Dall’economia all’economy: i “prestiti sterminatori”

Giugno 2018. Il presidente del Consiglio (di frequente chiamato immotivatamente premier) Giuseppe Conte nel suo discorso per chiedere la fiducia alla Camera sfodera una variegata serie di anglicismi, da governace a “(se mi consentite) stockholder” (invece di azionisti), dall’immancabile flat tax alle espressioni come “utilizzare  i big  data per  cogliere  tutte  le  possibilità della sharing economy”.

La parola economy è al centro di un sentito discorso economico-ambientale, e Conte parla di green economy, di sharing economy e di blue economy con la stessa disinvoltura con cui si utilizzano le parole italiane, senza affiancare queste espressioni con alternative e spiegazioni, dando per scontato che l’itanglese sia la norma nel linguaggio istituzionale del Parlamento.

Ma da quando l’economia è diventata economy?

 

Dall’economy class alla new, net e old economy

Era il 1989, stando al Devoto Oli, quando la parola economy, decurtazione di economy class, cioè la classe economica, è stata introdotta nelle tariffe di biglietti di navi e aerei; ma oggi anche le Ferrovie dello Stato si sono adeguate alla riformulazione anglicizzata dei biglietti: dopo l’abolizione della terza classe si viaggia in economy.

Ormai, però, dall’aggettivo si è passati al sostantivo: nella seconda metà degli anni Novanta, infatti, è esplosa la new economy, e l’anglicismo, con il significato di nuova economia, si è propagato senza troppe alternative italiane, affiancato invece dall’alternativa net economy (economia della rete) e, per contrapposizione, ha portato con sé il concetto di old economy.

economy

Dopo questi primi “prestiti” tutto sommato isolati, la situazione è degenerata a partire dal 2008, quando si è cominciato a parlare anche di sharing economy (economia della condivisione) e di green economy (economia verde).  Negli ultimi 10 anni è poi comparsa la gig economy, l’economia dei lavoretti e della flessibilità, in altre parole un’edulcorazione per indicare lo smantellamento dei diritti dei lavoratori.

Fino a qui rimaniamo nell’ambito dei lemmi riportati dai dizionari, ma nel 2018 si parla sempre più anche di blue economy, un concetto ancora confuso a dire il vero, perché l’economia blu può indicare il superamento di quella verde, cioè l’economia circolare e del riciclo, oppure l’economia legata al mare.

In ogni caso la frittata è fatta. Nel giro di un decennio non si parla più di economia, ma di economy.

 

Economy sui giornali

Provo a immettere economy sul servizio di ricerca delle notizie di Google, e provo ad analizzare le prime 5 pagine alla ricerca di altre occorrenze e altre locuzioni.

Compare la circular economy:

“Se non passiamo alla circular economy, sarà game over per il pianeta. Sono queste le parole con cui si apre Closing the Loop, il primo lungometraggio al mondo dedicato al tema dell’economia circolare.”

Scopro poi la Next Mobile Economy:

“Quando si parla di digital transformation spesso si pensa a una serie di soluzioni che permettono al business di entrare in una nuova era produttiva. Vero, verissimo ma all’interno dello stesso “movimento” si possono individuare flussi focalizzati e la Next Mobile Economy è tra questi. Il termine è destinato a entrare nei trending topic degli amministratori, visto che include strategie volte a migliorare aspetti che ricadono in altri settori come il BYOD o lo smart working.”

Negli articoli economici il linguaggio è questo, l’itanglese.

Economy è diventato un termine contagioso, c’è l’app economy, l’industria legata alla programmazione delle applicazioni per smartphone e tablet (L’app economy varrà presto 6,3 trilioni di dollari), la data economy (Fujitsu World Tour 2018. Co-creation e data economy, l’AI ridisegna il workplace. Revisione delle infrastrutture di data center. Sicurezza e data protection. Nuovi luoghi, modalità e spazi di lavoro. Le prospettive future del cloud e soluzioni iperconvergenti), la space economy (Tavola rotonda al Festival dell’Economia di Trento sulla Space Economy), la Data-Driven Economy (Big Data, Machine Learning, Fintech, Blockchain, customer centricity, GDPR, Digital Marketing: tutto questo è Cerved Next, l’evento italiano dedicato ai pionieri della Data-Driven Economy) e persino la shock economy (Plutonomy vs Democracy: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo).

La frittata è fatta, si diceva, la lingua degli articoli economici è quella di questi esempi, e non si può di certo definire italiana. Il modello per la coniazione dei neologismi è ormai inglese, e la parola italiana economia diventa obsoleta, e relegata alla designazione del vecchio, mentre ciò che è nuovo, il futuro, è detto in inglese, e questo è il caposaldo di quello che ho chiamato l’anglopurismo.

E infatti l’economia della terza età diventa la silver economy (Silver Economy Forum: Genova vuole diventare capitale europea degli over 65, il Comune ha organizzato, insieme all’associazione Genova Smart City il Silver economy forum), quella degli animali domestici è la pet economy (Animali domestici, la pet economy supera i due miliardi), quella delle biciclette è la bike economy (Dal Trentino alla Liguria, la «bike economy» che crea valore), mentre al Al Cebit 2018 Italtel punta sulla Smart Economy.

Ecco come ci stiamo riducendo. Ecco come si diffonde l’itanglese.

I cosiddetti “prestiti” non sono innocenti e isolati, si combinano in una rete di parole sempre più fitta che crea l’itanglese. Gli animali domestici sono pet, il settore alimentare è food e questi anglicismi si ricombinano tra loro formando una lingua nella lingua (e infatti si trova anche la food economy).

Tra lusso e necessità ci sono anche i “prestiti sterminatori”

Questi anglicismi entrano come fossero “prestiti di lusso”, secondo le classificazioni ridicole usate da chi non comprende affatto la natura del fenomeno, ma poi si trasformano in “prestiti di necessità”, perché lentamente le espressioni inglesi uccidono le alternative italiane, che vengono usate sempre meno, prima come sinonimi e traduzioni secondarie che compaiono negli articoli di giornale per spiegare gli anglicismi urlati e ostentati nei titoloni, poi scemano sempre di più e la loro frequenza si riduce fino a quando dirlo in italiano diventa inusuale, se non impossibile.

La parola economia, se il vento non cambia, è destinata a regredire davanti all’anglicismo. Come è successo alla parola calcolatore, che un tempo era normale, che è stata affiancata fino agli anni Novanta a elaboratore, ma che oggi si può dire solo in inglese: computer. Ogni altra alternativa è morta. E chi parla dei prestiti di “lusso” e di “necessità” dovrebbe riflettere su una nuova categoria, quella dei prestiti “sterminatori” che una volta acclimatati fanno morire le parole italiane.

PS
Sia chiaro: se qualcuno li dovesse chiamare prestiti killer, lo ucciderò!

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3 pensieri su “Dall’economia all’economy: i “prestiti sterminatori”

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