Dai “prestiti” alle reti di parole: l’inglese sempre più “smart”

Ho più volte argomentato come non sia possibile comprendere l’interferenza dell’inglese sull’italiano attraverso categorie ingenue come quelle del “prestito linguistico”, un’etichetta che tutti gli studiosi criticano, ma che nessuno sembra volere abbandonare (cfr. Interferenza linguistica: dal prestito all’emulazione).

prestiti linguisiti inglese
Immagine tratta dal sito growell

Quando poi questo approccio si spinge a una classificazione astratta che distingue i prestiti “di lusso” e “di necessità” (uno schema obsoleto che risale alle riflessioni del 1913 dello svizzero Ernst Tappolet) ci si allontana ancor più dalla realtà (cfr. Prestiti di lusso e di necessità; una distinzione che non sta in piedi).

Per comprendere i meccanismi della sempre più crescente anglicizzazione della nostra lingua occorrono nuovi modelli interpretativi. Le parole inglesi che circolano nell’italiano non sono riconducibili alla somma di singoli “prestiti” o voci importate, sono una rete di parole tra loro interconnesse che si espande nel nostro lessico in modo sempre più ampio e profondo, e bisogna considerare non solo i singoli anglicismi, ma soprattutto le relazioni tra gli anglicismi. Occorre studiare e quantificare il fenomeno in modo storico, statistico e concreto, invece di applicare schemini teorici, astratti e avulsi dalla realtà.

Smart, per esempio, è un anglicismo abbastanza “infestante” per la nostra lingua, e i suoi composti si stanno moltiplicando notevolmente. Oggi, nel suo circolare nella lingua italiana, indica prevalentemente qualcosa di intelligente in quanto basato sulle nuove tecnologie. Definirlo un semplice “prestito” e magari accapigliarsi inutilmente sul suo essere “necessario” o “di lusso”, oppure utile, inutile o sostituibile, è un approccio che non porta da nessuna parte, e soprattutto non tiene conto del suo aspetto storico e delle sue relazioni con le altre parole.


Il caso “smart”, la sua storia e la sua famiglia

smart setIn inglese non significa solo intelligente, ha anche altre accezioni che rimandano a qualcosa di elegante. Nel 1962, stando alle datazioni dei dizionari, l’anglicismo cominciò a circolare in italiano con questo secondo significato attraverso l’espressione smart set per indicare la buona società, il bel mondo, i personaggi che frequentano un ambiente (set) raffinato (smart).

Accanto a questa espressione c’era già qualcosa di equivalente almeno dal 1960, cioè la café society, la gente che conta, ma nel 1965 sono arrivate anche altre espressioni inglesi per definire concetti simili: la jet society detta anche jet set, letteralmente la gente che si può permettere di spostarsi in aereo, magari il proprio aereo privato, dunque l’alta società internazionale, anche se questo significato inglese, nel circolare in italiano, non è sempre fedele. Spesso l’espressione viene impiegata come sinonimo e variante di high society (1966), l’alta società, senza troppe distinzioni. Tutti questi equivalenti e variazioni sul tema, espressi in inglese, testimoniano come già a partire agli anni Sessanta l’inglese stava diventando cool, dopo l’epoca del francese, e cioè si impiegava per apparire trendy, e sentirsi sempre più in (in altri termini abbiamo cominciato a prenderlo incool). Il “lusso”, se di lusso si può parlare, o la “moda”, come preferiva il linguista Carlo Tagliavini, non stava nei singoli prestiti, quanto nel ricorso all’inglese per distinguersi e ricorrere a espressioni che suonavano di maggior prestigio e fascino. La gente che conta si prestava bene a essere espressa in inglese, poco importa se attraverso café society,  high society, jet society o smart set. Quest’ultima espressione in seguito è un po’ decaduta, in favore delle altre, e si è usata sempre meno. Smart è perciò rimasto nel limbo, come un “prestito” di poco successo, per qualche decennio. Ma invece di cadere nel dimenticatoio, negli anni Novanta è risorto, non in modo isolato, ma attraverso locuzioni come smart drink e smart drug che hanno cominciato a circolare rispettivamente con il significato di bibita energetica, stimolante, in grado di attivare le energie psicofisiche, e di droghe intelligenti, cioè quelle sostanze nootrope che stimolano l’attività mentale e che si basano su principi psicoattivi legali o che aggirano i divieti delle leggi.

NB: La comprensibilità di smart drink, a sua volta, si appoggiava al preesistente e consolidato drink, ma anche a locuzioni come soft drink, long drink ed energy drink che erano comprensibili e diffuse.

Nel 1994 sono poi arrivate le smart card, le carte elettroniche o magnetiche “intelligenti” perché dotate di un microprocessore che le rende di volta in volta un identificativo per servizi a pagamento.

NB: A sua volta, card non è un prestito isolato, circola da solo e anche in moltissimi in composti come credit card, businnes card, card collection – cioè le figurine –, e-card, fidelity card, inlay card, memory card, sim card, social card, wild card

automobile SmartNel 1996 arriva lo smartphone, il telefono intelligente, spacciato come “prestito di necessità” da chi non sa fare altro che compiacersi nel ripetere l’inglese a pappagallo, ma che avremmo potuto adattare per esempio in smarfono, o magari reinventare con furbofonino, una riformulazione che inizialmente circolava come un’alternativa, anche se non ha mai attecchito, davanti al “dio” inglese. Nello stesso anno, a rendere popolare la diffusione di smart ha poi contribuito un accidente extralinguistico: è arrivata la denominazione commerciale dell’omonima diffusissima automobile della Mercedes, tecnicamente acronimo di Swatch-Mercedes ART, ma giocata sul significato di smart inglese: raffinato, intelligente, ormai sempre più divenuto sinonimo di tecnologico, ed entrato nella disponibilità di tutti.

Quest’ultima è oggi l’accezione prevalente: smart è qualcosa di intelligente e tecnologico allo stesso tempo (intelligente perché tecnologizzato).

In questo modo, nel 2007 si è cominciato a parlare di smart grid, cioè le reti intelligenti (ma grid = griglia non è un prestito isolato, si appoggia ai già circolanti grid computing, 2002; grid girl, le  ragazze immagine delle squadre o team automobilistici, alle griglie di partenza, 2003); nel 2008 sono arrivate le smart city (ma city si ritrova anche in city airport, city bike, city card, city magazine, city manager, city safety, city tax…); nel 2009 gli smartglass (gli occhiali potenziati, ma anche i vetri fotocromatici); nel 2010 la smart tv; nel 2013 gli smartwatch (e la popolarità di watch, era a sua volta in relazione con il celebre marchio di orologi Swatch) e anche lo smart working (ma il lavoro era già virato verso l’inglese work attraverso e-work, e-worker, worhaolic, work in progress, workshop, workstation, co-working…).

A questo punto le cose sono più chiare: smart ormai vive di vita autonoma, anche da solo (es. “Dati sanitari e startup. Così l’assistenza è smart”, Corriere della Sera 27/03/2019), perché è stato veicolato da tutte queste relazioni tra anglicismi, e si è ritagliato il suo significato specifico, si è acclimatato o sedimentato in italiano con un’accezione un po’ diversa dal significato originario inglese. Liquidare questa storia dicendo che è un semplice “prestito”, cui si ricorre per mancanza di proprie parole (necessità) o per “lusso”, è riduttivo, miope e falso.

L’anglicizzazione dell’italiano si basa su storie come questa, non sui singoli prestiti isolati. Di esempi se ne possono fare migliaia, e in altri articoli ho già ricostruito la storia dei composti di baby, che è ormai un prefissoide che genera innumerevoli espressioni e riconiazioni all’italiana, ma vale anche per la storia di room, quella di manager, oppure di food… E mentre l’economia sta diventando economy, dobbiamo cominciare a studiare non le singole parole in inglese, ma le relazioni tra di loro e in che modo la rete degli anglicismi sta colonizzando il nostro lessico.


Due terzi degli anglicismi sono locuzioni o parole composte

Uno dei dati più eclatanti che si ricavano dalla raccolta degli oltre 3.600 anglicismi che ho classificato nel dizionario delle alternative AAA è che circa i due terzi delle espressioni inglesi entrate nella nostra lingua sono locuzioni (a oggi ne ho raccolte 1.395) – come access point, baby boom, car sharing e via dicendo – oppure parole composte da due radici che per la maggior parte sono a loro volta prolifiche. Per esempio, tra i composti di back si trovano: backup, background, backgammon, backdoor, backstage, back to school, back cover, back end, back office, flashback, playback e altre ancora.
Il punto è che anche le radici dei secondi elementi di queste espressioni si ricombinano quasi sempre con altre parole, e nel caso dell’ultimo esempio (playback) a sua volta play – oltre a vivere da solo (il tasto play, l’avvio o accensione) – si ritrova in fair play, long play, playboy, playgirl, playlist, playmaker, playoff, playstation, plug and play… senza contare che è la radice di parole sempre più frequenti come per esempio player.

Scorrendo le liste degli anglicismi – nel dizionario AAA, ma anche nei normali dizionari digitali – salta all’occhio in modo palese che non sono “prestiti” isolati, ma sono in larga parte raggruppabili in famiglie e si ricombinano in modo sempre più ampio dando vita anche a moltissimi semiadattamenti che di solito sfuggono ai conteggi automatici dei dizionari digitali. Da computer si passa a computerizzare, computerizzato, computerizzazione… parole che si aggiungono agli anglicismi crudi, e che violano le nostre regole di pronuncia e di scrittura. Allo stesso modo sono in aumento verbi come whatsappare, twittare, googlare, friendzonare, stalkerare e altri derivati in “ista” (fashionista, deskista, surfista), “ato” (glitterato, flashato, pixelato), “ismo” (scoutismo, gangsterismo, snobismo) e molti altri modi ancora (instagrammabile, hobbystica, holliwoodiano, killeraggio, rockettaro, scooterino…).

L’interferenza dell’inglese, in altri termini, non può essere paragonata all’interferenza delle altre lingue, né per numero, né per profondità. Se scorriamo la lista dei circa 1.000 francesismi non adattati riportati dai dizionari, ci accorgiamo che, salvo casi sporadici, non esistono né famiglie di parole, né ricombinazioni di radici che violano le nostre regole, né derivazioni semiadattate; al contrario, fuori dai forestierismi crudi, prevalgono gli innumerevoli adattamenti, italianizzazioni o calchi che terminano per esempio in -ismo, -ista, -aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio), -zione (rifrazione, presunzione), -izzare (razionalizzare, scandalizzare) e -ficare (elettrificare). Queste derivazioni da radici francesi sono perciò ben assimilate, e rendono l’origine francese irriconoscibile, al di là dell’etimo storico. Ho già mostrato le profonde differenze tra l’interferenza dell’inglese e quella del francese, e questa ulteriore diversità è indicativa per comprendere che l’invasione dell’inglese è più grave e molto più estesa.

Lo stesso vale per lo spagnolo, per il tedesco, per il giapponese e per le numericamente irrilevanti parole di provenienza da altre lingue: in nessun caso si registra qualcosa di equiparabile a quanto avviene nel caso dell’inglese. La categoria del “prestito linguistico”, nonostante i suoi limiti, può essere utile per comprendere l’interferenza delle altre lingue, ma nel caso degli anglicismi siamo in presenza di qualcosa di devastante, che va oltre e non si può ricondurre alla somma dei prestiti. È un fenomeno di emulazione e di ricombinazione molto più complesso e di ben altra portata.

Mentre molti linguisti continuano a liquidare tutto con la categoria dei prestiti, magari discutendo se una singola parola sia di lusso o di necessità, non si accorgono della valanga che sta precipitando sulla nostra lingua e che ci seppellirà, se non cambiamo atteggiamento.

 

PS
Per chi sarà al Festival della lingua italiana di Siena (5-7 aprile 2019) parlerò di questi temi:
il 6 aprile alle ore 17 presso la Libreria Palomar insieme a Stefano Jossa: “La LINGUA italiana. Bella e da difendere?” (introduce Massimo Marinotti, coordina Leonardo Luccone);
il 7 aprile alle ore 10.15 presso la Biblioteca degli Intronati insieme a Fabio Pedone: “In punta di LINGUA. Traduzione e creatività” (modera Simona Mambrini).

parole in cammino siena

Qui il programma completo.

 

5 pensieri su “Dai “prestiti” alle reti di parole: l’inglese sempre più “smart”

  1. Questa cosa dello smartphone mi sembra che abbia preso piede in maniera particolare. Sto vedendo ora che per lo spagnolo e il francese, nonostante vengano impiegati i termini “telefono inteligente” e “telephone intelligent”, sulle versioni amazon di quelle lingue viene usato il termine smartphone.

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    • Sì è vero, smartphone è molto diffuso anche in bocca di spagnoli e francesi, tuttavia in entrambi i Paesi esistono (al contrario che in iItalia) delle alternative e si può scegliere, e non di rado sui mezzi di informazioni vengono usate. Poi è chiaro che le multinazionali come Amazon cercano di imporre la loro lingua fin dove possono, la colonizzazione linguistica e culturale è funzionale a quella dei mercati.
      In ogni caso in Spagna le raccomandazioni del Dizionario dei dubbi e delle accademie è teléfono (movìl o celular) inteligente, alternatve che circolano. In Francia ci sono campagne per le alternative e la nuova proposta di “mobile multifunction” ha i suoi seguaci anche sui giornali. Ti lascio un collegamento in proposito a una delle campagne francesi:
      https://www.francetvinfo.fr/economie/emploi/metiers/art-culture-edition/ne-dites-plus-smartphone-mais-mobile-multifonction_2558805.html

      Poi ognuno parla come vuole, ma per poter scegliere è necessario che le alternative ci siano, e nei paesi civili si può scegliere, da noi no.

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  2. Ah, mi ero perso questo nuovo articolo, che dimostra la forte tendenza… a prenderlo in trend! 😀
    Scherzi a parte, “furbòfono” sarebbe delizioso, anche se molto spesso visto come funziona ho la tentazione di chiamarlo “idiòfono”… perché spesso sembra tutto tranne che “intelligente” 😛

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