Itanglese e Posteitaliane

Irene, una lettrice che si è iscritta a questo sito, mi ha segnalato che la procedura prevede alcuni passaggi dal linguaggio pieno zeppo di anglicismi, per esempio:

“Per completare l’attivazione del tuo account, vai al seguente link e fai click sul pulsante Attiva. Il tuo account è stato attivato con successo! Ora puoi effettuare il login con l’username e la password inseriti in fase di registrazione.”

Naturalmente questi messaggi di sistema sono quelli di WordPress, e non sono affatto capace di personalizzarli, ho già fatto fatica a modificare la gabbia (chiamata il template di un blog pieno di anglo-tecnicismi come admin, pingback, plugin, widget…) sostituendo “Home” con “Pagina iniziale, “About” con “Chi sono” e via dicendo.

Questo è il linguaggio che le piattaforme sociali ci propinano quotidianamente, e che hanno fatto entrare nell’uso fino a renderlo normale. Anche chi vorrebbe evitarlo, come me, non lo può fare, con il risultato di diffonderlo e di rafforzarlo. Tutto ciò avviene grazie alla complicità di “traduttori” e “localizzatori” che non si sognano di toccare questa terminologia, anzi, spesso la preferiscono e la sbandierano come “necessaria” o “opportuna”, non di rado con una certa cialtroneria. A questi “professionisti” dell’itanglese che proclamano le parole inglesi “tecnicismi” necessari poco importa della propria lingua, al contrario dei loro colleghi francesi o spagnoli dove c’è una certa attenzione nella traduzione dei termini. Il punto è che l’anglomania degli addetti ai lavori non è un vezzo innocente, queste persone sono responsabili dello sputtanam… del depauperamento lessicale dell’italiano, perché queste mancate traduzioni diventano l’unica possibilità di esprimerci: la gente non può che ripetere queste parole e questo linguaggio.

La comunicazione è in mano ormai a questo tipo di persone, uscite da scuole di formazione che usano questo linguaggio e formano le nuove figure professionali che non sanno più parlare in italiano. E non vale solo per l’informatica.

Una rinomata traduttrice di narrativa, poesia e saggistica, Anna Ravano, mi ha inviato una foto molto significativa scattata in un’Esselunga di Milano.

“Zenzero” è stato aggiunto tra parentesi per mettere in primo piano e diffondere l’inglese, forse con la stessa logica del passaggio dalle lire all’euro: in un primo tempo si riportano entrambe le possibilità e quando la gente si è abituata si può finalmente passare alla neolingua.

È in questo modo che la nostra mente viene colonizzata e portata sulla via dell’italiano 2.0 del presente e del futuro. La pressione non è solo esterna, non arriva solo dalle piattaforme sociali delle multinazionali a stelle e strisce che esportano i loro nomi e concetti, ma anche dall’interno, dalle società del nostro Paese.

Basta analizzare il sito delle Poste per renderci conto che la lingua è ormai questa.

Poste italiane?

Luis Mostallino – un altro lettore che in passato aveva fatto un confronto tra gli anglicismi del sistema operativo di Iphone nella versione italiana, francese e spagnola – si è preso la briga di segnarsi tutti gli anglicismi che ha trovato sul sito di Posteitaliane (ma se si facesse lo stesso lavoro su quello delle Ferrovie dello Stato le cose non sarebbero molto diverse).
Di seguito li riporto in ordine alfabetico; l’unico problema è che qualche parola sarà di sicuro sfuggita, dunque non si tratta di un elenco proprio completo, abbiate pazienza.

A
account
acquiring
alert
all inclusive
app
air cargo

B
box
bug fix
business

C
call center
capital gain
card
cashback
cashless
cash international
chat
check-up
connect back
contactless
crono reverse
crono economy

D
data protection officer
deliver
delivery business express
delivery express
delivery Globe
delivery international
delivery Europe
digital
direct marketing
diversity & inclusion
download

E
e-commerce
e-procurement
e-shopper
evolution
express

F
family
fuel charge
full

G
gallery
la nostra “Governance”

H
hobby
know-how

I J K

L
leader
leadership
link
live
locker

M
merchant
MyPoste
multicurrency

N
network center
news

O
OK
online
open banking

P
packaging
password
Payment Services Directive
paperless
partner
People Care e Diversity Management
pick up
players
policy
PosteDelivey
Poste Delivery Box (versione express e standard)
PosteMobile
postenews
Postepay Sound
privacy

Q
QR code

R
rating

S
shopping
set
smart
smartphone
software firma OK
stakeholder
standard
start
surcharge

T
tablet
ticket
top
tarcking
tutorial

U
under 35
user

V
voucher

W
web
webmail
welfare

X


Y
yellow box

Z

Pensate anche voi quello che penso io?
E allora non resta che inondare il sito di Posteitaliane con la nostra protesta! È una vergogna! Passi la lettera X, notoriamente poco usata per le iniziali delle parole inglesi, ma il fatto che le lettere I, J, K e Z siano vuote è davvero imbarazzante! Possibile? Possibile che ai geni della comunicazione postale non siano venute in mente parole di uso comune come – che ne so – Image al posto di immagine, o Job, Kit, Zoom…? Sono parole ormai entrate nel dizionario di base della nostra lingua! Queste lacune sono uno sfregio per l’itanglese! Dunque non resta che scrivere e suggerire qualche inglesismo per colmare queste lacune!

Come dite? Non è quello che avevate pensato?

E allora siete vittime di un’illusione ottica, per citare le parole di un grande linguista. È un po’ come la temperatura percepita, che non è mica quella reale! E quando il termometro segna solo 30 gradi, se avete un collasso per il caldo percepito e per l’umidità, siete decisamente fuori luogo!

Ripenso all’elenco degli anglicismi di uno dei primi importanti studi del 1972 (Ivan Klajn, Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze) e alle parole di Arrigo Castellani che nel 1987 scriveva:

“Prendiamo a titolo d’esperimento, le voci dell’elenco del Klajn che cominciano per b (non ce ne sono che cominciano per a, tranne il già raro e oggi svanito affatto all right).”

Da allora la lettera A di anglicismo si è molto arricchita, e da una voce siamo arrivati a 100, come si può vedere sul dizionario AAA che non è poi così diverso, come numero di lemmi, da quanto riportano dizionari come il Devoto Oli o lo Zingarelli. Ma nonostante gli A-nglicismi siano centuplicati, sono ancora pochi, e infatti il sito di Posteitaliane ne contiene qualcuno che non è ancora stato annoverato.
Se questo è italiano…

Concludo con qualche illusione ottica:

37 pensieri su “Itanglese e Posteitaliane

  1. Visti i continui disservizi di Poste italiane con cui devo combattere, io avrei parecchie parole italiane da dedicare loro: tutte irripetibili qui 😀
    Ormai è chiaro che il numero delle parole inglesi usate da un servizio è inversamente proporzionale al suo funzionamento…

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  2. Vorrei proposse un commento consolatorio (ma, anticipando le conclusioni, sollo illusoriamente tale).

    Perché preoccuparci se la lingua italiana s’anglicizza, si rilessifica? In fondo è un processo d’evoluzione creatrice, come dall’evoluzione del latino sono sorti gl’innunerevoli lingue e dialetti neolatini, che anno arricchito la linguidiversità globale, così dall’italiano sta nascendo una nuova lingua mista romanzo-germanica, dove verbi modali, congiunzioni e avverbi nonché la morfologia verbale e pronominale e la sintassi saranno prevalentemente italiane mentre il rimanente lessico (e forse la morfologia nominale) saranno prevalentemente anglosassoni. Probabilmente neppure il lessico più fondamentale sfuggirà alla lessificazione: prima o poi berremo il “milk” (perché il “latte”, si sa, è il caffelatte), e non avremo più fratelli ma “siblings” (oltretutto di genere inclusivo e quindi più politicamente corretto del solo maschile e più spiccio che “fratelli e/o sorelle”); e nelle nostre case non ci sarà più nessun “mobile” (quello sarà il [mo’bail]), bensì “furniture”, ecc.
    Tale lingua mista non sarebbe affatto un un unicum: son casi ben noti la “media lengua” (spagnolo X quechua) d’una comunità nell’Ecuador, il russo-aleutino, e più vicono a noi il maltese (neoarabo occidentale X italiano) e tanti altri. “Muori e divieni” (stirb und werde!) scriveva Goethe, è l’eterna legge del divenire…

    Epperò qualche conto non torna.

    Anzitutto, per lo meno in altri campi, siamo divenuti più consapevoli di come il nuovo non debba necessariamente annientare l’antico. Siamo d’accordo che qualsiasi grande città oggi abbia bisogno d’un moderno centro direzionale, ma quale urbanista proporrebbe oggi d’abbattere gli edifici d’un centro storico per fa posto a grattacieli stile Manhatten? Fuor di metafora, se proprio è inevitabile anglicizzare determinati usi settoriali della lingua, è proprio necessario rinunciare all’italiano per la comunicazione non tecnica?

    Soprattutto però vorrei richiamare l’attenzione su un altro aspetto del problema. Sebbene l’empiria concerna (per quanto ne so) casi di idiomi misti meno eclatanti di quelli che ho menzionato sopra, in quanto si tratta in quanto sto per dire di commistioni tra idiomi strettamente imparentate, la nuova lingua mista si mostra fragile e instabile, e cede presto il posto a quella di maggior prestigio che, mescolandosi con quella tradizionale, l’aveva fatta nascere. Penso per esempio, nell’area germanica, a varietà lingusitiche come il “Missingsch”, il berlinese e lo “Honorationenschwäbisch” (rispettivamente bassotedesco settentrionale / brandeburghese / svevo X altotedesco), o lo “Stêdsk” o “Stadfries” di Leeuwarden/Ljouwert nei Paesi Bassi (frisone X olandese): queste “nuove” varietà linguistiche, percepite comunque come non all’altezza della lingua ufficiale o addirittura come un modo scorretto di parlare tedesco o olandese, sono in ritirata o già in estinzione. E’ così lecito pensare che, in un probabile futuro di bilinguismo itanglese / inglese, il primo sarà percepito come qualcosa di meno “serio” del secondo e quindi in definitiva da abbandonare progressivamente.
    In altre parole, la causa della genesi delle lingue miste è all’origine anche della loro esitnzione: è il persistente divario di prestigio linguistico, che porta prima a ibridare, poi a sostituire, E’ questo, io credo. il punto critico: bisogna tornar a credere del valore della lingua italiana come componente inseparabile dalle altre d’una civiltà italiana che pur è consapevole di tante eccellenze.
    Ci fu l’epoca della francomania linguistica, in cui l’aristocrazia europea era tutta più o meno francofona, ma la lingua di Parigi non ha spazzato via le lingue nazionali probabilmente anche perché una borghesia ormai consapevole di sé e della propria centralità economica e politica non sentì più il bisogno d’imitare la nobiltà ormai declinante. Forse, analogamente, sarebbe ora che anche noi europei continentali abbandonassimo il complesso d’inferiorità di fronte al mondo anglosassone, in gran poarte ingiustificato,

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    • Queste riflessioni sono davvero di alto livello, e la metafora urbanistica è particolarmente efficace e calzante.
      Posso solo aggiungere che su tempi lunghi saremo tutti morti, certo, il che non significa che per quanto sia una battaglia persa non si cerchi di sopravvivere almeno nei tempi brevi, invece che anticipare e agevolare la morte dell’italiano per far posto alle neolingue future come quelle che sono nate dalla dissoluzione del latino.
      Si parte dall’intanglese, è verissimo, per poi passare alla sostituzione. Il processo è già iniziato, e in Italia siamo già entrati in questa seconda fase di affiancamento dell’inglese internazionale in una prospettiva di bilinguismo. E così la riforma Madia ha sostituito l’obbligo di conoscere una “lingua straniera” nei concorsi per la pubblica amministrazione con la parola “inglese” che è così diventato un requisito obbligatorio. In inglese è obbligatorio presentare i Prin, progetti di rilevanza e interesse nazionale; in inglese si vuole erogare l’alta formazione di certi atenei; l’italiano ha cessato di essere lingua del lavoro in Europa… La dialettizzazione dell’italiano è iniziata, in un processo globale che il linguista Jurgen Trabant ha definito una diglosssia neomedievale basata sull’inglese che sta portando alla divisione tra ceti alti e ceti bassi che hanno accesso solo all’idioma locale.

      Sarebbe ora che la politica italiana comprendesse, se non altro, prima di provare a risolverlo, questo problema. Purtroppo non è così. E la strategia è quella degli Etruschi, che si sono sottomessi da soli alla romanità fino a estinguersi in un suicidio collettivo della propria cultura.

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  3. Io ho cominciato a smanettare su WordPress durante il corso di aiutante programmatore (ora concluso). Io fortunatamente nel mio esempio di sito (ora perduto ahimè!) non ho avuto problemi a sostituire per esempio “Home” con “Pagina iniziale” (ovviamente modificando nelle gallerie del menù oppure smanettando direttamente il codice della sezione).

    Anchi’io sono disagiato sulla sovrabbandanza di anglicismi non tradotti di WordPress ( “plugin”, “backup”, “account”, “social”… via dicendo). Per non parlare sul fatto che la maggioranza delle “aggiunte” (i “plugin” appunto) di quella piattaforma sono prevalentemente in inglese o itanglese (a proposito, la mia ex professoressa di HTML, quando spiegava delle applicazioni di WordPress prevalentemente in inglese, si mette pure ad affermare che l’inglese “è la lingua di tutti”, quando in realtà è soltanto la lingua naturale dei paesi dominanti ovviamente imposta attraverso i codici e i prodotti che “vendono”).

    Fortuna che la versione francese e spagnola risulta molto più tradotta di quella italiana, senza inutili giustificazioni.

    Riguardo a Poste Italiane, in effetti bisognerebbe seriamente protestare con questo loro abuso di itanglese (questa protesta vale anche per tutti gli altri servizi ed aziende in generale). Se continuano ottusamente a preferire un linguaggio così incapibile allora farebbero meglio a chiamarsi “Italian Mails”…

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    • Concordo, tranne per il fatto, a proposito di WordPress, che le versioni francesi e spagnole non sono maggiormente tradotte per “fortuna”, ma perché in quei Paesi non sono scemi, ed esiste una politica linguistica, oltre che un maggiore orgoglio di parlare la propria lingua.

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  4. Bell’articolo. Un giorno trovandomi in un ufficio postale e guardando il “touch screen” con le varie opzioni da scegliere per poter avere il biglietto col proprio numero per mettersi in fila mi sono domandato se tutte le persone presenti (molte delle quali anziane) capissero i numerosi anglicismi che vi erano riportati. Ne dubito fortemente. Spesso poi i nuovi anglicismi vanno a braccetto con le nuove tecnologie e questo rappresenta un’ulteriore complicazione per le persone anziane, pensiamo ad esempio nelle accettazioni degli ospedali. Vedendo nelle immagini “contactless” mi è venuta in mente la faccia della cassiera di un negozio in cui sono stato qualche giorno fa quando le ho detto che la mia carta di debito non era “senza contatto”… per un momento mi ha guardato stupita, poi ha realizzato (per usare un calco semantico che piace tanto) e mi ha risposto con un sorriso “ah ma è vero… contactless vuol dire senza contatto!” 🙂

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    • Contactless genera parecchi problemi rispetto a un pagamento a sfioramento come si potrebbe dire e che sarebbe più chiaro… anche touch screen nessuno lo chiama schermo tattile; un mio studente convinto che fosse un anglicismo “intraducibile” ci è rimasto male quando gli ho detto l’alternativa italiana, l’aveva anche sentita ma l’aveva rimossa, è comprensibile, ma non gli sarebbe mai venuta in mente. Gli anglicismi tecnici non si capiscono, si ripetono come ce li vendono, come nomi propri.

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  5. L’Esselunga è quella che ha raggruppato tutti gli articoli a basso prezzo nella linea di prodotti “Smart” e ideato i Locker dove si può ritirare la spesa fatta “on line”. Fa comunque (come tutti) un uso smodato di anglicismi mentre si gonfia il petto di orgoglio per essere una azienda italiana. Milanese per la precisione e se l’Italia è messa male, Milano è proprio quella messa peggio. Scendi in metropolitana e ti sembra di essere all’aeroporto internazionale. Qualunque fesseria è detta e scritta in italiano/inglese come se fossimo una città bilingue e come se uno straniero non fosse capace dopo pochi minuti di capire cosa vuol dire “prossima fermata” visto che lo ripetono in continuazione. Forse hanno aumentato il prezzo del biglietto perchè c’è incluso anche il corso di lingua. Se giri per i negozi c’è da mettersi le mani nei capelli. Per buona parte dei commercianti di corso Buenos Aires i saldi al 20% sono sale 20% off. Le panetterie diventano bakery ed i parrucchieri hairdresser. Non si consegna più, si fanno le delivery. Ci sono attività che espongono i cartellini Open e Closed anzichè Aperto-Chiuso senza alcun motivo e così via.
    I milanesi si sono completamente bevuti il cevello e non se ne rendono neanche conto. Si capisce vivendo in questo ambiente com’è stato possibile che il Politecnico abbia iniziato ad insegnare in inglese senza suscitare reazioni adeguate.Dicono che questa città anticipa i tempi di tutta la nazione. Se è vero tra trent’anni in Italia non si parlerà più italiano. Siamo un popolo di masochisti esterofili che è stato del tutto rimbecillito da 75 anni di colonialismo statunitense.

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    • Milano è la capitale dell’itanglese, poi da milanese ti dico che io – ma non solo io – me ne rendo conto perfettamente, ma il brodo lingusitico in cui sono immerso è quello che descrivi con anche qualche aggravante: in un largo ambito del mondo del lavoro, se non ostenti e usi questo linguaggio ti fanno fuori o quasi, perché esci dai meccanismi di appartenenza e sei percepito come altro, come non addetto. Negli anni ’60 fu Pasolini a individuare che i nuovi centri di irradiazione della lingua erano quelli tecnologici del Nord. Nel 2000 quegli stessi centri di irrradiazione diffondono l’itanglese, e non son più solo nel Nord, ormai il lessico viene fatto da non nativi madrelingua, arriva direttamente dal linguaggio delle multinazionali angloamericane che i nativi colonizzati ripetono e rimescolano.

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    • Milano è una città che amo profondamente ma ogni volta che io, lombardo non milanese, ci vado non posso fare a meno di notare che è veramente la capitale dell’itanglese. L’itanglese viene esibito dagli impiegati al lavoro, parlato dalle persone comuni per strada, urlato nelle pubblicità. È veramente dappertutto, al contrario del dialetto che è quasi scomparso. Il fatto che tutti gli annunci sui mezzi pubblici debbano essere bilingui poi è veramente patetico, soprattutto sui mezzi di superficie come i tram degli anni Venti dove le povere sciure che li utilizzano per andare a fare la spesa in un altro quartiere si devono beccare ad ogni fermata il “next stop” dopo il “prossima fermata”.

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      • Io ho ricevuto delle non troppo velate critiche, in una scuola di digital art & communication dove mi capita di insegnare, per il mio incaponirmi a utilizzare parole che sono sì italiane, ma non funzionali al mondo del lavoro, per esempio perché dico competitore invece di competitor in un contesto dove i compiti sono chiamati homework e i corsi di recitazione sono stati ribattezzati di acting.
        Il vezzo ridicolo di ripete in italiano e in inglese la comunicazione nelle metropolitane è cominciato con la nuova immagine di una Milano turistica che si è realizzata con l’Expo. Dietro c’è una visione di Milano come New York e una volontà di imporre l’inglese come lingua internazionale, anche se poi alla mattina presto in metro ci sono i pendolari, e alla sera i passeggeri sono soprattutto extracomunitari… insomma di americani e inglesi se ne vedono pochini, ma tutti devono inchinarsi alla comunicazione nella neolingua che si vuole aiutare a essere LA lingua internazionale.

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        • A me è capitato di sentire questi doppi annunci sul treno da Fiumicino a Tiburtina (oltre tutto treni per pendolari, scomodissimi per chi esce dall’aeroporto carico di valigie!). E’ vero che da Fiumicino possono esserci più stranieri, però li trovo davvero “pesanti”.
          Il vezzo dei cartelli bilingui (ovviamente) comincia a diffondersi anche altrove, pure nel mio paese umbro, che non è certo turistico (a parte le campagne). Li ho visti in qualche bar e davvero mi sono chiesto ma quanti stranieri ci saranno mai (esclusi gli immigrati)??

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          • Se ripensi ai treni, fino a 20 anni fa c’era la scritta vietato gettare oggetti dal finstrino, o sporgersi, o fumare in 4 lingue: italiano, francese,, tedesco e inglese. Se oggi prendi un’alta velocità la comunicazione è in itanglese (non si può definire italiano) e inglese. Basta. L’inglese è globale. Punto.

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        • Caro Antonio, ti capisco perfettamente. Io che sono un trentenne nell’attuale mondo del lavoro cerco di evitare gli anglicismi inutili ma purtroppo è possibile farlo fino a un certo punto. Anch’io cerco di usare marchio al posto di brand, riscontro al posto di feedback, collocazione al posto di location, ecc. ma in molti discorsi è diventato impossibile farlo, perché le traduzioni non ci sono o non vengono considerate oppure perché il tuo interlocutore, che può essere per esempio il tuo capo o un tuo cliente, ti guarda come se tu fossi un dinosauro o una persona poco competente o aggiornata. Purtroppo è così…

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        • Io nel mondo del lavoro non ci sono più, ma se lo fossi ancora di più mi incaponirei ad andare controcorrente (che in questo caso è anche a favor di logica). Semmai se mi guardassero male proverei a chiarirmi. Ad esempio come mai l’inglese è percepito come moderno e l’italiano antico?. Non mi risulta che l’abbiano inventato nel nuovo millennio, ha anche lui i suoi secoli di storia alle spalle. Perchè ad esempio negli anni ’80 noi dicevamo calcolatore e loro computer e adesso loro continuano a dire computer e noi gli siamo andati dietro rottamando il nostro termine? Per caso le parole italiane hanno la data di scadenza stampigliata sopra e quelle inglesi invece non scadono mai? O addirittura sono come il vino nelle botti: invecchiando migliorano?

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          • I miei tentativi di chiarimento si sono sempre scontrati con una differente visione del mondo. È vero che spesso portare un po’ di consapevolezza aiuta, e si può sensibilizzare chi non lo è semplicemente facendolo riflettere, esattamente come si sensibilizza chi non riflette sull’ecologia per fargli capire le conseguenze disastrose di piccoli gesti che massimizzati non sono affatto poco importanti, perché conducono alla catastrofe. Tuttavia siamo di fronte a due visioni del mondo che si contrappongono: chi ricorre all’itanglese spesso lo fa con fierezza e ostentazione, ed è convinto che questo sia il linguaggio della modernità e lo difende con orgoglio. Sarebbe come voler convincere un petroliere che il petrolio inquina, sostanzialmente ha altre priorità, quelle di usare l’automobile e di vendere la benzina, dunque se ne frega.
            Sulla data di scadenza delle parole aggiungo solo che anche in francese e in spagnolo si diceva e si dice ordinateur o computador, e solo da noi computer si è rivelato un “prestito sterminatore” per cui calcolatore indica i vecchi e ingombranti strumenti del passato come Hal 9000 e oggi c’è solo il computer.

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      • Ci sono particolari poi che ti fanno capire come l’uso degli annunci in inglese non sia funzionale tanto all’esigenza di comunicare quanto uno stupido vezzo per darsi “caratura” internazionale. Ad esempio hanno riempito gli autobus di ultima generazione con patacche rotonde con la scritta “electric bus”. Perchè naturalmente se uno gira per Milano e non padroneggia bene l’italiano ha bisogno della scritta in inglese per capire che quello è un bus elettrico. Sono davvero dei patetici idioti. Tra l’altro mi piacerebbe chiedere ai responsabili dell’ATM quanto ci costa in più tutta questa comunicazione bilingue.

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