L’italiano nella transizione dal suono toscano al sound inglese

“Se l’italiano derivasse da un dialetto della Val Padana, – si legge nel “Morbus Anglicus” del 1987 a proposito di anglicismi – se Dante, il Petrarca e il Boccaccio fossero nati, per esempio, a Bergamo, e se il parlare di quella città fosse stato accettato dal resto del nostro paese, le difficoltà sarebbero minori. Ma Dante, Petrarca e Boccaccio hanno scritto in fiorentino; la lingua che abbiamo ereditata dai nostri antenati è il fiorentino (con qualche cambiamento, s’intende, e con accrescimenti lessicali).”

Arrigo Castellani era toscano, e le parole che terminavano in consonante gli dovevano suonare particolarmente inaccettabili. E infatti aggiungeva che “un italiano in cui le parole terminassero per –t, –ft, –sp, –ps, –nk, ecc., non sarebbe nemmeno più una lingua nel pieno senso della parola” e si ostinava persino a dire e a scrivere filme invece di film.

Il dialetto milanese

Io sono milanese, invece, e anche se il dialetto meneghino lo capisco, non sono in grado di usarlo in modo attivo. Faccio parte della generazione che ha conosciuto lo spezzarsi della tradizione orale per cui era la lingua naturale in famiglia o nel quartiere e sono cresciuto usando solo l’italiano. Mio padre, al contrario, con i nonni e gli zii parlava ancora in dialetto, ma tutti, nel rivolgersi a noi bambini, cambiavano registro e usavano l’italiano.
Fino agli anni Settanta per la città si sentiva parlare il milanese, tra milanesi, ma la composizione sociale urbana era diversissima rispetto a vent’anni prima e tutto era molto cambiato con le migrazioni dal sud. In un primo tempo sorsero dei problemi di incomprensione fortissimi per chi sapeva esprimersi solo nei rispettivi dialetti, perché non tutti erano capaci di usare l’italiano con disinvoltura, né quelli che erano bollati negativamente come “terroni” – prima che analoghe forme di razzismo venissero rivolte ai nuovi migrati extracomunitari – né alcuni meneghini. Le cose sono cambiate con i “matrimoni misti” e i milanesi di seconda generazione, quando tutti ormai parlavano l’italiano e le differenze erano solo nelle cadenze e nelle inflessioni.
Il problema dell’intercomprensiblità non riguarda solo il lessico e la pronuncia di certe parole, ma anche la sintassi. E di recente una peruviana che sta studiando l’italiano e fa la panettiera in un piccolo borgo della Brianza, dove la gente parla ancora in dialetto, mi diceva che stava cominciando finalmente a capire anche il milanese, ed era molto stupita da espressioni come “me pias no” che vuol dire: “Non mi piace”, dove il “no” che nega la frase si pone alla fine, non all’inizio.
Crescendo, ho assistito alla morte del milanese, almeno in città. Decennio dopo decennio, visto che non era trasmesso alle generazioni successive, è scomparso, con il morire dei vecchietti che lo parlavano. E adesso non si sente più. Qualche anziano lo parla ancora all’interno delle mura familiari, ma – al contrario dell’itanglese sempre più diffuso – non si sente, a meno di non spostarsi nei paeselli lombardi lontani dal capoluogo.
Per fortuna non tutti i dialetti hanno fatto questa brutta fine. Ma l’abbandono del milanese è legato anche ad altre ragioni ben più antiche, che risalgono all’unificazione dell’italiano parlato. Oggi, conoscere un dialetto è considerato un arricchimento culturale e un mantenere il legame con la propria tradizione locale, ma agli inizi del Novecento, quando l’italiano non era ancora un patrimonio comune di tutti, parlare il dialetto era considerato un atto di ignoranza, come a testimoniare l’incapacità di parlare l’italiano. Apparteneva ai ceti incolti, e veniva deprecato, esplicitamente vietato e punito a scuola dove si doveva insegnare e praticare la lingua comune a tutti, un principio che si era affermato all’epoca del fascismo. Anche da questo sentore è nata la consuetudine di parlare ai figli direttamente in italiano negli ambienti domestici, per incentivarli alla lingua nazionale e sradicare “l’ignoranza”.
L’unificazione dell’italiano, che è una cosa bella, in alcune aree è però stata pagata con la perdita dei dialetti locali, ed è stato un prezzo molto alto.

I dialetti dell’antichità e la loro toscanizzazione

Facendo un passo indietro di molti secoli, i dialetti italiani, nati dallo sfaldamento del latino tardo e medievale che prendeva le sue proprie forme in ogni località, avevano un grado di intercomprensibilità forte, rispetto ai giorni nostri. Nel Cinquecento, nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, che probabilmente fu scritto da Niccolò Machiavelli, si legge:

“Quello che fa ancora differenti le lingue, ma non tanto che le non s’intendino, sono la pronunzia e gli accenti. Li Toscani fermano tutte le loro parole in su le vocali, ma li Lombardi e li Romagnuoli quasi tutte le sospendono su le consonanti, come è pane e pan.”

Se i dialetti non si fossero nel frattempo così diversificati, una panettiera peruviana della Brianza sarebbe oggi più facilitata nell’interagire con i clienti che le si rivolgono in dialetto. Ma allo stesso tempo la comprensibilità del toscano trecentesco è rimasta forte anche oggi, e se ciò che scriveva forse Machiavelli ci è ancora comprensibile, lo stesso vale – con qualche maggiore difficoltà – per la lingua di Dante o di Boccaccio.

Nel Quattrocento, un secolo prima dello scritto machiavellico, il poeta alla corte degli Sforza Gaspare Visconti nella premessa ai suoi componimenti si scusava del suo “non molto polito naturale idioma milanese”. E in queste parole c’era tutto il senso di inferiorità delle altre lingue, degli altri dialetti, nei confronti del toscano, che si era imposto come il modello del volgare illustre della poesia per motivi di prestigio. Solo intorno al Cinquecento questo volgare si è cominciato sempre più a chiamare ”italiano”. E il “purismo” di Bembo che aveva fissato la lingua italiana “pura” in quella delle “tre corone fiorentine” Dante, Petrarca (che però era nato ad Arezzo) e Boccaccio, aveva anche contribuito a stigmatizzare in modo negativo gli altri dialetti. Su questi principi era sorta l’Accademia della Crusca, che aveva lo scopo di separare il fior di farina, la lingua pura, dalle maleparole dialettali e dai barbarismi, criterio che mise in pratica nello stilare il suo primo Vocabolario (1612) che suonava più come un raccolta di parole “lecite”, in quanto usate dalle tre corone, che non volto a dare loro delle definizioni.
Il massimo poeta cinquecentesco, che non era più un toscano bensì l’emiliano Lodovico Ariosto, nel 1516 pubblicò l’Orlando furioso, ricco di parole padovane e settentrionalismi; ma nel pieno spirito dell’epoca, l’edizione fu rivista nel 1521 e poi toscanizzata seguendo i precetti bembiani nel 1532, con el che diventava il, (e in lonello), mentre le x si trasformavano in s e si modificavano anche le forme verbali (mostrerò invece di mostrarò o trassero invece di tràrro). E molto più tardi anche Manzoni avrebbe “ripulito” il linguaggio dei Promessi sposi con lo sciacquare i panni in Arno.
Ma il suono toscano si era già parzialmente imposto anche prima delle tre corone, quando nel Duecento era stato preso a modello dai primi letterati alla ricerca di un dialetto “illustre” che permettesse di comporre poesie intese in tutto il bel Paese, compreso lo stilnovismo del bolognese Guinizelli. In questo affermarsi del toscano vennero toscanizzate persino le liriche che precedevano la scuola toscana pre-dantesca di Cavacanti. Il “Cantico delle creature” francescano – “Altissimu, onnipotente, bon Signore…”, con la “u” di umbro – nelle versioni toscanizzate diventava “altissimo”. E addirittura la lirica in volgare siciliano che Federico II aveva fatto sorgere nel suo regno proprio in opposizione al latino della Chiesa e dei feudatari ci è poi arrivata nelle versioni toscanizzate dai copisti, e dell’originale rimangono solo pochissime testimonianze. Per esempio: Tutti li pinsaminti chi ’l spirtu meu divisa sunu pen’ e duluri è stato trasformato in Tutti quei pensamenti ca spirti mei divisa, sono pene e dolore, e queste toscanizzazioni in molti casi hanno portato a trasformare le rime originali sempre perfette, in rime imperfette.

Le affinità tra il suono inglese e quello milanese

Ho divagato, lo so. Ma tornando ad Arrigo Castellani e al milanese odierno (visto che conosco poco il bergamasco), è chiaro che l’affinità con l’inglese è diversa e meno dirompente rispetto all’italiano, che è a base toscana. Una parola come “négher” che vuol dire “nero”, è così simile a “computer” che passerebbe inosservata, se la “u” di computer non si leggesse “iu” all’inglese. E tra le canzonacce popolari in milanese mi ha sempre colpito un rifacimento di “Let’s Twist Again” – la famosa canzone di Chubby Checker del 1961 – dove “twist” diventava “t’hu vist” cioè “ti ho visto”, se si trascrive così, perché non ho idea delle norme grammaticali del meneghino che dai tempi di Carlo Porta a quelli di Svampa, che in milanese aveva tradotto Brassens, si sono più o meno codificate. In ogni caso, il ritornello si trasformava in “t’hu vist i gamb fino all’orlo di mutand” che si dovrebbe capire, credo (i gamb sono le gambe, cambia il genere), ma se non si capisce esprime ciò che oggi, in itanglese, è forse più comprensibile con l’anglicismo “upskirt” (la sbirciata sotto la gonna). In Rete si trovano denominate così le numerose documentazioni fotografiche delle scosciate televisive che si intravvedono quando l’attricetta di turno in minigonna accavalla involontariamente o meno le gambe. La corrispondenza vocalica del rifacimento della canzone in milanese, comunque, ha una corrispondenza con l’originale inglese davvero calzante.

L’english sound che ci guida (dalla toscanizzazione all’anglicizzazione)

Il punto è allora questo. L’italiano del nuovo Millennio sembra aver perso il prestigio del suono toscano che, pur avversato da tanti fieri anticruscanti e antipuristi di ogni epoca, è quello che abbiamo sempre seguito. Se, nel passato, il complesso di inferiorità linguistico era nel non essere toscani, oggi sta nel non utilizzare il giusto anglicismo. E in questo slittare dal fascino del suono toscano a quello dei suoni inglesi, tendiamo a inventarci da soli i nostri itanglismi sulla base dell’english sound un po’ come durante lo sfaldamento del tardo latino, sul sonus del latino classico, attraverso interferenze locali, straniere o incolte, spuntavano parole distanti da quelle ortodosse, per esempio caballus, al posto di equus, che ha poi preso il sopravvento, trasformandosi nell’italiano cavallo con meccanismi alla base della nascita delle lingue neoromanze, tra cui i nostri dialetti antichi che poi hanno portato all’italiano.
La differenza è che mentre questo processo è nato dal disfacimento dell’Impero romano, quello a cui assistiamo va nella direzione opposta, che spinge verso la nostra fagocitazione nel nuovo impero globalizzato che coincide con l’anglosfera.
E Castellani, subito dopo la citazione che ho riportato all’inizio, continuava:

“C’è purtroppo il rischio che questo italiano finisca col perdere la propria identità, col creolizzarsi, col divenire un dialetto usato solo in certe circostanze o per finalità pittoresche da una piccola minoranza della grande comunità anglofona.”

Rispetto al 1987, molte cose sono cambiate. Oggi fa quasi sorridere la preoccupazione di Castellani davanti alle parole che terminano in consonante e che si possono leggere come una de-toscanizzazione della lingua dove il sì suonava. Il problema è ormai ben più profondo e coinvolge non più solo il lessico, ma anche la morfologia delle parole, in cui le regole della grammatica italiana saltano, nell’ortografia, nella fonologia e anche nella sintassi.
Nel passaggio dal suono toscano al suono inglese – l’english sound che ormai ci guida nella composizione delle neologie e nella strategia di adottare in modo crudo anziché adattare come abbiamo sempre fatto – il lessico si ibrida, per cui se c’è lo screenshot e lo screening, ecco che poi nascono a orecchio lo screnshottare (fare uno screenshot) o lo screenare (fare uno screening) che coniughiamo in modo istintivo e naturale (ho provato a quantificare queste ibridazioni sul sito Treccani). E mentre queste parole non sono più né inglesi né italiane, sono ormai creole, le parole di Castellani si stanno rivelando profetiche: stiamo perdendo l’identità della nostra lingua, non solo nel ricorrere a un lessico fatto di “corpi estranei” (estranei ai nostri suoni e all’ortografia), ma ormai anche nell’importare prestiti sintattici che generano enunciazioni mistilingue. “Il social media manager ha proposto un restyling del brand green-oriented, è una lingua ibrida ben diversa dall’italiano che direbbe la stessa cosa con altre parole, ma anche con altre collocazioni: “Il responsabile della comunicazione digitale ha proposto una revisione del marchio in chiave ecologica”.
Purtroppo, dubito che qualcuno nel mondo del lavoro, sui giornali o anche informalmente tra colleghi, usi una simile formula italiana. Per farlo forse bisognerebbe “chiedere venia dell’itanglese poco pulito”, che in termini moderni corrisponde a non usare i tecnicismi che il mondo del lavoro richiede e impone, dove non adeguarsi diventa pittoresco, patetico o peggio ancora porta all’esclusione dal gruppo perché si viene percepiti come non addetti ai lavori e “ignoranti”.

L’ignoranza di cui vergognarsi è oggi rappresentata dal parlare in italiano invece che in itanglese, come un tempo era rappresentata da usare il milanese invece del toscano.
Nell’odierna lingua dei giornali, delle istituzioni e quindi della gente, la percentuale di anglicismi è altissima (nella figura su meno di 100 parole, compresi gli articoli, 13 sono in inglese).

Alcuni come bar, sport e anche stop sono ormai “normali”, passano inosservati anche se terminano in consonante – con buona pace di Castellani – come tantissime altre parole ormai “italiane”, che comunque si scrivono come si pronunciano, per semplificare (es. over). Ma le reinvenzioni sul suono inglese come “green pass” o “smart working” – che non sono prestiti ma accostamenti di radici inglesi a cui noi diamo l’attuale significato italiano – sono itanglismi a orecchio che rovesciano la nostra naturale collocazione delle parole seguendo appunto l’english sound costruito sulle regole della lingua internazionale che ci guida nel nuovo Millennio. E chi dice che tanto fra 10 anni non parleremo più di “green pass” ha forse ragione, ma ci saranno nuove parole, e molto più numerose, che suonano in inglese, perché il problema non sono i singoli anglicismi ma il suono inglese che ci guida. E questo fenomeno sarà sempre più profondo.

Tra crollo e tracollo

Il prestigio dell’inglese, in sempre più ambiti, è tale da aver scalzato e ucciso l’italiano, che rimane una funambolica possibilità tutta teorica, che non è più naturale e suona forzata. E dopo aver assistito alla morte del milanese, giorno dopo giorno mi pare di assistere alla morte della mia lingua naturale, sostituita da qualcosa che è altro. Qualcosa che non è una “normale” evoluzione, ma al contrario una trasformazione che viola tutte le regole ed esce dal normale evolversi di una lingua. Le lingue evolvono, certo, ma invece di limitarci a queste massime lapalissiane, dovremmo comprendere che nell’evolversi ci sono dei limiti e dei paletti che quando si superano portano alla morte di una lingua, e il latino è morto proprio nella sua evoluzione in qualcosa d’altro.
Oggi l’italiano sta rischiando di divenire un dialetto di un anglomondo che pensa e parla in inglese, e il prezzo da pagare per questa internazionalizzazione che coincide con l’angloamericano, non con il plurilinguismo, è troppo alto.
Accanto alla creolizzazione si intravedono le prime scelte politiche di abbandonare del tutto la nostra lingua per passare al solo inglese. Ciò avviene nelle denominazioni nazionali come Alitalia che diventa ITA Airways; nelle decisioni di insegnare nel solo inglese all’università, come nelle scuole coloniali; nella lingua degli articoli scientifici; persino nei progetti di ricerca tutti italiani come i Prin o il Fis che per legge si devono presentare e discutere solo in inglese, e non nella nostra lingua madre. E quando il principale centro di irradiazione della lingua non è più fatto dai nativi, perché le nuove parole arrivano da fuori direttamente in inglese grazie ai prodotti, alla pubblicità o alla tecnologia delle multinazionali, e a ciò si aggiunge che l’inglese diventa la lingua di comunicazione della scienza e della scuola anche all’interno del nostro stesso Paese, il rischio paventato da Castellani si è avverato, e il tracollo è già iniziato.

11 pensieri su “L’italiano nella transizione dal suono toscano al sound inglese

  1. Ottima spiegazione come sempre. Inoltre vorrei segnalarti questo dibattito video sull’itanglese del 1 febbraio tra Giacomo, Barbaroffa e la professoressa Yasmina Pani (che anche firmataria della petizione contro lo scevà), in cui hanno pure allegato in descrizione la petizione per la proposta di legge.

    Apprezzo molto il discorso di Yasmina, eppure lei ad un certo punto afferma di non essere sicura di voler sostenere la nostra proposta di legge, sia perché la ritiene troppo “politica”, sia perché teme una nuova “imposizione” (eppure la nostra proposta non chiede affatto nessuna imposizione, perché ci ispiriamo semplicemente alle politiche democratiche europee e non certo al proibizionismo fascista) e poi lei si dimostra pure un pò scettica sul punto 7 relativo alla delicata questione dei corsi universitari redatti esclusivamente in inglese (alla professoressa ed agli altri partecipanti bisognerebbe spiegare chiaramente quali sono le cattive conseguenze portate dall’abbandono dell’italiano nell’università a favore del monolinguismo inglese).

    Sai Antonio, sarebbe meglio se a questi dibattiti avessi partecipato pure tu, così potresti fornire maggiore chiarimenti sul vero senso della nostra proposta di legge per l’ecologia linguistica, visto che già in molti hanno frainteso.

    Infine sempre su YouTube ti segnalo anche questo simpatico video animato da parte de “Il Cosmopolita Italiano”, dove si smentisce il pregiudizio secondo il quale italianizzare le parole sia roba da fascisti:

    Buona visione.

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    • Grazie dei collegamenti. Mi pare che la simpatica e preparata Yasmina abbia avuto qualche scivolone in questo video, quando attribuisce alla petizione una volontà di “imporre” che non c’è, visto che si chiede al contrario una campagna di promozione e valorizzazione dell’italiano (interna ed esterna), tra l’altro sull’esempio di quanto avviene in Francia e in Spagna. Poi mi pare comprensibile che non la si appoggi o condivida, o non la si valuti positivamente, ognuno è libero di farlo o meno. L’unica richiesta “impositiva” e di usare l’italiano nei contratti di lavoro e nel linguaggio istituzionale, che non implica imposizioni alla gente, ma è un atto di rispetto e buon senso che per es. in Francia è ben regolamentato dalle leggi, e che in altri Paesi come la Spagna si dà addirittura per scontato.

      Anche sulla questione dell’insegnamento, nessuno chiede e ha mai chiesto l’estromissione dei corsi in inglese, viceversa il tema riguarda l’estromissione dell’italiano, visto che in gioco c’è la questione di insegnare in solo inglese, il che è discriminatorio nei confronti dell’italiano e degli italiani, ma basta ripercorrere le vicende giudiziarie intorno al Politecnico milanese per saperlo.

      Mi stupisce l’esitazione davanti alla domanda “unde malum?” nell’usare l’inglese… il punto è semplice e sta nella quantità di anglicismi, nel loro uscire dal lessico per coinvolgere la morfologia e anche la sintassi, nell’ibridazione, e alla fine nei cambiamenti che trasformano l’italiano in un’altra lingua, creola, l’itanglese. Per carità si può anche dire che questo è un bene e il futuro, ma personalmente considero il fenomeno un passaggio che conduce alla morte dell’italiano storico e al nascere di una nuova lingua, e difendo la mia. Credo che quello che ho scritto oggi risponda, e comunque il nodo cruciale in gioco è quello di dare una definizione dell’italiano. Se è ciò che riportano le grammatiche, bene: l’inglese viola le regole e si pone al di fuori. Ciò vale anche per altri forestierismi, solo che non c’è alcun problema nell’accettare un numero di francesismi o altri forestierismi che non intacca la struttura dell’italiano, al contrario di accettare lo tsunami anglicus che lo stravolge. Se invece l’italiano è ciò che si parla in Italia indipendentemente dal fatto che diventi inglese, itanglese, cinese o marziano… be’ mi pare un’interpretazione anarchica che porta a buttar via ogni regola e allora “anything goes” per dirla con Feyerabend, tutto va bene e chissenefrega, ognuno “parla come cazzo gli pare” per fare una citazione che qualcuno ha già sdoganato.

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  2. Caro Antonio, io sono bergamasco e abito in provincia. Mi ritengo davvero fortunato ad essere cresciuto in un contesto in cui il dialetto è tutt’ora parlato (anche se sempre meno) e di conseguenza a conoscerlo e a parlarlo bene a mia volta anche se sono solo un trentenne. Il bergamasco è un dialetto molto diverso dall’italiano e molto difficile da capire per un italofono che non lo conosce. Confermo che le parole che terminano in consonante sono frequentissime (ad esempio “s’cèt”, “fiùr” e “tàol”, che significano rispettivamente “ragazzo”, “fiore” e “tavolo”). Nonostante la rivalutazione dei dialetti d’Italia negli ultimi decenni, noto comunque come a tutt’oggi un grandissimo numero di persone continui a credere che essi siano varianti locali dell’italiano e non idiomi sviluppatisi autonomamente dal latino. Tantissime persone continuano inoltre a percepirli come parte della tradizione ma al contempo come qualcosa di “inferiore” o addirittura scorretto. Ottimi insomma per riportare proverbi o qualche frase ad effetto o tutt’al più per dare un nome originale ad un’attività legata al territorio (magari mischiando dialetto e inglese per rendere il nome più cool). Se si cominciasse a chiamare i dialetti “lingue regionali” e a tutelarli credo che la loro percezione cambierebbe moltissimo. Ad ogni modo mi sembra che si delinei sempre più una tripartizione tra dialetto, italiano e inglese. Il dialetto è parlato (sempre meno) nelle situazioni più informali, l’italiano nella maggior parte dei contesti (con sempre più anglicismi) e l’inglese nella comunicazione lavorativa internazionale e non.

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    • Il problema dei dialetti è che si possono parlare solo con la cerchia ristretta di chi li usa, e personamente non lo sa fare ma anche gli interlocutori non ci sono quasi più, tra le mie cerchie. Però sarebbe importante salvaguardarli, in qualche modo e dove si può, Sono una ricchezza, anche se in aluni luoghi ce ne siamo accorti tropo tardi.

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    • Io, che purtroppo non ho avuto la fortuna del signor AB di nascere in provincia e quindi, pur col doppio degli anni sul groppone, non so purtroppo usare scioltamente nessuna parlata locale, condivido buona parte dell’analisi e anche l’idea che sarebbe preferibile il termine “lingue regionali”, perché in effetti – anche questo è un anglismo semantico! – oggi il termine “dialetto” è internazionalmente usato sempre più spesso per indicare la variazione sociale o geografica entro una lingua nazionale, e non la parlata locale geneticamente derivata da una fase linguistica preesistente a quella (nel nostro caso dal latino tardo) per quanto ne sia anche profondamente influenzata.
      Solo che in Italia “regionale” rimanda a precise entità istituzionali, mentre le famiglie dialettali, tra l’altro difficilmente delimitabili, di norma non coincidono con alcuna regione ammnistrativa: esiste p.es. dialettologicamente il “salentino”, mentre non esistono il “marchigiano” o il “laziale”. Perciò preferirei parlare di “lingue collaterali” o anche “territoriali”.
      Per noi in Lombardia per la parola dialetto ha un altro difetto: poiché nell’italiano regionale (il “dialetto” lombardo nell’acceziona anglosassone”) anche il suffisso dominutivale italiano standard -ÉTTO viene pronunciato -ÈTTO, la parola “dialètto” potrebbe essere subliminarmente interpretata come un diminutivo, sminuendone la dignità idiomatica.
      Una curiosa (e grave) conseguenza dell’ambiguità semantica della parola “dialetto” è che — atteso che la Carta Europea delle Lingue Regionali/MInoritarie espressamente non concerne i “dialetti” — la Svizzera ammette a tutela le parlate locali della Svizzera francese (quelle poche che non sono ancora del tutto estinte) ma non quelle della Svizzera tedesca o italiana: a ciò credo che non sia estraneo il fatto che in francese è dittusa l’interpretazione inglese del termine “dialecte” — e qiundi il vallesano o il giurassiano non sono “dialectes”, bensì “langues régionales” tutelabili —, mentre in tedesco (“Dialekt”) e in italiano prevale l’accezione tradizionale, e quindi zurighese e bernese, luganese e bregagliotto ecc. non sarebbero “lingue” (regionali) bensì solo “dialetti” e quindi non suscettibili di protezione ai sensi della Carta, benché i realtà il tipo di parentela genetica con le rispettive lingue-tetto sia del tutto analogo a quello esistente tra le citate varietà della Svizzera occidentale e il francese standard.

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      • Caro Giovanni, “dialetto” è una parola che non solo è di difficile definizione, ma che ho usato impropriamente nella mia ricostruzione storica, perché a essere precisi i dialetti antichi erano chiamati volgari e di dialetto si parla appunto solo dopo che la lingua nazionale si è affermata. Però sull’argomento non sono ferrato, e ho fatto una sintesi un po’ divulgativa e grossolana in nome della comprensibilità spicciola. Concordo sull’astrazione di “regionale” che spesso non vuol dire nulla, e non sono in grado di stabilire quanto delle odierne parlate locali sia una derivazione da antiche lingue territoriali e quanto al loro interno dipenda dall’interferenza dell’italiano, dalla sua variazione e da altri influssi. Da quello che ho capito le attuali parlate locali si sono molto differenziate rispetto al ‘400 o al ‘500, quando pare avessero un alto grado di intercomprensibilità, mentre nel ‘900 erano spesso tra loro non intellegibili. E tutto si complica ulteriormente con la distinzione tra parlato e scritto, visto che le parlate locali sono caratterizzate soprattutto dall’essere parlate e le tracce di opere letterarie dialettali sono spesso all’insegna del loro essere “illustri” e cioè da un registro elevato rispetto a quello popolare che le “elevava” e rendeva meno strette per renderle comprensibili anche ad altri.

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  3. Buongiorno,
    immagino sia “off topic” come direbbero i miei coetanei – pirla io che continuo a dire fuori tema – ma prepariamoci a un’altra ondata di sostituzioni. Forse non me n’ero accorto prima, ma in questo nuovo conflitto i carri armati sono stati rimpiazzati dai “tank”. Un t(h)ank(s) a tutti.

    Gianluca

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    • Grazie, Gli eventi internazionali tendono a portare ondate di anglicismi che arrivano dalle agenzie internazionali che parlano l’inglese, l’abbiamo già visto con la pandemia. Tank comunque non è nuovo, ha già la sua occorrenza da anni in frangenti tragici di guerra.

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  4. Complimenti in ritardo per questa panoramica sui dialetti e sulla toscanizzazione, di cui non sapevo niente. Anzi, sai per caso se le opere che studiavamo a scuola erano quelle toscanizzate o originali?
    Volevo fare poi due considerazioni: la prima è che la toscanizzazione mi pare la conseguenza del fatto che la Toscana fosse il centro (o uno dei centri principali) del potere politico ed economico (che ha poi finanziato anche il Rinascimento). La seconda è che forse (ma sottolineo forse) il fatto che l’inglese sia molto adottato a Milano potrebbe in parte derivare dal fatto che si accordi con le finali in consonante, con la cadenza. L’estate scorsa sentii la parente di un medagliato dire con accento lombardo “la mèdal”! 🙂

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    • In realtà l’affermazione del toscano si è protratta nei secoli per questioni di prestigio letterario, anche quando la Toscana non era più il centro vitale, penso agli stampatori veneziani, a personaggi come Bembo e Manzoni che seglievano il toscano o il fiorentino benchè non lo fossero affatto. La verità è che il toscano si prestava bene a mediare le differenze tra le parlate settentrionali e quelle meridionali, e che il suo prestigio era letterario. A Milano il dialetto è scomparso con il mescolamento sociale, dunque non credo che il nostro orecchio sia più affine al suono inglese per il semplice fatto che si è perso. Credo che conti il fatto di essere al centro di una realtà tecnologizzata, lavorativa e produttiva che si basa direttamente sull’inglese e non mediata dal dialetto.
      Direi che le opere che si studiano a scuola sono quelle toscanizate nel caso delle liriche della scuola siciliana per il semplice fatto che quelle originali sono andate perse… e lo stesso vale per le edizioni definitive toscanizzate dell’Ariosto.

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  5. In tema di medaglie, tra l’altro, alle olimpiadi di Pechino ho “assegnato” l’oro dell’itanglese alla telecronaca del curling. E’ vero che il sasso ha resistito valorosamente alla “stone” (si noti il cambio di genere), ma dire addirittura “second” e “terd” come se fossero chissà che, è davvero fenomenale.
    L’argento direi al pattinaggio artistico (che adesso è di figura), la cui giuria è diventata un pannello e tra lup, rotescion e altre cose si capiva poco. La medaglia di *ronzo invece non la assegno, visti (anzi sentiti) i tanti *ronzi che se la meritano. :))

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