L’anglicizzazione dell’italiano

Le prime notizie del Corriere della Sera in rete di oggi pullulano di anglicismi gridati in bella vista soprattutto nei titoloni. Non è una novità e non c’è da stupirsi, ho già parlato in altre occasioni delle “statistiche drogate” che tendono a ridimensionarne il numero. Però evidenziarli è utile. Il tweet storm nel titolone (quale percentuale di lettori lo capirà?) che solo nel sottotitolo diventa tempesta di tweet (qualcuno ha osato per fortuna tradurli anche come cinguettii, anche se è un’alternativa secondaria), i troll, che oggi ci appaiono quasi “necessari” perché gli italiani non li hanno voluti né saputi tradurre, la Tap, acronimo di Trans-Adriatic Pipeline, perché le sigle noi le ripetiamo all’americana (come il Gdpr, l’aids, il dna, gli ufo…). E poi il vicepremier, perché ormai nel linguaggio della politica si vuole fare gli americani, e da anni premier tende a essere preferito invece di presidente nel consiglio come indicato nella nostra Costituzione. E poi anglicismi assimilati senza più porsi il problema del fatto che esisterebbero alternative italiane: shopping, vip, fan, summit… In pratica, a parte il caso dell’intervista allo psichiatra Vittorino Andreoli, non c’è titolone che non abbia almeno un anglicismo.

corriere del 6 agosto.jpg
Le prime notizie del Corriere in rete di oggi

Sul Corriere di ieri (che di certo è uno dei peggiori giornali dal punto di vista dell’abuso dell’inglese) le cose non erano tanto diverse: SuperTutor, low cost, flat tax, first lady, mentre parole come vip o party son ripetute quotidianamente come prive di alternative… e dalle pubblicità occhieggiano il trading, lo shopping online

corriere del 5 agosto
Una schermata del Corriere in rete di ieri 5 agosto 2018

 

Questa è la lingua che parlano i giornali, che pare destinata a diventare sempre più itanglese. L’anglicizzazione dell’italiano è sotto gli occhi di tutti. Innegabile. Eppure una schiera di linguisti con le fette di salame degli occhi continua a negarla, e a ripetere che non sta succedendo nulla. Senza alcuna argomentazione valida.

La verità è che la classe dirigente di oggi preferisce l’inglese. Si vergogna di dirlo in italiano, è convinta che l’inglese sia un segno di modernità e di internazionalismo. E il destino della lingua di Dante è quello di regredire anno dopo anno, per infarcirsi di suoni alieni, di parole che si pronunciano e scrivono con modalità che violano il nostro sistema fonetico e ortografico.

Annunci

Anglicismi: dai singoli “prestiti” a una rete di parole interconnesse che colonizza interi settori

Interpretare i forestierismi come “prestiti” è una semplificazione ingenua che può andare bene quando il numero delle parole coinvolte è molto limitato. Nel caso del giapponese, per esempio, ci sono poco più di 50 vocaboli non adattati accolti nei dizionari, come:

aikido, anime, banzai, bonsai, emoji, futon, geisha, haiku, harakiri, hentai, hikikomori, judo, judoka, jujitsu, kabuki, kamikaze, karaoke, karate, katana, kendo, manga, mikado, origami, reiki, samurai, sashimi, shiatsu, sudoku, sumo, surimi, sushi, tatami, tofu, tsunami, wasabi, yen.

A parte qualche altra parola meno popolare e altri termini che derivano dal giapponese ma sono stati italianizzati (chimono, saké, soia, tempura…), non c’è molto altro da dire: considerare queste parole come “prestiti” tutto sommato è una classificazione che regge. Quando invece le importazioni sono circa 3.500, come nel caso dell’inglese, la teoria dei prestiti si rivela una categoria inadeguata e insufficiente per spiegare cosa sta accadendo, perché l’interferenza linguistica diventa un fenomeno ben più profondo, complesso e di tutt’altra portata.


Da una singola voce alle famiglie di anglicismi: un fenomeno trascurato

Se si analizza come sono entrati gli anglicismi da un punto di vista storico, è evidente che in larga parte non sono affatto prestiti isolati, ma si tratta di intere famiglie di parole che entrano e prolificano con diverse modalità.

Alcune volte si afferma e si diffonde un “prestito” che inizialmente è isolato, ma per la sua popolarità, con il tempo permette l’entrata di molte locuzioni collegate, come è avvenuto nel caso di → manager che ha poi portato al diffondersi di decine e decine di locuzioni come sales manager, top manager, area manager, brand manager, general manager, marketing manager

Altre volte succede il contrario: prima entra qualche parola composta, come tea-room o living room, e con il passare degli anni queste locuzioni si moltiplicano (press room, showroom, control room…) fino a che la parola madre, → room, anche se non è un lemma a sé dei dizionari, finisce lo stesso per entrare nella disponibilità di tutti.

Questo fenomeno è davvero trascurato dagli studiosi, ma mi pare fondamentale per rendere conto dell’interferenza linguistica in modo adeguato. Per fare un altro esempio di questi “prestiti” che creano una rete di vocaboli tra loro interconnessi, si può analizzare il caso di food, arrivato negli anni Ottanta attraverso fast food. Nel Devoto Oli del 1990 era l’unica occorrenza dell’anglicismo, ma oggi food designa l’intero settore dell’alimentazione e, nella grande distribuzione, il non food indica addirittura il settore non alimentare. Nel frattempo, infatti, sono comparsi i food corner (aree di ristorazione), il junk food (cibo spazzatura, 1987) o trash food (2001), lo slow food (marchio registrato italiano, 1989), il pet food (cibo per gli animali, 1992), lo street food (cibo di strada, 2000), il finger food (cibo al cartoccio, 2001), il comfort food (cibo consolatorio, 2002) e il food design (2006). Insomma, si è passati da 1 lemma (fast food, 1982) a 12: siamo andati oltre la decuplicazione in poco più di 30 anni. Ma la storia è destinata ad aumentare, visto che, fuori dai dizionari, tra gli anglicismi in circolazione si registra il food porn, e tra le notizie dei giornali si trovano i fattorini del food delivery, il social food e i food blogger, e poi gli eventi o le aziende food

Questa proliferazione di parole composte, naturalmente, non riguarda solo food, le stesse considerazioni valgono per gli altri elementi degli esempi: street (street food ma anche street art, street artist, street culture, street parade, street style), design (food design, fashion design, game design, graphic design, industrial design, interior design), pet (pet food, pet therapy, pet friendly, pet sitter) e via dicendo.

Espressioni come pet sitter, dog sitter o cat sitter, a loro volta, sono possibili perché sono state precedute da baby sitter (cfr. → “La maledizione della baby sitter e i composti di baby”), che non è un prestito isolato e “innocente”, è diventato un modello che ha permesso l’entrata di questi neologismi che circolano ormai senza alternative italiane, visto che si appoggiano a un’espressione divenuta estremamente popolare.

La parola baby, a sua volta, è stata assimilata nell’italiano e ha prodotto innumerevoli composti diventando un suffissoide che genera una quantità impressionante di altre parole e di accezioni che in inglese non esistono, sono dunque pseudoanglicismi. Il secondo elemento, sitter, non è particolarmente diffuso e prolifico, però è illuminante per esemplificare la proliferazione delle parole in -er. È evidente che, se sono centinaia, si finisce per interiorizzare nella nostra lingua una struttura inglese. Se chi fa design è un designer, chi uccide è un killer, chi fa surf è surfer, chi ferma il pallone è stopper, chi perseguita è uno stalker, uno spacciatore è un pusher, un controllore è controller, poi succede che un decodificatore è detto decoder, che un acquirente diventa uno shopper, e che da blog, chat, rock, rap, spam si ricavino blogger, chatter, rocker, spammer e non bloggatore, chattatore, rockettaro, rappatore e spammatore.

A questo punto dovrebbe essere più evidente che abbiamo a che fare non con singoli prestiti isolati, come nel caso del giapponese, ma con una rete di parole che con il tempo si allarga.

La rete di anglicismi in –ing

Torniamo a baby sitter. Tra le altre diramazioni ci sono anche baby parking, visto che parking (pseudoanglicicmo) era già diffuso, e babysitting una variazione in –ing che si è affiancata alla derivazione più italiana di babysitteraggio. Le parole in –ing (che includono gerundi ma anche participi e aggettivi) sono centinaia e centinaia.

Dopo lo stalking e il mobbing (in inglese poco usato), nel linguaggio della giurisprudenza questo “modello” si è diffuso portando nelle sentenze parole come grooming (adescamento dei minori), bossing (i soprusi del capoufficio, pseudoanglicismo) o straining (definito dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 3977 del 19/02/2018 una forma attenuata di mobbing).

Se c’è il job sharing e il car sharing ecco che allora si può introdurre anche il bike sharing, il file sharing, il video sharing, la sharing economy (visto che c’è la new economy, la net economy, la old economy, la green economy e l’economy class); se arriva il bird watching e si afferma invece di osservazione ornitologica, si apre la strada a whale watching (per le balene), fish watching (per i pesci), skywatching (per il cielo) e bio watching.

In informatica c’è il mail bombing, il mailing e le mailing list. Ci sono l’hosting e l’housing, il data processing e il batch processing,  il  debugging, l’editing, l’engineering, il morphing, il multitasking, lo spamming e il caricamento diventa loading, grazie alle mancate traduzioni delle interfacce dei programmi informatici.

Nello sport c’è il dribbling e il pressing, il doping, il trekking, il walking, il running, il footing e il jogging, il bungee jumping (salto con l’elastico) e il base jumping (paracadutismo da fermi), il canyoning (torrentismo), lo spinning che poi genera l’hydrospinning e l’acquaspinning,  mentre dal bodybuilding si esce dallo sport con il body painting e il body sculpturing (liposuzione).

La desinenza in -ing porta da brand a branding, si trova in brainstorming, bookcrossing, booking e overbooking negli alberghi; da bank si genera banking e dunque banking online, home banking, mobile banking, internet banking, e-banking, phone-banking, remote banking, e poi c’è il trading, l’e-trading o trading online e il day trading, visto che c’è già la base dell’insider trading. Dallo shopping si arriva all’e-shopping passando per i shopping center; e poi il coaching,  il counselling, le cohousing, il couponing, il coworking, il couchsurfing, il crowdfunding e il crowdsourcing. C’è il marketing, il merchandising, il naming, il  networking, il problem solving, il caravanning, il casting, il broadcasting, il podcasting e il webcasting e persino nel mondo del porno spopolano parole come pissing o squirting.

E ancora lifting e restyling, roaming, scouting, scrolling, self publishing, spelling, storytelling, stretching, timing , screening… la messa in piega dei capelli è brushing, e davanti alle desinenze in –ing appiccicate alle parole inglesi di alta disponibilità non c’è da stupirsi se dressing da condimento per le insalate, in italiano viene usato nel gergo della moda con il significato errato di abbigliamento (dress è abito, ma l’abbigliamento sarebbe clothing).

Ho scelto solo qualche esempio tra i più diffusi, ma questo elenco in –ing continua, perché nei dizionari se ne trovano molti di più dalla A di aquaplaning alla Z di zapping. Il che significa semplicemente che in italiano ci siamo abituati alle desinenze in –ing e le stiamo interiorizzando come fossero normali.

In conclusione: l’interferenza dell’inglese non si può ridurre né spiegare come una semplice raccolta di prestiti isolati. Siamo in presenza di una rete e una struttura alloglotta che entra nel nostro lessico e prolifera. Si tratta di un fenomeno nuovo, di massa, dalla portata potenzialmente devastante, che non ha precedenti in alcuna epoca passata e che non ha eguali nemmeno quando il francese rappresentava la lingua di moda che ci influenzava con moltissimi “prestiti” non adattati. Si tratta di un fenomeno dalla velocità sconcertante: in 70 anni, nell’arco di una sola generazione, abbiamo importato un numero di anglicismi interconessi e sempre più fitti che stanno cambiando il volto dell’italiano con suoni estranei alla nostra tradizione, con nuove regole aliene alla nostra grammatica.

Gli anglicismi non sono parole isolate, sono semi che attecchiscono in modo virale perché al contrario di ciò che avviene in altri Paesi in Italia non abbiamo anticorpi e da noi trovano il clima favorevole per moltiplicarsi a dismisura e incontrastati. Queste parole stanno colonizzando intere aree di settore, come l’informatica, la moda, il lavoro, molti ambiti dell’economia, dello sport, delle leggi, della politica… È il segnale che il lessico dell’italiano storico è destinato a cambiare, ad anglicizzarsi sempre maggiormente e corre seriamente il rischio di trasformarsi in itanglese, perdendo la propria  identità.

Puristi, neopuristi e anglopuristi

Ogni volta che mi trovo a spiegare e difendere le mie tesi su anglicismi e itanglese è sempre la stessa storia: devo affannarmi a precisare che non sono affatto un “purista”.

Difendere la lingua italiana davanti all’eccesso di anglicismi che caratterizza il nuovo Millennio non ha niente a che vedere con il purismo, riguarda invece la tutela di ciò che è locale davanti alla globalizzazione. È un problema di ecologia linguistica di fronte all’espansione delle multinazionali americane che, come effetto collaterale, insieme ai loro prodotti impongono in tutto il mondo anche il loro linguaggio. Quello che è in gioco è il pluralismo linguistico internazionale, che come la biodiversità è una ricchezza, non un segno di arretratezza; ma è minacciato da una fortissima mentalità monolinguista basata sull’angloamericano.

L’epoca del purismo è morta e sepolta, e oggi le cose vanno lette con ben altre categorie che devono rendere conto del presente e del futuro invece di guardare al passato.

Che cos’è il purismo?

Il purismo si può fare risalire alle posizioni di Pietro Bembo (XVI secolo), un esponente di spicco dei cosiddetti “ciceroniani” che, impregnato del mito dell’età dell’oro, considerava il latino la massima perfezione della lingua: i modelli più alti e irraggiungibili erano per lui Virgilio per la poesia e Cicerone per la prosa. Il punto di partenza delle Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua era che il latino si fosse corrotto nel volgare a contatto gli idiomi degli stranieri arrivati con le invasioni, e che il modello dell’italiano ideale si dovesse rintracciare nella letteratura del Trecento più vicina al latino e cioè la poesia di Francesco Petrarca e la prosa di Giovanni Boccaccio (Dante era invece considerato come un poeta privo di “decoro”).
Alla fine del Cinquecento, sorse a Firenze l’accademia della Crusca che sposava questo principio e aveva come scopo quello di separare il “fior di farina”, cioè la buona lingua costituita dal fiorentino trecentesco, dalla “crusca” in senso dispregiativo, le male parole impure e poco digeribili che proliferavano: il lessico dialettale, i neologismi e i forestierismi. Nel 1612 vide così la luce il Vocabolario degli Accademici della Crusca, un’opera senza precedenti nelle altre lingue europee, che pur possedevano già la loro precisa identità. Va detto che al di là degli intenti puristici stretti, il vocabolario fu nei fatti molto più aperto, soprattutto nelle successive edizioni. Infatti Dante fu rivalutato e la prima edizione dell’opera partì proprio dallo spoglio degli scritti delle “tre corone”: le parole “lecite” della lingua italiana erano dunque quelle usate da Dante, Petrarca e Boccaccio.

Gli oppositori al purismo aperti agli internazionalismi

Molti autori si opposero alle posizioni di Bembo e della Crusca, e rivendicarono la dignità degli altri dialetti e i contributi di altre lingue. L’obiezione più forte era che, staccandosi dal linguaggio vivo, il rischio era quello di parlare la “lingua dei morti” del Trecento. Intanto, nel corso del Cinquecento e del Seicento, sia davanti alle importazioni di nuove “cose” che arrivavano dal Nuovo mondo e dall’epoca delle grandi esplorazioni, sia davanti ai progressi tecnici e scientifici, le parole “nuove” erano sempre di più. E così, nel Settecento, Alessandro Verri, dalle pagine del Caffè, lanciò la celebre “Rinunzia al Vocabolario della Crusca”, un vero e proprio manifesto contro il purismo e il conservatorismo linguistico in nome della modernità:

“Se il Mondo fosse stato sempre regolato dai Grammatici” non avremmo né case, né carrozze, né industria.

La conclusione fu la “solenne rinunzia” alla pretesa purezza della toscana favella:

“Se italianizzando le parole francesi, tedesche, inglesi, turche, greche, arabe, sclavone, noi potremo rendere meglio le nostre idee, non ci asterremo di farlo.”

 

Vorrei fare notare la parola “italianizzando”, una parola chiave per comprendere la natura di queste critiche. Se i puristi condannavano i neologismi e le parole di origine straniera in nome del toscano, va detto che tutti i più aperti sostenitori della modernità, da Machiavelli a Muratori, da Leopardi a Verri, non pensavano affatto di importare migliaia di parole straniere senza italianizzarle!

E allora cosa accomuna le posizioni dei più accesi puristi fustigatori dei barbarismi e quelle dei più aperti e moderni sostenitori di francesismi, anglicismi e internazionalismi di ogni epoca?

Il fatto che nessuno si sognava di fare entrare nel nostro lessico migliaia di forestierismi non adattati.


Dal purismo all’anglopurismo

Nel corso del Novecento, caduta la supremazia del toscano e raggiunta l’unità linguistica dell’italiano parlato, oltre a quello letterario, si è diffuso un atteggiamento moderato definito neopurista, rappresentato per esempio da Bruno Migliorini, che non respingeva a priori i forestierismi, ma valutava caso per caso cercando di adattare le innovazioni alla struttura fonologica e morfologica della nostra lingua con molta tolleranza. E il criterio di sostituire gli esotismi solo quando è possibile o di adattarli (regista invece di regisseur, clic invece di click) sarebbe un criterio auspicabile anche oggi. Ma le soluzioni avanzate ancora negli anni Ottanta da Arrigo Castellani, che proponeva invano adattamenti come fubbia (fumo + nebbia) al posto di smog (smoke + fog) o di guardabimbi per baby sitter appartengono ormai al passato e ci fanno sorridere.

Se un tempo i puristi, nel loro difendere e conservare la lingua italiana classica, rappresentavano contemporaneamente un ostacolo all’evoluzione linguistica, oggi chi sta portando l’italiano a chiudersi in sé stesso per diventare la lingua dei morti è rappresentato proprio dai più aperti sostenitori degli anglicismi che vedono come un segno di modernità e di internazionalizzazione.

Vorrei chiamare questa posizione “anglopurismo”.

Gli anglopuristi si vergognano di italianizzare le parole inglesi, come fosse un segno di ignoranza verso la lingua originale di cui siamo ormai succubi, dunque sono ostili di fronte a soluzioni come rosbif al posto di roast beef, surfista al posto di surfer, blogghista/bloggatore per blogger, scaut per scout o sciampo per shampoo. E in questo modo si apre la strada a migliaia di parole che entrano senza adattamenti violando il nostro sistema ortografico e morfologico con termini che si scrivono e leggono con altre modalità, e dunque rimangono corpi estranei. Il che non è un male in sé, lo diventa quando il loro numero è tale da costituire una rete di parole sempre più fitta che si espande nel nostro lessico portando addirittura all’interiorizzazione di nuove regole estranee alla nostra lingua.

Con il falso alibi dei prestiti di necessità, gli anglopuristi non perdono occasione di introdurre parole inglesi con la scusa che non esisterebbero equivalenti italiani. Questi signori non concepiscono che, quando anche un corrispondente non esistesse, un forestierismo si può anche adattare, tradurre o sostituire con neologismi e nuove creazioni italiane, l’unica soluzione che renderebbe la nostra lingua nuovamente una lingua viva. Gli anglopuristi storcono il naso davanti alle pochissime soluzioni di questo tipo che si stanno diffondendo, come apericena al posto di happy hour, o colanzo al posto di brunch. E davanti a cinguettio invece di tweet si oppongono dicendo che la soluzione italiana non è rispettosa del significato inglese! E più in generale considerano queste parole “brutte” rispetto a quelle inglesi.

Tra gli anglopuristi si annidano anche coloro che sostengono che gli anglicismi spesso non hanno proprio il medesimo significato degli equivalenti italiani: shopping non è proprio come fare compere, dicono, confondendo il risultato dell’acclimatamento della parola che ha assunto in italiano (= fare acquisiti di lusso o per la persona) con il significato inglese, dove anche andare al supermercato è considerato shopping. Curiosamente, questi angloentusiasti non hanno nulla da dire nei confronti di parole come mobbing, che considerano qualcosa di “necessario” e di insostituibile anche se in inglese si usa poco e si ricorre quasi sempre ad altre espressioni come victimization, persecution, harassment, workplace bullying (bullismo sul lavoro), oppure si parla meno tecnicamente di abuse e intimidation.

Soprattutto, gli anglopuristi si rifiutano di allargare il significato di parole storiche e farle evolvere, ampliandole, alla realtà di oggi. E così dichiarano che selfie non è esattamente come autoscatto, è un’altra cosa. Sul sito dell’accademia della Crusca, per esempio, questa tesi è divulgata con una presa di posizione ideologica molto discutibile. Si dice che selfie non è un “prestito di lusso” (come si possano nel nuovo Millennio usare ancora queste categorie obsolete rimane per me un mistero) e che non è “un sinonimo perfetto di autoscatto”.
Però, gli esempi tratti dai giornali a chiusura dell’articolo mostrano chiaramente che non è affatto così: i giornali usano autoscatto con la stessa accezione, esattamente come, nel Devoto Oli 2018, selfie è indicato come termine sostituibile da autoscatto.

I nuovi puristi dell’inglese uccidono l’italiano

Eccolo il nocciolo dell’anglopurismo: si vuole relegare l’italiano alla lingua dei morti, autoscatto viene classificato come parola storica, nei suoi significati del passato, quando esisteva il filo per l’autoscatto o il comando a tempo. Non si vuole allargare il significato di autoscatto in senso moderno e farne una parola adatta per le nuove tecnologie, la si vuole far morire! È in questo modo che gli anglopuristi uccidono l’italiano.

Calcolatore o elaboratore? Roba vecchia! Oggi c’è il computer e basta.

E cat sitter? È un prestito di necessità, evidentemente, dicono. Certo, esiste la parola gattaro, un neologismo degli anni Ottanta, ma si riferisce a chi cura i gatti randagi per passione, non a chi intraprende questa nuova professione che si può dire solo in inglese!

Quello che vorrei chiedere agli anglopuristi è perché la parola gattaro non può evolvere in senso moderno anche per designare una nuova professione.

Perché volete relegare l’italiano alla sua storia invece di farlo evolvere? Perché la metà dei neologismi del nuovo millennio è in inglese? Cose ne sarà della nostra lingua, fra trent’anni, se continuiamo a questo modo?

L’italiano si ridurrà a esprimere il vecchio, e tutto ciò che è nuovo si dirà in inglese.
Quando, nel 1962, durante la crisi tra Cuba e Stati Uniti, si coniò l’espressione hawks e doves, in italiano è stata tradotta con falchi e colombe. Oggi, se Trump parla di fake news, tutti gli apparati mediatici ripetono l’espressione in lingua originale, e le notizie false o le bufale sembra che abbiano un altro significato o un’altra sfumatura.

E allora, è più “purista” chi spera in un italiano che si sappia reinventare e arricchirsi di neologismi, nuove creazioni e adattamenti, visto che è una lingua viva, o chi lo vuole ingessare nel vocabolario storico preferendo ricorrere a parole tecniche in lingua originale senza alterarlo?

Da quale delle due prospettive ne uscirà un italiano che rischia di risultare presto la lingua dei morti?

L’italiano degli svizzeri: “question time”? No grazie.

La varietà delle lingue è un valore e una ricchezza che va preservata esattamente come va tutelata la biodiversità, visto che le lingue sono vive, e dunque possono anche ammalarsi e morire.

La confederazione Svizzera rappresenta un modello di plurilinguismo molto avanzato cui guardare come esempio, davanti al monolinguismo internazionale imperante basato sull’inglese. Questo Paese ha quattro lingue ufficiali e un ricco patrimonio di dialetti. Poiché l’italiano è parlato solo dall’8,1% della popolazione (nel canton Ticino e in quattro valli del canton Grigioni: Mesolcina, Calanca, Poschiavo e Bregaglia) ed è in minoranza rispetto al tedesco (63.5 %) e al francese (22.5 %), il Consiglio Federale ha fatto della promozione dell’italiano una priorità. Nel progetto sulla cultura 2016-2020 ha stanziato fondi per rafforzare la presenza della lingua e cultura italiana nell’insegnamento, nella formazione bilingue e attraverso una serie di manifestazioni culturali.

E così, paradossalmente, la lingua italiana è più tutelata in Svizzera che da noi, dove non esiste alcuna politica linguistica, anzi, il  linguaggio della politica, nel nuovo Milllennio si è anglicizzato sempre di più introducendo le parole inglesi nelle leggi, nelle istituzioni e nel cuore dello Stato.

La politica dell’Italia e incolla

Dopo i primi anglicismi come il ticket ospedaliero, la privacy e il welfare, e dopo la tendenza a chiamare premier il presidente del Consiglio, come indicato nella Costituzione, ormai le imposte sono tax (minimum tax, carbon tax, flat tax, city tax, local tax, web tax, Robin tax…) e dopo il jobs act le leggi tendono a esser act e il lavoro è job, tra spending review, quantitative easing, spoils system, flexicurity, devolution, deregulation, election day, government, establishment, stepchild adoption, voluntary disclosure, question time

Parole di cui vergognarsi, queste, più che da sbandierare, anche perché per molti cittadini sono poco chiare, quando non sono incomprensibili, e spesso sono impiegate dai politici proprio per mascherare ed edulcorare come stanno le cose. I centri di collocamento si ribattezzano job center per far finta di introdurre innovazioni moderne che non esistono se non nel suono. E chiamare jobs act l’abolizione dell’articolo 18 è puro marketing nella sua accezione più negativa.

 

Question time un esempio che la dice lunga

Question time è un’espressione copiata dal linguaggio politico inglese e introdotta senza alternative nel Parlamento italiano.

Si tratta più semplicemente dell’ora delle domande in cui, durante una seduta, i parlamentari rivolgono le loro interrogazioni ai ministri in merito al loro dicastero. E allora perché si chiama in inglese?
I perché vanno ricercati nel considerare l’inglese un modello culturale superiore a quello italiano e nel vergognarci di usare la nostra lingua.

Ci sono state in passato proteste e petizioni degli stessi parlamentari, per dirlo in italiano, ma sono rimaste inascoltate e nulla è cambiato, né nel parlamento, né nel linguaggio dei giornali.

In Svizzera invece, molto semplicemente, si è chiamata l’ora delle domande, e sui giornali del Ticino si chiama così, in modo che lo capisca anche un bambino (vedi Ticinonews o Tio).

question time
La frequenza di question time in italiano, francese e spagnolo nei grafici di Ngram Viewer (1965-2008). L’espressione si è diffusa negli anni ’80; nei Paesi con una politica linguistica è stata fermata ed è regredita, da noi è decollata.

In Spagna si dice il turno de preguntas (= turno delle domande), e in Francia – dove la lingua è il francese (come scritto nella loro Costituzione), obbligatorio nel linguaggio istituzionale, perché esiste una politica linguistica sancita in varie leggi tra cui la legge Toubon (1994) – si dice  période de questions (= periodo delle domande).

Dovremmo imparare da questi  Paesi, invece di andare verso il depauperamento del nostro patrimonio linguistico per sposare il monolinguismo basato sull’inglese.

Dovremmo introdurre anche noi una “guardia svizzera” per proteggere la nostra lingua, che fa buchi da tutte le parti come una forma di groviera.

Dovremmo mangiare più bistecche svizzere e meno hamburger, visto che parlare come si mangia può diventare pericoloso, nell’era dei master chef televisivi all’americana.

Dai cantoni svizzeri ci arriva un esempio da seguire e una grande lezione, perché question time è una “cantonata” e dovremmo cominciare anche noi a usare l’italiano: l’ora delle domande. La Svizzera ci ha regalato un precedente in italiano che adesso esiste ed è in circolazione!

Come entrano gli anglicismi: dalle locuzioni alle “parole madre”. Il caso “room”

Se l’entrata della parola manager nell’italiano ha preceduto le locuzioni con cui si associa  (top manager, general manager, sales manager… ), non sempre l’entrata degli anglicismi segue questo percorso. Spesso il meccanismo è quello opposto: prima compaiono varie locuzioni che contengono una parola e poi questa finisce per entrare nella disponibilità di tutti, anche se non è registrata come voce a sé nei dizionari, proprio perché veicolata dai tanti composti in circolazione che la contengono.

La storia di “room”

Room, per esempio, non è un lemma registrato autonomamente da dizionari come lo Zingarelli o il Devoto-Oli 2017, ma tutti sanno che significa stanza o camera.

La sua comparsa nella disponibilità degli italiani ha avuto inizio con espressioni come tea room, entrata nei primi del Novecento, ma poi, dagli Quaranta, affiancata e quasi completamente rimpiazzata da sala da tè. Anche grill-room, tutt’ora annoverata nei dizionari per indicare una griglieria, risale a quel periodo e ha avuto una circolazione effimera. La locuzione dining-room è invece arrivata intorno agli anni Sessanta, ma non ce l’ha mai fatta a scalzare la preesistente e consolidata sala da pranzo. Nello stesso periodo circolava il living room, il soggiorno, rimasto un modo di dire elitario (anche se ultimamente circola maggiormente ed è riproposto sui giornali e in qualche pubblicità semplicemente come living), così come room service non si è mai imposto sul ben più gettonato servizio in camera, nel linguaggio alberghiero.

Questi casi di bassa circolazione hanno però preparato il terreno per fare conoscere l’anglicismo “madre” a tutti e hanno così favorito l’entrata di nuove espressioni di maggior successo.

Negli anni Ottanta è comparsa la press room, la sala stampa, e poi gli showroom, che invece hanno preso piede; dal 1995 è decollata la chat room, anche se oggi si parla solo di chat.

Tra le parole del nuovo Millennio sono spuntate altre espressioni come control room, la centrale di controllo degli aeroporti e altre strutture, la green room, sala di attesa per le pause degli artisti nei teatri, la situation room, sala riunioni di carattere politico e militare, la shooting room, struttura dove è possibile il consumo di stupefacenti in modo vigilato, la dark room, dove si consuma sesso al buio con gli sconosciuti, e di recente si sta affermando il rooming in, l’affido in camera del neonato alla neomamma, anziché la sua collocazione nel reparto neonatale (nursery) delle cliniche.

 

room in italiano
La frequenza della parola room (nell’italiano: 1850-2008) nei grafici di Ngram Viewer

 

In conclusione: spesso l’entrata di un anglicismo non è un “prestito” che si aggiunge alle parole italiane in modo isolato. Una buona metà degli anglicismi importati si ramifica in famiglie di parole che si ricombinano tra loro in una rete che si espande nel nostro lessico.

Ogni nuovo forestierismo ridefinisce tutta l’area di significato delle parole autoctone già esistenti, si ricava un suo spazio peculiare che non sempre appartiene all’inglese (per es. shoppping che si riferisce agli acquisiti personali o di lusso invece che fare la spesa in modo generico), a volte fa morire le parole italiane che diventano inutilizzabili (calcolatore/elaboratore davanti a computer). Ma soprattutto: anche se non sono registrate nei dizionari, molte parole inglesi entrano nella disponibilità di tutti, si legano tra loro e aprono la strada all’entrata di un numero di anglicismi sempre più ampio (un altro esempio è quello di new e dei suoi composti).

 

Interferenza linguistica [5] Una classificazione dei forestierismi misurabile

L’interferenza linguistica dell’inglese sulla sintassi italiana

L’interferenza linguistica è un concetto più ampio della semplice presenza dei forestierismi. Alcuni studiosi hanno analizzato l’impatto dell’inglese sulla nostra sintassi, che ha portato per esempio al diffondersi di espressioni come vota per il tal partito invece di vota il tal partito, per l’influenza dell’inglese vote for. Anche frasi come chi ha comprato cosa?, chi è andato dove? (le interrogative con il doppio referente) non appartengono all’italiano storico ma sorgono sul modello di who’s who? E ancora, i costrutti come: fatto da e per donne, pronto a, ma ancora lontano da, venire, e la forma congiunzione/disgiunzione e/o (libri e/o riviste) derivano dall’interferenza dell’angloamericano. Così come la tendenza a usare frasi come pensa positivo invece di positivamente (gli aggettivi riferiti al verbo invece dell’avverbio) e l’accostamento di due nomi come aereo spia, batterio-killer, oppure l’inversione all’inglese di qualche accostamento tra aggettivo e nome: baby-spacciatore invece di spacciatore baby, il papa-pensiero, o le espressioni con il no anteposto sul modello di non profit e no global.
Si può ricondurre all’inglese il diffondersi di stare seguito dal gerundio per indicare qualcosa che “sta per avvenire” e non qualcosa di statico che perdura in un certo periodo di tempo. In altre parole, se in passato si trovavano espressioni come sto mangiando, che esprime un’azione statica che si svolge nel presente, in tempi recenti si sono diffusi modi dire come non mi sto ricordando se o sta succedendo che per esprimere una trasformazione e un processo, come nella progressive form inglese.

Ma a parte questi e altri simili fenomeni, va detto forte e chiaro che l’influenza dell’inglese sulla sintassi è ben poca cosa, e non scalfisce l’impianto della nostra lingua.

L’interferenza linguistica dell’inglese sul lessico italiano

Il problema dell’eccesso dell’inglese riguarda solo il lessico, e cioè il nostro vocabolario, e per essere più precisi ha intaccato l’insieme di nomi e aggettivi, mentre i verbi e le altre parti del discorso non ne risentono in modo preoccupante.

Se accanto alle nostre preposizioni semplici di, a, da, in, con, su, per, tra, fra si aggiungono for, from e by, per esempio, non significa affatto che un quarto delle preposizioni sono ormai in inglese e l’invasione è proclamata, perché se in un libro quelle italiane ricorrono migliaia di volte, quelle inglesi hanno un’occorrenza magari di una volta sola o poco più, dunque la loro presenza è assolutamente trascurabile.

Anche i verbi sono in buona sostanza al riparo da ogni conclusione catastrofista, perché vista la differente struttura di italiano e inglese, non possiamo includere e utilizzare forme come to drink, per esempio, che infatti sostantivizziamo in drink. A parte casi rarissimi (come vote for o enjoy), l’interferenza dell’inglese sui verbi passa per una parziale italianizzazione, prendiamo cioè la radice alloglotta e la trasformiamo in verbo applicando le regole della coniugazione in –are, per es. filmare o speakerare.

Mentre filmare è un anglicismo invisibile, perfettamente integrato e indistinguibile dai verbi italiani (se non nella sua storia che deriva da film), speakerare è invece un semiadattamento che, nella radice, viola il nostro sistema ortografico e di dizione. I verbi come downloadare, googleare, whatsappare, spoilerare e via dicendo possono risultare o meno fastidiosi, ma non costituiscono un pericolo per la nostra lingua per il semplice fatto che il loro numero è limitato e sopportabile: se ne contano 2 o 300 nei vocabolari, e poiché i verbi registrati mediamente da un dizionario monovolume come il Devoto Oli sono all’incirca 10.000, la percentuale è bassa, anche se il loro uso è frequente e anche se molti di essi sono neologismi di cui non abbiamo alternative.

Lo stesso non si può dire dei sostantivi, visto che il 90% degli anglicismi sono nomi (e in misura minore locuzioni e aggettivi): ammettere circa 3.000 sostantivi inglesi non adattati, su circa 60.000 sostantivi presenti in un dizionario (escluse le parole arcaiche, rare o desuete) comincia a rappresentare una percentuale che porta conseguenze significative: quasi il 5% dei nomi è in inglese non adattato, e soprattutto la loro frequenza è mediamente alta, non sono più prevalentemente tecnicismi come 30 o 40 anni fa, sono molto spesso parole entrate nel linguaggio comune che si ritrovano sui giornali e nell’uso quotidiano.

Forestierismi “invisibili” e “corpi estranei”

Se le classificazioni dei forestierismi in prestiti di lusso e di necessità, e prestiti insostituibili, utili e superflui presentano molti limiti concettuali, non sono proficue e soprattutto sono soggettive e non misurabili, un criterio di classificazione più oggettivo e utile per misurare l’interferenza dell’inglese può essere quello di distinguere i termini stranieri in invisibili e in corpi estranei.

I forestierismi invisibili sono quelli che, pur non avendo un etimo e una provenienza autoctona, non violano il nostro sistema morfosintattico né nella grafia né nella pronuncia, e dunque (visto che l’epoca del purismo è una storia chiusa) non costituiscono alcun problema per la nostra lingua. Per es. l’allargamento di significato di realizzare = “rendersi conto” (per l’interferenza di to realize) anziché di “costruire qualcosa” fa parte della normale evoluzione di una lingua viva, anche se può piacere o non piacere.

In modo analogo, l’entrata di parole come spa, lo stabilimento termale (dal nome della città termale belga Spa), gringo (dallo spagnolo), sauna (dal finnico), mascara (un anglicismo di ritorno: dall’italiano maschera la parola ci è ritornata con il significato di trucco per “mascherare”) non è un problema: si scrivono come si leggono e non rappresentano alcuna violazione “del bel paese là dove ‘l sì suona”.

Per non passare per puristi né per intransigenti, tra questi forestierismi invisibili si possono annoverare anche quelli come bar, film, sport, che pur terminando in consonante (e quindi rappresentando una discontinuità rispetto alla tendenza di terminare le parole in vocale, come notava Arrigo Castellani), non costituiscono un problema troppo preoccupante. Negli ultimi anni, infatti, queste parole sono molto aumentate, soprattutto a causa degli anglicismi, ma non solo, in fondo i suoni in consonante finale appartengono anche alle voci poetiche storiche (“Nel mezzo del cammin di nostra vita) e a molti dialetti soprattutto del Nord. Anche parole come tsunami (giapponese) o glasnost (russo) e simili si possono considerare abbastanza invisibili, nonostante la loro combinazione ortografica fuori dai nostri canoni, visto che si leggono e scrivono all’italiana. E volendo essere aperti, tra i forestierismi invisibili (o quasi) si possono includere anche parole che contengono le cosiddette lettere straniere come k, y o j, se non violano la nostra pronuncia, per es. sudoku, yoyo o kaputt. Anche se in questi casi siamo al confine con i corpi estranei: una parola come curvy è ancora ammissibile tra i “quasi invisibili”, se pronunciata con la u, mentre diventa un corpo estraneo se si pronuncia con la a, all’inglese. Esattamente come computer, mouse, abat-jour, leitmotiv… e tutti gli esotismi che si scrivono e leggono con regole estranee all’italiano.

Venendo perciò ai corpi estranei, va premesso che queste parole non sono un male in sé: la loro presenza è un fenomeno normale in ogni epoca e in ogni lingua. Il punto è la loro quantità. Un centinaio di ispanismi o di germanismi registrati nei dizionari, e persino quasi un migliaio di francesismi non integrati, non sono pericolosi per il nostro lessico.

Al contrario, l’attuale presenza di circa 3.500 anglicismi, entrati nell’italiano non attraverso substrati linguistici secolari, ma negli ultimi 70 anni, e con una tendenza di crescita in aumento come numero e come frequenza, sta snaturando la nostra lingua.

Dai casi isolati a una rete di anglicismi interconessi che si espande nel nostro lessico e porta all’interiorizzazione di regole estranee

Questa penetrazione lessicale (anche se non ha intaccato le strutture fondamentali dell’italiano = la sintassi)  è così estesa che ha portato ormai all’interiorizzazione di nuove regole lessicali nei parlanti: per es. preferiamo dire blogger, anziché bloggatore (seguendo la nostra consuetudine lessicale), sul modello di stalker, stopper e le altre centinaia di parole con questa desinenza inglese a cui ormai ci siamo assuefatti, come ci siamo abituati  alle desinenze in –ing (advertising, mobbing, jogging…).

Ma c’è di più, il numero incontrollato di anglicismi forma ormai una rete di radici inglesi e di parole “appicicose” che si ricombinano tra di loro con un effetto domino:

day si ricombina con gli altri elementi alloglotti e genera open day, day after, election day, day by day, day hospital…

act si diffonde in jobs act, student act, Africa act, food act, green act….

Questa rete sempre più fitta di corpi estranei si allarga di giorno in giorno e si espande nel nostro lessico autonomamente ricombinandosi non solo in locuzioni inglesi ortodosse, ma addirittura in pseudoanglicismi e ricombinazioni all’italiana che sono vere e proprie nostre reinvenzioni dal suono inglese: il beauty case, le baby gang, la barwoman

Esistono centinaia di queste “famiglie” di parole “appiccicose” che si concatenano tra loro formando più di un migliaio di espressioni anglicizzate di uso comune che si espandono sempre più, per es.:

back è presente in anglicismi diffusi nella nostra lingua come backup, background, backgammon, backdoor, backstage flashback o playback… -> play a sua volta si ritrova in player, playlist, playoff, playstation, long play, playboy… -> boy circola in cowboy, boyfriend, boy scout, game boy, toy boy, teddy boy, golden boy… e così via.

In conclusione: quando il numero di forestierismi in una lingua supera i livelli di guardia, ecco che nasce sia un’interiorizzazione di regole estranee alla lingua che le ospita, sia una interconnessione autonoma  tra le parole alloglotte che sfugge a ogni controllo. Questo processo sta portando l’italiano verso l’itanglese, ed è il primo passo che, con il tempo, può portare verso la creolizzazione. Se non si spezza questa moda assurda e deleteria di preferire gli anglicismi ai termini italiani, se non si ricomincia a tradurre e ad adattare, se la nostra lingua non si riappropria della capacità di evolvere autonomamente attraverso la coniazione di neologismi, il futuro dell’italiano è seriamente a rischio.

Interferenza linguistica [4] Tutti i tipi di forestierismi

Una lingua viva cambia continuamente e si evolve con il mutare dei tempi, ed è un bene che lo faccia, altrimenti perderebbe la sua capacità di descrivere il presente e morirebbe.

Questa evoluzione consiste non solo nella capacità di creare neologismi, ma anche di assorbire gli influssi che vengono da fuori. Nel corso della storia, l’italiano si è sempre arricchito di parole straniere, dal francese, dallo spagnolo, dall’arabo e da ogni altra lingua.

E allora dov’è il problema degli anglicismi?

La risposta è semplice:
♦ il loro numero sproporzionato e
♦ la loro frequenza d’uso sempre più ampia,
due fattori innegabili che stanno stravolgendo il nostro lessico e trasformando l’italiano in itanglese.

Dopo avere mostrato l’inconsistenza e l’inutilità delle classificazioni dei forestierismi in
prestiti di lusso e di necessità,
prestiti insostituibili, utili e superflui
prima di introdurre un diverso criterio di classificazione che sia più utile, misurabile e oggettivo, vale la pena di riassumere le possibilità logiche e storiche che permettono a una lingua di evolvere.

1) Importare un forestierismo senza adattamento per colmare una lacuna linguistica
non è la sola scelta possibile, come ci vorrebbe far  credere chi parla di prestiti di “necessità”, “insostituibili” o addirittura “intraducibili”. Si può anche:
2) creare un neologismo (autoctono = italiano, e non alloglotta = importato, per es. apericena di fronte a happy hour);
3) adattare al suono italiano (cioè italianizzare, es. bondaggio da bondage);
4) tradurrre (es. mi piace al posto di like);
5) usare una parola già esistente ampliandola di nuovi significati (es. sito, per influsso di site inglese, nell’era di Internet subisce un allargamento di significato, da luogo fisico a luogo virtuale in Rete).

Il problema è che queste alternative oggi non sono più praticate, sembrano essere decadute, e il risultato è che l’evoluzione (o involuzione a seconda dei punti di vista) dell’italiano procede quasi esclusivamente attraverso l’importazione non adattata di anglicismi che sono perlopiù impiegati e preferiti anche in presenza di alternative italiane (che di conseguenza tendono a regredire e a diventare obsolete).

I neologismi del nuovo Millennio sono in prevalenza anglicismi

Dallo spoglio del Devoto Oli 2017 risultano 1.049 parole datate XXI secolo, di cui 509 (quasi la metà) sono parole inglesi. Se includiamo anche le parole semiadattate dall’inglese come customizzare, downloadare, googlare, hackerare, switchare, twittare e ritwittare, whatsappare  e qualche altra decina, vediamo che ben più della metà dei neologismi sono inglesi.

Un confronto con le altre lingue è significativo. Nel nuovo Millennio sono entrate:
14 parole dal giapponese,
12 parole dal francese,
5 parole dallo spagnolo
0 parole dal russo e dal tedesco.

E i neologismi italiani di che tipo sono?
Sfogliando l’elenco delle nuove parole italiane (come ecovettura, enopirateria, grillino, pizzata, squillino, tesoretto…) salta all’occhio in modo evidente che la maggior parte riguardano questioni “interne”, e sono quasi del tutto assenti i termini per indicare le cose nuove (che sono quasi sempre inglesi con qualche eccezione come geolocalizazzione o teleprenotazione).

Tra le pochissime eccezioni di neoconiazioni italiane al posto degli anglicismi si può segnalare la comparsa di apericena al posto di happy hour, ma non c’è molto altro (colanzo al posto di brunch, benché presente sui mezzi di informazione, non è stato registrato).

In conclusione: complessivamente l’italiano non è in grado di inventare neologismi per adeguarsi ai cambiamenti e stare al passo con i tempi o con l’innovazione tecnico-scientifica, e nella grandissima maggioranza dei casi evolve ricorrendo solo a termini inglesi. Se questa tendenza non si spezza, presto diventerà una lingua incapace di esprimere il contemporaneo che si potrà dire soltanto in itanglese.

Adattare e italianizzare? Per carità! Che vergogna!

La tendenza a italianizzare le parole è un fenomeno antico e un tempo istintivo. Londra (London) e il Tamigi (Thames), per esempio, mentre Nuova York, dove l’aggettivo serviva a distinguere la città americana dall’omonima inglese, è ormai New York sin dalla fine dell’Ottocento. Se una volta si aggiustavano al nostro suono (in modo esagerato) persino alcuni nomi propri (Tommaso Moro invece di Thomas More) oggi non lo si fa più, e tende a scomparire anche l’adattamento dei nomi comuni che fino al secolo scorso era abbastanza diffuso e normale (rivoltella da revolver, pigiama da pyjamas, gincana da gymkhana e gol da goal).

Tra i neologismi del Devoto Oli 2017 non si trovano adattamenti e italianizzazioni, con l’eccezione di blogosfera sul modello dell’inglese blogosphere e poco altro. I pochi adattamenti di oggi, di solito provengono dal basso, ma appartengono esclusivamente al gergo parlato della Rete e sono ironici o scherzosi, oltre che sporadici e fuori dai testi ufficiali, per es. ti lovvo, facciabuco o faccialibro al posto di Facebook, il tubo invece di YouTube, o lo scherzoso topo invece di mouse. Viceversa, oggi i mezzi di informazione si vergognano di “storpiare” la purezza dell’inglese, che invece preferiscono statisticamente (leader al posto di capo, pusher per spacciatore, fake news per bufale…) e ostentano più che possono.

In conclusione: italianizzare e adattare l’inglese ai nostri suoni è oggi un fenomeno sempre più raro, al contrario di quanto avviene per es. nella lingua spagnola. Se continueremo a vergognarci di questa strategia che storicamente ha generato numerosi adattamenti, l’importazione delle parole inglesi non adattate o le loro reinvenzioni all’italiana (baby gang, fidaty card…) si amplierà in modo sempre più profondo.

Traduzioni e calchi? Sembra sia meglio evitarlo…

Le traduzioni dei forestierismi sono definite dai linguisti calchi strutturali o formali, perché ricalcano la struttura originaria di una parola con elementi autoctoni che ne riproducono forma e significato.

Possono essere rovesciati per meglio rispondere alla logica italiana (key word diventa parola chiave, brain drain diventa fuga di cervelli, basket-ball diventa pallacanestro) oppure perfetti quando l’ordine delle parole è mantenuto come nell’inglese (pubbliche relazioni e public relations, videogioco e videogame, supermercato e supermarket), ma in tutti i casi si tratta di adattamenti invisibili che non sono percepiti come corpi estranei.

Ma, ancora una volta, esaminando i neologismi del Duemila del Devoto Oli 2017 queste traduzioni non ci sono, e le uniche registrate sono mi piace al posto di like, riferito alla funzione delle reti sociali, e la bomba tagliamargherite che ricalca fedelmente l’anglicismo daisy cutter.

In conclusione: anche la traduzione (o il calco) delle parole inglesi è sempre più in declino, con il conseguente ricorrere agli anglicismi non integrati. Continuiamo a preferire l’inglese, e per es. la frequenza di parole come hater o influencer è molto più alta delle traduzioni come odiatore o influente anche se questi esempi sono al confine con gli allargamenti di significato.

Calchi semantici e allargamenti di significato

I linguisti chiamano calchi semantici l’estensione del significato di parole che già esistono, ma che si arricchiscono di una nuova accezione per l’influsso di un forestierismo.

Per esempio realizzare, che originariamente voleva dire solo rendere reale (“ho realizzato un prototipo”), per l’interferenza di to realize oggi si impiega anche nel senso di rendersi conto, accorgersi (“ho realizzato di aver sbagliato strada”). E così radicale, un tempo interpretato alla francese come sinonimo di liberale, diventa sempre più spesso estremista, all’inglese; digitale, derivato da dito (“le impronte digitali”), per l’effetto dell’informatica si trasforma in un dato registrato con la logica binaria del calcolatore (in inglese digit è cifra); basico, in chimica il contrario di acido, passa a significare di base; e intrigante (cioè avvezzo a compiere intrighi, trame e congiure) si capovolge in stuzzicante e coinvolgente. Altre volte questi anglicismi camuffati derivano da quelli che si chiamano falsi amici, cioè parole dal suono simile ma dal significato differente, per esempio singolo (unico) diventa celibe o scapolo per l’analogia con single; autorità (colui che detiene il potere) diventa un organismo di controllo (l’autorità della privacy, per l’influsso di autorithy), mentre il baco informatico (in inglese bug, cioè cimice) è una traduzione approssimativa, basata sulla somiglianza fonetica.

Se guardiamo il significato di parole esistenti come odiatore o influente nel Devoto Oli 2017 vediamo che mancano gli allargamenti di significato che invece hanno assunto i corrispondenti hater e inluencer, parole del tutto equivalenti che però nell’acclimatarsi in italiano hanno assunto l’accezione riferita alla Rete, che invece non è indicata per i corrispettivi italiani, il che, a mio avviso, è una grossa lacuna del dizionario che inserisce gli anglicismi, ma non ritocca le voci autoctone. Esattamente come la definizione generica di autoscatto è ferma al dispositivo per fotografare sé stessi, mentre selfie, del tutto equivalente, include i riferimenti alla Rete e alle nuove tecnologie.

In conclusione: sembra proprio che nell’italiano del nuovo Millennio gli allargamenti di significato siano abbastanza diffusi per l’effetto dei falsi amici (realizzare, singolo, radicale…) ma siano abbastanza rari ed evitati nel caso dei corrispondenti italiani autonomi (odiatore, influente, autoscatto…).

Se non si creano neologismi, se non si italianizzano le parole, se non si traduce, se non si allargano i significati delle nostre parole… l’unica evoluzione dell’italiano passa per l’importazione dell’inglese e il futuro della nostra lingua sarà l’itanglese.

E tornando ai criteri di classificazione dei forestierismi, credo che un buon approccio sia quello di dividerli in forestierismi compatibili e integrabili con il nostro sistema morfosintattico e forestierismi che lo violano, dunque corpi estranei, che non sono un problema in sé (l’epoca del purismo è finita) ma diventano un problema quando il loro numero e la loro frequenza è tale da snaturare il nostro lessico.

(continua)