Fumetti, divagazioni, inglese e itanglese

All’inizio degli anni Settanta il giornalista Nantas Salvalaggio aveva usato la parola “italese”:

“Bisognava prima o poi riconoscerlo. È il linguaggio semicomico – un intruglio di italiano e inglese – che progressivamente invade le nostre case attraverso le riviste e i fumetti dei figli”.

Citazione tratta da: Giuseppe Pittano, Grammatica italiana, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, 1972, p. 516.

Questa denuncia era un po’ moralistica e basata sul fastidio, più che sulla gravità del fenomeno. Del resto il moralismo di Nantas Salvalaggio è rimasto scolpito in una canzone di Vasco Rossi (“Vado al massimo”, 1982: “Meglio rischiare, che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale”) che aveva così risposto per le rime alla celebre stroncatura di due anni prima, quando il giornalista lo aveva attaccato dandogli del drogato, alcolizzato, ebete e simili epiteti.
Nel bacchettare “l’italese” la critica era limitata alle onomatopee di derivazione americana che proprio nel 1972 erano approdate addirittura in televisione, sul secondo canale della RAI, con la trasmissione Supergulp. Fumetti in tv che sarebbe in seguito divenuta popolarissima.

Le trascrizioni dei suoni inglesi di questo tipo entrate nella nostra lingua sono molte. Oltre a gulp (il deglutire per spavento o sorpresa), tra le più diffuse ci sono sigh (sospiro, da to sigh), sob (singhiozzo, da to sob), sniff (fiutare), smack (bacio, alternato anche a kiss), roar (ruggito), splash (tuffo), wow (stupore e ammirazione) e molte altre. Talvolta, però, sono state anche adattate come nel caso di bum (boom) e clic (click ), anche se questo tipo di scritte fanno spesso parte delle tavole disegnate e non è facile intervenire, in caso di traduzioni, al contrario delle parole contenute nelle nuvolette, dette anche con la bellissima metafora di nuvole parlanti, benché oggi vada di moda l’inglese balloon, venduto come un tecnicismo.

Nella prefazione di Asterix e i Goti (Goschinny e Uderzo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1969) il traduttore Marcello Marchesi scherzava sulla traduzione dei rumori nei fumetti:

E i rumori? Quelli, più che assurdi, sono  psichedelici. Bisognerebbe cercare di realizzarli con barattoli incandescenti che rotolano su sassi dipinti di rosso, in una stanza di decompressione. Basterebbe poi unire all’album il disco. E invece no! Noi i rumori li dobbiamo “tradurre in italiano”.

Anche i versi degli animali vanno tradotti, visto che ogni lingua ha i suoi. MIAO in inglese è MEOW, in francese MIAOU,  in spagnolo MIAU, come BAU in inglese è WOOF, in francese WAOUH, in spagnolo GUAU…

BAU asterix
Il cagnolino francese Idefix confronta la sua lingua canina con quella del danese dei vichinghi nella traduzione italiana (Asterix in America, 1976)

Oggi, prendersela con le onomatopee dei fumetti ci fa sorridere, non sono certo queste inezie a rappresentare il pericolo dell’itanglese nella nostra lingua. Però vale la pena di ricordare i bei tempi, quando ancora si traduceva invece di importare le parole americane e di vergognarci di adattarle. E il caso dei Peanuts è esemplare.


Franco Cavallone, mitico traduttore di Charlie Brown

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Linus, settembre 1967, p. 16: Charlie Brown in torpedone.

Negli anni Sessanta la rivista Linus ha reso popolare in Italia le strisce di Charles Schulz (ma oggi è di moda strip, invece di strisce o vignette) e a quei tempi i traduttori avevano un’attenzione per la nostra lingua a cui oggi non siamo più abituati. In una vignetta del 1965 Snoopy aveva a che fare con l’acquaplano, con cui chiamavano la tavola da surf, anche se la parola surf era alternata per indicare l’attività sportiva, e i Peanuts andavano a scuola con il torpedone, non con lo scuolabus come oggi.

Acquaplano indicava un tempo la tavola usata per lo sci d’acqua, poi sostituita dagli sci, ma i traduttori hanno recuperato quel termine dandogli un nuovo significato.

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Linus, gennaio 1966: Snoopy e il suo acquaplano.

Torpedone è una parola coniata negli anni Trenta, accrescitivo di Torpedo, un modello di carrozzeria usata per varie automobili che ricorre anche in una canzone di Giorgio Gaber (“Vengo a prenderti stasera sulla mia torpedo blu”, 1968). Oggi torpedone è un vocabolo desueto, che ha ceduto il posto a bus, autobus o pullman, molto più in voga di corriera, ma i traduttori di Charlie Brown lo usarono cercando, invano, di farlo rivivere e senza vergognarsene.

Anche la tradizione di Halloween – assolutamente sconosciuta da noi fino agli anni Ottanta, quando è arrivata attraverso i film americani, prima che la festa fosse importata dalle multinazionali negli anni Novanta – comparve in Italia attraverso i Peanuts, insieme all’illusoria alternativa del grande “cocomero” (invece che zucca) in cui  Linus credeva ciecamente. E la traduzione più adatta alle circostanze di “dolcetto o scherzetto”, che allora non avrebbe compreso nessuno, fu resa con “o la borsa o la vita”. I bambini che suonano i campanelli cosa fanno, in fondo? Si comportano come piccoli ricattatori che minacciano danni se non si paga loro la tangente in caramelle…

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Linus, settembre 1966: ad Halloween, Lucy esclama “o la borsa o la vita” invece che “dolcetto o scherzetto” come si è affermato ai nosti giorni.

E, a proposito di caramelle, la traduzione più spettacolare dei Peanuts è quella delle toffolette, per dare un nome italiano o italianizzato ai marshmallow. Un’intera generazione di lettori si è sempre domandata cosa diamine fossero quei misteriosi bocconcini che i Peanuts abbrustolivano sul fuoco infilzati in un legnetto. Perché questi dolcetti, che oggi si chiamano anche cotone dolce, non esistevano da noi fino agli anni Novanta, quando sono apparsi anche nei nostri supermercati.

Personalmente, ricordo di averne sentito parlare per la prima volta nel 1984 attraverso il film Ghostbuster di Ivan Reitman (allora ancora affiancato dalla traduzione Acchiappafantasmi), quando nel finale si materializzava il gigantesco uomo della pubblicità dei marshmallow (figura a sinistra), così sconosciuto che a quei tempi molti pensavano fosse l’omino Michelin (figura a destra).

Perciò, davanti a questa parola all’epoca misteriosa e ancora impronunciabile, il traduttore e notaio Francesco, detto Franco, Cavallone (il responsabile anche delle altre traduzioni di Schulz su Linus) coniò toffoletta, un nome di fantasia che sembra derivato dal vezzeggiativo di toffee, una caramella morbida simile alle mou che un po’ ci somigliava, la stessa radice evocativa che poi si ritrova nella canzone “Toffee”, nome di donna che suscita morbidezza e dolcezza come una caramella, per tornare a Vasco Rossi.

Ma fuori dalle divagazioni, ancora oggi, a distanza di tanti anni, nei siti di ricette e cucina toffoletta compare, insieme a cotone dolce, come la traduzione italiana di marshmallow, e il termine è stato successivamente ripreso nella traduzione italiana del film La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005:  “Willy Wonka sa fare le toffolette al gusto di violetta, succulente caramelle che cambiano colore ogni dieci secondi mentre le mangi”), proprio nello stesso anno in cui Franco Cavallone è venuto a mancare. I dizionari purtroppo non riportano la parola toffoletta, ma sbagliano, perché anche nei libri ricorre in modo significativo come la traduzione più diffusa, ed è giusto ricordarla insiema al nome del suo inventore e alla sua capacità di essere un vero traduttore.

Bei tempi, quando qualcuno ancora pensava a far crescere l’italiano, a rendere “good grief” con “santa polenta”, ad adattare e inventare parole e neologismi dal suono italiano, ad allargare il significato di vecchie parole storiche come acquaplano e torpedone per dare loro nuovi significati e una nuova vita. Come accade nelle lingue vispe e sane.

Bei tempi perduti, a quanto pare. Quando eravamo sani chiamavano Mickey Mouse Topolino senza alcun problema (non come nel caso di mouse), ma si sa che ormai hanno ucciso l’Uomo ragno, e si parla sempre di più di Spiderman. Per quanto tempo potremo ancora parlare di fumetti prima che qualche imbecille ci spieghi che è diventata una parola inadatta e obsoleta, perché per essere precisi e tecnici dobbiamo dire di volta in volta comic, strip e graphic novel? E magari, dopo aver “confutato” che non è possibile dire “romanzo grafico” mostrandoci come si chiamano le nuove categorie editoriali nelle librerie Feltrinelli e Mondadori, il suddetto imbecille aggiungerà tronfio che non è solo una questione di essere tecnici e moderni, ma anche internazionali. Ignorando o fingendo di non sapere che novel è entrato in inglese dall’italiano novella, di Boccaccio, con il nuovo significato di romanzo, e che in spagnolo graphic novel si dice novela gráfica e in francese roman graphique.

Buzzati 500

 

PS delle 22 e 47: Carla Crivello mi ha scritto per aggiungere “una buona notizia: ‘toffoletta’ è stata segnalata tra le parole inedite o non registrate nei dizionari e sarà inserita nel vocabolario on line di Treccani”. Grazie Carla, e grazie ai curatori Treccani che finalmente registrano l’alternativa e citano anche Franco Cavallone.

 

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La confusione tra anglicismi e internazionalismi

L’inglese, o più precisamente l’angloamericano,  è ormai una lingua planetaria, e la sua interferenza si osserva in ogni idioma e Paese. La globalizzazione lo ha diffuso ovunque, attraverso l’espansione delle multinazionali che esportano i nomi dei propri prodotti e dei propri marchi attraverso pubblicità sempre più internazionali, e attraverso modelli commerciali, tecnologici e culturali di successo (dalla musica al cinema).

L’inglese globale è perciò l’effetto e l’altra faccia di un’egemonia e di un indiscutibile imperialismo economico e politico che in molti casi “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”, come ha mostrato Claude Hagège, uno studioso che si occupa della dimensione internazionale della linguistica, e in particolare delle lingue a rischio di estinzione (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7).

E l’italiano come si colloca, davanti a questa espansione?

Dove va (se va) l’italiano

L’interferenza dell’inglese sulla nostra sintassi e sulla nostra struttura linguistica è poca cosa, ma, purtroppo,  non si può dire lo stesso del nostro lessico,  visto che negli ultimi 30 anni abbiamo importato migliaia di parole inglesi che violano il nostro sistema fonetico e ortografico. Dunque il rischio non è la scomparsa e l’estinzione dell’italiano, ma la sua totale trasformazione lessicale che già da tempo manifesta evidenti sintomi di creolizzazione.

Quello che è in gioco, perciò, è il futuro della nostra lingua: verso quale italiano stiamo andando? Una lingua fatta di nuove parole che seguono la storia dei nostri suoni e delle nostre regole, dunque che vengono assimilate e reinventate, oppure una struttura italiana che contiene una percentuale di anglicismi non adattati (dunque “corpi estranei”) sempre maggiore fino a divenire itanglese?

Questo è il bivio e questo è il punto di non ritorno, che a mio avviso abbiamo già superato. E davanti a questo bivio si scontrano due opposte visioni del mondo e della modernità della nostra lingua.

 

La menzogna dell’inglese visto come segno di modernità e di internazionalismo

Per comprendere meglio la questione voglio citare le parole di un importante linguista, Alberto Nocentini, che scrive:

“…il francese e lo spagnolo, a differenza dell’italiano, hanno reagito colle risorse del proprio lessico e tradotto computer con ordinateur e ordenador, rispettivamente. Reazione che corrisponde a una maggior consapevolezza dell’integrità della propria lingua e che contrasta coll’esterofilia un po’ passiva e facilona dell’italiano. In casi come questo, dove il termine è un tecnicismo di diffusione internazionale, al pari di telefono, radio e televisione, resta però da vedere se la soluzione adattata dal francese e dallo spagnolo sia alla resa dei conti un vantaggio o uno svantaggio, perché pone le due lingue al di fuori del circuito internazionale.”

Alberto Nocentini, La vita segreta della lingua italiana. Come l’italiano è diventato quello che è, Ponte alle Grazie, Milano 2015, pp. 109-110.

Queste parole contengono una serie di luoghi comuni e di affermazioni insostenibili, ma evidenziano bene la vera natura del bivio a cui siamo giunti. Molti intellettuali ci vogliono fare credere che il ricorso all’inglese sia “necessario”, un ineluttabile segno dei tempi che coinvolge ogni Paese. Ma non è affatto così, è un fenomeno tipicamente italiano. E bisogna gridarlo forte!

La nostra esterofilia è di certo indiscutibile, ma affermare che l’italiano, al contrario di francese e spagnolo, non abbia tradotto la parola computer è un falso storico. Una parola come mouse non l’abbiamo tradotta, al contrario di francesi, spagnoli, portoghesi e tedeschi (dunque non siamo internazionali in questa strategia, siamo semplicemente succubi), ma computer, fino alla fine degli anni Settanta, si diceva normalmente calcolatore e nella versione italiana di 2001 Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968) computer non ricorre nemmeno una volta (c’era il calcolatore HAL 9.000).

Negli anni Ottanta si è diffusa (senza grande fortuna) anche l’alternativa elaboratore, visto che le macchine non erano più solo in grado di fare calcoli, ma anche di giocare a scacchi, elaborare le informazioni  e permettere le prime applicazioni multimediali (si veda Egidio Pentiraro, A scuola con il computer, Laterza, Bari 1983, “Non calcolatore, ma elaboratore”, p. 9).

Quella che è successa, dunque, è un’altra storia rispetto alla ricostruzione di Nocentini: per prima cosa computer non è affatto un tecnicismo, ma a parte questo, il punto è che si è rivelato un “prestito sterminatore”, che, come molti altri, ha ucciso le alternative italiane esistenti che oggi sono utilizzabili solo come sinonimie secondarie. Questo “parolicidio” è avvenuto precisamente in concomitanza con l’affermarsi del personal computer, da quella data in poi l’anglicismo si è affermato definitivamente sulle alternative di calcolatore o elaboratore personale, come si evince anche dai grafici di Ngram Viewer.

 

 

computer in italiano

Questa precisazione non è una cosa da poco, perché è il simbolo di ciò che sta accadendo all’italiano: sta regredendo, anche se pare che molti linguisti non se ne accorgano.

Altrettanto infondato è paragonare un “internazionalismo” come computer ad altri come telefono e televisione. Ma come è possibile non vedere che nel primo caso si violano le regole di pronuncia e di ortografia (si legge compiuter, e come gli altri forestierismi non si volge al plurale) e si introduce una parola non adattata, mentre gli altri esempi sono parole adattate ai nostri suoni e alle nostre regole, e sono dunque parole italiane a tutti gli effetti? Come è possibile mettere sullo stesso piano i forestierismi non adattati con le parole italiane che derivano da parole straniere solo nella loro etimologia?

È arrivato il momento di spazzare via queste pseudoargomentazioni che fanno confusione invece che chiarezza.

La terza grande falsità è proclamare computer come un internazionalismo. Ma di che cosa stiamo parlando? È vero che si dice computer per esempio in tedesco o in polacco (dove si scrive con la k: komputer), ma sono queste le eccezioni, non è affatto vero che si dica così dappertutto. In greco è υπολογιστών (ipologhistòn), in portoghese computador, in rumeno calcolator, in slovacco e in ceco počítač, in finlanese tietokone, in norvegese datamaskin, nello svedese dator, in turco bilgisayar, in croato računalo, in ungherese számítógép, in islandese tolva… e persino nell’afrikaans si dice rekenaar!

E allora chi è “fuori dai circuiti internazionali”? Noi che non sappiamo fare altro che ripetere l’inglese a pappagallo e in modo coloniale? O chi traduce e adatta, come i francesi e gli spagnoli, ma come hanno fatto anche gli armeni, gli irlandesi, i catalani, i baschi e i gallesi?


Colonialismo, altro che internazionalismo!

Basta con queste sciocchezze della lingua sovranazionale. Sono bugie. Sono l’alibi per preferire l’inglese e rinunciare a parlare l’italiano!

Davanti al Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati solo gli italiani ripetono l’inglese GDPR (= General Data Protection Regulation), perché in Francia e Spagna si dice RGPD, e in Germania DSGVO (Datenschutz-Grundverordnung).

Essere moderni e internazionali dovrebbe portarci a rinunciare a dirlo in italiano? È questa la visione dei linguisti che negano l’anglicizzazione della nostra lingua? È questo l’italiano del futuro che hanno in mente?

Chi afferma ciò o è vittima di pregiudizi o è in malafede.

Brainstorming che dai noi è spacciato da certi linguisti come prestito di necessità, in Francia è stato tradotto con remue-méninges (spremimeningi) e in Spagna con lluvia de ideas (pioggia di idee). Graphic novel, che ripetiamo all’inglese anche se novel deriva dall’italiano novella (dall’opera di Boccaccio), in francese è roman graphique e in spagnolo novela gráfica. Basta confrontare le voci della Wikipedia italiana e francese per rendersi conto di come stanno le cose.

E se un francese usa preferibilmente parole come camping e football che noi diciamo preferibilmente campeggio e calcio, va ricordato che le pronunciano alla francese (campìng e futbòll), e non certo in inglese come facciamo noi, esattamente come wi-fi, pronunciato in modo autoctono anche dagli spagnoli. Noi, invece, ci vergogniamo a storpiare l’inglese, da cui ci stiamo facendo soggiogare rinunciando alla nostra lingua e incapaci di adattarlo ai nostri suoni.

Ripetere le parole inglesi senza tradurle, o sostituirle a quelle italiane anche quando esistono le alternative che facciamo morire perché non le utilizziamo, non significa “essere internazionali”, ma “essere provinciali” e stupidi. Significa rinnegare la nostra storia e le nostre radici per scegliere di diventare creoli. Questo è il morbus anglicus che sta soffocando la nostra lingua.

Chi, con l’alibi dell’internazionalismo o del tecnicismo “insostituibile”, vuole dirlo in inglese mente: sta semplicemente imponendo la propria visione del futuro della nostra lingua (l’itanglese) e il proprio senso di inferiorità verso l’inglese.

Questo è il vero problema, che denuncia anche Claude Hagège quando scrive che la predominanza dell’angloamericano spinge verso una mentalità monolingue che è tutta a beneficio dell’inglese e all’imposizione della lingua dominante da parte di tutti. Le competenze plurilinguistiche non sono considerate una ricchezza e il

“monolinguismo a vantaggio dell’inglese è vissuto come garanzia (…) della modernità e del progresso, mentre il plurilinguismo è associato al sottosviluppo e all’arretratezza economica, sociale e politica, oppure è considerato una fase, negativa e breve, sulla via che deve condurre al solo inglese”.

Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 100.

Questa mentalità, che in Italia va per la maggiore, è da respingere e da combattere con ogni mezzo, perché rappresenta una delle principali porte di ingresso agli anglicismi e una delle principali cause della regressione del nostro lessico.

PS
Sulla necessità di tutelare la nostra lingua dal pericolo degli anglicismi, segnalo l’appello di Gabriele Valle al presidente dell’ANSA Giulio Anselmi, perché segua l’esempio dei mezzi di informazione spagnoli.

Dall’economia all’economy: i “prestiti sterminatori”

Giugno 2018. Il presidente del Consiglio (di frequente chiamato immotivatamente premier) Giuseppe Conte nel suo discorso per chiedere la fiducia alla Camera sfodera una variegata serie di anglicismi, da governace a “(se mi consentite) stockholder” (invece di azionisti), dall’immancabile flat tax alle espressioni come “utilizzare  i big  data per  cogliere  tutte  le  possibilità della sharing economy”.

La parola economy è al centro di un sentito discorso economico-ambientale, e Conte parla di green economy, di sharing economy e di blue economy con la stessa disinvoltura con cui si utilizzano le parole italiane, senza affiancare queste espressioni con alternative e spiegazioni, dando per scontato che l’itanglese sia la norma nel linguaggio istituzionale del Parlamento.

Ma da quando l’economia è diventata economy?

 

Dall’economy class alla new, net e old economy

Era il 1989, stando al Devoto Oli, quando la parola economy, decurtazione di economy class, cioè la classe economica, è stata introdotta nelle tariffe di biglietti di navi e aerei; ma oggi anche le Ferrovie dello Stato si sono adeguate alla riformulazione anglicizzata dei biglietti: dopo l’abolizione della terza classe si viaggia in economy.

Ormai, però, dall’aggettivo si è passati al sostantivo: nella seconda metà degli anni Novanta, infatti, è esplosa la new economy, e l’anglicismo, con il significato di nuova economia, si è propagato senza troppe alternative italiane, affiancato invece dall’alternativa net economy (economia della rete) e, per contrapposizione, ha portato con sé il concetto di old economy.

economy

Dopo questi primi “prestiti” tutto sommato isolati, la situazione è degenerata a partire dal 2008, quando si è cominciato a parlare anche di sharing economy (economia della condivisione) e di green economy (economia verde).  Negli ultimi 10 anni è poi comparsa la gig economy, l’economia dei lavoretti e della flessibilità, in altre parole un’edulcorazione per indicare lo smantellamento dei diritti dei lavoratori.

Fino a qui rimaniamo nell’ambito dei lemmi riportati dai dizionari, ma nel 2018 si parla sempre più anche di blue economy, un concetto ancora confuso a dire il vero, perché l’economia blu può indicare il superamento di quella verde, cioè l’economia circolare e del riciclo, oppure l’economia legata al mare.

In ogni caso la frittata è fatta. Nel giro di un decennio non si parla più di economia, ma di economy.

 

Economy sui giornali

Provo a immettere economy sul servizio di ricerca delle notizie di Google, e provo ad analizzare le prime 5 pagine alla ricerca di altre occorrenze e altre locuzioni.

Compare la circular economy:

“Se non passiamo alla circular economy, sarà game over per il pianeta. Sono queste le parole con cui si apre Closing the Loop, il primo lungometraggio al mondo dedicato al tema dell’economia circolare.”

Scopro poi la Next Mobile Economy:

“Quando si parla di digital transformation spesso si pensa a una serie di soluzioni che permettono al business di entrare in una nuova era produttiva. Vero, verissimo ma all’interno dello stesso “movimento” si possono individuare flussi focalizzati e la Next Mobile Economy è tra questi. Il termine è destinato a entrare nei trending topic degli amministratori, visto che include strategie volte a migliorare aspetti che ricadono in altri settori come il BYOD o lo smart working.”

Negli articoli economici il linguaggio è questo, l’itanglese.

Economy è diventato un termine contagioso, c’è l’app economy, l’industria legata alla programmazione delle applicazioni per smartphone e tablet (L’app economy varrà presto 6,3 trilioni di dollari), la data economy (Fujitsu World Tour 2018. Co-creation e data economy, l’AI ridisegna il workplace. Revisione delle infrastrutture di data center. Sicurezza e data protection. Nuovi luoghi, modalità e spazi di lavoro. Le prospettive future del cloud e soluzioni iperconvergenti), la space economy (Tavola rotonda al Festival dell’Economia di Trento sulla Space Economy), la Data-Driven Economy (Big Data, Machine Learning, Fintech, Blockchain, customer centricity, GDPR, Digital Marketing: tutto questo è Cerved Next, l’evento italiano dedicato ai pionieri della Data-Driven Economy) e persino la shock economy (Plutonomy vs Democracy: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo).

La frittata è fatta, si diceva, la lingua degli articoli economici è quella di questi esempi, e non si può di certo definire italiana. Il modello per la coniazione dei neologismi è ormai inglese, e la parola italiana economia diventa obsoleta, e relegata alla designazione del vecchio, mentre ciò che è nuovo, il futuro, è detto in inglese, e questo è il caposaldo di quello che ho chiamato l’anglopurismo.

E infatti l’economia della terza età diventa la silver economy (Silver Economy Forum: Genova vuole diventare capitale europea degli over 65, il Comune ha organizzato, insieme all’associazione Genova Smart City il Silver economy forum), quella degli animali domestici è la pet economy (Animali domestici, la pet economy supera i due miliardi), quella delle biciclette è la bike economy (Dal Trentino alla Liguria, la «bike economy» che crea valore), mentre al Al Cebit 2018 Italtel punta sulla Smart Economy.

Ecco come ci stiamo riducendo. Ecco come si diffonde l’itanglese.

I cosiddetti “prestiti” non sono innocenti e isolati, si combinano in una rete di parole sempre più fitta che crea l’itanglese. Gli animali domestici sono pet, il settore alimentare è food e questi anglicismi si ricombinano tra loro formando una lingua nella lingua (e infatti si trova anche la food economy).

Tra lusso e necessità ci sono anche i “prestiti sterminatori”

Questi anglicismi entrano come fossero “prestiti di lusso”, secondo le classificazioni ridicole usate da chi non comprende affatto la natura del fenomeno, ma poi si trasformano in “prestiti di necessità”, perché lentamente le espressioni inglesi uccidono le alternative italiane, che vengono usate sempre meno, prima come sinonimi e traduzioni secondarie che compaiono negli articoli di giornale per spiegare gli anglicismi urlati e ostentati nei titoloni, poi scemano sempre di più e la loro frequenza si riduce fino a quando dirlo in italiano diventa inusuale, se non impossibile.

La parola economia, se il vento non cambia, è destinata a regredire davanti all’anglicismo. Come è successo alla parola calcolatore, che un tempo era normale, che è stata affiancata fino agli anni Novanta a elaboratore, ma che oggi si può dire solo in inglese: computer. Ogni altra alternativa è morta. E chi parla dei prestiti di “lusso” e di “necessità” dovrebbe riflettere su una nuova categoria, quella dei prestiti “sterminatori” che una volta acclimatati fanno morire le parole italiane.

PS
Sia chiaro: se qualcuno li dovesse chiamare prestiti killer, lo ucciderò!

Anglicismi: dai singoli “prestiti” a una rete di parole interconnesse che colonizza interi settori

Interpretare i forestierismi come “prestiti” è una semplificazione ingenua che può andare bene quando il numero delle parole coinvolte è molto limitato. Nel caso del giapponese, per esempio, ci sono poco più di 50 vocaboli non adattati accolti nei dizionari, come:

aikido, anime, banzai, bonsai, emoji, futon, geisha, haiku, harakiri, hentai, hikikomori, judo, judoka, jujitsu, kabuki, kamikaze, karaoke, karate, katana, kendo, manga, mikado, origami, reiki, samurai, sashimi, shiatsu, sudoku, sumo, surimi, sushi, tatami, tofu, tsunami, wasabi, yen.

A parte qualche altra parola meno popolare e altri termini che derivano dal giapponese ma sono stati italianizzati (chimono, saké, soia, tempura…), non c’è molto altro da dire: considerare queste parole come “prestiti” tutto sommato è una classificazione che regge. Quando invece le importazioni sono circa 3.500, come nel caso dell’inglese, la teoria dei prestiti si rivela una categoria inadeguata e insufficiente per spiegare cosa sta accadendo, perché l’interferenza linguistica diventa un fenomeno ben più profondo, complesso e di tutt’altra portata.


Da una singola voce alle famiglie di anglicismi: un fenomeno trascurato

Se si analizza come sono entrati gli anglicismi da un punto di vista storico, è evidente che in larga parte non sono affatto prestiti isolati, ma si tratta di intere famiglie di parole che entrano e prolificano con diverse modalità.

Alcune volte si afferma e si diffonde un “prestito” che inizialmente è isolato, ma per la sua popolarità, con il tempo permette l’entrata di molte locuzioni collegate, come è avvenuto nel caso di → manager che ha poi portato al diffondersi di decine e decine di locuzioni come sales manager, top manager, area manager, brand manager, general manager, marketing manager

Altre volte succede il contrario: prima entra qualche parola composta, come tea-room o living room, e con il passare degli anni queste locuzioni si moltiplicano (press room, showroom, control room…) fino a che la parola madre, → room, anche se non è un lemma a sé dei dizionari, finisce lo stesso per entrare nella disponibilità di tutti.

Questo fenomeno è davvero trascurato dagli studiosi, ma mi pare fondamentale per rendere conto dell’interferenza linguistica in modo adeguato. Per fare un altro esempio di questi “prestiti” che creano una rete di vocaboli tra loro interconnessi, si può analizzare il caso di food, arrivato negli anni Ottanta attraverso fast food. Nel Devoto Oli del 1990 era l’unica occorrenza dell’anglicismo, ma oggi food designa l’intero settore dell’alimentazione e, nella grande distribuzione, il non food indica addirittura il settore non alimentare. Nel frattempo, infatti, sono comparsi i food corner (aree di ristorazione), il junk food (cibo spazzatura, 1987) o trash food (2001), lo slow food (marchio registrato italiano, 1989), il pet food (cibo per gli animali, 1992), lo street food (cibo di strada, 2000), il finger food (cibo al cartoccio, 2001), il comfort food (cibo consolatorio, 2002) e il food design (2006). Insomma, si è passati da 1 lemma (fast food, 1982) a 12: siamo andati oltre la decuplicazione in poco più di 30 anni. Ma la storia è destinata ad aumentare, visto che, fuori dai dizionari, tra gli anglicismi in circolazione si registra il food porn, e tra le notizie dei giornali si trovano i fattorini del food delivery, il social food e i food blogger, e poi gli eventi o le aziende food

Questa proliferazione di parole composte, naturalmente, non riguarda solo food, le stesse considerazioni valgono per gli altri elementi degli esempi: street (street food ma anche street art, street artist, street culture, street parade, street style), design (food design, fashion design, game design, graphic design, industrial design, interior design), pet (pet food, pet therapy, pet friendly, pet sitter) e via dicendo.

Espressioni come pet sitter, dog sitter o cat sitter, a loro volta, sono possibili perché sono state precedute da baby sitter (cfr. → “La maledizione della baby sitter e i composti di baby”), che non è un prestito isolato e “innocente”, è diventato un modello che ha permesso l’entrata di questi neologismi che circolano ormai senza alternative italiane, visto che si appoggiano a un’espressione divenuta estremamente popolare.

La parola baby, a sua volta, è stata assimilata nell’italiano e ha prodotto innumerevoli composti diventando un suffissoide che genera una quantità impressionante di altre parole e di accezioni che in inglese non esistono, sono dunque pseudoanglicismi. Il secondo elemento, sitter, non è particolarmente diffuso e prolifico, però è illuminante per esemplificare la proliferazione delle parole in -er. È evidente che, se sono centinaia, si finisce per interiorizzare nella nostra lingua una struttura inglese. Se chi fa design è un designer, chi uccide è un killer, chi fa surf è surfer, chi ferma il pallone è stopper, chi perseguita è uno stalker, uno spacciatore è un pusher, un controllore è controller, poi succede che un decodificatore è detto decoder, che un acquirente diventa uno shopper, e che da blog, chat, rock, rap, spam si ricavino blogger, chatter, rocker, spammer e non bloggatore, chattatore, rockettaro, rappatore e spammatore.

A questo punto dovrebbe essere più evidente che abbiamo a che fare non con singoli prestiti isolati, come nel caso del giapponese, ma con una rete di parole che con il tempo si allarga.

La rete di anglicismi in –ing

Torniamo a baby sitter. Tra le altre diramazioni ci sono anche baby parking, visto che parking (pseudoanglicicmo) era già diffuso, e babysitting una variazione in –ing che si è affiancata alla derivazione più italiana di babysitteraggio. Le parole in –ing (che includono gerundi ma anche participi e aggettivi) sono centinaia e centinaia.

Dopo lo stalking e il mobbing (in inglese poco usato), nel linguaggio della giurisprudenza questo “modello” si è diffuso portando nelle sentenze parole come grooming (adescamento dei minori), bossing (i soprusi del capoufficio, pseudoanglicismo) o straining (definito dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 3977 del 19/02/2018 una forma attenuata di mobbing).

Se c’è il job sharing e il car sharing ecco che allora si può introdurre anche il bike sharing, il file sharing, il video sharing, la sharing economy (visto che c’è la new economy, la net economy, la old economy, la green economy e l’economy class); se arriva il bird watching e si afferma invece di osservazione ornitologica, si apre la strada a whale watching (per le balene), fish watching (per i pesci), skywatching (per il cielo) e bio watching.

In informatica c’è il mail bombing, il mailing e le mailing list. Ci sono l’hosting e l’housing, il data processing e il batch processing,  il  debugging, l’editing, l’engineering, il morphing, il multitasking, lo spamming e il caricamento diventa loading, grazie alle mancate traduzioni delle interfacce dei programmi informatici.

Nello sport c’è il dribbling e il pressing, il doping, il trekking, il walking, il running, il footing e il jogging, il bungee jumping (salto con l’elastico) e il base jumping (paracadutismo da fermi), il canyoning (torrentismo), lo spinning che poi genera l’hydrospinning e l’acquaspinning,  mentre dal bodybuilding si esce dallo sport con il body painting e il body sculpturing (liposuzione).

La desinenza in -ing porta da brand a branding, si trova in brainstorming, bookcrossing, booking e overbooking negli alberghi; da bank si genera banking e dunque banking online, home banking, mobile banking, internet banking, e-banking, phone-banking, remote banking, e poi c’è il trading, l’e-trading o trading online e il day trading, visto che c’è già la base dell’insider trading. Dallo shopping si arriva all’e-shopping passando per i shopping center; e poi il coaching,  il counselling, le cohousing, il couponing, il coworking, il couchsurfing, il crowdfunding e il crowdsourcing. C’è il marketing, il merchandising, il naming, il  networking, il problem solving, il caravanning, il casting, il broadcasting, il podcasting e il webcasting e persino nel mondo del porno spopolano parole come pissing o squirting.

E ancora lifting e restyling, roaming, scouting, scrolling, self publishing, spelling, storytelling, stretching, timing , screening… la messa in piega dei capelli è brushing, e davanti alle desinenze in –ing appiccicate alle parole inglesi di alta disponibilità non c’è da stupirsi se dressing da condimento per le insalate, in italiano viene usato nel gergo della moda con il significato errato di abbigliamento (dress è abito, ma l’abbigliamento sarebbe clothing).

Ho scelto solo qualche esempio tra i più diffusi, ma questo elenco in –ing continua, perché nei dizionari se ne trovano molti di più dalla A di aquaplaning alla Z di zapping. Il che significa semplicemente che in italiano ci siamo abituati alle desinenze in –ing e le stiamo interiorizzando come fossero normali.

In conclusione: l’interferenza dell’inglese non si può ridurre né spiegare come una semplice raccolta di prestiti isolati. Siamo in presenza di una rete e una struttura alloglotta che entra nel nostro lessico e prolifera. Si tratta di un fenomeno nuovo, di massa, dalla portata potenzialmente devastante, che non ha precedenti in alcuna epoca passata e che non ha eguali nemmeno quando il francese rappresentava la lingua di moda che ci influenzava con moltissimi “prestiti” non adattati. Si tratta di un fenomeno dalla velocità sconcertante: in 70 anni, nell’arco di una sola generazione, abbiamo importato un numero di anglicismi interconessi e sempre più fitti che stanno cambiando il volto dell’italiano con suoni estranei alla nostra tradizione, con nuove regole aliene alla nostra grammatica.

Gli anglicismi non sono parole isolate, sono semi che attecchiscono in modo virale perché al contrario di ciò che avviene in altri Paesi in Italia non abbiamo anticorpi e da noi trovano il clima favorevole per moltiplicarsi a dismisura e incontrastati. Queste parole stanno colonizzando intere aree di settore, come l’informatica, la moda, il lavoro, molti ambiti dell’economia, dello sport, delle leggi, della politica… È il segnale che il lessico dell’italiano storico è destinato a cambiare, ad anglicizzarsi sempre maggiormente e corre seriamente il rischio di trasformarsi in itanglese, perdendo la propria  identità.

La presenza di anglicismi e altri forestierismi dallo spoglio del Devoto Oli

I linguisti che si dichiarano “non preoccupati” per la presenza degli anglicismi nella lingua italiana hanno una visione “statica” del fenomeno. Se si mostra loro che un dizionario come il Devoto Oli registra attualmente circa 3.500 parole inglesi, rispondono che comunque rappresentano solo il 2 o 3% di tutte le voci presenti in un vocabolario. Ma questo modo di annacquare gli anglicismi e di spalmarli su tutti i lemmi di un dizionario (quelli monovolume raccolgono dalle 100.000 alle 150.000 voci) non è un criterio utile per comprendere come stanno le cose, per molte ragioni.

Occorre un’analisi lessicale storica e per categorie grammaticali

Per prima cosa i dizionari registrano molte voci arcaiche, disusate, poetiche… e queste andrebbero tolte dai conteggi delle percentuali degli anglicismi, che sono invece parole moderne. Ma, soprattutto, va detto che per oltre il 90% dei casi, le parole inglesi sono sostantivi e in maniera minore aggettivi e un’infiltrazione concentrata in questi ambiti non può essere trascurata.

Se si analizzano per esempio i verbi, il Devoto Oli  ne registra circa 10.000 e tra questi ce ne sono solo un centinaio costituiti da semiadattamenti come googlare, downloadare, backuppare… che complessivamente non rappresentano una percentuale preoccupante e tale da modificare il nostro sistema verbale: si attestano intorno all’1% dei verbi.

Nello stesso dizionario, al contrario, i sostantivi registrati sono più o meno 65.000 (cifra che include circa 900 francesismi e 3.000 anglicismi) e se si escludono le voci “morte” il loro numero scende ben al di sotto di 60.000.

Comunque sia, considerando circa 3.000 sostantivi inglesi su un totale di 60.000, ecco che la percentuale dei sostantivi inglesi diventa circa del 5%, che comincia a essere un numero molto invadente, soprattutto perché, se si vanno a guardare i neologismi del Nuovo millennio, gli anglicismi rappresentano ben la metà delle parole nuove!

E allora conviene passare da una visione statica a una dinamica: bisogna cioè analizzare il fenomeno dell’inglese che penetra nella nostra lingua non come un’istantanea, ma come un flusso che cresce in modo esponenziale, ed è per questo che è preoccupante.


L’aumento degli anglicismi dall’Ottocento a oggi

L’entrata delle parole inglesi è un fenomeno che comincia a diventare massiccio dal secondo dopoguerra. Dal grafico costruito sulla base dello spoglio di Zingarelli, Devoto Oli e Sabatini Coletti si può capire meglio come stanno le cose: nella prima colonna gli anglicismi datati prima dell’Ottocento, nella seconda quelli dell’Ottocento e nella terza quelli del Novecento.

 

GRAFICO 4.1
Le datazioni e il numero degli anglicismi non adattati di Zingarelli, Devoto Oli e Sabatini Coletti sino al Novecento (A. Zoppetti, Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 81).

Davanti a questi dati non si può fare finta di niente e rispondere che l’influsso dell’inglese è ancora poca cosa: la nave imbarca acqua, e bisogna capire come arginare la falla invece di dire che ci sono solo 2 o 3 dita, se non si vuole finire con l’andare a fondo!

Per comprendere meglio i numeri, è utile fare un confronto tra forestierismi analizzando anche i francesismi e gli ispanismi, che rappresentano le due lingue che storicamente ci hanno maggiormente influenzati (al quarto posto ci sono i germanismi, mentre il contributo delle altre lingue si attesta su valori molto più insignificanti). Dalle datazioni che si ricavano dal Devoto Oli, risulta che fino all’Ottocento era il francese a costituire la lingua con un maggiore apporto di forestierismi non adattati, e che dopo la seconda metà del Novecento è successo qualcosa di anomalo e grave che non ha precedenti storici!

Va precisato che i numeri che emergono dalle datazioni digitali sono grezzi, in altre parole hanno margini di errore stimabili intorno al 10% rispetto a quelli che si possono ottenere da analisi raffinate e più ponderate. Più nel dettaglio, nelle analisi grezze, quando una parola non ha indicata una data precisa, ma solo un riferimento al secolo, può capitare che una stessa voce compaia sia nella prima metà del Novecento sia nella seconda (è il caso di “access provider”, per esempio), il che spiega perché la somma dei forestierismi di prima e seconda metà del Novecento non corrisponda esattamente al numero degli anglicismi dell’intero Novecento, ma si tratta di un margine di errore trascurabile, visti gli ordini di grandezza. Ecco perché dal Devoto Oli risulta che nell’Ottocento sono entrati 187 anglicismi (contro i 244 francesismi e i 75 ispanismi) di cui 42 nella prima metà del secolo (contro 79 dal francese e 36 dallo spagnolo) e 152 nella seconda metà (contro 173 dal francese e 53 dallo spagnolo).

Questo equilibrio si spezza nella prima metà del Novecento quando, con il finire dell’epoca della Belle époque, entrano 747 anglicismi (contro 366 francesismi e 6 ispanismi), per poi impazzire definitivamente nella seconda metà del Novecento con 2.077 parole inglesi non adattate (contro 296 francesi e 32 spagnole).

Nel Nuovo millennio (al 2017) gli anglicismi accolti sono 509 (contro 12 francesismi e 5 ispanismi) e nel grafico ho provato a ricostruire la situazione in modo visivo.

Anglicismi entrati storicamente
Le datazioni e il numero di francesismi, ispanismi e anglicismi non adattati nel Devoto Oli 2017.

Per la cronaca: i neologismi del nuovo Millennio sono in tutto 1.049, dunque la metà di essi sono parole inglesi. Ma passando dai dati grezzi a ricerche raffinate, le cose stanno anche peggio, perché sotto gli anglicismi non sono incluse parole semiadattate come i verbi switchare, spoilerare e via dicendo, né le altre parole derivate dall’inglese (selfone, customizzazione, fashionista…) che farebbero salire di non poco le statistiche e porterebbero il numero degli anglicismi del Duemila a essere maggiore di quello dei neologismi autoctoni che riusciamo a produrre.

E allora qual è il destino del lessico italiano davanti a questi dati?
Quale sarà l’italiano del futuro se le cose non cambiano?

La mia previsione è che sarà itanglese. In sintesi: la struttura dell’italiano, la sintassi e i verbi saranno sostanzialmente quelli di ieri e di oggi, mentre i sostantivi saranno in percentuale sempre più ampia parole inglesi, dalle regole ortografiche e fonetiche diverse dall’italiano storico. La nostra lingua sarà sempre più inadatta a descrivere le cose nuove, che si diranno in inglese, soprattutto negli ambiti tecnologici, scientifici e lavorativi.

Si può ancora definire “italiano” un simile idioma? Per gli anglopuristi probabilmente sì, per me no. In gioco c’è l’identità dell’italiano del futuro!

Chi definisce i forestierismi come dei “doni” e li vede come un arricchimento dovrebbe guardare il fenomeno dell’inglese nel suo divenire. Allora si renderebbe conto che il problema non è nel purismo o nel neopurismo, ma è semplicemente nel loro numero! L’esplosione dell’inglese è impazzita e non ha più controllo: sette secoli di influenza del francese hanno generato migliaia e migliaia di francesismi italianizzati, ma meno di 1.000 francesismi non adattati. Invece, in soli 70 anni, nell’arco cioè di una sola generazione, abbiamo importato 3.000 parole inglesi (e solo un ulteriore migliaio di parole inglesi italianizzate)! Non siamo più capaci di tradurre e di adattare, non sappiamo (o non vogliamo) creare neologismi al posto degli anglicismi e spesso preferiamo usare l’inglese anche in presenza di parole italiane che in questo modo regrediscono.

Una lingua è in grado di sopportare una proliferazione così massiccia e rapida senza snaturarsi e perdere la propria identità?

Puristi, neopuristi e anglopuristi

Ogni volta che mi trovo a spiegare e difendere le mie tesi su anglicismi e itanglese è sempre la stessa storia: devo affannarmi a precisare che non sono affatto un “purista”.

Difendere la lingua italiana davanti all’eccesso di anglicismi che caratterizza il nuovo Millennio non ha niente a che vedere con il purismo, riguarda invece la tutela di ciò che è locale davanti alla globalizzazione. È un problema di ecologia linguistica di fronte all’espansione delle multinazionali americane che, come effetto collaterale, insieme ai loro prodotti impongono in tutto il mondo anche il loro linguaggio. Quello che è in gioco è il pluralismo linguistico internazionale, che come la biodiversità è una ricchezza, non un segno di arretratezza; ma è minacciato da una fortissima mentalità monolinguista basata sull’angloamericano.

L’epoca del purismo è morta e sepolta, e oggi le cose vanno lette con ben altre categorie che devono rendere conto del presente e del futuro invece di guardare al passato.

Che cos’è il purismo?

Il purismo si può fare risalire alle posizioni di Pietro Bembo (XVI secolo), un esponente di spicco dei cosiddetti “ciceroniani” che, impregnato del mito dell’età dell’oro, considerava il latino la massima perfezione della lingua: i modelli più alti e irraggiungibili erano per lui Virgilio per la poesia e Cicerone per la prosa. Il punto di partenza delle Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua era che il latino si fosse corrotto nel volgare a contatto gli idiomi degli stranieri arrivati con le invasioni, e che il modello dell’italiano ideale si dovesse rintracciare nella letteratura del Trecento più vicina al latino e cioè la poesia di Francesco Petrarca e la prosa di Giovanni Boccaccio (Dante era invece considerato come un poeta privo di “decoro”).
Alla fine del Cinquecento, sorse a Firenze l’accademia della Crusca che sposava questo principio e aveva come scopo quello di separare il “fior di farina”, cioè la buona lingua costituita dal fiorentino trecentesco, dalla “crusca” in senso dispregiativo, le male parole impure e poco digeribili che proliferavano: il lessico dialettale, i neologismi e i forestierismi. Nel 1612 vide così la luce il Vocabolario degli Accademici della Crusca, un’opera senza precedenti nelle altre lingue europee, che pur possedevano già la loro precisa identità. Va detto che al di là degli intenti puristici stretti, il vocabolario fu nei fatti molto più aperto, soprattutto nelle successive edizioni. Infatti Dante fu rivalutato e la prima edizione dell’opera partì proprio dallo spoglio degli scritti delle “tre corone”: le parole “lecite” della lingua italiana erano dunque quelle usate da Dante, Petrarca e Boccaccio.

Gli oppositori al purismo aperti agli internazionalismi

Molti autori si opposero alle posizioni di Bembo e della Crusca, e rivendicarono la dignità degli altri dialetti e i contributi di altre lingue. L’obiezione più forte era che, staccandosi dal linguaggio vivo, il rischio era quello di parlare la “lingua dei morti” del Trecento. Intanto, nel corso del Cinquecento e del Seicento, sia davanti alle importazioni di nuove “cose” che arrivavano dal Nuovo mondo e dall’epoca delle grandi esplorazioni, sia davanti ai progressi tecnici e scientifici, le parole “nuove” erano sempre di più. E così, nel Settecento, Alessandro Verri, dalle pagine del Caffè, lanciò la celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”, un vero e proprio manifesto contro il purismo e il conservatorismo linguistico in nome della modernità:

“Se il Mondo fosse stato sempre regolato dai Grammatici” non avremmo né case, né carrozze, né industria.

La conclusione fu la “solenne rinunzia” alla pretesa purezza della toscana favella:

“Se italianizzando le parole francesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, sclavone, noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo.”

 

Vorrei fare notare la parola “italianizzando”, una parola chiave per comprendere la natura di queste critiche. Se i puristi condannavano i neologismi e le parole di origine straniera in nome del toscano, va detto che tutti i più aperti sostenitori della modernità, da Machiavelli a Muratori, da Leopardi a Verri, non pensavano affatto di importare migliaia di parole straniere senza italianizzarle!

E allora cosa accomuna le posizioni dei più accesi puristi fustigatori dei barbarismi e quelle dei più aperti e moderni sostenitori di francesismi, anglicismi e internazionalismi di ogni epoca?

Il fatto che nessuno si sognava di fare entrare nel nostro lessico migliaia di forestierismi non adattati.


Dal purismo all’anglopurismo

Nel corso del Novecento, caduta la supremazia del toscano e raggiunta l’unità linguistica dell’italiano parlato, oltre a quello letterario, si è diffuso un atteggiamento moderato definito neopurista, rappresentato per esempio da Bruno Migliorini, che non respingeva a priori i forestierismi, ma valutava caso per caso cercando di adattare le innovazioni alla struttura fonologica e morfologica della nostra lingua con molta tolleranza. E il criterio di sostituire gli esotismi solo quando è possibile o di adattarli (regista invece di regisseur, clic invece di click) sarebbe un criterio auspicabile anche oggi. Ma le soluzioni avanzate ancora negli anni Ottanta da Arrigo Castellani, che proponeva invano adattamenti come fubbia (fumo + nebbia) al posto di smog (smoke + fog) o di guardabimbi per baby sitter appartengono ormai al passato e ci fanno sorridere.

Se un tempo i puristi, nel loro difendere e conservare la lingua italiana classica, rappresentavano contemporaneamente un ostacolo all’evoluzione linguistica, oggi chi sta portando l’italiano a chiudersi in sé stesso per diventare la lingua dei morti è rappresentato proprio dai più aperti sostenitori degli anglicismi che vedono come un segno di modernità e di internazionalizzazione.

Vorrei chiamare questa posizione “anglopurismo”.

Gli anglopuristi si vergognano di italianizzare le parole inglesi, come fosse un segno di ignoranza verso la lingua originale di cui siamo ormai succubi, dunque sono ostili di fronte a soluzioni come rosbif al posto di roast beef, surfista al posto di surfer, blogghista/bloggatore per blogger, scaut per scout o sciampo per shampoo. E in questo modo si apre la strada a migliaia di parole che entrano senza adattamenti violando il nostro sistema ortografico e morfologico con termini che si scrivono e leggono con altre modalità, e dunque rimangono corpi estranei. Il che non è un male in sé, lo diventa quando il loro numero è tale da costituire una rete di parole sempre più fitta che si espande nel nostro lessico portando addirittura all’interiorizzazione di nuove regole estranee alla nostra lingua.

Con il falso alibi dei prestiti di necessità, gli anglopuristi non perdono occasione di introdurre parole inglesi con la scusa che non esisterebbero equivalenti italiani. Questi signori non concepiscono che, quando anche un corrispondente non esistesse, un forestierismo si può anche adattare, tradurre o sostituire con neologismi e nuove creazioni italiane, l’unica soluzione che renderebbe la nostra lingua nuovamente una lingua viva. Gli anglopuristi storcono il naso davanti alle pochissime soluzioni di questo tipo che si stanno diffondendo, come apericena al posto di happy hour, o colanzo al posto di brunch. E davanti a cinguettio invece di tweet si oppongono dicendo che la soluzione italiana non è rispettosa del significato inglese! E più in generale considerano queste parole “brutte” rispetto a quelle inglesi.

Tra gli anglopuristi si annidano anche coloro che sostengono che gli anglicismi spesso non hanno proprio il medesimo significato degli equivalenti italiani: shopping non è proprio come fare compere, dicono, confondendo il risultato dell’acclimatamento della parola che ha assunto in italiano (= fare acquisiti di lusso o per la persona) con il significato inglese, dove anche andare al supermercato è considerato shopping. Curiosamente, questi angloentusiasti non hanno nulla da dire nei confronti di parole come mobbing, che considerano qualcosa di “necessario” e di insostituibile anche se in inglese si usa poco e si ricorre quasi sempre ad altre espressioni come victimization, persecution, harassment, workplace bullying (bullismo sul lavoro), oppure si parla meno tecnicamente di abuse e intimidation.

Soprattutto, gli anglopuristi si rifiutano di allargare il significato di parole storiche e farle evolvere, ampliandole, alla realtà di oggi. E così dichiarano che selfie non è esattamente come autoscatto, è un’altra cosa. Sul sito dell’accademia della Crusca, per esempio, questa tesi è divulgata con una presa di posizione ideologica molto discutibile. Si dice che selfie non è un “prestito di lusso” (come si possano nel nuovo Millennio usare ancora queste categorie obsolete rimane per me un mistero) e che non è “un sinonimo perfetto di autoscatto”.
Però, gli esempi tratti dai giornali a chiusura dell’articolo mostrano chiaramente che non è affatto così: i giornali usano autoscatto con la stessa accezione, esattamente come, nel Devoto Oli 2018, selfie è indicato come termine sostituibile da autoscatto.

I nuovi puristi dell’inglese uccidono l’italiano

Eccolo il nocciolo dell’anglopurismo: si vuole relegare l’italiano alla lingua dei morti, autoscatto viene classificato come parola storica, nei suoi significati del passato, quando esisteva il filo per l’autoscatto o il comando a tempo. Non si vuole allargare il significato di autoscatto in senso moderno e farne una parola adatta per le nuove tecnologie, la si vuole far morire! È in questo modo che gli anglopuristi uccidono l’italiano.

Calcolatore o elaboratore? Roba vecchia! Oggi c’è il computer e basta.

E cat sitter? È un prestito di necessità, evidentemente, dicono. Certo, esiste la parola gattaro, un neologismo degli anni Ottanta, ma si riferisce a chi cura i gatti randagi per passione, non a chi intraprende questa nuova professione che si può dire solo in inglese!

Quello che vorrei chiedere agli anglopuristi è perché la parola gattaro non può evolvere in senso moderno anche per designare una nuova professione.

Perché volete relegare l’italiano alla sua storia invece di farlo evolvere? Perché la metà dei neologismi del nuovo millennio è in inglese? Cose ne sarà della nostra lingua, fra trent’anni, se continuiamo a questo modo?

L’italiano si ridurrà a esprimere il vecchio, e tutto ciò che è nuovo si dirà in inglese.
Quando, nel 1962, durante la crisi tra Cuba e Stati Uniti, si coniò l’espressione hawks e doves, in italiano è stata tradotta con falchi e colombe. Oggi, se Trump parla di fake news, tutti gli apparati mediatici ripetono l’espressione in lingua originale, e le notizie false o le bufale sembra che abbiano un altro significato o un’altra sfumatura.

E allora, è più “purista” chi spera in un italiano che si sappia reinventare e arricchirsi di neologismi, nuove creazioni e adattamenti, visto che è una lingua viva, o chi lo vuole ingessare nel vocabolario storico preferendo ricorrere a parole tecniche in lingua originale senza alterarlo?

Da quale delle due prospettive ne uscirà un italiano che rischia di risultare presto la lingua dei morti?

La storia di “jeans” e “blue jeans”

L’espressione blue jeans è entrata nell’italiano nel 1956, stando alle datazioni di Devoto Oli, Zingrarelli e Nuovo De Mauro, mentre la sua abbreviazione jeans risale al 1960 (o 1959 secondo lo Zingarelli).

Guardando le statistiche di GoogleBooks Ngram Viewer le cose non sono molto diverse, anche se le prime occorrenze compaiono nel 1954.

jeans e bluejeans su GoogleBooks Ngram Viewer
La fequenza di jeans e blue jeans su GoogleBooks Ngram Viewer (1950-2008)

Scartabellando nell’archivio storico de La Stampa, il primo articolo che parla di blue jeans (scritto blu jeans) risale al 1951, quando Riccardo Aragno, in un articolo che riferisce del Belgio scriveva:

“Calze, frigoriferi, radio, mutande, dischi, carta da lettere, gomma da masticare, occhiali da sole: la quantità di roba che arriva qui dall’America è a prima vista invidiabile. Dopo qualche giorno stucchevole. (…) Si arriva ad eccessi di una ingenuità provinciale che sta tra il commovente e l’irritante: un negozio di articoli sportivi offre in bella mostra – come se si trattasse di un prodotto favoloso – i «blu jeans» venuti dal Texas.”

[La Stampa, giovedì 26 luglio 1951, p. 3, Riccardo Aragno, “L’uranio è un lusso per il ricchissimo Belgio”]

Cinque anni dopo, lo stesso giornalista parla semplicemente di jeans, ormai approdati anche in Italia, e il tono scandalizzato del primo articolo si è ormai stemperato:

“Il «jazz» accomuna ogni sera (…) i giovani aristocratici e i guidatori di camion, le ragazze del bel mondo e le apprendiste di fabbrica, i funzionari statali che – abbandonata la bombetta e la giacca nera con i pantaloni a righe – si adattano al costume americano della camicia a scacchi e dei «jeans» neri o blu…”

[La Stampa, sabato 19 maggio 1956, p. 5, Riccardo Aragno “Una rivoluzione chiamata jazz”]

Nel 1953 era infatti uscito Il selvaggio, di László Benedek, in cui Marlon Brando, con i suoi jeans, era diventato un’icona, caricaturata nel 1954 da Alberto Sordi di Un americano a Roma (Steno), mentre nel 1955 era uscito Gioventù bruciata (Nicholas Ray), con i jeans di James Dean, un altro mito destinato a diventare un simbolo della ribellione giovanile e del nuovo abbigliamento.

Marlon Brando Il Selvaggio 1953Sordi Un americano a Roma 1954jamesdean

Negli anni Sessanta la popolarità di blue jeans e jeans cresce per esplodere negli anni Settanta, quando nasce il termine jeanseria  (1978) per indicare i negozi specializzati nella vendita di questo indumento, che nel 1984 (stando allo Zingarelli) viene anche adattata in ginseria, espressioni oggi cadute abbastanza in disuso.

Ancora nel 1986, il giornalista Sergio Lepri, ragionando sulle buone regole del giornalismo, e preoccupato dalla buona norma di utilizzare parole comprensibili dalla gente comune, divideva i forestierismi “inutili” da quelli “necessari”, e distingueva quelli ormai assimilati da quelli di “probabile assimilazione”, cioè “parole di largo uso”, ma legate a cose che sarebbero potute scomparire, e dunque non necessariamente destinate a entrare nella lingua italiana in modo definitivo. Tra queste includeva appunto i bluejeans (Sergio Lepri, Medium e messaggio, Gutenberg 2000, Torino, 1986, pp. 192), mentre jeanseria veniva inclusa tra i forestierismi “ammissibili con licenza”, cioè usati nei linguaggi specialistici, e dunque che si possono usare anche nel linguaggio comune, ma “con appropriata spiegazione” (ivi, p. 194).

Se negli anni Ottanta Arrigo Castellani proponeva inutilmente di adattare jeans in ginsi, oggi l’anglicismo è ormai assimilato e incluso tra le parole fondamentali della nostra lingua da tutti i dizionari senza un’alternativa italiana in circolazione.

Eppure, stando ai dizionari, l’etimo più probabile dell’anglicismo deriva dall’italiano Genova, dove questo tessuto un po’ ruvido e resistente veniva impiegato per i pantaloni da lavoro: attraverso il francese, che chiamava Gênes la nostra città, il termine sarebbe poi passato nell’inglese, tanto che la Wikipedia britannica annovera jeans tra gli italianismi.

Questioni di punti di vista, ma anche di adattamenti di una parola al suono della propria lingua. E di un orgoglio nel parlare il proprio idioma che non ci appartiene più, ma che per esempio caratterizza fortemente la Spagna, dove si dice vaqueros (alternativa che stando a Google Books Ngram Viewer sembrerebbe molto più usata dell’anglicismo) o anche il meno frequente tejanos (cfr. Gabriele Valle, “L’esempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: l’italiano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 754).