La creolizzazione lessicale dell’italiano: il caso “food”

Quello del food è un settore strategico per l’import-export del made in Italy e bisognerebbe fare qualcosa per contrastare i prodotti italian sounding che ci danneggiano pesantemente.

Probabilmente quasi tutti sottoscriverebbero un’affermazione del genere, al di là del fatto che sia espressa in itanglese.  La questione è: perché esprimiamo in inglese persino le nostre eccellenze?  Perché in un contesto non internazionale ci appropriamo di un’espressione come made in Italy, fieri di farla nostra, invece di prodotti italiani? Perché le contraffazioni alimentari dal suono italiano, pseudoitaliane, sono italian sounding? Perché l’interscambio commerciale, il commercio con l’estero, il settore delle importazioni-esportazioni si esprime in inglese?

Dal cibo al food

Perché, e da quando, il settore alimentare, l’industria gastronomica, il mondo della ristorazione è food?

FAST FOOD
StampaSera 17/04/1982, pagina 27.

Sembra impossibile, eppure tutto ha avuto inizio pochissimi anni fa, con i fast food, nel 1982 stando alle datazioni dei dizionari. Sugli archivi storici de La Stampa, una delle prime occorrenze significative è proprio di quell’anno, ancora virgolettata con a fianco la necessità di esplicitarne il significato: pasto rapido.

 

Cosa è accaduto in 36 anni alla nostra lingua?

Non solo fast food si è diffuso senza alternative al punto di essere ormai spacciato per un prestito “necessario”, ma food si usa ormai per indicare l’industria alimentare, il settore della gastronomia o della ristorazione, e il non food designa l’industria non alimentare. C’è il food design e ci sono i food designer, il cibo per gli animali è diventato pet food, cibo di strada sta scomparendo davanti al prestito sterminatore street food, e una saga alimentare con le bancarelle gastronomiche o un mercatino di ghiottonerie sono indicati anche con street food parade. Il cibo al cartoccio, quello che si mangia con le mani, è finger food, mentre i punti di ristorazione di una fiera sono detti food corner.  Si parla di junk food o trash food al posto di cibo spazzatura, un chiosco furgone o un camion ristorante si chiama food truck, il crudismo è raw food, e poi c’è il comfort food, il cibo consolatorio, mentre la nuovissima mania di condividere le foto di piatti e pietanze in Rete è il food porn.

Come è potuto accadere che in un lasso di tempo così breve si siano diffuse e in molti casi radicate così tante locuzioni composte da food? Questo fenomeno virale che si estende con velocità impressionante si può ancora spiegare con la nozione di “prestito” utilizzata dai linguisti per descrivere queste cose? Il problema è davvero nei prestiti o c’è qualcosa di ben più radicato e profondo?

Queste domande sono retoriche, naturalmente. Nel Rinascimento, quando eravamo il modello culturale di tutto il mondo, le nostre parole sono diventate internazionali dalla musica (fuga, sonata, forte…) all’arte (affresco, architrave, balcone, chiaroscuro, facciata…). Certo le cose sono cambiate dal Cinquecento. Ma se Dean Martin cantava le delizie della “pasta e fasoi” in “That’s amore” e se negli Stati Uniti si dice pizza o vino, è perché le nostre eccellenze si sono imposte in italiano anche più recentemente.

Nell’epoca dei MasterChef, al contrario, quando un’azienda italiana lancia il movimento dello Slow food, per contrapporsi alla logica del fast food, quando nasce un gioco di parole come Eataly (che è bellissimo, per carità), o quando si moltiplicano le insegne con scritto wine bar al posto delle enoteche, non c’è in gioco solo il voler essere internazionali, sotto c’è qualcosa di più profondo. C’è la scelta di difendere e lanciare l’italianità dei nostri prodotti in inglese, e cioè c’è la rinuncia definitiva a dirlo in italiano, a chiamare le nostre cose nella nostra lingua. C’è l’alberto-sordità (di Un americano a Roma) di voler fare gli americani, privata dell’ironia e assunta in modo tragico a un nuovo modello culturale per cui la modernità coincide con l’inglese.

Il linguaggio è la spia dell’inconscio

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Freud considerava il linguaggio la spia dell’inconscio, e forse, quando usiamo l’inglese per connotare ciò che è tipicamente italiano, mettiamo a nudo tutto ciò che c’è sotto questo modo di parlare, il nostro complesso di inferiorità che si esprime con suoni inglesi persino quando riguarda le nostre peculiarità, che alcune volte è inconscio e inconsapevole, altre volte è una scelta ben precisa.

In entrambi i casi, l’ossimoro è che lo stile italiano diventa italian style, come l’italian design, non solo quando lo rivendichiamo all’estero, dove un barlume di senso ci sarebbe, ma anche quando è una questione interna. E pensare che design è un italianismo che deriva dall’eccellenza del disegno industriale italiano, importato nell’inglese, adattato al proprio suono con il medesimo significato (perché l’inglese ha sempre accolto parole da moltissime lingue, ma le adatta). E noi, invece, lo reimportiamo in inglese e in questo modo lo ostentiamo, alienandone la paternità. Nessuno si definirebbe oggi “disegnatore industriale”, ce ne vergogniamo, poco importa che design sia un italianismo, poco importa che sia solo uno pseudotecnicismo.

Che fa un designer? Tutto e niente. E infatti da solo vuol dire troppe cose, come disegnatore, e quindi va specificato, ma ovviamente sempre e solo in inglese: ci sono gli internal designer (progettisti di interni), i graphic designer e i web designer (cioè i grafici), e poi i fashion designer (gli stilisti) e, per tornare alla gastronomia, i cake designer (cioè i decoratori di torte), i food designer che progettano utensili innovativi per la cucina…

Quando una società rinuncia a parlare la propria lingua, qualche problema ce l’ha, avrebbe forse pensato Freud. Ma sembra che gli italiani non se ne rendano conto. E invece bisognerebbe passare dall’incoscienza alla consapevolezza e riflettere su dove stiamo andando a questo modo.

L’italiano e gli italiani

Quello che Arrigo Castellani chiamava il “morbus anglicus” non sta nell’entrata di un numero di parole in inglese sempre maggiore. Questo è l’effetto, non la causa. Il problema sta negli italiani, che sono quelli che l’italiano lo praticano facendolo vivere o morire. Se continuiamo a preferire l’inglese (è qui il morbo, in questa inconsapevolezza di molti e in questa scelta consapevole di altri, e qui bisogna intervenire) il lessico italiano non potrà fare altro che regredire, come sta facendo da decenni.

Da una parte c’è la pressione dell’espansione delle multinazionali, che impongono i loro nomi e la loro lingua, dal caso di fast food ai titoli dei film, dai nomi dell’informatica a quelli delle professioni, dallo sport alla pubblicità, alla televisione…

Dall’altra c’è una classe dirigente, formata da giornalisti, intellettuali, imprenditori, scienziati, rettori e professori che sceglie l’inglese, e così facendo lo impone a tutti gli altri.

Il risultato è che la gente ripete quel che sente, e quando non ripete in modo attivo, comunque si abitua, in modo passivo, a questa colonizzazione che si espande.

La moltiplicazione dei composti di food è possibile perché le migliaia di anglicismi che stanno colonizzando ogni settore della nostra lingua non son prestiti isolati, ma una strategia comunicativa e una rete di parole interconnesse che si espande nel nostro lessico, lo soffoca, lo fa regredire e ne impedisce l’evoluzione attraverso la creazione di neologie. Se parliamo di trash food è perché si è già imposto il trash (1986), ma recentemente si parla anche e di junk food, perché ci sono i junk bond, titoli spazzatura, e quindi poi compaiono anche le junk mail. Se prende piede il pet food, è perché ci sono anche i pet shop (i negozi di articoli per animali), la pet therapy (zooterapia), gli alberghi pet friendly (attrezzati per gli animali), il pet sitter, e quest’ultimo è a sua volta possibile perché c’è già il modello di baby sitter… e così via.

 

Gli anglicismi non sono più prestiti isolati: sono una rete che si espande

I linguisti che continuano a guardare agli anglicismi come fossero prestiti isolati, e che magari li catalogano con etichette stupide come quelle di lusso e di necessità, rimangono imprigionati nel particolare e nei singoli esempi senza vedere il fenomeno complessivamente. Usano categorie ridicole, vecchie, incapaci di rendere conto di ciò che sta avvenendo oggi alla nostra lingua.

Invece, il numero degli anglicismi che, intrecciandosi, colonizzano ogni settore è così esteso che ha cambiato la nostra lingua ed è abbondantemente straripato nel linguaggio comune. In una rete del genere il tutto non è più riconducibile alla sola somma delle parti, è qualcosa di più. È l’assimilazione dei suoni e delle regole, che va oltre le singole parole. Dal cibo al food, e dalla bellezza al beauty, per citare Annamaria Testa, sempre di più l’economia diventa economy e le tasse tax , il lavoro job… Dal lessico alle regole il passo è breve, è solo questione di tempo. E infatti persino nel linguaggio istituzionale delle leggi dopo lo stalking (il perseguitare) e il mobbing (comportamento vessatorio) nelle sentenze è arrivato il grooming (adescamento dei minori), e poi il bossing (le vessazioni da parte di un superiore) e lo straining (una forma attenuata di mobbing)… perché questo tipo di desinenze e di importazioni creano precedenti e aprono la strada all’analogia, e a continuare la lista con altre parole simili.

Questo fenomeno non si può liquidare semplicisticamente come qualche prestito linguistico, si chiama creolizzazione lessicale.

 

Fermare la creolizzazione lessicale

Per uscirne ci vogliono nuovi modelli culturali, ma è anche necessario far circolare le alternative italiane. Da più di un anno, con tutte le mie forze, sono in prima linea in questa battaglia, e nel mio piccolo vedo qualche cosa che sono riuscito a smuovere.

La verita_Francesco Borgonovo.jpgOggi è uscito un articolo a tutta pagina su la Verità (Francesco Borgonovo, “Un dizionario combatterà gli anglicismi”) che parla del progetto AAA, con addirittura uno strillo in prima pagina. Qualche tempo fa anche una rivista di sinistra come MicroMega ha dato largo spazio  alla stessa notizia (con oltre 5.000 mi piace!), e passando alle segnalazioni più istituzionali mi sono ritrovato citato anche sul sito Terminology Coordination del Parlamento europeo (Marta Guillén Martínez, “EuroParole, the new Italian platform that clarifies Anglicisms meaning”).

Rinforzato da questi segnali continuerò a lottare per fare in modo che gli italiani del futuro non scelgano di parlare la lingua che le multinazionali ci impongono e che la nostra classe dirigente ha già scelto di usare. E sono sempre meno solo, grazie alla straordinaria partecipazione dei lettori-partecipanti che si stanno aggregando attorno alle mie iniziative.

Un grazie di cuore ai tantissimi che mi hanno scritto, segnalato, commentato e donato le proprie riflessioni e la propria collaborazione.

 

PS
Sul tema dell’interferenza linguistica dell’inglese, e sulla sociolinguistica, segnalo il lavoro di Alessandro Carlucci (ricercatore dell’Università di Oxford) uscito da poco (The Impact of the English Language in Italy. Linguistic Outcomes and Political Implications, LINCOM Studies in Sociolinguistics 16, 2018) che ha studiato come l’impatto dell’inglese sulla lingua italiana sia legato alle stratificazioni sociali e alle gerarchie di prestigio e potere all’interno della comunità che usa l’italiano.

La rinuncia a parlare in italiano

Negare l’anglicizzazione della lingua italiana è ormai insostenibile. A farlo sono rimasti solo alcuni linguisti che non si sa bene dove vivano, forse in una torre di avorio slegata dal mondo del lavoro, della formazione, dell’informatica, dei giornali e della realtà. Del resto non furono certo i linguisti a comprendere, negli anni Sessanta, che l’italiano ottocentesco basato sui testi letterari e sul toscano era finito. Fu invece un intellettuale come Pier Paolo Pasolini, in un articolo su Rinascita del 26 dicembre 1964 ad aprire gli occhi agli intellettuali, ai letterati e ai linguisti (che inizialmente lo attaccarono) mostrando loro che il nuovo italiano era tecnologizzato, raccoglieva gli influssi del modo di parlare del Nord (il nuovo centro di irradiazione) ed era sempre più policentrico.

L’interferenza linguistica è un fenomeno normale e positivo, la colonizzazione no

Oggi, la nuova questione linguistica riguarda soprattutto l’itanglese e la rinuncia a parlare in italiano. È un’ovvietà sotto gli occhi di tutti, tranne di qualche barone universitario e di qualche “specialista” avulso dalla realtà, che come un disco incantato sostiene che l’accoglimento dei forestierismi è un fenomeno normale che c’è sempre stato fin dai tempi di Dante: un concetto lapalissiano che non ha nulla a che fare con la questione attuale dell’itanglese. Il punto è un altro: è un problema di numeri! Non c’è nulla di male ad accogliere un centinaio di ispanismi, di germanismi, una manciata di parole giapponesi o arabe e nemmeno poco meno di un migliaio di francesismi, visto che i sostrati del francese sono plurisecolari. Non c’è nulla di strano, di pericoloso e nemmeno di male ad accogliere migliaia e migliaia di parole straniere, se vengono adattate ai nostri suoni e alle nostre regole. Questi cambiamenti, insieme alle neologie e all’entrata nella nostra lingua di parole locali e regionali, costituiscono una ricchezza, la spinta propulsiva, l’evoluzione linguistica necessaria, se non vogliano ingessare l’italiano nella lingua dei morti e se vogliamo che cresca e si adegui ai cambiamenti del mondo.

Ma non è affatto normale che dal secondo Dopoguerra oggi abbiamo importato 3.500 parole inglesi senza adattamenti. Non è normale che in 30 anni i 1.600 anglicismi del Devoto Oli siano diventati 3.500. Non è normale che la metà dei neologismi del nuovo Millennio di Zingarelli e Devoto Oli sia in inglese. Non è normale, per esempio, che il Devoto Oli del 2017 registri in totale 980 voci marcate “informatica” e che di queste ben 417 siano in inglese! Tutto ciò ha un altro nome. Si chiama colonizzazione o regressione dell’italiano, delle sue regole e dei suoi suoni. Si chiama incapacità di evolvere con neologismi autoctoni, per prenderli da una lingua e una cultura percepita come superiore.

Per la cronaca, i 3.500 anglicismi del Devoto Oli non sono sempre sovrapponibili ai 3.500 anglicismi che ho raccolto in un dizionario più “popolare”, AAA (Alternative Agli Anglicismi). I termini informatici inglesi da me raccolti, per esempio, sono di più: 573. Viceversa il Devoto Oli raccoglie oltre 300 sigle, contro le 87 riportate da me, cioè quelle più comuni. E così gli anglicismi della fisica nel Devoto Oli sono 72, ma io ne ho accolti solo 9, perché ho volutamente omesso i tecnicismi noti solo agli addetti ai lavori. In compenso ho incluso tantissimi anglicismi che circolano sulla stampa, e che di fatto esistono, anche se non sono (ancora) registrati dai dizionari (ma è solo questione di tempo). A un mese dalla messa in rete del mio lavoro, la cosa più sconcertante è che mi sono state indicate tante lacune. Dall’11 settembre 2018 a oggi ho aggiunto circa 60 nuovi lemmi (un paio al giorno) che mi sono stati segnalati dai lettori-partecipanti (e altrettante segnalazioni non le ho inserite perché erano occasionalismi, tecnicismi troppo di settore o parole di circolazione troppo bassa per lo spirito del mio lavoro). Dopo questo primo mese di vita di AAA mi sono reso conto che la partecipazione dei lettori è stata enorme, e che 3.500 sono pochi.

L’italiano? Una scelta “eccentrica”

Gli addetti ai lavori negazionisti sono rimasti i soli, ormai, a non rendersi conto del linguaggio con cui la gente comune è costretta ad avere a che fare tutti i giorni.

“Grazie al vostro dizionario – scrive una mamma che allega anche le immagini – sono riuscita a capire cosa fosse il corso di coding che noi genitori non sapevamo proprio di cosa trattasse”.

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Non commento l’opportunità di presentare un corso con un nome simile, senza spiegazioni, rivolto ai bambini delle elementari; spero solo che questo tipo di comunicazione penalizzi le società o le “fab-lab” che propongono questi corsi e mi auguro che vengano disertati. Ma di missive del genere me ne stanno arrivando tante.

“Mi sono iscritta a un master a Bologna che si intitola: Banking and finance litigation. Chiamarlo contenzioso bancario e finanziario, no?” Scrive un avvocato.

Sì, perché la “gente” non significa il popolino o “l’utente medio” con le sue connotazioni limitative. La gente è fatta anche di persone di cultura.

“Trovo questa piattaforma di estrema utilità. Sono direttore di una rivista scientifica italiana e cerco in tutti i modi di evitare di infarcire i contributi pubblicati di anglicismi non necessari e consultarvi mi è molto utile”.

Questi pochi esempi di una ben più larga partecipazione dimostrano che la rinuncia a parlare in italiano non solo è un fenomeno concreto, pratico e reale, ma che è anche sentito da un numero sempre crescente di persone, cioè di consumatori, di elettori, di cittadini che spero di riuscire prima o poi a organizzare in un movimento che sappia far sentire la propria voce presso i politici, le aziende, le scuole, i giornali e la classe dirigente che ha deciso di rinunciare all’italiano.

La rinuncia all’italiano la vivo sulla mia pelle nelle scuole di formazione per cui collaboro. Il linguaggio aziendale è ormai in itanglese (dalla nomenclatura delle professioni ai tecnicismi) e la comunicazione delle scuole e della formazione prepara a questo linguaggio. Perché diciamo back to school? Ringraziamo le aziende che ne hanno fatto un motto inglese da appiccicare sulle vetrine per vendere gli accessori scolastici, e ringraziamo le scuole di formazione che magari lo espongono, insieme all’open day, sul loro ingresso. Queste realtà non solo stanno rinunciando a parlare in italiano, ma lo stanno anche trasmettendo, o forse imponendo, agli studenti e ai collaboratori. I corsi di recitazione diventano acting, i compiti homework, una comunicazione elettronica con gli auguri di inizio anno che ho ricevuto recava in oggetto New beginning, e davanti alle mie considerazioni verso questo linguaggio inutilmente anglicizzato, al punto da apparire ridicolo, mi sono sentito rispondere che le mie scelte “eccentriche” di usare una terminologia italiana, sì, ma obsoleta e fuori luogo rispetto al linguaggio aziendale, non sono condivisibili o sono retrograde. E allora qui ci sono in gioco due diverse visioni della lingua italiana, quella di chi va fiero di sfoggiare l’inglese e che giorno dopo giorno importa per distinguersi in una gara a chi è più moderno, e chi trova questa visione ridicola, assurda, insensata e pericolosa.

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Dai “grammar nazi” alla Resistenza e alla Liberazione

Parlare in italiano sta diventando in molti settori una scelta eccentrica, ci rendiamo conto di cosa sta accadendo, mentre qualche addetto ai lavori dice che non sta accadendo nulla? E questo non vale solo per il mondo del lavoro o dell’informatica, si estende in moltissimi ambiti, dal marketing al commercio, dal design alla moda, dalle pubblicità alle banche. I nuovi sport sono sempre più in inglese (NB: sport è un anglicismo ma non un internazionalismo “necessario” come qualche linguista vuole fare credere, e infatti in Spagna si chiama deporte), dal curling al nordic walking (che vergogna camminata nordica o con i bastoni, che eccentricità!); le discipline tradizionali si anglicizzano (la pallanuoto è sempre più water polo, la pallavolo volley, anche se in inglese sarebbe volleyball, come basketball e non basket…) e in inglese è una buona parte della terminologia sportiva (dribbling, pressing, ace, match point…). Ma possibile che al CONI non venga nemmeno in mente di provare a dare nomi italiani almeno alle nuove discipline sportive?

Qualcuno, davanti a queste considerazioni obietterà, come al solito, che le italianizzazioni erano tipiche del fascismo. È vero, ma non è certo quello il modello cui guardare, e oggi (con ben altre modalità) accadono normalmente anche in Francia, in Spagna, in Svizzera… e nei Paesi civili che hanno a cuore il proprio patrimonio linguistico.

Davanti a un’avanzata dell’inglese di questa portata e sproporzione, dobbiamo guardare ai numeri e alla profondità del fenomeno. Non c’è da fare la guerra ai barbarismi, c’è da organizzare la Resistenza. Difendere l’italiano non è da “grammar nazi” (per usare un linguaggio che arrivi anche agli angloentusiasti), significa al contrario che bisogna combattere contro gli anglofili che stanno distruggendo la nostra lingua per tentare la Liberazione.

La cancellatura dell’italiano

Oggi è il compleanno di Emilio Isgrò, un genio e un artista tra i miei preferiti, celebre soprattutto per “l’arte della cancellatura”.

In una mostra del 2016 a Palazzo Reale che gli ha dedicato Milano (la sua città di adozione) ho avuto modo di emozionarmi davanti alla cancellatura della “Quarantana”, l’edizione definitiva dei Promessi sposi curata dal Manzoni in persona. Anche io, nel mio piccolo e come posso, ho deturpato i Promessi sposi riscrivendone l’incipit in itanglese, ma ripensando alla Sua forma di distruzione creativa dei libri (e non solo), mi sono chiesto: cosa accadrebbe se cancellassi in stile Isgrò tutte le parole italiane, lasciando solo l’inglese, per esempio dalle copertine delle più diffuse riviste di moda?

GIOIA isgro

ELLE isgro

COSMOPOLITAN isgro

 

Quale sarebbe l’impatto visivo di una simile isgroizzazione di un testo di Salvatore Aranzulla che divulga l’informatica?

aranzulla isgro

 

Come si presenterebbe una pagina del famigerato Sillabo del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), privato dell’italiano con il metodo Isgrò?

MIUR isgro

 

E, visto che chi fa formazione non fa altro che abituare a dirlo solo in inglese come accade nelle aziende, che accarebbe se isgroiassimo gli annunci di lavoro?

LAVORO ISGRO

 

Ecco, questi falsi, questo isgroiare l’italiano in modo irrispettoso (per la nostra lingua e per l’arte di Emilio Isgrò) lasciando solo l’inglese, non sono solo un omaggio a un grande artista troppo poco conosciuto.

Sono soprattutto immagini che ci fanno riflettere sulla cancellazione e sulla negazione della nostra lingua, che fuori dall’arte concettuale è una realtà tragica e triste.