Il disastro della terminologia informatica italiana di fronte all’inglese

Il primo uomo al mondo (di cui è possibile documentare l’attività) che ha utilizzato un calcolatore per l’analisi linguistica è stato Roberto Busa, un gesuita italiano studioso di Tommaso d’Aquino, che sin dal 1946 aveva pensato a come utilizzare il neonato calcolatore per la catalogazione e la creazione di indici sistematici del corpus tomistico. Dopo molte trattative, nel 1949, con l’appoggio di IBM, si recò così a New York e cominciò a lavorare sulle prime gigantesche macchine a schede perforate per digitalizzare tutte le opere di San Tommaso, codificando ogni parola e registrandone tutte le flessioni in modo da poterla rintracciare nel corpus. Il primo volume di questa impresa titanica uscì nel 1951, e negli anni Novanta il suo lavoro fu riversato su cd-rom e commercializzato.

 

I primati italiani dell’informatica

Seguendo la strada aperta da Busa, il linguista Carlo Tagliavini, nel 1965, applicò un analogo trattamento alla Divina Commedia, sempre con il supporto e il finanziamento di  IBM. Poiché a quel tempo i calcolatori erano macchine ingombranti che funzionavano a schede perforate, con il testo scritto in stampatello maiuscolo che non poteva essere esportato, il risultato dell’opera fu stampato su carta: un catalogo di circa 1.000 pagine in cui, oltre al testo di Dante, venivano riportate le concordanze, il lessico, il rimario, le frequenze e altri indici che consentivano di accedere al testo per parola chiave.

Nello stesso anno, il 1965, negli Stati Uniti, Ted Nelson si inventava il concetto di “ipertesto”, ma ignorava completamente che in Italia avevamo già realizzato delle opere che erano di fatto ipertesti. Nelson racconta che l’idea gli arrivò invece da un articolo di un ingegnere americano, Vannevar Bush, che nel 1945 aveva immaginato una macchina teorica (mai realizzata) fatta di scrivanie e schermi translucidi, che avrebbe dovuto essere in grado di memorizzare percorsi di lettura e associazione dei testi (il Memex). L’articolo in questione è teorico e abbastanza ingenuo, ma è interessante notare che pochi anni dopo queste riflessioni pensate prima dell’invenzione del calcolatore elettronico, Roberto Busa, invece di immaginare, si era messo all’opera per realizzare qualcosa di concreto.

La tradizione italiana nell’informatica è stata pionieristica e importante. All’università di Milano, per esempio, Silvio Ceccato fu in prima linea sui primi esperimenti di traduzione automatica, e diresse il Centro di Cibernetica e di Attività Linguistiche dal 1957 sino alla seconda metà degli anni ‘60 – quando gli investimenti vennero tagliati – producendo una letteratura pionieristica e di grande spessore, che oggi è rimasta sconosciuta o è stata dimenticata.

Nel 1965 vide la luce anche il primo esempio di elaboratore personale tutto italiano, l’Olivetti Programma 101 (o P101) ed è risaputo che alla fine degli anni ’70 il fondatore della Apple Steve Jobs, insieme a Steve Wozniak, vennero in Italia proprio per tentare accordi con la Olivetti e con i progettisti italiani che corteggiarono invano, per costruire calcolatori personali in serie. De Benedetti decise di non perdere tempo con quei due fricchettoni, e dunque la storia di quello che oggi si chiama personal computer si svolse senza l’apporto italiano.

 

Il linguaggio informatico fino agli anni Novanta

Negli anni ’60, quando IBM si insediò in Italia, il linguaggio informatico era costituito da termini come perforatrice, verificatrice, selezionatrice, inseritrice, tabulatrice (da cui le liste di tabulazione), c’era il calcolatore interprete, si parlava di sistemisti e di sistemi suddivisi in unità centrale e periferiche, c’era il lettore/perforatore schede, la lettura/scrittura su nastri e dischi, la stampante, e non circolavano anglicismi. Persino nel 1989, quando IBM, con la consulenza di Tullio De Mauro, realizzò un prototipo di vocabolario elettronico (il VELI = vocabolario elettronico della lingua italiana) basato sulle 10.000 parole più frequenti tratte dallo spoglio di alcuni giornali, la parola computer era assente nel volume di presentazione. E non solo il linguaggio informatico di De Mauro era ineccepibile rispetto all’uso di anglicismi, ma persino la presentazione di Ennio Presutti, l’amministratore delegato di IBM e la prefazione di Pierluigi Ridolfi, Direttore della ricerca scientifica di IBM, avevano un uso di anglicismi limitatissimo (si trova bit, hardware, software e poco altro).

VELI vocabolario elettronico dell alingua italiana di IBM e De Mauro
Il VELI, vocabolario elettronico della lingua italiana, diretto da Tullio De Mauro, realizzato da IBM, con la presentazione dell’amministratore delegato Presutti.

Questa attenzione e questo rispetto per la lingua italiana nell’informatica stavano però per finire.

Qual è oggi il linguaggio degli amministratori delegati delle multinazionali?

Dopo l’epoca di IBM, con l’avvento di Microsoft, Apple, e poi con l’esplosione della nuova economia, chiamata “new economy”, e con l’arrivo di Google, Facebook e gli altri interlcutori, proprio nel momento in cui l’informatica ha cessato di essere un linguaggio per addetti ai lavori ed è diventato un fenomeno di massa, il linguaggio elegante e rispettoso di IBM è un ricordo sbiadito. I nuovi protagonisti hanno conquistato il mondo imponendo la propria nomenclatura anglicizzata. Se in alcuni Paesi come la Francia e la Spagna, grazie a una differente cultura e alla presenza di accademie e politiche linguistiche serie, il problema è stato in parte arginato, in Italia siamo passati definitivamente all’itanglese.

 

Lo sfacelo della terminologia informatica italiana

Cosa è cambiato oggi, rispetto a 30 anni fa?

Tutto. A cominciare dai nomi che leggiamo sulle scatole e che ripetiamo invece di tradurre, per cui multigiocatore si dice multiplayer, un decodificatore lo chiamiamo set-top-box, e un tappetino per il mouse è ancora più figo se si dice mousepad. La custodia o il contenitore di un apparecchio elettronico, detto hardware, diventa il case, o la cover se è un cellulare, i dispositivi sono device, e i cellulari mobile device, il calcolatore principale si dice host, l’ospitalità di un sito l’hosting, una scheda di memoria è una memory card, un microcircuito integrato un microchip, la memoria temporanea è buffer, la memoria nascosta è la cache.

yahoo
L’interfaccia della posta elettronica di Yahoo! La posta è mail, la posta indesiderata è spam, la pagina principale è home, e gli anglicismi assurdi sono davvero tanti: non c’è alcuna attenzione e rispetto per la lingua italiana.

I programmi un tempo erano prevalentemente in inglese e dunque abbiamo cominciato ripetere i termini che leggevamo senza tradurli. Con l’avvento delle interfacce “localizzate” (come è di moda dire adesso invece di “tradotte”), le cose sono migliorate solo parzialmente, perché lasciare le scelte terminologiche alle multinazionali significa rinunciare a parlare l’italiano e importare la nomenclatura dei produttori.

E infatti, invece di trasferimento o scaricamento dei dati c’è il download che ha generato downloadare, invece di pagina principale si è diffuso senza alternative home page, l’aiuto è un help, i caratteri sono font e quelli senza grazie sono sans serif, la tavolozza dei colori è chiamata palette, un programma di elaborazione o scrittura è un editor, la gabbia grafica è il layout, i programmi in Rete hanno un back end e un front end, e non un’interfaccia di amministrazione un’interfaccia utente. La posta elettronica è email, la casella di posta mail box, a tutto schermo si dice full screen, e la ricerca libera il full test. Facciamo il login e il logout e non l’autenticazione o la disconnessione, i moduli sono form, e spesso gli strumenti tool, la barra degli strumenti toolbar, i fotogrammi frame, l’inoltro è il forward, le gallerie gallery, l’aggiornamento l’update o l’upgrade, l’effetto metamorfosi è il morphing, una parola d’accesso password, il navigatore è browser, un marcatore è flag

Il problema non riguarda solo le scelte terminologiche, naturalmente, è più ampio. Spesso gli anglicismi sono usati più frequentemente dei corrispettivi italiani, sono preferiti, suonano più moderni, precisi… al punto che ormai alcune parole ci sembrano intraducibili, ma invece non sappiamo più dirle in italiano, perché nessuno lo fa più.
Tra gli esperimenti con i miei studenti ho constatato l’incapacità media dei ventenni diplomati di trovare alternative italiane a espressioni come startup, di default o touch screen. Venivano indicate come tecnicismi intraducibili, perché nessuno è più capace di dire nuova impresa (o impresa nascente), opzione di sistema (anziché di default) o schermo tattile (al posto di touch screen).

E allora la sicurezza informatica è la cybersecurity , ci sono gli spyware e non i programmi spia, il phishing e non l’adescamento e la frode informatica, e un trojan (decurtazione di  trojan horse = cavallo di Troia) guai a chiamarlo troiano! Gli anglopuristi tecnologizzati subito si scagliano contro questo uso barbaro e antistorico dell’aggettivo troiano, che “non vuol dire niente”, al contrario di trojan che evidentemente vuol dire tutto.  I tecnicismi si esprimono con parole come freeware e non programma libero, shareware e non programma di prova o versione gratuita.

Poco importa se questi tecnicismi in inglese molte volte non lo siano affatto! Tablet, per esempio, vuole dire tavoletta, eppure da noi viene spacciato per prestito di necessità, perché evidentemente la metafora della tavoletta in inglese si può usare, ma in italiano no!

Persino i tasti e i comandi si preferiscono spesso dire all’inglese, shift e non il tasto di maiuscolo (o minuscolo) che ha generato shiftare e poi slash invece di barra, e ancora escape, undo, print screen e screenshot (e non uscita, annulla, stampa e schermata).

Il delirio dell’inglese continua nel linguaggio della Rete, dove i social network sembra siano preferibili a un banale reti sociali, i seguaci sono follower, gli odiatori hater, gli influenti influencer, e si dice blogger e non bloggatori o blogghisti, spammer e non spammatori, per coerenza con gli youtuber e tutti gli altri termini che si comportano come parole inglesi invece che con le desinenze italiane, a meno che non sia indispensabile, come nei casi di googlare, whatsappare, downloadare, shiftare, switchare, twittare, upgradare, uploadare, backuppare, chattare, computerizzare, crashare, debuggare, embeddare, hackerare

Nel mondo del lavoro, per essere allineati con il gergo informatico in itanglese, è bene usare un linguaggio appropriato all’angloamericano degli addetti ai lavori: l’inserimento dati è il data entry, l’elaborazione dei dati il data processing, un fondatore è founder o startupper

Forse questo elenco sta diventando  noioso, oltre che avvilente. Eppure è poca roba, perché il dizionario degli anglicismi della terminologia informatica è molto, molto più esteso. Ho fatto solo alcune citazioni di termini che ammettono anche le traduzioni in italiano, ma purtroppo non sempre è così. Computer è ormai “necessario”, da quando calcolatore o elaboratore sono diventate parole obsolete; mouse non l’abbiamo tradotto (al contrario di quanto è avvenuto in Francia, Spagna, Germania, Portogallo…) e per moltissimi termini tecnici mancano ormai le parole per dirlo in italiano.

La nostra lingua, nel nuovo Millennio, è diventata incapace di esprimere l’informatica senza ricorrere all’inglese, è stata mutilata!

Il problema è che sta avvenendo lo stesso in molti altri ambiti, come la moda, il lavoro, la scienza… e che siamo circondati dai “teorici dell’itanglese di necessità” che invece di preoccuparsi dell’importanza delle traduzioni, continuano a ripetere che va tutto bene e non sta succedendo niente.

 

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11 pensieri su “Il disastro della terminologia informatica italiana di fronte all’inglese

  1. Ciao, Antonio. 🙂
    Ti segnalo che nella didascalia della foto del VELI c’è scritto “la presentazione dell’amministrazione delegato Presutti”, che evidentemente dovrebbe essere “dell’amministratore delegato Presutti”.

    Nel testo c’è anche un *definitivamaente -> definitivamente. È in azzurro, dato che contiene un collegamento, e sta sopra il titolo di paragrafo “Lo sfacelo della terminologia informatica italiana”, ma lo troverai facilmente con la funzione di ricerca nel testo. C’è anche un *interlcutori e altri refusetti.

    Ho notato poi che scrivi IBM, Microsoft e Apple senza articolo, una scelta più moderna e più inglese (!), ma “la Olivetti”. È sfuggito o è una disuniformità redazionale voluta?

    “Screenshot” non è una “schermata”: è la foto (shot) di un elemento presente sullo schermo, anche solo una piccolissima parte di esso, oppure dello schermo intero, ma è una foto.
    In italiano invece la schermata non è una foto dello schermo o di una sua parte, ma solo l’insieme di tutte le immagini, le informazioni e ogni altro elemento presenti sullo schermo (sinonimo di videata). http://www.treccani.it/vocabolario/schermata/

    Un fondatore non è un funder, ma un founder. Un funder è un finanziatore (to found = fondare ≠ to fund = finanziare).

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    • apperò ne hai di tempo se ti metti a farmi la correzione bozze! sì ci sono spesso refusi nei miei pezzi, è la fretta (o forse l’età). ma il motivo del commento qual è? non inficiano certo il senso dell’articolo.

      “screenshot” in molti casi si può rendere perfettamente in italiano con “videata” o “schermata” (“Come catturare screenshot su Instagram senza essere scoperti” = videate; ” Rubare gli screenshot delle Instagram stories è possibile” = schermate), in altri contesti si può sostituire con cattura, scatto… il punto non è questo. ma forse sei tra quelli che considerano gli anglicismi di questo genere necessari e insostituibili, oltre che preferibili. per me non è così, e se lo fosse lo sfacelo terminologico sarebbe anche più profondo.

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      • No, assolutamente, non sono fra quelli “che considerano gli anglicismi di questo genere necessari e insostituibili, oltre che preferibili”, tutt’altro! Mi sono limitata a sottolineare che screenshot non è quello che in italiano si intende per schermata, almeno secondo i dizionari e l’accezione comune. Oltretutto, ripeto che screenshot si usa genericamente nel senso di “foto di qualcosa che compare sullo schermo”, non necessariamente “foto di tutto lo schermo”, e dire “schermata” può facilmente dare adito a equivoci. Suggerirei di chiamarla semplicemente “foto” (che è il termine che uso io), che nel contesto sarà chiaro che si tratta di una foto dello schermo, ed eventualmente di specificare di che cosa (foto dei commenti, foto della chat, foto della pagina ecc.).
        Non ho fatto una correzione di bozze, altrimenti ti avrei fattonotare tutti i refusi del pezzo, ma mi scuso se ti ho segnalato un paio di sviste che mi parevano macroscopiche, come quell'”amministrazione delegato” che spicca nella didascalia. Purtroppo, o per fortuna, essendo una redattrice editoriale, per i refusi ho l’occhio clinico. E, come te, credo, ho a cuore l’italiano impeccabile. E anche l’inglese, dato che sono bilingue: ecco perché ti ho segnalato che funder non significa fondatore. In Italia la confusione tra found e fund è molto comune. 🙂

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  2. Ma che cosa volete? L’italiano non è una lingua morta, ma comunque morente, così come morente è il suo popolo sempre più vecchio e in progressiva sostituzione etnica.
    E poi, diciamocelo, difendere l’italiano è faxista: se non vuoi le parole straniere non vuoi neanche i poveri stranieri che scappano dalla guerra.
    Da un paese così prono all’invasione demografica, e da sempre a quella culturale, pensate che possa resistere all’invasione linguistica?

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    • Boris-Napalm51 non si possono sentire queste scemenze. Forse non è nemmeno il caso di rispondere… comunque, non c’è nessuna analogia possibile tra le PERSONE non italiane e i forestierismi, che nessuno condanna: qui si parla di anglicismi e del loro numero eccessivo proprio rispetto a ogni altra lingua. Oltretutto la presenza di immigrati di ogni provenienza, turchi, cinesi, giapponesi, albanesi, romeni, africani… non ha nessun impatto sulla lingua italiana (fuori dalla gastronomia: zighinì, wanton, kebap, falafel…) che risente invece di una colonizzazione americana che non è così presente sul territorio in modo radicato, perché è culturale-economica. Il fascismo non c’entra nulla, caso mai è un problema di difesa del locale davanti alla globalizzazione, che riguarda tanti aspetti extralinguistici e non solo il nostro Paese. Dunque difendere la lingua è caso mai un atto di “resistenza” per riprendere le tue parole, non di fascismo.

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      • Mi spiace che tu non veda queste analogia, ben presenti però nel retropensiero di molti sinistri che non appena parli di difesa della lingua ti dicono e i progetti di autarchia linguistica ridicoli come quelli dei tempi di quello che si affacciava a piazza Venezia.
        E d’altronde l’uso e l’abuso degli anglicismi assieme all’esaltazione di tutto che è altro straniero, basta non sia italiano, è proprio tipico di quelle élite radical chic (qui difficilmente si potrebbero usare altri termini per definirli meglio) che guardano dall’alto al bassa e con un la faccia schifata la “pancia” quanto è stanca di sentirti importa tutto ciò che è alieno rispetto al suo retroterra.
        Comunque vuoi un altra causa del declino dell’italiano degli ultimi anni? Si chiama Wikipedia italia (o in “lingua italiana”), dove il contributore è un ragazzetto delle superiori che nella smania di tradurre prende una voce dalla sorella inglese, non sapendo che nome darle lo lascia inalterato, presto tale titolo viene indirizzato nelle prima pagine dei motori di ricerca e siccome è al primo posto e viene da wikipedia, tutti i media iniziano ad usare acriticamente la parola inglese, la parola di diffonde e poi diventa impossibile cambiare il titolo persino sulla wikipedia da cui tutto è incominciato, perché è diventata “dizione più diffusa”.

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        • Boris non è che “non vedo questa analogia” è che la respingo, la condanno e faccio di tutto per mostrare che è sbagliata e che non sta in piedi. Ta i miei “nemici” ci sono proprio quanti (spesso studiosi) non capiscono che le politiche linguistiche oggi, non c’entrano nulla con il fascismo che ha operato una politica linguistica sbagliata, che non è certo l’unico modello di politica linguistica possibile: io guardo agli esempi di oggi di Francia, Spagna, Svizzera… e non condanno i forestierismi in sé, il problema è nel numero degli anglicismi eccessivo che ci sa colonizzando.
          Sono d’accordo con te che siamo esterofili, ma storicamente il ruolo del francese nel passato, per quanto molto massiccio, è stato un fenomeno numericamente insignificante rispetto a quello che sta avvenendo oggi con l’inglese (il mio prossimo pezzo sarà su questo argomento). Sono anche d’accordo con te su quanto dici a proposito di Wikipedia, anche se devo riconoscere che ultimamente in molte voci sono riportate le alternative italiane in modo più frequente che nelle opere “alte”. Ci tengo a chiarire le mie posizioni perché l’antifascismo per me è un valore, e perché personalmente non ho alcuna posizione contro gli stranieri, che poi spesso non sono affatto “stranieri” ma italiani non madrelingua. Questi spesso hanno a cura l’italiano molto più degli italiani “naturali” ed è significativo per esempio che un italiano di origini peruviane come Gabriele Valle abbia scritto un libro sulle alternative agli anglicismi e abbia un amore per la nostra lingua che magari avessero tutti. In sintesi: se si esce dagli stereotipi (difesa della lingua = destra e condanna degli stranieri) la mia visione del mondo forse non è così distante dalla tua.

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