Dai “prestiti” alle reti di parole: l’inglese sempre più “smart”

Ho più volte argomentato come non sia possibile comprendere l’interferenza dell’inglese sull’italiano attraverso categorie ingenue come quelle del “prestito linguistico”, un’etichetta che tutti gli studiosi criticano, ma che nessuno sembra volere abbandonare (cfr. Interferenza linguistica: dal prestito all’emulazione).

prestiti linguisiti inglese
Immagine tratta dal sito growell

Quando poi questo approccio si spinge a una classificazione astratta che distingue i prestiti “di lusso” e “di necessità” (uno schema obsoleto che risale alle riflessioni del 1913 dello svizzero Ernst Tappolet) ci si allontana ancor più dalla realtà (cfr. Prestiti di lusso e di necessità; una distinzione che non sta in piedi).

Per comprendere i meccanismi della sempre più crescente anglicizzazione della nostra lingua occorrono nuovi modelli interpretativi. Le parole inglesi che circolano nell’italiano non sono riconducibili alla somma di singoli “prestiti” o voci importate, sono una rete di parole tra loro interconnesse che si espande nel nostro lessico in modo sempre più ampio e profondo, e bisogna considerare non solo i singoli anglicismi, ma soprattutto le relazioni tra gli anglicismi. Occorre studiare e quantificare il fenomeno in modo storico, statistico e concreto, invece di applicare schemini teorici, astratti e avulsi dalla realtà.

Smart, per esempio, è un anglicismo abbastanza “infestante” per la nostra lingua, e i suoi composti si stanno moltiplicando notevolmente. Oggi, nel suo circolare nella lingua italiana, indica prevalentemente qualcosa di intelligente in quanto basato sulle nuove tecnologie. Definirlo un semplice “prestito” e magari accapigliarsi inutilmente sul suo essere “necessario” o “di lusso”, oppure utile, inutile o sostituibile, è un approccio che non porta da nessuna parte, e soprattutto non tiene conto del suo aspetto storico e delle sue relazioni con le altre parole.


Il caso “smart”, la sua storia e la sua famiglia

smart setIn inglese non significa solo intelligente, ha anche altre accezioni che rimandano a qualcosa di elegante. Nel 1962, stando alle datazioni dei dizionari, l’anglicismo cominciò a circolare in italiano con questo secondo significato attraverso l’espressione smart set per indicare la buona società, il bel mondo, i personaggi che frequentano un ambiente (set) raffinato (smart).

Accanto a questa espressione c’era già qualcosa di equivalente almeno dal 1960, cioè la café society, la gente che conta, ma nel 1965 sono arrivate anche altre espressioni inglesi per definire concetti simili: la jet society detta anche jet set, letteralmente la gente che si può permettere di spostarsi in aereo, magari il proprio aereo privato, dunque l’alta società internazionale, anche se questo significato inglese, nel circolare in italiano, non è sempre fedele. Spesso l’espressione viene impiegata come sinonimo e variante di high society (1966), l’alta società, senza troppe distinzioni. Tutti questi equivalenti e variazioni sul tema, espressi in inglese, testimoniano come già a partire agli anni Sessanta l’inglese stava diventando cool, dopo l’epoca del francese, e cioè si impiegava per apparire trendy, e sentirsi sempre più in (in altri termini abbiamo cominciato a prenderlo incool). Il “lusso”, se di lusso si può parlare, o la “moda”, come preferiva il linguista Carlo Tagliavini, non stava nei singoli prestiti, quanto nel ricorso all’inglese per distinguersi e ricorrere a espressioni che suonavano di maggior prestigio e fascino. La gente che conta si prestava bene a essere espressa in inglese, poco importa se attraverso café society,  high society, jet society o smart set. Quest’ultima espressione in seguito è un po’ decaduta, in favore delle altre, e si è usata sempre meno. Smart è perciò rimasto nel limbo, come un “prestito” di poco successo, per qualche decennio. Ma invece di cadere nel dimenticatoio, negli anni Novanta è risorto, non in modo isolato, ma attraverso locuzioni come smart drink e smart drug che hanno cominciato a circolare rispettivamente con il significato di bibita energetica, stimolante, in grado di attivare le energie psicofisiche, e di droghe intelligenti, cioè quelle sostanze nootrope che stimolano l’attività mentale e che si basano su principi psicoattivi legali o che aggirano i divieti delle leggi.

NB: La comprensibilità di smart drink, a sua volta, si appoggiava al preesistente e consolidato drink, ma anche a locuzioni come soft drink, long drink ed energy drink che erano comprensibili e diffuse.

Nel 1994 sono poi arrivate le smart card, le carte elettroniche o magnetiche “intelligenti” perché dotate di un microprocessore che le rende di volta in volta un identificativo per servizi a pagamento.

NB: A sua volta, card non è un prestito isolato, circola da solo e anche in moltissimi in composti come credit card, businnes card, card collection – cioè le figurine –, e-card, fidelity card, inlay card, memory card, sim card, social card, wild card

automobile SmartNel 1996 arriva lo smartphone, il telefono intelligente, spacciato come “prestito di necessità” da chi non sa fare altro che compiacersi nel ripetere l’inglese a pappagallo, ma che avremmo potuto adattare per esempio in smarfono, o magari reinventare con furbofonino, una riformulazione che inizialmente circolava come un’alternativa, anche se non ha mai attecchito, davanti al “dio” inglese. Nello stesso anno, a rendere popolare la diffusione di smart ha poi contribuito un accidente extralinguistico: è arrivata la denominazione commerciale dell’omonima diffusissima automobile della Mercedes, tecnicamente acronimo di Swatch-Mercedes ART, ma giocata sul significato di smart inglese: raffinato, intelligente, ormai sempre più divenuto sinonimo di tecnologico, ed entrato nella disponibilità di tutti.

Quest’ultima è oggi l’accezione prevalente: smart è qualcosa di intelligente e tecnologico allo stesso tempo (intelligente perché tecnologizzato).

In questo modo, nel 2007 si è cominciato a parlare di smart grid, cioè le reti intelligenti (ma grid = griglia non è un prestito isolato, si appoggia ai già circolanti grid computing, 2002; grid girl, le  ragazze immagine delle squadre o team automobilistici, alle griglie di partenza, 2003); nel 2008 sono arrivate le smart city (ma city si ritrova anche in city airport, city bike, city card, city magazine, city manager, city safety, city tax…); nel 2009 gli smartglass (gli occhiali potenziati, ma anche i vetri fotocromatici); nel 2010 la smart tv; nel 2013 gli smartwatch (e la popolarità di watch, era a sua volta in relazione con il celebre marchio di orologi Swatch) e anche lo smart working (ma il lavoro era già virato verso l’inglese work attraverso e-work, e-worker, worhaolic, work in progress, workshop, workstation, co-working…).

A questo punto le cose sono più chiare: smart ormai vive di vita autonoma, anche da solo (es. “Dati sanitari e startup. Così l’assistenza è smart”, Corriere della Sera 27/03/2019), perché è stato veicolato da tutte queste relazioni tra anglicismi, e si è ritagliato il suo significato specifico, si è acclimatato o sedimentato in italiano con un’accezione un po’ diversa dal significato originario inglese. Liquidare questa storia dicendo che è un semplice “prestito”, cui si ricorre per mancanza di proprie parole (necessità) o per “lusso”, è riduttivo, miope e falso.

L’anglicizzazione dell’italiano si basa su storie come questa, non sui singoli prestiti isolati. Di esempi se ne possono fare migliaia, e in altri articoli ho già ricostruito la storia dei composti di baby, che è ormai un prefissoide che genera innumerevoli espressioni e riconiazioni all’italiana, ma vale anche per la storia di room, quella di manager, oppure di food… E mentre l’economia sta diventando economy, dobbiamo cominciare a studiare non le singole parole in inglese, ma le relazioni tra di loro e in che modo la rete degli anglicismi sta colonizzando il nostro lessico.


Due terzi degli anglicismi sono locuzioni o parole composte

Uno dei dati più eclatanti che si ricavano dalla raccolta degli oltre 3.600 anglicismi che ho classificato nel dizionario delle alternative AAA è che circa i due terzi delle espressioni inglesi entrate nella nostra lingua sono locuzioni (a oggi ne ho raccolte 1.395) – come access point, baby boom, car sharing e via dicendo – oppure parole composte da due radici che per la maggior parte sono a loro volta prolifiche. Per esempio, tra i composti di back si trovano: backup, background, backgammon, backdoor, backstage, back to school, back cover, back end, back office, flashback, playback e altre ancora.
Il punto è che anche le radici dei secondi elementi di queste espressioni si ricombinano quasi sempre con altre parole, e nel caso dell’ultimo esempio (playback) a sua volta play – oltre a vivere da solo (il tasto play, l’avvio o accensione) – si ritrova in fair play, long play, playboy, playgirl, playlist, playmaker, playoff, playstation, plug and play… senza contare che è la radice di parole sempre più frequenti come per esempio player.

Scorrendo le liste degli anglicismi – nel dizionario AAA, ma anche nei normali dizionari digitali – salta all’occhio in modo palese che non sono “prestiti” isolati, ma sono in larga parte raggruppabili in famiglie e si ricombinano in modo sempre più ampio dando vita anche a moltissimi semiadattamenti che di solito sfuggono ai conteggi automatici dei dizionari digitali. Da computer si passa a computerizzare, computerizzato, computerizzazione… parole che si aggiungono agli anglicismi crudi, e che violano le nostre regole di pronuncia e di scrittura. Allo stesso modo sono in aumento verbi come whatsappare, twittare, googlare, friendzonare, stalkerare e altri derivati in “ista” (fashionista, deskista, surfista), “ato” (glitterato, flashato, pixelato), “ismo” (scoutismo, gangsterismo, snobismo) e molti altri modi ancora (instagrammabile, hobbystica, holliwoodiano, killeraggio, rockettaro, scooterino…).

L’interferenza dell’inglese, in altri termini, non può essere paragonata all’interferenza delle altre lingue, né per numero, né per profondità. Se scorriamo la lista dei circa 1.000 francesismi non adattati riportati dai dizionari, ci accorgiamo che, salvo casi sporadici, non esistono né famiglie di parole, né ricombinazioni di radici che violano le nostre regole, né derivazioni semiadattate; al contrario, fuori dai forestierismi crudi, prevalgono gli innumerevoli adattamenti, italianizzazioni o calchi che terminano per esempio in -ismo, -ista, -aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio), -zione (rifrazione, presunzione), -izzare (razionalizzare, scandalizzare) e -ficare (elettrificare). Queste derivazioni da radici francesi sono perciò ben assimilate, e rendono l’origine francese irriconoscibile, al di là dell’etimo storico. Ho già mostrato le profonde differenze tra l’interferenza dell’inglese e quella del francese, e questa ulteriore diversità è indicativa per comprendere che l’invasione dell’inglese è più grave e molto più estesa.

Lo stesso vale per lo spagnolo, per il tedesco, per il giapponese e per le numericamente irrilevanti parole di provenienza da altre lingue: in nessun caso si registra qualcosa di equiparabile a quanto avviene nel caso dell’inglese. La categoria del “prestito linguistico”, nonostante i suoi limiti, può essere utile per comprendere l’interferenza delle altre lingue, ma nel caso degli anglicismi siamo in presenza di qualcosa di devastante, che va oltre e non si può ricondurre alla somma dei prestiti. È un fenomeno di emulazione e di ricombinazione molto più complesso e di ben altra portata.

Mentre molti linguisti continuano a liquidare tutto con la categoria dei prestiti, magari discutendo se una singola parola sia di lusso o di necessità, non si accorgono della valanga che sta precipitando sulla nostra lingua e che ci seppellirà, se non cambiamo atteggiamento.

 

PS
Per chi sarà al Festival della lingua italiana di Siena (5-7 aprile 2019) parlerò di questi temi:
il 6 aprile alle ore 17 presso la Libreria Palomar insieme a Stefano Jossa: “La LINGUA italiana. Bella e da difendere?” (introduce Massimo Marinotti, coordina Leonardo Luccone);
il 7 aprile alle ore 10.15 presso la Biblioteca degli Intronati insieme a Fabio Pedone: “In punta di LINGUA. Traduzione e creatività” (modera Simona Mambrini).

parole in cammino siena

Qui il programma completo.

 

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Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese

Davanti all’odierna anglicizzazione dell’italiano, circola un luogo comune molto in voga tra i “negazionisti” non preoccupati per la sorte della nostra lingua. È un argomento che si sente spesso e qualche giorno fa, davanti alle preoccupazioni che esprimevo, mi è stato riproposto al Tg2 Italia da Dario Salvatori: ciò che oggi accade con l’inglese in passato è già accaduto con il francese.

Fino ai primi del Novecento era infatti il francese a essere la lingua di moda, il modello culturale internazionale di prestigio cui guardavamo e da cui importavamo. Eppure, nonostante gli allarmismi del passato, la lingua italiana è sopravvissuta e ha saputo ben sopportare e superare questa “invasione”. Dunque anche oggi, davanti al massiccio ricorso all’inglese, non c’è da preoccuparsi troppo. Si tratta di una “moda” che passerà: con il tempo l’italiano avrà la meglio e, come è avvenuto in passato, assimilerà o abbandonerà i sempre più numerosi forestierismi non adattati.

Questa tesi non è però fondata sui fatti. Tra il fenomeno accaduto all’epoca del francese e ciò che accade oggi con l’inglese ci sono delle differenze profonde a abissali, e ogni paragone da cui trarre rassicuranti previsioni sul futuro non mi pare fondato.

 

1) Il numero degli anglicismi di oggi non è paragonabile a quello dei francesismi di ieri

La prima importante differenza sta nei numeri, e non è una cosa da poco, né da sottovalutare. Basta sfogliare i dizionari di inizio Novecento per rendersene conto: non registravano affatto migliaia di francesismi.
Naturalmente, i criteri dei vocabolari dell’epoca erano molto più “puristici” e molto meno aperti ad accogliere i forestierismi, rispetto a oggi. Ma anche sfogliando gli elenchi dei “barbarismi” banditi in epoca fascista risulta evidente che il fenomeno non è paragonabile da un punto di vista quantitativo. Nel “Bollettino di informazioni della Reale Accademia d’Italia”, che aveva lo scopo di stilare le parole straniere “vietate” affiancate dai sostitutivi italiani indicati dal regime, le parole bandite erano in totale circa 500 (l’elenco fu anche pubblicato sul Corriere della Sera del 21 giugno 1941), e comprendevano soprattutto francesismi, ma anche anglicismi e parole di altre lingue. Era una questione di principio e di orgoglio nazionale, più che di effettivo pericolo per la nostra lingua.

Andando a scartabellare opere ancora più specialistiche, si può citare la più celebre: Barbaro dominio. Processo a 500 parole esotiche di Paolo Monelli (Hoepli 1933), dove i numeri erano gli stessi. Successivamente questo lavoro fu ampliato in una seconda edizione del 1943: Seicentocinquanta esotismi esaminati, combattuti e banditi dalla lingua. Ma ancora una volta, questi numeri non riguardavano solo il francese, i gallicismi in queste opere erano poco più della metà, e dunque erano circa il 10% delle circa 3.500 parole inglesi accolte nei dizionari monovolume del nuovo Millennio. Perciò c’è una bella differenza, almeno di un ordine grandezza! Lo si può vedere nel grafico che ho provato a ricostruire sulla base delle marche e delle datazioni del Devoto Oli 2017.

Anglicismi entrati storicamente
Le datazioni e il numero di francesismi, ispanismi e anglicismi non adattati nel Devoto Oli 2017.

 

2) La rapidità di penetrazione dell’inglese non ha precedenti storici

In questo confronto tra ciò che è accaduto oggi e ciò che accadeva all’inizio del secolo scorso non bisogna poi trascurare la rapidità dell’aumento delle parole inglesi: tutto è avvenuto nell’arco di 80 anni.

L’interferenza del francese, al contrario, è stato un fenomeno plurisecolare, che ci ha influenzati sin dalle origini del volgare, quando si guardava agli esempi letterari della lingua d’oil, l’antenata dell’odierno francese, che finì per affermarsi a Parigi e avere la meglio su quella d’oc, il provenzale diffuso al sud della Francia che si ritrova anche nel linguaggio di Dante. Di lingua francese erano anche i Normanni che ancor prima si erano stanziati nell’Italia meridionale e in Sicilia. Poi, su questi antichi sostrati si sono innestati migliaia di francesismi successivi (ma perlopiù adattati, non “crudi”), che risalgono sia alle epoche in cui siamo stati invasi militarmente e dominati politicamente, sia al periodo in cui la Francia era la nazione più importante di tutta l’Europa e la sua egemonia culturale e linguistica era un punto di riferimento per tutti: l’Illuminismo, la Rivoluzione, l’età napoleonica e la Belle Époque terminata con lo scoppio della Prima guerra mondiale.

Nel caso del’inglese, invece, fino alla seconda metà dell’Ottocento gli anglicismi erano quasi assenti dalla nostra lingua. Solo alla fine del secolo hanno cominciato a penetrare in modo non preoccupante. Se nelle opere come Barbaro dominio erano ancora molto contenuti rispetto al francese, ciò che è avvenuto dopo la Liberazione non ha precedenti, nella storia della nostra lingua.

Di seguito riporto una tabella tratta da Diciamolo in italiano con l’entrata per epoca degli anglicismi non adattati secondo le marche di tre importanti dizionari. Nella prima colonna quelli prima dell’Ottocento, nella seconda quelli del XIX secolo, e nella terza quelli del XX secolo (ma il Sabatini-Coletti, DISC, utilizzato si ferma al 1997).

aumento anglicismi in zingarelli devoto oli sabatini coletti
Gli anglicismi non adattati entrati per epoca (fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 81). Tra parentesi sono riportati i numeri grezzi che si ricavano da ognuna delle tre opere.

In sintesi, nel corso del Novecento sarebbero entrati 2.000/2.300 anglicismi, stando ai vocabolari monovolume, ma i dizionari che si occupano specificatamente di parole straniere indicano cifre ancora più alte. E la gran parte di questi sono entrati nella seconda metà del secolo!


3) Il francese è stato italianizzato, l’inglese non si italianizza

Nel corso dei secoli abbiamo importato e adattato dal francese un numero di parole enorme, per esempio la maggior parte dei calchi che terminano in -ismo, -ista, -aggio (illuminismo, materialista, libertinaggio), -zione (emozione, rifrazione, presunzione), -izzare (razionalizzare, scandalizzare) e -ficare (elettrificare). Persino i colori blu e marrone sono adattamenti di bleu (da noi c’era il celeste o il turchino) e marron (il colore della castagna). I meno di 1.000 francesismi non adattati registrati nei dizionari contemporanei, dunque, sono solo la punta del “banco di ghiaccio” (o dell’iceberg, se preferite), perché tutto il resto è ormai assimilato e italianizzato al punto che l’etimo francese è persino scomparso dai dizionari, in qualche caso, per esempio in quello di “precisazione” che ai tempi di Leopardi “muoveva le risa”, nel suo apparire brutta e barbara.

Il prossimo grafico mostra il rapporto tra forestierismi adattati e non adattati secondo le marche del Devoto Oli 1990, e come si può notare, mentre per il francese (ma anche per lo spagnolo e il tedesco) il rapporto tra parole adattate e non adattate appare “sano”, e cioè per la maggior parte sono state adattate, nel caso dell’inglese è invece assolutamente sbilanciato e “malato”: le parole crude sono molto di più di quelle italianizzate!

forestierismi adattati e non del devoto oli
Le parole straniere adattate e non adattate nel Devoto Oli 1990 (fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 86).

Come si può notare facilmente, nel 1990 l’interferenza del francese era ancora superiore, complessivamente,  a quella dell’inglese, anche se il numero degli anglicismi non adattati era di gran lunga maggiore. Negli anni seguenti, però, i rapporti che si ricavano dalle analisi etimologiche si sono invertiti, e se si guarda il grafico successivo ricostruito sulle marche del Gradit 1999 (il dizionario a volumi curato da Tullio De Mauro), la situazione si è ribaltata: nel 1999 l’interferenza dell’inglese ha superato quella plurisecolare del francese! E i francesismi erano per il 70,5% adattati, contro solo il 31,6% degli anglo-americanismi, che per il 68,4% mantenevano la propria forma inglese.

forestierismi adattati e non nel GRADIT
Le parole straniere adattate e non adattate nel Gradit 1999 (fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 87). In numeri assoluti: 6.292 anglicismi (1.989 adattati + 4.303 non adattati), 4.982 francesismi (3.517 ad. + 1.465 non ad.), 1.055 ispanismi (792 ad. + 263 non ad.), 648 germanismi (360 ad. + 288 non ad.).

La crescita dell’inglese è aumentata ancora di più nell’edizione del Gradit del 2007, tanto che lo stesso De Mauro (a quei tempi ancora fermo sulle sue posizioni “negazioniste”) aveva dovuto ammettere:

Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del GRADIT mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale.

[Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana: dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Bari-Roma 2016, p. 136].

Di seguito un grafico che raffronta gli anglicismi del Gradit 1999 e del 2007, da cui si evince sia l’aumento delle parole sia la crescita della sproporzione tra adattati e non adattati.

aumento anglicismi nel Gradit
Le parole straniere adattate e non adattate nel Gradit 1999 (fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 88).

Secondo Arrigo Castellani (cfr. “Morbus anglicus”, 1987) la ragione di questa differenza tra l’adattamento del francese e il non adattamento dell’inglese risiedeva anche nell’affinità strutturale delle due lingue:

L’influsso del francese sull’italiano nel periodo che ha preceduto la valanga anglo-americana è stato indubbiamente forte. Ma le parole ed espressioni francesi sono state per lo più assimilate senza grossi traumi, data la vicinanza tra le due lingue. La maggior parte dei gallicismi moderni dell’italiano sono fusi col resto della lingua, non si riconoscono più.

Questa affinità è indubbia, visto che il francese è lingua neolatina molto più vicina alla nostra, ma non credo sia una ragione sufficiente. Nulla, infatti, ci vieterebbe di italianizzare l’inglese e dire per esempio smarfono anziché smartphone o guglare invece che googlare, né di creare calchi e traduzioni invece che ricorrere all’inglese crudo. Nulla ci vieterebbe anche di pronunciare all’italiana parole come club o summit, come abbiamo sempre fatto, e come fanno normalmente in Francia (dove si dice “futbòl” e “campìng”) o in Spagna (dove si dice “uìfi” al posto di wi-fi e “puzle” al posto di “pasol”). E allora le ragioni dei mancati adattamenti non credo si possano spiegare solo con l’affinità tra le lingue. Il punto è che ci vergogniamo di storpiare l’inglese,  che consideriamo “sacro” e superiore alla nostra lingua, e dobbiamo ostentarlo. Ormai pronunciamo sempre più spesso USA all’americana, mentre in Spagna e Francia si chiamano EU (rispettivamente Estados Unidos e États-Unis), così come avviene per le altre sigle: gli ufo sono ovni (Oggetti Volanti Non Identificati) e l’aids è sida (Sindrome da ImmunoDeficienza Acquisita).

Ma c’è di peggio. Non solo importiamo senza adattare, non solo pronunciamo all’americana, viceversa facciamo diventare inglesi le nostre parole (un adattamento al contrario!), e così diciamo tutor e vision invece di tutore e visione, in televisione passa comedy invece di commedia, nelle pubblicità limited edition invece di edizioni limitate, nell’informatica downloadiamo invece di scaricare, in politica il presidente del consiglio diventa premier, nel linguaggio istituzionale si varano act e si introducono tax, sui giornali killer e pusher sostituiscono assassino e spacciatore, e parole come elaboratore e calcolatore le abbiamo messe in cantina perché ormai si dice solo computer. Tutto questo non dipende dall’affinità delle lingue, le cause sono ben altre. E il risultato è che ormai la metà dei neologismi del nuovo Millennio si esprime in inglese crudo e la nostra lingua non sa più coniare nuove parole sue per esprimere le cose nuove.


4) il francese era un fenomeno elitario, l’inglese è di massa

C’è poi un’altra grande differenza tra l’interferenza ai tempi del francese e quella di oggi dell’inglese, come aveva già osservato acutamente Arrigo Castellani:

“Il francese ha agito sulla lingua della borghesia”, mentre oggi il fenomeno è di massa, “la differenza è principalmente qui”.

Castellani aveva ragione, nel 1987, a scrivere queste cose, ma oggi si deve dire molto di più, alla luce di quanto è accaduto e sta accadendo.

Sia il francese di ieri sia l’inglese di oggi hanno una comune radice sociolinguistica elitaria, sono cioè un modo di esprimersi che distingue la nostra classe dirigente che si pone attraverso i forestierismi su un altro piano, rispetto alle masse. Ma con l’avvento della Rete la distinzione tra masse e professionisti ha cessato di essere nettamente separabile. Se da una parte il ricorso all’inglese, e il suo abuso scriteriato, oggi caratterizza il linguaggio dei mezzi di informazione o della politica, dall’altra parte le masse si sono appropriate della Rete e hanno prodotto milioni di pagine scritte dalla gente comune che imita e prosegue gli stessi modelli attraverso siti personali che funzionano da “ripetitori” (blog, riviste in rete e giornalettismi, reti sociali, tronisti virtuali e persone comuni che diventano influenti/influencer). Questo fenomeno sociale si basa sull’emulazione dello stesso stile e linguaggio dei mezzi di informazione ufficiali, che a loro volta ricalcano il linguaggio della Rete in un circolo vizioso. Tutto ciò contribuisce all’emergere di una nuova lingua, ormai diventata itanglese, in cui i modelli dall’alto si fondono con quelli dal basso. Mentre dall’alto accade che si anglicizzi il linguaggio istituzionale, quello del lavoro, della scienza, della tecnica, dell’economia, dell’informatica (e questo nel caso del francese non è mai accaduto), dal basso arriva la “lingua dell’ok”, quella popolare, del rock e della musica, dei fumetti (oggi sempre più comic, strip, cartoon, graphic novel), dei videogiochi, dei film i cui titoli non si traducono più, dei prodotti di largo consumo… E su questo terreno si innesta anche la forte pressione dell’espansione delle multinazionali e dei mercati che esportano la propria nomenclatura insieme alle loro merci in un nuovo colonialismo, anche linguistico, basato sull’angloamericano.

Tutto ciò non è liquidabile come una semplice moda passeggera, e non è paragonabile nemmeno lontanamente a quanto avveniva nei primi del Novecento. A quei tempi il francese aveva raggiunto il clou, era chic e à la page, con il suo particolare charme. Era la lingua d’élite, del bon ton, del savoire-faire, e tra i tantissimi vocaboli non adattati ci ha trasmesso molti di quelli legati al costume (da toilette a bidet), alla gastronomia (bignè, ragù, omelette) o alla moda (collant, décolleté, foulard, gilet, papillon, tailleur). Ma fuori dalla moda (che però oggi si esprime sempre più in inglese) il francese non ha mai colonizzato interi settori come oggi accade con l’inglese nell’informatica, nel lavoro, nell’economia, nella scienza, nella tecnologia, nella musica…

Quello che sta accadendo alla nostra lingua non è un fenomeno superficiale e di moda, è una strategia dell’evoluzione dell’italiano che ci sta portando verso l’itanglese.

Chi pensa che se siamo sopravvissuti alla moda del francese sopravvivremo anche alla moda dell’inglese lo fa senza cognizione di causa e racconta una favola che non si fonda sui fatti. Chi si basa su questi ragionamenti induttivi rischia di fare la fine del tacchino di Russell, che poiché ogni giorno riceveva da mangiare all’ora di pranzo, era convinto che sarebbe avvenuto sempre così. Ma il giorno del Ringraziamento, all’ora di pranzo,  fu il tacchino a trovarsi sul desco di chi lo aveva sempre nutrito.

Interferenza linguistica dell’inglese: dal prestito all’emulazione

L’interferenza linguistica è il risultato della pressione di una lingua nei confronti di un’altra. Quando è intensa e prolungata nel tempo può portare a cambiamenti profondi del sistema linguistico che la subisce, soprattutto se l’influenza è esercitata da una lingua dominante, più forte, che gode di un prestigio economico-sociale maggiore e internazionale.

Questi cambiamenti si possono limitare al lessico, cioè alle parole straniere che entrano nel vocabolario, oppure possono essere più profondi e coinvolgere anche la sintassi (cioè la struttura delle frasi). Nei casi più gravi la lingua più debole si può ibridare sempre più fino a scomparire ed essere rimpiazzata dalla lingua dominante.

Questo è il quadro che bisogna tenere presente per comprendere e misurare l’interferenza dell’inglese sull’italiano.

interferenza linguistica
Immagine tratta da: https://www.lavocedeltrentino.it/2018/03/14/cunevo-tre-incontri-con-gsh-sulla-comunicazione-aumentativa/

La buona notizia è che, attualmente, l’influsso dell’inglese sulla nostra sintassi è ben poca cosa. Alcuni linguisti hanno notato per esempio il diffondersi di espressioni come vota per il tal partito invece di vota il tal partito, per l’influenza dell’inglese vote for. Si può registrare anche la tendenza a usare frasi come pensa positivo invece di positivamente (gli aggettivi riferiti al verbo invece dell’avverbio) oppure l’accostamento di due nomi come aereo spia, batterio-killer, l’inversione all’inglese di qualche accostamento tra aggettivo e nome: baby-spacciatore invece di spacciatore baby, il papa pensiero, o le espressioni con il no anteposto, per esempio no panico invece di no al panico. Ma esempi come questi non rappresentano un segnale di mutamento significativo del nostro modo di parlare.

Lo stesso non si può invece dire del lessico, dove le cose appaiono molto più preoccupanti. Negli ultimi decenni, la quantità di anglicismi che abbiamo importato ha superato abbondantemente i livelli di guardia, per il numero di parole in circolazione e per la frequenza d’uso sempre più alta non solo negli ambiti settoriali, ma anche nel linguaggio comune.

Il prestito linguistico: una categoria vecchia, debole e contestata

Le parole straniere, i forestierismi (o esotismi, xenismi e stranierismi), in linguistica vengono anche definiti prestiti, un concetto che in tanti hanno criticato – compreso il Devoto Oli: “il termine è improprio perché ne esula qualsiasi riferimento a una presunta restituzione” –, ma che nessuno vuole abbandonare.

“Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non è obbligata a restituirlo” notava Gian Luigi Beccaria già negli anni Ottanta.

[Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241].

Marcello Aprile ha osservato che “quando una parola entra, può fare di tutto – radicarsi, cambiare significato, estinguersi – ma non viene ‘restituita’” (Dalle parole ai dizionari, il Mulino, 2005,p. 83).
Paolo Zolli scriveva: “Vocabolo infelice e impreciso, ma ormai comunemente accettato nella terminologia linguistica internazionale” (Le parole straniere, Zanichelli, 1976, p. 1).
Salvatore Sgroi ha parlato di “doni”, rifacendosi a un’osservazione di Mario Alinei per cui al massimo si tratterebbe “di acquisizioni, o di veri e propri regali”, e ha suggerito di parlare di “voci importate”.

prestiti linguistici a senso unico

Credo, però, che il “prestito” non sia solo un “vocabolo infelice e impreciso”, ma una vera e propria categoria, cioè un modo non innocente di interpretare le cose all’interno di una teoria. Questo modello esplicativo non basta per rendere conto dell’interferenza dell’inglese del nuovo Millennio. Non siamo di fronte a una manciata di “prestiti” come avviene per esempio nel caso dello spagnolo, del tedesco, del giapponese o delle altre lingue. Non siamo di fronte all’interferenza del francese che ci ha influenzati per secoli ma che è stato assimilato e adattato, non ci ha snaturati con migliaia e migliaia di parole “crude” e non adattate, le sole di cui valga la pena di preoccuparsi. Siamo di fronte a un fenomeno ben più profondo, rapido e grave dove le radici inglesi prendono vita e si ricombinano tra loro in tutti i modi, e dove il tutto non è più semplicemente riconducibile alla somma delle parti.

Come notava Paolo Zolli,

il prestito “è legato a fattori extralinguistici: rapporti culturali (nel senso più ampio del termine), scambi economici, invasioni militari sono all’origine di esso ed è quindi ovvio che il passaggio da una lingua all’altra sarà tanto più facile e frequente quanto più stretti saranno i rapporti tra le popolazioni parlanti quelle lingue”.

[Le parole straniere, Zanichelli, 1976, p. 1].

Oggi, in Italia, l’inglese è considerato di prestigio, superiore, è un modello culturale da emulare, un tratto distintivo sociolinguistico della nostra classe dirigente (cfr. Le cause dell’inglese) che sempre più spesso viene emulato dalle masse. Non ricorriamo all’inglese perché ci manca una parola, ma perché non vogliamo più tradurre, adattare o coniarne di nostre. Siamo soggiogati dall’angloamericano, e affascinati dal farci soggiogare, per motivi extralinguistici.

E allora più che di singoli prestiti bisognerebbe parlare di emulazioni.

Dal prestito all’emulazione

lingua inglese
Immagine tratta da: http://www.giornaletrentino.it/cultura-e-spettacoli/l-itanglish-uccide-la-lingua-italiana-bisogna-reagire-1.1216584

Quando un politico introduce il jobs act o il navigator, che in inglese esistono ma non hanno prevalentemente il significato attribuito in Italia, non prende in prestito qualcosa, esprime cose nuove con neologismi che suonano in inglese, in altre parole ricorre a emulazioni o reinvenzioni dal forte potere evocativo-connotativo.
Quando nel mondo del lavoro si parla di mission e di vision lo si fa per distinguersi ed elevarsi attraverso l’inglese vissuto come modello superiore, e missione e visione  vengono volutamente estromesse dalla comunicazione.
Quando i marchi italiani assumono denominazioni anglofone come Autogrill, Slow Food o Eataly lo fanno nella convinzione che essere internazionali significhi sottostare al monolinguisimo basato sull’inglese (esattamente come Walkman è un marchio della giapponese Sony) invece che puntare a esportare la nostra lingua insieme alle  nostre eccellenze, come è accaduto per esempio a parole come espresso e cappuccino.
Quando parliamo di mobbing dobbiamo tenere presente che nei Paesi anglofoni non ha il significato che gli diamo noi: è stato coniato negli anni Settanta dall’etologo Konrad Lorenz per descrivere l’atteggiamento aggressivo con cui alcuni animali escludono un membro dal gruppo, ed è questo il significato prevalente.

E allora come si spiegano questi esempi all’interno della teoria del prestito?

Davanti al pullulare di pseudoanglicismi come pile, slip, footing, autostop, smoking, beauty case e tanti altri siamo davanti a emulazioni, a parole che suonano inglesi, anche se non lo sono. È questo l’importante. In questo suono si esaurisce tutto lo spirito che le origina e le diffonde: l’apparire inglesi – quindi di prestigio e di moda, nuove e internazionali – anche se non lo sono affatto.

Ha  senso liquidare la faccenda con l’etichetta di “prestiti apparenti”?

Parlare di emulazioni mi pare molto più proficuo anche per rendere conto delle numerosissime decurtazioni all’italiana: diciamo basket (cesto) invece di basketball (pallacanestro), social (sociale) invece di social network, e spending invece di spending review, con il curioso risultato di dire il contrario di quel che vorremmo (cioè spesa invece di revisione o taglio).
Spesso importiamo solo uno dei tanti significati, e gli attribuiamo un senso che non esiste necessariamente in inglese. Fare shopping, per esempio, da noi diventa l’andar per vetrine alla ricerca di beni di lusso o per la persona, ma in inglese indica l’acquistare qualunque cosa, anche il fare la spesa al supermercato. Tablet in italiano diventa un tecnicismo monosignificato per indicare un dispositivo portatile, ma in inglese è più genericamente una tavoletta, una lastra, persino una pastiglia. In questi processi di reinvenzione, come ha osservato Roberto Gusmani, i “prestiti” non sono semplici aggiunte di parole al nostro vocabolario, e ogni entrata ridefinisce tutta l’area semantica delle parole collegate in un processo di acclimatamento o di sedimentazione in cui la parola straniera assume un nuovo significato, con un nuovo valore sia nei confronti della lingua di provenienza, sia nei confronti delle parole autoctone già esistenti (cfr. Saggi sull’interferenza linguistica, seconda edizione accresciuta, Le Lettere, 1993).

Quando pronunciamo all’inglese la parola stage, che è francese, stiamo compiendo un’emulazione fonetica. Jobs act e navigator sono emulazioni evocative, beauty case o footing (pseudoanglicismi) sono emulazioni creative, che pescano da radici inglesi reinventate. Altre volte le emulazioni sono più ortodosse e corrispondono effettivamente a espressioni importate, come il question time preso “in prestito” dalla tradizione inglese senza tradurlo e senza adattarlo, per emulazione, scegliendo di dirlo in inglese, invece di chiamarlo per esempio “l’ora delle domande” come fanno in Svizzera. E poi ci possono essere emulazioni tecniche, come lo smartphone, che non abbiamo voluto tradurre né adattare (avremmo potuto anche chiamarlo smarfono, teoricamente). Altre volte ci sono emulazioni culturali, che consistono nell’importare senza adattamenti la terminologia contenuta nelle teorizzazioni di area angloamericana, come il brainstorming, che in spagnolo è invece stato tradotto con pioggia di idee (lluvia de ideas), e in francese con spremi-meningi (remue-méninges) o come la token economy (economia dei gettoni) utilizzata come strumento motivazionale all’interno di teorie psicologiche o dell’apprendimento, che entra nella lingua degli addetti ai lavori insieme alla teoria che la contiene.

E poi ci sono le emulazioni forzate o indotte, che consistono nel recepire l’inglese esportato dalle multinazionali che si espandono, per cui siamo costretti a utilizzare leasing invece di locazione finanziaria, perché questo è il termine basato sul diritto internazionale che ci impongono i colossi del mercato. O più semplicemente ripetiamo download invece di scaricamento perché è ciò che leggiamo nei programmi maltradotti che ci passa il convento o sulle scatole dei prodotti che ci vendono. Da queste parole poi creiamo downloadare, computerizzare o chattare, dai nomi dei prodotti e delle aziende nascono googlare, whatsappare, twittare, youtuber e altre centinaia di derivazioni dalle radici inglesi: fashionista, clownesco, gangsterismo, killeraggio. Questi non sono “prestiti”, sono un fenomeno di ibridazione lessicale dove la struttura italiana si mescola alle radici inglesi in neologie semiadattate. Sono nostre emulazioni mistilingui che non appartengono ai linguaggi settoriali, sono nella lingua di tutti i giorni. Così, l’emulazione, sempre più massiccia, travalica le parole singole, i singoli prestiti, e riguarda ormai una rete di radici che si ricombinano tra loro autonomamente e si estendono nel nostro lessico come qualcosa di vivo e di estraneo.

Dall’emulazione delle singole parole a una rete sempre più fitta di anglicismi interconessi

rete di parole inglesi

L’emulazione sta portando la nostra lingua a esprimere tutto ciò che è nuovo in un inglese vero o reinventato, e le conseguenze sono che gli anglicismi si identificano sempre più con i neologismi: il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese e l’italiano è sempre meno capace di evolvere senza ibridarsi e mantenendo la propria identità morfologica. Questa colonizzazione lessicale non ha precedenti nella nostra storia, per dimensioni e per rapidità, ed è dovuta a una nostra interna strategia di emulazione. La “strategia degli etruschi” che si sono sottomessi alla romanità fino ad esserne assorbiti.

Uno dei dati più interessanti che emergono dalla classificazione degli oltre 3.600 anglicismi che circolano nella nostra lingua inclusi nel dizionario AAA è che ci sono circa 1.400 locuzioni, e se si aggiungono anche le tantissime parole composte – back si ritrova in backup, background, playback, flashback, quarterback, backgammon, backdoor, backstage… – circa i 2/3 degli anglicismi in circolazione sono formati da radici che abbiamo assimilato e che si ricombinano tra loro in tutti i modi con un effetto domino. La maggior parte di questi composti formativi è ormai nella nostra disponibilità ed è a sua volta prolifico. Le radici inglesi sono diventate i nuovi modelli per la coniazione dei neologismi che un tempo si formavano dalle radici greche e latine (termosifone, calorifero…). Ho già analizzato i casi come le formazioni che derivano da baby che dà origine a una quantità di parole che non è più possibile contare, è diventato un suffissoide. Lo stesso avviene per manager, per food e per tantissime altre parole.
Le mie analisi trovano conferma anche nelle preoccupazioni di Valeria della Valle che nel suo recentissimo lavoro sui neologismi dell’ultimo decennio (realizzato con Giovanni Adamo) ha denunciato che sui giornali “sono apparse 15 nuove parole composte da ‘food’ e solo 2 da ‘cibo’; hanno fatto il loro ingresso 17 termini con ‘gender’ contro 13 con ‘genere’, stessa cosa per ‘smart’, che ha la meglio sulla sua traduzione italiana, ‘intelligente’.”

Questo è il nuovo fenomeno del nuovo Millennio. Questa è oggi l’interferenza dell’inglese: dai singoli prestiti siamo passati a modelli generativi basati sull’emulazione. La rete degli anglicismi interconessi è sempre più fitta e si espande nel nostro lessico che si ibrida e regredisce scivolando giorno dopo giorno verso l’itanglese. Questo fenomeno non ha nulla a che fare con gli anglicismi effimeri che scompaiono dopo essere passati di moda, sta portando a neoformazioni che utilizziamo ogni giorno, le radici inglesi diventano modelli prolifici che si moltiplicano e che si trasmettono sempre più alle generazioni successive.

Rimanere fermi alle categorie ingenue del “prestito” significa non comprendere cosa sta accadendo, e non avere gli strumenti e le categorie culturali per interpretare l’italiano di oggi e dove stiamo andando.

Anglicismi e neologismi

Per descrivere le cose nuove e per rendere conto delle nuove esigenze, una lingua viva deve evolvere e coniare nuove parole. In questi cambiamenti, l’evoluzione può attingere dal proprio patrimonio linguistico autonomo oppure trarre spunto da parole straniere (alloglotte).

albero delle parole
Immagine tratta da: https://mauropresini.wordpress.com/2015/12/23/gatti-e-bigatti/

Venendo per esempio ai neologismi del nuovo Millennio una parola come autoeditoria è una coniazione autonoma per indicare il fenomeno dell’autopubblicazione dei libri con le nuove tecnologie, mentre una parola come badante, dal verbo badare, si trasforma in un sostantivo per indicare una nuova figura professionale.

Se invece si guarda fuori dall’italiano non è affatto necessario importare in modo “crudo” senza adattamenti, i modelli si possono anche “tradurre” attraverso calchi, cioè parole che ricalcano modelli stranieri, che possono essere strutturali (o formali) come pallacanestro da basketball, fine settimana da weekend, grattacielo da skyscraper o ancora bistecca da beefsteak. In altri casi i calchi sono detti semantici, quando una parola acquisisce un nuovo significato per l’influsso di un forestierismo, per esempio angolo diventa anche sinonimo di calcio d’angolo sul modello di corner, realizzare assume anche il significato di comprendere qualcosa, e non solo di costruire, per influsso di to realise, e singolo diventa anche scapolo, e non più solo unico, per l’influenza di single.

Queste strategie implicano l’italianizzazione delle nuove voci, che pur sotto l’interferenza dell’inglese, mantengono l’identità della nostra lingua: non violano il nostro modo di pronunciare e scrivere i lessemi secondo le nostre regole, in altre parole non sono “corpi estranei” come li chiamava Arrigo Castellani.

Naturalmente c’è anche la possibilità di importare una parola straniera non adattata, integrale o cruda, cioè così com’è, per esempio self publishing invece di autoeditoria o caregiver (assistente familiare) così simile a badante, da cui eravamo partiti.

Quando, davanti all’esplosione incontrollata delle parole inglesi, ci dicono che l’evoluzione della lingua è un fenomeno normale, che le lingue evolvono anche grazie all’interferenza degli altri idiomi, che da sempre l’italiano ha attinto dal francese, dallo spagnolo, dall’arabo e da ogni altra lingua, dobbiamo stare attenti: ci vogliono prendere per il naso o forse per qualche altra parte del corpo più in basso. Queste affermazioni sono delle banalità, per chi si occupa di linguistica, e soprattutto sono degli schemini teorici che non hanno alcun senso se non si quantificano.

Il punto è un altro. Per fare una riflessione seria, dobbiamo chiederci: come sta evolvendo l’italiano? Quanti sono tra i neologismi quelli “crudi” e quanti quelli italianizzati? Quante sono le parole nuove costruite sui modelli italiani? Quanti sono gli anglicismi rispetto ai francesismi, ispanismi, germanismi, nipponismi e via dicendo?

Questo è il nocciolo. E, purtroppo, se andiamo a vedere come stanno le cose scopriamo che l’italiano è gravemente malato, perché è sempre meno in grado di coniare parole sue, è sempre meno in grado di tradurre, produrre calchi e adattare. L’evoluzione dell’italiano del nuovo Millennio pare proprio che si basi su una strategia suicida per cui la soluzione prevalente è sempre la stessa: importare dall’inglese senza adattare. Se i neologismi finiscono per coincidere sempre più con gli anglicismi, ecco che si finisce inevitabilmente nell’itanglese: una struttura apparentemente italiana dalla quantità di parole inglesi sempre più fitta e massiccia.

Neologismi e anglicismi negli studi di Adamo-Della Valle

Sui neologismi è doveroso citare i contributi di Giovanni Adamo e Valeria Della Valle che dal 1998 lavorano al progetto dell’Osservatorio neologico della lingua italiana, in collaborazione con l’Istituto per il lessico intellettuale europeo e la storia delle idee del CNR.
Giovanni adamo Valeria della valle neologismi quotidiani Olschki

Il fine dei loro lavori è quello di studiare l’innovazione lessicale della lingua italiana attraverso l’analisi dei quotidiani e dei periodici: viene esaminato il lessico dei giornali con lo scopo di raccogliere tutte le nuove parole non registrate dai dizionari. Un primo risultato di questo studio (Neologismi quotidiani. Un dizionario a cavallo del millennio, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2003) ha analizzato poco più di 5.000 neologie tra il 1998 e il 2003, di cui 683 erano parole inglesi, cioè circa il 13%. Questo risultato, però, si riferiva agli anglicismi integrali e non teneva conto “dei lemmi ‘misti’, ovvero delle parole italiane in cui si trova un «elemento formante» inglese”. Insomma, conteggiando anche queste parole le percentuali salirebbero ulteriormente.

Anche se si potrebbe non essere d’accordo, le conclusioni di Valeria Della Valle non erano preoccupate davanti a questi numeri, e infatti, nel 2004, dichiarava:

Dal materiale esaminato (5.059 nuove formazioni lessicali, per un totale di 10.710 contesti giornalistici) non si possono trarre, superficialmente, segnali di particolare allarme: se è vero che si ricorre spesso alla lingua inglese, è anche vero che i neologismi registrati sono, nella maggioranza dei casi, formati attraverso i procedimenti tradizionali di derivazione e composizione della nostra lingua.

[Scuola e cultura, Istituto Comprensivo Muro Leccese, anno II, n.2 aprile/maggio/giugno 2004 p. 9].

Della Valle ha sempre palesato posizioni non allarmate davanti all’interferenza dell’inglese, ma nel 2018 questa serafica tranquillità sembra proprio che sia venuta meno anche da parte sua, visto che nell’ultimo aggiornamento del lavoro, basato sullo spoglio dei giornali dal 2008 e il 2018, le cose sono cambiate: tra le circa 3.500 nuove parole incluse in Neologismi. Parole nuove dai giornali 2008 – 2018, edito da Treccani, il predominio dell’inglese è aumentato in modo preoccupante, una parola su 5 è in inglese:

Tra il 2008 e il 2018, sui giornali italiani sono più che raddoppiati, rispetto al decennio precedente, i neologismi inglesi: nel nostro modo di parlare sono apparse 15 nuove parole composte da ‘food’ e solo 2 da ‘cibo’; hanno fatto il loro ingresso 17 termini con ‘gender’ contro 13 con ‘genere’, stessa cosa per ‘smart’, che ha la meglio sulla sua traduzione italiana, ‘intelligente’. Sul totale dei neologismi italiani, i termini inglesi sono schizzati dal 10 al 20,11 percento [rispetto all’aggiornamento del 2006]. ‘Un elemento molto preoccupante a nostro modo di vedere’, ha ammesso Valeria Della Valle.

[Il fatto quotidiano, “Da ‘mafiarsi’ a ‘dichiarazionite’ e ‘viralizzare’: ecco tutti i neologismi apparsi sui giornali negli ultimi 10 anni“, Ilaria Lonigro, 2/12/2018].

In conclusione, sembra che  proprio attraverso lo studio dell’interferenza dell’inglese, la professoressa abbia cambiato idea e sia passata da una posizione “negazionista” a una preoccupata, esattamente come hanno fatto Luca Serianni e persino Tullio De Mauro.
Queste preoccupazioni, anno dopo anno, stanno ormai coinvolgendo tutti i glottologi più seri, che cambiano idea semplicemente studiando cosa sta succedendo. Le posizioni “negazioniste”, che sino agli anni Duemila rappresentavano il pensiero dominante tra i linguisti, perdono terreno e gli studiosi che si rifiutano di vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti sono sempre meno, e presto scompariranno davanti all’insostenibilità delle argomentazioni su cui si sono arroccati senza via di uscita. Anche perché, purtroppo, il dato che emerge dagli studi di Adamo-Della Valle – un neologismo su 5 è in inglese – è ancora poca cosa rispetto alla realtà ben più grave che emerge dallo spoglio dei dizionari.


La distinzione tra neologismi occasionali e duraturi

Bisogna fare molta attenzione a distinguere le cose: tra i neologismi tratti dalla stampa, la percentuale delle parole effimere o “usa e getta” (cioè gli occasionalismi non destinati ad affermarsi in modo stabile e a entrare nei dizionari) è molto alta. Parole come “spelacchio” per indicare l’albero di Natale del comune di Roma del 2017, oppure “antirenziano”, si esauriscono con l’uscita di scena delle situazioni o dei personaggi in questione. Solo alcune di queste neologie giornalistiche sono destinate ad avere fortuna e a essere registrate nei vocabolari futuri.

«Forse dei 3.505 neologismi ne rimarrà la metà, forse di meno» ha spiegato Valeria Della Valle.

[Avvenire, “Lingua. Petaloso, asinocrazia, webete, azzardopatia: le nuove parole dell’italiano”, Giacomo Gambassi, 6/12/2018].

Le parole che sono incluse nei dizionari, al contrario, a volte impiegano anche un decennio prima di essere inserite, perché vengono di solito accolte solo dopo che hanno manifestato una presumibile stabilità. E infatti, da un mio confronto tra i circa 1.600 anglicismi presenti nel Devoto Oli del 1990 e i circa 3.500 del 2017 è emerso che soltanto 67 sono usciti in questo lasso di tempo (cfr. Diciamolo in italiano. Gli abusi nell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli, 2017, pp. 95-99). I “negazionisti” convinti che l’inglese non sia un problema allarmante che si appellano alla presunta obsolescenza delle parole inglesi, perciò, parlano senza cognizione di causa. L’obsolescenza e la loro scomparsa non riguarda le voci dei dizionari, ma soltanto la nuvola di anglicismi non registrati che ci avvolge (soprattutto sulla stampa) è che è di ordine di grandezza superiore al numero di quelli registrati che hanno invece la loro stabilità.

Fatta questa precisazione, non resta che conteggiare i neologismi e gli anglicismi presenti nei dizionari, e il dato sconcertante è che la metà dei neologismi è in inglese crudo.


Zingarelli e Devoto Oli: gli anglicismi sono il 50% dei neologismi del nuovo Millennio

devoto oli neologismi anglicismi
Devoto Oli, edizione digitale del 2017: a sinistra i neologismi del nuovo Millennio e a destra gli anglicismi del nuovo Millennio.

Dallo spoglio dell’edizione digitale del Devoto Oli del 2017 si può vedere facilmente che le parole comparse nel nuovo Millennio sono 1.049, e di queste ben 509 sono in inglese crudo, dunque circa il 50% (una media di circa 30 anglicismi nuovi all’anno). Ma si tratta di un dato grezzo: se si va più a fondo si scopre che il problema principale di questi 509 anglicismi sono le lacune. A queste parole “crude” bisognerebbe infatti aggiungere molti semiadattamenti o parole miste che costituiscono di fatto “corpi estranei” inglesi: per esempio non compare antimobbing, così come sono assenti molte parole come whatsappare, bloggare, twittare e ritwittare… Insomma, con una ricerca più accurata e manuale emerge come gli anglicismi superino il 50% dei neologismi.

zingarelli neologismi anglicismi
Zingarelli, edizione digitale del 2017: a sinistra i neologismi del nuovo Millennio e a destra gli anglicismi del nuovo Millennio.

Le percentuali non cambiano di molto se si analizza l’edizione digitale dello Zingarelli 2017: le parole datate dal 2000 in poi sono 412 di cui 178 in inglese puro, cioè il 43,2%. Ma ancora una volta in queste estrazioni automatiche ci sono molte lacune che attraverso analisi più minuziose fanno salire le percentuali: la parola numero 17 (a sinistra), antiglobal, non esce automaticamente tra gli anglicismi a destra, anche se di fatto lo è, e oltre ai casi del Devoto Oli anche da questo elenco sono assenti molte parole da fashionista o googlare, che se prendiamo invece in considerazione fanno lievitare ulteriormente le percentuali.

Semplificando, si può tranquillamente affermare che la metà dei neologismi del Duemila è in inglese crudo. E chi dice che attingere dalle lingue straniere è un fenomeno che c’è sempre stato e “normale” dovrebbe invece riflettere sui numeri, più che sugli schemini astratti: non è affatto normale, è un segnale di allarme gravissimo. E infatti, i francesismi del nuovo Millennio sono solo 5 per lo Zingarelli (contro 6 ispanismi, 1 germanismo e 3 parole giapponesi) e 12 per il Devoto Oli (che registra 5 ispanismi e 0 germanismi). La sproporzione è evidente: queste ultime sì che sono percentuali “normali” e che non destano alcuna preoccupazione, l’interferenza dell’inglese è invece una vera e propria colonizzazione lessicale che sta soffocando e facendo regredire la nostra lingua come una piaga.

Se si analizzano gli anglicismi nei linguaggi di settore, ancora più preoccupante è la perdita di un lessico in italiano in molti ambiti, a cominciare dall’informatica, dove per lo Zingarelli ci sono ben 232 anglicismi su 737 parole marcate a questo modo, e per il Devoto 0li 417 su 980. E allora è ancora possibile parlare di informatica in italiano o siamo costretti a usare l’itanglese? Questo è il bel risultato che nel giro di un solo ventennio ci ha portato la strategia di importare anglicismi crudi e basta, grazie all’espansione delle multinazionali, ai terminologi sul loro libro paga che affermano come fosse una verità (e non la loro pessima strategia) che “i termini non si traducono” e a chi crede che “essere internazionali” equivalga a parlare la neolingua globale dei mercati, l’angloamericano, invece che guardare agli esempi davvero internazionali per esempio di Paesi come la Francia e la Spagna che non si vergognano certo della propria lingua né di tradurre e adattare.

Fuori dall’informatica, le cose non sono molto diverse in settori come il mondo del lavoro, l’economia, la tecnologia e persino la scienza, come ha denunciato Maria Luisa Villa:

Possiamo “permetterci di abbandonare l’italiano come lingua viva nella comunità nazionale, consegnando il dibattito sui temi della scienza a un linguaggio diverso da quello primario? Non abbiamo invece il compito di preservare l’uso dell’italiano scientifico per permettere un livello di comprensione pubblica sufficiente perché tutti possano godere dei diritti, ed esercitare i doveri di buon cittadino?”.

[Maria Luisa Villa, L’inglese non basta. Una lingua per la società, Bruno Mondadori, 2013., p. 7].

Cosa sarà dell’italiano fra 50 anni se tutto ciò che è nuovo si esprime in inglese crudo e si rinuncia a tradurre, adattare e coniare nuove parole italiane? Cosa accadrà alla nostra lingua se questa è la strategia evolutiva che abbiamo adottato?

La risposta a queste domande retoriche è facile, ma forse è bene ricordare gli ammonimenti di importanti linguisti, come Gian Luigi Beccaria:

“Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina”.

[Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116].

O come Luca Serianni:

“Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali”.

[Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Firenze, Società Dante Alighieri, durante il convegno del 25 febbraio 2015].

Tullio De Mauro e gli anglicismi, anzi gli anglismi (a due anni dalla sua scomparsa)

Il 5 gennaio di due anni fa ci ha lasciato uno dei più importanti linguisti italiani.
Lo voglio ricordare ricostruendo le sue posizioni sugli anglicismi, anzi sugli anglismi.


Per Tullio De Mauro si dice anglismi e non anglicismi

Tullio tullio de mauroDe Mauro si è sempre battuto per chiamarli anglismi, perché è la derivazione corretta dalla radice anglo: l’inserimento di ci è una forma che sarebbe a sua volta un inglesismo (da anglicism).
Questa argomentazione non teneva conto del fatto che non c’è nulla di male a prendere dall’inglese, quando lo si adatta, e non teneva conto dell’affermazione storica della parola “anglicismo”, attestata sin dal Settecento persino da un purista come Giuseppe Baretti che con lo pseudonimo di Aristarco Scannabue si scagliava contro le maleparole dalle pagine della sua rivista la Frusta letteraria. Comunque la pensiate, va detto che nonostante la maggiore frequenza storica di anglicismi, in seguito alle considerazioni di De Mauro, negli ultimi anni la variante anglismi si sta diffondendo sempre più soprattutto tra i linguisti, come variante “colta”.

De Mauro, il falsificatore del “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani

Tullio De Mauro è sempre stato un noto “negazionista”, per quasi tutta la vita non ha mai creduto che l’interferenza dell’inglese rappresentasse un problema per la lingua italiana, ed è celebre in proposito la sua polemica con il neopurista Arrigo Castellani. Quest’ultimo, in un articolo del 1987 che sarebbe passato alla storia, il “Morbus anglicus” (in Studi linguistici italiani, n. 13, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153), aveva denunciato l’invasione sempre più consistente delle parole inglesi che come un virus stavano intaccando la nostra lingua italiana. A suo vedere, bisognava in qualche modo intervenire per curare lo stato di salute dell’italiano, altrimenti il rischio sarebbe stato che i tessuti vitali ne venissero intaccati.
Tullio De Mauro si oppose a questo allarmismo, che confutò statistiche alla mano. La sua posizione si rivelò perciò vincente, tra i linguisti, e divenne quella del pensiero dominante che solo di recente si è incrinata e sta andando ormai in frantumi.
Tutto ebbe forse inizio nel 1980…

1980: il Vocabolario di base della lingua italiana senza anglicismi

De Mauro compì vari studi statistici senza precedenti nell’italiano. Nel 1980 pubblicò il primo Vocabolario di base della nostra lingua, che includeva le circa 7.000 parole che si usano più di frequente.
Queste, a loro volta si possono distinguere in 2.000 parole fondamentali, quelle che da sole costituiscono il 90% dei discorsi e dei testi (e, di, perché, essere, avere…), altre 2.300 definite ad alta disponibilità, che tutti conoscono (per cui sono disponibili nella nostra testa), ma che si usano poco, per esempio forchetta, che non compare spesso nei libri né nei discorsi, anche se è di base. E poi altre 2.750 ad alto uso, e cioè che si usano moltissimo, ma non come le prime, e che comunque sono molto più frequenti delle ulteriori 40.000 parole che formano il linguaggio comune, cioè quelle che tutti conoscono, anche se non è detto che le usino attivamente.
Da questa classificazione è emerso perciò un modello e una mappatura della lingua italiana “a strati” molto interessante: al centro ci sono le parole più frequenti, attorniate da quelle comuni, e attorno a queste sono rappresentate tutte le altre che appartengono a linguaggi tecnici e settoriali, e non sono comprensibili a tutti: l’avvocato conosce i suoi tecnicismi ma non quelli del medico, che a sua volte non condivide quelli dell’avvocato e così via.

vocabolario di base
Una rappresentazione del modello “a strati” del lessico della lingua secondo De Mauro.

In questo schema interpretativo, che sin dal suo apparire registrò anche pesanti critiche e perplessità, De Mauro mostrò come, negli anni Ottanta, gli anglicismi fossero confinati nella parte esterna, e non intaccassero affatto il nucleo centrale dell’italiano. Inoltre, dalle statistiche basate sui lemmi dei dizionari, allora i vocaboli inglesi costituivano ancora percentuali bassissime, intorno all’1% delle parole e anche meno. Dunque l’allarmismo di Castellani appariva ingiustificato, e non era il caso di preoccuparsi…

1989: gli anglicismi sono il 2% del Vocabolario elettronico della lingua italiana (Veli)

Nel 1989 vide la luce il Veli, il Vocabolario elettronico della lingua italiana, un lavoro immenso basato sulla statistica e sull’uso del calcolatore – De Mauro all’epoca non usava la parola computer – che lo studioso curò in collaborazione con IBM partendo dallo spoglio di alcuni testi giornalistici (ANSA, Il Mondo, Europeo e Domenica del corriere) pubblicati tra il 1985 e il 1987. Per quell’epoca in cui i testi non erano disponibili in digitale fu una rivoluzione; il lavoro analizzò circa 26 milioni di parole, che vennero lemmatizzate, cioè ricondotte dalle loro flessioni al lemma (per esempio vanno era ricondotto ad andare) con sistemi automatici poi raffinati manualmente. Successivamente furono scelti i 10.000 lemmi più frequenti e significativi e ne nacque un prototipo di dizionario pubblicato su due dischetti (all’epoca erano i cosiddetti floppy disc rigidi).

veli vocabolario elettronico dell alingua italiana di ibm e de mauro 2
Il Veli, curato da De Mauro, consisteva in un volume introduttivo che riportava anche gli indici lessicali e due dischetti con il primo prototipo di dizionario elettronico basato sulle 10.000 parole più frequenti.

Tra queste 10.000 parole più utilizzate nella stampa, gli anglicismi costituivano circa il 2%, una percentuale decisamente più alta di quella dei dizionari, che era invece della metà, e anche di quella che veniva attribuita all’uso degli anglicismi nell’italiano in generale.

In altre parole, passando dai dizionari allo studio delle frequenze giornalistiche le cose cambiavano sensibilmente. De Mauro, ancora una volta non se ne preoccupò: il 2% era ancora una percentuale fisiologicamente sopportabile, che non rappresentava di certo un pericolo per la nostra lingua. Ma negli anni Novanta le cose erano destinate a cambiare…

1999-2007: il Gradit e l’aumento degli anglicismi

Curato da De Mauro, nel 1999 uscì il Gradit, cioè il Grande dizionario italiano dell’uso in 6 volumi, che raccoglie circa 260.000 parole (più del doppio di quelle dei vocabolari monovolume), classificate attraverso i criteri di frequenza già adottati nel Vocabolario di base del 1980 (parole di base, comuni e settoriali) e da altre marche che ne identificavano i settori (economia, informatica…). Gli anglicismi non adattati erano 4.300, quindi rappresentavano solo l’1,6% dei lemmi. Stavano aumentando, certo, ma ancora una volta niente di troppo preoccupante, in fin dei conti.

Nel 2007, la nuova edizione del Gradit, però, ne registrava ben 6.000 e la loro percentuale saltava al 2,3% (un incremento del 39,5%, 1.700 in più in soli 8 anni).

patole straniere nella lingua italiana de mauro manciniLa cosa si stava facendo imbarazzante e preoccupante, per il più importante sostenitore delle tesi negazioniste. Ma, a onor del vero, l’aumento così eccessivo non dipendeva tanto da una reale entrata di nuovi anglicismi in questo breve lasso di tempo, bensì da una ristrutturazione interna del dizionario. Nella nuova edizione erano infatti confluiti i risultati di un lavoro specialistico sui forestierismi: Parole straniere nella lingua italiana (Tullio De Mauro e Marco Mancini, Garzanti, Milano 2001, e seconda edizione ampliata del 2003) che aveva raccolto oltre 10.000 parole da più di 60 lingue (dall’albanese al vietnamita, passando per il russo, il giapponese, il tedesco fino al francese e all’inglese). E queste sono poi state immesse nella nuova edizione del Gradit 2007, che è passato così da 7.000 a 10.000 forestierismi, e si è arricchito soprattutto da questo punto di vista.

Tuttavia, qualcosa si stava incrinando nelle tesi negazioniste: mentre l’incremento dei francesismi era contenuto, da 4.982 (sommando quelli adattati e quelli “crudi” come abat-jour) si passava a 5.345 (372 in più e un incremento del 7,4%), gli anglicismi erano “impazziti”:  sommando quelli adattati e non adattati sono passati da circa 6.300 a circa 8.400 (un incremento del 33,3%, 2.100 in più, cioè una media di circa 262 all’anno). Scorporando i dati, quelli non adattati sono passati da 4.300 a 6.000 (un incremento del 39,5%, 1.700 in più) e quelli adattati da 2.000 a 2.400 (incremento del 20%, 400 in più). Ho provato a ricostruire questo aumento con un grafico.

aumento anglicismi nel gradit
Fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 88.

La cosa più preoccupante, per De Mauro, fu che complessivamente nel nuovo Millennio l’interferenza dell’inglese sulla nostra lingua aveva, in pochissimo tempo, superato il ruolo dei substrati plurisecolari del francese. Ciononostante, intorno al 2010 lo studioso era ancora serafico e poco preoccupato, perché nonostante l’aumento del numero delle parole inglesi nei dizionari, la loro frequenza era ancora poco diffusa, secondo le sue marche. In un’intervista che in Rete è diventata una sorta di manifesto del negazionismo, “Gli anglicismi? No problem my dear”, ribadiva perciò le sue posizione storiche.

Ma pochi anni dopo la situazione mutò…

2015: il vento è cambiato

storia lingusitica de mauroNel 2014, a p. 136 della Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni (Laterza, Bari 2014), De Mauro sembra assumere una posizione diversa e più preoccupata sulla questione dell’inglese, quando scrive:

“Il confronto con i dati registrati nella prima edizione del Gradit mostra che negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale”.

Lo studioso, dunque, non solo stava elaborando l’aumento degli anglicismi del Gradit, ma stava anche lavorando sulle marche delle parole, in via di revisione e di aggiornamento. Gli anglicismi, anticipava in questo passo, sono sempre meno tecnicismi o di bassa frequenza e stanno penetrando nel nucleo della nostra lingua. Davanti a questi nuovi fatti, sembra proprio che De Mauro in questo periodo stesse abbandonando la sua storica indifferenza verso gli anglicismi.

Intanto, anche il panorama del pensiero dominante cominciava a cambiare.
Il 2015 fu un anno cruciale. Uscì una pubblicazione frutto di un convegno presso l’Accademia della Crusca con la collaborazione dell’associazione Coscienza Svizzera e della Società Dante Alighieri (La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi) in cui molti linguisti cominciarono a esprimere le proprie preoccupazioni, da Claudio Marazzini a Claudio Giovanardi (già autore nel 2003 insieme ad Alessandra Coco e Riccardo Gualdo di un preoccupato Inglese-italiano 1 a 1: tradurre o non tradurre le parole inglesi? Ediz. Manni).
Il linguista Luca Serianni, che nel “Morbus anglicus” era citato da Arrigo Castellani tra i “negazionisti” non preoccupati, aveva cambiato idea sul proliferare degli anglicismi.
Quello stesso anno, la petizione di Annamaria Testa “Dillo in italiano” aveva creato un caso mediatico e l’accademia della Crusca aveva dato vita al Gruppo Incipit per monitorare i forestierismi incipienti e arginarli con sostituivi italiani, almeno negli intenti.
Insomma, qualcosa nell’aria stava cambiando. E anche Tullio De Mauro stava rivedendo le sue posizioni.

2016: la svolta di De Mauro e l’ammissione dello “tsunami anglicus”

La svolta, del tutto inaspettata, arrivò nel 2016, quando lo studioso scrisse la prefazione a Italiano Urgente di Gabriele Valle (Reverdito editore, 2016), una raccolta di 500 anglicismi che venivano spiegati e affiancati da possibili sostituzioni basate sul modello della lingua spagnola. L’opera si apriva con una citazione tratta proprio dal “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani e De Mauro sembrava essersi reso conto della profonda differenza tra l’anglicizzazione arginata dello spagnolo e quella abissale dell’italiano che definiva esplicitamente come uno tsunami:

“è indubbio: quel che altrove appare o è uno tsunami appare invece ed è una fronteggiabile ondata sui lidi ispanici (…). È indubbio che lo tsunami anglicizzante va quasi guadagnando terreno nell’uso italiano: non si segnala tanto per il numero di lessemi analizzanti registrabili in un grande dizionario (…) ma per altri due aspetti: l’uso in locuzioni formali e ufficiali (education, jobs act, spending review e via governando) e  la penetrazione degli anglismi nel vocabolario fondamentale e d’alto uso, dove prima c’erano solo pochi esemplari, bar, film, sport, tram, e oggi si affolla un più folto manipolo…” (p. 17)

Sembra incredibile che queste parole siano state scritte dal massimo esponente del “negazionismo”, eppure sono state ribadite e approfondite in un articolo sul sito Internazionale poco meno di un mese dopo: “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”, dove persino il giudizio sull’avversario Arrigo Castellani sembra rivisto, davanti alla dimensione internazionale dell’espansione dell’inglese:

“Non è un fatto nuovo: da alcuni decenni impetuose ondate di anglismi si riversano nell’uso di chi parla e scrive le più varie lingue del mondo. Trent’anni fa e più un valoroso filologo, Arrigo Castellani, nel diffondersi di anglismi nell’uso italiano vide e diagnosticò un morbus anglicus, un virus capace di infettare e corrompere la lingua italiana. Ma del fenomeno ormai bisogna dire di più. (…) L’afflusso di parole inglesi dagli anni Ottanta ai nostri ha assunto dimensioni crescenti, uno tsunami anglicus. Le ondate somigliano ormai infatti a un susseguirsi di tsunami…”.

Il 23 dicembre 2016 il Nuovo vocabolario di base di Tullio De Mauro venne pubblicato in Rete sul sito Internazionale, e dal confronto con quello del 1980 spicca subito che l’inglese è penetrato anche qui: gli anglicismi sono decuplicati.

Nel 1980, alla lettera B era presente solo bar, mentre nel 2016 gli anglicismi sono 13: baby, babydoll, band, bar, basket, bikini, bit, blog, boss, box, boxer, brand, business. E in tutto il vocabolario di base, se nel 1980 gli anglicismi non adattati erano poco più di una decina, nel 2016 sono 129 su meno di 7.500 parole, cioè almeno l’1,7% (se non me ne è scappato qualcuno e senza conteggiare parole macedonia come salvaslip).

Le parole con cui, pochi mesi prima, De Mauro chiudeva l’anticipazione in Rete di questi risultati sono queste:

“L’accentuata frequenza di anglismi è certamente uno dei tratti in cui si sedimenta la storia linguistica italiana degli ultimi decenni.
A voler bandire l’uso degli anglismi dalle lingue del mondo e dall’italiano c’è lavoro, se non gloria, per tutti.”

Poco dopo la pubblicazione del Nuovo vocabolario di base, il 5 gennaio del 2017, Tullio De Mauro se n’è andato.

nuovo vocabolario di nase de mauro

 

Anche se ne ho più volte criticato le posizioni e anche se ho provato a confutare molte delle sue argomentazioni passate, lo voglio oggi ricordare, rendendogli onore per l’onestà intellettuale di aver saputo rivedere, davanti ai fatti, le convinzioni di una vita. Una cosa che tanti piccoli linguisti ancora non hanno saputo fare.

Campagna: io gli auguri li faccio in italiano

Io gli auguri li faccio in italiano. Non mando né mi fa piacere ricevere Merry Christmas, Happy Christmas, Merry Xmas and Happy New Year e tutte queste ridicole espressioni che non mi appartengono, che non ci appartengono. Queste formule le lascio agli auguri automatici delle multinazionali della Rete e alle pubblicità globalizzate, sulla cui autenticità non è il caso di spendere parole.
Io non mangio tacchino per festeggiare il Natale, preferisco le tradizioni locali.
Pandoro o panettone? Cenone della vigilia o pranzo di Natale?
Non importa. La vera ricchezza sta proprio nella varietà delle culture, della gastronomia e delle tradizioni locali. E vale anche per la lingua.
Chi pensa di essere internazionale esprimendosi con inutili formule in inglese, che magari invia agli zii Pini, seppellisce la nostra storia, taglia le nostre radici, contribuisce, spesso in modo inconsapevole, a uccidere la nostra identità per diffondere una globalizzare delle feste sui modelli stereotipati che i colossi del consumismo cercano di imporre in tutto il mondo perché fa loro comodo.

Questo è quello che rispondo alle tante missive virtuali che in oggetto hanno titoli in inglese, nella speranza di donare a tutti un po’ di consapevolezza e di stimolare la riflessione.

Buone feste, buon Natale e felice anno nuovo…

Italiano, francese, spagnolo e tedesco di fronte agli anglicismi

Davanti all’interferenza dell’angloamericano e agli anglicismi, non c’è confronto tra ciò che sta accadendo in Italia e quanto accade in Francia e Spagna.

Ho già mostrato la grande differenza tra il francese e l’italiano che si evince dall’analisi della Wikipedia, dal fatto che c’è la legge Toubon e che esiste una politica linguistica. La sensibilità verso l’italiano sembra più spiccata anche in Svizzera che da noi, e le politiche linguistiche che in Italia sono un tabù esistono in tanti Paesi, persino in Cina.

Nel caso dello spagnolo, la differenza è ancora più evidente, ma su questo tema non potrei aggiungere molto al saggio di Gabriele Valle, “L’esempio della sorella minore”: è lo studio comparativo più esaustivo e inoppugnabile in circolazione.

L’orgoglio ispanico

Non resta che invidiare la fierezza e l’orgoglio degli spagnoli che sanno ancora tradurre e adattare le parole – come accade nelle lingue sane – che da noi vengono spacciate per necessarie o intraducibili, solo perché la nostra classe dirigente non le vuole o non le sa italianizzare e preferisce inseguire la strategia comunicativa di dire le cose in inglese.
E così, mentre noi diciamo baby sitter in spagnolo si dice canguro, una bellissima metafora che non ha bisogno di spiegazioni nel suo sapere evocare il concetto, e mentre noi sin dagli anni Sessanta andiamo fieri di indossare i jeans (che parola intraducibile, anche se deriva dall’italiano!) in Spagna li chiamano vaqueros. E infatti lo spanglish, al contrario dell’itanglese, non è il cedimento dello spagnolo davanti agli anglicismi, viceversa è un ibrido dove è lo spagnolo a irrompere e a ritornare nell’angloamericano delle comunità ispaniche d’oltreoceano.

Quando una parola inglese si impone nel mondo spagnolo di solito la si pronuncia alla spagnola, come nel caso di wi-fi (pronunciato alla francese anche in Francia) ricordato anche dal presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini nel suo recente intervento agli Stati generali della lingua italiana.

Da noi no. Ci vergogniamo a storpiare l’inglese. E così noi utilizziamo un verbo come whatsappare  mantenendo la sacralità inviolabile della radice inglese, e gli spagnoli adattano in wasapear, come nota Serena Casagrande  (“Gli anglicismi nella lingua spagnola: quando e come usarli”) a cui rubo una citazione:

Ogni lingua ha qualcosa che la rende unica, porta con sé un’espressività diversa da quella delle altre lingue. Diventare parlanti esclusivi di una lingua globale a discapito della diversità ci farà prima o poi perdere il contatto con le nostre radici linguistiche e con la cultura di cui ogni lingua è il veicolo principale.

In Italia “il contatto con le nostre radici” in troppi casi è perduto, e come mi ha fatto notare Gabriele Valle, un libro spagnolo come quello di Alicia Giménez-Bartlett: Mi querido asesino en serie, (Destino, 2017) nella traduzione italiana di Sellerio diventa Mio caro serial killer… perché “assassino seriale” da noi non si può più proporre: serial killer è diventato simbolicamente un prestito sterminatore.

mio caro serial killer

E se guardiamo le classifiche dei libri su Amazon in spagnolo possiamo leggere:
“Clasificación en los más vendidos de Amazon” mentre da noi “i più venduti” cede il posto all’immancabile bestseller: “Posizione nella classifica Bestseller di Amazon”.

Una tesi di laurea di Cinzia Filannino

Su questi confronti, segnalo la tesi fresca di discussione di Cinzia Filannino: “Gli anglicismi nella stampa. Italia, Spagna e Francia: tre realtà a confronto”, l’ho trovata molto esaustiva (chi volesse vederne un video riassuntivo molto semplice e divulgativo lo può fare sul Tubo).

Questo lavoro si basa sull’analisi di alcune parole della politica presenti sul Corriere della Sera, che sono state confrontate con le occorrenze di El País e de Le Monde. Per esempio Jobs Act che sul Corriere della Sera compare in 2.320 articoli, dal 2014 a oggi, ma analizzando un campione di 10 articoli, solamente in 3 il termine viene tradotto o spiegato. Al contrario, “nel quotidiano El País, tutti gli articoli contengono il termine accostato alla traduzione o alla spiegazione anche quando si tratta di articoli scritti dagli stessi giornalisti a distanza di mesi (…). Per quanto riguarda il quotidiano francese Le Monde, gli articoli che parlano della riforma italiana sono 30. Su un campione di 10 articoli, il termine Jobs Act e le sue varianti sono affiancate dalla spiegazione o dalla traduzione in 8 articoli”.

Un altro esempio: stepchild adoption:

“L’espressione è citata in 288 articoli del Corriere della Sera. Su un campione di 10 articoli analizzati, l’espressione è stata tradotta e spiegata in 4 articoli su 10 (…). Digitando nella barra di ricerca dei siti di entrambi i quotidiani spagnolo e francese, stepchild adoption non compare in nessun articolo in riferimento all’Italia. Quello che è presente sotto questa voce riguarda i Paesi anglofoni, mentre quando si parla dell’istituto giuridico italiano gli articoli contengono la perifrasi usata sia per indicare il nome dell’istituto giuridico sia il tipo di adozione” e cioè la adopción del hijo del cónyuge.

Coniuge e consorte, due belle parole applicabili sia al maschile sia al femminile (dunque rispettose anche della non discriminazione del genere) che sembra che il Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca non abbia preso in considerazione nel condannare l’espressione inglese proponendo come alternative adozione del figlio del partner (non commento il paradosso di sostituire un anglicismo con un altro, ma provo un senso di vergogna e non posso che constatare la grande differenza di spessore e di stile delle accademie spagnole) o adozione del configlio (un bel neologismo coniato da Francesco Sabatini).

Tornando alla tesi di Cinzia Filannino, il totale degli articoli che ha analizzato nel dettaglio è 50 per l’Italia, 30 per la Spagna e 38 per la Francia. La motivazione del minor numero di articoli nei giornali francesi e spagnoli è disarmante:

“Mi ero riproposta di analizzare dieci articoli per ogni termine e per ciascuno dei Paesi presi in considerazione per il confronto, ma non è stato possibile in quanto gli argomenti scelti non venivano trattati nei quotidiani stranieri o presentavano pochi articoli a riguardo. Avendo scelto il quotidiano italiano come partenza per l’indagine, non era possibile fare in altro modo.”

In sintesi:

El País ha affiancato ai termini analizzati la spiegazione o la traduzione 28 volte su 30; in due casi, in quello di stepchild adoption e caregiver, l’anglicismo non era presente se non esclusivamente nella sua traduzione o eventuale spiegazione. Le Monde ha tradotto gli anglicismi 32 volte su 38. Come nel caso del quotidiano El País, gli articoli in riferimento alla stepchild adoption e al caregiver contenevano la traduzione senza termine inglese.”

Nella tabella questi numeri sono riportati nei dettagli.

Tabella_p59_tesi_Filannino
Cinzia Filannino: “Gli anglicismi nella stampa. Italia, Spagna e Francia: tre realtà a confronto”, 2018, p. 59: la percentuale di traduzioni/spiegazioni degli anglicismi che ricorrono negli articoli.

“Si può trarre la conclusione che nel Corriere della Sera, e di conseguenza nella lingua italiana, si tende a usare un gran numero di anglicismi che, quasi sempre, non vengono affiancati dalla traduzione o dalla spiegazione. Lo spagnolo è la lingua che traduce di più; il francese si trova nel mezzo.”

Sono le stesse conclusioni che, partendo da altri dati, ho sostenuto anche nel mio saggio. Le stesse che chiunque abbia un minino di onestà intellettuale non può che riconoscere, invece di negare arrampicandosi sui vetri.

E in Germania?

In Diciamolo in italiano, scherzosamente, ho usato una metafora calcistica nel fare i miei confronti tra l’italiano e le lingue dei Paesi vicini. Il risultato? Italia-Spagna 0 a 2, Italia-Francia 0 a 1. Solo nel caso di Italia-Germania ho registrato uno 0 a 0: anche il tedesco è invaso dagli anglicismi, con un paio di differenze da non trascurare, però. Per prima cosa si tratta di due lingue dello stesso ceppo per cui molte parole inglesi si mimetizzano, non costituiscono corpi estranei che violano le regole di grafia e pronuncia e passano quasi inosservati.

Inoltre, la reattività dei tedeschi è maggiore della nostra:

“Da un sondaggio del 2016 è emerso che quasi il 71% dei tedeschi è fortemente infastidito dall’abuso degli anglicismi nella comunicazione quotidiana. Ad avvalorare questo sentore c’è per esempio il caso delle ferrovie tedesche Deutsche Bahn, che proprio per il loro uso eccessivo di parole inglesi sono state accusate di parlare il “Bahnglisch” o di ostacolare la comprensione, e da qualche anno sono state costrette ad attuare una revisione del loro linguaggio. Davanti alle proteste dei cittadini, il capo dell’azienda, Rüdiger Gruber, si era impegnato già nel 2010 a restituire alle stazioni tedesche la loro impronta “germanica” e a far tornare servicepunkte quelli che erano diventati i service point. Nel 2013 l’azienda ha poi deciso di rivedere totalmente la terminologia non tedesca con cui si rivolge ai viaggiatori decidendo di eliminare parole come highlights, hotlines o bonus, per ricorrere alle alternative locali, e ha così fornito ai dipendenti un glossario di circa 2.200 termini sul tema degli anglicismi, proprio per evitarli nella comunicazione e sostituirli nell’uso quotidiano della lingua.”

Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli 2017, pp. 24-25.

Da noi, invece, le Ferrovie di Stato usano un linguaggio sempre più anglicizzato che impongono a tutti.
Dunque siamo ultimi nel torneo: lo 0 a 0 con la Germania è una partita che abbiamo perso ai rigori, in definitiva. E spero che queste metafore calcistiche servano a riscuotere il nostro orgoglio italiano, che fuori dal calcio, sembra venire sempre meno.