Quando i rimborsi diventano cashback: l’attacco dello Stato al cuore dell’italiano

Quest’anno a Natale il governo italiano ci fa un regalo: il cashback, un bell’anglicismo istituzionale, quasi nuovo, che entra così formalmente nella lingua italiana. Si tratta semplicemente di un rimborso (fino a 1.500 euro, e valido sembra dall’8 al 31 dicembre) per chi durante le feste pagherà i suoi acquisti con sistemi elettronici. L’iniziativa è legata a un altro concetto che viene espresso in inglese, il cashless, cioè i pagamenti senza contanti, per esempio con carta di credito, bancomat e altre forme di transazione che si potrebbero definire più chiaramente virtuali.

Leggendo il nuovo decreto pubblicato il 28 novembre sulla Gazzetta Ufficiale, non c’è solo il “sistema cashback” o il “Rimborso cashback” (art. 4), si trova anche “acquirer convenzionato” (letteralmente acquirente, indica il gestore del servizio dei pagamenti virtuali) e “issuer convenzionato” (letteralmente emittente, indica chi emette le carte di credito e gli atri i sistemi di pagamento virtuale), si fa riferimento al “MerchantID“, per fortuna chiamato anche “identificativo univoco dell’esercente”. E per i reclami e gli aspetti relativi alla gestione dei profili degli utenti ci si può rivolgere a “un apposito servizio di help desk messo a disposizione da PagoPA SpA.

Non ci bastavano le tax e gli act al posto delle tasse e delle leggi, i ticket della sanità, l’austerity o l’authority per la privacy e il welfare. Anche click day, election day e familiy day sono poca cosa, né paiono sufficienti il quantitative easing, la spendig review, lo spoils system, i whistleblowing o i caregiver, e infatti i nostri politici hanno dovuto ricorrere anche alle card e ai navigator. La pandemia ha poi portato nel linguaggio istituzionale il lockdown, il contact tracing, lo smart working, il recovery fund… ma si può fare di meglio, ci si può spingere ben oltre. L’attacco dello Stato al cuore dell’italiano continua, e il progetto dell’itanglese – l’italiano 2.0 del presente e del futuro – è ormai sempre più ampio e sistematico. Le istituzioni si affiancano così al linguaggio dei giornali, del lavoro, dell’informatica, della scienza, della tecnologia… e l’italiano del XXI secolo è ormai ben rappresentato da titoli come quello che segue, dove a parte i verbi, le preposizioni e le congiunzioni, la metà dei sostantivi e la maggior parte dei concetti chiave si esprime con anglicismi:

Dal Corriere del 29 novembre 2020

Parole come cashback o cashless non sono semplici “prestiti”, come li definiscono i linguisti, una categoria di studiosi che in linea di massima appare piuttosto miope e incapace di rendersi conto di cosa sta accadendo al nostro idioma. Queste parole sono al contrario un fenomeno ben più profondo di sostituzione dei nostri vocaboli con quelli inglesi, un cedimento strutturale del nostro lessico dove le radici inglesi prendono il posto delle alternative italiane e si intrecciano in una rete di neoconiazioni sempre più fitta, che giorno dopo giorno si allarga nel nostro vocabolario e lo ibrida, snaturandolo.

Non occorre essere dei geni per comprendere che i cosiddetti “prestiti” dall’inglese non sono qualcosa di isolato, come è sempre avvenuto nel caso dei forestierismi francesi, spagnoli, tedeschi, giapponesi e di ogni altra lingua. L’interferenza dell’inglese è ben altro. Gli anglicismi sono così tanti che hanno fatto il salto che ci sta portando verso la creolizzazione lessicale, frutto del mescolare l’importazione delle radici inglesi crude con le loro ricombinazioni all’italiana.

Da tempo usiamo cash al posto di contante e pronta cassa (pagare cash), ma questa parola ha cominciato a ricombinarsi con le altre generando una serie di espressioni sempre più numerose, così numerose che è difficile conteggiarle. Penso alla combinazione con dispenser, che da tempo usiamo al posto di distributore, erogatore o anche dosatore (di sapone nei bagni). Queste due parole così popolari si uniscono nel cash dispenser, cioè un distributore di contanti, uno sportello automatico. Quando le radici inglesi prendono il sopravvento sull’italiano, succede poi che le vendite all’ingrosso diventino cash and carry, e che i dizionari registrino sempre più composti di cash; il cash flow si affianca al vecchio flusso di cassa, il cash management all’estratto conto, mentre si fa strada il cash mob (2012) per indicare un (gruppo di) finanziamento solidale, visto che mob si è già diffuso in espressioni come flash mob che usiamo al posto per esempio di raduno lampo o manifestazione estemporanea.
Nel nuovo anglicismo natalizio cash non è più il contante, sostituisce il concetto più generale di denaro, visto che si tratta di un rimborso che verrà accreditato. Il significato dell’inglese si estende ulteriormente, e sottrae un altro po’ di terreno all’italiano.

Cashless prende piede perché anche less si sta diffondendo sempre di più e ha la meglio sull’italiano “senza” in composti come i pagamenti contactless, i vecchi telefoni cordless e il nuovo wireless, o il ticketless al posto del biglietto virtuale; ma poi c’è anche genderless (visto che genere si dice ormai gender e si porta con sé transgender, gender fluid, agender, genderqueer), tubeless (pneumatici senza camera d’aria), childless che si distingue da childfree (in un contesto dove child rimpiazza i figli come in stepchild adoption).

Quanto al back di cashback è una delle radici inglesi più prolifiche e infestanti. Per il momento da solo non è in uso, ma è solo questione di tempo. La barretta rovesciata delle tastiere si chiama backslash (come la barra o sbarretta normale è detta slash), il dietro le quinte è diventato backstage, il retroterra culturale è background, la logistica si dice back-office in contrapposizione al front-office (che fanno il paio con il back-end e il front-end dei programmi informatici che sostituiscono l’interfaccia di amministrazione e quella utente), il ritorno a scuola e la fine delle vacanze è il back to school, e poi c’è flashback che ha sterminato l’analessi (e si appoggia a flash che è una notizia lampo, un ricordo improvviso, l’illuminazione della macchina fotografica, e si ritrova in flash news… dove le notizie sono news e le bufale fake news) e ancora playback e via dicendo. Quest’ultimo si sorregge su play che è il tasto di avvio, e ricorre in tanti altri composti con altri significati, da playstation a playboy, e boy in cowboy, toy boy, boy scout che si lega a sua volta a talent scout, scouting… e così via ad libitum sfumando, anzi no, ad libitum crescendo, purtroppo.

L’itanglese non è l’importazione di semplici anglicismi, è il frantumarsi delle dinamiche con cui l’italiano si è sempre evoluto. Nel Nuovo millennio la strategia prevalente – se non l’unica – di evoluzione della nostra lingua consiste nell’usare l’inglese per indicare ciò che è nuovo. Non c’è molto altro. E se le nostre istituzioni e il nostro governo, invece di tutelare e promuovere il nostro patrimonio linguistico, introducono anglicismi, siamo davvero alla fine.

Black friday, venerdì nero e anglicizzazione

Quando chiediamo a qualcuno se vuole sentire prima la notizia bella o quella brutta, spesso sceglie quella bella.

Dunque, la bella notizia è che comincia a farsi strada la traduzione di black friday persino sugli organi della stampa che hanno fatto dell’itanglese la loro lingua, come il Corriere della Sera digitale, anzi online.

Certo, nell’immagine tratta dall’edizione in Rete del 21 novembre 2020, “venerdì nero” ricorre solo 2 volte contro le 5 dell’anglicismo. In un caso l’italiano è anche riportato tra virgolette, come una bizzarria – e pensare che un tempo erano i forestierismi che si riportavano tra virgolette – ma comunque è già qualcosa. Venerdì nero è diventato un sinonimo secondario, ma possibile, e in un uso.

Urrà!
E la notizia brutta?

Giusto… me ne stavo quasi dimenticando. Nulla di nuovo, in realtà. Se nella stessa immagine guardiamo gli anglicismi, la sensazione è quella di vivere in un Paese occupato, dove gli organi di informazione usano un linguaggio di regime che ricorre al lessico degli invasori. L’invasione non è militare, naturalmente, è quella delle multinazionali che esportano il loro linguaggio che il giornalismo collaborazionista diffonde e ci impone dall’alto.

Nella porzione di Corriere riprodotta (se preferite screenshottata, per essere coerenti con l’itanglese) si vedono 4 riquadri (o box, per gli amanti dello pseudo-inglese) con i relativi titoli e sommari che rimandano (o linkano?) al pezzo.
Copiaincollando il testo in un programma di scrittura (detto preferibilmente editor), si contano in tutto 147 parole. Non è un calcolo precisissimo perché una locuzione come “black friday”, così come “venerdì nero”, si dovrebbe considerare come una parola sola, e non come due. Inoltre, per determinare la reale percentuale dell’inglese, con qualche piccolo aggiustamento e intervento manuale bisogna escludere le “parole che non valgono” ai fini dei conteggi, per esempio i numeri (30 e 2020), i nomi propri come quelli dei giornalisti e soprattutto delle aziende. Facendo questo lavoro di pulizia emerge chiaramente chi è l’invasore. Sono le multinazionali statunitensi che si chiamano Amazon o Ebay, ma anche quelle non americane hanno ormai nomi anglicizzati, come MediaWorld, il marchio che la società tedesca Media Mark ha scelto di utilizzare in Italia, la terra dei cachi. Eliminate queste parole insieme ad altre come “Elio e le storie tese” (da considerare una parola sola: il nome di un gruppo musicale) i vocaboli effettivamente in gioco sono 119, e tra questi 13 sono inglese, cioè l’11% del lessico utilizzato (per l’esattezza il 10,9):

black friday (che ricorre 5 volte)
best of
weekend
store
online
e-commerce
testimonial
smartwatch
sport
.

Sport è ormai considerato una parola italiana, oltre che un internazionalismo (ma non lo è affatto visto che mezzo miliardo di spagnoli lo chiamano deporte), ma per pesare la reale interferenza dell’inglese è bene conteggiarlo, anche se lo usiamo dalla fine dell’Ottocento. In compenso non è stato conteggiato “stressanti”, che pur derivando da stress è ormai a tutti gli effetti una parola italiana che, come sport, non viola le nostre regole di pronuncia e di scrittura.

Se si lemmatizzano le parole italiane, e cioè si elencano considerando quante volte ricorrono accorpando le flessioni (altre e altri sono la stessa parola riconducibile al lemma altro), i vocaboli sono solo 52 (di cui alcuni si ripetono più volte):

l’articolo determinativo (il, lo la, le, gli, l’…) ricorre 17 volte
preposizione di → 12 volte
ricorrono 4 volte: degli, altre/altri, offerte
ricorrono 3 volte: e, su, migliori
ricorrono 2 volte: in, allo/al, venerdì nero (uno tra virgolette), è, non, solo, proposte, tanti/tante, scelta, giusta, sconti
ricorrono 1 volta: a, dal, fino, per, con, questo, anticipo, purificatore, aria, spazzolino, elettrico, parte, obiettivo, dichiarato, rendere, acquisti, meno, stressanti, c’(=ci), gigante, presidiare, abbiamo selezionato, migliaia, persone, coda, proseguirà, novembre, categorie, merceologiche, eccezione, negozi, preso, assalto.

In sintesi: il lessico è formato da 61 lemmi, di cui 52 italiani e 9 inglesi, un’incidenza del 14,7%.

Le cose si aggravano se si analizzano le categorie grammaticali. Con l’eccezione di online, usato nel testo in funzione di aggettivo, gli altri 8 anglicismi sono tutti sostantivi, o locuzioni con valore nominale. Se consideriamo questo aspetto, abbiamo 16 sostantivi in italiano (venerdì nero, scelta, proposta, sconti, purificatore, aria, spazzolino, obiettivo, acquisti, migliaia, persone, coda, novembre, categorie, eccezione, negozi) e 8 in inglese (black friday, best of, weekend, store, e-commerce, testimonial, smartwatch, sport).
Il che significa che su 24 sostantivi, un terzo è in inglese (il 33,33%). E questi costituiscono una parte della lingua fondamentale: sono le parole che abbiamo a disposizione per designare le cose! L’italiano è salvo nelle sue componenti verbali e nelle parole ad altissima frequenza come le preposizioni, le congiunzioni o gli articoli, ma cede il posto all’itanglese nel caso dei nomi.

Da quanto ne so, l’unico esempio serio di conteggi sul lessico dei giornali che passava per la lemmatizzazione risale agli anni Ottanta ed è stato fatto da Tullio De Mauro con il Veli (Vocabolario Elettronico della Lingua Italiana). A quei tempi gli anglicismi rappresentavano circa il 2% dei 10.000 lemmi più frequenti nei giornali (escluse le parole che non valgono).

Gli studi che circolano oggi sono invece fatti in modo automatico, senza lemmatizzare e senza escludere le parole che non valgono. E quando si attribuisce all’inglese una percentuale “solo” del 2 o 3% delle parole dei giornali si salva la nostra lingua conteggiando le occorrenze delle congiunzioni o delle preposizioni, oltre alle date e ai nomi propri (ne ho già parlato in “Le percentuali degli anglicismi nella stampa”).

Non conosco studi recenti realizzati con i criteri che a suo tempo aveva utilizzato De Mauro, ma a naso suppongo che si si facessero scopriremmo delle percentuali intorno all’8-10% a seconda degli ambiti (è una mia supposizione che non sono in grado di dimostrare se non utilizzando piccoli campioni che non sono sempre rappresentativi, come in questo articolo). È vero che non in tutti gli ambiti e gli articoli le percentuali sono così alte come in questi esempi. Tuttavia, in articoli che parlano di informatica, economia o lavoro possono essere anche maggiori. È vero anche che i dati qui riportati si riferiscono ai titoloni dei giornali, e che all’interno dei pezzi gli anglicismi sono più diluiti, tuttavia sono i titoli quelli che la gente legge e sfoglia, e il loro impatto è molto più forte rispetto al testo del pezzo,

Queste percentuali non si possono negare. Qui non c’è nessuna illusione ottica: i numeri di questo tipo mostrano che abbiamo a che fare con una lingua che non è più italiana se non nella sua struttura.

Se torniamo all’immagine e guardiamo la pubblicità nel riquadro giallo in basso a destra, le cose non vanno meglio.

“Nuova Mini Countryman plugin hybrid con il nuovo leasing operativo Why-Buy Evo tua da 220 € al mese”.

Dov’è l’italiano in questa lingua hybrid delle pubblicità?
I nomi delle automobili sono inglese, i contratti di locazione finanziaria si chiamano leasing seguiti da formule che ne specificano le caratteristiche in inglese (leasing operativo Why-Buy Evo).

Il plugin hybrid non riguarda solo le automobili, ormai chiamate preferibilmente il settore automotive, ma anche l’italiano. L’inglese è il plugin hybrid che si è innestato nella lingua del bel paese là dove ‘l sì… suonava.

Day by day: dal “D-day” all’istituzione del “dì day”

Nei giorni scorsi siamo stati bombardati dal click day su tutti i mezzi di informazione, tra le polemiche sui buoni mobilità chiamati con l’anglolatinismo bonus biciclette e monopattini. Coniare una parola come cliccadì non verrebbe in mente a nessuno, visto che le nostre menti sono sempre più colonizzate dall’inglese. Buon dì è un po’ in disuso, del resto, e pare una merendina, oltre a suonare obsoleto. Day invece è moderno e sta producendo innumerevoli ricombinazioni all’italiana con altre radici inglesi, come appunto click, scritto con la “k” per sottolinearne l’inglesità, anche se sarebbe più semplice (e corto) usare l’adattamento clic che si trova sul dizionario e nei derivati come cliccare.

L’esplosione dei day al posto di giorno e giornata non riguarda tanto le frequenze dei corrispettivi in italiano, che sono molto saldi nel linguaggio comune, bensì i nomi degli eventi, i titoli, le parole chiave che occupano la parte alta di quella che ho chiamato la gerarchia delle parole. Day è di rango superiore, e se si deve usare qualche nuovo nome altisonante l’inglese sembra d’obbligo. Il che vale ormai per quasi tutti i nomi di eventi e manifestazioni; qui a Milano si è appena concluso il Bookcity, per esempio. Cercando day proprio tra i titoli dei libri italiani si trova un po’ di tutto. Non ci sono solo i saggi sul D-day dello sbarco in Normandia o quelli sul family day. Mi chiedo cosa abbia spinto Lia Giancristofaro a scrivere il Tomato day. Il rituale della conserva di pomodoro (Franco Angeli, 2016 ) o Paolo Morando a intitolare la sua ricostruzione di un biennio tutto italiano Dancing days. 1978-1979. I due anni che hanno cambiato l’Italia (Laterza, 2020). O Daniela Pasqualetti a scrivere un libro di narrativa italiana come Perfect days (Ensemble, 2018), ambientato in Toscana, anche se il protagonista Thomas è di origine inglese. Ma tutto questo è ormai la norma, e non mi meraviglierei se qualche prossimo evento tutto italiano sarà presentato come l’italian day.

Il lievitare di day ha avuto inizio intorno al 1980, e non c’è da stupirsi. È stato il decennio in cui l’anglicizzazione della nostra lingua ha registrato la prima storica crescita allarmante, quella di cui si era prontamente accorto Arrigo Castellani autore del “Morbus Anglicus”. Le parole inglesi sono cresciute – e non per caso – parallelamente al dilagare di film e telefilm statunitensi che in quegli anni sono entrati nelle nostre case in seguito all’avvento delle televisioni commerciali con un aumento esponenziale di pubblicità che ammiccavano all’inglese.

Se nel 1961 il dramma di Samuel Beckett era stato tradotto con Giorni felici, nel 1977 è arrivato Happy Days con Arthur Fonzarelli (Fonzie), la cui sigla (Sunday, Monday, happy days…) era ottima per imparare i giorni della settimana in inglese. La grande popolarità della serie, in onda per oltre un decennio, ci ha fatto familiarizzare con quel days che in un primo momento suonava ancora come qualcosa di nuovo. Nel giro di pochissimi anni il moltiplicarsi di locuzioni con day provenienti dagli Stati Uniti ha fatto sì che questa parola diventasse il secondo elemento di avvenimenti e ricorrenze sempre più importato e imitato, al punto che l’anglicismo è stato così registrato nei dizionari: come secondo elemento formativo.

Precedentemente si era diffusa solo l’espressione D-day, che nella Seconda guerra mondiale indicava il giorno stabilito per lo sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944, ed è diventato il giorno X fissato per un’operazione militare o più in generale per un qualsiasi evento di particolare rilevanza.

Negli anni Ottanta si è propagato anche il primo day di provenienza ospedaliera. I servizi o le strutture per il ricovero giornaliero, in giornata, si son detti day hospital. Nel frattempo al cinema è uscito The day after (N. Meyer, 1983), che dipingeva uno scenario successivo alla catastrofe nucleare. Si è rivelato un titolo di così grande successo che l’espressione è diventata un modo di dire (come a tante altre che arrivano dai titoli dei film non tradotti: mission impossible, top gun, highlander…) e ha esteso il suo significato post-atomico per designare il giorno dopo di un qualunque evento eclatante che comporta conseguenze e cambiamenti: il day after dell’11 settembre, dei mondiali di calcio, di un’elezione politica…

Televisione, cinema e medicina sono tre dei principali ambiti da cui provengono le parole inglesi. Ma non i soli. Nella seconda metà del decennio si è imposta anche l’espressione day by day che arrivava dal linguaggio del lavoro, un quarto centro di irradiazione dell’inglese sempre più potente; appariva e appare più professionale rispetto a giorno per giorno o quotidiano. Poi ci si è messa anche la tecnologia, con le lampade daylinght e il sistema di illuminazione che riproduce la luce diurna. Illuminazione a giorno non aveva lo stesso effetto per connotare la fluorescenza di quella luce, evidentemente. Un altro linguaggio settoriale infarcito di inglese è quello economico e borsistico, e non poteva mancare un contributo anche da questa nicchia: gli operatori di borsa specializzati della compravendita in giornata hanno cominciato a farsi chiamare day trader e a praticare il day trading inseguendo guadagni mordi e fuggi.

Negli anni Novanta, nel linguaggio politico e giornalistico ha preso piede la bella idea di chiamare l’accorpamento delle elezioni election day (1992), e poco dopo sono spuntati gli open day di ambito scolastico; le giornate a porte aperte sembrano suonare come qualcosa di antico nell’americanizzazione della scuola, dove ormai la vecchia fine delle vacanze è diventata il back to school. Dal 1997, il ricovero diurno di anziani e malati non gravi, o anche la custodia dei bambini fuori dall’orario scolastico, è il day care, in un contesto dove un assistente familiare è detto caregiver. Il 2000 ci ha regalato poi il day surgery, che non è altro che un intervento chirurgico in giornata, senza ricovero (una volta c’erano gli interventi ambulatoriali). Il linguaggio medico, nell’epoca della pandemia, sta ricorrendo agli anglicismi in modo sempre più incontrollato. Io ci avevo scherzato qualche mese fa, inventandomi il tamponing, ma poi qualcuno deve avermi preso quasi alla lettera, visto che siamo riusciti persino a coniare il Daily Tampon – a proposito di tamponi e di day – ma come ha ricordato Gabriele Valle, in inglese tampon è un’assorbente interno, più che un tampone rapido.

In ogni caso, dopo l’Indipendence Day arrivato alla fine degli anni Novanta sotto forma di film, tra Columbus day e memorial day – che dalla commemorazione statunitense dei soldati caduti si allarga a designare un qualsiasi giorno della memoria – nel 2007 è nato il click day che in questi giorni ricorre su tutti i giornali. Nel 2012 è stata la volta del family day, che si è imposto dopo analoghi neologismi come il vaffa-day di Grillo, abbreviato anche in V-Day (dove il vaffa non era rivolto all’inglese) che però può essere letto anche come il Veltroni Day o W-Day (tutto va bene basta che sia inglese), il giorno di Walter Veltroni alla guida del partito democratico (2008), ed è stato seguito dal Fertility Day (2016). L’importazione del venerdì nero della lingua italiana, il black friday, ha amplificato le cose e ha generato una serie di variazioni sul tema, spesso maccheroniche, che hanno portato all’avvistamento addirittura dei Befana Days!

Recentemente si parla anche del cheat day (lett. il giorno in cui si può barare) cioè il giorno dello sgarro o i giorni di sgarro, un giornata libera per esempio dall’attività sportiva in caso di programmi per mantenersi in forma, o dalla dieta, e in questo caso è detto anche cheat meal cioè il pasto dello sgarro (molti nutrizionisti lo inseriscono all’interno dei regimi dimagranti). Del resto la formula del mangia a volontà è ormai all you can eat nella cucina anglicizzata, dai servizi di delivery recapitati dai rider sino alle nuove ricette che nell’era dei Masterchef costituiscono il settore food. In questo modo l’italiano retrocede, e gli anglicismi non solo rimpiazzano i nostri vocaboli, ma si innestano nei posti più alti della gerarchia delle parole e, soprattutto, si allargano nel nostro lessico e si saldano tra di loro in ibridazioni mostruose e in ricomposizioni creative delle radici da cui sono formati. È così che l’italiano muore e l’itanglese prolifica. Il caso di day non è isolato. Sta succedendo lo stesso con centinaia di altre parole, da ecomomy a manager, da food a baby

Per questo propongo di istituire il dì day, una giornata all’anno in cui sia possibile chiamare un evento, o un concetto chiave, solo in italiano.

Nel frattanto, la petizione a Mattarella contro l’abuso degli anglicismi è stata chiusa, e le oltre 4.000 firme raccolte saranno presto inviate al presidente della Repubblica, compatibilmente con le restrizioni del nuovo confinamento – chiamato lockdown, nella sua nuova edizione chiamata light – che rendono un po’ problematico lo stampare un centinaio di pagine e la loro spedizione via posta.

La panspermia del globalese

Lingua e vita sono spesso accostate in una metafora che le accomuna. Una lingua viva è un sistema che si evolve continuamente, e questa analogia è un buon approccio anche per comprendere come gli anglicismi stiano penetrando in tutte le lingue del mondo.

L’angloamericano è la lingua della globalizzazione, che coincide sempre più con americanizzazione, e si innesta nelle altre lingue attraverso un meccanismo che ricorda quello della panspermia, un’ipotesi biologica per cui i mattoncini che sono alla base della vita sono sparsi nell’universo, ma si sviluppano e attecchiscono solo dove trovano le condizioni favorevoli. In tempi recenti, questa teoria è stata sostenuta, tra gli altri, dall’astrofisico Fred Hoyle. Secondo lui le molecole alla base della vita viaggiano nello spazio per esempio attraverso le comete, costituite in gran parte di ghiaccio. I bombardamenti di meteoriti, molto frequenti nella fase di formazione del sistema solare, avrebbero sparso queste molecole ovunque, ma solo sul nostro pianeta hanno trovato un ambiente dove crescere.

Gli anglicismi si diffondono in modo simile, ma invece di viaggiare su comete e meteoriti sono veicolati da cinema, televisioni, internet, pubblicità, merci, prodotti tecnologici…

Per usare un’altra metafora biologica, l’angloamericano si comporta un po’ come le ostriche che, per riprodursi, spargono in giro milioni di larve che per la maggior parte sono destinate a morire, ma qualcuna sopravvive e cresce.
Nel Novecento, gli Stati Uniti si sono imposti come la più grande potenza economica, militare, politica e culturale del mondo, e come un’ostrica hanno inondato il pianeta di concetti e cose espressi attraverso il lessico inglese. Questo bombardamento si è innestato sopra il sostrato che nell’Ottocento aveva caratterizzato l’espansione dell’impero del Regno Unito che aveva già colonizzato, anche linguisticamente, gran parte del mondo, dall’India all’Africa. Il risultato di queste ondate ha portato oggi al global english, chiamato anche globish e tradotto con globalese.

Il progetto di imporre l’inglese in tutto il pianeta come la lingua della comunicazione internazionale è una nuova forma di imperialismo linguistico che non si basa più sulla conquista dei territori attraverso l’esercito e le guerre, ma attraverso le armi della supremazia economica, scientifica, tecnologica e culturale. Gli anglicismi che si innestano nelle lingue locali sono i detriti lessicali di questa espansione, e l’interferenza linguistica dell’inglese sta modificando in modo sensibile ogni idioma, tanto che un po’ ovunque, nel mondo, sono nate delle definizioni molto simili di questo fenomeno di ibridazione. In Francia si parla del franglais (franglese) già dagli anni Sessanta, espressione da cui abbiamo ricalcato il nostro itanglese (affiancato da itangliano e altre variazioni sul tema), ma come ha ricostruito Tullio De Mauro (cfr. “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”) in ogni Paese sono sorte espressioni analoghe: il denglish o germish (tedesco), il portenglish (portoghese), il poglish (polacco), il chinglish (cinese), l’hinglish (hindi), il konglish (coreano) e molte altre.

Attraverso quali modalità l’inglese si innesta nelle lingue locali, le contamina e stravolge?

Dalle ostriche ai mammiferi

Già negli anni Novanta, con grande acume, un giurista autorevolissimo come Francesco Galgano aveva analizzato come alcuni termini giuridici inglesi non fossero un fenomeno solo italiano, ma globale, causato dall’espansione delle multinazionali statunitensi che esportano e impongono il proprio apparato lessicale estraneo alle legislazioni nazionali coinvolte.

“Le case madri delle multinazionali trasmettono alle società figlie operanti nei sei continenti le condizioni generali predisposte per i contratti da concludere, accompagnate da una tassativa raccomandazione, che i testi contrattuali ricevano una pura e semplice trasposizione linguistica, senza alcun adattamento, neppure concettuale, ai diritti nazionali dei singoli Stati; ciò che potrebbe compromettere la loro uniformità internazionale”.

[Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153]

In questo modo parole come franchising, leasing, copyright e molte altre sono diventate internazionalismi intoccabili in tutto il mondo.
Tornando alla metafora della lingua come vita (parole come prole), questi ultimi esempi mostrano un’evoluzione nella prolificazione dell’inglese. L’ostrica è diventata mammifero; la strategia riproduttiva è in questo caso diversa: non si spargono più migliaia di parole al vento che per la maggior parte sono destinate a morire, si creano pochi figli che però si accudiscono e proteggono per fare in modo che possano sopravvivere con ragionevole certezza.

Dagli anni Novanta a oggi molte cose sono cambiate e il numero delle parole inglesi è ben più che raddoppiato, nei dizionari. Quando Microsoft si è imposta in Italia con la sua terminologia fatta di file e downolad e non di documenti e scaricamento, quando Twitter ha esportato i follower e non gli iscritti o i seguitori, quando Google introduce gli snippet, Facebook la timeline… l’imposizione del lessico in inglese penetra con una forza dirompente. Il successo di queste parole, tuttavia, dipende sempre dalle condizioni ambientali in cui si innesta, e il brodo culturale tipicamente italiano è un terreno tra i più fertili per l’attecchire dell’inglese. La resistenza alle pressioni esterne è molto scarsa, anzi, spesso introduciamo da soli l’inglese agevolando dall’interno questo processo di espansione con il risultato che l’anglicizzazione della nostra lingua è enormemente più ampia di quanto non avviene all’estero. Abbiamo perso ogni strategia alternativa all’importazione di anglicismi crudi, abbiamo rinunciato ad adattare le parole per italianizzarle secondo la nostra identità linguistica, abbiamo cessato di tradurle e di inventarne di nostre. Come ha osservato Dacia Maraini, a proposito di ostriche, “la lingua è come una conchiglia che avvolge il fastidioso granello di sabbia nella saliva e lo trasforma in una perla. Se però riempiamo la conchiglia di sabbia, questa non riesce più a creare perle”, ma soffoca e muore (cfr. Dacia Maraini, 2017, da una lezione agli studenti del liceo Volta di Como).

Un confronto con il rumeno e il russo

In Paesi come la Francia o la Spagna, le accademie linguistiche si prodigano per proporre sostitutivi autoctoni. In Islanda esiste persino la figura del neologista che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua.
Da noi, al contrario, la Crusca non fa nulla del genere, e i nostri mezzi di informazione, i nostri politici e la nostra classe dirigente sono i primi a ricorrere agli anglicismi crudi, a preferirli, ad andarne fieri. Il risultato è che l’italiano boccheggia e non evolve, mentre l’itanglese lievita incontrollato in modo devastante. Tullio De Mauro ha definito questo processo uno “tsunami anglicus” ben più profondo del semplice “Morbus Anglicus” di Arrigo Castellani che un tempo aveva ritenuto esagerato. Le conseguenze di questa ondata, nell’italiano, sono ben più gravi che all’estero, non c’è paragone rispetto a quanto si registra nello spagnolo, nel portoghese o nel francese.

Tra le lingue romanze solo il rumeno sembra essere messo peggio di noi, almeno stando ad alcuni studi come quello di Rodica Zafiu che parla di “romglese” o di Dana-Maria Feurdeand che ha analizzato alcuni anglicismi economici presenti sulla stampa concludendo che “il numero totale dei prestiti inglesi nei cento articoli romeni è di 459, nel corpus italiano si è registrato un totale di 337 prestiti invariabili.”

[Cfr.: Dana-Maria Feurdeand, “Due nazioni neolatine di fronte alla globalizzazione. Aspetti linguistici”, in Transylvanian Review, 2017 Supplement 2, Vol. 26, pp. 147-160; Rodica Zafiu, “Sui prestiti recenti dall’inglese: condizionamenti morfologici e scelte culturali”, in Romania e Romània: lingua e cultura romena di fronte all’Occidente, atti del Convegno internazionale di studi Udine, 11-14 settembre 2002, p. 83-95].

Se ci spostiamo a Est, il caso del runglish, la contaminazione di russo e inglese, è particolarmente significativo. Si tratta di un fenomeno recente, perché prima della caduta del muro di Berlino e della dissoluzione dell’Unione Sovietica l’interferenza della lingua inglese aveva risparmiato i Paesi del blocco comunista. Negli ultimi 30 anni la situazione è mutata e in un articolo sull’anglicizzazione del russo (“Chi sono le persone che lottano contro gli anglicismi nella lingua russa, e perché lo fanno?”, Viktoria Rjabikova, Russia Beyond, 12/10/2020) ho ritrovato molte delle cose che scrivo da tempo a proposito dell’italiano. Leonid Marshev gestisce una comunità che si batte contro l’abuso degli anglicismi e ne promuove le alternative, un po’ come sto cercando di fare io con il dizionario AAA e con il progetto degli Attivisti dell’italiano in collaborazione con il portale Italofonia. Marshev spiega che i prestiti sono un fenomeno naturale in qualsiasi lingua, ma quando arrivano da una lingua sola e superano il numero delle parole prodotte dalla lingua in questione, l’identità linguistica va in frantumi. E nota – esattamente come avviene nel caso dell’italiano – che sui mezzi di informazione compaiono continuamente parole nuove in inglese e nessuna in russo.

Eppure, come si evince dall’articolo e anche da quanto mi ha riferito un amico di Mosca, mi pare che nonostante le lamentele siano simili la situazione da noi sia molto più grave. In russo circolano parecchie alternative che in italiano non esistono affatto. I cosiddetti “internazionalismi”, che in realtà sono semplicemente anglicismi, da loro sono una scelta espressiva più che una “necessità” come da noi, visto che spesso non esistono alternative o non sono in uso; un russo, invece, può scegliere di dire mouse oppure mysh’ (cioè topo), e lo stesso vale per vari altri esempi che si leggono nell’articolo.

L’anglicizzazione nasce con le tv commerciali, prima che con Internet

Nei Paesi dell’Est l’anglicizzazione ha preso piede soprattutto negli anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, con la globalizzazione e la rivoluzione di Internet. Ma più che la Rete è stata decisiva la nascita delle televisioni commerciali. La loro diffusione nell’ex blocco sovietico è nata contemporaneamente alla rivoluzione digitale, e ha veicolato gli stili di vita, le merci e i prodotti culturali americani nelle case di tutti. Tutto ciò è stato recepito come una ventata di libertà dopo anni di restrizioni, ed è significativo che nel 1997 i consumatori russi spendessero più in Coca-Cola di quanto il loro governo destinasse all’intero sistema sanitario nazionale.

[Cfr. David Ellwood “La cultura come forma di potenza nel sistema internazionale. Americanizzazione e antiamericanismo”, in Mélanges de l’école française de Rome Année 2002 114-1 pp. 431-439]

In Italia, invece, tutto ciò è iniziato ben prima, con lo sbarco degli alleati, e poi con il piano Marshall e la sua propaganda. A partire dagli anni Cinquanta, è stato soprattutto il cinematografo a farci conoscere e desiderare gli stili di vita del sogno americano, che negli anni Sessanta hanno cominciato a essere accessibili, importati e venduti anche in Europa. La televisione, al contrario, sino agli anni Ottanta non era molto americanizzata (cfr. “Televisione e mcdonaldizzazione, in “Palato e parlato: gli anglicismi in cucina”) ma con la nascita delle tv commerciali tutto è cambiato rapidamente: film e telefilm statunitensi che sino agli anni Settanta rappresentavano una piccola porzione dei programmi, si sono moltiplicati sino a divenire l’asse portante di ogni palinsesto. La cultura di massa televisiva, fatta di modelli e contemporaneamente di merci d’oltreoceano, non è “innocente” è una forma di potere che insieme ai prodotti culturali ha portato nelle nostre case anche le condizioni per l’accettazione di moltissimi anglicismi. Con Internet e la globalizzazione, e con la diffusione dei canali satellitari, tutto è cresciuto a dismisura. Resta il fatto che la lingua italiana sembra una di quelle più anglicizzate, rispetto alle altre.