Io accuso…!

Signor Presidente…

vorrei rivolgermi a lei che è anche membro dell’Accademia della Crusca, perché intervenga, ma non lo farò. Non ho la statura di Émile Zola, e la sola cosa che mi accomuna a lui è l’iniziale del mio cognome.

Però, le parole di questo sito sono state in altra occasione pronunciate in Parlamento e inserite in una proposta di legge subito cestinata, e allora forse qualche tirocinante che lavora per qualche portaborse di qualche parlamentare mi leggerà, e queste mie riflessioni potrebbero arrivare a qualche politico che potrebbe comprendere che la questione che pongo è importante, e può far guadagnare voti a chi la recepisce.

Io non voterò mai più chi sfregia la lingua italiana

Io accuso la politica italiana di non fare nulla per tutelare la lingua italiana di fronte alla sua anglicizzazione. Accuso anzi i politici italiani di collaborazionismo nel suo affossamento e nella sua regressione attraverso innumerevoli e sistematici crimini linguistici che, in altri Paesi, come tali sarebbero trattati.

Non posso che cominciare dal caso più recente ed eclatante: il navigator, l’ultimo di una lunga serie di anglicismi che nel nuovo Millennio hanno cambiato il volto della comunicazione politica italiana.

LUIGI DI MAIO NAVIGATOR
Rielaborazione satirica tratta dal sito istituzionale.

Io accuso Luigi Di Maio di avere introdotto in modo inutile e sciagurato la figura del navigator, schiaffeggiando così la lingua di Dante.

Mi rendo conto che la sensibilità linguistica di chi è stato più volte messo alla gogna per le incertezze sui congiuntivi sia scarsa. Mi rendo anche conto che alcuni rappresentanti dei cinquestelle non sono certo i soli a essere inciampati sui congiuntivi in Parlamento: sono in ottima compagnia, anche se solo i pentastellati sono stati crocefissi negli ultimi tempi dagli apparati mediatici, che a loro volta sono di certo immuni dalla “congiuntivite”, ma nell’anglicizzazione della nostra lingua sono colpevoli quanto i politici e forse ancor di più.

Credo che Luigi Di Maio sia perciò da assolvere quando sbaglia un congiuntivo, capita a tanti, ma da condannare in modo severo quando introduce l’inglese nel linguaggio istituzionale: non si tratta di un incidente, è una scelta, di cui è responsabile e di cui dovrà rendere conto.

navigator
Navigator (Randal Kleiser, 1986).

Non si capisce bene da dove venga navigator, si tratta di un termine che in inglese non è in voga con questo significato che gli viene attribuito. E per di più navigator viene diffuso senza alternative, ripetuto dai giornali, e inserito a quanto pare nei contratti di lavoro. C’è da aspettare che esca il bando per scoprire se sarà almeno affiancato da equivalenti italiani, ma voglio intanto ricordare che questa figura si chiama operatore di orientamento, cioè una guida all’orientamento o un tutore per l’orientamento, che si potrebbe anche chiamare orientatore volendo introdurre un neologismo chiaro e onesto.

Voglio ricordare a Luigi Di Maio che il suo “crimine linguistico” non sarebbe possibile in Francia, e sarebbe trattato di conseguenza, visto che lì il linguaggio istituzionale deve essere in francese, come indicato nella loro Costituzione e come regolamentato dalla loro legislazione, in nome della trasparenza e del rispetto dovuto alla lingua francese e ai cittadini francesi.

Voglio ricordare che in Francia l’inglese non può essere la lingua dei contratti di lavoro: ogni azienda, straniera o francese, deve tradurre in francese tutti i documenti di lavoro, persino il software (chiamato logiciel), e chi non rispetta questa prassi viene multato pesantemente, come è successo con la Danone o con la GEMS che nel 2006 ha ricevuto una multa di 570.000 franchi.

In Italia, al contrario, il ministro del lavoro e delle politiche sociali, nonché vicepresidente del Consiglio dei Ministri, Luigi Di Maio, inventa e introduce impunemente figure lavorative in pseudoinglese. E allora, solo per citare uno tra i mille esempi recenti, non possiamo poi stupirci se aziende italiane come Italo pensano bene di mandare in pensione la figura del capotreno per introdurre al suo posto il train manager, negli annunci ai passeggeri e nei contratti di lavoro!

Voglio rammentare agli italiani, in quanto elettori, che i francesi si indignerebbero davanti a un simile sprezzo della propria lingua e penalizzerebbero, anche in assenza delle leggi che lo vietano esplicitamente, chi dimostra di non avere alcun rispetto per il loro patrimonio linguistico. Dovremmo cominciare a indignarci anche noi!

Voglio citare in proposito le parole del presidente della Crusca Claudio Marazzini che è rimasto “colpito” dallo scontro finale televisivo nell’ultima campagna elettorale francese per la nomina del presidente della Repubblica, quando Marine Le Pen e Emmanuel Macron hanno toccato il tema della lingua con molta intensità:

“mostrando (loro così divisi su tutto) di condividere il massimo apprezzamento sulla lingua francese. Marine Le Pen è partita all’attacco accusando Macron di non voler proteggere la lingua francese, e Macron ha risposto, proprio nell’appello finale agli elettori, esaltando il proprio amore per il francese, per notre langue qui m’a fait, – come egli ha detto – «la nostra lingua che mi ha fatto (…) e che mi ha fatto crescere»”.

[L’italiano è meraviglioso. Come è perché dobbiamo salvare la nostra lingua, Rizzoli 2018, p. 44].

In Italia, parole come queste non si sono mai sentite, né nelle campagne elettorali, né nei dibattiti televisivi, né nei discorsi ufficiali. Ricordo di avere ascoltato con molta curiosità, nel giugno 2018, l’intervento in diretta televisiva con cui Giuseppe Conte chiedeva la fiducia alla Camera.

GIUSEPPE CONTE E GLI ANGLICISMI
Rielaborazione satirica tratta dal sito istituzionale.

Ricordo con molta amarezza che il nostro presidente del Consiglio (come indicato nella Costituzione, anche se sempre più spesso è chiamato immotivatamente premier) in quell’occasione ha ostentato una variegata serie di anglicismi, da governance a “(se mi consentite) stockholder” (invece di azionisti), dall’immancabile flat tax alle espressioni come “utilizzare i big  data per  cogliere  tutte  le  possibilità della sharing economy”. La parola economy è stata posta al centro di un sentito discorso economico-ambientale, e Conte ha parlato, come fosse normale, di green economy e di blue economy con la stessa disinvoltura con cui si utilizzano le parole italiane, senza affiancare queste espressioni con alternative e spiegazioni, dando per scontato che l’itanglese sia la norma nel linguaggio del Parlamento. E dando per scontato che questo linguaggio sia comprensibile e apprezzato dagli italiani sudditi dell’itanglese.

Vorrei domandare al presidente Conte: a chi stava parlando in quella occasione? Agli addetti ai lavori e ai parlamentari o anche agli italiani che lo seguivano in televisione? Da quando l’economia è diventata economy? Mi piacerebbe domandare al nostro presidente del Consiglio se ritiene che sia questo il linguaggio istituzionale che si meritano l’Italia e i cittadini italiani. E se è conscio delle sue responsabilità nel far regredire la lingua italiana che la sua figura istituzionale dovrebbe invece tutelare.

Parlare in itanglese porterà ai politici sempre più sfiga! 

toto iettatoreMi pareva doveroso rivolgere il mio “j’accuse dei poveri” prima di tutto ai rappresentanti del governo attuale, ma le mie considerazioni linguistiche sono totalmente slegate da ogni presa di posizione politica. Il rispetto della nostra lingua e il pretendere che il linguaggio istituzionale sia in italiano è privo di qualunque colore politico, dovrebbe essere un valore trasversale a ogni schieramento, dovrebbe essere il fondamento civile di qualunque persona che siede in Parlamento, che proprio per il ruolo che svolge ha delle responsabilità che non può ignorare. Eppure, quello che altrove non ha bisogno di spiegazioni e viene dato per scontato sembra che in Italia vada addirittura spiegato, prima di cercare di chiederlo.

A quei politici che alzano le spalle di fronte a ciò che in Francia o in Spagna è la base e la condizione necessaria per rivestire ruoli istituzionali vorrei far presente, come uno iettatore, una cosa molto semplice: l’uso degli anglicismi nella comunicazione politica e istituzionale presto vi si potrebbe ritorcere contro.

Io non so quanto abbia inciso il linguaggio anglicizzato di Matteo Renzi nel suo personale tracollo politico che ha trascinato con sé l’intero Partito Democratico. Comunque sia, io accuso Matteo Renzi di avere perpetrato attraverso gli anglicismi il più grande e sistematico massacro dell’italiano nel linguaggio istituzionale e in quello della comunicazione politica.

RENZI E GLI ANGLICISMI
Rielaborazione satirica tratta dal sito istituzionale.

Già ai tempi della fondazione del Partito Democratico, Walter Veltroni guardava all’ascesa di Barack Obama nella corsa alla presidenza e al suo motto yes we can, e questo copiare i modelli angloamericani si è sempre più esteso nella politica e nel linguaggio di Renzi che, presentando la sua road map attraverso le celebri slide, ha sempre ostentato l’inglese nella sua comunicazione, rivolgendosi ai follower attraverso gli hashtag e i collegamenti in streaming, e impiegando frasi come “le grandi aziende stanno investendo nelle big data”, oppure, per citare le merci dal nome che evoca l’italiano, i “prodotti italian sounding” (cfr. Davide Colussi, “Renzi, la retorica del dialogo fittizio”).

E così, persino le tradizionali feste dell’unità si son trasformate in democratic party. Ma fuori dalla comunicazione politica personale, ciò che è inaccettabile è l’introduzione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale, il cui simbolo è stato varare una riforma del lavoro chiamata jobs act, dietro la quale, con una ben studiata manipolazione delle parole edulcorate attraverso l’inglesorum, si celava in fin dei conti l’abolizione dell’articolo 18. Nel 2017, sul sito istituzionale del jobs act, si leggeva:

il provvedimento del jobs act ha inaugurato “il modello della flexicurity”, anche se “gli incentivi alle assunzioni sono oggetto di restyling”.

Oggi queste parole sono state cambiate, la maledizione dell’itanglese forse sta cominciando a essere recepita anche degli strateghi della comunicazione politica, visto che adesso si parla di flessibilità invece che di flexicurity. Ma intanto il jobs act ha spalancato le porte a una lunga lista di altri act (digital act = provvedimenti per il digitale, green act = manifesto per l’ecologia, food act = iniziative per la tutela della gastronomia italiana, student act…) mentre si parla sempre meno di lavoro (su cui dovrebbe essere fondata la nostra Repubblica, secondo l’art. 1 della Costituzione) e sempre più di job (job rotation, job sharing, job on call, e-job, job center…).

costituzione art 1

È ora che i cittadini italiani che non ne possono più di questo linguaggio si facciano sentire, e che come elettori passino dai lamenti all’azione…

Chi vuole lasciare il proprio dissenso a Luigi Di Maio sull’introduzione di “navigator” lo può fare attraverso il modulo del suo sito che chiede: “Cosa posso fare per te?

Io gli ho già scritto che “per me”, anzi per gli italiani, potrebbe eliminare la parola “navigator” e sostituirla per esempio con “orientatore”.

Spero che lo facciate anche voi. Spero di non essere il solo. Spero che chi ha letto e condiviso le mie riflessioni sparga la voce. Se protestiamo forse impediremo, simbolicamente, all’ennesino inutile e dannoso anglicismo di entrare nel linguaggio istituzionale e del lavoro.

PS
Di seguito la lettera che ho inviato, invito tutti a copiaincollarla o personalizzarla e a fare altrettanto:

Onorevole Luigi Di Maio,
le scrivo non per chiederle cosa possa fare “per me” ma perché faccia una cosa importante per gli italiani e per la lingua italiana, oltre che per lei è per il suo partito.
Io non voterò mai più chi mostra disprezzo per la lingua italiana introducendo anglicismi nel linguaggio istituzionale. Mi riferisco alla parola “navigator” che considero un vero e proprio “crimine linguistico” perché in italiano si potrebbe definire “operatore di orientamento”, “guida all’orientamento”, “tutore per l’orientamento”, oppure si potrebbe chiamare per esempio “orientatore”, volendo introdurre un neologismo chiaro e onesto. Lei avrebbe la possibilità di creare un neologismo italiano che sarà presto registrato dai dizionari, ma passerà alla storia linguistica per avere introdotto l’ennesimo inutile anglicismo (tra l’altro non usato in inglese in questo senso).
Voglio ricordarle che questa sua scelta in Francia non sarebbe possibile, visto che lì il linguaggio istituzionale deve essere in francese, come indicato nella loro Costituzione e come regolamentato dalla loro legislazione. Voglio ricordarle che in Francia l’inglese non può essere la lingua dei contratti di lavoro: ogni azienda, straniera o francese, deve tradurre in francese tutti i documenti di lavoro. Le voglio fare presente che nello scontro finale televisivo nell’ultima campagna elettorale francese per la nomina del presidente della Repubblica, Marine Le Pen e Emmanuel Macron hanno toccato il tema della lingua con molta intensità: “mostrando (loro così divisi su tutto) di condividere il massimo apprezzamento sulla lingua francese. Marine Le Pen è partita all’attacco accusando Macron di non voler proteggere la lingua francese, e Macron ha risposto, proprio nell’appello finale agli elettori, esaltando il proprio amore per il francese, per notre langue qui m’a fait, – come egli ha detto – «la nostra lingua che mi ha fatto (…) e che mi ha fatto crescere»” (cito il presidente della Crusca Claudio Marazzini).
Le chiedo di eliminare la parola “navigator” sostituendola con una parola italiana. Le assicuro che il numero degli elettori che apprezzerebbero un intervento del genere o comunque uno schierarsi almeno simbolico in favore dell’italiano e contro l’abuso degli anglicismi non è da trascurare.

 

antonio zoppetti

 

(continua)

16 pensieri su “Io accuso…!

  1. Ottimo questo appello! Ho scritto anch’io. Condivido il mio testo, chi volesse può prendere spunto, così come da quello di Antonio o scriverne uno proprio. Dobbiamo essere in tanti a scrivere, il tema è importante e bisogna cercare di farlo capire a chi ha doveri istituzionali.

    —-

    On. Di Maio,

    le scrivo per chiederle un impegno concreto e semplice: quello per la chiarezza istituzionale verso i cittadini. In particolare le chiedo di impegnarsi, quanto più possibile, per evitare nei discorsi pubblici inutili anglicismi che creano confusione. Mi dispiace che l’erede del “jobs act” di renziana memoria sia il suo “navigator”. Altri ministri del suo governo e della sua parte politica si sono pronunciati contro l’uso “dell’itanglese” e in favore di una comunicazione più chiaro, come Giulia Bongiorno ( https://italofonia.info/italia-la-ministra-bongiorno-denuncia-il-troppo-itanglese-nella-pubblica-amministrazione/ ) e Danilo Toninelli ( http://mit.gov.it/sites/default/files/media/notizia/2018-08/crusca%20congiunta.pdf ). Il dipartimento per le Politiche europee ha lanciato in luglio il portale Europarole, per invitare all’uso di termini ufficiali in italiano riguardo a norme dell’Ue.

    Sarebbe un gesto semplice ma concreto di attenzione alla trasparenza, in discontinuità col passato e i politici dei partiti tradizionale.

    Grazie.
    Cordiali saluti

    Giorgio Cantoni
    Cittadino italiano

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  2. Nel frattempo Di Maio ha presentato la nuova CARD per il reddito di cittadinanza, ne parlano in tutti i tg… Mi piace l’idea che l’itanglese porterà sfiga ai politici che lo usano, ai giornali sta già portando sfiga, visto che li leggono e comprano sempre di meno. Sottoscrivo anche io il tuo appello.

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  3. Mi sa che dietro alle parole assurde che coniano tentano di nascondere una certa pochezza di contenuti.
    Comunque mi cascano le braccia anche solo a leggere una cosa tipo “Fai parte del sogno”. Con sti sogni hanno rotto, sembrano gli slogan da TALENT SHOW (ecco, l’ho detto in inglese)

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      • Stavo anche pensando che la creazione di questo assurdo termine “navigator”, sia fatta per fare pensare che i politici italiani siano al passo con le pratiche internazionali, che si stia facendo una cosa come la fanno gli altri paesi e che quindi l’Italia non rimane indietro. L’utilizzo di un termine italiano spingerebbe quasi pensare che si stia adottando una soluzione italica e magari non al passo con le grandi potenze estere. Mia ipotesi.
        Ma questa famigerata figura di navigator esiste all’estero? e se sì, come si chiama?

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        • Ciao Kuku, non sono un esperto della lingua inglese, ma non mi pare che “navigator” circoli con questa accezione, e l’Oxford dictionary riporta: “A person who navigates a ship, aircraft, etc.
          ‘the starry sky was a navigator’s dream’
          ‘the driver relies on his navigator’s skill at reading the road’
          1.1historical A person who explores by sea.
          ‘New Zealand was discovered by Dutch navigator, Abel Tasman’
          1.2 An instrument or device which assists in navigating a vessel or aircraft.
          1.3 Computing A browser program for accessing data on the Internet or another information system.”
          Dunque come spesso accade, si vuole fare gli “internazionali”, o meglio gli “americani” all’Alberto Sordi, ma attraverso un’ostentazione dell’inglese immotivata e spesso maccheronica.

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          • Infatti, “navigator” è una cosa tutta italica e per questo motivo mi sembra un’operazione diversa da quella che comporta l’adottare un termine inglese così com’è senza tradurlo. Qua si prende proprio un termine che non c’azzecca niente per far sembrare che si sta adottando pratiche internazionali e all’avanguardia per risolvere i problemi.

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