La presenza di anglicismi e altri forestierismi dallo spoglio del Devoto Oli

I linguisti che si dichiarano “non preoccupati” per la presenza degli anglicismi nella lingua italiana hanno una visione “statica” del fenomeno. Se si mostra loro che un dizionario come il Devoto Oli registra attualmente circa 3.500 parole inglesi, rispondono che comunque rappresentano solo il 2 o 3% di tutte le voci presenti in un vocabolario. Ma questo modo di annacquare gli anglicismi e di spalmarli su tutti i lemmi di un dizionario (quelli monovolume raccolgono dalle 100.000 alle 150.000 voci) non è un criterio utile per comprendere come stanno le cose, per molte ragioni.

Occorre un’analisi lessicale storica e per categorie grammaticali

Per prima cosa i dizionari registrano molte voci arcaiche, disusate, poetiche… e queste andrebbero tolte dai conteggi delle percentuali degli anglicismi, che sono invece parole moderne. Ma, soprattutto, va detto che per oltre il 90% dei casi, le parole inglesi sono sostantivi e in maniera minore aggettivi e un’infiltrazione concentrata in questi ambiti non può essere trascurata.

Se si analizzano per esempio i verbi, il Devoto Oli  ne registra circa 10.000 e tra questi ce ne sono solo un centinaio costituiti da semiadattamenti come googlare, downloadare, backuppare… che complessivamente non rappresentano una percentuale preoccupante e tale da modificare il nostro sistema verbale: si attestano intorno all’1% dei verbi.

Nello stesso dizionario, al contrario, i sostantivi registrati sono più o meno 65.000 (cifra che include circa 900 francesismi e 3.000 anglicismi) e se si escludono le voci “morte” il loro numero scende ben al di sotto di 60.000.

Comunque sia, considerando circa 3.000 sostantivi inglesi su un totale di 60.000, ecco che la percentuale dei sostantivi inglesi diventa circa del 5%, che comincia a essere un numero molto invadente, soprattutto perché, se si vanno a guardare i neologismi del Nuovo millennio, gli anglicismi rappresentano ben la metà delle parole nuove!

E allora conviene passare da una visione statica a una dinamica: bisogna cioè analizzare il fenomeno dell’inglese che penetra nella nostra lingua non come un’istantanea, ma come un flusso che cresce in modo esponenziale, ed è per questo che è preoccupante.


L’aumento degli anglicismi dall’Ottocento a oggi

L’entrata delle parole inglesi è un fenomeno che comincia a diventare massiccio dal secondo dopoguerra. Dal grafico costruito sulla base dello spoglio di Zingarelli, Devoto Oli e Sabatini Coletti si può capire meglio come stanno le cose: nella prima colonna gli anglicismi datati prima dell’Ottocento, nella seconda quelli dell’Ottocento e nella terza quelli del Novecento.

 

GRAFICO 4.1
Le datazioni e il numero degli anglicismi non adattati di Zingarelli, Devoto Oli e Sabatini Coletti sino al Novecento (A. Zoppetti, Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 81).

Davanti a questi dati non si può fare finta di niente e rispondere che l’influsso dell’inglese è ancora poca cosa: la nave imbarca acqua, e bisogna capire come arginare la falla invece di dire che ci sono solo 2 o 3 dita, se non si vuole finire con l’andare a fondo!

Per comprendere meglio i numeri, è utile fare un confronto tra forestierismi analizzando anche i francesismi e gli ispanismi, che rappresentano le due lingue che storicamente ci hanno maggiormente influenzati (al quarto posto ci sono i germanismi, mentre il contributo delle altre lingue si attesta su valori molto più insignificanti). Dalle datazioni che si ricavano dal Devoto Oli, risulta che fino all’Ottocento era il francese a costituire la lingua con un maggiore apporto di forestierismi non adattati, e che dopo la seconda metà del Novecento è successo qualcosa di anomalo e grave che non ha precedenti storici!

Va precisato che i numeri che emergono dalle datazioni digitali sono grezzi, in altre parole hanno margini di errore stimabili intorno al 10% rispetto a quelli che si possono ottenere da analisi raffinate e più ponderate. Più nel dettaglio, nelle analisi grezze, quando una parola non ha indicata una data precisa, ma solo un riferimento al secolo, può capitare che una stessa voce compaia sia nella prima metà del Novecento sia nella seconda (è il caso di “access provider”, per esempio), il che spiega perché la somma dei forestierismi di prima e seconda metà del Novecento non corrisponda esattamente al numero degli anglicismi dell’intero Novecento, ma si tratta di un margine di errore trascurabile, visti gli ordini di grandezza. Ecco perché dal Devoto Oli risulta che nell’Ottocento sono entrati 187 anglicismi (contro i 244 francesismi e i 75 ispanismi) di cui 42 nella prima metà del secolo (contro 79 dal francese e 36 dallo spagnolo) e 152 nella seconda metà (contro 173 dal francese e 53 dallo spagnolo).

Questo equilibrio si spezza nella prima metà del Novecento quando, con il finire dell’epoca della Belle époque, entrano 747 anglicismi (contro 366 francesismi e 6 ispanismi), per poi impazzire definitivamente nella seconda metà del Novecento con 2.077 parole inglesi non adattate (contro 296 francesi e 32 spagnole).

Nel Nuovo millennio (al 2017) gli anglicismi accolti sono 509 (contro 12 francesismi e 5 ispanismi) e nel grafico ho provato a ricostruire la situazione in modo visivo.

Anglicismi entrati storicamente
Le datazioni e il numero di francesismi, ispanismi e anglicismi non adattati nel Devoto Oli 2017.

Per la cronaca: i neologismi del nuovo Millennio sono in tutto 1.049, dunque la metà di essi sono parole inglesi. Ma passando dai dati grezzi a ricerche raffinate, le cose stanno anche peggio, perché sotto gli anglicismi non sono incluse parole semiadattate come i verbi switchare, spoilerare e via dicendo, né le altre parole derivate dall’inglese (selfone, customizzazione, fashionista…) che farebbero salire di non poco le statistiche e porterebbero il numero degli anglicismi del Duemila a essere maggiore di quello dei neologismi autoctoni che riusciamo a produrre.

E allora qual è il destino del lessico italiano davanti a questi dati?
Quale sarà l’italiano del futuro se le cose non cambiano?

La mia previsione è che sarà itanglese. In sintesi: la struttura dell’italiano, la sintassi e i verbi saranno sostanzialmente quelli di ieri e di oggi, mentre i sostantivi saranno in percentuale sempre più ampia parole inglesi, dalle regole ortografiche e fonetiche diverse dall’italiano storico. La nostra lingua sarà sempre più inadatta a descrivere le cose nuove, che si diranno in inglese, soprattutto negli ambiti tecnologici, scientifici e lavorativi.

Si può ancora definire “italiano” un simile idioma? Per gli anglopuristi probabilmente sì, per me no. In gioco c’è l’identità dell’italiano del futuro!

Chi definisce i forestierismi come dei “doni” e li vede come un arricchimento dovrebbe guardare il fenomeno dell’inglese nel suo divenire. Allora si renderebbe conto che il problema non è nel purismo o nel neopurismo, ma è semplicemente nel loro numero! L’esplosione dell’inglese è impazzita e non ha più controllo: sette secoli di influenza del francese hanno generato migliaia e migliaia di francesismi italianizzati, ma meno di 1.000 francesismi non adattati. Invece, in soli 70 anni, nell’arco cioè di una sola generazione, abbiamo importato 3.000 parole inglesi (e solo un ulteriore migliaio di parole inglesi italianizzate)! Non siamo più capaci di tradurre e di adattare, non sappiamo (o non vogliamo) creare neologismi al posto degli anglicismi e spesso preferiamo usare l’inglese anche in presenza di parole italiane che in questo modo regrediscono.

Una lingua è in grado di sopportare una proliferazione così massiccia e rapida senza snaturarsi e perdere la propria identità?

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6 pensieri su “La presenza di anglicismi e altri forestierismi dallo spoglio del Devoto Oli

  1. Ho letto in modo scorrevole il tuo post. Mi fa impressione questa massiccia dose di vocaboli inglese introdotti a forza nella nostra lingua. È preoccupante. Possibile che per termini tecnici, lavorativi, non troviamo il modo di tradurre anziché attecchire termini inglesi e trasformarli in itanglese per essere comprensibili (?) o allineati (?) ? Non so…sono perplessa. A me inquietano tutte queste parole mescolate tra le due lingue. Non mi pare un dono, ma una forzatura a uniformarsi.

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  2. Concordo con la tua preoccupazione… ma i numeri sono questi. Poi si può ragionare anche sulle frequenze, non solo sulla registrazione dei lemmi (una parola può essere registrata ma avere una fequenza d’uso bassissima), però anche le frequenze sono molto in aumento, anche se è più difficile calcolare questo aspetto.

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  3. Pezzo splendido e inquietante come sempre: i futuri itanglesi non potranno dire che nessuno si era accorto del fenomeno.
    Come già accennato, il doppiaggio italiano ha smesso di sforzarsi e usa sempre più inglesismi, anche quando sembra stupido usarli: così abbiamo “flyer” per volantino o termini tecnici lasciati in originale sebbene esistano corrispettivi italiani. Per non parlare del TG che mi informa esserci una “deadline” o un bando di gara che impone un “timing”: cioè fonti italiane che per legge dovrebbero parlare italiano e invece usano termini inglesi perfettamente traducibili per pura fighettosità. (Spero di cuore non sia semplice ignoranza dell’italiano.)

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  4. Daremmo rilevanza a un’analisi dello stato di salute dei cittadini di un paese basata esclusivamente sul numero di patologie elencate in un’enciclopedia medica, senza alcuna distinzione tra quelle ricorrenti e quelle invece rare, mettendo sullo stesso piano malattie tuttora diffuse e malattie invece debellate da tempo, senza considerazioni su tasso di infettività (capacità di penetrare, attecchire e moltiplicarsi), ricettività dei soggetti e altri fattori (ambientali, sociali e altro) che ne condizionano la diffusione? Dubito esista un’analisi di questo tipo perché non sarebbe considerata scientifica.

    Le stesse considerazioni valgono anche per le valutazioni sull’incidenza degli anglicismi basate esclusivamente sui numeri ricavati da spoglio di dizionari ma che non tengono conto di frequenza, distribuzione, variabili sociolinguistiche (diafasica, diamesica, diastratica, diacronica, diatopica), specializzazione, modalità d’uso e altri fattori. Credo che anche altri linguisti esprimerebbero perplessità simili alle mie.

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  5. Licia io accetto volentieri il confronto su posizioni diverse, se c’è un senso, ma ripetere sempre le stesse cose come un disco incantato (o in loop se preferisci) mi pare un po’ fastidioso e ridicolo.

    Tu continui a confondere le cose e a questo punto non credo più alla tua buona fede: leggi il mio commento qui sopra a Tiziana, visto che sembra che tu non capisca… ragionare sulle frequenze e ragionare sullo spoglio dei dizionari sono DUE COSE DIVERSE.

    In questo articolo ho analizzato i dati tratti dal Devoto Oli: che ti piaccia o no sono questi… prenditela con Trifone e Serianni se non ti vanno bene.

    Se vuoi ragionare sulle frequenze leggiti per esempio la decuplicazione degli anglicismi nel vocabolario di base di Tullio De Mauro, di cui ho parlato qui: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2017/09/11/i-termini-inglesi-sono-sempre-meno-tecnicismi-e-penetrano-sempre-piu-nella-lingua-comune/

    Sulle frequenze ci sono anche molti altri articoli che si basano di volta in volta su Ngram, che tu continui a dire che non è attendibile a meno che non ti faccia comodo, oppure sulle comparazioni tra le frequenze nei giornali, per es. una comparazione della frequenza di termini come boom, meeting, marketing , match budget e football su Le monde e La stampa la trovi qui: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2018/04/23/la-politica-linguistica-francese-impariamo-dalla-legge-toubon-2/#comments

    Una comparazione tra la wikipedia francese e italiana la trovi qui https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2018/04/26/anglicismi-in-francia-e-in-italia-non-ce-partita/

    I parametri da tenere presente nel dare un giudizio sull’anglicizzazione della nostra lingua sono tanti, nel mio lavoro li ho analizzati e li analizzo separatamente, e il risultato finale è sotto gli occhi di tutti.

    Smettila con questa solfa in cui mi attribuisci prese di posizione che non mi appartengono.
    Tu sei libera di negare il problema, ma lascia decidere ai lettori se l’italiano sta volgendo verso l’itanglese o se come sostieni non c’è da essere preoccupati e va tutto bene.

    Trovo queste tue continue intrusioni che non centrano il punto dei miei pezzi davvero spiacevoli e soprattutto inutili. Prova a dimostrare tu, se sei tanto brava, che le frequenze degli anglicismi sono insignificanti e che l’itanglese non esiste, invece di spruzzare inchiostro come una seppia ogni volta che pubblico le mie cose.

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