 2020), i nomi propri come quelli dei giornalisti e soprattutto delle aziende. Facendo questo lavoro di pulizia emerge chiaramente chi è l’invasore. Sono le multinazionali statunitensi che si chiamano Amazon o Ebay, ma anche quelle non americane hanno ormai nomi anglicizzati, come MediaWorld, il marchio che la società tedesca Media Mark ha scelto di utilizzare in Italia, la terra dei cachi. Eliminate queste parole insieme ad altre come “Elio e le storie tese” (da considerare una parola sola: il nome di un gruppo musicale) i vocaboli effettivamente in gioco sono 119, e tra questi 13 sono inglese, cioè l’11% del lessico utilizzato (per l’esattezza il 10,9):

black friday (che ricorre 5 volte)
best of
weekend
store
online
e-commerce
testimonial
smartwatch
sport
.

Sport è ormai considerato una parola italiana, oltre che un internazionalismo (ma non lo è affatto visto che mezzo miliardo di spagnoli lo chiamano deporte), ma per pesare la reale interferenza dell’inglese è bene conteggiarlo, anche se lo usiamo dalla fine dell’Ottocento. In compenso non è stato conteggiato “stressanti”, che pur derivando da stress è ormai a tutti gli effetti una parola italiana che, come sport, non viola le nostre regole di pronuncia e di scrittura.

Se si lemmatizzano le parole italiane, e cioè si elencano considerando quante volte ricorrono accorpando le flessioni (altre e altri sono la stessa parola riconducibile al lemma altro), i vocaboli sono solo 52 (di cui alcuni si ripetono più volte):

l’articolo determinativo (il, lo la, le, gli, l’…) ricorre 17 volte
preposizione di → 12 volte
ricorrono 4 volte: degli, altre/altri, offerte
ricorrono 3 volte: e, su, migliori
ricorrono 2 volte: in, allo/al, venerdì nero (uno tra virgolette), è, non, solo, proposte, tanti/tante, scelta, giusta, sconti
ricorrono 1 volta: a, dal, fino, per, con, questo, anticipo, purificatore, aria, spazzolino, elettrico, parte, obiettivo, dichiarato, rendere, acquisti, meno, stressanti, c’(=ci), gigante, presidiare, abbiamo selezionato, migliaia, persone, coda, proseguirà, novembre, categorie, merceologiche, eccezione, negozi, preso, assalto.

In sintesi: il lessico è formato da 61 lemmi, di cui 52 italiani e 9 inglesi, un’incidenza del 14,7%.

Le cose si aggravano se si analizzano le categorie grammaticali. Con l’eccezione di online, usato nel testo in funzione di aggettivo, gli altri 8 anglicismi sono tutti sostantivi, o locuzioni con valore nominale. Se consideriamo questo aspetto, abbiamo 16 sostantivi in italiano (venerdì nero, scelta, proposta, sconti, purificatore, aria, spazzolino, obiettivo, acquisti, migliaia, persone, coda, novembre, categorie, eccezione, negozi) e 8 in inglese (black friday, best of, weekend, store, e-commerce, testimonial, smartwatch, sport).
Il che significa che su 24 sostantivi, un terzo è in inglese (il 33,33%). E questi costituiscono una parte della lingua fondamentale: sono le parole che abbiamo a disposizione per designare le cose! L’italiano è salvo nelle sue componenti verbali e nelle parole ad altissima frequenza come le preposizioni, le congiunzioni o gli articoli, ma cede il posto all’itanglese nel caso dei nomi.

Da quanto ne so, l’unico esempio serio di conteggi sul lessico dei giornali che passava per la lemmatizzazione risale agli anni Ottanta ed è stato fatto da Tullio De Mauro con il Veli (Vocabolario Elettronico della Lingua Italiana). A quei tempi gli anglicismi rappresentavano circa il 2% dei 10.000 lemmi più frequenti nei giornali (escluse le parole che non valgono).

Gli studi che circolano oggi sono invece fatti in modo automatico, senza lemmatizzare e senza escludere le parole che non valgono. E quando si attribuisce all’inglese una percentuale “solo” del 2 o 3% delle parole dei giornali si salva la nostra lingua conteggiando le occorrenze delle congiunzioni o delle preposizioni, oltre alle date e ai nomi propri (ne ho già parlato in “Le percentuali degli anglicismi nella stampa”).

Non conosco studi recenti realizzati con i criteri che a suo tempo aveva utilizzato De Mauro, ma a naso suppongo che si si facessero scopriremmo delle percentuali intorno all’8-10% a seconda degli ambiti (è una mia supposizione che non sono in grado di dimostrare se non utilizzando piccoli campioni che non sono sempre rappresentativi, come in questo articolo). È vero che non in tutti gli ambiti e gli articoli le percentuali sono così alte come in questi esempi. Tuttavia, in articoli che parlano di informatica, economia o lavoro possono essere anche maggiori. È vero anche che i dati qui riportati si riferiscono ai titoloni dei giornali, e che all’interno dei pezzi gli anglicismi sono più diluiti, tuttavia sono i titoli quelli che la gente legge e sfoglia, e il loro impatto è molto più forte rispetto al testo del pezzo,

Queste percentuali non si possono negare. Qui non c’è nessuna illusione ottica: i numeri di questo tipo mostrano che abbiamo a che fare con una lingua che non è più italiana se non nella sua struttura.

Se torniamo all’immagine e guardiamo la pubblicità nel riquadro giallo in basso a destra, le cose non vanno meglio.

“Nuova Mini Countryman plugin hybrid con il nuovo leasing operativo Why-Buy Evo tua da 220 € al mese”.

Dov’è l’italiano in questa lingua hybrid delle pubblicità?
I nomi delle automobili sono inglese, i contratti di locazione finanziaria si chiamano leasing seguiti da formule che ne specificano le caratteristiche in inglese (leasing operativo Why-Buy Evo).

Il plugin hybrid non riguarda solo le automobili, ormai chiamate preferibilmente il settore automotive, ma anche l’italiano. L’inglese è il plugin hybrid che si è innestato nella lingua del bel paese là dove ‘l sì… suonava.

Day by day: dal “D-day” all’istituzione del “dì day”

Nei giorni scorsi siamo stati bombardati dal click day su tutti i mezzi di informazione, tra le polemiche sui buoni mobilità chiamati con l’anglolatinismo bonus biciclette e monopattini. Coniare una parola come cliccadì non verrebbe in mente a nessuno, visto che le nostre menti sono sempre più colonizzate dall’inglese. Buon dì è un po’ in disuso, del resto, e pare una merendina, oltre a suonare obsoleto. Day invece è moderno e sta producendo innumerevoli ricombinazioni all’italiana con altre radici inglesi, come appunto click, scritto con la “k” per sottolinearne l’inglesità, anche se sarebbe più semplice (e corto) usare l’adattamento clic che si trova sul dizionario e nei derivati come cliccare.

L’esplosione dei day al posto di giorno e giornata non riguarda tanto le frequenze dei corrispettivi in italiano, che sono molto saldi nel linguaggio comune, bensì i nomi degli eventi, i titoli, le parole chiave che occupano la parte alta di quella che ho chiamato la gerarchia delle parole. Day è di rango superiore, e se si deve usare qualche nuovo nome altisonante l’inglese sembra d’obbligo. Il che vale ormai per quasi tutti i nomi di eventi e manifestazioni; qui a Milano si è appena concluso il Bookcity, per esempio. Cercando day proprio tra i titoli dei libri italiani si trova un po’ di tutto. Non ci sono solo i saggi sul D-day dello sbarco in Normandia o quelli sul family day. Mi chiedo cosa abbia spinto Lia Giancristofaro a scrivere il Tomato day. Il rituale della conserva di pomodoro (Franco Angeli, 2016 ) o Paolo Morando a intitolare la sua ricostruzione di un biennio tutto italiano Dancing days. 1978-1979. I due anni che hanno cambiato l’Italia (Laterza, 2020). O Daniela Pasqualetti a scrivere un libro di narrativa italiana come Perfect days (Ensemble, 2018), ambientato in Toscana, anche se il protagonista Thomas è di origine inglese. Ma tutto questo è ormai la norma, e non mi meraviglierei se qualche prossimo evento tutto italiano sarà presentato come l’italian day.

Il lievitare di day ha avuto inizio intorno al 1980, e non c’è da stupirsi. È stato il decennio in cui l’anglicizzazione della nostra lingua ha registrato la prima storica crescita allarmante, quella di cui si era prontamente accorto Arrigo Castellani autore del “Morbus Anglicus”. Le parole inglesi sono cresciute – e non per caso – parallelamente al dilagare di film e telefilm statunitensi che in quegli anni sono entrati nelle nostre case in seguito all’avvento delle televisioni commerciali con un aumento esponenziale di pubblicità che ammiccavano all’inglese.

Se nel 1961 il dramma di Samuel Beckett era stato tradotto con Giorni felici, nel 1977 è arrivato Happy Days con Arthur Fonzarelli (Fonzie), la cui sigla (Sunday, Monday, happy days…) era ottima per imparare i giorni della settimana in inglese. La grande popolarità della serie, in onda per oltre un decennio, ci ha fatto familiarizzare con quel days che in un primo momento suonava ancora come qualcosa di nuovo. Nel giro di pochissimi anni il moltiplicarsi di locuzioni con day provenienti dagli Stati Uniti ha fatto sì che questa parola diventasse il secondo elemento di avvenimenti e ricorrenze sempre più importato e imitato, al punto che l’anglicismo è stato così registrato nei dizionari: come secondo elemento formativo.

Precedentemente si era diffusa solo l’espressione D-day, che nella Seconda guerra mondiale indicava il giorno stabilito per lo sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944, ed è diventato il giorno X fissato per un’operazione militare o più in generale per un qualsiasi evento di particolare rilevanza.

Negli anni Ottanta si è propagato anche il primo day di provenienza ospedaliera. I servizi o le strutture per il ricovero giornaliero, in giornata, si son detti day hospital. Nel frattempo al cinema è uscito The day after (N. Meyer, 1983), che dipingeva uno scenario successivo alla catastrofe nucleare. Si è rivelato un titolo di così grande successo che l’espressione è diventata un modo di dire (come a tante altre che arrivano dai titoli dei film non tradotti: mission impossible, top gun, highlander…) e ha esteso il suo significato post-atomico per designare il giorno dopo di un qualunque evento eclatante che comporta conseguenze e cambiamenti: il day after dell’11 settembre, dei mondiali di calcio, di un’elezione politica…

Televisione, cinema e medicina sono tre dei principali ambiti da cui provengono le parole inglesi. Ma non i soli. Nella seconda metà del decennio si è imposta anche l’espressione day by day che arrivava dal linguaggio del lavoro, un quarto centro di irradiazione dell’inglese sempre più potente; appariva e appare più professionale rispetto a giorno per giorno o quotidiano. Poi ci si è messa anche la tecnologia, con le lampade daylinght e il sistema di illuminazione che riproduce la luce diurna. Illuminazione a giorno non aveva lo stesso effetto per connotare la fluorescenza di quella luce, evidentemente. Un altro linguaggio settoriale infarcito di inglese è quello economico e borsistico, e non poteva mancare un contributo anche da questa nicchia: gli operatori di borsa specializzati della compravendita in giornata hanno cominciato a farsi chiamare day trader e a praticare il day trading inseguendo guadagni mordi e fuggi.

Negli anni Novanta, nel linguaggio politico e giornalistico ha preso piede la bella idea di chiamare l’accorpamento delle elezioni election day (1992), e poco dopo sono spuntati gli open day di ambito scolastico; le giornate a porte aperte sembrano suonare come qualcosa di antico nell’americanizzazione della scuola, dove ormai la vecchia fine delle vacanze è diventata il back to school. Dal 1997, il ricovero diurno di anziani e malati non gravi, o anche la custodia dei bambini fuori dall’orario scolastico, è il day care, in un contesto dove un assistente familiare è detto caregiver. Il 2000 ci ha regalato poi il day surgery, che non è altro che un intervento chirurgico in giornata, senza ricovero (una volta c’erano gli interventi ambulatoriali). Il linguaggio medico, nell’epoca della pandemia, sta ricorrendo agli anglicismi in modo sempre più incontrollato. Io ci avevo scherzato qualche mese fa, inventandomi il tamponing, ma poi qualcuno deve avermi preso quasi alla lettera, visto che siamo riusciti persino a coniare il Daily Tampon – a proposito di tamponi e di day – ma come ha ricordato Gabriele Valle, in inglese tampon è un’assorbente interno, più che un tampone rapido.

In ogni caso, dopo l’Indipendence Day arrivato alla fine degli anni Novanta sotto forma di film, tra Columbus day e memorial day – che dalla commemorazione statunitense dei soldati caduti si allarga a designare un qualsiasi giorno della memoria – nel 2007 è nato il click day che in questi giorni ricorre su tutti i giornali. Nel 2012 è stata la volta del family day, che si è imposto dopo analoghi neologismi come il vaffa-day di Grillo, abbreviato anche in V-Day (dove il vaffa non era rivolto all’inglese) che però può essere letto anche come il Veltroni Day o W-Day (tutto va bene basta che sia inglese), il giorno di Walter Veltroni alla guida del partito democratico (2008), ed è stato seguito dal Fertility Day (2016). L’importazione del venerdì nero della lingua italiana, il black friday, ha amplificato le cose e ha generato una serie di variazioni sul tema, spesso maccheroniche, che hanno portato all’avvistamento addirittura dei Befana Days!

Recentemente si parla anche del cheat day (lett. il giorno in cui si può barare) cioè il giorno dello sgarro o i giorni di sgarro, un giornata libera per esempio dall’attività sportiva in caso di programmi per mantenersi in forma, o dalla dieta, e in questo caso è detto anche cheat meal cioè il pasto dello sgarro (molti nutrizionisti lo inseriscono all’interno dei regimi dimagranti). Del resto la formula del mangia a volontà è ormai all you can eat nella cucina anglicizzata, dai servizi di delivery recapitati dai rider sino alle nuove ricette che nell’era dei Masterchef costituiscono il settore food. In questo modo l’italiano retrocede, e gli anglicismi non solo rimpiazzano i nostri vocaboli, ma si innestano nei posti più alti della gerarchia delle parole e, soprattutto, si allargano nel nostro lessico e si saldano tra di loro in ibridazioni mostruose e in ricomposizioni creative delle radici da cui sono formati. È così che l’italiano muore e l’itanglese prolifica. Il caso di day non è isolato. Sta succedendo lo stesso con centinaia di altre parole, da ecomomy a manager, da food a baby

Per questo propongo di istituire il dì day, una giornata all’anno in cui sia possibile chiamare un evento, o un concetto chiave, solo in italiano.

Nel frattanto, la petizione a Mattarella contro l’abuso degli anglicismi è stata chiusa, e le oltre 4.000 firme raccolte saranno presto inviate al presidente della Repubblica, compatibilmente con le restrizioni del nuovo confinamento – chiamato lockdown, nella sua nuova edizione chiamata light – che rendono un po’ problematico lo stampare un centinaio di pagine e la loro spedizione via posta.

La panspermia del globalese

Lingua e vita sono spesso accostate in una metafora che le accomuna. Una lingua viva è un sistema che si evolve continuamente, e questa analogia è un buon approccio anche per comprendere come gli anglicismi stiano penetrando in tutte le lingue del mondo.

L’angloamericano è la lingua della globalizzazione, che coincide sempre più con americanizzazione, e si innesta nelle altre lingue attraverso un meccanismo che ricorda quello della panspermia, un’ipotesi biologica per cui i mattoncini che sono alla base della vita sono sparsi nell’universo, ma si sviluppano e attecchiscono solo dove trovano le condizioni favorevoli. In tempi recenti, questa teoria è stata sostenuta, tra gli altri, dall’astrofisico Fred Hoyle. Secondo lui le molecole alla base della vita viaggiano nello spazio per esempio attraverso le comete, costituite in gran parte di ghiaccio. I bombardamenti di meteoriti, molto frequenti nella fase di formazione del sistema solare, avrebbero sparso queste molecole ovunque, ma solo sul nostro pianeta hanno trovato un ambiente dove crescere.

Gli anglicismi si diffondono in modo simile, ma invece di viaggiare su comete e meteoriti sono veicolati da cinema, televisioni, internet, pubblicità, merci, prodotti tecnologici…

Per usare un’altra metafora biologica, l’angloamericano si comporta un po’ come le ostriche che, per riprodursi, spargono in giro milioni di larve che per la maggior parte sono destinate a morire, ma qualcuna sopravvive e cresce.
Nel Novecento, gli Stati Uniti si sono imposti come la più grande potenza economica, militare, politica e culturale del mondo, e come un’ostrica hanno inondato il pianeta di concetti e cose espressi attraverso il lessico inglese. Questo bombardamento si è innestato sopra il sostrato che nell’Ottocento aveva caratterizzato l’espansione dell’impero del Regno Unito che aveva già colonizzato, anche linguisticamente, gran parte del mondo, dall’India all’Africa. Il risultato di queste ondate ha portato oggi al global english, chiamato anche globish e tradotto con globalese.

Il progetto di imporre l’inglese in tutto il pianeta come la lingua della comunicazione internazionale è una nuova forma di imperialismo linguistico che non si basa più sulla conquista dei territori attraverso l’esercito e le guerre, ma attraverso le armi della supremazia economica, scientifica, tecnologica e culturale. Gli anglicismi che si innestano nelle lingue locali sono i detriti lessicali di questa espansione, e l’interferenza linguistica dell’inglese sta modificando in modo sensibile ogni idioma, tanto che un po’ ovunque, nel mondo, sono nate delle definizioni molto simili di questo fenomeno di ibridazione. In Francia si parla del franglais (franglese) già dagli anni Sessanta, espressione da cui abbiamo ricalcato il nostro itanglese (affiancato da itangliano e altre variazioni sul tema), ma come ha ricostruito Tullio De Mauro (cfr. “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”) in ogni Paese sono sorte espressioni analoghe: il denglish o germish (tedesco), il portenglish (portoghese), il poglish (polacco), il chinglish (cinese), l’hinglish (hindi), il konglish (coreano) e molte altre.

Attraverso quali modalità l’inglese si innesta nelle lingue locali, le contamina e stravolge?

Dalle ostriche ai mammiferi

Già negli anni Novanta, con grande acume, un giurista autorevolissimo come Francesco Galgano aveva analizzato come alcuni termini giuridici inglesi non fossero un fenomeno solo italiano, ma globale, causato dall’espansione delle multinazionali statunitensi che esportano e impongono il proprio apparato lessicale estraneo alle legislazioni nazionali coinvolte.

“Le case madri delle multinazionali trasmettono alle società figlie operanti nei sei continenti le condizioni generali predisposte per i contratti da concludere, accompagnate da una tassativa raccomandazione, che i testi contrattuali ricevano una pura e semplice trasposizione linguistica, senza alcun adattamento, neppure concettuale, ai diritti nazionali dei singoli Stati; ciò che potrebbe compromettere la loro uniformità internazionale”.

[Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153]

In questo modo parole come franchising, leasing, copyright e molte altre sono diventate internazionalismi intoccabili in tutto il mondo.
Tornando alla metafora della lingua come vita (parole come prole), questi ultimi esempi mostrano un’evoluzione nella prolificazione dell’inglese. L’ostrica è diventata mammifero; la strategia riproduttiva è in questo caso diversa: non si spargono più migliaia di parole al vento che per la maggior parte sono destinate a morire, si creano pochi figli che però si accudiscono e proteggono per fare in modo che possano sopravvivere con ragionevole certezza.

Dagli anni Novanta a oggi molte cose sono cambiate e il numero delle parole inglesi è ben più che raddoppiato, nei dizionari. Quando Microsoft si è imposta in Italia con la sua terminologia fatta di file e downolad e non di documenti e scaricamento, quando Twitter ha esportato i follower e non gli iscritti o i seguitori, quando Google introduce gli snippet, Facebook la timeline… l’imposizione del lessico in inglese penetra con una forza dirompente. Il successo di queste parole, tuttavia, dipende sempre dalle condizioni ambientali in cui si innesta, e il brodo culturale tipicamente italiano è un terreno tra i più fertili per l’attecchire dell’inglese. La resistenza alle pressioni esterne è molto scarsa, anzi, spesso introduciamo da soli l’inglese agevolando dall’interno questo processo di espansione con il risultato che l’anglicizzazione della nostra lingua è enormemente più ampia di quanto non avviene all’estero. Abbiamo perso ogni strategia alternativa all’importazione di anglicismi crudi, abbiamo rinunciato ad adattare le parole per italianizzarle secondo la nostra identità linguistica, abbiamo cessato di tradurle e di inventarne di nostre. Come ha osservato Dacia Maraini, a proposito di ostriche, “la lingua è come una conchiglia che avvolge il fastidioso granello di sabbia nella saliva e lo trasforma in una perla. Se però riempiamo la conchiglia di sabbia, questa non riesce più a creare perle”, ma soffoca e muore (cfr. Dacia Maraini, 2017, da una lezione agli studenti del liceo Volta di Como).

Un confronto con il rumeno e il russo

In Paesi come la Francia o la Spagna, le accademie linguistiche si prodigano per proporre sostitutivi autoctoni. In Islanda esiste persino la figura del neologista che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua.
Da noi, al contrario, la Crusca non fa nulla del genere, e i nostri mezzi di informazione, i nostri politici e la nostra classe dirigente sono i primi a ricorrere agli anglicismi crudi, a preferirli, ad andarne fieri. Il risultato è che l’italiano boccheggia e non evolve, mentre l’itanglese lievita incontrollato in modo devastante. Tullio De Mauro ha definito questo processo uno “tsunami anglicus” ben più profondo del semplice “Morbus Anglicus” di Arrigo Castellani che un tempo aveva ritenuto esagerato. Le conseguenze di questa ondata, nell’italiano, sono ben più gravi che all’estero, non c’è paragone rispetto a quanto si registra nello spagnolo, nel portoghese o nel francese.

Tra le lingue romanze solo il rumeno sembra essere messo peggio di noi, almeno stando ad alcuni studi come quello di Rodica Zafiu che parla di “romglese” o di Dana-Maria Feurdeand che ha analizzato alcuni anglicismi economici presenti sulla stampa concludendo che “il numero totale dei prestiti inglesi nei cento articoli romeni è di 459, nel corpus italiano si è registrato un totale di 337 prestiti invariabili.”

[Cfr.: Dana-Maria Feurdeand, “Due nazioni neolatine di fronte alla globalizzazione. Aspetti linguistici”, in Transylvanian Review, 2017 Supplement 2, Vol. 26, pp. 147-160; Rodica Zafiu, “Sui prestiti recenti dall’inglese: condizionamenti morfologici e scelte culturali”, in Romania e Romània: lingua e cultura romena di fronte all’Occidente, atti del Convegno internazionale di studi Udine, 11-14 settembre 2002, p. 83-95].

Se ci spostiamo a Est, il caso del runglish, la contaminazione di russo e inglese, è particolarmente significativo. Si tratta di un fenomeno recente, perché prima della caduta del muro di Berlino e della dissoluzione dell’Unione Sovietica l’interferenza della lingua inglese aveva risparmiato i Paesi del blocco comunista. Negli ultimi 30 anni la situazione è mutata e in un articolo sull’anglicizzazione del russo (“Chi sono le persone che lottano contro gli anglicismi nella lingua russa, e perché lo fanno?”, Viktoria Rjabikova, Russia Beyond, 12/10/2020) ho ritrovato molte delle cose che scrivo da tempo a proposito dell’italiano. Leonid Marshev gestisce una comunità che si batte contro l’abuso degli anglicismi e ne promuove le alternative, un po’ come sto cercando di fare io con il dizionario AAA e con il progetto degli Attivisti dell’italiano in collaborazione con il portale Italofonia. Marshev spiega che i prestiti sono un fenomeno naturale in qualsiasi lingua, ma quando arrivano da una lingua sola e superano il numero delle parole prodotte dalla lingua in questione, l’identità linguistica va in frantumi. E nota – esattamente come avviene nel caso dell’italiano – che sui mezzi di informazione compaiono continuamente parole nuove in inglese e nessuna in russo.

Eppure, come si evince dall’articolo e anche da quanto mi ha riferito un amico di Mosca, mi pare che nonostante le lamentele siano simili la situazione da noi sia molto più grave. In russo circolano parecchie alternative che in italiano non esistono affatto. I cosiddetti “internazionalismi”, che in realtà sono semplicemente anglicismi, da loro sono una scelta espressiva più che una “necessità” come da noi, visto che spesso non esistono alternative o non sono in uso; un russo, invece, può scegliere di dire mouse oppure mysh’ (cioè topo), e lo stesso vale per vari altri esempi che si leggono nell’articolo.

L’anglicizzazione nasce con le tv commerciali, prima che con Internet

Nei Paesi dell’Est l’anglicizzazione ha preso piede soprattutto negli anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, con la globalizzazione e la rivoluzione di Internet. Ma più che la Rete è stata decisiva la nascita delle televisioni commerciali. La loro diffusione nell’ex blocco sovietico è nata contemporaneamente alla rivoluzione digitale, e ha veicolato gli stili di vita, le merci e i prodotti culturali americani nelle case di tutti. Tutto ciò è stato recepito come una ventata di libertà dopo anni di restrizioni, ed è significativo che nel 1997 i consumatori russi spendessero più in Coca-Cola di quanto il loro governo destinasse all’intero sistema sanitario nazionale.

[Cfr. David Ellwood “La cultura come forma di potenza nel sistema internazionale. Americanizzazione e antiamericanismo”, in Mélanges de l’école française de Rome Année 2002 114-1 pp. 431-439]

In Italia, invece, tutto ciò è iniziato ben prima, con lo sbarco degli alleati, e poi con il piano Marshall e la sua propaganda. A partire dagli anni Cinquanta, è stato soprattutto il cinematografo a farci conoscere e desiderare gli stili di vita del sogno americano, che negli anni Sessanta hanno cominciato a essere accessibili, importati e venduti anche in Europa. La televisione, al contrario, sino agli anni Ottanta non era molto americanizzata (cfr. “Televisione e mcdonaldizzazione, in “Palato e parlato: gli anglicismi in cucina”) ma con la nascita delle tv commerciali tutto è cambiato rapidamente: film e telefilm statunitensi che sino agli anni Settanta rappresentavano una piccola porzione dei programmi, si sono moltiplicati sino a divenire l’asse portante di ogni palinsesto. La cultura di massa televisiva, fatta di modelli e contemporaneamente di merci d’oltreoceano, non è “innocente” è una forma di potere che insieme ai prodotti culturali ha portato nelle nostre case anche le condizioni per l’accettazione di moltissimi anglicismi. Con Internet e la globalizzazione, e con la diffusione dei canali satellitari, tutto è cresciuto a dismisura. Resta il fatto che la lingua italiana sembra una di quelle più anglicizzate, rispetto alle altre.

La frequenza degli anglicismi in italiano, spagnolo (e francese)

La linguista Elena Álvarez Mellado ha elaborato un algoritmo in grado di conteggiare gli anglicismi che compaiono quotidianamente sui giornali, e pubblica questi dati sull’Osservatorio Lázaro, che analizza 8 testate spagnole (quindi i dati si riferiscono solo ai giornali della Spagna, non a quelli ispanoamericani). Stando a un articolo su ElCastellano.org (grazie a Gretel che me l’ha segnalato), da aprile a oggi le parole inglesi sono ricorse circa 70.000 volte, dunque in media 400 al giorno (di cui 90 compaiono su El País). Naturalmente non sono tutte diverse, circa 200 sono anglicismi a bassa frequenza e tendono a non ripetersi, mentre l’altra metà delle occorrenze è fatta da parole che si ripetono spesso.

Che cosa significa che un giornale come El País usa mediamente 90 anglicismi al giorno? Sono pochi? Sono tanti?
Per comprenderlo ho fatto una cosa abbastanza semplice. Sono andato sulla versione del Corriere della Sera in Rete, ho fatto il copia e incolla della pagina principale, e ho contato gli anglicismi.

Il risultato? 111 anglicismi solo nei titoli e nei sottotitoli di ciò che appare in prima pagina! Figuriamoci se il conteggio avvenisse nell’intero giornale! In sostanza non c’è confronto con la situazione spagnola.

Per la cronaca queste sono le 111 occorrenze che ho trovato in ordine di apparizione, compresi i “doppioni” nell’edizione del 26/10/2020 (ore 13): login, news, staff, drive-in, big data, sport, lockdown, smart working, post, reportage. leader, semi-lockdown, online, web, streaming, family, business, streaming, talk, smash, noodles, social, quarterback, cliff diving, XXL, web, smart, app, bar, stop, staff, «superbrain», «superbrain», online, widget, set, look, drive-in, online, tilt, download, killer, test, liberty, newsletter, computer, pc, email, sport, sport, rock, band, stop, shopping, tech, master, master, streaming, fire, smart, action cam, black, «full self-driving», autopilot, post, streaming, streaming, smartphone, cyberpunk, trekking, lockdown,«one pot», first lady, cook awards, star, must, punk, “over anta”, beauty, perennial, star, “over” 50, sponsor, record, newsletter, thriller, lockdown, app, food, gallery, semi-lockdown, round, blog, gay, tech, self-tape, web, trading, post, coding, lockdown, football, touchdown, urban foliage, online energy talk, jolly, blog, lost in galapagos, copyright, cookie policy, privacy, declaration.

Se si aggiungessero altre circa 40 parole come hackerate, un ibrido, chef e festival, che ormai son da considerare anglicismi più che francesismi, e svariati latinismi di importazione dall’inglese come focus, bonus, ecobonus, forum… si arriverebbe a 150.
Di solito la media è questa, non ho notato che l’edizione presa come campione fosse più anglicizzata di quelle che si trovano tutti i giorni.
Il numero totale delle parole presenti era di circa 5.900, e si potrebbe erroneamente concludere che quelle inglesi sono solo il 2%, ma non è affatto così. Il numero dei nomi propri, dei marchi, delle località è altissimo (sono circa 1.500 parole da escludere), e se aggiungiamo che nel conteggio ci sono le preposizioni, le congiunzioni e simili parole ad altissima frequenza… il numero di quelle inglesi comincia a essere davvero pesante. Tutto ciò non è paragonabile a quanto avviene in Spagna.

Passando dal numero degli anglicismi sui giornali alla frequenza delle singole parole, sul sito dell’Osservatorio Làzaro è possibile vedere quali sono stati i 20 anglicismi più ricorrenti da ottobre a oggi, in ordine di frequenza, e cioè rispettivamente:
online, app, look, influencer, reality,
podcast, streaming, marketing, software, ranking,
newsletter, smartphone, shock, coach, boom,
rider, sprint, show, thriller, casting.

Scorrendo la lista viene da sorridere, perché mancano parole che in italiano sono ormai “necessarie” e frequenti come lockdown o smart working, e oltre al caso di sport, in spagnolo deporte, mancano quelle che da noi sono diventate “di base” (secondo Tullio De Mauro) come computer, mouse, killer… e altre molto in voga come news, recovery fund, screening, leader, social…

Comunque sia, ho provato a cercare questi 20 anglicismi più frequenti nei giornali spagnoli anche negli archivi di Ngram Viewer basati sulle frequenze di Google libri, sia nella lingua italiana sia in spagnolo e francese. I due archivi non sono omogenei, ma il senso è di comprendere se anche la frequenza di queste parole inglesi, oltre al numero, in Italia sia maggiore.


Di seguito riporto le tabelle con i risultati, nel periodo 1990-2019.
Primi 5:

In francese influencer coincide con il verbo influenzare, dunque il risultato non fa testo, ed è questa la ragione della frequenza altissima. Dunque gli anglicismi sono molto più frequenti in italiano in tutti i casi.


Dal 5° al 10° posto:

Con l’eccezione di podcast e ranking, molto gettonati in Spagna, le altre frequenze degli anglicismi sono più alte in italiano.

Dal 11° al 15° posto:

A parte il caso di coach, in Francia molto in uso, l’italiano è la lingua più propensa a ricorrere all’inglese anche in questa tabella.

Dal 15° al 20° posto:

Sprint e casting sono più usati in francese, per il resto l’italiano è la lingua che ricorre all’inglese più spesso.

Questi nuovi dati si aggiungono a quelli che ho pubblicato nel libro Diciamolo in italiano (Hoepli 2017) e in tanti altri articoli (cfr.: Italiano, francese, spagnolo e tedesco davanti agli anglicismi, La terminologia della colonia Italia, Appelli alla Crusca e traducibilità di anglicismi come know how…) che mostrano come nello spagnolo e nel francese le cose sono molto diverse che da noi.

Per tentare di fare qualcosa di concreto e arginare il fenomeno rivolgo a tutti l’ultimo appello per firmare la petizione #l’italianoviva, in cui chiediamo di avviare una campagna contro l’abuso dell’inglese proprio come si fa in Francia e in Spagna.

Tra pochi giorni verrà chiusa e le firme saranno inviate al presidente Mattarella.

Palato e parlato: gli anglicismi in cucina

“Maccherò, m’hai provocato e io ti distruggo” recitava Alberto Sordi in Un Americano a Roma. In quella scenetta immortalava come la tendenza a voler fare gli americani (che negli stessi anni cantava anche Carosone) si infrangesse davanti a un piatto di pasta. Ma oggi la pastasciutta non è più “sexy” e l’aberto-sordità che a partire dagli anni Cinquanta ci ha spinti a ricorrere sempre più spesso agli anglicismi ha perso il suo carattere ridicolo ed è diventata tragicamente seria. È il tratto distintivo di politici, tecnici, imprenditori, giornalisti… Attraverso l’ostentazione dell’itanglese, l’intera nostra classe dirigente si eleva sociolinguisticamente, si riconosce e identifica in un ben preciso gruppo di appartenenza con meccanismi non diversi da quelli con cui gli adolescenti si identificano attraverso determinati gerghi, abbigliamenti o gusti musicali. Ma mentre i fenomeni giovanili sono confinati appunto nel gergale, l’itanglese ha conquistato i principali centri di irradiazione della lingua, e da lì penetra sempre più profondamente nell’italiano comune di tutti i giorni. La nostra americanizzazione è ormai così profonda che ha stravolto anche la nostra tavola, oltre che la nostra lingua.

Il fascino della cucina (e della lingua) italiana

La gastronomia italiana è un’eccellenza dalla tradizione storica con una risonanza mondiale enorme, e lo stesso vale per la lingua italiana che ne veicola i prodotti (cfr: “Italiano: ammirato nel mondo e disonorevole in patria”). La contraffazione dei nostri alimenti attraverso nomi italianeggianti – che nella colonia Italia si esprime con prodotti italian sounding – ha un fatturato che è il doppio di quello dei prodotti originali – che chiamiamo made in Italy – e ha superato i 60 miliardi di euro, nel mondo. Negli Stati Uniti, solo le imitazioni dei nostri formaggi, a partire dal parmisan, fruttano ben 2 miliardi di dollari all’anno (cfr. Sara D’Agati, “Tutti pazzi per l’italiano, la lingua delle insegne”, La Repubblica, 31 ottobre 2016). Dovremmo riflettere su queste cose. Non è un caso che non esista un mercato analogo di finti prodotti francesi o spagnoli, ed è significativo che la parola “toscano” aggiunta sotto il logo dell’acqua Panna abbia portato all’aumento delle vendite del 14% in 18 mesi, come ha dichiarato il direttore comunicazione della San Pellegrino, Clement Vachon riferendosi al mercato internazionale. Nei ristoranti di lusso dei Paesi anglofoni, da New York all’Australia, nei menù si trova la parola vino, perché questa parola italiana è quella che evoca tutta l’eccellenza del prodotto. Eppure da noi si moltiplicano le insegne contro scritto Wine Bar, e i nostri marchi (o se preferite: brand) sempre più spesso puntano all’inglese, per proporsi all’estero. E così la risposta – tutta italiana – al fast food si chiama Slow Food, un marchio che punta sull’italianità della nostra gastronomia si chiama Eataly, e un imprenditore bergamasco che mira a lanciare nel mondo la sua polenta espresso la chiama PolentOne.

Ognuno mangia e parla come vuole, naturalmente. Ma l’analisi del linguaggio della cucina è interessante per comprendere come ci stiamo americanizzando, nel modo di mangiare e di parlare allo stesso tempo.

Dalla nouvelle cousine al “new cooking” dell’epoca dei MasterChef

La nostra esterofilia è storica almeno quanto la nostra cucina. Un tempo era il francese a penetrare maggiormente nel linguaggio della gastronomia. Fino all’Ottocento, in questa tendenza prevaleva l’adattamento in italiano del lessico che importavamo, e il pudding inglese, per esempio, inizialmente era stato adattato con puddingo e pudino, e più tardi divenne budino per l’influsso del francese boudin. Sulla fine del secolo Pellegrino Artusi aveva elevato la lingua della gastronomia ai livelli di un’opera letteraria basata sui modelli letterari del toscano, ma nel Novecento ha avuto inizio la tendenza a importare le parole in modo crudo e, a proposito di cucina, i francesismi culinari costituivano una buona fetta dei “barbarismi” condannati in epoca fascista. Nonostante qualche italianizzazione più o meno di successo (come besciamella o brioscia) sopravvivono ancora oggi: baguette, béchamel, bonbon, brioche, champagne, champignon, consommé, crêpe, croissant, entrecôte, omelette, mousse, pâté, pinot, profiterole, vol-au-vent

Importare i nomi delle pietanze tipiche di un Paese in lingua originale non è “necessario” (come dimostra l’esempio del budino), ma è comprensibile e si riscontra per i prodotti di quasi tutte le altre culture. La moda della cucina etnica e di degustare piatti esotici negli ultimi anni è cresciuta moltissimo, e ha modificato molto anche il nostro modo di mangiare. In generale, nell’ambito gastronomico la quantità di forestierismi è superiore a quella degli altri linguaggi di settore e con l’eccezione del cinese (l’adattamento è più frequente: involtini primavera, maiale in agrodolce, ravioli al vapore…) i nomi dei piatti e delle pietanze rimangono quasi sempre invariati: kebap, sushi e sashimi, falafel, zighinì, wanton fritti, paella, burrito… Nonostante gli stereotipi radicati per cui in Inghilterra si mangia da schifo e negli Stati Uniti l’alimentazione è insana, nel nuovo Millennio sono arrivati nuovi prodotti, soprattutto dolci, con nomi inglesi. E si sono diffusi con grande velocità parole come marshmallow, brownie, muffin, pancake o plumcake


Stefano Ondelli è autore di uno studio molto ben documentato sui forestierismi culinari (“Dal ‘crème caramel’ al ‘cupcake’: l’invasione degli anglicismi in cucina, al ristorante e al bar”, in Italiano LinguaDue, V. 9 N. 2, 2017, pp. 373-383) e ha analizzato il sopravvento del lessico inglese sul francese attraverso lo spoglio di 423 articoli usciti tra il 2002 e il 2016. Questa tendenza non riguarda solo la cucina e gli ambiti dove il francese ha sempre primeggiato, come la moda (dalle paillette siamo passati al glitter, dai fuseaux ai leggins, dallo chic al glamour e più in generale al cool), ma tutta la lingua italiana. Tullio De Mauro ha mostrato che, a partire dagli anni Novanta, il primato del francese è stato superato dall’inglese in generale (cfr. “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”). E infatti Ondelli mostra proprio che negli articoli di gastronomia gli anglicismi sono utilizzati anche fuori dall’ambito culinario, fanno parte del linguaggio giornalistico più generale (2.024 parole generiche contro 1.460 di settore). L’inglese è l’unica lingua straniera che ha questa caratteristica; nel caso degli altri idiomi, i forestierismi sono quasi sempre legati alla cucina, compreso il francese che fa parte del lessico culinario 3 volte su 4 (872 termini culinari contro 249 generici). Ciò significa che, accanto ai nomi delle pietanze, i francesismi riguardano per esempio categorie più generali (dessert, menu, buffet), le tecniche di cottura (uovo alla cocque) oppure figure come sommelier, maître e chef. Come Stefano Ondelli ha riassunto in un articolo sulla Treccani (“L’inglese: un intruso in cucina?”), i francesismi “continuano a dominare nella descrizione della preparazione delle pietanze (brisé, flambé, fumé, glacé, gratin e gratiné, julienne, sauté, sablé ecc.)” con l’eccezione dei prodotti dolciari che nel nuovo Millennio si sono moltiplicati, e degli alcolici che invece hanno da sempre primeggiato (drink, cocktail, whisky…). Il che è in sintonia con le marche presenti nei 129 lemmi di “cucina” registrati sul dizionario AAA.
Ondelli mostra che l’inglese prevale oggi soprattutto nei nomi commerciali (marchionimi), negli aspetti legati alla comunicazione e alla distribuzione (food blogger, food delivery, take away…), ai ruoli (executive chef), ai risvolti sociali (happy hour). Gli anglicismi che denotano ingredienti (curry, ketchup e kiwi), piatti (hamburger, sandwich) o utensili da cucina (freezer, mixer) non hanno una frequenza esagerata.

E allora cosa distingue l’inglese dagli altri forestierismi culinari?
A mio avviso è proprio il fatto che i nomi dei piatti si inseriscono in un modo di parlare anglicizzato che è molto più ampio (e in questo risiede anche la profonda differenza con l’interferenza storica del francese). Nel caso delle lingue degli immigrati arabi o africani, la cucina è l’unico ambito in cui si registra una certa interferenza linguistica. Gli italiani non conoscono una parola di arabo o di cinese. L’unico terreno di scambio linguistico è quello gastronomico. Wanton fritti, kebap, sushi e sashimi, falafel, lo zighinì degli eritrei… i forestierismi culinari non escono dai nomi delle pietanze, ma nel caso dell’inglese non è affatto così. “L’italiano è impermeabile alle lingue degli immigrati, risente invece dei modelli culturali ed economici statunitensi, che non sono presenti sul territorio a questo modo, ci arrivano in altre forme” (Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 9).

Quali sono queste forme?

Televisione e mcdonaldizzazione

Nell’analizzare le frequenze della parola chef (parola francese in uso anche nell’inglese) nelle statistiche di Ngram Viewer, Stefano Ondelli aveva concluso che nel nuovo Millennio la sua occorrenza era tornata a essere alta come negli anni Trenta, quando eravamo francomani, e si domandava se questo fatto fosse da mettere in relazione con la trasmissione di origine britannica Masterchef.
I dati che aveva a disposizione erano sbagliati, perché dagli ultimi aggiornamenti di Google che hanno incluso i libri sino al 2019 le cose sono molto diverse rispetto alla versione che aveva a disposizione ferma al 2008. La parola chef, in realtà, non è frequente come negli anni Trenta, ma ricorre almeno 10 volte di più. E la causa non è solo la trasmissione Masterchef, ma il fatto che questa trasmissione sia diventata un modello di tantissime altre che ne ripercorrono lo schema, e che le trasmissioni di cucina di stampo angloamericano siano diventate un genere onnipresente sul piccolo schermo.


Contrariamente a quanto si pensa, l’anglicizzazione “pesante” della nostra lingua non è iniziata negli anni Novanta con la globalizzazione, ma nel decennio precedente. Stando alle marche di Devoto Oli e Zingarelli, se negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi costituivano il 3% delle nuove parole (una percentuale fisiologica accettabile), negli anni Sessanta sono diventati il 6%, negli anni Settanta il 10% e negli anni Ottanta hanno raggiunto circa il 15%, diventando qualcosa di molto ingombrante che negli anni Novanta è quasi raddoppiato raggiungendo il 28% per poi toccare il 50% dei neologismi nel nuovo Millennio (cfr. “L’aumento di anglicismi e neologismi in inglese: nuovi dati”). Che cosa è accaduto negli anni Ottanta, quando, con grande acume, Arrigo Castellani ha lanciato il suo grido di allarme del Morbus Anglicus?

Sono convinto che la spiegazione sia molto semplice: la diffusione delle tv commerciali. E il caso MasterChef è solo un esempio tra i più eclatanti che dimostra come dalla culinaria siamo passati al cooking in onda, cioè al cool on air dove tutto ciò che è inglese suona cool.

A partire dagli anni Quaranta, era stato soprattutto il cinema il principale grimaldello del mito americano che ha portato in Europa l’ammirazione per gli stili di vita d’oltreoceano. Questi modelli culturali hanno fatto presa sulle masse che successivamente si sono trasformate in nuovi mercati a cui vendere ciò che al cinema si poteva soltanto vedere. Fino gli anni Settanta la televisione non si era ancora americanizzata e le prime trasmissioni popolari come Colombo, Charlie’s Angels, Furia cavallo del West o Happy Days rappresentavano ancora una piccola fetta dei palinsesti. I film, in larga parte statunitensi, venivano passati solo due volte alla settimana, e per precisi accordi con l’Anica, mai la domenica, per non danneggiare il mercato cinematografico. Con l’avvento delle reti private, e in particolare con le televisioni della Fininvest, tutto è mutato in un lampo. Mentre i palinsesti diventavano non più solo pomeridiani e serali, ma riempivano tutta la giornata, tra il 1982 e il 1984 l’azienda di Berlusconi, che non aveva la possibilità della diretta, puntò soprattutto sulla messa in onda di telefilm e film (in larga parte americani) conquistando un’enorme fetta di mercato. Come ha ricordato Carlo Freccero, il successo di questa iniziativa ha spinto la Rai ad acquistare subito dopo un pacchetto di 100 film e ad adeguarsi ai modelli della tv commerciale (cfr. “Quando il cinema era seriale. Modalità d’uso del film nella tv italiana” di Carlo Freccero, in Link, Idee per la tv, 3/2004, pp. 1-29, e “Rai, la tv che ha fatto il cinema” intervista a Massimo Fichera, ivi, pp. 23-25”), ponendo fine una volta per tutte ai modelli “pedagogici” precedenti. In questa fame di film entrarono anche le pellicole che un tempo non sarebbero mai state distribuite nei circuiti cinematografici e insieme ai protagonisti e alle vicende si importavano anche gli stili di vita americani, sempre più veicolati da parole inglesi. I giovani che si ritrovavano a mangiar hamburger nei fast food di Happy Days erano una realtà che non ci apparteneva. Ma subito dopo, e non per caso, in Italia è scoppiato il fenomeno di Burghy, il primo fast food – tutto italiano, del marchio Cremonini – che è diventato il modello sociale di una parte dei giovani e dell’epoca dei paninari. Mentre la pubblicità ci martellava con il ritornello “Hamburger, hamburger, drink e patatine, allegria e felicità” abbiamo cessato di parlare di svizzere e medaglioni per passare agli hamburger, che nel decennio successivo si sono affiancati a cheeseburger, chicken nuggets e pietanze dal nome quasi sempre in inglese quando McDonald’s si è insediato in Italia assorbendo Burghy dopo una guerra per il controllo dei fast food che è durata un decennio.

La crescita di “hamburger” e la diminuzione della frequenza di “svizzere” e “medaglioni” che sono però parole generiche. Probabilmente si è smesso di usarle per indicare l’alimento e dunque le loro frequenze sono diminuite per questo motivo.

In questo modo siamo passati dal frappè al milkshake. Parla come mangi, si dice, e oggi mangiamo e parliamo sempre più all’americana. Questo fenomeno è molto diverso dalla moda della cucina etnica, che nasce dal basso. Molti ristoranti eritrei, indiani, cingalesi e via dicendo sono inizialmente sorti per iniziativa degli immigrati che aprivano questi locali per i connazionali, e solo successivamente sono diventati di moda e si sono aperti alla clientela italiana. Le catene dei fast food, invece, sono la conseguenza di operazioni globali pianificate dall’alto, dalle multinazionali che si espandono alla conquista del mondo, e che sono supportate proprio dalla televisione.

Con la moltiplicazione dei canali televisivi e satellitari del XXI secolo tutto è lievitato in modo esponenziale. L’esplosione delle trasmissioni di cucina, la nascita di emittenti come Food Network che ci sommergono soprattutto di ricette statunitensi, e le infinite trasmissioni sul modello di MasterChef hanno creato questa nuova cultura gastronomica che si riflette anche nel linguaggio. Nel suo articolo, Ondelli scriveva che, nel settembre 2016, su 66 trasmissioni del genere riportate dalla Wikipedia, 13 contenevano nel titolo un anglicismo (Il boss delle cerimonie, Torte da record…), ma oggi la situazione è decisamente cresciuta e sulla stessa pagina le trasmissioni sono raddoppiate: 113 di cui 49 hanno un nome in inglese, e chef è la parola che ricorre di più.

Mentre ormai si parla della mcdonaldizzazione del mondo, l’americanizzazione della nostra cucina è diventata e sta diventando sempre più profonda. Gian Luigi Beccaria aveva osservato che nell’italiano si sono imposti i nomi di molti cibi regionali che sono diventati nazionali solo quando sono stati industrializzati e distribuiti ovunque. I grissini, dal piemontese gersin, sono così finiti sulle tavole di tutti gli italiani e sono diventati un nome industriale, esattamente come è successo a parole un tempo dialettali come mozzarella, fusilli, caciotta, fontina (Italiano. Antico e nuovo, Garzanti 1988, p. 83). I dolci fritti del carnevale, invece, che per la loro friabilità sono più difficili da industrializzazione, visto che si sbriciolano facilmente, secondo Beccaria ancora oggi hanno nomi locali e non possiedono un nome nazionale perché non sono prodotti su scala nazionale, e dunque si trovano a seconda dei luoghi chiacchiere, frappe, crostoli, galani, nuvole, bugie, sfrappole e via dicendo (Misticanze. Parole del gusto, linguaggi del cibo, Garzanti 2009, p. 171).
Passando dal locale al sovranazionale, con l’inglese avviene lo stesso. La grande distribuzione opera su scala mondiale ed esporta cibi statunitensi dal nome in inglese. Ho già ricostruito la storia dei marshmallow, che i traduttori di Linus avevano chiamato toffolette, quando ancora questi prodotti non esistevano nei nostri mercati. Ma quando sono arrivati tutto è cambiato. E non ci resta che ripetere quello che leggiamo sulle confezioni delle scatole. La lingua è fatta anche di queste cose, e ciò non vale solo nel caso della gastronomia (l’informatica docet). Televisione ed espansione dei mercati viaggiano spesso insieme, hanno così sfornato negli ultimi anni prodotti (e parole) sconosciuti sino a dieci anni fa, ma oggi comuni. Basta frequentare i siti di ricette per trovare le apple pie, per esempio. Torta di mele suona come la torta della nonna, se usiamo l’inglese è perché la ricetta si basa sulla tradizione anglosassone. Anche quella è una torta della nonna, in fondo, ma sembra tutta un’altra cosa. E così mentre le torte diventano cake ci americanizziamo nella lingua, intesa allo stesso tempo come organo del gusto e della comunicazione. Palato e parlato.

La gerarchia degli anglicismi e la rete di locuzioni inglesi

A questo punto tutto è più chiaro. Il fenomeno dell’itanglese non è un fatto solamente linguistico. L’esempio del lessico della cucina indica in maniera lampante che non è possibile scindere l’analisi linguistica da quella sociale, culturale ed economica. Questi aspetti sono intrecciati e si alimentano a vicenda in un processo di trasformazione della nostra società che risente sempre più della globalizzazione, che si chiama così ma coincide sempre più con l’americanizzazione.
In questo mutamento, gli anglicismi si inseriscono sempre più spesso a un livello alto della gerarchia delle parole, un fatto che mi pare sia ignorato (insieme a tanti altri salienti) dai linguisti. Non tutte le parole sono sullo stesso livello, infatti. Se gli anglicismi nei giornali compaiono soprattutto a caratteri cubitali nei titoli, e dunque hanno un risalto e una penetrazione molto pesante, lo stesso sta accadendo per molti linguaggi di settore, dove ricorriamo all’inglese prevalentemente per indicare i concetti chiave. E così il nome di una manifestazione culturale si esprime ormai quasi sempre in inglese (per darsi un tono internazionale) anche quando è italiana, le librerie diventano bookshop, l’economia diventa economy, l’ecologia green, le leggi act, le tasse tax… Tornando all’esempio della cucina, ho già ricostruito la storia di food, una parola che è apparsa per la prima volta agli inizi degli anni Ottanta attraverso l’espressione fast food. Da allora la circolazione di locuzioni con food è esplosa. Il cibo per gli animali è diventato pet food, il cibo di strada street food, il cibo a domicilio food delivery, il crudismo raw food, il cibo spazzatura junk food (o trash food), il cibo al cartoccio finger food, quello consolatorio confort food, l’arte dell’impiattare food design, un chiosco furgone truck food, e tra i food corner nei supermercati e il food porn, espressione dopo espressione, l’inglese ha preso il sopravvento sull’italiano, e ormai nel settore della grande distribuzione l’intero settore alimentare è chiamato del food, e contrapposto al non food che riguarda le altre tipologie di merci. Queste locuzioni si intrecciano a loro volta in una rete di altre che si basano sulle stesse radici, e si allargano nel nostro lessico sempre più anglicizzato diramandosi come un cancro. Pet food non è isolato, si appoggia a pet sitter, che insieme a dog sitter e cat sitter ripercorre l’espressione baby sitter, a sua volta basata sulla prolificità di baby che diventa un prefissoide produttivo che si ricombina con parole sia italiane sia inglesi (baby-criminalità, baby-gang…).

Basta guardare questi titoli di giornale per vedere come siamo messi: non solo impera il food, ma anche la cucina diventa cook e tutto è inserito nell’anglicizzazione più totale, dove i premi diventano award, i concorsi sono contest e challenge

La cucina italiana è diventata l’italian food e noi, e la lingua italiana, siamo fritti come le patatine che ormai si cominciano a chiamare chips.

L’inglese e la nuova cultura che fiorisce sull’ignoranza

Cultura e scuola non sempre viaggiano sugli stessi binari. Purtroppo la scuola ha preso da qualche tempo una brutta piega e, nel suo americanizzarsi, di tanto in tanto produce qualcosa che è il contrario della cultura come l’abbiamo sempre intesa.

Per fortuna nella scuola pubblica l’anglicizzazione del linguaggio è marginale, e non riguarda le lezioni degli insegnanti che parlano ancora in italiano. Il mondo della formazione, però, e in particolare il linguaggio con cui ci si rivolge agli insegnanti, per formarli, è decisamente virato verso l’itanglese.

Sul sito Tecniche della scuola si può leggere un articolo come: “Attività di debate per favorire il cooperative learning e la peer education” (Aldo Domenico Ficara, 31/01/2020), ma ce ne sono tantissimi altri scritti con lo stesso stile e criteri. Il titolo contiene tutto il paradosso del nostro problema, culturale, prima che linguistico. Le nostre radici sono sistematicamente recise e sostituite da una nuova cultura che importiamo ma non ci appartiene: nei concetti, e nel linguaggio che si esprime con la terminologia in inglese.

Leggendo questo pezzo sulla didattica – o forse dovremmo dire sul learning se vogliamo suicidarci per bene – scopriamo che nella suggestiva cornice di Villa Bassetti, a pochi passi dall’eremo di Santa Caterina del Sasso, a Leggiuno (nel Varesotto), si è tenuta la prima Debate Academy Italiana. L’ossimoro di tanta italianità di una cornice che però contiene un quadro che si esprime in inglese dovrebbe stridere. Ma non è così, sembra tutto normale, come normale è diventato insegnare in inglese invece che in italiano, e in molti casi diventa persino un vanto! E infatti alla manifestazione hanno partecipato prima i 23 studenti che hanno alternato attività di dabate tenute in lingua inglese a un corso di vela a Laveno (un abbinamento culturale un po’ curioso). Solo in un secondo tempo sono arrivati altri 25 studenti che hanno potuto partecipare alle sessioni anche in lingua italiana.
Scorrendo l’articolo, dopo le premesse del titolo in un inglese volutamente non spiegato, finalmente arriva la rivelazione per gli “ignoranti”: la metodologia didattica chiamata debate consiste in un confronto nel quale due squadre (composte ciascuna di due o tre studenti) sostengono e controbattono un’affermazione o un argomento dato dall’insegnante, ponendosi in un campo (pro) o nell’altro (contro). Il debate (che significa semplicemente dibattito) è quindi definito una “metodologia che permette di acquisire competenze trasversali (life skill) e curricolari, smontando alcuni paradigmi tradizionali e favorendo il cooperative learning e la peer education, non solo tra studenti, ma anche tra docenti e tra docenti e studenti”.

Ci rendiamo conto del livello che abbiamo raggiunto? Il dibattito, l’arte dell’argomentare che una volta era la dialettica, il contraddittorio, la disputa, la controversia scientifica, il confronto politico o culturale tra due tesi è ridotto a un debate che assomiglia più a un programma (o format) televisivo. Questa è la terminologia – e la prassi – che ci stanno imponendo, insegnando non è la parola più adatta. Si tratta di un calcio a millenni di storia e di filosofia, dalla retorica di Greci, sofisti e aristotelici alle dispute medievali che prevedevano l’avvocato del diavolo, dal saggio sulla libertà di John Stuart Mill che esaltava il valore euristico del confronto che corrobora le proprie idee attraverso la confutazione delle tesi avversarie, alla dialettica di Hegel e di Marx… La nostra cultura, accumulata in millenni di storia del pensiero occidentale attraverso un linguaggio che racchiude in sé secoli di stratificazioni celati nella parole, è improvvisamente stata annullata attraverso l’importazione del debate, ridicolo frutto del pragmatismo spicciolo e di una nuova “cultura” che si esprime in inglese, ma è solo l’importazione dell’ignoranza. E sembra più una supercazzola che una metodologia didattica.

Il problema è che di esempi del genere se ne possono fare migliaia, dallo speed mentoring e il role model al circle time e la token economy. La formazione e alcuni settori della didattica sono ormai in larga misura fatti di queste idiozie. Che cosa sono le life skill? Le possiamo tradurre con competenze trasversali o cognitivo-relazionali (come si è sempre detto in psicologia), ma anche questo tipo di traduzioni non fa che ricalcare qualcosa che ci è estraneo. Cercando in Rete le definizioni di questi concetti si possono trovare spiegazioni come: “Con il termine life skills si indicano tutte quelle capacità umane che si possono acquisire per insegnamento o per esperienza diretta, che possono tornarci utili ogni giorno per risolvere problemi, rispondere a domande, affrontare situazioni che la vita stessa ci pone davanti giorno dopo giorno. Le competenze per la vita sono da intendersi come un gruppo di abilità relazionali, emotive e cognitive che aiutano ogni individuo in ciascun ambito della sua vita.”

L’espressione inglese è dilagata in seguito a un modello sviluppato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Lsbe: Life skill based education) che ha tentato l’elencazione di queste skill (consapevolezza, pensiero critico e creativo, empatia, gestione delle emozioni…) e si è diffuso soprattutto nell’ambito della didattica, dove si mira a insegnare e sviluppare questo tipo di capacità definite in molti casi attraverso l’inglese, visto che includono il problem solving, il decision making (capacità di prendere decisioni) o la gestione dello stress. Nell’ambito del lavoro queste stesse cose sono chiamate invece soft skill, e indicano molto semplicemente la capacità di relazionarsi con gli altri e di lavorare in gruppo, cioè una predisposizione slegata dalle competenze acquisite. Il punto è che il linguaggio della formazione prepara al linguaggio del lavoro, che ormai si è appiattito su concetti e termini inglesi. Ma anche il linguaggio dei giornali riprende lo stesso criterio, e le occorrenze di espressioni come queste sono infinite: “…è cosi che si favorisce anche l’acquisizione di competenze trasversali (life skill) (La Nazione, 19/1/2017); “…è un classico esempio di ‘soft skill’ o ‘life skill’, cioè di competenza trasversale, non strettamente legata a un sapere” (La Repubblica, 11/9/2014); “Sono 10 e si possono imparare, allenare, sviluppare: sono le ‘life skills’ o ‘competenze per la vita’ (greenMe.it, 31/8/2017); “…una metodologia per acquisire competenze trasversali («life skill»)” (La Tecnica della Scuola, 4/10/2019)…
Dov’è la novità, in questi concetti, a parte che si dicono in inglese come fossero cose nuove e moderne?
Non solo facciamo evolvere l’italiano quasi esclusivamente attraverso l’importazione dell’angloamericano (la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo), ma lo stesso accade per la nostra cultura, perché il linguaggio è lo strumento per ricostruire e interpretare la realtà.

Ripenso a Pasolini, a quando esaltava la dignità della cultura popolare dei contadini e delle masse – in un certo senso la saggezza – in contrapposizione alla cultura scolastica ed erudita. Ripenso alla storica differenza tra i saperi tecnici e professionali e l’esperienza di vita, alle massime di buon senso come “è pieno di imbecilli laureati e di persone che pur non avendo compiuto degli studi sono comunque preparate e intelligenti”, ai dibattiti pedagogici imperniati sulla differenza tra la cultura nozionistica e quella critica, alle valutazioni curriculari sulle attitudini di un candidato e non solo sulla sua esperienza… Tutto ciò viene cancellato dalla nostra storia e ridefinito in itanglese, imposto dall’alto al basso con una nuova terminologia che taglia le nostre radici e germoglia sulla loro uccisione e morte, in una metafora di cultura e coltura che mi pare calzante.

Ripetiamo le direttive culturali dell’Oms, che parla e pensa in inglese, in modo servile e acritico. Le facciamo nostre in un tabula rasa del nostro passato.

Omnia ex Usa

In un bellissimo ciclo di incontri in radio sul linguaggio, nel 1994, un intellettuale come Giuseppe Pontiggia rifletteva su un episodio che mi pare molto significativo. Quando il sociologo russo Pitirim Aleksandrovič Sorokin migrò in America, non ebbe una buona opinione di quell’ambiente culturale perché vedeva le proprie idee saccheggiate dai colleghi e trasposte in un altro linguaggio che non era il suo e grazie al quale questi colleghi riuscivano a far passare come propri i concetti espressi dal sociologo russo. Sorokin si accanì contro questi “travestimenti verbali” che servivano per occultare i furti di cui era vittima [cfr. Mode ed utopie nella sociologia moderna e scienze collegate, Editrice universitaria G. Barbera, Firenze 1965] e arrivò all’esplicita denuncia di plagio nei confronti del sociologo Talcott Parsons. Ma al di là dei plagi e della malafede, su cui non voglio entrare, sotto questo aneddoto traspare tutto il problema culturale della nostra americanizzazione. Tutto sembra arrivare dagli Usa, tutto è ridefinito con questi nuovi paradigmi che si esprimono in inglese e fanno piazza pulita del nostro pensiero, insieme alla nostra lingua. Questo tipo di “cultura” apparente, che ridefinisce le nostre categorie storiche, ci sta portando a pensare con i concetti-termini inglesi e attraverso le loro immagini mentali. Uno studente del Politecnico di Milano che è obbligato a ricevere le lezioni in inglese, o uno studente dell’Humanitas della stessa città, dove la medicina si insegna in inglese, finirà per pensare in inglese, perderà la terminologia e la capacità di esprimersi nella sua lingua madre; sarà costretto, se proprio lo deve fare, a tradurre il suo pensiero in italiano, sempre che esistano le parole, visto che in molti casi circolano solo gli anglicismi. E ciò vale anche per l’insegnamento in italiano che però è l’acritica trasposizione di paradigmi americani i cui concetti chiave sono espressi con una terminologia americana. Il risultato è un italiano apparente, l’itangese. Questo modo di fare scuola sembra non essere consapevole del legame per cui il linguaggio influenza il nostro modo di pensare. Oppure, se per caso deve riflettere su queste cose in modo astratto, tira in ballo l’ipotesi formulata da Sapir Whorf, come fosse il frutto di un’innovazione americana (di cui ho già accennato) e non del filosofo tedesco Von Humboldt, in una sudditanza culturale dove sembra che ci siano solo gli Stati Uniti e tutto è reinterpretato come un prodotto della loro cultura ed espresso nella loro lingua.

Lucio Fontana, celebre per i suoi tagli, era furibondo per il fatto di essere considerato come un sottoprodotto dell’arte americana. “Se io dico che ho fatto i neon” spiegava riferendosi alle sue installazioni artistiche luminose, chi sta facendo i neon negli Stati uniti “dice che sono un sottoprodotto degli americani. E loro non accetteranno mai che tu hai fatto i neon vent’anni fa, non io, ma anche Vantongerloo”, che era un artista belga. “Io vorrei, domani, fare un congresso internazionale e aggiornare trent’anni, quarant’anni di pittura e far vedere agli americani che loro non sono in niente precursori, oggi come oggi, dell’arte europea, che loro dicono che l’Europa è finita.”
[L’intervista integrale contenuta in Carla Lonzi, Autoritratto, De Donato editore, Bari 1969, è riportata nell’introduzione di Giorgio Kadmo Pagano in Robert Phillpson, Americanizzazione e inglesizzazione come processi di conquista mondiale, Esperanto Radikala Asocio, 2013].

Quando un giornalista italiano fece vedere a Dan Aykroyd il filmato di Jannacci e Gaber che negli anni Sessanta cantavano Una fetta di limone, un pezzo rock-blues interpretato in completo giacca e cravatta nere su camicia bianca, occhiali neri, capello nero… l’attore americano pensava che fossero imitatori dei Blues Brothers di cui era stato l’interprete, e non riusciva a credere che si trattasse di un “plagio ante litteram”. Perché solo così si può ormai interpretare ciò che non è americano, dove ciò che conta non è chi ha inventato qualcosa, ma chi lo impone in tutto il mondo, con le proprie parole e i propri concetti. Quello che c’era prima o che esiste al di fuori viene semplicemente ignorato e cancellato. Sotto il fenomeno dell’anglicizzazione della nostra lingua c’è questa “ignoranza”, questa ben più profonda colonizzazione culturale che si è ormai fatta strada tra i nostri intellettuali, politici, giornalisti, imprenditori, scienziati che hanno perso le proprie radici e pensano e parlano a stelle e strisce. E fuori dalla cultura alta, se guardiamo agli altri centri di irradiazione della lingua e del pensiero, siamo messi anche peggio. La nuova anglo-cultura di massa è propagata dalle menti colonizzate dei tronisti della televisione o della Rete che si fanno chiamare influencer o youtuber, a loro volta formati attraverso la “cultura” che è ormai quella dei canali satellitari che entrano nelle nostre case e ci abituano a ben precisi stili di vita, visioni del mondo e parole d’oltreoceano, che non sono nostri, ma che alla fine interiorizziamo e facciamo nostri.

Se non riusciamo più a fare tesoro della nostra cultura storica, a partire dalla formazione, dalla didattica e dalla scuola, significa che siamo un popolo ormai finito, sulla via dell’americanizzazione non solo linguistica, ma esistenziale. Stiamo facendo la fine degli Etruschi che si sono suicidati in un’assimilazione alla cultura romana che li ha inglobati fino a farli estinguere.

La terminologia della colonia Italia

Luis Mostallino è un lettore che mi ha scritto qualche tempo fa segnalandomi il disastro terminologico del sistema operativo dell’iPhone in “italiano”, se così si può ancora chiamare questa lingua. Dopo qualche scambio di vedute, ha deciso di segnarsi tutti gli anglicismi presenti e di inviare la sua lettera di protesta alla Apple. Poi ha fatto una cosa relativamente semplice in teoria, nella realtà un po’ più complicata perché il “device” non gli faceva aggiornare il “software” se prima non si era “loggato”, per usare il linguaggio del settore. Comunque sia, superando le difficoltà tecniche di questo tipo, è finalmente riuscito a impostare l’interfaccia in lingua francese e poi spagnola. Con tanta pazienza ha provato a segnarsi tutti gli anglicismi nelle rispettive localizzazioni, e non c’è paragone. Anche se di sicuro qualche parola gli sarà sfuggita, e dunque il risultato conterrà qualche lacuna e imprecisione, le differenze sono macroscopiche: in italiano ci sono circa un centinaio di termini inglesi, che si riducono a meno di una ventina in francese e in spagnolo.

Riporto l’elenco del glossario ordinato alfabeticamente; in grassetto ci sono le voci inglesi che sono presenti anche nelle altre lingue. Le parole in rotondo, invece, fuor dall’italiano sono tradotte.

Account
Apple Pay (SP)
Assistive touch (FR – SP)
Background
Badge
Banner
Book
Center
Computer
Cookie (FR – SP)
Controller
Crowd Sourced
Default
Dock
Download
Drive (SP)
Experimental Features (FR – SP)
Feedback
File
Fitness
Flash
Font
Game
Game Center (FR – SP)
Handoff
Hardware
Holiday Calendar
Home
HomeKit
Hotspot
Input
Inspector
Item (SP)
Layout
Link
Live photo (FR – SP)
Made for iPhone
Mail (FR)
Mindfulness
Music
News
Nickname
Night shift (FR – SP)
Notes
Offline
Output
Password
Peek
Photo
Podcast
Pop
Privacy
Provider
Push
Reader
Roaming (FR)
Screen
Selfie
Server
Slow Motion
Smart
Software (SP)
Spotlight
Spotting
Standard
Stickers (SP)
Stop
Store
Streaming (SP)
Switcher
Thread
Timeout
Timer
Touch ID (FR)
True Tone (SP – FR)
TV Remote (SP – FR)
Voiceover (SP – FR)
Wallet (SP – FR)
Wireless
Web (SP – FR)
Widget
Zoom (SP – FR)

Ogni commento è superfluo, ma qualche riflessione è invece dovuta.

La nostra lingua è diventata inadatta a esprimersi in questo settore, e non è più autosufficiente come lo era negli anni Settanta. Non c’è solo il fatto che l’italiano è stato mutilato in ambiti come l’informatica (e tanti altri), dove circa la metà della terminologia così marcata nei dizionari è in inglese puro. Non c’è nemmeno solo l’ennesima prova della profonda differenza tra l’anglicizzazione dell’italiano e quella delle altre lingue romanze. Emerge invece tutta la differenza tra le lingue – e le società – sane e quelle che si stanno creolizzando nel lessico e nella mente.
L’espansione delle multinazionali, e della loro lingua veicolata insieme alle merci e ai prodotti culturali, da noi non è arginata da una pressione interna contraria che difende le proprie radici. Da noi non esistono accademie come quelle spagnole o quella francese che combattono gli anglicismi, creano e promuovono sostitutivi, difendono il loro patrimonio linguistico e lo fanno evolvere, invece che lasciarlo divorare da una lingua cannibale. Né ci sono banche dati terminologiche orientate alla traduzione come quella del Quebec. Da noi non esistono leggi che tutelano la nostra lingua, non esiste proprio il concetto di una “politica linguistica”, e i nostri politici ostentano gli anglicismi nella loro comunicazione e anche nel linguaggio istituzionale. I nostri intellettuali e la nostra classe dirigente collaborazionista agevolano dall’interno il ricorso all’inglese, dal linguaggio lavorativo a quello della scuola, da quello tecnico-scientifico a quello dei mezzi di informazione, dalla cultura sino agli ambiti più frivoli del costume e della società.

Pensiero, linguaggio e linguisti

I linguisti non sembrano i più adatti a comprendere quello che sta accadendo. I loro approcci sono astratti, utilizzano categorie di classificazione dei forestierismi vecchie e ridicole; chiamano i forestierismi “prestiti”, che non sottraggono la parola a chi ce l’avrebbe “prestata” e soprattutto che non si restituiscono affatto. Personalmente preferisco chiamarli “trapianti”. Alcuni sono trapiantati a forza, provengono dalla pressione esterna di una lingua dominante, molti altri li trapiantiamo e coltiviamo noi stessi, visto che abbiamo la mente sempre più colonizzata, e ricorriamo spesso ai trapianti geneticamente modificati di radici inglesi coniando parole il cui senso è quello di apparire in inglese senza esserlo. Accanto a questi “prestiti apparenti”, molti linguisti continuano a parlare di “prestiti di lusso” e “di necessità”, o parlano di anglicismi intraducibili o insostituibili senza accorgersi – o meglio: senza ammettere – che in questo modo giustificano il ricorso all’inglese e il circolare di ciò che è perfettamente traducibile e tradotto in Francia e Spagna, non c’è alcuna “necessità” nel farlo. Le loro dissertazioni sugli anglicismi, sulla presunta insostituibilità di parole come selfie o brainstorming, ricordano la caricatura dell’home ridicule, cioè il Visconte La Nuance di Edmondo De Amicis (L’idioma gentile, Fratelli Treves editori, Milano 1905), che ricorreva al francese perché ogni espressione aveva a suo dire una sfumatura di significato, una nuance appunto, che l’italiano non possedeva. Senza rendersi conto di essere tragicamente ridicoli, questi studiosi si perdono nella classificazione maniacale e sempre più analitica di tutti i processi teorici che coinvolgono il lessico senza vedere, fuori da questi schemini avulsi dalla realtà, cosa sta avvenendo. I più deficienti (da deficere, nel senso più etimologico e meno offensivo che possiate immaginare, per carità!) davanti all’interferenza dell’inglese credono che sia tutto normale, e continuano a ripetere che le lingue evolvono, e sono sempre evolute, anche per via esogena (= per l’interferenza di altre lingue) senza studiare, e capire, come si sta “evolvendo” l’italiano; senza cogliere le profonde differenze storiche tra ciò che accade oggi e ciò che è accaduto in passato, e senza scorgere gli elementi di novità, per esempio rispetto a quando a influenzarci era il francese. E così, mentre hanno classificato tutti i possibili modi in cui una parola può essere “produttiva” (suffissi, confissi, prefissi, alterazioni, composti…), parlano di ibridazioni (downloadare, fashionista…) senza andare a quantificarle, senza accorgersi che il fenomeno che ho chiamato degli anglicismi “prolifici”, nel caso del francese non esisteva, e che i derivati ibridi dell’inglese sono ormai centinaia e centinaia, e crescono ogni giorno formando una rete di corpi estranei che si allarga nel nostro lessico come un cancro (anche il cancro è “produttivo” del resto). Invece di studiare l’interferenza dell’inglese nella sua portata, i linguisti preferiscono limitarsi a individuare i meccanismi astratti di ibridazione. Come se un medico spiegasse a un malato che non respira che le malattie sono normali e ci sono sempre state, che è sopravvissuto alle influenze del passato e dunque sopravviverà anche a questa, come se invece di misurare quanta febbre ha il paziente gli si spiegasse che l’innalzamento della temperatura si chiama iperpiressia, mentre quello intanto muore. Ma i linguisti italiani non sono medici. Sono “descrittivisti”, seguaci di un liberismo linguistico il cui motto è che “la lingua non va difesa, ma va studiata” che è ormai sfociato nell’anarchia nella sua accezione più distruttiva. In realtà sono descrittivi solo nel caso dell’interferenza dell’inglese, non si fanno scrupoli a condannare l’uso davanti a “errori” così diffusi che rischiano di diventare la norma (dal “qual’è” con l’apostrofo al “piuttosto che” usato con il significato di “oppure”), né a cercare di cambiare l’uso nel caso del linguaggio inclusivo o della femminilizzazione delle cariche. Il loro “descrittivismo” altalenante coincide sempre più con l’americanizzazione dei loro cervelli.


Mi tornano in mente figure e approcci di ben altro spessore. Ripenso al filosofo, logico e matematico viennese Ludwig Wittgenstein che nel suo Tractatus, pubblicato 100 anni fa, scriveva: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” (5.6). Il linguaggio descrive la realtà, e non è possibile pensare e descrivere la realtà in modo indipendente dal linguaggio. Purtroppo il linguaggio e la realtà dell’informatica sono oggi in itanglese.

A proposito del rapporto tra pensiero e linguaggio, andando indietro di un altro secolo, nel 1820 il linguista tedesco Wilhelm von Humboldt (Über das vergleichende Sprachstudium, cioè “Sullo studio comparato delle lingue”; tradotto in italiano con il titolo La diversità delle lingue) comprese proprio come il linguaggio influenzi il nostro modo di pensare. Un’idea che si ritrova anche in 1984 di George Orwell (pubblicato nel 1949) dove infatti la dittatura lavora alla stesura di un dizionario della neolingua che tra le altre cose punta proprio alla riduzione e alla distruzione delle parole, funzionale al controllo del pensiero.

Ma oggi tutto ciò non c’è più, sembra svanito. E l’idea che il linguaggio possa influenzare il pensiero è chiamata l’ipotesi di Sapir e Whorf, tradotta pari pari dall’espressione Sapir-Whorf Hypothesis, perché questi due studiosi statunitensi l’hanno rispolverata e continuata, e così ce l’hanno venduta come se l’avessero concepita loro. Questo dimostra come non solo il linguaggio, ma anche i paradigmi culturali influenzano il nostro modo di pensare.

In una società sempre più americanizzata, abbiamo ormai perso la nostra cultura, il senso della storia dell’Europa e il nostro punto di vista. Tutto sembra provenire dagli Stati Uniti ed essere reinterpretato in chiave americana anche quando non lo è. Dietro l’importazione di questa nuova “cultura” si cela l’ignoranza sempre più profonda delle nostre radici, culturali e linguistiche.

La storia la scrivono i vincitori. Il che vale soprattutto nelle dittature. E davanti alla dittatura dell’inglese abbiamo perso ogni spirito critico. Insieme al lessico inglese, abbiamo importato anche i paradigmi concettuali a stelle e strisce, e smarrito tutto ciò che c’è al di fuori di quella visione che è ormai diventata il pensiero unico.

Se Humboldt aveva capito che il linguaggio influenza il nostro modo di pensare, Freud considerava viceversa il linguaggio la spia dell’inconscio. Sono le due facce della stessa medaglia che mostrano come linguaggio e pensiero siano intrecciati. Se le parole influenzano il pensiero, contemporaneamente sono la chiave per comprendere come pensiamo.

Gli anglicismi che si moltiplicano nell’italiano sono tanti lapsus freudiani che rivelano come ormai siamo completamente colonizzati. Li ostentiamo andandone fieri, e ci vergogniamo della nostra lingua accecati dal servilismo verso una civiltà che ci appare superiore. Al tempo stesso, accettiamo senza resistenze gli anglicismi che le multinazionali dell’informatica e più in generale del lavoro ci impongono, li ripetiamo senza alternative fino a convincerci che sono “necessari”, visto che non abbiamo più gli anticorpi che esistono in Francia o in Spagna. Siamo convinti in questo modo di essere moderni e internazionali, invece che “zerbinati”. E in un circolo vizioso, tutte queste parole inglesi, a loro volta, radicano ancor di più in noi il nuovo modo di pensare, e di vivere, in itanglese.

Il South working e l’italian suicide

La scorsa settimana, leggendo l’online version del Courier of Evening (suggerisco al Corriere della Sera un restyling del naming più moderno, internazionale e consono al linguaggio che utilizza), mi sono imbattuto in questo pezzo di grande spessore:

Per sapere di cosa si tratta bisogna vedere il filmato. Questo obbrobrioso pseudoanglicismo trova la sua spiegazione solo lì, introdotto da un titolo volutamente pensato per incuriosire il lettore e poi obbligarlo a sorbirsi il video per intero (una grande strategia di marketing!). Solo allora scoprirà che nel caso dello smart working “in Italia sta prendendo forma una declinazione specifica: il south working, vale a dire la prospettiva per chi si sia trasferito al Nord o in altri Paesi di tornare a casa e di lavorare in modo sempre più stabile dal Sud”.

Questo è l’approccio utilizzato consapevolmente dai mezzi informazione per attuare il sistematico genocidio lessicale della nostra lingua. Non sai cos’è il South working? Ma bravo! Punto primo sei ignorante, informati. Punto secondo te lo spiego io! Meno male che ci sono testate come il Corrierone a fare kultura. Punto terzo: si dice così, aggiornati.

È uno pseudanglicismo ridicolo? Chi lo ha inventato?
Non importa. Se lo usiamo è perché è in un uso, e se è in uso non ci puoi fare proprio un bel niente. Rassegnati. Punto e fine dei punti. L’informazione è tutta qui.

Non che le altre testate siano da meno, da il Manifesto (dove la sigla pc è da intendere come personal computer e non come partito comunista) all’Ansa, da il Riformista a il Fatto Quotidiano fino a Wired, tutti ne hanno parlato, in un tripudio di contest, Tracking Real Time, trend, lifestile e chi più ne ha più ne metta. Molto interessante è anche il contest SeaWorking di… Brindisi! La strategia di usare l’inglese per esprimere ciò che dovrebbe essere italiano è ormai quella che dilaga nell’Italia 2.0, dalla mente colonizzata.

Dimenticavo il Sole24 ore, chiedo scusa. Si tratta di una testata da sempre in prima linea nel diffondere anglicismi ad minchiam. In un articolo del 12 settembre spiega bene come l’espressione fotografi la situazione di Foggia e Cosenza: “Il South working spinge le ricerche di case: sul podio Foggia e Cosenza”. Ma nella “top ten anche Reggio Emilia”!
Nell’articolo si riportano le parole del ceo (non amministratore delegato, si noti bene!) di Casa.it che spiega:

“Con il lockdown, la casa è tornata al centro dei pensieri e degli interessi di molti italiani. Lo smart working è destinato a entrare sempre più tra le nostre modalità di lavoro. (…) Utilizzare i fondi Ue per colmare il gap digitale delle aree periferiche del Paese potrebbe aprire nuove opportunità di crescita”.

Insomma, il linguaggio dei giornali e quello degli imprenditori che si intreccia con quello della ricerca e della scuola coincide con l’itanglese. E infatti da dove nasce il South Working?
Pare dal genio di una ventisettenne palermitana, Elena Militello, “ricercatrice a contratto all’università del Lussemburgo. Rientrata a Palermo in pieno lockdown ha proposto ad alcuni amici la sua idea di promuovere con metodi di advocacy la possibilità di lavoro a distanza in via principale da dove si desidera e, in particolare, dalle regioni del Sud d’Italia e d’Europa” (Quotidiano del Sud, 24/8/20).
E come chiamare se non con un anglicismo il frutto di questo guizzo creativo simbolo della nostra italianità? Del resto ciò che contraddistingue il made in Italy è l’italian design, in un Paese linguisticamente finito.
Recentemente leggevo un articolo che esaltava le doti imprenditoriali del bergamasco Marco Pirovano che ha creato un franchising di successo per il suo marchio di “polenta espresso” che si chiama PolentOne (il gioco di parole sull’inglese si trova anche in molte altre nostre eccellenze gastronomiche, anzi del settore food, da Eataly a Slow Food).

Immaginiamo una sagra della patata italiana chiamata alla tedesca, il KartoffelnFest. Oppure una festa del formaggio italiano denominata Fromage italien alla francese, o della birra italiana che suona come Fiesta della cerveza.

Un bel: “Ma siete scemi?” sorgerebbe spontaneo.
Ma basta usare l’inglese e tutto si trasforma magicamente in un: “Che figo!” Ed ecco che si moltiplicano le insegne con scritto Wine Bar.

Per chi crede che tutto ciò sia una caricatura, posso segnalare qualche evento di questi giorni. Il 13 settembre si chiude al Parco Fellini di Rimini l’Italian Bike Festival, il punto di riferimento per il mercato della bici, un evento ricco di “anteprime, test, show & performance, meetup, experience e intrattenimento: tutti gli ingredienti necessari per un festival della bici a 360°.”
Qualche giorno fa si è tenuto in Abruzzo, per il decimo anno consecutivo, il Festival You Wanna Be Americano, dedicato alla musica, alla cultura e alla moda degli anni ’50 e ’60 in America e in Italia, organizzato in questa decima edizione dal Comune di Giulianova (“Impossibile frenare la dilagante febbre Fifties” e grande attesa per “Giulia Rock, The Italian Rock’n’Swing Stars”).

Ai miei lettori segnalo anche una scadenza imminente: “Italian Innovation Day Tokyo 2020, call aperta fino al 14 settembre”. È una bella opportunità voluta dall’Ambasciata d’Italia a Tokyo che vede “la partecipazione di startup e scaleup che saranno selezionate tra quelle che invieranno l’application entro” il termine indicato.
Io ve l’ho detto, regolatevi. E vi segnalo anche l’Italian Esports Awards: ecco le nomination per il “Best Italian Team”. Si tratta della “prima edizione del premio dedicato alle eccellenze italiane nel gaming competitivo, annunciata da Iidea nel luglio scorso, consisterà in 5 premi dedicati al Best Italian Team, al Best Italian Player, al Best Italian Content Creator, al Best Italian Castered all’Esports Game of the Year”.
Inoltre, save the date! Appuntatevi la data del 30 settembre, perché scade l’opportunità di una “Tradizione italiana unica vera e originale dal 2010”, e cioè l’Italian Horror Fest, dedicato ai maestri italiani dell’horror (c’è anche Dario Argento) che non si tiene come avviene per questo tipo di eventi nelle “cupe atmosfere invernali di Halloween”, bensì in estate e sul mare di Anzio!
Certo, in tempi di pandemia è stato necessario inventare una speciale Covid Edition, una nuova formula e un bel neologismo inglese che si aggiunge ai recenti covid hospital, covid pass, e più in generale alla regola del conio fai-da-te di qualsiasi cosa si riesca a ad abbinare a covid, purché suoni inglese, beninteso. Sui giornali si trova: “Ripensare cinema e teatri in modo covid free”, “lo stress test covid”, “un covid manager per i supermercati”… è il moderno covid language in cui una prova diagnostica innovativa, tutta lombarda, che in pochi minuti permette di rilevare attraverso la saliva la presenza del coronavirus, è stata chiamata Daily tampon. Nella nostra bocca l’inglese suona fico, ma in questo caso ha che fare con il suo femminile, visto che tampon in inglese indica un assorbente interno vaginale, come ha ricordato Gabriele Valle.

In conclusione, sto pensando anch’io di lanciare un contest che vorrei chiamare Italian suicide. Consiste nell’inventare qualche nuovo anglicismo, non importa se è in uso nei Paesi anglofoni, basta che suoni inglese e sia in grado di depauperare la nostra lingua. Potete lasciare la vostra nei commenti e poi si fa una bella votazione nel giorno X denominato election day. Partecipo anch’io con la parola cialtroning, di cui ho già parlato in altre occasioni. In palio c’è un posto tra gli oltre 3.700 anglicismi che formano il dizionario delle alternative AAA, ma se va bene si può finire anche tra quelli del Devoto Oli che sono appena sotto la soglia dei 4.000 nell’edizione 2020, ma nel 2021 la supereranno di certo, arricchendo la possibilità di parlare in itanglese con tante nuove belle voci, che – fuori dai dizionari – sono molte, ma molte di più.

L’aumento di anglicismi e neologismi in inglese: nuovi dati

Ho già pubblicato su questo sito e anche nel libro Diciamolo in italiano (Hoepli 2017) i dati sull’aumento degli anglicismi e dei neologismi in inglese ricavabile dai dizionari Devoto-Oli 2017 e Zingarelli 2017. Ma a distanza di 3 anni anni ho provato a raffinarli e aggiornarli.

Per approfondire la questione: questo articolo include la comparazione con i numeri tratti dal dizionario Sabatini-Coletti e, per una sintesi che include anche il Gradit di Tullio De Mauro rimando al pezzo scritto per il portale Treccani “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”.

 

La crescita degli anglicismi decennio per decennio

La prima novità che voglio riportare è basata sull’estrazione di tutte le parole secondo la loro datazione, decennio per decennio, e sul conteggio di quanti anglicismi crudi includono a partire dagli anni Quaranta.

Bisogna precisare che i dati ricavati a questo modo non sono completi, si basano su ricerche automatiche non filtrate da un lavoro redazionale. In particolare, bisogna leggere questi numeri per difetto, perché non sempre le datazioni sono esplicitate (a volte non c’è una data, o c’è solo un generico “XX secolo” e in questi casi la parola sfugge alle ricerche). Inoltre, circa 200 anglicismi tra i più comuni (come computer) non sono più marcati dal Devoto Oli come voci inglesi, solo nell’etimologia si riporta l’origine della parola (e dunque anche questi sfuggono ai conteggi). Infine, non sono state conteggiate le numerose ibridazioni (come whatsappare, googlare o computerizzare).

La penetrazione dell’inglese è dunque ancora più pesante di quanto riportato, ma comunque sono numeri significativi, soprattutto nelle loro percentuali, e mi pare che fotografino sufficientemente bene la situazione, e che siano molto coerenti e omogenei tra loro, al di là dei differenti criteri lessicografici utilizzati nelle singole opere.

Nella prima colonna riporto il totale dei lemmi del Devoto-Oli 2017 datati per decennio, nella seconda il numero di anglicismi che contengono, e nella terza la loro percentuale. Lo schema è ripetuto con le stesse interrogazioni sullo Zingarelli 2017.

 

crescita anglicismi devoto oli e zingarelli

 

Le ultime due righe, riferite al nuovo Millennio, sono le più “deboli”, perché l’assestamento delle parole registrate è ancora labile e più soggetto a revisioni future (alcune parole usciranno e altre che circolano oggi fuori dai dizionari saranno annoverate), ma le dimensioni della crescita sono evidenti. L’ultima riga, in particolare, è incompleta perché si ferma al 2016; se i numeri assoluti degli anglicismi del Duemila sembrano in calo è solo perché lo sono anche le parole italiane.

Dividendo questi numeri per 10, la media annuale cresce dai 6-8 anglicismi degli anni Quaranta a circa 50 negli anni Novanta. Accanto al lievitare dei numeri assoluti, che registra un lieve calo solo negli anni Settanta (ma anche le parole italiane sono in calo), il dato significativo è quello della crescita delle percentuali. Più passa il tempo, più la nostra lingua si americanizza e il numero delle parole inglesi aumenta, sino a rappresentare la metà dei neologismi nel nuovo Millennio, un dato confermato soprattutto se si passa da questi dati grezzi a quelli lavorati (cfr. “Anglicismi e neologismi”).

In sintesi: dagli anni Quaranta a oggi le percentuali sono più o meno decuplicate, e se in passato le nuove parole arrivavano soprattutto da coniazioni basate sul latino, oggi si è passati all’inglese crudo, senza alcun adattamento, come avevo ricostruito in una predente tabella che riporto nuovamente (cfr. “La perdita delle radici: dal latino (e greco) alle invasioni anglo-barbariche”).

torta inglese latino greco nel devoto oli

 

I numeri aggiornati al 2020

Che cosa è successo dal 2017 al 2020?
Premesso che la data dei dizionari si riferisce all’anno precedente alla loro pubblicazione (dunque rispettivamente il 2016 e il 2019), riassumo i nuovi numeri riportati direttamente da Luca Serianni (curatore del Devoto Oli insieme a Maurizio Trifone) nel libro Il lessico (vol. 2 della collana Le parole dell’italiano, Rcs Milano 6/1/2020).

Il numero totale degli anglicismi crudi, in soli tre anni, è passato da 3.522 (Devoto-Oli 2017) a 3.958 (Devoto-Oli 2020), cioè ne sono stati aggiunti ben 436 (una media di quasi 150 all’anno).

Gli anglicismi nati nel nuovo Millennio sono passati da 509 (su 1.049 parole nuove = il 48,52%) a 658 (su 1.297 neologismi = il 50,73%), cioè 149 in più (una media di circa 35 all’anno). Questi sono i dati grezzi e automatici. Il fatto che non siano lavorati spiega (in parte) la ragione della differenza tra le due medie annuali di ingresso (anglicismi totali e quelli del nuovo Millennio). Una differenza dovuta anche al fatto che non sempre le datazioni sono presenti o complete e poi al fatto che una parola può impiegare anche decenni prima di guadagnare una sua stabilità che la fa includere nei dizionari. E quando viene inclusa, la datazione riportata non si riferisce all’anno in cui è stata inserita nel dizionario, bensì all’anno in cui ha fatto la sua prima comparsa in letteratura e nei corpus di riferimento (significa che un lemma inserito oggi può anche essere datato nello scorso Millennio quando era comparso per la prima volta).

Passando dai dati grezzi a quelli lavorati e filtrati, secondo i miei calcoli gli anglicismi del Devoto Oli 1990 (anno della prima edizione elettronica) erano circa 1.700 (conteggiando anche le sigle che all’epoca non erano incluse nell’opera), mentre quelli del 2017 sarebbero circa 3.400 (un po’ meno dei dati grezzi perché non ho considerato le sigle troppo specialistiche che mi pareva inquinassero i dati). Il che significa che in 27 anni sono raddoppiati e che la media annuale di entrata è di circa 63 all’anno (cfr. Diciamolo in italiano, pp. 92-93).
Le medie dello Zingarelli sono invece più basse, ma non ho i dati lavorati, e sono riferite perciò alle ricerche automatiche grezze; nel 1995 (anno della prima versione digitale non commercializzata) se ne contavano 1.811 (cfr. Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91) e nel 2017 sono diventati 2.761, dunque una media di 41 all’anno e un aumento in 23 anni di 950 lemmi.

Per valutare i neologismi, che ormai corrispondono sempre più agli anglicismi, è perfettamente inutile osservare che includono parole di uso comune e ad alta frequenza come selfie e tweet ma anche parecchi tecnicismi come slate PC, lad lit e pet-coke di uso e frequenza irrilevante; invece di asserire simili banalità bisogna quantificare le cose e formulare giudizi con cognizione di causa. Anche la supposta – e mai dimostrata – obsolescenza degli anglicismi che sarebbero spesso destinati a uscire dall’uso dopo qualche tempo non si basa su evidenze quantitative, e soprattutto non riguarda solo gli anglicismi, ma tutti i neologismi. Dunque, anche ipotizzando che gli anglicismi sarebbero in larga parte parole “usa e getta”, lo sono anche i neologismi, e il risultato è che il rapporto tra parole nuove inglesi e italiane non dovrebbe variare poi molto.

Tornando al bel libro di Serianni, il linguista spiega proprio che la maggior parte dei neologismi sono effimeri, sono come girini di cui solo pochi riusciranno a diventare rane adulte (Il lessico, p. 50). Dunque la stabilità delle parole del nuovo Millennio è di dubbia qualità. E ciò vale anche – non solo – per gli anglicismi, che oltre a rappresentare la metà delle nuove parole tendono a diventare l’unico apporto straniero o quasi.

“Chi dice forestierismo oggi dice anglicismo – scrive Serianni – (…) Gli anglicismi sono una massa imponente. L’italiano mostra in proposito una debole reattività rispetto a quanto accade in altre due lingue neolatine, il francese e lo spagnolo. (…) Naturalmente bisogna considerare la qualità, oltre alla quantità. Un anglicismo come blog non ha lo stesso peso di advergame (…) un termine sulla cui durata non scommetteremmo: il referente è esposto al forte rinnovamento che colpisce sia la tecnologia informatica sia gli strumenti pubblicitari messi in campo dalle grandi aziende.” (Ivi p. 65)

Oltre al diverso “peso” di blog e advergame, andrebbe anche rilevato che il primo vocabolo è compatibile con l’italiano, si scrive come si pronuncia e non snatura la nostra “identità linguistica”, per riprendere le parole di Arrigo Castellani del “Morbus Anglicus” (in realtà lo studioso era inorridito dalle parole che terminano in consonante e avrebbe avuto da ridire su questa mia affermazione). Il secondo, invece, è ben più devastante per il nostro sistema lessicale, perché è un “corpo estraneo” nel suono e nella grafia. Purtroppo, la maggior parte degli anglicismi è di questo secondo tipo, e non risulta altrettanto ben assimilabile.

Continuando le analisi sulla qualità nel rapporto anglicismi/neologismi, Serianni, analizza a campione i neologismi della lettera A del Devoto-Oli, e nota che non esistono parole primitive, sono tutte parole composte (anarco-inserruzionalista) o derivate (africaneria) (pp. 53-54), dunque l’italiano non si sta rinnovando poi molto dal punto di vista endogeno.

Anche gli anglicismi sono per la maggior parte composti, questa è una delle loro caratteristiche (anti-age, antispamming), ma le parole primitive ci sono eccome (admin, adware) e anche nei casi delle ricombinazioni di parole primarie inglesi (all inclusive, action-cam, access point), la loro valenza è ben diversa dalle derivazioni in base alle regole dell’italiano (acribioso, adultescente). Insomma, il confronto qualitativo, oltre al numero, penalizza fortemente l’italiano. E fuori dalla lettera A, tra gli anglicismi primari e primitivi spiccano “i termini legati all’informatica e all’elettronica, tutti di origine inglese” (p. 55), a cui bisognerebbe sommare quelli economici, seguiti dagli altri che pervadono ogni settore della nostra lingua perché escono dai loro ambiti e si riversano nel linguaggio comune, da selfie, a fake news, da spread al futuro lockdown (per ora non ancora registrato).

C’è persino chi, nella sua ossessione che porta a negare la realtà, è arrivato a sostenere che il passaggio dal cartaceo al digitale non costringe più a rimuovere lemmi obsoleti per fare spazio a quelli nuovi, e dunque evidentemente spiega così questi incrementi e ritiene che i dizionari non siano fonti attendibili. Una tesi delirante a cui non vale nemmeno la pena di replicare, visto che i dizionari di cui si sta parlando sono pubblicati annualmente nell’edizione a stampa. Una tesi, soprattutto, a cui manca la parte costruens: non si capisce cosa voglia dimostrare e su quali basi, a parte un generico “negare sempre”, dal tradimento coniugale a quello della lingua.
Sostenere che il numero degli anglicismi dei dizionari non rappresenta la realtà è in parte vero, ma è un dato contrario rispetto a come viene interpretato da qualche anglomane. Gli anglicismi che circolano nei tantissimi settori della lingua italiana, dall’economia alle scienze umane, dall’editoria all’aziendalese, sono infinitamente di più. E il problema principale del dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi) è che solo un terzo delle segnalazioni che mi arrivano, forse anche meno, viene accolto, proprio perché spesso si tratta di anglicismi troppo di settore e troppo poco affermati. Ma questi, sommati, complessivamente costituiscono un numero notevole di occasionalismi inglesi, onnipresenti in ogni ambito. In altre parole, viviamo quotidianamente in una “nuvola di anglicismi” ben più ampia (cfr. Diciamolo in italiano, pp. 111-117) di quanto si evince dai dizionari. È vero che la maggior parte di queste parole che ci avvolgono nel quotidiano sono effimere, ma viviamo nell’effimero, e complessivamente quando un anglicismo esce dalla nuvola, ne entrano altri, altrettanto effimeri, ma alimentati da un flusso costante. In questa “pansperima del virus anglicus” (come l’ho descritta) ci sono proprio gli anglicismi che entreranno in futuro nella nostra testa, nella nostra bocca e nei dizionari, attraverso questo bombardamento a tappeto che decennio dopo decennio, e anno dopo anno, non fa che crescere e accumulare l’inglese.

Spostandoci da questa “nuvola” ai dizionari, può anche succedere che termini come advergame escano, ma una cosa è certa: non saranno di sicuro sostituiti da parole italiane, nel disastro della terminologia informatica e di settore. L’obsolescenza delle tecnologie porta alla continua sostituzione con altre tecnologie sempre e solo in inglese.

La crescita del numero degli anglicismi e del rapporto percentuale con le parole italiane ha pochi margini di contestazione. L’aumento c’è dagli anni Cinquanta e si incrementa sempre di più. Se a questi dati aggiungiamo i vocaboli che si contaminano con l’inglese per ibridazione (cfr. “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione“) il quadro peggiora ulteriormente.
Non ci sono elementi per pensare che le cose debbano cambiare, in futuro. A questi ritmi di crescita il lessico italiano finirà per creolizzarsi ancora più di oggi, trasformandosi in un itanglese sempre più pesante. Chi non lo capisce, o lo nega, non pare proprio in grado di cogliere la realtà.

© 2020 Antonio Zoppetti – Riproduzione riservata


Avvertenza
: i dati statistici qui riportati sono frutto di una ricerca personale, e nel caso qualche studioso li prelevi per ripubblicarli in qualche libro senza citarmi, sappia che sono una proprietà intellettuale la cui riproduzione è riservata. Si possono riprendere e citare solo senza omettere l’autore e la fonte.
A buon intenditor…

Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [1]

Il concetto del linguaggio “politicamente corretto” nasce negli ambienti della sinistra statunitense degli anni Trenta per poi affermarsi negli anni Ottanta e diventare di massa. Questa impostazione è divenuta la linea guida dei più prestigiosi atenei universitari che hanno persino stilato dei regolamenti (gli speech codes) che si sono imposti come modello con le sue rigidità. Curiosamente, ci sono schiere di intellettuali italiani, inclusi i linguisti, pronti a tuonare contro chi si oppone agli anglicismi, perché questo approccio viene accostato agli elenchi dei forestierismi banditi dalla Reale Accademia durante il fascismo, e contrapposto alla libertà di espressione (“la libertà di essere schiavi”, direbbe qualcuno). Eppure, molti di questi intellettuali sono gli stessi che hanno aderito con entusiasmo al politically correct che negli anni Novanta è stato così “trapiantato” anche in Italia, un Paese che, giorno dopo giorno, assomiglia sempre più a una colonia culturale, e linguistica, la cui classe dirigente è formata da collaborazionisti felici di scimmiottare tutto ciò che arriva d’oltreoceano, a cui si sottomettono a costo di rinnegare e riscrivere la nostra storia e le nostre radici.

L’intento di usare un linguaggio non discriminante verso le minoranze può essere anche nobile, ma i risultati che ha prodotto sono molto discutibili, e il politicamente corretto è di fatto un approccio molto controverso. Tra le critiche più fondate c’è quella di confondere i nomi e la forma (cioè la lingua) con la sostanza e i veri problemi. Le parole sono importanti, certo, ma siamo sicuri che per non essere razzisti sia così importante non proferire la parola “negro” o mettere in discussione l’esistenza delle “razze”?

Il politicamente corretto e le nuove definizioni che partono dagli stessi presupposti rischiano di ridursi a un sostanziale “stile eufemistico” un po’ ipocrita. E tra le altre accuse che sono state avanzate ci sono quelle di indurre al conformismo linguistico e di costituire una limitazione della libertà di espressione molto spesso condotta con un furore “religioso” che ricorda quello della “caccia alle streghe”.

Comunque la pensiate, vorrei riflettere su un altro aspetto della questione che mi pare sia stato assai trascurato.

Questo approccio, più che essere universale, è quello degli Stati Uniti, e non è affatto neutrale.

 

Politicamente corretto o politicamente “americano”?

La sensibilità egualitaria del “politicamente corretto” verso le minoranze non è così neutra e universale come ce l’hanno venduta: risente del punto di vista degli Stati Uniti. Il suo trapianto in Europa fa parte del progetto di esportazione – piuttosto colonizzatore – della propria cultura che si basa sull’assunto che “i valori americani sono universali”, per citare Condoleezza Rice quando era consigliera del governo Bush per gli affari esteri.

Eppure, proprio definire gli statunitensi come americani non è affatto politicamente corretto. L’America è un continente (o due, a seconda dei criteri di classificazione che cambiano da continente a continente), ma pare che a nessuno importi del fastidio che prova un messicano o un peruviano quando si identifica l’America con gli Stati Uniti. “Il condomino che si dichiara il padrone del continente” (per citare Gabriele Valle), come se tutti gli altri Paesi dell’America non esistessero. Come ci sentiremmo se l’Europa venisse fatta coincidere per esempio con la Germania, ed europei diventasse sinonimo di tedeschi, visto che è la nazione in questo momento più importante?
Ciononostante, gli statunitensi si definiscono americani, e noi, nel nostro servilismo, li seguiamo. Il sogno “americano” è quello degli Stati Uniti. Tutto il resto non lo vediamo (e “la faccia triste dell’America” è solo un incubo).

Anche un’espressione come “scoperta dell’America” è frutto di una visione eurocentrica e colonialistica, visto che quelle terre esistevano ben prima della nostra scoperta. Ma ancora una volta pare che nessuno si occupi più di questi dettagli linguistici. La nuova moda è invece quella di contestare il “Columbus Day” e di abbattere le statue di Colombo con un furore iconoclasta piuttosto talebano che ha che fare con il fondamentalismo e il revisionismo storico. Non fu Colombo – che come è noto ignorava di aver “scoperto l’America” e aveva sbagliato strada e continente – a compiere il più grande genocidio della storia.

Accanto al revisionismo storico e alla sensibilità per non discriminare solo ciò che fa comodo, c’è poi il revisionismo linguistico che è stato esportato e ormai trapiantato in Italia in modo profondo. Come è accaduto, per esempio, che una parola come “negro” sia diventata un tabù?

A partire dagli anni Ottanta, negli Stati Uniti, dove il razzismo era ed è tangibile, parole come black, nigger o negro, considerate dispregiative, furono sostituite da afroamericano.

In Italia negro non aveva affatto questa connotazione, di africani e stranieri se ne vedevano ancora pochini a dire il vero, e il problema del razzismo nostrano era ancora legato ai pregiudizi contro i “terroni”. Negro era una parola neutra, usata da secoli nei testi scientifici, presente normalmente nel linguaggio comune e nel doppiaggio cinematografico. Negli anni Sessanta Lola Falana era l’amatissima “Venere negra”, era “negro” il “tremendo” (con tutte le ragazze) Rocky Roberts, e Edoardo Vianello cantava i “Watussi altissimi negri” in modo gioioso.

Dagli anni Novanta in poi i traduttori cominciarono ad applicare i criteri statunitensi anche alla nostra lingua, e nel giro di un decennio l’uso secolare dell’italiano è stato modificato dall’alto: i mezzi di informazione colonizzati, da un giorno all’altro, ci hanno inculcato l’idea che dire in un certo modo significava essere razzisti. Non era affatto vero, ma il nuovo clima culturale nato a tavolino si è imposto, aiutato dall’indice puntato contro chi non si adeguava, tacciato di razzismo. Un intervento moralizzatore sull’uso storico della nostra lingua, non giustificato, perpetuato proprio dagli stessi che si appellano alla sacralità dell’uso che non andrebbe normato in nome di un descrittivismo linguistico che è piuttosto altalenante.

In questo modo si sono affermate alternative ipocrite come “di colore” (ma di quale colore si parla? il nero!), oggi in disuso in favore di neri e afroamericani. Intanto, poco importa che si chiamino negri o neri, l’omicidio di George Floyd a Minneapolis da parte di alcuni poliziotti, e i numerosi altri casi di analoghi soffocamenti che stanno emergendo, hanno portato alle rivolte che occupano le prime pagine di tutti i giornali. E allora che cosa è più importante? Cambiare il nome alle cose o cambiare la sostanza? Meglio parlare di negri, con rispetto, o definirli neri discriminandoli?

Naturalmente, se una comunità si sente discriminata da un uso linguistico spregiativo è più che doveroso tenerne conto e usare un linguaggio non offensivo. Il punto è che il politicamente corretto spesso non è invocato da chi si sente discriminato, ma da altri che predicano la correttezza dall’alto come una religione. L’unione ciechi, e i ciechi con cui mi è capitato di parlare, se ne fregano bellamente di essere chiamati “non vedenti”. Moltissime donne non approvano le ideologie di chi vorrebbe “educare” dall’alto e propone un’idea dell’essere femminista che appartiene solo a una parte del mondo femminile. Provate a parlare con un’avvocato o un’architetto (dove un apostrofato sta per una) per sentire come preferiscono essere definite. La maggior parte di esse rivendica con orgoglio il nome della sua professione al maschile. Provate a dire loro che questo è un retaggio maschilista di cui sono vittime, e non stupitevi se avranno una reazione piccata.

Come nota Massimo Arcangeli:

“da bidello a collaboratore scolastico, da netturbino a operatore ecologico o da infermiere a operatore sanitario; i poveri e i padroni restano tali anche se li si riqualifica come non abbienti e imprenditori; i pazienti che divengono assistiti non hanno alcuna ricaduta, nemmeno da effetto placebo, sulla qualità del servizio sanitario.”

 

In difesa della razza

A proposito di razzismo, la nuova moda che arriva dagli Stati Uniti è quella di negare l’esistenza delle razze. Come se fosse questo il problema del razzismo. Di nuovo, le modalità con cui certi scienziati e certi movimenti affermano questa nuova visione sono impregnate di toni da fanatici religiosi, che non accettano critiche (eresie) nel loro riscrivere la scienza.

Sino al Novecento, il concetto di “razza” in biologia era abbastanza ben connotato. Si parlava di genotipo (cioè le caratteristiche genetiche microscopiche) e di fenotipo (cioè i caratteri macroscopici esteriori visibili a tutti). Il neodarwinismo si basava sull’individuazione delle specie, a loro volta divisibili in razze (varietà all’interno di una stessa specie). Era soprattutto la possibilità di riprodursi che segnava la distinzione tra specie e razza, poco importa che si parlasse di uomini o animali: la distinzione qualitativa tra uomo e animale appartiene storicamente al clero e alla religione cattolica, al fondamentalismo, non alla biologia e alle scienze della natura che la Chiesa ha storicamente osteggiato e represso in ogni modo. In linea di massima la riproduzione tra specie diverse non può avvenire, al contrario di quanto accade per le razze, e questo era il criterio di demarcazione tra i due concetti.
Questa distinzione non era perfetta, aveva le sue sfumature e i casi di specie affini che possono procreare sono molti, dall’asino e cavallo che generano mulo o bardotto, agli incroci innaturali tra tigre e leone che portano al “ligre”. Persino l’incrocio tra Homo sapiens e Neanderthal, specie differenti, è stato studiato di recente. Ma gli uomini appartengono alla stessa specie, questo è quello che li accomuna biologicamente, e i fenotipi, o le razze, comunque siano geneticamente determinati, non si possono negare.

Tutte le definizioni scientifiche hanno i propri limiti e quello che bisogna dire chiaramente è che né le specie, né le razze sono “oggetti reali” (“Platone, vedo il cavallo ma non la cavallinità” diceva Antistene), sono solo concetti o categorie (in senso kantiano) che utilizziamo per descrivere il mondo.

Oggi il fenotipo è stato cancellato dai nuovi scienziati riduzionisti, che reinterpretano tutto esclusivamente dal punto di vista genetico. E in questa ridefinizione dei concetti, molti concludono che le razze non esistono e si scagliano con violenza religiosa contro chi non è d’accordo, bollato come razzista o antiscientifico. Ciò è una bella menzogna, e ancora una volta ha a che fare con il fondamentalismo più che con la scienza.

Su questi presupposti – che sono solo un cambio di paradigma concettuale e non una “scoperta” della verità scientifica che dopo Popper non è più sostenibile – qualcuno vorrebbe cambiare addirittura la Costituzione! Come se affermare “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua…” fosse razzista!

Non importa quale sia l’atteggiamento davanti a queste ridefinizioni (personalmente continuo a difendere il concetto di razza), ognuno è libero di ricorrere alle categorie concettuali che preferisce, ma ciò che deve essere chiaro è che la discriminazione non passa dalla messa in discussione della “razza”, ma dall’accettazione delle diversità, comunque si chiamino.
Il punto è che non siamo tutti uguali, ed è proprio nel riconoscere il valore e il diritto della diversità che sta la civiltà e l’essere “corretti”. E ciò vale anche per le culture e per le lingue, dove la varietà è ricchezza, non un ostacolo all’affermazione del pensiero unico basato sulla lingua unica, l’inglese globale, imposto a in tutto il mondo come un valore universale e la lingua internazionale.

 

Totem e tabù linguistici

Il politicamente corretto parte dal presupposto che modificare il nostro modo di parlare porterebbe a modificare il nostro modo di pensare. Questo presupposto è sicuramente fondato, e già Wilhelm von Humboldt, per esempio, aveva posto l’accento sul fatto che la lingua è l’organo formativo del pensiero e che attraverso di essa impariamo a ragionare. Ma se dietro le nuove parole c’è solo una riverniciata ipocrita con intenti eufemistici e superficiali, questo presupposto viene a cadere. Non cambia affatto le cose.

I minorati degli anni Cinquanta sono divenuti handicappati, poi sostituiti con portatori di handicap, poi con disabili (altro calco dell’inglese), poi divenuti diversamente abili. Ma oggi il fronte degli interventisti sull’uso in nome del linguaggio non discriminate (rinominato il “parlare civile” visto che “politicamente corretto” è oggetto di polemiche sempre più ampie) sconsiglia anche questa nuova espressione e propone persona con disabilità.

Questo modo di procedere e di intervenire sull’uso in modo moralizzatore, dall’alto, non porta a nulla, perché non appena una nuova definizione concepita per suonare neutrale si afferma, ecco che subito dopo diviene nuovamente dispregiativa e occorre cambiarla. Non sono i “nomi” ciò che è importante, ma i concetti sottostanti che designano.

E allora, per cambiare le cose, bisognerebbe andare un po’ più a fondo, e rendersi conto che il linguaggio è una spia dell’inconscio, per dirla con Freud. Attraverso le parole esprimiamo ciò che abbiamo dentro e ciò che siamo. Per non essere razzisti non serve negare (o ridefinire) il concetto di razza. Occorre un approccio culturale più serio. E dietro le buone pratiche del parlare civile, del politicamente corretto e del linguaggio inclusivo non c’è solo la volontà di usare un linguaggio non discriminante. C’è il trapianto di una nuova cultura, basata sulla lingua angloamericana, che si sta sovrapponendo dall’alto alla nostra, ne modifica l’uso e introduce nuovi tabù che storicamente non ci appartengono.

Nel nuovo assetto che si sta delineando il totem (cioè il sacro, nella concezione freudiana) è rappresentato dalla cultura e dalla lingua inglese. E non aderire a questa nuova religione genera i nuovi tabù linguistici: “negro”, “razza”… in una concezione dove ormai il linguaggio non discriminante si esprime attraverso le categorie culturali d’oltreoceano e addirittura attraverso anglicismi crudi (gay, down…) che diventano “il” politicamente corretto. Il dibattito sul “linguaggio inclusivo” che sta prendendo piede è un esempio lampante…

 

Continua

L’anglicizzazione dell’italiano durante il coronavirus

Durante la pandemia, gli anglicismi hanno cambiato il nostro modo di parlare con un’intensità senza precedenti, per il numero e per la rapidità con cui molte parole si sono radicate. Ho trattato questo argomento più volte su questo diario, e in un articolo sul portale Treccani (“La panspermia del virus anglicus”) ho provato a ricostruirlo in modo più organico.

Noto che questa tendenza continua anche dopo il picco epidemico. Per esempio con il diffondersi di “staycation” per designare il turismo di prossimità. È un neologismo inglese che i giornali non si possono far scappare, occorre trapiantarlo al più presto, o almeno provarci. Esprimere lo stesso concetto con parole nostre più trasparenti non è altrettanto importante, evidentemente.

0000staycation

Tra i nuovi anglicismi che si sono affacciati negli ultimi dieci giorni, più o meno legati alla coda della crisi del coronavirus, c’è il family act, una rinuncia a usare l’italiano che si commenta da sola.

Sta prendendo piede anche il cashless. Si sente dire così dagli esperti che rivestono un concetto di cui si parla da molti anni di questo suono nuovo. La sua presa si basa sul fatto che cash al posto di contanti e liquidità è già in uso da tempo e che less è presente come suffisso in molte altre parole inglesi che non traduciamo: contactless, il pagamento senza contatto o a sfioramento, cordless e wireless (rispettivamente apparecchi o connessioni senza fili), ticketless (biglietto digitale, telematico, virtuale), homeless (senzatetto)…

A proposito della rete di anglicismi che si allarga, e che non sono affatto prestiti isolati, noto che il recovery sta prendendo vita; poche settimane fa è stato trapiantato il recovery fund (fondi per la ripresa), poi è arrivato il recovery plan. Un anglicismo tira l’altro, come le ciliegie, come le patatine: ancora uno e poi basta… Decurtato all’italiana, semplicemente recovery, sui giornali si impiega così per indicare un piano di recupero straordinario, che richiama un significato già da tempo circolante in informatica (il ripristino o recupero dei dati), e il disaster recovery, un sistema per il recupero dei dati e più in generale un protocollo o una procedura per emergenze o catastrofi.

Questo crescere dell’inglese è sotto gli occhi di tutti. Ma quello su cui vorrei riflettere è l’altra faccia della medaglia.

Davanti al pullulare degli anglicismi per descrivere tutto ciò che è nuovo, quante sono invece le nuove parole italiane che sono sorte? Qual è stata la capacità della nostra lingua di evolversi per via endogena, in questo periodo?

Questa mi pare che si possa considerare la prova del nove, molto utile per comprendere lo stato di morte dell’italiano.

I cambiamenti linguistici dell’italiano durante la pandemia

Per riflettere sulla cristallizzazione dell’italiano che si sviluppa quasi esclusivamente attraverso gli anglicismi, voglio partire da un’intervista a una sociolinguista che non ritiene che l’anglicizzazione costituisca un problema. Vera Gheno, in un articolo su Wired intitolato “La lingua della pandemia: come il coronavirus ha cambiato il nostro modo di parlare” non fa alcun accenno agli anglicismi. Davanti a un titolo del genere, mi ha davvero stupito che la cosa più eclatante sia stata ignorata, perché attraverso questa scelta si costruisce una narrazione che più che fotografare la realtà appare funzionale alle proprie tesi sul ruolo non devastante dell’inglese sull’italiano.

“Quando ci troviamo di fronte a un concetto nuovo – scrive giustamente Vera Ghenoabbiamo bisogno che la nostra lingua si modifichi per poterlo esprimere e quindi nascono parole nuove; oppure accade che parole che prima avevano un significato lo cambino e lo adattino a nuovi contesti (è il fenomeno che in linguistica si chiama slittamento semantico, o risemantizzazione funzionale).”

Ma passando da queste considerazioni astratte e ovvie alle cose concrete, quali sono queste parole nuove italiane?

Stando a quanto si legge nell’articolo, tutto si può riassumere nell’apparire di “paucisintomatico” e nella risemantizzazione di “tamponare” che non significa più solo incocciare la macchina davanti o arginare: adesso indica anche fare tamponi diagnostici.

Ecco come la nostra lingua si è saputa evolvere. Non c’è molto altro. Nell’articolo si parla dei mutamenti della connotazione di “positivo” associata ai risultati medici (una persona positiva evoca questo), che non è nulla di nuovo rispetto a quanto è accaduto con l’Hiv; della fortuna di “resilienza”, di un passaggio dal noi al voi che esprimerebbe la diffidenza verso l’altro, dell’aumento di parole di ambito domestico tra panificazione e cucina, delle metafore belliche (che però appartengono da sempre all’ambito della medicina, checché se ne dica) che rendono gli infermieri “eroi”. C’è il ritorno di parole manzoniane come untore, insomma, nulla di nuovo sotto il sole sul fronte interno, o comunque nulla di eclatante. È questa l’evoluzione della nostra lingua?

Di fronte a queste pochezze bisognerebbe pesare almeno neologismi come lockdown, droplet, recovey fund, staycation e bisognerebbe annoverare intere famiglie di anglicismi come covid hospital, covid pass, covid manager, covid like… Bisognerebbe sottolineare che lo smart working è passato da tecnicismo a parola comune e sta generando la smart didattica, bisognerebbe dire che si sono radicate parole come cluster, trial, screenare… e che sono aumentate le frequenze di trend, hub, conference call, voucher, delivery… Non sono questi, e moltissimi altri anglicismi, ciò che maggiormente ha cambiato il nostro modo di parlare, e soprattutto quello dei mezzi di informazione?

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Negli archivi del Corriere.it, nei primi 6 mesi del 2020 la frequenza di cluster è addirittura decuplicata rispetto all’intero 2018; quella di voucher spicca in modo significativo rispetto agli anni passati.

Fuori dai pochi esempi di Vera Gheno, se ampliamo le ricerche alle parole italiane nuove o evolute, rimane il vuoto, o comunque la rarefazione estrema.

Tra i neologismi ci sono cose insignificanti e di scarso peso come covidiota (calco dell’inglese covidiot) o lo scherzoso coglionavirus, titolo di un libro. C’è la comparsa del distanziamento sociale o di infodemia (altri calchi dall’inglese), e anche il nuovo significato di “goccioline” che – incredibilmente e in controtendenza – pare guadagnare terreno e avere la meglio su droplet (forse è questa l’unica vera novità dell’italiano). Ci sono questioni già esistenti che sono divenute più popolari come paziente zero, oppure la differenza di significato (non sempre scevra da disaccordi) tra mortalità e letalità. Tra le metafore manzoniane si può aggiungere lazzaretto… Ma queste bazzecole non sono incisive per la nostra lingua. Non esiste alcun segno di vitalità dell’italiano davanti a questa emergenza/novità; fuor dall’inglese l’italiano si conferma lingua morta, incapace di arricchirsi per via endogena.

In un altro recente articolo, Vera Gheno è entrata maggiormente nella questione dei forestierismi da covid, per poi concludere che il suo atteggiamento davanti agli anglicismi è “in medio stat virtus”. Viene da chiedersi dove sia “il medio” nel linguaggio della pandemia. Io vedo solo il dito medio nei confronti della lingua italiana. Se l’evoluzione si riduce all’allargamento di significato di “tamponare”, siamo fritti.

“Il miglior modo di amare la propria lingua è quello di perseguire la via del plurilinguismo” scrive Vera Gheno. Ma faccio fatica anche a ravvisare il plurilinguismo nel linguaggio della pandemia. Quali sono gli altri termini stranieri? A parte l’aumento di frequenza di movida, c’è solo l’inglese! Leggerei questo segnale come una creolizzazione lessicale, che non ha nulla a che vedere con il plurilinguismo. E il caso dei francesismi triage e plateau (che comunque sono solo due) è apparente, sono stati usati solo perché in uso anche in inglese, a parte la loro origine. In sintesi, mettere sullo stesso piano questi pochi esempi con il caso degli anglicismi, così tanti che non si riescono più nemmeno a contare, è un’operazione che non tiene conto della realtà e dei numeri.

A proposito del linguaggio dell’emergenza covid, mi hanno colpito anche le dichiarazioni di Giuseppe Antonelli – lo studioso che sostiene che l’anglicizzazione dell’italiano è solo un’illusione ottica – in un’intervista sulla televisione svizzera (“Le parole dell’emergenza coronavirus”).

Anche in questo caso il linguista evita accuratamente di parlare dell’invasione degli anglicismi, e sposta il problema su altre questioni secondarie, che non mi pare colgano il fulcro di quanto sta avvenendo. Antonelli spiega che “le parole hanno un grande potere e possono a loro volta avere delle pesanti conseguenze sul mondo”, ma non si riferisce agli anglicismi bensì a espressioni, che condanna, come l’uso iniziale di “influenza cinese” per indicare il coronavirus, perché ha fatto passare il messaggio di qualcosa di “lontano” e di “banale” come un’influenza. Non gli si può dare torto, a parte il fatto che con il senno di poi è facile fare queste considerazioni, ma sino ai primi di marzo nessuno, nemmeno i virologi, aveva previsto cosa ci stava per accadere. Più grave è semmai che Trump continui a usare questa formula con evidenti intenti politici, ma in Italia nessuno lo fa più, per fortuna.

Lo studioso critica poi l’espressione “distanziamento sociale” e ritiene più appropriato parlare per esempio di “distanza di sicurezza”. Questa considerazione si trova spesso, anche nei dibattiti in Francia e in Spagna. Ancora una volta queste riflessioni sono condivisibili. “Distanziamento sociale” è però entrato nell’uso, e viene da chiedersi: ma come? E la retorica “dell’uso” che fine ha fatto? L’uso così intoccabile e rispettato quando riguarda le parole inglesi che se entrano nell’uso bisogna accettarle, non condannarle o tradurle… perché “l’uso” con cui si giustificano e si dichiarano “necessari” gli anglicismi viene invece messo in discussione in altri casi?
Comunque sia, accanto a questo strano modo di essere descrittivi e di rinunciare a essere prescrittivi a seconda dei casi, siamo sicuri che siano queste le parole dell’epidemia e i problemi dell’italiano in questo momento di colonizzazione senza precedenti?

E infatti il conduttore, Lorenzo Buccella, incalza Antonelli chiedendogli qualcosa sull’inglese che “ha preso il sopravvento durante la pandemia”. Ma la risposta, ancora una volta, ignora la trave e si concentra sulle pagliuzze:

“Io credo che il problema non sia tanto il fatto che abbiamo usato molte parole inglesi, d’altronde questa era una situazione che coinvolgeva tutto il mondo, c’è un aspetto proprio di globalizzazione (…) e allora lockdown è il termine che ha utilizzato l’Oms, il discorso era una parola nuova straordinaria rispetto alla situazione nuova di emergenza…”.

Insomma, per Antonelli il problema della comunicazione della pandemia non è l’inglese, è più importante “utilizzare parole univoche”, anche perché in situazioni di emergenza chi comunica ha una responsabilità ancora più grande: “Le parole possono e probabilmente avrebbero potuto salvare vite umane.”

È curioso che venga riconosciuta ai mezzi di informazione questa “responsabilità” di salvare le vite umane, ma non quella di uccidere le parole italiane. La tesi di Antonelli è infatti che l’inglese sarebbe contenuto in una percentuale fisiologica che “viene avvertita come preoccupante perché amplificata dai mezzi di comunicazione di massa. Sono soprattutto radio, giornali e televisioni – infatti – a offrire l’immagine di un italiano (artificialmente) saturo di parole ed espressioni angloamericane” (Un italiano vero. La lingua in cui viviamo, Rizzoli p. 74).

Ma a parte questa oscillante concezione della responsabilità mediatica, ciò che è davvero insostenibile è la giustificazione del ricorso all’inglese con la favola della globalizzazione e quindi degli internazionalismi. Lockdown o droplet, che gli ha citato il conduttore, così come smart working e la maggior parte degli altri inglesismi e pseudoinglesismi che usiamo, sono penetrati solo nell’italiano, e non esistono né in Francia né in Spagna. E allora perché mai la globalizzazione “ingloba” solo l’italiano?

 

Il francese e lo spagnolo in epoca di covid

Il dibattito sull’evoluzione della lingua durante la pandemia, con riferimento soprattutto agli anglicismi, si è sviluppato anche in Francia. Ma la situazione non è nemmeno lontanamente paragonabile allo sfacelo dell’italiano.

Il francese è una lingua viva, dove si coniano neologismi, dove davanti all’espansione dell’inglese globale esiste una resistenza, che non è fatta da un cane sciolto come la mia, e come quella italiana, ma è istituzionale, supportata dalle leggi che vietano forestierismi nel francese ufficiale e dei contratti del lavoro, che si appoggia alla Costituzione, alle indicazioni del Journal officiel (la Gazzetta francese), all’operato dell’Académie française, e dei mezzi di informazione.

Anche in un articolo su Radio France (“La lingua francese ai tempi del coronavirus”) si registra il malcontento sul “distanziamento sociale”, interferenza dell’inglese, che sarebbe più appropriato rendere in altri modi, come distanza di sicurezza o fisica. Ma si lamentano anche gli anglicismi che si sono fatti strada, come cluster al posto di focolaio, con la differenza che rispetto a quanto avviene da noi dove le occorrenze sono decuplicate rispetto agli anni passati, ricorre molto meno, e spesso è tra virgolette. Ma, soprattutto, l’uso dell’inglese viene deprecato, non misconosciuto, giustificato o spacciato come internazionalismo necessario!

Mentre i nostri mezzi di informazione diffondono anglicismi – che in Francia non esistono – senza alternative, le Figaro sforna innumerevoli pezzi che condannano l’inglese e riprendono le direttive della Commissione per l’arricchimento della lingua francese che invita a usare foyer (épidémique) al posto di cluster: “Coronavirus: ne dites plus «cluster» mais…”, oppure infox al posto di fake news: “Coronavirus: des mots français pour en parler”.

Mentre da noi i politici coniano family act, trapiantano recovery fund, e in parlamento parlano con la massima naturalezza di lockdown e smart working, il sito del Ministero della cultura francese produce una guida alle parole francesi per esprimere il lessico del coronavirus (traçage e non tracking, faire-face e non coping) e un glossario della terminolgia medica che si appoggia a un ben più ampio dizionario terminologico con i corrispondenti francesi. Lo scopo è quello di “arricchire la lingua francese”, e gli esperti non si sognano né di negare o ignorare l’esistenza degli anglicismi, né di proclamarli “necessari” e in questo modo avallarli, ma si prodigano nel tradurli nel giusto modo e nel coniare nuove parole, operando scelte terminologiche autoctone per i vocaboli che non ci sono!

In Spagna gli anglicismi non sono penetrati durante la pandemia, e il dibattito sulla lingua del coronavirus che “infetta” il dizionario della lingua spagnola è commovente. Sul El País, in un articolo intitolato “La Real Academia busca una definición para el coronavirus” la questione non tocca l’interferenza dell’inglese, che non c’è, ma il maschile o femminile di covid, o mascherina che accanto a “mascarilla” registra sinonimi esotici come “barbijo” in Bolivia, “tapaboca” a Cuba o “nasobuco” in altri luoghi. La stesso dibattito che si ritrova leggendo un articolo di Abc intitolato “El coronavirus también infecta el Diccionario de la lengua española” che si pone il problema dell’uniformità di queste varianti per mantenere lo spagnolo omogeneo. Non possiamo che ridere (o piangere?) se paragoniamo tutto questo con la situazione italiana. Mentre da noi c’è solo il lockdown, lì le questioni linguistiche sono incentrate su come formare il giusto verbo da “cuarentena”: meglio “cuarentenar”, “cuarentenear” o “encuarentenar”? L’unico anglicismo che si trova nel pezzo è zoom: “quello che sino a poco tempo fa era solo un obiettivo a lunghezza focale variabile” lamenta l’articolo! Per noi è inimmaginabile che la lingua evolva senza importare l’inglese, ma in Spagna e in Francia, come in tutte le lingue sane, è normale!

Altro che internazionalismi e globalizzazione! In Italia bisogna parlare di colonizzazione.

Come nota Gabriele Valle, in Spagna non esiste il droplet, ci sono solo le gotas de saliva, non c’è il lockdown ma il confinamiento (come in francese e in tutta l’Europa latina, salvo da noi) e il deconfinamento progressivo, la nostra fase 2, 3 e quel che sarà, si può esprimere con desconfinamiento o desescalada.

E in portoghese? Provate a dare un’occhiata allo speciale covid sul quotidiano portoghese Publico, e provate a contare gli anglicismi, se li trovate. Poi fatevi un giro sul Corriere.it, e fate i vostri confronti.

A questo punto ognuno avrà qualche elemento in più per riflettere su cosa significhi “essere internazionali”, se significa fare come negli altri Paesi di lingua romanza o se significa essere colonizzati dalla sola lingua inglese. E anche per ragionare sulla “necessità” dei nostri anglicismi, bollati come necessari solo da noi e dai collaborazionisti di questa creolizzazione lessicale, visto che altrove la lingua nazionale evolve, si arricchisce, è difesa e promossa, mentre l’italiano è ormai ingessato nei suoi significati storici e destinato a trasformarsi in itanglese; soffocato da una quantità di anglicismi che qualcuno considera una ricchezza, ma non sono altro che l’impoverimento e la morte del nostro lessico sempre più mutilato.

 

PS
Come al solito rinnovo l’invito: chi è preoccupato e stufo può firmare e soprattutto diffondere la petizione #litalianoviva. Si riuscirà a fare qualcosa? Almeno proviamoci!

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Sulla morte dell’italiano

Da quando ho lanciato la petizione #litalianoviva contro l’abuso dell’inglese sto ricevendo tantissime segnalazioni per il dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi, e soprattutto una gran quantità di lettere, così tante che faccio davvero fatica a rispondere a tutti.
Alcuni di questi contributi mi hanno spinto a precisare un po’ meglio il tema centrale dell’itanglese e della “morte dell’italiano”, che non è chiaro a tutti.

 

Se questo è un italiano

Parto da quanto mi ha scritto Luis:

“Non vado più alla Mondadori. Appena entri nello store c’è un book point dove puoi pagare con la cash back card. Alla Rinascente questo weekend c’era il 20% di sconto sul mio shopping con la Rinascente card. Summer Discount su tutto il make-up e lo Skin Care. Ora con l’applicazione lo shopping è ancora più Smart.
Da Cisalfa ho acquistato un costume da bagno. Gli addetti e il personale indossavano la divisa con la scritta Staff e Crew e ho pensato che fossero proprio un bel Team.
Con Purina-One il pelo del mio cane diventerà più forte e lucido. Purina, la scelta giusta per il tuo Pet.
Al supermarket mi chiedono ogni volta se ho la Fidelity Card.
Alla Metro (vendita all’ingrosso) quelli dello staff mi hanno detto di rivolgermi al reparto Food”.

Mi pare che il quadro rappresenti bene l’Italia e l’italiano. E il punto è proprio questo: come definire questa lingua? È ancora italiano o è itanglese? La questione è tutta qui. Chi pensa che questa ricostruzione sia un’esagerazione non veritiera può dare un’occhiata al seguente testo. Un inno all’italianità che, a mio avviso, suona come un ossimoro. Ma forse per qualcun altro è solo l’italiano moderno e quello auspicabile nel futuro.

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Anche io non vado alla Mondadori, ma la Feltrinelli non è meno anglicizzata, e come ho ricostruito in “Bookcity e la gerarchia degli anglicismi” ormai i libri sono book, le librerie sono bookshop e ci si può aggirare tra thriller e modern fiction, home video e game, graphic novel e top 40, cioè i best seller. Ho anche già parlato del caso food, un ottimo esempio di creolizzazione lessicale che in soli 30 anni (da quando è apparso, nel 1982, il fast food), ha portato lo street food e lo slow food, i food designer e il junck food, il finger food e il comfort food… alla fine food è diventata la parola per indicare l’intero settore alimentare. Il pet food è l’anello di congiunzione con un’altra parola che si sta allargando e che sembra destinata a sostituire gli animali da compagnia: pet. Da pochi anni ci sono i pet shop (visto che i negozi sono sempre più shop e store), si parla di pet teraphy, spuntano gli alberghi pet friendly… ed è nata la figura del pet sitter, che si affianca ai dog sitter e ai cat sitter, che si appoggiano alla fortuna di baby sitter. Baby, del resto, è diventato un prefissoide che genera una quantità di locuzioni inglesi, pseudoinglesi e ibridate con l’italiano che non è più possibile quantificare. Nella “Maledizione di baby sitter (e i composti di baby)” ho provato a spiegare quanto è successo anche in questo caso.

Questi esempi mostrano inequivocabilmente che l’inglese è un virus che si diffonde come un cancro, consiste ormai in una rete di parole tra loro interconesse che si allarga nel nostro lessico, e fa morire i nostri vocaboli. Non bisogna essere geni, per comprenderlo. Eppure la maggior parte dei linguisti continua a ragionare con gli schemini ridicoli basati sui “prestiti” linguistici, come se gli anglicismi fossero parole isolate. Se fossero “prestiti” sarebbe il caso di restituirli in blocco. E forse bisognerebbe restituire ai librai, anzi ai bookstore, anche i libri di linguistica di questo tipo, che invece di occupare posto nelle librerie sarebbero più utili se fossero mandati al macero, almeno per riciclare la carta.

Non si capisce dove vivano questi “studiosi”, né come non siano in grado di comprendere cosa sta accadendo, e l’abissale differenza che c’è tra i “prestiti” provenienti dalle altre lingue, di numero contenuto, e lo tsunami anglicus che ci sta devastando. Mentre qualche illustre studioso negazionista sostiene che l’anglicizzazione sia tutta un’illusione ottica, la gente comune sembra più avveduta nel comprendere il presente. Per esempio chi mi scrive:

“Sky tg 24 rubrica Start, si parla del covid-19. Il giornalista per ben 4 volte dice che il governo cinese utilizza uno strumento per TRACCARE o TRACKARE (da to track) le persone in aeroporto”.

“Tracciare”, in questo aneddoto, sembra un vocabolo inesistente.

“Ho appena sentito la parola smartizzabile da parte della Ministra Dadone con riferimento alla transizione da una modalità di lavoro in presenza a una agile” mi scrive Enrico.

Le ricomposizioni di questo tipo sono all’ordine del giorno, spesso intaccano i verbi, e nel parlato si sente sempre più spesso forwardare per inoltrare, fixare per aggiustare, hostare per ospitare. Del resto il sito di Airbnb invita a diventare host, non usa parole come locatore e locatario, e l’italiano non è contemplato dalle multinazionali che si insediano in Italia e ci impongono i loro termini, da snippet a timeline. Il che vale soprattutto per l’italietta di colonizzati, all’estero non è così, come si evince dall’immagine seguente.

airbnb in varie lingue
Il sito Airbnb in varie lingue: solo in italiano compare il termine “host”.

L’inglese delle multinazionali informatiche arriva in questo modo. Non si traduce download e nasce downloadare invece di scaricare. Spunta Twitter e impone i suoi follower e following, invece di parlare di iscritti, lettori, abbonati o seguitori/seguaci e seguiti, per carità! Che brutto!

Sempre Luis mi segnala che nel sistema operativo di iPhone, impostato in lingua italiana, ci sono più di 80 termini in inglese (tra cui mail, file, hotspot, feedback, privacy, password, account, game center, banner, badge, background, provider, software, switcher, wireless, home, voiceover, zoom, timeout, link, output, input, standard, hardware, controller, smart, font, default, screen, layout, timer, live, selfie, download, news, store, fitness, homekit, push, server, nickname, widget, podcast, offline, computer, music, streaming, slow motion, drive, book, game, center, reader). Tutti anglicismi necessari, intraducibili o insostituibili, direbbe il terminologo anglomane italiota. Peccato che impostando la lingua francese o spagnola, l’elenco degli anglicismi si riduca invece a 3 o 4 parole. I “prestiti di necessità” e gli “anglicismi insostituibili” lo sono soltanto in Italia. Forse è questa “l’illusione ottica” che ci contraddistingue, perché mentre da noi nessuno saprebbe come dire diversamente streaming, in francesespagnolo è possibile.

L’inglese delle multinazionali informatiche che si espandono è agevolato dall’interno da chi non opera scelte traduttive e da chi postula come un assioma che “i termini non si traducono” (ma solo in Italia, si dovrebbe aggiungere per onestà). Il caso dell’informatica è il più eclatante, ma anche la maggior parte degli altri linguaggi di settore sono ormai colonizzati, dal linguaggio aziendale e del lavoro a quello della scienza e della tecnica. La pubblicità parla sempre più l’inglese, il cinema statunitense impone i propri titoli in inglese senza più tradurli…

E davanti a queste pressioni esterne, agevoliamo dall’interno questo processo ricorrendo all’inglese anche da soli, e talvolta lo reinventiamo. Lo si vede nel linguaggio della politica, dal jobs act al navigator, lo si vede persino nella lingua della giurisprudenza (qui un video di un avvocato che lo spiega chiaramente).
Basta leggere un giornale digitale come il Corriere.it, per capirlo. A parte i trapianti intradotti come “web” o “streaming” si vede benissimo l’abuso di “hub” ,”new entry”, “empowerment”, “fashion”… e Mussolini si faceva i “selfie”!  Sui quotidiani francesi e spagnoli non si vede nulla di tutto questo.

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Dal Corriere.it del 10/6/20.

E allora ritorniamo alla domanda iniziale. Questo è ancora italiano?

 

Gli anglopuristi teorici dell’itanglese

Nel “manifesto” del sito “Una parola al giorno” (art. 4), si legge:

“I forestierismi sono una ricchezza. Non ci sentirete tuonare contro l’inglese, ma ci vedrete schierati parola per parola contro il cattivo gusto, la replica acritica di parole percepite e non capite, e gli usi esausti o sciocchini. Nel diciassettesimo secolo ci si scagliava contro… squallidi gallicismi quali baule, regalo, biglietto o gabinetto: oggi chi criticherebbe l’uso di queste parole?”

Dichiarazioni di questo tipo sono abbastanza diffuse, ma sono nella migliore delle ipotesi affermazioni sciocche e confusionarie, e in altri casi sono vere e proprie ipocrisie che celano mistificazioni imperdonabili. Confondere le parole italiane di derivazione esogena (come baule o biglietto) con i forestierismi non adattati che si scrivono e si leggono in modo diverso da quanto previsto dalla nostra grammatica è un’enorme sciocchezza. Come lo è appellarsi al “cattivo gusto” o agli “usi sciocchini”: Leopardi ci ha insegnato (ma non solo lui) che solo l’uso e l’abitudine rendono bella o brutta una parola. Affermare che i i forestierismi sono una ricchezza in assoluto non sta né in cielo né in terra. Dipende se si adattano, e quando non lo si fa dipende dal loro numero, possono essere anche il segno di un impoverimento del nostro lessico e della creolizzazione e della morte di una lingua schiacciata da un’altra dominante. Anche associare “forestierismi” e “inglese” è significativo. Come se le due cose coincidessero e ci fosse solo l’inglese. Purtroppo il problema è proprio questo. Il numero degli anglicismi crudi che abbiamo importato negli ultimi 70 anni è superiore a quello di tutti i forestierismi di ogni lingua e di ogni epoca sommati, incluso il francese che ci ha influenzati sin dai tempi di Dante. Se questa è una ricchezza, se l’italiano del presente e del futuro deve essere costituito da un sostantivo in inglese su dieci, si dovrebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente e senza ipocrisie. Questo per me non è più italiano, ma la sua morte; è itanglese, ed è un ibrido che non ha nulla a che vedere con l’italiano storico e con la nostra grammatica.

La provenienza delle parole è irrilevante. Quello che conta è vedere se sono italianizzate e si integrano o se sono dei “corpi estranei” per dirla con Castellani, che snaturano la nostra lingua storica e la imbastardiscono, come dicevano i più aperti sostenitori delle parole straniere di ogni epoca, da Machiavelli che insisteva sulla necessità di “accatar parole” altrui, passando per Ludovico Antonio Muratori, e persino Alessandro Verri, autore della celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”. Nessuno si è mai sognato di giustificare la presenza di migliaia di forestierismi crudi provenienti da una sola lingua dominante. Se una volta i puristi rifiutavano le parole italianizzate che provenivano da altre lingue, oggi sarebbe invece auspicabile tornare a italianizzarle e tradurle, se vogliamo evitare la creolizzazione lessicale. Il che è tutto il contrario di quel che volevano i puristi.

Un tempo furono proprio i puristi a rappresentare un ostacolo all’evoluzione dell’italiano, visto che erano ostili anche ai neologismi e ai tecnicismi, ma così facendo rischiavano di ingessare l’italiano nella “lingua dei morti”, di cristallizzarlo nel vocabolario storico senza farlo crescere. Oggi a fissare l’italiano nei suoi significati storici e a impedirgli di evolvere sono proprio gli anglomani, che invece di tradurre, adattare, creare neologismi, allargare il significato delle nostre parole, preferiscono importare tutto ciò che è nuovo in inglese e giustificarlo. Li ho definiti “anglopuristi”. Sono coloro che invece di difendere e promuovere l’italiano si appellano all’uso dell’inglese che diffondono per primi sostenendone il maggior potere evocativo, guardando non ai significati delle parole, bensì alle sfumature che non appartengono all’inglese, ma sono il risultato dell’acclimatamento nella nostra lingua. “Calcolatore” evoca le ingombranti anticaglie di una volta, “computer” connota i dispositivi moderni. Peccato che in inglese era ed è computer, senza questa distinzione, così come in francese era ed è ordinateur, e in spagnolo era ed è computador. Selfie non è proprio come autoscatto… ecco come si relega l’italiano ai suoi significati storici e non lo si fa evolvere. Nelle casseforti c’erano le combinazioni, tra i partigiani i nomi di battaglia, in Rete ci sono le password e i nickname, perché questi sono i “termini” che richiamano l’ambiente informatico in modo preciso… e così l’italiano non si allarga di nuovi significati e muore. Brainstorming è intraducibile (peccato che in francese sia stato tradotto con spremimeningi e in spagnolo con diluvio di idee) e ciò che è nuovo non si reinventa, si importa in inglese e basta! E così, anglicismo dopo anglicismo, l’italiano si trasforma in itanglese. Ricorrere all’inglese è una strategia. Soprattutto nelle nuove generazioni. Si preferisce l’itanglese e la creolizzazione è vissuta come segno di modernità. Il che non lascia ben sperare nel futuro.

L’itanglese si pratica ormai nelle scuole. Non sto parlando del linguaggio terrificante del Miur, uno dei maggiori responsabili della morte dell’italiano, che prepara volutamente alla lingua inglesizzata del mondo del lavoro. Purtroppo l’itanglese si impartisce sin dalle elementari. Ho avuto una feroce discussione con un gruppo di maestri che insegnano ai bambini che la “j” si chiama “jay”, dando un calcio alla nostra storia, alla “i lunga” che si pronuncia “i” non solo in italiano (juventus, Jolanda, Jacopo, Jugoslavia…), ma anche in tedesco (Jung). Insomma, c’è solo l’inglese nella testa delle menti colonizzate, e poi va a finire che si sente sempre più spesso dire “giunior” invece di junior. Intanto, nei libri di testo delle elementari, la Cisgiordania diventa West Bank. Senza alternative.

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Questa è la lingua, e la cultura, che si insegna a scuola alle nuove generazioni!

Adesso tra i maestri, mi segnala Elena, va di moda il lap book, spesso scritto lapbook, che consiste in un cartoncino piegato a libro contenente fatti, diagrammi, illustrazioni relativi all’argomento; è una cartelletta con le ricerche dove si incollano diversi elementi, e viene definito anche layer book, flap book o shutter book. Tutto va bene, purché suoni inglese. Ma un nome in italiano, no?

Dunque non c’è da stupirsi se poi uno studente interrogato in storia dell’arte parli di “absaid” perché crede che abside sia un anglicismo, o che si pronunci Dpi (Dispositivi di Protezione Individuale) come i dpi delle stampanti. Siamo immersi nell’anglomania più deleteria.

Questo è il presente, e nel futuro sarà sempre peggio, se non si ferma questo processo di distruzione sistematica del nostro patrimonio linguistico. C’è chi non lo vuole affatto fermare e vuole andare in questa direzione. E c’è chi sta provando a fare qualcosa con una petizione.

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Le 3000 firme della petizione a Mattarella

Continuo le mie riflessioni sui perché della petizione a Mattarella, #litalianoviva, che conta ormai 3.000 firme. Provo anche a rispondere ad alcune delle critiche basate sulle sciocchezze e sui luoghi comuni di chi non ha studiato e compreso il problema, né tanto meno lo spirito dell’iniziativa.

La nuova questione della lingua

Non se ne può più di sentir dire che è normale che le lingue evolvano o che il francese e tantissimi altri idiomi hanno influenzato l’italiano sin dai tempi di Dante. Queste sono banalità che non si possono che dare per scontate; bisognerebbe essere un po’ più seri e studiare come la nostra lingua si sta evolvendo.

È semplicemente una questione di numeri: dal secondo dopoguerra a oggi – nell’arco di una sola generazione – gli anglicismi sono almeno quintuplicati. Hanno colonizzato i centri di irradiazione della lingua (il lavoro, la scienza, la stampa, l’informatica, l’economia…), si riversano nel linguaggio comune, aumentano di frequenza, penetrano nel lessico di base e, soprattutto, tutto ciò che è nuovo viene sempre più introdotto in inglese crudo, con il risultato che il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è costituito da anglicismi. Il punto non è gridare alla morte dell’italiano per becero allarmismo, è constatare che di fatto è già morto, nel senso che ha cessato di evolvere per via endogena, e che registra una regressione davanti all’inglese anche quando esistono parole italiane che finiscono per essere dimenticate o diventare obsolete davanti ai “prestiti sterminatori”. Gli anglicismi non sono perciò una ricchezza, ma al contrario segnano l’impoverimento e la morte del nostro lessico. La loro penetrazione avviene in modo crudo, senza adattamenti, e dunque sta snaturando la nostra identità linguistica, che non è un concetto filosofico e astratto, ma una cosa molto semplice e concreta: nella maggior parte dei casi gli anglicismi costituiscono dei “corpi estranei” che violano le regole dell’ortografia e della pronuncia dell’italiano. Non c’è alcun problema ad accogliere forestierismi non adattati, se sono contenuti in una percentuale fisiologia, è un fenomeno normale che si riscontra in ogni lingua. Ma quando questa percentuale cresce a dismisura, supera nel giro di 70 anni quella di una lingua come il francese che ha una storia di substrati plurisecolari, quando la somma di tutti i forestierismi di ogni lingua del mondo non arriva alla metà degli anglicismi che abbiamo importato in un lasso di tempo così breve, e che usiamo così spesso, c’è un problema oggettivo. Non siamo più di fronte a un fenomeno normale, ma a una creolizzazione lessicale che stravolge la nostra lingua storica. Questi sono fatti. Ogni critica ne deve tenere conto.

Allora la questione, e il terreno del dibattito, è un altra. Dobbiamo chiederci quale italiano vogliamo. Crediamo che la modernità si esprima con l’inglese e vogliamo che la percentuale di anglicismi della nostra lingua diventi in ogni ambito quella del linguaggio del lavoro o dell’informatica?

Bene lo si dica chiaramente, invece di giocare a fare i negazionisti.

Questa idea dell’italiano, però, per me coincide con l’itanglese, e mi vede dall’altra parte della barricata a combattere quello che considero non un segno di modernità, ma il depauramento del nostro patrimonio culturale. Ciò è tutto il contrario del purismo, ostile da sempre ai neologismi. Viceversa, c’è da auspicare un italiano che si sappia evolvere per via endogena, creando le proprie parole e i propri neologismi, invece che importarli dall’inglese.

Chi ha un’altra idea dell’italiano getti la maschera, si schieri dall’altra parte, e difenda l’itanglese senza fare l’ipocrita. I nuovi puristi del Duemila, quelli che vogliono ingessare l’italiano nella sua forma storica senza farlo evolvere perché tutto ciò che è nuovo si dice in inglese, sono gli anglomani. Sono loro – li chiamo anglopuristi – che vogliono trasformare l’italiano nella “lingua dei morti”.

Questa è la nuova “questione della lingua”. Sarebbe ora di dirlo chiaramente.

Non si tratta di fare la guerra ai singoli anglicismi, si tratta di prendere posizione, e di spezzare la strategia comunicativa che spinge a importare l’inglese crudo senza alternative. Il problema non è linguistico, è culturale. Gli anglicismi non sono “prestiti”, con queste sciocche categorie obsolete non si può rendere conto dell’attuale fenomeno dell’interferenza dell’inglese. Quando il confinamento diventa lockdown, il lavoro da casa smart working, quando si coniano all’inglese espressioni come covid hospital, invece che ospedali covid, e si parla di covid pass, covid free, covid manager, covid like, covid test… il problema non è in questi trapianti e in queste ricombinazioni ridicole prese singolarmente; il punto è che abbiamo perso la volontà di parlare in italiano e siamo passati a una strategia compulsiva (la strategia degli Etruschi) che consiste nella scelta di parlare in itanglese.

Una questione politica, non linguistica

Oggi la nostra classe dirigente – dai mezzi di informazione alla politica, dalla scienza al mondo del lavoro – ha scelto l’itanglese, e in questo modo lo diffonde e lo impone a tutti. Per spezzare questa strategia occorre una rivoluzione culturale e politica. Nello scorso articolo ho mostrato perché non è certo alla Crusca che ci si può rivolgere per cambiare le cose. L’Accademia non ha né il potere né la missione di regolamentare la nostra lingua. Solo la politica potrebbe forse investirla di questo mandato, come avviene per le accademie spagnole e francesi. Lì si creano alternative agli anglicismi e la popolazione è libera di scegliere come parlare. Alcune proposte sono accolte ed entrano nell’uso, altre non vengono invece recepite, ma il risultato è che l’anglicizzazione di queste lingue non è minimamente paragonabile alla nostra. Ognuno è libero di usare il lessico che preferisce, ma la libertà sta nello scegliere, se mancano le alternative cade la scelta, e l’inglese diventa un automatismo senza altre possibilità, diventa la tirannia della minoranza che controlla i centri di irradiazione della lingua e che la impone a tutti.

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Le “reti sociali” o i “fondi di recupero” su Correre, El País e Le monde. Da noi sono anglicismi (i “gruppi tech” in spagnolo sono “grandes tecnologicas”, e persino gli Usa sono detti secondo l’ordine della loro lingua: EEUU).

La petizione per eliminare gli anglicismi almeno dal linguaggio istituzionale – una cosa che in Francia è espressamente vietata dalla legge, ma che non verrebbe nemmeno in mente ad alcun politico, come del resto in Spagna – va rivolta alla nostra classe politica. Ma rivolgersi al parlamento avrebbe senso?

Non mi pare.

Non dimentichiamo che i nostri politici son proprio coloro che contribuiscono a uccidere la nostra lingua storica. Se il politichese, sino a tutto il Novecento, era caratterizzato da formule ampollose, astruse o burocratiche, nel nuovo Millennio è diventato itanglese. Dal jobs act al navigator, il lavoro è job, le tasse sono tax, le leggi act, l’economia è economy, i fondi per la ripresa sono introdotti in inglese, recovery fund, e qualcuno parla di un recovery plan per la pandemia. Gli anglicismi politici registrano un aumento preoccupante: quantitative easing, voluntary disclousure, caregiver, stepchild adoption, spending review, spoils system, devolution e deregulation, election day e family day… E in questo linguaggio fatto di establishment, governance, leadership, impeachment, question time, moral suasion, premiership… ci sono anche figure istituzionali come il garante della privacy, o il ministro del welfare, alla faccia della salute del nostro lessico. I giornali rilanciano e amplificano questo vocabolario politicamente scrorrect, mentre si parla sempre più di premier al posto di presidente del consiglio come è scritto nella nostra Costituzione, o di governatori invece che presidenti delle regioni perché si vuol fare gli americani, anche se il nostro sistema non è federalista.

In questo contesto appare poco proficua una petizione rivolta ai politici. Senza scadere nel qualunquismo, bisogna ricordare che negli ultimi anni sono state presentate innumerevoli proposte di legge o di istituzione di un Csli (Consiglio Superiore della Lingua Italiana) che sono sempre rimaste nei cassetti, per riemergere ciclicamente senza che nulla di concreto sia mai stato fatto.

Nel 2012, una petizione dell’Era propose di dire in italiano “question time” e ricevette consensi da ogni parte politica, ma l’iniziativa lodata da tanti solo a parole, non ebbe nei fatti alcun seguito (in Svizzera si dice invece l’ora delle domande, in parlamento e sui giornali).

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“L’ora delle domande” sul Corriere del Ticino.

Nel 2018, Giulia Bongiorno, ministra della pubblica amministrazione del Governo Conte, scriveva:

“Nei primi giorni da Ministro mi sono stati sottoposti alcuni fascicoli – definiti dossier – dai quali emergeva che i problemi più urgenti da affrontare erano:
1) il blocco del turnover;
2) l’inadeguata valutazione della performance dei dirigenti;
3) il digital divide;
4) la scarsa applicazione (…) dello smart working;
4) l’uso improprio del badge per entrare nel luogo di lavoro.
Per affrontarli avrei dovuto partecipare a numerosi meeting; inoltre, mi si rendeva noto che il budget a mia disposizione era – purtroppo – limitato.
Amo l’inglese (…) Eppure credo sia sbagliato, e fuorviante, accettare questa sostituzione della lingua italiana; parlo di sostituzione perché l’uso reiterato delle parole inglesi fa sì che a volte il corrispettivo italiano si perda. Dunque dico basta, con forza, a questo ibrido che forse vorrebbe far sembrare l’italiano più moderno, ma in realtà lo sta svilendo.”

(Lettera aperta del 19 dicembre 2018 per denunciare l’abuso dell’inglese nel linguaggio amministrativo).

Che cosa è accaduto, da allora, è sotto gli occhi di tutti.

Anche le iniziative come Europarole del Dipartimento delle politiche europee, avviata nel 2018, che doveva tradurre gli anglicismi che circolano nell’ambito dell’Unione Europea si è rivelato un progetto vuoto, e da allora ha raccolto solo 37 parole!
Visto che le istituzioni non lo fanno – da quelle politiche alla Crusca – il più grande repertorio esistente nel nostro Paese è il Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi (AAA), che ne ha raccolti ormai 3.700, e nasce da un’iniziativa privata senza alcun finanziamento.

Da queste considerazioni è nata la decisione di rivolgere la petizione non alla politica, ma al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la massima carica dello Stato.

C’è chi ha storto il naso davanti all’opportunità di rivolgersi a lui in questo frangente in cui l’Italia versa in ben altri e più gravi problemi. Eppure il lievitare degli anglicismi ha raggiunto picchi inediti proprio durante la pandemia e, soprattutto, le nostre richieste sono davvero facili, e non costano nulla. Non abbiamo invocato leggi come quelle che ci sono in Francia, né domandato di attuare ciò che la politica ha più volte presentato senza che mai si sia realizzato.
Le richieste consistono, semplicemente, in una supplica, perché il capo dello Stato attui un simbolico richiamo alla politica di non utilizzare anglicismi almeno nel linguaggio istituzionale, per il rispetto, oltre che per la trasparenza, che le istituzioni dovrebbero avere nei confronti dei cittadini italiani e del nostro patrimonio linguistico (non dimentichiamocene, quando saremo chiamati alle urne!).
La seconda richiesta è di favorire una campagna di sensibilizzazione contro l’abuso dell’inglese. Anche questa preghiera non ci pare gravosa, e soprattutto non comporta alcuna spesa, visto che gli spazi delle pubblicità progresso sono già previsti. E come si fanno e si sono fatte contro il bullismo o contro la violenza delle donne, potrebbero farsi anche per promuovere la nostra lingua, di cui non è il caso di vergognarsi.

Crediamo che questa petizione chieda qualcosa che dovrebbe essere dato per scontato, qualcosa che nasce semplicemente dal buon senso e che dovrebbe appartenere a tutti. E facciamo fatica a comprendere come si possa non condividere questo appello.

Eppure, se la petizione #dilloinitaliano di cinque anni fa fu ripresa da tutta la stampa, oggi invece non c’è un solo giornale a tiratura nazionale che ne abbia accennato nemmeno con una sola riga. Le 3.000 firme raccolte nascono solo dal passaparola in Rete e tra la gente, mentre i mezzi di informazione e le istituzioni che dovrebbero occuparsi della nostra lingua in modo ufficiale lo hanno ignorato. Al contrario di quanto hanno fatto invece persone di primo piano della cultura nazionale e internazionale.

 

I firmatari e gli amici dell’italiano

Sin dai primi giorni, la notizia della petizione #litalianoviva è stata ripresa e diffusa dall’Istituto Italiano di Cultura di Lima, che l’ha rilanciata dalle sue pagine Facebook, oppure dal sito Corsica Oggi. In Svizzera è stata segnalata dal Forum per l’italiano in Svizzera, e dalla Rivista.ch. E così la notizia si è sparsa per il mondo, tra i firmatari ci sono italofoni tedeschi, dall’università di Barcellona ha firmato un’importantissima profesora emerita di Filologia Italiana, dall’Australia ha firmato la traduttrice Barbara McGilvray, vincitrice di una medaglia dell’Ordine d’Australia dell’Australia Day, per i suoi meriti nel tradurre in italiano. Voglio riportare qualche battuta tratta da un’intervista che rilasciò in quell’occasione:

Barbara McGilvray
Barbara McGilvray.

– Hai notato delle differenze nell’evoluzione della lingua italiana da quegli anni ’60 in cui eri a Roma all’italiano che si parla oggi? Magari il fatto che oggi sia infarcito di parole inglesi? Una volta non era così…
Io cerco di evitare e parole inglesi in italiano anzi sono iscritta a due o tre gruppi di traduttori in Italia, gruppi virtuali, sull’Internet e lottiamo tutti per evitare di usare neologismi inglesi, preferisco evitarli. (…) Spending review mi fa una rabbia (RIDE), ci sono espressioni perfettamente adeguate in italiano, perché usare quelle inglesi? Non lo so…

– O il jobs act…
Jobs act… un altro, no, no… non ne parliamo…

– La nostra rubrica si chiama La lingua più bella del mondo, sei d’accordo con il nome che abbiamo dato a questo segmento?
Assolutamente! Come no?

Se volte sentire queste parole dal suo delizioso accento anglofono, lo potete fare qui (al min, 4,30 circa).

Tra i tanti che hanno firmato e che mi hanno scritto dall’estero ci sono italofoni dall’Argentina, dal Canada, dalla Francia, e anche dal Regno Unito e dagli Stati Uniti.

Possibile che all’estero ci sia un’attenzione per l’italiano superiore alla nostra?

Evidentemente sì.

Ma non è del tutto esatto. Non bisogna confondere il silenzio stampa e delle istituzioni che si registra in Italia con il sentimento degli italiani. L’indifferenza mediatica non corrisponde alla sensibilità di tante persone di ogni fascia sociale (infermieri, medici, farmacisti, parrucchieri, avvocati, imprenditori, formatori, studenti, insegnanti, mamme, agenti immobiliari… c’è anche un suora). E tra i firmatari ci sono poi diversi politici che appartengono a ogni schieramento: da Potere al popolo e Sinistra alternativa passando per il Pd, i 5 stelle, la Lega, sino a Forza Italia, Fratelli d’Italia e alla destra. Ma soprattutto mi ha colpito la presenza di molti personaggi di spicco della cultura del nostro Paese. Non sempre mi è stato possibile verificare se certi nomi sono davvero illustri o se si tratta di omonimi, e non so se Elena Ferrante è veramente lei o se Paolo Repetti è davvero il fondatore e il direttore della collana Stile Libero di Einaudi. So però di certo che hanno firmato professori universitari o accademici come lo psicologo Fulvio Scaparro, il filosofo Fulvio Papi, scrittori come Elisabetta Bucciarelli (vincitrice del premio Scerbanenco) o come la docente Laura Margherita Volante, traduttori di primo piano come la poetessa Claudia Azzola direttrice della rivista TraduzioneTradizione, giornalisti come Alberto Giovanni Biuso, intellettuali che gravitano intorno alla rivista Odissea diretta da Angelo Gaccione, come il medico Teodosio De Bonis (“Ho deciso di iscrivermi ad un corso di lingua straniera: mi è stato consigliato l’Italiano”), lo scrittore Oliviero Arzuffi, i poeti Antonella Doria, Gabriella Galzio e Nicolino Longo… e una lunga lista di donne e uomini che fanno comprendere che esiste un’altra idea di lingua e di cultura, oltre a quella dominante. E che a opporsi all’insensato ricorso all’abuso dell’inglese siamo in tanti.

Per aiutarci a diffondere la nostra iniziativa, visto che i giornali non lo fanno, passa parola, per favore!

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I perché di una petizione a Mattarella (e le prime 2.500 firme)

La petizione #litalianoviva (che ha raggiunto le 2.500 firme) arriva cinque anni dopo quella, fortunatissima, lanciata da Annamaria Testa (#dilloinitaliano). Le quasi 70.000 firme di allora ebbero una risonanza senza precedenti e una rassegna stampa fitta e internazionale. Proprio in seguito a questo straordinario successo, l’Accademia della Crusca. a cui era rivolta, decise di dare vita al Gruppo Incipit, che aveva lo scopo “di monitorare i neologismi e forestierismi incipienti, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana e prima che prendano piede.” Dunque: “monitorare” più che “arginare”, anche se nei comunicati sono sempre stati indicati dei sostitutivi italiani.

A cinque anni da questo evento, ho tentato di fare un bilancio di cosa sia accaduto e di che cosa sia cambiato. Purtroppo la risposta è che, nel concreto, non è accaduto nulla. Anzi, da allora le cose sono decisamente peggiorate. Ecco perché ho provato a immaginare un’iniziativa simile ma con altri interlocutori e altre richieste.

L’attuale ruolo della Crusca

Mi pare che l’importanza della petizione di Annamaria Testa si possa riassumere nella presa di coscienza del fastidio verso l’abuso dell’inglese di una grande fetta degli italiani. La svolta che ha segnato è stata proprio l’emergere di questo nuovo modo di sentire nell’opinione pubblica, un cambio di paradigma storico molto importante: per la prima volta, parlare di tutela dell’italiano non veniva più associato alla politica linguistica del fascismo, alla guerra ai barbarismi, e neanche alle prese di posizione “puriste” o “neopuriste” che avevano caratterizzato la denuncia del “morbus anglicus” di Arrigo Castellani negli anni Ottanta.

accademia della cruscaNon è un fatto da poco. Bisogna tenere presente che Francesco Sabatini, quando era il presidente della Crusca, fondò nel 2001 il Clic (Centro di consulenza sulla lingua italiana contemporanea), che si interruppe presto anche per le reazioni ostili dei mezzi di informazione davanti alla “difesa della lingua”, un argomento ancora tabù. Con la costituzione del Gruppo Incipit, l’Accademia si aspettava analoghi attacchi e resistenze culturali, ma la cosa più sorprendente fu che non ce ne furono affatto. Il vento era cambiato, la petizione #dilloinitaliano fu come una gigantesca manifestazione di piazza, seppur virtuale, che lanciò questo importantissimo segnale.

Eppure la timidezza della Crusca nello schierarsi a favore della difesa della lingua è rimasta.
Anche se nella percezione della gente l’Accademia è ancora associata alle attività del passato, quando questa antichissima e prestigiosa istituzione pubblicava il vocabolario della lingua italiana e aveva un atteggiamento prescrittivo nei confronti della lingua, oggi non è più così. Fu proprio durante il fascismo che l’attività lessicografica della Crusca fu soppressa, con il Regio Decreto del ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile nel 1923, e fu invece la Reale Accademia d’Italia (Rai) a essere in seguito incaricata di compilare il dizionario della lingua italiana del regime, che si interruppe (alla lettera C) con la caduta del fascismo. Negli anni Sessanta, quando il presidente della Crusca era Giacomo Devoto si delineò molto chiaramente il nuovo spirito dell’Accademia di rinunciare agli intenti normativi e prescrittivi in favore del descrittivismo, cioè di esaminare l’evoluzione dell’italiano senza intervenire, perché la lingua non va difesa, va studiata, per citare Giancarlo Oli. Questa prospettiva è quella dominante anche oggi, e poco si concilia con il volere arginare gli anglicismi.

Il Gruppo Incipit

Nel contrastare le parole inglesi, il Gruppo Incipit ha giocato un ruolo simbolico ma non ha raggiunto obiettivi concreti. A parte qualche presa di posizione dei suoi membri in occasioni pubbliche o interviste, si è limitato a diramare 13 comunicati che complessivamente hanno indicato le alternative a qualche manciata di parole, a fronte delle centinaia che si sono affermate. Non sono al corrente del loro lavoro di “monitoraggio” (studi quantitativi o altre analisi organiche), ma stando ai comunicati si evince che il problema è stato affrontato a sprazzi, e non certo in modo sistematico. Alla fine del 2016 sono entrate prepotentemente nel linguaggio comune fake news, grazie ai giornali che hanno virgolettato senza tradurre un’espressione di Trump (per far cadere le virgolette il giorno dopo e introdurre nella nostra lingua l’inglese crudo invece che “notizie false” o “bufale”). Nel 2017 è esploso il black friday, grazie al trapianto di una consuetudine statunitense nel nostro Paese. E di anno in anno, anglicismo dopo anglicismo, si può arrivare alla pandemia del 2020 che ci ha regalato il lockdown (insieme a droplet e tantissimi altri che ho ricostruito in un articolo Treccani). Dunque stupisce la mancata presa di posizione davanti a questi esempi eclatanti che hanno stravolto il nostro modo di parlare.

L’attività della Crusca non è insomma minimamente paragonabile a quella delle accademie di Spagna e Francia, che non hanno paura di essere prescrittive o di proporre alternative, anzi, ciò rientra nei loro compiti e nella loro missione. L’Académie française, inoltre, non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” ci sono illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

A parte queste diverse prospettive, bisogna anche riconoscere che i comunicati del Gruppo Incipit, benché esigui, non hanno sortito alcun effetto tangibile.

I limiti di Incipit e della Crusca

Incipit parte dal presupposto che quando un anglicismo si afferma è poi molto difficile da sradicare. Ciò è vero soltanto in Italia, bisogna precisarlo, perché in Francia molti sostitutivi introdotti in seguito alla legge Toubon hanno fatto regredire l’inglese. Ma questo approccio, che se non è supportato da una politica linguistica risulta poco efficace, ha anche un altro forte elemento di debolezza. Lo aveva sollevato sin dall’inizio Tullio De Mauro. Davanti alle proposte sostitutive per esempio di analisi on desk, benchmark, tool, distance learning o peer review (comunicato n. 6), “se l’obiettivo dell’Accademia è ottenere gli applausi della stampa, l’obiettivo è in gran parte raggiunto”. Altrimenti queste parole non erano affatto incipienti, visto che erano registrate dai dizionari già da decenni, per cui “se c’è (e c’è) abuso di anglismi nella comunicazione universitaria, l’imputato chiamato alla sbarra da Incipit, l’aziendalese, va assolto: non è lui che ha commesso il fatto” ( → “È irresistibile l’ascesa degli anglicismi?”).

Insomma, se i linguaggi di settore vengono colonizzati sempre più dall’inglese, poi è inevitabile che da lì straripino nella lingua comune. E allora l’argine a ciò che è in fase incipiente dovrebbe semmai essere doppio. Bisognerebbe operare scelte terminologiche traduttive innanzitutto quando gli anglicismi entrano nei linguaggi specialistici, ma è un po’ difficile visto che la scienza, la tecnologia, l’informatica, il lavoro, l’economia e quasi ogni ambito culturale si studiano sempre più in inglese con il risultato di trapiantare i tecnicismi in modo crudo invece di saperli interpretare autonomamente. Il secondo argine dovrebbe essere eretto quando queste parole, magari dopo molti anni, si riversano nella lingua comune. Ma siamo sicuri che questo sistema funzioni?

Direi di no. Nella realtà, giornalisti e politici se ne fregano dei sostitutivi promossi dalla Crusca, ammesso che li conoscano, e puntano ad attingere al linguaggio specialistico invece che al lessico della divulgazione. “Smart working”, per esempio, era uno pseudoanglicismo presente già prima della pandemia del coronavirus, anche se la sua frequenza era bassa e la sua circolazione era ristretta al mondo lavorativo degli addetti ai lavori. Incipit, nel 2016, ha promosso l’alternativa in circolazione nel linguaggio contrattuale di “lavoro agile” (comunicato n. 3) quando ancora la parola non era così comune. Ciononostante, da qualche mese l’espressione ha fatto il salto di specie: i giornali, i politici e i tecnici hanno usato l’inglese ripetuto in modo ossessivo fino a farlo diventare la parola più gettonata, che ha scalzato non solo l’equivalente tecnico di lavoro agile, ma anche quelli possibili nella lingua comune, cioè il lavoro da casa, da remoto, a distanza o il telelavoro. Lo stesso si può dire di caregiver, che circolava come tecnicismo già ben prima del 2018 quando è entrato nella legge di bilancio e quando Incipit lo ha affiancato a “familiare assistente”, “prestatore di cure o “assistente domestico” (comunicato n. 9).

Vale la pena di ricordare che caregiver è diventato un tecnicismo solo in italiano, in inglese non ha questa specificità, e la parola non si trova né in spagnolo – si parla di “curatore”, cuidador (familiar) – né in francese – “aiutante”, aidant familial o informal, proche aidant –. Lo stesso vale per per smart working, che non esiste in francese, in spagnolo né in inglese (remote working).

E allora la strada per fermare l’anglicizzazione è forse un’altra rispetto a quella prospettata da Incipit, e implica l’essere meno provinciali, tradurre o inventare neologismi italiani (qualora le parole ci mancassero) invece che importare parole inglesi crude (se va bene, altrimenti si inventano pseudoanglicismi). Insomma, davanti alle migliaia di parole inglesi il punto non è quello di sostituirle nella fase incipiente, ma agire alla base: è necessario creare un nuova cultura, spezzare l’anglomania da colonizzati che porta a preferire i suoni inglesi a prescindere dalle singole parole, riappropriarci con orgoglio della nostra lingua e della capacità di generare neologismi su base endogena. Dobbiamo superare il nostro senso di inferiorità che ci fa vedere l’inglese come una cultura e una lingua superiori, dobbiamo smettere di confondere l’inglese con l’essere moderni o internazionali. Per essere moderni dovremmo fare evolvere l’italiano, e per essere internazionali dovremmo fare come si fa all’estero, dove si usa maggiormente la propria lingua.

E soprattutto, dovremmo cessare di aver paura di essere prescrittivi. Come fanno le accademie francese e spagnole.

Un po’ di sano prescrittivismo

Se la strada di Incipit non è stata produttiva, non è all’Accademia della Crusca che ci si deve rivolgere per cambiare le cose. Forse l’Accademia andrebbe rifondata, e investita di un po’ di sano prescrittivismo proprio dalla politica che un tempo le ha sottratto questo ruolo. Davanti all’espansione dell’inglese globale che minaccia molte lingue, il liberismo linguistico rischia di trasformarsi in un anarchismo nel senso più negativo, uno stato di natura selvaggio e senza regole che coincide con la sopraffazione del più debole (homo homini wolf).
La difesa della lingua, un tempo invocata per purismo o per motivi di principio esterofobi, è oggi da rivedere da un altro punto di vista basato sui numeri. Qui si tratta di proteggere il nostro patrimonio culturale esattamente come si difendono i panda e le balene che rischiano l’estinzione.

Andrea Camilleri protezione lingua italianaQualche anno fa, Andrea Camilleri ha sintetizzato tutto ciò in modo meraviglioso in un brevissimo video, che vi invito a vedere, in cui sviscerava il tema-tabù della “protezione della lingua” davanti all’inglese. Spiega che da quando la lingua dell’Europa, per le leggi e il lavoro, ha cessato di essere tradotta in italiano e riporta i documenti solo in inglese, francese e tedesco, la nostra lingua è regredita. I nostri politici avrebbero dovuto opporsi, ma non l’hanno fatto. Per Camilleri, se dalla terminologia tecnica (sempre più in inglese crudo) le parole entrano poi nella lingua comune è per “provincialismo assoluto”, e sfoggiare questo lessico inglese non è cultura. Il rischio lucidamente intravisto era che l’italiano diventasse una lingua morta, che ha la sua tradizione storica congelata nella letteratura del passato, ma senza sapere evolversi. Per lo scrittore, la soluzione non è certo l’autarchia come ai tempi del fascismo, ma una “giusta difesa della lingua andrebbe fatta”, smettendo di essere provinciali e recuperando “le bellissime parole della nostra lingua”.

Come si può non essere d’accordo? Come possono i linguisti italiani non comprendere che tra l’autarchia linguistica e l’essere normativi nel modo più rigido e antistorico ci sono delle vie di mezzo necessarie e sane, come hanno capito in Francia, in Spagna o in Svizzera?

Per tutelare l’italiano, l’attuale atteggiamento descrittivo della Crusca non basta. Visto che i linguisti non si fanno problemi a prescrivere le giuste parole nel caso del linguaggio non discriminante per le cariche femminili e sono intervenuti nello schierarsi a favore di parole come ministra o sindaca modificando l’uso – come stanno facendo anche davanti a quisquilie come scrivere “sé stesso” invece di “se stesso” senza accento che si era affermato nell’editoria del Novecento – perché non dovrebbero avere lo stesso atteggiamento davanti agli anglicismi in nome delle pari opportunità dell’italiano, oltre che delle donne?

Per contrastare l’abuso dell’inglese basterebbe agire con coerenza e nello stesso modo, invece di usare due pesi e due misure. Proprio dalla politica, e dalle raccomandazioni delle amministrazioni supportate dalla consulenza Crusca sono arrivate le direttive del linguaggio non discriminante. La promozione di questo lessico e la campagna culturale che c’è stata in proposito hanno dato i loro frutti, e hanno portato i giornali a utilizzare le nuove parole e i dizionari ad accoglierle e a registrarle.

vivalitaliano 300 x 145Queste sono le due vie proposte dalla petizione per promuovere l’italiano e spezzare l’abuso dell’inglese. L’eliminazione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e l’avvio di una campagna di sensibilizzazione.
L’interlocutore non può che essere la politica…

 

Continua.

La strategia degli Etruschi (e 1.500 firme per fermarla)

Le firme della petizione #litalianoviva al presidente Mattarella, per l’estromissione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e per l’avvio di una campagna contro l’abuso dell’inglese, aumentano. Non so più come ringraziare i tanti che mi hanno scritto e che si stanno adoperando per diffonderla. Tra le oltre 1.500 adesioni di questi giorni mi ha colpito l’alto numero di professori universitari, scrittori, personaggi di primo piano della cultura (prossimamente ne parlerò più nei dettagli). Mi pare un dato molto significativo, perché vedo che questo tema non è sentito solo dalla gente, ma anche da molti intellettuali che hanno preso una posizione netta.

Una nuova egemonia culturale

Per comprendere meglio cosa sta avvenendo nel nostro Paese vorrei partire proprio dalla riflessione di un intellettuale come Gramsci, che riporto senza alcuna presa di posizione ideologizzata, ma solo perché la trovo molto acuta e attuale:

“Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”
(Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3).

Oggi la “questione della lingua” riguarda soprattutto l’interferenza dell’inglese e va inserita in un quadro internazionale che ha a che fare con l’espansione dei modelli angloamericani in tutto il mondo e con la globalizzazione. Questi modelli non sono solo linguistici, ma anche economici, politici e culturali. Perciò la riflessione sulla necessità di una riorganizzazione dell’egemonia culturale mi sembra più che mai valida.

L’attuale egemonia culturale italiana, che occupa il panorama mediatico, politico e i posti di rilievo nel mondo del lavoro, sempre più spesso punta all’inglese come modello superiore. Ma come ha osservato un grande linguista tedesco, Jürgen Trabant, questo atteggiamento sta portando a una moderna “diglossia neomedievale” che erge barriere sociali nei singoli Stati, dove si crea una frattura linguistica e culturale tra chi parla l’inglese e no, tra le classi sociali alte e quelle basse. Ciò non riguarda solo l’uso dell’inglese come la lingua della comunicazione internazionale, della scienza o dell’Europa, riguarda anche l’abuso dell’inglese nell’italiano. Insomma, mi pare che le parole di Gramsci siano illuminanti: la nuova classe dirigente dell’era della globalizzazione e del dopo-muro di Berlino sta procedendo a una riorganizzazione culturale, e linguistica, che sta creando fratture con la gente, con le masse, con gli italiani.

Ecco perché mi sembra importante che emerga un altro modello di egemonia culturale. Un modello che in Italia c’è, ma è sommerso dal pensiero dominante e disgregato, e bisognerebbe invece che si organizzasse ed emergesse come avviene normalmente all’estero.

 

Il senso di inferiorità verso l’inglese: un’anomalia tutta italiana

Mentre in Italia sembra che nessuno si preoccupi di tutelare e promuovere il nostro patrimonio linguistico, all’estero non è così.

La tutela della lingua si trova in Paesi lontani come la Cina e in quelli vicini come la Svizzera, dove l’italiano è promosso molto meglio che da noi. In Islanda esiste la figura del “neologista” che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. La questione è sentita in special modo in Africa, dove intellettuali in odore di Nobel come Ngugi wa Thiong’o (autore di Decolonizzare la mente, Jaca Book, 2015) invitano a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, la Repubblica 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Nel mondo ispanico esistono una ventina di accademie che promuovono la propria lingua e creano alternative agli anglicismi. Come ha ricordato Gabriele Valle, la presentazione del Diccionario panhispánico de dudas (2005) che, oltre a diffondere le alternative agli anglicismi rappresenta un punto di riferimento per l’omogeneità della lingua in tutti i Paesi ispanici, è avvenuta dinnanzi a tutti i giornali più importanti, che sottoscrissero un accordo:

“Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa”.
(“Lʼesempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: lʼitaliano e lo spagnolo a confronto”, p. 757).

In Italia, i mezzi di informazione sembrano invece piuttosto irresponsabili e poco consapevoli del loro ruolo storico nell’unificazione dell’italiano che oggi depauperano. O più probabilmente ne sono perfettamente consci, ma la loro visione della modernità è quella dei collaborazionisti dell’itanglese.

Anche l’Académie Française opera per la creazione di alternative agli anglicismi e per la loro diffusione, al contrario di quanto fa la Crusca, e in Francia esiste la legge Toubon che impone il francese – lingua inserita nella Costituzione – nel linguaggio istituzionale e in quello del lavoro. In questo Paese capita che intellettuali come il filosofo Michel Serres accusino la classe dirigente che abusa dell’inglese – e non certo nel linguaggio istituzionale, perché sarebbe impensabile – di essere dei “collaborazionisti”:

“Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”
(Contro i bei tempi andati, Bolati Boringhieri 2018).

Da noi queste parole appaiono estremiste, perché la nostra classe dirigente è formata sempre più da chi è colonizzato: i collaborazionisti hanno occupato le posizioni centrali e impongono la nuova lingua dominante, a cominciare della sinistra che ha perso ogni contatto con le “masse” e ogni spirito critico nei confronti degli Stati Uniti, per finire con i “sovranisti” che però praticano l’itanglese.

E allora forse dovremmo essere davvero internazionali, che non significa avere la testa soltanto oltreoceano, ma guardare a cosa accade negli altri Paesi, a cominciare da quelli vicini.

Il ricorso all’inglese ridicolo e devastante

Piero Bevilacqua, nell’aderire alla petizione, ha dichiarato:

“Lo sciocco narcisismo con cui giornalisti, uomini politici, personaggi dello spettacolo esibiscono il loro inglese orecchiato, va denunciato con le armi della critica come un fenomeno di inferiorità culturale. Chi crede di apparire più colto ricorrendo a termini inglesi – che spesso sono di origine neolatina – ignora la ricchezza e grandezza della lingua italiana e perciò esibisce non la propria cultura e il proprio essere aggiornato, ma la propria ignoranza. Il ricorso a una lingua straniera, quando esistono equivalenti italiani, spesso semanticamente più ricchi e vocalmente più musicali, rivela un fondo di servilismo da popolo colonizzato, che svaluta la storia della propria lingua, cultura, civiltà. Perciò chi si fa strumento della creazione di un immaginario nazionale subalterno va criticato aspramente, additato come responsabile di un danno di immagine procurato al Paese, portatore di un messaggio diseducativo e fuorviante alle nuove generazioni.”

Sottoscrivo ogni parola di Bevilacqua e voglio provare a esemplificarne il senso e ad aggiungere ulteriori elementi.

Credo che la situazione italiana sia pericolosa, per la nostra lingua e cultura, perché non esiste alcuna resistenza né reattività davanti all’espansione dell’inglese globale. Al contrario, la nostra classe dirigente sembra agevolarla dall’interno, operando scelte lessicali anglomani davanti a tutto ciò che è nuovo a costo di ricorrere agli pseudoanglicismi (come smart working o navigator). Basta che suoni inglese, insomma, anche se non lo è affatto.

In questa follia, in questa mania compulsiva elevata a strategia comunicativa (non sempre consapevole) ciò che sta accadendo travalica quello che si può spiegare con le categorie ingenue e datate del “prestito” che molti linguisti ancora utilizzano senza riuscire a comprendere cosa ci sta accadendo. Siamo in presenza di uno “tsunami anglicus”, per citare Tullio De Mauro, cioè a un travaso dell’inglese di ben altra portata.

Gli anglicismi non sono più poche manciate di semplici parole isolate (“prestiti”) che importiamo perché non ne abbiamo di nostre (e non vogliamo né tradurre, né italianizzare, né reinventare con neologismi autoctoni) o perché ci appaiono più prestigiose ed evocative. Siamo in presenza di un’emulazione basata sulle ricombinazioni di radici inglesi che si ricompongono in modo virale e generano un quantità di anglicismi che sfugge ormai alla possibilità di ogni classificazione (ne ho parlato in un articolo sul portale Treccani).

Invece di parlare di fondi per la ripresa, durante la pandemia i politici e i giornali hanno scelto di utilizzare l’espressione inglese recovey fund. Il risultato è l’imposizione alla gente dell’ennesimo anglicismo che battezza un nuovo concetto attraverso un’espressione che viene trapiantata come fosse un nome proprio insostituibile, poco trasparente non solo alle masse, ma persino agli stessi trapiantatori che spesso la storpiano in modo errato, perché sono i primi a non conoscerla. Penso all’onorevole Gelmini che alla Camera ha pronunciato sistematicamente “recovery FAUND” e non “FAND” (lo si può ascoltare qui, al minuto 1,35 circa), come se fosse scritto “found” (inglese: not found! ). Questo non vuole essere un attacco politico, né personale, l’onorevole è in buona compagnia di altri colleghi parlamentari di ogni schieramento e anche di numerosi giornalisti che hanno sfoggiato la stessa dizione in tv e persino nello scrivere (vedi primo riquadro dell’immagine sotto).

E allora a che giova ostentare questo tipo di inglese maccheronico?

recovery

Purtroppo non finisce qui. Al ridicolo si aggiunge il deleterio.
L’introduzione di recovery fund diventa popolare perché ripetuto in modo martellante e senza alternative, e questo porta all’assimilazione di recovery che prende vita e produce altre ricombinazioni a catena dove tutto va bene, basta che non sia italiano. Si parla perciò anche di recovery bond, visto che le obbligazioni sono sempre più spesso bond, dagli eurobond ai coronabond, ma si trovano anche: recovery instrument, recovery initiative, recovery strategy, e alla fine Di Maio se ne esce con la necessità di un recovery plan, su cui ironizza Giorgio Comaschi in una delle sue pillole in video, che radica recovery ma anche il parlare di plan invece che di piano in una rinuncia all’italiano sempre più ampia.

In questo ricorso alle ricombinazioni di radici inglesi accade perciò che nasca la regola istintiva del “covid + N”, dove “N” sta per qualunque cosa purché sia inglese. I covid hospital, invece che ospedali covid, consolidano l’abitudine a invertire le parole all’inglese, ma anche a far circolare hospital invece di ospedale (come del resto si parla di day hospital al posto di ospedale diurno). E così dilagano i covid pass che prima si indicavano con patente di immunità, spuntano i covid manager, si legge della ristrutturazione dei locali in modo covid free, e tra covid test e covid stress, l’ultimo arrivato da pochi giorni nella famiglia è il covid like.

Lo stesso vale per lo smart working, che nonostante sia uno pseudoanglicismo diffuso solo in Italia, diventa il modello per la smart-didattica, espressione inesistente sino a un mese fa e che oggi comincia a farsi strada.

smat didattica
Fino all’1 marzo 2020 “smart-didattica” compariva in questi soli 3 articoli in tutte le notizie della Rete.

Negli ultimi vent’anni l’espressione era stata azzardata in solo 3 articoli presenti in tutte le notizie italiane della Rete, ma negli ultimi due mesi è stata usata 1.150 volte. La logica è quella della bat-mobile e della bat-caverna, dei Barpapà e del barbatrucco, ma purtroppo non c’è nulla di ironico. È tutto tragicamente reale.

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Le 1.150 occorrenze di “smart didattica” nelle notizie in Rete al 19/5/20

 

In questo “servilismo” ridicolo da popolo colonizzato si trova ormai di tutto, è uno straparlare che assomiglia a una gara a chi spara più anglicismi e a chi riesce a depauperare maggiormente il nostro lessico. E tra il grocery e lo shelf life contro cui si scaglia Giorgio Comaschi, probabilmente destinati a rimanere degli occasionalismi, si fa strada la staycation che ci regala la Repubblica (e tante altre riviste digitali) che potrebbe invece radicarsi e diventare il tormentone dell’estate (dopo le prime apparizioni sui giornali di qualche anno fa che non si sono affermate).

staycation

Ecco dove sta andando l’italiano. Questo non è un fotomontaggio, è una pubblicità vera (grazie a Giampaolo Donini che me l’ha mandata). E cosa rimane della nostra lingua?

pubblicità

È questa la lingua che vogliamo? È questo il futuro dell’italiano?

Intanto, diciamolo forte a tutti i “negazionisti”: questo è già il presente, e forse è arrivato il momento di fermarci.

Ho chiamato questa anglomania ormai fuori controllo “la strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi alla romanità, che evidentemente consideravano qualcosa di più moderno o superiore alla propria meravigliosa cultura, fino a farsi assimilare e fino a scomparire.

Ecco il perché della petizione #litalianoviva, ed ecco perché mi pare così bello e importante vedere insieme alla gente comune anche gli intellettuali, i docenti universitari o gli artisti che rappresentano una buona alternativa alla classe egemone. Tutti aggregati nello stesso obiettivo di non abbandonare le nostre radici, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra lingua possiamo dare vita a una battaglia che vale la pena di combattere.

 

PS
Sulla differenza nel trattare gli stessi anglicismi tra Corriere della Sera, El País e Le Monde consiglio questo breve video di Cinzia Filannino, una studentessa che ha compiuto una ricerca semplice quanto significativa.

#litalianoviva: la “spedizione” dei 1.000 firmatari

Voglio ringraziare gli oltre 1.000 cittadini che in soli 3 giorni hanno spedito le loro firme e sottoscritto la petizione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere di non usare anglicismi nel linguaggio istituzionale e per avviare una campagna mediatica per la promozione dell’italiano e contro l’abuso dell’inglese.

Mi pare una partenza incoraggiante, e per farci ascoltare dobbiamo continuare così e “salire al firmamento“.

Prego tutti non solo di firmare, ma anche di diffondere l’iniziativa (lo strillo per la Rete è #litalianoviva, clicca qui → per saperne di più e vedere i 12 promotori), per far sapere a tutti della sua esistenza.

Più saremo, e più avremo la forza di farci ascoltare!

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Da anni denuncio e combatto da queste pagine, e non solo da qui, l’anglicizzazione della nostra lingua con ogni mezzo.

Oggi però voglio dare la parola a voi.

Di seguito riporto alcuni dei tanti commenti arrivati insieme alle firme, con le motivazioni e le frasi che mi hanno maggiormente toccato. Ce ne sarebbero anche tante altre, non posso riportarle tutte (chi non si ritrova non me ne vorrà).
Grazie!

 

La parola ai firmatari

Guia Risari (scrittrice)
È bello parlare l’italiano ed è bello parlare l’inglese. Utilizzare un gergo inglese per parlare di quel che la gente dovrebbe capire è un’operazione scorretta e ridicola.

Riccardo Marrone
È vergognoso che politici e giornalisti che dovrebbero farsi capire dalla gente, si riempiano invece la bocca di parole inglesi. È ora di finirla.

Leonardo Ottoboni
Sono un studente del liceo linguistico. Amo follemente le lingue e soprattutto la mia lingua madre. Ogni lingua ha una propria espressività, anima, colorazione, e il fatto che le lingue si influenzino tra loro è bellissimo e utile, ma deve avvenire correttamente, affinché esse non si snaturino. Preserviamo la salute e la bellezza del nostro idioma, affinché possa evolversi verso la modernità mantenendo la sua meravigliosa armoniosità, per cui è apprezzata e studiata nel mondo!

Caterina Zuccaro (Roma)
Gli eccessivi anglicismi sono frutto di pigrizia mentale, provincialismo culturale e crassa ignoranza della lingua italiana. Le cause sono diverse, ma una delle principali è la insufficiente capacità di istruzione e formazione della scuola. È curioso poi che chi li usa e li propina su media e social spesso non conosce abbastanza neanche l’ inglese…

Vincenzo Ciaccio
Mi infastidisce enormemente sentire in televisione, da parte specialmente degli operatori dell’informazione, l’uso di termini inglesi, più o meno decodificabili, seguiti subito dopo dalla traduzione italiana. Le parole italiane per descrivere quel concetto esistono. Allora perché usare l’inglese? Io la risposta ce l’ho: pochezza!

Carlo Fizzotti
Pur amando l’inglese, deploro l’utilizzo di anglicismi nella lingua italiana, stupenda com’è e come deve continuare a essere.

Paola Barberis (Torino)
Sono insegnante e traduttrice, e per me fa parte dell’etica professionale usare la mia lingua ogni volta che posso.

Carlo Fizzotti
Pur amando l’inglese, deploro l’utilizzo di anglicismi nella lingua italiana, stupenda com’è e come deve continuare a essere.

Giacomo Gabriele Bianchi
L’italiano è una lingua eccezionale nel senso stretto della parola, nonché la lingua madre della più vasta letteratura nel mondo. È creativa e piena di note armoniose e forgia delle menti che rispettano queste qualità, che fanno dell’Italia e del suo Popolo la patria dell’Umanesimo e una discriminante dell’arte e della cultura nella storia mondiale. Con tutto questo valore, questo onore e questa responsabilità, quale motivazione può mai spingere ad adottare sempre più termini di una lingua i cui stessi primi utilizzatori elogiano dopo l’Italiano? Solo una cieca attitudine a rinunciare alla propria identità e libertà può muovere una pigra popolazione a siffatta abitudine. Per tale ragione firmo questa petizione: per mostrare amore verso quella vastità di tesori che mi ha arricchito come umano e perché in quanto Italiano, sono tenuto a difendere e supportare umanamente il mio Stato, con tutte le sue componenti. Viva l’Italiano!

Barbara McGilvray (Australia)
I’m signing because as a translator and longtime italophile I’m very concerned about the increasing use (and often misuse) of English words in Italian, including in many instances where a perfectly good Italian term already exists. We must do whatever we can to preserve the beauty of the Italian language. [Firmo perché come traduttrice, e italofila da molto tempo, sono molto preoccupata per l’uso crescente (e spesso l’abuso) di parole inglesi in italiano, compresi i molti casi in cui esistono termini italiani perfettamente utilizzabili. Dobbiamo fare tutto il possibile per preservare la bellezza della lingua italiana.]

Mario Nardi
L’Italia possiede il 70% del patrimonio storico, artistico, musicale rispetto al resto del mondo e questo patrimonio deve essere portato con orgoglio non asservito a mode inutili e dannose.

Thomas Benedikter
L’inflazione di anglicismi è insopportabile. Ciò vale anche per altre lingue come il tedesco, la mia lingua materna. Anzi, è ancora peggio.

Sara Monti
Le lingue straniere vanno studiate ma NON usate a sproposito o in sostituzione della nostra. È ridicolo. Sostengo questa causa!

Alberto Vitale
Parlando 5 lingue dico che quella italiana resta sempre la più melodica e la più invidiata all’estero, così come lo è la nostra cucina. Non a caso la parola più usata al mondo (pizza) è italiana e rappresenta una nostra specialità culinaria. Non lasciamo che il nostro patrimonio linguistico venga snaturato.

Enrico Gaetano Borrello
Non voglio essere colonizzato linguisticamente.

Rossana Ottolini
Non ne possiamo più di non capire coloro che dovrebbero informarci.

Paolo Ziani
Almeno le istituzioni e le leggi dovrebbero usare solo l’italiano

Gianmarco Bellodi
Usano le parole inglesi al posto di quelle della lingua nazionale per compensare il senso di inferiorità generato dall’endemico ritardo nella conoscenza delle lingue straniere, diffuso a livello nazionale. Ma non ottengono altro che rendersi ridicoli.

Chiara Cazzaniga
Ascoltando i politici a volte si fa fatica a capire il significato delle frasi! Un po’ più di trasparenza ci vorrebbe proprio.

Riccardo De Benedetti
L’italiano non è solo la mia lingua e quella di tutti gli italiani, ma è in particolare una lingua nata dalla letteratura. Come tale, esso fa legittimamente parte del nostro patrimonio artistico. Traduciamo gli anglicismi. Oppure, laddove suonassero male, impariamo a creare dei neologismi. Parole nuove, ma dette in italiano, una lingua che offre immense possibilità, in virtù di una grammatica sofisticata, parole musicali e tanti sinonimi e sfumature che s’identificano in un singolo vocabolo. In tal modo, esso tornerà a crescere in modo sommo e significativo.

Vitaliano Angelini
Non è bello sentire chiamare il David di Michelangelo “Devid” e ancor meno la Nike di Samotracia “Naike”.

 

E per concludere (anzi nessuna conclusione, è solo l’inizio!): una nuova trasmissione di Fabio Bernieri (Douglas Mortimer) che ha parlato della petizione sul Tubo.