La traduzione: lezioni di accoglienza nel trattamento dei forestierismi

Davanti alle parole straniere che non hanno un traducente naturale e che non sono ancora entrate nei nostri vocabolari (e forse non ci entreranno mai), come si deve comportare un traduttore per compiere le proprie scelte consapevoli? Meglio accogliere lo “straniero” o difendere la “purezza” dell’italiano?

Questo è l’interrogativo che pone Ilide Carmignani, una delle più rinomate traduttrici italiane, celebre soprattutto per le sue traduzioni delle opere di Luis Sepúlveda. Il tema sarà affrontato in un incontro al salone del libro di Torino (16 ottobre 2021, Sala Ciano, Padiglione 3, ore 12.45) intitolato “La traduzione: lezioni di accoglienza. Il trattamento dei forestierismi” che vede la partecipazione dei responsabili editoriali del Devoto Oli e dello Zingarelli, rispettivamente Biancamaria Gismondi e Mario Cannella, e anche la mia.

La questione della “purezza della lingua” e dell’accoglienza dello “straniero” evoca pericolosamente, e in modo provocatorio, una serie di archetipi su cui è bene fare molta chiarezza.

L’accoglienza del diverso e l’imposizione delle lingue dominanti

Prima di tutto è bene precisare che non ha senso fare alcuna analogia tra l’accoglimento delle parole straniere e l’accoglimento degli immigrati. Più volte alcuni giornalisti hanno accostato, a sproposito, la massima “sovranista” – come è di moda dire oggi – “prima gli italiani” con “prima l’italiano”, riferendosi alle posizioni che ho espresso in Diciamolo in italiano (Hoepli, 2017). Ma le parole non sono persone, e in una città come Milano la fitta presenza sul territorio di migliaia di cinesi, rumeni, albanesi, arabi o africani da un punto di vista linguistico non ha alcun impatto. Gli italiani non conoscono una parola di queste lingue, e l’unico terreno di scambio è quello gastronomico. I wanton fritti, il kebap o i falafel, lo zighinì degli eritrei. C’è poco altro. L’italiano è impermeabile alle lingue degli immigrati, risente invece dei modelli culturali ed economici statunitensi, che non sono presenti sul territorio a questo modo, ci arrivano in altre forme molto più potenti, dall’alto, e hanno a che fare con l’inglese come lingua internazionale, con l’espansione delle multinazionali, la globalizzazione e anche con il senso di inferiorità culturale, prima che linguistico, di una classe dirigente fatta da giornalisti, imprenditori, tecnici, scienziati… che ostentano l’inglese con orgoglio. Tutto ciò ci porta a ricorrere agli anglicismi anche quando avremmo le nostre parole, che però non hanno il medesimo prestigio. Gli anglicismi, al contrario degli altri forestierismi, non hanno a che fare con l’accettazione delle culture deboli, minoritarie o discriminate, sono il risultato, spesso prepotente, dell’imposizione di una cultura dominante che ci sovrasta.

Dalla purezza della lingua all’ecologia linguistica

Anche la “purezza della lingua” e la “difesa dell’italiano” sono categorie che andrebbero ridefinite, nel nuovo Millennio, perché non hanno nulla a che vedere né con il vecchio concetto di “purismo” né con le prese di posizione legate alla guerra ai barbarismi di epoca fascista.
Nessuna lingua è pura, non c’è nulla di male né di strano nell’accattare parole altrui, come scriveva già Machiavelli nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua. Il punto oggi è un altro e ha a che fare con il tema dell’ecologia linguistica. È una questione di numeri e di modalità.

La prima edizione elettronica del Devoto Oli del 1990, di cui ho curato il riversamento digitale, conteneva circa 1.600 anglicismi, ma oggi sono diventati 4.000. La prima edizione dello Zingarelli digitale del 1995 (un prototipo fuori commercio) ne annoverava circa 1.800, mentre oggi sono 3.000.

Negli ultimi 30 anni, in sintesi, l’interferenza dell’inglese è cresciuta a dismisura e in modo incontrollabile, e gli anglicismi “hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi (…) anche nel vocabolario fondamentale”, come ha scritto Tullio De Mauro (Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136). Questa esplosione di parole inglesi è soprattutto cruda, e cioè senza adattamenti. Mentre l’influsso plurisecolare del francese ci ha arricchiti con migliaia di parole che sono state italianizzate, e i francesismi crudi sono oggi meno di un migliaio, l’inglese non si adatta e le migliaia di anglicismi sempre più frequenti e comuni sono dunque “corpi estranei”, come aveva compreso Arrigo Castellani nel suo “Morbus anglicus”, che violano le regole della nostra scrittura e pronuncia, e dunque se il loro numero diventa eccessivo finisce con lo snaturare l’identità linguistica “del bel paese là dove ‘l sì suona”.

Oggi le parole inglesi nei dizionari superano di gran lunga la somma di tutti gli altri forestierismi messi assieme, e tra le parole nate negli anni Duemila circa la metà sono in inglese crudo, una percentuale preoccupante anche perché tra le parole italiane mancano quelle primitive, come ha osservato Luca Serianni (Il lessico, vol. 2 della collana Le parole dell’italiano, Rcs Corriere della Sera, Milano 6/1/2020, pp. 53-54) e per la maggior parte sono derivate (come africaneria), o composte (come anarco-insurrezionalista).

Su questo scenario è evidente che la questione della “purezza della lingua” e della sua tutela ha tutta un’altra valenza rispetto al passato. La nuova “questione della lingua” si trasforma nella “questione delle lingue”, di tutto il pianeta, minacciate dall’invadenza dell’inglese che le schiaccia. È lo “tsunami anglicus” che Tullio De Mauro ha denunciato esplicitamente nel 2016 rivedendo totalmente le sue posizioni nei confronti del “Morbus anglicus” che negli anni Ottanta aveva negato.

Dopo aver fatto queste premesse è evidente che l’accoglimento dei forestierismi nelle traduzioni non può essere trattato alla pari. L’accoglimento di qualche parola straniera è il benvenuto, quando è il caso e quando non esistono alternative naturali. I forestierismi possono costituire un arricchimento, in queste circostanze. Ma il ricorso agli anglicismi, al contrario, rappresenta sempre più spesso un depauperamento della nostra lingua, è diventato una coazione a ripetere più simile a una nevrosi compulsiva, per cui tutto ciò che è nuovo si esprime direttamente in inglese, senza alcuna altra strategia: non si traduce, non si adatta, non si coniano nuove parole italiane… e quel che peggio si ricorre sempre più spesso all’inglese anche in presenza di parole italiane, e queste scelte generano numerosi “prestiti sterminatori” che scalzano e fanno morire le nostre parole storiche.

Per questi motivi sarebbe auspicabile spezzare questo ricorso all’inglese sistematico e distruttivo, e fare una distinzione tra l’accoglimento dei forestierismi, che in linea di principio può essere un’apertura positiva, e quello degli anglicismi che in sempre più ambiti sta trasformando la nostra lingua in itanglese.

Purtroppo in Italia non esistono punti di riferimento a cui i traduttori possono attingere soprattutto nel caso dei tecnicismi, e le scelte traduttive sono lasciate alla loro sensibilità e discrezione. In un contesto dove l’anglomania dilaga e l’inglese è preferito, è sempre più difficile proporre soluzioni italiane. Mentre in Francia e in Spagna le accademie coniano alternative e neologie autoctone e il ricorso all’inglese è una scelta, e mentre esistono banche dati terminologiche che fissano le traduzioni e rendono il francese e lo spagnolo lingue vive che si arricchiscono, in Italia non c’è nulla del genere. Davanti alle fortissime pressioni che arrivano dall’anglosfera il liberismo linguistico che parte dal presupposto che una lingua si difende da sé, che va studiata e non protetta, si trasforma in un anarchismo linguistico dove la lingua dei Paesi dominanti finisce per avere la meglio.

Queste sono le premesse del mio intervento e del confronto che avverrà a Torino, che si articolerà in modo meno generico soprattutto attraverso l’analisi di esempi lessicali molto concreti.

L’inglese sottrattivo

C’è un luogo comune molto diffuso per cui ad abusare dell’inglese sarebbe soprattutto chi lo conosce poco, e proprio per questo lo ostenterebbe infilandolo nell’italiano spesso a sproposito, visti i tanti pseudoanglicismi in circolazione. “Chi conosce bene l’inglese non lo mescola con l’italiano”, si dice, e in questa convinzione c’è persino chi pensa che le contaminazioni che danno origine all’itanglese siano addirittura inversamente proporzionali al grado di conoscenza della lingua di Albione.

Questa leggenda non solo è poco sostenibile, ma contiene una visione tipicamente anglomane che sottintende che basterebbe dunque studiare bene l’inglese per “salvare” la lingua italiana, una sciocchezza funzionale al progetto di fare dell’inglese la lingua internazionale alla quale tutto il pianeta si dovrebbe inchinare.

Certo, di sicuro molti di coloro che praticano l’itanglese lo fanno senza cognizione di causa, ma decurtazioni come social e basket al posto di social network e basketball, o espressioni demenziali – dal punto di vista dell’inglese ortodosso – come smart working, no vax e no tamp, si sono ormai affermate nell’uso e sono nelle bocche di tutti, anche di chi conosce molto bene la lingua di Shakespeare che tra l’altro è ben diversa dal globalese, l’inglese maccheronico dell’Economist e della global governance, dell’austerity, del fiscal compact e dello spread, per dirla con Diego Fusaro.

Indubbiamente è vero che i professori italiani che insegnano la lingua inglese aborrono l’itanglish, e lo stesso vale per gli stessi inglesi inorriditi e infastiditi dalle nostre spurie mescolanze all’italiana. Ma ciò non significa affatto che la via per salvare l’italiano sia quella di sapere bene l’inglese, anzi! Affermazioni di questo tipo sembrano volte a non stravolgere la purezza dell’inglese britannico più che attente alla nostra lingua. La verità è che per parlare in italiano bisognerebbe semplicemente amarlo e andarne fieri e basta sentire certi corrispondenti televisivi da New York – come Federico Rampini o Giovanna Botteri, tanto per non fare nomi – per renderci conto di come proprio loro ostentino e importino le espressioni in inglese per mostrare la loro grande conoscenza degli Stati Uniti che esaltano come un modello superiore, sostanzialmente fregandosene della lingua italiana. A importare parole come lockdown o fake news sono stati proprio giornalisti come questi che virgolettano le espressioni d’oltreoceano e delle agenzie internazionali con orgoglio, invece che voler rendere le stesse cose nella nostra lingua.

Avrebbe senso sostenere che chi un tempo si riempiva la bocca di citazioni latine in realtà non lo sapesse affatto? Credo di no, il ricorso a queste espressioni è trasversale alla sua conoscenza, e riguarda il latinorum degli azzeccagarbugli o quello dei professoroni, così come la lingua maccheronica di chi storpia involontariamente le massime – una volta ho sentito persino dulcium in fundis – o si è inventato il porcellum e il mattarellum con la stessa logica del lessico delle Sturmtruppen.

Tsunami anglicus e conoscenza dell’inglese

L’anglicizzazione delle lingue locali non è un fenomeno solo italiano, anche se siamo messi molto peggio degli altri Paesi, è un evento mondiale e ovunque sono nati neologismi per dargli un nome, che in Francia è il franglais, in Spagna spanglish, in Germania Denglisch e così via fino al greenglish greco, il runglish della Russia, il konglish per il coreano, il tinglish per il thai, il japish per il giapponese… Queste contaminazioni non si possono mettere in correlazione con il grado di conoscenza della lingua inglese, tutt’altro.
Anche se circola l’idea – sempre figlia della religione del globish come lingua sovranazionale – per cui gli italiani non conoscono l’inglese (il che è presentato come un peccato mortale nella logica catechizzante che ci deve convertire tutti alla lingua madre dei popoli dominanti e alla cancellazione del plurilinguismo), va detto che siamo in linea con la media europea. Dai dati Eurobaromentro 2012 risulta che solo il 15% degli europei dichiara di padroneggiare bene l’inglese, la restante porzione di chi l’ha studiato non è in grado di comprendere i contenuti di riviste o film né di utilizzarlo per esprimere un pensiero meno superficiale di quello dell’inglese turistico. E questa conoscenza è distribuita in modo squilibrato, perché tocca punte dall’86% al 90% degli olandesi, danesi e svedesi, ma solo dal 20% al 33% di spagnoli, ungheresi, bulgari, rumeni, polacchi e italiani. Eppure, proprio in Svezia, lo swinglish è in costante crescita e uno studio dell’Università di Stoccolma ha rilevato che sempre più parlanti cominciano a formare il plurale delle parole con la “s” invece che con le forme dello svedese che ricorre a “or”, “er” e “ar”[1].

Gli anglicismi che circolano nelle lingue di mezzo mondo, al contrario degli altri forestierismi che hanno una presenza limitata, non sono più un arricchimento e un qualcosa che si aggiunge, diventano al contrario un impoverimento della lingua con un evidente effetto sottrattivo. Le parole inglesi si trasformano in stereotipi e automatismi espressivi che si impongono a scapito delle alternative locali e spesso le fanno regredire o morire, come è successo da noi con “prestiti sterminatori” come computer che ha soppiantato il calcolatore o l’elaboratore. E quando si ricorre a spread invece di scarto, a killer invece di assassino, a droplet invece di goccioline, a trend per tendenza, cluster per focolaio, hub per centro… si sta distruggendo la propria lingua più che arricchirla attraverso quelli che qualcuno ha definito dei “doni”.

Queste parole sono solo i detriti che percolano soprattutto attraverso l’inglese internazionale diffuso da giornalisti, scienziati, imprenditori, pubblicitari, scienziati… e sono da mettere in correlazione con questo fenomeno, non con un’ostentazione dell’inglese maccheronico all’Alberto Sordi che riguarda un numero di parole ben più limitato e certi personaggi pubblici dipinti come macchiette.

Se si esce dall’ambito lessicale e delle singole parole, lo stesso effetto collaterale devastante per le lingue locali riguarda proprio l’utilizzo dell’inglese nell’ambito scientifico o quello della formazione universitaria.

L’inglese come lingua dell’università o della scienza non è un processo “aggiuntivo”, una risorsa in più che si affianca alla cultura nativa, bensì un processo sottrattivo che porta alla regressione delle lingue nazionali e del lessico nativo. E il caso dell’Olanda è esemplare.

L’inglese sottrattivo

Il 90% degli olandesi conosce bene l’inglese e quasi la metà dei corsi universitari sono tenuti in inglese, ma si arriva addirittura all’85% nel caso dei master e della formazione post-universitaria. Questa politica funziona nel suo attrarre gli studenti stranieri, e il rettore dell’Università di Utrecht, Henk Kummeling, ha dichiarato: “Per competere internazionalmente ha più senso utilizzare una lingua mondiale”. L’anglicizzazione del sistema universitario olandese, insomma, nasce dal bisogno di competere e attirare studenti, ovvero da esigenze di mercato. Ma queste scelte hanno anche i loro contro, e benché la quasi totalità degli olandesi consideri l’inglese la propria seconda lingua, molti temono per la perdita dell’idioma locale. “Se usi l’inglese nell’istruzione superiore”, ha spiegato alla Bbc la professoressa di linguistica all’Università di Amsterdam Annette de Groot, “l’olandese chiaramente peggiorerà. Si tratta di usarlo o perderlo. L’olandese si deteriorerà e la vitalità della lingua scomparirà. Si chiama bilinguismo squilibrato. Aggiungi un po’ di inglese e perdi un po’ di olandese”. A confermare questi timori non ci sono solo i difensori del plurilinguismo o i critici del globish, persino gli anglomani più accesi sono costretti ad ammettere questi effetti collaterali, e un autore come Gaston Dorren, entusiasta sostenitore dell’inglese globale, nel rilevare che questo processo non porta all’estinzione delle lingue locali che continuano a essere parlate con orgoglio nella vita quotidiana, ha dovuto per ammettere: “Anche l’olandese per esempio, che ha 25 milioni di parlanti, sta perdendo il dominio scientifico e del business, perché la maggior parte dei corsi scientifici universitari sono in inglese e nelle compagnie multinazionali le persone parlano in inglese.”

La perdita del dominio di alcuni ambiti sembra non preoccupare gli angloentusiasti, come se questo prezzo da pagare fosse poca cosa. La verità è che l’inglese sta sottraendo alle lingue locali sempre più ambiti, e persino la Svezia, che aveva sperimentato l’insegnamento nel solo inglese, ci ha ripensato ritenendo questa scelta dannosa per il futuro del Paese.[2]

Per comprendere le relazioni pericolose tra globalese e itanglese, basta guardare la comunicazione del Politecnico di Milano, che dopo lunghe e complicate vicende giudiziarie, continua a erogare corsi prevalentemente in inglese. Mi hanno appena segnalato alcuni “webinar” organizzati dal Dipartimento di Energia, intitolati “Energy for Motion”, che prevedono interventi in “italiano” i cui titoli sono: “Il ruolo dell’idrogeno per il sector coupling dei settori power e mobility”, “La sfida della durability delle celle a combustibile polimeriche nel settore dei trasporti”, “Lo sviluppo di power train ad idrogeno per heavy duty”, “Lo sviluppo di polimeri speciali per applicazioni nella hydrogen economy”…

In questo linguaggio che si usa per la formazione emerge l’altra faccia della scelta di insegnare in inglese, dove l’italiano si riduce a un ibrido e a una pochezza di cui ci si vergogna, perché se l’insegnamento avviene in inglese anche i concetti chiave diventano inglesi, e occupano la parte alta della gerarchia delle parole, la parte superiore della lingua, per cui si parla dei settori “power” e “mobility” o di “durability” come fosse normale e come se l’italiano non esistesse.

Questo linguaggio è la diretta conseguenza dell’anglificazione dell’ateneo, e questo itanglese non si può liquidare con la favola che chi conosce l’inglese non lo mescola con l’italiano, dimostrano invece tutto il contrario: usare l’inglese fa regredire l’italiano.

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Note

1) Robert McCrum, William Cran, Robert MacNeil, La storia delle lingue inglesi, Zanichelli, Bologna 1992, p. 43.
2) Cfr. Paolo Di Stefano, “Non solo Inglese. Perché è un affare difendere l’italiano”, Corriere della sera, 7/11/2011, Cultura, p. 32.

Dal bilinguismo territoriale a quello virtuale della globalizzazione

Nel poemetto Italy del 1904, Giovanni Pascoli raccontava la storia di una nonna che non parlava una parola di inglese, e della nipotina Molly arrivata d’oltreoceano che non sapeva l’italiano. In quell’opera non c’è traccia dell’odierno mito americano, vissuto come modello socioculturale superiore di cui gli anglicismi che si riversano nella nostra lingua sono le conseguenze. Invece dell’ammirazione del Nuovo Continente, si respirava la nostalgia per l’Italia vissuta come il “nido” abbandonato che aveva come sottofondo il dramma dell’emigrazione. In un trionfo dell’affetto sull’incomunicabilità, il linguaggio poetico introduceva, forse per la prima volta, varie espressioni inglesi (Poor Molly, cioè povera Molly) e altre frutto del contatto tra le due lingue lontane che si mescolavano. Gli affari diventavano bisini e la torta con aromi pai con fleva.

Quell’ibrido era solo un espediente letterario, però ricordava qualcosa di reale: il cosiddetto “broccolino” degli emigrati che si esprimevano in dialetto, più che in italiano, e non sapendo controllare l’inglese lo sostituivano con vocaboli che nella propria parlata avevano un suono analogo. La pronuncia di Brooklyn era così simile a quella di broccolo che bastava dire così per farsi capire. In quell’idioletto nato dal contatto tra due lingue così distanti, il lavoro (job) era giobba, i negozi (shop) scioppa e la lavatrice (washing machine) vascinga mascina. A quei tempi l’America era un continente, più che essere identificata con i soli Stati Uniti come oggi – la parte per il tutto – e ibridazioni di questo tipo erano nate anche a Buenos Aires, dove gli emigrati italiani parlavano una simile interlingua mista che gli argentini battezzarono come “cocoliche”, una mescolanza fatta di semplificazioni lessicali dello spagnolo e di adattamenti al sistema morfosintattico dei dialetti italici.

Le ibridazioni linguistiche e l’itanglese

I fenomeni di ibridazione linguistica sono da sempre legati a un bilinguismo territoriale. Uno dei casi più noti è quello dello spanglish che si è diffuso nelle aree negli Stati Uniti con una forte presenza della cultura ispanica, nelle comunità bilingui tra portoricani, messicani e cubani, e l’ibridazione sta nel mescolare le due lingue all’interno di una stessa frase. Il primo livello è solo lessicale, e consiste nel ricorrere agli anglicismi, per esempio show, shopping o training invece di espectàculo, compras o entrenar. Ma poi sorgono neologismi che costituiscono calchi e adattamenti misti, come socketines invece di calcetines (cioè “calzini” derivato dall’inglese sock), parkear o parquear invece di estacionar (“parcheggiare”, da park), e il mescolamento durante le conversazioni si spinge a formulare frasi in cui convivono non solo questo tipo di parole, ma anche parti importanti della frase che si alternano in un continuo cambiamento di codice linguistico.

Su scala ridotta, l’itanglese si sta sviluppando seguendo lo stesso meccanismo. L’importazione degli anglicismi è sempre più ampia, e in certi settori come l’informatica o il linguaggio lavorativo l’italiano è ormai mutilato del suo lessico e inadatto a esprimere questi ambiti senza ricorrere alla stampella dell’inglese. Gli innumerevoli “prestiti di necessità”, cioè le parole che non hanno alternative, da mouse a chat, sono in realtà dei trapianti linguistici dove la presunta “necessità” è tutta italiana, visto che all’estero le traduzioni circolano, e appartiene non alle parole, ma alla mente colonizzata di chi le ha introdotte. La scelta di importare in inglese i nuovi oggetti o concetti è praticamente l’unica strategia adottata, in un contesto sociale dove si sono abbandonate le altre soluzioni che consistono nel tradurre, adattare, inventare nuove parole o allargare il significato di quelle che già abbiamo. Accanto a questa tendenza c’è poi quella di ricorrere all’inglese come preferenza sociolinguistica anche nel caso di ciò che si può esprimere con le nostre parole ma che preferiamo dire in inglese. In questo modo molti anglicismi si rivelano non un processo aggiuntivo, ma uno sottrattivo, e invece di rappresentare un arricchimento si trasformano in un depauperamento e in una regressione dell’italiano, che viene scalzato dalle parole inglesi. Questi “prestiti sterminatori” entrano come prestiti di “lusso” e finiscono per prendere il sopravvento e rendere il lessico italiano sempre meno naturale fino a farlo diventare inutilizzabile. È successo per esempio con parole come calcolatore o elaboratore soppiantate da computer, ma sta accadendo sempre più di frequente. E così omicida seriale lascia il posto a serial killer, e parlare di cronaca rosa o pettegolezzo risulta ogni giorno più inadeguato rispetto al gossip che impera sui giornali senza alternative.
Il numero delle parole ibride, che non sono più né italiane né inglesi, negli anni Duemila è lievitato in maniera sconcertante. Il fenomeno nasce dagli accostamenti di una parola italiana a una inglese (zanzare killer, clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…), dalla declinazione delle radici inglesi (zoomabile, fashionista, scoutismo…) che coinvolge sempre più verbi (backuppare, downloadare, hackerare) e dai confissi come baby o cyber che si sono trasformati in una regola generativa che può dare vita a un numero di parole praticamente infinito (baby-criminale, cyber-atacco…) e così ormai over sta soppiantando ultra e gli ultraottantenni sono diventati gli over 80, mentre la nazionale di calcio giovanile è quella degli under 21.

Tutto ciò avviene solo con gli anglicismi, nel caso dei francesismi le parole come foularino (da foulard), moquettista o voyeurismo si contano sulle dita delle mani. Da sole, le ibridazioni con l’inglese, che sfuggono ai già altissimi conteggi degli anglicismi, sono centinaia e centinaia, ben di più dell’intera eredità degli ispanismi sommati ai germanismi presenti nei dizionari, per avere un’idea della portata del fenomeno.
In questo prendere vita dell’itanglese che travalica ormai le vecchie e inadeguate categorie del “prestito linguistico”, comincia a prendere piede anche il fenomeno delle enunciazioni mistilingue dove capita di alternare con disinvoltura, come se fosse normale, espressioni più complesse, in un intercalare di off course, one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, too much!, last but not least, the best… E la novità degli ultimi anni è che in questa commutazione di codici stanno comparendo anche i primi verbi in inglese (remember, don’t worry¸ stop, relax, enjoy, save the datefuck you!) che per tutto il Novecento erano qualcosa di inaudito.

In questo configurarsi dell’itanglese sempre più come una lingua ibrida, rispetto all’epoca del “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani dove l’inglese irrompeva quasi esclusivamente attraverso l’importazione di parole isolate, bisogna rilevare il fatto che al contrario del caso dello spanglish in Italia non c’è alcun bilinguismo a base inglese sul territorio (si potrebbe aggiungere: per ora, vista la scelta dell’anglificazione di certi percorsi universitari). Anzi, l’inglese è parlato da una minoranza della popolazione e secondo i rapporti Istat 2015, (1) è masticato appena dal 48,1% di chi sa una o più lingue straniere (quindi solo una parte della popolazione). Ma se si passa all’analisi del livello di conoscenza le cose precipitano: il 28% degli italiani dichiara una conoscenza scarsa, turistica e insufficiente, e solo il 27% buona e il 7,2% ottima. Questi dati sono in linea con le medie europee, e stando all’agenzia di statistica Eurostat la percentuale della popolazione degli stati membri che dichiara di non conoscere l’inglese si attesta fra il 51% e il 56%, (2) mentre il numero di coloro che dichiarano di conoscerlo molto bene “come lingua straniera non supera l’8% della popolazione europea. Facendo quindi la somma di chi parla inglese come lingua materna e chi lo conosce come lingua straniera a un livello molto buono (…) si arriva a nemmeno il 10% della popolazione. Il restante 90% o non capisce l’inglese o non lo parla bene”, ha precisato Michele Gazzola. (3)

L’interferenza dell’inglese che ibrida le lingue di tutto il pianeta, dunque, non nasce più dal contatto fisico sul territorio, ma da un contatto virtuale che è altrettanto “reale” e pervasivo.

L’anglosfera e il bilinguismo virtuale

L’americanizzazione della nostra società travalica i confini dell’Italia, è un evento di ben più ampia portata che coinvolge gran parte del pianeta e ha a che fare con la globalizzazione e con il progetto di imporre l’inglese come la lingua internazionale di tutto il pianeta. Come ha osservato David Ellwood, oggi il potere degli Usa non è più nella supremazia militare o nel dollaro, ma nelle “manifestazioni locali dei prodotti e processi culturali americani, delle sue società e simboli, icone e stelle.” (4)
Nel 1998 il Washington Post scriveva: “I film americani, i programmi televisivi, i software dei computer, i libri e le altre forme d’esportazione culturale” costituiscono il principale ricavo americano nel settore delle esportazioni e hanno superato la produzione aerospaziale e della difesa. (5)

Il processo di mondializzazione di alcuni modelli che provengono dagli Usa era già presente anche prima della caduta del muro di Berlino e dell’avvento di Internet, così come esiste da tempo la possibilità dei viaggi internazionali per lavoro o per turismo, ma oggi si è diffusa a dismisura. La novità sta dunque nella dimensione e ampiezza di questi fenomeni, che non riguardano più solo alcuni aspetti internazionali limitati alle merci o – passando dalle merci alla cultura – al mercato della musica, del cinema o della televisione. La globalizzazione è diventata un evento così pervasivo da coinvolgere ogni aspetto della nostra vita, compreso quello linguistico. Internet ha contribuito in modo significativo alla sua accelerazione, perché ha ridotto gli ostacoli legati alle distanze, diventando lo strumento dell’interazione sovranazionale e della connessione di tutto il globo. Il che ha prodotto una certa deterritorializzazione, come è stata chiamata, e cioè una perdita della rilevanza del territorio sia per le relazioni umane sia per le loro attività. Ma questa “deterritorializzazione” non è un luogo neutro, è un territorio costruito all’interno dell’anglosfera, e viene esportato in tutto il mondo dai suoi protagonisti che pensano e parlano in inglese.
Fino agli anni Novanta, per esempio, la scrittura al computer era problematica nel ricorso ai caratteri alfabetici in uso in molte lingue, perché tutto si basava sul sistema di codificazione Ascii (American Standard Code for Information Interchange) di 255 caratteri pensati per esprimere l’inglese. Oggi questi problemi sono stati superati, ma non è un un caso che nell’Italia 2.0 il punto stia soppiantando la regola europea della virgola. Mentre negli Usa la virgola è usata come separatore delle migliaia e il punto per la separazione dei decimali, da noi avviene l’esatto contrario. Ma in molti programmi informatici statunitensi, e anche in molte calcolatrici, si ritrova la regola a stelle e strisce, visto che il calcolatore è stato concepito con quelle logiche e che le interfacce sono tradotte in italiano in modo parziale e sommario. E il risultato è che ormai parliamo del Web 2.0 e che basta assistere a un dibattito televisivo elettorale per sentire che il tal partito si è attestato a percentuali del 3.5% invece che 3,5%. Gli esempi di questo tipo di interferenza sono infiniti, e riguardano sempre più aspetti del nostro quotidiano, di cui la lingua è soltanto la spia d’allarme che si illumina sul cruscotto.

Ormai l’ambiente digitale e quello televisivo sono diventati preponderanti e il tempo che la gente dedica a queste attività è sempre maggiore. Se le interfacce dei cellulari e l’ambiente virtuale sono fatti di termini inglesi, finisce che diventano prioritari e “intraducibili” e in questo modo ci si abitua a pensare con questi concetti e le parole native non vengono più in mente. Come ha osservato il linguista Massimo Fanfani, se un tempo “i prestiti da lingue straniere erano veicolati da singoli parlanti bilingui o da élites e gruppi ristretti e poi si diffondevano in modo graduale (…), oggi invece l’interferenza è fin da subito un fenomeno di massa. La gran parte delle novità di modello straniero penetrano in modo immediato e tumultuoso fra gli strati più larghi della popolazione o entro gruppi sociali vasti e il loro processo di diffusione e di assimilazione sembra essere stabilito, più che dai singoli parlanti dagli stessi mezzi di comunicazione.” (6)

È in questo processo che va rintracciato il trapianto di sempre più anglicismi, che finiscono per entrare in circolazione da subito tra gli addetti ai lavori che li propagano senza nemmeno porsi il problema di come tradurli o renderli in italiano. Se le ibridazioni e le commutazioni di codice per cui si mescolano due lingue nascono nelle comunità dove il bilinguismo è presente sul territorio, il mondo virtuale ci espone a un analogo bilinguismo artefatto che nasce da un contatto mediato da elementi astratti e culturali ugualmente potenti. L’inglese e l’itanglese diventano l’interfaccia tra noi e il mondo virtuale, un ambiente concepito all’interno dell’anglosfera che si rivolge al globo diffondendo il proprio lessico e la propria lingua. Le pubblicità che usano l’inglese per essere internazionali si riversano nella lingua di tutti, e dai mezzi di diffusione mediatici percolano fisicamente sul territorio in ogni modalità, dalle insegne dei negozi ai nomi dei prodotti che troviamo sugli scaffali e scritti sulle scatole.

Nel linguaggio aziendale questi trapianti sono spinti dalla terminologia che nasce nell’anglosfera e si espande, a cominciare dalle mansioni contrattuali di un’azienda come McDonald’s che nelle sue succursali italiane esporta figure come quelle dei crew (ma anche dei crew-delivery o dei crew-trainer) o dei guest experience leader e swing assistant (anche detti training manager), per finire con i ruoli e il linguaggio di altre multinazionali, dalle cosiddette big pharma a quelle dell’informatica. Quando nelle sue interfacce la Microsoft introduce i download, Twitter i follower, Facebook la timeline, Google gli snippet e centinaia di altri anglicismi, sono le multinazionali d’oltreoceano a imporre a tutti la propria terminologia, e la lingua non è più fatta dagli italiani. Al massimo i nativi italiani sul libro paga di queste imprese ratificano questi trapianti bollandoli come opportuni o “necessari” perché non vogliono tradurli, e spesso ne sono incapaci.

A questa pressione esterna si aggiunge poi il vezzo, tutto interno, di ricorrere all’inglese perché ci appare più moderno, evocativo o solenne. La combinazione di queste due forze che convergono nella stessa direzione diventa micidiale.

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Note

1) Istat, “Anno 2015. L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere”, 27/12/2017.
2) Michele Gazzola, Research for Cult Committee – European Strategy for Multilingualism: Benefits and Costs, PE 573.460, Brussels, European Parliament, 2016.
3) Michele Gazzola, “Può la traduzione automatica favorire il plurilinguismo nell’Unione europea post-Brexit?”, sito Accademia della Crusca, 26/7/2021.
4) David Ellwood, “La cultura come forma di potenza nel sistema internazionale. Americanizzazione e antiamericanismo”, in Mélanges de l’école française de Rome, année 2002, 114-1, pp. 431-439.
5) Ibidem.
6) Massimo Fanfani, “Reazioni italiane agli anglicismi”, in L’inglese e le altre lingue europee. Studi sull’interferenza linguistica, Félix San Vicente (ed.) Clueb 2002 (pp. 215-235), p. 221.

500 sfumature di inglese. Gli anglicismi dai tanti significati

Speciale agosto 2021: questo articolo si può anche scaricare in formato Pdf e diffondere (senza scopo di lucro) così com’è, senza alterazioni e manomissioni. I contenuti sono frutto di una ricerca personale, proprietà intellettuale la cui riproduzione è riservata. Le parti di quest’opera si possono riprendere e citare solo senza omettere l’autore e la fonte. © 2021 Antonio Zoppetti – Proprietà riservata.

Buone vacanze a tutti.

Introduzione

I forestierismi crudi hanno la fama di essere mono-significato: l’abat-jour è un tipo di lampada da comodino, il sombrero un tipo di cappello, e in linea di massima un bunker tedesco, un bonsai giapponese, una favela brasiliana, un wok cinese o uno zar russo designano qualcosa di preciso. Ma poiché la lingua è metafora, può capitare che, in senso lato, una matriosca passi a indicare un incastro più generale che travalica quello delle bambole. Questi usi figurati, però, sono piuttosto rari persino tra i francesismi che costituiscono un’eredità lessicale molto ampia. Gli anglicismi che si allargano e si diramano in una matriosca di accezioni, al contrario, sono numerosi e in forte aumento. Il loro uso metaforico non è solo una possibilità espressiva che appartiene alla creatività di un singolo parlante, spesso si è ormai codificata. E così il boomerang non è solo un “prestito di necessità” per un oggetto nuovo di cui non si è voluto adattare o reinventare il nome, è anche un qualcosa che torna indietro (“Il boomerang della politica dei dazi di Trump”), come il round del pugilato per estensione abbraccia una qualunque fase dialettica, di un incontro politico, un dibattito, una trattativa

In alcuni casi, questo percorso lessicale comincia con l’importazione di una parola dall’accezione tecnica o di ambito, ma poi il suo uso si allarga e si porta dietro il significato in inglese più esteso, come gli optional che non sono più solo gli accessori non inclusi nei modelli di base che si possono aggiungere con un sovrapprezzo, sono diventati come in inglese qualcosa di non necessario (da option = opzione), in senso lato sono un di più (la cortesia è un optional). E il surfing non è più solo uno sport acquatico, è anche il navigare in Rete, e la metafora dei surfer oggi è anche più frequente dell’accezione letterale.

Gli usi figurati

Le accezioni derivate dall’uso estensivo di un’espressione tecnica sono davvero tante. L’esempio da manuale è quello del dribbling calcistico. Quando un giornalista scrive che l’intervistato dribbla le sue domande, la metafora si riversa nel linguaggio comune con questo significato più ampio, esattamente come un assist, un passaggio vincente nei giochi a squadre, si trasforma in un qualsiasi aiuto determinante. Il benchmark, il parametro di riferimento del linguaggio finanziario, nel linguaggio comune diventa un sinonimo di punto di riferimento o pietra di paragone; un feedback, che in biologia è una retroazione, in senso tecnico può essere un segnale di ritorno, e nel linguaggio comune diventa un’espressione che sempre più spesso ha la meglio su un semplice riscontro, cioè un cenno di conferma (aspetto il tuo feedback). L’impriting utilizzato da Lorenz per descrivere il condizionamento irreversibile delle papere che alla nascita identificano con la madre la prima figura che vedono (traduzione in inglese del termine tedesco Prägung) diventa un’impronta o una caratteristica più generale (il cuoco lascia il suo imprinting in ogni piatto; l’imprinting culturale lasciato dal liceo classico), e questi significati si sovrappongono a tecnicismi che anche in inglese si appoggiano alle metafore, e per esempio l’imprinting è anche una tecnica di colorazione di un disegno sui capelli da parte di un parrucchiere, che poi passa a designare anche la decorazione stessa così come un timbro è allo stesso tempo la matrice ma anche il disegno che lascia.

Gli slittamenti di significato avvengono a volte per metonimia, per cui un cocktail non è solo una miscela alcolica, si può andare a un cocktail nello stesso modo in cui ci si si può fare un drink e avere un invito per un drink che diventa così un party, mentre uno shot non è solo un bicchiere, il cicchetto, come in italiano passa a indicare anche il contenuto e farsi uno shottino indica il bere un bicchierino tutto d’un fiato. E così un takeaway è sia il pranzo d’asporto sia il servizio offerto dai locali sia i locali stessi (un locale takeway), un remainder (lett. rimanenza di magazzino) è un libro scontato, ma indica anche le librerie specializzate nella vendita di questi libri, la security può indicare il personale addetto alla sicurezza (chiamare la security) oppure può designare un sistema di sicurezza di una banca o di un edificio, e anche la sicurezza informatica, un topless è il costume da bagno femminile e anche la pratica di prendere il sole a seno nudo, e un editor è un revisore editoriale, ma in informatica è invece un programma di scrittura o di lavorazione editoriale.

Attraverso questi e altri meccanismi, le espressioni inglesi sono sempre più polivalenti.

Tra gli anglicismi che hanno almeno tre accezioni ci sono per esempio il poker che è un gioco di azzardo, ma è anche il punto che si fa con quattro carte uguali, e in senso figurato può indicare un quartetto (un poker di vittorie). Che cos’è un mixer? Lo strumento per il missaggio della musica, il miscelatore graduato per le bevande, oppure un frullatore. Un ticket è un biglietto, ma può essere anche una tassa sanitaria, o un buono pasto che nel linguaggio aziendale nasce dalla decurtazione dei ticket restaurant (in realtà un marchio francese). Un boiler è uno scaldabagno ma anche un bollitore (o scaldacqua), magari elettrico.

Diversi significati a seconda dell’ambito

Spesso queste differenti accezioni di una stessa parola non sono il risultato di un uso metaforico di un tecnicismo, ma derivano dal fatto che importiamo dall’inglese così tante parole che alcune ci arrivano direttamente da ambiti diversi dell’inglese.
Lo screening in medicina è un programma di prevenzione, ma nell’ambito del lavoro è una ricerca dei candidati. La palette è la tavolozza dei colori di un programma informatico, e in cosmesi è una confezione di trucchi con le loro sfumature. Una cover non è solo una copertina di una rivista o di prodotto discografico, in ambito musicale indica un rifacimento di un brano di successo e riferita ai cellulari indica la custodia rimovibile; il pickup è un furgoncino ma anche il trasduttore che converte i suoni meccanici in impulsi elettrici inviati all’amplificatore della chitarra elettrica; il crash, di etimo onomatopeico e fumettistico, in economia diventa il crollo in Borsa e in informatica il blocco di un sistema e l’impallarsi di un programma; il crack è una violazione informatica, un fallimento in ambito finanziario, il suono onomatopeico di qualcosa che si spezza e anche una droga. Un driver è un programma per le periferiche, ma nell’ippica è il fantino, e in senso lato a volte viene usato anche per indicare un guidatore, un autista, come in Taxi driver.

Sempre più anglicismi hanno dunque i loro significati differenziati a seconda degli ambiti. Lo start che nei dispositivi elettronici è il tasto di avvio, in informatica diventa la funzione di avvio, nel cinema è il primo fotogramma di un film, nel linguaggio sportivo è la partenza, il via, ma anche la linea di partenza e il segnale di partenza, dunque anche lo sparo.

Ghost, fantasma, nell’editoria è uno scrittore invisibile (abbr. di ghost writer) che scrive a nome di un altro, e nel gergo fa un lavoro di ghosting. Ma tra i neologismi di recente registrazione nei dizionari c’è anche un altro ghosting che indica l’atteggiamento di chi sparisce improvvisamente da una relazione, senza farsi trovare e senza dare spiegazioni. Tutto ciò deriva dal fatto che la radice ghost, resa popolare da un celebre film, anche se non è registrata dai dizionari è nella disponibilità di molti, e circola appunto in molti derivati (i ghostbuster, a proposito di cinema). Lo stesso si può dire di shop: il derivato shopper è un sacchetto della spesa, ma in Rete circola sempre di più anche con il significato di acquirente, cliente. E così un hotspot (lett. punto caldo) è un centro di identificazione e di accoglienza per immigrati ma anche un punto di accesso gratuito alla Rete; uno short (abbr. di short film, picture o subject) è un cortometraggio spesso pubblicitario (short pubblicitario), ma nel linguaggio della moda o dell’abbigliamento gli short sono pantaloncini corti (più spesso al plurale shorts).

Questi sono solo alcuni esempi, ma l’elenco di questi anglicismi che assumono diverse valenze di settore è davvero lungo e costituisce un record tra i forestierismi, cioè un primato, che però in informatica è un tecnicismo che designa un’unità di archiviazione.

In altri casi la polivalenza degli inglesismi deriva dal loro diventare parole ombrello che vanno bene per ogni occasione e per tutte le stagioni. La location è uscita dal suo ambito cinematografico di ambiente, reale o artificiale, dove girare una scena e si è trasformata in un posto qualsiasi, la location di un ristorante intesa come ambiente, arredamento, ma anche posizione (per esempio una terrazza sul mare). Allo stesso modo un restyling può essere il rifacimento di un palazzo, la riprogettazione di un sito, la nuova versione di un’automobile, il rimodellamento di un logotipo, la revisione strutturale di un’impresa, il ritocchino chirurgico che si fa dall’estetista… Un partner può essere un alleato commerciale, un amico, un compagno, un marito, un fidanzato, un convivente (senza distinzione di genere).

Un altro moltiplicatore delle accezioni delle parole inglesi è da rintracciare nell’uso di una stessa parola sia come sostantivo sia come aggettivo, per cui si può avere uno shock o leggere una notizia shock, cioè sconvolgente, come c’è il mondo del fetish o del fashion, cioè del feticismo e della moda, ma anche gli abiti fashion e fetish, e il settore del green, cioè dell’ecologia, implica fare scelte green, cioè ecologiche (ma green è anche il campo da golf, che a sua volta è uno sport ma indica impropriamente anche un maglione). Un dirigente o un uomo d’affari può essere un executive e possedere una valigetta executive, cioè aziendale (per es. una ventiquattrore), e spostarsi su un jet executive, cioè un aereo privato dirigenziale, di rappresentanza.

Nel caso di relax questa duplice valenza coinvolge il sostantivo (ho bisogno di un po’ relax) e persino un verbo, quando è usato al posto di rilassati!

Collocazioni e locuzioni

In altri casi i diversi significati di uno stesso anglicismo si combinano all’interno di locuzioni con le loro precise collocazioni, per esempio full che nel poker corrisponde a una combinazione di un tris e una coppia, circola poi nel suo significato letterale di pieno, totale in molte locuzioni inglesi come full immersion, full screen, full-time, full text, full contact… Ma spesso queste locuzioni sono formate anche dalla combinazione con parole italiane, e dunque il default nel linguaggio economico è una bancarotta, un fallimento, ma in informatica l’espressione di default designa le impostazioni di sistema, di base, automatiche. Un corner è un calcio d’angolo, circola nell’espressione idiomatica salvarsi in corner (per il rotto della cuffia, per un pelo, per un soffio), ma nel linguaggio promozionale è un angolo nel senso di un padiglione, un espositore posto all’interno di un grande magazzino dove viene venduto o promosso un prodotto o un marchio. La compliance in medicina corrisponde alla capacità di adeguamento del volume di un organo davanti alla pressione (per esempio la capacità di dilatazione dei polmoni), in senso lato può essere un adeguamento, un’ottemperanza o disponibilità a collaborare, ma nel linguaggio economico c’è la compliance normativa (a regole o consuetudini) e in quello tributario la compliance fiscale, che può diventare un adempimento spontaneo del contribuente agli obblighi fiscali spesso sollecitato dall’Agenzia delle Entrate in un’ottica collaborativa, e in altri casi è un accordo preventivo tra contribuenti e il fisco che permette la correzione di eventuali errori o omissioni nella dichiarazione; il football è il gioco del calcio (o del pallone), ma il football americano è la variante americana più violenta e coreografica del rugby inglese. Il dumping è la politica di ribasso dei prezzi delle merci esportate (rispetto al mercato interno) per conquistare i mercati esteri, dunque un’esportazione sottocosto, ma anche una concorrenza sleale. Il dumping sociale indica invece l’inosservanza dei diritti dei lavoratori, del rispetto dell’ambiente, delle leggi sulla sicurezza e simili pratiche illecite che consentono di abbassare i costi, dunque il non rispetto delle regole e un sistema di produzione selvaggio per ottenere un maggior profitto. Un pool indica un gruppo di persone, una squadra che lavora per un unico scopo (pool antimafia o di ricercatori) o una cordata (pool del petrolio), ma in biologia il pool genetico è il corredo genetico.

Anglicismi omografi

Ci sono anche altri tipi di “doppioni” inglesi che non nascono dalle accezioni che arrivano da una stessa parola, bensì dal “prendere in prestito” parole omografe, che hanno un diverso etimo. Una persona down (dal nome del medico che ha studiato questa sindrome) non ha nulla a che vedere con un’espressione come “mi sento un po’ down” e cioè un po’ giù, sottotono (lett. sotto). I boxer sono cani simili al mastino (nome di origine tedesca adottato in inglese), ma sono anche le mutande a calzoncino come quelle dei pugili. Un cracker è una galletta salata o un criminale informatico, c’è il pin del cellulare (sigla di Personal Identification Number) ma anche la spilletta con le immagini di personaggi famosi (che ha a che fare con le pin-up); lo scotch (lett. scozzese) è un whisky e il nastro adesivo per antonomasia (originariamente un marchio registrato), il kiwi è il frutto dell’actinidia e un uccello (in italiano atterige), il cutter è un taglierino o un elettrodomestico sminuzzatore, ma nel linguaggio marinaresco è un piccolo veliero. Il jack è un fante nelle carte francesi e uno spinotto nel linguaggio tecnico.
A volte questi omografi assumono un genere diverso, e la zip è una cerniera lampo, mentre lo zip è un documento digitale compresso; la spider è una decappottabile (che si trasforma in maschile nel diminutivo spiderino) ma lo spider nel linguaggio della Rete è un programma di navigazione automatica; lo strip è uno spogliarello, abbreviazione di striptease (e c’è anche lo strip poker), e le strip sono le strisce a fumetti.
In alcuni casi ci sono doppioni non omofoni, che vengono pronunciati diversamente, per esempio i biscotti wafer che abbiamo importato per via scritta e leggiamo all’italiana (come il water), mentre i wafer delle casse dello stereo si dicono all’inglese (come la water polo, cioè la pallanuoto), così come quando Jumbo era solo un elefante del circo Barnum lo dicevamo con la “u” (come l’elefantino Dumbo), ma quando è arrivato l’aereo lo abbiamo pronunciato con la “a”, come abbreviazione di jumbo jet.

Decurtazioni all’italiana e pseudo-anglicismi

Alcuni di questi doppioni hanno proprio a che fare con il nostro vezzo di decurtare le parole inglesi e generano omonimie che non ci sarebbero: il cross, decurtazione di motocross, si sovrappone così al cross che nel calcio è un traversone e nel tennis un colpo diagonale, mentre una clip, abbreviazione di videoclip, si confonde con un fermaglio a molla o a scatto per fermare i fogli oppure gli orecchini, che vengono poi detti in senso lato anche loro semplicemente clip; il pony è un cavallo nano ma anche la decurtazione di pony express (un corriere che cavalca la metafora dell’andare a cavallo proprio come i rider, nell’era del delivey); un account è un conto o un profilo in Rete ma anche un venditore, anche si si dovrebbe dire account executive; i roller sono penne a sfera dall’inchiostro scorrevole ma anche l’abbreviazione dei pattini rollerblade; l’economy sostituisce l’economia in sempre più espressioni (new economy, net economy, gig economy, green economy, blue economy) ma è anche una tariffa economica di treni e aerei (al posto di economy class); gli spot (abbr. di spot advertisement) sono annunci pubblicitari e anche faretti per l’illuminazione di interni (abbr. di spotlight = faro orientabile, in italiano occhio di bue o riflettore lenticolare) e persino le macchie che hanno a che fare con la metrorragia e le perdite premestruali denominate spotting.

Talvolta i doppioni non nascono solo dall’accorciamento all’italiana, ma anche da un significato tutto nostro che differisce da quello inglese, e sono dunque pseudo-anglicismi; il dressing, che abbiamo mutuato dalla radice di to dress (come dalla radice foot abbiamo ricavato il footing, per l’intermediazione del francese) viene spesso usato nell’ambito della moda per indicare il modo di vestire, ma in inglese si dice clothing e il dressing è solo un condimento dell’insalata, che comunque è riportato tra gli anglicismi dei dizionari italiani anche con questo secondo significato.

Gli pseudo-anglicismi che convivono con gli anglicismi più ortodossi sono tanti. Book (libro) si trova in composti come e-book, instant book, guest book… ma viene usato impropriamente anche come sinonimo di portafoglio fotografico (in inglese portfolio) cioè cartella, presentazione, campionario. Bomber (bombardiere) nel gergo dell’abbigliamento (come abbreviazione di bomber jacket) indica il giubbotto da aviatore, ma nel linguaggio calcistico si trasforma in cannoniere (e nel pugilato in picchiatore). Allo stesso modo mister non significa più solo signor, come equivalente maschile di miss è il vincitore di una sfilata di bellezza o di culturismo, e nel linguaggio calcistico si carica di un significato estraneo all’inglese per indicare l’allenatore di una squadra. Tra questo genere di parole una delle più ramificate è box, che significa scatola o contenitore, ma è anche uno spazio ristretto ricavato nell’ambiente che lo contiene, quindi un compartimento o reparto. In una pagina può esprimere un riquadro (un box di testo), c’è poi il box doccia (la cabina doccia), in altri contesti è un recinto per gli animali o una stalla (il box dei cavalli), nei circuiti automobilistici è un posto di rifornimento e impropriamente – ma ormai largamente diffuso soprattutto nel Nord Italia – può essere un posto macchina al coperto.

Doppioni, triploni e quadruploni

La moltiplicazione dei significati e delle accezioni delle parole inglesi che deriva da omografi, usi figurati, significati nei diversi ambiti e pseudo-anglicismi non è sempre separabile in modo netto. Talvolta questi meccanismi si sommano e si sovrappongono e il risultato è una diramazione molto ampia. “I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni” scriveva Gadda riferendosi alla ricchezza della sinonimia e dei registri dell’italiano, ma oggi sembra valere anche per il ricorso all’inglese.

Un esempio di triplone misto è slot (lett. fessura): in informatica è l’alloggio che nei calcolatori permette l’inserimento di schede aggiuntive, dunque una porta. Viene usato però anche come decurtazione di slot machine, mentre un terzo significato è in locuzioni come slot di tempo, cioè una finestra o un lasso di temporale. Tra gli altri “triploni” c’è set che può indicare una serie, un completo (un set di pentole, un assortimento di valigie o un corredo di lenzuola), ma nel linguaggio cinematografico e televisivo è il teatro di posa, mentre nel tennis o ping-pong è ognuna delle partite che compongono un incontro. Lo spoiler nel linguaggio televisivo o cinematografico è l’anticipazione o lo spifferare un finale che ne rovina i colpi di scena, ma prima di questo recente significato era solo l’alettone o il deflettore nelle automobili e in aeronautica era il diruttore o disruttore, cioè un elemento aerodinamico dell’ala.
Un quadriplone è rappresentato da una parola come convention che letteralmente indica l’assemblea dei delegati di un partito per eleggere il candidato alla presidenza degli Usa; per esteso si usa per un qualsiasi congresso, raduno, incontro, vertice, conferenza, ma nel mondo del lavoro e del commercio indica un convegno di lavoro per stabilire gli obiettivi da raggiungere, e nel linguaggio commerciale può essere anche una riunione dei venditori.

Stop ha almeno cinque significati. Indica l’obbligo di arresto nella segnaletica stradale e i cartelli stessi; può essere il fanalino o la luce (di colore rosso) che segnala la frenata degli autoveicoli; è il tasto di interruzione del funzionamento di apparecchi e dispositivi, e in generale ogni comando che equivale a fermarsi (intimare lo stop); ma è anche un’interiezione che significa basta, fermati, ed è persino un tassello o vite a espansione. Anche master può indicare un corso di specializzazione o di perfezionamento (e anche il titolo, l’attestato); nel linguaggio sportivo corrisponde a un torneo dei campioni (specialmente nel tennis e nel golf) dove sono ammessi a partecipare solo i migliori giocatori del mondo; in informatica è la matrice (da cui masterizzare), l’originale dalla quale si ottengono le repliche per esempio di un cd o di un altro supporto; nei giochi di ruolo è il capogioco, cioè chi coordina i partecipanti che assumono i propri ruoli e nell’ambito del porno e del bondaggio è il padrone, cioè la figura maschile dominante che detta le regole di una relazione di sottomissione.
Ring di significati ne ha almeno sei: 1) nel pugilato è il quadrato, e in senso lato salire sul ring equivale a disputare un incontro, mentre abbandonare il ring significa ritirarsi dal pugilato, appendere i guantoni al chiodo; 2) nell’ippica è il recinto dell’ippodromo dove sfilano i cavalli dopo la gara; 3) come abbreviazione di ring road, è anche una “strada ad anello”, cioè una circonvallazione, un raccordo anulare, o una tangenziale cittadina (anche se propriamente non si tratta di un anglicismo, ma di un termine di derivazione dal tedesco); 4) si usa anche per indicare una pista automobilistica, un circuito per gare motoristiche; 5) nel linguaggio economico indica un accordo o un cartello di oligopolio fra imprese con lo scopo di sottrarre il prodotto dal mercato e farne alzare il prezzo; 6) nell’industria tessile è un tecnicismo che indica il filatoio ad anello.

Conclusioni

Non mi pare che la polivalenza dei forestierismi sia stata oggetto di molte analisi, ma mi sembra che ci sia un’enorme differenza tra il caso degli anglicismi e quello dei “prestiti” da altre lingue, dove non ho riscontrato questo fenomeno. Guardare l’interferenza dell’inglese da questo punto di vista conferma l’impressione che non abbiamo più a che fare con un fenomeno che si può etichettare attraverso le categorie del prestito; l’inglese assomiglia di più a un trapianto di radici e di parole che stanno prendendo vita autonoma e che si stanno allargando nel nostro lessico anche attraverso numerose ibridazioni che non si vedono tra gli altri forestierismi (cfr. Antonio Zoppetti, “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione”, portale Treccani, 21 giugno 2019). Questo dipende sicuramente dalla sproporzione numerica (cfr. Antonio Zoppetti, “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”, portale Treccani, l7 luglio 2019), ma è un segnale che rivela anche tutta la profondità con cui gli anglicismi si ancorano nel nostro lessico.

La loro polivalenza è un dato nuovo, tra i circa 1.700 anglicismi registrati nel 1990 dal Devoto Oli si riscontrava raramente, erano spesso tecnicismi mono-significato; tra i circa 4.000 annoverati dallo stesso dizionario nel 2020 spicca invece questa moltiplicazione dei loro significati che va di pari passo con l’essere sempre meno parole di settore e sempre più utilizzate nel linguaggio comune.

Per quantificare il fenomeno, su un campione che ho analizzato di poco più di 3.700 parole inglesi che circolano nell’italiano con una certa stabilità (cfr. Dizionario AAA – Alternative Agli Anglicismi) ho contato almeno 200 lemmi che possiedono più di un significato, ma se si considerano anche le accezioni che derivano dagli usi figurati sono molte di più, e credo che complessivamente generino ben più di 500 accezioni e definizioni diverse.

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Italia: un Paese occupato, linguisticamente e culturalmente

L’altro giorno, su La Repubblica, nella rubrica Moda e Beauty si parlava dello sharenting, il fenomeno dei genitori che pubblicano le foto dei figli in Rete, anzi sui social, che in inglese sarebbe social network (altrimenti significa solo sociale) ma che noi usiamo al posto di piattaforme sociali.

Sharenting circola almeno dal 2016, e nel 2020 un giornalista espertone ci ha scritto pure un libro (Gianluigi Bonanomi, Sharenting. Genitori e rischi della sovraesposizione dei figli online, Mondadori 2020). A noi non resta che dire così, visto che nessuno è capace di inventare parole nuove, né di usare quelle vecchie, nel pappagallismo italiano che non fa che scimmiottare ogni cosa che arriva dagli Stati Uniti, in particolare le fesserie.

Inutile dire che questa parola-concetto non esiste sui mezzi di informazione francesi e spagnoli, dove i social sono le reti sociali e gli influencer sono infuenti, perché fuori dall’Italia è in voga una bizzarra consuetudine, quella di usare la propria lingua, in linea di massima, senza che nessuno se ne vergogni. Ma noi siamo troppo avanti nel nostro suicidio linguistico e culturale.

Il plogging

E così capita che CemAmbiente di Cavenago Brianza lanci l’iniziativa del plogging, ottimo esempio di distruzione delle parole attraverso la sostituzione con quelle inglesi, in un lavaggio del cervello che cancella il passato, la storia e crea nuove realtà. L’attenzione per l’ecologia linguistica è inesistente in queste iniziative che proteggono l’ambiente mandando in rovina l’italiano.

Quando ero ragazzo il mio vicino di casa partecipava ogni estate ai campi per ripulire i parchi dai rifiuti. Le iniziative per ripulire l’ambiente sono un concetto piuttosto datato e diffuso. “Una camminata per pulire le strade” si può leggere in un articolo del 2012 su Il Tirreno che riferisce del progetto “Puliamo le nostre strade” organizzato dall’associazione A piedi nudi di un piccolo Comune. In italiano ci sono iniziative anche più recenti come la “Staffetta sull’Adda per ripulire i bordi del fiume e l’Alzaia dai rifiuti”, ma la differenza con il passato è che oggi tutto ciò è etichettato all’insegna del plastic free, visto che siamo incapaci di dire senza plastica.

“Ma queste iniziative sono altra cosa rispetto al plogging, che non è proprio come….”, dirà subito il “non-è-proprista” pronto a difendere le sfumature dell’inglese e dello pseudoninglese. Naturalmente questo atteggiamento porta il più delle volte a dire un gran numero di idiozie.

Il rispetto della natura si ritrova nei vecchi manuali di montagna, che tra le regole auree prescrivevano di non lasciare rifiuti e tracce del proprio passaggio, e spesso incentivano a raccogliere i rifiuti altrui, durante le escursioni. Un appassionato di montagna come Fabrizio Bellucci, detto Bicio, sul suo sito Zaino in spalla, scriveva (con tanto di logo oggi chiamato “kit del plogger”): “Nel mio zaino porto sempre un sacchetto di plastica (sì, proprio uno di quelli che inquinano maggiormente) e un guanto riciclati tra quelli utilizzati per l’acquisto di frutta e verdura nei supermercati. Durante la camminata in montagna, se vedo cartacce, lattine, pezzi di plastica abbandonati, mi infilo il guanto e li raccolgo nel sacchetto, che porterò giù a valle. Oltre all’oggettivo vantaggio di sgomberare i sentieri dai rifiuti, se qualche escursionista ci vede durante la raccolta, come minimo eviterà di gettare rifiuti a sua volta e magari seguirà il nostro esempio alla prossima occasione. (…) Il bello è che questa raccolta non avviene una volta all’anno in occasione della festa dei sentieri, ma è un piccolo gesto che è entrato ormai a far parte del nostro modo di andare in montagna.”

La cancellazione del passato

Cancelliamo il passato, riscriviamo la storia, costruiamo una nuova realtà è usiamo l’inglese. Presto fatto. Buttiamo l’italiano e passiamo al plogging. “Il nuovo trend nato in Svezia, unisce in sé le due parole ‘jogging’ e ‘plocka’ che è svedese e significa ‘raccogliere”. L’idea è semplice: interrompere la corsa o camminata con piegamenti e stretching fa bene al corpo e raccogliere contemporaneamente i rifiuti da terra aiuta l’ambiente.”

Plogging è perfetto da vendere come un nuovo concetto della newlingua. Suona inglese, si appoggia ai tanti “ing” che ormai abbiamo fatto nostri (shopping, working, trekking…), e dunque i giornali lo diffondono così: “Plogging, correre e raccogliere rifiuti” si legge sulla rubrica Vivere Green di ANSA (7 maggio 2018); “Sport e green: impazza il plogging, raccogliere rifiuti correndo” (Il Sole 24 ORE, 5 aprile 2021)…

Prima dell’arrivo del plogging c’erano altri modi per reinventare l’acqua calda facendola sembrare un concetto nuovo e inglese. Si può citare il “Collect Waste Walk: camminare e raccogliere rifiuti” (6 marzo 2019), spacciato come la geniale idea di un salentino (ma se si esprimesse non dico in italiano ma almeno nel dialetto locale, non sarebbe meglio?) “che ha inventato un nuovo sport che unisce la passeggiata all’attività di raccolta rifiuti”.

Oppure si può parlare più semplicemente di ecotrekkig: “Passeggiare e raccogliere rifiuti in montagna: così nasce l’ecotrekking”, una parola usata anche dall’italianissimo Chianti Green, che introduce il concetto dei “cittadini walk & clean”.
L’elenco di questi esempi è sterminato.

Il lessico dell’anglonuovismo

Il problema non sono le singole espressioni, talvolta passeggere, talvolta no. Il problema è la logica che c’è sotto, ed è questa che sta facendo morire l’italiano. Si rinnova tutto, anche le cose più vecchie, usando qualsiasi cosa che suoni in inglese. E allora nascono gli hub vaccinali invece dei centri, i covid hospital invece degli ospedali covid, i cluster invece dei focolai, i no vax invece degli storici antivaccinisti, seguiti dai no mask (ennesima espressione assente nel francese e nello spagnolo)… È la panspermia dell’inglese che ci bombarda quotidianamente con migliaia e migliaia di anglicismi, con la stessa tecnica della riproduzione delle ostriche che sparano migliaia e migliaia di larve. La maggior parte non sopravvivono, sono passeggere; ma altre attecchiscono, e poi si riproducono (se c’è il plogging c’è anche il plogger). E così il trekking e il trekker hanno la meglio su escursionismo ed escursionista, dove gli sport all’aperto sono outdoor, la corsa è il running, il jogging, persino il footing… in una catena di anglicismi che si amplia a scapito delle parole italiane che regrediscono (se la corsa è jogging poi nasce il plogging).

L’altro giorno una mia amica mi ha avvertito che era in ritardo perché il fixing dell’apparato acustico che stava acquistando andava per le lunghe. Si tratta semplicemente della fase di personalizzazione e adattamento che gli esperti chiamavano in un più solenne inglese, ma che si potrebbe dire anche customizzazione, in altri contesti. L’ortopedico mi ha detto che devo fare stretching, non esercizi di allungamento. Il nostro governo ha deciso di inseguire il modello di Macron che prevede l’obbligo del certificato verde, ma i giornali lo chiamano green pass, anche se Macron lo chiama passe sanitaire. E mentre i giornali spagnoli parlano di certificato covid, da noi c’è solo il green pass, che in inglese chiamano healt pass, cioè passaporto sanitario. Tutti gli apparati mediatici da noi continuano a tradurre il “certificato verde” in questa sovralingua itanglese, assurda e ridicola. Green pass è un’invenzione giornalistica evoluta dal covid pass. La sensazione è quella di vivere in un Paese occupato. E dobbiamo chiederci: chi ci sta occupando?

Il green pass sui giornali in Italia, e come si dice in Francia, Spagna e Regno Unito.

Il broccolino 2.0

Gli immigrati italiani di New York di primo Novecento chiamavano la lavatrice (washing machine) “vascìnga mascìne” nell’italiano broccolino. Quell’idioletto – cioè la lingua ibrida di una piccola comunità – era fatto di adattamenti delle parole inglesi ai suoni italiani, visto che i nostri connazionali a Brooklyn non padroneggiavano l’inglese, e il nome di quel quartiere era così simile a “broccolo” che bastava dire così per farsi intendere. Per cui il lavoro (job) diventava “giobba” e i negozi (shop) “scioppa”.

Un secolo dopo questo italiano broccolino è scomparso, ma è la nostra lingua nazionale che si è trasformata in una sorta di broccolino 2.0: si chiama itanglese ed è parlato in Italia dagli italiani, non dagli immigrati all’estero. Tutto si è ribaltato, non adattiamo più i suoni inglesi a quelli italiani, ma viceversa. Dunque il lavoro è ormai direttamente job o work a seconda dei contesti, e i negozi sono diventati shop, ma anche store. A buttar via le nostre parole per sostituirle con quelle angloamericane non sono più gli emigrati “ignoranti”, ma i giornalisti, gli intellettuali e la nostra intera classe dirigente, cioè quelli che hanno il potere di fare la lingua, quelli che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi lo stanno distruggendo. Sono i coloni e i collaborazionisti di un nuovo regime linguistico che si vuole imporre. Che è fatto di parole inglesi importate ma anche di neo-coniazioni pseudo-inglesi autoctone.

L’englishwahing: il lavaggio del cervello attraverso l’inglese

Dalla “vascinga mascine” siamo passati al whitewashing (white = bianco e washing = lavaggio) per indicare il dare una sbiancata ai protagonisti dei film, cioè la tendenza a utilizzare attori bianchi per ruoli che storicamente spetterebbero ad altre etnie. Poiché gli anglicismi non sono isolati e ognuno tira l’altro come le ciliegie, si parla anche di greenwashing per indicare l’ecologia di facciata per esempio di certe pubblicità o politiche aziendali, e anche di pinkwashing per indicare lo pseudo-femminismo paternalistico e demagogico, l’ipocrisia rosa, potremmo chiamarla, se non fossimo colonizzati. Il punto è che nessuno vuole ricorrere all’italiano, e forse non ne siamo più capaci.

Questo fenomeno patologico che sta facendo morire la nostra lingua si potrebbe forse chiamare Englishwhasching, per usare il linguaggio di chi la sta distruggendo e fare in modo che capisca il problema. Dopo l’epoca in cui Manzoni aveva sciacquato i panni in Arno, oggi i nuovi centri di irradiazione della lingua preferiscono immergerli nelle acque del Mississipi, più che del Tamigi. È il lavaggio del cervello attraverso le parole-concetti in inglese.

La newlingua orwelliana

Questa newlingua ibrida ricorda in modo impressionante la neolingua di 1984 di Orwell, quella che il Grande fratello voleva realizzare con la creazione del dizionario della Novalingua. Nella sua Teoria della dittatura (Ponte della grazie, 2020), Michel Onfary analizza nel dettaglio questo progetto, punto per punto. La neolingua punta alla distruzione delle parole, alla cancellazione del passato, a riscrivere la storia per creare una nuova realtà. Esattamente quello che stiamo facendo noi.

Al contrario dello scenario owelliano, a imporre la newlingua non c’è una dittatura, ma una “onorevole gara” a sostituire le parole, che ricorda il meccanismo ben descritto da Tacito nell’Agricola. Il merito di questo condottiero romano non è stato tanto nella conquista della Britannia spiegava Tacito bensì nell’essere riuscito a tenerla colonizzandola culturalmente. È riuscito a far bramare i costumi, la cultura e la lingua degli invasori, in modo che coloro che prima sdegnavano il linguaggio romano alla fine ne ammirassero l’eloquenza. Agricola riuscì in questa impresa soprattutto coinvolgendo i figli dei capi tribù, cioè la classe dirigente, per tradurre tutto in termini più moderni. “Gl’inesperti chiamavan ciò cultura, mentre era parte di servaggio” conclude Tacito.

Oggi assistiamo allo stesso meccanismo, ma sono i discendenti dei Britanni a soggiogarci con le loro “fogge”, i loro costumi, la loro cultura e la loro lingua.
Non ci sono eserciti e carri-armati a occupare il nostro Paese, ci sono le nuove strategie che aveva lucidamente compreso Churchill: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

Questo disegno figlio del colonialismo inglese è stato poi realizzato dagli Stati Uniti. Le leve principali sono due: l’espansione delle multinazionali e della loro lingua, e la creazione del mito americano.

Dal mito del tu vuo’ fa’ l’americano alla realizzazione del “siamo tutti americani”

Naturalmente non c’è alcun complotto e nessuna sala dei bottoni dove queste cose vengono determinate. C’è una strategia più simile ai meccanismi della selezione naturale. Quando un esercito di cavallette invade un territorio non è perché il re delle cavallette lo ha ordinato loro. Semplicemente, migliaia di individui si muovono seguendo tutti la stessa pulsione e lo stesso obiettivo. Le multinazionali si espandono alla ricerca del profitto in tutto il mondo, imponendo allo stesso tempo la loro lingua e la loro terminologia (insieme alla loro logica) attraverso la pubblicità e le strategie di conquista. Nelle vetrine dalle insegne in inglese vediamo le sneaker, il black friday, le etichette con gli special prize… quando diciamo decoder invece di decodificatore, ripetiamo quello che leggiamo sulle scatole dei prodotti che compriamo. Le interfacce informatiche ci ammaestrano con i loro snippet, widget, timeline, homepage, link, download
Il mondo del lavoro parla inglese, la cultura è ormai identificata con quella anglo-americana (non avrai altra cultura all’infuori di me!), che usa la terminologia inglese, dal cinema alle scienze sociali, dal marketing allo sport, dalla scienza alla tecnologia… E in questo contesto anche la scuola parla (e dunque forma) in itanglese e ci sono università che erogano ormai i corsi in inglese, mentre l’Europa punta all’inglese come lingua sovranazionale (alla faccia dei principi costituenti basati sul plurilinguismo) con i documenti bilingui a base inglese e altri subdoli analoghi provvedimenti. Dall’albertosordità del tu vuo’ fa’ ‘americano siamo passati al “siamo tutti americani” con cui si è aperto simbolicamente il nuovo Millennio.


Al contrario di ciò che avviene in Francia e in Spagna, questo inarrestabile fenomeno non è controbilanciato da alcuna pressione interna contraria. In Italia non ci sono né leggi, né accademie o associazioni linguistiche a tutela della nostra lingua. Accecati dal nuovo modello americano globalizzato, agevoliamo dall’interno la nostra distruzione culturale, e dunque linguistica. E ce ne compiaciamo.

Italiano-inglese: non c’è partita (fuori dal calcio)

Mentre ci sono linguisti italiani che negano l’anglicizzazione, proclamano che è tutta un’illusione ottica amplificata dai giornali, notano che sullo Zingarelli ci sono “solo” 3.000 anglicismi (ma si guardano bene da raccontare che nel 1995, sullo stesso dizionario, erano 1.800) o scrivono articoli intitolati “Chi ha paura dell’inglese?” che mostrano di ignorare completamente i dati statistici… quello che sta avvenendo è sotto gli occhi di tutti. Sono soprattutto gli italiani all’estero a rendersene conto, disorientati davanti ai neologismi che ormai coincidono con gli anglicismi crudi, e che a volte faticano a comprendere e a volte non capiscono perché si usino al posto delle parole italiane.

Ripenso a Sara, giornalista de Il Globo, un giornale in lingua italiana distribuito in Australia, che l’anno scorso, in un’intervista, mi ha chiesto stupita perché la stampa italiana non fa che introdurre parole inglesi, visto che “una delle regole per giornalisti e redattori è quella di tradurre tutto il possibile, cercando di non ricorrere” alle parole straniere. Queste buone pratiche del giornalismo valgono non solo per i giornali italiani all’estero, ma anche per quelli francesi, spagnoli e inglesi. “Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o la parola di un gergo speciale se si riesce a trovare un equivalente nella lingua quotidiana” scriveva Orwell (“La politica e la lingua inglese”).

Queste regole sono state buttate via dai nuovi giornalisti italiani che sguazzano nell’inglese, e nei tecnicismi, perché preferiscono usare l’inglesorum per controllare i lettori, per sovrastarli imponendo il loro linguaggio pseudo-tecnico, pseudo-moderno e pseudo-internazionale per elevarsi, invece di utilizzare quello più adatto al destinatario. E soprattutto, diciamolo forte e chiaro, oltre a non volere usare l’italiano questi personaggi non ne sono nemmeno più capaci, abituati a ripetere solo quello che arriva d’oltreoceano. Dunque, qualsiasi parola inglese diventa insostituibile, intraducibile non perché lo è, ma perché siamo ormai una società incapace di esprimersi nella nostra lingua e cultura, e i giornalisti azzeccagarbugli sono lo specchio di quello che avviene nella nostra classe dirigente avvizzita e colonizzata.

Nota: nell’immagine tratta dal Corriere.it di ieri si vede benissimo la fine che sta facendo una delle nostre eccellenze, la gastronomia (divenuta il settore “food”) e la cucina, chiamata “cook”, nell’era dei MasterChef.

Daniela mi segnala un articolo sul “pink washing” e la battaglia contro il “gender gap” collegata al “#metoo”, dove ormai lingua e pensiero si fondono: pensiamo con le categorie concettuali e linguistiche angloamericane che ripetiamo in modo scimmiesco, incapaci di tradurle, adattarle, elaborarle, farle nostre. Ma a rendersi conto dell’anglicizzazione della nostra lingua sono gli stessi inglesi che parlano o insegnano l’italiano, esasperati dagli innumerevoli pseudoanglicismi – da smart working a caregiver – di cui loro, madrelingua, non riescono a comprendere il significato che noi attribuiamo a queste parole. E mentre ci sono linguisti che salutano gli anglicismi come “doni” portatori di sfumature nuove che l’italiano non ha, questi stessi “doni” suonano invece come corpi estranei incomprensibili per molti italiani, o come inutili e irrispettosi sfregi alla lingua di Dante, per chi la ama. Come Nicole, che mi scrive: “Sto studiando l’italiano a Losanna e soffro dei moltissimi anglicismi che ci propongono nei corsi che seguo.”

Per essere internazionali dovremmo allora guardare cosa succede all’estero, invece di far coincidere l’essere internazionali con il parlare e pensare in inglese, come se questa fosse l’unica realtà. Il mondo è più grande, più complesso e più vario dall’anglosfera, e per chiamare le cose con il loro nome stiamo spacciando la cultura dominante come l’unica, trascurando tutte le altre. Gli anglicismi che si moltiplicano giorno dopo giorno sono solo i sintomi di questa sottomissione culturale, di questa strategia degli Etruschi che ci sta portando a essere inglobati nel pensiero unico della globalizzazione.

Fuori dall’italietta – che non è affatto moderna e internazionale, ma provinciale, servile, cafona e ridicola – c’è un altro mondo e un altro pensiero, per fortuna. Un pensiero che da noi non arriva, perché è filtrato da una classe dirigente e intellettuale che idolatra solo il pensiero unico dominante.

Gretel mi segnala l’articolo di un giornale spagnolo. Riporta che, in Francia, il vice di Macron chiede che l’abbandono dell’inglese nell’Unione Europea diventi la “massima priorità” della presidenza francese. “L’uso dell’inglese come una sorta di lingua franca all’interno dell’Unione, e in particolare all’interno del Parlamento europeo, è sempre più controverso, soprattutto dopo la Brexit”, scrive el Castellano. Ma da noi non se ne parla affatto, mentre associazioni come l’AFRAV francese o la GEM+ di Bruxelles danno battaglia contro la decisione di concepire i documenti europei in modo bilingue a base inglese (dalla carta d’identità al passaporto vaccinale da noi chiamato insensatamente “green pass”) perché costituiscono dei precedenti che violano il plurilinguismo alla base dell’UE e fanno dell’inglese la lingua dell’Europa in modo illecito.

Come ho già scritto (→ “Francia, Germania, Spagna e Portogallo difendono la loro lingua nell’UE. E l’Italia?”), in Francia stanno facendo quello che abbiamo chiesto nella nostra petizione di legge al punto 10: adoperarci perché l’italiano ritorni a essere una lingua di lavoro in Europa. Ma i politici italiani non lo capiscono, e nonostante le firme a sostegno del disegno di legge siano quasi 1.500 non danno risposte. I mezzi di informazione italiani, del resto, continuano a ignorare la petizione, al contrario di quelli all’estero che hanno dato spazio alla nostra iniziativa, con il paradosso che è circolata su France Culture o su una rivista viennese, ma non da noi. E così sono stato contattato da un membro dell’Associazione per la difesa del francese che mi ha chiesto di poter tradurre un mio articolo sul plurilinguismo sulla loro rivista; sono stato contattato da un membro della VDS tedesca, Kurt Gawlitta, che ho poi intervistato, e che è preoccupato non solo per gli anglicismi nel tedesco, ma soprattutto perché in Germania stanno “cedendo alla lingua angloamericana interi settori linguistici, in particolare l’economia e la scienza”; sono stato contatto dall’OEP (Osservatorio Europeo del Plurilinguismo), che sta creando un dizionario degli anglicismi nel francese e con cui ho avviato un gemellaggio con il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi, in modo che sia possibile confrontare le voci presenti nei due Paesi e le soluzioni (ma il confronto è impietoso per l’italiano).

In Italia, invece, tutto tace.
Non sto dicendo che all’estero non ci siano gli anglicismi o gli anglomani adulatori dell’inglese internazionale e in Europa. Però all’estero c’è un dibattito. Da noi c’è il pensiero unico e il decervellamento della nostra classe dirigente e intellettuale. Non c’è partita, fuori dal pallone.

Noi ci accontentiamo di battere gli inglesi sul campo di calcio, in una diretta televisiva dove c’era solo l’espressione “Europei venti venti”, perché persino le date, per interferenza dell’inglese, ormai si sentono dire così.

L’italiano non è resiliente (ed è poco proattivo)

Riparto dalla chiusa dell’ultimo articolo (“La sovralingua del green pass”), e cioè dal fastidio e dall’ostilità che generalmente suscitano le parole nuove, visto che come scriveva Leopardi non siamo abituati a sentirle. Un’idiosincrasia che però non si riscontra quando i neologismi sono in inglese crudo.

Questa accettazione priva di resistenze per il lessico del nuovismo espresso in inglese è spesso accompagnata dal rifiuto per una nuova parola corrispondente italiana, ed è soprattutto la combinazione di questo duplice sentimento (in inglese è bello, in italiano è brutto) a favorire la neolingua chiamata itanglese.

La traduzione letterale è poco in voga, ma è anche difficile che l’italiano riesca a generare neologismi alternativi all’inglese, e quando succede di solito non hanno grande successo, come nel caso di apericena (che molti considerano un “brutto” vocabolo) al posto di happy hour.

Gli adattamenti sono ancora più rari e disusati, dallo scevà che va tanto di moda (sono uno dei pochi che lo scrive in italiano) che per tutti è schwa (poco importa che sia parola ebraica, ci arriva dal dibattito d’oltreoceano), al luminolo, il composto chimico che rivela la presenza di sangue sui luoghi del delitto, e che tutti chiamano luminol.

C’è poi un’altra strategia che nelle lingue sane argina i forestierismi: l’allargamento di significato delle parole già esistenti – la risemantizzazione – che da noi ha poco successo. O meglio, è diffusa ma è a senso unico: realizzare qualcosa si amplia e diventa non più solo costruire ma comprendere; intrigare passa dal compiere intrighi a indicare qualcosa che ci attira; salvare diventa memorizzare (save the date)… parole come queste assumono nuovi significati per interferenza dell’inglese, ma viceversa difficilmente una parola italiana si amplia per sostituire un anglicismo in circolazione. E infatti ci sono schiere di anglomani pronte a perorare la necessità e l’intraducibilità di parole come selfie (autoscatto non va bene) o caregiver, cioè l’assistente familiare, che sostengono che non si possa rendere con badante, in quanto quest’ultimo lo farebbe a pagamento, al contrario del caregiver. Dove sta scritto che il participio presente di badare abbia a che fare con l’essere pagati? Da nessuna parte, naturalmente. Il significato (colui che bada) viene cancellato in nome di un uso, molto recente, che non si capisce perché non possa essere esteso. La retorica dell’uso farebbe di questa parola qualcosa di immutabile, alla faccia del suo significato secolare. Dove sta scritto poi che caregiver è slegato dall’essere una professione pagata? Da nessuna parte, ancora una volta. In inglese non c’è, gliela attribuiamo noi italioti questa accezione, perché quando importiamo una parola inglese, ridefiniamo tutta l’area semantica delle parole vicine (come aveva notato Roberto Gusmani, Saggi sull’interferenza linguistica, seconda edizione accresciuta, Le Lettere, 1993) e le attribuiamo una nostra valenza assente nella lingua di origine.

In quest’ultimo processo c’è un meccanismo che mi pare poco indagato, e che porta a un restringimento dei significati storici dell’italiano (il contrario dell’allargamento), che in questo modo regrediscono in una ridefinizione delle cose attraverso le categorie della lingua inglese che fanno tabula rasa della nostra storia – e della nostra intelligenza – in una reinvenzione dell’acqua calda presentata come una sorprendente novità. Per esempio con il concetto di resilienza.

Resilienza e proattività

La parola resilienza non è nuova, ma in passato era usata in ambito tecnico ed era di bassissimo uso, prima che nel nuovo Millennio esplodesse con grande fortuna nel suo uso metaforico omnicomprensivo, proprio per interferenza dell’inglese. Il suo essere un neologismo (e dunque il suo creare un vespaio di oppositori e adulatori) è nella sua popolarità e frequenza.

In queste ridefinizioni, per evidenziare la presunta novità introdotta da un nuovo concetto, si compie di solito il giochetto di negare i significati storici, di far sparire e ridimensionare ciò che già c’era, per dare spazio alle pseudo-novità. Lo schema è quello di inventarsi una differenza che giustifichi la necessità della nuova parola-concetto. In questo tranello ci cade persino la Crusca quando, con un inno all’elasticità, scrive: “Resilienza non è quindi un sinonimo di resistenza: il materiale resiliente non si oppone o contrasta l’urto finché non si spezza, ma lo ammortizza e lo assorbe, in virtù delle proprietà elastiche della propria struttura.”

Mentre l’analisi e la storia di resilienza e resiliente dell’articolo sul sito della Crusca è ineccepibile, lo stesso non si può dire dell’analisi di resistenza e resistente, che non sono affatto slegati dal concetto di elasticità come si vuol far credere. Non c’è bisogno di consultare le tante pagine del Grande Dizionario Battaglia, in proposito. Basta pensare a un tessuto resistente, che ha proprio la proprietà di assorbire senza lacerarsi o senza deformarsi. Identificare la resistenza con la rigidità è semplicemente errato. Resistenza ha tante accezioni e include anche la resilienza, rendendola un concetto piuttosto vuoto soprattutto quando diventa una supercazzola da usare in senso figurato per esaltare l’importanza di essere flessibili. La resilienza si ritrova nella massima latina del fuscello che si piega ma non si spezza davanti alla quercia, forte e rigida, che però è soggetta a un punto di rottura (mi spezzo ma non mi piego). Dov’è la novità? Sono entrambe capacità di resistere. La novità è che si passa dal mi piego ma non mi spezzo a mi spezzo ma non mi spiego, facendo credere che l’unica accezione di resistenza sia quella della quercia.

Altrettanto insensato è lasciare intendere che la flessibilità sia qualcosa di nuovo e straordinario. Tutto ciò ci arriva dall’uso figurato di concetti che arrivano dalla medicina, dalla psicologia o dal marketing di testi angloamericani.

Non entro nella diatriba poco sensata delle parole belle o brutte, dei detrattori della parola resilienza, o degli adulatori venditori di fumo che ne esaltano la portata rivoluzionaria. Si può usare la parola che si preferisce, in un’epoca in cui la cooperazione è diventata sinergia. Tutto va bene, siamo di fronte a parole italiane, in fin dei conti. Voglio solo riflettere sul fatto che sotto certi cambiamenti linguistici non ci sono delle novità concettuali, ma delle ridefinizioni che importiamo perché stiamo solo ripetendo in modo acritico ciò che arriva da un modello culturale dominante che non sappiamo che scimmiottare.

Un percorso analogo è quello della parola proattivo (sul modello di proactive), dove quel pro sta per prima, davanti, e il neologismo indica la capacità di prevenire e anticipare gli effetti negativi. E la stucchevole retorica dell’importanza dell’essere proattivi che trasuda dal linguaggio aziendale è un’altra bufala del lessico del nuovismo che ci vende come chissà quale innovazione una strategia basata sull’importanza degli atteggiamenti proattivi che sono semplicemente preventivi.

Purtroppo, il più delle volte queste ridefinizioni concettuali si fanno direttamente con parole inglesi. Il pappagallo italiano non è più il molestatore delle belle ragazze che passeggiano per la via, quello si dice ormai catcalling. Il pappagallo italiano del nuovo Millennio è l’intellettuale, il giornalista, l’imprenditore, il politico, lo scienziato, il tecnocrate, l’insegnante… che non sa fare altro che ripetere le categorie d’oltreoceano facendo credere che siano novità, perché ha smarrito la propria cultura e le proprie radici, prima che la propria lingua.

In questo modo introduce direttamente in inglese ciò che non è più in grado di esprimere in italiano, come nel caso dello speed mentoring, del role model, del chunking, e di tutta una serie di anglicismi che rappresentano una nuova cultura che fiorisce sull’ignoranza di un italiano che sembra essere sempre meno resiliente e proattivo.

La sovralingua del green pass

Ho scaricato la certificazione verde che attesta il mio vaccino e, incredibilmente, si chiama: “Certificazione verde COVID-19”.
Certo, il nome del documento in Pdf è “dgc certificate”, in inglese, come il nome del sito ministeriale che rilascia questo attestato provvisorio, dove dgc.gov.it sta per “Digital Covid Certificate”. Sul sito ci sono le Faq, non le domande frequenti, e si parla di QR code, e non di codice QR come dovrebbe essere naturale per chi non è malato di delirium anglicum. La nostra classe dirigente, a partire dalle istituzioni, ragiona e imposta ogni cosa non più in italiano, ma nella sovralingua di matrice anglofona.

Tuttavia, da questo impianto, molte cose vengono tradotte per il popolino italiano (magari parzialmente o malamente) e dunque il “green pass” non esiste, ufficialmente, non ricorre da nessuna parte. Il bilinguismo a base inglese concepito nei documenti europei recita: “La Certificazione verde COVID-19, in Europa ‘EU Digital COVID Certificate’, è rilasciata in Italia dal Ministero della Salute in formato digitale e stampabile.”

L’esistenza del certificato verde è già qualcosa, eppure i mezzi di informazione se ne fregano del nome ufficiale del documento, e continuano a parlare di “green pass” proprio negli articoli che spiegano cos’è e come procurarselo.

Questo linguaggio sta introducendo un nuovo elemento: stiamo passando a indicare il colore verde direttamente in inglese. Anche se il documento non è colorato come il foglio rosa delle patenti, il suo significato è quello di foglio verde, cioè di lasciapassare o di passi (chissà se i giornalisti sanno che sul vocabolario esiste passi, con lo stesso significato di pass) che non ha più l’accezione di verde legato all’ecologico che si rintraccia nei tanti anglicismi in circolazione composti da green. È semplicemente un colore, come nel total black, o nel red carpet di moda nel linguaggio della moda.

Questi giornalisti epigoni di Nando Mericoni usano l’inglese e lo pseudoinglese come gli adolescenti ricorrono a certe parole per identificarsi socialmente, è un segno di appartenenza, con la differenza che hanno i capelli grigi e non stanno parlando un gergo che usano tra loro e tra simili. Inconsapevoli, o più probabilmente incuranti, del fatto che si dovrebbero rivolgere a tutti gli italiani e della loro responsabilità nel fare la lingua, impongono il loro gergo a tutti attraverso la scrittura, oltre che l’oralità.
Così facendo, non sono più ridicoli, come lo era il loro papà Alberto Sordi, sono diventati cafoni e prepotenti. Il loro lessico da colonizzati viene indirizzato a tutta la comunità dei parlanti attraverso questi picchi di stereotipia che caratterizzano la pochezza del linguaggio giornalistico. In questo modo si introducono nella lingua di tutti parole come lockdown o smart working senza alternative e senza un perché. Dopo la prima fase incipiente, se si fa loro notare l’abuso dell’inglese, allargano le braccia e si difendono: “Ormai si dice così, cosa ci vuoi fare?” Come se l’anglicismo fosse qualcosa che ormai è necessario, insostituibile o intraducibile, come se non fossero loro ad aver detto così con un martellamento seriale che inevitabilmente ha portato a questo uso.

Gli hub vaccinali invece dei centri, i cluster invece dei focolai

Adesso “green pass” ha preso il sopravvento, ma fino a pochi mesi fa, prima che diventasse un documento reale – con un nome italiano che non usano – andava per la maggiore il “covid pass”. Ricordo Formigli che ogni volta che qualcuno accennava nella sua trasmissione al problema e alla necessità di un passaporto vaccinale o di una patente di immunità, sintetizzava tutto con: certo, il “covid pass”, ricorrendo all’espressione inglese in modo istintivo e privo di sinonimie, con una nevrosi compulsiva a ricorrere alla sintesi non in italiano, ma nella sovralingua concettuale.

Le ricadute di questo atteggiamento diffuso, che fuori dai giornali prevale nel mondo del lavoro, della scienza, delle tecnologie, della pubblicità e di sempre più ambiti, portano al tracimare dell’inglese nel linguaggio comune, e sono devastanti. Questo malcostume non si può separare dalla concezione dell’inglese come lingua sovranazionale, anche se molti credono, ingenuamente, che le due cose siano slegate: “Un conto è parlare l’inglese internazionale, un conto è mescolarlo con l’italiano”. Certo, in teoria, ma le due cose non sono così slegate, e questi documenti bilingui, in cui l’inglese è affiancato all’italiano come se fosse la lingua dell’Europa, spesso finisce col passare dall’affiancamento alla sovrapposizione.

È proprio la concezione dell’inglese come lingua superiore che porta a preferire l’anglicismo in ogni sua forma e a far regredire l’italiano. È proprio l’idea che l’inglese sia la lingua dell’Europa – un postulato presunto e privo di valore legale – che porta a concepire gli impianti comunicativi secondo la logica e la lingua inglese.

L’italian green pass

Ho cercato “green pass” sul giornale spagnolo El Pais, e non ci sono occorrenze. L’ho cercato su quello francese Le Monde, le occorrenze sono pochissime, e tra queste spicca un articolo sul “green pass italien” (dove l’anglicismo è tra virgolette) che parla del nostro certificato verde, perché siamo noi a chiamarlo così. Se cerchiamo “green pass” sul Corriere, nel 2021 è stato utilizzato circa 300 volte, mentre nello stesso anno sul New York Times si trova 33 volte, perché anche negli Stati Uniti non si dice così, e l’espressione si è diffusa invece in Israele.
Ma quanto siamo deficienti?

Da noi succede che un cinguettio di Ursula von der Leyen che scrive di aver verificato che il suo EUCOVID certificate funziona in Spagna sia riportato con queste parole: “Controllato il mio green pass in Spagna, funziona”.

Dietro questa sistematica distruzione dell’italiano non c’è solo la lingua dei mezzi di informazione, ma un intero Paese allo sbando, che ha perso le proprie radici, è incapace di ragionare e parlare con le proprie parole e si sta creolizzando, culturalmente e linguisticamente.

La giustificazione dell’abuso dell’inglese che striscia è sorretta da un’ipocrita e vergognosa mentalità – contrabbandata anche da certi linguisti – per cui la lingua la farebbero i parlanti. Questa menzogna (o questa verità molto parziale, sia storicamente sia oggi) è spacciata come un processo democratico invece che aristocratico. “E i giornalisti non sono parlanti?” mi ha risposto una volta un docente universitario di linguistica piccato dal fatto che mettessi in discussione le sue subdole affermazioni. Certo che lo sono, ovviamente, e purtroppo sono anche scriventi. Ma far credere che l’inglese sia preferito dai parlanti, intesi come le masse, è una bufala, il più delle volte. L’itanglese è la lingua dei padroni e dei loro organi di informazione, che sia chiaro. Sono loro a imporlo a tutti in una lingua creola, dove gli anglicismi si mescolano all’italiano e generano sempre più pseudoanglicismi incomprensibili per i madrelingua anglofoni. Al popolino non resta che ripetere ciò che passa dall’alto: green pass, hub vaccinali, fake news, lockdown, droplet

In questo modo l’idolatria dell’inglese viene trasmessa a tutti, e sotto le singole infinite espressioni c’è un atteggiamento che rivela tutto il nostro servilismo e il nostro complesso di inferiorità.

Da sempre c’è tra la gente una certa ostilità verso le parole nuove. Come aveva spiegato Leopardi solo l’uso e l’abitudine rendono una parola bella o brutta (quando non siamo abituati a sentirla e a intenderla). Basta cercare in Rete espressioni come “orribile neologismo” e simili per sondare con mano questa ostilità diffusa. Questo sentimento di fastidio, questo misoneismo lessicale, secondo Luca Serianni ha una funzione conservativa che una sua utilità per la coesione e la “fedeltà linguistica”.
L’anomalia è che nel caso dei neologismi in inglese non c’è un’analoga resistenza sociale, anzi, tutto il contrario: invece delle condanne abbondano giudizi come “c’è una bella parola in inglese per dire…” oppure semplicemente “in inglese si dice…” punto. La lingua superiore insegna, non c’è che da ripetere. Ecco perché italiano è finito, non è più in grado di evolversi autonomamente e il 50% dei neologismi del Nuovo millennio è in inglese crudo.

Itanglese, scevà, conflitti generazionali e il vuoto del pensiero colonizzato

La settimana scorsa, su Domani, è uscito un pezzo di Andrea Donaera ricco di confusioni concettuali, il cui livello ricorda quello di un tronista più che di un giornalista o di uno scrittore.

Il titolo è “Boomer, fatevene una ragione: la lingua continua a cambiare”. L’occhiello è “Scontro generazionale”, che secondo l’autore sarebbe alla base di una nuova definizione dell’italiano standard dove i “vecchi” che detengono il potere difenderebbero – attraverso le crociate” sui “social” – la purezza della lingua, in antitesi ai “giovani” che la vorrebbero rinnovare. Nel pacchetto del rinnovamento ci sono gli anglicismi e la lingua inclusiva, che si avvale dello scevà (ə) per superare l’arretratezza dei maschili generici, per cui scrivere imbecillə arriva a tutti, uomini e donne, senza discriminazioni (anche se rimane il problema della pronuncia, passando dalla scrittura al parlato).

Anglicismi e purezza della lingua

Donaera si scaglia con un certo livore contro i “boomer”, in nome delle lingue che cambiano e dell’assurdità della purezza della lingua. È rimasto fermo forse all’Ottocento, al purismo, alla guerra ai barbarismi… pare non avere la percezione di come la lingua stia cambiando, pare non rendersi conto che quando si importa tutto esclusivamente da una sola lingua dominante – come in preda a una nevrosi compulsiva – il cambiamento dell’italiano si trasforma in creolizzazione lessicale. Il concetto di “ecologia linguistica” non lo sfiora, così come pare ignorare che il dibattito è internazionale, non solo italiano, perché gli anglicismi che penetrano ovunque – quello che Tullio De Mauro ha definito lo tsunami anglicus – hanno a che fare con rapporti di potere mondiali e con la globalizzazione, anche se in Italia il fenomeno è ben più preoccupante che altrove.
Per Donaera sembra tutto riconducibile a uno scontro generazionale, non riesce a cogliere le dinamiche di un conflitto connesso con l’imposizione del pensiero unico globalizzato di matrice angloamericana, che è prima di tutto culturale e poi linguistico. Il problema viene ribaltato. Sulle piattaforme sociali ci sarebbe un pullulare di “meme boomeristici” che predicherebbero prescrizioni del tipo “non si dice coffee-break ma pausa caffè” e che farebbero una “crociata” contro i giovani e quelli come lui (che non è poi così giovane anche se i suoi “ragionamenti” sembrano piuttosto adolescenziali) di parlare “come cazzo gli pare”. Vede un odio generazionale dei boomer che gli impedirebbero di essere moderno, in una prospettiva rovesciata dove non si accorge dell’odio che trasuda dalle sue parole, e dove sembra che siano i difensori dell’italiano a costituire il sistema dominante, e non viceversa. Infastidito da chi preferisce dire pausa caffè invece di coffe-break, rivolta la frittata e i rapporti di potere, confonde gli oppressi con gli oppressori: sono le parole italiane a regredire e decadere davanti all’inglese, non il contrario, se non se ne fosse accorto. C’è una bella differenza tra idolatrare la purezza della lingua e passare all’inglese invece di farla evolvere. Il purismo era contrario ai neologismi almeno quanto i barbarismi, la lingua newstandard di Donaera sa solo ripetere a pappagallo le parole della lingua-cultura superiore che idolatra, e al purismo contrappone l’anglopurismo: basta dirlo in inglese o in pseudoinglese per essere moderni.

I paraocchi del conflitto generazionale

Magari il fenomeno degli anglicismi fosse inquadrabile in un conflitto generazionale o appartenesse al gergo giovanile! I gerghi dei giovani procedono in modo discontinuo per cui la generazione successiva non ripete le parole di quella precedente, ma ne introduce di nuove. Inoltre, quando si raggiunge l’età adulta questo linguaggio viene abbandonato, non si conserva nel tempo all’interno del gruppo (una volta cresciuti, i paninari non chiamano “sfitinzia” la propria moglie). E soprattutto appartengono al parlato, non alla scrittura. Mi domando se Donaera, e quelli come lui, sappiano che l’italiano è una lingua letteraria, sopravvissuta per secoli solo nei libri, mentre nella vita reale ognuno parlava come cazzo gli pareva, o nel solo modo con cui lo sapeva fare, e cioè in dialetto. Solo nel Novecento si è affermato un italiano comune parlato in un avvicinamento tra oralità e scrittura che nell’era di Internet si intreccia sempre più. Ma l’italiano neostandard individuato negli anni Ottanta da un linguista come Gaetano Berruto, che era perlopiù parlato, oggi si è involuto in un italiano newstandard che è contemporaneamente scritto in Rete, dove la percentuale di anglicismi è tale da uscire da ogni esempio storico di interferenza linguistica e da non riguardare più il purismo, ma la creolizzazione. Donaera non si è accorto che non sono i giovani a dire “al top”, è il boomer Briatore. A parlare – assurdamente – di “green pass” invece che di passaporto vaccinale sono i giornalisti con i capelli grigi e le giornaliste dalle labbra rifatte la cui gioventù è ricostruita artificialmente.

Ripenso alle parole di Gramsci che aveva capito qualcosa dallo spessore ben diverso da chi oggi si proclama sociolinguista. Ogni volta che riaffiora la questione della lingua “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3). Oggi tutto ciò è vero più che mai, e questo riassestamento non riguarda lo scontro giovani-boomer, ma una classe dirigente americanizzata in modo servile a partire dalla sinistra, che un tempo aveva un atteggiamento critico – critico, si badi bene, non antiamericano – e oggi è zerbinata e colonizzata. Il linguaggio fatto di anglicismi è solo la spia di questo mutamento che crea fratture sociali.

Ripenso alle parole di un intellettuale come Michel Serres che accusava la classe dirigente francese: “Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.” (Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri 2018).

Ripenso a Pasolini che negli anni Sessanta aveva compreso e denunciato la fine dell’italiano letterario individuando i nuovi “centri di irradiazione” della lingua, quelli tecnologici del Nord (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964) che sono gli stessi che oggi parlano e diffondono l’inglese e l’itanglese, insieme ai mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi lo stanno trasformando in una lingua creola.

Poi rileggo le analisi di Donaera sui boomer e mi viene da piangere.

Fateci parlare come cazzo ci pare”

L’incapacità di mettere insieme delle argomentazioni, la superficialità delle analisi, la manipolazione dei fatti dovuta, forse, al non essere in grado di comprenderli più che alla volontà di alterarli, raggiunge l’apice nella chiusa dell’articolo: “Fateci parlare come cazzo ci pare”.

Sullo stesso giornale, Domani, forse per rimediare allo scivolone e alla caduta di stile, è intervenuto qualche giorno dopo Walter Siti (“Attenti alla libertà linguistica che diventa sciatteria e censura”) a ricordare che questo tipo di “libertà rischia di trasformarsi in sciatteria, o addirittura in censura”. La libertà di scrivere “ha” senz’acca o di abolire i congiuntivi? La lingua è un fenomeno collettivo che ha le sue regole, ricorda Siti.

Purtroppo Donaera, oltre a parlare, scrive come cazzo vuole e non sembra conscio della differenza tra oralità e scrittura. Forse non sa che il linguaggio giovanile, e gli scontri generazionali che riguardano il modo di parlare sono ricorrenti, oltre che passeggeri. Negli anni Sessanta l’appellativo per bollare i vecchi era “matusa” (parola italiana espressione di un conflitto generazionale), oggi “boomer” è figlio di un lavaggio del cervello globalizzato che scandisce le generazioni secondo la cultura dominante d’oltreoceano (dai Millenial[s] alle X, Y, Z generation), in un Paese che è ormai diventato culturalmente una colonia, incapace di creare e utilizzare le proprie categorie di pensiero e linguistiche. I crociati non sono coloro che difendono l’italianità, sono coloro che vogliono imporre la lingua-pensiero degli Usa a tutto il mondo. Chi difende la lingua italiana, caso mai, tenta di fare la resistenza. Faccio fatica a vedere la “libertà” nell’abbandonare l’italiano per riempirsi la bocca di parole che arrivano dalla lingua dominante.

Sarebbe facile bollare Donaera come figlio di una generazione colonizzata, come un nativo halloweeniano che pensa che quello che sin da bambino ha visto in tv e oggi in Rete appartenga alla nostra storia e società e non all’esportazione dei modelli delle multinazionali che lo hanno plasmato a loro uso e consumo, dal popcorn che gli fanno mangiare al cinema al linguaggio delle interfacce della Rete che gli fanno parlare. In realtà non è così, non si può generalizzare a questo modo e prendersela con le generazioni. Meglio prendersela con la stupidità trasversale a ogni fascia di età.

La bufala del linguaggio non discriminante

A voler purificare ed emendare la lingua italiana non sono i pochi che la vorrebbero parlare e tenere viva, una minoranza schiacciata dal linguaggio mediatico, pubblicitario, lavorativo, politico… Sono quelli come lui, quando scrivono che “l’italiano, così com’è, è una lingua spesso insufficiente – con i suoi maschili sovraestesi”.

Donaera scrive che difendere l’italiano è una concezione ideologizzata che risale al Novecento, e contrappone una nuova concezione della lingua basata sull’identità di ogni genere di umanità e cultura. A questo punto le cose si fanno addirittura imbarazzanti. Il plurilinguismo, le diverse culture spazzate via dal pensiero unico vengono spacciate come universali, con la stessa logica con cui si spaccia per plurilinguismo l’imposizione in tutto il mondo del globalese e dell’inglese internazionale (che è tutto il contrario), e con la stessa logica del fondamentalismo di chi proclama che “i valori americani sono universali” (Condoleezza Rice) e che la loro civiltà è la più giusta di tutte. Il linguaggio “non discriminante” è teorizzato da un nuovo imperialismo culturale e linguistico che si ritiene superiore alle altre lingue e culture.

Donaera non si rende conto che la sua difesa dello scevà è altrettanto ideologizzata, non è affatto una scelta neutra, è figlia di un’ideologia che viene dagli Stati Uniti (e infatti la sua pronuncia, fuori dalla scrittura, è l’ennesimo suono angloamericano che non esiste nella lingua del Paese dove il sì suona) e che si sta diffondendo acriticamente. È un’ideologia che presuppone che il maschile generico sia discriminante, che è un giudizio, non un fatto. Personalmente non mi sento discriminato dal femminile inclusivo se, per alcuni, posso essere una guida o un’autorità, un’eccellenza, oppure semplicemente una spalla, una vittima, una spia. A volte posso essere una iena, una tigre… e quando sono una persona, la mia mascolinità non ne risente. Persino il cazzo può diventare la nerchia, la minchia o la verga, senza intaccare le strutture fallocratiche della nostra società maschilista. Siamo seri. Chiamiamo le cose con il loro nome: la polemica contro il maschile inclusivo è un’ideologia che viene d’oltreoceano e che non rientra nel politicamente corretto, ma nel politicamente statunitense, dove l’attenzione nel non discriminare non ha la portata universale che le si attribuisce. Non c’è alcuna attenzione davanti al fatto che definire gli statunitensi “americani” (visto che loro si chiamano così) è estremamente irritante per un canadese o un messicano, perché l’America è un continente, e far coincidere gli americani con l’intero continente è irrispettoso (“il condomino che si dichiara padrone di tutto il palazzo”) e soprattutto discriminatorio nei confronti delle tante etnicità esistenti. Ma chi se ne frega… La “scoperta dell’America”, del resto, presuppone che prima non esistesse nemmeno (eppure lo sterminio degli americani veri è stato numericamente più consistente di quello dell’olocausto).

È la stessa logica con cui i Paesi poveri sono chiamati ipocritamente “Paesi in via di sviluppo”. Quale sviluppo? Quello del capitalismo globalizzato e della civiltà dei consumi dove li si vuole condurre, ovviamente. È curioso che la sensibilità per l’identità di genere o sulla presunta non discriminazione delle donne espressa dallo scevà e predicata da Donaera non corrisponda a un’analoga sensibilità per una generazione definita spregiativamente boomer. Di questo politicamente corretto da coloni se ne può fare a meno.

Dietro la retorica dello scevà e del rinnovamento dell’italiano attraverso la sua sostituzione con l’inglese c’è un’ideologia ben precisa, quella del pensiero dominante. Il parlo come cazzo voglio presto si trasformerà in “se non parli come me” sei sessista. Lo abbiamo già visto per parole come negro, che per l’interferenza del pensiero unico sono diventate discriminanti quando non lo erano mai state, da noi. La giustificazione del parlo come voglio della fase incipiente dei purificatori della lingua, nella seconda fase diventerà obbligare tutti a parlare – e pensare – con la lingua dei padroni.

Scontro generazionale? No. Lo scontro è ben più titanico.

Dietro la libertà di Donaera c’è la dittatura del pensiero unico e degli anglocrociati alla conquista del mondo, anche linguisticamente. Le nuove generazioni sono in gran parte già state colonizzate, certo. Google, Facebook e affini stanno facendo il loro sporco lavoro, che comincia ad avere un nome – il capitalismo di sorveglianza che trasforma l’esperienza umana in merce da manipolare – e la nostra classe dirigente più che denunciarne il pericolo li aiuta remando nella stessa direzione.

La libertà sta nel non comprare i giornali che danno spazio a queste ideologie, e tantomeno i libri di chi si rivela un colonizzato e al tempo stesso un collaborazionista della distruzione della nostra lingua e cultura.

Francia, Germania, Spagna e Portogallo difendono la propria lingua, nel mondo e nell’UE. E l’Italia?

Sembra che il 2022 sarà l’anno della riscossa del francese nell’Unione Europea. Ciò avverrà durante il semestre (gennaio-giugno) in cui la presidenza del Consiglio spetterà alla Francia, come anticipa il Politico (“France plots an EU presidency en français, s’il vous plaît”, Maïa de La Baume, 7 giugno 2021): Ben “sette mesi prima di assumere la presidenza di turno del Consiglio dell’UE, il governo francese sta studiando dei piani per rilanciare l’uso e la visibilità in declino della lingua di Molière”.

L’ultima volta che questo ruolo è spettato all’Italia era il 2014, quando il presidente di turno era Matteo Renzi, l’uomo che – tra slide e flexicuritybattezzò la riforma del lavoro jobs act aprendo la strada a una tendenza più generale a chiamare le leggi act, dal family act alle infinite variazioni che oggi pullulano sui giornali (Digital Services Act, Cloud Act…).

Questo impietoso raffronto mostra bene l’abisso culturale che c’è tra la Francia e l’Italia, a proposito della propria lingua.

Dal 2014 a oggi la situazione è precipitata. Non solo non abbiamo fatto nulla per promuovere l’italiano nell’UE, ma sul piano interno lo abbiamo anglicizzato con una buona serie di anglicismi istituzionali che in Francia a nessun politico verrebbe in mente di impiegare, e che comunque sarebbero vietati dalla legge!
Il 2021 è l’anno di Dante, e ci sono state tante celebrazioni retoriche volte al passato più che al presente e al futuro, con l’istituzione di un Dantedì che può anche trasformarsi in una ricorrenza come la festa della donna nel suo risvolto più folcloristico, dove un giorno all’anno serve a ricordare la questione dei diritti, spesso calpestati negli altri 364. È questa la via per promuovere la nostra lingua?

Proprio accanto a noi, in Svizzera, almeno dal 2014 il Consiglio Federale sta promuovendo l’italiano – più debole del francese e del tedesco – con ingenti fondi che prevedono il rafforzamento della presenza della lingua e della cultura italiana nell’insegnamento, nella formazione bilingue e con una serie di manifestazioni culturali anche attraverso concorsi e incontri su tutto il territorio, e non certo con la creazione di un museo. E mentre lì si sono emanate linee guida e raccomandazioni per evitare l’abuso degli anglicismi, da noi vengono introdotti proprio dalle istituzioni (il navigator e il cashback sono tra gli ultimi regali più eclatanti dei governi Conte), oppure si annuncia una nuova piattaforma digitale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo”, ma lo si chiama in inglese: ITsART, ennesima testimonianza di come il nostro patrimonio linguistico non venga considerato parte di quello culturale.

In quasi 300 abbiamo scritto una lettera di protesta contro questa denominazione al ministro Dario Franceschini. Nessuna risposta è pervenuta, e pochi giorni fa il sito ha visto la luce.

L’anno scorso, in più di 4.000 abbiamo rivolto una petizione al presidente Sergio Mattarella chiedendo di intervenire almeno in modo simbolico per evitare l’abuso dell’inglese nel linguaggio istituzionale, e anche in questo caso siamo ancora in attesa di una risposta.

In più di 1.300 stiamo oggi chiedendo ai parlamentari di discutere la nostra proposta di legge per l’italiano, assegnata alla Camera e al Senato, ma per il momento regna il più assoluto disinteresse, e tra le poche risposte pervenute ricorre una strana giustificazione: non è questo il momento.
Non è questo il momento? Se non ora, quando?

In questo clima dove queste iniziative concrete sono ignorate, il Dantedì rischia di divenire tristemente simile al giorno dei morti, roba appunto da museo, più che qualcosa di vivo che dovrebbe essere rilanciato con uno sguardo al futuro.

I nostri politici e la nostra classe dirigente dovrebbero imparare dai francesi, e non solo da loro.

Il 2022, l’anno del francese

Il paragrafo 10 della nostra petizione di legge chiede una cosa molto semplice e naturale, che dovrebbe essere condivisa da tutti e appartenere al buon senso di tutti: adoperarsi perché l’italiano ritorni a essere lingua di lavoro in Europa, come lo era un tempo e come oggi lo sono anche il francese e il tedesco, oltre all’inglese. Anche se ai nostri politici sembra non importare nulla di tutto ciò, è una richiesta che è nell’interesse del nostro Paese e di tutti i cittadini. In Francia lo capiscono benissimo. Non è un caso che la notizia delle nostre petizioni sia stata ignorata dai mezzi di informazione italiaoti, ma non da France culture (e più in generale è stata riportata su Corsica Oggi, su un giornale spagnolo come El Confidencial, su una rivista Svizzera, sulla rivista irlandese scritta in gaelico Nós, su una rivista austriaca…).

Il piano di rilancio del francese nella UE è stato oggetto di un articolo de il Post (“La Francia vorrebbe che l’Unione Europea usasse di più il francese”, 07/06/2021) che spiega come già dal 2018 “il presidente francese Emmanuel Macron sta lavorando per promuovere la lingua francese nel mondo, sostenendo progetti francofoni in Africa, per esempio. E con un’elezione dietro l’angolo nel 2022, Macron sta anche respingendo una rivale presidenziale di estrema destra, Marine Le Pen, che si propone come preservatrice dello stile di vita francese.” Questa attenzione per la lingua non mi pare una “scelta reazionaria” come la definisce il giornalista, ma al contrario un segnale da leggere in un altro senso, e cioè che la questione della lingua non è affatto un tema che riguarda la destra, ma qualcosa che riguarda tutti, e la sinistra italiana che ha la testa solo ai modelli angloamericani pare che non lo capisca, e che lasci alla destra una questione che invece sta a cuore a una gran parte del suo potenziale bacino di elettori.
Il diverso sentimento che c’è in Francia sulla lingua è trasversale alle ideologie, e proprio l’occasione della presidenza dell’UE rappresenta un momento per attuarlo, perché dopo l’uscita del Regno Unito il problema dell’inglese nell’Europa è stato sollevato in molti Paesi – dalla Francia alla Germania – visto che è la lingua madre dell’1,5% degli europei (in pratica irlandesi e maltesi che però hanno scelto come lingua ufficiale rispettivamente il maltese e il gaelico). E così, durante la presidenza francese, i diplomatici hanno annunciato che tutte le riunioni chiave del Consiglio della UE saranno condotte in francese con le traduzioni disponibili. Anche le note e i verbali saranno in francese, così come le riunioni preparatorie. “Se una lettera arriverà dalla Commissione europea in inglese, resterà senza risposta” riporta il diplomatico citato dal Politico. “Vogliamo che le regole siano rispettate (…). Così, chiederemo sempre alla Commissione di inviarci in francese le lettere che vuole indirizzare alle autorità francesi, e se non lo faranno, aspetteremo la versione francese prima di inviarla.”

Dallo sciovinismo al plurilinguismo

Un tempo era il francese la lingua franca dell’Europa, e la Francia ha un passato coloniale in cui l’esportazione della lingua faceva parte del pacchetto, esattamente come è sempre avvenuto – e avviene tutt’oggi – anche nel caso dell’inglese (e come ha teorizzato lucidamente Churchill). L’Italia, accecata dall’anglomania e da un complesso di inferiorità verso l’anglomondo che rasenta il servilismo, non sembra nemmeno cogliere questi aspetti che altrove sono evidenti; chiunque è in grado di capire che la lingua non è solo un collante sociale e un elemento di identificazione culturale, ma è anche uno strumento di potere.

Dietro il rilancio del francese in Europa non c’è però solo questo residuo di una mentalità colonialista o un certo sciovinismo storico sicuramente caro alla destra; c’è anche un tema ben più moderno e attuale che dovrebbe appartenere alla sinistra, e cioè il plurilinguismo, culturale e linguistico, che è un valore da difendere davanti all’inglese globale, la lingua unica che sta schiacciando tutte le altre.
I funzionari francesi spiegano che il progetto di rilancio del francese “è una questione di sopravvivenza culturale per tutti (…) è un modo per bloccare l’insinuarsi del ‘Globish’” in nome del multilinguismo. Il globalese “restringe il campo dei pensieri, e limita la capacità di esprimersi più di quanto la faciliti.”

“I francesi – scrive il Post – non sono gli unici a spendersi per un maggiore utilizzo del francese. A maggio si sono incontrati per la prima volta i 19 membri di un gruppo informale del Consiglio di cui fanno parte i rappresentanti permanenti che parlano francese. A settembre sarà pubblicato un rapporto a cui stanno lavorando una quindicina di persone, fra cui il parlamentare europeo italiano ma eletto in Francia Sandro Gozi, per promuovere l’utilizzo della lingua francese all’interno delle istituzioni europee.”

Il punto non è quello di passare al francese invece che all’inglese, ma di aprire la via al plurilinguismo inteso come ricchezza e come modello alternativo all’inglese globale. Visto che l’Europa nasce all’insegna del multilinguismo, sarebbe auspicabile che anche altri Paesi promuovessero la propria lingua in Europa, invece che farla sprofondare nella serie B come un dialetto di un’UE che parla inglese, la presunta lingua ufficiale che non è mai stata affatto sancita come tale.

Sarebbe bello che nel 2028, quando di nuovo la presidenza del Consiglio Europeo spetterà all’Italia, anche la nostra classe politica rilanciasse l’italiano in modo concreto, invece che con il Dantedì e con i musei, facendo in modo che ritorni a essere lingua di lavoro.

Spagnolo, portoghese e tedesco

Davanti alla “dittatura” dell’angloamericano, l’italiano si può salvare solo all’interno di un modello culturale diverso che metta al centro il plurilinguismo. È in questa prospettiva che si dovrebbe imparare dai francesi e appoggiare il loro progetto unendosi a loro e affiancando la dignità e l’importanza dell’italiano alle altre lingue. La scienziata Maria Luisa Villa, davanti allo strapotere dell’inglese come lingua unica della scienza, auspica per esempio di ancorarci maggiormente allo spagnolo, una lingua che ha una comunità di parlanti enorme, e che ha una forte intercomprensibilità da parte nostra.

Per citare un articolo del portale sloveno Havný Denník (“Stanco dell’inglese [Vladislav Gulevich]”, Zuzana Perželová, 24 maggio2021”): “Lo spagnolo è la seconda lingua più parlata al mondo, con 471,5 milioni di persone che lo parlano come prima lingua. Sul totale dei parlanti di questa lingua e di quelli per i quali è una seconda lingua (586 milioni in totale), lo spagnolo è al terzo posto nel mondo, insieme all’hindi (600 milioni), dopo l’inglese, che è parlato da 1,4 miliardi di persone in totale, e il cinese (1,2 miliardi).” E anche le alternative agli anglicismi prodotte in Spagna e Francia potrebbero rappresentare una guida da seguire per renderli in italiano, invece di importarli in modo crudo. Inoltre, come ha sottolineato il filosofo argentino Alberto Buela, lo spagnolo e il portoghese sono lingue correlate tra loro comprensibili, dunque, aggiungendo ai Paesi ispanofoni anche quelli che parlano portoghese (260 milioni) otteniamo un totale di oltre 800 milioni di parlanti distribuiti in una trentina di Paesi diversi, che costituiscono un’area linguistica enorme e in aumento. Havný Denník riporta che il 6 maggio 2021, gli ambasciatori di Portogallo, Angola, Mozambico e Brasile hanno inaugurato il Centro di lingua portoghese presso l’Università di Nairobi in Kenya, un Paese anglofono. E secondo gli esperti, entro il 2050 il numero di persone che parlano portoghese aumenterà del 30% e nel 2050 raggiungerà i 500 milioni. Questa tendenza alla crescita si registra anche per lo spagnolo, e molti prevedono che nei prossimi anni sarà questa la lingua più forte destinata a scontrarsi con il predominio dell’inglese.

Anche in Germania la questione dell’inglese è aperta, sul fronte dell’interferenza con il tedesco ma anche come una lingua che potrebbe estromettere il tedesco in ambiti come l’università o il lavoro. Ogni anno si pubblica il cosiddetto “Indice degli Anglicismi” (Anglizismen-Index) che circolano nelle aree dove si parla il tedesco, con le corrispondenze tedesche introdotte da una commissione composta di esperti della Verein Deutsche Sprache (di Dortmund), della Verein Muttersprache (Vienna) e del Sprachkreis Deutsch (Berna). E Wolfgang Münchau, direttore dell’Euro Intelligence tedesca, per ridurre l’influenza della lingua inglese in Europa, “propone la creazione di reti sociali in altre lingue europee. Twitter, WhatsApp e Facebook in lingua inglese sono assolutamente dominati da giornalisti, esperti e analisti americani e britannici che impongono la loro visione del mondo agli utenti europei. Il secondo passo è quello di creare un programma di qualità per i traduttori che operano in Rete senza usare l’inglese” (“Stanco dell’inglese [Vladislav Gulevich]”, Zuzana Perželová, 24 maggio 2021”).

In sintesi, in Francia, Spagna, Portogallo e Germania sono sempre più coloro che intendono battersi per far crescere la propria lingua a livello internazionale e che non approvano il predominio diffuso dell’angloamericano.

Invece di guardare solo all’anglosfera come l’unico modello possibile di internazionalismo, l’Italia dovrebbe togliersi i paraocchi e vedere cosa accade nei Paesi vicini. Dare per scontato che il globalese sia la lingua internazionale è solo un punto di vista e un progetto politico che si vuole perseguire, ma che non ci conviene. E questo vale non solo nel mondo, ma a maggior ragione in Europa.

La Corte di giustizia europea difende il plurilinguismo

Nella UE, accanto alla presidenza del Consiglio a rotazione – organo degli Stati membri – e al Parlamento Europeo eletto dai cittadini, esiste anche un altro organo istituzionale di fondamentale importanza: la Corte di giustizia che fa rispettare il diritto europeo e che si è più volte espressa contro la discriminazione delle altre lingue davanti all’inglese. E attraverso i ricorsi a questa istituzione sono state vinte varie battaglie legali contro l’imposizione di un sola lingua dominante. Attualmente sono in atto alcune controversie che riguardano la carta d’identità bilingue a base inglese (ma in Austria e Germania è trilingue) o il passaporto vaccinale bilingue che presuppone – in modo illecito – che l’inglese sia la lingua dell’Europa e che i documenti con validità europea debbano essere bilingui, nell’idioma locale (concepito come un dialetto) e in inglese (concepito come “la” lingua internazionale). Questo modello dell’Europa, però, non è mai stato scritto, ci viene imposto in silenzio, a piccoli passi, in modo surrettizio e c’è chi lo respinge.

L’ultimo esempio di imposizione dell’inglese come lingua unica da parte della Commissione europea è di poche settimane fa. Come mi ha segnalato Jean-Luc Laffineur da Bruxelles, si tratta della Decisione di esecuzione (UE) 2021/858 della Commissione del 27 maggio 2021 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’UE il 28 maggio) che riguarda gli allarmi generati da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero e il tracciamento dei contatti dei passeggeri. Il primo comma stabilisce che i casi di covid individuati all’arrivo di una persona nel territorio di uno Stato membro dovrebbero essere immediatamente condivisi con le autorità sanitarie dei Paesi in cui ha soggiornato attraverso un sistema (l’ECDC) che “fornisce supporto in inglese” per tutti i servizi della piattaforma tramite telefono, posta elettronica o portale web. Anche questa decisione costituisce un precedente che impone ufficialmente l’inglese come unica lingua nell’UE. La sua legalità è però molto discutibile in quanto viola i principi di proporzionalità e sussidiarietà stabiliti dalla Corte di giustizia.

I governi degli stati membri hanno tempo fino al 27 luglio per decidere se presentare un ricorso per l’annullamento di questo paragrafo. Ma chi lo farà?
Speriamo che lo facciano in Francia, o in Germania, o che intervengano le associazioni come la GEM+ di Bruxelles che davanti a queste decisioni minaccia cause legali che hanno ottime possibilità di successo. Perché in Italia neanche se ne parla, e il passaporto vaccinale viene chiamato green pass oppure covid pass! Dovremmo inveceunirci a quei francesi, tedeschi, spagnoli e portoghesi che tutelano la propria lingua non perché sono reazionari, ma perché hanno capito che il plurilinguismo è un valore da difendere e che l’inglese globale, è una soluzione alla comunicazione internazionale che costituisce allo stesso tempo una minaccia per le lingue e le culture locali.

Pet, cani e giornalisti

Fino ai primi anni del Duemila PET era solo un anglicismo che indicava la Tomografia a Emissione di Positroni, poiché noi importiamo le sigle non secondo l’ordine delle nostre parole – come fanno i francesi che la chiamano TEP – bensì secondo quello inglese (Positron Emission Tomography). Ma la lingua evolve, e oggi i pet sono gli animali domestici, da compagnia, quelli che un tempo erano i cani e gatti.

Pet therapy

Tutto ha avuto inizio con la pet therapy, che ha preso piede intorno al 1998. In italiano sarebbe zooterapia, ma quasi nessuno la chiama così, perché le alternative italiane non circolano. La pratica è diventata di moda, e ormai si è affermata a questo modo. Sui giornali e tra gli specialisti c’è solo il martellamento dell’inglese.

In un titolo di qualche giorno fa sulla rivista Dica33 si legge: «La pet therapy fa bene. Intervista ad Aldo La Spina». L’articolo spiega che «anche solo guardare e accarezzare un “pet” riduce la pressione sanguigna, rasserena e rilassa, distrae e conforta». Di titoli del genere ce ne sono centinaia, tra i più recenti si spazia da la RepubblicaPet therapy all’ospedale Meyer, contro l’ansia da vaccino») a riviste di settore come Cavallo Magazine (da notare il magazine, a proposito di anglicizzazione): «Bologna, tentata truffa: provano a portare via i cavalli da pet therapy». Il pezzo si apre con “Shock a Bologna, tre individui si presentano al maneggio di una cooperativa sociale pretendendo di aver acquistato tre cavalli: ma non era vero» , e si scopre che tutto è successo alla cooperativa sociale di quella città che ha pensato bene di chiamarsi “Il Paddock” (una scelta originale quella di puntare sull’inglese per la denominazione!). E ancora, sul Resto del Carlino (che non ha a che fare con l’omonimo cane-pet carlino) si legge: «“Be Open minded” La pet terapia modello da esportare». A dire il vero, più che esportare non facciamo che importare, a quanto pare.

Un anglicismo tira l’altro

Subito dopo l’importazione della pet therapy è arrivata quella del pet friendly.
Inizialmente si sono chiamati così per esempio gli alberghi attrezzati per ospitare cani e gatti, e ancora una volta tutto è esploso al punto che oggi ci sono elenchi ufficiali di spiagge pet friendly (o anche dog friendly, l’importante è non usare le parole italiane) mentre l’ANSA riferisce che «A Bologna i musei diventano ‘pet friendly‘. Dal MamBo al Morandi, itinerari ad hoc e servizio dog-sitting». La possibilità di andare al museo con il cane, o di parcheggiarlo nelle apposite aree sotto la custodia di un dog sitter è stata possibile grazie al servizio di dog-sitting Dogs & Museum, ideato da Bauadvisor!

L’inglese in vetrina, l’italiano nel museo

E così l’inglese viene messo in vetrina, e nei musei ci si vuole mettere l’italiano; e infatti i negozi per animali sono diventati pet shop, e più recentemente pet store, mentre il cibo per animali è diventato pet food. Inutile dire che ciò è possibile perché a loro volta anche i negozi sono sempre più shop e store, e il settore dell’alimentazione è ormai quello del → food, in un allargamento dell’inglese che porta alla sostituzione delle nostre parole in modo sempre più preoccupante.

Nel giro di pochi anni pet è esploso, è diventato la categoria per etichettare il settore che compare anche sui giornali: «Pet, la pandemia non ferma la crescita», il “mercato italiano del pet food”nel 2020 è cresciuto, «le vendite nei principali canali di distribuzione, ovvero Grocery, Petshop tradizionali e Catene Petshop, hanno raggiunto i 2.257 milioni di euro per un totale di 626.600 tonnellate di alimenti venduti, facendo così registrare un incremento rispettivamente del 4,2% e del 2% sul 2019.» E come si legge su Liguria Business Journal (nome tipicamente ligure) «Arcaplanet, la catena leader del pet care in Italia – un’azienda che ha sede a Carasco – inaugura nove Pet store in cinque regioni». A Molfetta non sono da meno, come riporta MolfettaLive: «Joe Zampetti inaugura un pet store a Molfetta», l’undicesimo punto vendita dedicato al “pet care”.

Questi dati sono confermati anche da Help Consumatori (aiuto forse non arriva immediato al consumatore), e non riguardano solo il settore del Pet Food ma anche quello del Pet Care; in effetti se ci sono i caregiver sarà presto inevitabile parlare forse anche dei carepetter, caredogger e simili… del resto è già nato il sindacato dei pet sitter, che si dimostra attento anche al delicato problema del Family Pet Sitter.

Su questo scenario di crollo dell’italiano, gli animali sono pet. Punto. RomaToday (a proposito di → day ho già ricostruito la storia di come anche questo anglicismo è esploso diventando prolifico) usa questa parola invece di parlare – più volgarmente – di cani: «Joy, Janis e Fucur: i pet che aspettano di essere adottati a Roma» (da notare che anche i nomi dei cani sono preferibili in inglese, altro che Fido!). Un po’ più a Sud c’è BariToday, e anche lì non si parla più di cani: «I pet da adottare presso il canile comunale di Bari». Un po’ più a Nord, Trentotoday riferisce: «Pet, ora il veterinario può prescrivere il farmaco equivalente umano: notevoli risparmi».

Su Il Giorno possiamo scoprire come proteggere i nostri cani dalle piante velenose come l’oleandro o il tasso («Tuteliamo i nostri pet anche dai nemici ‘verdi’»); su Qui News Firenze leggiamo «L’armadietto dei farmaci? Si condivide col pet» e su BricoMagazine: «Come esporre il mondo Pet: una guida pratica» e cioè alcune «semplici indicazioni di Visual Merchandising» per «allestire e/o mettere a punto il proprio reparto Pet, shop in shop».
Da riviste il cui nome è fatto solo di news, magazine, day, live… che altro aspettarsi se non la diffusione di pet?
Ma anche quelle tradizionali remano nella stessa direzione.

Su La Stampa del 31 maggio spicca un titolo come «In Cina l’orrore delle Pet Mystery Box: migliaia di cani e gatti morti nei trasporti».

Che cavolo sono le Pet Mystery Box?

Leggendo il pezzo tutto è più chiaro! «Le chiamano Mystery Box e sono delle “scatole misteriose” che si acquistano in Cina senza sapere cosa ci troverai dentro. Si sceglie la categoria, il prezzo e il resto lo si fa fare alla sorte. (…) Fra le categorie in questione ci sono anche cuccioli di cane, gatto, tartaruga, e tantissimi altri animali che purtroppo non sempre arrivano in vita a destinazione.»

Quando ero bambino vendevano le buste a sorpresa. Oggi le chiamano Mystery Box?
Strano, mi son detto. Non avrei mai pensato che i cinesi le chiamassero in inglese. Poi, leggendo di più, ho scoperto che non sono i cinesi a chiamarle così, bensì un gruppo per i diritti degli animali dell’anglomondo. Naturalmente il giornalista non riporta né il nome cinese né la traduzione in italiano, ripete a pappagallo (NdA: i pet alati, colorati e talvolta parlanti) la nomenclatura inglese. Invece di scrivere che in inglese “le chiamano” così, fa sembrare che quel nome sia l’unica espressione possibile con cui battezzare questa pratica orribile. E a questo modo si fanno morire non solo gli animali, ma anche l’italiano.

Dai singoli prestiti a una grammatica generativa

Attraverso questo linguaggio da colonizzati, nel giro di un decennio pet è diventato una categoria superiore, un settore merceologico, la parola nuova per designare cani e gatti restando al passo con i tempi.
Ma non basta. Si può fare molto di più. Come accade con moltissime altre parole si può trasformare in un prefisso generativo che permette di creare infinite espressioni a base pet, anzi, forse si potrebbe dire meglio pet oriented. La nuova tendenza è questa; prima si importa un concetto in inglese e lo si impone (o sovrappone) all’italiano, poi lo si connette alla rete di altri anglicismi che seguono la stessa via, si allargano nel nostro lessico e lo soffocano.

Cosa succede quando un anglicismo diventa una parola di questa portata? Si trascina con sé la tendenza a unirlo a un altro anglicismo, in una distruzione del lessico italiano. E così entrare da qualche parte con il cane si trasforma in pet visiting e l’oroscopo del cane diviene Pet Astrology.

Basta sfogliare i giornali per rendersi conto di cosa sta succedendo.
L’Officiel Italia, sotto la categoria Fashion titola: «Pet Travel di Fendi, gli amici a quattro zampe sono super cool», e l’articolo riferisce della linea di “collari, pettorine, cappottini e travel bag” per gli amici pelosi. La stessa notizia è ripresa da la Repubblica D dove gli amanti dei cani diventano pet loversLa linea firmata dedicata ai pet lovers»); AbruzzoNews annuncia il Pet Pride 2021 di Pescara: kermesse sul mondo animale; RomaToday introduce il concetto di «Pet neonato: tutto quello che bisogna sapere per accoglierlo al meglio», dove la parola cucciolo sembra non esistere! Un paesino di nome Chiusa San Michele, in Valsusa, diventa la Pet Store Valley che lancia «La nuova Linea Pet Green Zoe»; Cose di Casa parla del «Pet festival digitale: con Maxi Zoo (…) per imparare come prendersi cura al meglio dei propri pet»; e in questa manifestazione c’è persino una pet cooking classFestival Maxi Zoo: yoga, pet therapy e una cooking class con gli amici a 4 zampe») in compagnia della Pet Chef Kiki Pelosi.

Si potrebbe concludere con i «Pet influencer, i nuovi fashion blogger a quattro zampe (…). Poser di nascita, occhioni dolci e un guardaroba premium. Chi sono i fashion pet influencer, nuove star dei social che dettano le tendenze.»

In realtà non si conclude affatto. Tra pet therapy, pet friendly, pet food, pet sitter, pet store, pet care, pet travel, pet chef, pet influencer… si arriva al pet + qualunque cosa in inglese. Dunque siamo solo all’inizio.
L’inizio della fine dell’italiano.

Sono “prestiti” questi? Li vogliamo chiamare “doni”?
Sarebbe ora di chiamare le cose con il loro nome: creolizzazione lessicale.

Tra i neologismi della Treccani c’è anche il pet-trainer (2012), cioè un esperto nell’educazione e nella cura di animali domestici. E allora perché non cominciare a parlare di pet coach e pet coaching? E il pet cooking? A quando i pet show, i pet film, i pet toys, i pet hospital, i pet hair style, le pet house…? Chi non ama gli animali avrà presto la possibilità di frequentare le spiagge o gli alberghi pet free?

E accarezzare il proprio cane, o meglio ancora pettinarlo, diventerà il petting?
Potrebbe essere, visto il nuovo italiano del pet journalism.

La nostra legge per l’italiano su “France Culture”!

Venerdì 21 maggio France Culture – il servizio pubblico nazionale francese di RadioFrance – ha parlato della nostra petizione di legge sull’italiano con un articolo firmato da Bruce de Galzain, corrispondente da Roma e dal Vaticano, che voglio di seguito riassumere e commentare (per la lettura in lingua originale per intero → “Italie : trop d’anglicismes dans la langue de Dante”).

Il titolo è Italia: troppi anglicismi nella lingua di Dante e il sommario recita: Mentre quest’anno si celebrano i 700 anni dalla morte del padre della lingua italiana, Dante Alighieri, gli italiani utilizzano sempre più anglicismi. Al punto che c’è chi reclama una legge per difendere la lingua.

L’articolo riprende la recente esternazione del presidente del Consiglio Draghi davanti a parole come babysitting e smartworking – ma il giornalista scrive télétravail, ed è costretto ad aggiungere in una nota esplicativa che da noi viene detto smartworking – e riporta anche la successiva uscita ironica nei confronti di governance invece di un più semplice governo.
(Per saperene di più: → “Ben detto, presidente Draghi: perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” e → “Draghi torna a ironizzare sugli anglicismi…”).

Poi cita le dichiarazioni del presidente della Crusca Claudio Marazzini che ha manifestato il suo entusiasmo per le parole di Draghi, perché – ha sottolineato – quando si critica l’abuso dell’inglese in Italia si viene spesso accusati di provincialismo, ma è un po’ difficile che la stessa accusa sia mossa nei confronti del nostro presidente del Consiglio, vista la sua statura di carattere internazionale.

(Tra parentesi: Marazzini è intervenuto ancora sulla questione con un articolo sul sito dell’Accademia che è il “tema del mese” di maggio: “Perché è utile tradurre gli anglismi“, in cui riconosce esplicitamente che ormai gli anglicismi superano “le distinzioni tra prestiti di lusso e di necessità”).

Il passo di France Culture che più fa riflettere riguarda il lievitare delle parole inglesi durante la pandemia. Il giornalista scrive con un certo stupore: “Gli italiani usano il ‘computer’ [NdA in francese ordinateur] con il ‘mouse’ [in fr. souris, cioè topo] per fare ‘smartworking’ durante il ‘lockdown’”. E davanti a quest’ultima parola, di nuovo è necessaria una nota redazionale per spiegare al pubblico cosa significhi: il confinamento (confinement), come dicono anche in Spagna, del resto.

Per le nuove generazioni, scrive de Galzain che riporta alcune dichiarazioni di giovani intervistati, le parole inglesi suonano meglio. In realtà questo non vale solo per le nuove generazioni, purtroppo… E poi l’articolista mette il dito sul tema dell’inglese internazionale, e riporta le parole di una guida turistica di Venezia, Luca, che spiega che i giovani che viaggiano in Spagna o in Francia non usano più l’italiano, ma comunicano direttamente in inglese perché è la lingua che la gente conosce di più. Alla cultura dell’intercomprensione e del multilinguismo, si potrebbe riassumere, è ormai subentrata quella della lingua unica.

Dopo queste premesse, l’ultimo paragrafo intitolato “La metà dei neologismi sono parole inglesi” è dedicato ai miei dati tratti dallo spoglio dei dizionari. Il passaggio dai 1.700 anglicismi del Devoto Oli del 1990 agli attuali 4.000 del 2021, il fatto che quasi la metà delle parole del Nuovo millennio è in inglese crudo, la loro frequenza esagerata sui mezzi di informazione… Una situazione molto diversa da quella francese.

E la conclusione illustra la nostra petizione di legge per l’italiano e la diffonde così attraverso il canale nazionale!

Il tono del pezzo sembra abbastanza scandalizzato dal fatto che una figura istituzionale come Matteo Renzi abbia a suo tempo varato il Jobs act (che spiega ai francesi essere la réforme du marché du travail) o parlato di spending review (locuzione assente nella banca terminologica France Terme), cioè la réduction des dépenses budgétaires. De Galzain ricorda che dal 2015 l’Accademia della Crusca è intervenuta promuovendo alternative come centri d’identificazione dei migranti invece di hotspot. E nella chiusa rammenta che in Francia, nel 1992, è stato aggiunto nella Costituzione che la lingua è il francese, perché subito dopo il trattato di Maastricht si temeva che l’inglese potesse essere imposto come lingua dell’Unione europea.

Dopo aver letto questo pezzo, a parte rimarcare le grandi differenze culturali e sociali tra la Francia e l’Italia, devo constatare che la nostra iniziativa di legge ha ormai una risonanza internazionale, e infatti in agosto uscirà un articolo che ne parlerà anche su Wiener Sprachblätter – la più importante rivista della più grande associazione linguistica in Austria, il Verein Muttersprache – che sta preparando uno speciale sull’italiano e le celebrazioni dantesche.

Nel nostro Paese, al contrario, sinora i mezzi di informazione non ne hanno quasi parlato e mi chiedo se il “provincialismo” stia nel criticare l’abuso degli anglicismi o nel sciolinarli in modo irrefrenabile, e nel non dare spazio a ciò che all’estero viene invece considerato una notizia…

Ma forse qualcosa sta cambiando: alle 10,15 ne parlerò su Radio24, nella trasmissione Uno, nessuno, 100Milan (con Alessandro Milan e Leonardo Manera) dove interverrà anche uno studente russo, Grigory Revkov, che sta studiando l’italiano. Lo fa attraverso la Rete, frequentando canali su YouTube come quello di Roberto, più noto come UIV (Un Italiano Vero), un professore che insegna la nostra lingua soprattutto agli stranieri che si connettono alle sue dirette da tutto il mondo. È lui che ha scritto alla trasmissione chiedendo di segnalare l’esistenza della petizione di legge. Qualche tempo fa mi ha ospitato in una delle sue dirette, e ho avuto modo di confermare anche lì ciò che da tempo è per me sempre più evidente: chi ci guarda dall’estero non apprezza affatto tutti gli anglicismi che utilizziamo.

Come nell’articolo di France Culture, da tutto il mondo emerge lo stesso stupore davanti alla nostra anglomania. I commenti che arrivano da queste persone che amano l’italiano, e lo vogliono apprendere, sono rammaricati dall’abuso dell’inglese e c’è chi, come Dijana Josifoska, trova “presuntuoso” ricorrere agli anglicismi, o chi come Jonathan Leeming, madrelingua inglese, trova “strano” incontrarli così spesso nella nostra lingua…

Credo che ascoltare questi giudizi internazionali, e quello che dirà Grigory, serva a farci riflettere e non possa che farci del bene!

PS (aggiornamento delle 10,45)
Purtroppo nella diretta su Radio24 non si è fatto alcun accenno alla petizione, che avrebbe dovuto essere il motivo della mia presenza. Aspettavo la domanda, ma ho compreso troppo tardi che non sarebbe arrivata. Devo dunque rettificare il mio avventato “forse qualcosa sta cambiando”.

L’insostenibile leggerezza del riversamento dell’inglese

Leggo la lingua di un giornale come il Corriere della Sera nella sua versione online (noi non diciamo in linea come si può dire in francese e spagnolo) e ripenso a una lettera toccante che ho ricevuto qualche tempo fa. Quella della signora Maria, di 97 anni, disperata perché senza l’aiuto di figli e nipoti non riesce più a capire ciò che scrivono le riviste e i giornali. Ci sono troppe “parole straniere” lamenta. In realtà tutte queste parole vengono da una sola lingua, ma è la loro frequenza ad avere snaturato l’italiano al punto che la comunicazione mediatica diventa ormai incomprensibile per molti cittadini anziani o che non conoscono l’inglese.

Poco importa se conversazioni come quella in figura siano vere o meno, ciò che è incontrovertibile è che l’uso dell’inglese porta all’incomprensione e all’esclusione di alcune fasce sociali.

Se questo è italiano

Il Corriere non è un giornale qualsiasi, è il quotidiano di informazione a maggior diffusione nazionale e il suo ruolo nel formare la lingua è enorme. Purtroppo la lingua che diffonde non è più l’italiano, ma un ibrido dove è in atto da decenni una graduale sostituzione delle parole italiane con quelle inglesi. Gli altri mezzi di informazione, dalla stampa alla tv, non sono da meno, e credo che i giornalisti dovrebbero essere maggiormente consapevoli della responsabilità che hanno quando fanno scempio del nostro patrimonio linguistico.

Sulla pagina del Corriere.it di ieri spiccavano titoli come questo.

48 parole, che diventano 40 se togliamo i nomi propri e due numeri. Quelle inglesi sono 7, ma se togliamo anche gli articoli e le preposizioni dell’italiano non rimane poi molto, è solo una struttura dove inserire il lessico inglese al posto delle nostre parole.

L’ultima frase è significativa: stiamo studiando il modello di New York. Questa dichiarazione ci fa capire che le parole inglesi sono la punta del banco di ghiaccio (non volevo scrivere iceberg): gli Stati Uniti sono il modello prevalente, se non il solo, a cui guardare. Sono un mito di cui scimmiottiamo ogni aspetto. Quello culturale, scientifico, sociale, lavorativo… e dunque linguistico. Gli anglicismi che si riversano nell’italiano sono i sintomi di questa americanizzazione più totale. Se il modello è questo poi accade che invece di parlare di focolaio si cominci a dire cluster, come fosse una cosa naturale.
Negli archivi del Corriere la bassa frequenza di questa parola, prima della pandemia usata con altri significati, esplode:

Hub

La sostituzione sistematica di centro con hub è recente e pesante. Cercando la parola inglese nell’archivio storico de La Stampa, dal 1867 al 2006 ricorreva in 1.246 articoli e come nel grafico (tratto dall’archivio del giornale) ha cominciato a lievitare negli anni 2000.

Quello che è avvenuto con la pandemia è sotto gli occhi di tutti, e nelle versione digitale dello stesso quotidiano compare circa 3.500 volte negli articoli degli ultimi anni.

Il Gruppo Incipit, che dovrebbe occuparsi di arginare gli anglicismi nella loro fase incipiente, tace. Invece bisognerebbe gridare forte per fermare questi picchi che a lungo andare si trasformano in “prestiti sterminatori”: fanno morire le parole equivalenti dell’italiano storico, con il rischio che in futuro parlare di centro ospedaliero potrebbe suonare prima come qualcosa di non moderno e retrogrado, e infine ridicolo.
Se i centri ospedalieri sono hub, i centri vaccinali diventano poi hub vaccinali. Questo è ciò che si legge sulla stampa, si ascolta in televisione e si trova scritto nei luoghi dove ci si va a vaccinare. La gente non può che ripetere questa espressione che si inserisce così nell’italiano in modo sempre più profondo, e poi si allarga. Gli anglicismi non sono prestiti isolati, l’affermazione di ognuno si porta con sé questo tipo di allargamenti e di ricombinazioni creative.

Over

Da anni si parla sempre meno di ultraottantenni, o ultraquarantenni come nell’articolo, e sono tutti over + N, mentre chi è sotto una certa soglia è under, a cominciare dalla nazionale di calcio under21. Prefissi formativi dal greco o dal latino come ipo non vengono nemmeno in mente, c’è solo l’inglese che ormai marca simbolicamente il modo di datarci in una nuova timeline linguistica e concettuale.

In un secolo, dal 1919 al 2019, negli archivi di Google libri si vede bene l’ascesa della frequenza dell’inglese e lo scemare del latino (il trend mostra il boom e l’escalation di over e la de-escalation di ultra, come direbbe qualche giornalista in stile Palombella rossa).

Pensiamo all’insensatezza di una parola-concetto come teenager.
Che cosa accomuna da noi un tredicenne a un diciannovenne? Nulla, a parte l’essere giovanissimi. Il primo va alle medie e l’ultimo all’università, non sono adolescenti, non si frequentano dal punto di vista sociale, non sono una categoria se non nella lingua inglese dove teen distingue il suffisso dei numeri da 13 a 19. Eppure sui giornali spopola. Come se questa categoria facesse parte della nostra lingua e cultura.
E dopo i figli del boom economico, il baby boom che oggi ha prodotto il dispregiativo boomer, le nuove generazioni si esprimono con le categorie angloamericane. Ci sono i Millennial(s) e tutta un’altra serie di etichette veicolate attraverso lettere come X, Y o Z seguite da generation, che non appartengono alla nostra cultura né alla nostra lingua; più in generale i nativi digitali corrispondono anche a una generazione che si può chiamare dei nativi halloweeniani, coloro che sono nati dopo che le multinazionali hanno trapiantato questa festa nel nostro Paese, per i quali è una ricorrenza naturale, come se ci fosse sempre stata, e ben più sentita del Carnevale. In sintesi, non si può separare la lingua dal contesto sociale di cui è l’espressione.

Milano Marathon

Passando dal tempo allo spazio, l’inglese demarca ormai anche il territorio di una città come Milano, dove si parla di district invece che di distretti e la nuova urbanistica ha trasformato la zona Fiera in Fiera Milano City. I quartieri si ribattezzano in inglese, come il Nolo, cioè il North of Loreto, in una più ampia anglicizzazione di tutti gli eventi culturali legati alla città, dove la festa del libro si chiama Bookcity, la Settimana della moda Fashion Week, il Salone del mobile Week Design. La gerarchia degli anglicismi vede l’italiano come lingua di serie B che si usa nel parlato, come fosse un dialetto, ma le denominazioni di ogni cosa sono in inglese, dai gate delle stazioni ai reparti pet food dei supermercati.

E così si è svolta la Milano Marathon, pensata da nativi italiani della «Generali Milano Marathon», a sua volta promossa da Rcs sports & events, che dovrebbe essere la costola di un’azienda italiana. Leggendo l’articolo si scopre che la manifestazione “si articola in due gare competitive, più un format virtuale, aperto a tutti”. Mentre la marathon è la gara più prestigiosa in cui “si sfidano 132 campioni e top runner”, la tradizionale staffetta solidale in favore delle “organizzazioni no profit” si chiama «Lenovo Relay Marathon». Per via delle restrizioni pandemiche è stata proposta la formula, chiamata «Run Anywhere», che permette ai singoli di partecipare alla staffetta tracciando il proprio percorso con le app. “E sono già 5 mila i runner in tutta Italia che si sono iscritti all’evento.”

In questa corsa all’inglese, dove i corridori sono runner e gli amministratori delegati sono CEO (Chief Executive Officer), le multinazionali aprono gli store, e l’alternativa non sono i negozi o i punti vendita, sono gli shop e i market. Quanto alla “filiera tricolore degli store” è un ossimoro che si commenta da solo.

Dai prestiti al riversamento dell’inglese sempre più incontrollabile

Davanti a questi fatti, chiunque abbia un barlume di lucidità e sia in grado di decifrare la realtà, prima che la società, dovrebbe rendersi conto che gli argini sono saltati. Il riversamento dell’inglese nella nostra lingua è uno tsunami, per riprendere la metafora di Tullio De Mauro, che dopo aver considerato per decenni l’interferenza dell’inglese come qualcosa di non preoccupante, nel 2016 si è finalmente reso conto della situazione.

Apro un libercolo di sociolinguistica che spiega che ci sono i prestiti di lusso e di necessità. Lo richiudo e lo ripongo nella sede più consona, nella differenziata insieme alla carta. È una scelta green.

Apro le segnalazioni che mi arrivano dai lettori del Dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi). Ce ne sono almeno 200 in arretrato e in attesa di un vaglio. Sono troppe, sono inarginabili. La maggior parte esistono, circolano, si leggono sui giornali. Ma posso scegliere di prendere in considerazione solo quelle che hanno una certa stabilità, che non sono troppo di settore, che hanno una certa frequenza. La verità è che ormai il riversamento dell’inglese è così esteso che il lavoro di classificazione dei singoli anglicismi è sempre più difficile. Ogni parlante di ogni settore propone il suo a costo di inventarselo, pur di non ricorrere all’italiano. Le radici inglesi si ricombinano in tutti i modi, si allargano, non stanno mai ferme, schiacciano la nostra lingua e la seppelliscono.

Body cam

Qualche tempo fa leggevo della body cam (22/4/21), cioè una telecamera indossabile, se certi giornalisti sapessero l’italiano e non se ne vergognassero. La locuzione è formata, come la maggior parte degli anglicismi, da due radici che si combinano.

Partiamo dal primo elemento. Sul dizionario ho già registrato il body (l’indumento intimo), la body art, il body bag (uno zainetto, nel gergo della moda), il body builder e il body building (culturismo), il body copy (il testo pubblicitario nel gergo dei grafici), la body fitness (forma ottimale), il body painting (pittura corporale), il body scanner (rilevatore corporale), la body sculpture (ginnastica tonificante) e il body sculpturing (rimodellamento tramite liposuzione), il body shaming (il prendere in giro per l’aspetto fisico, che diventa fat shaming se il motivo è essere grassi), la body-dance (danza acrobatica), il total body

Mi viene la nausea.
La maggior parte dei secondi elementi che si legano a body si diramano a loro volta in altri composti con lo stesso effetto domino.


Analizziamo anche il secondo elemento, cam. C’è già la action cam con lo stesso significato di body cam che mi pare troppo instabile, per il momento. Ma domani è un altro giorno, e forse si affermerà! Del resto c’è già la hidden cam, la telecamera nascosta, che fa il paio con la candid cam, ma si può parlare anche di spy cam. E qualche tempo fa avevo avvistato persino l’invenzione giornalistica della trap cam!
Non dimentichiamo la webcam. E le sue conseguenze: le ragazze che fanno gli spettacolini in webcam come si possono definire se non webcamgirl, o cam girl? Ma allora se lo fa un uomo bisogna dire cam boy, in linea con toy boy (e forse tutto è iniziato con i cowboy)…
Ad libitum sfumando (anzi crescendo).


L’itanglese è questo. Tutto va bene purché sia in inglese e non in italiano. Hai voglia a classificare questo cedimento strutturale della nostra lingua e cultura con le categorie dei prestiti di lusso e di necessità, o di quelli utili (utili a chi?), insostituibili (ma dove? Non certo in Spagna e in Francia) e superflui (il superfluo sembra invece l’italiano nell’attuale contesto storico).

Candid Camera e candid Senato

E pensare che camera, nel senso di telecamera, è un italianismo che deriva dalla camera oscura. Poi c’è anche la Camera, con la C maiuscola, dove dal 10 aprile giace una proposta di legge, che il 14 marzo è stata assegnata anche al Senato. Ma ai parlamentari sembra che non interessi discuterla. In compenso ai giornalisti, vista la lingua che usano, non interessa diffondere la notizia della sua esistenza. Almeno quelli italiani, perché la nostra petizione è stata tradotta in tedesco e in agosto uscirà un pezzo su un’importante rivista austriaca che sta preparando un numero speciale dedicato all’italiano e alle celebrazioni dantesche.

Anche i linguisti italiani l’hanno ignorata, al contrario dei quasi 1.000 cittadini che l’hanno sottoscritta in Rete, che crescono di giorno in giorno, e che scoprono dell’esistenza di questa iniziativa non attraverso la stampa o chi dovrebbe occuparsi della tutela della lingua, ma solo attraverso il passaparola non istituzionale.

Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (seconda parte)

Se l’inglese diventa un idioma di rango superiore, tutte le altre lingue – a partire dall’italiano – diventano figlie di un dio minore, e rischiano di trasformarsi nei dialetti locali dell’anglomondo.

Nella prima parte di questo articolo ho mostrato che la soluzione del monolinguismo a base inglese per la comunicazione sovranazionale è una visione politica che si sta affermando, ma non è l’unica possibilità – come in Italia in molti credono – né la via più etica e per noi più conveniente.
Questa visione dell’inglese globale come lingua superiore è poi è alla base del fatto che, sul piano interno, molti anglicismi siano preferiti alle parole italiane e suonino più moderni e internazionali anche quando non lo sono.

Molti pensano che la questione dell’inglese internazionale non c’entri nulla con l’anglicizzazione dell’italiano e con l’invadenza degli anglicismi. E c’è chi difende a spada tratta l’inglese come lingua veicolare, ma è contrario a mescolarlo con l’italiano. In realtà le due cose non sono così separate e hanno un forte legame, perché le lingue non sono sistemi a compartimenti stagni, e la loro interferenza è un fenomeno normale.

Non resta che vedere in che modo l’inglese internazionale si riversa nell’italiano e lo sta trasformando in itanglese.

Dall’inglese internazionale all’itanglese

La penetrazione degli anglicismi nell’italiano, ma più in generale in tutte le lingue, è spesso causata dall’espansione delle multinazionali angloamericane e del loro lessico. I casi più evidenti sono quelli del linguaggio della Rete o dell’informatica, dove la metà delle voci così marcate nei dizionari è in inglese non adattato; ma questo meccanismo di importazione si trova in ogni ambito. Nella giurisprudenza, per esempio, parole come copyright, leasing o franchising si propagano intoccabili in tutto il mondo (come hanno osservato Francesco Galgano o Alessandro Gilioli) per precise disposizioni che hanno a che fare con il diritto internazionale che parla inglese e che potrebbe scontrarsi con altri ordinamenti. Dunque la supremazia della terminologia inglese si impone su quella locale per questi motivi legati ai diversi rapporti di forza.

Dai linguaggi di settore, queste parole finiscono poi nel linguaggio comune.

Perché la pandemia ha portato al lievitare degli anglicismi in tutto il mondo? Perché è un fenomeno internazionale, perché l’Oms parla inglese, perché gli scienziati parlano in inglese. In italia il fenomeno è stato più pesante perché non abbiamo istituzioni che regolamentano la lingua, e dunque abbiamo assorbito senza resistenze il lockdown, il droplet, lo spillover, gli hub, i cluster

Lo stesso vale per le categorie culturali, dalla scienza allo sport. Perché importiamo gli anglicismi con questa frequenza inaudita? Perché pensiamo che sia la lingua internazionale e superiore. Se non ci fosse questa mentalità sottostante non ci vergogneremmo di usare l’italiano.

Burn-out, spike protein e mindfulness

Per comprendere questo processo, in ambito medico-scientifico si può citare il caso dell’Oms (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) che parla in inglese e in inglese decide per esempio di inserire nella sua lista il burn-out (esaurimento professionale) come una sindrome riconosciuta e distinta da altri tipi di esaurimento. La conseguenza di questa scelta è che il termine penetra ovunque in inglese.

Mentre in Spagna c’è la Reale Accademia Nazionale di Medicina che interviene indicando il sostitutivo spagnolo “ufficiale” e sconsigliando l’anglicismo, come avviene anche in Francia, da noi non esistono autorità del genere e siamo in mano ai giornalisti e agli specialisti che parlano l’inglese internazionale e ripetono l’anglicismo senza nemmeno porsi il problema di tradurlo. Il risultato è che le alternative possibili non sono regolamentate, e crediamo che ricorrere all’inglese renda tutto più tecnico. Ma questo liberismo linguistico, figlio della convinzione che la lingua si difenda da sé, non funziona davanti alle forti pressioni dell’inglese globale dominante. Occorre cambiare prospettiva, esattamente come non si può rispondere che i panda si difendono da sé, occorre tutelarli e proteggere la biodiversità.

Voglio fare un altro esempio che mi pare utile per comprendere le conseguenze pratiche di una mancanza di un’autorità e di un punto di riferimento che potrebbe arginare gli anglicismi in Italia.

Quando è arrivato il covid gli scienziati e i divulgatori hanno cominciato a parlare degli spike – cioè gli spuntoni che lo caratterizzavano – e anche di spike protein direttamente in inglese, come fosse normale importare la terminologia anglofona senza traduzione. Poiché in italiano esiste la parola spinula, che in ambito scientifico e biologico indica proprio una formazione anatomica o patologica a forma di spina, ho domandato all’immunologa Maria Luisa Villa se potesse essere una valida alternativa. Mi ha risposto che la trovava un’ottima traduzione e ha anche chiesto un parere al virologo Fabrizio Pregliasco a cui la proposta è piaciuta. Forte di questi pareri autorevoli ho divulgato questa possibilità in un articolo sul portale Treccani e l’ho inserita tra i sinonimi possibili sul dizionario AAA che ormai è diventato una fonte per molti professionisti, visto che è il più grande archivio di riferimento esistente nel nostro Paese e quasi l’unico. Il risultato è che oggi spinula comincia a circolare, e si ritrova per esempio anche in molte voci della Wikipedia. Insomma, se un’alternativa c’è, e viene promossa, è possibile che si affermi, ma se nessuno la individua e la divulga, entrerà nell’uso solo l’inglese senza la libertà di scegliere.
Se questo lavoro fosse fatto da enti istituzionali con una maggiore risonanza e autorevolezza, le cose potrebbero migliorare.

L’altro giorno mi è arrivata la segnalazione di un libro intitolato Diventare grandi con la mindfulness. La mindfulness è una tecnica meditativa che è stata importata dal buddismo, e in lingua indiana si esprime con la parola “sati”, ma negli Stati Uniti hanno ridefinito e riproposto tutto nella loro lingua, e non certo in lingua pāli!
Che cosa fa il francese? La traduce con piena coscienza e in altri modi ancora.
Che cosa fa lo spagnolo? La traduce con coscienza o attenzione piena.
Che cosa fa l’italiano? Nulla. Invece di usare analoghe traduzioni o sinonimie come piena consapevolezza o presenza mentale, ripete a pappagallo con servilismo la parola-concetto così come la si esporta e la si importa. E se qualcuno volesse esprimerlo in italiano? Dovrebbe ricorrere alla creatività espressiva individuale, che genera soluzioni diverse, e non codificate e uniche come nel caso dei tecnicismi inglesi. In questo modo mindfulness diventa il titolo di un libro e penetra nell’uso come fosse qualcosa di intraducibile, come se non fosse a sua volta una ridefinizione di un concetto orientale. È con queste modalità che gli anglicismi diventano “necessari” o “insostituibili”, solo da noi, ovviamente, visto che altrove non lo sono affatto.

In questo quadro, il globalese si riversa nell’italiano con una profondità che non è più possibile spiegare con le categorie del “prestito” che i linguisti continuano ancora a utilizzare senza riuscire a comprendere il fenomeno nella sua profondità.

La newlingua dei WeFood e degli showcooking

La curatrice del sito Buoneidee mi ha rigirato la newsletter della regione Friuli Venezia Giulia che per promuovere il territorio organizza il WeFood, il weekend enogastronomico con showcooking a cui possono aderire i “produttori di food equipment, dai forni alle cucine” pieno di eventi digitali tra cui Food & Wine: come ripartire dopo i lockdown? Il progetto si chiama Academy.

Quando la cucina italiana, che è una delle nostre più importanti eccellenze, diventa cooking (e suggerisco ad Academy di trasformare il lavaggio dei piatti in uno showcleaning che magari genera business), la gastronomia Food, il vino Wine… non stiamo importando anglicismi perché ci mancano le parole. Stiamo distruggendo l’italiano perché stiamo passando alla costruzione di categorie sovra-italiane in una gerarchia lessicale dove al vertice c’è la lingua internazionale. Siamo ben oltre il prestito, siamo alla formazione dell’itanglese da parte di nativi italiani che hanno rinunciato alla propria lingua.

Lettera aperta a Mario Draghi

Il presidente del Consiglio Draghi è finito su tutti i giornali per un paio di uscite contro l’abuso dell’inglese. Ha ironizzato sull’uso di governance invece di governo e, davanti a smartworking e babysitting ha sbottato: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?”.

In una “Lettera aperta a Mario Draghi” ho provato a rispondergli, a ringraziarlo per le sue dichiarazioni e anche a perorare la nostra causa di una legge per l’italiano.

Preferiamo gli anglicismi e li consideriamo più solenni proprio all’interno di una visione più ampia che considera l’inglese come la lingua internazionale e superiore. Non si può far finta di non vedere il legame tra itanglese e globalese!

C’è persino chi ormai lo teorizza esplicitamente e ha gettato la maschera.
In un articolo su Affari italiani (grazie ad Agostino che me lo ha segnalato) il giornalista esce allo scoperto e dice chiaramente “sì agli anglicismi” proclamando che Draghi “sbaglia” a ironizzare sulle parole inglesi, perché “i nostri giovani partecipano a un’agguerrita competizione globale utilizzando termini come advisor, asset, benchmark, board, CEO, CFO, chairman, cluster, compliance, governance, stakeholders, sales, skills, tools e via dicendo.” E allora i “nostri migliori giovani, la vera speranza del Paese (…) non si faranno condizionare da Draghi perché così prevede la globalizzazione.” Secondo l’autore del pezzo, “è sbagliato far passare simili messaggi: il progresso implica che il popolo (…) sia educato a piccoli passi, magari apprendendo gradualmente il significato degli anglicismi, e soprattutto, non avendo alibi per non apprezzare e beffeggiare chi sa ed è bravo.”

Eccolo il passaggio dall’anglofilia all’anglomania in nome del “progresso”, finalmente enunciato senza ipocrisie!
In questa visione allucinante che sta prendendo sempre più piede, l’italiano si deve buttare per parlare attraverso la sua contaminazione con l’inglese. Gli anglicismi educherebbero alla newlingua della globalizzazione un po’ come nel progetto colonialistico del basic english, la riduzione dell’inglese semplificato per le colonie che piaceva tanto a Churchill.
Meno male che c’è Draghi e che – dopo anni di jobs act, navigator, chasback di Stato e chi più ne ha più ne metta – per la prima volta emerge una diversa sensibilità per la questione della lingua da parte della politica e delle istituzioni. Ma invece di essere applaudito da tutti, Draghi viene attaccato da gironalistucoli figli di Nando Mericoni (l’Alberto Sordi di Un americano a Roma) che considerano l’italiano obsoleto, se ne vergognano e sono coloro che lo stanno uccidendo. Questi scribacchini teorici della rinuncia all’italiano sono quelli che prima introducono l’inglese in modo stereotipato e senza alternative – vedi lockdown – fino a farlo entrare nell’uso, subito dopo giustificano la parola dicendo che è ormai è entrata nell’uso (grazie a loro mica alla gente) e non si può più far niente, e nella terza fase ti dicono che se dici confinamento come in Francia e in Spagna sei retrogrado, o addirittura “ridicolo”.

Questa logica si deve spazzare via.

Per questo la nostra proposta di legge chiede campagne di promozione e “raccomandazioni” come quelle utilizzate per intervenire sull’uso – e cambiarlo – nel caso della femminilizzazione delle cariche. Se in un primo tempo “ministra” faceva ridere, adesso si è affermato, perché solo l’uso e l’abitudine fanno apparire una parola bella o brutta – per citare Leopardi – o anche ridicola, solo perché non siamo avvezzi a sentirla.

Non si può pensare di risolvere il problema delle formiche schiacciando quelle che passano, ma bisogna agire individuando il formicaio. Dunque, non ha tanto senso prendersela contro i singoli anglicismi, considerati in modo isolato, perché per uno che si argina a questo modo ne spuntano altri dieci. Bisogna agire sulle cause che inducono alla nevrosi compulsiva che porta a usare le parole inglesi, e sulla testa di certi giornalisti e intellettuali che dovrebbero “decolonizzare la mente”.

La battaglia per l’italiano e contro l’abuso dell’inglese si può condurre solo con questo spirito e su questo piano. E all’ideologia dell’inglese globale è necessario contrapporre un’altra visione politica basata sul plurilinguismo.

La legge per l’italiano è stata assegnata anche alla Camera

Il 20 aprile, la nostra proposta di legge per l’italiano è stata finalmente assegnata anche alla Camera (n. 727, VII Commissione cultura). Il 14 marzo era già stata assegnata al Senato (n. 795, VII Commissione permanente, Istruzione, beni culturali).

A questo punto ha inizio la fase 2: individuare qualche parlamentare sensibile alla questione e convincerlo a chiedere di inserirla nell’ordine del giorno perché sia discussa, altrimenti rimarrà chiusa nei cassetti e sepolta tra i faldoni che mai nessuno leggerà.

I primi contatti con qualche senatore sono già avvenuti, anche se non è facile ottenere risultati. C’è chi sembra completamente indifferente alla questione, chi ha speso qualche buona parola per la lodevole iniziativa ma ha replicato che “però è difficile coinvolgere su questo tema…” e non “è il momento adatto…”, e chi a risposto che ne avrebbe parlato con altri per farci sapere.
Adesso che possiamo rivolgerci anche ai parlamentari della Camera ci sono più possibilità di essere ascoltati e continueremo nella nostra opera di individuazione tempestando di richieste di contatto entrambi i rami del Parlamento.

Per farci ascoltare sarà strategico sia il numero dei firmatari che appoggiano la proposta sia la rassegna stampa che riusciremo a ottenere.

Per questo stiamo lavorando alla campagna “convinci un parlamentare a discutere la nostra proposta di legge”, e per diffondere l’esistenza dell’iniziativa ho preparato anche un video nella speranza sia condiviso dal maggior numero di persone possibile.

Intanto, nel giro di un mese, i 7 firmatari della petizione sono centuplicati, e le adesioni in Rete sono al momento più di 700. Inoltre, qualcosa si muove anche sul panorama mediatico, dopo l’articolo su Oggi, è uscito un pezzo sul portale Italiani.it e oggi parlerò dell’iniziativa nella trasmissione Salvalingua di RadioRadio.

Nel frattempo, voglio chiarire un po’ di luoghi comuni che accompagnano le reazioni alla nostra proposta, spesso percepita attraverso preconcetti che ne distorcono gli intenti e le motivazioni.

Non è la solita battaglia purista

Il purismo non c’entra proprio nulla, è una questione di ecologia linguistica. Il problema degli anglicismi non è quello di bandire le parole straniere per principio, ma è nella sproporzione rappresentata dal numero degli anglicismi e dalla loro frequenza d’uso. Nel 1990 il Devoto Oli registrava 1.700 anglicismi, oggi sono 4.000. Nel 1995 lo Zingarelli ne annoverava 1.800 e oggi 3.000. Ciò significa che nell’arco di una sola generazione abbiamo importato ben più di un migliaio di neologismi in inglese crudo, parole che violano le regole della nostra pronuncia storica e della nostra ortografia e che stanno snaturando il nostro parlare rendendolo una lingua lessicalmente creolizzata. Se il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese è perché il nostro idioma non evolve più attraverso le sue regole endogene e importa tutto ciò che è nuovo da fuori e in una sola lingua: l’inglese. Auspicare la coniazione di parole nuove è tutto il contrario del purismo, storicamente ostile ai neologismi almeno quanto ai forestierismi. A volere ingessare le parole italiane nel loro uso storico, e a farle morire, sono oggi gli anglopuristi che preferiscono importare dall’inglese anziché inventarne di nuove o allargare il significato di quelle già esistenti.
Gli anglomani sostengono che usare l’italiano sarebbe ridicolo, disdegnano ogni soluzione creativa basata sulla nostra lingua, e così nascono i cargiver invece degli assistenti familiari e dei badanti con una nuova accezione, mentre i “non-è-propisti” sbandierano che lo smartworking non sarebbe proprio come il telelavoro, il lockdown non sarebbe proprio come il confinamento che usano invece in Francia e in Spagna, e così via.

E allora chi è più purista? Chi vuole coniare nuove parole o chi vuole relegare l’italiano alla lingua dei morti e non farlo evolvere perché ciò che è nuovo si esprime in inglese?

Non è una battaglia di retroguardia che si scontra con la modernità e l’internazionalismo

Credere che essere internazionali coincida con il parlare l’inglese è una presa di posizione da respingere. Il progetto di portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo a base inglese – la lingua madre dei popoli dominanti – ha origini colonialistiche, non ci conviene e soprattutto non è un dato di fatto né un progetto realizzato, come gli anglomani vogliono fare credere. Accanto all’idolatria dell’inglese come lingua internazionale della globalizzazione, c’è un’altra filosofia da contrapporre, che vede nel plurilinguismo un valore e una ricchezza da tutelare e promuovere. La lingua dell’Europa non è l’inglese, ma come diceva Umberto Eco è la traduzione, e dopo l’uscita del Regno Unito dalla Ue, questo principio dovrebbe essere difeso energicamente. Decisioni come quelle di inserire l’obbligo dell’inglese nei concorsi per la pubblica amministrazione (riforma Madia) o nella presentazione dei Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) violano i principi affermati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (comunicato stampa n. 40/19, 26 marzo 2019) secondo la quale “le disparità di trattamento fondate sulla lingua non sono, in linea di principio, ammesse”, a meno che non esistano “reali esigenze del servizio”, ma in questi casi devono essere motivate “alla luce di criteri chiari, oggettivi e prevedibili”.

In sintesi non siamo retrogradi, abbiamo invece un’altra idea di cosa significhi essere internazionali, e crediamo sia auspicabile fare come fanno in Svizzera, dove il plurilinguismo è un modello che potrebbe essere d’esempio anche all’Europa, oppure come avviene in Francia e in Spagna, dove l’abuso dell’inglese e il suo mischione con la lingua locale non è considerato “internazionale”.

E allora chi è più internazionalista? Chi guarda a ciò che avviene negli altri Paesi a noi vicini e alle lingue sorelle, o chi ha in testa solo l’egemonia dell’inglese?

Non c’è alcun legame con le nostalgiche guerre ai barbarismi

La tutela e la promozione della lingua italiana non sono né di destra né di sinistra, perché la lingua è di tutti ed è un patrimonio culturale che ci accomuna. È triste che molti politici non lo capiscano, e le critiche che sono arrivate da una certa parte della sinistra sono ridicole. Proprio a sinistra dovrebbero capire che l’inglese è accessibile solo ai ceti alti, al contrario dell’italiano patrimonio di tutti, e usare anglicismi poco trasparenti, rendere l’inglese una seconda lingua obbligatoria o farne la lingua della formazione è un disegno che crea fratture e disuguaglianze sociali, e che sta portando a una “diglossia neo-medievale” che esclude molti cittadini.

Non comprendere questo fatto e lasciare la tutela della lingua alla destra è una posizione miope e per loro controproducente. Ma fuori da ogni ideologia e ogni partito, tutti i politici dovrebbero riflettere sul fatto che nel nostro Paese non esiste alcuna politica linguistica. Esistono leggi contro la contraffazione dei nostri prodotti o che tutelano il nostro patrimonio paesaggistico, artistico e culturale, ma sembra che quello linguistico non faccia parte della nostra cultura; e così capita che il progetto di un portale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” lo si chiami in inglese, ITsART! Non intervenire sulla lingua, come si interviene sugli altri aspetti che contraddistinguono il nostro Paese, significa lasciarla morire. Il fatto che l’unico esempio di politica linguistica italiana risalga al fascismo non significa che sia quella la via da riproporre! Basta guardare a cosa accade in Francia, in Spagna o in Svizzera dove la promozione della lingua non ha niente a che vedere con il passato del nostro ventennio. Tutelare l’italiano sempre più schiacciato dall’inglese globale, semmai, dovrebbe essere accostato alla Resistenza!

E allora chi è più nostalgico? Chi non sa vedere altro che la politica linguistica del fascismo o chi ha capito che la politica linguistica è un’altra cosa?

Non vogliamo fare alcuna “crociata”

Le crociate non ci piacciono, e la tutela dell’italiano non c’entra nulla con le crociate. La nostra lingua è minacciata dall’invasione degli anglicismi che in parte sono il risultato dell’espansione delle multinazionali americane che esportano la loro tecnologia, le loro merci, la loro cultura e insieme a queste anche il loro lessico e la loro lingua madre che si vuol far diventare la lingua internazionale.
Purtroppo la nostra classe dirigente sembra colonizzata, e ha in testa solo l’inglese e ciò che arriva dagli Stati Uniti, con la conseguenza che l’espansione della newlingua delle multinazionali è agevolata dall’interno, da una schiera di persone – dai politici ai giornalisti – che abusa degli anglicismi e in questo modo li fissa nell’uso (cashback, jobs act, covid free) facendoli apparire più solenni persino quando sono solo pseudoinglesi.

E allora chi sono i crociati? Coloro che vogliono tutelare e promuovere l’italiano e il plurilinguismo o coloro che vogliono imporre a tutti la lingua e i termini dei Paesi dominanti?

Non ci ispiriamo alle proposte di Fratelli d’Italia

Il 25 marzo, in occasione del Dantedì, qualche onorevole come Fabio Rampelli e Giorgia Meloni ha rispolverato una vecchia proposta di legge che di tanto in tanto ripropongono.

La nostra proposta è stata inoltrata il 22 marzo, ma da questo sito promuovo da anni le stesse richieste, che l’anno scorso sono state abbozzate in una petizione al presidente della Repubblica Mattarella.
La proposta di legge di Fratelli d’Italia, già presentata in una variante del 2018, conteneva alcune frasi copiaincollate da questo sito (lo avevo già scritto e spiegato a suo tempo), dunque non siamo noi a ispirarci a questo tipo di proposte, che sono tra l’altro profondamente diverse dalle nostre, nelle soluzioni prospettate e nei principi di partenza.

La legge di Fratelli d’Italia è incentrata soprattutto su una riforma costituzionale e su un generico appello alla legge Toubon che ne ammira gli aspetti proibitivi. Gli unici punti di contatto con la nostra proposta sono nell’evitare l’inglese nel linguaggio istituzionale e nella richiesta di inserire l’italiano nell’articolo 12 della Costituzione (quello che fissa i colori della bandiera). Questa seconda richiesta, però, ha per noi un valore simbolico più che pratico, in quanto la Corte Costituzionale ha già più volte sancito che l’italiano è la nostra lingua. Dunque, al centro delle nostre proposte ci sono altre cose, e le 11 richieste avanzate sono molto più concrete, incentrate sulla promozione e il convincimento attraverso campagne mediatiche e soprattutto legate al tema del plurilinguismo. Fratelli d’Italia, al contrario, auspica e promuove “la creazione di una generazione pienamente bilingue, con la perfetta padronanza della lingua inglese”, e non vedo una convergenza sulle nostre richieste che riguardano i Prin, la legge Madia. la dfesa dell’italiano come lingua della formazione o la sua tutela in Europa per fare in modo che ritorni a essere lingua di lavoro.

Per firmare e appoggiare la legge schiaccia l’immagine!

Fatta chiarezza su questi aspetti, non mi resta che ribadire che la nostra proposta di legge viene “dal basso” ed è assolutamente slegata da ogni ideologia di partito, dalla sinistra alla destra.

I tentativi di coinvolgere i parlamentari che seguiranno saranno rivolti ai responsabili della cultura (e non solo a loro) di ogni schieramento, per tentare di dare vita a una corrente per l’italiano il più possibile trasversale.

Utopistico?

Certamente. Ma bisogna almeno provarci, ed è sempre meglio che lamentarsi e non fare nulla.

Massacrare l’italiano e parlare itanglese non significa “stare al passo con i tempi”!

Sono appena tornato da un viaggio di lavoro e ho ancora in testa il martellamento della comunicazione delle Ferrovie dello Stato dove, in tempi di pandemia, i biglietti sono in modalità conctaless, ed è attiva la nuova modalità del self check-in. Come si legge sul sito del Gruppo Fs itanglesi: “consente al viaggiatore di certificare con un click [con la “k”] la propria presenza a bordo, riducendo le verifiche fisiche del ticket da parte del controllore (…). Intelligenza artificiale, digitalizzazione e gestione dei dati sono driver per contenere l’emergenza” e la nuova app di Fs “è ormai pronta per il lancio negli store”.

Sul Frecciarossa mi hanno anche dato un sacchettino chiamato Health & safety kit, cioè una mascherina usa e getta, una lattina di acqua e una bustina di disinfettante. Potrei andare avanti a lungo a illustrare questa nuova comunicazione “al passo con i tempi” unita ai posti di blocco dei gate delle stazioni, tra esercito, polizia, uomini in giallo con la scritta cleaner service sulla tuta che si occupano della pulizia e altri con health service o cose del genere che prendono la temperatura. Tutto ciò lascia l’impressione di vivere in un Paese occupato. Non c’è alcuna polemica sulle misure contro il/la covid che tutti speriamo svanisca presto, sia chiaro. Ma l’occupazione linguistica è ormai innegabile. E non è affatto passeggera.

La cosa più grave è che arriva dalle istituzioni.

Vax manager e screenshot

Sul sito della regione Lombardia, che insieme alle Fs è un altro potente apparato che diffonde l’itanglese, possiamo leggere che “le ATS territoriali hanno individuato un referente vaccinazioni disabili territoriale, il Vax Manager.”

Vax manager? Non ci bastavano i no vax, il vax day… né i covid manager, i covid hospital, i covid pass, il covid free… e il qualunque cosa in inglese + covid!
Le radici inglesi (e pseudoinglesi) si ricombinano in tutti i modi e prendono vita. Questi non sono più prestiti isolati, sono una nuova grammatica generativa che sta stravolgendo la nostra lingua. Le porzioni di Dna linguistico inglesi sono sempre più prolifiche, e questo lessico del nuovismo in itanglese sta uccidendo l’italiano, che non sa più esprimere con le sue parole tutto ciò che è nuovo da almeno vent’anni. Gli anglicismi sono così tanti e si diffondono e allargano così rapidamente che non è più possibile farne una lista.

Carla Crivello mi segnala l’ultima sentenza della Cassazione: sancisce che gli screenshot hanno la stessa valenza documentale della fotografia, per cui la schermata, la cattura dello schermo, il fermo immagine di una chat, la sua fotografia, insomma, costituisce prova legale (Cass. Pen., sez. III, n. 8332/2020). Così screenshot è diventato ormai il nome uniforme e ufficiale delle sentenze. Il che è solo uno degli infiniti esempi di anglicismi anche in questo ambito (tra mobbing, stalking e tanti altri).


Senza un’istituzione che fissi le regole dell’italiano e le alternative all’ingese come nelle banche dati terminologiche e nelle leggi francesi o nelle prescrizioni che esistono nella lingua spagnola non ne usciamo.

Se leggiamo i giornali, la frequenza dell’inglese fa rabbrividire. Se accendiamo la televisione anche. Martedì scorso Giovanni Floris (Di martedì, La7) intervistava un espertone nutrizionista a proposito del comfort food. Il luminare rispondeva con sapienza che cosa significa, e spiegava perché certi alimenti hanno queste caratteristiche appaganti che inducono a non smettere come fosse una fondamentale scoperta degli ultimi tempi (una ciliegia tira l’altra si diceva nello scorso millennio) che evidentemente viene dall’America! A nessuno è venuto nemmeno in mente di dire semplicemente cibo consolatorio. No. Il cibo è ormai food, l’italiano non esiste e c’è solo l’inglese.

Vogliamo parlare della Rete?
In questo momento sto scrivendo un post per il mio blog su WordPress, che mi impone questo linguaggio, e le funzioni dell’interfaccia mi parlano di homepage, link, feedback, layout, widget, plugin


È tutto così. Il mondo in cui siamo immersi è questo e parla questa newlingua dal sapore orwelliano.

Che cosa può fare il cittadino? L’uomo della strada, la casalinga di Voghera… chiamatelo come volete. Non può che imparare dalle parole dell’esperto che sfoggiando l’inglese mostra la sua superiorità. E non può che ripetere le parole del giornalista che dovrebbe fare il divulgatore, ma dice solo comfort food, senza alternative, introducendo una sorta di termine-nome-proprio.
Come avviene con screenshot, con il linguaggio del Fs, con quello della regione Lombardia, dei giornali, della tv, della Rete, e delle merci.

Grow shop e canaperie

Le parole nuove sono inglesi, ma accanto a queste c’è una sostituzione sempre più ampia anche delle parole vecchie, del nostro lessico storico.

Un lettore mi segnala che i negozi di canapa legale e dei suoi derivati si chiamano grow shop.
Pochi sanno che sino ai primi del Novecento l’Italia era il primo produttore mondiale di canapa (secondo alla Russia per quantità, ma non per qualità) e che le distese di canapa si estendevano dall’Emilia sino al Veneto, ma anche al Sud. Con l’eccezione di qualche rimedio analgesico che era piuttosto comune preparare nelle farmacie (cfr. Giorgio Samorini, L’ erba di Carlo Erba, Nautilus Edizioni 1996), il principio psicoattivo della canapa era da noi più o meno sconosciuto, anche perché le varietà italiane avevano una percentuale di thc bassissima. I canapai vivevano su un’economia plurisecolare dove della canapa, come del maiale, non si buttava via niente. Si ricavavano i tessuti, la carta (senza il problema del disboscamento), le gomene delle navi, l’olio per le lampade, i semi erano usati per l’alimentazione del pollame… Pochi sanno che in tempi di autarchia fascista Mussolini creò il consorzio della canapa e nazionalizzò la produzione italiana per contrastare il mercato estero dei tessuti di cotone e juta e che era industrializzato e più conveniente. Intanto le gomene delle navi furono sostituite dai cavi di acciaio, la medicina erboristica fu sconfitta dalla farmacologia chimica. La Bayer a fine Ottocento brevettò e mise sul mercato un paio di farmaci da banco destinati a cambiare la storia. Uno era l’aspirina, l’altro l’eroina. Avete capito bene, sì, l’eroina! Presto fu però ritirata dal mercato per i suoi effetti devastanti e più tardi, negli Usa, dopo il fallimento del proibizionismo degli alcolici, nacque un potente movimento proibizionista contro le droghe e in particolare la marijuana, la droga dei “messicani e dei negri” di cui vennero denunciate le catastrofiche (e false) conseguenze sociali con una campagna mediatica di ampia portata. Circolavano pseudocumentari per le scuole e per i circuiti cinematografici che mostravano scenette come quella di un fratello e una sorella che dopo aver fumato marijuana si abbandonavano all’incesto per poi suicidarsi gettandosi dalla finestra. Per le pressioni americane, l’Onu sarebbe arrivata persino a perseguire esplicitamente l’intento di estirpare la pianta – sì: la pianta non la sostanza che se ne ricavava – dalla faccia della terra; e dietro non c’era solo la retorica fondamentalista del proibizionismo, c’erano anche ben altri interessi economici, visto che l’economia storica della canapa era in competizione con altre economie che riguardavano l’area angloamericana.

Ho divagato, lo so. Ma il punto è che oggi proprio dagli Stati Uniti importiamo una nuova prospettiva che recupera la canapa come prodotto ecologico e sostenibile, e in questa ventata di antiproibizionismo anche della sostanza psicoattiva per usi medici o ricreativi, tutto sembra una novità d’oltreoceano che si esprime con i loro “termini”. Canaperia non viene in mente a nessuno e la secolare storia produttiva dell’Italia è sepolta dall’anglonuovismo e dimenticata. Ma tanto ormai i negozi sono shop e store. E il cerchio si chiude.

Crocheter e knitter, caregiver e delivery…

In Rete e su YouTube si stanno affermando parole come crocheter e knitter per indicare chi lavora a maglia con uncinetto o ferri, e Irene, un’appassionata di queste pratiche, si chiede come si potrebbe dire in italiano.

Nell’italiano storico esiste magliaio/a per indicare chi lavora a maglia, e telarista che era però riferito a chi lavora al telaio. Il lavoro a maglia è antico, e lo è anche lo sferruzzare (verbo che compare abbondantemente nei testi letterari) da cui si può legittimamente ricavare sferruzzatore/trice, perfettamente comprensibile e che ha già una sua presenza. Storicamente lo sferruzzare era legato al “fare la calza” e per indicare le donne che sferruzzavano si parlava anche di “calzettaie”, oggi poco riproponibile. Esisteva anche “agucchiante” derivato da ago/agucchiare (dal diz Battaglia: Negri 2-837: “La donna del popolo agucchiante alla finestra appare come un’umile cosa”) e si usava anche “infilzare” (nel lavoro ai ferri: avviare la maglia, mettere i punti, sferruzzare). Nella nostra lingua ci sono i merletti ma non le merlettatrici e anche cucitore è un vocabolo più ampio, come tessitore. Sembra insomma che non ci sia mai stata l’esigenza di dare un nome alle lavoratrici a maglia, fuori da magliaia, lo stesso significato generico dell’inglese, mi pare, solo che oggi lo importiamo con una restrizione del suo significato come fosse un tecnicismo che indica una cosa ben precisa. Dunque magliaia non va bene. E quando si sente l’esigenza di una parola nuova l’italiano storico si butta, non si recupera.
Se si proponesse la parola infilzatrice si risponderebbe che è ridicola, o troppo generica o poco appropriata; se si proponesse sferruzzatrice l’obiezione potrebbe essere: “Sferruzzare non può essere che con i ferri. Inoltre adottare lo stesso termine creerebbe confusione.” Uncinettatrici? Uncinettole? Inventare parole sembra che non appartenga più alla nostra cultura. Adattare meno che mai. E allora suvvia… Importiamo dall’inglese!

Ma perché? Mi chiedo. Perché l’italiano non può evolvere, estendere il significato del suo lessico in senso lato come è avvenuto per secoli, e perché sferruzzare non si può recuperare, così come navigare oggi non significa tecnicamente solo “andar per mari” ma anche consultare la Rete? Non mi pare che ciò porti alcuna confusione. Da dove nasce l’idiozia che sia necessaria una parola specifica per ogni cosa, quando la lingua è metafora e le parole hanno un significato che non si può slegare dal contesto?

Un’altra lettrice ha rivendicato tutta la differenza tra badante, una professione, e caregiver, l’assistente familiare che bada ai parenti in difficoltà ma non è una figura riconosciuta ufficialmente. Ma perché badante – lett. colui che bada, participio presente di badare – non può estendersi a indicare in senso più ampio anche queste persone? Che cosa c’è di male se dico che faccio da badante ai miei genitori anziani? Dove sta scritto che il campo semantico di badante è solo nel prendersi cura a pagamento?

Certo, nell’uso questa è l’accezione che si è imposta, ma l’uso si cambia e si amplia, la lingua evolve. Perché dovrebbe evolversi solo attraverso l’inglese? E così i caregiver vogliono il loro riconoscimento in inglese, e lo stesso avviene quando nascono i sindacati dei rider o dei pet sitter, in un contesto sociale dove a nessuno viene neppure in mente di trovare parole italiane; e questo li danneggia, perché poi non riescono a far arrivare a tutti le loro legittime richieste, tanto che Zaia – dunque un presidente di regione, non propriamente l’uomo della strada – in una recente uscita televisiva ha definito un caregiver come un autista dei disabili, dando un’interpretazione tutta sua della parola che collegava forse a car, cioè automobile.

Cosa accomuna tutti questi anglicismi?

Sotto il proliferare di ogni singolo anglicismo c’è una mentalità ormai radicata che ci fa considerare l’italiano solo nei suoi significati storici, mentre ciò che è nuovo si deve differenziare attraverso una nomenclatura in inglese. È la logica per cui oggi, se diciamo calcolatore, pensiamo agli apparecchi di una volta, perché quelli moderni si chiamano computer. Eppure in inglese sono ancora computer come quelli di una volta, così come in francese erano e sono ordinateur, e in spagnolo computador. Solo in italiano abbiamo sostituito la parola che usavamo, altrove le parole si evolvono, da noi usarle viene spesso considerato ridicolo.

C’è persino un commentatore che ha osservato che delivery non è come la consegna a domicilio, in quanto ti possono portare la pizza anche in ufficio, non solo dove hai il domicilio!
Ci rendiamo conto del livello che stiamo rasentando?

Perché avviene tutto questo?
La risposta è nel linguaggio delle ferrovie, della Cassazione, della regione Lombardia, della tv, dei giornali, della Rete, della tecnologia, delle merci globalizzate… Stiamo al passo con i tempi! Usiamo l’inglese e massacriamo l’italiano! Facciamolo morire. C’è addirittura chi ha fatto della massima “i termini non si traducono”, la sua (pessima) prassi di lavoro terminologico. Se una parola esiste già, bene, altrimenti la si importa in inglese. Se l’inglese è già in uso, poi, questo uso diventa sacro e insostituibile! L’italiano, in altre parole è morto! La possibilità di creare un neologismo, di adattare o di allargare vecchi di significati e di intervenire sull’uso – come avviene nelle banche dati terminologiche francesi e spagnole – non è nemmeno contemplata.

Davanti alla retorica ipocrita dell’uso “sovrano”, sacro e inviolabile, gli anglomani anglopuristi non raccontano che l’uso non è affatto qualcosa di “democratico” e popolare che che viene dal basso, dalle esigenze dei parlanti, come fanno credere. L’uso che si impone dal basso è di solito bollato come errore, e dunque scrivere “qual’è” con l’apostrofo, o usare “piuttosto che” con il significato di “oppure” invece di “anziché” sono condannati (aggiungo per chiarezza: giustamente!), benché largamente diffusi. Invece l’altro uso, quello dell’inglese imposto dall’alto, dai mezzi di informazione alle istituzioni, viene osannato come tecnico, necessario, internazionale e al passo con i tempi. In questo caso l’uso è sacro. Persino quando a far la lingua non sono più i nativi italiani, ma le multinazionali d’oltreoceano che si espandono e ci impongono le loro parole come follower, snippet, leasing, cheeseburger… Invece, quando si deve intervenire sull’uso per cambiare la storia e introdurre il linguaggio inclusivo, il politicamente corretto (entrambi importati dagli Usa) o la femminilizzazione delle cariche, ecco che educare a parlare nel giusto modo diventa non solo possibile, ma auspicabile e doveroso. Due pesi e due misure che remano in un’unica direzione: importare il pensiero unico che sempre più spesso si esprime in una sola lingua.

La newlingua orwelliana

E nei Paesi anglofoni cosa accade? Pensate che anche loro non traducano i termini stranieri?

Ho appena letto uno studio specialistico sulla traduzione in inglese dei termini giuridici del codice penale italiano e del diritto romano, e le scelte traduttive sono orientate alla lingua del ricevente, mica attente a non profanare la lingua di provenienza. Visto che per loro non esiste il concetto di “ergastolo” non è che lo importano in italiano, non essendo deficienti lo traducono letteralmente con life sentence. La Corte di Cassazione è un organo che non esiste negli ordinamenti di common law, dunque il “ricorso per cassazione” diventa “appeal to the Court of Cassation”, adattato: non dicono certo Cassazione! Ma fuori dalla terminologia, anche l’inglese comune è richissimo di parole estere che però ha fatto sue attraverso l’adattamento (come avviene normalmente nelle lingue sane) a cominciare da quelle italiane. Disegno è diventato design, schizzo sketch, maschera mascara, maneggio ha generato manager, novella novel… mentre noi oggi reimportiamo queste nostre parole con il restyling in inglese. Siamo ormai colonizzati linguisticamente, e il nostro servilismo è sempre più assurdo.

Tra i consigli d’autore sulla scrittura, George Orwell, nel saggio La neolingua della politica (1946), consigliava: “Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o la parola di un gergo speciale se si riesce a trovare un equivalente nella lingua quotidiana” (p. 65). Inoltre, scriveva: “Non c’è davvero bisogno delle centinaia di espressioni straniere ormai di uso comune in inglese” e addirittura tuonava contro le radici latine e greche (p. 37) che suonavano più solenni di quelle anglosassoni.

Gli anglomani, se amano così tanto l’inglese, dovrebbero fare come gli inglesi! Dovrebbero riflettere maggiormente sulla necessità di recuperare la propria lingua, invece di trasformare l’angloamericano nella newlingua che ricorda proprio quella del grande fratello di 1984.

Voglio concludere con una citazione di Orwell tratta dal bel libro appena uscito a cura di Massimo Birattari (La neolingua della politica, Garzanti, Milano 2021, p. 59, grassetto mio):

“…la decadenza della nostra lingua è forse curabile. Coloro che lo negano sosterrebbero, se mai volessero produrre un’argomentazione, che la lingua si limita a riflettere le condizioni sociali presenti, e che non possiamo influenzare il suo sviluppo armeggiando direttamente con parole e costruzioni. Dal punto di vista del tono generale e dello spirito di una lingua, questo potrebbe essere vero ma non lo è nei dettagli. Parole ed espressioni sciocche sono spesso scomparse, non per mezzo di un processo evolutivo ma grazie all’azione consapevole di una minoranza.”

Anche l’italiano di oggi riflette le condizioni sociali presenti. Non so se l’itanglese è curabile. Di sicuro è necessario combatterlo attraverso una battaglia culturale non rivolta contro i singoli anglicismi, ma contro la nostra anglomania, il nostro servilismo e il nostro senso di inferiorità. Non è questione di fare i puristi, come lo era Orwell che se la prendeva con i cattivi scrittori e anche con le brutte espressioni angloamericane. La questione riguarda l’ecologia linguistica, e cioè la sproporzione dell’inglese e il numero degli anglicismi che ha ormai superato ogni limite tollerabile dal buon senso e sta snaturando completamente la nostra lingua.

È necessario promuovere e difendere l’italiano non per principio, ma perché sta soccombendo.

Lo abbiamo chiesto l’anno scorso al presidente Mattarella e oggi lo chiediamo in modo più articolato in una proposta di legge per l’italiano (ringrazio le oltre 650 persone che la stanno appoggiando con le loro firme).

E poiché lo Stato non fa alcuna campagna contro l’abuso dell’inglese, come accade invece in Francia o in Spagna, non resta che provare a fare qualcosa attraverso l’azione consapevole di una minoranza.

Questi sono i video di una campagna fatta dai volontari del portale Italofonia. Una minoranza senza finanziamenti né riconoscimenti, ma che non si arrende.

Inglese internazionale o plurilinguismo?

A Milano, capitale dell’itanglese, in metropolitana la segnaletica è bilingue, italiano e inglese, e lo stesso accade per la comunicazione sonora: a ogni fermata riecheggia l’annuncio bilingue che ripete in modo ossessivo: “Prossima fermata… next stop…”
Nelle ore di punta l’utenza è formata più che altro da pendolari ammassati – almeno prima della pandemia – mentre nelle ore serali c’è un’alta concentrazione di arabi, cinesi, sudamericani… gli anglofoni sono piuttosto rarefatti, insomma. Ma dietro questo tipo di comunicazione c’è una precisa filosofia: straniero = inglese = lingua internazionale. Questi annunci sono un martellamento, un lavaggio del cervello che in modo ipnotico ci abitua alla presenza e all’essenzialità del solo inglese.
Anche prendere un treno significa immergersi in questa logica. Una volta c’erano le targhette con scritto “Vietato sporgersi” o “Non gettate alcun oggetto dal finestrino” affiancate dalle traduzioni in francese, tedesco e inglese. Oggi la traduzione è solo in inglese. E per di più l’inglese sconfina sempre maggiormente, e prende il posto dell’italiano. Nelle stazioni o negli aeroporti francesi, spagnoli o portoghesi ci sono le porte per l’imbarco, in Italia ci sono solo i gate. Viaggiare ai tempi del covid implica non occupare i posti con i divieti, ma i cartellini marcatori nella comunicazione delle Ferrovie dello Stato si chiamano marker (“il distanziamento è garantito da specifici marker sui posti non utilizzabili”), mentre ai passeggeri si “spiega” che “è ripresa la distribuzione del welcome drink a bordo treno” o che sui Frecciarossa ai “nuovi servizi di caring a bordo treno” si aggiunge la consegna gratuita “del safety kit gratuito a tutela della salute”, per garantire un protocollo covid free attraverso l’incentivazione di Qr code e ticketless

In treno è meglio non appoggiare le borse sul “desk”, tutto chiaro in questa “semplice indicazione”?


L’inglese internazionale e l’itanglese sono due fenomeni diversi, ma nascono dallo stesso humus e si alimentano dalla stessa mentalità sottostante che idolatra l’inglese come lingua superiore (cfr. “Globalese e itanglese: le relazioni pericolose”).

Il progetto di portarci sulla via bilinguismo italiano/inglese

Il progetto di portare ogni Paese sulla via del bilinguismo a base inglese è mondiale, e spesso è spacciato attraverso la parola plurilinguismo, che è invece l’esatto opposto: l’imposizione del globalese, la strategia dell’inglese globale, è tutto il contrario del plurilinguismo, che considera la diversità linguistica una ricchezza e un valore da tutelare e promuovere.

Il ricorso all’inglese sovranazionale in parte coincide con l’egemonia economica e culturale degli Stati Uniti – e dunque con la globalizzazione – e in parte è figlio di un imperialismo linguistico di natura coloniale storicamente legato all’espansione del Regno Unito e all’idea di Churchill di continuarlo da un punto di vista linguistico-culturale attraverso l’alleanza con gli Usa:

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” (discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre 1943).

Ne ho già parlato più volte, e lo ribadisco: considerare l’inglese come la lingua internazionale che risolve i problemi della comunicazione tra i popoli non è una scelta neutra, come potrebbe essere per esempio l’esperanto, è un enorme vantaggio per i popoli dominanti che impongono a tutti gli altri la propria lingua madre, senza doversi occupare di apprenderne altre. Questa visione non è un assioma indiscutibile, è solo una scelta possibile che si può benissimo mettere in discussione, e per tanti motivi. Eppure da noi il dibattito manca. La nostra classe politica e dirigente, con la complicità di intellettuali e giornalisti, ci fa credere che il globalese sia una realtà compiuta, e non un progetto politico, e lo fa in modo piuttosto subdolo, sia attraverso la propaganda di notizie false sia attraverso prassi subliminali che ci abituano gradualmente, anno dopo anno, ad accettare questa ideologia senza accorgercene e senza che ci sia un dibattito.

Queste prassi surrettizie sono infinite. La sostituzione della comunicazione multilingue dei treni con quella italo-inglese si inserisce in un contesto molto più ampio che vede l’Italia in prima linea nella diffusione dell’inglese globale.
Un tempo a scuola si poteva scegliere se studiare come seconda lingua il francese o l’inglese, oggi c’è solo l’inglese, ben propagandato dalle tre “i” della scuola di epoca berlusconiana e della Moratti ministra dell’istruzione (Inglese, Internet e Impresa). Il Politecnico di Milano di fatto eroga la maggior parte dei suo corsi in inglese, nonostante le polemiche e le sentenze.
Nel 2019, per essere “internazionale” la Rai ha annunciato la nascita di un canale in lingua inglese, mentre gli analoghi progetti dei canali francesi, russi o della stessa BBC (che trasmette in 45 lingue diverse) prevedevano trasmissioni in tante lingue, dallo spagnolo all’arabo, per arrivare a tutti. In realtà Rai English, che ci è costata 2 milioni di euro, è stata solo l’ennesimo progetto naufragato e mai realizzato, ma la mentalità sottostante gode di ottima salute. Sino al 2017 nei concorsi per la pubblica amministrazione era obbligatorio conoscere una “seconda lingua”, ma la riforma Madia ha sostituito tutto con la “lingua inglese” che è diventata un requisito obbligatorio. Questa stessa logica si ritrova nell’obbligo di presentare i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) in inglese, con il paradosso che un progetto su Dante o sul diritto romano (basato sul latino) debba essere presentato in inglese! Perché?
Perché decennio dopo decennio il nostro Paese sta perseguendo il disegno churchilliano – che non ci conviene affatto – in modo subdolo.
Uno degli esempi più recenti è l’introduzione della nuova carta d’identità in italiano e in inglese.

La nuova carta d’identità italiana, bilingue, e quella tedesca che include anche il francese, come avviene in Austria, e ovunque sul passaporto.

Credete che sia normale che debba essere così visto che siamo ormai cittadini europei? Allora siete stati ben colonizzati. Perché nel passaporto italiano e degli altri stati europei c’è anche il francese, ma nel nuovo documento elettronico la terza lingua è stata fatta sparire?

Un cittadino francese, Daniel De Poli, davanti alla nuova carta d’identità di stile anglo-europeo in francese, ha protestato con il delegato del ministero degli Interni, mostrando che in Germania il nuovo documento prevede, oltre al tedesco, anche il francese e l’inglese (lo stesso vale per l’Austria), come nel caso del passaporto europeo. E di fronte alla risposta che la scelta era motivata dall’essere l’inglese lingua internazionale, Daniel si è rivolto all’associazione di difesa francofona AFRAV che il 20 marzo 2021 ha presentato un ricorso perché questa decisione è illecita.

In Italia non credo che esistano associazioni del genere, e forse nessuno si è nemmeno mai posto il problema.

Notizie false e propaganda

Accanto alle prassi che ci abituano al bilinguismo e oscurano il plurilinguismo c’è poi la propaganda delle false giustificazioni. Una delle più gettonate, per esempio, è quella di sostenere che in ambito scientifico l’inglese internazionale ha preso il posto del latino che una volta era la lingua franca degli scienziati. Un’affermazione falsa sotto molti punti di vista. In primo luogo il latino era semmai la lingua dei teologi, cioè coloro che hanno condannato Galileo, visto che il “padre” della scienza aveva abbandonato il latino del Nuncius sidereus per scrivere il Dialogo dei massimi sistemi e il Saggiatore per la prima volta proprio in italiano. E anche se alcuni scienziati hanno continuato a usare il latino ancora sino all’Ottocento, la rivoluzione scientifica è avvenuta soprattutto nelle lingue locali. Inoltre, il latino di teologi e scienziati non era la lingua madre di nessuno, era una scelta neutra e il paragone inglese-latino regge solo se il confronto lo si fa con il latino dell’epoca imperiale, quando i Romani conquistavano e colonizzavano imponendo i propri i costumi e dunque anche la propria lingua. In terzo luogo non è affatto vero che l’inglese sia la lingua della scienza ovunque e in ogni ambito (cfr. “Inglese unica lingua della scienza? Non dovunque”).

La bufala che ci fa credere che l’inglese globale sia una realtà già compiuta, invece che un disegno che si vuole realizzare a scapito del plurilinguismo, è molto gettonata, ed è l’alibi preferito dagli anglomani. Eppure, proprio secondo i rapporti 2020 dell’Ef Epi – un’organizzazione che stila classifiche sulla conoscenze dell’inglese nel mondo per esaltarne i benefici – l’Italia è al 26° posto in Europa, quindi siamo messi malino. Stando ai rapporti Istat 2015, tra chi sa una o più lingue straniere (quindi solo una parte della popolazione), l’inglese è conosciuto dal 48,1%, il francese dal 29,5% e lo spagnolo dall’11,1% . In sintesi l’inglese è masticato da una minoranza degli italiani, e se si passa all’analisi del livello di conoscenza le cose precipitano: il 28% dichiara una conoscenza scarsa, il 27% buona e solo il 7,2% ottima.

La conoscenza dell’inglese appartiene ai ceti sociali alti, e come ha osservato il linguista tedesco Jürgen Trabant tutto ciò porta a una moderna “diglossia neomedievale” che esclude una larga fetta di popolazione che non ha accesso a questa lingua. I nostri politici, invece di tutelare e promuovere l’italiano, e gli italiani, sembrano invece favorire questa frattura sociale con provvedimenti come quello della riforma Madia. Il loro progetto è quello di farci diventare bilingui, e non quello di promuovere il plurilinguismo. Ma l’inglese globale è una discriminante anche fuori dall’Italia.

Uno dei firmatari del nostro disegno di legge per l’italiano è Jean-Luc Laffineur, italiano che risiede in Belgio, presidente di un’associazione che si batte per una Governanza Europea Multilingue (Gem+).
Mentre nell’Unione Europea – di cui il Regno Unito non fa più parte – è in atto un dibattito sullinglese come presunta seconda lingua, e ci sono fautori dell’euroinglese e quelli dell’inglese britannico, Laffineur interviene con un articolo in cui snocciola numeri e statistiche. L’inglese è la lingua madre di una minoranza di europei: irlandesi e maltesi rappresentano circa l’1,5%, mentre il tedesco è la lingua madre di circa il 20% dei cittadini europei, il francese del 16% e l’italiano del 15%. Anche se l’inglese è la seconda lingua più studiata in Europa (anche grazie ai programmi scolastici che fanno in modo che sia così), non significa che tutti la padroneggino: solo il 15% dichiara di saperlo fare, mentre il 38% dichiara di conoscerla abbastanza per sostenere una conversazione, ma solo il 25% è in grado di comprendere le notizie di giornali e tv. Il tedesco, il francese, l’italiano e lo spagnolo rappresentano insieme circa il 60% delle lingue native della popolazione dell’UE. Se si aggiunge il polacco, questa cifra sale a circa il 70%.
Come scrive Laffineur, la lingua dell’Europa non è però solo un problema di democrazia, ma anche di potere, che si esercita attraverso la lingua, e di identità linguistica. Invece di chiederci quale sia la lingua da imporre all’Europa, perché non dovremmo guardare al pluriliguismo e per esempio al modello elvetico fatto di tedesco, francese e italiano? Se in Svizzera le lingue di lavoro sono 3, perché l’Europa non potrebbe adottarne 5 o 6? Certo, alcune minoranze linguistiche sarebbero comunque escluse, ma forse lavorare in altre lingue oltre all’inglese sarebbe anche nel loro interesse.

Naturalmente si può dissentire e schierarsi dalla parte del globalese che se si affermerà porterà l’italiano e le altre lingue a diventare i dialetti di un’Europa che parla l’inglese. Ma in Italia sembra invece che a porsi questi problemi siano davvero in pochi, e non se ne parla.
Nei Paesi francofoni la difesa della propria lingua è invece normale, e non ha nulla a che fare con l’essere contro l’inglese, ma con il favorire il plurilinguismo e quindi tutte le lingue d’Europa. Laffineur lo spiega chiaramente in un articolo sul giornale belga La libre (chi non lo comprende può avvalersi di un traduttore automatico come Deepl che mi pare migliore di quello che Google promuove come fosse l’unico, cioè il suo). In un altro pezzo sulla stessa rivista l’autore critica persino la decisione di Ursula von der Leyen, madrelingua tedesca, di inaugurare praticamente in inglese il primo discorso sullo stato del Parlamento Europeo proprio nell’anno dell’uscita del Regno Unito (“un bel regalo, per gli inglesi”).

Ve lo immaginate un articolo del genere su un giornale italiano?

Le due Europe

In teoria l’Unione europea nasce all’insegna del multilinguismo e sull’autonomia linguistica di ogni singolo Paese e il problema della comunicazione tra i parlamentari eletti non dovrebbe certo coinvolgere i cittadini europei. Ma le cose non si possono sempre separare così nettamente. Di fatto, accanto all’Europa pluralista, almeno sulla carta, c’è un’altra Europa che invece di basarsi sui diritti linguistici di tutti i cittadini europei privilegia il globalese, e si adopera per portarci tutti sulla via del bilinguismo. Paradossalmente, la supremazia schiacciante dell’inglese e il venir meno del plurilinguismo è esplosa negli anni Duemila con l’entrata dei Paesi dell’Est. Più la Comunità Europea si è allargata e più si è andati verso l’inglese visto come soluzione concreta e pratica. Oggi la lingua di lavoro è diventata soprattutto l’inglese, e solo in maniera minore lo sono anche il francese e il tedesco, mentre l’italiano è stato ormai escluso.

L’Europa dei diritti linguistici, tuttavia, esiste, e all’estero ci sono molte associazioni che la difendono, come la Gem+ di Bruxelles o l’Oep (Osservatorio Euopeo del Plurilnguismo) di Vincennes (Francia), che nella sua carta proclama che “il plurilinguismo non può essere separato dall’istituzione di un’Europa politica.” Inoltre, ci sono parecchie cause internazionali in corso che si appellano a questi principi per combattere le decisioni dell’Europa anglomane. La Corte di giustizia dell’Unione europea (comunicato stampa n. 40/19, 26 marzo 2019), per esempio, ha sancito che “nelle procedure di selezione del personale delle istituzioni dell’Unione, le disparità di trattamento fondate sulla lingua non sono, in linea di principio, ammesse”, a meno che non esistano “reali esigenze del servizio”, ma in questi casi devono essere motivate “alla luce di criteri chiari, oggettivi e prevedibili”.

Come è possibile, allora, che senza alcun criterio esplicitato e senza reali esigenze di servizio, grazie alla riforma Madia in Italia un professore di spagnolo o di francese, non può essere assunto nella scuola se non sa l’inglese, lingua che esula dalle sue competenza specifiche?

Anche da noi dovrebbe nascere un dibattito come quello che si registra nei Paesi francofoni e in più parti dell’Europa, e dovremmo chiederci se davvero l’inglese è la soluzione che ci conviene e che vogliamo.

Per questo la proposta di una legge per l’italiano non si limita a indicare qualche misura concreta per promuovere e difendere la nostra lingua davanti agli anglicismi e all’itanglese, ma anche di sostenerla davanti alla “dittatura dell’inglese” imposta dalla riforma Madia, dal Miur e da tutti quei balzelli linguistici che tutelano e diffondono l’inglese a scapito dell’italiano e degli italiani. Sia sul piano interno sia su quello internazionale.

Grazie alle oltre 500 persone che con le loro firme hanno aderito alla petizione “una legge per l’italiano”.

Anglicismi, petizioni e come ci vedono dalla Spagna

Ieri è uscito un pezzo sul giornale spagnolo El Confidencial (“Hasta Draghi se cansa de los anglicismos en Italia: ¿Alguien sabe por qué los usamos?” di Javier Brandoli) che riprende la vicenda dell’imbarazzo di Draghi davanti alle parole smart working e babysitting e parla della situazione italiana: “Un paese unico in questo senso” dove “gli anglicismi fanno parte della quotidianità”.
In pratica ci prendono un po’ in giro perché i giornali hanno chiamato lockdown quello che per loro e per i francesi è il confinamento, o per uno pseudoanglicismo come smart working. Quanto a babysitting bisogna tenere presente che in Spagna non ci si rivolge a una baby sitter, si chiama un canguro – una metafora che trovo bellissima – dunque anche i derivati non ci sono, e forse si parlerà di canguraggio o di niñeraggio, non lo so di preciso.

Quello che mi ha colpito più di ogni cosa è la chiusa del pezzo.
Dopo aver scritto che “l’abuso dell’inglese è diventato qualcosa di quasi comico su cui spesso gli italiani si interrogano”, infatti, l’articolo si conclude con le parole, tradotte e virgolettate, prese dalla petizione dell’anno scorso a Sergio Mattarella:

“La preghiamo, infine, di incoraggiare una campagna mediatica per difendere e favorire l’italiano che denunci l’abuso dell’inglese, come si è fatto con successo in Spagna o in Francia, e come da noi è avvenuto per sensibilizzare tutti sui temi sociali più importanti, dalla violenza contro le donne al bullismo. Ci piacerebbe vedere un’analoga iniziativa anche contro la discriminazione lessicale delle nostre parole. ”

A sorprendermi è soprattutto il fatto che le oltre 4.000 firme raccolte nel 2020 – sempre in attesa di una risposta – sono arrivate solo ed esclusivamente dal passaparola in Rete. In Italia non è uscita una sola riga su alcun giornale, in proposito, mentre la notizia è invece apparsa per esempio su Corsica Oggi oppure sulla rivista svizzera Rivista.ch. Anche le istituzioni linguistiche italiane, dalla Crusca alla Dante, l’hanno ignorata, al contrario di quanto ha fatto per esempio l’Istituto Italiano di Cultura di Lima, che l’ha rilanciata dalle sue pagine Facebook. Insomma, l’esistenza di una petizione in proposito ha avuto una certa diffusione ufficiale solo fuori dal nostro Paese (e tra i firmatari c’erano infatti molti personaggi di spicco residenti all’estero, come la traduttrice Barbara McGilvray, vincitrice di una medaglia dell’Ordine d’Australia dell’Australia Day), ma da noi è stata ignorata.

Che cosa accadrà con la nuova proposta di legge per l’italiano?

Intanto, in attesa che la proposta sia annunciata anche alla Camera, un GRAZIE alle oltre 400 persone che per il momento hanno firmato per aderire alla nostra iniziativa. La speranza è che questi appoggi aumentino e che qualche altro giornale o istituzione si decida, se non a intervenire, almeno a dare voce a ciò che stiamo facendo, perché la nostra iniziativa non sia ripresa solo all’estero (al momento mi hanno contattato un paio di associazioni di area francofona).

La buona notizia è che proprio oggi (e non è un pesce d’aprile), sul settimanale Oggi è uscito un pezzo che ci dà spazio in cui si legge:

“Zoppetti ha depositato una petizione con un proposta di legge in 11 punti che è stata annunciata all’Assemblea del Senato nella seduta del 24 marzo ed è stata ‘assegnata’ alla VII commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali), Obiettivo: frenare l’anglicizzazione ‘selvaggia’ dell’italiano.”

L’articolo, “Presentata una proposta di legge. L’italiano c’è, perché non usarlo?” (Oggi, 1 aprile 2021, pp. 46-48), è firmato da Valeria Palumbo che ringrazio per aver avuto il coraggio di rompere il muro del silenzio.



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* Un grazie anche alla curatrice del sito Buoneidee che mi “crivella” sempre di informazioni utili e mi ha segnalato l’articolo di ieri su El Confidencial.

Dantedì, una raccolta firme e un giorno di lotta

Sembra che il Dantedì sia stato ufficializzato il 25 marzo – ipotetica data di inizio del viaggio dell’aldilà – come una ricorrenza anche per gli anni a venire.
Il rischio di queste feste, tuttavia, è che si trasformino in celebrazioni retoriche, dove una volta all’anno si portano i fiorellini sulla tomba dell’italiano come nel giorno dei morti, per poi procedere con la sistematica distruzione del nostro lessico gli altri 364 giorni.

Negli anni anni bisestili c’è un giorno in più per farlo, e nel 2020 abbiamo cominciato a chiamare come fosse normale i centri ospedalieri “hub”, i focolai “cluster”, il lavoro da casa “smart working”, i tamponi in macchina “drive through”, la sperimentazione clinica “trial”, il confinamento “lockdown”, le goccioline “droplet”, il tracciamento dei contatti “contact tracing”, i piani per la ripresa “recovery fund/plan”, gli anti-mascherina “no mask”, le consegne a domicilio “delivery”, i rimborsi “cahsback”…
Ricorrere a questi “prestiti sterminatori” significa diffondere l’itanglese e rinunciare alla nostra lingua. Le nostre parole sono sostituite sempre più spesso da quelle inglesi e pseudoinglesi, che si affiancano a ogni genere di neologismo (che coincide sempre più con “anglicismo”) in un’anglo-mania diventata una nevrosi psico-sociale compulsiva.

La commemorazione dantesca dovrebbe diventare un giorno di lotta, un’occasione per ricordare a tutti che la nostra lingua è schiacciata dal numero degli anglicismi, dalla loro frequenza e dalla profondità con cui si radicano. Tutto ciò non ha nulla a che fare con il purismo, è una questione di ecologia linguistica e di sproporzioni lessicali che il nostro idioma non è più in grado di sostenere senza snaturarsi.

Firma la proposta di legge per la tutela dell’italiano!

A 700 anni dalla morte del Sommo Poeta, perché la nostra lingua possa invece vivere, 7 persone hanno presentato una proposta di legge a tutela dell’italiano minacciato dall’inglese, alla Camera e al Senato, seguendo i canali istituzionali previsti in base all’articolo 50 della Costituzione che permette ai cittadini di inoltrare petizioni e richieste legislative su questioni di comune necessità. Il testo è scaricabile anche in formato Pdf, e contiene 11 punti di intervento.

In attesa di una risposta dalla Camera, la proposta è stata subito annunciata all’Assemblea del Senato nella seduta n. 307 del 24 marzo 2021 con il numero 795 ed è stata assegnata alla 7a Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali) “che ne curerà i seguiti secondo quanto previsto dall’articolo 141 del Regolamento del Senato.” Ma non è automatico che si proceda con la discussione, potrebbe anche essere archiviata.

Per questo motivo stiamo raccogliendo le firme di chiunque ci voglia sostenere.

Il peso della proposta dei 7 sottoscrittori avrà tutto un altro effetto se sarà appoggiata da altri 70, 700, o 7.000 cittadini…

Dunque chiediamo a tutti di unirvi a noi, di esprimere il vostro appoggio e di diffondere l’esistenza della nostra iniziativa tra gli amici, sulle piattaforme sociali, sui vostri siti e tramite il passaparola (cancelletto: #litalianoviva).

Per aggiungervi alla richiesta di proposta di legge potete inviare un messaggio attraverso questo modulo: https://attivisti.italofonia.info/proposte/legge-vivalitaliano-2021/

Le adesioni pervenute saranno raccolte e inviate a qualche parlamentare di riferimento con la richiesta che inserisca la petizione nell’ordine del giorno, perché si discuta e non sia archiviata.

Il nostro patrimonio storico si difende così, con gesti concreti e non con le chiacchiere.

La mobilitazione inizia simbolicamente l’indomani del Dantedì 25 marzo 2021, proprio mentre alcuni giornali, enti, comuni e manifestazioni hanno parlato invece del “Dante day”: l’espressione in itanglese solo due giorni fa restituiva su Google circa 27.400 risultati, il 26 marzo sono diventati 52.100, sono cioè raddoppiati!

Intanto, la Commedia è già diventata “comedy” nei palinsesti televisivi e nelle denominazioni dei generi cinematografici. Aiutateci ad arginare l’anglodemia, e a non trasformare la lingua di Dante nell’Infernal Tour della Divina Comedy di Don’t Alighieri:

Nel mezzo degli step di nostra vita

mi ritrovai in location oscura,

che la best practice si era smarrita.

Ahi a dirne about è cosa dura

on the road selvaggio sì hard e forte

che nel mio inside rinova la paura!

Tant’è strong che il benchmark è la morte;

ma per il tracking del good ch’i’ vi trovai,

dirò delle altre news ch’i v’ho scorte…

Grazie!

Una proposta di legge per l’italiano

Dopo le parole di Draghi sugli anglicismi che lasciano sperare in una maggiore sensibilità sulla questione rispetto alle precedenti legislature, e visto che a 4 mesi dal suo inoltro non è pervenuta alcuna risposta alla petizione sull’abuso dell’inglese al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ho provato un’altra via per rivolgermi alle istituzioni.


L’articolo 50 della Costituzione prevede che i cittadini possano rivolgere petizioni per provedimenti legislativi, e seguendo i canali previsti, insieme a qualche altro sottoscrittore, ho presentato oggi un proposta di legge alla Camera e al Senato.

Di seguito rendo pubblico il testo dell’iniziativa.

Questo è il mio modo di omaggiare i 700 anni dalla scomparsa di Dante: non con le celebrazioni retoriche, le chiacchiere e i musei, ma con i fatti e le iniziative concrete perché la nostra lingua possa continuare a vivere.
E prossimamente…
(continua).

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Petizione per provvedimenti legislativi a tutela e promozione della lingua italiana minacciata dall’abuso dell’inglese

Petizione presentata e sottoscritta ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione da Antonio Zoppetti e da Daniele Tarricone, Giorgio Cantoni, Luigi Quartapelle, Giancarlo Consonni, Jean-Luc Laffineur, Bruna Zambrini.

Premessa

L’espansione dell’inglese globale legato ai fenomeni di mondializzazione sta stravolgendo in modo consistente l’assetto di tutte le lingue del mondo, ponendo gravi problemi di snaturamento delle identità linguistiche locali. Questo fatto ha delle ripercussioni concrete su molti aspetti della società, da quelli storico-culturali a quelli, molto più pratici, legati alla comprensione e alla trasparenza da parte dei cittadini di fronte alla comunicazione mediatica, lavorativa e anche istituzionale. Il fenomeno dell’anglicizzazione, in Italia molto pesante, non ha perciò nulla a che vedere con questioni astratte legate al “purismo”, alla “lotta ai barbarismi” o alle chiusure davanti all’internazionalizzazione che caratterizza la nostra epoca. È un problema di numeri e di buon senso.

Qualche dato

♦ Dallo spoglio dei dizionari risulta che dal 1990 a oggi, gli anglicismi non adattati sono passati da circa 1.700 a 4.000 (cfr. Devoto Oli).*
♦ Dalle analisi di dizionari come Devoto Oli e Zingarelli emerge che tra le parole che sono nate negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi crudi rappresentavano circa il 3,6%. Questo numero negli anni Sessanta è salito a quasi il 7%, negli anni Settanta ha superato il 9%, negli anni Ottanta il 16%, negli anni Novanta il 28% e oggi costituisce quasi il 50% delle parole nate negli anni Duemila. A preoccupare non sono solo la sproporzione e l’aumento esponenziale, ma il fatto che nel Nuovo millennio l’italiano sta cessando di evolvere per via endogena, e ciò che è nuovo viene espresso principalmente in inglese crudo.
♦ Passando dalla presenza delle parole inglesi alla loro frequenza, tutti i dati mostrano che gli anglicismi sono usati sempre più spesso dai mezzi di informazione, e hanno colonizzato il lessico di tanti ambiti strategici della nostra lingua: l’informatica, la formazione, il lavoro, l’economia, la tecnologia, la scienza… (in alcuni settori l’italiano ha perso la capacità di esprimersi con il proprio lessico) e sono entrati in modo molto ampio persino nel linguaggio politico, delle leggi e delle istituzioni.
♦ Dagli ambiti di settore gli anglicismi stanno poi penetrando sempre più anche nel linguaggio comune e addirittura in quello fondamentale: nel dizionario delle 7.000 parole “di base” di Tullio De Mauro (quelle che compongono oltre il 90% dei vocaboli utilizzati normalmente) nel 1980 si contavano una decina di inglesismi, ma nell’edizione del 2016 sono decuplicati e ce ne sono 129.

Il problema non sta nelle parole come bar, film, sport o scanner, che in buona sostanza si pronunciano e scrivono secondo le nostre regole e producono ibridazioni italiane (barista, filmare), né nell’accettazione di anglicismi ormai storici, bensì nella quantità e frequenza di quelli nuovi che violano il nostro sistema fono-ortografico e stanno creolizzando il nostro lessico e il nostro patrimonio linguistico.

* Per avere un parametro di riferimento: i francesismi erano e sono nell’ordine di un migliaio, gli ispanismi nell’ordine di un centinaio o poco più, lo stesso vale per i germanismi, mentre per le altre lingue l’interferenza si esprime attraverso le decine di parole.

La situazione negli altri Paesi

Il ricorso sistematico e compulsivo all’inglese da alcuni decenni sta portando a una trasformazione dell’italiano storico in una lingua ibrida che è stata definita itanglese,* sul modello del franglais di cui si parla in Francia. In Spagna il fenomeno è chiamato spanglish, in Germania Denglisch, e ovunque sono nate analoghe definizioni: il greenglish denunciato recentemente dall’ex ministro dell’Istruzione greco Georgios Babiniotis, il runglish della Russia post-comunista, mentre in Asia c’è l’hinglish per l’hindi, il konglish per il coreano, il tinglish per il thai, il japish o l’englanese per il giapponese, e via dicendo.

Stando a numerose ricerche effettuate attraverso l’analisi delle testate giornalistiche, che rispecchiano l’andamento più generale della lingua, tra le lingue romanze solo nel caso del romglese, la variante del rumeno, il numero degli anglicismi è simile al caso italiano, mentre la loro penetrazione in Francia e in Spagna non è paragonabile alla nostra, né per il numero né per il rilievo.

Le ragioni di questa diversa situazione sono storiche e culturali, ma soprattutto politiche. Lo spagnolo è parlato in una ventina di Paesi e le accademie di ognuno di questi lavorano in modo coordinato per mantenere l’uniformità della lingua sovranazionale anche con sostitutivi agli anglicismi. In Francia, la legge Toubon è arrivata dopo una serie di altri provvedimenti legislativi che hanno attraversato i governi di destra e di sinistra, dai tempi di De Gaulle a quelli dei mandati socialisti. All’estero in molti hanno da tempo compreso il problema e varato politiche linguistiche e provvedimenti. In Islanda esiste ufficialmente persino la figura del neologista, visto che l’islandese è una lingua davvero a rischio, in Europa. In Italia non siamo mai intervenuti, e l’approccio del “liberismo linguistico” si sta trasformando in un anarchismo selvaggio dove la nostra lingua è schiacciata dall’egemonia dell’inglese. L’italiano è paradossalmente più tutelato in Svizzera – dove il question time si chiama l’ora delle domande – che nel nostro Paese: lì negli ultimi anni si sono fatti enormi investimenti per la promozione dell’italiano visto che davanti al francese e al tedesco risulta in minoranza, nel loro modello plurilinguista.

* Dalla semplice importazione degli anglicismi stiamo passando alla nascita di nuove “regole” per la formazione delle parole: dilagano centinaia di ibridazioni come screenare; se usiamo work, di conseguenza paliamo anche di working e worker, spesso ormai declinato con la s del plurale workers; ricombiniamo le radici inglesi in espressioni come smart working o covid hospital e covid free, si afferma la regola del “no + inglese” in espressioni come no mask, e in pseudoanglicismi come no vax, no panic

In conclusione

Queste sono le premesse che ci hanno spinto a presentare la seguente proposta per la promozione della lingua italiana e un disegno di legge a sua tutela.
Il 2021 è l’anno delle celebrazioni dantesche e dell’istituzione del Ministero per la transizione ecologica: crediamo ci si debba finalmente occupare anche della tutela della lingua italiana in una prospettiva legata al tema dell’ecologia linguistica, oltre che ambientale. L’uscita del Regno Unito dall’Europa, infine, potrebbe essere l’occasione anche per rilanciare la nostra lingua come lingua di lavoro nella UE e promuoverla maggiormente all’estero.

Di fronte a un’anglicizzazione sempre meno sostenibile, chiediamo perciò che si intervenga a tutela dell’italiano con la costituzione di un organismo ufficiale dello Stato che operi almeno attraverso tre diverse prospettive: la promozione culturale, la legislazione e la valorizzazione all’estero che può rappresentare un’enorme risorsa economica.

Di seguito 11 punti concreti di intervento.

§ Misure di promozione della lingua italiana e contro l’abuso dell’inglese

1) Avviare una campagna mediatica contro l’abuso dell’inglese

Lo hanno già chiesto oltre 4.000 persone in una petizione rivolta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È una strategia praticata con successo in Francia e in Spagna. I costi sarebbero irrisori e i canali istituzionali per le campagne di sensibilizzazione sociale e le “pubblicità progresso”, dal bullismo alla discriminazione contro le donne, esistono già, basterebbe usarli anche per non discriminare la nostra lingua.

2) Dare il via a un’analoga campagna nelle scuole

Servirebbe a fare riflettere e aprire un dibattito sull’abuso dell’inglese anche tra le nuove generazioni.

3) Emanare linee guida e raccomandazioni per il linguaggio dell’amministrazione e quello istituzionale

Questo approccio è già stato inaugurato con un certo successo – e con la consulenza dell’Accademia della Crusca – per la femminilizzazione delle cariche lavorative. Si potrebbero emanare analoghe linee guida e raccomandazione anche per evitare l’abuso degli anglicismi, come è stato fatto per esempio in Svizzera (qui un esempio: https://www.bk.admin.ch/bk/it/home/documentazione/lingue/strumenti-per-la-redazione-e-traduzione/raccomandazioni.html).

§ Interventi legislativi

4) Evitare gli anglicismi nei contratti di lavoro

In Francia è vietato e alcune multinazionali sono state sanzionate pesantemente per le loro violazioni. Da noi, invece, accade per esempio che un’azienda come Italo abbia sostituito la figura del capotreno con il train manager non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma persino nei contratti di lavoro, mentre nascono i sindacati dei rider o dei pet sitter.
Con un approccio alla francese,* magari più moderato, dovremmo fare in modo che le mansioni di lavoro si esprimano in italiano, per rispetto della nostra lingua, dei cittadini e della trasparenza loro dovuta. Per le nuove professioni espresse solo con nomi in inglese, ancora una volta il ruolo della Crusca potrebbe essere strategico nell’individuazione e nella coniazione di sostitutivi italiani.

* Gli articoli 6, 7 e 8 della legge Toubon, volti alla tutela dei lavoratori, precisano che i contratti di lavoro, le offerte d’impiego e i documenti interni all’impresa, imposti ai lavoratori o a loro necessari per lo svolgimento del lavoro, siano compilati in francese.

5) Valorizzazione dell’Accademia della Crusca

Al contrario delle accademie di Francia e Spagna, la Crusca non ha oggi un ruolo “normativo” e la sua storica missione lessicografica della costituzione di un vocabolario ufficiale le è stata sottratta ai tempi del fascismo. Senza arrivare a una sua ricostituzione o rifondazione, in modo più morbido, si potrebbe però rifinanziarla e investirla di un potere più forte e più ufficiale, rendendola un punto di riferimento per la politica linguistica come organo principale di consulenza, e coinvolgendola in un’opera di individuazione, ma anche di creazione, di sostituivi italiani agli anglicismi, potenziando il Gruppo Incipit e ufficializzandolo. Le accademie di Francia e Spagna coniano neologismi alternativi a quelli inglesi che vengono poi promossi da campagne mediatiche, e molti di essi, anche se non tutti, vengono poi recepiti dai parlanti e dai giornali con successo. Ciò costituisce un arricchimento della lingua locale, invece che una sua regressione.

6) Inserire nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano

Anche se la Corte Costituzionale si è espressa più volte sancendo che l’italiano è la lingua ufficiale, questo aspetto non è chiaramente espresso nella Costituzione e si potrebbe aggiungerlo come nella Costituzione francese, e come la Crusca ha proposto un paio di volte senza successo. Nell’articolo 12, dove si fa riferimento ai colori della nostra bandiera, si potrebbe aggiungere che l’italiano è la lingua ufficiale. Ciò non pregiudica né l’utilizzo delle lingue regionali né le minoranze linguistiche già esplicitamente tutelate in altri articoli.

7) Sancire che l’italiano non può essere estromesso come lingua della formazione

La lingua dell’università, della scuola e della formazione deve essere l’italiano, e l’insegnamento non può avvenire attraverso l’erogazione esclusiva di corsi in inglese, come di fatto sta accadendo in alcuni atenei (il caso del Politecnico di Milano è il più eclatante). Questo è un diritto degli studenti e degli italiani che non può essere cancellato, fatto salvo che le scuole straniere, pensate per accogliere studenti di cittadinanza straniera, o gli istituti che erogano insegnamenti a carattere internazionale, sono esclusi da questo obbligo.

8) Ripristinare l’italiano come lingua dei Prin

I Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) dovrebbero contemplare la possibilità di essere presentati in italiano, non solo in inglese (mentre l’italiano è ridotto a un’inutile opzione facoltativa); il diritto di rivolgersi alle istituzioni italiane o europee in italiano non può essere messo in discussione.

9) Cancellazione dell’obbligo di conoscere l’inglese, come unica seconda lingua, nella pubblica amministrazione

La riforma Madia (legge n. 124 del 7 agosto 2015, “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”, articolo 17, lettera e) ha sostituito l’obbligo di conoscere una lingua straniera come requisito per i concorsi nella pubblica amministrazione con l’obbligo della sola lingua inglese. Si tratta di un principio che va contro il plurilinguismo inteso come valore e ricchezza culturale e porta all’affermazione della sola lingua inglese indipendentemente dall’ambito. L’obbligo di conoscere una seconda lingua, dunque, dovrebbe essere ripristinato, e solo a seconda dell’ambito si potrebbe specificare che coincide con l’inglese (laddove questa lingua è realmente un requisito), altrimenti si tratta di un provvedimento discriminatorio.

§Valorizzazione dell’italiano all’estero e sul piano internazionale

10) Adoperarsi perché l’italiano ritorni a essere lingua di lavoro in Europa

L’Italia dovrebbe difendere la nostra lingua anche nell’Unione Europea, e lavorare perché ritorni a essere lingua di lavoro, come lo era un tempo, e come oggi lo sono l’inglese, il francese e il tedesco. L’uscita del Regno Unito, oltretutto, rende di fatto l’inglese una lingua madre minoritaria rispetto a quelle comunitarie, parlata solo in Irlanda e a Malta, che hanno però indicato come lingua ufficiale il gaelico e il maltese; dunque è possibile spingere maggiormente verso un modello multilingue che non escluda l’italiano, nell’interesse del nostro Paese e di tutti i cittadini.

11) Trasformazione della lingua italiana in un bene da esportare

Il governo dovrebbe lavorare per promuovere maggiormente l’italiano all’estero, visto che gode di una nomea molto apprezzata. Basti pensare ai prodotti alimentari dal nome italofono – un fenomeno che non esiste per i prodotti francesi o spagnoli – che rappresentano una fetta di mercato enorme.
Questo progetto può attuarsi attraverso la creazione di posti di lavoro per l’insegnamento, ma anche attraverso la valorizzazione della cultura e della lingua italiana in tutto il mondo, che può trasformarsi in una grande risorsa economica. In questo processo, anche le denominazioni delle nostre manifestazioni, eventi e e iniziative dovrebbero essere in italiano, invece di puntare a progetti di cui ITsART, da poco presentato ufficialmente per promuovere la cultura italiana in tutte le sue forme (tranne la lingua), rappresenta l’ennesimo caso di rinuncia all’esportazione del nostro patrimonio linguistico.