Fumetti, divagazioni, inglese e itanglese

All’inizio degli anni Settanta il giornalista Nantas Salvalaggio aveva usato la parola “italese”:

“Bisognava prima o poi riconoscerlo. È il linguaggio semicomico – un intruglio di italiano e inglese – che progressivamente invade le nostre case attraverso le riviste e i fumetti dei figli”.

Citazione tratta da: Giuseppe Pittano, Grammatica italiana, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, 1972, p. 516.

Questa denuncia era un po’ moralistica e basata sul fastidio, più che sulla gravità del fenomeno. Del resto il moralismo di Nantas Salvalaggio è rimasto scolpito in una canzone di Vasco Rossi (“Vado al massimo”, 1982: “Meglio rischiare, che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale”) che aveva così risposto per le rime alla celebre stroncatura di due anni prima, quando il giornalista lo aveva attaccato dandogli del drogato, alcolizzato, ebete e simili epiteti.
Nel bacchettare “l’italese” la critica era limitata alle onomatopee di derivazione americana che proprio nel 1972 erano approdate addirittura in televisione, sul secondo canale della RAI, con la trasmissione Supergulp. Fumetti in tv che sarebbe in seguito divenuta popolarissima.

Le trascrizioni dei suoni inglesi di questo tipo entrate nella nostra lingua sono molte. Oltre a gulp (il deglutire per spavento o sorpresa), tra le più diffuse ci sono sigh (sospiro, da to sigh), sob (singhiozzo, da to sob), sniff (fiutare), smack (bacio, alternato anche a kiss), roar (ruggito), splash (tuffo), wow (stupore e ammirazione) e molte altre. Talvolta, però, sono state anche adattate come nel caso di bum (boom) e clic (click ), anche se questo tipo di scritte fanno spesso parte delle tavole disegnate e non è facile intervenire, in caso di traduzioni, al contrario delle parole contenute nelle nuvolette, dette anche con la bellissima metafora di nuvole parlanti, benché oggi vada di moda l’inglese balloon, venduto come un tecnicismo.

Nella prefazione di Asterix e i Goti (Goschinny e Uderzo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1969) il traduttore Marcello Marchesi scherzava sulla traduzione dei rumori nei fumetti:

E i rumori? Quelli, più che assurdi, sono  psichedelici. Bisognerebbe cercare di realizzarli con barattoli incandescenti che rotolano su sassi dipinti di rosso, in una stanza di decompressione. Basterebbe poi unire all’album il disco. E invece no! Noi i rumori li dobbiamo “tradurre in italiano”.

Anche i versi degli animali vanno tradotti, visto che ogni lingua ha i suoi. MIAO in inglese è MEOW, in francese MIAOU,  in spagnolo MIAU, come BAU in inglese è WOOF, in francese WAOUH, in spagnolo GUAU…

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Il cagnolino francese Idefix confronta la sua lingua canina con quella del danese dei vichinghi nella traduzione italiana (Asterix in America, 1976)

Oggi, prendersela con le onomatopee dei fumetti ci fa sorridere, non sono certo queste inezie a rappresentare il pericolo dell’itanglese nella nostra lingua. Però vale la pena di ricordare i bei tempi, quando ancora si traduceva invece di importare le parole americane e di vergognarci di adattarle. E il caso dei Peanuts è esemplare.


Franco Cavallone, mitico traduttore di Charlie Brown

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Linus, settembre 1967, p. 16: Charlie Brown in torpedone.

Negli anni Sessanta la rivista Linus ha reso popolare in Italia le strisce di Charles Schulz (ma oggi è di moda strip, invece di strisce o vignette) e a quei tempi i traduttori avevano un’attenzione per la nostra lingua a cui oggi non siamo più abituati. In una vignetta del 1965 Snoopy aveva a che fare con l’acquaplano, con cui chiamavano la tavola da surf, anche se la parola surf era alternata per indicare l’attività sportiva, e i Peanuts andavano a scuola con il torpedone, non con lo scuolabus come oggi.

Acquaplano indicava un tempo la tavola usata per lo sci d’acqua, poi sostituita dagli sci, ma i traduttori hanno recuperato quel termine dandogli un nuovo significato.

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Linus, gennaio 1966: Snoopy e il suo acquaplano.

Torpedone è una parola coniata negli anni Trenta, accrescitivo di Torpedo, un modello di carrozzeria usata per varie automobili che ricorre anche in una canzone di Giorgio Gaber (“Vengo a prenderti stasera sulla mia torpedo blu”, 1968). Oggi torpedone è un vocabolo desueto, che ha ceduto il posto a bus, autobus o pullman, molto più in voga di corriera, ma i traduttori di Charlie Brown lo usarono cercando, invano, di farlo rivivere e senza vergognarsene.

Anche la tradizione di Halloween – assolutamente sconosciuta da noi fino agli anni Ottanta, quando è arrivata attraverso i film americani, prima che la festa fosse importata dalle multinazionali negli anni Novanta – comparve in Italia attraverso i Peanuts, insieme all’illusoria alternativa del grande “cocomero” (invece che zucca) in cui  Linus credeva ciecamente. E la traduzione più adatta alle circostanze di “dolcetto o scherzetto”, che allora non avrebbe compreso nessuno, fu resa con “o la borsa o la vita”. I bambini che suonano i campanelli cosa fanno, in fondo? Si comportano come piccoli ricattatori che minacciano danni se non si paga loro la tangente in caramelle…

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Linus, settembre 1966: ad Halloween, Lucy esclama “o la borsa o la vita” invece che “dolcetto o scherzetto” come si è affermato ai nosti giorni.

E, a proposito di caramelle, la traduzione più spettacolare dei Peanuts è quella delle toffolette, per dare un nome italiano o italianizzato ai marshmallow. Un’intera generazione di lettori si è sempre domandata cosa diamine fossero quei misteriosi bocconcini che i Peanuts abbrustolivano sul fuoco infilzati in un legnetto. Perché questi dolcetti, che oggi si chiamano anche cotone dolce, non esistevano da noi fino agli anni Novanta, quando sono apparsi anche nei nostri supermercati.

Personalmente, ricordo di averne sentito parlare per la prima volta nel 1984 attraverso il film Ghostbuster di Ivan Reitman (allora ancora affiancato dalla traduzione Acchiappafantasmi), quando nel finale si materializzava il gigantesco uomo della pubblicità dei marshmallow (figura a sinistra), così sconosciuto che a quei tempi molti pensavano fosse l’omino Michelin (figura a destra).

Perciò, davanti a questa parola all’epoca misteriosa e ancora impronunciabile, il traduttore e notaio Francesco, detto Franco, Cavallone (il responsabile anche delle altre traduzioni di Schulz su Linus) coniò toffoletta, un nome di fantasia che sembra derivato dal vezzeggiativo di toffee, una caramella morbida simile alle mou che un po’ ci somigliava, la stessa radice evocativa che poi si ritrova nella canzone “Toffee”, nome di donna che suscita morbidezza e dolcezza come una caramella, per tornare a Vasco Rossi.

Ma fuori dalle divagazioni, ancora oggi, a distanza di tanti anni, nei siti di ricette e cucina toffoletta compare, insieme a cotone dolce, come la traduzione italiana di marshmallow, e il termine è stato successivamente ripreso nella traduzione italiana del film La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005:  “Willy Wonka sa fare le toffolette al gusto di violetta, succulente caramelle che cambiano colore ogni dieci secondi mentre le mangi”), proprio nello stesso anno in cui Franco Cavallone è venuto a mancare. I dizionari purtroppo non riportano la parola toffoletta, ma sbagliano, perché anche nei libri ricorre in modo significativo come la traduzione più diffusa, ed è giusto ricordarla insiema al nome del suo inventore e alla sua capacità di essere un vero traduttore.

Bei tempi, quando qualcuno ancora pensava a far crescere l’italiano, a rendere “good grief” con “santa polenta”, ad adattare e inventare parole e neologismi dal suono italiano, ad allargare il significato di vecchie parole storiche come acquaplano e torpedone per dare loro nuovi significati e una nuova vita. Come accade nelle lingue vispe e sane.

Bei tempi perduti, a quanto pare. Quando eravamo sani chiamavano Mickey Mouse Topolino senza alcun problema (non come nel caso di mouse), ma si sa che ormai hanno ucciso l’Uomo ragno, e si parla sempre di più di Spiderman. Per quanto tempo potremo ancora parlare di fumetti prima che qualche imbecille ci spieghi che è diventata una parola inadatta e obsoleta, perché per essere precisi e tecnici dobbiamo dire di volta in volta comic, strip e graphic novel? E magari, dopo aver “confutato” che non è possibile dire “romanzo grafico” mostrandoci come si chiamano le nuove categorie editoriali nelle librerie Feltrinelli e Mondadori, il suddetto imbecille aggiungerà tronfio che non è solo una questione di essere tecnici e moderni, ma anche internazionali. Ignorando o fingendo di non sapere che novel è entrato in inglese dall’italiano novella, di Boccaccio, con il nuovo significato di romanzo, e che in spagnolo graphic novel si dice novela gráfica e in francese roman graphique.

Buzzati 500

 

PS delle 22 e 47: Carla Crivello mi ha scritto per aggiungere “una buona notizia: ‘toffoletta’ è stata segnalata tra le parole inedite o non registrate nei dizionari e sarà inserita nel vocabolario on line di Treccani”. Grazie Carla, e grazie ai curatori Treccani che finalmente registrano l’alternativa e citano anche Franco Cavallone.

 

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La confusione tra anglicismi e internazionalismi

L’inglese, o più precisamente l’angloamericano,  è ormai una lingua planetaria, e la sua interferenza si osserva in ogni idioma e Paese. La globalizzazione lo ha diffuso ovunque, attraverso l’espansione delle multinazionali che esportano i nomi dei propri prodotti e dei propri marchi attraverso pubblicità sempre più internazionali, e attraverso modelli commerciali, tecnologici e culturali di successo (dalla musica al cinema).

L’inglese globale è perciò l’effetto e l’altra faccia di un’egemonia e di un indiscutibile imperialismo economico e politico che in molti casi “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”, come ha mostrato Claude Hagège, uno studioso che si occupa della dimensione internazionale della linguistica, e in particolare delle lingue a rischio di estinzione (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7).

E l’italiano come si colloca, davanti a questa espansione?

Dove va (se va) l’italiano

L’interferenza dell’inglese sulla nostra sintassi e sulla nostra struttura linguistica è poca cosa, ma, purtroppo,  non si può dire lo stesso del nostro lessico,  visto che negli ultimi 30 anni abbiamo importato migliaia di parole inglesi che violano il nostro sistema fonetico e ortografico. Dunque il rischio non è la scomparsa e l’estinzione dell’italiano, ma la sua totale trasformazione lessicale che già da tempo manifesta evidenti sintomi di creolizzazione.

Quello che è in gioco, perciò, è il futuro della nostra lingua: verso quale italiano stiamo andando? Una lingua fatta di nuove parole che seguono la storia dei nostri suoni e delle nostre regole, dunque che vengono assimilate e reinventate, oppure una struttura italiana che contiene una percentuale di anglicismi non adattati (dunque “corpi estranei”) sempre maggiore fino a divenire itanglese?

Questo è il bivio e questo è il punto di non ritorno, che a mio avviso abbiamo già superato. E davanti a questo bivio si scontrano due opposte visioni del mondo e della modernità della nostra lingua.

 

La menzogna dell’inglese visto come segno di modernità e di internazionalismo

Per comprendere meglio la questione voglio citare le parole di un importante linguista, Alberto Nocentini, che scrive:

“…il francese e lo spagnolo, a differenza dell’italiano, hanno reagito colle risorse del proprio lessico e tradotto computer con ordinateur e ordenador, rispettivamente. Reazione che corrisponde a una maggior consapevolezza dell’integrità della propria lingua e che contrasta coll’esterofilia un po’ passiva e facilona dell’italiano. In casi come questo, dove il termine è un tecnicismo di diffusione internazionale, al pari di telefono, radio e televisione, resta però da vedere se la soluzione adattata dal francese e dallo spagnolo sia alla resa dei conti un vantaggio o uno svantaggio, perché pone le due lingue al di fuori del circuito internazionale.”

Alberto Nocentini, La vita segreta della lingua italiana. Come l’italiano è diventato quello che è, Ponte alle Grazie, Milano 2015, pp. 109-110.

Queste parole contengono una serie di luoghi comuni e di affermazioni insostenibili, ma evidenziano bene la vera natura del bivio a cui siamo giunti. Molti intellettuali ci vogliono fare credere che il ricorso all’inglese sia “necessario”, un ineluttabile segno dei tempi che coinvolge ogni Paese. Ma non è affatto così, è un fenomeno tipicamente italiano. E bisogna gridarlo forte!

La nostra esterofilia è di certo indiscutibile, ma affermare che l’italiano, al contrario di francese e spagnolo, non abbia tradotto la parola computer è un falso storico. Una parola come mouse non l’abbiamo tradotta, al contrario di francesi, spagnoli, portoghesi e tedeschi (dunque non siamo internazionali in questa strategia, siamo semplicemente succubi), ma computer, fino alla fine degli anni Settanta, si diceva normalmente calcolatore e nella versione italiana di 2001 Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968) computer non ricorre nemmeno una volta (c’era il calcolatore HAL 9.000).

Negli anni Ottanta si è diffusa (senza grande fortuna) anche l’alternativa elaboratore, visto che le macchine non erano più solo in grado di fare calcoli, ma anche di giocare a scacchi, elaborare le informazioni  e permettere le prime applicazioni multimediali (si veda Egidio Pentiraro, A scuola con il computer, Laterza, Bari 1983, “Non calcolatore, ma elaboratore”, p. 9).

Quella che è successa, dunque, è un’altra storia rispetto alla ricostruzione di Nocentini: per prima cosa computer non è affatto un tecnicismo, ma a parte questo, il punto è che si è rivelato un “prestito sterminatore”, che, come molti altri, ha ucciso le alternative italiane esistenti che oggi sono utilizzabili solo come sinonimie secondarie. Questo “parolicidio” è avvenuto precisamente in concomitanza con l’affermarsi del personal computer, da quella data in poi l’anglicismo si è affermato definitivamente sulle alternative di calcolatore o elaboratore personale, come si evince anche dai grafici di Ngram Viewer.

 

 

computer in italiano

Questa precisazione non è una cosa da poco, perché è il simbolo di ciò che sta accadendo all’italiano: sta regredendo, anche se pare che molti linguisti non se ne accorgano.

Altrettanto infondato è paragonare un “internazionalismo” come computer ad altri come telefono e televisione. Ma come è possibile non vedere che nel primo caso si violano le regole di pronuncia e di ortografia (si legge compiuter, e come gli altri forestierismi non si volge al plurale) e si introduce una parola non adattata, mentre gli altri esempi sono parole adattate ai nostri suoni e alle nostre regole, e sono dunque parole italiane a tutti gli effetti? Come è possibile mettere sullo stesso piano i forestierismi non adattati con le parole italiane che derivano da parole straniere solo nella loro etimologia?

È arrivato il momento di spazzare via queste pseudoargomentazioni che fanno confusione invece che chiarezza.

La terza grande falsità è proclamare computer come un internazionalismo. Ma di che cosa stiamo parlando? È vero che si dice computer per esempio in tedesco o in polacco (dove si scrive con la k: komputer), ma sono queste le eccezioni, non è affatto vero che si dica così dappertutto. In greco è υπολογιστών (ipologhistòn), in portoghese computador, in rumeno calcolator, in slovacco e in ceco počítač, in finlanese tietokone, in norvegese datamaskin, nello svedese dator, in turco bilgisayar, in croato računalo, in ungherese számítógép, in islandese tolva… e persino nell’afrikaans si dice rekenaar!

E allora chi è “fuori dai circuiti internazionali”? Noi che non sappiamo fare altro che ripetere l’inglese a pappagallo e in modo coloniale? O chi traduce e adatta, come i francesi e gli spagnoli, ma come hanno fatto anche gli armeni, gli irlandesi, i catalani, i baschi e i gallesi?


Colonialismo, altro che internazionalismo!

Basta con queste sciocchezze della lingua sovranazionale. Sono bugie. Sono l’alibi per preferire l’inglese e rinunciare a parlare l’italiano!

Davanti al Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati solo gli italiani ripetono l’inglese GDPR (= General Data Protection Regulation), perché in Francia e Spagna si dice RGPD, e in Germania DSGVO (Datenschutz-Grundverordnung).

Essere moderni e internazionali dovrebbe portarci a rinunciare a dirlo in italiano? È questa la visione dei linguisti che negano l’anglicizzazione della nostra lingua? È questo l’italiano del futuro che hanno in mente?

Chi afferma ciò o è vittima di pregiudizi o è in malafede.

Brainstorming che dai noi è spacciato da certi linguisti come prestito di necessità, in Francia è stato tradotto con remue-méninges (spremimeningi) e in Spagna con lluvia de ideas (pioggia di idee). Graphic novel, che ripetiamo all’inglese anche se novel deriva dall’italiano novella (dall’opera di Boccaccio), in francese è roman graphique e in spagnolo novela gráfica. Basta confrontare le voci della Wikipedia italiana e francese per rendersi conto di come stanno le cose.

E se un francese usa preferibilmente parole come camping e football che noi diciamo preferibilmente campeggio e calcio, va ricordato che le pronunciano alla francese (campìng e futbòll), e non certo in inglese come facciamo noi, esattamente come wi-fi, pronunciato in modo autoctono anche dagli spagnoli. Noi, invece, ci vergogniamo a storpiare l’inglese, da cui ci stiamo facendo soggiogare rinunciando alla nostra lingua e incapaci di adattarlo ai nostri suoni.

Ripetere le parole inglesi senza tradurle, o sostituirle a quelle italiane anche quando esistono le alternative che facciamo morire perché non le utilizziamo, non significa “essere internazionali”, ma “essere provinciali” e stupidi. Significa rinnegare la nostra storia e le nostre radici per scegliere di diventare creoli. Questo è il morbus anglicus che sta soffocando la nostra lingua.

Chi, con l’alibi dell’internazionalismo o del tecnicismo “insostituibile”, vuole dirlo in inglese mente: sta semplicemente imponendo la propria visione del futuro della nostra lingua (l’itanglese) e il proprio senso di inferiorità verso l’inglese.

Questo è il vero problema, che denuncia anche Claude Hagège quando scrive che la predominanza dell’angloamericano spinge verso una mentalità monolingue che è tutta a beneficio dell’inglese e all’imposizione della lingua dominante da parte di tutti. Le competenze plurilinguistiche non sono considerate una ricchezza e il

“monolinguismo a vantaggio dell’inglese è vissuto come garanzia (…) della modernità e del progresso, mentre il plurilinguismo è associato al sottosviluppo e all’arretratezza economica, sociale e politica, oppure è considerato una fase, negativa e breve, sulla via che deve condurre al solo inglese”.

Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 100.

Questa mentalità, che in Italia va per la maggiore, è da respingere e da combattere con ogni mezzo, perché rappresenta una delle principali porte di ingresso agli anglicismi e una delle principali cause della regressione del nostro lessico.

PS
Sulla necessità di tutelare la nostra lingua dal pericolo degli anglicismi, segnalo l’appello di Gabriele Valle al presidente dell’ANSA Giulio Anselmi, perché segua l’esempio dei mezzi di informazione spagnoli.

La creolizzazione lessicale dell’italiano: il caso “food”

Quello del food è un settore strategico per l’import-export del made in Italy e bisognerebbe fare qualcosa per contrastare i prodotti italian sounding che ci danneggiano pesantemente.

Probabilmente quasi tutti sottoscriverebbero un’affermazione del genere, al di là del fatto che sia espressa in itanglese.  La questione è: perché esprimiamo in inglese persino le nostre eccellenze?  Perché in un contesto non internazionale ci appropriamo di un’espressione come made in Italy, fieri di farla nostra, invece di prodotti italiani? Perché le contraffazioni alimentari dal suono italiano, pseudoitaliane, sono italian sounding? Perché l’interscambio commerciale, il commercio con l’estero, il settore delle importazioni-esportazioni si esprime in inglese?

Dal cibo al food

Perché, e da quando, il settore alimentare, l’industria gastronomica, il mondo della ristorazione è food?

FAST FOOD
StampaSera 17/04/1982, pagina 27.

Sembra impossibile, eppure tutto ha avuto inizio pochissimi anni fa, con i fast food, nel 1982 stando alle datazioni dei dizionari. Sugli archivi storici de La Stampa, una delle prime occorrenze significative è proprio di quell’anno, ancora virgolettata con a fianco la necessità di esplicitarne il significato: pasto rapido.

 

Cosa è accaduto in 36 anni alla nostra lingua?

Non solo fast food si è diffuso senza alternative al punto di essere ormai spacciato per un prestito “necessario”, ma food si usa ormai per indicare l’industria alimentare, il settore della gastronomia o della ristorazione, e il non food designa l’industria non alimentare. C’è il food design e ci sono i food designer, il cibo per gli animali è diventato pet food, cibo di strada sta scomparendo davanti al prestito sterminatore street food, e una saga alimentare con le bancarelle gastronomiche o un mercatino di ghiottonerie sono indicati anche con street food parade. Il cibo al cartoccio, quello che si mangia con le mani, è finger food, mentre i punti di ristorazione di una fiera sono detti food corner.  Si parla di junk food o trash food al posto di cibo spazzatura, un chiosco furgone o un camion ristorante si chiama food truck, il crudismo è raw food, e poi c’è il comfort food, il cibo consolatorio, mentre la nuovissima mania di condividere le foto di piatti e pietanze in Rete è il food porn.

Come è potuto accadere che in un lasso di tempo così breve si siano diffuse e in molti casi radicate così tante locuzioni composte da food? Questo fenomeno virale che si estende con velocità impressionante si può ancora spiegare con la nozione di “prestito” utilizzata dai linguisti per descrivere queste cose? Il problema è davvero nei prestiti o c’è qualcosa di ben più radicato e profondo?

Queste domande sono retoriche, naturalmente. Nel Rinascimento, quando eravamo il modello culturale di tutto il mondo, le nostre parole sono diventate internazionali dalla musica (fuga, sonata, forte…) all’arte (affresco, architrave, balcone, chiaroscuro, facciata…). Certo le cose sono cambiate dal Cinquecento. Ma se Dean Martin cantava le delizie della “pasta e fasoi” in “That’s amore” e se negli Stati Uniti si dice pizza o vino, è perché le nostre eccellenze si sono imposte in italiano anche più recentemente.

Nell’epoca dei MasterChef, al contrario, quando un’azienda italiana lancia il movimento dello Slow food, per contrapporsi alla logica del fast food, quando nasce un gioco di parole come Eataly (che è bellissimo, per carità), o quando si moltiplicano le insegne con scritto wine bar al posto delle enoteche, non c’è in gioco solo il voler essere internazionali, sotto c’è qualcosa di più profondo. C’è la scelta di difendere e lanciare l’italianità dei nostri prodotti in inglese, e cioè c’è la rinuncia definitiva a dirlo in italiano, a chiamare le nostre cose nella nostra lingua. C’è l’alberto-sordità (di Un americano a Roma) di voler fare gli americani, privata dell’ironia e assunta in modo tragico a un nuovo modello culturale per cui la modernità coincide con l’inglese.

Il linguaggio è la spia dell’inconscio

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Freud considerava il linguaggio la spia dell’inconscio, e forse, quando usiamo l’inglese per connotare ciò che è tipicamente italiano, mettiamo a nudo tutto ciò che c’è sotto questo modo di parlare, il nostro complesso di inferiorità che si esprime con suoni inglesi persino quando riguarda le nostre peculiarità, che alcune volte è inconscio e inconsapevole, altre volte è una scelta ben precisa.

In entrambi i casi, l’ossimoro è che lo stile italiano diventa italian style, come l’italian design, non solo quando lo rivendichiamo all’estero, dove un barlume di senso ci sarebbe, ma anche quando è una questione interna. E pensare che design è un italianismo che deriva dall’eccellenza del disegno industriale italiano, importato nell’inglese, adattato al proprio suono con il medesimo significato (perché l’inglese ha sempre accolto parole da moltissime lingue, ma le adatta). E noi, invece, lo reimportiamo in inglese e in questo modo lo ostentiamo, alienandone la paternità. Nessuno si definirebbe oggi “disegnatore industriale”, ce ne vergogniamo, poco importa che design sia un italianismo, poco importa che sia solo uno pseudotecnicismo.

Che fa un designer? Tutto e niente. E infatti da solo vuol dire troppe cose, come disegnatore, e quindi va specificato, ma ovviamente sempre e solo in inglese: ci sono gli internal designer (progettisti di interni), i graphic designer e i web designer (cioè i grafici), e poi i fashion designer (gli stilisti) e, per tornare alla gastronomia, i cake designer (cioè i decoratori di torte), i food designer che progettano utensili innovativi per la cucina…

Quando una società rinuncia a parlare la propria lingua, qualche problema ce l’ha, avrebbe forse pensato Freud. Ma sembra che gli italiani non se ne rendano conto. E invece bisognerebbe passare dall’incoscienza alla consapevolezza e riflettere su dove stiamo andando a questo modo.

L’italiano e gli italiani

Quello che Arrigo Castellani chiamava il “morbus anglicus” non sta nell’entrata di un numero di parole in inglese sempre maggiore. Questo è l’effetto, non la causa. Il problema sta negli italiani, che sono quelli che l’italiano lo praticano facendolo vivere o morire. Se continuiamo a preferire l’inglese (è qui il morbo, in questa inconsapevolezza di molti e in questa scelta consapevole di altri, e qui bisogna intervenire) il lessico italiano non potrà fare altro che regredire, come sta facendo da decenni.

Da una parte c’è la pressione dell’espansione delle multinazionali, che impongono i loro nomi e la loro lingua, dal caso di fast food ai titoli dei film, dai nomi dell’informatica a quelli delle professioni, dallo sport alla pubblicità, alla televisione…

Dall’altra c’è una classe dirigente, formata da giornalisti, intellettuali, imprenditori, scienziati, rettori e professori che sceglie l’inglese, e così facendo lo impone a tutti gli altri.

Il risultato è che la gente ripete quel che sente, e quando non ripete in modo attivo, comunque si abitua, in modo passivo, a questa colonizzazione che si espande.

La moltiplicazione dei composti di food è possibile perché le migliaia di anglicismi che stanno colonizzando ogni settore della nostra lingua non son prestiti isolati, ma una strategia comunicativa e una rete di parole interconnesse che si espande nel nostro lessico, lo soffoca, lo fa regredire e ne impedisce l’evoluzione attraverso la creazione di neologie. Se parliamo di trash food è perché si è già imposto il trash (1986), ma recentemente si parla anche e di junk food, perché ci sono i junk bond, titoli spazzatura, e quindi poi compaiono anche le junk mail. Se prende piede il pet food, è perché ci sono anche i pet shop (i negozi di articoli per animali), la pet therapy (zooterpaia), gli alberghi pet friendly (attrezzati per gli animali), il pet sitter, e quest’ultimo è a sua volta possibile perché c’è già il modello di baby sitter… e così via.

 

Gli anglicismi non sono più prestiti isolati: sono una rete che si espande

I linguisti che continuano a guardare agli anglicismi come fossero prestiti isolati, e che magari li catalogano con etichette stupide come quelle di lusso e di necessità, rimangono imprigionati nel particolare e nei singoli esempi senza vedere il fenomeno complessivamente. Usano categorie ridicole, vecchie, incapaci di rendere conto di ciò che sta avvenendo oggi alla nostra lingua.

Invece, il numero degli anglicismi che, intrecciandosi, colonizzano ogni settore è così esteso che ha cambiato la nostra lingua ed è abbondantemente straripato nel linguaggio comune. In una rete del genere il tutto non è più riconducibile alla sola somma delle parti, è qualcosa di più. È l’assimilazione dei suoni e delle regole, che va oltre le singole parole. Dal cibo al food, e dalla bellezza al beauty, per citare Annamaria Testa, sempre di più l’economia diventa economy e le tasse tax , il lavoro job… Dal lessico alle regole il passo è breve, è solo questione di tempo. E infatti persino nel linguaggio istituzionale delle leggi dopo lo stalking (il perseguitare) e il mobbing (comportamento vessatorio) nelle sentenze è arrivato il grooming (adescamento dei minori), e poi il bossing (le vessazioni da parte di un superiore) e lo straining (una forma attenuata di mobbing)… perché questo tipo di desinenze e di importazioni creano precedenti e aprono la strada all’analogia, e a continuare la lista con altre parole simili.

Questo fenomeno non si può liquidare semplicisticamente come qualche prestito linguistico, si chiama creolizzazione lessicale.

 

Fermare la creolizzazione lessicale

Per uscirne ci vogliono nuovi modelli culturali, ma è anche necessario far circolare le alternative italiane. Da più di un anno, con tutte le mie forze, sono in prima linea in questa battaglia, e nel mio piccolo vedo qualche cosa che sono riuscito a smuovere.

La verita_Francesco Borgonovo.jpgOggi è uscito un articolo a tutta pagina su la Verità (Francesco Borgonovo, “Un dizionario combatterà gli anglicismi”) che parla del progetto AAA, con addirittura uno strillo in prima pagina. Qualche tempo fa anche una rivista di sinistra come MicroMega ha dato largo spazio  alla stessa notizia (con oltre 5.000 mi piace!), e passando alle segnalazioni più istituzionali mi sono ritrovato citato anche sul sito Terminology Coordination del Parlamento europeo (Marta Guillén Martínez, “EuroParole, the new Italian platform that clarifies Anglicisms meaning”).

Rinforzato da questi segnali continuerò a lottare per fare in modo che gli italiani del futuro non scelgano di parlare la lingua che le multinazionali ci impongono e che la nostra classe dirigente ha già scelto di usare. E sono sempre meno solo, grazie alla straordinaria partecipazione dei lettori-partecipanti che si stanno aggregando attorno alle mie iniziative.

Un grazie di cuore ai tantissimi che mi hanno scritto, segnalato, commentato e donato le proprie riflessioni e la propria collaborazione.

 

PS
Sul tema dell’interferenza linguistica dell’inglese, e sulla sociolinguistica, segnalo il lavoro di Alessandro Carlucci (ricercatore dell’Università di Oxford) uscito da poco (The Impact of the English Language in Italy. Linguistic Outcomes and Political Implications, LINCOM Studies in Sociolinguistics 16, 2018) che ha studiato come l’impatto dell’inglese sulla lingua italiana sia legato alle stratificazioni sociali e alle gerarchie di prestigio e potere all’interno della comunità che usa l’italiano.

La rinuncia a parlare in italiano

Negare l’anglicizzazione della lingua italiana è ormai insostenibile. A farlo sono rimasti solo alcuni linguisti che non si sa bene dove vivano, forse in una torre di avorio slegata dal mondo del lavoro, della formazione, dell’informatica, dei giornali e della realtà. Del resto non furono certo i linguisti a comprendere, negli anni Sessanta, che l’italiano ottocentesco basato sui testi letterari e sul toscano era finito. Fu invece un intellettuale come Pier Paolo Pasolini, in un articolo su Rinascita del 26 dicembre 1964 ad aprire gli occhi agli intellettuali, ai letterati e ai linguisti (che inizialmente lo attaccarono) mostrando loro che il nuovo italiano era tecnologizzato, raccoglieva gli influssi del modo di parlare del Nord (il nuovo centro di irradiazione) ed era sempre più policentrico.

L’interferenza linguistica è un fenomeno normale e positivo, la colonizzazione no

Oggi, la nuova questione linguistica riguarda soprattutto l’itanglese e la rinuncia a parlare in italiano. È un’ovvietà sotto gli occhi di tutti, tranne di qualche barone universitario e di qualche “specialista” avulso dalla realtà, che come un disco incantato sostiene che l’accoglimento dei forestierismi è un fenomeno normale che c’è sempre stato fin dai tempi di Dante: un concetto lapalissiano che non ha nulla a che fare con la questione attuale dell’itanglese. Il punto è un altro: è un problema di numeri! Non c’è nulla di male ad accogliere un centinaio di ispanismi, di germanismi, una manciata di parole giapponesi o arabe e nemmeno poco meno di un migliaio di francesismi, visto che i sostrati del francese sono plurisecolari. Non c’è nulla di strano, di pericoloso e nemmeno di male ad accogliere migliaia e migliaia di parole straniere, se vengono adattate ai nostri suoni e alle nostre regole. Questi cambiamenti, insieme alle neologie e all’entrata nella nostra lingua di parole locali e regionali, costituiscono una ricchezza, la spinta propulsiva, l’evoluzione linguistica necessaria, se non vogliano ingessare l’italiano nella lingua dei morti e se vogliamo che cresca e si adegui ai cambiamenti del mondo.

Ma non è affatto normale che dal secondo Dopoguerra oggi abbiamo importato 3.500 parole inglesi senza adattamenti. Non è normale che in 30 anni i 1.600 anglicismi del Devoto Oli siano diventati 3.500. Non è normale che la metà dei neologismi del nuovo Millennio di Zingarelli e Devoto Oli sia in inglese. Non è normale, per esempio, che il Devoto Oli del 2017 registri in totale 980 voci marcate “informatica” e che di queste ben 417 siano in inglese! Tutto ciò ha un altro nome. Si chiama colonizzazione o regressione dell’italiano, delle sue regole e dei suoi suoni. Si chiama incapacità di evolvere con neologismi autoctoni, per prenderli da una lingua e una cultura percepita come superiore.

Per la cronaca, i 3.500 anglicismi del Devoto Oli non sono sempre sovrapponibili ai 3.500 anglicismi che ho raccolto in un dizionario più “popolare”, AAA (Alternative Agli Anglicismi). I termini informatici inglesi da me raccolti, per esempio, sono di più: 573. Viceversa il Devoto Oli raccoglie oltre 300 sigle, contro le 87 riportate da me, cioè quelle più comuni. E così gli anglicismi della fisica nel Devoto Oli sono 72, ma io ne ho accolti solo 9, perché ho volutamente omesso i tecnicismi noti solo agli addetti ai lavori. In compenso ho incluso tantissimi anglicismi che circolano sulla stampa, e che di fatto esistono, anche se non sono (ancora) registrati dai dizionari (ma è solo questione di tempo). A un mese dalla messa in rete del mio lavoro, la cosa più sconcertante è che mi sono state indicate tante lacune. Dall’11 settembre 2018 a oggi ho aggiunto circa 60 nuovi lemmi (un paio al giorno) che mi sono stati segnalati dai lettori-partecipanti (e altrettante segnalazioni non le ho inserite perché erano occasionalismi, tecnicismi troppo di settore o parole di circolazione troppo bassa per lo spirito del mio lavoro). Dopo questo primo mese di vita di AAA mi sono reso conto che la partecipazione dei lettori è stata enorme, e che 3.500 sono pochi.

L’italiano? Una scelta “eccentrica”

Gli addetti ai lavori negazionisti sono rimasti i soli, ormai, a non rendersi conto del linguaggio con cui la gente comune è costretta ad avere a che fare tutti i giorni.

“Grazie al vostro dizionario – scrive una mamma che allega anche le immagini – sono riuscita a capire cosa fosse il corso di coding che noi genitori non sapevamo proprio di cosa trattasse”.

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Non commento l’opportunità di presentare un corso con un nome simile, senza spiegazioni, rivolto ai bambini delle elementari; spero solo che questo tipo di comunicazione penalizzi le società o le “fab-lab” che propongono questi corsi e mi auguro che vengano disertati. Ma di missive del genere me ne stanno arrivando tante.

“Mi sono iscritta a un master a Bologna che si intitola: Banking and finance litigation. Chiamarlo contenzioso bancario e finanziario, no?” Scrive un avvocato.

Sì, perché la “gente” non significa il popolino o “l’utente medio” con le sue connotazioni limitative. La gente è fatta anche di persone di cultura.

“Trovo questa piattaforma di estrema utilità. Sono direttore di una rivista scientifica italiana e cerco in tutti i modi di evitare di infarcire i contributi pubblicati di anglicismi non necessari e consultarvi mi è molto utile”.

Questi pochi esempi di una ben più larga partecipazione dimostrano che la rinuncia a parlare in italiano non solo è un fenomeno concreto, pratico e reale, ma che è anche sentito da un numero sempre crescente di persone, cioè di consumatori, di elettori, di cittadini che spero di riuscire prima o poi a organizzare in un movimento che sappia far sentire la propria voce presso i politici, le aziende, le scuole, i giornali e la classe dirigente che ha deciso di rinunciare all’italiano.

La rinuncia all’italiano la vivo sulla mia pelle nelle scuole di formazione per cui collaboro. Il linguaggio aziendale è ormai in itanglese (dalla nomenclatura delle professioni ai tecnicismi) e la comunicazione delle scuole e della formazione prepara a questo linguaggio. Perché diciamo back to school? Ringraziamo le aziende che ne hanno fatto un motto inglese da appiccicare sulle vetrine per vendere gli accessori scolastici, e ringraziamo le scuole di formazione che magari lo espongono, insieme all’open day, sul loro ingresso. Queste realtà non solo stanno rinunciando a parlare in italiano, ma lo stanno anche trasmettendo, o forse imponendo, agli studenti e ai collaboratori. I corsi di recitazione diventano acting, i compiti homework, una comunicazione elettronica con gli auguri di inizio anno che ho ricevuto recava in oggetto New beginning, e davanti alle mie considerazioni verso questo linguaggio inutilmente anglicizzato, al punto da apparire ridicolo, mi sono sentito rispondere che le mie scelte “eccentriche” di usare una terminologia italiana, sì, ma obsoleta e fuori luogo rispetto al linguaggio aziendale, non sono condivisibili o sono retrograde. E allora qui ci sono in gioco due diverse visioni della lingua italiana, quella di chi va fiero di sfoggiare l’inglese e che giorno dopo giorno importa per distinguersi in una gara a chi è più moderno, e chi trova questa visione ridicola, assurda, insensata e pericolosa.

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Dai “grammar nazi” alla Resistenza e alla Liberazione

Parlare in italiano sta diventando in molti settori una scelta eccentrica, ci rendiamo conto di cosa sta accadendo, mentre qualche addetto ai lavori dice che non sta accadendo nulla? E questo non vale solo per il mondo del lavoro o dell’informatica, si estende in moltissimi ambiti, dal marketing al commercio, dal design alla moda, dalle pubblicità alle banche. I nuovi sport sono sempre più in inglese (NB: sport è un anglicismo ma non un internazionalismo “necessario” come qualche linguista vuole fare credere, e infatti in Spagna si chiama deporte), dal curling al nordic walking (che vergogna camminata nordica o con i bastoni, che eccentricità!); le discipline tradizionali si anglicizzano (la pallanuoto è sempre più water polo, la pallavolo volley, anche se in inglese sarebbe volleyball, come basketball e non basket…) e in inglese è una buona parte della terminologia sportiva (dribbling, pressing, ace, match point…). Ma possibile che al CONI non venga nemmeno in mente di provare a dare nomi italiani almeno alle nuove discipline sportive?

Qualcuno, davanti a queste considerazioni obietterà, come al solito, che le italianizzazioni erano tipiche del fascismo. È vero, ma non è certo quello il modello cui guardare, e oggi (con ben altre modalità) accadono normalmente anche in Francia, in Spagna, in Svizzera… e nei Paesi civili che hanno a cuore il proprio patrimonio linguistico.

Davanti a un’avanzata dell’inglese di questa portata e sproporzione, dobbiamo guardare ai numeri e alla profondità del fenomeno. Non c’è da fare la guerra ai barbarismi, c’è da organizzare la Resistenza. Difendere l’italiano non è da “grammar nazi” (per usare un linguaggio che arrivi anche agli angloentusiasti), significa al contrario che bisogna combattere contro gli anglofili che stanno distruggendo la nostra lingua per tentare la Liberazione.

La cancellatura dell’italiano

Oggi è il compleanno di Emilio Isgrò, un genio e un artista tra i miei preferiti, celebre soprattutto per “l’arte della cancellatura”.

In una mostra del 2016 a Palazzo Reale che gli ha dedicato Milano (la sua città di adozione) ho avuto modo di emozionarmi davanti alla cancellatura della “Quarantana”, l’edizione definitiva dei Promessi sposi curata dal Manzoni in persona. Anche io, nel mio piccolo e come posso, ho deturpato i Promessi sposi riscrivendone l’incipit in itanglese, ma ripensando alla Sua forma di distruzione creativa dei libri (e non solo), mi sono chiesto: cosa accadrebbe se cancellassi in stile Isgrò tutte le parole italiane, lasciando solo l’inglese, per esempio dalle copertine delle più diffuse riviste di moda?

GIOIA isgro

ELLE isgro

COSMOPOLITAN isgro

 

Quale sarebbe l’impatto visivo di una simile isgroizzazione di un testo di Salvatore Aranzulla che divulga l’informatica?

aranzulla isgro

 

Come si presenterebbe una pagina del famigerato Sillabo del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), privato dell’italiano con il metodo Isgrò?

MIUR isgro

 

E, visto che chi fa formazione non fa altro che abituare a dirlo solo in inglese come accade nelle aziende, che accarebbe se isgroiassimo gli annunci di lavoro?

LAVORO ISGRO

 

Ecco, questi falsi, questo isgroiare l’italiano in modo irrispettoso (per la nostra lingua e per l’arte di Emilio Isgrò) lasciando solo l’inglese, non sono solo un omaggio a un grande artista troppo poco conosciuto.

Sono soprattutto immagini che ci fanno riflettere sulla cancellazione e sulla negazione della nostra lingua, che fuori dall’arte concettuale è una realtà tragica e triste.

Lettera a Giorgia Meloni e agli altri deputati sulla tutela dell’italiano

Giorgia Meloni

Gentile Giorgia Meloni,

scrivo simbolicamente a lei perché è alla guida di un partito, ma mi rivolgo anche a tutti gli altri firmatari della proposta di legge sulla lingua italiana numero 678, presentata il 31 maggio 2018, dal titolo Disposizioni per la tutela e la promozione della lingua italiana e istituzione del Consiglio superiore della lingua italiana.

Leggendo questo atto sono rimasto sbalordito nel ritrovare nel vostro testo le mie precise parole. Mi riferisco a frasi come:

Da tempo la globalizzazione e il monolinguismo stereotipato che conducono all’inglese rappresentano un pericolo per le lingue locali. In Francia e in Spagna lo hanno capito e hanno adottato provvedimenti, in Italia no (cfr. il finale del mio articolo “La politica linguistica francese: impariamo dalla legge Toubon [1]”).

In Italia, invece, non esiste alcuna politica linguistica, anzi, il linguaggio della politica, nel nuovo millennio, si è anglicizzato sempre di più introducendo le parole inglesi nelle leggi, nelle istituzioni e nel cuore dello Stato (cfr. finale del primo capoverso di “L’italiano degli svizzeri: question time? No grazie”.

Ho scoperto con incredulità che queste mie parole sono state addirittura pronunciate in un dibattito parlamentare!

Passato lo stupore davanti a queste e alle altre citazioni senza virgolette, è subentrata la gioia nel constatare che evidentemente la mia battaglia sta cominciando a circolare e a diffondersi.

È evidente che qualcuno del suo ambiente e della sua squadra ha letto quello che ho scritto su questo mio sito personale. E allora, forse, potrebbe leggere anche questo nuovo articolo. E se le mie parole sono state apprezzate al punto di venire incorporare in un disegno di legge, forse anche le seguenti potrebbero essere ascoltate e recepite, in futuro, da chi ha la possibilità di proporre delle leggi.


Il Consiglio Superiore della Lingua Italiana (CSLI)

Partendo dal presupposto che la lingua italiana è un bene culturale e sociale che non viene tutelato, diffuso e promosso a sufficienza, in Italia si parla da anni dell’istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua Italiana (CSLI). Ma le tante proposte di legge che sono state avanzate (e che hanno posto anche l’accento sul problema dell’anglicizzazione della nostra lingua) non hanno avuto alcun seguito.

Oltre al vostro recente disegno, penso per esempio a quello proposto il 21 dicembre 2001 da alcuni senatori, tra cui Andrea Pastore (PDL), ripresentato anche l’8 giugno del 2008 (Disegno di legge n. 354), a quello del 22 maggio 2013 (in cui si faceva riferimento anche al problema degli anglicismi e del loro numero) o a quello del 27 ottobre 2016.

Accanto a queste proposte avanzate perlopiù dai deputati e dalle forze politiche che appartengono alla destra, ce ne sono state altre (anche queste senza seguito) da sinistra, come quella del 21 dicembre 2012 il cui primo firmatario era il radicale Marco Beltrandi, e che proponeva anche la promozione dell’esperanto come lingua sovranazionale.

Nello stesso anno proprio i radicali hanno presentato una petizione che è risultata trasversale, ed è stata firmata da innumerevoli parlamentari di ogni schieramento: “No question time”. Si chiedeva di esprimere in italiano l’espressione con “cui si indicano da anni le risposte del governo alle interrogazioni parlamentari”. Ma ancora una volta non ha avuto un esito positivo.

In Svizzera, invece, senza troppe chiacchiere si dice molto semplicemente l’ora delle domande, in Parlamento e anche sui giornali (vedi Ticinonews o Tio).

È necessario superare le posizioni ideologizzate

Sono convinto che la lingua italiana sia un patrimonio di tutti, che dovremmo averne cura tutti e che la sua difesa, tutela e promozione non sia di destra né di sinistra. Per citare Annamaria Testa:

La nostra lingua è un bene comune. È un patrimonio di cultura, di bellezza, di storia e di storie, di idee e di parole che appartiene a tutti noi, che vale, che ci identifica come individui, come cittadini e come Paese”.

E allora, la prima riflessione che vorrei porre è che per fare qualcosa di concreto, che non rimanga chiuso nei cassetti, sarebbe forse necessario puntare al supermento di ogni schieramento o partito per rivolgersi maggiormente a tutti in modo trasversale. Le posizioni in campo su questo tema non riguardano la destra o la sinistra, sono di altra natura. La sfida del presente e del futuro è un’altra: c’è chi è consapevole che la nostra lingua sia un patrimonio dal salvaguardare come si salvaguarda l’arte, la gastronomia e tutte le nostre eccellenze. E poi ci sono gli angloentusiasti, che non sono politicamente schierati, semplicemente vedono nella cultura e nella lingua angloamericana un modello superiore che vogliono scimmiottare, si vergognano di dirlo in italiano e preferiscono consapevolmente usare parole inglesi incuranti, a questo modo, di depauperare e fare regredire la nostra lingua. Questi signori si annidano soprattutto nella nostra classe dirigente che diffonde un linguaggio aziendale sempre più anglicizzato cui la formazione non sa fare altro che ammiccare (dal MIUR alle scuole di formazione private); sono tra i tecnoscienziati che teorizzano l’uso dell’inglese nella scuola e nella scienza; sono tra i giornalisti; lavorano per i colossi internazionali che ci propinano le interfacce dei programmi informatici in itanglese; sono anche tra i tanti linguisti scollati dalla realtà che sostengono che l’italiano non sia in pericolo e che ci dicono, senza essere supportati dai numeri, che non sta accadendo nulla di grave e che va tutto bene. Ma questa classe dirigente si annida anche nella politica, a destra e a sinistra.

Forse, allora, perché le proposte della costituzione del CSLI e della tutela dell’italiano abbiano un seguito e una realizzazione bisognerebbe uscire da ogni posizione ideologizzata per fare qualcosa di trasversale e di largamente condivisibile.

C’è una larga fetta della popolazione che non può più dell’insensata moda di ricorrere all’inglese che sta depauperando la nostra lingua. Ci sono linguisti del calibro di Luca Serianni che si sono espressi in modo favorevole all’istituzione del CSLI (“Ancora sul Consiglio Superiore della Lingua Italiana”, in Lingua Italiana d’Oggi, II, pp.55-66, 2005), ci sono le 70.000 persone che in un mese hanno firmato la petizione Dillo in italiano, ci sono “eroi” come Giorgio Pagano che è  arrivato al punto di fare lo sciopero della fame, per richiamare l’attenzione sulla questione. Ci sono i 126 docenti che hanno firmato una lettera di protesta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per opporsi alla decisione dell’ex Rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone di rendere obbligatorio l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti. Ci sono le proteste di quanti sono riusciti a fermare il progetto del 2015 di rinnovare il logo del comune di Roma sostituendo lo storico SPQR con il nuovo motto Rome and You…

Questa larga fetta di popolazione, di consumatori e di elettori non è inquadrabile attraverso la destra o la sinistra. E per rispondere alle loro esigenze bisognerebbe riuscire a creare proposte di legge allargate, a costo di attenuare e ammorbidire le soluzioni proposte dai singoli schieramenti.

Dare il buon esempio e iniziare da piccoli passi concreti

Sono convinto che, oltre ai disegni di legge, la politica dovrebbe cominciare forse con il dare il buon esempio.

È curioso, a questo proposito, che si usino due pesi e due misure per le pari opportunità della lingua e delle donne. Se nel 2007 la Presidenza del Consiglio dei Ministri (Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche) è intervenuta sulla lingua (con l’ausilio dell’Accademia della Crusca) nel regolamentare la femminilizzazione delle cariche e se le pubbliche amministrazioni si sono adeguate ottenendo un cambiamento nella lingua istituzionale e addirittura influenzando quella dei giornali e dei dizionari (ministra, sindaca…), sul fronte degli anglicismi non solo non si sta facendo nulla di concreto, ma anzi, gli apparati dello Stato li introducono nel linguaggio istituzionale con grande disinvoltura.

Io non lo so, davanti al crollo del Partito Democratico, quanto abbia inciso anche il linguaggio anglicizzato renziano (dall’anglicizzazione istituzionale di jobs act, volountary disclousure e tax anziché tasse, al linguaggio fatto di slide, flexicurity o democratic party). Ma di certo per chi vuole raggiungere chi è infastidito dall’eccesso dell’inglese, e dargli voce, è necessario prima di tutto usare un linguaggio non anglicizzato anche nella propria comunicazione personale, politica e istituzionale.

È giusto guardare a quanto avviene negli altri Paesi europei, a cominciare dalla Francia, dove nella Costituzione è scritto che la lingua è il francese, mentre nella nostra l’Articolo 12 specifica i colori della nostra bandiera, ma non fa accenno alla nostra lingua istituzionale. Forse sarebbe allora interessante provare a riproporre per la terza volta (non c’è il due senza il tre) l’iniziativa dell’Accademia della Crusca che chiedeva che anche nella nostra Costituzione si inserisca che la lingua ufficiale è l’italiano (La Crusca lo ha proposto, invano, nel 2006 e nel 2014).

Sicuramente è giusto anche guardare al modello della legge Toubon, magari per prendere ciò che c’è di buono e per migliorarla, più che emularla semplicemente. Davanti alle soluzioni repressive, che nel vostro disegno di legge si esprimono per esempio attraverso le multe, qualcuno potrebbe facilmente invocare l’esempio sbagliato della politica linguistica fascista. A dire il vero non fu il fascismo a introdurle, erano già state proposte e approvate a fine Ottocento, anche se allora l’intento era quello di “battere cassa” tassando le insegne dei negozi in lingua straniera più che tutelare la nostra lingua (cfr. il portale storico della Camera dei Deputati, 2° Tornata del 13 maggio 1874, pp.3628-3629). Ma è strano che, davanti alle tasse sulle insegne straniere dei negozi, c’è chi è pronto a urlare che fu questo l’inizio della guerra ai barbarismi di epoca fascista ma non dice nulla a proposito del fatto che in molti comuni esiste già qualcosa di molto simile, basta qualche regola di buon senso.

A Bologna “dal 1° gennaio 2012 non sono autorizzabili insegne con scritte in lingua straniera che non siano accompagnate da contestuale traduzione letterale in italiano”. Ma anche a Torino (“Qualora i mezzi pubblicitari contengano un messaggio in lingua straniera o dialettale, si richiede la traduzione dello stesso in lingua italiana”), a Pistoia, a Prato e in molte altre città.

Naturalmente questi provvedimenti non hanno nulla a che vedere con la tasse sulle insegne di epoca fascista, sono fatti in nome della trasparenza che è dovuta ai cittadini italiani, per il loro rispetto, più che per dichiarare guerra ai barbarismi. E lo stesso dovrebbe avvenire nel caso del linguaggio istituzionale, nelle scuole, nel lavoro e nella politica…

Personalmente non sono favorevole alle misure costrittive e punitive, ben vengano le multe per ogni tipo di violazione, ma oltre alla legge Toubon ci sono altri esempi forse più virtuosi cui guardare, come quelli di Spagna e Svizzera, che puntano non alla repressione, ma alla promozione e alle campagne di sensibilizzazione. Proibire le insegne straniere genera malcontenti, promuovere una campagna per l’uso dell’italiano (campagne Pubblicità Progresso, interventi nelle scuole…) non avrebbe particolari costi e sarebbe forse più efficace: il modello che sogno non è quello di multare le insegne con scritto Wine bar, ma la speranza che la gente, opportunamente sollecitata, diserterà questo genere di esercizi preferendo le enoteche (nei ristoranti di lusso di New York si dice vino, perché è quella la parola più evocativa e di prestigio che ammicca all’eccellenza italiana). E allora le insegne saranno spontaneamente sostituite dai proprietari di questi locali, se non vogliono chiudere, senza bisogno di alcuna multa e costrizione.

Insomma, quello di cui abbiamo bisogno maggiormente in Italia è semplicemente una campagna culturale: siamo a un bivio e se non spezziamo la follia di dire le cose in inglese (la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese) non c’è futuro per l’italiano. Se non capiamo che la nostra lingua deve tornare a essere autonoma, se non ci riappropriamo della capacità di creare neologismi italiani, adattamenti e traduzioni che non violano le nostre regole grammaticali e fonetiche, il destino sarà l’itanglese. La nostra struttura grammaticale non è intaccata, ma il lessico sì, enormemente, e la lingua del Bel Paese si infarcirà solo di sostantivi e locuzioni che sono “corpi estranei”, che violano le nostre regole di pronuncia e di scrittura, si snaturerà sempre maggiormente e sarà in grado di esprimere in italiano solo ciò che appartiene alla storia; diventerà la “lingua dei morti” e perderà la capacità di descrivere il nuovo, il lavoro, la scienza, l’informatica… il futuro.

 

Gentile Giorgia Meloni e gentili deputati tutti, spero vivamente che anche queste mie parole siano lette e magari copiate in un futuro disegno di legge destinato, mi auguro, ad avere un seguito e una qualche forma di concretezza.

Distinti saluti,
antonio zoppetti

Il 4% delle parole del linguaggio comune è in inglese

La prima delle tante riflessioni e statistiche che si possono trarre dal Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi (AAA) riguarda la quantità degli anglicismi presenti nel linguaggio comune, cioè quelle parole che una persona di buona cultura dovrebbe conoscere o comprendere all’interno di un discorso (anche se non le usa attivamente), perché non sono tecnicismi o parole di settore specialistiche, e si ritrovano normalmente per esempio sui mezzi di informazione, senza necessità di spiegazioni.

Non mi risulta che esistano studi o calcoli recenti sulla questione, ma se qualcuno ne fosse a conoscenza lo invito a segnalarli.

Il linguaggio comune secondo Tullio De Mauro

Faccio riferimento al modello di Tullio De Mauro, il (grandissimo) linguista che negava che gli anglicismi costituissero un problema per la lingua italiana.

Secondo questo modello, ci sono circa 7.000 parole definite di base, cioè quelle che chiunque conosce e usa e che costituiscono le parole più frequenti (il linguaggio di base a sua volta è composto da circa 2.000 parole fondamentali, 2.300 di alta disponibilità e 2.750 di alto uso). Accanto a queste ci sono poi circa 40.000 parole che costituiscono il linguaggio comune, quelle che tutti conoscono, anche se non è detto che le usino attivamente.

Oltre a queste 47.000 parole (7.000 di base + 40.000 comuni), ci sono poi le altre (nei dizionari monovolume oscillano tra 50.000 e 100.00) che appartengono a linguaggi tecnici e settoriali, e non sono comprensibili a tutti: l’avvocato conosce i suoi tecnicismi ma non quelli del medico, che a sua volte non condivide quelli dell’avvocato e così via.

Nel negare l’anglicizzazione della lingua italiana, uno dei punti di forza di De Mauro (e dei negazionisti che continuano a ripetere queste stesse cose) era nell’escludere gli anglicismi dal linguaggio di base e da quello comune per relegarli nella sfera dei tecnicismi di settore. In questo modo l’italiano sembra salvo e l’itanglese lontano.

Ma questa teoria non è più sostenibile, come ho cercato di dimostrare nei miei lavori.

E allora il punto è: quanti sono, oggi, gli anglicismi nel linguaggio comune?


Perché le marche di De Mauro non sono più attuali

Nelle Avvertenze al dizionario Nuovo De Mauro (che risale al 2001)  il criterio usato nel marcare le parole è ben specificato:

CO: comune; sono così marcati i vocaboli che sono usati e compresi indipendentemente dalla professione o mestiere che si esercita o dalla collocazione regionale e che sono generalmente noti a chiunque abbia un livello mediosuperiore di istruzione;

TS: tecnico-specialistico; sono così marcati vocaboli legati a un uso marcatamente o esclusivamente tecnico o scientifico e noti soprattutto in rapporto a particolari attività, tecnologie, scienze;

Ma seguendo questo criterio, se cerchiamo “mouse” , vediamo che è marcato come TS dell’informatica, cioè come fosse un tecnicismo, e così “password“,  “scanner” (TS elettronica/medicina), “chat” (TS informatica), “hacker” (TS informatica), “laser” (TS fisica)  e altre centinaia e centinaia di anglicismi che sono invece alla portata di tutti.

Se la teoria che fa degli anglicismi termini di settore si basa su queste marche, molto semplicemente è priva di fondamento!

Nel 2018 non si può più sostenere che parole come queste siano fuori dal linguaggio comune. A dire il vero non era sostenibile nemmeno nel 2001, come ho provato a dimostrare nel mio libro, ma in ogni caso una lingua è viva e queste categorie si spostano velocemente: se non vengono aggiornate continuamente, rischiano di diventare presto obsolete e di restituire una fotografia della nostra lingua che non è reale.

Non sono il solo a manifestare perplessità davanti alle marche utilizzate nei dizionari di De Mauro. Nel 2015 Claudio Giovanardi notava che la distinzione delle fasce sembra arbitraria e contestabile, che i confini tra i livelli sono sfumati, che tra le parole fondamentali c’era software ma non hardware, offline ma non online, e non si spiegava l’assenza di parole popolari come big, mouse, news, jogging, day, wow, mobbing, stalking, ticket e selfie.

Claudio Giovanardi, “Un bilancio delle proposte di traduzioni degli anglicismi 10 anni dopo” in Claudio Marazzini e Alessio Petralli (a cura di), La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, Accademia della Crusca/goWare 2015, pp. 64-85 (e-book, formato epub).

Prima di lui, nel 2008, Andrea Bistarelli scriveva che le marche d’uso appaiono discutibili specialmente in casi come e-mail, che all’epoca era ancora classificata come tecnicismo informatico (TS).

Andrea Bistarelli, “L’interferenza dell’inglese sull’italiano. Un’analisi quantitativa e qualitativa” in inTRAlinea. Online translation journal, Volume 10, 2008, www.intralinea.org/archive/article/1644.

E allora come stanno le cose?


Gli anglicismi comuni in AAA

Nel classificare i circa 3.550 anglicismi inseriti in AAA ho provato a utilizzare marche (o categorie) un po’ più attuali. La categoria che include 155 Anglicismi fondamentali, per esempio, raccoglie gli anglicismi inseriti nel Nuovo vocabolario di base di Tullio De Mauro (circa 129 parole, quindi l’1,7%) integrati con quelli delle 10.000 parole fondamentali secondo il Devoto-Oli 2017 e delle 5.485 dello Zingarelli 2017 (se le parole fondamentali fossero 10.000, 155 costituirebbe l’1,55%).

I 1922 Anglicismi comuni, invece, sono una raccolta empirica e basata sul buon senso, ancora in via di revisione. Sicuramente sono stati inseriti un centinaio di anglicismi che potrebbero essere messi in discussione (qualcuno potrebbe obiettare che siano davvero comuni), ma il problema principale non è nell’inserimento di parole dubbie, ma nelle lacune: ci sono centinaia di parole che non sono state marcate così, per non calcare la mano portando acqua al mio mulino, per esempio curvy, cyber sex, account executivepre-shave (il prebarba contrapposto ad after-shave, che si trova normalmente nelle pubblicità o nei negozi)… che non sono certo “tecnicismi”.

In sintesi: anche se i criteri di demarcazione non sono sempre oggettivabili, gli ordini di grandezza che ne escono sono abbastanza affidabili, ritengo. E 1.900 anglicismi comuni, confrontati con le 47.000 parole che secondo De Mauro formano il linguaggio comune, costituiscono il 4%.

Dunque il 4% delle parole comuni è in inglese! E questo è un dato nuovo, pesante, accaduto negli ultimi 30 anni e destinato ad aumentare. Non è un caso che circa la metà dei neologismi del nuovo Millennio sia inglese, da quanto si ricava dallo spoglio di Devoto Oli e Zingarelli.

Concludendo: l’inglese non si traduce, non si adatta, non si coniano nuove parole ma si prende in prestito direttamente senza nessuno sforzo di dirlo in italiano… E allora come si fa ancora a negare che l’italiano si sta anglicizzando? Su quali basi? Su quali numeri?

E cosa accadrà fra 20 o 30 anni se non si spezza questa moda assurda e deleteria di dirlo in inglese?

Ai posteri la non così ardua sentenza.