La petizione per l’italiano come lingua di lavoro dell’Unione Europea

Lo scorso articolo (“Lingue franche e tirannia della maggioranza: latino, esperanto e inglese”) ha suscitato un certo interesse sulle lingue internazionali. In tanti mi hanno contattato e voglio riprendere brevemente l’argomento spiegando perché ho firmato la petizione “Italiano come lingua di lavoro dell’Unione Europea.


Il complesso di inferiorità verso l’inglese

Il complesso di inferiorità che abbiamo nei confronti dell’inglese sta portando a un’anglicizzazione sempre più ampia della nostra lingua. La battaglia culturale di questo sito vuole innanzitutto denunciare ciò che sta accadendo (visto che per troppo tempo i linguisti hanno negato il fenomeno), e allo stesso tempo rivendicare che l’italiano è una lingua meravigliosa, di cui non dobbiamo vergognarci e di cui ci dovremmo riappropriare con orgoglio. Per questo ho dato vita al dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi, e per questo ho fondato con gli amici di Italofonia.info il progetto Attivisti dell’italiano: è necessario che la “resistenza” alla sottomissione dell’inglese avvenga innanzitutto sul “fronte interno”, nella comunicazione di tutti i giorni, ma non solo. Dovremmo reagire anche sul “fronte esterno” e, in nome del plurilinguisimo, cessare di considerare l’inglese come l’unica soluzione della comunicazione internazionale in Europa.

Sono sempre più convinto che la nostra lingua dovrebbe essere promossa, valorizzata e tutelata, così come tuteliamo la nostra arte, la nostra cultura, i nostri prodotti gastronomici e tutte le nostre eccellenze. Purtroppo in Italia ciò non avviene, al contrario di ciò che accade normalmente in Francia, in Spagna, in Svizzera e in moltissimi altri Paesi. Da noi, invece, non solo non esiste alcuna politica linguistica, ma, peggio ancora, assistiamo all’introduzione dell’inglese persino nel linguaggio istituzionale e della politica, il che è a mio avviso davvero inaccettabile. Questo atteggiamento contribuisce al declino della nostra lingua e ha anche delle ricadute pesanti che coinvolgono tutti noi come cittadini e riguardano anche questioni pratiche.


L’inglese sta soppiantando l’italiano come lingua di lavoro

Un caso eclatante, denunciato anche da Claudio Marazzini, è la decisione del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) che il 27 dicembre 2017 ha diffuso il PRIN (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale), cioè il bando per il finanziamento dei progetti universitari e di ricerca di interesse nazionale

in cui “si leggeva che la domanda avrebbe dovuto essere scritta soltanto in lingua inglese, con un buffo codicillo, cioè che eventualmente era possibile aggiungere una versione facoltativa in italiano”.

[C. Marazzini, L’italiano è meraviglioso. Come e perché dobbiamo salvare la nostra lingua, Rizzoli 2018, p. 75].

Per la cronaca: nel 2012 la domanda doveva essere compilata in italiano e inglese, nel 2015 si lasciava la libertà di usare l’inglese oppure l’italiano, e nel 2017 si è passati al solo inglese (ivi, p. 77).

È possibile che nell’università italiana, e tra italiani, la lingua di lavoro diventi l’inglese? Sì, è precisamente quello che sta già accadendo, sia pure nella disattenzione generale. Ad alcuni docenti (tra i quali chi scrive) è appena capitato di ricevere da un ateneo la richiesta di esaminare e valutare un progetto di ricerca. E fin qui sarebbe tutto normale. Il punto è che l’intera procedura – le mail del rettore che formulava la richiesta, il progetto da valutare, il giudizio espresso dal valutatore – doveva svolgersi unicamente in inglese. Più che di un caso limite, si trattava in realtà di una solerte anticipazione di una linea di condotta ministeriale che va diventando sempre più evidente.”

[“L’inglese lingua di lavoro? Non è la scelta migliore”, Giovanni Belardelli, Corriere della Sera, 6 gennaio 2018].

Perché i progetti di “rilevanza nazionale” dovrebbero essere espressi in lingua inglese? Perché si rinuncia all’italiano, invece di promuoverlo, dando per scontato che l’inglese diventi la lingua ufficiale della ricerca?

Un altro esempio molto noto che va nello stesso senso è quello della decisione del Politecnico di Milano, nel 2011, di rendere obbligatorio a partire dall’anno accademico 2013-2014 l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti. La decisione sollevò l’indignazione di tanta gente e 126 docenti firmarono una lettera di protesta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La professoressa di Istituzioni di diritto pubblico del Politecnico Maria Agostina Cabiddu, da poco premiata dall’Accademia della Crusca proprio per questa sua battaglia, è riuscita in questo modo a bloccare l’iniziativa, dichiarata poi illegittima dal Tar della Lombardia che ha sancito che la lingua italiana debba mantenere il “primato in ogni settore dello Stato”.  Nel 2017, tuttavia, la Corte costituzionale si è pronunciata sull’inglese nell’università ritenendo non condivisibile la sentenza del Tar e, pur riconoscendo l’ufficialità e la primazia della lingua italiana, ha ammesso che nella propria autonomia gli atenei possano erogare corsi in lingua straniera secondo un principio di “ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza”. Dopo altre sentenze successive, la questione dell’insegnamento in lingua inglese nelle università è tutt’ora terreno di scontro, e in inglese si insegna attualmente per esempio al MUNER (Motorvehicle University of Emilia-Romagna) o all’Humanitas University di Milano nella facoltà di medicina.

Dietro questa confusione tra la lingua della didattica e la lingua della ricerca (ma va ribadito che l’inglese non è ovunque la lingua della scienza) c’è una visione del mondo che dà per scontato che essere internazionali equivalga a parlare l’inglese. Questa presa di posizione è però a mio parere da combattere con ogni mezzo in nome del plurilinguismo, che è invece un valore da difendere, come fanno maggiormente negli altri Paesi dove in proposito c’è una sensibilità molto diversa che da noi. E così, mentre per valorizzare l’Italia all’estero la RAI annuncia il suo prossimo canale solo in inglese, definito “la lingua del mondo”, la BBC informa in 45 lingue differenti, e in Paesi come la Francia o la Germania si punta alle trasmissioni non solo in inglese, ma anche in francese, tedesco, spagnolo e arabo (cfr. “Canale Rai solo in inglese, ‘la lingua del mondo’. Ma la BBC informa in 45 lingue”).

Davanti alla scelta tra il monolinguismo basato sull’inglese o il plurilinguismo, il nostro complesso di inferiorità che sul fronte interno ci sta portando all’itanglese, sul fronte esterno ci vede preferire la lingua della globalizzazione per relegare l’italiano a una sorta di dialetto interno nella convinzione-confusione che essere internazionali coincida con parlare l’inglese.

E nell’Unione Europea cosa avviene? E qual è la differenza tra italiano, inglese e tedesco?


La petizione per l’italiano come lingua di lavoro dell’Unione Europea

L’Unione europea è attualmente fondata sulla piena autonomia, anche linguistica, di ogni singolo Paese. Sono dunque i parlamentari eletti localmente a dovere comunicare tra loro attraverso le lingue comuni (ma nella pratica usano l’inglese), e non certo i cittadini europei.

Eppure l’Ufficio Europeo di Selezione del Personale (denominato non a caso con la sigla inglese EPSO: European Personnel Selection Office) bandisce concorsi in cui l’italiano è in pratica estromesso e la seconda lingua deve essere l’inglese, il francese o il tedesco. Se nel Regolamento delle Comunità Europee del 1958 (art.1/58) l’italiano era una delle lingue di lavoro (“Le lingue ufficiali e le lingue di lavoro delle istituzioni della Comunità sono – in ordine alfabetico – la lingua francese, la lingua italiana, la lingua olandese e la lingua tedesca”), successivamente è stato discriminato dai governi che si sono succeduti. Nonostante l’imminente uscita del Regno Unito (entrato nella CEE solo nel 1973) e nonostante le norme sancite dai trattati, ultimamente nell’UE si registra la supremazia di fatto del trilinguismo anglo-franco-tedesco, da cui l’italiano è estromesso.

Ecco perché ho firmato l’Appello per l’italiano lingua di lavoro dell’Unione europea rivolto al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, al Governo e a ciascun parlamentare. Perché tutti si adoperino perché l’italiano diventi anche lingua di lavoro dell’Unione, e non sia solo una lingua ufficiale, e perché ne sia riconosciuto il valore e la sua promozione. Passando dalle questioni di principio a quelle pratiche, ciò permetterebbe anche alle piccole  e medie imprese un accesso rapido e agevole ai finanziamenti europei senza sobbarcarsi i costi delle traduzioni professionali che si aggiungono pesantemente alle difficoltà burocratiche.

Chi volesse firmare la petizione #DilloInItalianoInEuropa lo può fare a questa pagina di Buonacausa.org in modo semplice e in meno di un minuto. Mancano soltanto poche firme per il raggiungimento dell’obiettivo, e mi pare una causa importante e un intento molto lodevole.

9 pensieri su “La petizione per l’italiano come lingua di lavoro dell’Unione Europea

  1. Sono un po’ sconvolta da queste notizie, università che eliminano l’italiano, domande da presentare solo in inglese…
    Ma poi un dottore che si è laureato facendo corsi in inglese è in grado di parlare in italiano ai suoi pazienti? Magari sembra una domanda assurda ma non so mica quanto…

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  2. Firmato e domani pubblicizzo dal blog NonQuelMarlowe 😉
    P.S.
    Ho avuto problemi con la ADSL e quando finalmente il tecnico li ha risolti, ingenuamente gli ho chiesto alla fin fine cosa avesse creato il problema: non mi ha saputo rispondere. Cioè, sapeva rispondermi in inglese, ma mi guardava con occhi allucinati perché non sapeva spiegare in italiano le parole itanglesi che uscivano dalla sua bocca 😀

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    • Il linguaggio dell’informatica ce lo siamo perso, caro Lucius, ma anche quello del lavoro, della moda, e di altri settori, anche il cinema, paiono sul viale del tramonto, ed è come dici: ci mancano ormai molte parole, alla faccia di chi continua a negare!

      PS domani allora girerò il tuo pezzo a Giorgio Pagano, ne sarà contento

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      • Prima o poi riuscirò a scrivere un pezzo sui “titoli di testa” dei film. Te li ricordi? Erano quelli dove c’era scritto “Regia”, “Sceneggiatura”… bei ricordi. Peccato che nell’arco di un paio di decenni, mica secoli, alcuni nomi italiani di professioni sono stati spazzati via dal dizionario, per cui anche nei rarissimi casi in cui un film presenta titoli italiani, il traduttore non sa come tradurre!

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