Interferenza linguistica [5] Una classificazione dei forestierismi misurabile

L’interferenza linguistica dell’inglese sulla sintassi italiana

L’interferenza linguistica è un concetto più ampio della semplice presenza dei forestierismi. Alcuni studiosi hanno analizzato l’impatto dell’inglese sulla nostra sintassi, che ha portato per esempio al diffondersi di espressioni come vota per il tal partito invece di vota il tal partito, per l’influenza dell’inglese vote for. Anche frasi come chi ha comprato cosa?, chi è andato dove? (le interrogative con il doppio referente) non appartengono all’italiano storico ma sorgono sul modello di who’s who? E ancora, i costrutti come: fatto da e per donne, pronto a, ma ancora lontano da, venire, e la forma congiunzione/disgiunzione e/o (libri e/o riviste) derivano dall’interferenza dell’angloamericano. Così come la tendenza a usare frasi come pensa positivo invece di positivamente (gli aggettivi riferiti al verbo invece dell’avverbio) e l’accostamento di due nomi come aereo spia, batterio-killer, oppure l’inversione all’inglese di qualche accostamento tra aggettivo e nome: baby-spacciatore invece di spacciatore baby, il papa-pensiero, o le espressioni con il no anteposto sul modello di non profit e no global.
Si può ricondurre all’inglese il diffondersi di stare seguito dal gerundio per indicare qualcosa che “sta per avvenire” e non qualcosa di statico che perdura in un certo periodo di tempo. In altre parole, se in passato si trovavano espressioni come sto mangiando, che esprime un’azione statica che si svolge nel presente, in tempi recenti si sono diffusi modi dire come non mi sto ricordando se o sta succedendo che per esprimere una trasformazione e un processo, come nella progressive form inglese.

Ma a parte questi e altri simili fenomeni, va detto forte e chiaro che l’influenza dell’inglese sulla sintassi è ben poca cosa, e non scalfisce l’impianto della nostra lingua.

L’interferenza linguistica dell’inglese sul lessico italiano

Il problema dell’eccesso dell’inglese riguarda solo il lessico, e cioè il nostro vocabolario, e per essere più precisi ha intaccato l’insieme di nomi e aggettivi, mentre i verbi e le altre parti del discorso non ne risentono in modo preoccupante.

Se accanto alle nostre preposizioni semplici di, a, da, in, con, su, per, tra, fra si aggiungono for, from e by, per esempio, non significa affatto che un quarto delle preposizioni sono ormai in inglese e l’invasione è proclamata, perché se in un libro quelle italiane ricorrono migliaia di volte, quelle inglesi hanno un’occorrenza magari di una volta sola o poco più, dunque la loro presenza è assolutamente trascurabile.

Anche i verbi sono in buona sostanza al riparo da ogni conclusione catastrofista, perché vista la differente struttura di italiano e inglese, non possiamo includere e utilizzare forme come to drink, per esempio, che infatti sostantivizziamo in drink. A parte casi rarissimi (come vote for o enjoy), l’interferenza dell’inglese sui verbi passa per una parziale italianizzazione, prendiamo cioè la radice alloglotta e la trasformiamo in verbo applicando le regole della coniugazione in –are, per es. filmare o speakerare.

Mentre filmare è un anglicismo invisibile, perfettamente integrato e indistinguibile dai verbi italiani (se non nella sua storia che deriva da film), speakerare è invece un semiadattamento che, nella radice, viola il nostro sistema ortografico e di dizione. I verbi come downloadare, googleare, whatsappare, spoilerare e via dicendo possono risultare o meno fastidiosi, ma non costituiscono un pericolo per la nostra lingua per il semplice fatto che il loro numero è limitato e sopportabile: se ne contano 2 o 300 nei vocabolari, e poiché i verbi registrati mediamente da un dizionario monovolume come il Devoto Oli sono all’incirca 10.000, la percentuale è bassa, anche se il loro uso è frequente e anche se molti di essi sono neologismi di cui non abbiamo alternative.

Lo stesso non si può dire dei sostantivi, visto che il 90% degli anglicismi sono nomi (e in misura minore locuzioni e aggettivi): ammettere circa 3.000 sostantivi inglesi non adattati, su circa 60.000 sostantivi presenti in un dizionario (escluse le parole arcaiche, rare o desuete) comincia a rappresentare una percentuale che porta conseguenze significative: quasi il 5% dei nomi è in inglese non adattato, e soprattutto la loro frequenza è mediamente alta, non sono più prevalentemente tecnicismi come 30 o 40 anni fa, sono molto spesso parole entrate nel linguaggio comune che si ritrovano sui giornali e nell’uso quotidiano.

Forestierismi “invisibili” e “corpi estranei”

Se le classificazioni dei forestierismi in prestiti di lusso e di necessità, e prestiti insostituibili, utili e superflui presentano molti limiti concettuali, non sono proficue e soprattutto sono soggettive e non misurabili, un criterio di classificazione più oggettivo e utile per misurare l’interferenza dell’inglese può essere quello di distinguere i termini stranieri in invisibili e in corpi estranei.

I forestierismi invisibili sono quelli che, pur non avendo un etimo e una provenienza autoctona, non violano il nostro sistema morfosintattico né nella grafia né nella pronuncia, e dunque (visto che l’epoca del purismo è una storia chiusa) non costituiscono alcun problema per la nostra lingua. Per es. l’allargamento di significato di realizzare = “rendersi conto” (per l’interferenza di to realize) anziché di “costruire qualcosa” fa parte della normale evoluzione di una lingua viva, anche se può piacere o non piacere.

In modo analogo, l’entrata di parole come spa, lo stabilimento termale (dal nome della città termale belga Spa), gringo (dallo spagnolo), sauna (dal finnico), mascara (un anglicismo di ritorno: dall’italiano maschera la parola ci è ritornata con il significato di trucco per “mascherare”) non è un problema: si scrivono come si leggono e non rappresentano alcuna violazione “del bel paese là dove ‘l sì suona”.

Per non passare per puristi né per intransigenti, tra questi forestierismi invisibili si possono annoverare anche quelli come bar, film, sport, che pur terminando in consonante (e quindi rappresentando una discontinuità rispetto alla tendenza di terminare le parole in vocale, come notava Arrigo Castellani), non costituiscono un problema troppo preoccupante. Negli ultimi anni, infatti, queste parole sono molto aumentate, soprattutto a causa degli anglicismi, ma non solo, in fondo i suoni in consonante finale appartengono anche alle voci poetiche storiche (“Nel mezzo del cammin di nostra vita) e a molti dialetti soprattutto del Nord. Anche parole come tsunami (giapponese) o glasnost (russo) e simili si possono considerare abbastanza invisibili, nonostante la loro combinazione ortografica fuori dai nostri canoni, visto che si leggono e scrivono all’italiana. E volendo essere aperti, tra i forestierismi invisibili (o quasi) si possono includere anche parole che contengono le cosiddette lettere straniere come k, y o j, se non violano la nostra pronuncia, per es. sudoku, yoyo o kaputt. Anche se in questi casi siamo al confine con i corpi estranei: una parola come curvy è ancora ammissibile tra i “quasi invisibili”, se pronunciata con la u, mentre diventa un corpo estraneo se si pronuncia con la a, all’inglese. Esattamente come computer, mouse, abat-jour, leitmotiv… e tutti gli esotismi che si scrivono e leggono con regole estranee all’italiano.

Venendo perciò ai corpi estranei, va premesso che queste parole non sono un male in sé: la loro presenza è un fenomeno normale in ogni epoca e in ogni lingua. Il punto è la loro quantità. Un centinaio di ispanismi o di germanismi registrati nei dizionari, e persino quasi un migliaio di francesismi non integrati, non sono pericolosi per il nostro lessico.

Al contrario, l’attuale presenza di circa 3.500 anglicismi, entrati nell’italiano non attraverso substrati linguistici secolari, ma negli ultimi 70 anni, e con una tendenza di crescita in aumento come numero e come frequenza, sta snaturando la nostra lingua.

Dai casi isolati a una rete di anglicismi interconessi che si espande nel nostro lessico e porta all’interiorizzazione di regole estranee

Questa penetrazione lessicale (anche se non ha intaccato le strutture fondamentali dell’italiano = la sintassi)  è così estesa che ha portato ormai all’interiorizzazione di nuove regole lessicali nei parlanti: per es. preferiamo dire blogger, anziché bloggatore (seguendo la nostra consuetudine lessicale), sul modello di stalker, stopper e le altre centinaia di parole con questa desinenza inglese a cui ormai ci siamo assuefatti, come ci siamo abituati  alle desinenze in –ing (advertising, mobbing, jogging…).

Ma c’è di più, il numero incontrollato di anglicismi forma ormai una rete di radici inglesi e di parole “appicicose” che si ricombinano tra di loro con un effetto domino:

day si ricombina con gli altri elementi alloglotti e genera open day, day after, election day, day by day, day hospital…

act si diffonde in jobs act, student act, Africa act, food act, green act….

Questa rete sempre più fitta di corpi estranei si allarga di giorno in giorno e si espande nel nostro lessico autonomamente ricombinandosi non solo in locuzioni inglesi ortodosse, ma addirittura in pseudoanglicismi e ricombinazioni all’italiana che sono vere e proprie nostre reinvenzioni dal suono inglese: il beauty case, le baby gang, la barwoman

Esistono centinaia di queste “famiglie” di parole “appiccicose” che si concatenano tra loro formando più di un migliaio di espressioni anglicizzate di uso comune che si espandono sempre più, per es.:

back è presente in anglicismi diffusi nella nostra lingua come backup, background, backgammon, backdoor, backstage flashback o playback… -> play a sua volta si ritrova in player, playlist, playoff, playstation, long play, playboy… -> boy circola in cowboy, boyfriend, boy scout, game boy, toy boy, teddy boy, golden boy… e così via.

In conclusione: quando il numero di forestierismi in una lingua supera i livelli di guardia, ecco che nasce sia un’interiorizzazione di regole estranee alla lingua che le ospita, sia una interconnessione autonoma  tra le parole alloglotte che sfugge a ogni controllo. Questo processo sta portando l’italiano verso l’itanglese, ed è il primo passo che, con il tempo, può portare verso la creolizzazione. Se non si spezza questa moda assurda e deleteria di preferire gli anglicismi ai termini italiani, se non si ricomincia a tradurre e ad adattare, se la nostra lingua non si riappropria della capacità di evolvere autonomamente attraverso la coniazione di neologismi, il futuro dell’italiano è seriamente a rischio.

5 pensieri su “Interferenza linguistica [5] Una classificazione dei forestierismi misurabile

  1. Splendida analisi, anche se mi ha messo parecchia ansia. Non mi ero mai reso conto della dose massiccia che hai raccontato, e sì che bastava ricordare Totò: lui inneggiava a votare Antonio, non “per” Antonio…
    Non so se può servirti, ma vorrei testimoniare come ancora negli anni Ottanta l’esistenza di un inflessione romana tendeva a completare i termini inglesi con una “e” finale. Film dunque era “filme”, e in casi davvero estremi – ma molto rari – computer diventava “compiùtere”. Noi ragazzi ridevamo di questa usanza, noi che ci sentivamo moderni perché avevamo la tastiera del Commodore64 scritta in inglese. (Erano tempi in cui non esisteva “Invio” ma solo “Return” e la freccetta del maiuscolo era “Shift”.)
    Il bello di questa usanza è che non era razzista e si adattava anche a termini molto più antichi. Sono cresciuto in un quartiere con un grande deposito di tram, ma ovviamente nessuno pronunciava “trame”. Con un capolavoro spontaneo di recupero lessicale, chi voleva “romanizzare” recuperava l’originale “tranviario” e quindi si aspettava alla fermata del… “tranve”! Un’ulteriore trasformazione aveva fatto sì che la frase “prendere una mazzata”, essere colpiti molto duramente, conoscesse anche l’accezione “prendere una tranvata”, cioè essere investiti dal tram.
    Ripeto, non era una regola generalizzata, erano i “romanacci” ad usare questi termini per l’ilarità di noi giovani, però rispecchia una delle cose che dicevi: la sana tendenza di una lingua ad inglobare parole adattandole alla propria sintassi.

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    • Caro Lucio, la tua testimonianza del romanesco è molto acuta. Negli anni ’80 Arrigo Castellani si scontrò con De Mauro sulla questione degli anglicismi, per il primo il Morbus anglicus lo aveva itaccato, per il secondo non c’era alcun problema. Nel Morbus anglicus Castellani scriveva proprio quello che hai detto tu: ” i prestiti devono essere subordinati al sistema che li accoglie, debbono trasformarsi secondo le leggi di quel sistema. (…) Un italiano i cui suoni terminassero per -t, -ft, -sp, -ps, -nk ecc., non sarebbe più italiano. (…)” e aggiungeva che se l’taliano non fosse stato modellato su Dante e sul toscano, ma per es. se fosse emersa una letteratura bergamasca a imporsi linguisticamente come modello (una bella ucronia in fondo) oggi l’italiano non sarebbe adattato alle vocali finali… e infatti per un toscano come lui o per un romano la tendenza alla vocale è istintiva. Per un milanese, al contrario (benché da noi il dilaetto si è ormai perduto) la consonante finale all’inglese è un fatto normale, dal punto di vista dialettale nero si diceva négher, stessa cadenza di computer, perciò; le ragazze sono i tusàn, e poi si dice pan per pane e via dicendo (già Machiavelli inidividuava nella caduta delle finali come can per cane la diferenza tra i dialetti del nord e del sud). Non so se questa consuetudine dialetale incida sul fatto che oggi Mlano è la capitale dell’itanglese, in realtà il dialetto è dismesso e credo che incida semplicemente l’aspetto economico-lavorativo molto americanizzato più che la memoria storica dialettale… però anche questo secondo aspetto delle cadenze naturali credo che conti, anche se non so misurare quanto..

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      • Considera poi che da alcuni anni l’effento amplificatore degli YouTuber ha dato una spinta titanica: parliamo di svariati milioni di giovani e giovanissimi che ogni giorno ascoltano qualcuno utilizzare cifre impressionanti di termini di difficile identificazione, perché nascono inglesi ma sono usati seguendo mode apolidi. Ormai YouTube è un universo chiuso che ha il suo linguaggio basato sull’inglese maccheronico e su storpiature varie. (Se ti interessa, ho discusso qui il curioso effetto per cui il meme maschile sia misteriosamente diventato femminile nel mondo on line!)
        Premetto che gli YouTuber di solito viaggiano molto e sono a contatto con aziende internazionali, quindi non parliamo del ragazzino di borgata che lancia mode linguistiche a chi lo segue – come una volta che dicevo “scrauso” (pessimo) perché lo dicevano i ragazzi fighi del quartiere – ma di gente che sa parlare e sa come rivolgersi al proprio pubblico: il problema è che stando a contatto con l’itanglese non fa che amplificarlo, e quando lo italianizza è pure peggio.
        Quindi stiamo assistendo ad un fenomno ignoto fino ad oggi, un dialetto che prende tutta Italia perché tramite video privi di localismi e di regionalismi si parla ad ogni giovane d’Italia utilizzando termini che non possono neanche essere definiti itanglese: è gergo internauta che nasce da solo e si autoalimenta per autoreferenzialtà. Non sto dicendo che è un male, io stesso – che non sono proprio gggiovane mi diverto a seguire alcuni YouTuber, ma il problema è che ho un filtro linguistico che magari un ragazzino non ha, ragazzino che magari cresce in una famiglia in cui non si legge e per cui l’unica cultura è appunto lo YouTuber…

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        • Hai perfettamente ragione, questi fenomeni linguistici gergali sono molto interessanti per comprendere il “brodo primordiale” che può far sorgere la nascita di una lingua, ma appunto finché rimangono gergali e confinati nel loro registro linguistico di nicchia sono interessanti, il problema nasce quando per assenza di filtri straripano nel linguaggio comune. A proposito, visto che sei sul pezzo: ma l’adattamento scherzoso di YouTube in il Tubo che mi è capitato di registrare in qualche contesto internettiano ti risulta abbia una qualche estensione/diffusione degna di nota?

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          • Non è che io abbia un’esperienza così vasta da stilare classifiche, ma di sicuro ho sentito anch’io l’espresione “Il Tubo”, ma in ambienti decisamente scherzosi. Onestamente non mi sembra abbia una diffusione rilevante, tutt’altro. Sembra più uno dei modi di sferzare la crescente importanza di YouTube adottata da alcuni alla fine degli anni Dieci del Duemila, quando ormai era chiara l’estensione del fenomeno. Per esempio “Colorado Cafè Live” di Italia1 (trasmissione di comici che ora si chiama solo “Colorado”) in una stagione presentò dei falsi filmati a scopo satirico lanciando l’espressione “YouRub”, perché erano filmati “rubati” come quelli che imperversavano, rubati alla quotidianità e spesso a gente che ignorava d’essere ripresa.
            Invece sembra essere ormai considerato regola chiamare “le kill” quelle “uccisioni” fatte in un videogioco dove si spari, e “le skill” le tecniche d’abilità fatte a FIFA. Non so però se sia voluta quest’assonanza dei due termini…

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