Le preoccupazioni di Mattarella per la lingua italiana (e che fine ha fatto la petizione sull’abuso dell’inglese)

Un anno fa, il 16 novembre 2020, una petizione con oltre 4.000 firme contro l’abuso dell’inglese è stata inoltrata al nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella (nominato accademico onorario dell’Accademia della Crusca 5 anni prima, il 18 novembre 2015).

Era un appello che esprimeva la preoccupazione per gli anglicismi nel linguaggio istituzionale, e non solo, e non chiedeva nulla di troppo impegnativo, in fondo. Solo un gesto simbolico per porre l’attenzione sul problema: “Ci rivolgiamo a Lei nella speranza che con la Sua autorevolezza voglia esercitare un richiamo almeno nei confronti della politica e delle istituzioni, perché si usi la nostra lingua, che consideriamo un bene che andrebbe promosso e tutelato come avviene all’estero e come facciamo con tutte le altre nostre eccellenze, dall’arte alla gastronomia.”

Di seguito pubblico la ricevuta di consegna inviata dall’avvocato che ci rappresentava – di cui ho omesso l’indirizzo – accompagnata dalla presentazione di circostanza: “(…) Come da indicazioni telefoniche della segreteria del Quirinale, con la presente PEC Vi inoltro in allegato (formato PDF) il testo di una petizione rivolta al Presidente Sergio Mattarella e le oltre 4.000 firme raccolte attraverso la piattaforma Change.org (disponibile all’indirizzo https://www.change.org/p/sergio-mattarella-basta-anglicismi-nellinguaggio-istituzionale-viva-l-italiano-litalianoviva)…”



Naturalmente, gli anglomani e i negazionisti dell’anglicizzazione dell’italiano “me ne hanno dette di ogni”, come si suol dire. Come osi disturbare il presidente con queste cose? Rivolgersi a Mattarella non ha alcun senso, non è a lui che si devono porre simili questioni, non hai capito nulla. E poi non è questo il momento…

Che cosa è accaduto, a un anno di distanza?

A un anno di distanza non è pervenuta alcuna risposta da Mattarella e dal Quirinale, nemmeno due righe di cortesia con un “Vi faremo sapere.”

Però, lo scorso 15 novembre, proprio 365 giorni dopo l’appello firmato da 4.000 italiani, tutti i giornali hanno ripreso le parole che il nostro presidente ha pronunciato in un discorso all’ateneo di Siena, a proposito degli acronimi che infestano la lingua italiana.

“L’inutile rebus degli acronimi che rende l’italiano indecifrabile”, ha titolato il Corriere: “L’appello del Presidente Sergio Mattarella contro «l’uso smisurato» delle sigle. Il dibattito tra i linguisti.”
“L’appello di Mattarella per una «lingua democratica»”, ha ripreso Il Fatto Quotidiano.
“Pnrr, Mattarella: «Uso smisurato di acronimi. Quali sono le conseguenze?»” ha riportato il Sole24ore.
E poi il Tempo: “Mattarella sul Pnrr: «Sarebbe utile uno studio sull’uso smisurato degli acronimi»”, l’ANSA: “Pnrr, quali conseguenze dell’uso smisurato di acronimi?” e tutti gli altri giornali.

Che cosa è accaduto?
All’inaugurazione del 781° anno accademico dell’Università degli Studi di Siena, Mattarella ha pronunciato queste parole: “Sono lieto di registrare alcuni segni positivi che emergono in quel programma governativo chiamato con l’acronimo Pnrr”, e poi ha aggiunto: “Apro una parentesi, se non fosse già stato fatto in qualche Ateneo, sarebbe utile uno studio per approfondire le conseguenze dell’uso smisurato degli acronimi sul linguaggio e sulla facilità di comunicazione”.

Sono rimasto sconcertato davanti a queste dichiarazioni seguite da un imponente applauso della platea. Mi son passate per la mente tutte le idiozie che ho sentito sull’inopportunità di pensare che il presidente della Repubblica potesse intervenire sulla lingua italiana… sul momento giusto…

Ma soprattutto, per quanto gli acronimi siano insopportabili, per quanto siano poco trasparenti – anche perché li cambiano di continuo per complicarci la vita – sono le sigle il problema della lingua italiana? Non varrebbe invece la pena studiare quali sono le conseguenze ben più gravi e pesanti delle parole inglesi che stanno trasformando la lingua di Dante in itanglese?

Mattarella presto concluderà il suo mandato, e il nostro appello cadrà nel vuoto. È però molto triste constatare l’indifferenza istituzionale verso il tema dell’abuso dell’inglese che molti politici francesi spagnoli, svizzeri, islandesi, greci, cinesi… hanno invece compreso.

La nuova iniziativa

L’appello al presidente Mattarella, con la raccolta firme chiusa a novembre 2020, è stato seguito da un’iniziativa ben più agguerrita che colgo l’occasione per rilanciare e spiegare meglio, visto che molti hanno confuso le due petizioni.

Il 23 marzo 2021 ho presentato ai due rami del Parlamento italiano una proposta di legge per la tutela della lingua italiana davanti all’abuso dell’inglese, attraverso i canali previsti secondo quanto sancito dall’articolo 50 della Costituzione. La richiesta, questa volta, non è una “supplica” per un generico appello simbolico come quello che Mattarella ha fatto a proposito degli acronimi, invece che per gli anglicismi. Si tratta di una bozza di proposta di legge, e questa “petizione di legge” è stata assegnata sia al Senato (24 marzo, n. 795, VII Commissione permanente, Istruzione, beni culturali) sia alla Camera (10 aprile, n. 727, VII Commissione cultura).

Poiché il nostro ordinamento prevede le presentazioni di leggi di iniziativa popolare, ma non l’obbligo di discuterle, ho poi dato vita a una nuova raccolta firme il cui scopo è solo quello di raccogliere consensi su quanto presentato nella speranza di convincere qualche parlamentare a porre la discussione all’ordine del giorno. Perché la proposta non rimanga chiusa in un cassetto. Al momento, più di 1.700 cittadini hanno lasciato la propria adesione, ma ancora una volta dalle istituzioni non sono arrivare risposte significative.

Dopo le parole di Draghi contro gli anglicismi (per saperne di più: → “Ben detto, presidente Draghi: perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” e → “Draghi torna a ironizzare sugli anglicismi…”) ho contattato il suo capo di gabinetto per segnalagli la petizione, e ho anche pubblicato una lettera aperta al nostro Presidente del consiglio, ma ancora una volta nessuna risposta è mai pervenuta. Ho provato anche a contattare direttamente e indirettamente qualche parlamentare e qualche responsabile della cultura dei gruppi parlamentari di Camera e Sento. A parte un paio di riscontri di cortesia in cui è ritornato il “non è il momento” (il 2021 è l’anno delle celebrazioni dantesche: se non ora, quando?), nessuno mi ha risposto. Il disinteresse della nostra classe politica verso la questione è evidente. La battaglia non è però ancora persa, la raccolta firme continua.

E anche se nessun parlamentare ci risponderà, non significa che queste iniziative siano inutili. Il loro senso è quello di porre l’attenzione sul problema, di creare una nuova cultura e di fare tutto ciò che un cittadino può fare di concreto, per non lasciare nulla di intentato.

Il disprezzo della propria lingua e i limiti dei linguisti

Anna Ravano mi ha segnalato un articolo dello scrittore Franco Javier Marías uscito ieri su El País intitolato “Il disprezzo della propria lingua” che riflette sugli anglicismi. Il catenaccio è molto eloquente: il disprezzo è collegato all’irrefrenabile desiderio di essere americani e di vivere come loro, e ciò, in questo secolo, è diventato “stupido”.

L’incipit del pezzo parte con una constatazione evidente e innegabile: “Che la lingua spagnola sia distrutta da suoi giornalisti e parlanti salta all’occhio e alle orecchie da decenni, e il danno è sempre maggiore.”

Fa effetto leggere queste parole. Per prima cosa perché la lingua spagnola è “destrozada” dagli anglicismi in modo irrisorio rispetto all’italiano. Per accedere all’articolo per intero ci si può iscrivere gratuitamente alla rivista, e la procedura è commovente rispetto a quelle delle piattaforme dell’italietta colonizzata. Il sistema chiede di registrarsi aprendo un “conto”, e non certo un account; basta immettere il “correo electrónico” e non certo l’email; e poi bisogna inserire la “contraseña”, non certo la password. Quelli che da noi sono considerati prestiti di necessità in spagnolo non lo sono affatto. La necessità è tutta italiota.
Nelle casseforti c’erano le combinazioni, tra i militari c’erano le parole d’ordine, ma da quando le multinazionali d’oltreoceano ci hanno imposto il loro mondo fatto dei loro concetti-parole, noi pappagalli italiani ripetiamo password, e abbiamo dimenticato e buttato via espressioni come parola chiave, codice di accesso o segreto. Certi linguisti e terminologi da paese delle banane giustificano e sottoscrivono la “necessità” dell’inglese in nome di un descrittivismo ipocrita che postula un “uso” sovrano, che presuppone che la gente dica così. Peccato che l’apologia dell’uso non è qualcosa di “democratico” che arriva dal basso, è un uso imposto dall’alto, o per meglio dire dall’esterno, dal nuovo centro di irradiazione della lingua che arriva dagli Stati Uniti, visto che le parole del nuovo Millennio non sono più coniate dai nativi italiani. Questi ultimi le ripetono per forza di cose, e viene da chiedersi a che cosa servano i terminologi e i linguisti. Non ne abbiamo alcun bisogno. Se il loro ruolo è quello di ratificare questi usi, si può benissimo fare a meno di loro. La verità è che l’approccio descrittivista che sancisce la “necessità” degli anglicismi non corrisponde all’atteggiamento prescrittivo che si riscontra in altri casi. E l’uso sovrano che serve per giustificare gli anglicismi viene invece bollato come ignoranza quando si stigmatizzano espressioni errate come il “piuttosto che” usato come “oppure” invece di “anziché”, o il “qual è” con l’apostrofo e via dicendo. Senza voler giustificare questi obbrobri, non sono anche loro entrati – ahinoi – nell’uso?

E allora certi linguisti non fanno altro che ricalcare gli schemi denunciati da Javier Marías, e dietro i loro “ragionamenti” emerge proprio il disprezzo verso l’italiano, il senso di inferiorità e la vergogna di praticarlo davanti all’inglese, la lingua internazionale vissuta come superiore, più evocativa, solenne e appropriata.

Negare l’evidenza

C’è un’altra cosa che colpisce nell’incipit dell’articolo del País. L’evidenza, innegabile e sotto gli occhi di tutti, dell’anglicizzazione dello spagnolo, che nel caso dell’italiano è dieci volte più profonda. Un’evidenza che troppi linguisti italiani negano, mettono in discussione o sottovalutano, con lo stesso atteggiamento con cui fino a pochi anni fa molti pomposi “esperti” negavano il riscaldamento globale. Ripenso alle parole di un noto linguista che ripete che l’anglicizzazione della nostra lingua è tutta un’illusione ottica. È come la temperatura percepita – a suo dire – che non sarebbe quella reale, una moda passeggera come un tempo lo fu il francese, e “verrà un giorno” che torneremo a dire tesserino al posto di badge. Invece di rendersi conto di ciò che accade in tutto il mondo, invece di rendersi conto delle profonde e incolmabili differenze tra l’interferenza del francese e quella dell’inglese, moltissimi linguisti rimuovono e negano ciò che accade ed è sotto gli occhi di tutti. Qualcuno si è piccato per il fatto che li ho chiamati “negazionisti”. E così c’è chi scrive un pezzo intitolato “Chi ha paura degli anglicismi?”, chi li interpreta come “normale” evoluzione della lingua (della lingua inglese, però, non certo di quella italiana) e chi scrive che in fondo sullo Zingarelli del 2021 ce ne sono “solo” 3.000 di fronte a 145.000 lemmi, omettendo di dire che nello stesso dizionario del 1995 ce ne erano “solo” 1.800. Il tema è questo: il loro aumento impazzito. Il giochetto di confrontare il numero delle parole inglesi con l’intero lemmario storico della nostra lingua, non ha alcun senso. Era l’argomento che usava negli anni ’80 Tullio De Mauro per respingere l’allarme del “Morbus Anglicus” di Arrigo Castellani, un argomento che non teneva conto della progressione del fenomeno, un argomento vecchio e improponibile che proprio De Mauro ha poi abbandonato per parlare dello “tsunami anglicus” che oggi si riversa in ogni idioma.

Più leggo i libri dei linguisti e meno la linguistica mi appassiona, lo confesso. A parte le categorie esplicative vecchie di cent’anni e inadeguate, come quelle del “prestito linguistico”, e a parte le classificazioni a mio avviso spesso inutili e maniacali nell’etichettare i meccanismi della formazione delle parole, se si esce da questi schemi che spaccano l’atomo e si guarda alle analisi macroscopiche che i linguisti mediamente sanno esprimere, i giudizi su dove la nostra lingua sta andando e su come si sta evolvendo sono spesso imbarazzanti.

Con qualche eccezione, per fortuna, a comprendere come vanno le cose non sono di solito i linguisti – che talvolta ci arrivano dopo 50 anni – ma altri intellettuali capaci di cogliere una visione di insieme che va oltre il particolare. Ripenso a certe lungimiranti affermazioni di Gramsci, di Pasolini, di Umberto Eco o – a proposito dell’inglese – di Andrea Camilleri.

I negazionisti dell’inglese che ci travolge non sono in grado di spiegare ciò che sta succedendo e i loro giudizi ridicoli saranno spazzati via dalla storia insieme alla nostra lingua, temo. L’illusione ottica è nella loro testa, non nell’evidenza innegabile da cui parte Javier Marías, che non a caso non è un linguista astratto e avulso dalla realtà. È uno scrittore e un traduttore che della lingua ha fatto la sua professione, invece di analizzarla in modo sterile e astratto.

La lingua è di tutti, non dei linguisti

Anna Ravano è una mia “corrispondente” che ogni tanto mi segnala cose molto preziose sul tema dell’itanglese. Anche lei non è una linguista, bensì una traduttrice di primo piano tra l’altro proprio dall’inglese che ha anche insegnato, e spazia dalla saggistica alla narrativa e alla poesia (ha tradotto Sylvia Plath), e ha lavorato con editori come Adelphi, Mondadori e Zanichelli. La sua percezione di cosa accade all’italiano è di ben diverso spessore rispetto alle analisi di certi linguisti.

In un dibattito nei commenti sul sito della Crusca, ecco cosa scrive Giorgio Casacchia, un sinologo di acclarata fama, professore ordinario di Filologia cinese all’Università L’Orientale di Napoli: “Basti notare come in italiano si è praticamente interrotta la produzione di neologismi, un’infinità di termini non hanno una voce italiana (ingenerando l’improssione, o la consapevolezza, che non è all’altezza della contemporaneità), si preleva semplicemente il termine inglese, e s’aggiungono a quelli che sono esclusi solo perché l’inglese è percepito più efficace, elegante, uno status symbol (ecco, per esempio…). Il futuro ricalcherà probabilmente Via col Vento, dove la domestica negra, la mamie, probabilmente ottima parlante di bantù o hausa, è declassata a produttrice di enunciati come ‘zì badrona’ et similia, cioè a inadeguata e arretrata individualità.”

Meno male che non ci sono solo i linguisti, verrebbe da dire, e tornando all’articolo di partenza, Javier Marías ha colto perfettamente il punto. “Cosa c’è di sbagliato nella lingua del nostro Paese, perché la si considera così inferiore all’inglese dell’America (non è mai quello della Gran Bretagna), quale strano complesso ha preso piede nella nostra società?” Si domanda. E la risposta è nel “desiderio irrefrenabile di essere americani e di vivere come gli americani (…). Ci hanno esportato tutto attraverso i loro film e le loro serie: dall’ossessione caricaturale per il misconosciuto ‘gender’ alle feste di addio al celibato e ad Halloween.” Tutto ciò avviene oggi anche attraverso le pubblicità che sono sempre più spesso non in spagnolo, ma in inglese, a volte assurdamente sottotitolate, “per facilitare la comprensione (non avrebbe più senso che fossero direttamente in spagnolo?)” mentre altre sono fatte di frasi in inglese dove dire “Are you ready?” sembra meglio di dirlo in spagnolo. E così vedere una partita di calcio significa ormai anche ingozzarsi di birra e di popcorn, in un’anglicizzazione linguistica che è tutt’uno con un’americanizzazione sociale e totale.

Anche in Francia la questione è sentita, e voglio citare di nuovo un intellettuale come Michel Serres che nel libro Contro i bei tempi andati (Bollati Boringhieri, 2018) accusava la classe dirigente francese: “Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”

Il ruolo delle accademie linguistiche

Nelle tante differenze che riguardano l’anglicizzazione del francese e dello spagnolo, rispetto al caso italiano, conta molto anche l’operato delle accademie. Javier Marías non è un linguista, è uno scrittore, un saggista, un traduttore e giornalista. È uno che con la lingua ci vive, più che studiarla con distacco, ed è per questo e per i suoi meriti che nel 2006 è stato eletto membro della Real Academia Española.

Anche l’Académie française non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” – morto uno se ne elegge subito un altro – ci sono proprio illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

Da noi, la Crusca è fatta solo da linguisti, e credo che ciò sia un limite. Sono molto contento che il Gruppo Incipit si sia risvegliato questo mese diramando ben due comunicati, dopo che da giugno non dava più segni di vita. Settimana scorsa ha ricordato che la parola booster, usata in una circolare del ministero della salute del 27/9/21, in italiano si può dire più chiaramente richiamo; e poco prima il comunicato numero 17 ha deprecato l’uso di delivery nei prodotti postali (Delivery Express, Delivery standard, Delivery Globe, Delivery Europe, Delivery international Express, Delivery web) che sta sostituendo le denominazioni che una volta erano “pacco ordinario”, “pacco celere” e via dicendo.

Tempo fa ho analizzato gli anglicismi utilizzati dalle Poste “italiane” (mi pare doveroso usare le virgolette, visto che di italiano c’è sempre meno) e ho individuato almeno un centinaio di anglicismi che spiccano nel loro sito e nei loro servizi, insieme a delivery.

Il problema, allora, non sta nella doverosa condanna dei singoli anglicismi, perché sono come le formiche, per una che ne schiacci ne spuntano altre cento. Il problema sta nel condannare e combattere l’anglomania, la nevrosi compulsiva che ci spinge a ricorrere all’inglese indipendentemente da ciò che stiamo indicando. Come ha capito Javier Marías, come hanno capito tanti altri, come ripeto da anni.

Dovrebbero capirlo anche le nostre istituzioni, perché la tutela del nostro patrimonio linguistico si può fare solo attraverso un intervento sulle cause dell’itanglese, sul nostro complesso di inferiorità, e non brontolando sugli effetti.

Le istituzioni e il Mur cancellano l’italiano e favoriscono l’inglese

Nell’anno delle celebrazioni dantesche, il Mur (Ministero dell’Università e della Ricerca) ha appena emanato un decreto (dl 73-2021) con cui viene istituito il nuovo Fondo Italiano per la Scienza (FIS) e, ancora una volta, indovinate un po’ in quale lingua è possibile presentare i progetti?

In italiano?

Certamente no!

Si possono presentare soltanto in lingua inglese, altrimenti saranno considerati “irricevibili” e dunque esclusi. E in inglese dovranno tenersi anche gli eventuali colloqui orali legati alle discussioni o alle interviste in merito.

A darne la notizia dalle pagine del Corriere, il 5 ottobre, è stato Paolo Di Stefano, uno dei pochi giornalisti che hanno a cuore la lingua italiana. Qualche giorno dop è intervenuto anche il presidente della Crusca Claudio Marazzini, e sul sito dell’Accademia ha dedicato alla vicenda il tema del mese con un pezzo intitolato “La lingua di Dante non può parlare di scienza. Il MUR esclude l’italiano nel bando per i fondi FIS” che si conclude con l’auspicio che le ragioni di questa scelta siano rese note. A essere “irricevibile” non è solo la lingua di Dante, si potrebbe aggiungere, ma anche quella di Galileo, padre non solo della scienza, ma anche della prosa scientifica italiana che è poi diventata il modello di scienziati come Francesco Redi, Antonio Vallisneri, Lazzaro Spallanzani… in un contesto internazionale dove la scienza si è sviluppata soprattutto nelle lingue locali attraverso uno strappo con il latino dei teologi. Ma oggi la scienza plurilingue rischia di essere spazzata via dall’inglese in modo sempre più prepotente, con la differenza che mentre il latino era una lingua di intermediazione neutra – non era la lingua madre di nessuno – oggi il globalese è la lingua naturale dei popoli dominanti che la vogliono imporre a tutti gli altri e si guardano bene dall’apprendere le lingue (e le culture) altrui. Le nostre istituzioni, invece di fare gli interessi degli italiani e dell’italiano, hanno ormai sposato questo modello e sono diventati collaborazionisti del monolinguismo a base inglese che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi” per citare lo scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’o che ha vissuto sulla sua pelle la regressione delle lingue della sua terra schiacciate dalle scuole e dai regimi coloniali.

Il linguicismo del Fis è legittimo?

Il Fis – dove la “i” di Italiano cela forse l’acronimo di Fondo in Inglese per la Scienza – ricalca le categorie anglofone dell’ERC (European Research Council) e destina una quantità di denaro consistente, 50 milioni di euro per il 2021 e altri 150 milioni a partire dal 2022. Sono soldi di tutti noi cittadini italiani, ma per accedervi dobbiamo rinunciare alla nostra lingua madre e passare sotto le forche caudine di una presunta lingua internazionale che non ci appartiene, ma ci viene imposta senza che nessuno ci chieda se siamo d’accordo.

Questa dittatura dell’inglese a cui ci costringono le nostre stesse istituzioni è una scelta scellerata che si può definire “linguicismo”, per usare la definizione della ricercatrice finlandese Tove Skutnabb-Kangas. Come il razzismo e l’etnicismo discriminano sulla base delle differenze biologiche oppure etnico-culturali, il linguicismo è la discriminazione in base alla lingua madre che porta a giudizi sulla competenza o non competenza nelle lingue ufficiali o internazionali.

Il punto è che rivolgersi alle istituzioni nella nostra lingua dovrebbe essere un diritto di tutti, e cancellarlo con l’obbligo dell’inglese è una discriminazione. Sulla legittimità di decisioni come queste la Corte di Giustizia dell’Unione europea, che difende il plurilinguismo, si è già espressa in più di un’occasione. A proposito di concorsi, per esempio, il comunicato stampa n. 40/19, 26 marzo 2019 ha sancito che “le disparità di trattamento fondate sulla lingua non sono, in linea di principio, ammesse”, a meno che non esistano “reali esigenze del servizio”, ma in questi casi devono essere motivate “alla luce di criteri chiari, oggettivi e prevedibili”. Nel decreto del Fis non si ravvisa alcuna motivazione che giustifichi l’inglese obbligatorio, né alcuna reale esigenza di servizio. C’è solo un’inammissibile disparità di trattamento fondata sulla lingua.

La vicenda non è un caso isolato, si inserisce in un disegno che da qualche decennio viene imposto a piccoli passi, ognuno dei quali costituisce un pericoloso precedente che apre la strada all’anglificazione della scienza, della ricerca e della scuola in modo sempre più autoritario e a scapito dell’italiano. Già i Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) da qualche anno in Italia devono essere presentati in inglese, e poiché lo abbiamo tollerato ecco che adesso si alza l’asticella, in attesa dei prossimi provvedimenti che si inseriranno in questa stessa logica in modo sempre più profondo.

La politica dell’inglese obbligatorio

Facendo un passo indietro, abbiamo già visto qualcosa di simile con la riforma Madia che ha improvvisamente reso la conoscenza dell’inglese obbligatoria nei concorsi della Pubblica amministrazione sostituendo il requisito di conoscere “una lingua straniera” con “la lingua inglese”. A sua volta questo provvedimento riprendeva la riforma Gelmini del 2010 che ha reso l’inglese un requisito necessario per gli insegnanti, e devono conoscerlo a un livello pari al First Certificate dell’Università di Cambridge indipendentemente dalla disciplina che insegnano.

Queste prove tecniche di anglificazione si sono viste anche nel 2012 quando è scoppiato il caso del Politecnico di Milano che, appoggiato dal Miur, continua a puntare all’insegnamento in inglese e all’estromissione dell’italiano dall’università. Ancora una volta esisteva un precedente meno sfacciato, quello del Politecnico di Torino che, nell’anno accademico 2007-2008, aveva deciso di erogare alcuni corsi di laurea triennale direttamente in inglese, e per incentivare questo passaggio aveva reso gratuita l’iscrizione al primo anno per gli studenti che decidevano di partecipare, scoraggiando in questo modo, e discriminando, chi studiava in italiano.

Anno dopo anno la dittatura dell’inglese guadagna terreno e si fa più esplicita e spavalda. L’italiano retrocede e il plurilinguismo è sempre meno un valore e sempre più considerato un ostacolo alla comunicazione internazionale monolingue, invece che una ricchezza.

Inutile dire che le relazioni pericolose tra il globalese e l’itanglese hanno una forte attinenza. Nel decreto del Fis gli anglicismi pullulano e hanno il sopravvento sull’italiano nella gerarchia concettuale. Si sciolinano espressioni come Life sciences, Physical Sciences and Engineering e Social Sciences and Humanities, mentre gli stanziamenti seguono gli schemi denominati Starting Grant e Advanced Grant. Si parla come fosse la cosa più naturale di deliverable e milestone, di Host Institutions (organizzazioni ospitanti), di leaders – dove il plurale si fa ormai con la “s” – di track record e del loro livello di leadership

Progetti in inglese e spiegazioni in itanglese: lo sfregio per la nostra lingua fa parte dello stesso pacchetto.

Mentre poche voci isolate hanno denunciato l’accaduto, e cioè Michele Gazzola, Paolo Di Stefano e Claudio Marazzini (oltre al tempestivo articolo di Giorgio Cantoni su Italofonia.info), queste gravissime decisioni passano abbastanza inosservate e non trovano spazio sui giornali. Un grande quotidiano e un grande intellettuale – rispettivamente il Foglio e Antonio Gurrado – si sono invece schierati come al solito a favore dell’inglese. Questo giornalista anglomane che in passato ho già citato perché sosteneva che tradurre la nostra Costituzione in inglese aiuterebbe a sbarazzarsi dell’ambiguità della lingua italiana e dei suoi concetti astrusi, oggi si illumina davanti al nuovo decreto, e saluta la cancellazione dell’italiano e l’obbligo dell’inglese come la via per uscire dal nostro provincialismo. Come se il provincialismo (e il servilismo) non abitasse al contrario nella sua mente da colonizzato e collaborazionista del globalese, incapace di vedere cosa accade all’estero, e incapace di decifrare gli effetti collaterali distruttivi delle scelte che calpestano il plurilinguismo. Questo signore ignora del tutto (e lo ammette candidamente scrivendo di non avere dati in proposito) il dibattito sull’inglese sottrattivo emerso proprio nei Paesi dove all’università si insegna in inglese, dall’Olanda alla Svezia che sta facendo una sostanziale marcia indietro. Per lui l’inglese è solo qualcosa che si aggiunge, “poiché le conoscenze si accumulano e non si cancellano”, in una visione delirante (tra l’altro nel caso del Fis non si aggiunge proprio nulla, al contrario si elimina la nostra lingua) dove la discriminazione è chiamata la “scrematura” di chi non ha avuto esperienze all’estero e vive nell’asfittica realtà universitaria italiana. Come se l’estero coincidesse con l’anglosfera, ci fosse solo quella e tutto il resto non esistesse o non avesse valore. Al contrario, Paolo Di Stefano, nel suo articolo di uno spessore ben diverso, ci ricorda che all’estero “gli equivalenti del Fis sono rispettosi del multilinguismo, ma in Italia chi non si butta tra le braccia dell’inglese con fede cieca è subito accusato di provincialismo antimoderno.”

Dai lamenti all’azione

Sarebbe ora di reagire, sarebbe ora che si parlasse di questi temi anche in Italia e con uno spirito critico diverso da quello di certi giornalai espressione di una classe politica che vuole rottamare la nostra lingua, ma che forse dovremo ricordarci di mandare a casa noi alle prossime elezioni. E sarebbe ora di passare dai lamenti all’azione.

Voglio ricordare a tutti che quasi 1.700 persone hanno già firmato il loro sostegno alla petizione di legge che ho presentato alla Camera e al Senato, che oltre alla richiesta di promuovere l’italiano e smetterla di usare anglicismi nel linguaggio istituzionale, chiede appunto che sia possibile presentare i Prin nella nostra lingua e che siano rivisti i criteri che rendono obbligatorio l’inglese nei concorsi. Purtroppo nessun parlamentare ha risposto o preso in considerazione le nostre richieste. E viste le nuove prese di posizione delle nostre istituzioni, per fermare questa strisciante strategia di cancellazione dell’italiano forse non resta che rivolgersi alla Corte di Giustizia dell’Ue, come davanti a simili decisioni linguiciste hanno fatto talvolta con successo varie associazioni della lingua in Francia, Germania, Belgio e in altri Paesi ancora.

Gli effetti collaterali dell’inglese internazionale e il caso Islanda

L’inglese internazionale non è solo quello commerciale o turistico che può essere anche comodo per farsi capire quando si va in vacanza in qualche Paese di cui non si conosce la lingua. Questo inglese è in fondo una riduzione a pochi vocaboli e a frasi di circostanza che hanno un pura funzione comunicativa. Ma una lingua non è solo comunicazione, si porta con sé processi molto più profondi che coinvolgono il modo di pensare. Il filosofo, logico e matematico viennese Ludwig Wittgenstein, nel suo Tractatus pubblicato un secolo fa, scriveva: “I limiti del mio linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo”, perché il linguaggio descrive la realtà, e non è possibile pensare e descrivere la realtà in modo indipendente dal linguaggio. Come ha osservato Andrea Zhok: “Chi pensa a una lingua naturale come a un vestito neutrale, da indossare a piacimento senza che nulla cambi nella propria personalità e nel proprio pensiero, ha semplicemente un’esperienza della lingua povera, meccanica, circoscritta e meramente tecnica.”

Non si può allora dimenticare che l’inglese turistico e ristretto si basa sulla semplificazione della lingua madre dei popoli e delle culture dominanti, e questa lingua naturale ha una profondità che travalica la semplice comunicazione, è espressione del pensiero. Quando l’inglese internazionale diventa la lingua da esportare e da utilizzare in ambiti che coinvolgono il modo di pensare – come quando lo si impiega per la formazione universitaria, ma anche nella scienza o sul lavoro – entrano in gioco fattori complessi che hanno a che fare con i processi di astrazione e la concettualizzazione che sta sotto la lingua.
Fare dell’inglese la soluzione internazionale che ricostruisce la torre di Babele attraverso un grattacielo che assomiglia a quelli americani in cui si parla l’angloamericano non rappresenta solo un problema etico, per cui per essere “internazionali” si dovrebbe rinunciare alla propria lingua nativa per utilizzare quella di chi è più forte. Questa strategia ha anche degli “effetti collaterali” che portano a schiacciare le altre lingue e a non riconoscere il valore del plurilinguismo e delle altre culture. Ma soprattutto, l’inglese globale entra in conflitto con le altre lingue e si trasforma in una minaccia per quelle deboli o minoritarie.

L’anglicizzazione degli idiomi locali e le ibridazioni

L’effetto collaterale più evidente, e tutto sommato meno profondo, lo si vede nell’anglicizzazione di ogni idioma, nello “tsunami anglicus”, per dirla con Tullio De Mauro, che si riscontra in ogni luogo. Gli anglicismi sono i detriti del globalese, la lingua della globalizzazione, che penetrano in modo sempre più ampio e profondo nel lessico di ogni parlata, un fenomeno così pervasivo che ovunque ha ormai il suo nome: l’itanglese corrisponde a ciò che in Francia si chiama franglais, in Spagna spaglish, in Germania Denglisch, in Svezia swinglish, in Grecia greenglish, in Russia runglish e così via sino al konglish per il coreano o il japish per il giapponese.

Queste contaminazioni, quando diventano troppo estese e pesanti possono snaturare le lingue locali, e possono dare origine a lingue ibride, cioè mescolate, o creolizzate, il che si verifica quando il mescolamento non è paritario e la lingua dominate schiaccia quella di rango inferiore. Questo fenomeno avviene di solito nei territori dove esiste un bilinguismo locale che porta appunto alle enunciazioni mistilingue e al passaggio di un codice all’altro nelle stesse frasi. È il caso per esempio dello spanglish che ha preso piede nell’America latina, diffuso nelle comunità bilingui tra ispanici, portoricani o messicani, ma anche nelle aree statunitensi a forte presenza ispanica.

In altri casi il bilinguismo sul territorio porta invece a una diglossia, cioè a una gerarchia delle lingue dove la lingua locale diventa quella di serie B, quella del popolo, delle fasce deboli e “ignoranti”, mentre l’inglese è quella di serie A, della cultura, dei ceti sociali alti.
Questa diglossia è forte per esempio in India, dove l’inglese è stato introdotto ai tempi delle colonie britanniche. Da una parte è nata la variante dell’angloindiano che ha ormai assunto le sue forme e connotazioni particolari, tanto che Salman Rushdie ha rivendicato con orgoglio l’indian english dei suoi libri, che travalicherebbe quello ortodosso imponendosi come nuova varietà “autonoma”. Ma questa variante, più che essere sbandierata come il trionfo del meticciato e la lingua di quella popolazione, appare più come figlia del colonialismo. E proprio in India, l’inglese, ortodosso o meticcio, è diventato un simbolo, una lingua superiore, un modo di distinguersi socialmente con delle ricadute molto pratiche. Parlare l’hindi appartiene ai ceti bassi, mentre avere accesso all’inglese è un segno di cultura, un modo per elevarsi, al punto che per il 95% degli uomini la sua conoscenza è diventata un requisito fondamentale da cercare in una donna da sposare, come fosse una dote, perché una moglie che conosce l’inglese è essenziale per frequentare l’alta società (1), mentre dell’hindi ci si vergogna. Lo si vede persino in alcune pellicole di Bollywood, una delle più celebri è Quando parla il cuore (2) che narra le vicende di una donna alla ricerca dell’indipendenza, del rispetto e del riscatto proprio attraverso la conoscenza dell’inglese che va a imparare a New York.

Il globalese che minaccia le lingue minoritarie

Un altro ben più grave effetto collaterale del globalese consiste in un ulteriore passo rispetto al ricorso all’inglese per motivi sociolinguistici, che sono una scelta per elevarsi socialmente e per identificarsi nel gruppo di appartenenza elitario. Il proseguimento di questo processo può portare all’abbandono della propria lingua. Ed è in questo modo che le lingue minori possono scomparire e morire. Questo fenomeno può essere spontaneo, ma può anche essere il risultato di un’imposizione, proprio come è avvenuto, ma avviene ancora oggi, in Africa. È un processo raccontato molto bene dallo scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’o (3) che ne ha vissuto le conseguenze sulla propria pelle. Tutto ha avuto inizio nel 1884 a Berlino, quando venne sancita la spartizione dell’Africa non solo nelle nuove frontiere disegnate a tavolino, ma anche nelle diverse lingue delle potenze europee. I Paesi africani, che un tempo erano colonie e oggi assomigliano a neocolonie, sono stati divisi in territori di lingua inglese, francese e portoghese. Con la nascita delle scuole coloniali che impartivano le lezioni nelle lingue imposte, questo colonialismo linguistico fu portato a termine, determinando la morte di molte lingue locali minoritarie. A lungo andare gli africani hanno cominciato a identificare e definire la propria identità attraverso queste lingue (4), e ancora oggi sono francofoni o anglofoni, anche se successivamente sono sorte anche le aree arabe. Per questo motivo Thiong’o, davanti all’odierno strapotere del globalese, invita a ribellarsi all’inglese, la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi.” (5) Ma anche il tunisino Claude Hagège ha denunciato “un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale” determinato soprattutto dall’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”. (6) Ha calcolato che nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. (7) Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa.

Queste preoccupazioni non si trovano solo in autori legati all’Africa, e la costatazione per cui tantissime lingue minori scompaiono dal nostro pianeta, con una velocità maggiore di quella della scomparsa delle specie viventi, è al centro delle riflessioni della finlandese Tove Skutnabb-Kangas, che insegna all’università danese di Roskilde e all’accademia universitaria di Vasa in Finlandia, e che da anni si batte per i “diritti linguistici” delle popolazioni e delle minoranze, linguistiche e culturali. Il riduzionismo monolinguistico, secondo la studiosa, non è solo ingiusto, ma è un “cancro” a cui va contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici. (8)

L’inglese internazionale non minaccia solo i Paesi africani o lontani, a rischio ci sono anche le lingue d’Europa, quando sono parlate da un ristretto numero di persone, e il caso dell’Islanda è il più grave.

Il caso islandese e la “minoritarizzazione digitale”

Gli islandesi sono poco più di 300.000, un numero di parlanti estremamente basso, così basso che non sono considerati un mercato appetibile per le multinazionali che non hanno convenienza a tradurre in quella lingua. I film e le serie tv americane per tradizione non sono mai doppiate, ma al massimo sottotitolate, e nell’era di Netflix tendono a circolare direttamente in lingua inglese. L’islandese non è contemplato come lingua della tecnologia basata sul riconoscimento vocale, da Siri ad Alexa, e la conseguenza è che tutto avviene direttamente in inglese, e anche le localizzazioni di piattaforme come Facebook in islandese sono parziali e malfatte.

Il crollo economico di quel Paese, avvenuto nel 2008, ha portato all’abbassamento dei prezzi e all’aumento vertiginoso dei turisti: nel 2008 erano cresciuti sino a 500.000, ma nel 2017 sono stati 2 milioni (più di 5 volte il numero degli abitanti dell’Islanda) e l’inglese è diventata la lingua che di norma si usa anche nei locali e nei negozi, al punto che nei bar e nei ristoranti del centro di Reykjavík non di rado ci si rivolge ai clienti direttamente in inglese.

Quello che sta avvenendo è stato definito dal linguista Eiríkur Rögnvaldsson, professore dell’Università d’Islanda, il fenomeno della “minoritarizzazione digitale”, dove una lingua viva e parlata nel mondo reale si trasforma nel mondo digitale in una lingua secondaria che di fatto non esiste, o lascia poche tracce di sé. Questo fenomeno ha delle ricadute pesanti sui parlanti, perché ormai l’ambiente digitale e quello televisivo sono diventati preponderanti e il tempo che la gente dedica a queste attività è sempre maggiore. Se le interfacce dei cellulari e l’ambiente virtuale parlano l’inglese, finisce che diventa la lingua prioritaria e questo ha un impatto forte soprattutto sulle giovani generazioni, che trascorrono sempre più ore in un mondo digitale che li espone al solo inglese. Su telefonini, tablet, computer, televisioni è tutto un pullulare di giochi, film, serie televisive, video e canzoni in inglese. In questo modo ci si abitua a pensare in inglese e le parole native non vengono più in mente. E in inglese non solo si interagisce con le piattaforme sociali e tecnologiche, ma sempre più spesso anche con gli altri, vista la larga conoscenza di quella lingua. Al punto che gli insegnanti delle scuole secondarie riferiscono che i quindicenni, in cortile durante la ricreazione, sempre più spesso parlano tra loro in inglese. Da una stima sul fenomeno risulta che un terzo degli islandesi dai 13 ai 15 anni parli in inglese con i propri amici, (9) mentre alcune indagini rilevano che nelle fasce dei più piccoli, i bambini riferiscono agli specialisti che non sono in grado di indicare un termine islandese per molte delle figure che vengono loro mostrate. Il rischio paventato da Eiríkur è quello di assistere a una nuova generazione che si forma senza una vera e propria lingua madre. (10) Per i giovani che si nutrono di prodotti di intrattenimento digitali in inglese, in un Paese dove persino al suo interno la lingua locale è sempre meno diffusa, la domanda che ricorre è: “A cosa mi serve parlare in islandese?” E a quel punto passano direttamente all’inglese.

Davanti a questo fenomeno preoccupante il governo ha compreso il problema e varato politiche linguistiche e provvedimenti per favorire la lettura dei libri in islandese, visto che ha subito un calo notevole negli ultimi anni. Inoltre, sono stati stanziati 20 milioni di euro da destinare alle iniziative che lavorino a tecnologie in lingua islandese, (11) che sono fondamentali per arginare l’invadenza dell’inglese globale. Se in Italia la scarsa conoscenza dell’inglese ci mette al riparo dall’abbandonare la nostra lingua, che ha anche una forza e una storia letteraria ben diversa da quella islandese, vediamo lo stesso i risultati che sul piano linguistico comportano le interfacce informatiche concepite nell’anglosfera con i termini dell’anglomondo. Il 50% dei lemmi marcati come informatici, sul Devoto Oli, sono appunto in inglese crudo, e se fino agli anni Settanta potevamo esprimere l’informatica nella nostra lingua, oggi non è più possibile, senza la stampella degli anglicismi. Anche se da noi non esiste alcun bilinguismo sul territorio, esiste però un bilinguismo virtuale e culturale rappresentato dalle interfacce con cui interagiamo in Rete che parlano in inglese e che a livello lessicale abbiamo rinunciato a tradurre passando alla strategia dell’importazione in modo crudo, che consiste nell’adottare invece di adattare.

Mentre in Francia e in Spagna le accademie coniano neologismi autoctoni alternativi a quelli inglesi e li promuovono, e mentre in Germania questo lavoro viene fatto da associazioni sorte dal basso come la VDS che pubblica annualmente l’Indice degli anglicismi con i loro sostitutivi, da noi non c’è nulla del genere, né di istituzionale né di privato (il dizionario AAA è solo una goccia). E il risultato è che da noi le alternative non esistono e siamo costretti a ricorrere agli anglicismi “di necessità”, mentre in Francia, per esempio, ricorrere all’inglese diventa una scelta sociolinguistica culturale o politica, come scrive la terminologa Maria Teresa Zanola, che nota come la reazione al franglais supportato dalle iniziative pubbliche e private ha favorito la coniazione di neologismi e l’evoluzione della lingua francese che è in questo modo piuttosto vitale, (12) al contrario dell’italiano che regredisce.

In Islanda, la figura del “neologista” esiste ufficialmente, e crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. Questi linguisti hanno il compito di rinnovare l’islandese e di tenerlo al passo con i tempi creando parole per ogni oggetto o concetto importato. In un primo tempo questi termini venivano pubblicati sui giornali, ma oggi circolano glossari cartacei e dizionari in Rete. E tutto ciò viene fatto formalmente da un apposito dipartimento dello Stato, nel Dipartimento della Pianificazione del Linguaggio che sorge in un istituto culturale nel centro della capitale.

E allora, quando si fa dell’inglese la soluzione alla comunicazione internazionale, quando lo si vende come una lingua che apparterrebbe “a tutti” e che ci unificherebbe, si omette di dire che questa “unificazione” si fa a scapito del plurilinguismo e che è un’unificazione che allo stesso tempo divide e crea barriere sociali. Che non è la lingua di tutti, ma quella dei popoli dominanti che hanno tutta la convenienza a esportarla come “universale” perché costituisce un indotto economico spropositato, perché dà loro un enorme vantaggio comunicativo e perché permette loro di non apprendere alcuna altra lingua e di destinare gli altissimi costi dello studio di una seconda lingua verso altre direzioni come la ricerca. E soprattutto si omette di raccontare anche quali sono gli effetti collaterali di questo globalese tanto esaltato.

Note

1) Cfr. Robert McCrum, William Cran, Robert MacNeil, La storia delle lingue inglesi, Zanichelli, Bologna 1992, p. 39.
2) English Vinglish, di Gauri Shinde (2012) interpretato dall’attrice Sridevi Kapoor, soprannominata la “Meryl Streep d’India”.
3) Ngũgĩ wa Thiong’o, Decolonizzare la mente, Jaka Book, Milano 2015.
4) Ivi, p. 16.
5) “Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, di Pietro Veronese (intervista a Ngũgĩ wa Thiong’o), la Repubblica, 2 agosto 2019.
6) Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7.
7) Ivi, p. 99.
8) Cfr. Tove Skutnabb-Kangas, “I diritti umani e le ingiustizie linguistiche. Un futuro per la diversità? Teorie, esperienze e strumenti”, in Come si è ristretto il mondo, a cura di Francesco Susi, Amando Editore, Roma 1999 (p. 85-114), p. 99.
9) Cfr. Fiona Zublin, “Iceland Fights to Protect Its Native Tongue From Siri”, in Ozy.com, 9/7/2018.
10) Cfr. Cristina Piotti “Islandese, una lingua a rischio estinzione”, IL – Il maschile del Sole 24 ore, 21/02/2019. 10
11) Ivi.
12) Maria Teresa Zanola, “Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008, p. 95.

Italiano-inglese: non c’è partita (fuori dal calcio)

Mentre ci sono linguisti italiani che negano l’anglicizzazione, proclamano che è tutta un’illusione ottica amplificata dai giornali, notano che sullo Zingarelli ci sono “solo” 3.000 anglicismi (ma si guardano bene da raccontare che nel 1995, sullo stesso dizionario, erano 1.800) o scrivono articoli intitolati “Chi ha paura dell’inglese?” che mostrano di ignorare completamente i dati statistici… quello che sta avvenendo è sotto gli occhi di tutti. Sono soprattutto gli italiani all’estero a rendersene conto, disorientati davanti ai neologismi che ormai coincidono con gli anglicismi crudi, e che a volte faticano a comprendere e a volte non capiscono perché si usino al posto delle parole italiane.

Ripenso a Sara, giornalista de Il Globo, un giornale in lingua italiana distribuito in Australia, che l’anno scorso, in un’intervista, mi ha chiesto stupita perché la stampa italiana non fa che introdurre parole inglesi, visto che “una delle regole per giornalisti e redattori è quella di tradurre tutto il possibile, cercando di non ricorrere” alle parole straniere. Queste buone pratiche del giornalismo valgono non solo per i giornali italiani all’estero, ma anche per quelli francesi, spagnoli e inglesi. “Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o la parola di un gergo speciale se si riesce a trovare un equivalente nella lingua quotidiana” scriveva Orwell (“La politica e la lingua inglese”).

Queste regole sono state buttate via dai nuovi giornalisti italiani che sguazzano nell’inglese, e nei tecnicismi, perché preferiscono usare l’inglesorum per controllare i lettori, per sovrastarli imponendo il loro linguaggio pseudo-tecnico, pseudo-moderno e pseudo-internazionale per elevarsi, invece di utilizzare quello più adatto al destinatario. E soprattutto, diciamolo forte e chiaro, oltre a non volere usare l’italiano questi personaggi non ne sono nemmeno più capaci, abituati a ripetere solo quello che arriva d’oltreoceano. Dunque, qualsiasi parola inglese diventa insostituibile, intraducibile non perché lo è, ma perché siamo ormai una società incapace di esprimersi nella nostra lingua e cultura, e i giornalisti azzeccagarbugli sono lo specchio di quello che avviene nella nostra classe dirigente avvizzita e colonizzata.

Nota: nell’immagine tratta dal Corriere.it di ieri si vede benissimo la fine che sta facendo una delle nostre eccellenze, la gastronomia (divenuta il settore “food”) e la cucina, chiamata “cook”, nell’era dei MasterChef.

Daniela mi segnala un articolo sul “pink washing” e la battaglia contro il “gender gap” collegata al “#metoo”, dove ormai lingua e pensiero si fondono: pensiamo con le categorie concettuali e linguistiche angloamericane che ripetiamo in modo scimmiesco, incapaci di tradurle, adattarle, elaborarle, farle nostre. Ma a rendersi conto dell’anglicizzazione della nostra lingua sono gli stessi inglesi che parlano o insegnano l’italiano, esasperati dagli innumerevoli pseudoanglicismi – da smart working a caregiver – di cui loro, madrelingua, non riescono a comprendere il significato che noi attribuiamo a queste parole. E mentre ci sono linguisti che salutano gli anglicismi come “doni” portatori di sfumature nuove che l’italiano non ha, questi stessi “doni” suonano invece come corpi estranei incomprensibili per molti italiani, o come inutili e irrispettosi sfregi alla lingua di Dante, per chi la ama. Come Nicole, che mi scrive: “Sto studiando l’italiano a Losanna e soffro dei moltissimi anglicismi che ci propongono nei corsi che seguo.”

Per essere internazionali dovremmo allora guardare cosa succede all’estero, invece di far coincidere l’essere internazionali con il parlare e pensare in inglese, come se questa fosse l’unica realtà. Il mondo è più grande, più complesso e più vario dall’anglosfera, e per chiamare le cose con il loro nome stiamo spacciando la cultura dominante come l’unica, trascurando tutte le altre. Gli anglicismi che si moltiplicano giorno dopo giorno sono solo i sintomi di questa sottomissione culturale, di questa strategia degli Etruschi che ci sta portando a essere inglobati nel pensiero unico della globalizzazione.

Fuori dall’italietta – che non è affatto moderna e internazionale, ma provinciale, servile, cafona e ridicola – c’è un altro mondo e un altro pensiero, per fortuna. Un pensiero che da noi non arriva, perché è filtrato da una classe dirigente e intellettuale che idolatra solo il pensiero unico dominante.

Gretel mi segnala l’articolo di un giornale spagnolo. Riporta che, in Francia, il vice di Macron chiede che l’abbandono dell’inglese nell’Unione Europea diventi la “massima priorità” della presidenza francese. “L’uso dell’inglese come una sorta di lingua franca all’interno dell’Unione, e in particolare all’interno del Parlamento europeo, è sempre più controverso, soprattutto dopo la Brexit”, scrive el Castellano. Ma da noi non se ne parla affatto, mentre associazioni come l’AFRAV francese o la GEM+ di Bruxelles danno battaglia contro la decisione di concepire i documenti europei in modo bilingue a base inglese (dalla carta d’identità al passaporto vaccinale da noi chiamato insensatamente “green pass”) perché costituiscono dei precedenti che violano il plurilinguismo alla base dell’UE e fanno dell’inglese la lingua dell’Europa in modo illecito.

Come ho già scritto (→ “Francia, Germania, Spagna e Portogallo difendono la loro lingua nell’UE. E l’Italia?”), in Francia stanno facendo quello che abbiamo chiesto nella nostra petizione di legge al punto 10: adoperarci perché l’italiano ritorni a essere una lingua di lavoro in Europa. Ma i politici italiani non lo capiscono, e nonostante le firme a sostegno del disegno di legge siano quasi 1.500 non danno risposte. I mezzi di informazione italiani, del resto, continuano a ignorare la petizione, al contrario di quelli all’estero che hanno dato spazio alla nostra iniziativa, con il paradosso che è circolata su France Culture o su una rivista viennese, ma non da noi. E così sono stato contattato da un membro dell’Associazione per la difesa del francese che mi ha chiesto di poter tradurre un mio articolo sul plurilinguismo sulla loro rivista; sono stato contattato da un membro della VDS tedesca, Kurt Gawlitta, che ho poi intervistato, e che è preoccupato non solo per gli anglicismi nel tedesco, ma soprattutto perché in Germania stanno “cedendo alla lingua angloamericana interi settori linguistici, in particolare l’economia e la scienza”; sono stato contatto dall’OEP (Osservatorio Europeo del Plurilinguismo), che sta creando un dizionario degli anglicismi nel francese e con cui ho avviato un gemellaggio con il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi, in modo che sia possibile confrontare le voci presenti nei due Paesi e le soluzioni (ma il confronto è impietoso per l’italiano).

In Italia, invece, tutto tace.
Non sto dicendo che all’estero non ci siano gli anglicismi o gli anglomani adulatori dell’inglese internazionale e in Europa. Però all’estero c’è un dibattito. Da noi c’è il pensiero unico e il decervellamento della nostra classe dirigente e intellettuale. Non c’è partita, fuori dal pallone.

Noi ci accontentiamo di battere gli inglesi sul campo di calcio, in una diretta televisiva dove c’era solo l’espressione “Europei venti venti”, perché persino le date, per interferenza dell’inglese, ormai si sentono dire così.

Francia, Germania, Spagna e Portogallo difendono la propria lingua, nel mondo e nell’UE. E l’Italia?

Sembra che il 2022 sarà l’anno della riscossa del francese nell’Unione Europea. Ciò avverrà durante il semestre (gennaio-giugno) in cui la presidenza del Consiglio spetterà alla Francia, come anticipa il Politico (“France plots an EU presidency en français, s’il vous plaît”, Maïa de La Baume, 7 giugno 2021): Ben “sette mesi prima di assumere la presidenza di turno del Consiglio dell’UE, il governo francese sta studiando dei piani per rilanciare l’uso e la visibilità in declino della lingua di Molière”.

L’ultima volta che questo ruolo è spettato all’Italia era il 2014, quando il presidente di turno era Matteo Renzi, l’uomo che – tra slide e flexicuritybattezzò la riforma del lavoro jobs act aprendo la strada a una tendenza più generale a chiamare le leggi act, dal family act alle infinite variazioni che oggi pullulano sui giornali (Digital Services Act, Cloud Act…).

Questo impietoso raffronto mostra bene l’abisso culturale che c’è tra la Francia e l’Italia, a proposito della propria lingua.

Dal 2014 a oggi la situazione è precipitata. Non solo non abbiamo fatto nulla per promuovere l’italiano nell’UE, ma sul piano interno lo abbiamo anglicizzato con una buona serie di anglicismi istituzionali che in Francia a nessun politico verrebbe in mente di impiegare, e che comunque sarebbero vietati dalla legge!
Il 2021 è l’anno di Dante, e ci sono state tante celebrazioni retoriche volte al passato più che al presente e al futuro, con l’istituzione di un Dantedì che può anche trasformarsi in una ricorrenza come la festa della donna nel suo risvolto più folcloristico, dove un giorno all’anno serve a ricordare la questione dei diritti, spesso calpestati negli altri 364. È questa la via per promuovere la nostra lingua?

Proprio accanto a noi, in Svizzera, almeno dal 2014 il Consiglio Federale sta promuovendo l’italiano – più debole del francese e del tedesco – con ingenti fondi che prevedono il rafforzamento della presenza della lingua e della cultura italiana nell’insegnamento, nella formazione bilingue e con una serie di manifestazioni culturali anche attraverso concorsi e incontri su tutto il territorio, e non certo con la creazione di un museo. E mentre lì si sono emanate linee guida e raccomandazioni per evitare l’abuso degli anglicismi, da noi vengono introdotti proprio dalle istituzioni (il navigator e il cashback sono tra gli ultimi regali più eclatanti dei governi Conte), oppure si annuncia una nuova piattaforma digitale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo”, ma lo si chiama in inglese: ITsART, ennesima testimonianza di come il nostro patrimonio linguistico non venga considerato parte di quello culturale.

In quasi 300 abbiamo scritto una lettera di protesta contro questa denominazione al ministro Dario Franceschini. Nessuna risposta è pervenuta, e pochi giorni fa il sito ha visto la luce.

L’anno scorso, in più di 4.000 abbiamo rivolto una petizione al presidente Sergio Mattarella chiedendo di intervenire almeno in modo simbolico per evitare l’abuso dell’inglese nel linguaggio istituzionale, e anche in questo caso siamo ancora in attesa di una risposta.

In più di 1.300 stiamo oggi chiedendo ai parlamentari di discutere la nostra proposta di legge per l’italiano, assegnata alla Camera e al Senato, ma per il momento regna il più assoluto disinteresse, e tra le poche risposte pervenute ricorre una strana giustificazione: non è questo il momento.
Non è questo il momento? Se non ora, quando?

In questo clima dove queste iniziative concrete sono ignorate, il Dantedì rischia di divenire tristemente simile al giorno dei morti, roba appunto da museo, più che qualcosa di vivo che dovrebbe essere rilanciato con uno sguardo al futuro.

I nostri politici e la nostra classe dirigente dovrebbero imparare dai francesi, e non solo da loro.

Il 2022, l’anno del francese

Il paragrafo 10 della nostra petizione di legge chiede una cosa molto semplice e naturale, che dovrebbe essere condivisa da tutti e appartenere al buon senso di tutti: adoperarsi perché l’italiano ritorni a essere lingua di lavoro in Europa, come lo era un tempo e come oggi lo sono anche il francese e il tedesco, oltre all’inglese. Anche se ai nostri politici sembra non importare nulla di tutto ciò, è una richiesta che è nell’interesse del nostro Paese e di tutti i cittadini. In Francia lo capiscono benissimo. Non è un caso che la notizia delle nostre petizioni sia stata ignorata dai mezzi di informazione italiaoti, ma non da France culture (e più in generale è stata riportata su Corsica Oggi, su un giornale spagnolo come El Confidencial, su una rivista Svizzera, sulla rivista irlandese scritta in gaelico Nós, su una rivista austriaca…).

Il piano di rilancio del francese nella UE è stato oggetto di un articolo de il Post (“La Francia vorrebbe che l’Unione Europea usasse di più il francese”, 07/06/2021) che spiega come già dal 2018 “il presidente francese Emmanuel Macron sta lavorando per promuovere la lingua francese nel mondo, sostenendo progetti francofoni in Africa, per esempio. E con un’elezione dietro l’angolo nel 2022, Macron sta anche respingendo una rivale presidenziale di estrema destra, Marine Le Pen, che si propone come preservatrice dello stile di vita francese.” Questa attenzione per la lingua non mi pare una “scelta reazionaria” come la definisce il giornalista, ma al contrario un segnale da leggere in un altro senso, e cioè che la questione della lingua non è affatto un tema che riguarda la destra, ma qualcosa che riguarda tutti, e la sinistra italiana che ha la testa solo ai modelli angloamericani pare che non lo capisca, e che lasci alla destra una questione che invece sta a cuore a una gran parte del suo potenziale bacino di elettori.
Il diverso sentimento che c’è in Francia sulla lingua è trasversale alle ideologie, e proprio l’occasione della presidenza dell’UE rappresenta un momento per attuarlo, perché dopo l’uscita del Regno Unito il problema dell’inglese nell’Europa è stato sollevato in molti Paesi – dalla Francia alla Germania – visto che è la lingua madre dell’1,5% degli europei (in pratica irlandesi e maltesi che però hanno scelto come lingua ufficiale rispettivamente il maltese e il gaelico). E così, durante la presidenza francese, i diplomatici hanno annunciato che tutte le riunioni chiave del Consiglio della UE saranno condotte in francese con le traduzioni disponibili. Anche le note e i verbali saranno in francese, così come le riunioni preparatorie. “Se una lettera arriverà dalla Commissione europea in inglese, resterà senza risposta” riporta il diplomatico citato dal Politico. “Vogliamo che le regole siano rispettate (…). Così, chiederemo sempre alla Commissione di inviarci in francese le lettere che vuole indirizzare alle autorità francesi, e se non lo faranno, aspetteremo la versione francese prima di inviarla.”

Dallo sciovinismo al plurilinguismo

Un tempo era il francese la lingua franca dell’Europa, e la Francia ha un passato coloniale in cui l’esportazione della lingua faceva parte del pacchetto, esattamente come è sempre avvenuto – e avviene tutt’oggi – anche nel caso dell’inglese (e come ha teorizzato lucidamente Churchill). L’Italia, accecata dall’anglomania e da un complesso di inferiorità verso l’anglomondo che rasenta il servilismo, non sembra nemmeno cogliere questi aspetti che altrove sono evidenti; chiunque è in grado di capire che la lingua non è solo un collante sociale e un elemento di identificazione culturale, ma è anche uno strumento di potere.

Dietro il rilancio del francese in Europa non c’è però solo questo residuo di una mentalità colonialista o un certo sciovinismo storico sicuramente caro alla destra; c’è anche un tema ben più moderno e attuale che dovrebbe appartenere alla sinistra, e cioè il plurilinguismo, culturale e linguistico, che è un valore da difendere davanti all’inglese globale, la lingua unica che sta schiacciando tutte le altre.
I funzionari francesi spiegano che il progetto di rilancio del francese “è una questione di sopravvivenza culturale per tutti (…) è un modo per bloccare l’insinuarsi del ‘Globish’” in nome del multilinguismo. Il globalese “restringe il campo dei pensieri, e limita la capacità di esprimersi più di quanto la faciliti.”

“I francesi – scrive il Post – non sono gli unici a spendersi per un maggiore utilizzo del francese. A maggio si sono incontrati per la prima volta i 19 membri di un gruppo informale del Consiglio di cui fanno parte i rappresentanti permanenti che parlano francese. A settembre sarà pubblicato un rapporto a cui stanno lavorando una quindicina di persone, fra cui il parlamentare europeo italiano ma eletto in Francia Sandro Gozi, per promuovere l’utilizzo della lingua francese all’interno delle istituzioni europee.”

Il punto non è quello di passare al francese invece che all’inglese, ma di aprire la via al plurilinguismo inteso come ricchezza e come modello alternativo all’inglese globale. Visto che l’Europa nasce all’insegna del multilinguismo, sarebbe auspicabile che anche altri Paesi promuovessero la propria lingua in Europa, invece che farla sprofondare nella serie B come un dialetto di un’UE che parla inglese, la presunta lingua ufficiale che non è mai stata affatto sancita come tale.

Sarebbe bello che nel 2028, quando di nuovo la presidenza del Consiglio Europeo spetterà all’Italia, anche la nostra classe politica rilanciasse l’italiano in modo concreto, invece che con il Dantedì e con i musei, facendo in modo che ritorni a essere lingua di lavoro.

Spagnolo, portoghese e tedesco

Davanti alla “dittatura” dell’angloamericano, l’italiano si può salvare solo all’interno di un modello culturale diverso che metta al centro il plurilinguismo. È in questa prospettiva che si dovrebbe imparare dai francesi e appoggiare il loro progetto unendosi a loro e affiancando la dignità e l’importanza dell’italiano alle altre lingue. La scienziata Maria Luisa Villa, davanti allo strapotere dell’inglese come lingua unica della scienza, auspica per esempio di ancorarci maggiormente allo spagnolo, una lingua che ha una comunità di parlanti enorme, e che ha una forte intercomprensibilità da parte nostra.

Per citare un articolo del portale sloveno Havný Denník (“Stanco dell’inglese [Vladislav Gulevich]”, Zuzana Perželová, 24 maggio2021”): “Lo spagnolo è la seconda lingua più parlata al mondo, con 471,5 milioni di persone che lo parlano come prima lingua. Sul totale dei parlanti di questa lingua e di quelli per i quali è una seconda lingua (586 milioni in totale), lo spagnolo è al terzo posto nel mondo, insieme all’hindi (600 milioni), dopo l’inglese, che è parlato da 1,4 miliardi di persone in totale, e il cinese (1,2 miliardi).” E anche le alternative agli anglicismi prodotte in Spagna e Francia potrebbero rappresentare una guida da seguire per renderli in italiano, invece di importarli in modo crudo. Inoltre, come ha sottolineato il filosofo argentino Alberto Buela, lo spagnolo e il portoghese sono lingue correlate tra loro comprensibili, dunque, aggiungendo ai Paesi ispanofoni anche quelli che parlano portoghese (260 milioni) otteniamo un totale di oltre 800 milioni di parlanti distribuiti in una trentina di Paesi diversi, che costituiscono un’area linguistica enorme e in aumento. Havný Denník riporta che il 6 maggio 2021, gli ambasciatori di Portogallo, Angola, Mozambico e Brasile hanno inaugurato il Centro di lingua portoghese presso l’Università di Nairobi in Kenya, un Paese anglofono. E secondo gli esperti, entro il 2050 il numero di persone che parlano portoghese aumenterà del 30% e nel 2050 raggiungerà i 500 milioni. Questa tendenza alla crescita si registra anche per lo spagnolo, e molti prevedono che nei prossimi anni sarà questa la lingua più forte destinata a scontrarsi con il predominio dell’inglese.

Anche in Germania la questione dell’inglese è aperta, sul fronte dell’interferenza con il tedesco ma anche come una lingua che potrebbe estromettere il tedesco in ambiti come l’università o il lavoro. Ogni anno si pubblica il cosiddetto “Indice degli Anglicismi” (Anglizismen-Index) che circolano nelle aree dove si parla il tedesco, con le corrispondenze tedesche introdotte da una commissione composta di esperti della Verein Deutsche Sprache (di Dortmund), della Verein Muttersprache (Vienna) e del Sprachkreis Deutsch (Berna). E Wolfgang Münchau, direttore dell’Euro Intelligence tedesca, per ridurre l’influenza della lingua inglese in Europa, “propone la creazione di reti sociali in altre lingue europee. Twitter, WhatsApp e Facebook in lingua inglese sono assolutamente dominati da giornalisti, esperti e analisti americani e britannici che impongono la loro visione del mondo agli utenti europei. Il secondo passo è quello di creare un programma di qualità per i traduttori che operano in Rete senza usare l’inglese” (“Stanco dell’inglese [Vladislav Gulevich]”, Zuzana Perželová, 24 maggio 2021”).

In sintesi, in Francia, Spagna, Portogallo e Germania sono sempre più coloro che intendono battersi per far crescere la propria lingua a livello internazionale e che non approvano il predominio diffuso dell’angloamericano.

Invece di guardare solo all’anglosfera come l’unico modello possibile di internazionalismo, l’Italia dovrebbe togliersi i paraocchi e vedere cosa accade nei Paesi vicini. Dare per scontato che il globalese sia la lingua internazionale è solo un punto di vista e un progetto politico che si vuole perseguire, ma che non ci conviene. E questo vale non solo nel mondo, ma a maggior ragione in Europa.

La Corte di giustizia europea difende il plurilinguismo

Nella UE, accanto alla presidenza del Consiglio a rotazione – organo degli Stati membri – e al Parlamento Europeo eletto dai cittadini, esiste anche un altro organo istituzionale di fondamentale importanza: la Corte di giustizia che fa rispettare il diritto europeo e che si è più volte espressa contro la discriminazione delle altre lingue davanti all’inglese. E attraverso i ricorsi a questa istituzione sono state vinte varie battaglie legali contro l’imposizione di un sola lingua dominante. Attualmente sono in atto alcune controversie che riguardano la carta d’identità bilingue a base inglese (ma in Austria e Germania è trilingue) o il passaporto vaccinale bilingue che presuppone – in modo illecito – che l’inglese sia la lingua dell’Europa e che i documenti con validità europea debbano essere bilingui, nell’idioma locale (concepito come un dialetto) e in inglese (concepito come “la” lingua internazionale). Questo modello dell’Europa, però, non è mai stato scritto, ci viene imposto in silenzio, a piccoli passi, in modo surrettizio e c’è chi lo respinge.

L’ultimo esempio di imposizione dell’inglese come lingua unica da parte della Commissione europea è di poche settimane fa. Come mi ha segnalato Jean-Luc Laffineur da Bruxelles, si tratta della Decisione di esecuzione (UE) 2021/858 della Commissione del 27 maggio 2021 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’UE il 28 maggio) che riguarda gli allarmi generati da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero e il tracciamento dei contatti dei passeggeri. Il primo comma stabilisce che i casi di covid individuati all’arrivo di una persona nel territorio di uno Stato membro dovrebbero essere immediatamente condivisi con le autorità sanitarie dei Paesi in cui ha soggiornato attraverso un sistema (l’ECDC) che “fornisce supporto in inglese” per tutti i servizi della piattaforma tramite telefono, posta elettronica o portale web. Anche questa decisione costituisce un precedente che impone ufficialmente l’inglese come unica lingua nell’UE. La sua legalità è però molto discutibile in quanto viola i principi di proporzionalità e sussidiarietà stabiliti dalla Corte di giustizia.

I governi degli stati membri hanno tempo fino al 27 luglio per decidere se presentare un ricorso per l’annullamento di questo paragrafo. Ma chi lo farà?
Speriamo che lo facciano in Francia, o in Germania, o che intervengano le associazioni come la GEM+ di Bruxelles che davanti a queste decisioni minaccia cause legali che hanno ottime possibilità di successo. Perché in Italia neanche se ne parla, e il passaporto vaccinale viene chiamato green pass oppure covid pass! Dovremmo inveceunirci a quei francesi, tedeschi, spagnoli e portoghesi che tutelano la propria lingua non perché sono reazionari, ma perché hanno capito che il plurilinguismo è un valore da difendere e che l’inglese globale, è una soluzione alla comunicazione internazionale che costituisce allo stesso tempo una minaccia per le lingue e le culture locali.

Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (seconda parte)

Se l’inglese diventa un idioma di rango superiore, tutte le altre lingue – a partire dall’italiano – diventano figlie di un dio minore, e rischiano di trasformarsi nei dialetti locali dell’anglomondo.

Nella prima parte di questo articolo ho mostrato che la soluzione del monolinguismo a base inglese per la comunicazione sovranazionale è una visione politica che si sta affermando, ma non è l’unica possibilità – come in Italia in molti credono – né la via più etica e per noi più conveniente.
Questa visione dell’inglese globale come lingua superiore è poi è alla base del fatto che, sul piano interno, molti anglicismi siano preferiti alle parole italiane e suonino più moderni e internazionali anche quando non lo sono.

Molti pensano che la questione dell’inglese internazionale non c’entri nulla con l’anglicizzazione dell’italiano e con l’invadenza degli anglicismi. E c’è chi difende a spada tratta l’inglese come lingua veicolare, ma è contrario a mescolarlo con l’italiano. In realtà le due cose non sono così separate e hanno un forte legame, perché le lingue non sono sistemi a compartimenti stagni, e la loro interferenza è un fenomeno normale.

Non resta che vedere in che modo l’inglese internazionale si riversa nell’italiano e lo sta trasformando in itanglese.

Dall’inglese internazionale all’itanglese

La penetrazione degli anglicismi nell’italiano, ma più in generale in tutte le lingue, è spesso causata dall’espansione delle multinazionali angloamericane e del loro lessico. I casi più evidenti sono quelli del linguaggio della Rete o dell’informatica, dove la metà delle voci così marcate nei dizionari è in inglese non adattato; ma questo meccanismo di importazione si trova in ogni ambito. Nella giurisprudenza, per esempio, parole come copyright, leasing o franchising si propagano intoccabili in tutto il mondo (come hanno osservato Francesco Galgano o Alessandro Gilioli) per precise disposizioni che hanno a che fare con il diritto internazionale che parla inglese e che potrebbe scontrarsi con altri ordinamenti. Dunque la supremazia della terminologia inglese si impone su quella locale per questi motivi legati ai diversi rapporti di forza.

Dai linguaggi di settore, queste parole finiscono poi nel linguaggio comune.

Perché la pandemia ha portato al lievitare degli anglicismi in tutto il mondo? Perché è un fenomeno internazionale, perché l’Oms parla inglese, perché gli scienziati parlano in inglese. In italia il fenomeno è stato più pesante perché non abbiamo istituzioni che regolamentano la lingua, e dunque abbiamo assorbito senza resistenze il lockdown, il droplet, lo spillover, gli hub, i cluster

Lo stesso vale per le categorie culturali, dalla scienza allo sport. Perché importiamo gli anglicismi con questa frequenza inaudita? Perché pensiamo che sia la lingua internazionale e superiore. Se non ci fosse questa mentalità sottostante non ci vergogneremmo di usare l’italiano.

Burn-out, spike protein e mindfulness

Per comprendere questo processo, in ambito medico-scientifico si può citare il caso dell’Oms (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) che parla in inglese e in inglese decide per esempio di inserire nella sua lista il burn-out (esaurimento professionale) come una sindrome riconosciuta e distinta da altri tipi di esaurimento. La conseguenza di questa scelta è che il termine penetra ovunque in inglese.

Mentre in Spagna c’è la Reale Accademia Nazionale di Medicina che interviene indicando il sostitutivo spagnolo “ufficiale” e sconsigliando l’anglicismo, come avviene anche in Francia, da noi non esistono autorità del genere e siamo in mano ai giornalisti e agli specialisti che parlano l’inglese internazionale e ripetono l’anglicismo senza nemmeno porsi il problema di tradurlo. Il risultato è che le alternative possibili non sono regolamentate, e crediamo che ricorrere all’inglese renda tutto più tecnico. Ma questo liberismo linguistico, figlio della convinzione che la lingua si difenda da sé, non funziona davanti alle forti pressioni dell’inglese globale dominante. Occorre cambiare prospettiva, esattamente come non si può rispondere che i panda si difendono da sé, occorre tutelarli e proteggere la biodiversità.

Voglio fare un altro esempio che mi pare utile per comprendere le conseguenze pratiche di una mancanza di un’autorità e di un punto di riferimento che potrebbe arginare gli anglicismi in Italia.

Quando è arrivato il covid gli scienziati e i divulgatori hanno cominciato a parlare degli spike – cioè gli spuntoni che lo caratterizzavano – e anche di spike protein direttamente in inglese, come fosse normale importare la terminologia anglofona senza traduzione. Poiché in italiano esiste la parola spinula, che in ambito scientifico e biologico indica proprio una formazione anatomica o patologica a forma di spina, ho domandato all’immunologa Maria Luisa Villa se potesse essere una valida alternativa. Mi ha risposto che la trovava un’ottima traduzione e ha anche chiesto un parere al virologo Fabrizio Pregliasco a cui la proposta è piaciuta. Forte di questi pareri autorevoli ho divulgato questa possibilità in un articolo sul portale Treccani e l’ho inserita tra i sinonimi possibili sul dizionario AAA che ormai è diventato una fonte per molti professionisti, visto che è il più grande archivio di riferimento esistente nel nostro Paese e quasi l’unico. Il risultato è che oggi spinula comincia a circolare, e si ritrova per esempio anche in molte voci della Wikipedia. Insomma, se un’alternativa c’è, e viene promossa, è possibile che si affermi, ma se nessuno la individua e la divulga, entrerà nell’uso solo l’inglese senza la libertà di scegliere.
Se questo lavoro fosse fatto da enti istituzionali con una maggiore risonanza e autorevolezza, le cose potrebbero migliorare.

L’altro giorno mi è arrivata la segnalazione di un libro intitolato Diventare grandi con la mindfulness. La mindfulness è una tecnica meditativa che è stata importata dal buddismo, e in lingua indiana si esprime con la parola “sati”, ma negli Stati Uniti hanno ridefinito e riproposto tutto nella loro lingua, e non certo in lingua pāli!
Che cosa fa il francese? La traduce con piena coscienza e in altri modi ancora.
Che cosa fa lo spagnolo? La traduce con coscienza o attenzione piena.
Che cosa fa l’italiano? Nulla. Invece di usare analoghe traduzioni o sinonimie come piena consapevolezza o presenza mentale, ripete a pappagallo con servilismo la parola-concetto così come la si esporta e la si importa. E se qualcuno volesse esprimerlo in italiano? Dovrebbe ricorrere alla creatività espressiva individuale, che genera soluzioni diverse, e non codificate e uniche come nel caso dei tecnicismi inglesi. In questo modo mindfulness diventa il titolo di un libro e penetra nell’uso come fosse qualcosa di intraducibile, come se non fosse a sua volta una ridefinizione di un concetto orientale. È con queste modalità che gli anglicismi diventano “necessari” o “insostituibili”, solo da noi, ovviamente, visto che altrove non lo sono affatto.

In questo quadro, il globalese si riversa nell’italiano con una profondità che non è più possibile spiegare con le categorie del “prestito” che i linguisti continuano ancora a utilizzare senza riuscire a comprendere il fenomeno nella sua profondità.

La newlingua dei WeFood e degli showcooking

La curatrice del sito Buoneidee mi ha rigirato la newsletter della regione Friuli Venezia Giulia che per promuovere il territorio organizza il WeFood, il weekend enogastronomico con showcooking a cui possono aderire i “produttori di food equipment, dai forni alle cucine” pieno di eventi digitali tra cui Food & Wine: come ripartire dopo i lockdown? Il progetto si chiama Academy.

Quando la cucina italiana, che è una delle nostre più importanti eccellenze, diventa cooking (e suggerisco ad Academy di trasformare il lavaggio dei piatti in uno showcleaning che magari genera business), la gastronomia Food, il vino Wine… non stiamo importando anglicismi perché ci mancano le parole. Stiamo distruggendo l’italiano perché stiamo passando alla costruzione di categorie sovra-italiane in una gerarchia lessicale dove al vertice c’è la lingua internazionale. Siamo ben oltre il prestito, siamo alla formazione dell’itanglese da parte di nativi italiani che hanno rinunciato alla propria lingua.

Lettera aperta a Mario Draghi

Il presidente del Consiglio Draghi è finito su tutti i giornali per un paio di uscite contro l’abuso dell’inglese. Ha ironizzato sull’uso di governance invece di governo e, davanti a smartworking e babysitting ha sbottato: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?”.

In una “Lettera aperta a Mario Draghi” ho provato a rispondergli, a ringraziarlo per le sue dichiarazioni e anche a perorare la nostra causa di una legge per l’italiano.

Preferiamo gli anglicismi e li consideriamo più solenni proprio all’interno di una visione più ampia che considera l’inglese come la lingua internazionale e superiore. Non si può far finta di non vedere il legame tra itanglese e globalese!

C’è persino chi ormai lo teorizza esplicitamente e ha gettato la maschera.
In un articolo su Affari italiani (grazie ad Agostino che me lo ha segnalato) il giornalista esce allo scoperto e dice chiaramente “sì agli anglicismi” proclamando che Draghi “sbaglia” a ironizzare sulle parole inglesi, perché “i nostri giovani partecipano a un’agguerrita competizione globale utilizzando termini come advisor, asset, benchmark, board, CEO, CFO, chairman, cluster, compliance, governance, stakeholders, sales, skills, tools e via dicendo.” E allora i “nostri migliori giovani, la vera speranza del Paese (…) non si faranno condizionare da Draghi perché così prevede la globalizzazione.” Secondo l’autore del pezzo, “è sbagliato far passare simili messaggi: il progresso implica che il popolo (…) sia educato a piccoli passi, magari apprendendo gradualmente il significato degli anglicismi, e soprattutto, non avendo alibi per non apprezzare e beffeggiare chi sa ed è bravo.”

Eccolo il passaggio dall’anglofilia all’anglomania in nome del “progresso”, finalmente enunciato senza ipocrisie!
In questa visione allucinante che sta prendendo sempre più piede, l’italiano si deve buttare per parlare attraverso la sua contaminazione con l’inglese. Gli anglicismi educherebbero alla newlingua della globalizzazione un po’ come nel progetto colonialistico del basic english, la riduzione dell’inglese semplificato per le colonie che piaceva tanto a Churchill.
Meno male che c’è Draghi e che – dopo anni di jobs act, navigator, chasback di Stato e chi più ne ha più ne metta – per la prima volta emerge una diversa sensibilità per la questione della lingua da parte della politica e delle istituzioni. Ma invece di essere applaudito da tutti, Draghi viene attaccato da gironalistucoli figli di Nando Mericoni (l’Alberto Sordi di Un americano a Roma) che considerano l’italiano obsoleto, se ne vergognano e sono coloro che lo stanno uccidendo. Questi scribacchini teorici della rinuncia all’italiano sono quelli che prima introducono l’inglese in modo stereotipato e senza alternative – vedi lockdown – fino a farlo entrare nell’uso, subito dopo giustificano la parola dicendo che è ormai è entrata nell’uso (grazie a loro mica alla gente) e non si può più far niente, e nella terza fase ti dicono che se dici confinamento come in Francia e in Spagna sei retrogrado, o addirittura “ridicolo”.

Questa logica si deve spazzare via.

Per questo la nostra proposta di legge chiede campagne di promozione e “raccomandazioni” come quelle utilizzate per intervenire sull’uso – e cambiarlo – nel caso della femminilizzazione delle cariche. Se in un primo tempo “ministra” faceva ridere, adesso si è affermato, perché solo l’uso e l’abitudine fanno apparire una parola bella o brutta – per citare Leopardi – o anche ridicola, solo perché non siamo avvezzi a sentirla.

Non si può pensare di risolvere il problema delle formiche schiacciando quelle che passano, ma bisogna agire individuando il formicaio. Dunque, non ha tanto senso prendersela contro i singoli anglicismi, considerati in modo isolato, perché per uno che si argina a questo modo ne spuntano altri dieci. Bisogna agire sulle cause che inducono alla nevrosi compulsiva che porta a usare le parole inglesi, e sulla testa di certi giornalisti e intellettuali che dovrebbero “decolonizzare la mente”.

La battaglia per l’italiano e contro l’abuso dell’inglese si può condurre solo con questo spirito e su questo piano. E all’ideologia dell’inglese globale è necessario contrapporre un’altra visione politica basata sul plurilinguismo.

Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (prima parte)

Immaginiamo una multinazionale italiana che imponga a tutti i Paesi in cui ha sede di conoscere l’italiano, che emani le direttive interne in quella lingua e pretenda che le riunioni dei vertici si facciano in italiano. Se qualcuno non lo sa lo si forma, lo si obbliga a fare corsi d’italiano, e se non lo impara è fuori.

Probabilmente nelle succursali degli altri Paesi qualcuno si opporrebbe a questo modello dispotico. Invece pochi hanno da ridire se tutto ciò accade con le multinazionali angloamericane, perché diamo scontato che l’inglese sia la lingua internazionale, e non la “lingua dei padroni” e dell’egemonia che si impone nel mondo del lavoro per questione di rapporti di forza. È la conseguenza linguistica del capitalismo mondializzato che oggi si chiama globalizzazione.

Passando dalla consuetudine all’etica, la domanda è: è giusto tutto questo? È un processo democratico?

Il tema è politico e le risposte possibili sono due, per semplificare.

Ci sono gli anglofili sostenitori del diritto del più forte e della prassi, e ci sono gli “idealisti” che si schierano dalla parte del plurilinguismo vissuto come un valore da difendere. Le soluzioni moderate e miste, che si appellano al buon senso, si possono salutare come figlie della massima in medio stat virtus oppure come cerchiobottismo, ma quando si tratta di determinare in quali casi sarebbe giusto usare l’inglese e in quali no, le decisioni pratiche alla fine sono sempre influenzate dalla visione più generale.

Il partito degli anglofili

Gli anglofili si appellano alla prassi, sostengono che l’inglese è di fatto la lingua che si è ormai imposta in tutto il mondo. Questa affermazione è però influenzata dalla visione politica sottostante, e non è vera da un punto di vista statistico. In Italia l’inglese è masticato da circa il 48% della popolazione, stando ai dati Istat 2015, ma il 28% di costoro ne ha una conoscenza scarsa, turistica e insufficiente. E allora l’inglese è conosciuto da una minoranza degli italiani. Gli altri sono esclusi, non hanno accesso a questa lingua “internazionale” che è un progetto politico, non una realtà. Dunque sono considerati come ignoranti, da “alfabetizzare”, educare e istruire, anche se molti di loro conoscono per esempio altre lingue come il francese (quasi il 30%) o lo spagnolo (circa l’11%, una percentuale che si amplia con il fatto che è una lingua con un’alta intercomprensibilità). Ma queste lingue sono considerate di serie B, perché il disegno globale è quello di portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo a base inglese, e le altre lingue sono viste come inutili per la comunicazione internazionale, o addirittura come un ostacolo: prima devi sapere l’inglese, poi se vuoi studia pure le altre lingue.

Tutto ciò si può definire colonialismo linguistico, per chiamare le cose con il loro nome. È un modello che risale almeno all’Ottocento, utilizzato dal Regno Unito nelle proprie colonie, ed è quello che ha portato alla spartizione dell’Africa in aree inglesi o francesi, dove sono sorte le scuole coloniali per instaurare la nuova lingua, e dove tantissimi idiomi locali sono in questo modo morti, come racconta bene lo scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’o (Decolonizzare la mente, Jaka Book 2015) che invita gli intellettuali a ribellarsi all’ingese.
Oggi, le scuole dove si insegna in inglese non si chiamano più coloniali, ma sono vendute come “internazionali” e sono di gran moda, costose e blasonate; ma sotto c’è lo stesso disegno: formare in inglese e contribuire così alla sua affermazione come la lingua mondiale. L’accesso a queste scuole è riservato ai ceti abbienti che se le possono permettere, mentre si fa strada l’idea che insegnare in italiano generi laureati di rango inferiore rispetto a chi si è formato nella scuola e nella lingua di serie A.
Queste scuole generano il mito della competizione internazionale su cui campano, che porta alla “fuga dei cervelli”, cioè i laureati che si formano a spese dello Stato (le rette universitarie coprono solo in piccola parte i costi dell’Università) che poi finiranno a lavorare all’estero in Paesi che trarranno profitto dal nostro investimento. Tutto ciò ha dei costi incredibili per noi, ed molto vantaggioso per Paesi come gli Stati Uniti: è molto più conveniente importare i cervelli già formati da fuori (dalle “colonie”) che formarli. Sul piano interno, le conseguenze di questa politica non sono solo economiche, ma anche culturali. Sta prendendo piede l’idea che le università che insegnano in italiano siano di rango inferiore. E atenei come il Politecnico di Milano, in barba alle sentenze, hanno deciso di fatto di erogare la maggior parte degli insegnamenti in lingua inglese, proprio per “elevarsi”.

In questo scenario, l’inglese internazionale sta producendo una diglossia neomedievale, per citare il linguista tedesco Jürgen Trabant, cioè una società in cui l’accesso alla lingua di rango superiore – un tempo il latino, oggi l’inglese – è riservato ai ceti superiori, mentre le masse escluse dalla cultura alta si accontentano della lingua locale, oggi l’italiano e un tempo i dialetti.
Il modello che stiamo perseguendo è quello di rendere l’italiano, e le lingue locali, i dialetti di un’Europa la cui lingua sarà l’inglese.

Siamo sicuri che questo è il modello che vogliamo? E soprattutto: qualcuno ci ha chiesto se è quello che vogliamo?

Esperanto, plurilinguismo e modelli alternativi

Il punto critico di chi respinge questo modello – a parte il fatto che in Italia semplicemente è una posizione che non è rappresentata e sembra non esistere – sta nella soluzione concreta al problema della comunicazione internazionale. Se si rinuncia all’inglese, come si fa?

Le soluzioni sono varie.

Da un punto di vista teorico, l’esperanto, per esempio, sarebbe una soluzione neutrale ed etica. Si tratta di una lingua semplificata, concepita per essere appresa in poco tempo, ed essendo una lingua artificiale gode di poche semplici regole (non ci sono irregolarità) e si appoggia a un lessico pensato per le sue radici più o meno internazionali e comuni a molte lingue. Ma gli esperantisti sono sempre stati bastonati (e persino perseguitati) e la loro proposta è stata osteggiata sin dal suo apparire, spesso con argomenti falsi. È stato detto che non funziona, ma invece funziona benissimo. È stato detto che anche se funzionasse poi con il tempo si differenzierebbe localmente, una sciocchezza che confonde le lingue naturali con quelle artificiali che si preservano proprio perché non sono la lingua madre di nessuno. A questo proposito vale la pena di ricordare che il latino dei teologi medievali e di alcuni scienziati, proprio perché era una lingua culturale di intermediazione, si è preservato per secoli e ancora oggi è usato negli ambienti cattolici come lingua franca dove si creano persino i neologismi utili a esprimere il presente, per cui un tweet è un breviloquium.

La verità è che proprio perché l’esperanto è una soluzione neutra si scontra con gli enormi interessi del colonialismo linguistico basato sull’inglese. Mentre i Paesi anglofoni non hanno i costi e gli obblighi di imparare altre lingue, le scuole di formazione in inglese, i corsi di inglese, i soggiorni studio nei Paesi anglofoni… costituiscono un indotto quasi incalcolabile. Le ragioni del mancato prendere piede dell’esperanto sono queste. Umberto Eco ne elogiava persino la bellezza, ma a prescindere dalle questioni estetiche, l’esperanto è di sicuro un’utopia, ma come tutte le utopie – letteralmente un luogo che non c’è – non significa che sia irrealizzabile. L’esperanto c’è, a dire il vero, anche se è una realtà piccola che non viene presa in considerazione, ma passando dalle soluzioni filosofiche a quelle pratiche, vale la pena di ricordare che se fosse scelto come modello della comunicazione internazionale e inserito nella scuola, per la sua rapida facilità di apprendimento sarebbe possibile renderlo una soluzione ampia nell’arco di un paio di generazioni. E questa soluzione semplice farebbe risparmiare ai Paesi non anglofoni enormi investimenti che oggi si impiegano per studiare l’inglese, una soluzione di gran lunga più costosa e difficile. Inoltre, non costituirebbe una minaccia per le lingue locali e per il plurilinguismo.

Umberto Eco è celebre anche per la massima che la lingua dell’Europa è la traduzione. E questa è un’altra soluzione comunicativa che dopo l’uscita del Regno Unito dovrebbe essere presa in considerazione seriamente nella Ue, che non si capisce perché dovrebbe continuare a usare l’inglese come principale lingua di lavoro, sia dal punto di vista etico sia da quello economico (se lo chiede anche Michele Gazzola in una bella intervista al Corriere). I difensori dell’inglese come lingua dell’Europa sostengono che tradurre in tutte le lingue sarebbe costoso, ma ancora una volta bisognerebbe andare a vedere a chi conviene ricorrere all’inglese, di certo non a noi. In ogni caso, ammesso e non concesso che sia più dispendioso, è bene ricordare che anche fare le elezioni è costoso, ma sono soldi ben spesi in una democrazia, e in pochi sottoscriverebbero che è meglio instaurare una dittatura perché costa meno e si semplifica la gestione dello Stato.

E allora torniamo alla visione politica della lingua. Meglio il plurilinguismo o l’inglese internazionale? La democrazia o la dittatura dell’inglese?

Non dimentichiamo che tra i modelli di politica plurilinguistica, proprio accanto a noi, c’è l’esempio della Svizzera che funziona bene. Se in Europa si adottassero 5 lingue (francese, tedesco, spagnolo, italiano e polacco) si coprirebbe il 70% delle lingue locali, come ha spiegato Jean-Luc Laffineur e come ho già riassunto in un altro articolo (“Inglese internazionale o plurilinguismo?”).

Il pensiero unico contro la democrazia linguistica

Dopo aver chiarito che l’inglese internazionale non è l’unica soluzione possibile, né quella già compiuta come vogliono farci credere, è anche più chiaro che le questioni linguistiche sono qualcosa di politico. E se si applicassero alle soluzioni politiche in campo le categorie di destra e sinistra, i difensori del globalese (la “dittatura dell’inglese) si potrebbero etichettare come la destra della politica linguistica mondiale. Appoggiare la lingua madre dei popoli egemoni – la “lingua dei padroni” per banalizzare provocatoriamente – e imporla a tutti non è una soluzione democratica.

Curiosamente, la sinistra italiana (che oggi preferisce definirsi progressista) è schierata con la “destra” anglomane e “colonialista”, e ritiene che parlare l’inglese sia un dovere, un segno di cultura, modernità e internazionalismo, invece di guardare al plurilinguismo, alla democrazia linguistica e alle fasce di popolazione escluse o deboli. E in questa visione la convergenza con la destra è totale. Basta pensare alle tre “i” di Berlusconi e dell’allora ministra dell’Istruzione Moratti (Inglese, Internet, Impresa) e basta guardare alle recentissime tesi di Fratelli d’Italia (nel punto relativo ai giovani) che delineano chiaramente il progetto di investire per la creazione delle future generazioni bilingui a base inglese. Nelle formazioni di centro e in tutto l’arco parlamentare, non mi pare che la mentalità sia troppo diversa. In altre parole in Italia non c’è dibattito, tutti danno per scontata la stessa soluzione politica e vige il pensiero unico. Senza dibattito non c’è democrazia né libertà. Sarebbe auspicabile una corrente trasversale ai partiti di destra e di sinistra, uno spaccato della società civile, più che delle ideologie, che ponesse il problema al centro di una riflessione.

Dovremmo almeno discuterne e decolonizzare la mente, per riprendere le tesi di Ngũgĩ wa Thiong’o. Ma non esiste nulla di tutto questo e il globalese viene imposto in modo silenzioso e a piccoli passi, giorno dopo giorno. E così, la riforma Madia, nel 2017, ha sostituito “seconda lingua straniera” con “inglese” nei requisiti per accedere ai concorsi della pubblica amministrazione. Il risultato è che l’inglese è diventato obbligatorio, e la conoscenza di altre lingue superflua. Con la semplice sostituzione di “plurilinguismo” con “inglese” – che non sono affatto la stessa cosa – ci stanno portando verso il modello della lingua unica, in violazione dei principi affermati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea. La decisione del Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) di introdurre l’obbligo di presentare i Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) solo in inglese è avvenuta nello stesso anno e con le stesse modalità. Lo stesso disegno perseguito dal Politecnico di Milano di erogare la maggior parte dei corsi in lingua inglese nonostante le sentenze che in teoria lo impedirebbero.

In Italia c’è solo il “partito dell’inglese” e il pensiero unico che anno dopo anno diventa sempre più forte, e che non registra troppi dibattiti né resistenze.

In questi giorni si stanno definendo i passaporti di immunità da rilasciare a chi ha avuto il/la covid o a chi è stato vaccinato, e come per la nuova carta d’identità questo documento valido per l’Europa è concepito in italiano e in inglese. Mentre da noi nessuno si è nemmeno posto il problema, in Belgio il presidente della Gem+ (per una Governanza Europea Multilingue), un’associazione che si batte per il plurilinguismo, ha dato battaglia sulla questione come altre associazioni francesi e tedesche lo hanno fatto per la nuova carta d’identità che in Germania è invece trilingue. Queste decisioni bilingui costituiscono precedenti che favoriscono “l’inglese allo scapito delle altre lingue ufficiali dell’UE”, scrive il presidente della Gem+. E allora “tutti ai posti di combattimento – continua – Abbiamo inviato la nostra posizione a tutti i membri chiave del Parlamento europeo, così come alla rappresentanza permanente francese a Bruxelles, sottolineando che questo articolo viola i principi di proporzionalità e di sussidiarietà e suggerendo un’alternativa basata sul trilinguismo.”

Queste iniziative sono inaudite in Italia, e forse c’è qualcuno che potrebbe pensare che siano sciocchezze, ma non lo sono affatto. Sono l’ennesimo segnale di come in modo silenzioso e surrettizio la nostra classe politica, senza chiederci se siamo d’accordo, ci stia portando verso il modello dell’inglese come la lingua d’Europa.

Nella nostra petizione di legge per l’italiano, non c’è solo la questione dell’abuso degli anglicismi, c’è anche la richiesta di promuovere l’italiano in Europa, come lingua di lavoro, e all’estero.
E se la politica non darà un seguito alla nostra petizione, il prossimo passo sarà quello di allearci con le associazioni internazionali come appunto la Gem+ di Bruxelles che con il suo operato, in nome del plurilinguismo, tutela anche l’italiano.


Molti pensano che la questione dell’inglese internazionale non c’entri nulla con l’anglicizzazione della nostra lingua e con l’invadenza degli anglicismi. Ma non è così. Le due cose sono profondamente intrecciate e l’interferenza dell’inglese è proprio legata al fatto che è presentato come lingua di rango più elevato.

Perché preferiamo gli anglicismi? Anche perché la nostra classe dirigente ci sta conducendo verso il modello dell’inglese globale, e dunque lo consideriamo superiore e internazionale…

(continua)

La legge per l’italiano è stata assegnata anche alla Camera

Il 20 aprile, la nostra proposta di legge per l’italiano è stata finalmente assegnata anche alla Camera (n. 727, VII Commissione cultura). Il 14 marzo era già stata assegnata al Senato (n. 795, VII Commissione permanente, Istruzione, beni culturali).

A questo punto ha inizio la fase 2: individuare qualche parlamentare sensibile alla questione e convincerlo a chiedere di inserirla nell’ordine del giorno perché sia discussa, altrimenti rimarrà chiusa nei cassetti e sepolta tra i faldoni che mai nessuno leggerà.

I primi contatti con qualche senatore sono già avvenuti, anche se non è facile ottenere risultati. C’è chi sembra completamente indifferente alla questione, chi ha speso qualche buona parola per la lodevole iniziativa ma ha replicato che “però è difficile coinvolgere su questo tema…” e non “è il momento adatto…”, e chi a risposto che ne avrebbe parlato con altri per farci sapere.
Adesso che possiamo rivolgerci anche ai parlamentari della Camera ci sono più possibilità di essere ascoltati e continueremo nella nostra opera di individuazione tempestando di richieste di contatto entrambi i rami del Parlamento.

Per farci ascoltare sarà strategico sia il numero dei firmatari che appoggiano la proposta sia la rassegna stampa che riusciremo a ottenere.

Per questo stiamo lavorando alla campagna “convinci un parlamentare a discutere la nostra proposta di legge”, e per diffondere l’esistenza dell’iniziativa ho preparato anche un video nella speranza sia condiviso dal maggior numero di persone possibile.

Intanto, nel giro di un mese, i 7 firmatari della petizione sono centuplicati, e le adesioni in Rete sono al momento più di 700. Inoltre, qualcosa si muove anche sul panorama mediatico, dopo l’articolo su Oggi, è uscito un pezzo sul portale Italiani.it e oggi parlerò dell’iniziativa nella trasmissione Salvalingua di RadioRadio.

Nel frattempo, voglio chiarire un po’ di luoghi comuni che accompagnano le reazioni alla nostra proposta, spesso percepita attraverso preconcetti che ne distorcono gli intenti e le motivazioni.

Non è la solita battaglia purista

Il purismo non c’entra proprio nulla, è una questione di ecologia linguistica. Il problema degli anglicismi non è quello di bandire le parole straniere per principio, ma è nella sproporzione rappresentata dal numero degli anglicismi e dalla loro frequenza d’uso. Nel 1990 il Devoto Oli registrava 1.700 anglicismi, oggi sono 4.000. Nel 1995 lo Zingarelli ne annoverava 1.800 e oggi 3.000. Ciò significa che nell’arco di una sola generazione abbiamo importato ben più di un migliaio di neologismi in inglese crudo, parole che violano le regole della nostra pronuncia storica e della nostra ortografia e che stanno snaturando il nostro parlare rendendolo una lingua lessicalmente creolizzata. Se il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese è perché il nostro idioma non evolve più attraverso le sue regole endogene e importa tutto ciò che è nuovo da fuori e in una sola lingua: l’inglese. Auspicare la coniazione di parole nuove è tutto il contrario del purismo, storicamente ostile ai neologismi almeno quanto ai forestierismi. A volere ingessare le parole italiane nel loro uso storico, e a farle morire, sono oggi gli anglopuristi che preferiscono importare dall’inglese anziché inventarne di nuove o allargare il significato di quelle già esistenti.
Gli anglomani sostengono che usare l’italiano sarebbe ridicolo, disdegnano ogni soluzione creativa basata sulla nostra lingua, e così nascono i cargiver invece degli assistenti familiari e dei badanti con una nuova accezione, mentre i “non-è-propisti” sbandierano che lo smartworking non sarebbe proprio come il telelavoro, il lockdown non sarebbe proprio come il confinamento che usano invece in Francia e in Spagna, e così via.

E allora chi è più purista? Chi vuole coniare nuove parole o chi vuole relegare l’italiano alla lingua dei morti e non farlo evolvere perché ciò che è nuovo si esprime in inglese?

Non è una battaglia di retroguardia che si scontra con la modernità e l’internazionalismo

Credere che essere internazionali coincida con il parlare l’inglese è una presa di posizione da respingere. Il progetto di portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo a base inglese – la lingua madre dei popoli dominanti – ha origini colonialistiche, non ci conviene e soprattutto non è un dato di fatto né un progetto realizzato, come gli anglomani vogliono fare credere. Accanto all’idolatria dell’inglese come lingua internazionale della globalizzazione, c’è un’altra filosofia da contrapporre, che vede nel plurilinguismo un valore e una ricchezza da tutelare e promuovere. La lingua dell’Europa non è l’inglese, ma come diceva Umberto Eco è la traduzione, e dopo l’uscita del Regno Unito dalla Ue, questo principio dovrebbe essere difeso energicamente. Decisioni come quelle di inserire l’obbligo dell’inglese nei concorsi per la pubblica amministrazione (riforma Madia) o nella presentazione dei Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) violano i principi affermati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (comunicato stampa n. 40/19, 26 marzo 2019) secondo la quale “le disparità di trattamento fondate sulla lingua non sono, in linea di principio, ammesse”, a meno che non esistano “reali esigenze del servizio”, ma in questi casi devono essere motivate “alla luce di criteri chiari, oggettivi e prevedibili”.

In sintesi non siamo retrogradi, abbiamo invece un’altra idea di cosa significhi essere internazionali, e crediamo sia auspicabile fare come fanno in Svizzera, dove il plurilinguismo è un modello che potrebbe essere d’esempio anche all’Europa, oppure come avviene in Francia e in Spagna, dove l’abuso dell’inglese e il suo mischione con la lingua locale non è considerato “internazionale”.

E allora chi è più internazionalista? Chi guarda a ciò che avviene negli altri Paesi a noi vicini e alle lingue sorelle, o chi ha in testa solo l’egemonia dell’inglese?

Non c’è alcun legame con le nostalgiche guerre ai barbarismi

La tutela e la promozione della lingua italiana non sono né di destra né di sinistra, perché la lingua è di tutti ed è un patrimonio culturale che ci accomuna. È triste che molti politici non lo capiscano, e le critiche che sono arrivate da una certa parte della sinistra sono ridicole. Proprio a sinistra dovrebbero capire che l’inglese è accessibile solo ai ceti alti, al contrario dell’italiano patrimonio di tutti, e usare anglicismi poco trasparenti, rendere l’inglese una seconda lingua obbligatoria o farne la lingua della formazione è un disegno che crea fratture e disuguaglianze sociali, e che sta portando a una “diglossia neo-medievale” che esclude molti cittadini.

Non comprendere questo fatto e lasciare la tutela della lingua alla destra è una posizione miope e per loro controproducente. Ma fuori da ogni ideologia e ogni partito, tutti i politici dovrebbero riflettere sul fatto che nel nostro Paese non esiste alcuna politica linguistica. Esistono leggi contro la contraffazione dei nostri prodotti o che tutelano il nostro patrimonio paesaggistico, artistico e culturale, ma sembra che quello linguistico non faccia parte della nostra cultura; e così capita che il progetto di un portale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” lo si chiami in inglese, ITsART! Non intervenire sulla lingua, come si interviene sugli altri aspetti che contraddistinguono il nostro Paese, significa lasciarla morire. Il fatto che l’unico esempio di politica linguistica italiana risalga al fascismo non significa che sia quella la via da riproporre! Basta guardare a cosa accade in Francia, in Spagna o in Svizzera dove la promozione della lingua non ha niente a che vedere con il passato del nostro ventennio. Tutelare l’italiano sempre più schiacciato dall’inglese globale, semmai, dovrebbe essere accostato alla Resistenza!

E allora chi è più nostalgico? Chi non sa vedere altro che la politica linguistica del fascismo o chi ha capito che la politica linguistica è un’altra cosa?

Non vogliamo fare alcuna “crociata”

Le crociate non ci piacciono, e la tutela dell’italiano non c’entra nulla con le crociate. La nostra lingua è minacciata dall’invasione degli anglicismi che in parte sono il risultato dell’espansione delle multinazionali americane che esportano la loro tecnologia, le loro merci, la loro cultura e insieme a queste anche il loro lessico e la loro lingua madre che si vuol far diventare la lingua internazionale.
Purtroppo la nostra classe dirigente sembra colonizzata, e ha in testa solo l’inglese e ciò che arriva dagli Stati Uniti, con la conseguenza che l’espansione della newlingua delle multinazionali è agevolata dall’interno, da una schiera di persone – dai politici ai giornalisti – che abusa degli anglicismi e in questo modo li fissa nell’uso (cashback, jobs act, covid free) facendoli apparire più solenni persino quando sono solo pseudoinglesi.

E allora chi sono i crociati? Coloro che vogliono tutelare e promuovere l’italiano e il plurilinguismo o coloro che vogliono imporre a tutti la lingua e i termini dei Paesi dominanti?

Non ci ispiriamo alle proposte di Fratelli d’Italia

Il 25 marzo, in occasione del Dantedì, qualche onorevole come Fabio Rampelli e Giorgia Meloni ha rispolverato una vecchia proposta di legge che di tanto in tanto ripropongono.

La nostra proposta è stata inoltrata il 22 marzo, ma da questo sito promuovo da anni le stesse richieste, che l’anno scorso sono state abbozzate in una petizione al presidente della Repubblica Mattarella.
La proposta di legge di Fratelli d’Italia, già presentata in una variante del 2018, conteneva alcune frasi copiaincollate da questo sito (lo avevo già scritto e spiegato a suo tempo), dunque non siamo noi a ispirarci a questo tipo di proposte, che sono tra l’altro profondamente diverse dalle nostre, nelle soluzioni prospettate e nei principi di partenza.

La legge di Fratelli d’Italia è incentrata soprattutto su una riforma costituzionale e su un generico appello alla legge Toubon che ne ammira gli aspetti proibitivi. Gli unici punti di contatto con la nostra proposta sono nell’evitare l’inglese nel linguaggio istituzionale e nella richiesta di inserire l’italiano nell’articolo 12 della Costituzione (quello che fissa i colori della bandiera). Questa seconda richiesta, però, ha per noi un valore simbolico più che pratico, in quanto la Corte Costituzionale ha già più volte sancito che l’italiano è la nostra lingua. Dunque, al centro delle nostre proposte ci sono altre cose, e le 11 richieste avanzate sono molto più concrete, incentrate sulla promozione e il convincimento attraverso campagne mediatiche e soprattutto legate al tema del plurilinguismo. Fratelli d’Italia, al contrario, auspica e promuove “la creazione di una generazione pienamente bilingue, con la perfetta padronanza della lingua inglese”, e non vedo una convergenza sulle nostre richieste che riguardano i Prin, la legge Madia. la dfesa dell’italiano come lingua della formazione o la sua tutela in Europa per fare in modo che ritorni a essere lingua di lavoro.

Per firmare e appoggiare la legge schiaccia l’immagine!

Fatta chiarezza su questi aspetti, non mi resta che ribadire che la nostra proposta di legge viene “dal basso” ed è assolutamente slegata da ogni ideologia di partito, dalla sinistra alla destra.

I tentativi di coinvolgere i parlamentari che seguiranno saranno rivolti ai responsabili della cultura (e non solo a loro) di ogni schieramento, per tentare di dare vita a una corrente per l’italiano il più possibile trasversale.

Utopistico?

Certamente. Ma bisogna almeno provarci, ed è sempre meglio che lamentarsi e non fare nulla.

Massacrare l’italiano e parlare itanglese non significa “stare al passo con i tempi”!

Sono appena tornato da un viaggio di lavoro e ho ancora in testa il martellamento della comunicazione delle Ferrovie dello Stato dove, in tempi di pandemia, i biglietti sono in modalità conctaless, ed è attiva la nuova modalità del self check-in. Come si legge sul sito del Gruppo Fs itanglesi: “consente al viaggiatore di certificare con un click [con la “k”] la propria presenza a bordo, riducendo le verifiche fisiche del ticket da parte del controllore (…). Intelligenza artificiale, digitalizzazione e gestione dei dati sono driver per contenere l’emergenza” e la nuova app di Fs “è ormai pronta per il lancio negli store”.

Sul Frecciarossa mi hanno anche dato un sacchettino chiamato Health & safety kit, cioè una mascherina usa e getta, una lattina di acqua e una bustina di disinfettante. Potrei andare avanti a lungo a illustrare questa nuova comunicazione “al passo con i tempi” unita ai posti di blocco dei gate delle stazioni, tra esercito, polizia, uomini in giallo con la scritta cleaner service sulla tuta che si occupano della pulizia e altri con health service o cose del genere che prendono la temperatura. Tutto ciò lascia l’impressione di vivere in un Paese occupato. Non c’è alcuna polemica sulle misure contro il/la covid che tutti speriamo svanisca presto, sia chiaro. Ma l’occupazione linguistica è ormai innegabile. E non è affatto passeggera.

La cosa più grave è che arriva dalle istituzioni.

Vax manager e screenshot

Sul sito della regione Lombardia, che insieme alle Fs è un altro potente apparato che diffonde l’itanglese, possiamo leggere che “le ATS territoriali hanno individuato un referente vaccinazioni disabili territoriale, il Vax Manager.”

Vax manager? Non ci bastavano i no vax, il vax day… né i covid manager, i covid hospital, i covid pass, il covid free… e il qualunque cosa in inglese + covid!
Le radici inglesi (e pseudoinglesi) si ricombinano in tutti i modi e prendono vita. Questi non sono più prestiti isolati, sono una nuova grammatica generativa che sta stravolgendo la nostra lingua. Le porzioni di Dna linguistico inglesi sono sempre più prolifiche, e questo lessico del nuovismo in itanglese sta uccidendo l’italiano, che non sa più esprimere con le sue parole tutto ciò che è nuovo da almeno vent’anni. Gli anglicismi sono così tanti e si diffondono e allargano così rapidamente che non è più possibile farne una lista.

Carla Crivello mi segnala l’ultima sentenza della Cassazione: sancisce che gli screenshot hanno la stessa valenza documentale della fotografia, per cui la schermata, la cattura dello schermo, il fermo immagine di una chat, la sua fotografia, insomma, costituisce prova legale (Cass. Pen., sez. III, n. 8332/2020). Così screenshot è diventato ormai il nome uniforme e ufficiale delle sentenze. Il che è solo uno degli infiniti esempi di anglicismi anche in questo ambito (tra mobbing, stalking e tanti altri).


Senza un’istituzione che fissi le regole dell’italiano e le alternative all’ingese come nelle banche dati terminologiche e nelle leggi francesi o nelle prescrizioni che esistono nella lingua spagnola non ne usciamo.

Se leggiamo i giornali, la frequenza dell’inglese fa rabbrividire. Se accendiamo la televisione anche. Martedì scorso Giovanni Floris (Di martedì, La7) intervistava un espertone nutrizionista a proposito del comfort food. Il luminare rispondeva con sapienza che cosa significa, e spiegava perché certi alimenti hanno queste caratteristiche appaganti che inducono a non smettere come fosse una fondamentale scoperta degli ultimi tempi (una ciliegia tira l’altra si diceva nello scorso millennio) che evidentemente viene dall’America! A nessuno è venuto nemmeno in mente di dire semplicemente cibo consolatorio. No. Il cibo è ormai food, l’italiano non esiste e c’è solo l’inglese.

Vogliamo parlare della Rete?
In questo momento sto scrivendo un post per il mio blog su WordPress, che mi impone questo linguaggio, e le funzioni dell’interfaccia mi parlano di homepage, link, feedback, layout, widget, plugin


È tutto così. Il mondo in cui siamo immersi è questo e parla questa newlingua dal sapore orwelliano.

Che cosa può fare il cittadino? L’uomo della strada, la casalinga di Voghera… chiamatelo come volete. Non può che imparare dalle parole dell’esperto che sfoggiando l’inglese mostra la sua superiorità. E non può che ripetere le parole del giornalista che dovrebbe fare il divulgatore, ma dice solo comfort food, senza alternative, introducendo una sorta di termine-nome-proprio.
Come avviene con screenshot, con il linguaggio del Fs, con quello della regione Lombardia, dei giornali, della tv, della Rete, e delle merci.

Grow shop e canaperie

Le parole nuove sono inglesi, ma accanto a queste c’è una sostituzione sempre più ampia anche delle parole vecchie, del nostro lessico storico.

Un lettore mi segnala che i negozi di canapa legale e dei suoi derivati si chiamano grow shop.
Pochi sanno che sino ai primi del Novecento l’Italia era il primo produttore mondiale di canapa (secondo alla Russia per quantità, ma non per qualità) e che le distese di canapa si estendevano dall’Emilia sino al Veneto, ma anche al Sud. Con l’eccezione di qualche rimedio analgesico che era piuttosto comune preparare nelle farmacie (cfr. Giorgio Samorini, L’ erba di Carlo Erba, Nautilus Edizioni 1996), il principio psicoattivo della canapa era da noi più o meno sconosciuto, anche perché le varietà italiane avevano una percentuale di thc bassissima. I canapai vivevano su un’economia plurisecolare dove della canapa, come del maiale, non si buttava via niente. Si ricavavano i tessuti, la carta (senza il problema del disboscamento), le gomene delle navi, l’olio per le lampade, i semi erano usati per l’alimentazione del pollame… Pochi sanno che in tempi di autarchia fascista Mussolini creò il consorzio della canapa e nazionalizzò la produzione italiana per contrastare il mercato estero dei tessuti di cotone e juta e che era industrializzato e più conveniente. Intanto le gomene delle navi furono sostituite dai cavi di acciaio, la medicina erboristica fu sconfitta dalla farmacologia chimica. La Bayer a fine Ottocento brevettò e mise sul mercato un paio di farmaci da banco destinati a cambiare la storia. Uno era l’aspirina, l’altro l’eroina. Avete capito bene, sì, l’eroina! Presto fu però ritirata dal mercato per i suoi effetti devastanti e più tardi, negli Usa, dopo il fallimento del proibizionismo degli alcolici, nacque un potente movimento proibizionista contro le droghe e in particolare la marijuana, la droga dei “messicani e dei negri” di cui vennero denunciate le catastrofiche (e false) conseguenze sociali con una campagna mediatica di ampia portata. Circolavano pseudocumentari per le scuole e per i circuiti cinematografici che mostravano scenette come quella di un fratello e una sorella che dopo aver fumato marijuana si abbandonavano all’incesto per poi suicidarsi gettandosi dalla finestra. Per le pressioni americane, l’Onu sarebbe arrivata persino a perseguire esplicitamente l’intento di estirpare la pianta – sì: la pianta non la sostanza che se ne ricavava – dalla faccia della terra; e dietro non c’era solo la retorica fondamentalista del proibizionismo, c’erano anche ben altri interessi economici, visto che l’economia storica della canapa era in competizione con altre economie che riguardavano l’area angloamericana.

Ho divagato, lo so. Ma il punto è che oggi proprio dagli Stati Uniti importiamo una nuova prospettiva che recupera la canapa come prodotto ecologico e sostenibile, e in questa ventata di antiproibizionismo anche della sostanza psicoattiva per usi medici o ricreativi, tutto sembra una novità d’oltreoceano che si esprime con i loro “termini”. Canaperia non viene in mente a nessuno e la secolare storia produttiva dell’Italia è sepolta dall’anglonuovismo e dimenticata. Ma tanto ormai i negozi sono shop e store. E il cerchio si chiude.

Crocheter e knitter, caregiver e delivery…

In Rete e su YouTube si stanno affermando parole come crocheter e knitter per indicare chi lavora a maglia con uncinetto o ferri, e Irene, un’appassionata di queste pratiche, si chiede come si potrebbe dire in italiano.

Nell’italiano storico esiste magliaio/a per indicare chi lavora a maglia, e telarista che era però riferito a chi lavora al telaio. Il lavoro a maglia è antico, e lo è anche lo sferruzzare (verbo che compare abbondantemente nei testi letterari) da cui si può legittimamente ricavare sferruzzatore/trice, perfettamente comprensibile e che ha già una sua presenza. Storicamente lo sferruzzare era legato al “fare la calza” e per indicare le donne che sferruzzavano si parlava anche di “calzettaie”, oggi poco riproponibile. Esisteva anche “agucchiante” derivato da ago/agucchiare (dal diz Battaglia: Negri 2-837: “La donna del popolo agucchiante alla finestra appare come un’umile cosa”) e si usava anche “infilzare” (nel lavoro ai ferri: avviare la maglia, mettere i punti, sferruzzare). Nella nostra lingua ci sono i merletti ma non le merlettatrici e anche cucitore è un vocabolo più ampio, come tessitore. Sembra insomma che non ci sia mai stata l’esigenza di dare un nome alle lavoratrici a maglia, fuori da magliaia, lo stesso significato generico dell’inglese, mi pare, solo che oggi lo importiamo con una restrizione del suo significato come fosse un tecnicismo che indica una cosa ben precisa. Dunque magliaia non va bene. E quando si sente l’esigenza di una parola nuova l’italiano storico si butta, non si recupera.
Se si proponesse la parola infilzatrice si risponderebbe che è ridicola, o troppo generica o poco appropriata; se si proponesse sferruzzatrice l’obiezione potrebbe essere: “Sferruzzare non può essere che con i ferri. Inoltre adottare lo stesso termine creerebbe confusione.” Uncinettatrici? Uncinettole? Inventare parole sembra che non appartenga più alla nostra cultura. Adattare meno che mai. E allora suvvia… Importiamo dall’inglese!

Ma perché? Mi chiedo. Perché l’italiano non può evolvere, estendere il significato del suo lessico in senso lato come è avvenuto per secoli, e perché sferruzzare non si può recuperare, così come navigare oggi non significa tecnicamente solo “andar per mari” ma anche consultare la Rete? Non mi pare che ciò porti alcuna confusione. Da dove nasce l’idiozia che sia necessaria una parola specifica per ogni cosa, quando la lingua è metafora e le parole hanno un significato che non si può slegare dal contesto?

Un’altra lettrice ha rivendicato tutta la differenza tra badante, una professione, e caregiver, l’assistente familiare che bada ai parenti in difficoltà ma non è una figura riconosciuta ufficialmente. Ma perché badante – lett. colui che bada, participio presente di badare – non può estendersi a indicare in senso più ampio anche queste persone? Che cosa c’è di male se dico che faccio da badante ai miei genitori anziani? Dove sta scritto che il campo semantico di badante è solo nel prendersi cura a pagamento?

Certo, nell’uso questa è l’accezione che si è imposta, ma l’uso si cambia e si amplia, la lingua evolve. Perché dovrebbe evolversi solo attraverso l’inglese? E così i caregiver vogliono il loro riconoscimento in inglese, e lo stesso avviene quando nascono i sindacati dei rider o dei pet sitter, in un contesto sociale dove a nessuno viene neppure in mente di trovare parole italiane; e questo li danneggia, perché poi non riescono a far arrivare a tutti le loro legittime richieste, tanto che Zaia – dunque un presidente di regione, non propriamente l’uomo della strada – in una recente uscita televisiva ha definito un caregiver come un autista dei disabili, dando un’interpretazione tutta sua della parola che collegava forse a car, cioè automobile.

Cosa accomuna tutti questi anglicismi?

Sotto il proliferare di ogni singolo anglicismo c’è una mentalità ormai radicata che ci fa considerare l’italiano solo nei suoi significati storici, mentre ciò che è nuovo si deve differenziare attraverso una nomenclatura in inglese. È la logica per cui oggi, se diciamo calcolatore, pensiamo agli apparecchi di una volta, perché quelli moderni si chiamano computer. Eppure in inglese sono ancora computer come quelli di una volta, così come in francese erano e sono ordinateur, e in spagnolo computador. Solo in italiano abbiamo sostituito la parola che usavamo, altrove le parole si evolvono, da noi usarle viene spesso considerato ridicolo.

C’è persino un commentatore che ha osservato che delivery non è come la consegna a domicilio, in quanto ti possono portare la pizza anche in ufficio, non solo dove hai il domicilio!
Ci rendiamo conto del livello che stiamo rasentando?

Perché avviene tutto questo?
La risposta è nel linguaggio delle ferrovie, della Cassazione, della regione Lombardia, della tv, dei giornali, della Rete, della tecnologia, delle merci globalizzate… Stiamo al passo con i tempi! Usiamo l’inglese e massacriamo l’italiano! Facciamolo morire. C’è addirittura chi ha fatto della massima “i termini non si traducono”, la sua (pessima) prassi di lavoro terminologico. Se una parola esiste già, bene, altrimenti la si importa in inglese. Se l’inglese è già in uso, poi, questo uso diventa sacro e insostituibile! L’italiano, in altre parole è morto! La possibilità di creare un neologismo, di adattare o di allargare vecchi di significati e di intervenire sull’uso – come avviene nelle banche dati terminologiche francesi e spagnole – non è nemmeno contemplata.

Davanti alla retorica ipocrita dell’uso “sovrano”, sacro e inviolabile, gli anglomani anglopuristi non raccontano che l’uso non è affatto qualcosa di “democratico” e popolare che che viene dal basso, dalle esigenze dei parlanti, come fanno credere. L’uso che si impone dal basso è di solito bollato come errore, e dunque scrivere “qual’è” con l’apostrofo, o usare “piuttosto che” con il significato di “oppure” invece di “anziché” sono condannati (aggiungo per chiarezza: giustamente!), benché largamente diffusi. Invece l’altro uso, quello dell’inglese imposto dall’alto, dai mezzi di informazione alle istituzioni, viene osannato come tecnico, necessario, internazionale e al passo con i tempi. In questo caso l’uso è sacro. Persino quando a far la lingua non sono più i nativi italiani, ma le multinazionali d’oltreoceano che si espandono e ci impongono le loro parole come follower, snippet, leasing, cheeseburger… Invece, quando si deve intervenire sull’uso per cambiare la storia e introdurre il linguaggio inclusivo, il politicamente corretto (entrambi importati dagli Usa) o la femminilizzazione delle cariche, ecco che educare a parlare nel giusto modo diventa non solo possibile, ma auspicabile e doveroso. Due pesi e due misure che remano in un’unica direzione: importare il pensiero unico che sempre più spesso si esprime in una sola lingua.

La newlingua orwelliana

E nei Paesi anglofoni cosa accade? Pensate che anche loro non traducano i termini stranieri?

Ho appena letto uno studio specialistico sulla traduzione in inglese dei termini giuridici del codice penale italiano e del diritto romano, e le scelte traduttive sono orientate alla lingua del ricevente, mica attente a non profanare la lingua di provenienza. Visto che per loro non esiste il concetto di “ergastolo” non è che lo importano in italiano, non essendo deficienti lo traducono letteralmente con life sentence. La Corte di Cassazione è un organo che non esiste negli ordinamenti di common law, dunque il “ricorso per cassazione” diventa “appeal to the Court of Cassation”, adattato: non dicono certo Cassazione! Ma fuori dalla terminologia, anche l’inglese comune è richissimo di parole estere che però ha fatto sue attraverso l’adattamento (come avviene normalmente nelle lingue sane) a cominciare da quelle italiane. Disegno è diventato design, schizzo sketch, maschera mascara, maneggio ha generato manager, novella novel… mentre noi oggi reimportiamo queste nostre parole con il restyling in inglese. Siamo ormai colonizzati linguisticamente, e il nostro servilismo è sempre più assurdo.

Tra i consigli d’autore sulla scrittura, George Orwell, nel saggio La neolingua della politica (1946), consigliava: “Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o la parola di un gergo speciale se si riesce a trovare un equivalente nella lingua quotidiana” (p. 65). Inoltre, scriveva: “Non c’è davvero bisogno delle centinaia di espressioni straniere ormai di uso comune in inglese” e addirittura tuonava contro le radici latine e greche (p. 37) che suonavano più solenni di quelle anglosassoni.

Gli anglomani, se amano così tanto l’inglese, dovrebbero fare come gli inglesi! Dovrebbero riflettere maggiormente sulla necessità di recuperare la propria lingua, invece di trasformare l’angloamericano nella newlingua che ricorda proprio quella del grande fratello di 1984.

Voglio concludere con una citazione di Orwell tratta dal bel libro appena uscito a cura di Massimo Birattari (La neolingua della politica, Garzanti, Milano 2021, p. 59, grassetto mio):

“…la decadenza della nostra lingua è forse curabile. Coloro che lo negano sosterrebbero, se mai volessero produrre un’argomentazione, che la lingua si limita a riflettere le condizioni sociali presenti, e che non possiamo influenzare il suo sviluppo armeggiando direttamente con parole e costruzioni. Dal punto di vista del tono generale e dello spirito di una lingua, questo potrebbe essere vero ma non lo è nei dettagli. Parole ed espressioni sciocche sono spesso scomparse, non per mezzo di un processo evolutivo ma grazie all’azione consapevole di una minoranza.”

Anche l’italiano di oggi riflette le condizioni sociali presenti. Non so se l’itanglese è curabile. Di sicuro è necessario combatterlo attraverso una battaglia culturale non rivolta contro i singoli anglicismi, ma contro la nostra anglomania, il nostro servilismo e il nostro senso di inferiorità. Non è questione di fare i puristi, come lo era Orwell che se la prendeva con i cattivi scrittori e anche con le brutte espressioni angloamericane. La questione riguarda l’ecologia linguistica, e cioè la sproporzione dell’inglese e il numero degli anglicismi che ha ormai superato ogni limite tollerabile dal buon senso e sta snaturando completamente la nostra lingua.

È necessario promuovere e difendere l’italiano non per principio, ma perché sta soccombendo.

Lo abbiamo chiesto l’anno scorso al presidente Mattarella e oggi lo chiediamo in modo più articolato in una proposta di legge per l’italiano (ringrazio le oltre 650 persone che la stanno appoggiando con le loro firme).

E poiché lo Stato non fa alcuna campagna contro l’abuso dell’inglese, come accade invece in Francia o in Spagna, non resta che provare a fare qualcosa attraverso l’azione consapevole di una minoranza.

Questi sono i video di una campagna fatta dai volontari del portale Italofonia. Una minoranza senza finanziamenti né riconoscimenti, ma che non si arrende.

Dantedì, una raccolta firme e un giorno di lotta

Sembra che il Dantedì sia stato ufficializzato il 25 marzo – ipotetica data di inizio del viaggio dell’aldilà – come una ricorrenza anche per gli anni a venire.
Il rischio di queste feste, tuttavia, è che si trasformino in celebrazioni retoriche, dove una volta all’anno si portano i fiorellini sulla tomba dell’italiano come nel giorno dei morti, per poi procedere con la sistematica distruzione del nostro lessico gli altri 364 giorni.

Negli anni anni bisestili c’è un giorno in più per farlo, e nel 2020 abbiamo cominciato a chiamare come fosse normale i centri ospedalieri “hub”, i focolai “cluster”, il lavoro da casa “smart working”, i tamponi in macchina “drive through”, la sperimentazione clinica “trial”, il confinamento “lockdown”, le goccioline “droplet”, il tracciamento dei contatti “contact tracing”, i piani per la ripresa “recovery fund/plan”, gli anti-mascherina “no mask”, le consegne a domicilio “delivery”, i rimborsi “cahsback”…
Ricorrere a questi “prestiti sterminatori” significa diffondere l’itanglese e rinunciare alla nostra lingua. Le nostre parole sono sostituite sempre più spesso da quelle inglesi e pseudoinglesi, che si affiancano a ogni genere di neologismo (che coincide sempre più con “anglicismo”) in un’anglo-mania diventata una nevrosi psico-sociale compulsiva.

La commemorazione dantesca dovrebbe diventare un giorno di lotta, un’occasione per ricordare a tutti che la nostra lingua è schiacciata dal numero degli anglicismi, dalla loro frequenza e dalla profondità con cui si radicano. Tutto ciò non ha nulla a che fare con il purismo, è una questione di ecologia linguistica e di sproporzioni lessicali che il nostro idioma non è più in grado di sostenere senza snaturarsi.

Firma la proposta di legge per la tutela dell’italiano!

A 700 anni dalla morte del Sommo Poeta, perché la nostra lingua possa invece vivere, 7 persone hanno presentato una proposta di legge a tutela dell’italiano minacciato dall’inglese, alla Camera e al Senato, seguendo i canali istituzionali previsti in base all’articolo 50 della Costituzione che permette ai cittadini di inoltrare petizioni e richieste legislative su questioni di comune necessità. Il testo è scaricabile anche in formato Pdf, e contiene 11 punti di intervento.

In attesa di una risposta dalla Camera, la proposta è stata subito annunciata all’Assemblea del Senato nella seduta n. 307 del 24 marzo 2021 con il numero 795 ed è stata assegnata alla 7a Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali) “che ne curerà i seguiti secondo quanto previsto dall’articolo 141 del Regolamento del Senato.” Ma non è automatico che si proceda con la discussione, potrebbe anche essere archiviata.

Per questo motivo stiamo raccogliendo le firme di chiunque ci voglia sostenere.

Il peso della proposta dei 7 sottoscrittori avrà tutto un altro effetto se sarà appoggiata da altri 70, 700, o 7.000 cittadini…

Dunque chiediamo a tutti di unirvi a noi, di esprimere il vostro appoggio e di diffondere l’esistenza della nostra iniziativa tra gli amici, sulle piattaforme sociali, sui vostri siti e tramite il passaparola (cancelletto: #litalianoviva).

Per aggiungervi alla richiesta di proposta di legge potete inviare un messaggio attraverso questo modulo: https://attivisti.italofonia.info/proposte/legge-vivalitaliano-2021/

Le adesioni pervenute saranno raccolte e inviate a qualche parlamentare di riferimento con la richiesta che inserisca la petizione nell’ordine del giorno, perché si discuta e non sia archiviata.

Il nostro patrimonio storico si difende così, con gesti concreti e non con le chiacchiere.

La mobilitazione inizia simbolicamente l’indomani del Dantedì 25 marzo 2021, proprio mentre alcuni giornali, enti, comuni e manifestazioni hanno parlato invece del “Dante day”: l’espressione in itanglese solo due giorni fa restituiva su Google circa 27.400 risultati, il 26 marzo sono diventati 52.100, sono cioè raddoppiati!

Intanto, la Commedia è già diventata “comedy” nei palinsesti televisivi e nelle denominazioni dei generi cinematografici. Aiutateci ad arginare l’anglodemia, e a non trasformare la lingua di Dante nell’Infernal Tour della Divina Comedy di Don’t Alighieri:

Nel mezzo degli step di nostra vita

mi ritrovai in location oscura,

che la best practice si era smarrita.

Ahi a dirne about è cosa dura

on the road selvaggio sì hard e forte

che nel mio inside rinova la paura!

Tant’è strong che il benchmark è la morte;

ma per il tracking del good ch’i’ vi trovai,

dirò delle altre news ch’i v’ho scorte…

Grazie!

Una proposta di legge per l’italiano

Dopo le parole di Draghi sugli anglicismi che lasciano sperare in una maggiore sensibilità sulla questione rispetto alle precedenti legislature, e visto che a 4 mesi dal suo inoltro non è pervenuta alcuna risposta alla petizione sull’abuso dell’inglese al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ho provato un’altra via per rivolgermi alle istituzioni.


L’articolo 50 della Costituzione prevede che i cittadini possano rivolgere petizioni per provedimenti legislativi, e seguendo i canali previsti, insieme a qualche altro sottoscrittore, ho presentato oggi un proposta di legge alla Camera e al Senato.

Di seguito rendo pubblico il testo dell’iniziativa.

Questo è il mio modo di omaggiare i 700 anni dalla scomparsa di Dante: non con le celebrazioni retoriche, le chiacchiere e i musei, ma con i fatti e le iniziative concrete perché la nostra lingua possa continuare a vivere.
E prossimamente…
(continua).

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Petizione per provvedimenti legislativi a tutela e promozione della lingua italiana minacciata dall’abuso dell’inglese

Petizione presentata e sottoscritta ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione da Antonio Zoppetti e da Daniele Tarricone, Giorgio Cantoni, Luigi Quartapelle, Giancarlo Consonni, Jean-Luc Laffineur, Bruna Zambrini.

Premessa

L’espansione dell’inglese globale legato ai fenomeni di mondializzazione sta stravolgendo in modo consistente l’assetto di tutte le lingue del mondo, ponendo gravi problemi di snaturamento delle identità linguistiche locali. Questo fatto ha delle ripercussioni concrete su molti aspetti della società, da quelli storico-culturali a quelli, molto più pratici, legati alla comprensione e alla trasparenza da parte dei cittadini di fronte alla comunicazione mediatica, lavorativa e anche istituzionale. Il fenomeno dell’anglicizzazione, in Italia molto pesante, non ha perciò nulla a che vedere con questioni astratte legate al “purismo”, alla “lotta ai barbarismi” o alle chiusure davanti all’internazionalizzazione che caratterizza la nostra epoca. È un problema di numeri e di buon senso.

Qualche dato

♦ Dallo spoglio dei dizionari risulta che dal 1990 a oggi, gli anglicismi non adattati sono passati da circa 1.700 a 4.000 (cfr. Devoto Oli).*
♦ Dalle analisi di dizionari come Devoto Oli e Zingarelli emerge che tra le parole che sono nate negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi crudi rappresentavano circa il 3,6%. Questo numero negli anni Sessanta è salito a quasi il 7%, negli anni Settanta ha superato il 9%, negli anni Ottanta il 16%, negli anni Novanta il 28% e oggi costituisce quasi il 50% delle parole nate negli anni Duemila. A preoccupare non sono solo la sproporzione e l’aumento esponenziale, ma il fatto che nel Nuovo millennio l’italiano sta cessando di evolvere per via endogena, e ciò che è nuovo viene espresso principalmente in inglese crudo.
♦ Passando dalla presenza delle parole inglesi alla loro frequenza, tutti i dati mostrano che gli anglicismi sono usati sempre più spesso dai mezzi di informazione, e hanno colonizzato il lessico di tanti ambiti strategici della nostra lingua: l’informatica, la formazione, il lavoro, l’economia, la tecnologia, la scienza… (in alcuni settori l’italiano ha perso la capacità di esprimersi con il proprio lessico) e sono entrati in modo molto ampio persino nel linguaggio politico, delle leggi e delle istituzioni.
♦ Dagli ambiti di settore gli anglicismi stanno poi penetrando sempre più anche nel linguaggio comune e addirittura in quello fondamentale: nel dizionario delle 7.000 parole “di base” di Tullio De Mauro (quelle che compongono oltre il 90% dei vocaboli utilizzati normalmente) nel 1980 si contavano una decina di inglesismi, ma nell’edizione del 2016 sono decuplicati e ce ne sono 129.

Il problema non sta nelle parole come bar, film, sport o scanner, che in buona sostanza si pronunciano e scrivono secondo le nostre regole e producono ibridazioni italiane (barista, filmare), né nell’accettazione di anglicismi ormai storici, bensì nella quantità e frequenza di quelli nuovi che violano il nostro sistema fono-ortografico e stanno creolizzando il nostro lessico e il nostro patrimonio linguistico.

* Per avere un parametro di riferimento: i francesismi erano e sono nell’ordine di un migliaio, gli ispanismi nell’ordine di un centinaio o poco più, lo stesso vale per i germanismi, mentre per le altre lingue l’interferenza si esprime attraverso le decine di parole.

La situazione negli altri Paesi

Il ricorso sistematico e compulsivo all’inglese da alcuni decenni sta portando a una trasformazione dell’italiano storico in una lingua ibrida che è stata definita itanglese,* sul modello del franglais di cui si parla in Francia. In Spagna il fenomeno è chiamato spanglish, in Germania Denglisch, e ovunque sono nate analoghe definizioni: il greenglish denunciato recentemente dall’ex ministro dell’Istruzione greco Georgios Babiniotis, il runglish della Russia post-comunista, mentre in Asia c’è l’hinglish per l’hindi, il konglish per il coreano, il tinglish per il thai, il japish o l’englanese per il giapponese, e via dicendo.

Stando a numerose ricerche effettuate attraverso l’analisi delle testate giornalistiche, che rispecchiano l’andamento più generale della lingua, tra le lingue romanze solo nel caso del romglese, la variante del rumeno, il numero degli anglicismi è simile al caso italiano, mentre la loro penetrazione in Francia e in Spagna non è paragonabile alla nostra, né per il numero né per il rilievo.

Le ragioni di questa diversa situazione sono storiche e culturali, ma soprattutto politiche. Lo spagnolo è parlato in una ventina di Paesi e le accademie di ognuno di questi lavorano in modo coordinato per mantenere l’uniformità della lingua sovranazionale anche con sostitutivi agli anglicismi. In Francia, la legge Toubon è arrivata dopo una serie di altri provvedimenti legislativi che hanno attraversato i governi di destra e di sinistra, dai tempi di De Gaulle a quelli dei mandati socialisti. All’estero in molti hanno da tempo compreso il problema e varato politiche linguistiche e provvedimenti. In Islanda esiste ufficialmente persino la figura del neologista, visto che l’islandese è una lingua davvero a rischio, in Europa. In Italia non siamo mai intervenuti, e l’approccio del “liberismo linguistico” si sta trasformando in un anarchismo selvaggio dove la nostra lingua è schiacciata dall’egemonia dell’inglese. L’italiano è paradossalmente più tutelato in Svizzera – dove il question time si chiama l’ora delle domande – che nel nostro Paese: lì negli ultimi anni si sono fatti enormi investimenti per la promozione dell’italiano visto che davanti al francese e al tedesco risulta in minoranza, nel loro modello plurilinguista.

* Dalla semplice importazione degli anglicismi stiamo passando alla nascita di nuove “regole” per la formazione delle parole: dilagano centinaia di ibridazioni come screenare; se usiamo work, di conseguenza paliamo anche di working e worker, spesso ormai declinato con la s del plurale workers; ricombiniamo le radici inglesi in espressioni come smart working o covid hospital e covid free, si afferma la regola del “no + inglese” in espressioni come no mask, e in pseudoanglicismi come no vax, no panic

In conclusione

Queste sono le premesse che ci hanno spinto a presentare la seguente proposta per la promozione della lingua italiana e un disegno di legge a sua tutela.
Il 2021 è l’anno delle celebrazioni dantesche e dell’istituzione del Ministero per la transizione ecologica: crediamo ci si debba finalmente occupare anche della tutela della lingua italiana in una prospettiva legata al tema dell’ecologia linguistica, oltre che ambientale. L’uscita del Regno Unito dall’Europa, infine, potrebbe essere l’occasione anche per rilanciare la nostra lingua come lingua di lavoro nella UE e promuoverla maggiormente all’estero.

Di fronte a un’anglicizzazione sempre meno sostenibile, chiediamo perciò che si intervenga a tutela dell’italiano con la costituzione di un organismo ufficiale dello Stato che operi almeno attraverso tre diverse prospettive: la promozione culturale, la legislazione e la valorizzazione all’estero che può rappresentare un’enorme risorsa economica.

Di seguito 11 punti concreti di intervento.

§ Misure di promozione della lingua italiana e contro l’abuso dell’inglese

1) Avviare una campagna mediatica contro l’abuso dell’inglese

Lo hanno già chiesto oltre 4.000 persone in una petizione rivolta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È una strategia praticata con successo in Francia e in Spagna. I costi sarebbero irrisori e i canali istituzionali per le campagne di sensibilizzazione sociale e le “pubblicità progresso”, dal bullismo alla discriminazione contro le donne, esistono già, basterebbe usarli anche per non discriminare la nostra lingua.

2) Dare il via a un’analoga campagna nelle scuole

Servirebbe a fare riflettere e aprire un dibattito sull’abuso dell’inglese anche tra le nuove generazioni.

3) Emanare linee guida e raccomandazioni per il linguaggio dell’amministrazione e quello istituzionale

Questo approccio è già stato inaugurato con un certo successo – e con la consulenza dell’Accademia della Crusca – per la femminilizzazione delle cariche lavorative. Si potrebbero emanare analoghe linee guida e raccomandazione anche per evitare l’abuso degli anglicismi, come è stato fatto per esempio in Svizzera (qui un esempio: https://www.bk.admin.ch/bk/it/home/documentazione/lingue/strumenti-per-la-redazione-e-traduzione/raccomandazioni.html).

§ Interventi legislativi

4) Evitare gli anglicismi nei contratti di lavoro

In Francia è vietato e alcune multinazionali sono state sanzionate pesantemente per le loro violazioni. Da noi, invece, accade per esempio che un’azienda come Italo abbia sostituito la figura del capotreno con il train manager non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma persino nei contratti di lavoro, mentre nascono i sindacati dei rider o dei pet sitter.
Con un approccio alla francese,* magari più moderato, dovremmo fare in modo che le mansioni di lavoro si esprimano in italiano, per rispetto della nostra lingua, dei cittadini e della trasparenza loro dovuta. Per le nuove professioni espresse solo con nomi in inglese, ancora una volta il ruolo della Crusca potrebbe essere strategico nell’individuazione e nella coniazione di sostitutivi italiani.

* Gli articoli 6, 7 e 8 della legge Toubon, volti alla tutela dei lavoratori, precisano che i contratti di lavoro, le offerte d’impiego e i documenti interni all’impresa, imposti ai lavoratori o a loro necessari per lo svolgimento del lavoro, siano compilati in francese.

5) Valorizzazione dell’Accademia della Crusca

Al contrario delle accademie di Francia e Spagna, la Crusca non ha oggi un ruolo “normativo” e la sua storica missione lessicografica della costituzione di un vocabolario ufficiale le è stata sottratta ai tempi del fascismo. Senza arrivare a una sua ricostituzione o rifondazione, in modo più morbido, si potrebbe però rifinanziarla e investirla di un potere più forte e più ufficiale, rendendola un punto di riferimento per la politica linguistica come organo principale di consulenza, e coinvolgendola in un’opera di individuazione, ma anche di creazione, di sostituivi italiani agli anglicismi, potenziando il Gruppo Incipit e ufficializzandolo. Le accademie di Francia e Spagna coniano neologismi alternativi a quelli inglesi che vengono poi promossi da campagne mediatiche, e molti di essi, anche se non tutti, vengono poi recepiti dai parlanti e dai giornali con successo. Ciò costituisce un arricchimento della lingua locale, invece che una sua regressione.

6) Inserire nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano

Anche se la Corte Costituzionale si è espressa più volte sancendo che l’italiano è la lingua ufficiale, questo aspetto non è chiaramente espresso nella Costituzione e si potrebbe aggiungerlo come nella Costituzione francese, e come la Crusca ha proposto un paio di volte senza successo. Nell’articolo 12, dove si fa riferimento ai colori della nostra bandiera, si potrebbe aggiungere che l’italiano è la lingua ufficiale. Ciò non pregiudica né l’utilizzo delle lingue regionali né le minoranze linguistiche già esplicitamente tutelate in altri articoli.

7) Sancire che l’italiano non può essere estromesso come lingua della formazione

La lingua dell’università, della scuola e della formazione deve essere l’italiano, e l’insegnamento non può avvenire attraverso l’erogazione esclusiva di corsi in inglese, come di fatto sta accadendo in alcuni atenei (il caso del Politecnico di Milano è il più eclatante). Questo è un diritto degli studenti e degli italiani che non può essere cancellato, fatto salvo che le scuole straniere, pensate per accogliere studenti di cittadinanza straniera, o gli istituti che erogano insegnamenti a carattere internazionale, sono esclusi da questo obbligo.

8) Ripristinare l’italiano come lingua dei Prin

I Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) dovrebbero contemplare la possibilità di essere presentati in italiano, non solo in inglese (mentre l’italiano è ridotto a un’inutile opzione facoltativa); il diritto di rivolgersi alle istituzioni italiane o europee in italiano non può essere messo in discussione.

9) Cancellazione dell’obbligo di conoscere l’inglese, come unica seconda lingua, nella pubblica amministrazione

La riforma Madia (legge n. 124 del 7 agosto 2015, “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”, articolo 17, lettera e) ha sostituito l’obbligo di conoscere una lingua straniera come requisito per i concorsi nella pubblica amministrazione con l’obbligo della sola lingua inglese. Si tratta di un principio che va contro il plurilinguismo inteso come valore e ricchezza culturale e porta all’affermazione della sola lingua inglese indipendentemente dall’ambito. L’obbligo di conoscere una seconda lingua, dunque, dovrebbe essere ripristinato, e solo a seconda dell’ambito si potrebbe specificare che coincide con l’inglese (laddove questa lingua è realmente un requisito), altrimenti si tratta di un provvedimento discriminatorio.

§Valorizzazione dell’italiano all’estero e sul piano internazionale

10) Adoperarsi perché l’italiano ritorni a essere lingua di lavoro in Europa

L’Italia dovrebbe difendere la nostra lingua anche nell’Unione Europea, e lavorare perché ritorni a essere lingua di lavoro, come lo era un tempo, e come oggi lo sono l’inglese, il francese e il tedesco. L’uscita del Regno Unito, oltretutto, rende di fatto l’inglese una lingua madre minoritaria rispetto a quelle comunitarie, parlata solo in Irlanda e a Malta, che hanno però indicato come lingua ufficiale il gaelico e il maltese; dunque è possibile spingere maggiormente verso un modello multilingue che non escluda l’italiano, nell’interesse del nostro Paese e di tutti i cittadini.

11) Trasformazione della lingua italiana in un bene da esportare

Il governo dovrebbe lavorare per promuovere maggiormente l’italiano all’estero, visto che gode di una nomea molto apprezzata. Basti pensare ai prodotti alimentari dal nome italofono – un fenomeno che non esiste per i prodotti francesi o spagnoli – che rappresentano una fetta di mercato enorme.
Questo progetto può attuarsi attraverso la creazione di posti di lavoro per l’insegnamento, ma anche attraverso la valorizzazione della cultura e della lingua italiana in tutto il mondo, che può trasformarsi in una grande risorsa economica. In questo processo, anche le denominazioni delle nostre manifestazioni, eventi e e iniziative dovrebbero essere in italiano, invece di puntare a progetti di cui ITsART, da poco presentato ufficialmente per promuovere la cultura italiana in tutte le sue forme (tranne la lingua), rappresenta l’ennesimo caso di rinuncia all’esportazione del nostro patrimonio linguistico.

Anglomania compulsiva: dai singoli “prestiti” alle regole dell’itanglese

Mettiti comodo. Inspira profondamente. Adesso espira e rilassati… anzi relax!
E ora ripeti: no panic! No problem! No smoking! No comment, no global, no mask, no vax, no limits! Non c’è limite a queste espressioni.
Prendi fiato nuovamente e continua: no logo, no tax, no tax area, no fly zone, no fly list, no oil, no pain no gain, no show, no contest
No… Non si tratta di un metodo per imparare l’itanglese con l’ipnosi, è quello che accade quotidianamente con la sovraesposizione agli anglicismi da cui siamo bombardati nella panspermia del “virus anglicus”.

In questo modo siamo indotti a introiettare una regola, quasi senza accorgerci, e a far diventare questa combinazione di “no + qualsiasi cosa in inglese” una sorta di grammatica generativa “no italian” che ci permette di inventare i nostri pseudoanglicismi anche personalizzabili, anzi customizzabili, con la stessa logica di quel bambino che ha partorito un ormai celebre “petaloso” probabilmente derivato dal martellamento del linguaggio delle pubblicità e dal biscotto “inzupposo” del Mulino Bianco.

Era il 1980 quando Jane Fonda e le sue due colleghe vessate dal maschilismo del loro capoufficio erano inseguite dalla polizia, e nel baule della macchina avevano un cadavere. Nella scena del film Dalle 9 alle 5 orario continuato, per ben tre volte la protagonista gridava alle altre: “No al panico”, una scelta di doppiaggio insolita rispetto al più consueto “niente panico”.
Oggi l’espressione “no al panico” restituisce su Google circa 67.200 risultati, contro i 227.000 di “no panico”, e i 1.510.000 di “no panic” (la variante più italiana “niente panico” ne conta 319.000). La preposizione “al” è in declino per interferenza dell’itanglese, più che dell’inglese dove circola don’t panic, e ha portato a far diventare “no panic” persino un’icona grafica declinata in ogni modo.

Mario Draghi, Luca Zaia e Nando Mericoni

Perché mai dovremmo dirlo all’inglese?
Se lo è chiesto venerdì scorso Mario Draghi, con un atteggiamento inaudito nella nostra politica recente, quando ha interrotto ironicamente la lettura di un comunicato che gli avevano scritto con le parole smartworking e babysitting.
La risposta sta nella nostra alberto-sordità: ci sentiamo più belli, invece che ridicoli come Nando Mericoni interpretato da Alberto Sordi. Ma questo complesso di inferiorità si nutre di una sovraesposizione all’angloamericano sempre più dilagante che ci abitua e ci colonizza la mente in modo subliminale. Il numero e la frequenza degli inglesismi è tale che hanno fatto il salto, i “prestiti” lessicali sono ormai i trapianti linguistici che germogliano e stanno creando i primi abbozzi di una lingua creola, dove emergono delle nuove regole formative.

Se c’è il doping, il dribbling, lo shopping, il brainstorming, il body building, il bird watching, il baby sitting, il meeting… poi è normale l’accettazione della regola dell’ing (di inglese) per cui una prenotazione è booking, il cucinare cooking, la messa in piega brushing, il tirare fuori e l’esternare outing, la formazione a distanza e-learning… In questo modo si arriva alla creazione di pseudoanglicismi come il footing (dalla radice foot, diffuso anche in Francia), affiancato dai più ortodossi jogging e running, o il dressing per indicare il vestire (da to dress, ma in inglese dressing è un condimento per l’insalata, e per l’abbigliamento si parla di clothing).

E allora il presidente del Veneto Luca Zaia ha parlato dei caregiver, cioè i badanti o gli assistenti familiari, convinto che fossero gli autisti dei disabili; car evoca automobile e giver ricorda forse i guidatori sul modello di taxi driver. Certi lapsus sono freudiani. È in questo modo che l’interferenza dell’inglese agisce, e gli anglicismi si moltiplicano.

Classificare le espressioni inglesi una per una e chiamarle “prestiti”, come fanno i linguisti, significa isolarle dal loro contesto, e non essere in grado di comprendere ciò che sta accadendo. Il Morbus Anglicus non consiste più nell’importare singoli prestiti di “lusso” o di “necessità”, è una patologia psichica e sociale che porta alla coazione a ripetere, l’anglomania è diventata una nevrosi compulsiva.

Le espressioni inglesi vanno inquadrate e spiegate nelle loro relazioni.
Se le multinazionali del farmaco sono chiamate Big Pharma, poi accade che le piccole e medie e imprese del farmaco diventino le Small Pharma. Tutto questo ha una ripercussione anche sull’abuso delle maiuscole a inizio parola, che sono ormai diventate la norma per certe citazioni dall’inglese, per essere più fedeli all’originale, in una tendenza che sta facendo aumentare questo vezzo anche per molte espressioni italiane, alla faccia delle norme editoriali e della tendenza all’abbandono delle maiuscole reverenziali un tempo molto più diffuse.

Dal Corriere.it del 9/3/21

Work, working, worker(s) e key worker

La regola formativa delle desinenze in “ing” si affianca poi a quella delle desinenze in “er”.
Se c’è il working e il co-working ci sono poi i worker e i co-worker, come ci sono i rocker e i rapper (non i rocchetari e i rappatori), i blogger (non i bloggatori), i rider, i bomber (pseudoanglicismo calcistico) e gli stopper

Coach/coaching/coacher,
surf/surfing/surfer,
run/running/runner
questi non sono prestiti lessicali isolati! Il numero di queste parole è tale da trasformarsi in una regola per la formazione delle parole come in inglese!

Poco tempo fa mi hanno segnalato un articolo su OggiScuola che ripete sin dal titolo in maniera ossessiva “key worker” come fosse una normale espressione italiana comprensibile a tutti. In questo modo la si diffonde facendo sentire inadeguato e ignorante il lettore, che si colonizza all’itanglese: si dice così! Come? Non lo sai? Adesso te l’ho insegnato. Va e ripeti. Crescete e moltiplicatevi.
Con queste tecniche si controlla maggiormente il destinatario, invece di usare un linguaggio adatto a lui come nelle buone vecchie prassi del giornalismo. La comunicazione comprensibile e trasparente è stata sostituita dalla newlingua orwelliana. Il linguaggio è uno strumento di controllo e predispone il lettore attraverso i paroloni e l’inglesorum (il nuovo latinorum degli azzeccagarbugli) a uno stato psicologico di inferiorità che è funzionale a trasformare ogni suo eventuale “non sono d’accordo” con un: “No, ti sbagli, è solo che non hai capito”.

La spiegazione di cosa siano i key worker arriva solo alla fine, con strategia acchiappona che costringe a leggere l’articolo sino all’ultima riga: sono solo “le categorie di lavoratori le cui prestazioni siano ritenute indispensabili per la garanzia dei bisogni essenziali della popolazione”. Ma il lettore ci deve arrivare da solo combinando le radici che sono già diffuse. Non ci sono i lavoratori indispensabili, necessari, strategici, le figure chiave del lavoro, le mansioni perno… c’è una lunga spiegazione che fa sembrare l’anglicismo comodo e necessario, come se non avessimo equivalenti. L’italiano non esiste più, evidentemente è solo un modo patetico di esprimere un concetto nella nostra lingua obsoleta. Se una parola chiave è keyword (da digitare sulla tastiera-keyboard), i concetti chiave sono key, e i sistemi delle chiavi intelligenti sono venduti come keyless (che si appoggia a contactless, ticketless… e in generale all’italian-less).
Sull’altro versante, se il lavoro è work (work in progress, e-work, smart work e smart working, dove in inglese c’è ormai il lavoro e anche il lavorare), è chiaro che i lavoratori diventino worker ed e-worker – almeno fino a quando non verrà sdoganata la “s” del plurale che si trova sempre più di frequente (smart workers) – visto che le mansioni si esprimono sempre più spesso solo in inglese, e tra navigator e train manager, nascono così i sindacati dei rider(s) o dei pet sitter.

Dal Corriere.it del 16/2/21

L’aziendalese è ormai diventato itanglese e dunque nell’epoca delle riforme del lavoro chiamate jobs act (più digeribile di “abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori”), i vecchi centri per l’impiego si ribattezzano con job center, senza una reale ristrutturazione, mentre i lavoretti sfigati di precari che rappresentano i nuovi poveri sempre più dilaganti sono dei graziosi minijob, su cui si basa la gig economy, edulcorazione di economia selvaggia dello sfruttamento senza diritti. Il vezzo di esprimere l’economia in inglese ha avuto inizio alla fine degli anni Novanta con la bolla speculativa chiamata new economy. Ma allora come chiamare l’economia normale? Semplice: old economy. E in che altro modo, se no? E se ciò che è ecologico diventa green, l’economia verde diventa green economy, che si abbina molto bene anche alla blue economy, un accostamento per tutte le stagioni, dove anche i colori come il blu (adattamento del francese bleu) si anglicizzano sul red carpet della moda e tra total black e total white si procede verso tutte le sfumature di gray.

La grammatica dell’itanglese

Qui a essere prese in prestito non sono più le singole parole, ma sequenze logico-lessicali di ben altra portata, che possiedono le loro radici; vengono trapiantate porzioni di dna linguistico, che si innestano e moltiplicano come la gramigna in una versione transgenica e si ibridano con il nostro vocabolario storico tra parole e locuzioni realmente importate dall’inglese e quelle che prendono vita in modo autonomo, per le diverse forme o per i diversi significati rispetto all’originale.

Nella scorsa puntata di Piazza Pulita (condotta da Corrado Formigli su La7) un giornalista ha fatto un servizio su quello che si potrebbe definire “il dramma delle fake mask”, così ha detto, cioè vendute come certificate anche se non lo sono affatto. Queste mascherine non omologate, cioè false, contraffatte, taroccate sono state introdotte con un concetto in inglese. C’est plus facilesorry… è più easy! E non è il primo giornalista ad avere usato questa espressione, in una tendenza a usare i concetti-chiave in inglese, porli al vertice di una gerarchia linguistica e farli diventare una categoria, mentre all’italiano – lingua di rango inferiore – si ricorre solo all’interno degli articoli.

Dopo i fake e le fake news, vuoi vedere che presto nascerà la regola di fake + qualunque cosa in inglese?
I falsi positivi dei tamponi potremmo definirli fake positive, i falsi invalidi potrebbero diventare fake disabled(s), i soldi falsi fake cash, visto il successo di cash, del cashback istituzionale e del cashless, in una distruzione dell’italiano sempre più sistematica che ci sta portando verso il fake italian mescolato al fake english.

Questi “prestiti” dall’angloamericano non si riescono più a restituire, e soprattutto non sono come quelli che provengono dalle altre lingue: non sono statici, portano a un’ibridazione virale, si allargano nel nostro lessico e sono destinati a soffocarlo e a prendere il sopravvento.

Siamo appena agli inizi d’un processo di scadimento e frantumazione della lingua: solo crepe nei muri e qualche pavimento sconnesso. Ma bisogna intervenire, e bisogna farlo sia individualmente, sia nella scuola, sia attraverso i mezzi d’informazione e gli organi ufficiali”, scriveva nel 1987 Arrigo Castellani nel suo “Morbus Anglicus” (p. 153).

Purtroppo, da allora, gli interventi della scuola, dei mezzi di informazione e delle istituzioni sono andati nella direzione contraria, tutti hanno scelto di passare all’itanglese, invece di tutelare l’italiano. E il processo di frantumazione – il restyling della nostra lingua – ha oggi una dimensione tale per cui in molti ambiti le pareti sono crollate e nei prossimi decenni crolleranno anche i muri portanti e i soffitti. L’itanglese è ormai una lingua, e sta sviluppando le sue prime regole.

La parole di Draghi sono arrivate in modo inaspettato e sono importanti. La speranza è che non siano uno sprazzo, ma un segnale di cambiamento prossimo venturo.

Dal purismo all’ecologia linguistica

“Sotto tutti i cieli di tutte le epoche, nell’eterna lotta tra i puristi e gli altri – piaccia o no – vincono gli altri. Pensare di salvare una lingua costringendola alla cattività ministeriale, poi, è l’ultima cosa che potrebbe aiutarla.”

Con queste parole, Cino Vescovi ha risposto a un articolo di Davide Grittani (“I killer dell’italiano”) il quale, davanti all’eccesso di anglicismi che sfigura la nostra lingua storica, aveva invece proposto l’istituzione di un Ministero per la difesa della lingua. Il botta e risposta è avvenuto sulla rivista L’intellettuale dissidente.*

Non senza ragioni, Vescovi esprime enormi perplessità sulla capacità della nostra classe politica di salvaguardare l’italiano, visto l’uso che ne fanno proprio le istituzioni e certi ministri. Non gli si può dare torto, e infatti una proposta di legge in proposito dovrebbe passare per una “rifondazione cruschista” che potrebbe ritornare al suo storico ruolo lessicografico e maggiormente prescrittivo, e fare ciò che fanno le accademie di Francia e Spagna. Ma il purismo non c’entra proprio niente, con tutto questo, e sarebbe ora di spazzare via una serie di sciocchezze e di luoghi comuni che abbondano nelle penne dei tanti non-interventisti.

“L’unico modo per salvare una lingua è lasciarla libera di razzolare ovunque. Nei mercati, nei bordelli, nelle chiacchiere delle beghine e negli angiporti, come ha sempre fatto”, continua Vescovi. Dimentica però che la nostra è stata una lingua letteraria e che per secoli era il dialetto a scorrazzare nella vita quotidiana, almeno fino all’unificazione dell’italiano avvenuta nel secondo Novecento, nell’epoca della radio, del cinematografo e della televisione, ma anche dell’emigrazione che ha portato al contatto tra dialetti diversi, tra loro spesso incomprensibili, e della scolarizzazione. Rivangare la politica linguistica fascista della proibizione e sostituzione dei barbarismi agitandola come lo spauracchio, inutile, significa non avere chiaro cosa sta avvenendo oggi in Francia, in Spagna, in Islanda e in molti altri altri Paesi, dove i modelli sono di ben altro tipo. L’inglese rappresenta una minaccia per l’identità dell’italiano – e delle lingue di mezzo mondo – non per una manciata di “prestiti” che possono irritare un purista, ma per la quantità e la profondità di anglicismi che la stanno travolgendo e ne stanno creolizzando il lessico. L’evoluzione dell’italiano del Terzo millennio non è affatto legata a ciò che avviene nei mercati, dove la gente ripete lockdown, computer, cashback e il resto non per scelta, ma perché sono calati dall’alto senza alternative. Le chiacchiere degli angiporti hanno lasciato il posto alle chat del web dove l’itanglese impera perché il lessico e la terminologia sono sempre meno fatti da nativi italiani e sempre più dall’espansione delle multinazionali, e dove i modelli linguistici dei bloggatori e delle piattaforme sociali ricalcano il linguaggio dei mezzi di informazione che a loro volta parlano la lingua degli influencer, dei manager, del marketing, dei tecnici e dei politici colonizzati dall’inglese che riversano nel loro fragile italiano. Se fino all’Ottocento erano gli scrittori a fare la lingua, oggi i centri di irradiazione sono di altro livello, ahinoi, e sono fatti da chi ostenta l’inglese perché crede di essere moderno e si vergogna dell’italiano che spesso poco conosce.

L’idea della lingua che si difende da sé è fallita. Il liberismo linguistico ha senso quando esiste un equilibrio sano che possiede i propri anticorpi e si autoregola. Ma quando una lingua dominante sta esercitando la sua pressione globale ovunque, e quando l’unica strategia di evoluzione linguistica consiste nell’importare parole crude da una sola lingua, senza inventarne di proprie e senza adattarle, lo scenario non è quello dell’eterna lotta tra puristi e gli altri, né quello della lotta contro il barbaro dominio di epoca fascista, è invece quello della Resistenza.

Se i panda sono a rischio estinzione, non si può rispondere che le specie evolvono e si estinguono (è normale, è sempre avvenuto e sempre avverrà) in nome dell’evoluzionismo magari nelle sue estensioni aberranti del cosiddetto darwinismo sociale che con quello biologico ha poco a che a fare. Bisogna intervenire per salvaguardare la biodiversità, che come il multilinguismo è un valore e una ricchezza. Se le balene rischiano di scomparire dalla faccia della terra è perché l’equilibrio naturale è messo a rischio da uno sfruttamento sistematico e distruttivo da parte dell’uomo che si sta rivelando sempre meno sostenibile e sta distruggendo l’ambiente. Invece di dire che le balene si sono sempre difese da loro, è meglio intervenire e proteggerle, come si cerca di intervenire quando altre specie animali – dai topi alle zanzare tigre – si moltiplicano a dismisura sino a danneggiare l’ecosistema. La globalizzazione non sta distruggendo solo l’ambiente, ma anche le culture e le lingue locali.

Prima di parlare di purismo, di fascismo, di liberalismo linguistico e di panzane astratte, bisognerebbe fare il punto concreto sulla situazione.

Facciamo il punto

Ne ho già parlato fino allo sfinimento, ma mi ripeto. Dallo spoglio dei dizionari emerge che tra le parole che sono nate negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi crudi rappresentavano circa il 3,6%. Questo numero negli anni Sessanta è salito a quasi il 7%, negli anni Settanta ha superato il 9%, negli anni Ottanta il 16%, negli Novanta il 28% e oggi costituisce quasi il 50% delle parole del Nuovo millennio. È chiara la progressione esponenziale? È chiaro cosa sta avvenendo?

Il Devoto Oli del 1990 registrava circa 1.700 anglicismi non adattati, quello del 2020 ne annovera circa 4.000, il che significa che in 30 anni ne sono spuntati 2.300 di nuovi (una media di 76 all’anno e un aumento del 135,29%). E i numeri dello Zingarelli e di altri dizionari sono in linea con queste cifre.

Passando dalla presenza alla frequenza, tutti i dati mostrano che gli anglicismi sono usati sempre più spesso sui giornali, e hanno colonizzato il lessico di tanti ambiti della nostra lingua: l’informatica, la formazione, il lavoro, l’economia, la tecnologia, la scienza, persino la moda. Oltre ad avere conquistato i linguaggi di settore, la parte più esterna del nostro lessico, stanno penetrando sempre più nel quotidiano. Se nel 1990 le parole inglesi erano spesso tecnicismi, oggi ce ne sono circa 1.600/2.000 che appartengono al linguaggio comune, sono cioè parole che qualunque persona di media cultura dovrebbe conoscere – anche se non è detto che le usi attivamente – perché si incontrano quotidianamente fuori dal lessico specialistico e di settore. In questo penetrare nella lingua di tutti i giorni, stanno entrando persino nel lessico fondamentale, cioè lo zoccolo duro del nostro vocabolario.

Tutto ciò non è normale. La rapidità e la profondità con cui accogliamo le parole inglesi non ha precedenti nella nostra storia, e non è minimamente paragonabile a quanto è successo in passato con l’interferenza del francese, quando era questa la lingua che ci influenzava maggiormente e da cui attingevamo di più. L’inglese forma ormai una rete di radici che si intrecciano e stanno prendendo vita ricombinandosi anche in pseudoanglicismi che creiamo da soli, e si mescolano tra loro e con altre parole italiane in una trasformazione che non ha più niente a che vedere con l’italiano storico, e non si può che chiamare itanglese, una lingua ibridata fatta sempre più di “corpi estranei” rispetto ai nostri suoni, che violano le regole della nostra ortografia e della nostra pronuncia e le snaturano.

L’ecosistema linguistico si è spezzato. Sono i fatti, e c’è poco da negare.

Queste sono le conseguenze del liberismo linguistico italiano, conseguenze molto più gravi rispetto a quelle che si registrano in Paesi come la Francia e la Spagna dove i politici e le accademie operano con ben altre modalità. E allora cosa vogliamo fare? Proseguire in questo modo e considerare l’itanglese la modernità e il nostro futuro?

È una scelta, ma c’è anche chi – come me e tanti altri – si oppone e la combatte e non certo per purismo.

Il problema non sono gli anglicismi – questo deve essere chiaro – ma l’anglomania compulsiva che porta a introdurre solo e continuamente espressioni in inglese. Il punto, allora, non è quello di proibire gli anglicismi e di proporne la cattività, ma quello di creare le condizioni culturali per riappropriarci dell’italiano, della sua bellezza, del suo valore, e di difendere la nostra identità. Senza questa rivoluzione culturale, ogni battaglia è persa. Senza una promozione dell’italiano all’interno del nostro Paese e all’estero, visto che è una risorsa anche economica potenzialmente enorme, il rischio è che diventi un dialetto creolizzato su base lessicale inglese, mentre la lingua dell’istruzione, della scienza e del lavoro sarà l’inglese internazionale.

I panda siamo noi, non sono gli altri, e teorizzare il non-interventismo significa suicidarci linguisticamente e culturalmente.

Il nostro futuro dipende dalle scelte politiche. Se finalmente il governo ha preso coscienza della necessità di un Ministero per la transizione ecologica, bisogna lavorare per fare emergere chiaramente anche la necessità di un Ministero per la transizione all’ecologia linguistica.

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* Ringrazio Carla Crivello per la segnalazione degli articoli sull’Intellettuale dissidente.

Congiunti, ristori e cashback: le parole firmate Giuseppe Conte

Ricoprire la carica di presidente del Consiglio implica grandi responsabilità non solo per le sorti del nostro Paese, ma in maniera indiretta anche per le sorti della nostra lingua. Chi è al centro dell’attenzione mediatica dovrebbe essere consapevole che ogni parola che proferisce o introduce è esposta a un esercito di virgolettatori, chiamati anche giornalisti, pronti a rilanciarla su tutti i mezzi di informazione, che a loro volta saranno ripresi dal tamtam delle piattaforme sociali e ripetuti dalla gente.

Le alte figure istituzionali fanno anche la lingua. E alcuni personaggi politici sono entrati nella storia anche per le parole che hanno lasciato. Poco importa se l’espressione convergenze parallele sia uscita dalla penna di Eugenio Scalfari negli anni Sessanta, è diventata celebre negli anni Settanta perché è stata utilizzata da Aldo Moro, e a lui associata. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga si può associare alle picconate, la ministra Elsa Fornero agli esodati
Certe espressioni hanno una circolazione effimera, sono parole usa e getta che scompaiono passata la loro attualità, altre volte dopo un periodo di alto uso sono riprese in altri contesti e si stabilizzano con una frequenza ben maggiore di prima, e in altri casi si affermano in modo ancora più stabile, come il jobs act renziano che ha portato a innumerevoli emulazioni; ormai è diventato normale parlar di act invece che di leggi, dal family act alla non traduzione del digital services act di matrice europea. Se queste nuove parole si esprimono in inglese, l’italiano regredisce proprio a partire dal linguaggio delle istituzioni.

In attesa delle misure dragoniane del nuovo futuro presidente del Consiglio, si può provare a fare un bilancio su ciò che l’ultimo governo Conte ci ha lasciato dal punto di vista lessicale. E la novità è che le parole congiunti, ristori e cashback, dopo essere state passate per la centrifuga mediatica, sono diventate popolari.

Congiunti

La parola congiunto appartiene a un ambito del linguaggio giuridico-burocratico che appare appositamente indeterminato. Calvino l’avrebbe forse inserita nel lessico dell’antilingua, un linguaggio che sembra fatto apposta per risultare incomprensibile, dove una semplice affermazione come: “Nel primo pomeriggio sono andato in cantina e ho trovato delle bottiglie di vino”, in un rapporto dei carabinieri si trasforma in: “Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato (…), dichiara d’esser casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli”.
Questa poca trasparenza talvolta è voluta; meglio essere vaghi quando è difficile dare indicazioni precise in un terreno fatto di sfumature. E così, davanti alle restrizioni, al confinamento e alle zone rosse (il lockdown non è stato importato da Conte, anche se successivamente l’ha usato), l’introduzione della possibilità di far visita ai “congiunti”, il cui significato ha suscitato interrogativi in tutti gli italiani, è stato un tentativo di salvare capra a cavoli, di mantenere il rigore, ma allo stesso tempo un po’ di permissività.

Giuridicamente si è sempre utilizzato in modo corrente come sinonimo di parenti in senso lato, in locuzioni come stretti congiunti o prossimi congiunti, e nei decreti è stato esteso anche ai conviventi, ma dopo le parole di Giuseppe Conte non era era chiaro se fosse riferibile anche ai fidanzati, tanto che il governo è dovuto intervenire a precisarne una nuova accezione che prima non era estesa anche ai legami stabili di questo tipo.

Congiunto era una parola molto usata nell’Ottocento, nell’ambito della giurisprudenza, ma poi ha registrato un forte calo, e negli anni Duemila si ritrova di rado e sempre in contesti dove è meglio essere generici, per esempio per indicare gli eredi, che possono essere parenti, affini o anche titolari di diritti per danni, risarcimenti e assicurazioni con altri legami (cfr. La nuova giurisprudenza civile commentata, Cedam, 2001; F. Caringella, Responsabilità civile e assicurazioni. Normativa e giurisprudenza ragionata, Giuffrè Editore. 2008). Una vaghezza che si ritrova anche nel linguaggio della Cassazione (cfr. Lattanzi, Lupo, Codice penale. Rassegna di giurisprudenza e di dottrina, Volume 5, Giuffrè Editore, 2010) e che è probabilmente legata all’allargamento del concetto di famiglia, oggi più difficile da definire rispetto al passato.

Comunque sia, nel 2020 la parola ha fatto il salto: dall’uso di settore al linguaggio comune. Attraverso il linguaggio di Conte è diventata frequente, anche se spesso è stata usata con ironia e sarcasmo. E sulla sua stabilità fuori dall’ambito giuridico non ci scommetterei. Di recente è stata sostituita da prescrizioni meno fumose anche nelle direttive sulle zone arancione, in cui è specificata la possibilità di far visita a parenti e amici.

Ristori

Nell’italiano storico ristoro ha proprio il senso principale di indennizzo, compensazione, rimborso e simili. È un significato che si trova nel Boccaccio e nell’Alfieri, che allo stesso modo impiegarono il verbo ristorare, come fecero anche Galilei, Tasso, Machiavelli (che l’ha usata come sinonimo di retribuzione, cfr. Grande dizionario della lingua italiana di Battaglia) e molti altri autori classici.
L’accezione di rifocillare con il cibo che oggi prevale, come in ristorante, è più recente, ma il primo significato non è del tutto scomparso (il dizionario Nuovo De Mauro lo registra come di basso uso), e in particolare circola nel linguaggio della giurisprudenza, da dove non è mai uscito. Anche se non tutti usano questa parola attivamente, tutti la intendono nel suo riferirsi a un indennizzo o a un rimborso. Era molto ricorrente nell’Ottocento, ma si ritrova anche nel Novecento e negli anni Duemila.
Non mi pare che il suo uso sia così limitato, come ha scritto sul portale Treccani Michele Cortelazzo, basta parlare con un avvocato esperto in indennizzi per rendersene conto. Hanno usato ristoro con questa accezione autorevoli giuristi come Francesco Galgano (per es. qui o qui), si ritrova nelle sentenze della Cassazione, e soprattutto è presente anche in altri decreti legge, prima di quelli di Conte, per esempio in quello del 24 gennaio 2012, del 27 settembre 2013 (titolato proprio: “Ripartizione del contributo ai comuni per il ristoro del minor gettito IMU 2013”) o del 2 aprile 2014.

E allora dov’è la novità?

Semplicemente, Giuseppe Conte ha annunciato i ristori in televisione rivolgendosi agli italiani e i giornali hanno subito parlato del decreto ristori. Questa parola che circolava in sordina e tra gli addetti ai lavori è finita così in primo piano e sulle prime pagine. È diventata un titolo, ed è per questo che avuto un forte impatto. Personalmente trovo molto bello che, grazie a Conte, un significato letterario storico regredito sia stato recuperato. Anche se esistono altri sinonimi utilizzabili, questo ripescaggio nel linguaggio comune mi pare un arricchimento lessicale, un segnale di rivitalizzazione linguistica che è sempre più raro in un “Conte-sto” dove tutto ciò che è nuovo diventa inglese e abbiamo perso la capacità di partire dalla riscoperta delle nostre radici.

Sono dunque molto “Conte-nto” se un rimborso diventa ristoro, e molto “s-Conte-nto” quando invece si trasforma in cashback.

Cashback

Su questa parola mi sono già espresso. Posso aggiungere solo che circolava già da qualche tempo, la sua frequenza d’uso ha cominciato a salire una decina di anni fa, e l’ho registrata sul dizionario AAA nel gennaio del 2019. Ma grazie a Conte, e ai giornalisti virgolettatori, è uscita dal suo ambito tecnico e commerciale ed è entrata nella disponibilità di tutti: l’ennesimo anglo-tecnicismo che è diventato comune, e dalla periferia della nostra lingua ha trasferito la sua residenza nel centro.

Dopo questi tre esempi, è molto più chiara la responsabilità che chi ricopre incarichi istituzionali ha nell’evoluzione della lingua. E forse un politico di spicco dovrebbe riflettere maggiormente sulle parole inglesi che usa, soprattutto quando introduce neologismi. Penso a quando Conte ha presenziato alla presentazione della prima card per il reddito di cittadinanza, da parte di Di Maio, che ha in questo modo fatto prevalere l’inglese sulla parola “carta” o “tessera”, per poi introdurre senza alternative la figura del navigator.

Tutti ci auguriamo che Mario Draghi ci possa ben governare, in questo momento difficile.
Mi domando però quali potranno essere le implicazioni lessicali che emergeranno da chi è abituato al linguaggio economico, sempre più anglicizzato soprattutto in ambito europeo.
Se nel lessico di Conte sono rintracciabili elementi che provengono dal settore della giurisprudenza, nelle sue conferenze stampa, quando ha parlato di economia è ricorso spesso ad anglicismi come stockholder (invece di azionisti), recovey plan o fund (invece di piano o fondi per la ripresa) oppure green economy, sharing economy e blue economy (cfr. discorso del 2 giugno 2018).

Draghi per il momento è legato lessicalmente all’inglese di ambito europeo, è associato all’introduzione del quantitative easing (cioè l’immissione di liquidità o allentamento quantitativo) come presidente della Bce, e ricordato per aver salvato l’euro e riscritto la storia dell’Unione Europea proferendo a Londra il suo Whatever it takes (costi quel che costi) riportato dai giornali in inglese.

Saprà essere un presidente del Consiglio in italiano invece di un premier?
Saprà parlare di economia invece che di economy e rinunciare a tutti gli anglicismi finanziari che in passato sono stati introdotti in questo ambito (spread, subprime, bailout, swap, default, bond, bad bank, rating, credit crunch…)?
E soprattutto, saprà evitare di introdurne di nuovi?

Il futuro dell’italiano, oltre che dell’Italia, dipende anche da queste scelte e dall’inaugurare, prima o poi, una politica attenta all’ecologia linguistica del nostro patrimonio lessicale.



“Le parole sono importanti!”
Nanni Moretti, Palombella rossa, 1898

Manifesto per una politica linguistica italiana

«buon giorno. Ho 97aa. Vi scrivo perchè da alcuni anni, da quando molti giornali e riviste, compresa Famiglia Cristiana a cui sono abbonata, utilizza parole straniere, per capire un articolo devo chiedere sempre aiuto ai figli e nipoti. E se non ne avessi? Vi sarei grata se faceste una segnalazione affinchè la situazione possa migliorare, per noi anziani della vecchia generazione.
Grazie

Maria Bordignon»

Ho ricevuto questa lettera che mi ha toccato, e non sapendo bene che altro fare voglio renderla pubblica. Mi è parso un lamento di sconforto su cui dovremmo riflettere tutti.

Chi ha oggi 97 anni ha assistito al nascere e all’affermarsi dell’italiano come patrimonio comune, e attualmente sta assistendo a una sua trasformazione radicale, perché l’aumento degli anglicismi che si sono accumulati nell’arco di una vita lo ha snaturato al punto di non essere più comprensibile.

Si può anche sostenere che questo nuovo “italiano” sia quello della modernità, del presente e del futuro. Si può continuare a ostentarlo parlando in questo modo. La nostra classe dirigente sembra andarne fiera, e lo impiega come tratto distintivo per identificarsi ed elevarsi sociolinguisticamente. L’itanglese è il modello che stanno diffondendo i mezzi di informazione, gli imprenditori, i tecnici, gli scienziati, e in generale molti uomini di cultura, e dunque viene sempre più emulato dai parlanti, che nell’epoca di Internet sono anche sempre più scriventi. C’è chi preferisce questo linguaggio e se ne riempie la bocca e la penna convinto che sia internazionale e necessario, e c’è chi, davanti a parole come lockdown o cahsback calate dall’alto senza alternative, non può fare altro che ripetere l’inglese senza alcuna possibilità di scegliere, anche quando non approva e preferirebbe equivalenti italiani. In altri casi fatica addirittura a comprendere e pronunciare questi vocaboli stranieri.

Questo nuovo anglo-italiano è promosso all’interno del nostro Paese da “collaborazionisti” che si trovano a occupare i posti chiave dei centri di irradiazione della lingua. Con questo linguaggio acuiscono un processo mondiale di diffusione del globalese, frutto dell’espansione delle multinazionali statunitensi e legato alla globalizzazione, che coincide sempre più con l’americanizzazione delle merci e, insieme a queste, della società e della cultura. Questa forte pressione esterna, in sintesi, non solo non trova delle resistenze interne che si registrano per esempio in Francia o in Spagna, ma viene addirittura favorita.

Eppure si può anche dissentire da questa “strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi da soli alla romanità sino a esserne inglobati e scomparire. L’italiano, che in patria stiamo depauperando in modo irresponsabile, all’estero è invece considerato una lingua bellissima e se puntassimo sulla sua promozione e valorizzazione potremmo anche trasformarlo in una risorsa dai risvolti economici che al momento non vengono presi in considerazione. Lo ha ricordato qualche giorno fa Andrea Riccardi in un articolo sul Corriere della Sera (“Investire sull’italiano per rilanciare il paese”, 15/1/21): “Non è un caso che i brand nella nostra lingua siano secondi solo a quelli in inglese. Insegnare più italiano significa a termine «vendere» più Italia in tutti i sensi”.

Il paradosso dell’articolo è che vuole difendere l’italiano facendo un ricorso agli anglicismi piuttosto ampio (anche questo è un indicatore che la dice lunga sul livello che abbiamo raggiunto): Recovery, brand, design, made in Italy… sono espressioni in parte senza troppe alternative praticabili e in parte scelte lessicali di largo uso.

Chi considera la nostra lingua come un patrimonio che andrebbe promosso e tutelato – come si fa per l’arte, la storia, la natura, la gastronomia e tutte le eccellenze che ci contraddistinguono, ci identificano e di cui possiamo andare fieri – dovrebbe cominciare a farsi sentire. Siamo ormai a un bivio, e forse abbiamo già superato il punto di non ritorno.
È giunto il momento di schierarsi e di fare qualcosa, sempre che lo si voglia fare. Dovremmo agire subito, per cercare di salvare il salvabile, e gridare forte che chi sta dalla parte dell’inglese, chi lo diffonde, chi si limita a osservare l’anglicizzazione senza intervenire è responsabile della morte dell’italiano o della sua creolizzazione lessicale che lo ha trasformato in altra cosa rispetto alla lingua di Dante.

La politica linguistica dell’inglese

Fino a qualche anno fa, in Italia, parlare di politica linguistica era un tabù che evocava lo spettro del fascismo, come se l’unico esempio possibile fosse quello, e non ciò che avviene oggi in Paesi civili come la Francia, la Spagna, la Svizzera, l’Islanda, e tanti altri.

Da noi la maggior parte dei linguisti si vanta di avere nei confronti dell’italiano un approccio descrittivo più che prescrittivo, ed è mossa dallo spirito per cui la lingua va studiata e non difesa. A dire il vero non tutti sembrano studiare così a fondo l’interferenza dell’inglese, per troppi anni sottovalutata, minimizzata e persino negata.
Se le balene o i panda si stanno estinguendo, se la terra si sta riscaldando, gli specialisti non possono limitarsi a constatare in modo generico che è normale, perché i cambiamenti climatici e le specie a rischio ci son sempre stati. Dovrebbero prendere posizione e fare qualcosa, se non vogliono essere complici di questi fenomeni. Lo stesso vale per la nostra lingua, è ora di intervenire e di riflettere sull’ecologia lessicale spezzata da un’interferenza dell’inglese che è diventata eccessiva e distruttiva. E chi nega questo fenomeno e proclama che è tutta un’illusione ottica forse dovrebbe cercare di spiegarlo alla signora Maria, che molto più concretamente è rammaricata dal fatto di non comprendere più quello che scrivono i giornali. L’italiano non si può lasciare solo ai linguisti e solo alle loro analisi astratte non sempre in grado di cogliere la realtà. La lingua è di tutti e riguarda noi tutti. Dunque è una questione politica, nel senso più nobile del termine.

Purtroppo i nostri politici non solo non se ne occupano, non solo sono i primi a introdurre anglicismi nel linguaggio istituzionale e della loro comunicazione, ma sembra che non capiscano l’importanza di una politica linguistica per l’italiano, e che siano più interessati a tutelare l’inglese.

Il presidente della Crusca Claudio Marazzini è ritornato da poco sulla questione dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) che dal 2017 si devono presentare in inglese. In un articolo sul sito dell’Accademia ha reso pubblica una lettera che ha inviato l’anno scorso al ministro dell’Università Gaetano Manfredi in cui auspicava che fosse possibile presentare questi progetti anche in italiano. Si tratta di una richiesta molto moderata espressa dalla parola “anche”, e personalmente non sono affatto così moderato, credo che, nello spirito del plurilinguismo che – in teoria – contraddistingue l’Europa, tutti i cittadini europei abbiano il diritto di rivolgersi alle istituzioni nella propria lingua. Comunque sia, il ministro non gli ha mai risposto.
Qualche giorno fa è però arrivata una replica indiretta, attraverso una dichiarazione a un giornalista, in cui emerge la preoccupazione non per la nostra lingua, ma solo per la comprensibilità dei progetti da parte di chi li riceve, perché non possiamo permetterci che le risorse vadano sprecate. Per questo il ministro ha deciso di mantenere l’obbligo dell’inglese. Questa scelta, invece di difendere l’italiano, va nella direzione contraria, lo degrada e relega a lingua di serie B, privo di diritti davanti a un inglese che assomiglia sempre più alla lingua dei “padroni”. Questa presa di posizione esclude molti italiani e contribuisce a dividere i ceti alti da quelli bassi che non hanno accesso alla lingua di rango “superiore”. Sta portando a una nuova “diglossia neomedievale” – per riprendere le parole di un linguista come Jürgen Trabant – quando la cultura si esprimeva in latino ed era accessibile solo a chi lo conosceva, mentre i ceti poveri e ignoranti si esprimevano in volgare. Ma l’inglese non è come il latino usato allora per la comunicazione sovranazionale, che non era la lingua madre di nessuno, è invece come il latino della Roma imperiale che imponeva il proprio idioma ai popoli dominati.
Gli stessi Paesi anglofoni sono ben consapevoli dell’importanza della lingua, perché la lingua è potere. Il progetto che mira a portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo, dove l’inglese è la lingua internazionale e le lingue locali sono vissute come un ostacolo alla comunicazione globale, è un disegno che offre loro vantaggi enormi anche dal punto di vista economico. Questa nuova forma di imperialismo linguistico, teorizzata lucidamente da Churchill, a noi non conviene affatto, ed è una vergogna che la nostra classe politica remi in questa direzione, e la appoggi, mentre allo stesso tempo depaupera l’italiano e non fa certo i nostri interessi. Sembra che tutti siano attenti solo a diffondere e proteggere l’inglese, che veniva posto in primo piano già ai tempi del modello scolastico delle tre “i” di Berlusconi e Moratti (Informatica, Inglese, Impresa), e che si ritrova non solo nei balzelli linguistici come quelli del Prin, ma anche nella riforma Madia che ha sostituito l’obbligo di conoscere una “lingua straniera” nei concorsi pubblici con la dicitura “lingua inglese” (un vero schiaffo al plurilinguismo), oppure nella decisione di certi atenei di estromettere l’italiano dalla formazione universitaria. Ci vorrebbe una quarta “i”, quella dell’italiano.

Un ristoro per l’italiano

Il 2021 ci ha portato due eventi che potrebbero essere l’occasione per una svolta, o perlomeno per aprire un dibattito che manca nel nostro Paese: inaugurare una politica linguistica a favore dell’italiano.

Sul piano interno ci sono le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante, e su quello esterno c’è l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Quest’ultimo fatto potrebbe aprire le porte per far tornare l’italiano a essere lingua del lavoro in Europa, come lo era un tempo e come lo sono il francese e il tedesco. Ma nessuno o quasi ne parla, soprattutto i nostri politici, che non lo hanno difeso quando è stato estromesso, e oggi sembra che non si pongano nemmeno la questione. Passando dal piano globale a quello interno – e le due cose sono collegate perché gli anglicismi sono i detriti dell’inglese internazionale, oltre che il frutto della nostra anglomania – le celebrazioni dantesche potrebbero essere un’occasione per rilanciare l’italiano come lingua da praticare, invece che vergognarcene, e per promuoverlo e farlo evolvere, invece di ricorrere solo alle parole inglesi. Ma non si vedono questi segnali e l’impressione è che lo si voglia commemorare più che farlo vivere. L’iniziativa di creare un museo dell’italiano, senza una politica linguistica che lo rivitalizzi, può trasformarsi nel suo opposto e sancirne la sua morte. Se si annuncia il progetto di un portale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” e lo si chiama in inglese, ITsART, si sta svilendo il nostro patrimonio linguistico, invece di tutelarlo.

Per questo è nata la proposta di una lettera al ministro Dario Franceschini, che al momento è stata inoltrata da più di 200 persone, in cui chiediamo una politica linguistica a favore dell’italiano, e esprimiamo il nostro dissenso davanti all’inglese del Prin o della legge Madia.

Non è possibile che, in Italia, un dizionario che promuove le alternative agli anglicismi sia lasciato all’intraprendenza e alla buona volontà dei privati, invece che essere realizzato dalle istituzioni o dalle accademie come avviene in Francia e Spagna. E la signora Maria, che evidentemente lo consulta per sopravvivere nella lettura dei giornali, mi ha scritto a quell’indirizzo forse pensando che sia un sito istituzionale.

Nell’anno dantesco, e soprattutto davanti ai tanti ristori previsti in questo momento difficile, bisognerebbe pensare a qualche misura anche per l’italiano.
Non c’è bisogno di investire grandi somme, ci sono varie cose che si potrebbero realizzare senza dispendio, basta volerlo. Per esempio:

1) Inserire nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano
La Crusca l’ha proposto un paio di volte senza successo, ma si potrebbe ritentare. Nell’articolo 12 si fa riferimento ai colori della nostra bandiera, ma non c’è nulla sulla nostra lingua. Si potrebbe aggiungere che è l’italiano, e specificarlo chiaramente, come è stato fatto nella Costituzione francese.

2) Evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale
In Francia è esplicitamente vietato, per rispetto non solo della loro lingua, ma anche dei cittadini e in nome della trasparenza che si deve per esempio alla signora Maria. Oltre 4.000 cittadini lo hanno chiesto sottoscrivendo una petizione rivolta al presidente Mattarella, anche se per ora non è pervenuta alcuna risposta.

3) Evitare gli anglicismi nei contratti di lavoro
Anche questo in Francia è vietato, e alcune multinazionali sono state sanzionate pesantemente per non averlo fatto. Da noi, invece, accade per esempio che un’azienda nostrana come Italo abbia sostituito la figura del capotreno con il train manager non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma persino nei contratti di lavoro. Ci rendiamo conto dell’assurdità, e delle ricadute linguistiche, di queste scelte? Ormai l’italiano è stato escluso dai ruoli lavorativi che sempre più si esprimono in inglese. Fare circolare le alternative ufficiali italiane dovrebbe essere un dovere, per uno Stato.

4) Varare una campagna mediatica contro l’abuso dell’inglese
Questa è la seconda richiesta inserita nella petizione a Mattarella, e anche questa è una strategia praticata con successo in Francia e in Spagna. I costi sarebbero irrisori rispetto per esempio ai 4,5 milioni stanziati per il museo della lingua italiana, e i risultati sicuramente più efficaci. I canali istituzionali per le campagne di sensibilizzazione sociale, dal bullismo alla discriminazione contro le donne, esistono già, basterebbe usarli anche per non discriminare la nostra lingua.

5) Dare il via a una campagna per la promozione dell’italiano nelle scuole
È un progetto già caldeggiato da Gabriele Valle che in passato ha avanzato proposte simili alle mie, e la sua realizzazione potrebbe fare riflettere e aprire un dibattito sull’abuso dell’inglese anche tra le nuove generazioni.

5) Ripristinare l’italiano come lingua del Prin
I Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale dovrebbero contemplare la possibilità di essere presentati in italiano.

6) Lavorare perché l’italiano ritorni a essere una delle lingue del lavoro in Europa
Esiste una petizione in proposito, ne ho parlato più volte. La nostra classe politica dovrebbe difendere la nostra lingua anche nell’Unione Europea.

7) Sancire che l’italiano non può essere estromesso come lingua della formazione
L’università deve insegnare in lingua italiana, e non erogare i corsi in inglese. Questo è un diritto degli studenti e degli italiani da difendere, che non può essere cancellato o messo in discussione.

Mi piacerebbe raccogliere questi suggerimenti, e anche altri che dovessero arrivare, in un documento da rivolgere alle istituzioni sottoscritto da quante più persone possibili. Non so se ci riuscirò, né se qualcosa si riuscirebbe a portare a casa. Ma ci voglio provare, se non altro per fare emergere che esiste anche un’altra visione che non è rappresentata da nessuno. E il 2021 mi pare un momento propizio.

ITsART: la cultura italiana si esprime in inglese? (lettera aperta a Franceschini)

Onorevole Ministro Dario Franceschini,

ci rivolgiamo a Lei e ai responsabili del progetto ITsART, finanziato dal Suo ministero, per esprimere tutto il nostro sconforto di fronte allo svilimento della nostra lingua.

Leggiamo sul sito ITsART.tv che questa nuova piattaforma si propone di “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo”. Una così lodevole iniziativa possiede però un nome in inglese, e questo fatto è l’ennesima testimonianza di come il nostro patrimonio linguistico non venga considerato parte di quello culturale. Siamo infastiditi davanti all’abuso di anglicismi e pseudoanglicismi che caratterizza oggi il linguaggio della politica, dell’imprenditoria, dei mezzi di informazione, della cultura e ormai della stessa lingua italiana.

Nell’anno in cui ricorrono i 700 anni dalla morte di Dante, e in cui nascerà un Museo della lingua italiana nella città di Firenze, la nostra impressione è che la si voglia commemorare invece che praticare e farla evolvere. Per secoli è stata lingua di cultura, di scienza, di arte, di tecnologia, e uno dei motivi unificanti della nostra nazione, come proprio Dante avrebbe voluto. Attraverso l’arte, un tempo abbiamo esportato le nostre parole in tutto il mondo, e alcune sono diventate internazionalismi in settori come la pittura, la scultura, la musica, la gastronomia… Ma tutto ciò sembra appartenere al passato, e se oggi pensiamo di esprimere le nostre eccellenze in inglese siamo davvero un popolo in declino.

Ci piacerebbe che il Suo ministero aiutasse l’italiano a restare una lingua viva e creativa, utilizzata in tutti i settori e adatta a esprimere il mondo di oggi e di domani, più che farla finire in un museo. Ci piacerebbe che l’Italia cominciasse ad avere una politica linguistica, come accade in Francia, in Spagna, in Svizzera, in Islanda e in tante altre nazioni, ma vediamo che la nostra classe politica si esprime con act e tax, invece di leggi e tasse. E a parte questo linguaggio insopportabile per molti italiani, paradossalmente sembra proteggere l’inglese più che l’italiano, visto che la riforma Madia ha sostituito il requisito di conoscere una “lingua straniera” nei concorsi pubblici con la “lingua inglese”, o che il Miur ha deciso che i progetti di rilevanza nazionale (Prin) devono essere presentati in inglese. Ci piacerebbe che i nostri politici tutelassero l’italiano come la lingua sia degli italiani sia dell’alta formazione universitaria e professionale, che dopo l’uscita del Regno Unito dall’Europa si attivassero per farlo ritornare lingua del lavoro alla Ue, e che permettessero al nostro lessico di tornare ad arricchirsi con parole proprie e con neologismi che non siano solo l’importazione acritica di radici inglesi.

Consideriamo ItsART un vero ossimoro che ci evoca l’albertosordità di Nando Mericoni in Un Americano a Roma, anche se ha perso la sua componente ironica per diventare qualcosa di ridicolo, nella sua tragicità. Voler essere internazionali puntando all’inglese è un approccio deleterio per il nostro idioma, rinnega la nostra grande storia e soprattutto non tiene conto dell’enorme potere evocativo dell’italiano, così amato e apprezzato all’estero, ma così svilito in patria. Crediamo che le nostre istituzioni non debbano vergognarsi di parlare e diffondere la nostra lingua, e dovrebbero invece promuoverla e tutelarla come fanno con le altre nostre eccellenze.

Le domandiamo perciò di riconsiderare la scelta del nome della nuova piattaforma della cultura italiana, e in generale Le chiediamo una riflessione sull’opportunità di una politica linguistica che possa restituire vitalità alla nostra lingua e farne uno strumento di promozione della nostra cultura nel mondo.

La ringraziamo per l’attenzione e Le porgiamo i nostri più cordiali saluti.

Giorgio Cantoni e Antonio Zoppetti

Quella che avete letto è una lettera aperta al Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini che ha voluto l’iniziativa denominata ITsART. Invitiamo chiunque condivida la nostra posizione a unirsi a noi. Lo può fare comodamente dal modulo pronto per l’invio che è stato predisposto sul sito Attivisti dell’italiano a questo indirizzo: https://attivisti.italofonia.info/proteste/itsart/

Così facendo, non solo si potrà aderire con la propria firma e inoltrare il proprio dissenso, ma anche tenere d’occhio il contatore con il numero dei sottoscrittori. ITsART riceverà il messaggio dall’indirizzo di posta di chi compila il modulo, ma il nome e l’indirizzo di chi aderisce non saranno pubblici, verrà mostrato soltanto il numero dei partecipanti senza i loro dati sensibili, nel rispetto della privatezza di ognuno.

Più saremo, più avremo la forza di farci ascoltare.

Anche se non riusciremo a cambiare il nome anglicizzato di questo progetto, lanceremo comunque un segnale forte e chiaro: siamo stanchi di questo continuo svilimento della nostra lingua in nome di un’anglomania che non è solo insensata, ma anche deleteria.

Grazie a chiunque vorrà aiutarci.

Il Regno Unito fuori dall’Europa e l’inglese dentro?

Dal primo gennaio 2021 il Regno Unito è a tutti gli effetti un Paese extracomunitario. Per entrarci serve il passaporto, per soggiornarci il visto, ci sono vincoli per la circolazione delle merci… Eppure, dopo quattro anni di dibattiti e di trattative, c’è qualcosa di cui si è poco parlato e che, soprattutto in Italia, non è stato affrontato: con la Brexit, visto che tutto ciò si esprime con un anglicismo, si dovrebbe porre sul tavolo anche la questione dell’uscita dell’inglese.

Fermiamoci un momentino a considerare la situazione storica.

Nel secondo dopoguerra, il progetto dell’Europa si è fatto strada soprattutto per le forti pressioni statunitensi che insieme ai finanziamenti del piano Marshall spingevano per un’unità utile al controllo del nostro continente in funzione antisovietica. Esisteva anche un preesistente disegno di trasformare l’Europa in una sorta di provincia statunitense, ma non ha funzionato, soprattutto per l’opposizione della Francia di De Gaulle che già dopo lo sbarco in Normandia aveva impedito che si instaurasse l’Amgot, il governo militare dei Paesi occupati che invece era stato realizzato in Italia, dove c’era il fascismo.

Su questo scenario fallito è nata la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA, trattato di Parigi del 1951) tra Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi che sarebbe diventato la Comunità Economica Europea (CEE, trattato di Roma del 1957).
Questa unione era stata boicottata dal Regno Unito che sin dall’inizio non la considerava affine ai propri interessi economici, e aveva già i suoi accordi con i Paesi anglofoni del Commonwealth. Allo stesso tempo, sino a tutti gli anni Sessanta, De Gaulle puntava a un’Europa incentrata sull’asse franco-tedesco che escludesse la presenza del Regno Unito, visto come un cavallo di Troia di un possibile controllo statunitense, e successivamente pose per due volte il suo veto all’inclusione di questo Paese. Le cose sono cambiate con le sue dimissioni, e solo nel 1973 il Regno Unito è entrato nella CEE insieme a Irlanda e Danimarca. Nel 1981 la Grecia diventa il decimo membro e nel 1986 si aggiungono Spagna e Portogallo, che negli anni Settanta erano ancora delle dittature. Dopo il crollo del muro di Berlino (1989) e la riunificazione delle due Germanie, con il Trattato di Maastricht (1993) nasce la Comunità Europea e nel 1995 aderiscono Austria, Finlandia e Svezia. Nel 2004 entrano Cipro, Malta e altri 8 Stati che prima facevano parte del blocco sovietico (Repubblica ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia). Nel 2007, con il trattato di Lisbona, si è configurata l’attuale Unione Europea (UE); negli anni seguenti sono entrati anche Bulgaria e Romania e, nel 2013 si è aggiunto il 28° membro, la Croazia, ma dopo l’uscita del Regno Unito i Paesi sono oggi 27.

Dal punto di vista linguistico l’Europa è nata all’insegna del multilinguismo e con lo spirito di favorire il multilinguismo tra i suoi cittadini, anche se gli inglesi parlano tendenzialmente solo la propria lingua al contrario degli altri popoli. Oltre alle 24 lingue ufficiali esistenti (bulgaro, ceco, croato, danese, estone, finlandese, francese, greco, inglese, irlandese, italiano, lettone, lituano, maltese, olandese, polacco, portoghese, rumeno, slovacco, sloveno, spagnolo, svedese, tedesco e ungherese) ci sono più di altre 100 lingue minoritarie o regionali riconosciute. Tra queste non figurano il catalano, il galiziano e il basco, che però godono lo stesso di un riconoscimento semiufficiale per cui le traduzioni dei trattati – in teoria – avvengono anche in queste lingue e i cittadini hanno il diritto di rivolgersi alle istituzioni nella propria lingua.

Sul sito della UE si continua a includere l’inglese tra le lingue ufficiali perché parlato in Irlanda e a Malta, tuttavia va precisato che i rispettivi Paesi hanno scelto come lingua ufficiale l’irlandese e il maltese. Dunque solo il Regno Unito aveva indicato l’inglese, e con la sua uscita si pone un problema linguistico non da poco, anche se in Italia la nostra classe politica e i nostri intellettuali tacciono. Irlandesi e maltesi rappresentano una minoranza linguistica di poco più di 5 milioni di persone che usano l’inglese come lingua madre, e non si capisce perché debba essere imposto a tutti gli altri 440 milioni di europei.

Il punto, comunque, non riguarda l’ammissione dell’inglese tra le lingue ufficiali, visto che Irlanda e Malta potrebbero tranquillamente opporre un veto alla sua estromissione o aggiungerlo come seconda lingua, ma riguarda l’inglese come lingua di lavoro. C’è infatti una grande differenza tra le lingue ufficiali e quelle procedurali, e una grande differenza tra il riconoscimento da parte della UE del valore del multilinguismo tutto teorico, e ciò che avviene di fatto nelle comunicazioni interne e nelle lingue di lavoro che si utilizzano. Quello che accade nella pratica è che le lingue di redazione degli atti formali sono solo l’inglese, e in maniera minore il francese e il tedesco. L’italiano non è più una lingua di lavoro (ne avevo già parlato segnalando una petizione che chiede di ripristinarlo).

Questa distinzione tra le lingue ufficiali e quelle di lavoro è una pratica che non si basa su alcun documento teorico, è solo il risultato di ciò che avviene nei fatti; visto che tradurre ogni cosa in tante lingue è oneroso si traduce nelle lingue del lavoro, e poi da quelle nella altre, in teoria.
Nel Regolamento delle Comunità Europee del 1958 (art.1/58) si leggeva: “Le lingue ufficiali e le lingue di lavoro delle istituzioni della Comunità sono – in ordine alfabetico – la lingua francese, la lingua italiana, la lingua olandese e la lingua tedesca.” Successivamente le cose sono cambiate. L’inglese, anno dopo anno, ha cominciato a prendere il sopravvento soprattutto dopo l’entrata dei Paesi dell’ex blocco sovietico. Più l’Europa si allargava, più era complicato rispettare i fondamenti basati sul multilinguismo, e nella babele linguistica ha prevalso la lingua dominante in modo sempre più prepotente, e sempre più documenti sono redatti in inglese, e solo in parte anche in francese e tedesco. L’italiano, anche se siamo tra i 6 Paesi fondatori, è stato così estromesso, senza che nessuno o quasi abbia denunciato questa regressione e si sia opposto.

Lo aveva ben sintetizzato qualche tempo fa Andrea Camilleri in un’intervista in cui affrontava il tema della “protezione della lingua” davanti all’inglese. Aveva denunciato che da quando la lingua del lavoro e delle leggi dell’Europa ha cessato di essere tradotta in italiano la nostra lingua è regredita. I nostri politici avrebbero dovuto opporsi – accusava Camilleri – ma non l’hanno fatto.

Purtroppo i nostri politici non solo non fanno nulla per tutelare la lingua di Dante, ma sono i più grandi collaborazionisti del progetto dell’inglese globale a scapito dell’italiano e della trasformazione della nostra lingua in itanglese. La recente introduzione del cashback di Stato, che si somma a una serie sempre più ampia di anglicismi di Stato, dalla figura del navigator al jobs act, conferma e amplifica la tendenza all’abuso dell’inglese persino nel linguaggio istituzionale, dove penetrano espressioni da noi non tradotte, come recovery plan, che provengono proprio dal linguaggio dell’Europa.

Passando dalla contaminazione degli anglicismi all’imposizione dell’inglese internazionale a tutti i cittadini, con la riforma Madia del 2017, approvata sotto silenzio, si è passati dal multilinguismo alla dittatura dell’inglese e nei concorsi pubblici il requisito di conoscere una “lingua straniera” è stato sostituito dalla “lingua inglese” che è così diventata un obbligo per entrare nella pubblica amministrazione. Nello stesso anno il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) ha diffuso il bando per il finanziamento dei Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) per l’università che doveva essere redatto in inglese, impedendo agli italiani di rivolgersi all’Europa nella propria lingua! L’ultima sentenza del 2019 del Consiglio di Stato sulla vicenda del Politecnico di Milano, che ha scelto di erogare la maggior parte dei suoi corsi in lingua inglese, ha legittimato la decisione dell’ateneo, discriminando di fatto l’insegnamento in italiano che rimane decisamente minoritario, e aprendo le porte all’insegnamento in inglese anche in altre università.

Ma è possibile che l’Italia non abbia alcuna politica linguistica? È possibile che l’italiano non venga promosso né tutelato? È possibile che il nostro presidente Sergio Mattarella non si preoccupi di rispondere nemmeno con una riga di cortesia a una petizione di oltre 4.000 cittadini che gli hanno rivolto una supplica per intervenire anche solo simbolicamente contro l’abuso dell’inglese nel linguaggio istituzionale? È possibile che nel 2021, nel celebrare i 700 anni dalla morte di Dante, la nostra lingua venga commemorata, più che promossa, e che vengano impiegati 4,5 milioni di euro per costruire un museo dell’italiano, invece di favorirne l’uso vivo, la sua evoluzione e difenderlo dall’invasione degli anglicismi?

L’uscita del Regno Unito dall’Europa potrebbe essere l’occasione per riaffermare la nostra lingua e farla ritornare lingua del lavoro, come il francese e il tedesco, e per riflettere sul valore del multilinguismo, più che per mettere al bando l’inglese.

Ma la nostra classe dirigente sembra non avere alcuna preparazione né interesse a sollevare la questione. Prevale il servilismo verso tutto ciò che è angloamericano e sembra che in Italia nessuno comprenda l’importanza del nostro patrimonio linguistico, che sarebbe un bene da promuovere e tutelare come si fa per il nostro capitale artistico, ambientale, culturale, storico o gastronomico.

L’unico esempio di politica linguistica, dal Novecento a oggi, rimane quello del fascismo. I nostri governanti non si rendono conto che avere una politica linguistica, come accade in Francia, in Spagna, in Svizzera, in Islanda e in molti altri Paesi, non ha nulla a che vedere con il fascismo né con quella politica linguistica. La lingua italiana è così lasciata allo sfascio, e in questo vuoto istituzionale – che protegge invece l’inglese – regredisce, esce dall’Europa e si creolizza nel lessico giorno dopo giorno. E tra i nostri politici e intellettuali non si sente nemmeno un dibattito.

Sarebbe invece il caso di aprirlo!

Dal multilinguismo all’inglese obbligatorio

I concorsi per l’assunzione dei nuovi insegnanti che partiranno in ottobre hanno suscitato polemiche e dibattiti, nella politica e sui giornali. Il Movimento 5 stelle e Italia Viva hanno difeso la scelta “meritocratica” della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, il Pd voleva posticipare tutto per non aggravare la difficile situazione della scuola durante la pandemia, la Lega e Fratelli d’Italia avrebbero voluto confermare i precari già nelle scuole… In tutto questo rumore – forse per nulla – la cosa più assordante è però il silenzio su un particolare che viene taciuto e che è ben più importante di ciò che emerge dal teatrino della politica e dal chiacchiericcio mediatico.

La novità è che nei concorsi scuola 2020 la conoscenza dell‘inglese è divenuta un requisito obbligatorio. Come specificato negli articoli 8 e 9 del Decreto 201 del 20 aprile 2020, la prova preselettiva e la prova orale accerteranno la conoscenza della lingua inglese almeno al livello B2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento. Si tratta di un livello alto che prevede la comprensione di testi complessi e specialistici astratti e concreti, la capacità di comunicare in modo fluente, e un’esposizione chiara, esaustiva e articolata.

Il problema non è solo che (quasi) nessuno parla di questa novità, ma soprattutto che nessuno sembra porsi il problema del perché, e della legittimità, di questo cambiamento.
Perché mai un insegnante di materie come l’italiano o la matematica dovrebbe conoscere obbligatoriamente l’inglese? Dov’è l’inerenza tra il requisito dell’inglese e la materia insegnata? E perché l’inglese e non altre lingue?

La risposta del Ministero dell’Istruzione è stata laconica:

L’accertamento delle competenze linguistiche, previsto nell’ambito di tutte le procedure concorsuali, è stato limitato alla lingua inglese in virtù del novellato articolo 37 del d. lgs. 165/2001. Il d.lgs. 25 maggio 2017, n. 75 (successivo al d.lgs. n. 59/2017), ha infatti sostituito, in via generale e per tutte le pubbliche amministrazioni, all’accertamento ‘di almeno una lingua straniera’ quello della sola lingua inglese” (Fonte: Orizzonte Scuola).

Il decreto invocato (n. 75 del 2017) è a sua volta l’attuazione della cosiddetta Riforma Madia, che (legge n. 124 del 7 agosto 2015, “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”, articolo 17, lettera e) introduceva per i tutti i concorsi pubblici della pubblica amministrazione l’accertamento “della conoscenza della lingua inglese e di altre lingue, quale requisito di partecipazione al concorso o titolo di merito valutabile dalle commissioni giudicatrici, secondo modalità definite dal bando anche in relazione ai posti da coprire.

La legge Bassanini (n. 127/1997) prevedeva da tempo l’accertamento delle competenze informatiche e di una lingua straniera – non per forza l’inglese – per i concorsi pubblici, ma questa direzione che spingeva verso l’inglese si trovava già nel concorso del 2012 indetto dall’allora ministro Francesco Profumo, ed era presente nella legge 107 del 2015 che all’articolo 7 definiva come obiettivi formativi prioritari “la valorizzazione e il potenziamento delle competenze linguistiche, con particolare riferimento all’italiano nonché alla lingua inglese e ad altre lingue dell’Unione europea, anche mediante l’utilizzo della metodologia Content language integrated learning”. Ma mentre prima era sufficiente la conoscenza di una qualsiasi lingua straniera, con la riforma di Marianna Madia l’inglese è diventato obbligatorio per legge per tutti coloro che vogliono accedere ai concorsi pubblici. Basta cambiare una virgola e spostare due parole ed ecco che, zitti zitti, il gioco è fatto. Tutto si ribalta e si introducono nuove prassi che stravolgono completamente i principi formativi trasformando un disegno che dovrebbe promuovere il multilinguismo in un provvedimento che è il suo contrario e sancisce la dittatura del solo inglese.

Per fare chiarezza, il Content and Language Integrated Learning a cui si fa riferimentoche abbiamo introdotto direttamente l’acronimo inglese CLIL visto che siamo un popolo colonizzato che rinuncia sempre più alla nostra lingua – in italiano si chiamerebbe “Apprendimento Integrato di Contenuto e Lingua”, ed è stato proposto in ambito europeo da un economista dell’università di Oxford, David Marsh, nel 1994. La filosofia del progetto era quella di introdurre nelle scuole alcune ore in cui una certa materia venisse insegnata direttamente in una lingua straniera, per favorire l’acquisizione dei contenuti disciplinari e dell’apprendimento di una lingua in colpo solo. Non voglio entrare nel merito di questa proposta didattica di cui non condivido affatto i principi – credo che l’insegnamento di una materia e l’insegnamento di una lingua siano due cose separate che è bene tenere separate e non confondere – bisogna però precisare che riguardava “una lingua straniera” qualsiasi, non necessariamente l’inglese. Come si vanta il Miur: “Il nostro è il primo paese dell’Unione Europea a introdurre il CLIL in modo ordinamentale nella scuola secondaria di secondo grado.” Ma in questa attuazione, di fatto, la lingua straniera scelta è quasi esclusivamente l’inglese.

Fatte queste premesse, dalla prassi si è passati alla norma. Quello che accade oggi è che, per legge (!), la conoscenza di una lingua straniera da parte degli insegnanti e dei dipendenti della pubblica amministrazione è cancellata e sostituita dal solo inglese. Il requisito è obbligatorio, e la conoscenza di altre lingue è solo un di più facoltativo.

Le reazioni a questi imbrogli, realizzati a piccoli passi e in silenzio, si sono visti nel 2017 a proposito del concorso per entrare nell’Inps. Dopo anni di attesa, quando finalmente è uscito il bando è arrivata la sorpresa: tra i requisiti di accesso c’era proprio il possesso di una certificazione linguistica, rilasciata dagli enti autorizzati, attestante almeno il livello B2 della lingua inglese. La certificazione non è obbligatoria per legge, tuttavia chi bandisce un concorso può benissimo includerla nei requisiti, e dunque poco cambia. Nel totale silenzio mediatico – qualcuno ha mai sentito un dibattito televisivo in proposito? – ci sono stati vari ricorsi da parte di potenziali candidati che non erano in possesso della certificazione; in qualche caso il Tar del Lazio li ha accolti (come nel decreto n. 06807 del 18/12/2017), mentre in altri li ha respinti (come nella sentenza n. 1206 del 01/02/2018), perché il profilo di un analista del processo, per esempio, prevedeva la conoscenza dell’inglese.

Ma, nel caso degli insegnanti, qual è il senso della conoscenza obbligatoria dell’inglese nella maggior parte dei casi? Qui non c’è in gioco solo il divieto di discriminazione nell’accesso al lavoro in nome delle pari opportunità (come nell’articolo 27 del D. Lgs. 165/2001). C’è una discriminazione anche nei confronti delle altre lingue e culture, che diventano improvvisamente di serie B di fronte all’inglese. Dietro provvedimenti del genere c’è una sotterranea e viscida imposizione dell’inglese come la sola lingua internazionale che è tutto il contrario del multilinguismo.

Mentre l’Italia non ha alcuna politica linguistica nei confronti dell’italiano, nei confronti dell’inglese le cose sono molto chiare. Il nostro Paese è in primo piano nell’attuazione del progetto colonialistico di condurre tutti i Paesi sulla via di un bilinguismo dove le lingue locali sono viste non come una ricchezza culturale, ma come un ostacolo alla comunicazione internazionale che deve avvenire nella lingua madre dei popoli dominanti. Invece di favorire lo studio delle lingue, si favorisce lo studio del solo inglese. È il progetto dell’imperialismo linguistico lucidamente prospettato da Churchill e in seguito perseguito dalla politica linguistica internazionale statunitense, dal piano Marshall in poi. Giorno dopo giorno, attraverso una politica graduale fatta di piccoli provvedimenti che passano silenziosi – visto che la cultura e i mezzi di informazione della colonia Italia sono in mano a collaborazionisti anglomani – agevoliamo dall’interno la dittatura dell’inglese globale. E accettiamo queste cose in servile silenzio, senza nemmeno che ci sia un dibattito. In questo modo, passetto dopo passetto, anno dopo anno, l’italiano ha cessato di essere la lingua del lavoro in Europa, la domanda per i Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) del MIUR, dal 2017, deve essere scritta soltanto in lingua inglese, al Politecnico di Milano si insegna di fatto in inglese, l’inglese è diventato un requisito per entrare nella pubblica amministrazione… e l’italiano? Quello la nostra politica lo vuole mettere in un bel museo. Il ruolo che gli spetta e gli spetterà sempre di più se andiamo avanti a questo modo. E l’anglicizzazione della nostra lingua è solo l’effetto di questa sottomissione politica, economica e culturale ben più ampia e profonda.

I perché di una petizione a Mattarella (e le prime 2.500 firme)

La petizione #litalianoviva (che ha raggiunto le 2.500 firme) arriva cinque anni dopo quella, fortunatissima, lanciata da Annamaria Testa (#dilloinitaliano). Le quasi 70.000 firme di allora ebbero una risonanza senza precedenti e una rassegna stampa fitta e internazionale. Proprio in seguito a questo straordinario successo, l’Accademia della Crusca. a cui era rivolta, decise di dare vita al Gruppo Incipit, che aveva lo scopo “di monitorare i neologismi e forestierismi incipienti, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana e prima che prendano piede.” Dunque: “monitorare” più che “arginare”, anche se nei comunicati sono sempre stati indicati dei sostitutivi italiani.

A cinque anni da questo evento, ho tentato di fare un bilancio di cosa sia accaduto e di che cosa sia cambiato. Purtroppo la risposta è che, nel concreto, non è accaduto nulla. Anzi, da allora le cose sono decisamente peggiorate. Ecco perché ho provato a immaginare un’iniziativa simile ma con altri interlocutori e altre richieste.

L’attuale ruolo della Crusca

Mi pare che l’importanza della petizione di Annamaria Testa si possa riassumere nella presa di coscienza del fastidio verso l’abuso dell’inglese di una grande fetta degli italiani. La svolta che ha segnato è stata proprio l’emergere di questo nuovo modo di sentire nell’opinione pubblica, un cambio di paradigma storico molto importante: per la prima volta, parlare di tutela dell’italiano non veniva più associato alla politica linguistica del fascismo, alla guerra ai barbarismi, e neanche alle prese di posizione “puriste” o “neopuriste” che avevano caratterizzato la denuncia del “morbus anglicus” di Arrigo Castellani negli anni Ottanta.

accademia della cruscaNon è un fatto da poco. Bisogna tenere presente che Francesco Sabatini, quando era il presidente della Crusca, fondò nel 2001 il Clic (Centro di consulenza sulla lingua italiana contemporanea), che si interruppe presto anche per le reazioni ostili dei mezzi di informazione davanti alla “difesa della lingua”, un argomento ancora tabù. Con la costituzione del Gruppo Incipit, l’Accademia si aspettava analoghi attacchi e resistenze culturali, ma la cosa più sorprendente fu che non ce ne furono affatto. Il vento era cambiato, la petizione #dilloinitaliano fu come una gigantesca manifestazione di piazza, seppur virtuale, che lanciò questo importantissimo segnale.

Eppure la timidezza della Crusca nello schierarsi a favore della difesa della lingua è rimasta.
Anche se nella percezione della gente l’Accademia è ancora associata alle attività del passato, quando questa antichissima e prestigiosa istituzione pubblicava il vocabolario della lingua italiana e aveva un atteggiamento prescrittivo nei confronti della lingua, oggi non è più così. Fu proprio durante il fascismo che l’attività lessicografica della Crusca fu soppressa, con il Regio Decreto del ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile nel 1923, e fu invece la Reale Accademia d’Italia (Rai) a essere in seguito incaricata di compilare il dizionario della lingua italiana del regime, che si interruppe (alla lettera C) con la caduta del fascismo. Negli anni Sessanta, quando il presidente della Crusca era Giacomo Devoto si delineò molto chiaramente il nuovo spirito dell’Accademia di rinunciare agli intenti normativi e prescrittivi in favore del descrittivismo, cioè di esaminare l’evoluzione dell’italiano senza intervenire, perché la lingua non va difesa, va studiata, per citare Giancarlo Oli. Questa prospettiva è quella dominante anche oggi, e poco si concilia con il volere arginare gli anglicismi.

Il Gruppo Incipit

Nel contrastare le parole inglesi, il Gruppo Incipit ha giocato un ruolo simbolico ma non ha raggiunto obiettivi concreti. A parte qualche presa di posizione dei suoi membri in occasioni pubbliche o interviste, si è limitato a diramare 13 comunicati che complessivamente hanno indicato le alternative a qualche manciata di parole, a fronte delle centinaia che si sono affermate. Non sono al corrente del loro lavoro di “monitoraggio” (studi quantitativi o altre analisi organiche), ma stando ai comunicati si evince che il problema è stato affrontato a sprazzi, e non certo in modo sistematico. Alla fine del 2016 sono entrate prepotentemente nel linguaggio comune fake news, grazie ai giornali che hanno virgolettato senza tradurre un’espressione di Trump (per far cadere le virgolette il giorno dopo e introdurre nella nostra lingua l’inglese crudo invece che “notizie false” o “bufale”). Nel 2017 è esploso il black friday, grazie al trapianto di una consuetudine statunitense nel nostro Paese. E di anno in anno, anglicismo dopo anglicismo, si può arrivare alla pandemia del 2020 che ci ha regalato il lockdown (insieme a droplet e tantissimi altri che ho ricostruito in un articolo Treccani). Dunque stupisce la mancata presa di posizione davanti a questi esempi eclatanti che hanno stravolto il nostro modo di parlare.

L’attività della Crusca non è insomma minimamente paragonabile a quella delle accademie di Spagna e Francia, che non hanno paura di essere prescrittive o di proporre alternative, anzi, ciò rientra nei loro compiti e nella loro missione. L’Académie française, inoltre, non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” ci sono illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

A parte queste diverse prospettive, bisogna anche riconoscere che i comunicati del Gruppo Incipit, benché esigui, non hanno sortito alcun effetto tangibile.

I limiti di Incipit e della Crusca

Incipit parte dal presupposto che quando un anglicismo si afferma è poi molto difficile da sradicare. Ciò è vero soltanto in Italia, bisogna precisarlo, perché in Francia molti sostitutivi introdotti in seguito alla legge Toubon hanno fatto regredire l’inglese. Ma questo approccio, che se non è supportato da una politica linguistica risulta poco efficace, ha anche un altro forte elemento di debolezza. Lo aveva sollevato sin dall’inizio Tullio De Mauro. Davanti alle proposte sostitutive per esempio di analisi on desk, benchmark, tool, distance learning o peer review (comunicato n. 6), “se l’obiettivo dell’Accademia è ottenere gli applausi della stampa, l’obiettivo è in gran parte raggiunto”. Altrimenti queste parole non erano affatto incipienti, visto che erano registrate dai dizionari già da decenni, per cui “se c’è (e c’è) abuso di anglismi nella comunicazione universitaria, l’imputato chiamato alla sbarra da Incipit, l’aziendalese, va assolto: non è lui che ha commesso il fatto” ( → “È irresistibile l’ascesa degli anglicismi?”).

Insomma, se i linguaggi di settore vengono colonizzati sempre più dall’inglese, poi è inevitabile che da lì straripino nella lingua comune. E allora l’argine a ciò che è in fase incipiente dovrebbe semmai essere doppio. Bisognerebbe operare scelte terminologiche traduttive innanzitutto quando gli anglicismi entrano nei linguaggi specialistici, ma è un po’ difficile visto che la scienza, la tecnologia, l’informatica, il lavoro, l’economia e quasi ogni ambito culturale si studiano sempre più in inglese con il risultato di trapiantare i tecnicismi in modo crudo invece di saperli interpretare autonomamente. Il secondo argine dovrebbe essere eretto quando queste parole, magari dopo molti anni, si riversano nella lingua comune. Ma siamo sicuri che questo sistema funzioni?

Direi di no. Nella realtà, giornalisti e politici se ne fregano dei sostitutivi promossi dalla Crusca, ammesso che li conoscano, e puntano ad attingere al linguaggio specialistico invece che al lessico della divulgazione. “Smart working”, per esempio, era uno pseudoanglicismo presente già prima della pandemia del coronavirus, anche se la sua frequenza era bassa e la sua circolazione era ristretta al mondo lavorativo degli addetti ai lavori. Incipit, nel 2016, ha promosso l’alternativa in circolazione nel linguaggio contrattuale di “lavoro agile” (comunicato n. 3) quando ancora la parola non era così comune. Ciononostante, da qualche mese l’espressione ha fatto il salto di specie: i giornali, i politici e i tecnici hanno usato l’inglese ripetuto in modo ossessivo fino a farlo diventare la parola più gettonata, che ha scalzato non solo l’equivalente tecnico di lavoro agile, ma anche quelli possibili nella lingua comune, cioè il lavoro da casa, da remoto, a distanza o il telelavoro. Lo stesso si può dire di caregiver, che circolava come tecnicismo già ben prima del 2018 quando è entrato nella legge di bilancio e quando Incipit lo ha affiancato a “familiare assistente”, “prestatore di cure o “assistente domestico” (comunicato n. 9).

Vale la pena di ricordare che caregiver è diventato un tecnicismo solo in italiano, in inglese non ha questa specificità, e la parola non si trova né in spagnolo – si parla di “curatore”, cuidador (familiar) – né in francese – “aiutante”, aidant familial o informal, proche aidant –. Lo stesso vale per per smart working, che non esiste in francese, in spagnolo né in inglese (remote working).

E allora la strada per fermare l’anglicizzazione è forse un’altra rispetto a quella prospettata da Incipit, e implica l’essere meno provinciali, tradurre o inventare neologismi italiani (qualora le parole ci mancassero) invece che importare parole inglesi crude (se va bene, altrimenti si inventano pseudoanglicismi). Insomma, davanti alle migliaia di parole inglesi il punto non è quello di sostituirle nella fase incipiente, ma agire alla base: è necessario creare un nuova cultura, spezzare l’anglomania da colonizzati che porta a preferire i suoni inglesi a prescindere dalle singole parole, riappropriarci con orgoglio della nostra lingua e della capacità di generare neologismi su base endogena. Dobbiamo superare il nostro senso di inferiorità che ci fa vedere l’inglese come una cultura e una lingua superiori, dobbiamo smettere di confondere l’inglese con l’essere moderni o internazionali. Per essere moderni dovremmo fare evolvere l’italiano, e per essere internazionali dovremmo fare come si fa all’estero, dove si usa maggiormente la propria lingua.

E soprattutto, dovremmo cessare di aver paura di essere prescrittivi. Come fanno le accademie francese e spagnole.

Un po’ di sano prescrittivismo

Se la strada di Incipit non è stata produttiva, non è all’Accademia della Crusca che ci si deve rivolgere per cambiare le cose. Forse l’Accademia andrebbe rifondata, e investita di un po’ di sano prescrittivismo proprio dalla politica che un tempo le ha sottratto questo ruolo. Davanti all’espansione dell’inglese globale che minaccia molte lingue, il liberismo linguistico rischia di trasformarsi in un anarchismo nel senso più negativo, uno stato di natura selvaggio e senza regole che coincide con la sopraffazione del più debole (homo homini wolf).
La difesa della lingua, un tempo invocata per purismo o per motivi di principio esterofobi, è oggi da rivedere da un altro punto di vista basato sui numeri. Qui si tratta di proteggere il nostro patrimonio culturale esattamente come si difendono i panda e le balene che rischiano l’estinzione.

Andrea Camilleri protezione lingua italianaQualche anno fa, Andrea Camilleri ha sintetizzato tutto ciò in modo meraviglioso in un brevissimo video, che vi invito a vedere, in cui sviscerava il tema-tabù della “protezione della lingua” davanti all’inglese. Spiega che da quando la lingua dell’Europa, per le leggi e il lavoro, ha cessato di essere tradotta in italiano e riporta i documenti solo in inglese, francese e tedesco, la nostra lingua è regredita. I nostri politici avrebbero dovuto opporsi, ma non l’hanno fatto. Per Camilleri, se dalla terminologia tecnica (sempre più in inglese crudo) le parole entrano poi nella lingua comune è per “provincialismo assoluto”, e sfoggiare questo lessico inglese non è cultura. Il rischio lucidamente intravisto era che l’italiano diventasse una lingua morta, che ha la sua tradizione storica congelata nella letteratura del passato, ma senza sapere evolversi. Per lo scrittore, la soluzione non è certo l’autarchia come ai tempi del fascismo, ma una “giusta difesa della lingua andrebbe fatta”, smettendo di essere provinciali e recuperando “le bellissime parole della nostra lingua”.

Come si può non essere d’accordo? Come possono i linguisti italiani non comprendere che tra l’autarchia linguistica e l’essere normativi nel modo più rigido e antistorico ci sono delle vie di mezzo necessarie e sane, come hanno capito in Francia, in Spagna o in Svizzera?

Per tutelare l’italiano, l’attuale atteggiamento descrittivo della Crusca non basta. Visto che i linguisti non si fanno problemi a prescrivere le giuste parole nel caso del linguaggio non discriminante per le cariche femminili e sono intervenuti nello schierarsi a favore di parole come ministra o sindaca modificando l’uso – come stanno facendo anche davanti a quisquilie come scrivere “sé stesso” invece di “se stesso” senza accento che si era affermato nell’editoria del Novecento – perché non dovrebbero avere lo stesso atteggiamento davanti agli anglicismi in nome delle pari opportunità dell’italiano, oltre che delle donne?

Per contrastare l’abuso dell’inglese basterebbe agire con coerenza e nello stesso modo, invece di usare due pesi e due misure. Proprio dalla politica, e dalle raccomandazioni delle amministrazioni supportate dalla consulenza Crusca sono arrivate le direttive del linguaggio non discriminante. La promozione di questo lessico e la campagna culturale che c’è stata in proposito hanno dato i loro frutti, e hanno portato i giornali a utilizzare le nuove parole e i dizionari ad accoglierle e a registrarle.

vivalitaliano 300 x 145Queste sono le due vie proposte dalla petizione per promuovere l’italiano e spezzare l’abuso dell’inglese. L’eliminazione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e l’avvio di una campagna di sensibilizzazione.
L’interlocutore non può che essere la politica…

 

Continua.