L’aumento di anglicismi e neologismi in inglese: nuovi dati

Ho già pubblicato su questo sito e anche nel libro Diciamolo in italiano (Hoepli 2017) i dati sull’aumento degli anglicismi e dei neologismi in inglese ricavabile dai dizionari Devoto-Oli 2017 e Zingarelli 2017. Ma a distanza di 3 anni anni ho provato a raffinarli e aggiornarli.

Per approfondire la questione: questo articolo include la comparazione con i numeri tratti dal dizionario Sabatini-Coletti e, per una sintesi che include anche il Gradit di Tullio De Mauro rimando al pezzo scritto per il portale Treccani “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”.

 

La crescita degli anglicismi decennio per decennio

La prima novità che voglio riportare è basata sull’estrazione di tutte le parole secondo la loro datazione, decennio per decennio, e sul conteggio di quanti anglicismi crudi includono a partire dagli anni Quaranta.

Bisogna precisare che i dati ricavati a questo modo non sono completi, si basano su ricerche automatiche non filtrate da un lavoro redazionale. In particolare, bisogna leggere questi numeri per difetto, perché non sempre le datazioni sono esplicitate (a volte non c’è una data, o c’è solo un generico “XX secolo” e in questi casi la parola sfugge alle ricerche). Inoltre, circa 200 anglicismi tra i più comuni (come computer) non sono più marcati dal Devoto Oli come voci inglesi, solo nell’etimologia si riporta l’origine della parola (e dunque anche questi sfuggono ai conteggi). Infine, non sono state conteggiate le numerose ibridazioni (come whatsappare, googlare o computerizzare).

La penetrazione dell’inglese è dunque ancora più pesante di quanto riportato, ma comunque sono numeri significativi, soprattutto nelle loro percentuali, e mi pare che fotografino sufficientemente bene la situazione, e che siano molto coerenti e omogenei tra loro, al di là dei differenti criteri lessicografici utilizzati nelle singole opere.

Nella prima colonna riporto il totale dei lemmi del Devoto-Oli 2017 datati per decennio, nella seconda il numero di anglicismi che contengono, e nella terza la loro percentuale. Lo schema è ripetuto con le stesse interrogazioni sullo Zingarelli 2017.

 

crescita anglicismi devoto oli e zingarelli

 

Le ultime due righe, riferite al nuovo Millennio, sono le più “deboli”, perché l’assestamento delle parole registrate è ancora labile e più soggetto a revisioni future (alcune parole usciranno e altre che circolano oggi fuori dai dizionari saranno annoverate), ma le dimensioni della crescita sono evidenti. L’ultima riga, in particolare, è incompleta perché si ferma al 2016; se i numeri assoluti degli anglicismi del Duemila sembrano in calo è solo perché lo sono anche le parole italiane.

Dividendo questi numeri per 10, la media annuale cresce dai 6-8 anglicismi degli anni Quaranta a circa 50 negli anni Novanta. Accanto al lievitare dei numeri assoluti, che registra un lieve calo solo negli anni Settanta (ma anche le parole italiane sono in calo), il dato significativo è quello della crescita delle percentuali. Più passa il tempo, più la nostra lingua si americanizza e il numero delle parole inglesi aumenta, sino a rappresentare la metà dei neologismi nel nuovo Millennio, un dato confermato soprattutto se si passa da questi dati grezzi a quelli lavorati (cfr. “Anglicismi e neologismi”).

In sintesi: dagli anni Quaranta a oggi le percentuali sono più o meno decuplicate, e se in passato le nuove parole arrivavano soprattutto da coniazioni basate sul latino, oggi si è passati all’inglese crudo, senza alcun adattamento, come avevo ricostruito in una predente tabella che riporto nuovamente (cfr. “La perdita delle radici: dal latino (e greco) alle invasioni anglo-barbariche”).

torta inglese latino greco nel devoto oli

 

I numeri aggiornati al 2020

Che cosa è successo dal 2017 al 2020?
Premesso che la data dei dizionari si riferisce all’anno precedente alla loro pubblicazione (dunque rispettivamente il 2016 e il 2019), riassumo i nuovi numeri riportati direttamente da Luca Serianni (curatore del Devoto Oli insieme a Maurizio Trifone) nel libro Il lessico (vol. 2 della collana Le parole dell’italiano, Rcs Milano 6/1/2020).

Il numero totale degli anglicismi crudi, in soli tre anni, è passato da 3.522 (Devoto-Oli 2017) a 3.958 (Devoto-Oli 2020), cioè ne sono stati aggiunti ben 436 (una media di quasi 150 all’anno).

Gli anglicismi nati nel nuovo Millennio sono passati da 509 (su 1.049 parole nuove = il 48,52%) a 658 (su 1.297 neologismi = il 50,73%), cioè 149 in più (una media di circa 35 all’anno). Questi sono i dati grezzi e automatici. Il fatto che non siano lavorati spiega (in parte) la ragione della differenza tra le due medie annuali di ingresso (anglicismi totali e quelli del nuovo Millennio). Una differenza dovuta anche al fatto che non sempre le datazioni sono presenti o complete e poi al fatto che una parola può impiegare anche decenni prima di guadagnare una sua stabilità che la fa includere nei dizionari. E quando viene inclusa, la datazione riportata non si riferisce all’anno in cui è stata inserita nel dizionario, bensì all’anno in cui ha fatto la sua prima comparsa in letteratura e nei corpus di riferimento (significa che un lemma inserito oggi può anche essere datato nello scorso Millennio quando era comparso per la prima volta).

Passando dai dati grezzi a quelli lavorati e filtrati, secondo i miei calcoli gli anglicismi del Devoto Oli 1990 (anno della prima edizione elettronica) erano circa 1.700 (conteggiando anche le sigle che all’epoca non erano incluse nell’opera), mentre quelli del 2017 sarebbero circa 3.400 (un po’ meno dei dati grezzi perché non ho considerato le sigle troppo specialistiche che mi pareva inquinassero i dati). Il che significa che in 27 anni sono raddoppiati e che la media annuale di entrata è di circa 63 all’anno (cfr. Diciamolo in italiano, pp. 92-93).
Le medie dello Zingarelli sono invece più basse, ma non ho i dati lavorati, e sono riferite perciò alle ricerche automatiche grezze; nel 1995 (anno della prima versione digitale non commercializzata) se ne contavano 1.811 (cfr. Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91) e nel 2017 sono diventati 2.761, dunque una media di 41 all’anno e un aumento in 23 anni di 950 lemmi.

Per valutare i neologismi, che ormai corrispondono sempre più agli anglicismi, è perfettamente inutile osservare che includono parole di uso comune e ad alta frequenza come selfie e tweet ma anche parecchi tecnicismi come slate PC, lad lit e pet-coke di uso e frequenza irrilevante; invece di asserire simili banalità bisogna quantificare le cose e formulare giudizi con cognizione di causa. Anche la supposta – e mai dimostrata – obsolescenza degli anglicismi che sarebbero spesso destinati a uscire dall’uso dopo qualche tempo non si basa su evidenze quantitative, e soprattutto non riguarda solo gli anglicismi, ma tutti i neologismi. Dunque, anche ipotizzando che gli anglicismi sarebbero in larga parte parole “usa e getta”, lo sono anche i neologismi, e il risultato è che il rapporto tra parole nuove inglesi e italiane non dovrebbe variare poi molto.

Tornando al bel libro di Serianni, il linguista spiega proprio che la maggior parte dei neologismi sono effimeri, sono come girini di cui solo pochi riusciranno a diventare rane adulte (Il lessico, p. 50). Dunque la stabilità delle parole del nuovo Millennio è di dubbia qualità. E ciò vale anche – non solo – per gli anglicismi, che oltre a rappresentare la metà delle nuove parole tendono a diventare l’unico apporto straniero o quasi.

“Chi dice forestierismo oggi dice anglicismo – scrive Serianni – (…) Gli anglicismi sono una massa imponente. L’italiano mostra in proposito una debole reattività rispetto a quanto accade in altre due lingue neolatine, il francese e lo spagnolo. (…) Naturalmente bisogna considerare la qualità, oltre alla quantità. Un anglicismo come blog non ha lo stesso peso di advergame (…) un termine sulla cui durata non scommetteremmo: il referente è esposto al forte rinnovamento che colpisce sia la tecnologia informatica sia gli strumenti pubblicitari messi in campo dalle grandi aziende.” (Ivi p. 65)

Oltre al diverso “peso” di blog e advergame, andrebbe anche rilevato che il primo vocabolo è compatibile con l’italiano, si scrive come si pronuncia e non snatura la nostra “identità linguistica”, per riprendere le parole di Arrigo Castellani del “Morbus Anglicus” (in realtà lo studioso era inorridito dalle parole che terminano in consonante e avrebbe avuto da ridire su questa mia affermazione). Il secondo, invece, è ben più devastante per il nostro sistema lessicale, perché è un “corpo estraneo” nel suono e nella grafia. Purtroppo, la maggior parte degli anglicismi è di questo secondo tipo, e non risulta altrettanto ben assimilabile.

Continuando le analisi sulla qualità nel rapporto anglicismi/neologismi, Serianni, analizza a campione i neologismi della lettera A del Devoto-Oli, e nota che non esistono parole primitive, sono tutte parole composte (anarco-inserruzionalista) o derivate (africaneria) (pp. 53-54), dunque l’italiano non si sta rinnovando poi molto dal punto di vista endogeno.

Anche gli anglicismi sono per la maggior parte composti, questa è una delle loro caratteristiche (anti-age, antispamming), ma le parole primitive ci sono eccome (admin, adware) e anche nei casi delle ricombinazioni di parole primarie inglesi (all inclusive, action-cam, access point), la loro valenza è ben diversa dalle derivazioni in base alle regole dell’italiano (acribioso, adultescente). Insomma, il confronto qualitativo, oltre al numero, penalizza fortemente l’italiano. E fuori dalla lettera A, tra gli anglicismi primari e primitivi spiccano “i termini legati all’informatica e all’elettronica, tutti di origine inglese” (p. 55), a cui bisognerebbe sommare quelli economici, seguiti dagli altri che pervadono ogni settore della nostra lingua perché escono dai loro ambiti e si riversano nel linguaggio comune, da selfie, a fake news, da spread al futuro lockdown (per ora non ancora registrato).

C’è persino chi, nella sua ossessione che porta a negare la realtà, è arrivato a sostenere che il passaggio dal cartaceo al digitale non costringe più a rimuovere lemmi obsoleti per fare spazio a quelli nuovi, e dunque evidentemente spiega così questi incrementi e ritiene che i dizionari non siano fonti attendibili. Una tesi delirante a cui non vale nemmeno la pena di replicare, visto che i dizionari di cui si sta parlando sono pubblicati annualmente nell’edizione a stampa. Una tesi, soprattutto, a cui manca la parte costruens: non si capisce cosa voglia dimostrare e su quali basi, a parte un generico “negare sempre”, dal tradimento coniugale a quello della lingua.
Sostenere che il numero degli anglicismi dei dizionari non rappresenta la realtà è in parte vero, ma è un dato contrario rispetto a come viene interpretato da qualche anglomane. Gli anglicismi che circolano nei tantissimi settori della lingua italiana, dall’economia alle scienze umane, dall’editoria all’aziendalese, sono infinitamente di più. E il problema principale del dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi) è che solo un terzo delle segnalazioni che mi arrivano, forse anche meno, viene accolto, proprio perché spesso si tratta di anglicismi troppo di settore e troppo poco affermati. Ma questi, sommati, complessivamente costituiscono un numero notevole di occasionalismi inglesi, onnipresenti in ogni ambito. In altre parole, viviamo quotidianamente in una “nuvola di anglicismi” ben più ampia (cfr. Diciamolo in italiano, pp. 111-117) di quanto si evince dai dizionari. È vero che la maggior parte di queste parole che ci avvolgono nel quotidiano sono effimere, ma viviamo nell’effimero, e complessivamente quando un anglicismo esce dalla nuvola, ne entrano altri, altrettanto effimeri, ma alimentati da un flusso costante. In questa “pansperima del virus anglicus” (come l’ho descritta) ci sono proprio gli anglicismi che entreranno in futuro nella nostra testa, nella nostra bocca e nei dizionari, attraverso questo bombardamento a tappeto che decennio dopo decennio, e anno dopo anno, non fa che crescere e accumulare l’inglese.

Spostandoci da questa “nuvola” ai dizionari, può anche succedere che termini come advergame escano, ma una cosa è certa: non saranno di sicuro sostituiti da parole italiane, nel disastro della terminologia informatica e di settore. L’obsolescenza delle tecnologie porta alla continua sostituzione con altre tecnologie sempre e solo in inglese.

La crescita del numero degli anglicismi e del rapporto percentuale con le parole italiane ha pochi margini di contestazione. L’aumento c’è dagli anni Cinquanta e si incrementa sempre di più. Se a questi dati aggiungiamo i vocaboli che si contaminano con l’inglese per ibridazione (cfr. “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione“) il quadro peggiora ulteriormente.
Non ci sono elementi per pensare che le cose debbano cambiare, in futuro. A questi ritmi di crescita il lessico italiano finirà per creolizzarsi ancora più di oggi, trasformandosi in un itanglese sempre più pesante. Chi non lo capisce, o lo nega, non pare proprio in grado di cogliere la realtà.

© 2020 Antonio Zoppetti – Riproduzione riservata


Avvertenza
: i dati statistici qui riportati sono frutto di una ricerca personale, e nel caso qualche studioso li prelevi per ripubblicarli in qualche libro senza citarmi, sappia che sono una proprietà intellettuale la cui riproduzione è riservata. Si possono riprendere e citare solo senza omettere l’autore e la fonte.
A buon intenditor…

25 pensieri su “L’aumento di anglicismi e neologismi in inglese: nuovi dati

  1. Diamine, hai fatto un lavoro capillare del quale non possiamo che esserti grati – noi italiani, intendo. Spero che possa essere davvero utile, ma mi rendo conto che la mia speranza non è fondata su basi solide. L’impressione, non solo mia, è che gli anglicismi attecchiscano più facilmente dove la conoscenza della nostra lingua è debole, scarsa, insufficiente; non solo perché il (mal)parlante non conosce gli equivalenti italiani delle parole inglesi che è indotto a usare, ma anche per pigrizia mentale, perché tradurre costa fatica, richiede un impegno che non si ha voglia di affrontare. E poi, con tutti i “falsi amici” che ci sono… Lasciamolo in inglese, così non sbagliamo.
    Tu che cosa ne pensi?

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    • La tesi per cui la non conoscenza dell’inglese porta a introdurlo senza tradurlo è stata sostenuta da molti. Ma credo sia vera solo in parte, non ne farei LA regola da generalizzare. Indubbiamente molti anglicismi di settore, per es. tablet o spread, vengono “battezzati” in inglese come tecnicismi (ma in inglese sono parole comuni: non hanno questa specificità) e li ripetiamo così perché non conoscendone il significato ci appaiono “necessari” o “intraducibili” come nomi propri. Ma quando diciamo vision, competitor, graphic novel, green economy, street food… non è che non conosciamo gli equivalenti, e il ricorso all’inglese assume una valenza per cui crediamo di “elevarci”, essere moderni e internazionali e soprattutto ci identifichiamo sociolinguisticamente in un gruppo di appartenenza che fa dell’inglese un fattore distintivo. Anche la”traduzione” un tempo si faceva ed era normale, dal doppiaggio dei film ai libri (si parlava di Linus e delle toffolette-marshmallow ricordi?), oggi non si fa più, ma credo non tanto per “pigrizia” (un tempo non eravamo pigri?) o fretta.I giornali virgolettano le fonti americane, è vero, ma quando impongono in modo ossessivo “fake news”, non è per pigrizia, e lo stesso “lockdown” prima di essere ripreso il 17 marzo 2020 dai giornali anglofoni era titolato con serrata, isolamento, blocco, zona rossa, blindare, quarantena, coprifuoco… non ci mancavano le parole. Il passaggio improvviso a lockdown è avvenuto all’improvviso e per emulazione, per gli stessi motivi legati al prestigio dell’inglese. In altre parole siamo ormai colonizzati nella mente, per riprendere il ragionamento dello scrittore africano Thiong’o (Decolonizzare la mente, Jaka Book, 2019). A ciò si aggiunge l’espansione dell’inglese a livello mondiale, il globalese delle multinazionali: Google che ti impone gli snippet, Twitter che ti impone i follower, download che non si traduce… e dunque poi si ripete così (che altro si può fare?). In sintesi: la pressione esterna dell’inglese come lingua del mercato e di una cultura dominante da noi non ha delle resistenze interne che la arginano, come in Francia o in Spagna. Al contrario la agevoliamo dall’interno, favorendo gli anglicismi e inventando i nostri pseudoanglicismi perché tutto per essere moderno e nuovo deve suonare inglese, più che esserlo (e questo sì che si riallaccia alla non conoscenza dell’inglese). Tutto ciò l’ho chiamato “la strategia degli Etruschi, che si sono sottomessi da soli alla romanità che evidentemente percepivano come bella e superiore. Ed è finita che si sono estinti.

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  2. Grazie mille ancora una volta – ci tengo a ripetermi – per il tuo lavoro capillare e tutto quello che fai (se non ci fossi, sarebbe ben difficile inventarti).
    A me urtano tanto anche i calchi semantici (tipo usare “introdurre” al posto di “presentare”).
    Riguardo la storia degli Etruschi, un mio breve commento: allora è molto probabile che i Romani fossero una cultura nettamente superiore. Ma col cavolo che quella degli angloamericani lo è (attualmente poi… e questo pur pensando spesso e volentieri male degli italiani)!

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    • I calchi semantici però, se non altro, portano a un’evoluzione della lingua in italiano, attraverso risemantizzzazioni come “realizzare” che ormai significa anche “rendersi conto” non più solo “creare”. Insomma preferisco dire baco, rispetto a “bug” e anche i falsi amici che portano per es. a chiamare compagnia (aerea o dei teelfoni) un’azienda/società, non violano il nostro sistema fonetico-ortografico per disintegrarlo. Insomma, se il problema dell’interferenza dell’inglese si riducesse a questo saremmo salvi, rispetto allo tsunami che ci travolge e creolizza.

      Non so se i Romani fossero una cultura superiore, soprattutto inizialmente erano un po’ pastori e un po’ grezzi… ma non credo che si possa parlare di culture “superiori” è un discorso un po’ pericoloso e poco sostenibile. In ogni caso la superiorità americana non è riferita a giudizi qualitativi ma quantitativi, sono una potenza militare, politica ed economica che si impone sul mondo (e lo schiaccia con una forte invadenza che si chiama globalizzazione) che ci piaccia o no. Ma anche Sparta alla fine trionfò su Atene… ahinoi.

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  3. Certo che i calchi semantici sono meno peggio, contro baco non ho nulla, anzi, ma introdurre per presentare mi sembra un po’ diverso. Hai ragione anche che sia pericoloso o comunque difficile parlare di “culture superiori”, resta il fatto, come dicevi, che noi (come i tedeschi, sob) stiamo scegliendo di lasciarci dominare, mentre altri europei fortunatamente no. Ultimamente cerco di spiegare a chi mi capita che appunto non tutti gli altri sono così succubi e assoggettati come noi, che non è la ovvia regola.

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    • Il punto è che c’è un’americanizzazione dell’Europa ormai, e in Italia siamo “number one” in questo processo: ne andiamo fieri. Le differenze storiche e culturali tra Europa e Stati Uniti si assottigliano, sembrano quasi svanire, per il crescere dell’americanismo omologante e l’attenuarsi delle culture specifiche dei singoli paesi europei. Se negli anni Trenta Gramsci scriveva (Americanismo e fordismo) che gli Usa erano fondamentalmente un costola dell’Europa, che si stava sviluppando come una nuova cultura ma ancora non lo era, nel Duemila del dopo 11 settembre e della globalizzazione “siamo tutti americani”: gli Stati Uniti hanno inglobato sempre più la cultura Europea in un concetto più largo di Occidente che li vede dominare, e che viene contrapposto all’altro, che una volta era il comunismo, poi è diventato lo scontro di civiltà con l’islamismo, esaltato dalla Fallaci , e prossimamente diventerà forse il capitalismo-comunista della Cina.
      Il progetto di Churchill che vedendo dissolversi il colonialismo inglese puntava a una forte alleana con gli Usa che aveva individuato come l’asse del nuovo imprialismo culturale mondiale, si è realizzato, dal piano Marshall in poi. E l’Inghilterra, che un tempo era egemone, è ormai soltanto un appoggio della cultura americana che ha un tempo partorito e che ora spadroneggia.

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      • E non dimentichiamoci della Cina che, con la sua invasione silenziosa, fa paura persino agli Stati Uniti. Mio padre mi parlava sia di quelle città fantasma cinesi costruite in Africa e sia sul progetto di un possibile sistema informatico basato esclusivamente sul cinese anziché sull’inglese. C’è il sospetto che un giorno proprio la Cina potrebbe diventare la prima potenza della globalizzazione, tale da “terrorizzare l’occidente” . Eppure è strano che l’espansione cinese non si stia manifestando a livello linguistico (si pensi ai ristoranti cinesi dove le pietanze sono perfettamente tradotte, a parte eccezioni come gli shoumai e il ginseng) rispetto a quanto sta accadendo per il “dialetto” angloamericano (che non è la lingua di Shakespeare).

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        • Secondo osservatori economici di grande prestigio come Loretta Napoleoni, il nuovo secolo vedrà l’ascesa economica di Paesi come l’India e la Cina, a scapito degli Stati Uniti, in un sostanziale declino dell’Europa. La Cina ha già superato il Pil degli Usa, secondo vari studi (io di economia ne capisco pochino) e comunque i cinesi da tempo hanno investito in dollari e di fatto possiedono pezzi importati degli Usa. Però hai perfettamente ragione, non c’è alcun progetto di imperialismo linguistico dietro l’espansione cinese, che si sta comprando l’Africa, e non credo metta in discussione il disegno churchilliano dell’inglese globale. Quanto all’India, dopo il colonialismo inglese, parlano un inglese creolizzato. Samuel Rushdie si vantava di questo nuovo inglese indiano che si impone su quello madrelingua, ma è pur sermpre inglese e frutto del colonialismo storico. C’è poco da andarne fieri. In molti parti del Paese ci si vergongna dell’hindi e l’inglese è considerato la lingua dei colti e delle classi abbienti, al punto che nell’immaginario, tra le doti più ricercate in una donna da sposare c’è proprio la conoscenza dell’inglese.
          Da noi avviene qualcosa di simile, fuor dai matrimoni, ma ci siamo colonizzati da soli! Einvece di parlare l’inglese parliamo l’tanglese per elevarci alberto-sordianamente.

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          • Dunque anche la lingua indiana è a rischio di estinzione, nonostante gli sforzi che l’India abbiamo per ottenere l’indipendenza dalla corona inglese. Se Gandhi fosse vivo ci rimarrebbe male…

            Comunque a giudicare da questi dati economici pare che l’egemonia economica degli Stati Uniti sia destinata a tramontare. L’altra volta infatti stavo ipotizzando che, se gli Stati Uniti andassero in crisi (o comunque cessassero di essere la prima potenza del mondo) forse la classe nostrana potrebbe smettere di fare i “collaborazionisti” nei loro confronti (a patto però di non “fare i cinesi” 🤣).

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  4. Come sempre un lavoro titanico e una tabella riassuntiva che è a dir poco schiacciante!
    A proposito della “pigrizia” della traduzione, che nasconde una sudditanza “che fa figo”, ne approfitto per anticiparti una ricerca che sto facendo su una curiosità linguistica.
    Nella serie televisiva di fantascienza “Stargate Atlantis” i protagonisti utilizzano una tecnologia molto futuristica, e nel 2006 usano la parola tablet per indicare ciò che noi oggi chiamiamo tablet, ma non certo all’epoca. Come tradurre quella parola in italiano? Sto appunto recuperando quegli episodi per studiare gli sforzi dei traduttori, ma ti cito un caso curioso. In un episodio il protagonista cita «my tablets and drives» e il traduttore italiano riporta «i miei dati e i miei drive». Il primo termine era sconosciuto agli italiani e toccava tradurlo per forza, inventandosi qualcosa, mentre il secondo non si è ritenuto di tradurlo, perché tutti bene o male sanno che nell’informatica ci sono i drive, anche se alla fine non so quanti sappiano bene cosa siano 😛
    Quello stesso episodio, se fosse andato in onda dieci anni dopo, sarebbe stato tradotto con: «i miei tablet e i miei drive», che ormai la parola è nota e non c’è più bisogno di sforzarsi a tradurla…

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  5. Caro Antonio, grazie ancora per le tue interessantissime, anche se inquietanti, analisi. Per continuare a credere che le cose possono cambiare e che non bisogna rassegnarsi, un segnale positivo arriva dal ministero della cultura: pare sia stata accolta la proposta della creazione di un museo della lingua italiana. Speriamo solo che diventi l’occasione di un rilancio e non un luogo di memoria!

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  6. Una persona tipo Carlo Calenda (attuale Europarlamentare e già Ministro della Repubblica Italiana) che apparentemente dovrebbe essere un acculturato da come si presenta e ragiona, in un convegno di qualche giorno fa dice che bisogna avere un “TURN AROUND”- ovvero, inversione di marcia [per la verità credo abbia detto turn round sbagliando anche un inglese appropriato] rispetto alla situazione socio economica corrente, fa cadere le braccia. Lui che è Romano de Roma sul Grande raccordo ce ne stanno di Inversioni di Marcia…perché Dott. On. Calenda scegli di usare questo termine…perché?!….Siamo rovinati, c’è poco da compilare statistiche e studiare analisi anche se è interessante e da lodare il lavoro dell’Egregio Zoppetti… La gente credo veramente abbia qualche Virus Mangia Italiano e non c’è mascherina che tenga quì, temo.
    p.s. Io mi domando, ma quanti abbiano capito, poi, cosa intendeva con quel inglesismo che Calenda ha usato? Io ipotizzerei un 5-10% max; il resto si sarà grattato la testa! Sarebbe interessante chiedere nello specifico perché l’abbia usato. A questo punto bisognerebbe avere una nuova figura pseudo-giornalistica: tipo un psicologo-linguista giornalista o anche un pubblico funzionario addetto alla comunicazione che supervisiona convegni e discorsi dei politici in qualità di ispettore incaricato alla comprensione di ciò che viene detto a garanzia del cittadino che ascolta. Mi risulta che nel Quebec ci sia addirittura un reparto di Polizia incaricato a far rispettare il bilinguismo Franco/Anglofono, e si preoccupa di far tenere distinte le due lingue. Lì fanno attenzione a non usare l’Inglese quando si parla in Francese e vice-versa. Sarà esagerato!?…Già lo vedo: Carabinieri-URCLI = Unità Rispetto e Controllo Lingua Italiana. Per ogni termine italiano inutilmente sostituito multe a partire da €50,00….A mali estremi…

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    • Mettere agli arresti Calenda per vilipendio della lingua italiana lo trovo esilalarante come immagine 🙂 Ma ci vorrebbe un arresto di massa, temo. La verità è che in Francia ci si scusa quando scappa un anglicismo in pubblico, e la gente reagisce e gudica male chi parla in questo modo, a parte le leggi che esistono. Da noi ci si eleva volutamente con questo sistema, e non si vuole essere chiari: il linguaggio è uno strumento di controllo e usare parole che fanno sentire ignoranti è funzionale per contrabbandare la propria immagine come superiore. Spesso lo si fa per ridurre il pensiero critico di chi non è d’accordo e trasformarlo con un “non hai capito”.

      Per la cronaca: io mi affanno a produrre statistiche perché, anche setutti, persino i bambini, possono constatare cosa sta accadendo alla nostra lingua, ci sono fior di linguisti che negano, arrampicandosi sugli specchi che rendo con il mio lavoro sempre più scivolosi.

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      • Anche l’analfabetismo risulta funzionale come strumento di controllo delle masse. Come si dice, “un popolo ignorante è più facile da governare”.

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  7. Capisco Caro Antonio e come non apprezzare, certo. Ma è sotto gli occhi di tutti che il semplice buon senso sia sfuggito di mano…In dialetto Molisano si diceva una volta quando si cercava di usare termini per non far capire o apparire sofisticato nel comunicare: “parla com mamta t’ha fatt”…(parla come tua mamma ti ha creato) ovvero, parla in maniera genuina. E’ evidente che oggi ci si inerpica in tutti i modi per usare termini ‘gourmet’; a volte tanta presentazione, poca quantità e sapori spesso alienanti che sanno di esotico ma non si comprendono gli ingredienti, anche a caro prezzo! E cosa c’è di meglio di una bella trattoria Italiana di montagna a gestione familiare. Ecco, almeno lì credo si mangia e si parla ancora ‘genuinamente’. Appunto, si potrebbe partire con l’eliminazione della ‘Buvette di Montecitorio’ ed istituire con un bel Decretone all’unanimità ‘Trattoria Nonno Sandro’ in onore al Grande Pertini!

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  8. La responsabile del Devoto Oli, pur essendo consapevole dell’approccio linguistico franco-ispanico, si mette ugualmente a giustificare la volontà di non tradurre determinati anglicismi, affermando una serie di scuse ridicole.

    https://www.lastampa.it/cultura/2020/10/10/news/il-coronavirus-ha-contagiato-anche-la-lingua-italiana-1.39403186

    “Lockdown potevamo tradurlo con confinamento o chiusura totale, ma sarebbe stato fuorviante perché la parola ha una sua immediatezza, esprime una serie di concetti che avrebbero richiesto una perifrasi. Lockdown è qualcosa di nuovo, non paragonabile a qualcosa che è successo prima, come è capitato realmente”.

    Questa affermazione è l’ennesima arrampicata sugli specchi per nascondere la loro anglomania. Che rabbia !

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    • Oltre a essere ridicole sono false. Lockdown è stato introdotto dai mezzi di informazione il 17 marzo perché è stato ripreso quello che dicevano i giornali inglesi, che parlvano del modello italiano dell’Italian lokdown. Fino a due giorni prima i giornali parlavano di blocco, isolamento, zona rossa, quarantena, serrata, chiusura, coprifuoco, confinamento, blindare… Nessun giornale italiano, precedentemente, aveva parlato di lockdown nei confronti dei provvedimenti restrittivi della Cina. Dunque né ci mancavano le parole, né c’era qualcosa di nuovo che non era già stato espresso, Ecco cosa scrivevo il 17 marzo davanti all’apparire di lockdown: “Vuoi vedere che questa parola oggi in prima pagina sul Corriere digitale diventerà “la” parola che useremo nel futuro al posto di isolamento, blocco, quarantena? ” (fonte: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2020/03/17/coronavirus-lockdown-e-tutto-cio-che-bisogna-sapere-su-tamponing-disinfetting-e-mask-down/) Be avevo ragione! E La signora intervistata ha torto marcio: noi non avevamo la necessità di tradurre un bel niente, prima che i giornali importassero e diffondessero l’alternativa inglese senza alternative.

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