La cause dell’inglese: anglicismi e anglicizzazione

0Sui motivi per cui l’inglese si espande nell’italiano con tanto successo sono state spese molte riflessioni che provo a sintetizzare. Ognuna non basta, da sola, per spiegare il fenomeno. Ma nemmeno la loro somma mi pare sufficiente. Voglio perciò concludere con qualche nuova considerazione ormai imprescindibile, nel nuovo Millennio.

1) La sinteticità dell’inglese

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Gian Luigi Beccaria, nel 1988, osservava giustamente: “L’anglismo ha oggi a suo favore alcuni elementi strutturali rilevanti: l’economicità sintattica e una certa ‘comodità’ lessicale” che spesso si riduce a semplici e comodi monosillabi: boom, fan, gay, scoop, staff, stress, star, shop, show

[Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, pp. 226-7].

Questa considerazione è verissima, ma va detto che:
a) spesso questa potente sinteticità è il frutto di un uso all’italiana che non appartiene all’inglese: parliamo di basket, ma in inglese è solo cesto (si dice basketball) così come parliamo di social che è a tutti gli effetti uno pseudoanglicismo, senza specificare network, web, media e simili contestualizzazioni. Lo stesso accade per golf al posto di maglione (in inglese è solo uno sport), e per molte decurtazioni come reality (cioè realtà) al posto di reality show, per non parlare di invenzioni di parole assenti nell’inglese come slip, pile o beauty case (decurtato in beauty che vuole dire solo bellezza).
b) Inoltre, se ricorressimo all’inglese per semplice economicità perché dovremmo dire misunderstanding, lungo e impronunciabile, al posto di un più semplice equivoco? Capo è più breve di leader, sinonimo vissuto come più evocativo. Nomina è più corto di nomination, ma a noi piacciono i suoni in escion, come nella Svalutation di Celentano. E le ragioni della diffusione di mission, vision o competitor in ambito lavorativo al posto di missione, visione o competitore (ancora più corto: rivale) non sono certo nel risparmiare una e finale.
Dunque questa spiegazione piuttosto diffusa non basta e non coglie le vere cause.

 

2) La pigrizia, davanti alla velocità di propagazione della nuova terminologia, impedisce le traduzioni

2Ricorrere alle espressioni originali inglesi può essere una precisa scelta stilistica, un vezzo o anche una comodità per ripetere senza tradurre in modo pigro e facile, si dice. Spesso gli anglicismi entrano così rapidamente che non c’è il tempo di adattarli, perché si attestano nell’uso immediatamente così come vengono riportati. Lo ha sottolineato molto bene Antonio Taglialatela rifacendosi a quanto osservato anche da Reinhard Rudolf Karl Hartmann (The English Language in Europe, Intellect Books, Berlin 1996). Ed ecco allora che entrano parole come brexit o spread, e in poco tempo diventano le uniche espressioni utilizzate, e la loro velocità di attecchimento si rafforza anche con il fatto che suonano nuove, e che sono vendute come tecnicismi dal significato univoco.

[cfr. Antonio Taglialatela, “Le interferenze dell’inglese nella lingua italiana tra protezionismo e descrittivismo linguistico: il caso del lessico della crisi”, in Linguæ &, Rivista di lingue e culture moderne, Vol. 10, Num. 2, p. 69].

Ma anche questo ragionamento non è sempre del tutto vero. Spread significa solo divario, scarto, e gli analoghi tecnicismi utilizzati per esempio in statistica che si sentono anche in televisione durante le maratone elettorali sono forchetta e forbice. Nel suo processo di acclimatamento in italiano, cioè nell’uso sui giornali, successivamente spread si è caricato di un’univocità che non appartiene alla parola, ma all’uso che i mezzi di informazione ne hanno fatto, e cioè la differenza di rendimento (scarto) tra i titoli di Stato italiani e tedeschi. Lo stesso si potrebbe dire di fake news, introdotto nella nostra lingua come una novità dai giornali che hanno preferito virgolettare in inglese e ripetere a pappagallo l’espressione originale di Donald Trump, al posto di notizie false, falsi, contraffazioni, bufale. E allora questi esempi non si spiegano solo con la mancanza di tempo o con la pigrizia di non coniare un neologismo per brexit e per altre centinaia di espressioni in inglese.
C’è qualcosa d’altro e di ben più profondo.

3) L’esterofilia storica degli italiani

3“Nel pronunziare o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutto quei suoni che non sono propri della nostra”, notava Leopardi.

[Giacomo Leopardi, Zibaldone, 17. Ott. 1821, p. 1938].

Anche Ivan Klajn – autore di un importantissimo studio sull’interferenza dell’inglese che risale al 1972 (Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze) – insisteva sul forte richiamo di ciò che è straniero, soprattutto nelle attività commerciali.

A questo proposito posso aggiungere che, sfogliando le pubblicità dei giornali di fine Ottocento, mi sono divertito a leggere i tanti nomi di prodotti che terminano in consonante, come il “Forman contro la corizza” (e cioè il raffreddore), il ricostituente Proton, il sapone Sapol, il depilatorio Apelon, l’Appetitolin e simili (solo per citare la categoria parafarmacistica), perché “più una parola contiene h, k, w, y più fa colpo” (per dirla con Ioan Gutia, Contatti interlinguistici e mass media, La Goliardica, Roma 1981, p. 15). Un tempo questi nomi erano di fantasia, oppure attingevano al fascino del francese, ma oggi questa esigenza trova un nuovo modello di “modernità evocatrice” nell’inglese.

Le differenze tra l’esterofilia all’epoca del francese e quella di oggi

Arrigo Castellani, nel suo “Morbus anglicus” (in Studi linguistici italiani, n. 13, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153), aveva già evidenziato la grande differenza tra quanto accadde sino ai primi del Novecento con l’attingere dal francese e quanto accadeva nel Novecento con l’inglese:
a) per prima cosa il francese è una lingua neolatina affine alla nostra, e dunque la maggior parte dei prestiti sono stati adattati e assimilati attraverso l’italianizzazione senza troppi problemi, mentre oggi dall’inglese non si adatta quasi nulla.
b) In secondo luogo i francesismi riguardavano soprattutto la lingua dell’élite, mentre l’inglese è un fenomeno di massa e di ben altra portata.
c) Vorrei anche aggiungere che l’attingere alle due lingue non è comunque paragonabile neanche lontanamente nei numeri: nessun dizionario storico ha mai registrato migliaia e migliaia di parole francesi crude come avviene oggi. Un’opera come il famigerato Barbaro Dominio di Monelli di epoca fascista annoverava 500 esotismi nella prima edizione, arrivando a raccoglierne in tutto 1.500 nell’ultima, che comprendevano soprattutto il francese, ma anche l’inglese e altre lingue.

Davanti alle proposte di Arrigo Castellani di adattare o tradurre certe espressioni, Anna Laura e Giulio Lepschy osservavano che era proprio per il loro suono e fascino esotico se gli anglicismi erano preferiti.

[Anna e Giulio Lepschy, “L’italiano visto dall’estero”, in Lettera dall’Italia, anno V, n. 20, ott-dic 1990, 53-54].


4) Fascino, moda e prestigio

4Tra i tanti motivi del ricorso all’inglese, allora, c’è di sicuro il fatto che sia di moda e, con un certo snobismo, molti sono convinti che costituisca una tendenza innovativa, cui ricorrere per non sentirsi esclusi. Nell’usare gli anglicismi, scrive Gloria Italiano, non c’è in gioco solo un fattore linguistico, ma anche sociologico e psicologico: i termini si caricano di “un potere socio-psico-linguistico che va al di là del significato nudo e crudo”.

[Gloria Italiano, Parole a buon rendere, ovvero: l’invasione dei termini anglo-americani, Cadmo, Fiesole 1999, p. 33].

Gian Luigi Beccaria osservava che manager porta con sé l’efficienza e il prestigio americano, rispetto a dirigente o responsabile, mentre jet set è più cool di società.

[Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 242-243].

E anche Laura Pinnavaia scrive:

“Al prestito inglese non si ricorre più solo per ‘tappare un buco’ lessicale e semantico, ma proprio per creare un nuovo tipo di testo, che è poco impegnativo a livello superficiale, ma a livello comunicativo è invece più denso di significato.

[Laura Pinnavaia, “I prestiti inglesi nella stampa italiana: una riflessione semantico-testuale” in MPW. Mots Palabras Words, Studi Linguisti a cura di Elisabetta Lonati, Edizioni Universitarie di Lettere, Economia, Diritto del dipartimento di Scienze del linguaggio e letterature straniere comparate, Università degli studi di Milano, n. 6/2005, p. 54].

 

5) Il nostro complesso di inferiorità

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Gabriele Valle aggiunge che “c’è una spiegazione che non è incompatibile con le precedenti e che forse ne ingloba più di una: un complesso d’inferiorità, che è segno di autostima povera verso la propria cultura”, come nota anche Maurizio Dardano per cui in queste preferenze gioca il suo ruolo un certo senso di inferiorità nei riguardi dell’inglese, “dimostrato da vari aneddoti riguardanti la pretesa ‘incapacità’ della nostra lingua di rendere taluni significati, che l’inglese esprimerebbe con disinvolta naturalezza”.

[Gabriele Valle, “Lʼesempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: lʼitaliano e lo spagnolo a confronto”, in Studium. Saperi e pratiche della speranza tra teologia e filosofia, a cura di Vincenzo Rosito, Anno 109°, settembre/ottobre 2013, n. 5, p. 24].

Ho più volte ripreso questo tema del complesso di inferiorità che, ancora una volta, non è solo linguistico (il linguaggio è una spia dell’inconscio per parafrase Freud) ma più generale. Basta pensare alla politica e all’avvento della cosiddetta seconda Repubblica che ha cercato, fallendo, di importare il modello del bipartitismo tipico degli schieramenti americani in un realtà fatta di una miriade di partiti e di pluralismo di posizioni. Un modello che si è inevitabilmente frantumato perché la nostra cultura e storia è diversa, e non si può americanizzare a tavolino. O ancora, basta pensare ai modelli di formazione tipicamente americani basati sul pragmatismo spicciolo e sul “problem solving” superficiale, che sempre più importiamo infaustamente in una tradizione culturale europea che ha decisamente una profondità superiore, perché è basata sul pensiero critico e l’analisi storica. Un approccio che, purtroppo, sta venendo sempre meno.

 

6) L’univocità dei significati e la stereotipia del monolinguismo che portano al depauperamento semantico

6Tornando dalla cultura all’italiano, questo pragmatismo dell’inglese si sposa perfettamente con una concezione della lingua basata sull’univocità dei significati, una parola per ogni concetto, come piace ai traduttori e ai correttori automatici che diffondono una lingua stereotipata. Gli anglicismi si inseriscono benissimo in questo depauperamento lessicale ricco di frasi fatte, che esiste anche in italiano ovviamente (cauto ottimismo, tragica fatalità, gesto inconsulto, il giusto mix…), ma che trova negli anglicismi una formulazione percepita a torto come moderna o internazionale. Un esempio tra mille? Ormai rifacimento, riammodernamento o ristrutturazione non si dicono più, c’è solo il restyling, nella stereotipia imperante. In questo terreno, perciò, non bisogna trascurare la scarsa cultura. Come ha evidenziato Claudio Marazzini:

“Molti italiani parlano un italiano fragile, che impedisce loro di capire che cosa significhi il possesso vero di una lingua”.


Il lessico dell’univocità contro quello della varietà e dei sinonimi

La questione dell’univocità lessicale è antica. Si ritrova per esempio nell’approccio manzoniano che, nel preoccuparsi di unificare l’italiano sul modello del fiorentino vivo, davanti al proliferare dei dialetti puntava all’eliminazione delle parole e delle forme che creavano varietà e doppioni (gli allotropi). Una concezione cui si contrapponeva negli stessi anni Niccolò Tommaseo che invece dava vita al Dizionario dei sinonimi (1830) e che si ritrova nel Novecento in Emilio Gadda:

“I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni”. Infatti il plurilinguismo, come scrive Massimo Arcangeli, “è patrimonio costitutivo stesso della storia della nostra penisola; nel doppio senso, indicato da Tullio De Mauro, di una «pluralità di norme, […] come variabilità interna a ciascuna lingua», e di una «diversità e pluralità di diverse lingue».

Passando dalle varietà locali interne alla pluralità delle lingue nel mondo, il monolinguismo stereotipato basato sull’inglese che vende molti anglicismi come necessari o intraducibili (invece che intradotti) è un fenomeno internazionale: è la globalizzazione che uccide le lingue locali, le impoverisce con termini univoci e privi di ambiguità, ma anche sempre più privi di sinonimi e traduzioni. Con riferimento a 1984 di Orwell, Diego Fusaro chiama questo fenomeno la “neolingua anglofila dei mercati” e del pensiero unico, che non è certo quella di Shakespeare, rivendicando con orgoglio da dissidente di praticare una “veterolingua” che però è italiana e fondata sulla nostra storia, sulle nostre radici e sulla nostra identità.

7) La non-reattività degli italiani davanti alla globalizzazione e all’espansione delle multinazionali

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Dopo aver passato in rassegna le tante concause che aprono la strada a un italiano del presente, e del futuro, che sempre più si sta configurando come itanglese, bisogna spendere qualche parola in più sulla globalizzazione.

 

Dalla “lingua dell’okay” all’inglese imposto dall’alto

Gli anglicismi hanno cominciato a penetrare nell’italiano in maniera consistente a partire dal secondo Dopoguerra, quando la Liberazione dal fascismo si è portata con sé anche la liberazione dalle restrizioni linguistiche di una guerra ai barbarismi forzata e sbagliata. In un primo tempo questa apertura a quella che è stata chiamata “la lingua dell’okay” ha riguardato le masse, si trattava di un’anglicizzazione “dal basso”, nell’era del jazz e dei jeans, dei jukebox e del rock, quando la gente comune vedeva nei modelli culturali angloamericani (l’american dream) la libertà. Sugli abusi dell’inglese si poteva solo scherzare attraverso le macchiette di “Tu vuò fa l’ americano” di Renato Carosone e di “Un americano a Roma” con Alberto Sordi. C’era poco da preoccuparsi, in fondo. Ma con il tempo il fenomeno si è accentuato in modo esponenziale, e oggi non è più un vezzo innocente.

L’espansione delle multinazionali impone a livello globale le merci che esporta con la propria nomenclatura in inglese, dai fast food con gli hamburger, i cheesburger o i milkshake ai titoli dei film che non vengono più tradotti. Oggi l’inglese non arriva più dal basso, ma viene imposto dall’alto (spesso non viene nemmeno compreso), ed è ben più grave. Nel mondo aziendale non è più possibile essere italiani, dalle mansioni riportate sui biglietti da visita agli annunci di lavoro. L’itanglese è il linguaggio del nuovo aziendalese. Nel mondo del digitale e della Rete il 50% dei termini marcati come informatici nel Devoto Oli è in inglese crudo. L’inglese avanza nei nomi degli sport, nel linguaggio della moda (un tempo appannaggio del francese), nella pubblicità, in televisione, sta colonizzando i linguaggi di settore uno dopo l’altro per straripare sempre più inevitabilmente nel linguaggio comune e persino in quello istituzionale, delle leggi, della politica, nel cuore dello Stato, a scapito della comprensibilità, oltre che del rispetto che sarebbe dovuto agli italiani e all’italiano.

E qui arriviamo al punto cruciale: un’anomalia tutta italiana.

L’alberto-sordità degli italiani che aiutano l’espansione dell’inglese dall’interno

L’espansione dell’inglese planetario dell’economia, delle merci, della tecno-scienza coinvolge tutto il pianeta, e non è certo facilmente arginabile. Questa forte pressione esterna su cui non è possibile intervenire, però, non è contrastata da alcuna spinta interna contraria, come avviene all’estero. Non solo non mostriamo alcuna reattività di fronte a questa colonizzazione linguistica e culturale, ma anzi ci prostriamo e facciamo di tutto per amplificarla ed emularla con entusiasmo.

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La nostra classe dirigente, dai giornalisti agli imprenditori, dagli scienziati ai politici, ricorre autonomamente all’inglese a costo di inventarlo (da jobs act a navigator). All’estero l’inglese si argina con le politiche linguistiche, la traduzione, l’adattamento in qualche caso almeno fonetico, noi abbiamo spalancato le porte e aiutiamo a diffonderlo anche dall’interno con una strategia suicida. La strategia degli Etruschi che si sono sottomessi alla romanità, che evidentemente consideravano una cultura superiore, fino ad esserne assimilati.

Nel mio saggio sull’argomento e in tanti articoli ho provato a comparare l’anglicizzazione dell’italiano con quella di spagnolo, francese e tedesco mostrando le abissali differenze.
italiano meraviglioso claudio marazzini cruscaSono le stesse conclusioni che denuncia anche il presidente della Crusca Claudio Marazzini nel suo ultimo libro L’italiano è meraviglioso. Come è perché dobbiamo salvare la nostra lingua (Rizzoli 2018) che spiega come in Francia e in Spagna “i cedimenti sono minori”, non solo per il “consenso di gran parte della popolazione attorno ai valori di cui la lingua nazionale è portatrice”, ma anche per la sensibilità della politica. È significativa in proposito la citazione della polemica tra Marine Le Pen ed Emmanuel Macron proprio nello scontro finale per la campagna elettorale alla presidenza: si sono scontrati sulle accuse di non voler proteggere il francese, qualcosa di inaudito in Italia (per saperne di più rimando alla recensione).

Qualche esempio su cui riflettere

Davanti alla nostra accettazione entusiastica di dire le cose in inglese, ormai anche le multinazionali della Rete che si chiamano Google, Facebook o YouTube impongono i propri nomi alle cose che esportano senza porsi il problema di “localizzare” in italiano, e con fare da colonizzatori ci impongono l’inglese che noi accettiamo con gioia, invece di pensare con la nostra testa. Un esempio, tra i tantissimi, che mi pare la cartina di tornasole della vergognosa sudditanza dell’italiano si può vedere sul sito di Airbnb. Come si chiama chi offre la propria casa nel loro circuito? In inglese è host. Mi segnala Gabriele Valle che sul sito spagnolo è tradotto con anfitrión, su quello catalano è amfitrió, in portoghese anfitrião, in tedesco Gastgeber, in francese hôte, in greco οικοδεσπότης… E in italiano? Chi non indovina può controllare: https://www.airbnb.it/host/homes.
Forse host è destinato a diventare un “prestito sterminatore” che ucciderà definitivamente una parola come locatore, che presto farà la fine di calcolatore o elaboratore davanti a computer, di svizzera o medaglione davanti ad hamburger, di (pluri)omicida seriale davanti a serial killer e di altre migliaia di parole che abbiamo perso o stiamo per perdere perché non le usiamo più accecati dall’anglofilia. Tra queste c’è capotreno, visto che un’azienda come Italo, alla faccia del nome italofono (o italian sounding?), lo chiama train manager, negli annunci ai passeggeri e nella denominazione ufficiale dei contratti collettivi di lavoro! Non che le Ferrovie dello Stato utlizzino un linguaggio migliore, ma quest’ultimo esempio è particolarmente illuminante: in Francia la legge Toubon impone che i documenti istituzionali siano in francese e sanziona pesantemente le multinazionali che non traducono il software, anzi il logiciel (come dicono) e i contratti di lavoro. Noi invece stiamo aiutando dall’interno la pressione esterna della globalizzazione affinché ci colonizzi prima, più intensamente e più facilmente. Sarebbe ora di reagire. Io ci sto provando.

PS
Per i milanesi interessati: con la giornalista Valeria Palumbo, parlerò di anglicismi, alternative italiane ed Etichettario martedì 15 gennaio, alle 18,30, nella biblioteca Valvassori Peroni.

Per chi volesse ascoltare la mia recente discussione con Felice Cimatti del 2 gennaio su Radio3 Fahrenheit segnalo l’archiviazione digitale (o podcast, visto che l’italiano è lingua obsoleta).

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Tullio De Mauro e gli anglicismi, anzi gli anglismi (a due anni dalla sua scomparsa)

Il 5 gennaio di due anni fa ci ha lasciato uno dei più importanti linguisti italiani.
Lo voglio ricordare ricostruendo le sue posizioni sugli anglicismi, anzi sugli anglismi.


Per Tullio De Mauro si dice anglismi e non anglicismi

Tullio tullio de mauroDe Mauro si è sempre battuto per chiamarli anglismi, perché è la derivazione corretta dalla radice anglo: l’inserimento di ci è una forma che sarebbe a sua volta un inglesismo (da anglicism).
Questa argomentazione non teneva conto del fatto che non c’è nulla di male a prendere dall’inglese, quando lo si adatta, e non teneva conto dell’affermazione storica della parola “anglicismo”, attestata sin dal Settecento persino da un purista come Giuseppe Baretti che con lo pseudonimo di Aristarco Scannabue si scagliava contro le maleparole dalle pagine della sua rivista la Frusta letteraria. Comunque la pensiate, va detto che nonostante la maggiore frequenza storica di anglicismi, in seguito alle considerazioni di De Mauro, negli ultimi anni la variante anglismi si sta diffondendo sempre più soprattutto tra i linguisti, come variante “colta”.

De Mauro, il falsificatore del “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani

Tullio De Mauro è sempre stato un noto “negazionista”, per quasi tutta la vita non ha mai creduto che l’interferenza dell’inglese rappresentasse un problema per la lingua italiana, ed è celebre in proposito la sua polemica con il neopurista Arrigo Castellani. Quest’ultimo, in un articolo del 1987 che sarebbe passato alla storia, il “Morbus anglicus” (in Studi linguistici italiani, n. 13, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153), aveva denunciato l’invasione sempre più consistente delle parole inglesi che come un virus stavano intaccando la nostra lingua italiana. A suo vedere, bisognava in qualche modo intervenire per curare lo stato di salute dell’italiano, altrimenti il rischio sarebbe stato che i tessuti vitali ne venissero intaccati.
Tullio De Mauro si oppose a questo allarmismo, che confutò statistiche alla mano. La sua posizione si rivelò perciò vincente, tra i linguisti, e divenne quella del pensiero dominante che solo di recente si è incrinata e sta andando ormai in frantumi.
Tutto ebbe forse inizio nel 1980…

1980: il Vocabolario di base della lingua italiana senza anglicismi

De Mauro compì vari studi statistici senza precedenti nell’italiano. Nel 1980 pubblicò il primo Vocabolario di base della nostra lingua, che includeva le circa 7.000 parole che si usano più di frequente.
Queste, a loro volta si possono distinguere in 2.000 parole fondamentali, quelle che da sole costituiscono il 90% dei discorsi e dei testi (e, di, perché, essere, avere…), altre 2.300 definite ad alta disponibilità, che tutti conoscono (per cui sono disponibili nella nostra testa), ma che si usano poco, per esempio forchetta, che non compare spesso nei libri né nei discorsi, anche se è di base. E poi altre 2.750 ad alto uso, e cioè che si usano moltissimo, ma non come le prime, e che comunque sono molto più frequenti delle ulteriori 40.000 parole che formano il linguaggio comune, cioè quelle che tutti conoscono, anche se non è detto che le usino attivamente.
Da questa classificazione è emerso perciò un modello e una mappatura della lingua italiana “a strati” molto interessante: al centro ci sono le parole più frequenti, attorniate da quelle comuni, e attorno a queste sono rappresentate tutte le altre che appartengono a linguaggi tecnici e settoriali, e non sono comprensibili a tutti: l’avvocato conosce i suoi tecnicismi ma non quelli del medico, che a sua volte non condivide quelli dell’avvocato e così via.

vocabolario di base
Una rappresentazione del modello “a strati” del lessico della lingua secondo De Mauro.

In questo schema interpretativo, che sin dal suo apparire registrò anche pesanti critiche e perplessità, De Mauro mostrò come, negli anni Ottanta, gli anglicismi fossero confinati nella parte esterna, e non intaccassero affatto il nucleo centrale dell’italiano. Inoltre, dalle statistiche basate sui lemmi dei dizionari, allora i vocaboli inglesi costituivano ancora percentuali bassissime, intorno all’1% delle parole e anche meno. Dunque l’allarmismo di Castellani appariva ingiustificato, e non era il caso di preoccuparsi…

1989: gli anglicismi sono il 2% del Vocabolario elettronico della lingua italiana (Veli)

Nel 1989 vide la luce il Veli, il Vocabolario elettronico della lingua italiana, un lavoro immenso basato sulla statistica e sull’uso del calcolatore – De Mauro all’epoca non usava la parola computer – che lo studioso curò in collaborazione con IBM partendo dallo spoglio di alcuni testi giornalistici (ANSA, Il Mondo, Europeo e Domenica del corriere) pubblicati tra il 1985 e il 1987. Per quell’epoca in cui i testi non erano disponibili in digitale fu una rivoluzione; il lavoro analizzò circa 26 milioni di parole, che vennero lemmatizzate, cioè ricondotte dalle loro flessioni al lemma (per esempio vanno era ricondotto ad andare) con sistemi automatici poi raffinati manualmente. Successivamente furono scelti i 10.000 lemmi più frequenti e significativi e ne nacque un prototipo di dizionario pubblicato su due dischetti (all’epoca erano i cosiddetti floppy disc rigidi).

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Il Veli, curato da De Mauro, consisteva in un volume introduttivo che riportava anche gli indici lessicali e due dischetti con il primo prototipo di dizionario elettronico basato sulle 10.000 parole più frequenti.

Tra queste 10.000 parole più utilizzate nella stampa, gli anglicismi costituivano circa il 2%, una percentuale decisamente più alta di quella dei dizionari, che era invece della metà, e anche di quella che veniva attribuita all’uso degli anglicismi nell’italiano in generale.

In altre parole, passando dai dizionari allo studio delle frequenze giornalistiche le cose cambiavano sensibilmente. De Mauro, ancora una volta non se ne preoccupò: il 2% era ancora una percentuale fisiologicamente sopportabile, che non rappresentava di certo un pericolo per la nostra lingua. Ma negli anni Novanta le cose erano destinate a cambiare…

1999-2007: il Gradit e l’aumento degli anglicismi

Curato da De Mauro, nel 1999 uscì il Gradit, cioè il Grande dizionario italiano dell’uso in 6 volumi, che raccoglie circa 260.000 parole (più del doppio di quelle dei vocabolari monovolume), classificate attraverso i criteri di frequenza già adottati nel Vocabolario di base del 1980 (parole di base, comuni e settoriali) e da altre marche che ne identificavano i settori (economia, informatica…). Gli anglicismi non adattati erano 4.300, quindi rappresentavano solo l’1,6% dei lemmi. Stavano aumentando, certo, ma ancora una volta niente di troppo preoccupante, in fin dei conti.

Nel 2007, la nuova edizione del Gradit, però, ne registrava ben 6.000 e la loro percentuale saltava al 2,3% (un incremento del 39,5%, 1.700 in più in soli 8 anni).

patole straniere nella lingua italiana de mauro manciniLa cosa si stava facendo imbarazzante e preoccupante, per il più importante sostenitore delle tesi negazioniste. Ma, a onor del vero, l’aumento così eccessivo non dipendeva tanto da una reale entrata di nuovi anglicismi in questo breve lasso di tempo, bensì da una ristrutturazione interna del dizionario. Nella nuova edizione erano infatti confluiti i risultati di un lavoro specialistico sui forestierismi: Parole straniere nella lingua italiana (Tullio De Mauro e Marco Mancini, Garzanti, Milano 2001, e seconda edizione ampliata del 2003) che aveva raccolto oltre 10.000 parole da più di 60 lingue (dall’albanese al vietnamita, passando per il russo, il giapponese, il tedesco fino al francese e all’inglese). E queste sono poi state immesse nella nuova edizione del Gradit 2007, che è passato così da 7.000 a 10.000 forestierismi, e si è arricchito soprattutto da questo punto di vista.

Tuttavia, qualcosa si stava incrinando nelle tesi negazioniste: mentre l’incremento dei francesismi era contenuto, da 4.982 (sommando quelli adattati e quelli “crudi” come abat-jour) si passava a 5.345 (372 in più e un incremento del 7,4%), gli anglicismi erano “impazziti”:  sommando quelli adattati e non adattati sono passati da circa 6.300 a circa 8.400 (un incremento del 33,3%, 2.100 in più, cioè una media di circa 262 all’anno). Scorporando i dati, quelli non adattati sono passati da 4.300 a 6.000 (un incremento del 39,5%, 1.700 in più) e quelli adattati da 2.000 a 2.400 (incremento del 20%, 400 in più). Ho provato a ricostruire questo aumento con un grafico.

aumento anglicismi nel gradit
Fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 88.

La cosa più preoccupante, per De Mauro, fu che complessivamente nel nuovo Millennio l’interferenza dell’inglese sulla nostra lingua aveva, in pochissimo tempo, superato il ruolo dei substrati plurisecolari del francese. Ciononostante, intorno al 2010 lo studioso era ancora serafico e poco preoccupato, perché nonostante l’aumento del numero delle parole inglesi nei dizionari, la loro frequenza era ancora poco diffusa, secondo le sue marche. In un’intervista che in Rete è diventata una sorta di manifesto del negazionismo, “Gli anglicismi? No problem my dear”, ribadiva perciò le sue posizione storiche.

Ma pochi anni dopo la situazione mutò…

2015: il vento è cambiato

storia lingusitica de mauroNel 2014, a p. 136 della Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni (Laterza, Bari 2014), De Mauro sembra assumere una posizione diversa e più preoccupata sulla questione dell’inglese, quando scrive:

“Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del Gradit mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale”.

Lo studioso, dunque, non solo stava elaborando l’aumento degli anglicismi del Gradit, ma stava anche lavorando sulle marche delle parole, in via di revisione e di aggiornamento. Gli anglicismi, anticipava in questo passo, sono sempre meno tecnicismi o di bassa frequenza e stanno penetrando nel nucleo della nostra lingua. Davanti a questi nuovi fatti, sembra proprio che De Mauro in questo periodo stesse abbandonando la sua storica indifferenza verso gli anglicismi.

Intanto, anche il panorama del pensiero dominante cominciava a cambiare.
Il 2015 fu un anno cruciale. Uscì una pubblicazione frutto di un convegno presso l’Accademia della Crusca con la collaborazione dell’associazione Coscienza Svizzera e della Società Dante Alighieri (La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi) in cui molti linguisti cominciarono a esprimere le proprie preoccupazioni, da Claudio Marazzini a Claudio Giovanardi (già autore nel 2003 insieme ad Alessandra Coco e Riccardo Gualdo di un preoccupato Inglese-italiano 1 a 1: tradurre o non tradurre le parole inglesi? Ediz. Manni).
Il linguista Luca Serianni, che nel “Morbus anglicus” era citato da Arrigo Castellani tra i “negazionisti” non preoccupati, aveva cambiato idea sul proliferare degli anglicismi.
Quello stesso anno, la petizione di Annamaria Testa “Dillo in italiano” aveva creato un caso mediatico e l’accademia della Crusca aveva dato vita al Gruppo Incipit per monitorare i forestierismi incipienti e arginarli con sostituivi italiani, almeno negli intenti.
Insomma, qualcosa nell’aria stava cambiando. E anche Tullio De Mauro stava rivedendo le sue posizioni.

2016: la svolta di De Mauro e l’ammissione dello “tsunami anglicus”

La svolta, del tutto inaspettata, arrivò nel 2016, quando lo studioso scrisse la prefazione a Italiano Urgente di Gabriele Valle (Reverdito editore, 2016), una raccolta di 500 anglicismi che venivano spiegati e affiancati da possibili sostituzioni basate sul modello della lingua spagnola. L’opera si apriva con una citazione tratta proprio dal “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani e De Mauro sembrava essersi reso conto della profonda differenza tra l’anglicizzazione arginata dello spagnolo e quella abissale dell’italiano che definiva esplicitamente come uno tsunami:

“è indubbio: quel che altrove appare o è uno tsunami appare invece ed è una fronteggiabile ondata sui lidi ispanici (…). È indubbio che lo tsunami anglicizzante va quasi guadagnando terreno nell’uso italiano: non si segnala tanto per il numero di lessemi analizzanti registrabili in un grande dizionario (…) ma per altri due aspetti: l’uso in locuzioni formali e ufficiali (education, jobs act, spending review e via governando) e  la penetrazione degli anglismi nel vocabolario fondamentale e d’alto uso, dove prima c’erano solo pochi esemplari, bar, film, sport, tram, e oggi si affolla un più folto manipolo…” (p. 17)

Sembra incredibile che queste parole siano state scritte dal massimo esponente del “negazionismo”, eppure sono state ribadite e approfondite in un articolo sul sito Internazionale poco meno di un mese dopo: “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”, dove persino il giudizio sull’avversario Arrigo Castellani sembra rivisto, davanti alla dimensione internazionale dell’espansione dell’inglese:

“Non è un fatto nuovo: da alcuni decenni impetuose ondate di anglismi si riversano nell’uso di chi parla e scrive le più varie lingue del mondo. Trent’anni fa e più un valoroso filologo, Arrigo Castellani, nel diffondersi di anglismi nell’uso italiano vide e diagnosticò un morbus anglicus, un virus capace di infettare e corrompere la lingua italiana. Ma del fenomeno ormai bisogna dire di più. (…) L’afflusso di parole inglesi dagli anni Ottanta ai nostri ha assunto dimensioni crescenti, uno tsunami anglicus. Le ondate somigliano ormai infatti a un susseguirsi di tsunami…”.

Il 23 dicembre 2016 il Nuovo vocabolario di base di Tullio De Mauro venne pubblicato in Rete sul sito Internazionale, e dal confronto con quello del 1980 spicca subito che l’inglese è penetrato anche qui: gli anglicismi sono decuplicati.

Nel 1980, alla lettera B era presente solo bar, mentre nel 2016 gli anglicismi sono 13: baby, babydoll, band, bar, basket, bikini, bit, blog, boss, box, boxer, brand, business. E in tutto il vocabolario di base, se nel 1980 gli anglicismi non adattati erano poco più di una decina, nel 2016 sono 129 su meno di 7.500 parole, cioè almeno l’1,7% (se non me ne è scappato qualcuno e senza conteggiare parole macedonia come salvaslip).

Le parole con cui, pochi mesi prima, De Mauro chiudeva l’anticipazione in Rete di questi risultati sono queste:

“L’accentuata frequenza di anglismi è certamente uno dei tratti in cui si sedimenta la storia linguistica italiana degli ultimi decenni.
A voler bandire l’uso degli anglismi dalle lingue del mondo e dall’italiano c’è lavoro, se non gloria, per tutti.”

Poco dopo la pubblicazione del Nuovo vocabolario di base, il 5 gennaio del 2017, Tullio De Mauro se n’è andato.

nuovo vocabolario di nase de mauro

 

Anche se ne ho più volte criticato le posizioni e anche se ho provato a confutare molte delle sue argomentazioni passate, lo voglio oggi ricordare, rendendogli onore per l’onestà intellettuale di aver saputo rivedere, davanti ai fatti, le convinzioni di una vita. Una cosa che tanti piccoli linguisti ancora non hanno saputo fare.

Fumetti, divagazioni, inglese e itanglese

All’inizio degli anni Settanta il giornalista Nantas Salvalaggio aveva usato la parola “italese”:

“Bisognava prima o poi riconoscerlo. È il linguaggio semicomico – un intruglio di italiano e inglese – che progressivamente invade le nostre case attraverso le riviste e i fumetti dei figli”.

Citazione tratta da: Giuseppe Pittano, Grammatica italiana, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, 1972, p. 516.

Questa denuncia era un po’ moralistica e basata sul fastidio, più che sulla gravità del fenomeno. Del resto il moralismo di Nantas Salvalaggio è rimasto scolpito in una canzone di Vasco Rossi (“Vado al massimo”, 1982: “Meglio rischiare, che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale”) che aveva così risposto per le rime alla celebre stroncatura di due anni prima, quando il giornalista lo aveva attaccato dandogli del drogato, alcolizzato, ebete e simili epiteti.
Nel bacchettare “l’italese” la critica era limitata alle onomatopee di derivazione americana che proprio nel 1972 erano approdate addirittura in televisione, sul secondo canale della RAI, con la trasmissione Supergulp. Fumetti in tv che sarebbe in seguito divenuta popolarissima.

Le trascrizioni dei suoni inglesi di questo tipo entrate nella nostra lingua sono molte. Oltre a gulp (il deglutire per spavento o sorpresa), tra le più diffuse ci sono sigh (sospiro, da to sigh), sob (singhiozzo, da to sob), sniff (fiutare), smack (bacio, alternato anche a kiss), roar (ruggito), splash (tuffo), wow (stupore e ammirazione) e molte altre. Talvolta, però, sono state anche adattate come nel caso di bum (boom) e clic (click ), anche se questo tipo di scritte fanno spesso parte delle tavole disegnate e non è facile intervenire, in caso di traduzioni, al contrario delle parole contenute nelle nuvolette, dette anche con la bellissima metafora di nuvole parlanti, benché oggi vada di moda l’inglese balloon, venduto come un tecnicismo.

Nella prefazione di Asterix e i Goti (Goschinny e Uderzo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1969) il traduttore Marcello Marchesi scherzava sulla traduzione dei rumori nei fumetti:

E i rumori? Quelli, più che assurdi, sono  psichedelici. Bisognerebbe cercare di realizzarli con barattoli incandescenti che rotolano su sassi dipinti di rosso, in una stanza di decompressione. Basterebbe poi unire all’album il disco. E invece no! Noi i rumori li dobbiamo “tradurre in italiano”.

Anche i versi degli animali vanno tradotti, visto che ogni lingua ha i suoi. MIAO in inglese è MEOW, in francese MIAOU,  in spagnolo MIAU, come BAU in inglese è WOOF, in francese WAOUH, in spagnolo GUAU…

BAU asterix
Il cagnolino francese Idefix confronta la sua lingua canina con quella del danese dei vichinghi nella traduzione italiana (Asterix in America, 1976)

Oggi, prendersela con le onomatopee dei fumetti ci fa sorridere, non sono certo queste inezie a rappresentare il pericolo dell’itanglese nella nostra lingua. Però vale la pena di ricordare i bei tempi, quando ancora si traduceva invece di importare le parole americane e di vergognarci di adattarle. E il caso dei Peanuts è esemplare.


Franco Cavallone, mitico traduttore di Charlie Brown

linus torpedone
Linus, settembre 1967, p. 16: Charlie Brown in torpedone.

Negli anni Sessanta la rivista Linus ha reso popolare in Italia le strisce di Charles Schulz (ma oggi è di moda strip, invece di strisce o vignette) e a quei tempi i traduttori avevano un’attenzione per la nostra lingua a cui oggi non siamo più abituati. In una vignetta del 1965 Snoopy aveva a che fare con l’acquaplano, con cui chiamavano la tavola da surf, anche se la parola surf era alternata per indicare l’attività sportiva, e i Peanuts andavano a scuola con il torpedone, non con lo scuolabus come oggi.

Acquaplano indicava un tempo la tavola usata per lo sci d’acqua, poi sostituita dagli sci, ma i traduttori hanno recuperato quel termine dandogli un nuovo significato.

acquaplano
Linus, gennaio 1966: Snoopy e il suo acquaplano.

Torpedone è una parola coniata negli anni Trenta, accrescitivo di Torpedo, un modello di carrozzeria usata per varie automobili che ricorre anche in una canzone di Giorgio Gaber (“Vengo a prenderti stasera sulla mia torpedo blu”, 1968). Oggi torpedone è un vocabolo desueto, che ha ceduto il posto a bus, autobus o pullman, molto più in voga di corriera, ma i traduttori di Charlie Brown lo usarono cercando, invano, di farlo rivivere e senza vergognarsene.

Anche la tradizione di Halloween – assolutamente sconosciuta da noi fino agli anni Ottanta, quando è arrivata attraverso i film americani, prima che la festa fosse importata dalle multinazionali negli anni Novanta – comparve in Italia attraverso i Peanuts, insieme all’illusoria alternativa del grande “cocomero” (invece che zucca) in cui  Linus credeva ciecamente. E la traduzione più adatta alle circostanze di “dolcetto o scherzetto”, che allora non avrebbe compreso nessuno, fu resa con “o la borsa o la vita”. I bambini che suonano i campanelli cosa fanno, in fondo? Si comportano come piccoli ricattatori che minacciano danni se non si paga loro la tangente in caramelle…

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Linus, settembre 1966: ad Halloween, Lucy esclama “o la borsa o la vita” invece che “dolcetto o scherzetto” come si è affermato ai nosti giorni.

E, a proposito di caramelle, la traduzione più spettacolare dei Peanuts è quella delle toffolette, per dare un nome italiano o italianizzato ai marshmallow. Un’intera generazione di lettori si è sempre domandata cosa diamine fossero quei misteriosi bocconcini che i Peanuts abbrustolivano sul fuoco infilzati in un legnetto. Perché questi dolcetti, che oggi si chiamano anche cotone dolce, non esistevano da noi fino agli anni Novanta, quando sono apparsi anche nei nostri supermercati.

Personalmente, ricordo di averne sentito parlare per la prima volta nel 1984 attraverso il film Ghostbuster di Ivan Reitman (allora ancora affiancato dalla traduzione Acchiappafantasmi), quando nel finale si materializzava il gigantesco uomo della pubblicità dei marshmallow (figura a sinistra), così sconosciuto che a quei tempi molti pensavano fosse l’omino Michelin (figura a destra).

Perciò, davanti a questa parola all’epoca misteriosa e ancora impronunciabile, il traduttore e notaio Francesco, detto Franco, Cavallone (il responsabile anche delle altre traduzioni di Schulz su Linus) coniò toffoletta, un nome di fantasia che sembra derivato dal vezzeggiativo di toffee, una caramella morbida simile alle mou che un po’ ci somigliava, la stessa radice evocativa che poi si ritrova nella canzone “Toffee”, nome di donna che suscita morbidezza e dolcezza come una caramella, per tornare a Vasco Rossi.

Ma fuori dalle divagazioni, ancora oggi, a distanza di tanti anni, nei siti di ricette e cucina toffoletta compare, insieme a cotone dolce, come la traduzione italiana di marshmallow, e il termine è stato successivamente ripreso nella traduzione italiana del film La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005:  “Willy Wonka sa fare le toffolette al gusto di violetta, succulente caramelle che cambiano colore ogni dieci secondi mentre le mangi”), proprio nello stesso anno in cui Franco Cavallone è venuto a mancare. I dizionari purtroppo non riportano la parola toffoletta, ma sbagliano, perché anche nei libri ricorre in modo significativo come la traduzione più diffusa, ed è giusto ricordarla insieme al nome del suo inventore e alla sua capacità di essere un vero traduttore.

Bei tempi, quando qualcuno ancora pensava a far crescere l’italiano, a rendere “good grief” con “santa polenta”, ad adattare e inventare parole e neologismi dal suono italiano, ad allargare il significato di vecchie parole storiche come acquaplano e torpedone per dare loro nuovi significati e una nuova vita. Come accade nelle lingue vispe e sane.

Bei tempi perduti, a quanto pare. Quando eravamo sani chiamavano Mickey Mouse Topolino senza alcun problema (non come nel caso di mouse), ma si sa che ormai hanno ucciso l’Uomo ragno, e si parla sempre di più di Spiderman. Per quanto tempo potremo ancora parlare di fumetti prima che qualche imbecille ci spieghi che è diventata una parola inadatta e obsoleta, perché per essere precisi e tecnici dobbiamo dire di volta in volta comic, strip e graphic novel? E magari, dopo aver “confutato” che non è possibile dire “romanzo grafico” mostrandoci come si chiamano le nuove categorie editoriali nelle librerie Feltrinelli e Mondadori, il suddetto imbecille aggiungerà tronfio che non è solo una questione di essere tecnici e moderni, ma anche internazionali. Ignorando o fingendo di non sapere che novel è entrato in inglese dall’italiano novella, di Boccaccio, con il nuovo significato di romanzo, e che in spagnolo graphic novel si dice novela gráfica e in francese roman graphique.

Buzzati 500

 

PS delle 22 e 47: Carla Crivello mi ha scritto per aggiungere “una buona notizia: ‘toffoletta’ è stata segnalata tra le parole inedite o non registrate nei dizionari e sarà inserita nel vocabolario on line di Treccani”. Grazie Carla, e grazie ai curatori Treccani che finalmente registrano l’alternativa e citano anche Franco Cavallone.

 

La confusione tra anglicismi e internazionalismi

L’inglese, o più precisamente l’angloamericano,  è ormai una lingua planetaria, e la sua interferenza si osserva in ogni idioma e Paese. La globalizzazione lo ha diffuso ovunque, attraverso l’espansione delle multinazionali che esportano i nomi dei propri prodotti e dei propri marchi attraverso pubblicità sempre più internazionali, e attraverso modelli commerciali, tecnologici e culturali di successo (dalla musica al cinema).

L’inglese globale è perciò l’effetto e l’altra faccia di un’egemonia e di un indiscutibile imperialismo economico e politico che in molti casi “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”, come ha mostrato Claude Hagège, uno studioso che si occupa della dimensione internazionale della linguistica, e in particolare delle lingue a rischio di estinzione (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7).

E l’italiano come si colloca, davanti a questa espansione?

Dove va (se va) l’italiano

L’interferenza dell’inglese sulla nostra sintassi e sulla nostra struttura linguistica è poca cosa, ma, purtroppo,  non si può dire lo stesso del nostro lessico,  visto che negli ultimi 30 anni abbiamo importato migliaia di parole inglesi che violano il nostro sistema fonetico e ortografico. Dunque il rischio non è la scomparsa e l’estinzione dell’italiano, ma la sua totale trasformazione lessicale che già da tempo manifesta evidenti sintomi di creolizzazione.

Quello che è in gioco, perciò, è il futuro della nostra lingua: verso quale italiano stiamo andando? Una lingua fatta di nuove parole che seguono la storia dei nostri suoni e delle nostre regole, dunque che vengono assimilate e reinventate, oppure una struttura italiana che contiene una percentuale di anglicismi non adattati (dunque “corpi estranei”) sempre maggiore fino a divenire itanglese?

Questo è il bivio e questo è il punto di non ritorno, che a mio avviso abbiamo già superato. E davanti a questo bivio si scontrano due opposte visioni del mondo e della modernità della nostra lingua.

 

La menzogna dell’inglese visto come segno di modernità e di internazionalismo

Per comprendere meglio la questione voglio citare le parole di un importante linguista, Alberto Nocentini, che scrive:

“…il francese e lo spagnolo, a differenza dell’italiano, hanno reagito colle risorse del proprio lessico e tradotto computer con ordinateur e ordenador, rispettivamente. Reazione che corrisponde a una maggior consapevolezza dell’integrità della propria lingua e che contrasta coll’esterofilia un po’ passiva e facilona dell’italiano. In casi come questo, dove il termine è un tecnicismo di diffusione internazionale, al pari di telefono, radio e televisione, resta però da vedere se la soluzione adattata dal francese e dallo spagnolo sia alla resa dei conti un vantaggio o uno svantaggio, perché pone le due lingue al di fuori del circuito internazionale.”

Alberto Nocentini, La vita segreta della lingua italiana. Come l’italiano è diventato quello che è, Ponte alle Grazie, Milano 2015, pp. 109-110.

Queste parole contengono una serie di luoghi comuni e di affermazioni insostenibili, ma evidenziano bene la vera natura del bivio a cui siamo giunti. Molti intellettuali ci vogliono fare credere che il ricorso all’inglese sia “necessario”, un ineluttabile segno dei tempi che coinvolge ogni Paese. Ma non è affatto così, è un fenomeno tipicamente italiano. E bisogna gridarlo forte!

La nostra esterofilia è di certo indiscutibile, ma affermare che l’italiano, al contrario di francese e spagnolo, non abbia tradotto la parola computer è un falso storico. Una parola come mouse non l’abbiamo tradotta, al contrario di francesi, spagnoli, portoghesi e tedeschi (dunque non siamo internazionali in questa strategia, siamo semplicemente succubi), ma computer, fino alla fine degli anni Settanta, si diceva normalmente calcolatore e nella versione italiana di 2001 Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968) computer non ricorre nemmeno una volta (c’era il calcolatore HAL 9.000).

Negli anni Ottanta si è diffusa (senza grande fortuna) anche l’alternativa elaboratore, visto che le macchine non erano più solo in grado di fare calcoli, ma anche di giocare a scacchi, elaborare le informazioni  e permettere le prime applicazioni multimediali (si veda Egidio Pentiraro, A scuola con il computer, Laterza, Bari 1983, “Non calcolatore, ma elaboratore”, p. 9).

Quella che è successa, dunque, è un’altra storia rispetto alla ricostruzione di Nocentini: per prima cosa computer non è affatto un tecnicismo, ma a parte questo, il punto è che si è rivelato un “prestito sterminatore”, che, come molti altri, ha ucciso le alternative italiane esistenti che oggi sono utilizzabili solo come sinonimie secondarie. Questo “parolicidio” è avvenuto precisamente in concomitanza con l’affermarsi del personal computer, da quella data in poi l’anglicismo si è affermato definitivamente sulle alternative di calcolatore o elaboratore personale, come si evince anche dai grafici di Ngram Viewer.

 

 

computer in italiano

Questa precisazione non è una cosa da poco, perché è il simbolo di ciò che sta accadendo all’italiano: sta regredendo, anche se pare che molti linguisti non se ne accorgano.

Altrettanto infondato è paragonare un “internazionalismo” come computer ad altri come telefono e televisione. Ma come è possibile non vedere che nel primo caso si violano le regole di pronuncia e di ortografia (si legge compiuter, e come gli altri forestierismi non si volge al plurale) e si introduce una parola non adattata, mentre gli altri esempi sono parole adattate ai nostri suoni e alle nostre regole, e sono dunque parole italiane a tutti gli effetti? Come è possibile mettere sullo stesso piano i forestierismi non adattati con le parole italiane che derivano da parole straniere solo nella loro etimologia?

È arrivato il momento di spazzare via queste pseudoargomentazioni che fanno confusione invece che chiarezza.

La terza grande falsità è proclamare computer come un internazionalismo. Ma di che cosa stiamo parlando? È vero che si dice computer per esempio in tedesco o in polacco (dove si scrive con la k: komputer), ma sono queste le eccezioni, non è affatto vero che si dica così dappertutto. In greco è υπολογιστών (ipologhistòn), in portoghese computador, in rumeno calcolator, in slovacco e in ceco počítač, in finlanese tietokone, in norvegese datamaskin, nello svedese dator, in turco bilgisayar, in croato računalo, in ungherese számítógép, in islandese tolva… e persino nell’afrikaans si dice rekenaar!

E allora chi è “fuori dai circuiti internazionali”? Noi che non sappiamo fare altro che ripetere l’inglese a pappagallo e in modo coloniale? O chi traduce e adatta, come i francesi e gli spagnoli, ma come hanno fatto anche gli armeni, gli irlandesi, i catalani, i baschi e i gallesi?


Colonialismo, altro che internazionalismo!

Basta con queste sciocchezze della lingua sovranazionale. Sono bugie. Sono l’alibi per preferire l’inglese e rinunciare a parlare l’italiano!

Davanti al Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati solo gli italiani ripetono l’inglese GDPR (= General Data Protection Regulation), perché in Francia e Spagna si dice RGPD, e in Germania DSGVO (Datenschutz-Grundverordnung).

Essere moderni e internazionali dovrebbe portarci a rinunciare a dirlo in italiano? È questa la visione dei linguisti che negano l’anglicizzazione della nostra lingua? È questo l’italiano del futuro che hanno in mente?

Chi afferma ciò o è vittima di pregiudizi o è in malafede.

Brainstorming che dai noi è spacciato da certi linguisti come prestito di necessità, in Francia è stato tradotto con remue-méninges (spremimeningi) e in Spagna con lluvia de ideas (pioggia di idee). Graphic novel, che ripetiamo all’inglese anche se novel deriva dall’italiano novella (dall’opera di Boccaccio), in francese è roman graphique e in spagnolo novela gráfica. Basta confrontare le voci della Wikipedia italiana e francese per rendersi conto di come stanno le cose.

E se un francese usa preferibilmente parole come camping e football che noi diciamo preferibilmente campeggio e calcio, va ricordato che le pronunciano alla francese (campìng e futbòll), e non certo in inglese come facciamo noi, esattamente come wi-fi, pronunciato in modo autoctono anche dagli spagnoli. Noi, invece, ci vergogniamo a storpiare l’inglese, da cui ci stiamo facendo soggiogare rinunciando alla nostra lingua e incapaci di adattarlo ai nostri suoni.

Ripetere le parole inglesi senza tradurle, o sostituirle a quelle italiane anche quando esistono le alternative che facciamo morire perché non le utilizziamo, non significa “essere internazionali”, ma “essere provinciali” e stupidi. Significa rinnegare la nostra storia e le nostre radici per scegliere di diventare creoli. Questo è il morbus anglicus che sta soffocando la nostra lingua.

Chi, con l’alibi dell’internazionalismo o del tecnicismo “insostituibile”, vuole dirlo in inglese mente: sta semplicemente imponendo la propria visione del futuro della nostra lingua (l’itanglese) e il proprio senso di inferiorità verso l’inglese.

Questo è il vero problema, che denuncia anche Claude Hagège quando scrive che la predominanza dell’angloamericano spinge verso una mentalità monolingue che è tutta a beneficio dell’inglese e all’imposizione della lingua dominante da parte di tutti. Le competenze plurilinguistiche non sono considerate una ricchezza e il

“monolinguismo a vantaggio dell’inglese è vissuto come garanzia (…) della modernità e del progresso, mentre il plurilinguismo è associato al sottosviluppo e all’arretratezza economica, sociale e politica, oppure è considerato una fase, negativa e breve, sulla via che deve condurre al solo inglese”.

Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 100.

Questa mentalità, che in Italia va per la maggiore, è da respingere e da combattere con ogni mezzo, perché rappresenta una delle principali porte di ingresso agli anglicismi e una delle principali cause della regressione del nostro lessico.

PS
Sulla necessità di tutelare la nostra lingua dal pericolo degli anglicismi, segnalo l’appello di Gabriele Valle al presidente dell’ANSA Giulio Anselmi, perché segua l’esempio dei mezzi di informazione spagnoli.

Dall’economia all’economy: i “prestiti sterminatori”

Giugno 2018. Il presidente del Consiglio (di frequente chiamato immotivatamente premier) Giuseppe Conte nel suo discorso per chiedere la fiducia alla Camera sfodera una variegata serie di anglicismi, da governance a “(se mi consentite) stockholder” (invece di azionisti), dall’immancabile flat tax alle espressioni come “utilizzare  i big  data per  cogliere  tutte  le  possibilità della sharing economy”.

La parola economy è al centro di un sentito discorso economico-ambientale, e Conte parla di green economy, di sharing economy e di blue economy con la stessa disinvoltura con cui si utilizzano le parole italiane, senza affiancare queste espressioni con alternative e spiegazioni, dando per scontato che l’itanglese sia la norma nel linguaggio istituzionale del Parlamento.

Ma da quando l’economia è diventata economy?

 

Dall’economy class alla new, net e old economy

Era il 1989, stando al Devoto Oli, quando la parola economy, decurtazione di economy class, cioè la classe economica, è stata introdotta nelle tariffe di biglietti di navi e aerei; ma oggi anche le Ferrovie dello Stato si sono adeguate alla riformulazione anglicizzata dei biglietti: dopo l’abolizione della terza classe si viaggia in economy.

Ormai, però, dall’aggettivo si è passati al sostantivo: nella seconda metà degli anni Novanta, infatti, è esplosa la new economy, e l’anglicismo, con il significato di nuova economia, si è propagato senza troppe alternative italiane, affiancato invece dall’alternativa net economy (economia della rete) e, per contrapposizione, ha portato con sé il concetto di old economy.

economy

Dopo questi primi “prestiti” tutto sommato isolati, la situazione è degenerata a partire dal 2008, quando si è cominciato a parlare anche di sharing economy (economia della condivisione) e di green economy (economia verde).  Negli ultimi 10 anni è poi comparsa la gig economy, l’economia dei lavoretti e della flessibilità, in altre parole un’edulcorazione per indicare lo smantellamento dei diritti dei lavoratori.

Fino a qui rimaniamo nell’ambito dei lemmi riportati dai dizionari, ma nel 2018 si parla sempre più anche di blue economy, un concetto ancora confuso a dire il vero, perché l’economia blu può indicare il superamento di quella verde, cioè l’economia circolare e del riciclo, oppure l’economia legata al mare.

In ogni caso la frittata è fatta. Nel giro di un decennio non si parla più di economia, ma di economy.

 

Economy sui giornali

Provo a immettere economy sul servizio di ricerca delle notizie di Google, e provo ad analizzare le prime 5 pagine alla ricerca di altre occorrenze e altre locuzioni.

Compare la circular economy:

“Se non passiamo alla circular economy, sarà game over per il pianeta. Sono queste le parole con cui si apre Closing the Loop, il primo lungometraggio al mondo dedicato al tema dell’economia circolare.”

Scopro poi la Next Mobile Economy:

“Quando si parla di digital transformation spesso si pensa a una serie di soluzioni che permettono al business di entrare in una nuova era produttiva. Vero, verissimo ma all’interno dello stesso “movimento” si possono individuare flussi focalizzati e la Next Mobile Economy è tra questi. Il termine è destinato a entrare nei trending topic degli amministratori, visto che include strategie volte a migliorare aspetti che ricadono in altri settori come il BYOD o lo smart working.”

Negli articoli economici il linguaggio è questo, l’itanglese.

Economy è diventato un termine contagioso, c’è l’app economy, l’industria legata alla programmazione delle applicazioni per smartphone e tablet (L’app economy varrà presto 6,3 trilioni di dollari), la data economy (Fujitsu World Tour 2018. Co-creation e data economy, l’AI ridisegna il workplace. Revisione delle infrastrutture di data center. Sicurezza e data protection. Nuovi luoghi, modalità e spazi di lavoro. Le prospettive future del cloud e soluzioni iperconvergenti), la space economy (Tavola rotonda al Festival dell’Economia di Trento sulla Space Economy), la Data-Driven Economy (Big Data, Machine Learning, Fintech, Blockchain, customer centricity, GDPR, Digital Marketing: tutto questo è Cerved Next, l’evento italiano dedicato ai pionieri della Data-Driven Economy) e persino la shock economy (Plutonomy vs Democracy: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo).

La frittata è fatta, si diceva, la lingua degli articoli economici è quella di questi esempi, e non si può di certo definire italiana. Il modello per la coniazione dei neologismi è ormai inglese, e la parola italiana economia diventa obsoleta, e relegata alla designazione del vecchio, mentre ciò che è nuovo, il futuro, è detto in inglese, e questo è il caposaldo di quello che ho chiamato l’anglopurismo.

E infatti l’economia della terza età diventa la silver economy (Silver Economy Forum: Genova vuole diventare capitale europea degli over 65, il Comune ha organizzato, insieme all’associazione Genova Smart City il Silver economy forum), quella degli animali domestici è la pet economy (Animali domestici, la pet economy supera i due miliardi), quella delle biciclette è la bike economy (Dal Trentino alla Liguria, la «bike economy» che crea valore), mentre al Al Cebit 2018 Italtel punta sulla Smart Economy.

Ecco come ci stiamo riducendo. Ecco come si diffonde l’itanglese.

I cosiddetti “prestiti” non sono innocenti e isolati, si combinano in una rete di parole sempre più fitta che crea l’itanglese. Gli animali domestici sono pet, il settore alimentare è food e questi anglicismi si ricombinano tra loro formando una lingua nella lingua (e infatti si trova anche la food economy).

Tra lusso e necessità ci sono anche i “prestiti sterminatori”

Questi anglicismi entrano come fossero “prestiti di lusso”, secondo le classificazioni ridicole usate da chi non comprende affatto la natura del fenomeno, ma poi si trasformano in “prestiti di necessità”, perché lentamente le espressioni inglesi uccidono le alternative italiane, che vengono usate sempre meno, prima come sinonimi e traduzioni secondarie che compaiono negli articoli di giornale per spiegare gli anglicismi urlati e ostentati nei titoloni, poi scemano sempre di più e la loro frequenza si riduce fino a quando dirlo in italiano diventa inusuale, se non impossibile.

La parola economia, se il vento non cambia, è destinata a regredire davanti all’anglicismo. Come è successo alla parola calcolatore, che un tempo era normale, che è stata affiancata fino agli anni Novanta a elaboratore, ma che oggi si può dire solo in inglese: computer. Ogni altra alternativa è morta. E chi parla dei prestiti di “lusso” e di “necessità” dovrebbe riflettere su una nuova categoria, quella dei prestiti “sterminatori” che una volta acclimatati fanno morire le parole italiane.

PS
Sia chiaro: se qualcuno li dovesse chiamare prestiti killer, lo ucciderò!

Anglicismi: dai singoli “prestiti” a una rete di parole interconnesse che colonizza interi settori

Interpretare i forestierismi come “prestiti” è una semplificazione ingenua che può andare bene quando il numero delle parole coinvolte è molto limitato. Nel caso del giapponese, per esempio, ci sono poco più di 50 vocaboli non adattati accolti nei dizionari, come:

aikido, anime, banzai, bonsai, emoji, futon, geisha, haiku, harakiri, hentai, hikikomori, judo, judoka, jujitsu, kabuki, kamikaze, karaoke, karate, katana, kendo, manga, mikado, origami, reiki, samurai, sashimi, shiatsu, sudoku, sumo, surimi, sushi, tatami, tofu, tsunami, wasabi, yen.

A parte qualche altra parola meno popolare e altri termini che derivano dal giapponese ma sono stati italianizzati (chimono, saké, soia, tempura…), non c’è molto altro da dire: considerare queste parole come “prestiti” tutto sommato è una classificazione che regge. Quando invece le importazioni sono circa 3.500, come nel caso dell’inglese, la teoria dei prestiti si rivela una categoria inadeguata e insufficiente per spiegare cosa sta accadendo, perché l’interferenza linguistica diventa un fenomeno ben più profondo, complesso e di tutt’altra portata.


Da una singola voce alle famiglie di anglicismi: un fenomeno trascurato

Se si analizza come sono entrati gli anglicismi da un punto di vista storico, è evidente che in larga parte non sono affatto prestiti isolati, ma si tratta di intere famiglie di parole che entrano e prolificano con diverse modalità.

Alcune volte si afferma e si diffonde un “prestito” che inizialmente è isolato, ma per la sua popolarità, con il tempo permette l’entrata di molte locuzioni collegate, come è avvenuto nel caso di → manager che ha poi portato al diffondersi di decine e decine di locuzioni come sales manager, top manager, area manager, brand manager, general manager, marketing manager

Altre volte succede il contrario: prima entra qualche parola composta, come tea-room o living room, e con il passare degli anni queste locuzioni si moltiplicano (press room, showroom, control room…) fino a che la parola madre, → room, anche se non è un lemma a sé dei dizionari, finisce lo stesso per entrare nella disponibilità di tutti.

Questo fenomeno è davvero trascurato dagli studiosi, ma mi pare fondamentale per rendere conto dell’interferenza linguistica in modo adeguato. Per fare un altro esempio di questi “prestiti” che creano una rete di vocaboli tra loro interconnessi, si può analizzare il caso di food, arrivato negli anni Ottanta attraverso fast food. Nel Devoto Oli del 1990 era l’unica occorrenza dell’anglicismo, ma oggi food designa l’intero settore dell’alimentazione e, nella grande distribuzione, il non food indica addirittura il settore non alimentare. Nel frattempo, infatti, sono comparsi i food corner (aree di ristorazione), il junk food (cibo spazzatura, 1987) o trash food (2001), lo slow food (marchio registrato italiano, 1989), il pet food (cibo per gli animali, 1992), lo street food (cibo di strada, 2000), il finger food (cibo al cartoccio, 2001), il comfort food (cibo consolatorio, 2002) e il food design (2006). Insomma, si è passati da 1 lemma (fast food, 1982) a 12: siamo andati oltre la decuplicazione in poco più di 30 anni. Ma la storia è destinata ad aumentare, visto che, fuori dai dizionari, tra gli anglicismi in circolazione si registra il food porn, e tra le notizie dei giornali si trovano i fattorini del food delivery, il social food e i food blogger, e poi gli eventi o le aziende food

Questa proliferazione di parole composte, naturalmente, non riguarda solo food, le stesse considerazioni valgono per gli altri elementi degli esempi: street (street food ma anche street art, street artist, street culture, street parade, street style), design (food design, fashion design, game design, graphic design, industrial design, interior design), pet (pet food, pet therapy, pet friendly, pet sitter) e via dicendo.

Espressioni come pet sitter, dog sitter o cat sitter, a loro volta, sono possibili perché sono state precedute da baby sitter (cfr. → “La maledizione della baby sitter e i composti di baby”), che non è un prestito isolato e “innocente”, è diventato un modello che ha permesso l’entrata di questi neologismi che circolano ormai senza alternative italiane, visto che si appoggiano a un’espressione divenuta estremamente popolare.

La parola baby, a sua volta, è stata assimilata nell’italiano e ha prodotto innumerevoli composti diventando un suffissoide che genera una quantità impressionante di altre parole e di accezioni che in inglese non esistono, sono dunque pseudoanglicismi. Il secondo elemento, sitter, non è particolarmente diffuso e prolifico, però è illuminante per esemplificare la proliferazione delle parole in -er. È evidente che, se sono centinaia, si finisce per interiorizzare nella nostra lingua una struttura inglese. Se chi fa design è un designer, chi uccide è un killer, chi fa surf è surfer, chi ferma il pallone è stopper, chi perseguita è uno stalker, uno spacciatore è un pusher, un controllore è controller, poi succede che un decodificatore è detto decoder, che un acquirente diventa uno shopper, e che da blog, chat, rock, rap, spam si ricavino blogger, chatter, rocker, spammer e non bloggatore, chattatore, rockettaro, rappatore e spammatore.

A questo punto dovrebbe essere più evidente che abbiamo a che fare non con singoli prestiti isolati, come nel caso del giapponese, ma con una rete di parole che con il tempo si allarga.

La rete di anglicismi in –ing

Torniamo a baby sitter. Tra le altre diramazioni ci sono anche baby parking, visto che parking (pseudoanglicicmo) era già diffuso, e babysitting una variazione in –ing che si è affiancata alla derivazione più italiana di babysitteraggio. Le parole in –ing (che includono gerundi ma anche participi e aggettivi) sono centinaia e centinaia.

Dopo lo stalking e il mobbing (in inglese poco usato), nel linguaggio della giurisprudenza questo “modello” si è diffuso portando nelle sentenze parole come grooming (adescamento dei minori), bossing (i soprusi del capoufficio, pseudoanglicismo) o straining (definito dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 3977 del 19/02/2018 una forma attenuata di mobbing).

Se c’è il job sharing e il car sharing ecco che allora si può introdurre anche il bike sharing, il file sharing, il video sharing, la sharing economy (visto che c’è la new economy, la net economy, la old economy, la green economy e l’economy class); se arriva il bird watching e si afferma invece di osservazione ornitologica, si apre la strada a whale watching (per le balene), fish watching (per i pesci), skywatching (per il cielo) e bio watching.

In informatica c’è il mail bombing, il mailing e le mailing list. Ci sono l’hosting e l’housing, il data processing e il batch processing,  il  debugging, l’editing, l’engineering, il morphing, il multitasking, lo spamming e il caricamento diventa loading, grazie alle mancate traduzioni delle interfacce dei programmi informatici.

Nello sport c’è il dribbling e il pressing, il doping, il trekking, il walking, il running, il footing e il jogging, il bungee jumping (salto con l’elastico) e il base jumping (paracadutismo da fermi), il canyoning (torrentismo), lo spinning che poi genera l’hydrospinning e l’acquaspinning,  mentre dal bodybuilding si esce dallo sport con il body painting e il body sculpturing (liposuzione).

La desinenza in -ing porta da brand a branding, si trova in brainstorming, bookcrossing, booking e overbooking negli alberghi; da bank si genera banking e dunque banking online, home banking, mobile banking, internet banking, e-banking, phone-banking, remote banking, e poi c’è il trading, l’e-trading o trading online e il day trading, visto che c’è già la base dell’insider trading. Dallo shopping si arriva all’e-shopping passando per i shopping center; e poi il coaching,  il counselling, le cohousing, il couponing, il coworking, il couchsurfing, il crowdfunding e il crowdsourcing. C’è il marketing, il merchandising, il naming, il  networking, il problem solving, il caravanning, il casting, il broadcasting, il podcasting e il webcasting e persino nel mondo del porno spopolano parole come pissing o squirting.

E ancora lifting e restyling, roaming, scouting, scrolling, self publishing, spelling, storytelling, stretching, timing , screening… la messa in piega dei capelli è brushing, e davanti alle desinenze in –ing appiccicate alle parole inglesi di alta disponibilità non c’è da stupirsi se dressing da condimento per le insalate, in italiano viene usato nel gergo della moda con il significato errato di abbigliamento (dress è abito, ma l’abbigliamento sarebbe clothing).

Ho scelto solo qualche esempio tra i più diffusi, ma questo elenco in –ing continua, perché nei dizionari se ne trovano molti di più dalla A di aquaplaning alla Z di zapping. Il che significa semplicemente che in italiano ci siamo abituati alle desinenze in –ing e le stiamo interiorizzando come fossero normali.

In conclusione: l’interferenza dell’inglese non si può ridurre né spiegare come una semplice raccolta di prestiti isolati. Siamo in presenza di una rete e una struttura alloglotta che entra nel nostro lessico e prolifera. Si tratta di un fenomeno nuovo, di massa, dalla portata potenzialmente devastante, che non ha precedenti in alcuna epoca passata e che non ha eguali nemmeno quando il francese rappresentava la lingua di moda che ci influenzava con moltissimi “prestiti” non adattati. Si tratta di un fenomeno dalla velocità sconcertante: in 70 anni, nell’arco di una sola generazione, abbiamo importato un numero di anglicismi interconessi e sempre più fitti che stanno cambiando il volto dell’italiano con suoni estranei alla nostra tradizione, con nuove regole aliene alla nostra grammatica.

Gli anglicismi non sono parole isolate, sono semi che attecchiscono in modo virale perché al contrario di ciò che avviene in altri Paesi in Italia non abbiamo anticorpi e da noi trovano il clima favorevole per moltiplicarsi a dismisura e incontrastati. Queste parole stanno colonizzando intere aree di settore, come l’informatica, la moda, il lavoro, molti ambiti dell’economia, dello sport, delle leggi, della politica… È il segnale che il lessico dell’italiano storico è destinato a cambiare, ad anglicizzarsi sempre maggiormente e corre seriamente il rischio di trasformarsi in itanglese, perdendo la propria  identità.

La presenza di anglicismi e altri forestierismi dallo spoglio del Devoto Oli

I linguisti che si dichiarano “non preoccupati” per la presenza degli anglicismi nella lingua italiana hanno una visione “statica” del fenomeno. Se si mostra loro che un dizionario come il Devoto Oli registra attualmente circa 3.500 parole inglesi, rispondono che comunque rappresentano solo il 2 o 3% di tutte le voci presenti in un vocabolario. Ma questo modo di annacquare gli anglicismi e di spalmarli su tutti i lemmi di un dizionario (quelli monovolume raccolgono dalle 100.000 alle 150.000 voci) non è un criterio utile per comprendere come stanno le cose, per molte ragioni.

Occorre un’analisi lessicale storica e per categorie grammaticali

Per prima cosa i dizionari registrano molte voci arcaiche, disusate, poetiche… e queste andrebbero tolte dai conteggi delle percentuali degli anglicismi, che sono invece parole moderne. Ma, soprattutto, va detto che per oltre il 90% dei casi, le parole inglesi sono sostantivi e in maniera minore aggettivi e un’infiltrazione concentrata in questi ambiti non può essere trascurata.

Se si analizzano per esempio i verbi, il Devoto Oli  ne registra circa 10.000 e tra questi ce ne sono solo un centinaio costituiti da semiadattamenti come googlare, downloadare, backuppare… che complessivamente non rappresentano una percentuale preoccupante e tale da modificare il nostro sistema verbale: si attestano intorno all’1% dei verbi.

Nello stesso dizionario, al contrario, i sostantivi registrati sono più o meno 65.000 (cifra che include circa 900 francesismi e 3.000 anglicismi) e se si escludono le voci “morte” il loro numero scende ben al di sotto di 60.000.

Comunque sia, considerando circa 3.000 sostantivi inglesi su un totale di 60.000, ecco che la percentuale dei sostantivi inglesi diventa circa del 5%, che comincia a essere un numero molto invadente, soprattutto perché, se si vanno a guardare i neologismi del Nuovo millennio, gli anglicismi rappresentano ben la metà delle parole nuove!

E allora conviene passare da una visione statica a una dinamica: bisogna cioè analizzare il fenomeno dell’inglese che penetra nella nostra lingua non come un’istantanea, ma come un flusso che cresce in modo esponenziale, ed è per questo che è preoccupante.


L’aumento degli anglicismi dall’Ottocento a oggi

L’entrata delle parole inglesi è un fenomeno che comincia a diventare massiccio dal secondo dopoguerra. Dal grafico costruito sulla base dello spoglio di Zingarelli, Devoto Oli e Sabatini Coletti si può capire meglio come stanno le cose: nella prima colonna gli anglicismi datati prima dell’Ottocento, nella seconda quelli dell’Ottocento e nella terza quelli del Novecento.

 

GRAFICO 4.1
Le datazioni e il numero degli anglicismi non adattati di Zingarelli, Devoto Oli e Sabatini Coletti sino al Novecento (A. Zoppetti, Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 81).

Davanti a questi dati non si può fare finta di niente e rispondere che l’influsso dell’inglese è ancora poca cosa: la nave imbarca acqua, e bisogna capire come arginare la falla invece di dire che ci sono solo 2 o 3 dita, se non si vuole finire con l’andare a fondo!

Per comprendere meglio i numeri, è utile fare un confronto tra forestierismi analizzando anche i francesismi e gli ispanismi, che rappresentano le due lingue che storicamente ci hanno maggiormente influenzati (al quarto posto ci sono i germanismi, mentre il contributo delle altre lingue si attesta su valori molto più insignificanti). Dalle datazioni che si ricavano dal Devoto Oli, risulta che fino all’Ottocento era il francese a costituire la lingua con un maggiore apporto di forestierismi non adattati, e che dopo la seconda metà del Novecento è successo qualcosa di anomalo e grave che non ha precedenti storici!

Va precisato che i numeri che emergono dalle datazioni digitali sono grezzi, in altre parole hanno margini di errore stimabili intorno al 10% rispetto a quelli che si possono ottenere da analisi raffinate e più ponderate. Più nel dettaglio, nelle analisi grezze, quando una parola non ha indicata una data precisa, ma solo un riferimento al secolo, può capitare che una stessa voce compaia sia nella prima metà del Novecento sia nella seconda (è il caso di “access provider”, per esempio), il che spiega perché la somma dei forestierismi di prima e seconda metà del Novecento non corrisponda esattamente al numero degli anglicismi dell’intero Novecento, ma si tratta di un margine di errore trascurabile, visti gli ordini di grandezza. Ecco perché dal Devoto Oli risulta che nell’Ottocento sono entrati 187 anglicismi (contro i 244 francesismi e i 75 ispanismi) di cui 42 nella prima metà del secolo (contro 79 dal francese e 36 dallo spagnolo) e 152 nella seconda metà (contro 173 dal francese e 53 dallo spagnolo).

Questo equilibrio si spezza nella prima metà del Novecento quando, con il finire dell’epoca della Belle époque, entrano 747 anglicismi (contro 366 francesismi e 6 ispanismi), per poi impazzire definitivamente nella seconda metà del Novecento con 2.077 parole inglesi non adattate (contro 296 francesi e 32 spagnole).

Nel Nuovo millennio (al 2017) gli anglicismi accolti sono 509 (contro 12 francesismi e 5 ispanismi) e nel grafico ho provato a ricostruire la situazione in modo visivo.

Anglicismi entrati storicamente
Le datazioni e il numero di francesismi, ispanismi e anglicismi non adattati nel Devoto Oli 2017.

Per la cronaca: i neologismi del nuovo Millennio sono in tutto 1.049, dunque la metà di essi sono parole inglesi. Ma passando dai dati grezzi a ricerche raffinate, le cose stanno anche peggio, perché sotto gli anglicismi non sono incluse parole semiadattate come i verbi switchare, spoilerare e via dicendo, né le altre parole derivate dall’inglese (selfone, customizzazione, fashionista…) che farebbero salire di non poco le statistiche e porterebbero il numero degli anglicismi del Duemila a essere maggiore di quello dei neologismi autoctoni che riusciamo a produrre.

E allora qual è il destino del lessico italiano davanti a questi dati?
Quale sarà l’italiano del futuro se le cose non cambiano?

La mia previsione è che sarà itanglese. In sintesi: la struttura dell’italiano, la sintassi e i verbi saranno sostanzialmente quelli di ieri e di oggi, mentre i sostantivi saranno in percentuale sempre più ampia parole inglesi, dalle regole ortografiche e fonetiche diverse dall’italiano storico. La nostra lingua sarà sempre più inadatta a descrivere le cose nuove, che si diranno in inglese, soprattutto negli ambiti tecnologici, scientifici e lavorativi.

Si può ancora definire “italiano” un simile idioma? Per gli anglopuristi probabilmente sì, per me no. In gioco c’è l’identità dell’italiano del futuro!

Chi definisce i forestierismi come dei “doni” e li vede come un arricchimento dovrebbe guardare il fenomeno dell’inglese nel suo divenire. Allora si renderebbe conto che il problema non è nel purismo o nel neopurismo, ma è semplicemente nel loro numero! L’esplosione dell’inglese è impazzita e non ha più controllo: sette secoli di influenza del francese hanno generato migliaia e migliaia di francesismi italianizzati, ma meno di 1.000 francesismi non adattati. Invece, in soli 70 anni, nell’arco cioè di una sola generazione, abbiamo importato 3.000 parole inglesi (e solo un ulteriore migliaio di parole inglesi italianizzate)! Non siamo più capaci di tradurre e di adattare, non sappiamo (o non vogliamo) creare neologismi al posto degli anglicismi e spesso preferiamo usare l’inglese anche in presenza di parole italiane che in questo modo regrediscono.

Una lingua è in grado di sopportare una proliferazione così massiccia e rapida senza snaturarsi e perdere la propria identità?