Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [1]

Il concetto del linguaggio “politicamente corretto” nasce negli ambienti della sinistra statunitense degli anni Trenta per poi affermarsi negli anni Ottanta e diventare di massa. Questa impostazione è divenuta la linea guida dei più prestigiosi atenei universitari che hanno persino stilato dei regolamenti (gli speech codes) che si sono imposti come modello con le sue rigidità. Curiosamente, ci sono schiere di intellettuali italiani, inclusi i linguisti, pronti a tuonare contro chi si oppone agli anglicismi, perché questo approccio viene accostato agli elenchi dei forestierismi banditi dalla Reale Accademia durante il fascismo, e contrapposto alla libertà di espressione (“la libertà di essere schiavi”, direbbe qualcuno). Eppure, molti di questi intellettuali sono gli stessi che hanno aderito con entusiasmo al politically correct che negli anni Novanta è stato così “trapiantato” anche in Italia, un Paese che, giorno dopo giorno, assomiglia sempre più a una colonia culturale, e linguistica, la cui classe dirigente è formata da collaborazionisti felici di scimmiottare tutto ciò che arriva d’oltreoceano, a cui si sottomettono a costo di rinnegare e riscrivere la nostra storia e le nostre radici.

L’intento di usare un linguaggio non discriminante verso le minoranze può essere anche nobile, ma i risultati che ha prodotto sono molto discutibili, e il politicamente corretto è di fatto un approccio molto controverso. Tra le critiche più fondate c’è quella di confondere i nomi e la forma (cioè la lingua) con la sostanza e i veri problemi. Le parole sono importanti, certo, ma siamo sicuri che per non essere razzisti sia così importante non proferire la parola “negro” o mettere in discussione l’esistenza delle “razze”?

Il politicamente corretto e le nuove definizioni che partono dagli stessi presupposti rischiano di ridursi a un sostanziale “stile eufemistico” un po’ ipocrita. E tra le altre accuse che sono state avanzate ci sono quelle di indurre al conformismo linguistico e di costituire una limitazione della libertà di espressione molto spesso condotta con un furore “religioso” che ricorda quello della “caccia alle streghe”.

Comunque la pensiate, vorrei riflettere su un altro aspetto della questione che mi pare sia stato assai trascurato.

Questo approccio, più che essere universale, è quello degli Stati Uniti, e non è affatto neutrale.

 

Politicamente corretto o politicamente “americano”?

La sensibilità egualitaria del “politicamente corretto” verso le minoranze non è così neutra e universale come ce l’hanno venduta: risente del punto di vista degli Stati Uniti. Il suo trapianto in Europa fa parte del progetto di esportazione – piuttosto colonizzatore – della propria cultura che si basa sull’assunto che “i valori americani sono universali”, per citare Condoleezza Rice quando era consigliera del governo Bush per gli affari esteri.

Eppure, proprio definire gli statunitensi come americani non è affatto politicamente corretto. L’America è un continente (o due, a seconda dei criteri di classificazione che cambiano da continente a continente), ma pare che a nessuno importi del fastidio che prova un messicano o un peruviano quando si identifica l’America con gli Stati Uniti. “Il condomino che si dichiara il padrone del continente” (per citare Gabriele Valle), come se tutti gli altri Paesi dell’America non esistessero. Come ci sentiremmo se l’Europa venisse fatta coincidere per esempio con la Germania, ed europei diventasse sinonimo di tedeschi, visto che è la nazione in questo momento più importante?
Ciononostante, gli statunitensi si definiscono americani, e noi, nel nostro servilismo, li seguiamo. Il sogno “americano” è quello degli Stati Uniti. Tutto il resto non lo vediamo (e “la faccia triste dell’America” è solo un incubo).

Anche un’espressione come “scoperta dell’America” è frutto di una visione eurocentrica e colonialistica, visto che quelle terre esistevano ben prima della nostra scoperta. Ma ancora una volta pare che nessuno si occupi più di questi dettagli linguistici. La nuova moda è invece quella di contestare il “Columbus Day” e di abbattere le statue di Colombo con un furore iconoclasta piuttosto talebano che ha che fare con il fondamentalismo e il revisionismo storico. Non fu Colombo – che come è noto ignorava di aver “scoperto l’America” e aveva sbagliato strada e continente – a compiere il più grande genocidio della storia.

Accanto al revisionismo storico e alla sensibilità per non discriminare solo ciò che fa comodo, c’è poi il revisionismo linguistico che è stato esportato e ormai trapiantato in Italia in modo profondo. Come è accaduto, per esempio, che una parola come “negro” sia diventata un tabù?

A partire dagli anni Ottanta, negli Stati Uniti, dove il razzismo era ed è tangibile, parole come black, nigger o negro, considerate dispregiative, furono sostituite da afroamericano.

In Italia negro non aveva affatto questa connotazione, di africani e stranieri se ne vedevano ancora pochini a dire il vero, e il problema del razzismo nostrano era ancora legato ai pregiudizi contro i “terroni”. Negro era una parola neutra, usata da secoli nei testi scientifici, presente normalmente nel linguaggio comune e nel doppiaggio cinematografico. Negli anni Sessanta Lola Falana era l’amatissima “Venere negra”, era “negro” il “tremendo” (con tutte le ragazze) Rocky Roberts, e Edoardo Vianello cantava i “Watussi altissimi negri” in modo gioioso.

Dagli anni Novanta in poi i traduttori cominciarono ad applicare i criteri statunitensi anche alla nostra lingua, e nel giro di un decennio l’uso secolare dell’italiano è stato modificato dall’alto: i mezzi di informazione colonizzati, da un giorno all’altro, ci hanno inculcato l’idea che dire in un certo modo significava essere razzisti. Non era affatto vero, ma il nuovo clima culturale nato a tavolino si è imposto, aiutato dall’indice puntato contro chi non si adeguava, tacciato di razzismo. Un intervento moralizzatore sull’uso storico della nostra lingua, non giustificato, perpetuato proprio dagli stessi che si appellano alla sacralità dell’uso che non andrebbe normato in nome di un descrittivismo linguistico che è piuttosto altalenante.

In questo modo si sono affermate alternative ipocrite come “di colore” (ma di quale colore si parla? il nero!), oggi in disuso in favore di neri e afroamericani. Intanto, poco importa che si chiamino negri o neri, l’omicidio di George Floyd a Minneapolis da parte di alcuni poliziotti, e i numerosi altri casi di analoghi soffocamenti che stanno emergendo, hanno portato alle rivolte che occupano le prime pagine di tutti i giornali. E allora che cosa è più importante? Cambiare il nome alle cose o cambiare la sostanza? Meglio parlare di negri, con rispetto, o definirli neri discriminandoli?

Naturalmente, se una comunità si sente discriminata da un uso linguistico spregiativo è più che doveroso tenerne conto e usare un linguaggio non offensivo. Il punto è che il politicamente corretto spesso non è invocato da chi si sente discriminato, ma da altri che predicano la correttezza dall’alto come una religione. L’unione ciechi, e i ciechi con cui mi è capitato di parlare, se ne fregano bellamente di essere chiamati “non vedenti”. Moltissime donne non approvano le ideologie di chi vorrebbe “educare” dall’alto e propone un’idea dell’essere femminista che appartiene solo a una parte del mondo femminile. Provate a parlare con un’avvocato o un’architetto (dove un apostrofato sta per una) per sentire come preferiscono essere definite. La maggior parte di esse rivendica con orgoglio il nome della sua professione al maschile. Provate a dire loro che questo è un retaggio maschilista di cui sono vittime, e non stupitevi se avranno una reazione piccata.

Come nota Massimo Arcangeli:

“da bidello a collaboratore scolastico, da netturbino a operatore ecologico o da infermiere a operatore sanitario; i poveri e i padroni restano tali anche se li si riqualifica come non abbienti e imprenditori; i pazienti che divengono assistiti non hanno alcuna ricaduta, nemmeno da effetto placebo, sulla qualità del servizio sanitario.”

 

In difesa della razza

A proposito di razzismo, la nuova moda che arriva dagli Stati Uniti è quella di negare l’esistenza delle razze. Come se fosse questo il problema del razzismo. Di nuovo, le modalità con cui certi scienziati e certi movimenti affermano questa nuova visione sono impregnate di toni da fanatici religiosi, che non accettano critiche (eresie) nel loro riscrivere la scienza.

Sino al Novecento, il concetto di “razza” in biologia era abbastanza ben connotato. Si parlava di genotipo (cioè le caratteristiche genetiche microscopiche) e di fenotipo (cioè i caratteri macroscopici esteriori visibili a tutti). Il neodarwinismo si basava sull’individuazione delle specie, a loro volta divisibili in razze (varietà all’interno di una stessa specie). Era soprattutto la possibilità di riprodursi che segnava la distinzione tra specie e razza, poco importa che si parlasse di uomini o animali: la distinzione qualitativa tra uomo e animale appartiene storicamente al clero e alla religione cattolica, al fondamentalismo, non alla biologia e alle scienze della natura che la Chiesa ha storicamente osteggiato e represso in ogni modo. In linea di massima la riproduzione tra specie diverse non può avvenire, al contrario di quanto accade per le razze, e questo era il criterio di demarcazione tra i due concetti.
Questa distinzione non era perfetta, aveva le sue sfumature e i casi di specie affini che possono procreare sono molti, dall’asino e cavallo che generano mulo o bardotto, agli incroci innaturali tra tigre e leone che portano al “ligre”. Persino l’incrocio tra Homo sapiens e Neanderthal, specie differenti, è stato studiato di recente. Ma gli uomini appartengono alla stessa specie, questo è quello che li accomuna biologicamente, e i fenotipi, o le razze, comunque siano geneticamente determinati, non si possono negare.

Tutte le definizioni scientifiche hanno i propri limiti e quello che bisogna dire chiaramente è che né le specie, né le razze sono “oggetti reali” (“Platone, vedo il cavallo ma non la cavallinità” diceva Antistene), sono solo concetti o categorie (in senso kantiano) che utilizziamo per descrivere il mondo.

Oggi il fenotipo è stato cancellato dai nuovi scienziati riduzionisti, che reinterpretano tutto esclusivamente dal punto di vista genetico. E in questa ridefinizione dei concetti, molti concludono che le razze non esistono e si scagliano con violenza religiosa contro chi non è d’accordo, bollato come razzista o antiscientifico. Ciò è una bella menzogna, e ancora una volta ha a che fare con il fondamentalismo più che con la scienza.

Su questi presupposti – che sono solo un cambio di paradigma concettuale e non una “scoperta” della verità scientifica che dopo Popper non è più sostenibile – qualcuno vorrebbe cambiare addirittura la Costituzione! Come se affermare “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua…” fosse razzista!

Non importa quale sia l’atteggiamento davanti a queste ridefinizioni (personalmente continuo a difendere il concetto di razza), ognuno è libero di ricorrere alle categorie concettuali che preferisce, ma ciò che deve essere chiaro è che la discriminazione non passa dalla messa in discussione della “razza”, ma dall’accettazione delle diversità, comunque si chiamino.
Il punto è che non siamo tutti uguali, ed è proprio nel riconoscere il valore e il diritto della diversità che sta la civiltà e l’essere “corretti”. E ciò vale anche per le culture e per le lingue, dove la varietà è ricchezza, non un ostacolo all’affermazione del pensiero unico basato sulla lingua unica, l’inglese globale, imposto a in tutto il mondo come un valore universale e la lingua internazionale.

 

Totem e tabù linguistici

Il politicamente corretto parte dal presupposto che modificare il nostro modo di parlare porterebbe a modificare il nostro modo di pensare. Questo presupposto è sicuramente fondato, e già Wilhelm von Humboldt, per esempio, aveva posto l’accento sul fatto che la lingua è l’organo formativo del pensiero e che attraverso di essa impariamo a ragionare. Ma se dietro le nuove parole c’è solo una riverniciata ipocrita con intenti eufemistici e superficiali, questo presupposto viene a cadere. Non cambia affatto le cose.

I minorati degli anni Cinquanta sono divenuti handicappati, poi sostituiti con portatori di handicap, poi con disabili (altro calco dell’inglese), poi divenuti diversamente abili. Ma oggi il fronte degli interventisti sull’uso in nome del linguaggio non discriminate (rinominato il “parlare civile” visto che “politicamente corretto” è oggetto di polemiche sempre più ampie) sconsiglia anche questa nuova espressione e propone persona con disabilità.

Questo modo di procedere e di intervenire sull’uso in modo moralizzatore, dall’alto, non porta a nulla, perché non appena una nuova definizione concepita per suonare neutrale si afferma, ecco che subito dopo diviene nuovamente dispregiativa e occorre cambiarla. Non sono i “nomi” ciò che è importante, ma i concetti sottostanti che designano.

E allora, per cambiare le cose, bisognerebbe andare un po’ più a fondo, e rendersi conto che il linguaggio è una spia dell’inconscio, per dirla con Freud. Attraverso le parole esprimiamo ciò che abbiamo dentro e ciò che siamo. Per non essere razzisti non serve negare (o ridefinire) il concetto di razza. Occorre un approccio culturale più serio. E dietro le buone pratiche del parlare civile, del politicamente corretto e del linguaggio inclusivo non c’è solo la volontà di usare un linguaggio non discriminante. C’è il trapianto di una nuova cultura, basata sulla lingua angloamericana, che si sta sovrapponendo dall’alto alla nostra, ne modifica l’uso e introduce nuovi tabù che storicamente non ci appartengono.

Nel nuovo assetto che si sta delineando il totem (cioè il sacro, nella concezione freudiana) è rappresentato dalla cultura e dalla lingua inglese. E non aderire a questa nuova religione genera i nuovi tabù linguistici: “negro”, “razza”… in una concezione dove ormai il linguaggio non discriminante si esprime attraverso le categorie culturali d’oltreoceano e addirittura attraverso anglicismi crudi (gay, down…) che diventano “il” politicamente corretto. Il dibattito sul “linguaggio inclusivo” che sta prendendo piede è un esempio lampante…

 

Continua

L’anglicizzazione dell’italiano durante il coronavirus

Durante la pandemia, gli anglicismi hanno cambiato il nostro modo di parlare con un’intensità senza precedenti, per il numero e per la rapidità con cui molte parole si sono radicate. Ho trattato questo argomento più volte su questo diario, e in un articolo sul portale Treccani (“La panspermia del virus anglicus”) ho provato a ricostruirlo in modo più organico.

Noto che questa tendenza continua anche dopo il picco epidemico. Per esempio con il diffondersi di “staycation” per designare il turismo di prossimità. È un neologismo inglese che i giornali non si possono far scappare, occorre trapiantarlo al più presto, o almeno provarci. Esprimere lo stesso concetto con parole nostre più trasparenti non è altrettanto importante, evidentemente.

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Tra i nuovi anglicismi che si sono affacciati negli ultimi dieci giorni, più o meno legati alla coda della crisi del coronavirus, c’è il family act, una rinuncia a usare l’italiano che si commenta da sola.

Sta prendendo piede anche il cashless. Si sente dire così dagli esperti che rivestono un concetto di cui si parla da molti anni di questo suono nuovo. La sua presa si basa sul fatto che cash al posto di contanti e liquidità è già in uso da tempo e che less è presente come suffisso in molte altre parole inglesi che non traduciamo: contactless, il pagamento senza contatto o a sfioramento, cordless e wireless (rispettivamente apparecchi o connessioni senza fili), ticketless (biglietto digitale, telematico, virtuale), homeless (senzatetto)…

A proposito della rete di anglicismi che si allarga, e che non sono affatto prestiti isolati, noto che il recovery sta prendendo vita; poche settimane fa è stato trapiantato il recovery fund (fondi per la ripresa), poi è arrivato il recovery plan. Un anglicismo tira l’altro, come le ciliegie, come le patatine: ancora uno e poi basta… Decurtato all’italiana, semplicemente recovery, sui giornali si impiega così per indicare un piano di recupero straordinario, che richiama un significato già da tempo circolante in informatica (il ripristino o recupero dei dati), e il disaster recovery, un sistema per il recupero dei dati e più in generale un protocollo o una procedura per emergenze o catastrofi.

Questo crescere dell’inglese è sotto gli occhi di tutti. Ma quello su cui vorrei riflettere è l’altra faccia della medaglia.

Davanti al pullulare degli anglicismi per descrivere tutto ciò che è nuovo, quante sono invece le nuove parole italiane che sono sorte? Qual è stata la capacità della nostra lingua di evolversi per via endogena, in questo periodo?

Questa mi pare che si possa considerare la prova del nove, molto utile per comprendere lo stato di morte dell’italiano.

I cambiamenti linguistici dell’italiano durante la pandemia

Per riflettere sulla cristallizzazione dell’italiano che si sviluppa quasi esclusivamente attraverso gli anglicismi, voglio partire da un’intervista a una sociolinguista che non ritiene che l’anglicizzazione costituisca un problema. Vera Gheno, in un articolo su Wired intitolato “La lingua della pandemia: come il coronavirus ha cambiato il nostro modo di parlare” non fa alcun accenno agli anglicismi. Davanti a un titolo del genere, mi ha davvero stupito che la cosa più eclatante sia stata ignorata, perché attraverso questa scelta si costruisce una narrazione che più che fotografare la realtà appare funzionale alle proprie tesi sul ruolo non devastante dell’inglese sull’italiano.

“Quando ci troviamo di fronte a un concetto nuovo – scrive giustamente Vera Ghenoabbiamo bisogno che la nostra lingua si modifichi per poterlo esprimere e quindi nascono parole nuove; oppure accade che parole che prima avevano un significato lo cambino e lo adattino a nuovi contesti (è il fenomeno che in linguistica si chiama slittamento semantico, o risemantizzazione funzionale).”

Ma passando da queste considerazioni astratte e ovvie alle cose concrete, quali sono queste parole nuove italiane?

Stando a quanto si legge nell’articolo, tutto si può riassumere nell’apparire di “paucisintomatico” e nella risemantizzazione di “tamponare” che non significa più solo incocciare la macchina davanti o arginare: adesso indica anche fare tamponi diagnostici.

Ecco come la nostra lingua si è saputa evolvere. Non c’è molto altro. Nell’articolo si parla dei mutamenti della connotazione di “positivo” associata ai risultati medici (una persona positiva evoca questo), che non è nulla di nuovo rispetto a quanto è accaduto con l’Hiv; della fortuna di “resilienza”, di un passaggio dal noi al voi che esprimerebbe la diffidenza verso l’altro, dell’aumento di parole di ambito domestico tra panificazione e cucina, delle metafore belliche (che però appartengono da sempre all’ambito della medicina, checché se ne dica) che rendono gli infermieri “eroi”. C’è il ritorno di parole manzoniane come untore, insomma, nulla di nuovo sotto il sole sul fronte interno, o comunque nulla di eclatante. È questa l’evoluzione della nostra lingua?

Di fronte a queste pochezze bisognerebbe pesare almeno neologismi come lockdown, droplet, recovey fund, staycation e bisognerebbe annoverare intere famiglie di anglicismi come covid hospital, covid pass, covid manager, covid like… Bisognerebbe sottolineare che lo smart working è passato da tecnicismo a parola comune e sta generando la smart didattica, bisognerebbe dire che si sono radicate parole come cluster, trial, screenare… e che sono aumentate le frequenze di trend, hub, conference call, voucher, delivery… Non sono questi, e moltissimi altri anglicismi, ciò che maggiormente ha cambiato il nostro modo di parlare, e soprattutto quello dei mezzi di informazione?

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Negli archivi del Corriere.it, nei primi 6 mesi del 2020 la frequenza di cluster è addirittura decuplicata rispetto all’intero 2018; quella di voucher spicca in modo significativo rispetto agli anni passati.

Fuori dai pochi esempi di Vera Gheno, se ampliamo le ricerche alle parole italiane nuove o evolute, rimane il vuoto, o comunque la rarefazione estrema.

Tra i neologismi ci sono cose insignificanti e di scarso peso come covidiota (calco dell’inglese covidiot) o lo scherzoso coglionavirus, titolo di un libro. C’è la comparsa del distanziamento sociale o di infodemia (altri calchi dall’inglese), e anche il nuovo significato di “goccioline” che – incredibilmente e in controtendenza – pare guadagnare terreno e avere la meglio su droplet (forse è questa l’unica vera novità dell’italiano). Ci sono questioni già esistenti che sono divenute più popolari come paziente zero, oppure la differenza di significato (non sempre scevra da disaccordi) tra mortalità e letalità. Tra le metafore manzoniane si può aggiungere lazzaretto… Ma queste bazzecole non sono incisive per la nostra lingua. Non esiste alcun segno di vitalità dell’italiano davanti a questa emergenza/novità; fuor dall’inglese l’italiano si conferma lingua morta, incapace di arricchirsi per via endogena.

In un altro recente articolo, Vera Gheno è entrata maggiormente nella questione dei forestierismi da covid, per poi concludere che il suo atteggiamento davanti agli anglicismi è “in medio stat virtus”. Viene da chiedersi dove sia “il medio” nel linguaggio della pandemia. Io vedo solo il dito medio nei confronti della lingua italiana. Se l’evoluzione si riduce all’allargamento di significato di “tamponare”, siamo fritti.

“Il miglior modo di amare la propria lingua è quello di perseguire la via del plurilinguismo” scrive Vera Gheno. Ma faccio fatica anche a ravvisare il plurilinguismo nel linguaggio della pandemia. Quali sono gli altri termini stranieri? A parte l’aumento di frequenza di movida, c’è solo l’inglese! Leggerei questo segnale come una creolizzazione lessicale, che non ha nulla a che vedere con il plurilinguismo. E il caso dei francesismi triage e plateau (che comunque sono solo due) è apparente, sono stati usati solo perché in uso anche in inglese, a parte la loro origine. In sintesi, mettere sullo stesso piano questi pochi esempi con il caso degli anglicismi, così tanti che non si riescono più nemmeno a contare, è un’operazione che non tiene conto della realtà e dei numeri.

A proposito del linguaggio dell’emergenza covid, mi hanno colpito anche le dichiarazioni di Giuseppe Antonelli – lo studioso che sostiene che l’anglicizzazione dell’italiano è solo un’illusione ottica – in un’intervista sulla televisione svizzera (“Le parole dell’emergenza coronavirus”).

Anche in questo caso il linguista evita accuratamente di parlare dell’invasione degli anglicismi, e sposta il problema su altre questioni secondarie, che non mi pare colgano il fulcro di quanto sta avvenendo. Antonelli spiega che “le parole hanno un grande potere e possono a loro volta avere delle pesanti conseguenze sul mondo”, ma non si riferisce agli anglicismi bensì a espressioni, che condanna, come l’uso iniziale di “influenza cinese” per indicare il coronavirus, perché ha fatto passare il messaggio di qualcosa di “lontano” e di “banale” come un’influenza. Non gli si può dare torto, a parte il fatto che con il senno di poi è facile fare queste considerazioni, ma sino ai primi di marzo nessuno, nemmeno i virologi, aveva previsto cosa ci stava per accadere. Più grave è semmai che Trump continui a usare questa formula con evidenti intenti politici, ma in Italia nessuno lo fa più, per fortuna.

Lo studioso critica poi l’espressione “distanziamento sociale” e ritiene più appropriato parlare per esempio di “distanza di sicurezza”. Questa considerazione si trova spesso, anche nei dibattiti in Francia e in Spagna. Ancora una volta queste riflessioni sono condivisibili. “Distanziamento sociale” è però entrato nell’uso, e viene da chiedersi: ma come? E la retorica “dell’uso” che fine ha fatto? L’uso così intoccabile e rispettato quando riguarda le parole inglesi che se entrano nell’uso bisogna accettarle, non condannarle o tradurle… perché “l’uso” con cui si giustificano e si dichiarano “necessari” gli anglicismi viene invece messo in discussione in altri casi?
Comunque sia, accanto a questo strano modo di essere descrittivi e di rinunciare a essere prescrittivi a seconda dei casi, siamo sicuri che siano queste le parole dell’epidemia e i problemi dell’italiano in questo momento di colonizzazione senza precedenti?

E infatti il conduttore, Lorenzo Buccella, incalza Antonelli chiedendogli qualcosa sull’inglese che “ha preso il sopravvento durante la pandemia”. Ma la risposta, ancora una volta, ignora la trave e si concentra sulle pagliuzze:

“Io credo che il problema non sia tanto il fatto che abbiamo usato molte parole inglesi, d’altronde questa era una situazione che coinvolgeva tutto il mondo, c’è un aspetto proprio di globalizzazione (…) e allora lockdown è il termine che ha utilizzato l’Oms, il discorso era una parola nuova straordinaria rispetto alla situazione nuova di emergenza…”.

Insomma, per Antonelli il problema della comunicazione della pandemia non è l’inglese, è più importante “utilizzare parole univoche”, anche perché in situazioni di emergenza chi comunica ha una responsabilità ancora più grande: “Le parole possono e probabilmente avrebbero potuto salvare vite umane.”

È curioso che venga riconosciuta ai mezzi di informazione questa “responsabilità” di salvare le vite umane, ma non quella di uccidere le parole italiane. La tesi di Antonelli è infatti che l’inglese sarebbe contenuto in una percentuale fisiologica che “viene avvertita come preoccupante perché amplificata dai mezzi di comunicazione di massa. Sono soprattutto radio, giornali e televisioni – infatti – a offrire l’immagine di un italiano (artificialmente) saturo di parole ed espressioni angloamericane” (Un italiano vero. La lingua in cui viviamo, Rizzoli p. 74).

Ma a parte questa oscillante concezione della responsabilità mediatica, ciò che è davvero insostenibile è la giustificazione del ricorso all’inglese con la favola della globalizzazione e quindi degli internazionalismi. Lockdown o droplet, che gli ha citato il conduttore, così come smart working e la maggior parte degli altri inglesismi e pseudoinglesismi che usiamo, sono penetrati solo nell’italiano, e non esistono né in Francia né in Spagna. E allora perché mai la globalizzazione “ingloba” solo l’italiano?

 

Il francese e lo spagnolo in epoca di covid

Il dibattito sull’evoluzione della lingua durante la pandemia, con riferimento soprattutto agli anglicismi, si è sviluppato anche in Francia. Ma la situazione non è nemmeno lontanamente paragonabile allo sfacelo dell’italiano.

Il francese è una lingua viva, dove si coniano neologismi, dove davanti all’espansione dell’inglese globale esiste una resistenza, che non è fatta da un cane sciolto come la mia, e come quella italiana, ma è istituzionale, supportata dalle leggi che vietano forestierismi nel francese ufficiale e dei contratti del lavoro, che si appoggia alla Costituzione, alle indicazioni del Journal officiel (la Gazzetta francese), all’operato dell’Académie française, e dei mezzi di informazione.

Anche in un articolo su Radio France (“La lingua francese ai tempi del coronavirus”) si registra il malcontento sul “distanziamento sociale”, interferenza dell’inglese, che sarebbe più appropriato rendere in altri modi, come distanza di sicurezza o fisica. Ma si lamentano anche gli anglicismi che si sono fatti strada, come cluster al posto di focolaio, con la differenza che rispetto a quanto avviene da noi dove le occorrenze sono decuplicate rispetto agli anni passati, ricorre molto meno, e spesso è tra virgolette. Ma, soprattutto, l’uso dell’inglese viene deprecato, non misconosciuto, giustificato o spacciato come internazionalismo necessario!

Mentre i nostri mezzi di informazione diffondono anglicismi – che in Francia non esistono – senza alternative, le Figaro sforna innumerevoli pezzi che condannano l’inglese e riprendono le direttive della Commissione per l’arricchimento della lingua francese che invita a usare foyer (épidémique) al posto di cluster: “Coronavirus: ne dites plus «cluster» mais…”, oppure infox al posto di fake news: “Coronavirus: des mots français pour en parler”.

Mentre da noi i politici coniano family act, trapiantano recovery fund, e in parlamento parlano con la massima naturalezza di lockdown e smart working, il sito del Ministero della cultura francese produce una guida alle parole francesi per esprimere il lessico del coronavirus (traçage e non tracking, faire-face e non coping) e un glossario della terminolgia medica che si appoggia a un ben più ampio dizionario terminologico con i corrispondenti francesi. Lo scopo è quello di “arricchire la lingua francese”, e gli esperti non si sognano né di negare o ignorare l’esistenza degli anglicismi, né di proclamarli “necessari” e in questo modo avallarli, ma si prodigano nel tradurli nel giusto modo e nel coniare nuove parole, operando scelte terminologiche autoctone per i vocaboli che non ci sono!

In Spagna gli anglicismi non sono penetrati durante la pandemia, e il dibattito sulla lingua del coronavirus che “infetta” il dizionario della lingua spagnola è commovente. Sul El País, in un articolo intitolato “La Real Academia busca una definición para el coronavirus” la questione non tocca l’interferenza dell’inglese, che non c’è, ma il maschile o femminile di covid, o mascherina che accanto a “mascarilla” registra sinonimi esotici come “barbijo” in Bolivia, “tapaboca” a Cuba o “nasobuco” in altri luoghi. La stesso dibattito che si ritrova leggendo un articolo di Abc intitolato “El coronavirus también infecta el Diccionario de la lengua española” che si pone il problema dell’uniformità di queste varianti per mantenere lo spagnolo omogeneo. Non possiamo che ridere (o piangere?) se paragoniamo tutto questo con la situazione italiana. Mentre da noi c’è solo il lockdown, lì le questioni linguistiche sono incentrate su come formare il giusto verbo da “cuarentena”: meglio “cuarentenar”, “cuarentenear” o “encuarentenar”? L’unico anglicismo che si trova nel pezzo è zoom: “quello che sino a poco tempo fa era solo un obiettivo a lunghezza focale variabile” lamenta l’articolo! Per noi è inimmaginabile che la lingua evolva senza importare l’inglese, ma in Spagna e in Francia, come in tutte le lingue sane, è normale!

Altro che internazionalismi e globalizzazione! In Italia bisogna parlare di colonizzazione.

Come nota Gabriele Valle, in Spagna non esiste il droplet, ci sono solo le gotas de saliva, non c’è il lockdown ma il confinamiento (come in francese e in tutta l’Europa latina, salvo da noi) e il deconfinamento progressivo, la nostra fase 2, 3 e quel che sarà, si può esprimere con desconfinamiento o desescalada.

E in portoghese? Provate a dare un’occhiata allo speciale covid sul quotidiano portoghese Publico, e provate a contare gli anglicismi, se li trovate. Poi fatevi un giro sul Corriere.it, e fate i vostri confronti.

A questo punto ognuno avrà qualche elemento in più per riflettere su cosa significhi “essere internazionali”, se significa fare come negli altri Paesi di lingua romanza o se significa essere colonizzati dalla sola lingua inglese. E anche per ragionare sulla “necessità” dei nostri anglicismi, bollati come necessari solo da noi e dai collaborazionisti di questa creolizzazione lessicale, visto che altrove la lingua nazionale evolve, si arricchisce, è difesa e promossa, mentre l’italiano è ormai ingessato nei suoi significati storici e destinato a trasformarsi in itanglese; soffocato da una quantità di anglicismi che qualcuno considera una ricchezza, ma non sono altro che l’impoverimento e la morte del nostro lessico sempre più mutilato.

 

PS
Come al solito rinnovo l’invito: chi è preoccupato e stufo può firmare e soprattutto diffondere la petizione #litalianoviva. Si riuscirà a fare qualcosa? Almeno proviamoci!

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Sulla morte dell’italiano

Da quando ho lanciato la petizione #litalianoviva contro l’abuso dell’inglese sto ricevendo tantissime segnalazioni per il dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi, e soprattutto una gran quantità di lettere, così tante che faccio davvero fatica a rispondere a tutti.
Alcuni di questi contributi mi hanno spinto a precisare un po’ meglio il tema centrale dell’itanglese e della “morte dell’italiano”, che non è chiaro a tutti.

 

Se questo è un italiano

Parto da quanto mi ha scritto Luis:

“Non vado più alla Mondadori. Appena entri nello store c’è un book point dove puoi pagare con la cash back card. Alla Rinascente questo weekend c’era il 20% di sconto sul mio shopping con la Rinascente card. Summer Discount su tutto il make-up e lo Skin Care. Ora con l’applicazione lo shopping è ancora più Smart.
Da Cisalfa ho acquistato un costume da bagno. Gli addetti e il personale indossavano la divisa con la scritta Staff e Crew e ho pensato che fossero proprio un bel Team.
Con Purina-One il pelo del mio cane diventerà più forte e lucido. Purina, la scelta giusta per il tuo Pet.
Al supermarket mi chiedono ogni volta se ho la Fidelity Card.
Alla Metro (vendita all’ingrosso) quelli dello staff mi hanno detto di rivolgermi al reparto Food”.

Mi pare che il quadro rappresenti bene l’Italia e l’italiano. E il punto è proprio questo: come definire questa lingua? È ancora italiano o è itanglese? La questione è tutta qui. Chi pensa che questa ricostruzione sia un’esagerazione non veritiera può dare un’occhiata al seguente testo. Un inno all’italianità che, a mio avviso, suona come un ossimoro. Ma forse per qualcun altro è solo l’italiano moderno e quello auspicabile nel futuro.

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Anche io non vado alla Mondadori, ma la Feltrinelli non è meno anglicizzata, e come ho ricostruito in “Bookcity e la gerarchia degli anglicismi” ormai i libri sono book, le librerie sono bookshop e ci si può aggirare tra thriller e modern fiction, home video e game, graphic novel e top 40, cioè i best seller. Ho anche già parlato del caso food, un ottimo esempio di creolizzazione lessicale che in soli 30 anni (da quando è apparso, nel 1982, il fast food), ha portato lo street food e lo slow food, i food designer e il junck food, il finger food e il comfort food… alla fine food è diventata la parola per indicare l’intero settore alimentare. Il pet food è l’anello di congiunzione con un’altra parola che si sta allargando e che sembra destinata a sostituire gli animali da compagnia: pet. Da pochi anni ci sono i pet shop (visto che i negozi sono sempre più shop e store), si parla di pet teraphy, spuntano gli alberghi pet friendly… ed è nata la figura del pet sitter, che si affianca ai dog sitter e ai cat sitter, che si appoggiano alla fortuna di baby sitter. Baby, del resto, è diventato un prefissoide che genera una quantità di locuzioni inglesi, pseudoinglesi e ibridate con l’italiano che non è più possibile quantificare. Nella “Maledizione di baby sitter (e i composti di baby)” ho provato a spiegare quanto è successo anche in questo caso.

Questi esempi mostrano inequivocabilmente che l’inglese è un virus che si diffonde come un cancro, consiste ormai in una rete di parole tra loro interconesse che si allarga nel nostro lessico, e fa morire i nostri vocaboli. Non bisogna essere geni, per comprenderlo. Eppure la maggior parte dei linguisti continua a ragionare con gli schemini ridicoli basati sui “prestiti” linguistici, come se gli anglicismi fossero parole isolate. Se fossero “prestiti” sarebbe il caso di restituirli in blocco. E forse bisognerebbe restituire ai librai, anzi ai bookstore, anche i libri di linguistica di questo tipo, che invece di occupare posto nelle librerie sarebbero più utili se fossero mandati al macero, almeno per riciclare la carta.

Non si capisce dove vivano questi “studiosi”, né come non siano in grado di comprendere cosa sta accadendo, e l’abissale differenza che c’è tra i “prestiti” provenienti dalle altre lingue, di numero contenuto, e lo tsunami anglicus che ci sta devastando. Mentre qualche illustre studioso negazionista sostiene che l’anglicizzazione sia tutta un’illusione ottica, la gente comune sembra più avveduta nel comprendere il presente. Per esempio chi mi scrive:

“Sky tg 24 rubrica Start, si parla del covid-19. Il giornalista per ben 4 volte dice che il governo cinese utilizza uno strumento per TRACCARE o TRACKARE (da to track) le persone in aeroporto”.

“Tracciare”, in questo aneddoto, sembra un vocabolo inesistente.

“Ho appena sentito la parola smartizzabile da parte della Ministra Dadone con riferimento alla transizione da una modalità di lavoro in presenza a una agile” mi scrive Enrico.

Le ricomposizioni di questo tipo sono all’ordine del giorno, spesso intaccano i verbi, e nel parlato si sente sempre più spesso forwardare per inoltrare, fixare per aggiustare, hostare per ospitare. Del resto il sito di Airbnb invita a diventare host, non usa parole come locatore e locatario, e l’italiano non è contemplato dalle multinazionali che si insediano in Italia e ci impongono i loro termini, da snippet a timeline. Il che vale soprattutto per l’italietta di colonizzati, all’estero non è così, come si evince dall’immagine seguente.

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Il sito Airbnb in varie lingue: solo in italiano compare il termine “host”.

L’inglese delle multinazionali informatiche arriva in questo modo. Non si traduce download e nasce downloadare invece di scaricare. Spunta Twitter e impone i suoi follower e following, invece di parlare di iscritti, lettori, abbonati o seguitori/seguaci e seguiti, per carità! Che brutto!

Sempre Luis mi segnala che nel sistema operativo di iPhone, impostato in lingua italiana, ci sono più di 80 termini in inglese (tra cui mail, file, hotspot, feedback, privacy, password, account, game center, banner, badge, background, provider, software, switcher, wireless, home, voiceover, zoom, timeout, link, output, input, standard, hardware, controller, smart, font, default, screen, layout, timer, live, selfie, download, news, store, fitness, homekit, push, server, nickname, widget, podcast, offline, computer, music, streaming, slow motion, drive, book, game, center, reader). Tutti anglicismi necessari, intraducibili o insostituibili, direbbe il terminologo anglomane italiota. Peccato che impostando la lingua francese o spagnola, l’elenco degli anglicismi si riduca invece a 3 o 4 parole. I “prestiti di necessità” e gli “anglicismi insostituibili” lo sono soltanto in Italia. Forse è questa “l’illusione ottica” che ci contraddistingue, perché mentre da noi nessuno saprebbe come dire diversamente streaming, in francesespagnolo è possibile.

L’inglese delle multinazionali informatiche che si espandono è agevolato dall’interno da chi non opera scelte traduttive e da chi postula come un assioma che “i termini non si traducono” (ma solo in Italia, si dovrebbe aggiungere per onestà). Il caso dell’informatica è il più eclatante, ma anche la maggior parte degli altri linguaggi di settore sono ormai colonizzati, dal linguaggio aziendale e del lavoro a quello della scienza e della tecnica. La pubblicità parla sempre più l’inglese, il cinema statunitense impone i propri titoli in inglese senza più tradurli…

E davanti a queste pressioni esterne, agevoliamo dall’interno questo processo ricorrendo all’inglese anche da soli, e talvolta lo reinventiamo. Lo si vede nel linguaggio della politica, dal jobs act al navigator, lo si vede persino nella lingua della giurisprudenza (qui un video di un avvocato che lo spiega chiaramente).
Basta leggere un giornale digitale come il Corriere.it, per capirlo. A parte i trapianti intradotti come “web” o “streaming” si vede benissimo l’abuso di “hub” ,”new entry”, “empowerment”, “fashion”… e Mussolini si faceva i “selfie”!  Sui quotidiani francesi e spagnoli non si vede nulla di tutto questo.

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Dal Corriere.it del 10/6/20.

E allora ritorniamo alla domanda iniziale. Questo è ancora italiano?

 

Gli anglopuristi teorici dell’itanglese

Nel “manifesto” del sito “Una parola al giorno” (art. 4), si legge:

“I forestierismi sono una ricchezza. Non ci sentirete tuonare contro l’inglese, ma ci vedrete schierati parola per parola contro il cattivo gusto, la replica acritica di parole percepite e non capite, e gli usi esausti o sciocchini. Nel diciassettesimo secolo ci si scagliava contro… squallidi gallicismi quali baule, regalo, biglietto o gabinetto: oggi chi criticherebbe l’uso di queste parole?”

Dichiarazioni di questo tipo sono abbastanza diffuse, ma sono nella migliore delle ipotesi affermazioni sciocche e confusionarie, e in altri casi sono vere e proprie ipocrisie che celano mistificazioni imperdonabili. Confondere le parole italiane di derivazione esogena (come baule o biglietto) con i forestierismi non adattati che si scrivono e si leggono in modo diverso da quanto previsto dalla nostra grammatica è un’enorme sciocchezza. Come lo è appellarsi al “cattivo gusto” o agli “usi sciocchini”: Leopardi ci ha insegnato (ma non solo lui) che solo l’uso e l’abitudine rendono bella o brutta una parola. Affermare che i i forestierismi sono una ricchezza in assoluto non sta né in cielo né in terra. Dipende se si adattano, e quando non lo si fa dipende dal loro numero, possono essere anche il segno di un impoverimento del nostro lessico e della creolizzazione e della morte di una lingua schiacciata da un’altra dominante. Anche associare “forestierismi” e “inglese” è significativo. Come se le due cose coincidessero e ci fosse solo l’inglese. Purtroppo il problema è proprio questo. Il numero degli anglicismi crudi che abbiamo importato negli ultimi 70 anni è superiore a quello di tutti i forestierismi di ogni lingua e di ogni epoca sommati, incluso il francese che ci ha influenzati sin dai tempi di Dante. Se questa è una ricchezza, se l’italiano del presente e del futuro deve essere costituito da un sostantivo in inglese su dieci, si dovrebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente e senza ipocrisie. Questo per me non è più italiano, ma la sua morte; è itanglese, ed è un ibrido che non ha nulla a che vedere con l’italiano storico e con la nostra grammatica.

La provenienza delle parole è irrilevante. Quello che conta è vedere se sono italianizzate e si integrano o se sono dei “corpi estranei” per dirla con Castellani, che snaturano la nostra lingua storica e la imbastardiscono, come dicevano i più aperti sostenitori delle parole straniere di ogni epoca, da Machiavelli che insisteva sulla necessità di “accatar parole” altrui, passando per Ludovico Antonio Muratori, e persino Alessandro Verri, autore della celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”. Nessuno si è mai sognato di giustificare la presenza di migliaia di forestierismi crudi provenienti da una sola lingua dominante. Se una volta i puristi rifiutavano le parole italianizzate che provenivano da altre lingue, oggi sarebbe invece auspicabile tornare a italianizzarle e tradurle, se vogliamo evitare la creolizzazione lessicale. Il che è tutto il contrario di quel che volevano i puristi.

Un tempo furono proprio i puristi a rappresentare un ostacolo all’evoluzione dell’italiano, visto che erano ostili anche ai neologismi e ai tecnicismi, ma così facendo rischiavano di ingessare l’italiano nella “lingua dei morti”, di cristallizzarlo nel vocabolario storico senza farlo crescere. Oggi a fissare l’italiano nei suoi significati storici e a impedirgli di evolvere sono proprio gli anglomani, che invece di tradurre, adattare, creare neologismi, allargare il significato delle nostre parole, preferiscono importare tutto ciò che è nuovo in inglese e giustificarlo. Li ho definiti “anglopuristi”. Sono coloro che invece di difendere e promuovere l’italiano si appellano all’uso dell’inglese che diffondono per primi sostenendone il maggior potere evocativo, guardando non ai significati delle parole, bensì alle sfumature che non appartengono all’inglese, ma sono il risultato dell’acclimatamento nella nostra lingua. “Calcolatore” evoca le ingombranti anticaglie di una volta, “computer” connota i dispositivi moderni. Peccato che in inglese era ed è computer, senza questa distinzione, così come in francese era ed è ordinateur, e in spagnolo era ed è computador. Selfie non è proprio come autoscatto… ecco come si relega l’italiano ai suoi significati storici e non lo si fa evolvere. Nelle casseforti c’erano le combinazioni, tra i partigiani i nomi di battaglia, in Rete ci sono le password e i nickname, perché questi sono i “termini” che richiamano l’ambiente informatico in modo preciso… e così l’italiano non si allarga di nuovi significati e muore. Brainstorming è intraducibile (peccato che in francese sia stato tradotto con spremimeningi e in spagnolo con diluvio di idee) e ciò che è nuovo non si reinventa, si importa in inglese e basta! E così, anglicismo dopo anglicismo, l’italiano si trasforma in itanglese. Ricorrere all’inglese è una strategia. Soprattutto nelle nuove generazioni. Si preferisce l’itanglese e la creolizzazione è vissuta come segno di modernità. Il che non lascia ben sperare nel futuro.

L’itanglese si pratica ormai nelle scuole. Non sto parlando del linguaggio terrificante del Miur, uno dei maggiori responsabili della morte dell’italiano, che prepara volutamente alla lingua inglesizzata del mondo del lavoro. Purtroppo l’itanglese si impartisce sin dalle elementari. Ho avuto una feroce discussione con un gruppo di maestri che insegnano ai bambini che la “j” si chiama “jay”, dando un calcio alla nostra storia, alla “i lunga” che si pronuncia “i” non solo in italiano (juventus, Jolanda, Jacopo, Jugoslavia…), ma anche in tedesco (Jung). Insomma, c’è solo l’inglese nella testa delle menti colonizzate, e poi va a finire che si sente sempre più spesso dire “giunior” invece di junior. Intanto, nei libri di testo delle elementari, la Cisgiordania diventa West Bank. Senza alternative.

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Questa è la lingua, e la cultura, che si insegna a scuola alle nuove generazioni!

Adesso tra i maestri, mi segnala Elena, va di moda il lap book, spesso scritto lapbook, che consiste in un cartoncino piegato a libro contenente fatti, diagrammi, illustrazioni relativi all’argomento; è una cartelletta con le ricerche dove si incollano diversi elementi, e viene definito anche layer book, flap book o shutter book. Tutto va bene, purché suoni inglese. Ma un nome in italiano, no?

Dunque non c’è da stupirsi se poi uno studente interrogato in storia dell’arte parli di “absaid” perché crede che abside sia un anglicismo, o che si pronunci Dpi (Dispositivi di Protezione Individuale) come i dpi delle stampanti. Siamo immersi nell’anglomania più deleteria.

Questo è il presente, e nel futuro sarà sempre peggio, se non si ferma questo processo di distruzione sistematica del nostro patrimonio linguistico. C’è chi non lo vuole affatto fermare e vuole andare in questa direzione. E c’è chi sta provando a fare qualcosa con una petizione.

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Le 3000 firme della petizione a Mattarella

Continuo le mie riflessioni sui perché della petizione a Mattarella, #litalianoviva, che conta ormai 3.000 firme. Provo anche a rispondere ad alcune delle critiche basate sulle sciocchezze e sui luoghi comuni di chi non ha studiato e compreso il problema, né tanto meno lo spirito dell’iniziativa.

La nuova questione della lingua

Non se ne può più di sentir dire che è normale che le lingue evolvano o che il francese e tantissimi altri idiomi hanno influenzato l’italiano sin dai tempi di Dante. Queste sono banalità che non si possono che dare per scontate; bisognerebbe essere un po’ più seri e studiare come la nostra lingua si sta evolvendo.

È semplicemente una questione di numeri: dal secondo dopoguerra a oggi – nell’arco di una sola generazione – gli anglicismi sono almeno quintuplicati. Hanno colonizzato i centri di irradiazione della lingua (il lavoro, la scienza, la stampa, l’informatica, l’economia…), si riversano nel linguaggio comune, aumentano di frequenza, penetrano nel lessico di base e, soprattutto, tutto ciò che è nuovo viene sempre più introdotto in inglese crudo, con il risultato che il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è costituito da anglicismi. Il punto non è gridare alla morte dell’italiano per becero allarmismo, è constatare che di fatto è già morto, nel senso che ha cessato di evolvere per via endogena, e che registra una regressione davanti all’inglese anche quando esistono parole italiane che finiscono per essere dimenticate o diventare obsolete davanti ai “prestiti sterminatori”. Gli anglicismi non sono perciò una ricchezza, ma al contrario segnano l’impoverimento e la morte del nostro lessico. La loro penetrazione avviene in modo crudo, senza adattamenti, e dunque sta snaturando la nostra identità linguistica, che non è un concetto filosofico e astratto, ma una cosa molto semplice e concreta: nella maggior parte dei casi gli anglicismi costituiscono dei “corpi estranei” che violano le regole dell’ortografia e della pronuncia dell’italiano. Non c’è alcun problema ad accogliere forestierismi non adattati, se sono contenuti in una percentuale fisiologia, è un fenomeno normale che si riscontra in ogni lingua. Ma quando questa percentuale cresce a dismisura, supera nel giro di 70 anni quella di una lingua come il francese che ha una storia di substrati plurisecolari, quando la somma di tutti i forestierismi di ogni lingua del mondo non arriva alla metà degli anglicismi che abbiamo importato in un lasso di tempo così breve, e che usiamo così spesso, c’è un problema oggettivo. Non siamo più di fronte a un fenomeno normale, ma a una creolizzazione lessicale che stravolge la nostra lingua storica. Questi sono fatti. Ogni critica ne deve tenere conto.

Allora la questione, e il terreno del dibattito, è un altra. Dobbiamo chiederci quale italiano vogliamo. Crediamo che la modernità si esprima con l’inglese e vogliamo che la percentuale di anglicismi della nostra lingua diventi in ogni ambito quella del linguaggio del lavoro o dell’informatica?

Bene lo si dica chiaramente, invece di giocare a fare i negazionisti.

Questa idea dell’italiano, però, per me coincide con l’itanglese, e mi vede dall’altra parte della barricata a combattere quello che considero non un segno di modernità, ma il depauramento del nostro patrimonio culturale. Ciò è tutto il contrario del purismo, ostile da sempre ai neologismi. Viceversa, c’è da auspicare un italiano che si sappia evolvere per via endogena, creando le proprie parole e i propri neologismi, invece che importarli dall’inglese.

Chi ha un’altra idea dell’italiano getti la maschera, si schieri dall’altra parte, e difenda l’itanglese senza fare l’ipocrita. I nuovi puristi del Duemila, quelli che vogliono ingessare l’italiano nella sua forma storica senza farlo evolvere perché tutto ciò che è nuovo si dice in inglese, sono gli anglomani. Sono loro – li chiamo anglopuristi – che vogliono trasformare l’italiano nella “lingua dei morti”.

Questa è la nuova “questione della lingua”. Sarebbe ora di dirlo chiaramente.

Non si tratta di fare la guerra ai singoli anglicismi, si tratta di prendere posizione, e di spezzare la strategia comunicativa che spinge a importare l’inglese crudo senza alternative. Il problema non è linguistico, è culturale. Gli anglicismi non sono “prestiti”, con queste sciocche categorie obsolete non si può rendere conto dell’attuale fenomeno dell’interferenza dell’inglese. Quando il confinamento diventa lockdown, il lavoro da casa smart working, quando si coniano all’inglese espressioni come covid hospital, invece che ospedali covid, e si parla di covid pass, covid free, covid manager, covid like, covid test… il problema non è in questi trapianti e in queste ricombinazioni ridicole prese singolarmente; il punto è che abbiamo perso la volontà di parlare in italiano e siamo passati a una strategia compulsiva (la strategia degli Etruschi) che consiste nella scelta di parlare in itanglese.

Una questione politica, non linguistica

Oggi la nostra classe dirigente – dai mezzi di informazione alla politica, dalla scienza al mondo del lavoro – ha scelto l’itanglese, e in questo modo lo diffonde e lo impone a tutti. Per spezzare questa strategia occorre una rivoluzione culturale e politica. Nello scorso articolo ho mostrato perché non è certo alla Crusca che ci si può rivolgere per cambiare le cose. L’Accademia non ha né il potere né la missione di regolamentare la nostra lingua. Solo la politica potrebbe forse investirla di questo mandato, come avviene per le accademie spagnole e francesi. Lì si creano alternative agli anglicismi e la popolazione è libera di scegliere come parlare. Alcune proposte sono accolte ed entrano nell’uso, altre non vengono invece recepite, ma il risultato è che l’anglicizzazione di queste lingue non è minimamente paragonabile alla nostra. Ognuno è libero di usare il lessico che preferisce, ma la libertà sta nello scegliere, se mancano le alternative cade la scelta, e l’inglese diventa un automatismo senza altre possibilità, diventa la tirannia della minoranza che controlla i centri di irradiazione della lingua e che la impone a tutti.

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Le “reti sociali” o i “fondi di recupero” su Correre, El País e Le monde. Da noi sono anglicismi (i “gruppi tech” in spagnolo sono “grandes tecnologicas”, e persino gli Usa sono detti secondo l’ordine della loro lingua: EEUU).

La petizione per eliminare gli anglicismi almeno dal linguaggio istituzionale – una cosa che in Francia è espressamente vietata dalla legge, ma che non verrebbe nemmeno in mente ad alcun politico, come del resto in Spagna – va rivolta alla nostra classe politica. Ma rivolgersi al parlamento avrebbe senso?

Non mi pare.

Non dimentichiamo che i nostri politici son proprio coloro che contribuiscono a uccidere la nostra lingua storica. Se il politichese, sino a tutto il Novecento, era caratterizzato da formule ampollose, astruse o burocratiche, nel nuovo Millennio è diventato itanglese. Dal jobs act al navigator, il lavoro è job, le tasse sono tax, le leggi act, l’economia è economy, i fondi per la ripresa sono introdotti in inglese, recovery fund, e qualcuno parla di un recovery plan per la pandemia. Gli anglicismi politici registrano un aumento preoccupante: quantitative easing, voluntary disclousure, caregiver, stepchild adoption, spending review, spoils system, devolution e deregulation, election day e family day… E in questo linguaggio fatto di establishment, governance, leadership, impeachment, question time, moral suasion, premiership… ci sono anche figure istituzionali come il garante della privacy, o il ministro del welfare, alla faccia della salute del nostro lessico. I giornali rilanciano e amplificano questo vocabolario politicamente scrorrect, mentre si parla sempre più di premier al posto di presidente del consiglio come è scritto nella nostra Costituzione, o di governatori invece che presidenti delle regioni perché si vuol fare gli americani, anche se il nostro sistema non è federalista.

In questo contesto appare poco proficua una petizione rivolta ai politici. Senza scadere nel qualunquismo, bisogna ricordare che negli ultimi anni sono state presentate innumerevoli proposte di legge o di istituzione di un Csli (Consiglio Superiore della Lingua Italiana) che sono sempre rimaste nei cassetti, per riemergere ciclicamente senza che nulla di concreto sia mai stato fatto.

Nel 2012, una petizione dell’Era propose di dire in italiano “question time” e ricevette consensi da ogni parte politica, ma l’iniziativa lodata da tanti solo a parole, non ebbe nei fatti alcun seguito (in Svizzera si dice invece l’ora delle domande, in parlamento e sui giornali).

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“L’ora delle domande” sul Corriere del Ticino.

Nel 2018, Giulia Bongiorno, ministra della pubblica amministrazione del Governo Conte, scriveva:

“Nei primi giorni da Ministro mi sono stati sottoposti alcuni fascicoli – definiti dossier – dai quali emergeva che i problemi più urgenti da affrontare erano:
1) il blocco del turnover;
2) l’inadeguata valutazione della performance dei dirigenti;
3) il digital divide;
4) la scarsa applicazione (…) dello smart working;
4) l’uso improprio del badge per entrare nel luogo di lavoro.
Per affrontarli avrei dovuto partecipare a numerosi meeting; inoltre, mi si rendeva noto che il budget a mia disposizione era – purtroppo – limitato.
Amo l’inglese (…) Eppure credo sia sbagliato, e fuorviante, accettare questa sostituzione della lingua italiana; parlo di sostituzione perché l’uso reiterato delle parole inglesi fa sì che a volte il corrispettivo italiano si perda. Dunque dico basta, con forza, a questo ibrido che forse vorrebbe far sembrare l’italiano più moderno, ma in realtà lo sta svilendo.”

(Lettera aperta del 19 dicembre 2018 per denunciare l’abuso dell’inglese nel linguaggio amministrativo).

Che cosa è accaduto, da allora, è sotto gli occhi di tutti.

Anche le iniziative come Europarole del Dipartimento delle politiche europee, avviata nel 2018, che doveva tradurre gli anglicismi che circolano nell’ambito dell’Unione Europea si è rivelato un progetto vuoto, e da allora ha raccolto solo 37 parole!
Visto che le istituzioni non lo fanno – da quelle politiche alla Crusca – il più grande repertorio esistente nel nostro Paese è il Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi (AAA), che ne ha raccolti ormai 3.700, e nasce da un’iniziativa privata senza alcun finanziamento.

Da queste considerazioni è nata la decisione di rivolgere la petizione non alla politica, ma al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la massima carica dello Stato.

C’è chi ha storto il naso davanti all’opportunità di rivolgersi a lui in questo frangente in cui l’Italia versa in ben altri e più gravi problemi. Eppure il lievitare degli anglicismi ha raggiunto picchi inediti proprio durante la pandemia e, soprattutto, le nostre richieste sono davvero facili, e non costano nulla. Non abbiamo invocato leggi come quelle che ci sono in Francia, né domandato di attuare ciò che la politica ha più volte presentato senza che mai si sia realizzato.
Le richieste consistono, semplicemente, in una supplica, perché il capo dello Stato attui un simbolico richiamo alla politica di non utilizzare anglicismi almeno nel linguaggio istituzionale, per il rispetto, oltre che per la trasparenza, che le istituzioni dovrebbero avere nei confronti dei cittadini italiani e del nostro patrimonio linguistico (non dimentichiamocene, quando saremo chiamati alle urne!).
La seconda richiesta è di favorire una campagna di sensibilizzazione contro l’abuso dell’inglese. Anche questa preghiera non ci pare gravosa, e soprattutto non comporta alcuna spesa, visto che gli spazi delle pubblicità progresso sono già previsti. E come si fanno e si sono fatte contro il bullismo o contro la violenza delle donne, potrebbero farsi anche per promuovere la nostra lingua, di cui non è il caso di vergognarsi.

Crediamo che questa petizione chieda qualcosa che dovrebbe essere dato per scontato, qualcosa che nasce semplicemente dal buon senso e che dovrebbe appartenere a tutti. E facciamo fatica a comprendere come si possa non condividere questo appello.

Eppure, se la petizione #dilloinitaliano di cinque anni fa fu ripresa da tutta la stampa, oggi invece non c’è un solo giornale a tiratura nazionale che ne abbia accennato nemmeno con una sola riga. Le 3.000 firme raccolte nascono solo dal passaparola in Rete e tra la gente, mentre i mezzi di informazione e le istituzioni che dovrebbero occuparsi della nostra lingua in modo ufficiale lo hanno ignorato. Al contrario di quanto hanno fatto invece persone di primo piano della cultura nazionale e internazionale.

 

I firmatari e gli amici dell’italiano

Sin dai primi giorni, la notizia della petizione #litalianoviva è stata ripresa e diffusa dall’Istituto Italiano di Cultura di Lima, che l’ha rilanciata dalle sue pagine Facebook, oppure dal sito Corsica Oggi. In Svizzera è stata segnalata dal Forum per l’italiano in Svizzera, e dalla Rivista.ch. E così la notizia si è sparsa per il mondo, tra i firmatari ci sono italofoni tedeschi, dall’università di Barcellona ha firmato un’importantissima profesora emerita di Filologia Italiana, dall’Australia ha firmato la traduttrice Barbara McGilvray, vincitrice di una medaglia dell’Ordine d’Australia dell’Australia Day, per i suoi meriti nel tradurre in italiano. Voglio riportare qualche battuta tratta da un’intervista che rilasciò in quell’occasione:

Barbara McGilvray
Barbara McGilvray.

– Hai notato delle differenze nell’evoluzione della lingua italiana da quegli anni ’60 in cui eri a Roma all’italiano che si parla oggi? Magari il fatto che oggi sia infarcito di parole inglesi? Una volta non era così…
Io cerco di evitare e parole inglesi in italiano anzi sono iscritta a due o tre gruppi di traduttori in Italia, gruppi virtuali, sull’Internet e lottiamo tutti per evitare di usare neologismi inglesi, preferisco evitarli. (…) Spending review mi fa una rabbia (RIDE), ci sono espressioni perfettamente adeguate in italiano, perché usare quelle inglesi? Non lo so…

– O il jobs act…
Jobs act… un altro, no, no… non ne parliamo…

– La nostra rubrica si chiama La lingua più bella del mondo, sei d’accordo con il nome che abbiamo dato a questo segmento?
Assolutamente! Come no?

Se volte sentire queste parole dal suo delizioso accento anglofono, lo potete fare qui (al min, 4,30 circa).

Tra i tanti che hanno firmato e che mi hanno scritto dall’estero ci sono italofoni dall’Argentina, dal Canada, dalla Francia, e anche dal Regno Unito e dagli Stati Uniti.

Possibile che all’estero ci sia un’attenzione per l’italiano superiore alla nostra?

Evidentemente sì.

Ma non è del tutto esatto. Non bisogna confondere il silenzio stampa e delle istituzioni che si registra in Italia con il sentimento degli italiani. L’indifferenza mediatica non corrisponde alla sensibilità di tante persone di ogni fascia sociale (infermieri, medici, farmacisti, parrucchieri, avvocati, imprenditori, formatori, studenti, insegnanti, mamme, agenti immobiliari… c’è anche un suora). E tra i firmatari ci sono poi diversi politici che appartengono a ogni schieramento: da Potere al popolo e Sinistra alternativa passando per il Pd, i 5 stelle, la Lega, sino a Forza Italia, Fratelli d’Italia e alla destra. Ma soprattutto mi ha colpito la presenza di molti personaggi di spicco della cultura del nostro Paese. Non sempre mi è stato possibile verificare se certi nomi sono davvero illustri o se si tratta di omonimi, e non so se Elena Ferrante è veramente lei o se Paolo Repetti è davvero il fondatore e il direttore della collana Stile Libero di Einaudi. So però di certo che hanno firmato professori universitari o accademici come lo psicologo Fulvio Scaparro, il filosofo Fulvio Papi, scrittori come Elisabetta Bucciarelli (vincitrice del premio Scerbanenco) o come la docente Laura Margherita Volante, traduttori di primo piano come la poetessa Claudia Azzola direttrice della rivista TraduzioneTradizione, giornalisti come Alberto Giovanni Biuso, intellettuali che gravitano intorno alla rivista Odissea diretta da Angelo Gaccione, come il medico Teodosio De Bonis (“Ho deciso di iscrivermi ad un corso di lingua straniera: mi è stato consigliato l’Italiano”), lo scrittore Oliviero Arzuffi, i poeti Antonella Doria, Gabriella Galzio e Nicolino Longo… e una lunga lista di donne e uomini che fanno comprendere che esiste un’altra idea di lingua e di cultura, oltre a quella dominante. E che a opporsi all’insensato ricorso all’abuso dell’inglese siamo in tanti.

Per aiutarci a diffondere la nostra iniziativa, visto che i giornali non lo fanno, passa parola, per favore!

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I perché di una petizione a Mattarella (e le prime 2.500 firme)

La petizione #litalianoviva (che ha raggiunto le 2.500 firme) arriva cinque anni dopo quella, fortunatissima, lanciata da Annamaria Testa (#dilloinitaliano). Le quasi 70.000 firme di allora ebbero una risonanza senza precedenti e una rassegna stampa fitta e internazionale. Proprio in seguito a questo straordinario successo, l’Accademia della Crusca. a cui era rivolta, decise di dare vita al Gruppo Incipit, che aveva lo scopo “di monitorare i neologismi e forestierismi incipienti, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana e prima che prendano piede.” Dunque: “monitorare” più che “arginare”, anche se nei comunicati sono sempre stati indicati dei sostitutivi italiani.

A cinque anni da questo evento, ho tentato di fare un bilancio di cosa sia accaduto e di che cosa sia cambiato. Purtroppo la risposta è che, nel concreto, non è accaduto nulla. Anzi, da allora le cose sono decisamente peggiorate. Ecco perché ho provato a immaginare un’iniziativa simile ma con altri interlocutori e altre richieste.

L’attuale ruolo della Crusca

Mi pare che l’importanza della petizione di Annamaria Testa si possa riassumere nella presa di coscienza del fastidio verso l’abuso dell’inglese di una grande fetta degli italiani. La svolta che ha segnato è stata proprio l’emergere di questo nuovo modo di sentire nell’opinione pubblica, un cambio di paradigma storico molto importante: per la prima volta, parlare di tutela dell’italiano non veniva più associato alla politica linguistica del fascismo, alla guerra ai barbarismi, e neanche alle prese di posizione “puriste” o “neopuriste” che avevano caratterizzato la denuncia del “morbus anglicus” di Arrigo Castellani negli anni Ottanta.

accademia della cruscaNon è un fatto da poco. Bisogna tenere presente che Francesco Sabatini, quando era il presidente della Crusca, fondò nel 2001 il Clic (Centro di consulenza sulla lingua italiana contemporanea), che si interruppe presto anche per le reazioni ostili dei mezzi di informazione davanti alla “difesa della lingua”, un argomento ancora tabù. Con la costituzione del Gruppo Incipit, l’Accademia si aspettava analoghi attacchi e resistenze culturali, ma la cosa più sorprendente fu che non ce ne furono affatto. Il vento era cambiato, la petizione #dilloinitaliano fu come una gigantesca manifestazione di piazza, seppur virtuale, che lanciò questo importantissimo segnale.

Eppure la timidezza della Crusca nello schierarsi a favore della difesa della lingua è rimasta.
Anche se nella percezione della gente l’Accademia è ancora associata alle attività del passato, quando questa antichissima e prestigiosa istituzione pubblicava il vocabolario della lingua italiana e aveva un atteggiamento prescrittivo nei confronti della lingua, oggi non è più così. Fu proprio durante il fascismo che l’attività lessicografica della Crusca fu soppressa, con il Regio Decreto del ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile nel 1923, e fu invece la Reale Accademia d’Italia (Rai) a essere in seguito incaricata di compilare il dizionario della lingua italiana del regime, che si interruppe (alla lettera C) con la caduta del fascismo. Negli anni Sessanta, quando il presidente della Crusca era Giacomo Devoto si delineò molto chiaramente il nuovo spirito dell’Accademia di rinunciare agli intenti normativi e prescrittivi in favore del descrittivismo, cioè di esaminare l’evoluzione dell’italiano senza intervenire, perché la lingua non va difesa, va studiata, per citare Giancarlo Oli. Questa prospettiva è quella dominante anche oggi, e poco si concilia con il volere arginare gli anglicismi.

Il Gruppo Incipit

Nel contrastare le parole inglesi, il Gruppo Incipit ha giocato un ruolo simbolico ma non ha raggiunto obiettivi concreti. A parte qualche presa di posizione dei suoi membri in occasioni pubbliche o interviste, si è limitato a diramare 13 comunicati che complessivamente hanno indicato le alternative a qualche manciata di parole, a fronte delle centinaia che si sono affermate. Non sono al corrente del loro lavoro di “monitoraggio” (studi quantitativi o altre analisi organiche), ma stando ai comunicati si evince che il problema è stato affrontato a sprazzi, e non certo in modo sistematico. Alla fine del 2016 sono entrate prepotentemente nel linguaggio comune fake news, grazie ai giornali che hanno virgolettato senza tradurre un’espressione di Trump (per far cadere le virgolette il giorno dopo e introdurre nella nostra lingua l’inglese crudo invece che “notizie false” o “bufale”). Nel 2017 è esploso il black friday, grazie al trapianto di una consuetudine statunitense nel nostro Paese. E di anno in anno, anglicismo dopo anglicismo, si può arrivare alla pandemia del 2020 che ci ha regalato il lockdown (insieme a droplet e tantissimi altri che ho ricostruito in un articolo Treccani). Dunque stupisce la mancata presa di posizione davanti a questi esempi eclatanti che hanno stravolto il nostro modo di parlare.

L’attività della Crusca non è insomma minimamente paragonabile a quella delle accademie di Spagna e Francia, che non hanno paura di essere prescrittive o di proporre alternative, anzi, ciò rientra nei loro compiti e nella loro missione. L’Académie française, inoltre, non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” ci sono illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

A parte queste diverse prospettive, bisogna anche riconoscere che i comunicati del Gruppo Incipit, benché esigui, non hanno sortito alcun effetto tangibile.

I limiti di Incipit e della Crusca

Incipit parte dal presupposto che quando un anglicismo si afferma è poi molto difficile da sradicare. Ciò è vero soltanto in Italia, bisogna precisarlo, perché in Francia molti sostitutivi introdotti in seguito alla legge Toubon hanno fatto regredire l’inglese. Ma questo approccio, che se non è supportato da una politica linguistica risulta poco efficace, ha anche un altro forte elemento di debolezza. Lo aveva sollevato sin dall’inizio Tullio De Mauro. Davanti alle proposte sostitutive per esempio di analisi on desk, benchmark, tool, distance learning o peer review (comunicato n. 6), “se l’obiettivo dell’Accademia è ottenere gli applausi della stampa, l’obiettivo è in gran parte raggiunto”. Altrimenti queste parole non erano affatto incipienti, visto che erano registrate dai dizionari già da decenni, per cui “se c’è (e c’è) abuso di anglismi nella comunicazione universitaria, l’imputato chiamato alla sbarra da Incipit, l’aziendalese, va assolto: non è lui che ha commesso il fatto” ( → “È irresistibile l’ascesa degli anglicismi?”).

Insomma, se i linguaggi di settore vengono colonizzati sempre più dall’inglese, poi è inevitabile che da lì straripino nella lingua comune. E allora l’argine a ciò che è in fase incipiente dovrebbe semmai essere doppio. Bisognerebbe operare scelte terminologiche traduttive innanzitutto quando gli anglicismi entrano nei linguaggi specialistici, ma è un po’ difficile visto che la scienza, la tecnologia, l’informatica, il lavoro, l’economia e quasi ogni ambito culturale si studiano sempre più in inglese con il risultato di trapiantare i tecnicismi in modo crudo invece di saperli interpretare autonomamente. Il secondo argine dovrebbe essere eretto quando queste parole, magari dopo molti anni, si riversano nella lingua comune. Ma siamo sicuri che questo sistema funzioni?

Direi di no. Nella realtà, giornalisti e politici se ne fregano dei sostitutivi promossi dalla Crusca, ammesso che li conoscano, e puntano ad attingere al linguaggio specialistico invece che al lessico della divulgazione. “Smart working”, per esempio, era uno pseudoanglicismo presente già prima della pandemia del coronavirus, anche se la sua frequenza era bassa e la sua circolazione era ristretta al mondo lavorativo degli addetti ai lavori. Incipit, nel 2016, ha promosso l’alternativa in circolazione nel linguaggio contrattuale di “lavoro agile” (comunicato n. 3) quando ancora la parola non era così comune. Ciononostante, da qualche mese l’espressione ha fatto il salto di specie: i giornali, i politici e i tecnici hanno usato l’inglese ripetuto in modo ossessivo fino a farlo diventare la parola più gettonata, che ha scalzato non solo l’equivalente tecnico di lavoro agile, ma anche quelli possibili nella lingua comune, cioè il lavoro da casa, da remoto, a distanza o il telelavoro. Lo stesso si può dire di caregiver, che circolava come tecnicismo già ben prima del 2018 quando è entrato nella legge di bilancio e quando Incipit lo ha affiancato a “familiare assistente”, “prestatore di cure o “assistente domestico” (comunicato n. 9).

Vale la pena di ricordare che caregiver è diventato un tecnicismo solo in italiano, in inglese non ha questa specificità, e la parola non si trova né in spagnolo – si parla di “curatore”, cuidador (familiar) – né in francese – “aiutante”, aidant familial o informal, proche aidant –. Lo stesso vale per per smart working, che non esiste in francese, in spagnolo né in inglese (remote working).

E allora la strada per fermare l’anglicizzazione è forse un’altra rispetto a quella prospettata da Incipit, e implica l’essere meno provinciali, tradurre o inventare neologismi italiani (qualora le parole ci mancassero) invece che importare parole inglesi crude (se va bene, altrimenti si inventano pseudoanglicismi). Insomma, davanti alle migliaia di parole inglesi il punto non è quello di sostituirle nella fase incipiente, ma agire alla base: è necessario creare un nuova cultura, spezzare l’anglomania da colonizzati che porta a preferire i suoni inglesi a prescindere dalle singole parole, riappropriarci con orgoglio della nostra lingua e della capacità di generare neologismi su base endogena. Dobbiamo superare il nostro senso di inferiorità che ci fa vedere l’inglese come una cultura e una lingua superiori, dobbiamo smettere di confondere l’inglese con l’essere moderni o internazionali. Per essere moderni dovremmo fare evolvere l’italiano, e per essere internazionali dovremmo fare come si fa all’estero, dove si usa maggiormente la propria lingua.

E soprattutto, dovremmo cessare di aver paura di essere prescrittivi. Come fanno le accademie francese e spagnole.

Un po’ di sano prescrittivismo

Se la strada di Incipit non è stata produttiva, non è all’Accademia della Crusca che ci si deve rivolgere per cambiare le cose. Forse l’Accademia andrebbe rifondata, e investita di un po’ di sano prescrittivismo proprio dalla politica che un tempo le ha sottratto questo ruolo. Davanti all’espansione dell’inglese globale che minaccia molte lingue, il liberismo linguistico rischia di trasformarsi in un anarchismo nel senso più negativo, uno stato di natura selvaggio e senza regole che coincide con la sopraffazione del più debole (homo homini wolf).
La difesa della lingua, un tempo invocata per purismo o per motivi di principio esterofobi, è oggi da rivedere da un altro punto di vista basato sui numeri. Qui si tratta di proteggere il nostro patrimonio culturale esattamente come si difendono i panda e le balene che rischiano l’estinzione.

Andrea Camilleri protezione lingua italianaQualche anno fa, Andrea Camilleri ha sintetizzato tutto ciò in modo meraviglioso in un brevissimo video, che vi invito a vedere, in cui sviscerava il tema-tabù della “protezione della lingua” davanti all’inglese. Spiega che da quando la lingua dell’Europa, per le leggi e il lavoro, ha cessato di essere tradotta in italiano e riporta i documenti solo in inglese, francese e tedesco, la nostra lingua è regredita. I nostri politici avrebbero dovuto opporsi, ma non l’hanno fatto. Per Camilleri, se dalla terminologia tecnica (sempre più in inglese crudo) le parole entrano poi nella lingua comune è per “provincialismo assoluto”, e sfoggiare questo lessico inglese non è cultura. Il rischio lucidamente intravisto era che l’italiano diventasse una lingua morta, che ha la sua tradizione storica congelata nella letteratura del passato, ma senza sapere evolversi. Per lo scrittore, la soluzione non è certo l’autarchia come ai tempi del fascismo, ma una “giusta difesa della lingua andrebbe fatta”, smettendo di essere provinciali e recuperando “le bellissime parole della nostra lingua”.

Come si può non essere d’accordo? Come possono i linguisti italiani non comprendere che tra l’autarchia linguistica e l’essere normativi nel modo più rigido e antistorico ci sono delle vie di mezzo necessarie e sane, come hanno capito in Francia, in Spagna o in Svizzera?

Per tutelare l’italiano, l’attuale atteggiamento descrittivo della Crusca non basta. Visto che i linguisti non si fanno problemi a prescrivere le giuste parole nel caso del linguaggio non discriminante per le cariche femminili e sono intervenuti nello schierarsi a favore di parole come ministra o sindaca modificando l’uso – come stanno facendo anche davanti a quisquilie come scrivere “sé stesso” invece di “se stesso” senza accento che si era affermato nell’editoria del Novecento – perché non dovrebbero avere lo stesso atteggiamento davanti agli anglicismi in nome delle pari opportunità dell’italiano, oltre che delle donne?

Per contrastare l’abuso dell’inglese basterebbe agire con coerenza e nello stesso modo, invece di usare due pesi e due misure. Proprio dalla politica, e dalle raccomandazioni delle amministrazioni supportate dalla consulenza Crusca sono arrivate le direttive del linguaggio non discriminante. La promozione di questo lessico e la campagna culturale che c’è stata in proposito hanno dato i loro frutti, e hanno portato i giornali a utilizzare le nuove parole e i dizionari ad accoglierle e a registrarle.

vivalitaliano 300 x 145Queste sono le due vie proposte dalla petizione per promuovere l’italiano e spezzare l’abuso dell’inglese. L’eliminazione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e l’avvio di una campagna di sensibilizzazione.
L’interlocutore non può che essere la politica…

 

Continua.

La strategia degli Etruschi (e 1.500 firme per fermarla)

Le firme della petizione #litalianoviva al presidente Mattarella, per l’estromissione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e per l’avvio di una campagna contro l’abuso dell’inglese, aumentano. Non so più come ringraziare i tanti che mi hanno scritto e che si stanno adoperando per diffonderla. Tra le oltre 1.500 adesioni di questi giorni mi ha colpito l’alto numero di professori universitari, scrittori, personaggi di primo piano della cultura (prossimamente ne parlerò più nei dettagli). Mi pare un dato molto significativo, perché vedo che questo tema non è sentito solo dalla gente, ma anche da molti intellettuali che hanno preso una posizione netta.

Una nuova egemonia culturale

Per comprendere meglio cosa sta avvenendo nel nostro Paese vorrei partire proprio dalla riflessione di un intellettuale come Gramsci, che riporto senza alcuna presa di posizione ideologizzata, ma solo perché la trovo molto acuta e attuale:

“Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”
(Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3).

Oggi la “questione della lingua” riguarda soprattutto l’interferenza dell’inglese e va inserita in un quadro internazionale che ha a che fare con l’espansione dei modelli angloamericani in tutto il mondo e con la globalizzazione. Questi modelli non sono solo linguistici, ma anche economici, politici e culturali. Perciò la riflessione sulla necessità di una riorganizzazione dell’egemonia culturale mi sembra più che mai valida.

L’attuale egemonia culturale italiana, che occupa il panorama mediatico, politico e i posti di rilievo nel mondo del lavoro, sempre più spesso punta all’inglese come modello superiore. Ma come ha osservato un grande linguista tedesco, Jürgen Trabant, questo atteggiamento sta portando a una moderna “diglossia neomedievale” che erge barriere sociali nei singoli Stati, dove si crea una frattura linguistica e culturale tra chi parla l’inglese e no, tra le classi sociali alte e quelle basse. Ciò non riguarda solo l’uso dell’inglese come la lingua della comunicazione internazionale, della scienza o dell’Europa, riguarda anche l’abuso dell’inglese nell’italiano. Insomma, mi pare che le parole di Gramsci siano illuminanti: la nuova classe dirigente dell’era della globalizzazione e del dopo-muro di Berlino sta procedendo a una riorganizzazione culturale, e linguistica, che sta creando fratture con la gente, con le masse, con gli italiani.

Ecco perché mi sembra importante che emerga un altro modello di egemonia culturale. Un modello che in Italia c’è, ma è sommerso dal pensiero dominante e disgregato, e bisognerebbe invece che si organizzasse ed emergesse come avviene normalmente all’estero.

 

Il senso di inferiorità verso l’inglese: un’anomalia tutta italiana

Mentre in Italia sembra che nessuno si preoccupi di tutelare e promuovere il nostro patrimonio linguistico, all’estero non è così.

La tutela della lingua si trova in Paesi lontani come la Cina e in quelli vicini come la Svizzera, dove l’italiano è promosso molto meglio che da noi. In Islanda esiste la figura del “neologista” che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. La questione è sentita in special modo in Africa, dove intellettuali in odore di Nobel come Ngugi wa Thiong’o (autore di Decolonizzare la mente, Jaca Book, 2015) invitano a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, la Repubblica 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Nel mondo ispanico esistono una ventina di accademie che promuovono la propria lingua e creano alternative agli anglicismi. Come ha ricordato Gabriele Valle, la presentazione del Diccionario panhispánico de dudas (2005) che, oltre a diffondere le alternative agli anglicismi rappresenta un punto di riferimento per l’omogeneità della lingua in tutti i Paesi ispanici, è avvenuta dinnanzi a tutti i giornali più importanti, che sottoscrissero un accordo:

“Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa”.
(“Lʼesempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: lʼitaliano e lo spagnolo a confronto”, p. 757).

In Italia, i mezzi di informazione sembrano invece piuttosto irresponsabili e poco consapevoli del loro ruolo storico nell’unificazione dell’italiano che oggi depauperano. O più probabilmente ne sono perfettamente consci, ma la loro visione della modernità è quella dei collaborazionisti dell’itanglese.

Anche l’Académie Française opera per la creazione di alternative agli anglicismi e per la loro diffusione, al contrario di quanto fa la Crusca, e in Francia esiste la legge Toubon che impone il francese – lingua inserita nella Costituzione – nel linguaggio istituzionale e in quello del lavoro. In questo Paese capita che intellettuali come il filosofo Michel Serres accusino la classe dirigente che abusa dell’inglese – e non certo nel linguaggio istituzionale, perché sarebbe impensabile – di essere dei “collaborazionisti”:

“Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”
(Contro i bei tempi andati, Bolati Boringhieri 2018).

Da noi queste parole appaiono estremiste, perché la nostra classe dirigente è formata sempre più da chi è colonizzato: i collaborazionisti hanno occupato le posizioni centrali e impongono la nuova lingua dominante, a cominciare della sinistra che ha perso ogni contatto con le “masse” e ogni spirito critico nei confronti degli Stati Uniti, per finire con i “sovranisti” che però praticano l’itanglese.

E allora forse dovremmo essere davvero internazionali, che non significa avere la testa soltanto oltreoceano, ma guardare a cosa accade negli altri Paesi, a cominciare da quelli vicini.

Il ricorso all’inglese ridicolo e devastante

Piero Bevilacqua, nell’aderire alla petizione, ha dichiarato:

“Lo sciocco narcisismo con cui giornalisti, uomini politici, personaggi dello spettacolo esibiscono il loro inglese orecchiato, va denunciato con le armi della critica come un fenomeno di inferiorità culturale. Chi crede di apparire più colto ricorrendo a termini inglesi – che spesso sono di origine neolatina – ignora la ricchezza e grandezza della lingua italiana e perciò esibisce non la propria cultura e il proprio essere aggiornato, ma la propria ignoranza. Il ricorso a una lingua straniera, quando esistono equivalenti italiani, spesso semanticamente più ricchi e vocalmente più musicali, rivela un fondo di servilismo da popolo colonizzato, che svaluta la storia della propria lingua, cultura, civiltà. Perciò chi si fa strumento della creazione di un immaginario nazionale subalterno va criticato aspramente, additato come responsabile di un danno di immagine procurato al Paese, portatore di un messaggio diseducativo e fuorviante alle nuove generazioni.”

Sottoscrivo ogni parola di Bevilacqua e voglio provare a esemplificarne il senso e ad aggiungere ulteriori elementi.

Credo che la situazione italiana sia pericolosa, per la nostra lingua e cultura, perché non esiste alcuna resistenza né reattività davanti all’espansione dell’inglese globale. Al contrario, la nostra classe dirigente sembra agevolarla dall’interno, operando scelte lessicali anglomani davanti a tutto ciò che è nuovo a costo di ricorrere agli pseudoanglicismi (come smart working o navigator). Basta che suoni inglese, insomma, anche se non lo è affatto.

In questa follia, in questa mania compulsiva elevata a strategia comunicativa (non sempre consapevole) ciò che sta accadendo travalica quello che si può spiegare con le categorie ingenue e datate del “prestito” che molti linguisti ancora utilizzano senza riuscire a comprendere cosa ci sta accadendo. Siamo in presenza di uno “tsunami anglicus”, per citare Tullio De Mauro, cioè a un travaso dell’inglese di ben altra portata.

Gli anglicismi non sono più poche manciate di semplici parole isolate (“prestiti”) che importiamo perché non ne abbiamo di nostre (e non vogliamo né tradurre, né italianizzare, né reinventare con neologismi autoctoni) o perché ci appaiono più prestigiose ed evocative. Siamo in presenza di un’emulazione basata sulle ricombinazioni di radici inglesi che si ricompongono in modo virale e generano un quantità di anglicismi che sfugge ormai alla possibilità di ogni classificazione (ne ho parlato in un articolo sul portale Treccani).

Invece di parlare di fondi per la ripresa, durante la pandemia i politici e i giornali hanno scelto di utilizzare l’espressione inglese recovey fund. Il risultato è l’imposizione alla gente dell’ennesimo anglicismo che battezza un nuovo concetto attraverso un’espressione che viene trapiantata come fosse un nome proprio insostituibile, poco trasparente non solo alle masse, ma persino agli stessi trapiantatori che spesso la storpiano in modo errato, perché sono i primi a non conoscerla. Penso all’onorevole Gelmini che alla Camera ha pronunciato sistematicamente “recovery FAUND” e non “FAND” (lo si può ascoltare qui, al minuto 1,35 circa), come se fosse scritto “found” (inglese: not found! ). Questo non vuole essere un attacco politico, né personale, l’onorevole è in buona compagnia di altri colleghi parlamentari di ogni schieramento e anche di numerosi giornalisti che hanno sfoggiato la stessa dizione in tv e persino nello scrivere (vedi primo riquadro dell’immagine sotto).

E allora a che giova ostentare questo tipo di inglese maccheronico?

recovery

Purtroppo non finisce qui. Al ridicolo si aggiunge il deleterio.
L’introduzione di recovery fund diventa popolare perché ripetuto in modo martellante e senza alternative, e questo porta all’assimilazione di recovery che prende vita e produce altre ricombinazioni a catena dove tutto va bene, basta che non sia italiano. Si parla perciò anche di recovery bond, visto che le obbligazioni sono sempre più spesso bond, dagli eurobond ai coronabond, ma si trovano anche: recovery instrument, recovery initiative, recovery strategy, e alla fine Di Maio se ne esce con la necessità di un recovery plan, su cui ironizza Giorgio Comaschi in una delle sue pillole in video, che radica recovery ma anche il parlare di plan invece che di piano in una rinuncia all’italiano sempre più ampia.

In questo ricorso alle ricombinazioni di radici inglesi accade perciò che nasca la regola istintiva del “covid + N”, dove “N” sta per qualunque cosa purché sia inglese. I covid hospital, invece che ospedali covid, consolidano l’abitudine a invertire le parole all’inglese, ma anche a far circolare hospital invece di ospedale (come del resto si parla di day hospital al posto di ospedale diurno). E così dilagano i covid pass che prima si indicavano con patente di immunità, spuntano i covid manager, si legge della ristrutturazione dei locali in modo covid free, e tra covid test e covid stress, l’ultimo arrivato da pochi giorni nella famiglia è il covid like.

Lo stesso vale per lo smart working, che nonostante sia uno pseudoanglicismo diffuso solo in Italia, diventa il modello per la smart-didattica, espressione inesistente sino a un mese fa e che oggi comincia a farsi strada.

smat didattica
Fino all’1 marzo 2020 “smart-didattica” compariva in questi soli 3 articoli in tutte le notizie della Rete.

Negli ultimi vent’anni l’espressione era stata azzardata in solo 3 articoli presenti in tutte le notizie italiane della Rete, ma negli ultimi due mesi è stata usata 1.150 volte. La logica è quella della bat-mobile e della bat-caverna, dei Barpapà e del barbatrucco, ma purtroppo non c’è nulla di ironico. È tutto tragicamente reale.

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Le 1.150 occorrenze di “smart didattica” nelle notizie in Rete al 19/5/20

 

In questo “servilismo” ridicolo da popolo colonizzato si trova ormai di tutto, è uno straparlare che assomiglia a una gara a chi spara più anglicismi e a chi riesce a depauperare maggiormente il nostro lessico. E tra il grocery e lo shelf life contro cui si scaglia Giorgio Comaschi, probabilmente destinati a rimanere degli occasionalismi, si fa strada la staycation che ci regala la Repubblica (e tante altre riviste digitali) che potrebbe invece radicarsi e diventare il tormentone dell’estate (dopo le prime apparizioni sui giornali di qualche anno fa che non si sono affermate).

staycation

Ecco dove sta andando l’italiano. Questo non è un fotomontaggio, è una pubblicità vera (grazie a Giampaolo Donini che me l’ha mandata). E cosa rimane della nostra lingua?

pubblicità

È questa la lingua che vogliamo? È questo il futuro dell’italiano?

Intanto, diciamolo forte a tutti i “negazionisti”: questo è già il presente, e forse è arrivato il momento di fermarci.

Ho chiamato questa anglomania ormai fuori controllo “la strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi alla romanità, che evidentemente consideravano qualcosa di più moderno o superiore alla propria meravigliosa cultura, fino a farsi assimilare e fino a scomparire.

Ecco il perché della petizione #litalianoviva, ed ecco perché mi pare così bello e importante vedere insieme alla gente comune anche gli intellettuali, i docenti universitari o gli artisti che rappresentano una buona alternativa alla classe egemone. Tutti aggregati nello stesso obiettivo di non abbandonare le nostre radici, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra lingua possiamo dare vita a una battaglia che vale la pena di combattere.

 

PS
Sulla differenza nel trattare gli stessi anglicismi tra Corriere della Sera, El País e Le Monde consiglio questo breve video di Cinzia Filannino, una studentessa che ha compiuto una ricerca semplice quanto significativa.

#litalianoviva: la “spedizione” dei 1.000 firmatari

Voglio ringraziare gli oltre 1.000 cittadini che in soli 3 giorni hanno spedito le loro firme e sottoscritto la petizione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere di non usare anglicismi nel linguaggio istituzionale e per avviare una campagna mediatica per la promozione dell’italiano e contro l’abuso dell’inglese.

Mi pare una partenza incoraggiante, e per farci ascoltare dobbiamo continuare così e “salire al firmamento“.

Prego tutti non solo di firmare, ma anche di diffondere l’iniziativa (lo strillo per la Rete è #litalianoviva, clicca qui → per saperne di più e vedere i 12 promotori), per far sapere a tutti della sua esistenza.

Più saremo, e più avremo la forza di farci ascoltare!

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Da anni denuncio e combatto da queste pagine, e non solo da qui, l’anglicizzazione della nostra lingua con ogni mezzo.

Oggi però voglio dare la parola a voi.

Di seguito riporto alcuni dei tanti commenti arrivati insieme alle firme, con le motivazioni e le frasi che mi hanno maggiormente toccato. Ce ne sarebbero anche tante altre, non posso riportarle tutte (chi non si ritrova non me ne vorrà).
Grazie!

 

La parola ai firmatari

Guia Risari (scrittrice)
È bello parlare l’italiano ed è bello parlare l’inglese. Utilizzare un gergo inglese per parlare di quel che la gente dovrebbe capire è un’operazione scorretta e ridicola.

Riccardo Marrone
È vergognoso che politici e giornalisti che dovrebbero farsi capire dalla gente, si riempiano invece la bocca di parole inglesi. È ora di finirla.

Leonardo Ottoboni
Sono un studente del liceo linguistico. Amo follemente le lingue e soprattutto la mia lingua madre. Ogni lingua ha una propria espressività, anima, colorazione, e il fatto che le lingue si influenzino tra loro è bellissimo e utile, ma deve avvenire correttamente, affinché esse non si snaturino. Preserviamo la salute e la bellezza del nostro idioma, affinché possa evolversi verso la modernità mantenendo la sua meravigliosa armoniosità, per cui è apprezzata e studiata nel mondo!

Caterina Zuccaro (Roma)
Gli eccessivi anglicismi sono frutto di pigrizia mentale, provincialismo culturale e crassa ignoranza della lingua italiana. Le cause sono diverse, ma una delle principali è la insufficiente capacità di istruzione e formazione della scuola. È curioso poi che chi li usa e li propina su media e social spesso non conosce abbastanza neanche l’ inglese…

Vincenzo Ciaccio
Mi infastidisce enormemente sentire in televisione, da parte specialmente degli operatori dell’informazione, l’uso di termini inglesi, più o meno decodificabili, seguiti subito dopo dalla traduzione italiana. Le parole italiane per descrivere quel concetto esistono. Allora perché usare l’inglese? Io la risposta ce l’ho: pochezza!

Carlo Fizzotti
Pur amando l’inglese, deploro l’utilizzo di anglicismi nella lingua italiana, stupenda com’è e come deve continuare a essere.

Paola Barberis (Torino)
Sono insegnante e traduttrice, e per me fa parte dell’etica professionale usare la mia lingua ogni volta che posso.

Carlo Fizzotti
Pur amando l’inglese, deploro l’utilizzo di anglicismi nella lingua italiana, stupenda com’è e come deve continuare a essere.

Giacomo Gabriele Bianchi
L’italiano è una lingua eccezionale nel senso stretto della parola, nonché la lingua madre della più vasta letteratura nel mondo. È creativa e piena di note armoniose e forgia delle menti che rispettano queste qualità, che fanno dell’Italia e del suo Popolo la patria dell’Umanesimo e una discriminante dell’arte e della cultura nella storia mondiale. Con tutto questo valore, questo onore e questa responsabilità, quale motivazione può mai spingere ad adottare sempre più termini di una lingua i cui stessi primi utilizzatori elogiano dopo l’Italiano? Solo una cieca attitudine a rinunciare alla propria identità e libertà può muovere una pigra popolazione a siffatta abitudine. Per tale ragione firmo questa petizione: per mostrare amore verso quella vastità di tesori che mi ha arricchito come umano e perché in quanto Italiano, sono tenuto a difendere e supportare umanamente il mio Stato, con tutte le sue componenti. Viva l’Italiano!

Barbara McGilvray (Australia)
I’m signing because as a translator and longtime italophile I’m very concerned about the increasing use (and often misuse) of English words in Italian, including in many instances where a perfectly good Italian term already exists. We must do whatever we can to preserve the beauty of the Italian language. [Firmo perché come traduttrice, e italofila da molto tempo, sono molto preoccupata per l’uso crescente (e spesso l’abuso) di parole inglesi in italiano, compresi i molti casi in cui esistono termini italiani perfettamente utilizzabili. Dobbiamo fare tutto il possibile per preservare la bellezza della lingua italiana.]

Mario Nardi
L’Italia possiede il 70% del patrimonio storico, artistico, musicale rispetto al resto del mondo e questo patrimonio deve essere portato con orgoglio non asservito a mode inutili e dannose.

Thomas Benedikter
L’inflazione di anglicismi è insopportabile. Ciò vale anche per altre lingue come il tedesco, la mia lingua materna. Anzi, è ancora peggio.

Sara Monti
Le lingue straniere vanno studiate ma NON usate a sproposito o in sostituzione della nostra. È ridicolo. Sostengo questa causa!

Alberto Vitale
Parlando 5 lingue dico che quella italiana resta sempre la più melodica e la più invidiata all’estero, così come lo è la nostra cucina. Non a caso la parola più usata al mondo (pizza) è italiana e rappresenta una nostra specialità culinaria. Non lasciamo che il nostro patrimonio linguistico venga snaturato.

Enrico Gaetano Borrello
Non voglio essere colonizzato linguisticamente.

Rossana Ottolini
Non ne possiamo più di non capire coloro che dovrebbero informarci.

Paolo Ziani
Almeno le istituzioni e le leggi dovrebbero usare solo l’italiano

Gianmarco Bellodi
Usano le parole inglesi al posto di quelle della lingua nazionale per compensare il senso di inferiorità generato dall’endemico ritardo nella conoscenza delle lingue straniere, diffuso a livello nazionale. Ma non ottengono altro che rendersi ridicoli.

Chiara Cazzaniga
Ascoltando i politici a volte si fa fatica a capire il significato delle frasi! Un po’ più di trasparenza ci vorrebbe proprio.

Riccardo De Benedetti
L’italiano non è solo la mia lingua e quella di tutti gli italiani, ma è in particolare una lingua nata dalla letteratura. Come tale, esso fa legittimamente parte del nostro patrimonio artistico. Traduciamo gli anglicismi. Oppure, laddove suonassero male, impariamo a creare dei neologismi. Parole nuove, ma dette in italiano, una lingua che offre immense possibilità, in virtù di una grammatica sofisticata, parole musicali e tanti sinonimi e sfumature che s’identificano in un singolo vocabolo. In tal modo, esso tornerà a crescere in modo sommo e significativo.

Vitaliano Angelini
Non è bello sentire chiamare il David di Michelangelo “Devid” e ancor meno la Nike di Samotracia “Naike”.

 

E per concludere (anzi nessuna conclusione, è solo l’inizio!): una nuova trasmissione di Fabio Bernieri (Douglas Mortimer) che ha parlato della petizione sul Tubo.

 

Basta anglicismi nel linguaggio istituzionale! Firma la petizione “Viva l’italiano” #litalianoviva

Se non ne puoi dell’abuso di anglicismi, è arrivato il momento di passare dai lamenti all’azione!

dito nota bene okFirma subito anche tu la petizione per tutelare la lingua italiana contro l’abuso dell’inglese!

 

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Un piccolo gruppo di intellettuali, linguisti, scienziati, professori universitari, attori e cittadini ha deciso di unirsi e attivarsi per il bene dell’italiano e di chiedere al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di adoperarsi per escludere gli anglicismi dal linguaggio istituzionale e di promuovere una campagna per la promozione del nostro patrimonio linguistico e contro l’abuso dell’inglese.

Troverai la petizione nel collegamento sotto e anche sul sito di suppporto dove ci sono maggiori informazioni.

 

Unisciti a noi!

Firma e invita tutti a firmare e diffondere questa iniziativa ai propri contatti, chiedendo di firmare e di diffondere…
Il cancelletto (hashtag) che servirà da parola d’ordine in Rete è: #litalianoviva.

attenzione 100Se qualcuno dei tuoi contatti non ha accesso a Internet puoi dirgli di spedire una lettera cartacea con scritto: “Aderisco alla petizione Viva l’italiano #litalianoviva!” che dopo essere stata firmata (e integrata da eventuali commenti o motivazioni) si può inviare a:

Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Palazzo del Quirinale, Piazza del Quirinale, 00187 Roma.

 

Istruzioni per firmare
(come salvare l’italiano in 1 minuto e 5 passi)

■ 1) Vai a questa pagina: https://www.change.org/p/sergio-mattarella-basta-anglicismi-nel-linguaggio-istituzionale-viva-l-italiano-litalianoviva
■ 2) Inserisci nel campo a destra: nome, cognome e indirizzo di posta elettronica (email).

Conconsigliosiglio: Per il rispetto della tua privatezza (privacy) puoi spuntare: “No. Non voglio sapere se ci sono novità su questa e altre importanti petizioni.” In questo modo non verrai profilato dalla piattaforma che non ti potrà mandare comunicazioni (a parte la conferma della firma).

Puoi scegliere che il tuo nome (solo quello, non il tuo indirizzo di posta) sia visibile a tutti e puoi lasciare un commento; se preferisci rimanere anonimo puoi spuntare la casella: “Non mostrare il mio nome e il mio commento su questa petizione”.
■ 3) Clicca “Firma” ed evita di lasciare contributi (noi non chiediamo nulla).
■ 4) Vai nella casella di posta e cerca il messaggio di Change.org che dovrai confermare (attenzione: potrebbe arrivare nella cartella “Promozioni”).
■ 5) A questo punto la firma si può attivare. Ti arriverà un ultimo messaggio della piattaforma con il ringraziamento dell’avvenuta firma e l’invito a condividere. Vedi tu.
Se hai spuntato l’opzione di non essere contattato non riceverai altre comunicazioni.

 

I promotori (la pulita dozzina)

Di seguito l’elenco dei promotori (in ordine di adesione) che hanno deciso di “metterci la faccia”.

Antonio Zoppetti: redattore, saggista, insegnante.
“La mia preoccupazione per l’eccessivo aumento dell’inglese
è basata su numeri e statistiche.”

Antonio Zoppetti
Alternative Agli Anglicismi: https://aaa.italofonia.info/
Sito: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/


Giorgio Cantoni: fondatore del portale Italofonia,
lavora presso una multinazionale informatica californiana (Usa).
“Italiano e inglese: due ingredienti che trovo ottimi separatamente
ma indigesti se mischiati.”

Giorgio Cantoni
Sito: https://italofonia.info


Fabio Bernieri, in arte Douglas Mortimer: divulgatore, consulente, formatore.
“L’italiano è una lingua raffinata ed elegante:
contaminarla con l’abuso di anglicismi ne corrompe la sua nobile natura. Tuteliamola!”

Fabio Bernieri Diuglas Mortimer

Sito: https://www.douglasmortimer.it
Canale YouTube: https://www.youtube.com/user/DouglasMortimer74/
Profilo Instagram: https://www.instagram.com/douglas_mortimer_official/
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/douglas.mortimer.ufficiale


Maria Luisa Villa: già professore ordinario di Immunologia, Università degli Studi di Milano, socio corrispondente dell’Accademia della Crusca,
autrice di libri di divulgazione scientifica.
“Conosco altre lingue, ma penso in italiano.”

Maria Luisa Villa


Luigi Quartapelle: professore di Fisica e Dinamica dei Fluidi.
“Se parliamo in italiano, invece che in ‘itanglese’,
rischiamo di capirci – pensate – persino con tutti gli altri.”

Luigi Quartapelle


Gabriele Valle: Saggista, traduttore, docente.
“In spagnolo gli anglicismi non sono così numerosi e frequenti come in italiano.
E se seguissimo l’esempio della nostra lingua sorella?”

Gabriele Valle

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/ItalianoUrgente
Sito: http://www.italianourgente.it/


Corrado d’Elia: attore, regista, autore.
“Difendiamo la lingua italiana, il nostro più grande patrimonio!

Corrado d'Elia

Sito: http://corradodelia.it/corrado-d-elia
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/corradodelia1
Canale YouTube: https://www.youtube.com/user/cdlibero/videos


Giorgio Comaschi: attore, scrittore, giornalista.
“Di dove sei? E allora parla come sai!”

Giorgio Comaschi

Sito: http://www.giorgiocomaschi.it/
Pagina Facebook; https://www.facebook.com/gcomaschi
Profilo Instagram: giorgiocomaschi6269
Canale YouTube: Giorgio Comaschi


Graziella Tonon: poetessa, già ordinario di Urbanistica.
“Ogni parola che cede il passo all’inglese veicolare è una possibilità in meno che abbiamo: è una parte di noi, della nostra storia e della nostra identità che se ne va.”

Graziella Tonon


Giancarlo Consonni, poeta, prof. emerito di Urbanistica.
“Come scriveva Ludovico di Breme nel 1819,
quanto più una lingua è ‘ricca, gentile, flessuosa, urbana’ tanto più elevato è il suo contenuto di civiltà: è questo legame che va preservato e coltivato.”

Giancarlo Consonni


Piero Bevilacqua: storico, scrittore,
già ordinario di storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma.
“Dobbiamo criticare aspramente l’attuale servilismo da popolo colonizzato
che svaluta la nostra lingua, cultura e civiltà.”

Piero Bevilacqua


Giorgio Kadmo Pagano: artista e teorico dell’arte,
architetto, giornalista ed esperto di Economia linguistica.
“La corruzione linguistica è più dannosa di quella economica, dobbiamo decolonizzare l’Italia.”

Giorgio Pagano

Siti: www.kadmo.eu;
www.era.ong.


Unisciti a noi subito:
basta firmare per fermare (l’inglese) e basta diffondere per difendere (l’italiano)!

Non farai un favore a noi ma alla lingua italiana!

GRAZIE!


Abbiamo aperto un canale YouTube!

Ecco i primi video

Il passero single

L’inferno dell’itanglese di Corrado d’Elia

O darling ciao!

Gli strali di Giorgio Comaschi

Metti la faccia anche tu!
Mandaci un video di massimo trenta secondi in cui spieghi perché hai firmato, perché aderisci o quello che vuoi. I più belli saranno pubblicati sul Tubo!


Questo è il nostro “gagliardino” (banner), il nostro logo con il motto (slogan) e il cancelletto (hashtag) #litalianoviva che invitiamo tutti a copiare, a diffondere, a pubblicare sulle pagine in Rete con il collegamento (link) a questa pagina, al sito di supporto o direttamente a quella della petizione.

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Formato gigante: 879 x 245

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Grande: 600 x 290

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Medio: 300 x 145

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Piccolo: 200 x 96

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Microscopico: 150 x 72

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La temperatura percepita, la scure del tempo… e i numeri degli anglicismi

“Espressioni inglesi ne sentiamo molte: dalla radio, dalla tv, dai giornalisti, dai politici. Ma quante ne usiamo davvero nel nostro parlato quotidiano?
La situazione può essere paragonata alla temperatura percepita (…). Come ci hanno spiegato più volte i meteorologi, a una temperatura obiettiva (misurabile con il termometro), corrisponde – nelle calde giornate d’estate – una temperatura percepita più alta, perché condizionata dal notevole tasso di umidità. Quello che avviene per gli anglicismi non è molto diverso: una presenza obiettiva contenuta in percentuali fisiologiche viene avvertita come preoccupante, perché amplificata dal frastuono mediatico.”
Dalla prefazione di Giuseppe Antonelli a Gli anglicismi, di Riccardo Gualdo a p. 8.

Giuseppe Antonelli ha ribadito questa interpretazione in innumerevoli altri scritti, e la sua conclusione è che è tutta “un’illusione ottica”.

Ho sempre trovato l’analogia con la “temperatura percepita” infelice e controproducente. È infatti la temperatura percepita a farci stare male. Non a caso, nelle giornate estive più infernali, i ricoveri e i decessi aumentano proprio durante i picchi di calore umido. Il termometro non è lo strumento più adatto per stabilire la “realtà” delle cose nel caso della salute, segna una misura che non è affidabile perché mancano i parametri che contano.

Non lo so quanti anglicismi si usino nel “parlato quotidiano”, io ne sento tanti. E poi quale parlato? Quello familiare dove a volte si usa il dialetto? Quando andiamo al lavoro dove l’aziendalese coincide ormai con l’itanglese puro? In quali zone geografiche? In quali fasce sociali?

Comunque sia, questa idea per cui la nostra lingua sarebbe salva perché nel “parlato quotidiano” non useremmo anglicismi si scontra con il fatto che l’italiano è una lingua tradizionalmente scritta, e l’unificazione del parlato è un fatto recente che ha meno di un secolo. Nasce con l’epoca del sonoro, con la radio, il cinematografo e poi la televisione. Solo intorno agli anni Cinquanta si registra un sostanziale abbandono dei dialetti (che poi questo sia un bene o un male è un’altra faccenda). E i mezzi di informazione non si possono liquidare come qualcosa di marginale e a sé stante. Sono loro che hanno unificato l’italiano parlato e che oggi lo stanno anglicizzando.
Un gigante come Pasolini, in questo filmato del 1968. ha sintetizzato benissimo la differenza tra italiano parlato, letterario e il ruolo dei mezzi di informazione.

Allora l’italiano era ancora “unitario” e tutto sommato basato sui modelli letterari del passato, ma Pasolini rilevava che il cambiamento in atto era l’apparire di un nuovo italiano tecnologizzato, che arrivava soprattutto dai centri industriali del Nord, i nuovi centri di irradiazione della lingua. Oggi Milano è la capitale dell’itanglese e il linguaggio tecnologico è fatto di parole inglesi. Se Pasolini fosse vivo lo potrebbe spiegare molto meglio di me.

Per capire cosa sta succedendo basta guardare l’informatica. La metà delle parole così marcate nel Devoto Oli sono in inglese puro, e da lì si sono riversate nel linguaggio comune (mouse, computer, web, tablet, chat…).

Se negli anni Sessanta furono proprio i linguisti a dare addosso a Pasolini per la sua lucida intuizione sul nuovo italiano tecnologizzato, con il senno di poi oggi sono tutti concordi con lui nel riconoscere che la lingua comune si sta arricchendo sempre più di parole che provengono dai lessici specialistici. E dire che l’italiano non è intaccato dall’inglese tranne in alcuni settori come l’informatica e il linguaggio mediatico, a cui bisogna aggiungere almeno quello economico, del lavoro, della scienza, della pubblicità, del cinema… mi sembra un po’ bizzarro. Se si tolgono tutti questi ambiti cosa rimane dell’italiano? La risposta si può trovare nelle parole di Luca Serianni:

“Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali”.

Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Firenze, Società Dante Alighieri, durante il convegno del 25 febbraio 2015.

Le stesse cose che scrive anche Gian Luigi Beccaria:

“Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina”.

Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116.

Il numero e la frequenza delle parole inglesi

Nel 2016 Antonelli scriveva:

“All’inizio degli anni Settanta, l’incidenza degli anglicismi integrali era al di sotto dell’1% del patrimonio lessicale dell’italiano; oggi – stando a quanto si può ricavare da tutti i principali dizionari dell’uso – non raggiunge il 2%”.
L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino 2016, seconda edizione p. 19.

Ma non era preoccupato per questo raddoppio, la conclusione era che si trattava di numeri contenuti. Oggi però, nel 2020, scrive:

“La percentuale complessiva di parole inglesi presente nei principali dizionari italiani non supera il 3%.
Prefazione” a Gli anglicismi, di Riccardo Gualdo a p. 7.

Nel 2016 gli anglicismi erano meno del 2% e oggi sono meno del 3%, i numeri cambiano, raddoppiano, triplicano, ma la conclusione è sempre la stessa: niente di cui preoccuparsi! Anche Serianni e De Mauro non erano preoccupati dai numeri, negli anni Ottanta, ma dalla metà del Duemila hanno cambiato idea, visto che la situazione è completamente mutata.
Antonelli riconosce che il 50% dei neologismi del Nuovo millennio sono parole inglesi, ma più che essere allarmato si chiede: “Ma quante di queste rimarranno nell’uso?”

La domanda retorica sottinende: pochissime! Eppure non trovo i dati per giustificare questa ipotesi.

È vero invece, per citare Serianni, che tutti i neologismi – non solo gli anglicismi – sono effimeri, come girini di cui solo pochi riusciranno a diventare rane adulte (Luca Serianni, Il lessico, Rcs, 2020). Si potrebbe allora concludere che l’obsolescenza non riguarda solo gli anglicismi, ma anche le parole italiane, e in questa ipotesi il rapporto del 50% rimarrebbe invariato. Purtroppo non credo che sia così. Sono più pessimista.

Se andiamo a vedere quali sono questi neologismi e questi nuovi anglicismi scopriamo che le parole inglesi appaiono ben più solide dei neologismi a base italiana. Serianni analizza a campione i neologismi della lettera A del Devoto Oli che ha curato, mostrando che non ci sono parole primitive, sono tutte composte (anarco-inserruzionalista) o derivate (africaneria). Se non siamo più capaci di inventare parole nostre, a mio parere, è proprio perché le importiamo dall’inglese e basta, e infatti gli anglicismi della lista sono quasi tutti “primitivi” e tra questi spiccano “i termini legati all’informatica e all’elettronica, tutti di origine inglese” (ivi, p. 55). Dunque, se la metà dei 608 neologismi dell’ultimo Devoto-Oli è in inglese, bisognerebbe aggiungere che rispetto alle nostre parole sembrano ben più stabili.

“Forse tra un paio di generazioni anche badge, competitor, sneaker saranno diventate parole ‘vintage’ e finalmente torneremo a dire tesserino, concorrente, scarpe da ginnastica”.
Giuseppe Antonelli, Il museo della lingua italiana, Mondadori 2018.

Non riesco a comprendere da dove venga questo ottimismo che presuppone che la “scure del tempo” falcidierà le parole inglesi, perché non è supportato da alcun dato. Pensare che quello che accade oggi con l’inglese sia paragonabile all’epoca in cui era il francese la lingua che ci ha influenzati maggiormente non è sostenibile. I due fenomeni sono profondamente diversi, per numero, penetrazione, ambito, diffusione e rapidità. Le parole inglesi entrate negli ultimi 50 anni non stanno affatto scomparendo. Ho confrontato l’elenco dei 1.600 anglicismi del Devoto-Oli 1990 con gli oltre 3.500 dell’edizione 2017, e ho scoperto che sono più che raddoppiati ma ne sono usciti solo meno di 70 (Diciamolo in italiano, Hoepli 2017 p. 96). Non vedo questa obsolescenza presunta. Anzi: nel 1990 erano spesso dei tecnicismi (dal gioco del golf o del bridge al linguaggio militare); quelli del 2017 sono invece maggiormente parole comuni, si trovano tranquillamente sui giornali, e sono sempre meno specialistici.

Se si passa dal loro numero alle loro frequenze, cioè a quanto si usano, le cose non vanno meglio.

Nel 2016 Antonelli (L’italiano nella società della comunicazione 2.0) si appoggiava alle marche del Gradit di De Mauro (credo l’edizione del 1999) e concludeva che gli anglicismi erano solo lo 0,08% delle parole comuni. Ma questo numero oggi va rivisto totalmente, gli anglicismi comuni, secondo i miei calcoli, sono quasi 2.000 (li potete trovare qui), ma anche a dire che i miei criteri son partigiani, sfido chiunque a trarne una lista che ne annoveri meno di 1.500. Dunque, se le parole comuni, come stimava De Mauro, sono circa 40.000, le percentuali sono molto più alte, intorno al 3% o 4%.
Se si passa dalle parole comuni a quelle “di base” cioè quelle poche che formano oltre il 90% dei nostri discorsi, secondo gli studi sulle frequenze di De Mauro, oggi sono decuplicati rispetto agli anni Ottanta e rappresentano l’1,7% o l’1,8% (sono 129 su 7/7.500 parole, come ho calcolato io stesso e come è riportato proprio nel libro di Gualdo di cui Antonelli ha scritto la prefazione).

Se è difficile dire come parliamo, è più facile vedere come scriviamo, soprattutto in Rete, dove ciò che si legge è spesso molto simile a quello che nota Giorgio Comaschi.

 

Gli anglicismi dei giornali

Tornando ai giornali e al loro ruolo di irradiazione dell’inglese nel “linguaggio parlato”, basta vedere cosa è successo nel 2017 con l’espressione “fake news”, nata dal virgolettare un’espressione di Trump (che oggi le bufale le fabbrica con l’ipotesi del “virus cinese”). L’espressione è finita sulla bocca di tutti nel giro di poche settimane proprio perché i giornali da quel momento in poi hanno detto solo così. La stessa cosa è accaduta nell’ultimo mese con parole come lockdown o smart working. Il picco di stereotipia mediatico ossessivo ci ha fatto perdere la cognizione del tempo, al punto che ci chiediamo come tradurre queste espressioni senza nemmeno più ricordarci come parlavamo due mesi fa! Ho ricostruito questa storia in un articolo sul sito Treccani, ma basta aprire i giornali per rendersi conto di come influenzino il nostro modo di parlare.

corriere 9 maggio

Questa fotografia mostra la reale successione di tre articoli del Corriere.it (9/5/20).

Smartworking, bonus (sarebbe latino, ma l’abbiamo importato dall’inglese), under + qualcosa, ok, crash test, bipartisan, selfie, lockdown, leader. Non si può sostenere che non siano parole comuni.

La correlazione tra lingua dei giornali e lingua che usiamo mi pare evidente e innegabile. Così come l’invadenza dell’inglese che raggiunge l’apice proprio perché è urlata nei titoli. Questa rassegna stampa di Giorgio Comaschi è significativa, e sottoscrivo ogni sua parola, turpiloquio compreso (come mi ha confessato anche un amico linguista dai modi di solito molto urbani).

Di queste pillole si potrebbe fare un vocabolario in video, il dizionario dello “squasso delle pugnette inglesi” come dice l’autore: dalle notizie in primo piano come il lockdown o il body shaming della Bottero, alle parole comuni e meno comuni come wedding planning, brieffing e advertising, recovery, endorsement e crodwfunding, influenzer, drescod, lochescion e pugnette.

Ma se Comaschi esercita la sua comicità boccaccesca con la veemenza di Cecco Angiolieri e un linguaggio che piacerebbe all’Aretino, a prendere posizione contro l’abuso dell’inglese c’è anche chi ha fatto dell’eleganza e della raffinatezza la propria immagine, con uno stile più simile a quello di Giovanni Della Casa autore del Galateo. Sto parlando del Tubista influente Fabio Bernieri (temo che non mi perdonerebbe mai questa etichetta al posto di youtuber e influencer), dallo pseudonimo di sapore anglofono Douglas Mortimer (ma è un riferimento a un personaggio dei film di Leone). Non è certo un tipo che si fa problemi a usare qualche anglicismo, eppure anche lui si è reso conto dell’esagerazione in atto, e anche se di solito si occupa di tutt’altro, ci ha regalato una divulgazione del problema di rara chiarezza e di grande spessore.

Che cosa hanno in comune questi due Tubisti dallo stile così agli antipodi? Entrambi percepiscono la stessa “temperatura”, e forse non sono loro le vittime di un’illusione ottica. La stessa temperatura è sempre più avvertita da qualche tempo con fastidio anche nella Rete e tra la gente. Lo hanno capito tutti che l’inglese ha sorpassato ogni limite, tutti tranne forse solo quelli che continuano a usarlo e ad abusarlo per ostentare la loro superiorità che appare sempre più ridicola, invece che autorevole e moderna. A cominciare dai giornalisti, i politici e i collaborazionisti dell’inglese globale che occupano i posti di prestigio nel mondo professionale.

E allora…

e allora continua nella prossima puntata.

Tormentoni e anglo-tormentoni

Tormentoni Silverio Novelli
Silverio Novelli, Tormentoni, Rcs 2020

“Tormentone” è una parola di successo, a base italiana, che si diffonde a partire degli anni Ottanta. Nel suo libro, Silverio Novelli ne ripercorre le tante valenze e il significato a volte sfuggente e cangiante a seconda dei contesti. È una lettura che mi ha fatto riflettere sul fatto che anche l’inglese ricorre spesso in maniera ossessiva, appunto come un tormentone. Più che risolversi in una lista di espressioni o parole che ricorrono in modo martellante, mi pare che il tormentone anglicus consista nel ricorso all’inglese e agli anglicismi come una strategia che si ripete con la forza, talvolta inconscia, della coazione a ripetere. Se si analizzano gli anglicismi sbucati, diffusi o maggiormente utilizzati durante l’attuale pandemia, per esempio, tutto risulta più chiaro.

In un articolo uscito sul portale Treccani lo spiego meglio: “La panspermia del virus anglicus” (per chi fosse interessato).

 

Tormentoni non solo linguistici

Un tormentone può essere un simpatico ritornello e può mettere allegria (si potrebbe anche dire un refrain che, benché venga spesso pronunciato all’inglese, sarebbe una parola francese), ma deriva dal tormentare e dal tormento, e nasconde qualcosa che nel suo ripetersi in modo insistente può infastidire. Questa ambivalenza coinvolge appunto i tormentoni musicali, spesso estivi (personalmente devo ancora riprendermi dal pulcino Pio), quelli cinematografici (la boiata pazzesca di fantozziana memoria), pubblicitari (provare per credere) e anche molte altre tipologie che Novelli individua e classifica acutamente. Non è infrequente che da questi ambiti i tormentoni si riversino nella lingua e persino nei dizionari, ma non sono sempre e solo linguistici. L’autore ricorda proprio che tra i “memorabilia” esistono anche i “tormentoni scenici”. Risalgono almeno a un secolo fa e appartengono per esempio al genere delle comiche dei film muti, le “sitgh gag”, in inglese, cioè quelle scenette visive che ripercorrono anche il teatro di varietà e l’avanspettacolo. E infatti sui dizionari la parola “tormentone” viene associata al gergo teatrale proprio come “ripetizione ossessiva di una battuta o di un gesto”, anche se poi la sua dimensione linguistica si amplia alla ripetitività che si ritrova per esempio sui giornali. Aggiungerei anche nella Rete, dove oggi, soprattutto tra i giovani, va per la maggiore il meme, che in fondo è una forma di tormentone virale non necessariamente linguistico. Questo intreccio di lingua e gesti spicca per esempio nella consuetudine di specificare (cito da pvirgoletteag. 107):

Tra virgolette. Un’espressione a largo spettro, perché, volendo, viene accompagnata (o addirittura surrogata) dal gesto con le mani fatto dal doppio indice e medio sollevati a uncino, importato dal codice gestuale statunitense”.

Un anglicismo gestuale, si potrebbe definire. Mi ricordo che la prima volta che mi capitò di vederlo fu negli anni Novanta, mimato proprio da un collega di lavoro di Los Angeles. Tra gli altri anglicismi linguistico-gestuali tormentonici mi viene in mente almeno “dammi il cinque”, calco di “give me five” nato pare in ambienti sportivi d’oltreoceano e diventato popolare in italiano anche grazie a un tormentone musicale di Jovanotti, che del resto pensa positivo, più che positivamente (da think positive).

Se, nei Malavoglia, i torme ‘ntoni di Padron ‘Ntoni esprimevano attraverso i proverbi la cultura popolare non scolastica, oggi i tormentoni linguistici e le frasi fatte si ritrovano soprattutto nel linguaggio giornalistico con tutt’altra valenza. In tempi di virus a corona, ho già sottolineato come ricorrano con alta frequenza (per me nella loro accezione insopportabile e tormentante, ma va a gusti) frasi fatte come “città spettrali” o “misure draconiane”, che caratterizzano i picchi di stereotipia del linguaggio dei mezzi di informazione. Nel libro di Silverio Novelli se ne trovano tante, anzi, a iosa. “Morsa del gelo”, “ha riscosso l’unanime consenso”… espressioni cristallizzate che dilagano sulla stampa ma anche nel linguaggio politico-giornalistico (cito a proposito: “scendere in campo”, “entrare a gamba tesa”). I tormentoni non riguardano solo le espressioni, ma anche le singole parole, in una tendenza a utilizzare sempre gli stessi vocaboli che finiscono per diventare fastidiosi nel loro abuso, più che efficaci (il “troppo stroppia”, per usare il tormentone più adatto alla circostanza): l’inflazione di attimino, i plastismi, le parole di plastica che si adattano a ogni circostanza come assolutamente, allucinante, fantastico e poi le parole/espressioni che ricorrono come automatismi e “tic linguistici”. La galleria di questi vocaboli che ci tormentano, al tempo stesso orribili e meravigliosi, è “tanta roba” in questo libro accurato ma piacevole (non capita spesso in linguistica), perché ha uno stile scanzonato e ironico e non si “prende troppo sul serio” (e di queste matriosche che contengono gli stereotipi che allo stesso tempo svelano ce ne sono parecchie).

Non mancano, of course, le espressioni inglesi, talvolta foriere di prolificità, come il “mix di…”, un’espressione che da sempre scatena le mie personali allergie lessicali. Ricordo una revisione di un libro scritto soprattutto con frasi fatte e anglicismi, qualche tempo fa. Avevo trovato per 6 o 7 volte l’espressione “giusto mix”, che mi ero premurato di alternare con giusto “equilibrio”, “miscela”, “alchimia”, “ricetta”… Ma per l’autore, che credo non abbia troppo apprezzato i miei interventi, c’era solo un’espressione codificata. Tormentone e vocabolario limitato, si potrebbe concludere, eppure forse c’è qualcosa in più, qualcosa di legato psicologicamente ai meccanismi compulsivi ma anche una concezione della lingua nel suo aspetto monosemico.
C’è anche chi ama e preferisce il linguaggio precotto e le frasi idiomatiche, accanto a chi fa dell’individualismo espressivo e della creatività il proprio stile. Meglio usare la parola giusta, una parola per ogni cosa in una concezione chirurgica del lessico, o le parole in libertà che forzano i significati e si fanno ardite? Dipende dai contesti e anche dagli scrittori. Manzoni voleva far pulizia tra le troppe parole e forme per unificare l’italiano sul modello del fiorentino vivo, recidendo doppioni e regionalismi impuri che erano un di più che dava fastidio. Contemporaneamente, Tommaseo dava invece vita a uno dei primi dizionari dei sinonimi, considerati come una ricchezza. La stessa concezione che si ritrova in Gadda (“i doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni”).

tormentone
La frequenza di “tormentone” nelle statistiche di Google libri.

Il tormentone è tutt’altro rispetto al linguaggio preciso e appropriato, ma è ugualmente l’antitesi dei sinonimi e delle varietà linguistiche. E in questa diversa visione della lingua si inserisce molto bene anche la questione dell’inglese, così comodo, breve e sintetico nella sua portata monosemica che facilita le cose, soprattutto ai giornalisti, ai politici o ai tecnici (mouse non è un topo come in tutte le lingue del mondo o quasi, è il puntatore vicino alla tastiera, e in italiano diventa tecnico e monosignificato). Altre volte invece assume le sembianze di un plastismo. Anche questo semplifica la vita: il restyling di una casa, del marchio di un’azienda, delle rughe… o di una location, per citarne un altro. Insomma, l’anglicismo è versatile e per “tutte le stagioni”.

Tormentati dall’inglese

Nel leggere i tormentoni silverio-novelleschi mi ha colpito proprio l’alto numero di anglicismi che si incontrano, il mix e il remix, il consumer e il prosumer… E allora ho provato a chiedermi quanto inglese ci sia nei tormentoni, anche questo è un indice statistico da studiare che non avevo troppo considerato prima di questa lettura.

Provo a farlo spiritosamente, violentando l’intento del libro che non ha prese di posizione di questo tipo, ma consapevole che le cose leggere spesso nascondono quelle più profonde, sotto la punta del banco di ghiaccio (basta con ‘sti iceberg!).

In fondo al volume c’è un bel glossario. Non è un indice analitico vero e proprio, è solo una sintesi con

“i vocaboli e le espressioni (in prevalenza si tratta di tormentoni, ma anche no)”

su cui l’autore si è soffermato con maggiore attenzione.
Mi son messo a contare tutte queste parole/espressioni. Sono 235, e di queste 29 in inglese crudo a cui se ne aggiungono 4 frutto di ibridazione (brieffare, downloadare, flaggare e upgradare):

asap (acronimo di As Soon As Possible)
brand
celebrity
cool
friendly
green
influencer
in real time
lol
(acronimo di Laughing Out Loud)
made in Italy
maker
mission
mission impossible
mix
di….
no problem
punta dell’iceberg
random
skills
smart
social
storytelling
think tank
trendy
twerk
e twerking
underground
up to date
vision
yuppie
.

Queste 33 parole/espressioni usate in modo trito, ritrito e tri-trito rappresentano il 14,04% dei tormentoni più significativi della lingua italiana considerati nell’opera. Mica male, viste le percentuali di anglicismi stimabili nel linguaggio giornalistico o nei dizionari e le prese di posizione per cui l’interferenza dell’inglese si può liquidare con un no problem, my dear. Certo, non si può ricavarne alcunché di scientifico o statistico, a essere seri, ma comunque è un dato significativo.

Last, but not least, si potrebbe forse aggiungere, una delle cose più belle di questo libro è che i tormentoni sono stati raggruppati per decennio, come fossero tormentoni generazionali, dieci per decade (più una che le vale tutte). Gli anni Settanta, per esempio, erano il periodo del “portare avanti”, “nella misura in cui”, “a livello di…”. Ogni periodo ha i suoi anglo-tormentoni, anche questi sono generazionali, in fin dei conti. “Sexy” è tra quelli degli anni Sessanta, “cool” degli anni Novanta, e “smart” del Duemila. Sarà un caso che la loro frequenza si concentri soprattutto nel periodo 2010-2019 (4 su 10: green, mission impossible, lol, social)? Tra il serio e il faceto noto che quasi la metà dei tormentoni dell’ultimo periodo sono in inglese, a quanto pare, proprio come quasi la metà dei neologismi del Nuovo millennio sui dizionari.

 

PS

Per fare qualche confronto: fuor dall’inglese ci sono invece solo 4 tormentoni dialettali (amarcord, bufu, daje, rega), 2 francesi (à la page, monstre), 1 spagnolo (vamos a la playa), 1 giapponese (tsunami).
Meditate gente, meditate… (tormentone pubblicitario).

Aggiornamenti sul contagio lessicale del virus a corona

Nei giorni scorsi è uscito sul Corriere.it un riepilogo delle tappe della pandemia da virus a corona (con tanto di linea del tempo denominata naturalmente timeline). Lo trovo molto utile per riflettere sui cambiamenti linguistici che, nel giro di un mese, hanno portato a un’anglicizzazione senza precedenti, per rapidità e dimensioni.

L’incipit è significativo: (23 gennaio 2020) “Wuhan in lockdown. Il mondo scopre il coronavirus”. Successivamente si legge: (8 marzo 2020) “La Lombardia in lockdown”; mentre il giorno dopo, forse per evitare la ripetizione dell’anglicismo, si titola: “Chiude tutta l’Italia” e “lockdown” finisce subito sotto nella spiegazione: “Passano 24 ore e dalla Lombardia il lockdown si estende a tutta l’Italia” (“chiude”, da solo, era forse poco chiaro senza l’inglese).

A due mesi dalla comparsa del virus la lingua dei giornali somiglia sempre più a un pastrocchio che non si può che definire itanglese, e oggi reinterpreta il proprio linguaggio di gennaio e febbraio con queste nuove parole e categorie che prima non usava.

Ecco come titolavano i giornali il 24 gennaio davanti a quelle che per un certo periodo sono state denominate “le misure cinesi”.

24 gennaio cina isolata

Isolamento, chiusura, quarantenalockdown non esisteva ancora, al contrario della sintesi che oggi ne fa il Corrierone.

Anche quando il virus è arrivato da noi si sono dichiarati alcuni comuni (tra cui Codogno) “zone rosse”, poi si è blindata la Lombardia, e il 9 marzo si è chiusa tutta l’Italia, e di “lockdown” non si parlava affatto. Il lessico si appoggiava al “tutto chiuso” (chiusura, chiudere), al blocco, alla quarantena, all’isolamento, alle serrate e persino al coprifuoco risemantizzato con perdita del significato letterale legato alle ore serali (ma anche quarantena ha del resto perso l’originario riferimento alla durata di “40” giorni).

giornali e coronavirus prima del lockdown

Poi è successo che il virus ha interessato anche i Paesi anglofoni, e l’11 marzo l’Oms (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e ha cominciato a parlare di “lockdown”. Mentre, dopo le “misure cinesi”, i provvedimenti del nostro governo diventavano per molti Paesi il “modello italiano” da seguire nelle democrazie, noi abbiamo pensato bene di rinominare il nostro modello in inglese!

Successivamente ai primi casi più o meno isolati (occasionalismi), il 17 marzo “lockdown” ha fatto la sua comparsa nei titoli del Corriere e di altri giornali. La stessa sera ha fatto capolino in televisione, era una parola ancora sconosciuta, così sconosciuta che nel pronunciarla, nella puntata di Dimartedì, Giovanni Floris ha detto “lockout”. “Lockout” circola da tempo e con bassa frequenza soprattutto nel linguaggio della “pallacanestro” [antica espressione per designare il basket, Ndr] per indicare gli scioperi (lett. serrate) di giocatori o dirigenti della NBA (National Basketball Association). Forse per questo si è generato qualche qui pro quo che si trova anche in Rete, per esempio in un articolo della Stampa (“Cercano eventuali trasgressori del «lockout», trovano alcuni spacciatori di droga”). Ma questi lapsus testimoniano la volontà di usare un inglese forzato di cui non si sente proprio il bisogno.

Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti. Da quel 17 marzo si parla solo di lockdown, nelle timeline del Corriere e in televisione. L’italiano, con tutti i suoi sinonimi e sfaccettature, è relegato a sinonimia secondaria.

Nella foto è possibile vedere, a titolo puramente evocativo, una delle più autorevoli fonti giornalistiche che si adopera per il sistematico genocidio delle nostre parole in nome della stereotipia a base inglese, facendo in questo modo vivere – più che morire – le “fake news” e uccidendo invece le “bufale”, le ”notizie false” e il nostro lessico.

gabanelli

Cercando “lockdown” sul sito del Corriere.it, si nota che a oggi ci sono quasi 600 articoli che impiegano questo termine, e i raffronti con gli anni precedenti si possono vedere nell’immagine qui sotto (nel 2018 non era mai stato usato).

lockdown

Una curiosità: provate a cercare parole come “lockdown” o “droplet” in un giornale di lingua spagnola come El País o in uno di lingua francese come Le Monde, oppure sulla Wikipedia spagnola o francese così diverse da quella italiana

Credo che questi confronti siano molto utili per chi crede che certe parole siano “internazionalismi”.

L’imposizione dall’alto della terminologia in inglese

Qualche sera fa ho sentito in televisione qualcuno, con tono da scienziato, dispensare perle di cultura sulla differenza tra il “droplet” e le “goccioline” con arrampicamenti di specchi che ne fissavano impalpabili limiti nel fatto che le seconde cadono a terra, le prime sarebbero più piccole e rimarrebbero nell’aria e altre simili fesserie. Dall’iniziale “distanza droplet” con cui in un primo tempo i mezzi di informazione hanno iniziato gli italiani, in un baleno queste “goccioline” inglesi sono diventate un tecnicismo che ci viene calato dall’alto come la parola giusta, esatta, scientifica, che per i profani e la fabrizio pregliasco dropletsplebe si può solo avvicinare con un goffo “gocciolina”. Droplet ricorre nelle conferenze stampa della Protezione civile con alta frequenza, e in bocca ai tanti che mostrano con queste scelte lessicali di essere dei veri esperti. Significativa è l’uscita del virologo Fabrizio Pregliasco, nella trasmissione “Quarto grado” del 17 aprile scorso: “Le goccioline, ormai lo sanno tutti, si chiamano droplets…”. Lo sanno tutti perché non fate che ripeterle. Un po’ come Mentana, che qualche sera fa, durante il suo telegiornale, dopo aver pronunciato “lockdown” si è fermato un attimo a pensare, per poi aggiungere: “Come ormai si dice”.
mentana lockdown“Come ormai si dice?” Si dice perché voi lo avete detto fino alla nausea senza alternative al punto che sembra che ormai non si possa farne più a meno! Prima si inroduce l’anglicismo e lo si diffonde, poi ci si nasconde dietro l’alibi dell’uso. Un bel corto circuito vizioso!
Dire che le goccioline si chiamano “droplets” è un’affermazione “criminale”, da un punto di vista della nostra lingua, e rivela un’inconsapevole quanto precisa e pericolosa visione del mondo: l’inglese è “la” lingua superiore della scienza e della verità, che si può adattare solo in una sorta di impreciso italiano vissuto come dialetto locale (da notare la “s” del plurale sempre più spesso pronunciata negli anglicismi da personaggi che finiranno per imporla come si imporrà il “qual’è” con l’apostrofo, di cui si intravedono già i primi segnali).

È la stessa logica distruttiva degli esperti che ci spiegano che la proteina di superficie del virus a corona si chiama “spike protein”, come ho sentito in un servizio televisivo. “Spike” lo avevo già segnalato: in inglese è semplicemente uno “spuntone”, e così è stato chiamato lo “spuntone” che caratterizza la corona del virus (nessun tecnicismo, in inglese). In un primo tempo è arrivato non tradotto, perché la scienza parla l’inglese, e non c’è un ricercatore che voglia tradurre il sacro dio inviolabile di questa lingua irraggiungibile. Dunque si importa spike come fosse il verbo divino, e quando subito dopo si scopre la proteina di superficie del coronavirus, viene divulgata in inglese: si è scoperta la spike protein. Anche questo ho sentito, quando un esperto, dall’alto delle sue competenze, ha spiegato agli spettatori che si chiama così. Si battezza ciò che è nuovo in inglese, con una terminologia che diffonde il lessico dell’Italia e incolla (in italiano c’è anche spinula, per indicare le formazioni appuntite in ambito zoologico, biologio e patologico).

La nuvola degli anglicismi che ci avvolge

Accanto agli anglicismi più nuovi e frequenti, come droplet o smart working ce ne sono innumerevoli altri nel lessico ai tempi del coronavirus. Così tanti che sono “incontabili”. Sono occasionalismi, uscite estemporanee che portano a un travaso dell’inglese invece che alla sua traduzione; sono parole di bassa frequenza che circolano nelle bocche di giornalisti, esperti, politici, virologi, bloggatori, tronisti… e di quanti cercano di darsi un tono di maggior precisione usando parole dal suono inglese, spesso incomprensibili o sparate a vanvera. È un malcostume che ricorre spesso anche nei “servizi televisivi” di chi invita a scegliere la propria “informazione responsabile” che di responsabile ha sempre meno. Ogni conduttore e giornalista alza il tiro in una gara a chi ne spara di più in itanglese. Questo fenomeno è difficile da quantificare, ma complessivamente porta l’inglese in primo piano, e anche quando non afferma un singolo anglicismo, che rimane solo un’espressione usa e getta, fa dell’inglese la lingua superiore.

formigliA “Piazza pulita” del 17 aprile, Corrado Formigli ha cominciato a parlare di “covid pass” per indicare ciò che fino a settimana scorsa era detto “patente di immunità”. Un’espressione che ben si sposa con i covid hospital, e che a sua volta si appoggia a day hospital… in un’abitudine a dire hospital al posto di ospedale.

Questo percolare dell’inglese, talvolta con ricombinazioni all’italiana, è difficile da quantificare, perché si tratta sempre meno di singoli “prestiti”, e sempre più di un ricorso immotivato all’inglese puro o impuro sempre più ampio, che complessivamente forma una “nuvola di anglicismi” – come l’ho chiamata altre volte – che avvolge molti discorsi in modo sempre più denso. Tra questa moltitudine di parole inutili, anche se molte rimangono nell’aria come goccioline solo per poco tempo, prima di svanire, ci abituiamo sempre più ai suoni inglesi come fossero la cosa più naturale. E qualcuna di queste parole, inevitabilmente, finisce per affermarsi, pianta i suoi “spuntoni” e si radica. È la panspermia dell’inglese che si riversa ovunque e che attecchisce dove trova le condizioni per farlo. L’Italia è una sorta di colonia economica e cultuale degli Stati Uniti caratterizzata dal terreno più fertile. Siamo privi di anticorpi. Così, le parole inglesi, dopo aver messo radici al posto delle nostre (o aver fatto morire le nostre), sempre più spesso si moltiplicano, si strutturano in famiglie. Le obbligazioni sono bond, e quindi dopo gli eurobond questo virus ci ha portato i coronabond e ora i recovery bond, i “buoni per la ripresa”.

Scherzavo, un mesetto fa, quando scrivevo “strano che non si dica smart learning, per coerenza con lo smart working”, eppure una ricercatrice del Politecnico di Torino, intervistata nell’ennesima trasmissione sulla pandemia l’altro giorno parlava, con la massima serietà e naturalezza, di “smart didattica”, e non di didattica a distanza; la stessa espressione che si ritrova con grande disinvoltura sulla pagina di una docente dell’Università di Perugia (“studenti tutti pronti e reattivi nella nuova modalità di smart-didattica. Buon lavoro!!?”).

L’aumento di frequenza degli anglicismi

Insieme ai vari anglicismi che coincidono sempre più con i neologismi (la nostra lingua è sempre meno capace di produrne di autonomi, su base endogena, e non fa che importare dall’angloamericano a costo di inventarseli), in questo momento così buio per il nostro Paese, ma anche per la nostra lingua, aumentano anche le frequenze degli anglicismi già radicati. In questo modo l’inglese è sempre più invadente, sempre più pervasivo. Gli anglicismi diventano degli automatismi, che saliviamo in riflessi incondizionati come il cane di Pavlov. Invece di dire che è necessario mappare, monitorare, fare controlli a campione o di massa della popolazione, nelle parole di Luca Zaia (sabato 18 aprile, “Petrolio” Rai 2) c’è solo lo screening, per due o tre volte ribadito anche con lo “screenare la popolazione attraverso i kit sierologici”.

zaia

Il conduttore gli rispondeva parlando di “app per il contact tracing”, e non per il tracciamento dei contatti, in un guazzabuglio di altri anglicismi ben radicati, da privacy a welfare, che aumentano di giorno in giorno la loro frequenza.

Ancora una volta può essere utile vedere l’aumento di occorrenze di questo tipo di anglicismi sul sito del Corriere. Basta fare un po’ di ricerche per scoprire che cluster è ormai usato al posto di focolaio, e che in soli 3 mesi e mezzo la frequenza di alcuni anglicismi ha superato abbondantemente quella dell’intero anno scorso. Nei picchi di stereotipia anglicizzata che caratterizzano i primi 3 mesi del 2020, screening è stato usato quasi il doppio delle volte rispetto all’intero 2019; così come voucher. Lievitano anche i test, gli hospital, e persino il jogging, dopo le polemiche sul vietare o meno le corsette, in un lessico che è sempre meno italiano e sempre più itanglese.

frequenze anglicismi corrirere della sera
Ricerche effettuate il 19 aprile 2020.

Virus a corona: diamo il benvenuto al nuovo anglicismo “wet market”

– Dobbiamo mettere online le news del coronavirus. Ce la fai a farmi un pezzo sulla chiusura dei wet market entro due ore?
– Web market?! Ma non si diceva e-commerce? Chiudono Amazon perché non rispetta le direttive per i lavoratori? O intendevi il web marketing?
– Ma che stai dicendo? Wet market! Il mercato degli animali vivi di Wuhan! Si sta muovendo Animal Equality e anche l’Onu… Sveglia!
– Ah, il mercato del pesce di Huanan, non avevo capito.
– Ma qu
wet market1ale mercato del pesce? Wet market! Devi titolarlo wet market.
– Lo abbiamo sempre chiamato mercato della città di Wuhan, mercato del pesce, o a cielo aperto… temo che non lo capisca nessuno. E se scrivessimo “il mercato degli animali vivi”, come nella petizione italiana di due mesi fa? Io ve l’avevo segnalata, ma mi avete bocciato il pezzo…
– Non rompere i coglioni come al solito, lascia stare le petizioni italiane. Adesso ci son quelle internazionali. E mettici qualcosa anche sullo spillover.
– Il salto di specie dei virus? In italiano sarebbe zoonosi se vogliamo usare una parola scientifica.
– Zoonosi non lo capisce nessuno, troppo tecnico!
– Be’ neanche spillover se è per questo… tanto vale usare una parola italiana visto che…
– Ma ci fai o ci sei? Il titolo è Coronavirus: il grido di Animal Equality: “chiudete i wet markets, paradiso degli spillover”.
– Markets? Ma la s del plur…
– Sbrigati! E che non ti venga in mente di cambiare una virgola. Se vuoi spiegare lo fai all’interno dell’articolo; il titolo lo lasci così, deve catturare l’attenzione, se glielo spieghi subito capiscono al volo, e col cazzo che lo leggono poi.
– Be però anche zoonosi, allora, potrebbe richiamare l’attenz…
– Se non fossimo in modalità smart working ti metterei le mani addosso! Tu da domani finisci a scrivere necrologi! Non capisci un cazzo di giornalismo…

* * *

Sulla stampa l’avevano fino a ieri chiamato il “mercato” di Huanan della città di Wuhan.
La seconda definizione più gettonata era “mercato del pesce”, in qualche caso anche “ittico”. Qualcuno aveva azzardato “il mercato a cielo aperto di Wuhan”, i più pignoli parlavano di “mercato di animali selvatici” o di “specie selvatiche”.
Poi sono cominciate a circolare le prime sporadiche traduzioni di “mercato umido” o “bagnato” (“Il virus ha avuto origine nella città cinese di Wuhan, forse in un ‘mercato umido’, uno dei mercati di prodotti alimentari freschi di origine animale…”). All’inizio i giornalisti usavano l’italiano, ma è stato solo uno sprazzo, e verso fine marzo l’anglicismo ha cominciato a comparire come tecnicismo tra parantesi: “La pandemia da Covid-19 avrebbe preso il via dal ‘mercato bagnato’ (Wet market) di Wuhan, in Cina, uno dei numerosi luoghi di commercio di…” (Altreconomia, 25/3/2020). Subito dopo è arrivata l’inversione di prospettiva, prima l’inglese e poi, tra parentesi, l’italiano.  In un bell’esempio di prosa giornalistica nell’itanglese che caratterizza una testata come Il Sole 24 ore, il 28 marzo si leggeva questo titolone: Dal “wet market” allo “spillover”: come nasce una pandemia. All’interno del pezzo l’inglese era in primo piano, come fosse la terminologia intraducibile di cui non si può fare a meno: “…si ipotizzava che sarebbe successo in un ‘wet market’, un mercato di animali (esotici e selvatici) venduti e mangiati in Brasile o in Cina…”.
E adesso? Pesce d’aprile, il mercato del pesce è definitivamente wet market, siamo diventati “internazionali”, anzi, statunitensi.
2 aprile: “Chiudiamo per sempre i wet market! La petizione con le scioccanti immagini dei mercati umidi asiatici” (greenMe.it); 3 aprile: “Le crude immagini dei ‘wet market’ in Cina. Gli animalisti: ‘L’Onu li vieti per sempre’” (Adnkronos)…

Il 6 aprile i wet market sono ormai su tutti i giornali, sul Corriere, La Stampa, il blog di Beppe Grillo… la frittata sembra fatta.

wet market

E pensare che solo un paio di mesi fa una poverina italiana che si chiama Vera Catalano aveva lanciato una petizione per chiudere “i mercati che vendono animali vivi”; ci rendiamo conto di quanta arretratezza, ingenuità e ignoranza nello scrivere queste cose in italiano (che tra l’altro è molto più lungo)?
Per fortuna adesso ci sono l’Onu e le organizzazioni internazionali a spiegarci quali sono le parole che i nostri giornalisti devono usare.
Wet market. La mia previsione è che entro stasera o domani tutta la nostra bella schiera di giornalisti televisivi non dirà altro. Già mi pregusto come si riempiranno la bocca le Lilli Gruber, i Floris, i Formigli, i virologi e gli esperti degli speciali Mentana, negli approfondimenti di tg 1, 2, 3… stella! Tutti tronfi di usare il loro amato itanglese, per poi rivolgersi sornioni alla telecamera spiegando all’italietta analfabeta che non padroneggia i loro tecnicismi da esperti: letteralmente “mercati umidi”, sono i mercati dove bla bla bla. Spiegazione effettuata! Poi basta, si procede con l’inglese.

Mi piacerebbe essere lì con loro e domandare: scusate… mi chiedevo… ma come lo chiameranno in Cina un wet market? Qualcuno se lo sarà chiesto? No? Non vi interessa la parola cinese? Capisco, non ve ne frega niente del cinese e preferite importare dall’inglese… Speriamo che presto lo dicano anche loro così, i cinesi dico… se non altro per vietare questi mercati in modo comprensibile a tutti, se li devono chiudere i cinesi, forse loro sanno come si dice…

Ci rendiamo conto di quanti anglicismi assurdi stiamo importando in quest’emergenza? E con che rapidità si radicano? Nel giro di una settimana siamo travolti dalla frequenza dei picchi di sterotipia ed è come se li usassimo da sempre.

Il 17 marzo, davanti al timido comparire di lockdown, scrivevo: “Vuoi vedere che questa parola oggi in prima pagina sul Corriere digitale diventerà ‘la’ parola che useremo nel futuro al posto di isolamento, blocco, quarantena?”. Sembra passato un secolo, eppure prima del 17 marzo ancora non si usava. Adesso non si sente dire altro in tv.

Il 25 marzo, nel segnalare l’avvistamento di anglicismi come smart working, spillover, spike, covid hospital e gli altri, scrivevo: “Finché il problema era solo cinese non si è registrata alcuna interferenza linguistica proveniente dall’Oriente; e anche quando è esploso da noi, la comunicazione era prevalentemente in italiano. Poi l’Organizzazione mondiale della sanità (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e il virus ha contagiato i Paesi anglofoni, dunque tutto è improvvisamente cambiato, e la mia previsione è che sia destinato ad anglicizzarsi sempre più.”

Oggi mi verrebbe da prevedere che a esplodere sarà il wet market, che probabilmente qualcuno non aveva ancora sentito prima di oggi. Ma di sicuro mi sbaglierò, anche perché, come ha osservato qualche grande linguista poco preoccupato per le sorti dell’italiano, queste parole sono solo espressioni usa e getta che passata l’emergenza sono destinate a scomparire. Peccato che il punto è un altro: tutto ciò che è nuovo, persino se viene dalla Cina, diventa inglese. Poco importa che di un centinaio di anglicismi legati al virus a corona (scusate, al coronavirus) la maggior parte passeranno, la verità è che migliaia di altre parole “usa e getta” sono destinate a entrare nella nostra lingua, in un flusso continuo sempre in inglese e sempre più numericamente significativo. Qualunque cosa accadrà in futuro. Molte passano, certo, ma molte altre attecchiscono, si radicano e germogliano. Il linguista replicherà a questo punto che non è grave, perché sono solo i mezzi di informazione a usarle… hai detto niente! Sono quelli che hanno unificato l’italiano, e quelli che oggi lo stanno distruggendo. Come si fa a non capirlo?
Mentre i linguisti di questo tipo ci spiegano che l’interferenza dell’inglese non è reale, è solo una nostra distorsione delle cose perché è limitata ai giornali, o perché è confinata nei settori come quelli della Rete, della tecnologia, della scienza, dell’economia, della moda, dello sport, del cinema, della pubblicità… mi domando, se togliamo tutti questi ambiti, cosa altro rimanga dell’italiano.

anglicismi giornali

Il lessico contagioso del coronavirus

virtual clinic
Coronavirus: telemedicina e virtual clinic, come aiutare i pazienti a distanza. Roberto Chifari 23 marzo 2020 – 18:22

“Misure draconiane”, “città spettrali”… espressioni codificate del genere, in questo periodo, rimbalzano negli articoli di giornali e sulle bocche dei conduttori con una frequenza esasperante. Sono i picchi di stereotipia (ne ho argomentato qui) tipici dell’informazione, che ama sguazzare nelle frasi fatte, nelle facili espressioni idiomatiche, nel lessico precotto privo di quella che Gramsci chiamava “individualità espressiva”, cioè la capacità di ognuno di usare una personale soluzione creativa nell’esprimersi, che è la vera ricchezza e bellezza del linguaggio.
In questi picchi di stereotipia ben si inserisce l’uso e l’abuso degli anglicismi, sempre più spesso spacciati per “la parola giusta”, quella più tecnica, moderna o internazionale, anche quando non lo è (magari è solo una reinvenzione all’italiana che ha un sapore ridicolo), o anche quando dietro l’alibi dell’internazionalismo si nasconde una ben precisa ideologia: essere internazionali non vuol dire multilinguismo, bensì esprimersi nel solo idioma inglese, il monolinguismo che la globalizzazione vorrebbe imporre a tutti, di cui gli anglicismi che percolano nell’italiano sono solo i detriti.

Nell’attuale momento di emergenza, i mezzi di informazione sono concentrati solo sul tema del coronavirus, e questa amplificazione permette di decifrare meglio il loro ruolo nella formazione del lessico e i meccanismi di evoluzione del linguaggio. Quando tutti gli italiani pendono dalla bocca dei giornalisti e degli esperti che hanno il compito di informare e anche di spiegare ciò che accade, è evidente che non potranno che ripetere ciò che viene loro impartito dall’alto. Se i tecnici e i giornalisti ricorrono all’inglese, le nuove “cose” vengono battezzate attraverso queste parole che vengono introdotte e diffuse, e che finiranno per radicarsi in inglese in modo profondo.

Finché il problema era solo cinese non si è registrata alcuna interferenza linguistica proveniente dall’Oriente; e anche quando è esploso da noi, la comunicazione era prevalentemente in italiano. Poi l’Organizzazione mondiale della sanità (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e il virus ha contagiato i Paesi anglofoni, dunque tutto è improvvisamente cambiato, e la mia previsione è che sia destinato ad anglicizzarsi sempre più.

Poco importa che l’Italia sia diventato il modello per arginare la malattia cui tutta l’Europa guarda, mentre nei Paesi extracomunitari come gli Stati Uniti e il Regno Unito sembra prevalere un’altra concezione dello Stato sociale, quella che ha dichiarato lucidamente per esempio un personaggio come l’economista Edward Luttwak con ragionamenti che avrebbero avuto il plauso di Hitler, una posizione appena ribadita anche da Trump nel biasimare i provvedimenti restrittivi che danneggiano l’economia. Siamo di fronte allo scontro tra due diverse visioni del mondo e dell’etica sociale, quella Europea mette al primo posto la vita e la salute dei cittadini, quella anglosassone vede al primo posto la salute delle Borse e l’interesse del capitalismo, come si sarebbe detto una volta.
Vedremo come andrà a finire e per quanto tempo le posizioni d’oltreoceano potranno essere sostenute; Boris Johnson ha dovuto fare retromarcia molto in fretta, e adesso segue la via italiana, forse non per motivi “umanitari”, ma perché si è reso conto che, davanti al numero dei morti, la strategia di non far nulla lo avrebbe travolto e sepolto politicamente. In questo scenario, il paradosso è che dal punto di vista lessicale continuiamo invece a vedere l’America come il modello da emulare, e non come qualcosa cui contrapporci con orgoglio. Se i giornali, fino a quindici giorni fa, parlavano delle restrizioni nell’area di Wuhan, dei provvedimenti restrittivi di Conte, di zone rosse e Italia protetta, adesso che tutto si è riversato nei Paesi di area anglofona parlano di lockdown. Questa espressione era praticamente sconosciuta ai più sino a pochi giorni fa, e di scarsissima frequenza mediatica, ma nel giro di una settimana è diventata sempre più contagiosa e sta soppiantando le alternative italiane che abbiamo sempre usato. Altri anglicismi, come smart working, registrato nel dizionario AAA da molto tempo, ma di bassa frequenza, sono esplosi e sono improvvisamente finiti sulla bocca di tutti i giornalisti, persino in quella del nostro Presidente del consiglio Giuseppe Conte che l’ha impiegata senza alternative nella conferenza stampa rivolta a tutti noi di sabato scorso, dando ormai per scontato che sia comprensibile a tutti e la parola più efficace. Poco importa che sia uno pseudoanglicismo e che in inglese si usino espressioni come home o remote working o che in italiano ci sia il telelavoro, il lavoro da casa, a distanza, da remoto, o lavoro agile, come si legge nei contratti. Da qualche giorno c’è solo lo smart working, nei titoloni dei giornali e nei dibattiti televisivi.

Il Gruppo incipit dell’accademia della Crusca, prima di svanire e di non dare più segni di vita, si proponeva di arginare gli anglicismi nel momento della loro fase incipiente, visto che una volta radicati poi sono impossibili da estirpare (il che vale solo per l’Italia, naturalmente, non è così né in Francia né in Spagna, dove le analoghe accademie non hanno paura di avere un ruolo prescrittivo e sono spesso in grado di cambiare le cose anche senza questa teorica tempestività). Davanti a questo progetto Tullio De Mauro aveva manifestato fondati dubbi, sollevando un problema serio: molti anglicismi entrano come tecnicismi per addetti ai lavori e vengono registrati nei dizionari ben prima che diventino parole ad alta frequenza, dunque la prospettiva di Incipit aveva un elemento di debolezza. In effetti, come ho già detto altre volte, l’argine agli anglicismi incipienti dovrebbe essere elevato con una doppia operazione protettiva: innanzitutto quando entrano come tecnicismi tra gli addetti ai lavori, e poi a maggior ragione quando dai settori si riversano, grazie ai giornali, nel linguaggio comune.
Fermarli come tecnicismi è però sempre più impossibile, visto che l’inglese è diventato la lingua della scienza e di ogni disciplina tecnica con conseguenze devastanti per la nostra ingua sempre più mutilata nei linguaggi di settore. Studiare in inglese, come avviene al Politecnico di Milano, o in ambiti come per esempio la medicina, porta a pensare in inglese, a usare la terminologia inglese, e a perdere la capacità di tradurre, usare (e pensare) l’italiano. Quando poi, nelle situazioni come quella che viviamo, la parola passa ai tecnici e agli esperti, ecco che tutto si anglicizza, e che i giornali riportano – senza nemmeno porsi il problema dell’italiano – la terminologia inglese che entra così nel linguaggio comune. Nelle quotidiane conferenze stampa della protezione civile si sente parlare di cluster, hub, call per nuovi medici, covid hospital, droplet, smart working… quando la parola va agli esperti il disastro del contagio lessicale straripa e diventa uno tsunami anglicus, sempre per citare De Mauro. A proposito: anche il nipponismo tsunami era registrato dai dizionari dagli anni ’60 prima che, da tecnicismo, si riversasse nel linguaggio comune dopo la tragedia del 2006. Il che aiuta meglio a comprendere il fenomeno dei tecnicismi e della terminologia che è ormai in inglese, dall’informatica al lavoro, dalla scienza al cinema

Di seguito voglio abbozzare una specie di dizionarietto del fenomeno dell’interferenza linguistica dell’inglese che si sta verificando ai tempi del coronavirus.

A

app, abbreviazione di application, parola già da tempo diffusa e inarginabile, ormai utilizzata nelle interfacce informatiche per indicare un semplice programma.
Grado di pericolosità: basso, in fin dei conti sembra un’abbreviazione di applicazione, e a parte il fatto che termina in consonante non viola il nostro sistema di pronuncia e scrittura. Ultimamente ricorre soprattutto a proposito dell’ipotesi di un’app per tracciare gli spostamenti della popolazione o per individuare chi è positivo al virus, come avvenuto in Sud Corea. Al momento si parla ancora di app per il tracciamento, ma il rischio è che se questo dibattito si scatenerà nei Paesi anglofoni presto si parlerà di app di tracking esattamente come si parla del tracking dei bagagli e della corrispondenza (sbagliati zoppaz! Sbagliati! Spera che non sia così!).

B

burden è comparso quando Bonaccini, il presidente della regione Emilia Romagna, ha blindato il comune di Medicina, vicino a Bologna, a causa dell’elevata “diffusibilità correlata all’alto burden microbico”. Tutti i giornali hanno virgolettato queste stesse parole, forse perché non si capiva bene di che cosa si stesse parlando. Nessuno ha pensato di scrivere carica microbica, meglio non infettare con l’italiano queste espressioni che suonano tecniche, nella loro poca trasparenza.
Grado di pericolosità: bassissimo, a parte questo precedente non si registrano altri avvistamenti, almeno per ora. Ma questo episodio è da tenere d’occhio, costituisce un precedente che potrebbe diventare un focolaio nel caso di un futuro picco di stereotipia.

C

■ call, le chiamate, i concorsi o gare pubbliche alla ricerca disperata di nuovi medici per arginare il collasso negli ospedali, nel linguaggio istituzionale e dei tecnici, sono call. Non si tratta di qualcosa di nuovo, circola da tempo negli ambienti, ma attualmente la sua diffusione sale.
■ conference (call), impazza al posto di teleconferenza, ma niente di nuovo sotto il sole…
■ covid hospital, neologismo fresco fresco per indicare strutture dedicate al coronavirus e alla cura dei contagiati. Ma del resto si dice anche day hospital… mica ospedale diurno, la parola ospedale è evidentemente obsoleta e dovremmo vergognarcene (parlare di centri, strutture, ricoveri dedicati… neanche a pensarci).
Grado di contagiosità: medio-alto. Hospital ha tutte le caratteristiche per diventare un “anglicismo prolifico” foriero di prossime coniazioni (i linguisti parlano di “produttività”, personalmente preferisco parlare di prolificità, ma anche contagiosità rende bene, in quesro frangente).
■ cluster, anglicismo che circola da tempo in tanti contesti, con tante accezioni dall’uso spesso confuso. Adesso si comincia a usare al posto di focolaio: “Coronavirus, a Latina 10 nuovi casi. Fondi e il capoluogo sono ormai un cluster” (Il Messaggero, 13 marzo 2020); oppure: “Nuovo cluster nel molisano”; “Il cluster più numeroso è quello di Padova”…
Grado di pericolosità e di contagiosità: medio-alto.
■ coronabond, si appoggia al radicato bond, che non si riferisce a James Bond, ma indica soltanto un’obbligazione. Segue eurobond e altre variazioni sul tema.
Grado di contagiosità e radicamento: medio-alto.

D

■ drive in test, “mutazione” di un anglicismo ben radicato nell’italiano che un tempo indicava i cineparchi, il cinema che (al cinema più che nel nostro Paese) si vedeva dall’automobile; ultimamente drive in si è evoluto per indicare i servizi di ristorazione in automobile che le multinazionali statunitensi stanno esportando anche da noi, e lo fanno usando la propria nomenclatura, non li chiamano certo risto-parcheggi. In Sud Corea hanno inaugurato i tamponi di massa fatti alla popolazione dall’automobile, per evitare le code negli ospedali e mantenere il distanziamento sociale, ma ora che anche negli Usa si parla di questa pratica sono diventati i drive in test.
Grado di pericolosità e radicamento su lungo periodo: basso. Ha l’aria di essere un’espressione usa e getta che passata la buriana svanirà, al contrario dei risto-parcheggi.
■ drone, sarebbe una parola inglese, ma poiché termina per vocale e sembra italiana è stata assimilata perfettamente: al plurale fa droni e se pronunciata all’italiana ha un grado di pericolosità pari a zero. Se ne parla molto in questi giorni come strumento di dissuasione e di controllo della popolazione.
■ droplet, significa gocciolina, ma adesso – con decurtazione di distanza droplet – si usa al posto di distanza di sicurezza (a prova di contagio, sputacchi, inalazione…).
Grado di pericolosità: alto, viene spacciato come tecnicismo e viene sputazzato dagli addetti ai lavori persino della protezione civile.

E

■ e-learning, ormai è radicato e si registra solo un’impennata della frequenza, visto che le scuole sono chiuse e si tenta, dove si può, la didattica a distanza, la telescuola e via dicendo (strano che non si dica smart learning, per coerenza con lo → smart working… e spero che questa considerazione non sia presto presa sul serio da qualche imbecille).

F

■ fake news in italiano sono più chiaramente le notizie (o informazioni) false, fasulle, inventate, prive di autenticità, manipolate, contraffatte, quindi contraffazioni, bufale, frottole, bugie, panzane o menzogne spacciate per notizie: un imbroglio costruito in modo consapevole per manipolare la realtà, orientare l’opinione pubblica o semplicemente per aumentare il traffico di certi siti in Rete che campano su questo tipo di informazione. L’espressione è arrivata nel 2017 perché i mezzi di informazione hanno pensato bene di virgolettare senza tradurre le parole di Trump; nel giro di poche settimane la sua carica virale (vedi → burden) è stata così ampia che abbiamo cominciato a pensare che indicasse qualcosa di nuovo, magari associato all’informazione che si propaga attraverso la Rete. Anche questa è una panzana o una bufala, e a proposito di epidemie vorrei ricordare la fake news contenuta nei Promessi sposi che riguardava i presunti “untori”. In questi giorni le bufale sul coronavirus abbondano non solo in Rete, ma anche in molte trasmissioni di disinformazione televisiva (vedi → infodemia).
■ flashmob, anglicismo radicato da tempo con altro significato, ai tempi del coronavirus si usa sui giornali per indicare le improvvisazioni alle finestre di quanti cantano, applaudono o si esibiscono affacciati sulla strada e rivolti ai dirimpettai.

H

■ hub, anglicismo radicato per indicare i grandi aeroporti che fungono da snodo, oppure in informatica per designare una centralina che connette più elaboratori. In questi giorni si sentono sempre più frasi come: “Il Sacco di Milano è ormai l’hub di riferimento della Lombardia per il coronavirus”. Centro, snodo sono roba vecchia.
Grado di infettività: alto (rafforzato anche dalla popolarità di Pornhub?).

I

■ infodemia, neologismo formato da information e epidemic per indicare l’esplodere delle informazioni spesso poco attendibili, ne ha parlato l’Oms ai primi di febbraio. Al contrario di analoghe parole macedonia come infotainment (information = informazione + entertainment = intrattenimento), in questo caso si scrive e si legge come fosse una parola italiana, dunque il grado di pericolosità è nullo.

J

■ jogging, diffuso e radicato, negli ultimi tempi ha soppiantato il footing, pseudoanglicismo di origine francese addirittura ottocentesco. Rimbalza da vari giorni, insieme a → running, a proposito della possibilità di uscire di casa nonostante le restrizioni per fare attività fisica e motoria… podismo e corsette appartengono al passato.

L

■ lockdown, negli Usa è un protocollo di emergenza che blinda e impedisce di uscire da una determinata area, e può essere riferito alle persone, ma anche alle notizie, oppure alle merci. In un baleno è passato da parola sconosciuta e di bassissima frequenza a una delle più gettonate e diffuse. Attualmente si sta usando al posto di misure restrittive, restrizioni, blocchi, quarantena, coprifuoco, zona rossa o protetta… ogni volta che si può si sbatte il “monster” in prima pagina. W la stereotipa basata sull’inglese, abbasso i sinonimi e le alternative italiane!
Grado di contagiosità e pericolosità: altissimo.

Q

■ quantitative easing, ormai radicato al posto di immissione di liquidità o alleggerimento (o allentamento) quantitativo o monetario, facilitazione (o espansione) quantitativa in questi giorni è salito di frequenza a proposito dei provvedimenti che l’Europa sta prendendo o dovrebbe prendere per far fronte alla crisi.

R

■ runner, dire corridore è antico, podista è forse addirittura ridicolo… quanto a running → vedi jogging.

S

■ smart working, di bassa circolazione fino a qualche giorno fa, è ormai salito nelle vette del lessico da coronavirus, e ha soppiantato lavoro agile, telelavoro, lavoro a distanza, da casa, da remoto.
Grado di contagiosità e pericolosità: altissimo.
■ spillover, indica il passaggio di un virus da una specie all’altra, in particolare da un animale all’uomo. Non è un fenomeno nuovo e tipico del coronavirus, che arriva dal salto dal pipistrello all’uomo, anche l’hiv è arrivato dalle scimmie, e risalendo la catena di migliaia di anni, ai tempi della scoperta dell’allevamento da parte dei nostri antenati, il morbillo ci è arrivato dai bovini. L’unica novità è che oggi il passaggio o il salto di specie si chiama in inglese, e sembra un tecnicismo bio-medico insostituibile.
Grado di diffusione: basso, a meno che qualche servizio televisivo di approfondimento non lo renda popolare come l’imprinting.
■ spike, in ambiente bio-medico indica le punte, spine, chiodini, spuntoni, in italiano anche spicole che caratterizzano la struttura del coronavirus, detta appunto corona.
Grado di diffusione: bassissimo, a meno che… vedi sopra.

T

■ task force, per estensione, dall’originario senso militare è da tempo usata per unità di emergenza, squadra di esperti, ma attualmente la sua frequenza più alta si riferisce ai bisogni di rinforzo delle forze speciali dei medici in prima linea negli ospedali.
■ trend
, i tempi in cui Nanni Moretti tuonava contro la giornalista che parlava di trend negativo, e la ridicolizzava, sono solo un ricordo. A partire dagli anni Novanta si è radicato e ormai non esiste più andamento, tendenza, evoluzione… in ambito tecnico-statistico sembra che ci sia solo trend, se non lo ostenti a proposito dei picchi epidemici sei un coglione, o uno che non sa niente di statistiche.
■ triage, è francese, come provenienza e per come lo pronunciamo, ma non facciamoci ingannare, lo diciamo solo perché lo usano anche negli Stati Uniti; indica semplicemente la scelta, la cernita, la selezione, la valutazione, la classificazione che negli ospedali si fa per stabilire quali siano i pazienti più bisognosi di cure. Le strutture di triage e pre-triage, oggi, sono l’unica alternativa in voga, quanti sinonimi italiani inutili ci sarebbero!

V

■ virtual clinic, avvistato proprio poco fa (vedi figura in alto). Vuoi mettere con ospedale o visita a distanza, da remoto, telemedicina e via dicendo?
■ voucher, già radicato al posto di tagliando, buono, o come ricevuta di pagamento delle prestazioni occasionali, con il coronavirus è rimborso o buono: “Coronavirus. Congedi parentali, legge 104 e voucher baby sitter” (laRepubblica.it, 20/3/20); “Soggiorno annullato per coronavirus? Si ha diritto a voucher o rimborsi” (IlSole24ore, 22/3/20).


PS

jenner e vaccinoUna buona notizia alla lettera V di vaccino.

Di questi tempi sono scomparsi i no-vax che in italiano sarebbero antivaccinisti.

Per la cronaca: la parola vaccino deriva da vacca e risale ai tempi del vaiolo. Questo virus mieteva vittime in modo pesante, e in Oriente si era diffusa la pratica della “variolizzazione” che consisteva nell’infettarsi attraverso rimedi a base di croste essiccate e altri stratagemmi empirici per contrarne una forma leggera che aveva esito benigno. Non funzionava sempre e aveva i suoi rischi, ma un’aristocratica inglese illuminata, Mary Wortley Montagu, nel 1718 fece “variolizzare” in questo modo il figlio di sei anni da una vecchia praticona di Costantinopoli e divenne paladina di questo rimedio che accese forti dibattiti per tutto l’Illuminismo. Il medico Edward Jenner studiò questa prassi con approccio più scientifico, e quando si rese conto che esisteva una forma leggera del vaiolo che colpiva i bovini e che talvolta contagiava gli allevatori con una forma dall’esito benigno che però immunizzava dalla malattia con esito nefasto, decise di “vaccinare”, cioè di contagiare appositamente con materiale infetto prelevato dalle vacche. Nel 1796 mise a punto la prima vera e propria vaccinazione inoculando non più l’agente virulento in modo diretto, ma una dose attenuata e innocua. Questa pratica considerata negli ambienti ecclesiastici, e non solo, qualcosa di sacrilego e immorale generò enormi movimenti di protesta e di indignazione degli antivaccinisti, che perdurarono con alti e bassi anche per tutto il secolo successivo e che si riverberano anche oggi nelle resistenze dei movimenti “no-vax” che in inglese sarebbero anti-vaxxer. In attesa di un vaccino anche per il/la covid19 sarebbe bene ricordare che il vaiolo, dopo avere ucciso milioni di persone per secoli, grazie al vaccino, nel 1980 è stato dichiarato dall’Oms definitivamente debellato.

PPSS
Se qualcuno ha da segnalare altri anglicismi legati al coronavirus lo può fare nei commenti; la mia sensazione è che questa lista sia destinata ad allungarsi, la mia speranza è che siano poi stroncati insieme al virus che ci ha messo in ginocchio.

Coronavirus, lockdown (e tutto ciò che bisogna sapere su tamponing, disinfetting e mask-down)

All’inizio c’è stato il blocco, l’isolamento, la quarantena cinese di Wuhan. Poi è toccato all’Italia, e il governo ha varato provvedimenti restrittivi per il contenimento, proclamando zone rosse, mentre grandi testate giornalistiche italiane attaccavano il governo che uccideva la nostra economia per qualcosa che era poco più di un’influenza, per poi accusarlo, il giorno dopo, di essere intervenuto troppo tardi. Intanto in Europa aleggiavano i sorrisini tipici di capi di Stato come Macron e Merkel, mentre Trump assumeva posizioni negazioniste e nel Regno Unito qualcuno (Christian Jessen) ha liquidato i nostri blocchi come una scusa per non andare a lavorare e qualcun altro (Boris Johnson) ha pensato bene di non fare nulla, se non anticipare agli inglesi che avrebbero perso i loro cari, ma che si sarebbero salvati grazie all’immunità di gregge. Poi ha cambiato idea, sembra; finirà forse per imparare da noi?

Oggi molti sorrisini si sono trasformati in una smorfia di terrore, la risposta italiana è diventata un modello che tutti gli altri Paesi si apprestano a seguire, una soluzione da studiare, utile per salvare il proprio culo, per imparare quali siano le soluzioni che funzionano e anche quali siano gli errori da evitare. Errori in cui mi pare sia più che comprensibile incorrere davanti a qualcosa di nuovo che ci sta travolgendo come un’onda anomala devastante. L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato la pandemia e ha elogiato i provvedimenti italiani invitando a seguirli.

Finalmente Trump è corso a farsi un tampone e finalmente adesso entrano in gioco anche gli “americani”, con il loro bel modello sanitario che negli ultimi 20 anni abbiamo cercato di imitare tagliando la sanità di almeno 37 miliardi e riducendo i posti letto del 30%. Grazie a questi provvedimenti ci siamo finalmente avvicinati ai numeri di Paesi avanzati come gli Stati Uniti che hanno ben 2,8 posti letto di terapia intensiva ogni 1.000 abitanti, e del Regno Unito che ne ha 2,5. Purtroppo il coronavirus è arrivato prima che potessimo smantellare altri posti letto, e al momento eravamo sopra questi dati, con il nostro 3,2, mentre in Germania ne hanno ben 8! Sono risorse molto diverse per far fronte all’epidemia, e fanno la differenza, perché da questi numeri dipenderà anche il tasso di mortalità dei contagiati e il punto di collasso dei reciproci sistemi sanitari.

Anche se adesso ci affanniamo a raddoppiare questi numeri con uno sforzo eroico per “dis-americanizzarci” al più presto, la buona notizia è che continueremo a fare gli “americani” almeno linguisticamente.

lockdown
Dal Corriere.it di oggi: lockdown strillato senza virgolette né spiegazioni.

Finalmente sui giornali arrivano le giuste parole, e ora che anche negli Stati Uniti l’emergenza sta esplodendo si può finalmente parlare di lockdown. Se penso che fino a ieri il problema era cinese e italiano ed eravamo qui a parlare ancora di blocchi, isolamenti, persino quarantena… mi vergogno profondamente. Quarantena non è nemmeno una parola italiana! È dialetto veneto, in italiano sarebbe semmai quarantina, e comunque è roba arcaica, che risale addirittura a un periodo di tempo di digiuno (un arcaismo che significa non-food) di Gesù nel deserto. E poi se un tempo questo nome era legato ai 40 giorni di isolamento delle persone e delle merci esotiche che arrivavano via mare, oggi il periodo varia a seconda dei casi e delle malattie, dunque “quarantena” che evoca il numero “40” è assolutamente fuorviante, sarebbe più opportuno usare una terminologia più rigorosa, per esempio quattordicena, nel caso del coronavirus.  Ma non vale la pena di discuterne, tutto si può risolvere passando all’inglese. Meglio un bel lockdown.

Vuoi vedere che questa parola oggi in prima pagina sul Corriere digitale diventerà “la” parola che useremo nel futuro al posto di isolamento, blocco, quarantena? Per non parlare di sinonimi poco rigorosi come, che ne so, segregazione, che evoca quella razziale… mi vengono i brividi al solo pensarci. Lockdown è un protocollo di emergenza che blinda e impedisce di uscire da una determinata area. Non se ne era mai parlato sui giornali, se non ai tempi dell’11 settembre e in pochissime altre occasioni in cui era stato virgolettato. In questi giorni viene sbattuto nei titoloni senza virgolette e senza spiegazioni. Eccolo il nuovo anglicismo, il nuovo tecnicismo, il neologismo che ci serviva! Diffondiamolo. Speriamo che lo usino presto anche i nostri politici, a cominciare dai nostri “governatori” delle regioni, anche se in italiano sarebbero i presidenti, visto che il modello federalista che attinge dal lessico d’oltreoceano non hai mai preso piede. Ma tanto anche il Presidente del consiglio è il premier nel linguaggio giornalistico, e il nostro stato sociale (almeno quel che ne resta) è il welfare.

smartworkingSe è pandemia che si usi il linguaggio internazionale, che si usi l’inglese!
Come nel caso dello smart working. O si scrive tutto attaccato smartworking? La risposta è che è lo stesso, tanto in inglese mica si dice così. Milena Gabanelli – grande giornalista ma allo stesso tempo grande massacratrice della lingua italiana, fomentatrice di anglicismi nella propria comunicazione e nei nomi delle sue trasmissioni, da Report a Data room – ieri ne discuteva con Mentana con la massima disinvoltura, senza troppe alternative, come se fosse la cosa più naturale e comprensibile del mondo. E sul Corriere si scrive tuttoattaccato (certe volte).
Un comune vicino a Bologna, Medicina, da ieri è stato chiuso e blindato dall’esercito perché zona particolarmente contaminata, e tutti i giornali riportano virgolettata la stessa fonte che parla “dell’elevata diffusibilità correlata all’alto burden microbico” di quel paese. Frasi copiaincollate con lo stampino che rimbalzano dall’Ansa a tutti i giornali, senza che qualcuno si prenda la briga di tradurre “burden” con carico o con qualcosa d’altro che serva a spiegare di che cacchio si stia parlando, diffondendo burden come un tecnicismo intraducibile e tecnico.

Tra anglicismi e pseudoanglicismi, adesso che il coronavirus non è più roba da cinesi o da italiani, sarà bene adeguare la nostra terminologia. Siam tutti qui che aspettiamo il picco del virus, abbiamo problemi perché le mascherine di protezione sono finite, non sappiamo come sanificare ciò che viene dall’esterno… Questi problemi li avranno presto anche gli altri Paesi. In attesa che i giornali diffondano la nuova terminologia per queste cose che in italiano cerchiamo di esprimere in modo confuso e con parole nostre, propongo ai mezzi di informazione di giocare di anticipo e di aiutarci nel ridefinire tutto con qualcosa di più sintetico, moderno e anglomane.

Basta con ‘sti picchi, che poi magari qualcuno pensa agli uccellini, cerchiamo di darci un tono scientifico e rigoroso e di creare una parola per ogni cosa! Vogliamo parlare, che ne so… del pick-down? Si ha quando un trend (positivo o negativo) raggiunge il culmine e poi discende. E vediamo come risolvere anche il problema del mask-down, una buona volta (la carenza di mascherine), varando qualche provvedimento per lo smart-mask, la produzione italiana intelligente di mascherine, di cui un tempo eravamo ottimi fabbricatori, prima che tutto fosse esternalizzato – scusate: dato in outsourcing – per esigenze produttive funzionali alla logica della globalizzazione e del risparmio. Per non parlare del tamponing. È giusto fare i tamponi a tutti, asintomatici compresi? Da un punto di vista epidemiologico ci aiuterebbe a  capire meglio la diffusione del virus, ma dal punto di vista diagnostico c’è il problema che l’attendibilità dei risultati in assenza di sintomi è bassina, e poi una volta fatto il tampone, per essere tranquilli, lo dovremmo rifare ogni tre giorni…
Soprattutto, invito i giornali a spiegarci come comportarci nel disinfetting (sanificazione suona male, nasconde al suo interno la parola “fica”, e disinfezione evoca i rimedi della nonna, quelli di una volta), di questi tempi ci può salvare la vita. Forse c’è chi crede che questo linguaggio possa salvare la vita anche ai quotidiani che vendono sempre meno…

Forse interrogarsi se l’anglicizzazione sia da mettere in correlazione con il press-down (il calo delle vendite dei giornali) non salverà i quotidiani ma aumenterà la qualità dell’informazione.

Coronavirus e mascherine contro lo sputazzamento dell’inglese

In questi giorni tragici che tutti stiamo vivendo può sembrare blasfemo riflettere sul virus linguistico che Castellani chiamava morbus anglicus. Ci sono problemi ben più gravi e urgenti. Ciononostante, nel linguaggio dell’informazione interamente occupata dalla nuova emergenza, il mio fastidio di fronte all’uso degli anglicismi è sempre più forte.

smart working droplet

Non importa se tutto ha avuto inizio in Cina, ciò che è nuovo si deve esprimere in inglese, come al solito. La stampa diffonde neologismi come droplet, che viene spacciato come un tecnicismo (“Tecnicamente, il droplet – dall’inglese drop, che significa goccia – è la dinamica di trasmissione che avviene attraverso piccole gocce di acqua che spargono i germi nell’aria quando la fonte e il paziente sono vicini. Ad esempio, si verifica quando il contagio avviene starnutendo, parlando, tossendo”, Giornale di Brescia, 1/3/20).
La parola diventa insensatamente sinonimo di “distanza di sicurezza”, attraverso uno pseudo-ragionamento  che decurta ogni cosa tranne l’inglese e che ben si evince negli articoli di giornale: “Gli inglesi le chiamano ‘droplet’, e la ‘distanza droplet’ è quella oltre la quale si è ragionevolmente tranquilli di essere al sicuro dal contagio” (“Cosa vuol dire ’droplet’ e perché c’entra con la distanza che dobbiamo tenere dalle persone infette”, La Stampa, 2/3/20); “Coronavirus e droplet: ecco la distanza di sicurezza anti-contagio” (Corriere della Sera, 2/3/20).

I mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e che oggi lo stanno trasformando in itanglese, blaterano questa nuova lingua inventata, la diffondono e la insegnano in modo errato e irresponsabile. Parole storiche come inalazione o distanza di sicurezza cedono di fronte alla balla delle parole inglesi più corte e incisive, anche quando sono pseudanglicismi. Neologismi creativi come distanza anti-sputazzo (tutto sarebbe preferibile a droplet) non vengono neppure contemplati, di fronte all’anglomania dosata con l’incompetenza.

E così, ieri sera, un servizio di approfondimento culturale del telegiornale pontificava che il coronavirus che ci sta devastando è caratterizzato dalla sua struttura “a ganci” che si chiamano “spike”.

Come sarebbe a dire che si chiamano spike?

Questa non è cultura è colonialismo linguistico. Letteralmente sono punte, spine, chiodini, spuntoni, in italiano anche spicole. Non si chiamano affatto “spike”, questo è un nome inglese, ma diventerà italiano se l’informazione lo battezza, lo spiega e lo riporta così, senza alternative. Questa è la conseguenza della medicina, e della scienza, che si studia in inglese, che porta a una nomenclatura e a una terminologia in inglese, e a pensare in inglese, perché l’italiano  non si pratica più e si perde.

Oltre ai mezzi di informazione anche i siti istituzionali diffondono in questi giorni in inglese lo “smart working”, che nei contratti in italiano si chiama (o forse si chiamava o dovrebbe chiamare) “lavoro agile”, e che non è altro che il lavoro da casa, a distanza, da remoto, il telelavoro. Allo stesso modo, in questa sudditanza da coloni, le lezioni a distanza, in Rete o da casa sono solo e-learning, e gli italiani che si affacciano ai balconi alla stessa ora cantando e manifestando il loro inno alla vita e ad andare avanti fanno flash mob.

Mentre si sentono i primi imbecilli pronunciare “coronavairus” per sentirsi più “americani” (forse le mascherine se le dovrebbero mettere per non depauperare il nostro patrimonio linguistico), mi domando se non sia arrivato il momento di riflettere e se invece di andare fieri di questi patetici scimmiottamenti non sia il caso di vergognarcene e di riappropriarci con orgoglio di essere italiani. Più che considerare tutto ciò che evoca l’inglese come un modello da imitare, forse è arrivato il momento di dire chiaramente che è più sano evitarlo, se vogliamo elevarci socio-linguisticamente e spezzare il nostro immotivato senso di inferiorità.

Le misure di contenimento della nuova pandemia che il nostro Paese ha intrapreso seguono l’esempio della Cina, che ci ha mandato medici, mascherine e supporti con un gesto di solidarietà che non si è visto da parte di altri Paesi. L’Italia è stato il primo Paese europeo ad avere il coraggio di attuare, suo malgrado e a suo modo, la via cinese. E mentre un medico inglese, Christian Jessen, ha dichiarato che le nostre misure sono una scusa per prolungare la siesta, il nostro paradigma sta diventando quello che anche gli altri Paesi vicini si stanno preparando a seguire, dalla Spagna alla Francia. In Europa l’Italia è dunque un modello, attualmente. Nei grandi Paesi extracomunitari anglofoni, invece, gli uomini di Stato dai capelli di paglia per il momento propongono altre strategie. Nel Regno Unito Johnson ventila l’ipotesi di non fare nulla lasciando contagiare (e crepare) la popolazione per affidarsi a un’immunità di gregge smentita dalla scienza. Oltreoceano, vige un sistema sanitario dove chi non ha la propria assicurazione privata non può permettersi le cure mediche. Questo sistema barbaro è forse destinato a entrare in crisi davanti all’attuale emergenza. Anche se per decenni una politica italiana scellerata ha cercato di scimmiottarlo attraverso tagli al nostro sistema sanitario pubblico, il nostro modello per fortuna non è stato smantellato, anche se è stato ridimensionato. E oggi è possibile constatare con mano quale modello sia più auspicabile.

La pretesa superiorità incondizionata del mondo angloamericano, che seguiamo anche linguisticamente in preda alla nostra albertosordità, davanti al nuovo scenario pandemico è più che mai un modello da mettere in discussione. In questo momento sono più che mai fiero e orgoglioso di non essere né inglese né angloamericano, ma di essere italiano. Non solo linguisticamente.

Hate speech: l’incitamento mediatico all’odio (contro l’italiano)

Una lettrice mi ha segnalato l’impennata della frequenza di “hate speech” nei mezzi di comunicazione dell’ultimo mese “in seguito soprattutto alle vicende che hanno coinvolto la senatrice Segre”. Ciò che l’espressione designa è tristemente antico. E anche questo virgolettarla dalla cultura statunitense non è nuovo, circola da una decina di anni, benché inizialmente si dicesse soprattutto in italiano, incitamento all’odio. La novità è che più passa il tempo più la nostra lingua scivola in secondo piano e retrocede, diventa la spiegazione da affiancare all’espressione inglese gridata nei titoli che inevitabilmente poi diventerà quella più in uso, tecnica, corretta e “insostituibile”.

Le radici dell’odio

In un articolo della Repubblica del 29 maggio 2013 (“Facebook, stop violenza alle donne: utenti e investitori contro il sessismo”), si poteva leggere che a Palo Alto avevano ammesso “di aver sottovalutato l’insidia del cosiddetto ‘hate speech’, ovvero ‘odio mediatico’, che nell’avversione alle donne trova uno degli esempi più diffusi e deprecabili.”

Tutto inizia ogni volta così, con qualche occasionalismo virgolettato affiancato da una spiegazione. Le schermaglie che precedono questa prima fase, di solito, sono espressioni del tipo: “Nella giurisprudenza statunitense esiste un’espressione per indicare l’incitamento all’odio…”; oppure: “Hate speech, come dicono con una bella locuzione gli americani…”.
Con il tempo l’anglicismo comincia a essere utilizzato sempre più in primo piano, la traduzione letterale o possibile viene solo affiancata, e non è mai evocativa o precisa come il dio inglese.
La terza fase è quella di far sparire ogni corrispondente. L’italiano che serviva da bastone si getta. C’è solo l’inglese, possibilmente da sbattere nei titoloni (cliccare per credere). La traduzione, se va bene, si trova all’interno dell’articolo, giusto per spiegare di che cosa si sta parlando ai subalterni che non capiscono, al rango inferiore della società reo di non padroneggiare l’idioma alto della cultura globale. E così nel 2018 l’espressione è stata annoverata tra i neologismi della Treccani, che riporta numerose citazioni dai giornali. Il prossimo passo saranno i dizionari e il radicamento nella nostra lingua?

Già mi prefiguro gli anglopuristi e i giornalisti che tra qualche tempo argomenteranno: hate speech non è proprio come le parole o i discorsi di odio… è qualcosa di più, qualcosa di intraducibile… E poi gli equivalenti italiani non sono in uso…
Questo ragionamento è frutto di una prospettiva malata! Sempre più spesso gli anglomani decidono di usare l’inglese invece dell’italiano, nella fase iniziale, e procedono con un martellamento in cui lo diffondono senza alternative. Fino a quando possono concludere che l’italiano non è più in uso… bella scoperta! Siete voi che avete scelto di non usarlo e di farlo ammuffire! Un bel circolo vizioso per creare l’alibi della necessità dell’itanglese.

In questo modo entrano migliaia di parole inglesi che alla fine ci vendono come “insostituibili”. Selfie? Non è certo la stessa cosa di autoscattoKnow how? Non è proprio come competenze… si legge sul sito della Crusca. Stalker è più preciso di persecutoremobbing non corrisponde esattamente a vessazione
–  “Ma mobbing in inglese non si usa molto nel significato lavorativo che gli diamo noi!”
– “Non fa nulla, in italiano si è acclimatato a questo modo. Rassegnati, ormai è un tecnicismo e si deve dire così. È la stampa, bellezza!”

Chi prende queste posizioni, chi afferma che gli anglicismi sono “intraducibili” e “necessari” dovrebbe dire come stanno le cose fino in fondo. Ciò vale solo per l’italietta degli anglomani fieri di essere coloni. Selfie non è “intraducibile” né in Francia né in Spagna, dove coniano nuove parole come “egoritratto” o ampliano il significato di quelle vecchie come “autoscatto”. Know how non si usa in francese, oppure è perfettamente tradotto in spagnolo, ed entrambi i Paesi non vedono la necessità e l’intraducibilità di stalker, perché usano la propria lingua, e invece di dire mobbing dicono meglio harcèlement moral o acoso laboral. Davanti all’espansione dell’inglese ci sono lingue che resistono ed evolvono autonomamente, e altre che soccombono.

E allora chi fa la lingua in Italia? Quali sono i nuovi centri di irradiazione dell’italiano?
Già negli anni Sessanta Pasolini (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964) aveva capito che l’italiano basato sui testi letterari e sul toscano era finito e che il neoitaliano tecnologizzato arrivava dai centri industriali del Nord. Oggi Milano è la capitale dell’itanglese, e il lessico della tecno-scienza ci arriva direttamente dall’inglese globale, come la terminologia del lavoro. A fare la lingua spesso sono gli influenti della Rete, dunque siamo passati dal prestigio letterario di Manzoni a quello linguistico della coppia Ferragni-Fedez, un bel salto di modernità, non c’è che dire! E a fare la lingua sono soprattutto i mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi stanno unificando l’itanglese.

I giornali attingono il peggio da tutti questi settori e lo sbattono in prima pagina facendolo diventare il moderno italiano.

Le conseguenze dei picchi di stereotipia del giornalismo

L’ossessività con cui, nei giornali e nei telegiornali, le espressioni e le parole vengono spesso ripetute in modo martellante e senza mai ricorrere a sinonimi, come un tormentone mono-significato, è ben nota. Il concetto di “stereotipia” nei mezzi di informazione è stato ben evidenziato per esempio da Maurizio Dardano (Il linguaggio dei giornali italiani, Laterza, Bari-Roma 1986, p. 236). Ma si può citare anche Riccardo Gualdo:

La lingua dei giornali assorbe come una spugna gli usi nuovi, contribuisce potentemente a farli diventare di moda e, infine, anche a fissarli nell’uso ripetendoli in modo ossessivo” in una “riproduzione meccanica di associazione di (nome-aggettivo, intere frasi) o di traslati in origine brillanti ma a poco a poco resi stucchevoli per il troppo uso.

L’italiano dei giornali, Carocci Editore, Roma 2005, p. 85.

Il lessico della stereotipia coinvolge ormai soprattutto gli anglicismi e le espressioni mutuate dagli Stati Uniti. Come ha osservato nella sua tesi Gaia Castronovo:

L’assenza di sinonimi è dovuta molte volte “a lasciare a terzi il lavoro di traduzione per le notizie di politica estera direttamente dalle agenzie (es. ANSA). Spesso le bozze non subiscono una revisione dalla redazione, ma vengono pubblicate cosi come sono, a causa delle rapide tempistiche e, talvolta, mancanza di personale.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 48.

E così un’espressione come “fake news”, virgolettata direttamente dai discorsi di Trump, invece di essere tradotta con notizie false o bufale, si è radicata in un batter d’occhio nella nostra lingua al punto che oggi ci si chiede: “Ma come si potrebbe rendere in italiano?”
Ma come facevamo a parlare di queste cose sino a tre anni fa? Come facevamo a esprimerci nella nostra lingua prima che prendessero piede parole ormai “insostituibili” come location?

L’impatto che i picchi di anglicismi hanno sulla lingua si può misurare con molti esempi significativi.

Se si analizza la frequenza della parola compound negli archivi del Corriere della Sera, si vede che tra il 2003 e il 2010 era trascurabile, ricorreva in un numero limitato di articoli (una media di 5 all’anno), e talvolta non indicava un edificio, ma un tipo di arco che si usa nelle competizioni sportive, perché il termine ha due significati. Nel 2011, improvvisamente gli articoli salgono a 41. In quell’anno, infatti, c’è stata sia la guerra con la Libia in cui Gheddafi era barricato nel suo compound, sia l’uccisione di Bin Laden scovato in un compound in Pakistan. In entrambi gli episodi, la parola ha avuto una vasta eco mediatica quasi senza alternative, dovuta probabilmente al riportare la notizia con le stesse parole delle fonti americane. Poi, passato il momento dell’ossessività, nel quinquennio fino al 2016, negli stessi archivi si può notare che la parola ricorre con una media di poco più di 20 articoli all’anno. In sintesi, dopo il picco della stereotipia, causato da eventi contingenti, la frequenza della parola si abbassa, ma è ormai diventata popolare rispetto a prima, e viene perciò usata normalmente 4 volte di più.

Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nell lessicodell’Italia e incolla, Hoepli 2017, p. 124-125.

Ma questo fenomeno non è causato solo dallo scimmiottamento di ciò che arriva d’oltreoceano, siamo bravissimi a farci male da soli anche sul piano interno. Riporto una tabella tratta dalla citata tesi di Gaia Castronovo che ha analizzando la frequenza della parola job sul quotidiano La Repubblica dal 1984 al 2014. I picchi di stereotipia saltano all’occhio.

tabella gaia castronuovo JOB
Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 52.

La parola, più che essere usata da sola, è quasi sempre associata ad altre in varie espressioni, e negli anni Ottanta le occorrenze erano sotto la decina.

“La media annuale si assesta poi su un ordine di grandezza in più (10-50). Il grafico mostra inoltre dei picchi che corrispondono alle ripetizioni ossessive a cui si riferisce Gualdo nella citazione sopra riportata. Negli anni Duemila era il momento di job rotation e job creation, nel 2014, invece, di job act.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, op. cit. p. 52.

Quello che è successo dopo lo sappiamo. L’iniziale job act si è attestato definitivamente con la s di jobs act, e oggi la frequenza sui giornali delle tante combinazioni di job è aumentata a dismisura. Un bell’anglicismo “produttivo” come dicono alcuni linguisti, ma più onestamente si potrebbe dire: infestante. In attesa che il mondo del lavoro diventi del job, come quello della ristorazione è ormai del food, mentre l’economia diventa economy, il verde green, e le tasse tax, ci sono ancora dei linguisti negazionisti che ci raccontano che non sta accadendo nulla. C’è anche chi preferirebbe mettere l’italiano in un museo – invece di praticarlo, difenderlo, farlo vivere ed evolvere – e afferma che l’anglicizzazione è solo “un’illusione ottica”. Infatti sarebbe circoscritta solo in alcuni ambiti, come l’informatica, e poi “sono soprattutto i mezzi di comunicazione e i politici” a usare le parole inglesi… Affermazioni come queste sono imbarazzanti, come se questi che vengono considerati “marginali” non fossero proprio i nuovi centri di irradiazione della lingua. Non rendersi conto dell’impatto che i mezzi di informazione hanno sull’italiano, oltre a essere antistorico, è soprattutto anti-attuale. Il linguaggio dei giornali è quello che viene poi inevitabilmente ripetuto dalla gente, e finisce così nei dizionari. Per questo capita che un vecchietto, che non hai mai avuto a che fare con uno spacciatore in vita sua, racconti scandalizzato che hanno arrestato un pusher proprio dietro casa sua. Perché l’ha letto sul giornale.

pusher e spacciatore google
Cercando “pusher” e “spacciatore” sulle Notizie indicizzate da Google risulta chiaro come l’anglicismo sia preferito.

È significativa a questo proposito una ricerca del 1999 in cui Katalin Doró ha scandagliato le annate di Corriere della Sera, Il Messaggero, La Repubblica e L’Espresso. Tra i 416 anglicismi presenti nei titoli e nei sottotitoli, 89 non erano presenti nello Zingarelli del 1995. Ma cosa è successo dopo? Che 23 di questi sono stati registrati nel 2000 (5 anni dopo), e altri 12 nel 2002.

Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, num. 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91.

Ancor più significativo è uno studio di Antonio Taglialatela del 2012 sulle prime pagine di Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa per rintracciare gli anglicismi più usati, con lo scopo di dimostrare che “riescono a penetrare nel lessico per il loro uso ‘popolare’, dovuto in gran parte ai media e al linguaggio politico, trasformandosi in vere e proprie voci di dizionario”. Se nel 2012 solo 4 di essi non erano presenti nei vocabolari (bailout, downgrade, fiscal compact e stress test), controllando sull’edizione del Devoto-Oli 2017 si vede che adesso sono stati annoverati anche questi.

Antonio Taglialatela, “Le interferenze dell’inglese nella lingua italiana tra protezionismo e descrittivismo linguistico: il caso del lessico della crisi”, in Linguæ &, Rivista di lingue e culture moderne, Vol. 10, Num. 2, 2011., p. 78 e tabella 3 p. 88.

La conclusione è che il 100% degli anglicismi più utilizzati dalla stampa finisce inevitabilmente nei dizionari e nella lingua, è solo questione di tempo.

Sono i giornali che portano alla diffusione delle parole che poi i dizionari non possono che registrare, come si fa a non capirlo? Alla faccia di chi pensa che siano un fenomeno circoscritto e marginale o passeggero e caratterizzato da rapida obsolescenza.

In Diciamolo in italiano (p. 96-97) ho confrontato le parole inglesi annoverate nel Devoto Oli 1990 con quelle del 2017 (nessuno lo aveva mai fatto) e il risultato è che da circa 1.600 anglicismi siamo arrivati a 3.500, e quelli che invece sono usciti “falciati dalla scure del tempo” che qualcuno sbandiera, non si capisce su quali basi, sono 67! Ma di quale obsolescenza si sta parlando? I picchi di stereotipia giornalistici possono anche essere passeggeri e possono anche regredire. Ma quello che ogni “tsunami anglicus” (cito Tullio De Mauro) ci lascia dopo ogni ondata è la distruzione della nostra lingua.

Per questo è importante che davanti al monolinguismo anglicizzato dei mezzi di informazione (in generale, non solo nel caso di hate speech che si appoggia a sua volta a hater che grazie ai giornali ha la meglio su odiatore) si facciano circolare le nostre alternative che vanno difese da chi – il suo odio – lo riversa solo contro la lingua italiana. Purtroppo questo tipo di odio sembra non suscitare alcuno scandalo. I giornali, invece di deprecarlo, lo alimentano.

Bookcity e la “gerarchia” degli anglicismi

Questa settimana parte l’ottava edizione di Bookcity, l’evento milanese dedicato ai libri, agli autori e alle letture che si snoda in molteplici incontri e iniziative disseminati per la città. Sono tutti eventi in italiano, rivolti agli italiani, e il logo della manifestazione consiste in un Duomo stilizzato fatto di libri. Ma nel linguaggio della città capitale dell’itanglese il libro è ormai book, e la città è city.

Quest’anno la locandina di Bookcity non pullula di anglicismi come quella della scorsa edizione, e la cosa mi ha sorpreso, oltre a farmi piacere.

bookcity
L’edizione di Bookcity 2018 nella comunicazione dell’evento.

Ma in generale Milano è in prima linea nella distruzione sistematica della nostra lingua attraverso la sua comunicazione, dalla Settimana della moda che è diventata Fashion Week, al Salone del mobile divenuto il Week Design. In questo volere essere internazionali puntando sull’inglese, e non sulla nostra lingua che all’estero ha invece un fortissimo richiamo, si anglicizza anche ciò che è rivolto all’interno della città:  nell’urbanistica la zona Fiera è diventata Fiera Milano City, si introducono i district, e non i distretti, e per fare gli americani si ribattezzano i quartieri, come il Nolo, cioè il North of Loreto. L’Atm, l’azienda meneghina dei trasporti, introduce senza alternativa il ticketless, e parla sempre più di ticket anziché di biglietti e così via.

In questo contesto, il punto non è solo che si diffondono gli anglicismi che anno dopo anno vanno ad aggiungersi ai lemmi dei nostri dizionari in numero sempre maggiore. E non c’è nemmeno solo il preoccupante aumento della loro frequenza d’uso e della loro “prolificità”, che qualcuno chiama ipocritamente “produttività”, per conferire un’accezione positiva (ma anche il cancro è “produttivo”, cioè cresce, si amplia intacca e distrugge le altre cellule, si allarga). C’è un altro fatto trascurato dai linguisti che sarebbe invece il caso di indagare e approfondire e che si potrebbe chiamare il problema della “gerarchia degli anglicismi”.

Le parole inglesi che irrompono nella nostra lingua, sempre più spesso, occupano una gerarchia alta. Sono usate come le categorie principali, come le etichette più significative per indicare ciò che è fondamentale, mentre gli equivalenti italiani sono collocati sotto, come specificazioni di ordine inferiore. E allora una manifestazione che parla di libri deve ormai chiamarsi Book: questo è il titolo, la categoria superiore in senso metaforico e letterale. Di libri si parlerà solo nel concreto e all’interno degli eventi. Quando sono oggetti quotidiani si esprimono in italiano, ma il settore è quello dei book.

Le parole inglesi di “categoria superiore” come book (ma anche food, green, economy, tax…) non sono come i “prestiti sterminatori” che fanno morire le nostre parole: computer che ha ucciso calcolatore, selfie e autoscatto, manager e dirigente, gossip e pettegolezzo/cronaca rosa, sticker e adesivo… Però diventano la copertina, mentre la parola “libro” slitta nel “fronte-ospizio” del frontespizio, di fronte all’inglese. È la stessa logica per cui gli anglicismi compaiono soprattutto nei titoli di giornale,  nelle insegne dei negozi (bookstore, hair stylist, wine bar…), sui biglietti da visita per indicare le professioni, nei concetti chiave della scienza, della cultura o dell’informatica, nelle innovazioni della politica. E in sempre più ambiti.

Nelle analisi sull’interferenza dell’inglese, allora, non c’è  da solo il numero e la frequenza. Le parole hanno un peso. E il peso della nomenclatura inglese schiaccia le alternative italiane. Il caso di book è esemplare per comprendere questo fenomeno.


Il boom del book

Quanto è infestante (non “produttiva”: infestante!) la parola book?
In principio il book era solo quello fotografico, il portafoglio per esempio dei modelli (o portfolio come si dice in inglese, ma anche in italiano, purtroppo). C’era anche il bookmaker, cioè chi compila il “libro degli scommettitori”, che in italiano è un allibratore. Ma oggi tutto è esploso in modo impazzito.

Le prenotazioni sono diventate booking e l’over booking spopola al punto da sembrare intraducibile e necessario, perché quasi a nessuno viene in mente di dire sovraprenotazione o eccedenza di prenotazioni, mentre le prenotazioni a largo anticipo che permettono sconti sono vendute, e perciò poi dette e ripetute, come advanced booking. In informatica un marcatore, un indirizzo o collegamento memorizzato, è bookmark, i piccoli calcolatori che si aprono come un libro sono arrivati come netbook, i libretti dei cd sono booklet, in Rete il libro degli ospiti è guestbook, e poi sono arrivati gli e-book, non i libri elettronici, che si leggono attraverso un e-reader e non un lettore (mentre la e- di electronic è diventata un prefissoide che genera un’infinità di altre parole, così tante che non è più possibile contarle).

E così book si è radicato sempre più, c’è il bookcrossing e non il passalibri o il giralibri (si appoggia al crossing over, al crossmediale, al cross, al crossare…), sono arrivati i booktrailer , e non i videopromo dei libri o le videoanteprime (perché trailer si è ben radicato). Le librerie diventano bookshop e bookstore, visto che botteghe, negozi e punti vendita stanno diventando shop o store (beauty shop, coffe shop, duty shop, e-shop, sexy shop, temporary shop… oppure e-store, megastore, temporary store, concept store… senza dimenticare gli show room).
E ancora, i libri tascabili sono pocket book, un’opera  di consultazione, enciclopedica è un reference book,  un libro sensoriale è un sensory book, un libro animato un flip-book, un libro a caldo è un instant book, un libro contabile aperto un open book, un opuscolo con la presentazione di un film è un pressbook

Si può continuare in questo elenco, ma a questo punto chi non è cieco ha capito perfettamente che cos’è oggi l’interferenze dell’inglese. È un dilagare incontrollato di radici infestanti che si ricombinano tra loro in una rete che si espande e che ha una portata devastante e soffoca la nostra lingua. Cercare di interpretare ciò che accade liquidando tutto con le categorie dei “prestiti” – cioè episodi isolati, singole parole etichettate in modo assurdo come di “lusso” o di “necessità” –  è ridicolo, miope, anacronistico e non permette di comprendere la portata del fenomeno: la rinuncia all’italiano, il trapianto linguistico non solo di singole parole, ma di espressioni e di una rete di fitte interconnessioni dove tutto ciò che è nuovo si esprime in inglese. Queste espressioni sono così tante che non è più possibile contarle. E in questa rete l’inglese occupa il vertice della gerarchia. Negare l’anglicizzazione non è solamente stupido e falso. È un atteggiamento irresponsabile e criminale.

Voglio citare un titolo di giornale che trovo esemplare per comprendere la nostra follia:

Allontanare ansia e stress con la creatività, i Color Therapy Book

Oggi vi parliamo di una tendenza nata in Francia e che in pochissimo tempo ha conquistato l’Europa intera, i Color Therapy Book… (Triesteprima.it, 4/11/2019)”.

Naturalmente in Francia questi libri non si chiamano così, perché i nostri vicini sono afflitti da una strana malattia che li porta a esprimere nella propria lingua ciò che inventano, e hanno semmai ideato la couleur thérapie, o la livre art thèrapie. Ma noi ribattezziamo in inglese persino una moda nata in Francia in lingua francese che si esprime con titoli come Livre mandalas coloriage creatif (édition Bravo) o Livres colorier mandala – Couleur thérapie Pages relaxation rtress gratuit pour adultes

La gerarchia degli anglicismi negli eventi editoriali

Francia 2019. Al salone del libro di Parigi un centinaio di scrittori e di intellettuali si sono ribellati contro la nomenclatura in inglese nell’editoria attraverso un appello per bandire categorie e parole anglicizzate come bookroom, photoboothm, live, brainsto, young adult, photobooth… (“Niente ‘bookroom’ o ‘live’ al Salon du Livre di Parigi: cento scrittori e artisti francesi contro l’invasione dell’ingleseIl Messaggero, 5/2/2019).

E in Italia cosa accade? Che le librerie diventano bookshop, con l’inglese gridato nelle insegne, il vertice della gerarchia delle parole. La libreria Mondadori è diventata Mondadori Bookstore, ed è nata la Feltrinelli Red, dove il colore “rosso” nasconde l’acronimo Read, Eat, Dream (ed ecco che spuntano anche i primi verbi in inglese, che fino a pochi anni fa non si erano mai visti), mentre tra best seller e long seller, thriller e modern fiction, home video e game… le categorie editoriali sono sempre più inglesi, comprese le graphic novel, nonostante l’origine italiana di novella mutuata dal Boccaccio (in francese roman graphique e in spagnolo novelas graficas). Ma, soprattutto, ogni fiera del libro o manifestazione di libri, da Bookcity di Milano  al Catania Book Days si esprime in inglese.

libreria feltrinelli red e mondadori bookshop

Una rassegna stampa degli eventi editoriali (limitata ai soli mesi di ottobre e novembre 2019!) porta risultati sconcertanti.

A Padova si è svolto “One book one city: aperitivo col vecchio che leggeva romanzi…” (PadovaOggi, 16/10/2019); anche qui, come a Milano, oltre a book al posto di libro, si parla di city, invece che di città.

A Genova c’è il Book Pride, nel 2019 giunto alla terza edizione che si appoggia all’introduzione della fortunata locuzione gay pride e dei suoi derivati (es. “A Milano uno School Pride a sostegno della Scuola Pubblica” = manifestazione di protesta; “Smog a Torino. Bike Pride” = corteo, sfilata di protesta in bicicletta…). E restando in Liguria si segnalano eventi più periferici come il Market book di Bordighera: “Il mercato coperto di Bordighera location dell’evento Market book”. Anche qui il libro è book, il luogo è location e il mercato diventa market, nell’era del marketing e dei suoi derivati (direct marketing, guerrilla marketing, marketing mix e marketing oriented, multilevel marketing, viral marketing…).

Nella ridente cittadina di Bardonecchia (ma c’è poco da ridere) si è da poco svolto un evento di “Sei incontri con sei autori per il Mountain book” (TorinOggi.it, 16/10/2019), dove la montagna è mountain nel gioco di parole con mountain bike (che si collega al bike sharing, city bike, bike friendly…). Sempre in Piemonte segnalo “Cook the Book a Carignano con quattro autori”  (Ieri Oggi Domani Cronache, Comunicati Stampa, 4/11/2019), dove cook – ecco di nuovo un verbo – ben si sposa con la proliferazione del food, che si trova nel programma “Food & Book”, di Montecatini Terme, “il festival del libro e della cultura gastronomica” (La Nazione, 9/10/2019).

Per rimanere in Toscana vale la pena di citare anche il progetto “OFF Book” del Dipartimento di Scienze politiche e internazionali dell’Università di Siena (“OFF Book: agli Industri performance finale del progetto…”, Grosseto Notizie, 16/10/2019) con una “Performance finale progetto OFF Book” (Maremmanews, 16/10/2019). E poi “Il Pisa Book Festival diventa ‘eco-friendly’” (LetteratitudineNews, 4/11/2019) dove “eco-friendly”, più lungo di ecologico che suona molto più antico, irrompe insieme a book, mentre il fèstival pronunciato all’inglese ha preso il posto della più antica pronuncia alla francese, festivàl. E ancora: “Lo staff di Lucca Comics ha diffuso il Program Book di Lucca Comics & Games 2019” (AFNews Comunicati Stampa, 23/10/2019). E poi si è svolta la IV edizione del “Libra Casentino Book Festival, che celebra la montagna nel parco nazionale delle Foreste casentinesi (ArezzoWeb, 10/10/2019).

In Emilia “Torna Book & Wellness” (Renonews Comunicati Stampa, 13/10/2019) alle Terme di Porretta.

Dal centro scendiamo verso sud, isole comprese. In Sardegna a “Pirri arriva il book-nic: sul prato con libro, cestino e plaid” (Casteddu on Line, 14/10/2019). “Al MAV Museo Archeologico Virtuale di Ercolano arriva il Book Party più Mostruoso dell’anno. Venerdì 1 novembre” cioè l’Halloween Book Party (NapoliToday, 18/10/2019).
In Sicilia, a Pachino, “Bilancio positivo per la prima edizione del Marzamemi book fest, un festival dedicato ai libri e alla cultura” (Pachino News, 22/10/2019), mentre a Catania ci sono stati i “Catania Book Days, evento che preannuncia il Catania Book Festival (in programma dal 7 al 9 maggio 2020)” (CataniaNews.it, 23/10/2019) dove le giornate sono ormai day sulla scia delle espressioni click day, D-day, day after, day by day, day hospital, election day, familiy day, memorial day, open day

Oltre a questi eventi locali, “Arriva la settima edizione del Social Book Day” (Libreriamo, 14/10/2019), “la giornata mondiale dedicata ai libri sui social…” (RTL 102, 5-15 ott 2019).
Nelle notizie recenti delle testate dai nomi sempre più inglesi, book rimbalza in molti altri contesti: ci sono i book blogger (bloggatori non è una parola che si è diffusa, visto che apparirebbe italiana) come Giulia Ciarapica “una delle più influenti book blogger d’Italia; e ha appena dato alle stampe…” (“Giulia Ciarapica, la grande book blogger si racconta tra lavoro e…”, L’Ordinario Comunicati Stampa, 26/10/2019). Sul Corriere si può leggere di “Francesca, Elena e Ilenia, le «book influencer» star di Instagram. Oggi, a determinare il successo di un lavoro editoriale, e a mandare i romanzi in sold out, ci sono le «book influencer»: bastano trenta secondi di…” (Corriere della Sera, 29/10/2019), perché non c’è solo influencer al posto di influenti, la parola si contamina con le altre: book influencer, food influencer, blog influencer… in un sottofondo brulicante di altri anglicismi come social, news, star, sold out, performance… ma un italian influencer che possa essere una guida influente per cercare di parlare in italiano esisterà ancora?

Forse no, visto che un libro fotografico di animali, “da un elefante partecipe dei sentimenti del suo padrone a un cane trasportato tra le macerie di Kabul sul retro di una bicicletta”, diventa “Gli Animals di Steve McCurry in un photo book per Taschen” (Amica, 25/10/2019).

Ormai una “fiera del libro” è forse solo una donna orgogliosa della propria lettura, altrimenti dobbiamo usare l’inglese, perché siamo evidentemente celibrolesi! Crediamo che book sia più moderno, ma è solo un alibri, dove la prima “a” si può leggere come alfa privativo, cioè “senza libri” e pieni di book. Non c’è più libridine nel parlar la nostra lingua, non c’è alcun equilibro tra libro e book, le due parole non sono sullo stesso piano, non sono dello stesso calibro, hanno un diverso rango, una diversa gerarchia. Book è nobile e diventa titolo, categoria. Libro è il suo valvassino. Inglese e italiano si fondono in un librido, l’itanglese, libero da “libro”.

I giochi di parole si fanno sull’inglese (Mountain Book, book-nic, Cook the Book…), eppure si potrebbero fare anche con la lingua italiana, chissà mai che i copy, i creativi che per fare il loro lavoro espresso in inglese puntano alla lingua di gerarchia superiore, non copino anche questa possibilità. Altrimenti gli ex libris diventeranno presto ex books, o forse cambieranno di significato: gli ex libri ora book che è più cool. Della “morte del libro” si parlava già molti anni fa, spesso a sproposito. Oggi forse ha una valenza linguistica più che concettuale. Book è cool. Ogni doppio senso che si può ricavare dall’accostamento delle parole è puramente voluto.

Orribili neologismi e seducenti anglicismi: dal purismo all’anglopurismo

Il nuovo Governo ci sta regalando in questi giorni due nuovi meravigliosi anglicismi, la plastic tax e la sugar tax.
Da quando le tasse sono diventate tax?
Dopo le timide prime entrate storiche mutuate dall’inglese (minimum tax o carbon tax), il nuovo Millennio ha prodotto la city tax (tassa di soggiorno, 2006), la local tax (al posto di IMU e TASI, 2014), e poi la web tax, computer tax, Google tax, flat tax, Robin tax e decine di altre ancora. Un buon sistema per non fare pagare le tasse, questo. Basta sostituirle con tax e son belle che abolite, almeno nella lingua italiana.

I giornali riprendono queste espressioni e le sbattono in bella vista nei titoloni, affinché tutti le vedano e le ripetano senza alternative. Sbatti il monster in prima pagina. È così che, giorno dopo giorno, si diffonde l’itanglese e si distrugge l’italiano.

Inglese è bello. Inglese è il nuovo.
E le neologie in italiano? Sono brutte. Orrende e orribili.


“Mi si perdoni l’orrendo neologismo” italiano

I mezzi di informazione sono i principali spacciatori di anglicismi – o forse è più moderno dire pusher come si legge nei titoli dei giornali – ma allo stesso tempo condannano i neologismi creati con elementi italiani per motivi “estetici” (sono “brutti”), e li usano chiedendo licenza. Frasi come “Mi si perdoni l’orrendo neologismo” ricorrono frequentemente e in ogni variante:

● “Noi non vogliamo rischiare… l’alberobellizzazione, mi passi l’orrendo neologismo…” (Corriere della Sera, 9/12/2018);
● “Assolutamente libero lei e chiunque di poter esprimere opinioni, semplicemente credo che fare del benaltrismo (scusi l’orrendo neologismo)… (Il Fatto Quotidiano, 26/6/2019).

Certo, parole come queste più che essere neologismi sono espressioni usa e getta, occasionalismi coniati in un contesto per farsi capire; quando manca la parola si può sempre inventare – forse lo abbiamo dimenticato, ma va gridato forte e chiaro – e se l’invenzione è fatta seguendo le regole della nostra lingua ed è comprensibile a tutti non c’è nulla di male a inventare le parole, fa parte dell’individualismo espressivo. L’evoluzione di una lingua passa proprio attraverso la creazione di nuove parole, davanti ai cambiamenti del mondo. Molti neologismi che poi si affermano e registrano successo e circolazione hanno, o forse dovrebbero avere, proprio questo tipo di struttura italiana. Eppure c’è una grande resistenza a questi tipi di neologie.

Cercando su “Google notizie” l’espressione “brutto neologismo” si trovano circa 123 risultati, per esempio:

● “nutraceutico, brutto neologismo farmaceutico…” (SassariNotizie.com, 29/10/2019);
● “Per descrivere questa situazione si parla ormai con un brutto neologismo di urbanicidio” (Toscana24, 27/9/2019);
● “Qualche anno fa andava di moda un brutto neologismo: glocalizzazione” (Esquire.com, 16/5/2019);
● “20 mesi fa, in Italia il sovranismo era un brutto neologismo poco praticato” (Globalist.it, 23/2/2019);
● “diramazioni e obliquazioni (si potrà scrivere? è un brutto neologismo?)” (Il Foglio, 3/1/2019);
● “connessività: brutto neologismo per dire che oggi non basta… (La Repubblica, 29/2/2016);
● “alternatività, se così si può definire per usare un brutto neologismo (Onstage, 2/2/2018);
● “licenzismo (perdonate il brutto neologismo)” (Il Foglio, 9/7/2019);
● “con un brutto neologismo si potrebbe definire una pioniera” (Il Sussidiario.net, 11/1/2016);
● “Non passava giorno, in quegli anni, che non venisse ucciso o gambizzato (brutto neologismo dell’epoca) qualcuno” (Corriere della Sera, 24/5/2010);
● “per definire questo duplice processo, sociologi e demografi hanno coniato il brutto neologismo degiovanimento del Sud” (Quotidiano di Puglia, 15/6/2019);
● “ ingredientistica (brutto neologismo)…” (Newsfood.com, 8/9/ 2010);
● “Rileva quella che si potrebbe definire con un brutto neologismo, le tecnicalità del prodotto… (Il Secolo d’Italia, 8/11/2018).

Molte altre volte i neologismi non sono solo “brutti”, sono addirittura “orribili” (87 risultati circa):

● “attenzionate (orribile neologismo)” (Il Messaggero, 9/1/2019);
● “… giovani e – oggi si direbbe con orribile neologismo – caucasiche” (AGI – Agenzia Giornalistica Italia, 4/4/2018);
● “Sembra proprio che l’emergenza nazionale paventata da alcuni media, con tanto di creazione dell’orribile neologismo femminicidio, esista (Il Primato Nazionale, 3/3/2017);
● “halloweeniana (perdonateci l’orribile neologismo)” (Multiplayer.it, 3 dic 2009);
● “ci si passi l’orribile neologismo, performante… (La Repubblica, 7/12/2015);
● “un meccanismo che chiamerei, con un orribile neologismo, di interessanza” (Linkiesta.it, 2 giu 2014).

Oppure sono “orrendi” (circa 78 risultati):

● “…un orrendo neologismo – femminicidi” (Corriere della Sera, 5/4/2017);
● “…buonisti: l’orrendo neologismo abusato da anni…” (La Repubblica, 25/10/2013);
● “movimentista (orrendo neologismo)” (Corriere della Sera, 28/3/2015);
● “Anzi, causalizzarli, se mi passate l’orrendo neologismo (Il Sussidiario.net, 26/9/2019)…

E i neologismi belli quali sono? Esisteranno?
Pare di no.


C’è una bella parola in inglese per esprimere…

La ricerca di “ottimo neologismo” e “buon neologismo” tra le testate giornalistiche non è fruttuosa, mentre “bel neologismo” riporta solo 37 risultati, ma andando a leggere gli articoli si vede che spesso l’espressione ricorre nei commenti dei lettori, e non nel pezzo dei giornalisti. E poi salta all’occhio un altro fatto singolare: si elogia qualche neologismo d’autore (“Gianni Brera per lei ha coniato un bel neologismo ‘dolcenergica’”, Italnews, 4/10/2014; “dispatriare, per usare il bel neologismo di Luigi Meneghello”, La Repubblica, 22/3/2019), ma con poche eccezioni (Islamofobiabel neologismo, motivo già più che sufficiente a votare Trump; Il Fatto Quotidiano, 9/11/2016) si elogiano soprattutto gli anglicismi, che sono sì neologismi, ma non sono parole italiane:

● “C’è un bel neologismo inglese a cui si può far riferimento e che descrive bene il fenomeno, che dal punto di vista sociale occorre sempre più contrastare, che è ‘ageism’, vale a dire la discriminazione tra persone a causa dell’età” (Startupitalia.eu, 29/8/2018).
● “Scoppia a ridere, il fotografo ha detto qualcosa sui danni della cheesefication, il forzare ghigni davanti a una macchina fotografica, un bel neologismo (La Repubblica, 2 ago 2013).

Ma che “bel neologismo” cheesfication! Ne sentivamo la mancanza (quanto ci piacciono i suoni in “éscion”) e di sicuro la nostra lingua non sarebbe in grado di produrre nuove parole così evocative. Mettiamo subito cheesfication nell’elenco degli anglicismi “insostituibili”, “necessari”, “utili”… le nostre parole per indicare il sorriso forzato o sforzato, tirato, di plastica, imbalsamato… non sono altrettanto “belle”, e creare una ricombinazione nostrana produrrebbe di sicuro “orribili neologismi”, a quanto pare. A un giornalista non viene neppure in mente di provarci, c’è già l’inglese, mica si può alterarne la sacra inviolabilità di idioma superiore!
E ageism? Certo ci sarebbe ageismo, mi si consenta l’adattamento considerato ormai una consuetudine “medioevale”. Almeno in Italia, perché all’estero e nelle lingue sane è normale, a cominciare proprio dalla lingua inglese che anglicizza gli italianismi senza scrupoli.
E davanti ai neologismi italiani alternativi all’inglese come apericena?

● “Orrendo neologismo la cui morale è sempre la stessa: l’aperitivo che si ‘mangia’ la cena” (Bergamo Post, 15/11/2016);
● “In tempi in cui apericena era solo un brutto neologismo di là da venire”, Il Friuli, 23/8/2015).

Naturalmente, questo atteggiamento non si ritrova solo sui giornali, e cercando le stesse espressioni non solo sulla stampa, ma in tutta la Rete, le occorrenze di questo tipo si moltiplicano a dismisura e diventano migliaia. Questo sentimento moralistico e misoneista – ma solo per le neoconiazioni italiane, non certo per le parole inglesi – striscia anche tra i tanti insopportabili tronisti linguistici della Rete. Apericena… per carità! Vuoi mettere un bell’happy hour? E che dire di colanzo come sostituzione di brunch (breakfast “prima colazione” + lunchpranzo”) che sta prendendo sempre più piede anche nelle offerte dei locali? Che brutto! Riporto in proposito un paio di commenti reali di utenti della Rete:

● Una parola “forzata a mio avviso è anche poco melodicabrunch è più immediata … anche più intuitiva”.
● “Noooo, sono riusciti a italianizzare l’orrendo ‘brunch’. ‘Sta roba fa coppia con l’obbrobrioso ‘apericena’; chi s’inventa questi termini assurdi farebbe meglio a rimanere a dieta pane e acqua, anzi, anche senza pane, anzi, anche senz’acqua!”

Questa ostilità per i neologismi italiani affonda le sue radici negli atteggiamenti puristici più beceri. I puristi però non avrebbero apprezzato questi registri linguistici da fumetto e questa punteggiatura casuale da oralità che si esprime attraverso la tastiera. E soprattutto i puristi si scagliavano con la stessa veemenza anche contro i “barbarismi” e con i regionalismi non toscani. Per preservare la purezza della lingua delle tre corone fiorentine rischiavano di cristallizzare l’italiano nella “lingua dei morti”, nei significati storici, e in questo modo di soffocarlo e di impedirne l’evoluzione per esprimere il nuovo. Questo moderno atteggiamento che preferisce gli anglicismi “intoccabili” ai neologismi, che si potrebbe definire “anglopurismo”, è un’immondizia che sta uccidendo l’italiano in modo ben più pericoloso.
Quanto alle argomentazioni di carattere “estetico” così diffuse – parola bella, brutta, orribile… – basta citare Leopardi, che aveva ben compreso:

solo “l’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara.”

Dire che colanzo o apericena sono belli o brutti è solo questione di diffusione e di abitudine. Dire che odiatore è brutto o meno preciso ed evocativo di hater è una sciocchezza, è una presa di posizione soggettiva di chi disprezza la lingua italiana. E dopo che Crozza ha cominciato a usare l’alternativa italiana più frequentemente dell’inglese non suona più così strano, si sta diffondendo anche sui giornali e tra la gente, anche se in un primo tempo suonava fuori luogo usare la nostra lingua. Lo stesso varrebbe per influente al posto di influencer, per notizie false invece che fake news o per tassa sulla plastica e sullo zucchero invece di plastic e sugar tax.

Ma gli anglopuristi sono ostili alle neologie italiane, per costoro è bello solo ciò che suona inglese. Purtroppo questo giudizio estetico da coloni e collaborazionisti della dittatura dell’inglese è esteso. E mentre in Islanda esiste la figura del “neologista” che davanti al proliferare dell’inglese costruisce ufficialmente alternative islandesi, o mentre in Francia e in Spagna le accademie della lingua creano e promuovono neologismi autoctoni, in Italia la lingua è fatta solo dai mezzi di informazione, e le prese di posizione anglopuriste si rintracciano persino all’interno della Crusca. E così, dai giornalisti, che con le parole che pubblicano contribuiscono a formare la lingua, ai più beceri tuttologi che in Rete si autoproclamano castigamatti delle parole belle e brutte, la metà dei neologismi del nuovo Millennio è ormai in inglese. Come se tra anglicismi e neologismi non ci fosse differenza. E il futuro dell’italiano sarà l’itanglese, se non cambiamo atteggiamento.

Globalese e itanglese: le relazioni pericolose

Nei due articoli precedenti ho mostrato che “Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico” fanno parte di un disegno più ampio del nuovo imperialismo economico e culturale che mira a imporre i modelli e la lingua degli Stati Uniti in tutto il mondo. Ho mostrato anche che all’estero esiste un dibattito molto critico sul progetto di condurre ogni Paese sulla via di un bilinguismo dove l’inglese è la lingua della scienza e dell’università, e dove le lingue locali sono viste come un ostacolo all’internazionalismo a base inglese.
In questa terza puntata voglio spendere qualche riflessione sulle conseguenze che l’inglese globale ha sull’italiano.

L’itanglese è figlio dell’anglospermia

Seguendo la metafora della lingua come qualcosa di vivo, sembra che l’inglese si espanda e ibridi gli altri idiomi attraverso il meccanismo della panspermia: una “fecondazione” planetaria con le proprie parole che poi attecchiscono dove trovano le condizioni culturali favorevoli.
Purtroppo l’Italia è uno degli ambienti più fertili, perché non abbiamo alcuna resistenza, anzi, agevoliamo il fenomeno dall’interno. Fondamentalmente ci vergogniamo di parlare nella nostra lingua, e in molti ambiti preferiamo usare gli anglicismi, che prolificano sempre più fitti senza alternative. Non consideriamo l’italiano una parte fondamentale del nostro patrimonio culturale, gli intellettuali sono succubi della lingua e della cultura d’oltreoceano, e preferiscono ostentare l’inglese che vivono come superiore e moderno. Non abbiamo alcuna politica linguistica, i nostri politicanti agevolano il suicidio assistito dell’italiano con il loro nuovo linguaggio, non legiferano in proposito, lasciando alla magistratura la difesa della lingua (proprio come nel caso del suicidio assistito) e l’esempio più significativo è quello del Politecnico di Milano che voleva erogare i corsi nella sola lingua inglese e che è stato parzialmente fermato dal Tar, nell’indifferenza della politica. Mentre Emmanuel Macron e Marine Le Pen, per esempio, nell’ultimo duello elettorale si sono affrontati anche sulla questione della protezione del francese che entrambi consideravano un tema centrale su cui fare leva davanti ai loro elettori, il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte sfoggia l’itanglese nelle conferenze stampa (qui un video significativo), incurante della trasparenza che sarebbe dovuta agli italiani e del rispetto per la nostra (bellissima) lingua, così amata all’estero. Ho già scritto il mio “io accuso” rivolto alla politica, e constato con dispiacere l’ultimo arrivato degli anglicismi: il cashback, fino a poco tempo fa un termine settoriale, che oggi entra nel linguaggio comune (rimborso suona forse troppo antico o troppo chiaro) e nel nostro vocabolario  grazie alla nuova manovra finanziaria e ai giornali. Si aggiunge così alle tante inutili parole inglesi, dal question time al jobs act, dalla flat tax al navigator, che sono uno schiaffo alla nostra lingua e alla comprensione da parte di un grande fetta di italiani.

Qualcuno, a proposito, ha notizie dello stato di salute del gruppo Incipit? Saranno ancora tutti vivi? Il loro ultimo comunicato risale al 4 aprile, e il loro silenzio davanti a queste cose è significativo. Questo, infatti, è un altro punto che ci vede assolutamente privi di difese davanti all’anglospermia. L’accademia della Crusca, ahinoi, non è certo come le accademie francesi e spagnole che creano alternative, che hanno un potere se non sempre prescrittivo almeno propositivo. Davanti agli anglicismi la Crusca si limita ad avanzare qualche soluzione basata sull’italiano storico e su ciò che già esiste, a dire la verità in modo timido e numericamente irrilevante. Creare neologismi resta un tabù e questo tabù spalanca un portone per cui tutto ciò che è nuovo entra in inglese. Ma anche su ciò che avrebbe soluzioni possibili, come know how o selfie, le posizioni sono piuttosto anglofile.
Senza citare Paesi come l’Islanda dove si creano ufficialmente neologismi con le radici autoctone ed esiste la figura del “neologista”, nei Paesi civili come la Spagna o la Francia le soluzioni delle accademie alle stesse parole che da noi si spacciano per “intraducibili” o “di necessità” sono ben diverse, e la lingua è ben più sana che da noi. Ma lì la lingua nazionale non è considerata qualcosa di cui vergognarsi, è un valore da tutelare e di cui andare fieri. In un libro di uno dei più importanti intellettuali francesi, il filosofo Michel Serres da poco scomparso, si può leggere, come fosse una cosa normale (ma non lo è solo da noi), una riflessione come questa:

Da che cosa protegge la cultura, dunque?
Una volta, intendo durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.

[Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, 2018].

Queste parole arrivano da un Paese dove esistono delle leggi che obbligano le multinazionali a usare il francese nei contratti di lavoro e nel software, da loro chiamato logiciel, dove nella Costituzione c’è scritto che la lingua è il francese, dove l’Accademia francese si premura di creare e di diffondere neologismi e alternative agli anglicismi attraverso campagne mediatiche, dove i politici varano leggi e non act, e dove l’anglicizzazione non è lontanamente paragonabile a quella che c’è da noi.


Gli anglicismi sono la cartina al tornasole dell’anglospermia economica e culturale

I primi anglicismi, numericamente poco rilevanti, sono arrivati nella seconda metà dell’Ottocento (in tutto il secolo ne abbiamo importanti meno di 200), e con i contatti successivi con inglesi e statunitensi, avvenuti soprattutto con le due guerre mondiali, nella prima metà del Novecento ne abbiamo importati altri 750. Dopo la caduta del fascismo, nell’Italia della ricostruzione degli anni Cinquanta la libertà ha cominciato a coincidere sempre più con l’american dream e l’american style e il nostro adeguarci a questi nuovi modelli si può misurare anche linguisticamente attraverso l’incremento delle parole inglesi: nella seconda metà del Novecento ne abbiamo importati altri 2.000. Questo aumento non è omogeneo, cresce sempre di più. Il salto preoccupante è avvenuto negli anni Ottanta contemporaneamente alla diffusione della televisione commerciale fatta soprattutto di prodotti statunitensi. I telefilm hanno portato nelle nostre case molti modelli da imitare. I fast food che vedevamo in prodotti seriali come Happy Days hanno preparato il terreno per l’esportazione di questi locali che è avvenuta subito dopo, esattamente come la festa di Halloween che fino agli anni Ottanta si vedeva solo nei film è stata negli anni Novanta trapiantata in Europa attraverso precise strategie di mercato, e da noi si è radicata al punto che oggi è un evento ben più sentito del Carnevale, tra le giovani generazioni.

L’anglospermia ha attecchito e attecchisce ogni giorno di più. Dagli anni Novanta i titoli dei film non si traducono più, il che ha le sue ricadute linguistiche, ma il punto è soprattutto che, decennio dopo decennio, attraverso la televisione e il cinema fatti soprattutto di modelli statunitensi (dal consumo del popcorn durante la fruizione alla terminologia tecnica tra remake e black comedy) si sono “allevate” e colonizzate le nuove generazioni, al punto che per alcune fasce della popolazione il cinema coincide con quello di Hollywood, con quel tipo di linguaggio e di stereotipi; ciò che esce da quegli schemi narrativi viene ignorato, esattamente come negli Stati Uniti si comprano i diritti dei film stranieri e si rigirano con i propri attori e con i propri modelli culturali, per cui la trama viene americanizzata, invece di doppiare il film originale con il suo stile, la sua fotografia, i suoi ambienti e la sua visione. Questa colonizzazione continua, amplificata, attraverso i nuovi canali della tv satellitare, le serie di Netflix, le piattaforme della Rete… in modo sempre più totale. In questa americanizzazione basata sulle espressioni inglesi abbiamo così importato il black friday e sono convinto che per il festeggiamento del giorno del Ringraziamento con il tacchino ripieno sia solo questione di tempo (i primi segnali si sono già registrati). Omologazione globale sui modelli statunitensi considerati “valori universali da esportare”, questa è la visione, anzi la vision, sottostante. La pubblicità è passata dall’uso degli anglicismi al travaso dell’inglese puro che si esporta con il proprio motto in lingua originale, il mondo del lavoro si è trasformato nel linguaggio a partire dai nomi delle professioni che si devono esprimere in inglese, per finire con le pratiche e i protocolli o la terminologia dell’omologazione (mission, competitor, business unit…); i giganti della Rete esportano la propria terminologia attraverso le interfacce che vengono tradotte solo se proprio è indispensabile e ci impongono le loro parole (download, snippet, follower…). A dare una mano a questo scenario contribuiamo anche noi che rinneghiamo il nostro idioma e la nostra cultura. I mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano, oggi sbandierano gli anglicismi (fake news, location, gossip, red carpet…) contribuendo così alla loro diffusione e portando tutti a noi a ripeterli perché le alternative non circolano e non sono prodotte.

Senza le barriere di difesa culturali e politiche che si registrano all’estero, il destino della nostra cultura e della nostra lingua è segnato. Se Carosone scherzava con il tu vuo’ fa l’americano, oggi si fa sul serio. Vogliamo fare gli americani per davvero, dalla politica e dalla classe dirigente sino ai modelli più popolari di consumo che non sono altro che “esche” che i mercati ci fanno “bramare” – per usare la parole di Tacito – in modo che confondiamo la “cultura” con ciò che fa parte invece di un disegno di “servaggio”.

Per quantificare la situazione e il suo crescere basta analizzare le entrate degli anglicismi crudi registrate dai dizionari divise per decenni.

Di seguito riporto nuovi dati inediti ricavati dalle marche del Devoto Oli.

anglicismi e francesismi del Novecento divisi per decennio

Per rendere più comprensibile questo sfacelo basta paragonarlo all’entrata dei francesismi. Anche se qualche linguista anglomane continua a ripetere che un tempo il francese – a cui l’italiano è sopravvissuto benissimo – rappresentava lo stesso modello che oggi è incarnato dall’inglese, basta studiare le cose per rendersi conto che si trattava al contrario di qualcosa di ben diversa portata, come ho già mostrato ( → Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese), per modalità (i francesismi sono stati adattati nel 70% dei casi), per profondità (non erano un fenomeno popolare, ma elitario), per rapidità (sono il risultato di substrati secolari) e per numero.

Come si può ben vedere, l’entrata conistente degli anglicismi non adattati comincia nel Dopoguerra, di pari passo con il piano Marshall, quando le parole inglesi che prima erano sulle 50 a decennio, si attestano sopra le 200 (20 all’anno), e raddoppiano negli anni Ottanta (più di 400 a decennio/40 all’anno).
Per dare delle valutazioni sul periodo 2009-2019 è ancora presto, perché una parola può impiegare anche molti anni prima di guadagnare una stabilità che le consenta di entrare in un dizionario. “Blog”, per esempio, è stata registrata solo nel 2005, benché sia datata a fine anni Novanta, quando la contrazione di web-log ha fatto la sua timida comparsa. Dunque le datazioni non si riferiscono a quando le parole sono state registrate nel dizionario, ma a quando sono comparse. Il che significa che solo nel prossimo decennio potremo vedere quali e quante delle parole inglesi che oggi ci bombardano saranno ammesse, e retrodatate ai giorni nostri. Ma i segnali non sono positivi, e tutto lascia presagire che questi numeri siano destinati a crescere, visto che per ora ben la metà dei neologismi del nuovo Millennio sono in inglese crudo (vedi → “Anglicismi e neologismi”).

 

PS
Per i milanesi interessati, parlerò di questi temi mercoledì 9 ottobre 2019 (ore 18,30) alla Libreria Popolare di via Tadino 18, affiancato da Luigi Quartapelle, ex professore del Politecnico di Milano firmatario della petizione contro l’insegnamento nella sola lingua inglese: Italiano e itanglese: dalla Commedia alla comedy.

Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico

Sino agli anni Ottanta, la voce “globalizzazione” dei dizionari riportava un significato molto diverso da quello dei giorni nostri. In psicologia indica infatti il processo cognitivo per cui una bambino percepisce le cose innanzitutto nel loro insieme, in modo globale, e solo successivamente riesce a distinguere gli elementi che lo compongono. Questa parola deriva dal francese globalisation, ma a partire dagli anni Novanta i dizionari hanno aggiunto la seconda accezione, quella che oggi tutti conosciamo, che deriva invece dall’inglese globalization, un concetto molto complesso che ha tante definizioni diverse e che è stato preso in considerazione da tanti punti di vista, soprattutto economici e sociali. L’aspetto linguistico del fenomeno è invece meno indagato, soprattutto in Italia. In linea di massima la globalizzazione ci è stata presentata come la tendenza a una dimensione mondiale e sovranazionale dei mercati, delle imprese o delle culture, agevolata dalla velocizzazione tipica dell’epoca contemporanea. Ma passando dalle opportunità teoriche alla pratica, non possiamo fare come i bambini che percepiscono il fenomeno globale senza distinguerne le componenti. Dietro questo fenomeno si cela una globalizzazione a senso unico: la colonizzazione del pianeta mediante un solo modello economico e culturale, quello dominante dei SUA (come dovremmo chiamare gli Stati Uniti d’America se non fossimo dei coloni).

Su larga scala, ciò che avviene oggi non è molto diverso da quello che è avvenuto all’epoca dell’impero romano, e le strategie di espansione e di colonizzazione hanno dei punti in comune molto evidenti. Historia magistra vitae, non dovremmo dimenticarcene.

Il “Tacito” asservimento

Il generale Gneo Giulio Agricola fu uno stratega fondamentale per la conquista e la sottomissione della Britannia all’impero romano. Dopo la campagna militare puntò alla romanizzazione della provincia edificando città con lo stile architettonico di quelle romane e facendo in modo che la cultura romana diventasse anche il modello di educazione delle nuove generazioni a partire dai capi tribù, cioè la classe dirigente, in un consapevole progetto di conquista sia militare sia culturale. Questo disegno è descritto da Tacito in modo esemplare:

“Per assuefar co’ piaceri al riposo ed all’ozio uomini sparsi e rozzi, e perciò pronti alla guerra, [Agricola] consigliò in privato, e coadiuvò pubblicamente le costruzioni di templj, piazze, e case, lodando i solleciti, e riprendendo ì morosi: così orrevol [= onorevole] gara era in vece di forza. Fece ammaestrare i figli de’ Capi nelle arti liberali, dando agl’ingegni Britanni il vanto su’ colti Galli, acciò quei, che testé sdegnavano il linguaggio Romano, ne bramasser poi l’eloquenza. Così anche le foggie nostre vennero in pregio, e la toga, in uso; e a poco a poco si giunse a’ fomiti [= esche, attrattive malefiche] de’vizj, come portici, bagni, squisite mense:  gl’inesperti chiamavan ciò cultura, mentre era parte di servaggio.”

[Agricola di C. Cornelio Tacito, tradotto in Italiano da G. de Cesare, 1805, cap. XXI].

I punti evidenziati mostrano bene come l’imposizione della lingua, che da “disdegnata” doveva divenire “bramata”, facesse parte del progetto di esportare e imporre la propria cultura come quella superiore, in modo che il popolo sottomesso la identificasse come l’unica possibile e auspicabile, invece che percepirla come la schiavitù e lo sradicamento della cultura locale.

Questa era la romanizzazione: l’imperialismo ottenuto con le armi e mantenuto con il colonialismo culturale, un collante senza il quale non sarebbe stata possibile alcuna sottomissione duratura.

Questo modello romano che nel primo secolo dopo Cristo è stato impiegato per asservire i Britanni, oggi è invece utilizzato dai loro discendenti per soggiogare e colonizzare con altre forme il mondo intero. Abbandonata la strada dell’invasione militare (almeno nei Paesi occidentali) la conquista avviene con le armi delle merci. I “fomiti dei vizj” si chiamano oggi Netflix, Facebook o Google; le “squisite mense” sono i cheeseburger dei fast food, i muffin, i marshmallow e altre pietanze che ammiccano attraverso i modelli dei master chef televisivi; e invece delle “toghe” ci sono i jeans, le T-shirt con le scritte in inglese, le sneaker e gli altri indumenti espressi nelle taglie S, M, L e XL.

La nostra nuova aristocrazia cultural-economica, i nuovi capi tribù, paga fior di soldi per far studiare i propri figli nelle scuole inglesi; è il nuovo “status symbol” “radical chic” della nuova classe dirigente che parla in inglese e in itanglese per distinguersi ed elevarsi in “un’onorevole gara” a scapito dell’italiano. Al posto di “porti” e “bagni” l’architettura del nuovo Millennio è quella che l’antropologo francese Marc Augé ha chiamato non luogo (Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, 1992). Un albergo a 5 stelle deve essere ormai stereotipato, in modo che qualunque viaggiatore di ogni parte del mondo si sappia muovere nello stesso schema, da New York a Tokyo, in un ambiente artificiale sradicato dal territorio come un’astronave spaziale, con buona pace della straordinaria bellezza e varietà di altre strutture architettoniche locali, tipiche e caratteristiche. E lo stesso deve valere per gli aeroporti, le stazioni, i centri commerciali, gli impianti sportivi, gli svincoli autostradali…

La storia si ripete con uno schema di duemila anni fa.


Dal piano Marshal alla globalizzazione

Alla fine degli anni Venti del secolo scorso, il britannico Charles Kay Ogden elaborò il “basic english”,  una riduzione dell’inglese concepita come una sorta di lingua artificiale basata su un numero abbastanza limitato di vocaboli (850) e su una semplificazione della grammatica. “Basic” stava per “British American Scientific International Commercial”, e il suo scopo dichiarato era quello di diventare la lingua internazionale di scambio da impiegare appunto in contesti scientifici o commerciali. A differenza dell’esperanto, inventato e sperimentato come perfettamente funzionante ben prima, ma osteggiato proprio perché concepito come una lingua neutrale ed etica (vedi → “Lingue franche e tirannia della maggioranza: latino, esperanto e inglese”), il basic era una semplificazione basata sull’inglese con intenti colonialistici e per perseguire i propri interessi economici: poteva essere insegnato con meno difficoltà dell’inglese naturale alle popolazioni delle colonie e serviva allo stesso tempo per gettare le basi dell’apprendimento dell’inglese vero. Al contrario dell’esperanto, però, questo inglese di base non funzionava molto bene dal punto di vista pratico. In ogni caso i diritti dell’invenzione furono acquistati dal governo britannico e Winston Churchill in un primo tempo fu molto favorevole al progetto e alla sua diffusione. Durante la Seconda guerra mondiale, il 6 settembre 1943,  in un discorso agli studenti di Harvard il politico inglese esplicitò molto lucidamente il suo intento di esportare l’inglese come la lingua del mondo dicendo:

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

[“The power to control language offers far better prizes than taking away people’s provinces or lands or grinding them down in exploitation. The empires of the future are the empires of the mind”. Fonte: Winston Churchill – in dialogo con Roosevet – Università di Harvard, 6 settembre 1943].

Ma il progetto inglese del basic era roba da dilettanti, rispetto a quello che stava per accadere.

Sempre all’Università di Harvard, quattro anni dopo, il segretario di Stato statunitense George Marshall annunciò il piano politico-economico per la ricostruzione dell’Europa che usciva dalla Seconda guerra mondiale e che avrebbe preso il suo nome: uno stanziamento di 17 miliardi di dollari che si concluse nel 1951 e che comprava in questo modo l’americanizzazione del nostro continente da un punto di vista economico (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) e politico (Onu e Nato). L’investimento per l’epoca spropositato, su tempi lunghi, si è rivelato molto proficuo per gli Stati Uniti, non solo economicamente, ma anche dal punto di vista culturale, nel pieno spirito della logica di Agricola.

Se il progetto di Churchill vedeva nell’esportazione della lingua il cavallo di Troia e il grimaldello per esportare l’impero culturale ed economico, il piano Marshall ha dato il via a un percorso molto più ampio e totalitario. Economia, politica, cultura e lingua fanno parte di un unico pacchetto in cui ogni elemento si intreccia con gli altri in un tutt’uno inscindibile. Questo progetto inizialmente rivolto all’Europa è stato il primo passo di una serie di altre tappe che hanno portato oggi alla globalizzazione a senso unico.


Dal basic english al globalese

Dal punto di vista linguistico, dal progetto del basic english siamo passati al global engish, contratto in globish e tradotto con globalese. Tecnicamente, anche questa invenzione si basa su una semplificazione delle regole e su una riduzione a circa 1.500 vocaboli ideata nel 1998 da un ex dipendente di Ibm (il francese Jean-Paul Nerrière che ne detiene i diritti), ma per estensione il globalese non segue affatto queste regole e coincide con la lingua naturale angloamericana, visto che un madrelingua anglofono non si sogna minimamente di rinunciare al proprio idioma per ricordarsi quale delle sue parole siano contemplate da una simile riduzione e quali no. La globalizzazione parla perciò una sola lingua, e ha rafforzato la dittatura dell’inglese su ogni altro idioma, e per i coloni è ormai l’unica possibilità di essere internazionali.

L’inglese globale, tuttavia, non esiste affatto, perché è attualmente parlato solo da un terzo della popolazione mondiale, e anche se è spacciato per una realtà è invece un progetto di colonizzazione planetaria che è tutt’ora in fase di attuazione. L’obiettivo è quello di condurre tutti i Paesi sulla via di un modello basato sul bilinguismo, in modo che ogni cittadino del mondo usi l’inglese come seconda lingua internazionale, mentre le lingue locali si dovrebbero utilizzare solo a uso interno, perché sono viste come un ostacolo all’internalizzazione nel progetto di ricostruzione della torre di Babele basata sull’inglese.
Questo disegno, oltre a essere aberrante e imperialistico, ha dei costi spropositati per chi non è anglofono di nascita, ma tanto sono i coloni a pagarli. L’economista Áron Lukács, per esempio, ha quantificato che il costo diretto e indiretto di questa “tassa” per chi non è di madrelingua inglese, nel caso di un italiano si aggirerebbe sui 900 euro all’anno a testa, che fatti i conti si traduce complessivamente nell’equivalente di quasi tre finanziarie, riporta Giorgio Pagano. Ma il prezzo da pagare non è quantificabile solo nel denaro o nel tempo necessario per apprendere la lingua dominante e nel fatto che i madrelingua, senza alcun esborso, si trovano avvantaggiati nella padronanza comunicativa rispetto a chi è costretto a usare la loro lingua. L’uso dell’inglese globale si sta rivelando non come qualcosa di additivo, che si aggiunge come una ricchezza all’identità linguistica locale, ma è al contrario un fenomeno sottrattivo. Introdurre l’inglese come lingua dell’università, come si è tentato di fare al Politecnico di Milano, come si fa in certe università private e come si vorrebbe fare in molti altri casi, porta a una regressione dell’italiano, a una sottrazione della nostra lingua negli ambiti specialistici in una confusione, voluta, tra l’apprendimento dell’inglese e la lingua dell’insegnamento.
Inoltre, il fatto che la lingua dell’Europa sia di fatto l’inglese, lingua praticamente ormai extracomunitaria che rappresenta una piccolissima minoranza dal punto di vista dei madrelingua, discrimina chi non la padroneggia. Questi fenomeni sottrattivi stanno perciò portando nel nostro continente il fenomeno della diglossia, cioè di bilinguismo gerarchizzato, che divide la popolazione locale. L’inglese è la lingua alta, della classe dirigente, del lavoro, della scienza, ed estromette dal mondo che conta chi non lo padroneggia. Ma se la lingua nazionale diventa patrimonio solo delle fasce sociali “basse”, se viene estromessa dagli ambiti fondamentali della modernità, come l’università, la scienza, la tecnica, l’innovazione, la lingua del lavoro e della cultura alta, si svuota, si riduce a un dialetto della quotidianità; diventa incapace di esprimere ciò che è moderno e strategico che si esprime in inglese. In altre parole la si mutila e la si fa regredire. Usare l’inglese per esprimere la scienza porta inevitabilmente a rendere l’italiano un dialetto, e alla perdita del lessico tecnico-scientifico italiano. Per avere un’idea concreta di cosa ciò significa, basta pensare a quello che è accaduto in ambito informatico, dove la terminologia si esprime in inglese, e l’italiano diventa itanglese, a partire dal mouse per proseguire con tutti i neologismi più recenti che si importano solo in inglese, per finire con la regressione delle nostre parole già affermate che diventano inutilizzabili, come è accaduto a calcolatore davanti a computer.

L’itanglese, e l’ibridazione delle lingue locali che i riscontra anche negli altri Paesi con diversi gradi di contaminazione, è perciò la conseguenza del globalese. Chiamare gli anglicismi “prestiti” – come forse aveva senso più di cento anni fa quando questa categoria ingenua è stata formulata con la distinzione tra “lusso” e “necessità” – significa non comprendere il fenomeno e la sua portata. Chiamarli addirittura “doni” e considerarli una “ricchezza” non è solo miope, è il punto di vista di chi è ormai irrimediabilmente colonizzato e gioca la sua partita da collaborazionista che “brama” il globalese. Nel caso dell’inglese i “prestiti” costituiscono l’impoverimento e la desertificazione dell’italiano, ed è ora di chiamarli con il loro nome: non sono né prestiti che non si possono purtroppo restituire, né doni, sono trapianti linguistici. L’arrivo di Twitter ha trapiantato la sua terminologia, insieme con la sua piattaforma, introducendo parole come followers e following. Airbnb chiama i locatori host (diventa un host!), Youtube chiama i creatori di video creators, Gmail introduce gli snippet come fosse la cosa più naturale e trasparente, e gli esempi di questi trapianti che noi “bramiamo” ed emuliamo sono migliaia.

 

(Continua)