La legge per l’italiano è stata assegnata anche alla Camera

Il 20 aprile, la nostra proposta di legge per l’italiano è stata finalmente assegnata anche alla Camera (n. 727, VII Commissione cultura). Il 14 marzo era già stata assegnata al Senato (n. 795, VII Commissione permanente, Istruzione, beni culturali).

A questo punto ha inizio la fase 2: individuare qualche parlamentare sensibile alla questione e convincerlo a chiedere di inserirla nell’ordine del giorno perché sia discussa, altrimenti rimarrà chiusa nei cassetti e sepolta tra i faldoni che mai nessuno leggerà.

I primi contatti con qualche senatore sono già avvenuti, anche se non è facile ottenere risultati. C’è chi sembra completamente indifferente alla questione, chi ha speso qualche buona parola per la lodevole iniziativa ma ha replicato che “però è difficile coinvolgere su questo tema…” e non “è il momento adatto…”, e chi a risposto che ne avrebbe parlato con altri per farci sapere.
Adesso che possiamo rivolgerci anche ai parlamentari della Camera ci sono più possibilità di essere ascoltati e continueremo nella nostra opera di individuazione tempestando di richieste di contatto entrambi i rami del Parlamento.

Per farci ascoltare sarà strategico sia il numero dei firmatari che appoggiano la proposta sia la rassegna stampa che riusciremo a ottenere.

Per questo stiamo lavorando alla campagna “convinci un parlamentare a discutere la nostra proposta di legge”, e per diffondere l’esistenza dell’iniziativa ho preparato anche un video nella speranza sia condiviso dal maggior numero di persone possibile.

Intanto, nel giro di un mese, i 7 firmatari della petizione sono centuplicati, e le adesioni in Rete sono al momento più di 700. Inoltre, qualcosa si muove anche sul panorama mediatico, dopo l’articolo su Oggi, è uscito un pezzo sul portale Italiani.it e oggi parlerò dell’iniziativa nella trasmissione Salvalingua di RadioRadio.

Nel frattempo, voglio chiarire un po’ di luoghi comuni che accompagnano le reazioni alla nostra proposta, spesso percepita attraverso preconcetti che ne distorcono gli intenti e le motivazioni.

Non è la solita battaglia purista

Il purismo non c’entra proprio nulla, è una questione di ecologia linguistica. Il problema degli anglicismi non è quello di bandire le parole straniere per principio, ma è nella sproporzione rappresentata dal numero degli anglicismi e dalla loro frequenza d’uso. Nel 1990 il Devoto Oli registrava 1.700 anglicismi, oggi sono 4.000. Nel 1995 lo Zingarelli ne annoverava 1.800 e oggi 3.000. Ciò significa che nell’arco di una sola generazione abbiamo importato ben più di un migliaio di neologismi in inglese crudo, parole che violano le regole della nostra pronuncia storica e della nostra ortografia e che stanno snaturando il nostro parlare rendendolo una lingua lessicalmente creolizzata. Se il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese è perché il nostro idioma non evolve più attraverso le sue regole endogene e importa tutto ciò che è nuovo da fuori e in una sola lingua: l’inglese. Auspicare la coniazione di parole nuove è tutto il contrario del purismo, storicamente ostile ai neologismi almeno quanto ai forestierismi. A volere ingessare le parole italiane nel loro uso storico, e a farle morire, sono oggi gli anglopuristi che preferiscono importare dall’inglese anziché inventarne di nuove o allargare il significato di quelle già esistenti.
Gli anglomani sostengono che usare l’italiano sarebbe ridicolo, disdegnano ogni soluzione creativa basata sulla nostra lingua, e così nascono i cargiver invece degli assistenti familiari e dei badanti con una nuova accezione, mentre i “non-è-propisti” sbandierano che lo smartworking non sarebbe proprio come il telelavoro, il lockdown non sarebbe proprio come il confinamento che usano invece in Francia e in Spagna, e così via.

E allora chi è più purista? Chi vuole coniare nuove parole o chi vuole relegare l’italiano alla lingua dei morti e non farlo evolvere perché ciò che è nuovo si esprime in inglese?

Non è una battaglia di retroguardia che si scontra con la modernità e l’internazionalismo

Credere che essere internazionali coincida con il parlare l’inglese è una presa di posizione da respingere. Il progetto di portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo a base inglese – la lingua madre dei popoli dominanti – ha origini colonialistiche, non ci conviene e soprattutto non è un dato di fatto né un progetto realizzato, come gli anglomani vogliono fare credere. Accanto all’idolatria dell’inglese come lingua internazionale della globalizzazione, c’è un’altra filosofia da contrapporre, che vede nel plurilinguismo un valore e una ricchezza da tutelare e promuovere. La lingua dell’Europa non è l’inglese, ma come diceva Umberto Eco è la traduzione, e dopo l’uscita del Regno Unito dalla Ue, questo principio dovrebbe essere difeso energicamente. Decisioni come quelle di inserire l’obbligo dell’inglese nei concorsi per la pubblica amministrazione (riforma Madia) o nella presentazione dei Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) violano i principi affermati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (comunicato stampa n. 40/19, 26 marzo 2019) secondo la quale “le disparità di trattamento fondate sulla lingua non sono, in linea di principio, ammesse”, a meno che non esistano “reali esigenze del servizio”, ma in questi casi devono essere motivate “alla luce di criteri chiari, oggettivi e prevedibili”.

In sintesi non siamo retrogradi, abbiamo invece un’altra idea di cosa significhi essere internazionali, e crediamo sia auspicabile fare come fanno in Svizzera, dove il plurilinguismo è un modello che potrebbe essere d’esempio anche all’Europa, oppure come avviene in Francia e in Spagna, dove l’abuso dell’inglese e il suo mischione con la lingua locale non è considerato “internazionale”.

E allora chi è più internazionalista? Chi guarda a ciò che avviene negli altri Paesi a noi vicini e alle lingue sorelle, o chi ha in testa solo l’egemonia dell’inglese?

Non c’è alcun legame con le nostalgiche guerre ai barbarismi

La tutela e la promozione della lingua italiana non sono né di destra né di sinistra, perché la lingua è di tutti ed è un patrimonio culturale che ci accomuna. È triste che molti politici non lo capiscano, e le critiche che sono arrivate da una certa parte della sinistra sono ridicole. Proprio a sinistra dovrebbero capire che l’inglese è accessibile solo ai ceti alti, al contrario dell’italiano patrimonio di tutti, e usare anglicismi poco trasparenti, rendere l’inglese una seconda lingua obbligatoria o farne la lingua della formazione è un disegno che crea fratture e disuguaglianze sociali, e che sta portando a una “diglossia neo-medievale” che esclude molti cittadini.

Non comprendere questo fatto e lasciare la tutela della lingua alla destra è una posizione miope e per loro controproducente. Ma fuori da ogni ideologia e ogni partito, tutti i politici dovrebbero riflettere sul fatto che nel nostro Paese non esiste alcuna politica linguistica. Esistono leggi contro la contraffazione dei nostri prodotti o che tutelano il nostro patrimonio paesaggistico, artistico e culturale, ma sembra che quello linguistico non faccia parte della nostra cultura; e così capita che il progetto di un portale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” lo si chiami in inglese, ITsART! Non intervenire sulla lingua, come si interviene sugli altri aspetti che contraddistinguono il nostro Paese, significa lasciarla morire. Il fatto che l’unico esempio di politica linguistica italiana risalga al fascismo non significa che sia quella la via da riproporre! Basta guardare a cosa accade in Francia, in Spagna o in Svizzera dove la promozione della lingua non ha niente a che vedere con il passato del nostro ventennio. Tutelare l’italiano sempre più schiacciato dall’inglese globale, semmai, dovrebbe essere accostato alla Resistenza!

E allora chi è più nostalgico? Chi non sa vedere altro che la politica linguistica del fascismo o chi ha capito che la politica linguistica è un’altra cosa?

Non vogliamo fare alcuna “crociata”

Le crociate non ci piacciono, e la tutela dell’italiano non c’entra nulla con le crociate. La nostra lingua è minacciata dall’invasione degli anglicismi che in parte sono il risultato dell’espansione delle multinazionali americane che esportano la loro tecnologia, le loro merci, la loro cultura e insieme a queste anche il loro lessico e la loro lingua madre che si vuol far diventare la lingua internazionale.
Purtroppo la nostra classe dirigente sembra colonizzata, e ha in testa solo l’inglese e ciò che arriva dagli Stati Uniti, con la conseguenza che l’espansione della newlingua delle multinazionali è agevolata dall’interno, da una schiera di persone – dai politici ai giornalisti – che abusa degli anglicismi e in questo modo li fissa nell’uso (cashback, jobs act, covid free) facendoli apparire più solenni persino quando sono solo pseudoinglesi.

E allora chi sono i crociati? Coloro che vogliono tutelare e promuovere l’italiano e il plurilinguismo o coloro che vogliono imporre a tutti la lingua e i termini dei Paesi dominanti?

Non ci ispiriamo alle proposte di Fratelli d’Italia

Il 25 marzo, in occasione del Dantedì, qualche onorevole come Fabio Rampelli e Giorgia Meloni ha rispolverato una vecchia proposta di legge che di tanto in tanto ripropongono.

La nostra proposta è stata inoltrata il 22 marzo, ma da questo sito promuovo da anni le stesse richieste, che l’anno scorso sono state abbozzate in una petizione al presidente della Repubblica Mattarella.
La proposta di legge di Fratelli d’Italia, già presentata in una variante del 2018, conteneva alcune frasi copiaincollate da questo sito (lo avevo già scritto e spiegato a suo tempo), dunque non siamo noi a ispirarci a questo tipo di proposte, che sono tra l’altro profondamente diverse dalle nostre, nelle soluzioni prospettate e nei principi di partenza.

La legge di Fratelli d’Italia è incentrata soprattutto su una riforma costituzionale e su un generico appello alla legge Toubon che ne ammira gli aspetti proibitivi. Gli unici punti di contatto con la nostra proposta sono nell’evitare l’inglese nel linguaggio istituzionale e nella richiesta di inserire l’italiano nell’articolo 12 della Costituzione (quello che fissa i colori della bandiera). Questa seconda richiesta, però, ha per noi un valore simbolico più che pratico, in quanto la Corte Costituzionale ha già più volte sancito che l’italiano è la nostra lingua. Dunque, al centro delle nostre proposte ci sono altre cose, e le 11 richieste avanzate sono molto più concrete, incentrate sulla promozione e il convincimento attraverso campagne mediatiche e soprattutto legate al tema del plurilinguismo. Fratelli d’Italia, al contrario, auspica e promuove “la creazione di una generazione pienamente bilingue, con la perfetta padronanza della lingua inglese”, e non vedo una convergenza sulle nostre richieste che riguardano i Prin, la legge Madia. la dfesa dell’italiano come lingua della formazione o la sua tutela in Europa per fare in modo che ritorni a essere lingua di lavoro.

Per firmare e appoggiare la legge schiaccia l’immagine!

Fatta chiarezza su questi aspetti, non mi resta che ribadire che la nostra proposta di legge viene “dal basso” ed è assolutamente slegata da ogni ideologia di partito, dalla sinistra alla destra.

I tentativi di coinvolgere i parlamentari che seguiranno saranno rivolti ai responsabili della cultura (e non solo a loro) di ogni schieramento, per tentare di dare vita a una corrente per l’italiano il più possibile trasversale.

Utopistico?

Certamente. Ma bisogna almeno provarci, ed è sempre meglio che lamentarsi e non fare nulla.

8 pensieri su “La legge per l’italiano è stata assegnata anche alla Camera

  1. Complimenti Antonio. Finalmente riusciamo a fare qualche passo in avanti, seppure molto piccolo. Speriamo di riuscire, almeno in questa occasione, a portare al dibattito la questione, anche se solo di poco.

    Io però sono molto preoccupato. Il commento di Umberto Brindani alla tua proposta mi ha rattristato, perché io penso che questa sia proprio l’opinione della maggioranza. La gente trova l’italiano ridicolo, pensa che “ciclofattorino” al posto di “rider” faccia ridere. La gente proprio non si capacita della quantità assurda di anglicismi che penetra nell’italiano, e di fatto non le piace l’italiano. Se proponi “adolescente” al posto di “teenager” infilano subito dopo l’anglicismo nel discorso come apposito sbeffeggiamento. E io temo che sia lo stesso per i nostri parlamentari. Molti troveranno la questione ridicola, e neanche penseranno di analizzarla dettagliatamente tentando di comprenderne le ragioni.
    Un’opinione diffusissima, tra l’altro, è che sia proprio la capacità dell’italiano di assorbire gli anglicismi che lo rende una lingua veramente viva; come se questo non dimostrasse che l’italiano è ormai incapace di evolversi autonomamente e ha bisogno di ricorrere nemmeno ad altre lingue, ma a una sola lingua, stranamente.
    E tra i giovani della mia età gli anglicismi sono la regola, e io comincio a stufarmi. Comincio a stufarmi perché non sono libero di parlare come mi pare, devo omologare il mio linguaggio alla massa, e mi tocca farlo perché altrimenti ci sarebbero impacci nella comunicazione, rischierei di non essere capito o di dover giustificare il fatto di parlare la mia maledetta lingua. E io non voglio questi impacci. Devo scendere a questo compromesso, che è davvero sconfortante per uno che ama la lingua italiana come me.

    Bene, ho sfogato il mio grido di protesta e frustrazione. Detto questo, meno male che ci sei tu. Dopotutto l’hai detto anche tu: sarà utopistico, ma almeno bisogna provarci. E proviamoci. Io continuerò a seguirti in questa battaglia. Ciao!

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    • Considerare ridicolo l’italiano è un fatto socio-culturale, e bisogna lavorare su questo aspetto per cambiarlo, per mostrare che ridicolo è semmai il ricorso all’inglese dei giornalisti figli di Nando Mericoni. Per questo la proposta di legge chiede campagne di promozione e “raccomandazioni” come quelle utilizzate per intervenire sull’uso – e cambiarlo – nel caso della femminilizzazione delle cariche. Se in un primo tempo “ministra” faceva ridere, adesso si è affermato perché solo l’uso e l’abitudine fanno apparire una parola bella o brutta – per citare Leopardi – o anche ridicola, solo perché non siamo avvezzi a sentirla. La battaglia per l’italiano e contro l’abuso dell’inglese si può condurre solo con questo spirito e su questo piano. Certi giornalisti sono coloro che prima introducono l’inglese in modo streotipato e senza alternative (vedi lockdown) fino a farlo entrare nell’uso, subito dopo giustifiano la parola dicendo che è ormai è etnrata nell’uso (grazie a loro mica alla gente), e nella terza fase ti dicono che sei ridicolo se dici confinamento come in Francia e in Spagna. Questa logica si deve spazzare via. Non si può pensare di risolvere il problema delle formiche schiacciando quelle che passano, ma bisogna agire individuando il formicaio. Allo stesso modo non ha tanto senso prendersela contro i singoli anglicismi, considerati in modo isolato, perché per uno che argini a questo modo ne spuntano altri 10. Bisogna agire sulle cause che inducono alla nevrosi compulsiva che porta a usare le parole inglesi, e sulla testa di certi giornalisti e intellettuali colonizzati. Teenager non ha alcun senso in italiano, perché nulla accomuna un tredicenne a un diciannovenne nella nostra lingua e cultura, e l’alternativa più sensata è un più generico “giovanissimo”, visto che la distinzione ha senso solo nella numerazione inglese. E allora ciò che dovrebbe essere ridicolo è proprio usare questa parola inglese che da noi non ha alcuna ragione di esistere.

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    • Anch’io sono un giovane molto stanco di questa situazione. Cerco di evitare anglicismi inutili ma, soprattutto nel mondo del lavoro, è diventato quasi impossibile. Anche quando parlo con altri giovani cerco di evitare di usare parole inglesi inutili ma mi accorgo che è sempre più difficile perché questo mi rende ai loro occhi nel migliore dei casi una persona attenta all’uso della lingua e con uno stile un po’ “d’altri tempi”, nel peggiore dei casi uno sfigato che non si aggiorna e vive su un altro pianeta. Anche a me il commento di Umberto Brindani ha fatto cadere le braccia, perché anche se da un lato riconosce che c’è un abuso di parole inglesi dall’altro è un concentrato di tutti quei luoghi comuni che vengono solitamente portati a difesa del loro utilizzo… Perché premurarsi di scrivere quel commento all’articolo? Sembra quasi che anche solo parlare dell’argomento sia un tabù!

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      • L’editoriale di Brindani, che è il direttore della rivista, non è un giornalista qualsiasi, ha il preciso significato di prendere una posizione critica sulla questione. Non solo nel linguaggio giovanile l’inglese è ostentato come lingua superiore e moderna, anche in quello del lavoro (ci devo fare i conti anche io) e dei giornali suona più solenne. Il recupero dell’italiano passa attraverso lo scontro con l’anglomania che fa dell’inglese qualcosa di superiore. Il problema è che gli anglomani hanno dalla loro l’intera classe dirigente italiana, una mezza di quella internazionale e il linguaggio della globalizzazione. Lo scontro è impari, ma la battaglia va combattuta, e io cerco di farlo almeno aggregando dal basso. Ieri però Draghi è tornato sugli anglicismi: ha ridicolizzato la parola “governance” al posto di governo e ha strappato il plauso della platea. Dobbiamo lavorare coinvolgendo la parte sana e silenziosa che c’è e va solo organizzata!

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        • Anche a me ha fatto piacere sentire anche questa volta le parole di Draghi, ma stamattina parlandone con vari conoscenti ho dovuto purtroppo fare i conti coi soliti argomenti triti e ritriti che vengono elencati dalle persone che difendono gli anglicismi inutili. È veramente frustrante… il lavaggio del cervello che è stato fatto alle persone in anni e anni è tale che si fa fatica anche solo a discutere della questione senza essere biasimati o ridicolizzati. Un articolo come quello (pur apprezzabilissimo) di Oggi dimostra quanto nel 2021 il dibattito sull’argomento in Italia sia ancora primitivo. Che dire… speriamo che qualcosa di muova!

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  2. Fa piacere che questa tua iniziativa abbia iniziato a muovere i primi passi.
    Dire che l’italiano suona ridicolo e che l’inglese sia molto più appopriato, come dice quel tizio che non conosco, denota un pensiero molto superficiale di chi non si rende conto di quello che è il potere dell’abitudine nel rendere familiare e perfettamente adeguato alla bisogna qualsiasi vocabolo. Non dico di espressioni che pur subendo l’invasività dell’inglese sono ancora in utilizzo come ad esempio “fine settimana” al posto di “weekend”, ma anche parole che sono finite nel dimenticatio (e che certi giovani pensano addirittura non siano mai esistite) come “calcolatore” al posto di “computer”. Quest’ultima ad esempio ho voluto iniziare ad utilizzarla e se all’inizio mi sembrava un po’ strana poi con l’abitudine mi è invece apparsa sempre più usuale e pertinente. E’ così del resto che i vari popoli della terra hanno creato le loro culture ed usanze che spesso ai forestieri sembrano quantomeno strane per non dire assurde mentre per i nativi risultano del tutto normali.
    In realtà, tocca ripeterlo, il vero problema discende dallo stato di soggezione coloniale nel quale versa il nostro paese da tanti anni e che ha creato quel fenomeno che a me piace definire come angloamericanocentrismo.e che si potrebbe spiegare come l’atteggiamento di venerazione e di rispetto nei confronti di un certo mondo che viene percepito come superiore ed autorevole. Un mondo col quale la persona che aspira al successo punta a sintonizzarsi ed al quale dovrebbe aspirare di far parte per sentirsi realizzato al massimo livello. Esso riguarda non solo la lingua ed il modo di parlare ma naturalmente ogni aspetto della vita e delle attività umane, siano esse il lavoro, la cultura od anche l’intrattenimento.
    Speriamo quindi che tra tutti i politici ce ne sia almeno qualcuno abbastanza immune da angloamericanocentrismo da prendere sul serio questa proposta così che si possa porla all’attenzione generale ed iniziare finalmente un dibattito serio e si spera anche proficuo.

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    • Dietro gli anglicismi c’è un’anglomania che è un’ideologia e una fede. Le argomenazioni sono inconsistenti, tanto vale uscire allo scoperto e dire chiaramente che si VUOLE l’itanglese e lo si preferisce. Iinvece si giustifica il ricorso all’inglese con le idiozie che invocano la necessità o l’insostituibilità di parole che all’estero traducono e non sono affatto insostituibili, necessarie né ridicole. Il giochetto del “questo anglicismo non è proprio come…” è solo un alibi che si appella a un uso presunto e (spesso) passeggero che non è connesso ai significati e che eleva l’inglese e cistallizza l’italiano nei suoi significati passati impedendogli di evolvere.

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