500 sfumature di inglese. Gli anglicismi dai tanti significati

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Buone vacanze a tutti.

Introduzione

I forestierismi crudi hanno la fama di essere mono-significato: l’abat-jour è un tipo di lampada da comodino, il sombrero un tipo di cappello, e in linea di massima un bunker tedesco, un bonsai giapponese, una favela brasiliana, un wok cinese o uno zar russo designano qualcosa di preciso. Ma poiché la lingua è metafora, può capitare che, in senso lato, una matriosca passi a indicare un incastro più generale che travalica quello delle bambole. Questi usi figurati, però, sono piuttosto rari persino tra i francesismi che costituiscono un’eredità lessicale molto ampia. Gli anglicismi che si allargano e si diramano in una matriosca di accezioni, al contrario, sono numerosi e in forte aumento. Il loro uso metaforico non è solo una possibilità espressiva che appartiene alla creatività di un singolo parlante, spesso si è ormai codificata. E così il boomerang non è solo un “prestito di necessità” per un oggetto nuovo di cui non si è voluto adattare o reinventare il nome, è anche un qualcosa che torna indietro (“Il boomerang della politica dei dazi di Trump”), come il round del pugilato per estensione abbraccia una qualunque fase dialettica, di un incontro politico, un dibattito, una trattativa

In alcuni casi, questo percorso lessicale comincia con l’importazione di una parola dall’accezione tecnica o di ambito, ma poi il suo uso si allarga e si porta dietro il significato in inglese più esteso, come gli optional che non sono più solo gli accessori non inclusi nei modelli di base che si possono aggiungere con un sovrapprezzo, sono diventati come in inglese qualcosa di non necessario (da option = opzione), in senso lato sono un di più (la cortesia è un optional). E il surfing non è più solo uno sport acquatico, è anche il navigare in Rete, e la metafora dei surfer oggi è anche più frequente dell’accezione letterale.

Gli usi figurati

Le accezioni derivate dall’uso estensivo di un’espressione tecnica sono davvero tante. L’esempio da manuale è quello del dribbling calcistico. Quando un giornalista scrive che l’intervistato dribbla le sue domande, la metafora si riversa nel linguaggio comune con questo significato più ampio, esattamente come un assist, un passaggio vincente nei giochi a squadre, si trasforma in un qualsiasi aiuto determinante. Il benchmark, il parametro di riferimento del linguaggio finanziario, nel linguaggio comune diventa un sinonimo di punto di riferimento o pietra di paragone; un feedback, che in biologia è una retroazione, in senso tecnico può essere un segnale di ritorno, e nel linguaggio comune diventa un’espressione che sempre più spesso ha la meglio su un semplice riscontro, cioè un cenno di conferma (aspetto il tuo feedback). L’impriting utilizzato da Lorenz per descrivere il condizionamento irreversibile delle papere che alla nascita identificano con la madre la prima figura che vedono (traduzione in inglese del termine tedesco Prägung) diventa un’impronta o una caratteristica più generale (il cuoco lascia il suo imprinting in ogni piatto; l’imprinting culturale lasciato dal liceo classico), e questi significati si sovrappongono a tecnicismi che anche in inglese si appoggiano alle metafore, e per esempio l’imprinting è anche una tecnica di colorazione di un disegno sui capelli da parte di un parrucchiere, che poi passa a designare anche la decorazione stessa così come un timbro è allo stesso tempo la matrice ma anche il disegno che lascia.

Gli slittamenti di significato avvengono a volte per metonimia, per cui un cocktail non è solo una miscela alcolica, si può andare a un cocktail nello stesso modo in cui ci si si può fare un drink e avere un invito per un drink che diventa così un party, mentre uno shot non è solo un bicchiere, il cicchetto, come in italiano passa a indicare anche il contenuto e farsi uno shottino indica il bere un bicchierino tutto d’un fiato. E così un takeaway è sia il pranzo d’asporto sia il servizio offerto dai locali sia i locali stessi (un locale takeway), un remainder (lett. rimanenza di magazzino) è un libro scontato, ma indica anche le librerie specializzate nella vendita di questi libri, la security può indicare il personale addetto alla sicurezza (chiamare la security) oppure può designare un sistema di sicurezza di una banca o di un edificio, e anche la sicurezza informatica, un topless è il costume da bagno femminile e anche la pratica di prendere il sole a seno nudo, e un editor è un revisore editoriale, ma in informatica è invece un programma di scrittura o di lavorazione editoriale.

Attraverso questi e altri meccanismi, le espressioni inglesi sono sempre più polivalenti.

Tra gli anglicismi che hanno almeno tre accezioni ci sono per esempio il poker che è un gioco di azzardo, ma è anche il punto che si fa con quattro carte uguali, e in senso figurato può indicare un quartetto (un poker di vittorie). Che cos’è un mixer? Lo strumento per il missaggio della musica, il miscelatore graduato per le bevande, oppure un frullatore. Un ticket è un biglietto, ma può essere anche una tassa sanitaria, o un buono pasto che nel linguaggio aziendale nasce dalla decurtazione dei ticket restaurant (in realtà un marchio francese). Un boiler è uno scaldabagno ma anche un bollitore (o scaldacqua), magari elettrico.

Diversi significati a seconda dell’ambito

Spesso queste differenti accezioni di una stessa parola non sono il risultato di un uso metaforico di un tecnicismo, ma derivano dal fatto che importiamo dall’inglese così tante parole che alcune ci arrivano direttamente da ambiti diversi dell’inglese.
Lo screening in medicina è un programma di prevenzione, ma nell’ambito del lavoro è una ricerca dei candidati. La palette è la tavolozza dei colori di un programma informatico, e in cosmesi è una confezione di trucchi con le loro sfumature. Una cover non è solo una copertina di una rivista o di prodotto discografico, in ambito musicale indica un rifacimento di un brano di successo e riferita ai cellulari indica la custodia rimovibile; il pickup è un furgoncino ma anche il trasduttore che converte i suoni meccanici in impulsi elettrici inviati all’amplificatore della chitarra elettrica; il crash, di etimo onomatopeico e fumettistico, in economia diventa il crollo in Borsa e in informatica il blocco di un sistema e l’impallarsi di un programma; il crack è una violazione informatica, un fallimento in ambito finanziario, il suono onomatopeico di qualcosa che si spezza e anche una droga. Un driver è un programma per le periferiche, ma nell’ippica è il fantino, e in senso lato a volte viene usato anche per indicare un guidatore, un autista, come in Taxi driver.

Sempre più anglicismi hanno dunque i loro significati differenziati a seconda degli ambiti. Lo start che nei dispositivi elettronici è il tasto di avvio, in informatica diventa la funzione di avvio, nel cinema è il primo fotogramma di un film, nel linguaggio sportivo è la partenza, il via, ma anche la linea di partenza e il segnale di partenza, dunque anche lo sparo.

Ghost, fantasma, nell’editoria è uno scrittore invisibile (abbr. di ghost writer) che scrive a nome di un altro, e nel gergo fa un lavoro di ghosting. Ma tra i neologismi di recente registrazione nei dizionari c’è anche un altro ghosting che indica l’atteggiamento di chi sparisce improvvisamente da una relazione, senza farsi trovare e senza dare spiegazioni. Tutto ciò deriva dal fatto che la radice ghost, resa popolare da un celebre film, anche se non è registrata dai dizionari è nella disponibilità di molti, e circola appunto in molti derivati (i ghostbuster, a proposito di cinema). Lo stesso si può dire di shop: il derivato shopper è un sacchetto della spesa, ma in Rete circola sempre di più anche con il significato di acquirente, cliente. E così un hotspot (lett. punto caldo) è un centro di identificazione e di accoglienza per immigrati ma anche un punto di accesso gratuito alla Rete; uno short (abbr. di short film, picture o subject) è un cortometraggio spesso pubblicitario (short pubblicitario), ma nel linguaggio della moda o dell’abbigliamento gli short sono pantaloncini corti (più spesso al plurale shorts).

Questi sono solo alcuni esempi, ma l’elenco di questi anglicismi che assumono diverse valenze di settore è davvero lungo e costituisce un record tra i forestierismi, cioè un primato, che però in informatica è un tecnicismo che designa un’unità di archiviazione.

In altri casi la polivalenza degli inglesismi deriva dal loro diventare parole ombrello che vanno bene per ogni occasione e per tutte le stagioni. La location è uscita dal suo ambito cinematografico di ambiente, reale o artificiale, dove girare una scena e si è trasformata in un posto qualsiasi, la location di un ristorante intesa come ambiente, arredamento, ma anche posizione (per esempio una terrazza sul mare). Allo stesso modo un restyling può essere il rifacimento di un palazzo, la riprogettazione di un sito, la nuova versione di un’automobile, il rimodellamento di un logotipo, la revisione strutturale di un’impresa, il ritocchino chirurgico che si fa dall’estetista… Un partner può essere un alleato commerciale, un amico, un compagno, un marito, un fidanzato, un convivente (senza distinzione di genere).

Un altro moltiplicatore delle accezioni delle parole inglesi è da rintracciare nell’uso di una stessa parola sia come sostantivo sia come aggettivo, per cui si può avere uno shock o leggere una notizia shock, cioè sconvolgente, come c’è il mondo del fetish o del fashion, cioè del feticismo e della moda, ma anche gli abiti fashion e fetish, e il settore del green, cioè dell’ecologia, implica fare scelte green, cioè ecologiche (ma green è anche il campo da golf, che a sua volta è uno sport ma indica impropriamente anche un maglione). Un dirigente o un uomo d’affari può essere un executive e possedere una valigetta executive, cioè aziendale (per es. una ventiquattrore), e spostarsi su un jet executive, cioè un aereo privato dirigenziale, di rappresentanza.

Nel caso di relax questa duplice valenza coinvolge il sostantivo (ho bisogno di un po’ relax) e persino un verbo, quando è usato al posto di rilassati!

Collocazioni e locuzioni

In altri casi i diversi significati di uno stesso anglicismo si combinano all’interno di locuzioni con le loro precise collocazioni, per esempio full che nel poker corrisponde a una combinazione di un tris e una coppia, circola poi nel suo significato letterale di pieno, totale in molte locuzioni inglesi come full immersion, full screen, full-time, full text, full contact… Ma spesso queste locuzioni sono formate anche dalla combinazione con parole italiane, e dunque il default nel linguaggio economico è una bancarotta, un fallimento, ma in informatica l’espressione di default designa le impostazioni di sistema, di base, automatiche. Un corner è un calcio d’angolo, circola nell’espressione idiomatica salvarsi in corner (per il rotto della cuffia, per un pelo, per un soffio), ma nel linguaggio promozionale è un angolo nel senso di un padiglione, un espositore posto all’interno di un grande magazzino dove viene venduto o promosso un prodotto o un marchio. La compliance in medicina corrisponde alla capacità di adeguamento del volume di un organo davanti alla pressione (per esempio la capacità di dilatazione dei polmoni), in senso lato può essere un adeguamento, un’ottemperanza o disponibilità a collaborare, ma nel linguaggio economico c’è la compliance normativa (a regole o consuetudini) e in quello tributario la compliance fiscale, che può diventare un adempimento spontaneo del contribuente agli obblighi fiscali spesso sollecitato dall’Agenzia delle Entrate in un’ottica collaborativa, e in altri casi è un accordo preventivo tra contribuenti e il fisco che permette la correzione di eventuali errori o omissioni nella dichiarazione; il football è il gioco del calcio (o del pallone), ma il football americano è la variante americana più violenta e coreografica del rugby inglese. Il dumping è la politica di ribasso dei prezzi delle merci esportate (rispetto al mercato interno) per conquistare i mercati esteri, dunque un’esportazione sottocosto, ma anche una concorrenza sleale. Il dumping sociale indica invece l’inosservanza dei diritti dei lavoratori, del rispetto dell’ambiente, delle leggi sulla sicurezza e simili pratiche illecite che consentono di abbassare i costi, dunque il non rispetto delle regole e un sistema di produzione selvaggio per ottenere un maggior profitto. Un pool indica un gruppo di persone, una squadra che lavora per un unico scopo (pool antimafia o di ricercatori) o una cordata (pool del petrolio), ma in biologia il pool genetico è il corredo genetico.

Anglicismi omografi

Ci sono anche altri tipi di “doppioni” inglesi che non nascono dalle accezioni che arrivano da una stessa parola, bensì dal “prendere in prestito” parole omografe, che hanno un diverso etimo. Una persona down (dal nome del medico che ha studiato questa sindrome) non ha nulla a che vedere con un’espressione come “mi sento un po’ down” e cioè un po’ giù, sottotono (lett. sotto). I boxer sono cani simili al mastino (nome di origine tedesca adottato in inglese), ma sono anche le mutande a calzoncino come quelle dei pugili. Un cracker è una galletta salata o un criminale informatico, c’è il pin del cellulare (sigla di Personal Identification Number) ma anche la spilletta con le immagini di personaggi famosi (che ha a che fare con le pin-up); lo scotch (lett. scozzese) è un whisky e il nastro adesivo per antonomasia (originariamente un marchio registrato), il kiwi è il frutto dell’actinidia e un uccello (in italiano atterige), il cutter è un taglierino o un elettrodomestico sminuzzatore, ma nel linguaggio marinaresco è un piccolo veliero. Il jack è un fante nelle carte francesi e uno spinotto nel linguaggio tecnico.
A volte questi omografi assumono un genere diverso, e la zip è una cerniera lampo, mentre lo zip è un documento digitale compresso; la spider è una decappottabile (che si trasforma in maschile nel diminutivo spiderino) ma lo spider nel linguaggio della Rete è un programma di navigazione automatica; lo strip è uno spogliarello, abbreviazione di striptease (e c’è anche lo strip poker), e le strip sono le strisce a fumetti.
In alcuni casi ci sono doppioni non omofoni, che vengono pronunciati diversamente, per esempio i biscotti wafer che abbiamo importato per via scritta e leggiamo all’italiana (come il water), mentre i wafer delle casse dello stereo si dicono all’inglese (come la water polo, cioè la pallanuoto), così come quando Jumbo era solo un elefante del circo Barnum lo dicevamo con la “u” (come l’elefantino Dumbo), ma quando è arrivato l’aereo lo abbiamo pronunciato con la “a”, come abbreviazione di jumbo jet.

Decurtazioni all’italiana e pseudo-anglicismi

Alcuni di questi doppioni hanno proprio a che fare con il nostro vezzo di decurtare le parole inglesi e generano omonimie che non ci sarebbero: il cross, decurtazione di motocross, si sovrappone così al cross che nel calcio è un traversone e nel tennis un colpo diagonale, mentre una clip, abbreviazione di videoclip, si confonde con un fermaglio a molla o a scatto per fermare i fogli oppure gli orecchini, che vengono poi detti in senso lato anche loro semplicemente clip; il pony è un cavallo nano ma anche la decurtazione di pony express (un corriere che cavalca la metafora dell’andare a cavallo proprio come i rider, nell’era del delivey); un account è un conto o un profilo in Rete ma anche un venditore, anche si si dovrebbe dire account executive; i roller sono penne a sfera dall’inchiostro scorrevole ma anche l’abbreviazione dei pattini rollerblade; l’economy sostituisce l’economia in sempre più espressioni (new economy, net economy, gig economy, green economy, blue economy) ma è anche una tariffa economica di treni e aerei (al posto di economy class); gli spot (abbr. di spot advertisement) sono annunci pubblicitari e anche faretti per l’illuminazione di interni (abbr. di spotlight = faro orientabile, in italiano occhio di bue o riflettore lenticolare) e persino le macchie che hanno a che fare con la metrorragia e le perdite premestruali denominate spotting.

Talvolta i doppioni non nascono solo dall’accorciamento all’italiana, ma anche da un significato tutto nostro che differisce da quello inglese, e sono dunque pseudo-anglicismi; il dressing, che abbiamo mutuato dalla radice di to dress (come dalla radice foot abbiamo ricavato il footing, per l’intermediazione del francese) viene spesso usato nell’ambito della moda per indicare il modo di vestire, ma in inglese si dice clothing e il dressing è solo un condimento dell’insalata, che comunque è riportato tra gli anglicismi dei dizionari italiani anche con questo secondo significato.

Gli pseudo-anglicismi che convivono con gli anglicismi più ortodossi sono tanti. Book (libro) si trova in composti come e-book, instant book, guest book… ma viene usato impropriamente anche come sinonimo di portafoglio fotografico (in inglese portfolio) cioè cartella, presentazione, campionario. Bomber (bombardiere) nel gergo dell’abbigliamento (come abbreviazione di bomber jacket) indica il giubbotto da aviatore, ma nel linguaggio calcistico si trasforma in cannoniere (e nel pugilato in picchiatore). Allo stesso modo mister non significa più solo signor, come equivalente maschile di miss è il vincitore di una sfilata di bellezza o di culturismo, e nel linguaggio calcistico si carica di un significato estraneo all’inglese per indicare l’allenatore di una squadra. Tra questo genere di parole una delle più ramificate è box, che significa scatola o contenitore, ma è anche uno spazio ristretto ricavato nell’ambiente che lo contiene, quindi un compartimento o reparto. In una pagina può esprimere un riquadro (un box di testo), c’è poi il box doccia (la cabina doccia), in altri contesti è un recinto per gli animali o una stalla (il box dei cavalli), nei circuiti automobilistici è un posto di rifornimento e impropriamente – ma ormai largamente diffuso soprattutto nel Nord Italia – può essere un posto macchina al coperto.

Doppioni, triploni e quadruploni

La moltiplicazione dei significati e delle accezioni delle parole inglesi che deriva da omografi, usi figurati, significati nei diversi ambiti e pseudo-anglicismi non è sempre separabile in modo netto. Talvolta questi meccanismi si sommano e si sovrappongono e il risultato è una diramazione molto ampia. “I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni” scriveva Gadda riferendosi alla ricchezza della sinonimia e dei registri dell’italiano, ma oggi sembra valere anche per il ricorso all’inglese.

Un esempio di triplone misto è slot (lett. fessura): in informatica è l’alloggio che nei calcolatori permette l’inserimento di schede aggiuntive, dunque una porta. Viene usato però anche come decurtazione di slot machine, mentre un terzo significato è in locuzioni come slot di tempo, cioè una finestra o un lasso di temporale. Tra gli altri “triploni” c’è set che può indicare una serie, un completo (un set di pentole, un assortimento di valigie o un corredo di lenzuola), ma nel linguaggio cinematografico e televisivo è il teatro di posa, mentre nel tennis o ping-pong è ognuna delle partite che compongono un incontro. Lo spoiler nel linguaggio televisivo o cinematografico è l’anticipazione o lo spifferare un finale che ne rovina i colpi di scena, ma prima di questo recente significato era solo l’alettone o il deflettore nelle automobili e in aeronautica era il diruttore o disruttore, cioè un elemento aerodinamico dell’ala.
Un quadriplone è rappresentato da una parola come convention che letteralmente indica l’assemblea dei delegati di un partito per eleggere il candidato alla presidenza degli Usa; per esteso si usa per un qualsiasi congresso, raduno, incontro, vertice, conferenza, ma nel mondo del lavoro e del commercio indica un convegno di lavoro per stabilire gli obiettivi da raggiungere, e nel linguaggio commerciale può essere anche una riunione dei venditori.

Stop ha almeno cinque significati. Indica l’obbligo di arresto nella segnaletica stradale e i cartelli stessi; può essere il fanalino o la luce (di colore rosso) che segnala la frenata degli autoveicoli; è il tasto di interruzione del funzionamento di apparecchi e dispositivi, e in generale ogni comando che equivale a fermarsi (intimare lo stop); ma è anche un’interiezione che significa basta, fermati, ed è persino un tassello o vite a espansione. Anche master può indicare un corso di specializzazione o di perfezionamento (e anche il titolo, l’attestato); nel linguaggio sportivo corrisponde a un torneo dei campioni (specialmente nel tennis e nel golf) dove sono ammessi a partecipare solo i migliori giocatori del mondo; in informatica è la matrice (da cui masterizzare), l’originale dalla quale si ottengono le repliche per esempio di un cd o di un altro supporto; nei giochi di ruolo è il capogioco, cioè chi coordina i partecipanti che assumono i propri ruoli e nell’ambito del porno e del bondaggio è il padrone, cioè la figura maschile dominante che detta le regole di una relazione di sottomissione.
Ring di significati ne ha almeno sei: 1) nel pugilato è il quadrato, e in senso lato salire sul ring equivale a disputare un incontro, mentre abbandonare il ring significa ritirarsi dal pugilato, appendere i guantoni al chiodo; 2) nell’ippica è il recinto dell’ippodromo dove sfilano i cavalli dopo la gara; 3) come abbreviazione di ring road, è anche una “strada ad anello”, cioè una circonvallazione, un raccordo anulare, o una tangenziale cittadina (anche se propriamente non si tratta di un anglicismo, ma di un termine di derivazione dal tedesco); 4) si usa anche per indicare una pista automobilistica, un circuito per gare motoristiche; 5) nel linguaggio economico indica un accordo o un cartello di oligopolio fra imprese con lo scopo di sottrarre il prodotto dal mercato e farne alzare il prezzo; 6) nell’industria tessile è un tecnicismo che indica il filatoio ad anello.

Conclusioni

Non mi pare che la polivalenza dei forestierismi sia stata oggetto di molte analisi, ma mi sembra che ci sia un’enorme differenza tra il caso degli anglicismi e quello dei “prestiti” da altre lingue, dove non ho riscontrato questo fenomeno. Guardare l’interferenza dell’inglese da questo punto di vista conferma l’impressione che non abbiamo più a che fare con un fenomeno che si può etichettare attraverso le categorie del prestito; l’inglese assomiglia di più a un trapianto di radici e di parole che stanno prendendo vita autonoma e che si stanno allargando nel nostro lessico anche attraverso numerose ibridazioni che non si vedono tra gli altri forestierismi (cfr. Antonio Zoppetti, “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione”, portale Treccani, 21 giugno 2019). Questo dipende sicuramente dalla sproporzione numerica (cfr. Antonio Zoppetti, “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”, portale Treccani, l7 luglio 2019), ma è un segnale che rivela anche tutta la profondità con cui gli anglicismi si ancorano nel nostro lessico.

La loro polivalenza è un dato nuovo, tra i circa 1.700 anglicismi registrati nel 1990 dal Devoto Oli si riscontrava raramente, erano spesso tecnicismi mono-significato; tra i circa 4.000 annoverati dallo stesso dizionario nel 2020 spicca invece questa moltiplicazione dei loro significati che va di pari passo con l’essere sempre meno parole di settore e sempre più utilizzate nel linguaggio comune.

Per quantificare il fenomeno, su un campione che ho analizzato di poco più di 3.700 parole inglesi che circolano nell’italiano con una certa stabilità (cfr. Dizionario AAA – Alternative Agli Anglicismi) ho contato almeno 200 lemmi che possiedono più di un significato, ma se si considerano anche le accezioni che derivano dagli usi figurati sono molte di più, e credo che complessivamente generino ben più di 500 accezioni e definizioni diverse.

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Il South working e l’italian suicide

La scorsa settimana, leggendo l’online version del Courier of Evening (suggerisco al Corriere della Sera un restyling del naming più moderno, internazionale e consono al linguaggio che utilizza), mi sono imbattuto in questo pezzo di grande spessore:

Per sapere di cosa si tratta bisogna vedere il filmato. Questo obbrobrioso pseudoanglicismo trova la sua spiegazione solo lì, introdotto da un titolo volutamente pensato per incuriosire il lettore e poi obbligarlo a sorbirsi il video per intero (una grande strategia di marketing!). Solo allora scoprirà che nel caso dello smart working “in Italia sta prendendo forma una declinazione specifica: il south working, vale a dire la prospettiva per chi si sia trasferito al Nord o in altri Paesi di tornare a casa e di lavorare in modo sempre più stabile dal Sud”.

Questo è l’approccio utilizzato consapevolmente dai mezzi informazione per attuare il sistematico genocidio lessicale della nostra lingua. Non sai cos’è il South working? Ma bravo! Punto primo sei ignorante, informati. Punto secondo te lo spiego io! Meno male che ci sono testate come il Corrierone a fare kultura. Punto terzo: si dice così, aggiornati.

È uno pseudanglicismo ridicolo? Chi lo ha inventato?
Non importa. Se lo usiamo è perché è in un uso, e se è in uso non ci puoi fare proprio un bel niente. Rassegnati. Punto e fine dei punti. L’informazione è tutta qui.

Non che le altre testate siano da meno, da il Manifesto (dove la sigla pc è da intendere come personal computer e non come partito comunista) all’Ansa, da il Riformista a il Fatto Quotidiano fino a Wired, tutti ne hanno parlato, in un tripudio di contest, Tracking Real Time, trend, lifestile e chi più ne ha più ne metta. Molto interessante è anche il contest SeaWorking di… Brindisi! La strategia di usare l’inglese per esprimere ciò che dovrebbe essere italiano è ormai quella che dilaga nell’Italia 2.0, dalla mente colonizzata.

Dimenticavo il Sole24 ore, chiedo scusa. Si tratta di una testata da sempre in prima linea nel diffondere anglicismi ad minchiam. In un articolo del 12 settembre spiega bene come l’espressione fotografi la situazione di Foggia e Cosenza: “Il South working spinge le ricerche di case: sul podio Foggia e Cosenza”. Ma nella “top ten anche Reggio Emilia”!
Nell’articolo si riportano le parole del ceo (non amministratore delegato, si noti bene!) di Casa.it che spiega:

“Con il lockdown, la casa è tornata al centro dei pensieri e degli interessi di molti italiani. Lo smart working è destinato a entrare sempre più tra le nostre modalità di lavoro. (…) Utilizzare i fondi Ue per colmare il gap digitale delle aree periferiche del Paese potrebbe aprire nuove opportunità di crescita”.

Insomma, il linguaggio dei giornali e quello degli imprenditori che si intreccia con quello della ricerca e della scuola coincide con l’itanglese. E infatti da dove nasce il South Working?
Pare dal genio di una ventisettenne palermitana, Elena Militello, “ricercatrice a contratto all’università del Lussemburgo. Rientrata a Palermo in pieno lockdown ha proposto ad alcuni amici la sua idea di promuovere con metodi di advocacy la possibilità di lavoro a distanza in via principale da dove si desidera e, in particolare, dalle regioni del Sud d’Italia e d’Europa” (Quotidiano del Sud, 24/8/20).
E come chiamare se non con un anglicismo il frutto di questo guizzo creativo simbolo della nostra italianità? Del resto ciò che contraddistingue il made in Italy è l’italian design, in un Paese linguisticamente finito.
Recentemente leggevo un articolo che esaltava le doti imprenditoriali del bergamasco Marco Pirovano che ha creato un franchising di successo per il suo marchio di “polenta espresso” che si chiama PolentOne (il gioco di parole sull’inglese si trova anche in molte altre nostre eccellenze gastronomiche, anzi del settore food, da Eataly a Slow Food).

Immaginiamo una sagra della patata italiana chiamata alla tedesca, il KartoffelnFest. Oppure una festa del formaggio italiano denominata Fromage italien alla francese, o della birra italiana che suona come Fiesta della cerveza.

Un bel: “Ma siete scemi?” sorgerebbe spontaneo.
Ma basta usare l’inglese e tutto si trasforma magicamente in un: “Che figo!” Ed ecco che si moltiplicano le insegne con scritto Wine Bar.

Per chi crede che tutto ciò sia una caricatura, posso segnalare qualche evento di questi giorni. Il 13 settembre si chiude al Parco Fellini di Rimini l’Italian Bike Festival, il punto di riferimento per il mercato della bici, un evento ricco di “anteprime, test, show & performance, meetup, experience e intrattenimento: tutti gli ingredienti necessari per un festival della bici a 360°.”
Qualche giorno fa si è tenuto in Abruzzo, per il decimo anno consecutivo, il Festival You Wanna Be Americano, dedicato alla musica, alla cultura e alla moda degli anni ’50 e ’60 in America e in Italia, organizzato in questa decima edizione dal Comune di Giulianova (“Impossibile frenare la dilagante febbre Fifties” e grande attesa per “Giulia Rock, The Italian Rock’n’Swing Stars”).

Ai miei lettori segnalo anche una scadenza imminente: “Italian Innovation Day Tokyo 2020, call aperta fino al 14 settembre”. È una bella opportunità voluta dall’Ambasciata d’Italia a Tokyo che vede “la partecipazione di startup e scaleup che saranno selezionate tra quelle che invieranno l’application entro” il termine indicato.
Io ve l’ho detto, regolatevi. E vi segnalo anche l’Italian Esports Awards: ecco le nomination per il “Best Italian Team”. Si tratta della “prima edizione del premio dedicato alle eccellenze italiane nel gaming competitivo, annunciata da Iidea nel luglio scorso, consisterà in 5 premi dedicati al Best Italian Team, al Best Italian Player, al Best Italian Content Creator, al Best Italian Castered all’Esports Game of the Year”.
Inoltre, save the date! Appuntatevi la data del 30 settembre, perché scade l’opportunità di una “Tradizione italiana unica vera e originale dal 2010”, e cioè l’Italian Horror Fest, dedicato ai maestri italiani dell’horror (c’è anche Dario Argento) che non si tiene come avviene per questo tipo di eventi nelle “cupe atmosfere invernali di Halloween”, bensì in estate e sul mare di Anzio!
Certo, in tempi di pandemia è stato necessario inventare una speciale Covid Edition, una nuova formula e un bel neologismo inglese che si aggiunge ai recenti covid hospital, covid pass, e più in generale alla regola del conio fai-da-te di qualsiasi cosa si riesca a ad abbinare a covid, purché suoni inglese, beninteso. Sui giornali si trova: “Ripensare cinema e teatri in modo covid free”, “lo stress test covid”, “un covid manager per i supermercati”… è il moderno covid language in cui una prova diagnostica innovativa, tutta lombarda, che in pochi minuti permette di rilevare attraverso la saliva la presenza del coronavirus, è stata chiamata Daily tampon. Nella nostra bocca l’inglese suona fico, ma in questo caso ha che fare con il suo femminile, visto che tampon in inglese indica un assorbente interno vaginale, come ha ricordato Gabriele Valle.

In conclusione, sto pensando anch’io di lanciare un contest che vorrei chiamare Italian suicide. Consiste nell’inventare qualche nuovo anglicismo, non importa se è in uso nei Paesi anglofoni, basta che suoni inglese e sia in grado di depauperare la nostra lingua. Potete lasciare la vostra nei commenti e poi si fa una bella votazione nel giorno X denominato election day. Partecipo anch’io con la parola cialtroning, di cui ho già parlato in altre occasioni. In palio c’è un posto tra gli oltre 3.700 anglicismi che formano il dizionario delle alternative AAA, ma se va bene si può finire anche tra quelli del Devoto Oli che sono appena sotto la soglia dei 4.000 nell’edizione 2020, ma nel 2021 la supereranno di certo, arricchendo la possibilità di parlare in itanglese con tante nuove belle voci, che – fuori dai dizionari – sono molte, ma molte di più.

I perché di una petizione a Mattarella (e le prime 2.500 firme)

La petizione #litalianoviva (che ha raggiunto le 2.500 firme) arriva cinque anni dopo quella, fortunatissima, lanciata da Annamaria Testa (#dilloinitaliano). Le quasi 70.000 firme di allora ebbero una risonanza senza precedenti e una rassegna stampa fitta e internazionale. Proprio in seguito a questo straordinario successo, l’Accademia della Crusca. a cui era rivolta, decise di dare vita al Gruppo Incipit, che aveva lo scopo “di monitorare i neologismi e forestierismi incipienti, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana e prima che prendano piede.” Dunque: “monitorare” più che “arginare”, anche se nei comunicati sono sempre stati indicati dei sostitutivi italiani.

A cinque anni da questo evento, ho tentato di fare un bilancio di cosa sia accaduto e di che cosa sia cambiato. Purtroppo la risposta è che, nel concreto, non è accaduto nulla. Anzi, da allora le cose sono decisamente peggiorate. Ecco perché ho provato a immaginare un’iniziativa simile ma con altri interlocutori e altre richieste.

L’attuale ruolo della Crusca

Mi pare che l’importanza della petizione di Annamaria Testa si possa riassumere nella presa di coscienza del fastidio verso l’abuso dell’inglese di una grande fetta degli italiani. La svolta che ha segnato è stata proprio l’emergere di questo nuovo modo di sentire nell’opinione pubblica, un cambio di paradigma storico molto importante: per la prima volta, parlare di tutela dell’italiano non veniva più associato alla politica linguistica del fascismo, alla guerra ai barbarismi, e neanche alle prese di posizione “puriste” o “neopuriste” che avevano caratterizzato la denuncia del “morbus anglicus” di Arrigo Castellani negli anni Ottanta.

accademia della cruscaNon è un fatto da poco. Bisogna tenere presente che Francesco Sabatini, quando era il presidente della Crusca, fondò nel 2001 il Clic (Centro di consulenza sulla lingua italiana contemporanea), che si interruppe presto anche per le reazioni ostili dei mezzi di informazione davanti alla “difesa della lingua”, un argomento ancora tabù. Con la costituzione del Gruppo Incipit, l’Accademia si aspettava analoghi attacchi e resistenze culturali, ma la cosa più sorprendente fu che non ce ne furono affatto. Il vento era cambiato, la petizione #dilloinitaliano fu come una gigantesca manifestazione di piazza, seppur virtuale, che lanciò questo importantissimo segnale.

Eppure la timidezza della Crusca nello schierarsi a favore della difesa della lingua è rimasta.
Anche se nella percezione della gente l’Accademia è ancora associata alle attività del passato, quando questa antichissima e prestigiosa istituzione pubblicava il vocabolario della lingua italiana e aveva un atteggiamento prescrittivo nei confronti della lingua, oggi non è più così. Fu proprio durante il fascismo che l’attività lessicografica della Crusca fu soppressa, con il Regio Decreto del ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile nel 1923, e fu invece la Reale Accademia d’Italia (Rai) a essere in seguito incaricata di compilare il dizionario della lingua italiana del regime, che si interruppe (alla lettera C) con la caduta del fascismo. Negli anni Sessanta, quando il presidente della Crusca era Giacomo Devoto si delineò molto chiaramente il nuovo spirito dell’Accademia di rinunciare agli intenti normativi e prescrittivi in favore del descrittivismo, cioè di esaminare l’evoluzione dell’italiano senza intervenire, perché la lingua non va difesa, va studiata, per citare Giancarlo Oli. Questa prospettiva è quella dominante anche oggi, e poco si concilia con il volere arginare gli anglicismi.

Il Gruppo Incipit

Nel contrastare le parole inglesi, il Gruppo Incipit ha giocato un ruolo simbolico ma non ha raggiunto obiettivi concreti. A parte qualche presa di posizione dei suoi membri in occasioni pubbliche o interviste, si è limitato a diramare 13 comunicati che complessivamente hanno indicato le alternative a qualche manciata di parole, a fronte delle centinaia che si sono affermate. Non sono al corrente del loro lavoro di “monitoraggio” (studi quantitativi o altre analisi organiche), ma stando ai comunicati si evince che il problema è stato affrontato a sprazzi, e non certo in modo sistematico. Alla fine del 2016 sono entrate prepotentemente nel linguaggio comune fake news, grazie ai giornali che hanno virgolettato senza tradurre un’espressione di Trump (per far cadere le virgolette il giorno dopo e introdurre nella nostra lingua l’inglese crudo invece che “notizie false” o “bufale”). Nel 2017 è esploso il black friday, grazie al trapianto di una consuetudine statunitense nel nostro Paese. E di anno in anno, anglicismo dopo anglicismo, si può arrivare alla pandemia del 2020 che ci ha regalato il lockdown (insieme a droplet e tantissimi altri che ho ricostruito in un articolo Treccani). Dunque stupisce la mancata presa di posizione davanti a questi esempi eclatanti che hanno stravolto il nostro modo di parlare.

L’attività della Crusca non è insomma minimamente paragonabile a quella delle accademie di Spagna e Francia, che non hanno paura di essere prescrittive o di proporre alternative, anzi, ciò rientra nei loro compiti e nella loro missione. L’Académie française, inoltre, non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” ci sono illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

A parte queste diverse prospettive, bisogna anche riconoscere che i comunicati del Gruppo Incipit, benché esigui, non hanno sortito alcun effetto tangibile.

I limiti di Incipit e della Crusca

Incipit parte dal presupposto che quando un anglicismo si afferma è poi molto difficile da sradicare. Ciò è vero soltanto in Italia, bisogna precisarlo, perché in Francia molti sostitutivi introdotti in seguito alla legge Toubon hanno fatto regredire l’inglese. Ma questo approccio, che se non è supportato da una politica linguistica risulta poco efficace, ha anche un altro forte elemento di debolezza. Lo aveva sollevato sin dall’inizio Tullio De Mauro. Davanti alle proposte sostitutive per esempio di analisi on desk, benchmark, tool, distance learning o peer review (comunicato n. 6), “se l’obiettivo dell’Accademia è ottenere gli applausi della stampa, l’obiettivo è in gran parte raggiunto”. Altrimenti queste parole non erano affatto incipienti, visto che erano registrate dai dizionari già da decenni, per cui “se c’è (e c’è) abuso di anglismi nella comunicazione universitaria, l’imputato chiamato alla sbarra da Incipit, l’aziendalese, va assolto: non è lui che ha commesso il fatto” ( → “È irresistibile l’ascesa degli anglicismi?”).

Insomma, se i linguaggi di settore vengono colonizzati sempre più dall’inglese, poi è inevitabile che da lì straripino nella lingua comune. E allora l’argine a ciò che è in fase incipiente dovrebbe semmai essere doppio. Bisognerebbe operare scelte terminologiche traduttive innanzitutto quando gli anglicismi entrano nei linguaggi specialistici, ma è un po’ difficile visto che la scienza, la tecnologia, l’informatica, il lavoro, l’economia e quasi ogni ambito culturale si studiano sempre più in inglese con il risultato di trapiantare i tecnicismi in modo crudo invece di saperli interpretare autonomamente. Il secondo argine dovrebbe essere eretto quando queste parole, magari dopo molti anni, si riversano nella lingua comune. Ma siamo sicuri che questo sistema funzioni?

Direi di no. Nella realtà, giornalisti e politici se ne fregano dei sostitutivi promossi dalla Crusca, ammesso che li conoscano, e puntano ad attingere al linguaggio specialistico invece che al lessico della divulgazione. “Smart working”, per esempio, era uno pseudoanglicismo presente già prima della pandemia del coronavirus, anche se la sua frequenza era bassa e la sua circolazione era ristretta al mondo lavorativo degli addetti ai lavori. Incipit, nel 2016, ha promosso l’alternativa in circolazione nel linguaggio contrattuale di “lavoro agile” (comunicato n. 3) quando ancora la parola non era così comune. Ciononostante, da qualche mese l’espressione ha fatto il salto di specie: i giornali, i politici e i tecnici hanno usato l’inglese ripetuto in modo ossessivo fino a farlo diventare la parola più gettonata, che ha scalzato non solo l’equivalente tecnico di lavoro agile, ma anche quelli possibili nella lingua comune, cioè il lavoro da casa, da remoto, a distanza o il telelavoro. Lo stesso si può dire di caregiver, che circolava come tecnicismo già ben prima del 2018 quando è entrato nella legge di bilancio e quando Incipit lo ha affiancato a “familiare assistente”, “prestatore di cure o “assistente domestico” (comunicato n. 9).

Vale la pena di ricordare che caregiver è diventato un tecnicismo solo in italiano, in inglese non ha questa specificità, e la parola non si trova né in spagnolo – si parla di “curatore”, cuidador (familiar) – né in francese – “aiutante”, aidant familial o informal, proche aidant –. Lo stesso vale per per smart working, che non esiste in francese, in spagnolo né in inglese (remote working).

E allora la strada per fermare l’anglicizzazione è forse un’altra rispetto a quella prospettata da Incipit, e implica l’essere meno provinciali, tradurre o inventare neologismi italiani (qualora le parole ci mancassero) invece che importare parole inglesi crude (se va bene, altrimenti si inventano pseudoanglicismi). Insomma, davanti alle migliaia di parole inglesi il punto non è quello di sostituirle nella fase incipiente, ma agire alla base: è necessario creare un nuova cultura, spezzare l’anglomania da colonizzati che porta a preferire i suoni inglesi a prescindere dalle singole parole, riappropriarci con orgoglio della nostra lingua e della capacità di generare neologismi su base endogena. Dobbiamo superare il nostro senso di inferiorità che ci fa vedere l’inglese come una cultura e una lingua superiori, dobbiamo smettere di confondere l’inglese con l’essere moderni o internazionali. Per essere moderni dovremmo fare evolvere l’italiano, e per essere internazionali dovremmo fare come si fa all’estero, dove si usa maggiormente la propria lingua.

E soprattutto, dovremmo cessare di aver paura di essere prescrittivi. Come fanno le accademie francese e spagnole.

Un po’ di sano prescrittivismo

Se la strada di Incipit non è stata produttiva, non è all’Accademia della Crusca che ci si deve rivolgere per cambiare le cose. Forse l’Accademia andrebbe rifondata, e investita di un po’ di sano prescrittivismo proprio dalla politica che un tempo le ha sottratto questo ruolo. Davanti all’espansione dell’inglese globale che minaccia molte lingue, il liberismo linguistico rischia di trasformarsi in un anarchismo nel senso più negativo, uno stato di natura selvaggio e senza regole che coincide con la sopraffazione del più debole (homo homini wolf).
La difesa della lingua, un tempo invocata per purismo o per motivi di principio esterofobi, è oggi da rivedere da un altro punto di vista basato sui numeri. Qui si tratta di proteggere il nostro patrimonio culturale esattamente come si difendono i panda e le balene che rischiano l’estinzione.

Andrea Camilleri protezione lingua italianaQualche anno fa, Andrea Camilleri ha sintetizzato tutto ciò in modo meraviglioso in un brevissimo video, che vi invito a vedere, in cui sviscerava il tema-tabù della “protezione della lingua” davanti all’inglese. Spiega che da quando la lingua dell’Europa, per le leggi e il lavoro, ha cessato di essere tradotta in italiano e riporta i documenti solo in inglese, francese e tedesco, la nostra lingua è regredita. I nostri politici avrebbero dovuto opporsi, ma non l’hanno fatto. Per Camilleri, se dalla terminologia tecnica (sempre più in inglese crudo) le parole entrano poi nella lingua comune è per “provincialismo assoluto”, e sfoggiare questo lessico inglese non è cultura. Il rischio lucidamente intravisto era che l’italiano diventasse una lingua morta, che ha la sua tradizione storica congelata nella letteratura del passato, ma senza sapere evolversi. Per lo scrittore, la soluzione non è certo l’autarchia come ai tempi del fascismo, ma una “giusta difesa della lingua andrebbe fatta”, smettendo di essere provinciali e recuperando “le bellissime parole della nostra lingua”.

Come si può non essere d’accordo? Come possono i linguisti italiani non comprendere che tra l’autarchia linguistica e l’essere normativi nel modo più rigido e antistorico ci sono delle vie di mezzo necessarie e sane, come hanno capito in Francia, in Spagna o in Svizzera?

Per tutelare l’italiano, l’attuale atteggiamento descrittivo della Crusca non basta. Visto che i linguisti non si fanno problemi a prescrivere le giuste parole nel caso del linguaggio non discriminante per le cariche femminili e sono intervenuti nello schierarsi a favore di parole come ministra o sindaca modificando l’uso – come stanno facendo anche davanti a quisquilie come scrivere “sé stesso” invece di “se stesso” senza accento che si era affermato nell’editoria del Novecento – perché non dovrebbero avere lo stesso atteggiamento davanti agli anglicismi in nome delle pari opportunità dell’italiano, oltre che delle donne?

Per contrastare l’abuso dell’inglese basterebbe agire con coerenza e nello stesso modo, invece di usare due pesi e due misure. Proprio dalla politica, e dalle raccomandazioni delle amministrazioni supportate dalla consulenza Crusca sono arrivate le direttive del linguaggio non discriminante. La promozione di questo lessico e la campagna culturale che c’è stata in proposito hanno dato i loro frutti, e hanno portato i giornali a utilizzare le nuove parole e i dizionari ad accoglierle e a registrarle.

vivalitaliano 300 x 145Queste sono le due vie proposte dalla petizione per promuovere l’italiano e spezzare l’abuso dell’inglese. L’eliminazione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e l’avvio di una campagna di sensibilizzazione.
L’interlocutore non può che essere la politica…

 

Continua.

Il lessico contagioso del coronavirus

virtual clinic
Coronavirus: telemedicina e virtual clinic, come aiutare i pazienti a distanza. Roberto Chifari 23 marzo 2020 – 18:22

“Misure draconiane”, “città spettrali”… espressioni codificate del genere, in questo periodo, rimbalzano negli articoli di giornali e sulle bocche dei conduttori con una frequenza esasperante. Sono i picchi di stereotipia (ne ho argomentato qui) tipici dell’informazione, che ama sguazzare nelle frasi fatte, nelle facili espressioni idiomatiche, nel lessico precotto privo di quella che Gramsci chiamava “individualità espressiva”, cioè la capacità di ognuno di usare una personale soluzione creativa nell’esprimersi, che è la vera ricchezza e bellezza del linguaggio.
In questi picchi di stereotipia ben si inserisce l’uso e l’abuso degli anglicismi, sempre più spesso spacciati per “la parola giusta”, quella più tecnica, moderna o internazionale, anche quando non lo è (magari è solo una reinvenzione all’italiana che ha un sapore ridicolo), o anche quando dietro l’alibi dell’internazionalismo si nasconde una ben precisa ideologia: essere internazionali non vuol dire multilinguismo, bensì esprimersi nel solo idioma inglese, il monolinguismo che la globalizzazione vorrebbe imporre a tutti, di cui gli anglicismi che percolano nell’italiano sono solo i detriti.

Nell’attuale momento di emergenza, i mezzi di informazione sono concentrati solo sul tema del coronavirus, e questa amplificazione permette di decifrare meglio il loro ruolo nella formazione del lessico e i meccanismi di evoluzione del linguaggio. Quando tutti gli italiani pendono dalla bocca dei giornalisti e degli esperti che hanno il compito di informare e anche di spiegare ciò che accade, è evidente che non potranno che ripetere ciò che viene loro impartito dall’alto. Se i tecnici e i giornalisti ricorrono all’inglese, le nuove “cose” vengono battezzate attraverso queste parole che vengono introdotte e diffuse, e che finiranno per radicarsi in inglese in modo profondo.

Finché il problema era solo cinese non si è registrata alcuna interferenza linguistica proveniente dall’Oriente; e anche quando è esploso da noi, la comunicazione era prevalentemente in italiano. Poi l’Organizzazione mondiale della sanità (che si esprime in inglese) ha dichiarato la pandemia e il virus ha contagiato i Paesi anglofoni, dunque tutto è improvvisamente cambiato, e la mia previsione è che sia destinato ad anglicizzarsi sempre più.

Poco importa che l’Italia sia diventato il modello per arginare la malattia cui tutta l’Europa guarda, mentre nei Paesi extracomunitari come gli Stati Uniti e il Regno Unito sembra prevalere un’altra concezione dello Stato sociale, quella che ha dichiarato lucidamente per esempio un personaggio come l’economista Edward Luttwak con ragionamenti che avrebbero avuto il plauso di Hitler, una posizione appena ribadita anche da Trump nel biasimare i provvedimenti restrittivi che danneggiano l’economia. Siamo di fronte allo scontro tra due diverse visioni del mondo e dell’etica sociale, quella Europea mette al primo posto la vita e la salute dei cittadini, quella anglosassone vede al primo posto la salute delle Borse e l’interesse del capitalismo, come si sarebbe detto una volta.
Vedremo come andrà a finire e per quanto tempo le posizioni d’oltreoceano potranno essere sostenute; Boris Johnson ha dovuto fare retromarcia molto in fretta, e adesso segue la via italiana, forse non per motivi “umanitari”, ma perché si è reso conto che, davanti al numero dei morti, la strategia di non far nulla lo avrebbe travolto e sepolto politicamente. In questo scenario, il paradosso è che dal punto di vista lessicale continuiamo invece a vedere l’America come il modello da emulare, e non come qualcosa cui contrapporci con orgoglio. Se i giornali, fino a quindici giorni fa, parlavano delle restrizioni nell’area di Wuhan, dei provvedimenti restrittivi di Conte, di zone rosse e Italia protetta, adesso che tutto si è riversato nei Paesi di area anglofona parlano di lockdown. Questa espressione era praticamente sconosciuta ai più sino a pochi giorni fa, e di scarsissima frequenza mediatica, ma nel giro di una settimana è diventata sempre più contagiosa e sta soppiantando le alternative italiane che abbiamo sempre usato. Altri anglicismi, come smart working, registrato nel dizionario AAA da molto tempo, ma di bassa frequenza, sono esplosi e sono improvvisamente finiti sulla bocca di tutti i giornalisti, persino in quella del nostro Presidente del consiglio Giuseppe Conte che l’ha impiegata senza alternative nella conferenza stampa rivolta a tutti noi di sabato scorso, dando ormai per scontato che sia comprensibile a tutti e la parola più efficace. Poco importa che sia uno pseudoanglicismo e che in inglese si usino espressioni come home o remote working o che in italiano ci sia il telelavoro, il lavoro da casa, a distanza, da remoto, o lavoro agile, come si legge nei contratti. Da qualche giorno c’è solo lo smart working, nei titoloni dei giornali e nei dibattiti televisivi.

Il Gruppo incipit dell’accademia della Crusca, prima di svanire e di non dare più segni di vita, si proponeva di arginare gli anglicismi nel momento della loro fase incipiente, visto che una volta radicati poi sono impossibili da estirpare (il che vale solo per l’Italia, naturalmente, non è così né in Francia né in Spagna, dove le analoghe accademie non hanno paura di avere un ruolo prescrittivo e sono spesso in grado di cambiare le cose anche senza questa teorica tempestività). Davanti a questo progetto Tullio De Mauro aveva manifestato fondati dubbi, sollevando un problema serio: molti anglicismi entrano come tecnicismi per addetti ai lavori e vengono registrati nei dizionari ben prima che diventino parole ad alta frequenza, dunque la prospettiva di Incipit aveva un elemento di debolezza. In effetti, come ho già detto altre volte, l’argine agli anglicismi incipienti dovrebbe essere elevato con una doppia operazione protettiva: innanzitutto quando entrano come tecnicismi tra gli addetti ai lavori, e poi a maggior ragione quando dai settori si riversano, grazie ai giornali, nel linguaggio comune.
Fermarli come tecnicismi è però sempre più impossibile, visto che l’inglese è diventato la lingua della scienza e di ogni disciplina tecnica con conseguenze devastanti per la nostra ingua sempre più mutilata nei linguaggi di settore. Studiare in inglese, come avviene al Politecnico di Milano, o in ambiti come per esempio la medicina, porta a pensare in inglese, a usare la terminologia inglese, e a perdere la capacità di tradurre, usare (e pensare) l’italiano. Quando poi, nelle situazioni come quella che viviamo, la parola passa ai tecnici e agli esperti, ecco che tutto si anglicizza, e che i giornali riportano – senza nemmeno porsi il problema dell’italiano – la terminologia inglese che entra così nel linguaggio comune. Nelle quotidiane conferenze stampa della protezione civile si sente parlare di cluster, hub, call per nuovi medici, covid hospital, droplet, smart working… quando la parola va agli esperti il disastro del contagio lessicale straripa e diventa uno tsunami anglicus, sempre per citare De Mauro. A proposito: anche il nipponismo tsunami era registrato dai dizionari dagli anni ’60 prima che, da tecnicismo, si riversasse nel linguaggio comune dopo la tragedia del 2006. Il che aiuta meglio a comprendere il fenomeno dei tecnicismi e della terminologia che è ormai in inglese, dall’informatica al lavoro, dalla scienza al cinema

Di seguito voglio abbozzare una specie di dizionarietto del fenomeno dell’interferenza linguistica dell’inglese che si sta verificando ai tempi del coronavirus.

A

app, abbreviazione di application, parola già da tempo diffusa e inarginabile, ormai utilizzata nelle interfacce informatiche per indicare un semplice programma.
Grado di pericolosità: basso, in fin dei conti sembra un’abbreviazione di applicazione, e a parte il fatto che termina in consonante non viola il nostro sistema di pronuncia e scrittura. Ultimamente ricorre soprattutto a proposito dell’ipotesi di un’app per tracciare gli spostamenti della popolazione o per individuare chi è positivo al virus, come avvenuto in Sud Corea. Al momento si parla ancora di app per il tracciamento, ma il rischio è che se questo dibattito si scatenerà nei Paesi anglofoni presto si parlerà di app di tracking esattamente come si parla del tracking dei bagagli e della corrispondenza (sbagliati zoppaz! Sbagliati! Spera che non sia così!).

B

burden è comparso quando Bonaccini, il presidente della regione Emilia Romagna, ha blindato il comune di Medicina, vicino a Bologna, a causa dell’elevata “diffusibilità correlata all’alto burden microbico”. Tutti i giornali hanno virgolettato queste stesse parole, forse perché non si capiva bene di che cosa si stesse parlando. Nessuno ha pensato di scrivere carica microbica, meglio non infettare con l’italiano queste espressioni che suonano tecniche, nella loro poca trasparenza.
Grado di pericolosità: bassissimo, a parte questo precedente non si registrano altri avvistamenti, almeno per ora. Ma questo episodio è da tenere d’occhio, costituisce un precedente che potrebbe diventare un focolaio nel caso di un futuro picco di stereotipia.

C

■ call, le chiamate, i concorsi o gare pubbliche alla ricerca disperata di nuovi medici per arginare il collasso negli ospedali, nel linguaggio istituzionale e dei tecnici, sono call. Non si tratta di qualcosa di nuovo, circola da tempo negli ambienti, ma attualmente la sua diffusione sale.
■ conference (call), impazza al posto di teleconferenza, ma niente di nuovo sotto il sole…
■ covid hospital, neologismo fresco fresco per indicare strutture dedicate al coronavirus e alla cura dei contagiati. Ma del resto si dice anche day hospital… mica ospedale diurno, la parola ospedale è evidentemente obsoleta e dovremmo vergognarcene (parlare di centri, strutture, ricoveri dedicati… neanche a pensarci).
Grado di contagiosità: medio-alto. Hospital ha tutte le caratteristiche per diventare un “anglicismo prolifico” foriero di prossime coniazioni (i linguisti parlano di “produttività”, personalmente preferisco parlare di prolificità, ma anche contagiosità rende bene, in quesro frangente).
■ cluster, anglicismo che circola da tempo in tanti contesti, con tante accezioni dall’uso spesso confuso. Adesso si comincia a usare al posto di focolaio: “Coronavirus, a Latina 10 nuovi casi. Fondi e il capoluogo sono ormai un cluster” (Il Messaggero, 13 marzo 2020); oppure: “Nuovo cluster nel molisano”; “Il cluster più numeroso è quello di Padova”…
Grado di pericolosità e di contagiosità: medio-alto.
■ coronabond, si appoggia al radicato bond, che non si riferisce a James Bond, ma indica soltanto un’obbligazione. Segue eurobond e altre variazioni sul tema.
Grado di contagiosità e radicamento: medio-alto.

D

■ drive in test, “mutazione” di un anglicismo ben radicato nell’italiano che un tempo indicava i cineparchi, il cinema che (al cinema più che nel nostro Paese) si vedeva dall’automobile; ultimamente drive in si è evoluto per indicare i servizi di ristorazione in automobile che le multinazionali statunitensi stanno esportando anche da noi, e lo fanno usando la propria nomenclatura, non li chiamano certo risto-parcheggi. In Sud Corea hanno inaugurato i tamponi di massa fatti alla popolazione dall’automobile, per evitare le code negli ospedali e mantenere il distanziamento sociale, ma ora che anche negli Usa si parla di questa pratica sono diventati i drive in test.
Grado di pericolosità e radicamento su lungo periodo: basso. Ha l’aria di essere un’espressione usa e getta che passata la buriana svanirà, al contrario dei risto-parcheggi.
■ drone, sarebbe una parola inglese, ma poiché termina per vocale e sembra italiana è stata assimilata perfettamente: al plurale fa droni e se pronunciata all’italiana ha un grado di pericolosità pari a zero. Se ne parla molto in questi giorni come strumento di dissuasione e di controllo della popolazione.
■ droplet, significa gocciolina, ma adesso – con decurtazione di distanza droplet – si usa al posto di distanza di sicurezza (a prova di contagio, sputacchi, inalazione…).
Grado di pericolosità: alto, viene spacciato come tecnicismo e viene sputazzato dagli addetti ai lavori persino della protezione civile.

E

■ e-learning, ormai è radicato e si registra solo un’impennata della frequenza, visto che le scuole sono chiuse e si tenta, dove si può, la didattica a distanza, la telescuola e via dicendo (strano che non si dica smart learning, per coerenza con lo → smart working… e spero che questa considerazione non sia presto presa sul serio da qualche imbecille).

F

■ fake news in italiano sono più chiaramente le notizie (o informazioni) false, fasulle, inventate, prive di autenticità, manipolate, contraffatte, quindi contraffazioni, bufale, frottole, bugie, panzane o menzogne spacciate per notizie: un imbroglio costruito in modo consapevole per manipolare la realtà, orientare l’opinione pubblica o semplicemente per aumentare il traffico di certi siti in Rete che campano su questo tipo di informazione. L’espressione è arrivata nel 2017 perché i mezzi di informazione hanno pensato bene di virgolettare senza tradurre le parole di Trump; nel giro di poche settimane la sua carica virale (vedi → burden) è stata così ampia che abbiamo cominciato a pensare che indicasse qualcosa di nuovo, magari associato all’informazione che si propaga attraverso la Rete. Anche questa è una panzana o una bufala, e a proposito di epidemie vorrei ricordare la fake news contenuta nei Promessi sposi che riguardava i presunti “untori”. In questi giorni le bufale sul coronavirus abbondano non solo in Rete, ma anche in molte trasmissioni di disinformazione televisiva (vedi → infodemia).
■ flashmob, anglicismo radicato da tempo con altro significato, ai tempi del coronavirus si usa sui giornali per indicare le improvvisazioni alle finestre di quanti cantano, applaudono o si esibiscono affacciati sulla strada e rivolti ai dirimpettai.

H

■ hub, anglicismo radicato per indicare i grandi aeroporti che fungono da snodo, oppure in informatica per designare una centralina che connette più elaboratori. In questi giorni si sentono sempre più frasi come: “Il Sacco di Milano è ormai l’hub di riferimento della Lombardia per il coronavirus”. Centro, snodo sono roba vecchia.
Grado di infettività: alto (rafforzato anche dalla popolarità di Pornhub?).

I

■ infodemia, neologismo formato da information e epidemic per indicare l’esplodere delle informazioni spesso poco attendibili, ne ha parlato l’Oms ai primi di febbraio. Al contrario di analoghe parole macedonia come infotainment (information = informazione + entertainment = intrattenimento), in questo caso si scrive e si legge come fosse una parola italiana, dunque il grado di pericolosità è nullo.

J

■ jogging, diffuso e radicato, negli ultimi tempi ha soppiantato il footing, pseudoanglicismo di origine francese addirittura ottocentesco. Rimbalza da vari giorni, insieme a → running, a proposito della possibilità di uscire di casa nonostante le restrizioni per fare attività fisica e motoria… podismo e corsette appartengono al passato.

L

■ lockdown, negli Usa è un protocollo di emergenza che blinda e impedisce di uscire da una determinata area, e può essere riferito alle persone, ma anche alle notizie, oppure alle merci. In un baleno è passato da parola sconosciuta e di bassissima frequenza a una delle più gettonate e diffuse. Attualmente si sta usando al posto di misure restrittive, restrizioni, blocchi, quarantena, coprifuoco, zona rossa o protetta… ogni volta che si può si sbatte il “monster” in prima pagina. W la stereotipa basata sull’inglese, abbasso i sinonimi e le alternative italiane!
Grado di contagiosità e pericolosità: altissimo.

Q

■ quantitative easing, ormai radicato al posto di immissione di liquidità o alleggerimento (o allentamento) quantitativo o monetario, facilitazione (o espansione) quantitativa in questi giorni è salito di frequenza a proposito dei provvedimenti che l’Europa sta prendendo o dovrebbe prendere per far fronte alla crisi.

R

■ runner, dire corridore è antico, podista è forse addirittura ridicolo… quanto a running → vedi jogging.

S

■ smart working, di bassa circolazione fino a qualche giorno fa, è ormai salito nelle vette del lessico da coronavirus, e ha soppiantato lavoro agile, telelavoro, lavoro a distanza, da casa, da remoto.
Grado di contagiosità e pericolosità: altissimo.
■ spillover, indica il passaggio di un virus da una specie all’altra, in particolare da un animale all’uomo. Non è un fenomeno nuovo e tipico del coronavirus, che arriva dal salto dal pipistrello all’uomo, anche l’hiv è arrivato dalle scimmie, e risalendo la catena di migliaia di anni, ai tempi della scoperta dell’allevamento da parte dei nostri antenati, il morbillo ci è arrivato dai bovini. L’unica novità è che oggi il passaggio o il salto di specie si chiama in inglese, e sembra un tecnicismo bio-medico insostituibile.
Grado di diffusione: basso, a meno che qualche servizio televisivo di approfondimento non lo renda popolare come l’imprinting.
■ spike, in ambiente bio-medico indica le punte, spine, chiodini, spuntoni, in italiano anche spicole che caratterizzano la struttura del coronavirus, detta appunto corona.
Grado di diffusione: bassissimo, a meno che… vedi sopra.

T

■ task force, per estensione, dall’originario senso militare è da tempo usata per unità di emergenza, squadra di esperti, ma attualmente la sua frequenza più alta si riferisce ai bisogni di rinforzo delle forze speciali dei medici in prima linea negli ospedali.
■ trend
, i tempi in cui Nanni Moretti tuonava contro la giornalista che parlava di trend negativo, e la ridicolizzava, sono solo un ricordo. A partire dagli anni Novanta si è radicato e ormai non esiste più andamento, tendenza, evoluzione… in ambito tecnico-statistico sembra che ci sia solo trend, se non lo ostenti a proposito dei picchi epidemici sei un coglione, o uno che non sa niente di statistiche.
■ triage, è francese, come provenienza e per come lo pronunciamo, ma non facciamoci ingannare, lo diciamo solo perché lo usano anche negli Stati Uniti; indica semplicemente la scelta, la cernita, la selezione, la valutazione, la classificazione che negli ospedali si fa per stabilire quali siano i pazienti più bisognosi di cure. Le strutture di triage e pre-triage, oggi, sono l’unica alternativa in voga, quanti sinonimi italiani inutili ci sarebbero!

V

■ virtual clinic, avvistato proprio poco fa (vedi figura in alto). Vuoi mettere con ospedale o visita a distanza, da remoto, telemedicina e via dicendo?
■ voucher, già radicato al posto di tagliando, buono, o come ricevuta di pagamento delle prestazioni occasionali, con il coronavirus è rimborso o buono: “Coronavirus. Congedi parentali, legge 104 e voucher baby sitter” (laRepubblica.it, 20/3/20); “Soggiorno annullato per coronavirus? Si ha diritto a voucher o rimborsi” (IlSole24ore, 22/3/20).


PS

jenner e vaccinoUna buona notizia alla lettera V di vaccino.

Di questi tempi sono scomparsi i no-vax che in italiano sarebbero antivaccinisti.

Per la cronaca: la parola vaccino deriva da vacca e risale ai tempi del vaiolo. Questo virus mieteva vittime in modo pesante, e in Oriente si era diffusa la pratica della “variolizzazione” che consisteva nell’infettarsi attraverso rimedi a base di croste essiccate e altri stratagemmi empirici per contrarne una forma leggera che aveva esito benigno. Non funzionava sempre e aveva i suoi rischi, ma un’aristocratica inglese illuminata, Mary Wortley Montagu, nel 1718 fece “variolizzare” in questo modo il figlio di sei anni da una vecchia praticona di Costantinopoli e divenne paladina di questo rimedio che accese forti dibattiti per tutto l’Illuminismo. Il medico Edward Jenner studiò questa prassi con approccio più scientifico, e quando si rese conto che esisteva una forma leggera del vaiolo che colpiva i bovini e che talvolta contagiava gli allevatori con una forma dall’esito benigno che però immunizzava dalla malattia con esito nefasto, decise di “vaccinare”, cioè di contagiare appositamente con materiale infetto prelevato dalle vacche. Nel 1796 mise a punto la prima vera e propria vaccinazione inoculando non più l’agente virulento in modo diretto, ma una dose attenuata e innocua. Questa pratica considerata negli ambienti ecclesiastici, e non solo, qualcosa di sacrilego e immorale generò enormi movimenti di protesta e di indignazione degli antivaccinisti, che perdurarono con alti e bassi anche per tutto il secolo successivo e che si riverberano anche oggi nelle resistenze dei movimenti “no-vax” che in inglese sarebbero anti-vaxxer. In attesa di un vaccino anche per il/la covid19 sarebbe bene ricordare che il vaiolo, dopo avere ucciso milioni di persone per secoli, grazie al vaccino, nel 1980 è stato dichiarato dall’Oms definitivamente debellato.

PPSS
Se qualcuno ha da segnalare altri anglicismi legati al coronavirus lo può fare nei commenti; la mia sensazione è che questa lista sia destinata ad allungarsi, la mia speranza è che siano poi stroncati insieme al virus che ci ha messo in ginocchio.

Troppo sesso siamo inglesi

madonna italians do it betterEra il 1973 quando uscì il film Niente sesso siamo inglesi (Cliff Owen) che evocava il luogo comune della freddezza anglosassone, ed era il 1986 quando Madonna indossò la celebre maglietta con la scritta Italians do it better (gli italiani lo fanno meglio) nel video di “Papa dont’ preach”. Un altro stereotipo che affonda le sue radici nel mito di Casanova o di Rodolfo Valentino, ma anche di Don Giovanni, per passare dall’Italia al fascino latino che dagli anni Sessanta si può dire anche in inglese, latin lover.

Che lo facciano meglio o peggio non si sa, ma sta di fatto che nel nuovo Millennio il sesso degli italiani è diventato sempre più angloamericano, almeno nella sua terminologia. Accanto agli anglicismi classici, come sex symbol o striptease decurtato all’italiana in strip, nell’era della Rete il sesso è sempre più sex.

Perché sforzarsi di dire sensuale, attraente, seducente, eccitante, e a seconda dei contesti erotico, conturbante, affascinante, irresistibile, avvenente, procace… quando abbiamo un anglicismo stereotipato che va bene per tutto come sexy?

Con che frequenza un italiano medio usa attivamente una parola come playboy? Per esprimere questo concetto circolano anche espressioni francesi come tombeur de femmes o varianti da mantenuto come gigolo, ma quest’ultima ha  aumentato incredibilmente la sua frequenza solo dopo il 1980, perché è stata resa popolare dal film American Gigolo (Paul Schrader). E parole come donnaiolo, conquistatore, amatore, sciupafemmine, casanova, dongiovanni, farfallone (“Non più andrai, farfallone amoroso”, per citare Mozart), si sentono sempre meno, mentre rubacuori è stato rispolverato dai giornali solo con il caso di “Ruby rubacuori” (per assonanza con il nome) a proposito del noto scandalo sessuale, che sulla stampa si dice perlopiù sexgate. Sui giornali è aumentata moltissimo l’occorrenza di escort (lett. accompagnatore). Un tempo indicava chi (uomo o  donna) accompagnava dietro compenso qualcuno in occasioni mondane o in viaggi (escort turistico), ma dagli anni Duemila la parola ha un’accezione quasi esclusivamente femminile, accompagnatrice, diventata un sinonimo eufemistico di prostituta di lusso, che oltre al ruolo di accompagnatrice è disponibile anche a prestazioni sessuali. Escort ci appare più gentile, più raffinato o meno volgare dei corrispettivi italiani, forse meno ipocriti. Così come il petting (da to pet = accarezzare) suona meno triviale di limonare o pomiciare e più tecnico per indicare l’accarezzarsi, il reciproco toccamento, palpeggiamento, l’insieme delle pratiche erotiche che non si spingono sino a un rapporto sessuale completo, un sesso senza penetrazione che in italiano si può dire di volta in volta i preliminari o lo scambiarsi effusioni, coccole, amoreggiare, baciarsi, strusciarsi, masturbarsi e via dicendo a seconda di quanto sia spinto.

playboy dongiovanni farfallone donnaiolo
Le occorrenze di playboy, dongiovanni, rubacuori, sciupafemmine, farfallone e casanova nelle statistiche di Google Viewer (periodo 1900-2008).

Per essere politicamente corretti (ma politically correct fa tutto un altro effetto, naturalmente) oggi si dice sempre meno omosessuale, o lesbica riferito alle donne (parole prive di qualunque connotazione negativa), e si preferisce gay (lett. gaio), che poi si ritrova in espressioni come gay pride, letteralmente l’orgoglio (di essere) omosessuale, quindi anche la rivendicazione dei diritti degli omosessuali, e come decurtazione di gay pride parade diventa persino una manifestazione (per i diritti) degli omosessuali, anche se in inglese non sarebbe possibile omettere parade, la manifestazione.
Ricorriamo spesso all’inglese snaturandolo in modo ridicolo. Come nel caso di lapdance (lap = grembo e dance =danza) che in italiano è un’esibizione (o danza) erotica alla pertica, uno spettacolo (o balletto) erotico al palo, ma è un’accezione che non corrisponde all’inglese: propriamente la lap dance è uno spettacolo erotico in cui le ballerine si siedono sugli spettatori, strusciando il grembo (lap, lo stesso di laptop, il portatile in cima al grembo) e intrattenendo contatti fisici, mentre la danza alla pertica si chiama pole dance, e non ha un significato necessariamente erotico, può essere anche un’esibizione di ginnastica o di danza acrobatica.


Dal porno in americano all’italiano

Visto che dirlo inglese equivale a essere moderni, un malato di sesso, ipersessuale, erotomane, sesso-dipendente è un sex addict; un negozio di erotismo è un sexy shop (ma in inglese si dice sex shop) o un pornoshop; un film erotico, a luci rosse, spinto, pornografico o porcellone è un film hot o hard (o hard-core, distinto dai meno espliciti soft-core e pornosoft), ma si parla anche di blue movie e di altre categorie più dettagliate come gli snuff movie (per indicare i film basati sulle torture a sfondo sessuale). Un fallo finto è un dildo (se non altro è un anglicismo “invisibile” che si scrive e legge come è scritto anche se al plurale rimane invariato), che rientra nella categoria dei sex toy (giocattoli sessuali), e si intreccia con l’espressione toy boy (uomo oggetto, uomo giocattolo) che di solito sono attraenti ragazzoni con cui si trastullano le cougar (lett. coguaro, puma) cioè le donne mature “predatrici” che gergalmente si possono indicare anche con tigri o panterone. E poi ci sono le milf, spesso adattate con l’accrescitivo milfone, un acronimo che letteralmente significa Mother I’d Like to Fuck (mamma che mi piacerebbe scopare), ormai di uso comune: si trova anche sui giornali con il significato edulcorato di donna matura piacente, dunque una splendida quarantenne o cinquantenne, una bella mamma o signora, una bellezza matura. Soltanto nel 1999, nella traduzione italiana del film American pie (Paul e Chris Weitz), la parola era stata resa con “MIMF”, Mamma che Io Mi Farei, visto che l’espressione era ancora sconosciuta.
Una donna grassa, obesa, cicciona o sovrappeso come quelle dipinte da Botero è invece edulcorata in donna curvy, cioè dalle forme piene o abbondanti, rotonda o rotondetta, florida, prosperosa, giunonica, tutta curve, curvilinea, maggiorata. Quanti sinonimi inutili davanti alla bellezza di simili parole inglesi… E se proprio si vuole spezzare la monosemia si può anche dire BBW, come si trova sui siti porno, acronimo di Big Beautiful Woman, cioè bella donna grossa, donnona, rotonda o abbondante.

Molti di questi anglicismi arrivano dal gergo del porno americano e si diffondono in italiano non certo per mancanza di alternative, come nel caso di blowjob per indicare la fellazione, in latino fellatio, e volgarmente pompino, pompa, bocchino, soffocone… I rapporti anali diventano inscrivibili nel genere anal (per risparmiare una e finale) come cantava Elio delle Storie tese: “Pratico l’anal e l’arte del bondaggio, come si vede nel mio cortometraggio” (“Cartoni animati giapponesi”, 1992). Il bondaggio è però più spesso definito bondage, e nelle pratiche legate al sado-maso si parla di master (cioè padrone) o di mistress (padrona), mentre passando dal gioco di chi domina e detta le regole della sottomissione al ruolo di chi ama sottomettersi ci sono gli slave, cioè gli schiavi, ma in queste pratiche sessuali è sempre bene concordare una safeword, cioè una parola di salvezza, una parola d’ordine che in caso di eccessi metta fine al gioco.

Betty Page, sculacciata sado maso

Perché dobbiamo ripetere questa terminologia americana? Anche nel sesso dovremmo imparare da loro?
Il motivo fondamentale è sempre lo stesso, come accade nell’informatica: ripetiamo ciò che leggiamo e non ci sforziamo di tradurlo. Leggiamo dowload e diciamo downloadare invece di scaricare… Leggiamo anal e lo ripetiamo così.

Altre volte, invece, sembra che ci manchino le parole, e ricorriamo all’inglese perché non le vogliamo tradurre, inventare o riconiare. Con l’avvento della Rete i siti pornografici si sono moltiplicati e soprattutto si sono strutturati in categorie sempre più specializzate, che fino al secolo scorso erano inimmaginabili oppure non avevamo l’esigenza di etichettarle con una parola, ma oggi sì, evidentemente. I generi e i sottogeneri delle perversioni e delle bizzarrie sessuali sono infiniti, basta navigare su un sito porno per scoprirne a bizzeffe, e poiché sembra che ci manchino le parole, non resta che ripeterli e importarli in inglese. E allora le sculacciate si indicano con la pratica dello spanking, mentre nei negozi di oggettistica sessuale si possono comprare ammenicoli come gli strap-on, cioè le cinture falliche, anche se nessuno le chiama in italiano. In questo modo si diffonde il pissing, alternato all’italiano “pioggia dorata”, che corrisponde all’urofilia, oppure lo squirting traducibile come eiaculazione femminile (o “leggenda metropolitana”, a seconda dei punti di vista), che trova adattamenti gergali nel verbo “squirtare”.

In inglese nasce e si diffonde una terminologia per descrivere nuovi fenomeni come il sexting (sex = sesso + texting = invio di un testo) cioè la pratica di inviare messaggi, autoscatti o filmati erotici attraverso i dispositivi mobili, in altre parole lo scambio di messaggi erotici (a luci rosse, porno), l’invio di foto bollenti o della corrispondenza/messaggistica erotica tra amanti. Queste cose sono pericolose quando il gioco è tra sconosciuti incontrati virtualmente, nella pratica del cybersex, o sesso virtuale, e quindi si rischia di incorrere in episodi di sextortion (sex + extortion = estorsione) che in italiano si può dire ricatto o estorsione sessuale. Quando invece una relazione finisce, il rischio si chiama revenge porn, letteralmente una pornovendetta in cui si pubblicano in Rete foto o video intimi degli ex-amanti, anche se le vittime di questo “sputtanamento” che è un vero e proprio reato, sono soprattutto le donne, con conseguenze sociali spesso tragiche. Davanti a questi nuovi fenomeni di costume noi ripetiamo l’inglese, senza porci il problema di tradurre, adattare, usare o recuperare le nostre parole. Ciò che è nuovo si dice in inglese. Punto.

Purtroppo questa strategia non rimane confinata nel gergo e nelle stravaganze del porno, sempre più spesso questi anglicismi finiscono per travasarsi nel linguaggio giornalistico o comune, magari con allargamenti di significato o estensioni metaforiche. La scusa per ricorrere all’inglese, lingua sintetica e pragmatica, è quasi sempre la stessa: ci manca la parola italiana. Magari non il concetto, ma la parola.

Laura Antonelli Malizia

Spesso quando in una lingua manca una parola è perché non si è mai sentita l’esigenza di coniarla. Chi non ricorda la scena di Malizia (Salvatore Samperi 1973) in cui Laura Antonelli saliva sulla scala della biblioteca in minigonna facendo impazzire il quattordicenne Nino (Alessandro Momo) che la sbirciava da sotto? Noi all’epoca non lo sapevamo, popolo di arretrati, ma questa scena entrata nell’immaginario collettivo cinematografico non era altro che un upskirt! Meno male che oggi abbiamo una parola per indicare tutto questo.

Upskirt (lett. sotto la gonna) nel gergo del porno indica una ripresa o una fotografia che ritrae le gambe e l’intimo di una donna dal basso, dunque uno scatto sotto la gonna. Può essere consenziente, anche se per lo più si tratta di scatti rubati che con l’avvento dei dispositivi mobili sono diventati un fenomeno inquadrabile nella molestia sessuale (es. dai giornali: “Upskirt al supermercato, arrestato 55enne che filmava sotto le gonne delle donne”).

Sharon Stone accavala le gambe in basic instinctL’anglicismo indica anche le “scosciate” involontarie riprese per esempio durante gli eventi pubblici o le trasmissioni televisive, come una donna che accavalla le gambe mostrando l’intimo (nel caso di Basic Instinct, del 1992, Sharon Stone non lo indossava, e la scosciata non era affatto involontaria). Queste scosciate (parola italiana che risale all’Ottocento) sono dette in inglese anche sui giornali: “Upskirt. Le giornaliste del TG5 restano in mutande sotto la scrivania”;  “Kylie Minogue, upskirt involontario sul palco durante il live a Cannes”; “Gli incidenti sexy delle dive, ecco i fuori di seno e gli upskirt più imbarazzanti”…

Adesso che ci penso non abbiamo una parola nemmeno per indicare il fenomeno di un seno che fuoriesce involontariamente o meno dalla scollatura di una donna. L’italiano è lingua povera, è sempre più evidente, e soprattutto incapace di evolvere autonomamente con propri neologismi davanti all’emergere di queste “nuove” esigenze. Per fortuna abbiamo gli anglicismi che sopperiscono alle nostre lacune.

Mi viene in mente una vecchia canzone in milanese di Nanni Svampa, che aveva a sua volta tradotto un testo di Brassens (“Brave Margot”), “La Rita de l’Ortiga”. Raccontava di una ragazza con la camicetta scollata che quando si chinava per versare il latte al gattino dava spettacolo, e tutti gli uomini le sbirciavano nella scollatura. Lei, inconsapevole, credendo che ammirassero la sua bestiola sorrideva e cantava allegramente…

Quanti giri di parole inutili in questi testi! Forse un anglicismo presto ci salverà anche da questa grave mancanza di poterlo esprimere con un solo termine, chissà…

Interferenza linguistica dell’inglese: dal prestito all’emulazione

L’interferenza linguistica è il risultato della pressione di una lingua nei confronti di un’altra. Quando è intensa e prolungata nel tempo può portare a cambiamenti profondi del sistema linguistico che la subisce, soprattutto se l’influenza è esercitata da una lingua dominante, più forte, che gode di un prestigio economico-sociale maggiore e internazionale.

Questi cambiamenti si possono limitare al lessico, cioè alle parole straniere che entrano nel vocabolario, oppure possono essere più profondi e coinvolgere anche la sintassi (cioè la struttura delle frasi). Nei casi più gravi la lingua più debole si può ibridare sempre più fino a scomparire ed essere rimpiazzata dalla lingua dominante.

Questo è il quadro che bisogna tenere presente per comprendere e misurare l’interferenza dell’inglese sull’italiano.

interferenza linguistica
Immagine tratta da: https://www.lavocedeltrentino.it/2018/03/14/cunevo-tre-incontri-con-gsh-sulla-comunicazione-aumentativa/

La buona notizia è che, attualmente, l’influsso dell’inglese sulla nostra sintassi è ben poca cosa. Alcuni linguisti hanno notato per esempio il diffondersi di espressioni come vota per il tal partito invece di vota il tal partito, per l’influenza dell’inglese vote for. Si può registrare anche la tendenza a usare frasi come pensa positivo invece di positivamente (gli aggettivi riferiti al verbo invece dell’avverbio) oppure l’accostamento di due nomi come aereo spia, batterio-killer, l’inversione all’inglese di qualche accostamento tra aggettivo e nome: baby-spacciatore invece di spacciatore baby, il papa pensiero, o le espressioni con il no anteposto, per esempio no panico invece di no al panico. Ma esempi come questi non rappresentano un segnale di mutamento significativo del nostro modo di parlare.

Lo stesso non si può invece dire del lessico, dove le cose appaiono molto più preoccupanti. Negli ultimi decenni, la quantità di anglicismi che abbiamo importato ha superato abbondantemente i livelli di guardia, per il numero di parole in circolazione e per la frequenza d’uso sempre più alta non solo negli ambiti settoriali, ma anche nel linguaggio comune.

Il prestito linguistico: una categoria vecchia, debole e contestata

Le parole straniere, i forestierismi (o esotismi, xenismi e stranierismi), in linguistica vengono anche definiti prestiti, un concetto che in tanti hanno criticato – compreso il Devoto Oli: “il termine è improprio perché ne esula qualsiasi riferimento a una presunta restituzione” –, ma che nessuno vuole abbandonare.

“Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non è obbligata a restituirlo” notava Gian Luigi Beccaria già negli anni Ottanta.

[Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241].

Marcello Aprile ha osservato che “quando una parola entra, può fare di tutto – radicarsi, cambiare significato, estinguersi – ma non viene ‘restituita’” (Dalle parole ai dizionari, il Mulino, 2005,p. 83).
Paolo Zolli scriveva: “Vocabolo infelice e impreciso, ma ormai comunemente accettato nella terminologia linguistica internazionale” (Le parole straniere, Zanichelli, 1976, p. 1).
Salvatore Sgroi ha parlato di “doni”, rifacendosi a un’osservazione di Mario Alinei per cui al massimo si tratterebbe “di acquisizioni, o di veri e propri regali”, e ha suggerito di parlare di “voci importate”.

prestiti linguistici a senso unico

Credo, però, che il “prestito” non sia solo un “vocabolo infelice e impreciso”, ma una vera e propria categoria, cioè un modo non innocente di interpretare le cose all’interno di una teoria. Questo modello esplicativo non basta per rendere conto dell’interferenza dell’inglese del nuovo Millennio. Non siamo di fronte a una manciata di “prestiti” come avviene per esempio nel caso dello spagnolo, del tedesco, del giapponese o delle altre lingue. Non siamo di fronte all’interferenza del francese che ci ha influenzati per secoli ma che è stato assimilato e adattato, non ci ha snaturati con migliaia e migliaia di parole “crude” e non adattate, le sole di cui valga la pena di preoccuparsi. Siamo di fronte a un fenomeno ben più profondo, rapido e grave dove le radici inglesi prendono vita e si ricombinano tra loro in tutti i modi, e dove il tutto non è più semplicemente riconducibile alla somma delle parti.

Come notava Paolo Zolli,

il prestito “è legato a fattori extralinguistici: rapporti culturali (nel senso più ampio del termine), scambi economici, invasioni militari sono all’origine di esso ed è quindi ovvio che il passaggio da una lingua all’altra sarà tanto più facile e frequente quanto più stretti saranno i rapporti tra le popolazioni parlanti quelle lingue”.

[Le parole straniere, Zanichelli, 1976, p. 1].

Oggi, in Italia, l’inglese è considerato di prestigio, superiore, è un modello culturale da emulare, un tratto distintivo sociolinguistico della nostra classe dirigente (cfr. Le cause dell’inglese) che sempre più spesso viene emulato dalle masse. Non ricorriamo all’inglese perché ci manca una parola, ma perché non vogliamo più tradurre, adattare o coniarne di nostre. Siamo soggiogati dall’angloamericano, e affascinati dal farci soggiogare, per motivi extralinguistici.

E allora più che di singoli prestiti bisognerebbe parlare di emulazioni.

Dal prestito all’emulazione

lingua inglese
Immagine tratta da: http://www.giornaletrentino.it/cultura-e-spettacoli/l-itanglish-uccide-la-lingua-italiana-bisogna-reagire-1.1216584

Quando un politico introduce il jobs act o il navigator, che in inglese esistono ma non hanno prevalentemente il significato attribuito in Italia, non prende in prestito qualcosa, esprime cose nuove con neologismi che suonano in inglese, in altre parole ricorre a emulazioni o reinvenzioni dal forte potere evocativo-connotativo.
Quando nel mondo del lavoro si parla di mission e di vision lo si fa per distinguersi ed elevarsi attraverso l’inglese vissuto come modello superiore, e missione e visione  vengono volutamente estromesse dalla comunicazione.
Quando i marchi italiani assumono denominazioni anglofone come Autogrill, Slow Food o Eataly lo fanno nella convinzione che essere internazionali significhi sottostare al monolinguisimo basato sull’inglese (esattamente come Walkman è un marchio della giapponese Sony) invece che puntare a esportare la nostra lingua insieme alle  nostre eccellenze, come è accaduto per esempio a parole come espresso e cappuccino.
Quando parliamo di mobbing dobbiamo tenere presente che nei Paesi anglofoni non ha il significato che gli diamo noi: è stato coniato negli anni Settanta dall’etologo Konrad Lorenz per descrivere l’atteggiamento aggressivo con cui alcuni animali escludono un membro dal gruppo, ed è questo il significato prevalente.

E allora come si spiegano questi esempi all’interno della teoria del prestito?

Davanti al pullulare di pseudoanglicismi come pile, slip, footing, autostop, smoking, beauty case e tanti altri siamo davanti a emulazioni, a parole che suonano inglesi, anche se non lo sono. È questo l’importante. In questo suono si esaurisce tutto lo spirito che le origina e le diffonde: l’apparire inglesi – quindi di prestigio e di moda, nuove e internazionali – anche se non lo sono affatto.

Ha  senso liquidare la faccenda con l’etichetta di “prestiti apparenti”?

Parlare di emulazioni mi pare molto più proficuo anche per rendere conto delle numerosissime decurtazioni all’italiana: diciamo basket (cesto) invece di basketball (pallacanestro), social (sociale) invece di social network, e spending invece di spending review, con il curioso risultato di dire il contrario di quel che vorremmo (cioè spesa invece di revisione o taglio).
Spesso importiamo solo uno dei tanti significati, e gli attribuiamo un senso che non esiste necessariamente in inglese. Fare shopping, per esempio, da noi diventa l’andar per vetrine alla ricerca di beni di lusso o per la persona, ma in inglese indica l’acquistare qualunque cosa, anche il fare la spesa al supermercato. Tablet in italiano diventa un tecnicismo monosignificato per indicare un dispositivo portatile, ma in inglese è più genericamente una tavoletta, una lastra, persino una pastiglia. In questi processi di reinvenzione, come ha osservato Roberto Gusmani, i “prestiti” non sono semplici aggiunte di parole al nostro vocabolario, e ogni entrata ridefinisce tutta l’area semantica delle parole collegate in un processo di acclimatamento o di sedimentazione in cui la parola straniera assume un nuovo significato, con un nuovo valore sia nei confronti della lingua di provenienza, sia nei confronti delle parole autoctone già esistenti (cfr. Saggi sull’interferenza linguistica, seconda edizione accresciuta, Le Lettere, 1993).

Quando pronunciamo all’inglese la parola stage, che è francese, stiamo compiendo un’emulazione fonetica. Jobs act e navigator sono emulazioni evocative, beauty case o footing (pseudoanglicismi) sono emulazioni creative, che pescano da radici inglesi reinventate. Altre volte le emulazioni sono più ortodosse e corrispondono effettivamente a espressioni importate, come il question time preso “in prestito” dalla tradizione inglese senza tradurlo e senza adattarlo, per emulazione, scegliendo di dirlo in inglese, invece di chiamarlo per esempio “l’ora delle domande” come fanno in Svizzera. E poi ci possono essere emulazioni tecniche, come lo smartphone, che non abbiamo voluto tradurre né adattare (avremmo potuto anche chiamarlo smarfono, teoricamente). Altre volte ci sono emulazioni culturali, che consistono nell’importare senza adattamenti la terminologia contenuta nelle teorizzazioni di area angloamericana, come il brainstorming, che in spagnolo è invece stato tradotto con pioggia di idee (lluvia de ideas), e in francese con spremi-meningi (remue-méninges) o come la token economy (economia dei gettoni) utilizzata come strumento motivazionale all’interno di teorie psicologiche o dell’apprendimento, che entra nella lingua degli addetti ai lavori insieme alla teoria che la contiene.

E poi ci sono le emulazioni forzate o indotte, che consistono nel recepire l’inglese esportato dalle multinazionali che si espandono, per cui siamo costretti a utilizzare leasing invece di locazione finanziaria, perché questo è il termine basato sul diritto internazionale che ci impongono i colossi del mercato. O più semplicemente ripetiamo download invece di scaricamento perché è ciò che leggiamo nei programmi maltradotti che ci passa il convento o sulle scatole dei prodotti che ci vendono. Da queste parole poi creiamo downloadare, computerizzare o chattare, dai nomi dei prodotti e delle aziende nascono googlare, whatsappare, twittare, youtuber e altre centinaia di derivazioni dalle radici inglesi: fashionista, clownesco, gangsterismo, killeraggio. Questi non sono “prestiti”, sono un fenomeno di ibridazione lessicale dove la struttura italiana si mescola alle radici inglesi in neologie semiadattate. Sono nostre emulazioni mistilingui che non appartengono ai linguaggi settoriali, sono nella lingua di tutti i giorni. Così, l’emulazione, sempre più massiccia, travalica le parole singole, i singoli prestiti, e riguarda ormai una rete di radici che si ricombinano tra loro autonomamente e si estendono nel nostro lessico come qualcosa di vivo e di estraneo.

Dall’emulazione delle singole parole a una rete sempre più fitta di anglicismi interconessi

rete di parole inglesi

L’emulazione sta portando la nostra lingua a esprimere tutto ciò che è nuovo in un inglese vero o reinventato, e le conseguenze sono che gli anglicismi si identificano sempre più con i neologismi: il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese e l’italiano è sempre meno capace di evolvere senza ibridarsi e mantenendo la propria identità morfologica. Questa colonizzazione lessicale non ha precedenti nella nostra storia, per dimensioni e per rapidità, ed è dovuta a una nostra interna strategia di emulazione. La “strategia degli etruschi” che si sono sottomessi alla romanità fino ad esserne assorbiti.

Uno dei dati più interessanti che emergono dalla classificazione degli oltre 3.600 anglicismi che circolano nella nostra lingua inclusi nel dizionario AAA è che ci sono circa 1.400 locuzioni, e se si aggiungono anche le tantissime parole composte – back si ritrova in backup, background, playback, flashback, quarterback, backgammon, backdoor, backstage… – circa i 2/3 degli anglicismi in circolazione sono formati da radici che abbiamo assimilato e che si ricombinano tra loro in tutti i modi con un effetto domino. La maggior parte di questi composti formativi è ormai nella nostra disponibilità ed è a sua volta prolifico. Le radici inglesi sono diventate i nuovi modelli per la coniazione dei neologismi che un tempo si formavano dalle radici greche e latine (termosifone, calorifero…). Ho già analizzato i casi come le formazioni che derivano da baby che dà origine a una quantità di parole che non è più possibile contare, è diventato un suffissoide. Lo stesso avviene per manager, per food e per tantissime altre parole.
Le mie analisi trovano conferma anche nelle preoccupazioni di Valeria della Valle che nel suo recentissimo lavoro sui neologismi dell’ultimo decennio (realizzato con Giovanni Adamo) ha denunciato che sui giornali “sono apparse 15 nuove parole composte da ‘food’ e solo 2 da ‘cibo’; hanno fatto il loro ingresso 17 termini con ‘gender’ contro 13 con ‘genere’, stessa cosa per ‘smart’, che ha la meglio sulla sua traduzione italiana, ‘intelligente’.”

Questo è il nuovo fenomeno del nuovo Millennio. Questa è oggi l’interferenza dell’inglese: dai singoli prestiti siamo passati a modelli generativi basati sull’emulazione. La rete degli anglicismi interconessi è sempre più fitta e si espande nel nostro lessico che si ibrida e regredisce scivolando giorno dopo giorno verso l’itanglese. Questo fenomeno non ha nulla a che fare con gli anglicismi effimeri che scompaiono dopo essere passati di moda, sta portando a neoformazioni che utilizziamo ogni giorno, le radici inglesi diventano modelli prolifici che si moltiplicano e che si trasmettono sempre più alle generazioni successive.

Rimanere fermi alle categorie ingenue del “prestito” significa non comprendere cosa sta accadendo, e non avere gli strumenti e le categorie culturali per interpretare l’italiano di oggi e dove stiamo andando.

Childfree e childless

Gentile Michela Andreozzi,

sul Corriere di ieri leggo che vorrebbe aprire un concorso per trovare un neologismo italiano per spiegare la differenza tra chi come lei si definisce childfree, consapevolmente senza figli, e chi invece è childless, cioè non ha figli suo malgrado.

Mi piacerebbe tanto partecipare a questo concorso, ma ci sono molti ma…

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La questione non è tanto che in italiano ci manchino le parole, il punto è che ci piace dirle in inglese.

Una donna che non ha uno spirito materno – o un uomo apaterno, non paterno, visto che questa scelta riguarda anche l’universo maschile – potrebbe essere benissimo definita come amaterna o non materna. E una donna che non ha figli suo malgrado potrebbe essere semplicemente una mamma mancata, che potremmo dire spiritosamente mammancata se proprio c’è la necessità di esprimere questo stato d’animo con una parola nuova.

Sono consapevole che queste alternative suonino ridicole. E proprio questo è il cuore della faccenda.

Si potrebbero inventare tantissime altre parole più evocative delle mie, ma probabilmente suonerebbero brutte, insolite, per il semplice fatto che le parole devono entrare nell’uso, non solo esistere, e come notava già Leopardi le parole che muovono le risa sono quelle che non siamo abituati a sentire. Solo l’abitudine ce le fa apparire belle o brutte.

La questione che lei pone è analoga a quella dei single.

Single per scelta.
Di chi? Tua o degli altri?

Questa è l’immancabile battuta che si sente ripetere chi si dichiara single, orgogliosamente oppure con la malcelata disperazione di una zitella. Anche in questo caso manca una parola per esprimere questa differenza non troppo sottile. Ma forse non si sente l’esigenza di coniarla.

Perché ricorriamo all’inglese?
Un tempo chi non era sposato era signorino e signorina, parole oggi cancellate anche dal linguaggio burocratico-amministrativo. C’era scapolo, nubile, celibe… Chi le usa più nel linguaggio di tutti i giorni? Al massimo circola singolo, inizialmente un falso amico, che per influsso dell’inglese ha cominciato a designare non più solo ciò che è unico, ma anche chi è single.

Ecco, tornando alla genitorialità mancata e non voluta, anche se avessimo parole italiane per esprimere questa differenza, mi permetta di dubitare che queste parole sarebbero preferite all’inglese.  Mi permetta di dubitare anche che dirle in inglese risolva tutto, perché un italiano medio non capisce affatto la distinzione tra childfree e childless, che infatti necessita di una spiegazione per risultare comprensibile.

Essere senza prole per scelta e trovarcisi nostro malgrado è come trovarsi senza parole (italiane) per scelta (perché si preferisce dirle in inglese), ed essere senza parole nostro malgrado, perché non ci sono. A volte usare locuzioni più lunghe può essere un buon inizio. In fondo childfree e childless, anche se si scrivono attaccate, in inglese sono parole composte: child + free o less. Questo è un aspetto dell’inglese che i linguisti hanno trascurato e non hanno mai approfondito né colto, probabilmente. Eppure basta consultare i dizionari: quasi la metà degli anglicismi in italiano sono locuzioni o parole composte, non sono affatto “prestiti isolati” come nel caso di tutti gli altri forestierismi. E per questo si moltiplicano e si intrecciano con un effetto domino sempre più contagioso. Se oggi si stanno imponendo nell’italiano è perché le loro radici circolano in tanti altri composti e locuzioni che si ricombinano tra loro in tutti i modi.

Less (= senza) ricorre in cordless e wireless (rispettivamente apparecchi o connessioni senza fili), in ticketless (biglietto digitale, telematico, virtuale), in homeless (senzatetto)…  e free lo troviamo nei prodotti carbon free (privi di emissioni di carbonio), fat free, gluten free (senza grassi e senza glutine) e nei duty free (zone franche o negozi esentasse).

Questo è l’inglese che straripa nella nostra lingua sempre più incontrollato. Crediamo che gli anglicismi siano dei “prestiti” cui attingere quando non abbiamo le parole, e dunque qualche linguista definirebbe childfree e childlessprestiti di necessità“, usando categorie ridicole e obsolete di più di cent’anni fa che non sono in grado di dare una spiegazione al fenomeno dell’itanglese. Ma la realtà è un’altra. Gli anglicismi costituiscono una rete che si allarga nel nostro lessico, una lingua nella lingua, che spesso fa morire le parole italiane anche quando ci sono. È su questo sostrato che poi diventa impossibile proporre alternative italiane.

Chi dice più pluriomicida davanti a serial killer? E calcolatore/elaboratore davanti a computer? Stanziamento o tetto di spesa invece di budget? E notizie false invece di fake news? Questi sono prestiti sterminatori. Parole che sono entrate in modo dirompente e da “prestiti di lusso” si sono trasformati in “prestiti di necessità”, non perché ci manchino le parole, ma perché i parlanti – come lei che nell’articolo dice di avere fatto coming out, invece che per esempio una pubblica ammissione o dichiarazione – le vogliono dire in inglese.

In questo contesto, pensare di creare neologismi italiani suona utopistico. Il punto non è saperli creare, ma usarli! E invece, stando ai dati di Zingarelli e Devoto Oli, praticamente la metà dei neologismi del Nuovo millennio sono in inglese. Vero o presunto non importa. Basta che suoni inglese. Come i no vax, che in inglese sono gli anti-vaxxer, ma da noi si dice no vax perché abbiamo interiorizzato una regola: no global, no comment, no cost, no limits, no logo… dunque: vaccino si dice vax? E allora un bel no vax viene ormai spontaneo. Non ci mancano le parole in questo caso, ma invece di antivaccinisti preferiamo usare un inglese maccheronico.

Che cosa ne sarà della nostra lingua se andiamo avanti così? Diventerà la lingua dei morti, incapace di esprimere tutto ciò che è nuovo, che diremo in simil-inglese.

Venendo a childfree, l’unica possibilità è che chi si identifica in modo orgoglioso in questo concetto dovrebbe in modo altrettanto orgoglioso proporre un’alternativa italiana. In Francia circolano espressioni orgogliose come “Sans enfant par choix” o la “Fête des Non-Parents”. Da noi si potrebbe parlare di consapevolezza della procreazione, la scelta non procreativa è un fenomeno della società di oggi che merita di essere detto in italiano. Che ne dice delle posizioni dei non genitorialisti? Dei senza prole? Senza figli per scelta? Prole-scettici? Non bambinisti? Senza eredi? Senzabimbi? Solitari? Antiprole? Amaterni e apaterni?

Sono consapevole che le mie proposte non saranno soddisfacenti per vincere il suo concorso. Le propongo perciò di inventare lei una parola o un’espressione italiana che le piace di più e che sente di poter rivendicare con orgoglio. E la prossima volta che la intervisteranno su un giornale la gridi forte. Forse anche i giornalisti la ripeteranno. Forse si diffonderà. Non importa quale parola, l’unica cosa che importa è che si propaghi. La lingua italiana evolve o involve a questo modo. Non bisogna aspettare che qualche linguista ci dica qual è la parola adatta. Creare neologismi non è compito dei linguisti, caso mai dei giornalisti, e anche degli uomini di spettacolo come lei, di chi ha la possibilità di rivolgersi a un largo pubblico e di farsi ascoltare da tante persone.

La lingua la facciamo tutti noi parlanti e la fanno i mezzi di informazione. Il problema non è quello di inventare neologismi, il problema è smettere di preferire l’inglese. Dobbiamo cessare di vergognarci di dirlo in italiano e spezzare la convinzione che dirlo in inglese sia moderno e figo, mentre invece molto spesso è semplicemente deleterio e ridicolo.

La maledizione della baby sitter (e i composti di baby)

Mary_Poppins_la maledizione di baby sitterNel 1933, nel pieno della politica linguistica del fascismo che metteva al bando i forestierismi, Paolo Monelli aveva raccolto 500 esotismi (perlopiù francesi) che condannava dispensando gli equivalenti italiani attraverso il famigerato libro Barbaro dominio. In quest’opera se la prendeva con il termine inglese nurse e con il francese bonne (che poco dopo era attaccato anche dal linguista Bruno Migliorini), usati al posto di bambinaia.

Per la cronaca, agli inizi del Novecento circolava in proposito anche un’alternativa tedesca, Fräulein, letteralmente signorina, ma con un’accezione di bambinaia o di istruttrice di lingua e formazione teutonica. L’espressione baby sitter, invece, non era ancora stata importata, ma esisteva già una sorta di “maledizione” destinata a far preferire gli equivalenti stranieri alle espressioni italiane di bambinaia, balia, governante o tata.

Bonne è oggi una parola disusata; nurse, al contrario, rimane, e riecheggia in derivati come nursing (in italiano assistenza infermieristica) e nursery, il locale attrezzato per la custodia di neonati e bambini molto piccoli che in italiano si dice nido (es. asilo nido), reparto o ricovero dei neonati o neonatale (per es. la nursery o nido degli ospedali dove si custodiscono i neonati dopo il parto) o in generale locale riservato ai bambini, attrezzato per la loro custodia e vigilanza.

L’espressione babysitter (altre volte baby sitter o anche baby-sitter) è arrivata negli anni Cinquanta, e non da sola, i composti di baby si sono da allora moltiplicati in un modo che vale la pena di analizzare nei dettagli, per comprendere come l’italiano stia evolvendo attraverso un’anglicizzazione sempre più massiccia e incontrollata.

baby sitter tata bambinaia nurse
Le frequenze di baby sitter, tata, bambinaia e nurse nel corpus italiano di GoogleBooks Ngram Viewer (1950-2008)

 

L’esplosione dei baby

Nel 1956, la pellicola di Elia Kazan Baby doll, la bambola viva (letteralmente la bambola-neonata) ha reso popolare questo indumento femminile, e proprio attraverso le espressioni dei film, negli anni Sessanta baby è diventato un modo di dire usato anche in modo autonomo (Hey baby!). Intanto si è cominciato a parlare anche del baby boom, l’incremento delle nascite a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta, e baby sitter ha incrementato la sua frequenza anche durante gli anni Settanta e Ottanta.

Nel 1983, lo Zingarelli annoverava tra i suoi lemmi solo 3 anglicismi di questa famiglia: baby, baby-doll e baby-sitter, oltre al semiadattamento babysitteraggio.

Nel 1990, nel Devoto-Oli, accanto a quest’ultimo adattamento veniva registrata anche la versione non adattata, baby-sitting, e poi si aggiungeva baby boom, un’espressione ormai stabilizzata. Le parole che contenevano baby erano in totale 6: c’era anche baby market, che però è poi scomparso dai dizionari più recenti, perché non ha avuto fortuna.

Ma per un aglicismo uscito, moltissimi altri della famiglia sono entrati, e nel Devoto-Oli 2017 sono 13: baby (che dopo essere stato anticipato dai composti è diventato un lemma autonomo che il Devoto-Oli e il Vocabolario di base di De Mauro annoverano tra le parole fondamentali della nostra lingua), baby bonus, baby boom, baby boomer, baby criminalità, baby doll, baby gang, baby-parking, babysitteraggio, babysitting, baby sitter, baby soldato e baby talk.

Lo Zingarelli 2017 nel complesso è più parco nell’accogliere questi composti, e ne ammette solo 9, ma tra questi ne annovera 2 che mancano sul Devoto-Oli: baby pensionato e baby killer.

E siccome vocabolario che vai e lemma che trovi, nel Gabrielli la famiglia baby sale a 18 componenti, e si trovano anche babycalciatore, babycampione, babyconsumatore, babycriminale, babydelinquente, babydelinquenza, babypensione e babyspacciatore.

Sul vocabolario  Treccani dei neologismi in Rete vengono registrati anche baby-cantante, baby-lavoratore, baby-paziente, baby-divo, baby-modella, baby azzurro (riferito alla nazionale di calcio), calcio-baby (il calcio giovanile), babygiocatore, baby-atleta, baby-consigliere, baby-discoteca, baby-carnevale, baby-consumista, baby fenomeno e baby-lavoro. Tra le varianti criminose ci sono inoltre baby-ladro, baby-bandito, baby-pirata, baby-estorsore, baby-kamikaze, baby-boss, baby scippatore, baby-prostituta e baby-prostituto, baby-escort e anche baby cliente, e poi baby-accattone. E per finire, ma forse non si finisce affatto, nel 2013 ecco comparire il royal baby, l’erede al trono appena nato.

Baby è diventato un prefissoide che si può appiccicare a qualunque cosa. E in tutta questa anglofilia insensata, va detto che l’uso dell’anglicismo nella lingua italiana spesso non corrisponde affatto ai significati che circolano in inglese. Baby significa neonato, ma da noi diventa un modo per indicare una porzione alcolica ridotta, e come sinonimo di piccolo si ricompone in una serie di parole macedonia affiancando termini italiani, ma anche inglesi, che sono una nostra invenzione, come baby-boss o baby-killer, che in inglese sono espressioni sconosciute (si parla di teenager o juvenile gang leader, o di underage killer e juvenile murderer/killer).

Ma chi se ne frega? L’importante è che suoni inglese, non che sia veramente inglese.

baby
La frequenza di baby nel corpus italiano di Ngram Viewer (1900-2008).

 

Perché preferiamo i suoni inglesi?

In questo contesto, l’affermazione di babysitter si è ormai radicata in modo sempre maggiore.

Negli anni Ottanta il linguista neopurista Arrigo Castellani che proponeva alternative italiane come  fubbia (fumo + nebbia) al posto di smog (smoke + fog), ha coniato guardabimbi al posto di babysitter (cfr. Arrigo Castellani, “Morbus Anglicus”, in Studi linguistici italiani, n. 13, 1987, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153), una parola di immediata comprensibilità e perfetta dal punto di vista della sua struttura, ma che non ha mai attecchito, perché la strada di proporre alternative a tavolino imposte dall’alto nella speranza che i parlanti la utilizzino non è una buona strategia.

“Nel pronunziare o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutto quei suoni che non sono propri della nostra”, notava Leopardi.

Giacomo Leopardi, Zibaldone, 17 ottobre 1821, p. [1938].

Anche Ivan Klajn (autore del primo importante studio sugli anglicismi nell’italiano: Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze 1972) insisteva sul forte richiamo di ciò che è straniero, soprattutto nelle attività commerciali. E davanti alle proposte di Arrigo Castellani di adattare o tradurre certe espressioni, Anna Laura e Giulio Lepschy osservavano che era proprio per il loro suono e fascino esotico se gli anglicismi erano preferiti (Anna e Giulio Lepschy, “L’italiano visto dall’estero”, in Lettera dall’Italia, anno V, n. 20, ottobre-dicembre 1990, pp. 53-54).

Ed eccola la maledizione di babysitter, simbolo di ciò che succede con moltissimi altri anglicismi: li preferiamo agli equivalenti nostrani anche quando esistono (tata, bambinaia, balia, governante, “guardabimbi”), figuriamoci quando non esistono: l’alibi del prestito di necessità (che ritengo essere una notizia falsa, bufala o fake news, come è di moda dire adesso) apre le porte a ogni genere di anglicismo. Il problema è la quantità eccessiva che ci sta travolgendo e sta completamente ridisegnando il lessico dei nostri sostantivi.

Quando un anglicismo entra nell’italiano si fa posto tra le alternative e ne soffoca alcune accezioni preesistenti, in modo insensato da un punto di vista logico.

“Vi sono delle situazioni in cui un prestito considerato di lusso assume le vesti di un prestito di necessità in quanto il significato denota una differenza simbolica e semantica ormai affermata. È, ad esempio, il caso della baby-sitter. L’anglicismo in questione indica una persona, che custodisce i bambini durante l’assenza dei genitori, con la connotazione verso le persone piuttosto giovani, mentre ‘bambinaia’ connota una persona, di solito avanzata negli anni, che si occupa dei bambini per professione.”

(Anna Grochowska, “La pastasciutta non e più trendy? Anglicismi di lusso nell’italiano contemporaneo” in Annales Univerisitatis Mariae Curie Sklodowska, Lublin, Polonia 2010, Vol. XXVIII. z.2 sectio FF, pp. 49-50).

Ma tutto ciò non ha alcun senso, e in inglese non è affatto così. Questo è il risultato dell’acclimatamento dell’anglicismo che è avvenuto in Italia, perché in inglese non esiste questa accezione. Ed ecco che la maledizione della baby sitter porta a uno strano fenomeno: l’anglicismo assume una connotazione che non ha in inglese, diventa un termine più moderno ed elastico, mentre gli equivalenti italiani vengono considerati come parole rigide e immutabili (e se una lingua non evolve muore): bambinaia evoca, immotivatamente, il “vecchio” e non gode dell’elasticità moderna di baby sitter.

Così come per autoscatto, lo si vuole far diventare immobile e relegato ai vecchi sistemi di fotografia con un dispositivo a tempo o peggio ancora con il filo per l’autoscatto, mentre selfie, etimologicamente identico, si carica di una modernità per cui alcuni studiosi (come Vera Gheno dell’accademia della Crusca) sostengono che sia una parola più ampia e utile dell’equivalente italiano (ma non è di questo parere il Devoto Oli di Serianni e Trifone, per fortuna). Questo è vero solo perché a selfie si concede il diritto di evolvere, mentre si vuole mantenere cristallizzato autoscatto nel suo significato storico, senza la possibilità di allargare il suo uso e di abbracciare le nuove tecnologie, che si preferiscono invece esprimere in inglese.

Questa è la “maledizione di baby sitter”, una mentalità che dilaga e avvolge tutto il nostro accogliere senza criteri circa 3.500 anglicismi nei nostri vocabolari  (sono tanti, sono una lingua nella lingua!). E a chi dice che bisogna guardare alle parole incipienti e che è ridicolo rimettere in discussione termini entrati da decenni e ormai affermati, rispondo che il problema degli anglicismi è nella rete che formano e che si espande nel nostro lessico. Non c’è solo la moltiplicazione dei baby, c’è anche il fatto, nuovissimo, che sul modello di baby sitter sono nate nuove parole per nuove professioni come quella del dog sitter, del cat sitter o del pet sitter. Basta andare sul sito di un’associazione che tenta di creare un albo per queste nuove attività che devono avere certi requisiti formativi e non possono essere lasciate all’improvvisazione, per vedere che la rinuncia a dirlo in italiano è data per scontata. Nessuno sembra nemmeno porsi il problema di dare a queste professioni un nome italiano. Dog, cat e pet sitter si stanno affermando senza alternative. Ma non sono prestiti “di necessità”, sono prestiti “di incapacità” e “di moda”.

Se Arrigo Castellani fosse vivo forse proporrebbe un guardagatti, un governacani o un curapelosi. Ma tanto davanti a queste soluzioni l’italiano medio ride, insieme al linguista medio, anche se forse bisognerebbe piangere davanti alla constatazione del nostro senso di inferiorità verso tutto ciò che americano e che ciò che è nuovo è meglio dirlo in inglese.

E così, parola dopo parola, la metà dei neologismi del nuovo Millennio è ormai in inglese. E l’italiano, incapace di creare nuove parole in modo autonomo, è destinato a diventare la lingua dell’arcaico, sempre più inadatto a esprimere il quotidiano e il futuro.

 

PS
In Spagna, al posto di baby-sitter si dice niñera e anche canguro, una parola che richiama attraverso una metafora un senso di protezione e un’ironia meravigliose, che non hanno bisogno di spiegazioni. Se la maledizione di baby sitter implica dirlo in una lingua straniera, mi piacerebbe imparare dagli spagnoli.

L’itanglese è la lingua di moda nella moda

Il linguaggio della moda un tempo era dominato dal francese, ma ormai questa lingua è sempre più démodé e il settore ha subito un totale restyling anglicizzato. Nel Duemila è l’inglese a essere trendy e cool. Quelli che un tempo si chiamavano fuseaux adesso sono i leggins, dalle paillette si passa al glitter, dalle culottes a slip, boxer e push-up. I colori: dal blue e dal marron di derivazione francese al green ecologico, al red carpet, al total white e al total black. Agli indumenti ormai storici come cardigan, montgomery, pullover, golf (di cashmire, shetland e via dicendo), bluejeans, t-shirt e moonboot, si aggiungono shorts, bag e tutta una serie di outfit nelle taglie obbligatoriamente small, medium, large o extralarge, mentre le scarpe da ginnastica sono diventate le sneaker. Il settore intero si colorisce sempre più di fashion e di glamour. I parrucchieri sono hair stylist, la bellezza è beauty, fatta di makeup, lipgloss, peeling, lifting e fitness. Non importa se alcune di queste parole non siano inglesi (per es. lifting si dice face lift), ciò che più importa è che suonino inglesi.

Il settore della moda è sempre stato infarcito di esotismi, perché per evocare ciò che è nuovo e di moda non c’è niente di meglio di qualche parola straniera che nasconda dietro il suo suono spesso poco comprensibile chissà quali novità. E i primi anglicismi del settore sono arrivati proprio attraverso il francese. In un articolo de La Stampa del 1914 che riferiva delle mode di Parigi, all’epoca il modello culturale più forte, si può leggere:

“Una partita di polo (…) o almeno di footing o di tennis è necessaria. Beninteso, occorre prima passare da Strom a provvedersi del costume di circostanza: i tacchi alti per il footing, lo sweater col taschino visibile a distanza per il tennis, il golf per il golf, e via di seguito”.

La Stampa, martedì 10 febbraio 1914, “Lettere da Parigi Il Galanteo”, p. 3.

In queste righe si vede come dalla Francia abbiamo importato pseudoanglicismi come footing (in inglese jogging) o come golf, cioè la maglia che si usava per giocare a golf (“il golf per il golf”) che in seguito si sono ampliati di molte parole dal suono inglese ma che non sono in uso nei Paesi anglosassoni, come slip o pile. Ma questo articolo centenario aveva un tono ironico che adesso non c’è più. Il nuovo linguaggio della moda si prende terriblmente sul serio, e suona comico – anzi ridicolo – solo alle orecchie di un profano:

Ormai sta sostituendo tracolle, hand bag e clutch, dopo decenni in cui è stato annoverato tra i fashion horribilia, retaggio degli anni ’90, oggi la waist bag torna protagonista sulle passerelle delle collezioni primavera-estate 18, conquista star (…) e invade le gallery dedicate allo street style. Versione vintage per Gucci che punta su pelle e tessuti logati. In nappa con lunghe frange per Alexander Wang. Colorata e sporty per Marc Jacobs. (…) Insomma ormai sdoganata come accessorio casual e sportivo, la waist bag conquista per la sua praticità e non si indossa solo ed esclusivamente alla cintola.

Tratto da Vogue

Il senso di questo pezzo, per chi come me fatica a comprenderlo, è che il marsupio è tornato di moda, purché lo si chiami waist bag, naturalmente, altrimenti rimane qualcosa di cafone. Tolte le preposizioni, le congiunzioni e i verbi, la metà dei sostantivi e degli aggettivi, in questa lingua della vergogna, è in inglese. L’intero sito di Vogue è in inglese o itanglese (come è facile constatare), dagli articoli all’interfaccia. E quando il marsupio tornerà a essere out, di sicuro sarà sostituito con qualcosa di nuovo, ma sempre espresso in inglese.

“I look così realizzati presentano uno stile gentleman all’americana tra elementi preppy e dandy, attraverso una scala di grigi che abbraccia texture a contrasto e trame materiche (MF Fashion-7 feb 2018).

Questa è la lingua dei giornali di settore e delle fashion blogger.

Se un giornalista finisce a lavorare nel settore deve usare questo linguaggio suo malgrado. Perché questa è LA lingua imposta dall’alto delle strategie editoriali che puntano a un destinatario, anzi target,  per cui non è più possibile usare l’italiano.

“Ieri sono impazzita per capire se la clutch è una borsetta a mano o con la chiusura a scatto – mi ha detto avvilita un’amica che è finita a scrivere per una rivista del genere – “Qui è un orrore: il rosa è immancabilmente pink, una cosa luminosa è sunny, la tracolla è saddle bag e così via…”

Per la cronaca: clutch in italiano è una borsetta senza manici, fino al secolo scorso indicata preferibilmente con il francesismo pochette. L’etimo indicato dai dizionari è: ellissi di clutch (bag) “borsetta senza manici”.

Un ultimo esempio eclatante:

La pink obsession nel mondo food sta raggiungendo livelli altissimi. Prima il purple bread in stile mossa di avvicinamento, poi le rape rosse assurte a livello di superfood senza rivali (per i dolci e anche per i salati). Il picco con il cioccolato rosa che ha mandato in tilt tutte le foodies del mondo, instagrammabilissimo, perfetto in ogni sua sfumatura, derivato da una speciale fava di cacao coltivata in Costa D’Avorio e sopratutto poco zuccherato

da MarieClaire: La limited edition del Kit-Kat rosa vi farà desiderare tantissimo di vivere in Giappone (eeeeh!)

Se dalla moda si passa ad altri linguaggi di settore come quello dell’informatica, del marketing o dell’aziendalese le cose non sono molte diverse.

L’itanglese sta colonizzando settore dopo settore moltissimi ambiti dove non è più possibile dirlo in italiano, e non perché ci manchino le parole, ma perché dell’italiano ci si vergogna e l’inglese è trendy, o forse è un po’ troppo incool!

Interferenza linguistica [5] Una classificazione dei forestierismi misurabile

L’interferenza linguistica dell’inglese sulla sintassi italiana

L’interferenza linguistica è un concetto più ampio della semplice presenza dei forestierismi. Alcuni studiosi hanno analizzato l’impatto dell’inglese sulla nostra sintassi, che ha portato per esempio al diffondersi di espressioni come vota per il tal partito invece di vota il tal partito, per l’influenza dell’inglese vote for. Anche frasi come chi ha comprato cosa?, chi è andato dove? (le interrogative con il doppio referente) non appartengono all’italiano storico ma sorgono sul modello di who’s who? E ancora, i costrutti come: fatto da e per donne, pronto a, ma ancora lontano da, venire, e la forma congiunzione/disgiunzione e/o (libri e/o riviste) derivano dall’interferenza dell’angloamericano. Così come la tendenza a usare frasi come pensa positivo invece di positivamente (gli aggettivi riferiti al verbo invece dell’avverbio) e l’accostamento di due nomi come aereo spia, batterio-killer, oppure l’inversione all’inglese di qualche accostamento tra aggettivo e nome: baby-spacciatore invece di spacciatore baby, il papa-pensiero, o le espressioni con il no anteposto sul modello di non profit e no global.
Si può ricondurre all’inglese il diffondersi di stare seguito dal gerundio per indicare qualcosa che “sta per avvenire” e non qualcosa di statico che perdura in un certo periodo di tempo. In altre parole, se in passato si trovavano espressioni come sto mangiando, che esprime un’azione statica che si svolge nel presente, in tempi recenti si sono diffusi modi dire come non mi sto ricordando se o sta succedendo che per esprimere una trasformazione e un processo, come nella progressive form inglese.

Ma a parte questi e altri simili fenomeni, va detto forte e chiaro che l’influenza dell’inglese sulla sintassi è ben poca cosa, e non scalfisce l’impianto della nostra lingua.

L’interferenza linguistica dell’inglese sul lessico italiano

Il problema dell’eccesso dell’inglese riguarda solo il lessico, e cioè il nostro vocabolario, e per essere più precisi ha intaccato l’insieme di nomi e aggettivi, mentre i verbi e le altre parti del discorso non ne risentono in modo preoccupante.

Se accanto alle nostre preposizioni semplici di, a, da, in, con, su, per, tra, fra si aggiungono for, from e by, per esempio, non significa affatto che un quarto delle preposizioni sono ormai in inglese e l’invasione è proclamata, perché se in un libro quelle italiane ricorrono migliaia di volte, quelle inglesi hanno un’occorrenza magari di una volta sola o poco più, dunque la loro presenza è assolutamente trascurabile.

Anche i verbi sono in buona sostanza al riparo da ogni conclusione catastrofista, perché vista la differente struttura di italiano e inglese, non possiamo includere e utilizzare forme come to drink, per esempio, che infatti sostantivizziamo in drink. A parte casi rarissimi (come vote for o enjoy), l’interferenza dell’inglese sui verbi passa per una parziale italianizzazione, prendiamo cioè la radice alloglotta e la trasformiamo in verbo applicando le regole della coniugazione in –are, per es. filmare o speakerare.

Mentre filmare è un anglicismo invisibile, perfettamente integrato e indistinguibile dai verbi italiani (se non nella sua storia che deriva da film), speakerare è invece un semiadattamento che, nella radice, viola il nostro sistema ortografico e di dizione. I verbi come downloadare, googleare, whatsappare, spoilerare e via dicendo possono risultare o meno fastidiosi, ma non costituiscono un pericolo per la nostra lingua per il semplice fatto che il loro numero è limitato e sopportabile: se ne contano 2 o 300 nei vocabolari, e poiché i verbi registrati mediamente da un dizionario monovolume come il Devoto Oli sono all’incirca 10.000, la percentuale è bassa, anche se il loro uso è frequente e anche se molti di essi sono neologismi di cui non abbiamo alternative.

Lo stesso non si può dire dei sostantivi, visto che il 90% degli anglicismi sono nomi (e in misura minore locuzioni e aggettivi): ammettere circa 3.000 sostantivi inglesi non adattati, su circa 60.000 sostantivi presenti in un dizionario (escluse le parole arcaiche, rare o desuete) comincia a rappresentare una percentuale che porta conseguenze significative: quasi il 5% dei nomi è in inglese non adattato, e soprattutto la loro frequenza è mediamente alta, non sono più prevalentemente tecnicismi come 30 o 40 anni fa, sono molto spesso parole entrate nel linguaggio comune che si ritrovano sui giornali e nell’uso quotidiano.

Forestierismi “invisibili” e “corpi estranei”

Se le classificazioni dei forestierismi in prestiti di lusso e di necessità, e prestiti insostituibili, utili e superflui presentano molti limiti concettuali, non sono proficue e soprattutto sono soggettive e non misurabili, un criterio di classificazione più oggettivo e utile per misurare l’interferenza dell’inglese può essere quello di distinguere i termini stranieri in invisibili e in corpi estranei.

I forestierismi invisibili sono quelli che, pur non avendo un etimo e una provenienza autoctona, non violano il nostro sistema morfosintattico né nella grafia né nella pronuncia, e dunque (visto che l’epoca del purismo è una storia chiusa) non costituiscono alcun problema per la nostra lingua. Per es. l’allargamento di significato di realizzare = “rendersi conto” (per l’interferenza di to realize) anziché di “costruire qualcosa” fa parte della normale evoluzione di una lingua viva, anche se può piacere o non piacere.

In modo analogo, l’entrata di parole come spa, lo stabilimento termale (dal nome della città termale belga Spa), gringo (dallo spagnolo), sauna (dal finnico), mascara (un anglicismo di ritorno: dall’italiano maschera la parola ci è ritornata con il significato di trucco per “mascherare”) non è un problema: si scrivono come si leggono e non rappresentano alcuna violazione “del bel paese là dove ‘l sì suona”.

Per non passare per puristi né per intransigenti, tra questi forestierismi invisibili si possono annoverare anche quelli come bar, film, sport, che pur terminando in consonante (e quindi rappresentando una discontinuità rispetto alla tendenza di terminare le parole in vocale, come notava Arrigo Castellani), non costituiscono un problema troppo preoccupante. Negli ultimi anni, infatti, queste parole sono molto aumentate, soprattutto a causa degli anglicismi, ma non solo, in fondo i suoni in consonante finale appartengono anche alle voci poetiche storiche (“Nel mezzo del cammin di nostra vita) e a molti dialetti soprattutto del Nord. Anche parole come tsunami (giapponese) o glasnost (russo) e simili si possono considerare abbastanza invisibili, nonostante la loro combinazione ortografica fuori dai nostri canoni, visto che si leggono e scrivono all’italiana. E volendo essere aperti, tra i forestierismi invisibili (o quasi) si possono includere anche parole che contengono le cosiddette lettere straniere come k, y o j, se non violano la nostra pronuncia, per es. sudoku, yoyo o kaputt. Anche se in questi casi siamo al confine con i corpi estranei: una parola come curvy è ancora ammissibile tra i “quasi invisibili”, se pronunciata con la u, mentre diventa un corpo estraneo se si pronuncia con la a, all’inglese. Esattamente come computer, mouse, abat-jour, leitmotiv… e tutti gli esotismi che si scrivono e leggono con regole estranee all’italiano.

Venendo perciò ai corpi estranei, va premesso che queste parole non sono un male in sé: la loro presenza è un fenomeno normale in ogni epoca e in ogni lingua. Il punto è la loro quantità. Un centinaio di ispanismi o di germanismi registrati nei dizionari, e persino quasi un migliaio di francesismi non integrati, non sono pericolosi per il nostro lessico.

Al contrario, l’attuale presenza di circa 3.500 anglicismi, entrati nell’italiano non attraverso substrati linguistici secolari, ma negli ultimi 70 anni, e con una tendenza di crescita in aumento come numero e come frequenza, sta snaturando la nostra lingua.

Dai casi isolati a una rete di anglicismi interconessi che si espande nel nostro lessico e porta all’interiorizzazione di regole estranee

Questa penetrazione lessicale (anche se non ha intaccato le strutture fondamentali dell’italiano = la sintassi)  è così estesa che ha portato ormai all’interiorizzazione di nuove regole lessicali nei parlanti: per es. preferiamo dire blogger, anziché bloggatore (seguendo la nostra consuetudine lessicale), sul modello di stalker, stopper e le altre centinaia di parole con questa desinenza inglese a cui ormai ci siamo assuefatti, come ci siamo abituati  alle desinenze in –ing (advertising, mobbing, jogging…).

Ma c’è di più, il numero incontrollato di anglicismi forma ormai una rete di radici inglesi e di parole “appicicose” che si ricombinano tra di loro con un effetto domino:

day si ricombina con gli altri elementi alloglotti e genera open day, day after, election day, day by day, day hospital…

act si diffonde in jobs act, student act, Africa act, food act, green act….

Questa rete sempre più fitta di corpi estranei si allarga di giorno in giorno e si espande nel nostro lessico autonomamente ricombinandosi non solo in locuzioni inglesi ortodosse, ma addirittura in pseudoanglicismi e ricombinazioni all’italiana che sono vere e proprie nostre reinvenzioni dal suono inglese: il beauty case, le baby gang, la barwoman

Esistono centinaia di queste “famiglie” di parole “appiccicose” che si concatenano tra loro formando più di un migliaio di espressioni anglicizzate di uso comune che si espandono sempre più, per es.:

back è presente in anglicismi diffusi nella nostra lingua come backup, background, backgammon, backdoor, backstage flashback o playback… -> play a sua volta si ritrova in player, playlist, playoff, playstation, long play, playboy… -> boy circola in cowboy, boyfriend, boy scout, game boy, toy boy, teddy boy, golden boy… e così via.

In conclusione: quando il numero di forestierismi in una lingua supera i livelli di guardia, ecco che nasce sia un’interiorizzazione di regole estranee alla lingua che le ospita, sia una interconnessione autonoma  tra le parole alloglotte che sfugge a ogni controllo. Questo processo sta portando l’italiano verso l’itanglese, ed è il primo passo che, con il tempo, può portare verso la creolizzazione. Se non si spezza questa moda assurda e deleteria di preferire gli anglicismi ai termini italiani, se non si ricomincia a tradurre e ad adattare, se la nostra lingua non si riappropria della capacità di evolvere autonomamente attraverso la coniazione di neologismi, il futuro dell’italiano è seriamente a rischio.

Interferenza linguistica [1]: forestierismi, esotismi, xenismi, stranierismi, barbarismi o prestiti linguistici?

Ci sono tanti nomi per indicare i termini stranieri che circolano nella lingua italiana, nel gergo dei linguisti si parla per esempio di forestierismi o di esotismi, ma anche di xenismi e stranierismi.

Stranierismo è un termine ottocentesco che a dire il vero oggi non è molto utilizzato; xenismo (la sua occorrenza è così rara che non è documentata da Ngram) contiene la radice greca xénos = straniero e anche ospite, ma il termine arriva dal francese xenisme, non è registrato in alcun dizionario monovolume (Devoto Oli, Zingarelli, Gabrielli, Sabatini Coletti, Nuovo De Mauro), e compare solo nel vocabolario Treccani secondo il quale il significato denoterebbe i forestierismi di natura passeggera: gli xenismi sono parole straniere che circolano per brevi periodi ma non sono destinati a entrare stabilmente nell’uso, sono dunque occasionalismi o addirittura quelli che i linguisti chiamano hapax (legomena) e cioè parole che compaiono una sola volta, documentate da un solo esempio.

Forestierismi ed esotismi sono invece le definizioni che vanno per la maggiore.

In passato c’e chi ha questionato sulle sottili differenze tra esotismo, l’importazione di un “corpo estraneo” esotico che arriva da lontano, e forestierismo, che implicherebbe invece una continuità culturale e un reale scambio di popoli vicini, ma sono distinzioni cervellotiche poco proficue, e si può andare avanti a discutere sulla classificazione di ogni singolo caso senza mai giungere a una conclusione condivisa. Come per il sesso degli angeli. Naturalmente esotismo ha un’accezione non solo linguistica, per cui il suo uso si riferisce anche ad altri ambiti (le cose esotiche in generale).

forestierismi_esotismi_barbarismi_stranierismi
La frequenza delle parole esotismo, forestierismo, barbarismo e stranierismo secondo Ngram (periodo di riferimento: 1900-2008, al singolare e al plurale).

Le parole – e le classificazioni – non sono mai innocenti. Parlare per esempio di barbarismi, come si faceva in passato, oggi implica un giudizio purista intriso di xenofobia, e si riallaccia a certe prese di posizione antiche come quelle del Barbaro dominio di Paolo Monelli o di Mussolini che, volendo dire la sua, nel 1941 dichiarò di preferire barbarismo ed esotismo a forestierismo.

 

I limiti della definizione di “prestito linguistico”

Un’altra delle definizioni attualmente più in voga e quella di prestito linguistico.

Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non e obbligata a restituirlo” notava Gian Luigi Beccaria già negli anni Ottanta.

Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241.

Se fossero davvero prestiti si potrebbero anche restituire, è stato osservato ironicamente da tanti, e il problema del numero spropositato di anglicismi che sta portando il nostro lessico verso l’itanglese si potrebbe arginare facilmente.
La definizione di voci importate forse è più ragionevole, ma sia la teoria del prestito sia il concetto di importazione hanno qualche limite, visto il gran numero di eccezioni, pseudoesotismi, prestiti apparenti, o comunque li si voglia chiamare.

Un’espressione come vitel tonné, per esempio, suona come francese ma non lo è affatto, il vitello tonnato è una ricetta e un’espressione piemontese: in Francia non esiste né il vitel né il concetto di “tonnare” qualcosa. Il grammelot è un altro esempio di pseudogallicismo, si tratta di una parola che evoca il francese attraverso il suo suono, e Dario Fo, nel suo teatro, usava proprio il potere evocativo dei suoni al posto delle parole.

Venendo all’inglese, gli pseudoanglicismi sono davvero tanti, per esempio slip, pile, smoking… talvolta sono reinvenzioni o coniazioni autoctone che partono da parole inglesi ricombinate in modi che in inglese non esistono, e sono fenomeni internazionali, come autostop (al posto di hitch-hiking), footing (per jogging), recordman (record-holder) e tanti altri. Altre volte sono di matrice italiana come beauty case o autogrill (nome commerciale della Pavesi). Spesso usiamo parole inglesi con significati che non esistono nei Paesi anglosassoni, come mister con il significato di allenatore di calcio, o bomber nel senso di cannoniere. Oppure tronchiamo i termini inglesi (in nome del fatto che l’inglese dovrebbe essere una lingua dalla maggiore sinteticità) e diciamo basket (= cesto) per basketball cioè pallacanestro, spending invece di spending review, strip per striptease o toast anziché toasty, toastie o toasted sandwich; relaxing si trasforma in relax, bisexual in bisex, flirt in inglese è flirtation (o love affair) e un sexy shop sarebbe un sex shop. Molto spesso importiamo solo uno dei tanti significati delle parole in inglese e talvolta gli diamo una valenza che non ha in origine, e così usiamo shopping non come sinonimo di fare la spesa (anche al supermercato, come in inglese) ma come l’andar per vetrine alla ricerca di oggetti di lusso o di abbigliamento, mentre flipper diventa il biliardino elettronico, ma in inglese si dice pinball e i “flippers” sono soltanto le alette che servono a colpire la pallina.

E allora come si spiegano questi fenomeni all’interno della teoria del prestito? Sono prestiti errati? O forse il fenomeno dell’interferenza linguistica è qualcosa di ben più complesso?

Di certo, classificare i forestierismi attraverso le categorie di prestiti di lusso e di necessità, ancora molto in voga anche presso studiosi seri, è ormai improponibile e ridicolo…

(continua)

Befana days

Ieri, passeggiando per le vie del centro di Milano, notavo la prevalenza delle scritte in inglese nelle vetrine e all’interno dei negozi (best price, promotion, gift, wine bar e wine store… prima o poi dovrò produrre una documentazione fotografica e un calcolo delle percentuali degli anglicismi nelle insegne e nella cartellonistica dei negozi meneghini), ma passando davanti alla catena Kasanova, la cosa che più mi ha colpito è stato: Befana days.

befana days

L’uso di day al posto di giornata o giorno circola ormai in innumerevoli locuzioni (l’election day, il memorial day, il family day, l’open day delle scuole…) e dopo il recente dilagare del black friday ecco l’epifania di un nuovo e mostruoso accostamento di ricorrenze e di sconti.

La Befana, come è risaputo, è una festività tipicamente italiana e la bella idea di rinominarla così è l’ennesimo segnale di un’esigenza di anglicizzazione che non ha altri motivi se non quello di un complesso di inferiorità verso la lingua e la cultura americana. Una consuetudine che rasenta ormai il ridicolo, anche se in fondo ci si abitua in fretta e ogni americanata entra così nell’uso come fosse una cosa normale, e spesso soppianta e rende obsolete e inutilizzabili le parole italiane. Si tratta di una moda che, quando non si può esprimere con “prestiti” reali, sfocia in reinvenzioni e neoconiazioni dal suono anglicizzato. Tutto va bene, purché suoni angloamericano.

 

La Befana vien by night
con un footwear tutto patch
con il look da americana
viva viva la Befana!

 

PS: a quando il Liberation day invece della festa del 25 aprile e della Liberazione? Ai posteri (che per la cronaca non è un derivato da to post) l’ardua sentenza.

 

 

 

Il mito della sinteticità dell’inglese (competitor e giveaway)

Uno dei motivi per cui i giornalisti preferiscono ricorrere all’inglese, soprattutto nei titoli e nei sottotitoli, è legato alla maggiore sinteticità di questa lingua che permette di comporre strilli di impatto con un minor numero di lettere rispetto all’italiano. Spesso gli anglicismi si riducono a comodi monosillabi, come boss, box, club, cast, fan, flirt, gay, quiz, star, show, tweet, vip, zoom

Ma è davvero questa la ragione della preferenza dei termini inglesi?

Non credo proprio. Premesso che la lingua non è matematica – e se il cinese fosse ancora più sintetico dell’inglese non mi sembra una buona ragione per adottarlo al posto dell’italiano – la sinteticità dell’inglese è solo un alibi. La verità è che lo preferiamo per altri motivi: perché è di moda, suona moderno e internazionale e perché abbiamo un complesso di inferiorità culturale che ci induce a utilizzare le parole inglesi, o i loro suoni, invece di adattarle o tradurle, per sentirci più americani, come nella canzone di Renato Carosone e nel film con Alberto Sordi Un americano a Roma.

Per prima cosa: la preferenza dell’inglese avviene anche quando questa sinteticità viene meno. Misunderstanding è lungo e impronunciabile rispetto a equivoco, malinteso o fraintendimento, eppure si sente spesso, perché suona più “figo”. Che dire della preferenza dei giornali per il termine leader rispetto a capo? Dov’è il risparmio? E nomination o location invece di nomina e luogo (posto o sede)? In realtà queste parole ci piacciono per il loro suono (abbiamo un debole per i suoni in scion, come nella Svalutation di Celentano) e non è certo per risparmiare una “e” finale se sempre più spesso si sente dire mission, vision o competitor al posto dei nostri equivalenti.

Competitor o competitore?

Competitore non è una parola di alta frequenza rispetto a sinonimi come rivale, concorrente e simili, ma si è sempre usata, in italiano, senza vergognarcene. Almeno fino agli anni Novanta, quando si è cominciato sempre più a usare il corrispondente inglese. Dagli anni Duemila c’è stato il sorpasso: oggi il termine inglese ha una frequenza che è più del doppio di quella dell’italiano (stando alle occorrenze dei libri in italiano indicizzati da Google).

competitor

Seconda considerazione, tornando alla sinteticità dell’inglese: in linea di massima è innegabile, ma non è questa la causa dell’abuso degli angloamericanismi. Già Leopardi, nello Zibaldone, appuntava che “nel pronunziare o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutti quei suoni che non sono propri della nostra” e se questa lingua è poi considerata superiore, di moda o maggiormente evocativa, come nel caso dell’inglese, è qui che vanno ritrovate le ragioni dell’abbandono dell’italiano.

E infatti la lista degli pseudoanglicismi – quelle parole che suonano come inglesi ma che non lo sono affatto nel significato o nell’uso – è molto lunga. In inglese non esistono gli slip né i pile. Beauty è bellezza, non il diminutivo di beauty case, basket è cesto, non la pallacanestro (basketball). Spesso siamo noi che accorciamo le espressioni inglesi e diamo loro un significato particolare e una sinteticità che esistono solo in Italia: la spending review viene introdotta nella nostra lingua al posto di taglio o revisione della spesa e diventa semplicemente spending, i wafer biscuit o (wafer cookie) sono wafer, il trolley course (trolley bag, trolley case o trolley suitcase) è il trolley; lo striptease diventa strip e il toasty, toastie o toasted sandwich, si contraggono semplicemente in toast.

Giveaway: Diciamolo in italiano!

Tra gli pseudoanglicismi incipienti c’è anche giveaway che in inglese indica un omaggio, qualcosa di “dato via” per fini promozionali, spesso di scarso valore, ma che in italiano è usato erroneamente come sinonimo di gara a premi, competizione con in palio un omaggio, ma come ha osservato Licia Corbolante in inglese si dice giveaway contest o giveaway competition.

diciamolo in italianoE allora chi vuole partecipare a un sorteggio per vincere una copia omaggio del mio libro… può collegarsi al Free Book #Giveaway: Diciamolo in italiano!

Buona fortuna e W le contraddizioni!

Per partecipare al commenta e vinci basta lasciare un commento entro il 27 novembre sul sito Liberi di scrivere. Tra tutti quelli pervenuti sarà estratto un nominativo a caso che riceverà a casa gratuitamente una copia del libro.

Partecipa numeroso, lettore!

All’origine degli pseudoanglicismi: footing e autostop

Pseudoanglicimi
A dimostrazione dei limiti delle definizioni come quella di “prestito linguistico”, va detto che circolano in Italia tantissimi pseudoanglicismi, quelle parole che suonano come inglesi, ma che non si usano né nel Regno Unito né negli Sati Uniti. Per esempio autogrill, beauty case, golf (nel senso di maglia), pile, slip o smoking. Nel 2010, Cristiano Furiassi ne ha raccolti 286, ma i criteri che ha applicato per definirli in questo modo sono tutti dal punto di vista della mancata corrispondenza con la lingua madre, e la maggior parte sono infatti forme abbreviate come wafer (invece di wafer biscuit o wafer cookie), strip (striptease) o toast (anziché toasty, toastie o toasted sandwich).

Cristiano Furiassi, False Anglicisms in Italian, Polimetrica International Scientific Publisher, Milano 2010.

Queste reinvenzioni dal suono anglicizzante che includono molte unioni miste di radici inglesi come autostop (in inglese è  hitch-hiking) o footing (in inglese esiste ma non nell’accezione sportiva che gli diamo noi) non sono i soliti “matrimoni all’italiana”, si celebrano anche all’estero e molti sono internazionali.

Cfr.: Cristiano Furiassi, Henrik Gottlie (a cura di), Pseudo-English: Studies on False Anglicisms in Europe, De Gruyter, Berlin/Boston/Munich 2001.

La cosa che più mi incuriosisce di questo fenomeno è provare a ricostruirne l’origine.
Con l’avvento del digitale è possibile un nuovo modo di fare ricerche linguistiche che non ha paragoni con il passato, e con questi strumenti ho provato a indagare sulla comparsa di footing e autostop.

Footing
Il Devoto Oi 2017 e il Nuovo De Mauro datano questa parola 1921, mentre lo Zingarelli 2017 spiega che in Francia ha assunto il significato corrente che gli diamo in italiano nel 1936.

Per andare a vedere come stanno le cose ho provato a scartabellare l’archivio storico de La Stampa, che ha reso accessibili le sue pubblicazioni dal 1867 ed è uno degli strumenti più utili in rete, visto che permette l’accesso per parole chiave. Cercando il termine, si può facilmente verificare che era impiegato in alcuni articoli già nell’Ottocento, ma con un significato diverso da quello odierno: si riferiva a un avanzamento di carriera dei militari inglesi per cui pagavano un footing. Proseguendo con pazienza nella lettura dei risultati, ecco che, nel 1914, compare anche l’accezione sportiva moderna in un articolo che riferisce delle mode di Parigi:

“Una partita di polo (…) o almeno di footing o di tennis è necessaria. Beninteso, occorre prima passare da Strom a provvedersi del costume di circostanza: i tacchi alti per il footing, lo sweater col taschino visibile a distanza per il tennis, il golf per il golf, e via di seguito”.

[La Stampa, martedì 10 febbraio 1914, “Lettere da Parigi Il Galanteo”, p. 3]

A quel tempo la Francia rappresentava ancora il modello culturale più forte in Italia e dal francese importavamo molti termini, che però sono stati quasi tutti adattati. La Francia, invece, attingeva dall’inglese, e poiché da noi l’inglese non era conosciuto nemmeno tra gli intellettuali, abbiamo cominciato a importare anglicismi, veri e falsi, di seconda mano attraverso il francese (anche il “golf” per giocare a golf in inglese è pullover e forse anche questo pseudoanglicismo ci arriva dalla Francia).

Dunque, sembra che l’origine dello pseudoanglicismo in Italia provenga dall’importazione di uno storpiamento che arriva dalla Francia: la radice foot (piede) è stata unita a –ing (sul modello per esempio di jogging). Per la cronca: il corrispondente italiano, con lo stesso etimo, sarebbe podismo, ormai considerato un vocabolo antiquato, come la gran parte dei nostri equivalenti dopo l’entrata dei cosiddetti “prestiti”. Di fatto, negli anni Venti e Trenta footing compare sempre più anche nell’italiano con il significato sportivo.

A questo punto non resta che provare a incrociare questi dati con quelli di un’altra strabiliante risorsa: Ngram Viewer. Si tratta di uno strumento di Google che permette di visualizzare i grafici con la frequenza delle parole presenti negli archivi di Google Books, il progetto di digitalizzazione dei libri che conta almeno 5 milioni di volumi in molte lingue. Queste frequenze sono calcolate con gli stessi algoritmi utilizzati per il servizio di ricerca delle parole. Il progetto è stato realizzato in collaborazione con l’Università di Harvard e permette non solo l’analisi delle frequenze storiche di una singola parola dal 1500 al 2008, ma anche il confronto tra più parole, in un solo corpus o anche nelle differenti lingue, oltre a una serie di altre ricerche più complesse. Il limite del servizio è che per il momento si ferma al 2008, e che non è chiaro quanti libri, e di che tipo, siano presenti nel corpus italiano, ma si tratta comunque di numeri molto alti che coinvolgono un numero di parole che ha un ordine di grandezza decisamente superiore a qualunque studio mai realizzato.

footing_ita_fra_spa

Cercando footing nei corpus italiano, francese e spagnolo tra il 1800 e il 2008, si vede che a fine Ottocento il termine registra un’impennata in Francia, quando presumibilmente acquista il nuovo significato sportivo, mentre in Italia compare una frequenza significativa solo verso gli anni Sessanta, come anche in Spagna, dove però è un po’ meno diffuso.

Se invece si compara la parola footing con jogging nel corpus italiano, si vede come solo dagli anni Settanta appare il termine inglese corretto (il Devoto Oli data jogging 1978) che poi si diffonde e supera lo pseudoanglicismo (lo stesso accade in Francia e in Spagna, ma in questo ultimo paese la frequenza è molto più bassa).

footing_jogging

Autostop

Dalla Francia, stando a Ngram, sembra che arrivi anche autostop (in inglese è  hitch-hiking), che compare prima in Francia intorno al 1938,  poi in Italia verso il 1947, e infine in Spagna nel 1953. La frequenza della parola in Francia è però rimasta molto bassa, in Spagna è oggi più o meno il doppio, mentre in Italia si impenna già negli anni Cinquanta e oggi è circa 5 o 6 volte superiore a quella degli altri  Paesi.

autostop