Interferenza linguistica [1]: forestierismi, esotismi, xenismi, stranierismi, barbarismi o prestiti linguistici?

Ci sono tanti nomi per indicare i termini stranieri che circolano nella lingua italiana, nel gergo dei linguisti si parla per esempio di forestierismi o di esotismi, ma anche di xenismi e stranierismi.

Stranierismo è un termine ottocentesco che a dire il vero oggi non è molto utilizzato; xenismo (la sua occorrenza è così rara che non è documentata da Ngram) contiene la radice greca xénos = straniero e anche ospite, ma il termine arriva dal francese xenisme, non è registrato in alcun dizionario monovolume (Devoto Oli, Zingarelli, Gabrielli, Sabatini Coletti, Nuovo De Mauro), e compare solo nel vocabolario Treccani secondo il quale il significato denoterebbe i forestierismi di natura passeggera: gli xenismi sono parole straniere che circolano per brevi periodi ma non sono destinati a entrare stabilmente nell’uso, sono dunque occasionalismi o addirittura quelli che i linguisti chiamano hapax (legomena) e cioè parole che compaiono una sola volta, documentate da un solo esempio.

Forestierismi ed esotismi sono invece le definizioni che vanno per la maggiore.

In passato c’e chi ha questionato sulle sottili differenze tra esotismo, l’importazione di un “corpo estraneo” esotico che arriva da lontano, e forestierismo, che implicherebbe invece una continuità culturale e un reale scambio di popoli vicini, ma sono distinzioni cervellotiche poco proficue, e si può andare avanti a discutere sulla classificazione di ogni singolo caso senza mai giungere a una conclusione condivisa. Come per il sesso degli angeli. Naturalmente esotismo ha un’accezione non solo linguistica, per cui il suo uso si riferisce anche ad altri ambiti (le cose esotiche in generale).

forestierismi_esotismi_barbarismi_stranierismi
La frequenza delle parole esotismo, forestierismo, barbarismo e stranierismo secondo Ngram (periodo di riferimento: 1900-2008, al singolare e al plurale).

Le parole – e le classificazioni – non sono mai innocenti. Parlare per esempio di barbarismi, come si faceva in passato, oggi implica un giudizio purista intriso di xenofobia, e si riallaccia a certe prese di posizione antiche come quelle del Barbaro dominio di Paolo Monelli o di Mussolini che, volendo dire la sua, nel 1941 dichiarò di preferire barbarismo ed esotismo a forestierismo.

 

I limiti della definizione di “prestito linguistico”

Un’altra delle definizioni attualmente più in voga e quella di prestito linguistico.

Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non e obbligata a restituirlo” notava Gian Luigi Beccaria già negli anni Ottanta.

Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241.

Se fossero davvero prestiti si potrebbero anche restituire, è stato osservato ironicamente da tanti, e il problema del numero spropositato di anglicismi che sta portando il nostro lessico verso l’itanglese si potrebbe arginare facilmente.
La definizione di voci importate forse è più ragionevole, ma sia la teoria del prestito sia il concetto di importazione hanno qualche limite, visto il gran numero di eccezioni, pseudoesotismi, prestiti apparenti, o comunque li si voglia chiamare.

Un’espressione come vitel tonné, per esempio, suona come francese ma non lo è affatto, il vitello tonnato è una ricetta e un’espressione piemontese: in Francia non esiste né il vitel né il concetto di “tonnare” qualcosa. Il grammelot è un altro esempio di pseudogallicismo, si tratta di una parola che evoca il francese attraverso il suo suono, e Dario Fo, nel suo teatro, usava proprio il potere evocativo dei suoni al posto delle parole.

Venendo all’inglese, gli pseudoanglicismi sono davvero tanti, per esempio slip, pile, smoking… talvolta sono reinvenzioni o coniazioni autoctone che partono da parole inglesi ricombinate in modi che in inglese non esistono, e sono fenomeni internazionali, come autostop (al posto di hitch-hiking), footing (per jogging), recordman (record-holder) e tanti altri. Altre volte sono di matrice italiana come beauty case o autogrill (nome commerciale della Pavesi). Spesso usiamo parole inglesi con significati che non esistono nei Paesi anglosassoni, come mister con il significato di allenatore di calcio, o bomber nel senso di cannoniere. Oppure tronchiamo i termini inglesi (in nome del fatto che l’inglese dovrebbe essere una lingua dalla maggiore sinteticità) e diciamo basket (= cesto) per basketball cioè pallacanestro, spending invece di spending review, strip per striptease o toast anziché toasty, toastie o toasted sandwich; relaxing si trasforma in relax, bisexual in bisex, flirt in inglese è flirtation (o love affair) e un sexy shop sarebbe un sex shop. Molto spesso importiamo solo uno dei tanti significati delle parole in inglese e talvolta gli diamo una valenza che non ha in origine, e così usiamo shopping non come sinonimo di fare la spesa (anche al supermercato, come in inglese) ma come l’andar per vetrine alla ricerca di oggetti di lusso o di abbigliamento, mentre flipper diventa il biliardino elettronico, ma in inglese si dice pinball e i “flippers” sono soltanto le alette che servono a colpire la pallina.

E allora come si spiegano questi fenomeni all’interno della teoria del prestito? Sono prestiti errati? O forse il fenomeno dell’interferenza linguistica è qualcosa di ben più complesso?

Di certo, classificare i forestierismi attraverso le categorie di prestiti di lusso e di necessità, ancora molto in voga anche presso studiosi seri, è ormai improponibile e ridicolo…

(continua)

9 pensieri su “Interferenza linguistica [1]: forestierismi, esotismi, xenismi, stranierismi, barbarismi o prestiti linguistici?

  1. Interessantissimo. Ho uno studente statunitense che sto mettendo in guardia da queste parole inglesi di cui ci siamo appropriati e di cui abbiamo
    Stravolto significato e pronuncia. Gli sto insegnando come bistrattare la sua lingua con L’italiano!

    Piace a 2 people

      • Non sapevo di queste parole in Francia e Germania. Riguardo a “handy”, deriva sicuramente da “handset” (il Picchi lo traduce come “microtelefono”). Se ricordi, due decadi fa esistevano anche gli “handheld phones”, i primi telefoni portatili e i “palmtop”, ossia i palmari, che anziché stare semplicemente in mano stavano nel palmo perché bisognava leggere lo schermo e non solo parlare tenendo il dispositivo all’orecchio.

        Piace a 1 persona

  2. Vi invito a scrivere su “Una parola al giorno” https://unaparolaalgiorno.it/, dove ogni due venerdì “trattano” anglicismi, di cui alcuni assolutamente ridicoli e neppure veramente entrati (fortunatamente!) nell’uso italiano, come ad es.
    https://unaparolaalgiorno.it/significato/S/socialite
    che per me rappresenta un enorme “barbarismo”, ma in tutt’altro senso, e costituisce pure un imbarimento. Ma Moretti, con cui ho già litigato, insiste sempre su non so che valore aggiunto o comunque diverse connotazioni… tanto ha sempre ragione lui (sul suo sito, almeno).

    Piace a 1 persona

    • Ciao Gretel, non ho ben capito la questione. Comunque la definizione di “socialite” riportata nel sito che indichi è copiaincollata dal Devoto Oli. Lo Zingarelli recita “personaggio noto soprattutto per essere sempre presente agli eventi mondani”. A mio avviso si tratta di una parola di cui non si sente troppo il bisogno, e commentarla come esempio della grande “capacità di innovazione linguistica della stampa” mi fa un po’ ridere (caso mai è l’ennesimo esempio di scopiazzamento dall’americano senza la capacità e la volontà di usare l’italiano). Ma a parte le mie opinioni, un’alternativa italiana è “prezzemolino”, ben documentato nei dizionari e su giornali con il senso scherzoso di chi si intrufola dappertutto, che copre il 90% delle citazioni dai giornali (Es. Olivia Palermo: la bella socialite [= prezzemolina] e l’evoluzione del suo beauty look, Donna Moderna-12 gen 2018). Più in generale anche presenzialista (televisivo) rende bene questo aspetto, ma poi ci sono espressioni come “mondano”, “modaiolo”, frequentatore del bel mondo o dei salotti (Es. Addio a Marina Ripa di Meana, stilista e socialite). A seconda dei contesti anche “arrivista”, in senso negativo, denota la volontà di diventare noti, come anche arrampicatore sociale. Se dovessi indicare un neologismo equivalente mi pare che “apparizionista” renda bene (cfr: http://www.spotandweb.it/news/164573/disturbatori-presenzialisti-apparizionalisti-tv-ecco-chi.html), un termine timidamente diffuso sui mezzi di informazione, benché non registrato dai dizionari, ma comprensibile a tutti.
      Un saluto

      "Mi piace"

  3. Chiedo scusa per il messaggio precedente, scritto di fretta ed evidentemente non riletto.
    Allora, se ho capito bene, su questo blog si pone l’accento sul frequente abuso di angli(ci)smi vari; personalmente pure sono alquanto seccata di un uso assolutamente scriteriato di parole inglesi usate sostanzialmente solo per “moda”, per farsi vedere “moderni” e appunto al passo coi tempi (?), anche laddove in italiano esista già un ottimo equivalente. Lungi da me qualsiasi sospetto di nazionalismo, che aborro in maniera oserei dire esasperata.
    Ho fatto notare questo sito di “Una parola al giorno”, che inizialmente mi era piaciuto molto, dove quotidianamente si tratta di una parola, non limitandosi al mero significato, ma cercando, anche grazie all’etimologia, di studiare le singole sfumature e connotazioni. Nel frattempo, soprattutto a causa di questi commenti così esageratamente entusiastici e fuori misura (hai citato sopra un classico esempio appunto, ma ce ne sono di ancora più infervorati, elegiaci quasi), mi è scaduto. Facevo notare che da diversi mesi ogni due venerdì prendono di mira un anglicismo, fin qua ok, solo che alle volte (in alcuni casi, intendo, non necessariamente in tutti, ovviamente), invece di sottolinearne la sostanziale inutilità, la stupidità e il fatto che non portino nessun contributo apprezzabile, siano anzi, secondo me almeno, segno di imbarbarimento (questa era la parola che volevo scrivere sopra), li esaltano, contribuendo alla loro diffusione. Fin qua, libertà di opinione. Quello che mi urta di più però è che ogni volta che qualcuno, nei commenti, esprime la propria opinione contraria (all’uso di una certa parola), viene messo in vario modo a tacere, anche quando si indica un equivalente, viene ribattuto che vengono perse non so che accezioni (cfr. anche alcuni commenti sotto “socialite”). Ripeto, ognuno può dire la sua opinione, ma come tale, non come se citasse un testo sacro o non fosse controvertibile o venisse da non so che autorità (l’opinione di Moretti sembra appunto normativa).
    Avendo smesso di commentare là, per i motivi sopra esposti (vedi soprattutto alla voce “realizzare”), invitavo però te, e altri che ne avessero voglia, ad esprimere la propria opinione nei commenti di quel sito in questi casi (vedi l’abominevole “socialite”, che fino all’altro giorno non avevo mai sentito né letto, che non farà mai parte del mio vocabolario e mi auguro che non venga accolta da altri; personalmente “presenzialista” comunque lo preferirei a “apparizionista”), contro l’abuso e la diffusione di anglicismi scriteriati, a pioggia e immotivati.
    Grazie, saluti.

    PS. Su Handy in tedesco (in tedesco si usa spesso anche public viewing, con significato ben lontano da quello originale) esiste ancora un po’ di nebbia, ma dovrebbe venire in effetti da “handheld”, vedi https://de.wiktionary.org/wiki/Handy o anche http://www.iaas.uni-bremen.de/sprachblog/2007/07/02/woher-kommt-das-handy/

    "Mi piace"

    • Sì conoscevo quella rubrica e quel sito, ma sinceramenete, visto che me lo chiedi, non lo trovo particolarmente interessante. A proposito dell’inglese parte da presupposti angloentusiastici, e non distingue il nodo focale (a mio avviso) degli anglicismi non integrati: sono “corpi estranei” che violano il nostro sistema linguistico nell’ortografia e nella pronuncia, il che non è un problema in sé e da un punto di vista puristico, ma da un punto di vista quantitativo: il loro numero è tale che sta stravolgendo il nostro lessico. Gli “angloestusiasti” tendono proprio a non accettare o non comprendere questa distinzione tra l’evoluzione linguistica, fenomeno normalissimo, e il “modo” con cui si sta evolvendo cioè quasi esclusivamente importando anglicismi senza adattamenti.

      In ogni caso, venendo al tuo invito, in passato ero anche intervenuto su quel sito, ma sinceramente sono poco interessato al confronto con chi parte dalle loro posizioni… per me sono poco accettabili e non mi pare che sia produttivo discuterne… Ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero (Giorgio Moretti addirittura difende l’uso di “qual’è” con l’apostrofo… Eleonora Mamusa invece ha pubblicato un bellissimo studio sugli anglcisimi nei cinguettii via Twitter dei politici italiani, anche se non ne condivido affatto le conclusioni sulla loro frequenza).

      Su “realizzare”, personalmente non ho nulla da obiettare contro l’allargamento di significato mutuato dall’inglese, non mi scandalizza ed è un tipo di interferenza che non viola la nostra fonetica e il nostro sistema, ma porta nuovi significati. Nell’editoria in certe case editrici non viene ammesso ed è sostituito in fase di revisione con parole più appropriate, ma in altri contesti editoriali è utilizzato correntemente e comunque è un uso ormai registrato dai dizionari, come “singolo” che da “unico” diventa “scapolo”, per analogia con “single”, come “basico” che da “contrario di acido” diventa “di base” e tantissimi altri .Questi nuovi significati si possono più o meno biasimare… ma non li considero “pericolosi” per la nostra lingua, sono fenomeni storicamente normali in tutte le lingue vive, al contrario dell’introduzione di circa 3.500 anglicismi non adattati che costituiscono ormai quasi il 5% dei sostantivi italiani.

      Grazie della tua precisazione su Handy 🙂

      "Mi piace"

      • Ah, va bene allora, non sapevo che il sito era già noto.
        (Io non sopporto, tra le altre, l’allargamento della parola “gagliardo” al di fuori della Toscana, nella sua tipica accezione. Fastidioso è appunto questo atteggiamento “normativo” e risolutivo, da parte poi di una persona che non ha qualifiche e basi particolari su cui fondare i suoi Diktat del tutto soggettivi).
        “Realizzare” in quell’accezione non mi scandalizza certo, ma arriccio il naso comunque, perché lo trovo sostanzialmente superfluo.

        Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...