2.200 firme per una legge sull’italiano e “Rapporto sull’anglicizzazione”

di Antonio Zoppetti

Come annunciato nell’ultimo articolo, davanti alle dichiarazioni di vari politici del nuovo Governo di voler legiferare sulla lingua italiana, sembra che anche nel nostro Paese, finalmente, ci sia uno spiraglio per porre in primo piano la questione della lingua, dell’anglicizzazione e della necessità di varare una politica linguistica.

Per questi motivi è arrivato il momento di chiudere le sottoscrizioni a favore della nostra petizione di legge per l’italiano e di inoltrarle in Parlamento. Entro questa settimana le firme saranno inviate alle Commissioni Cultura di Camera e Senato, e a una rosa di deputati che si sono dimostrati sensibili alla questione, insieme a un “Rapporto sull’anglicizzazione” basato su numeri e statistiche (lo potete scaricare a questo indirizzo) e a un “Libro bianco” per una politica linguistica che sarà disponibile a breve sul sito italofonia.info.

Nel ringraziare, di cuore, i quasi 2.200 firmatari che ci hanno appoggiato, di seguito rendo pubblica la lettera che accompagnerà l’invio di tutta la documentazione.

2.200 firme per una legge sull’italiano e “Rapporto sull’anglicizzazione”

Onorevoli Parlamentari,

spett.li Commissione Cultura di Camera e Senato,

con la presente vi inoltriamo le circa 2.200 firme di cittadini che hanno sottoscritto una petizione di legge (https://attivisti.italofonia.info/proposte/legge-vivalitaliano-2021/) presentata alla Camera e al Senato per la tutela e la promozione della lingua italiana davanti all’abuso dell’inglese (assegnata: al Senato il 24 marzo 2020, n. 795, VII Commissione permanente, Istruzione, beni culturali; alla Camera il 20 aprile 2020, n. 727, VII Commissione cultura).

Abbiamo preso atto con grande interesse che l’attuale Governo si sta mostrando sensibile ai temi della lingua italiana in modo concreto, per la prima volta, e dopo la proposta del Sen. Menia di inserire l’italiano in Costituzione, e le varie dichiarazioni pubbliche rilasciate dal Presidente del Consiglio Meloni e da altri politici di spicco (Rampelli, Lollobrigida, Mollicone…), speriamo che le nostre iniziative possano contribuire alla causa e, soprattutto, al dibattito mediatico innescato dal vostro operato.

La nuova questione della lingua, in un mondo sempre più “globalizzato”, non ha più a che fare con il “purismo”, come in passato, riguarda invece “l’ecologia linguistica” e la tutela degli ecosistemi linguistici: si trasforma nella questione “delle lingue” – declinate al plurale – schiacciate e in alcuni casi messe a rischio dall’espansione dell’inglese globale che entra in conflitto con gli idiomi locali. In gioco non c’è solo lo “tsunami anglicus”, come lo ha definito Tullio De Mauro, e cioè l’interferenza dell’angloamericano che rischia di trasformare l’italiano in itanglese, il francese in franglais, lo spagnolo in spanglish, il tedesco in Denglisch, il greco in greenglish… (ovunque, anche fuori dall’Europa, non c’è Paese che non abbia ormai coniato un termine per designare il fenomeno: dal japish per il giapponese sino al konglish per il coreano). Il problema, a parte le contaminazioni, è quello del plurilinguismo e della tutela delle lingue minori che retrocedono dinnanzi all’inglese globale e in alcuni casi rischiano l’estinzione (in Europa il caso dell’islandese è quello più preoccupante).
Siamo perciò convinti che l’Italia abbia un bisogno urgente di una politica linguistica, che in altri Paesi si è ben delineata, perché l’inglese rischia di soppiantare l’italiano nelle università e diventa per esempio il linguaggio unico della scienza, del lavoro, dei contratti aziendali, delle denominazioni urbane, delle manifestazioni culturali e artistiche, dei prodotti proposti da istituzioni come le Ferrovie dello Stato o le Poste italiane (un esempio per tutti: Alitalia trasformata in ITA Airways).

Per questo motivo ci permettiamo di allegare due documenti.

– Un Rapporto sull’anglicizzazione con dati e statistiche sull’interferenza dell’inglese realizzato da un esperto che sul tema ha pubblicato vari libri e articoli. Riteniamo che contenga elementi utili e incontrovertibili per una misurazione e valutazione di ciò che sta accadendo alla nostra lingua nel nuovo Millennio.

– Un “Libro bianco” che guarda alle politiche linguistiche e ai provvedimenti varati in Francia, Spagna e Svizzera, e illustra i grandi benefici che l’attuazione di analoghe misure potrebbero portare al nostro Paese e a tutti i cittadini, nel promuovere la nostra lingua sul piano interno, di fronte agli anglicismi sempre più numerosi, e soprattutto sul piano internazionale, visto che l’italiano gode all’estero di un’ammirazione e di una nomea che poche altre lingue possono vantare. E costituisce perciò una risorsa non solo culturale, ma anche economica, su cui investire.

Chi siamo

Come fondatori e rappresentanti della comunità degli “attivisti dell’italiano” aggregata attraverso le nostre pagine in Rete, da ormai molti anni siamo in prima linea nella denuncia della regressione della nostra lingua davanti all’inglese, con tante iniziative volte a cambiare l’assurda e deleteria mentalità per cui le parole inglesi appaiono più evocative dei corrispettivi italiani.

In particolare, tra i tanti siti dedicati all’italiano che gestiamo, con grande sforzo abbiamo dato vita al Dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi), disponibile gratuitamente in Rete (https://aaa.italofonia.info/), che raccoglie e classifica circa 3.800 parole inglesi affiancate dai sinonimi italiani utilizzabili e dalle spiegazioni dei significati, visto che l’inglese pone dei consistenti problemi di trasparenza soprattutto nei confronti dei cittadini meno giovani. Si tratta del più ampio lavoro del genere esistente in Italia, ed è stato concepito per colmare un vuoto che in Paesi come Francia e Spagna viene realizzato in modo istituzionale dalle accademie.


Nel 2019 abbiamo lanciato un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, firmato da più di 4.000 cittadini (https://www.change.org/p/sergio-mattarella-basta-anglicismi-nel-linguaggio-istituzionale-viva-l-italiano-litalianoviva), per chiedere un intervento simbolico che sensibilizzasse la politica sull’abuso dell’inglese nel linguaggio istituzionale, ma non abbiamo mai avuto risposta.

Senza risposta sono rimaste anche le tante lettere inviate negli ultimi anni a vari politici: dal Presidente Draghi che in un paio di occasioni pubbliche aveva esternato con ironia l’assurdità del ricorso a certi termini inglesi, ad alcuni politici della scorsa legislatura che hanno però ignorato la nostra petizione di legge. Senza riscontro sono rimaste poi le nostre lettere di protesta collettive rivolte per esempio all’onorevole Franceschini che aveva deciso di denominare in inglese il portale dedicato al patrimonio culturale italiano ITSART, o all’onorevole Di Maio che ha introdotto la figura del “navigator” in modo ufficiale.

Nella speranza che questo nuovo appello sia ritenuto degno di considerazione e che il nostro punto di vista possa contribuire alla maturazione dei provvedimenti che intendete mettere in campo, esprimiamo la nostra più ferma convinzione che la tutela e la promozione della lingua italiana abbia bisogno soprattutto di una campagna mediatica volta a ribaltare l’attuale senso di inferiorità nei confronti dell’inglese.

L’inserimento dell’italiano in Costituzione – che appoggiamo e avevamo incluso nella nostra petizione di legge – ha un alto valore simbolico, ma da solo, a nostro avviso, non basta. La “battaglia” conto l’abuso degli anglicismi passa per la “connotazione”: occorre un cambio di paradigma culturale che spezzi la convinzione per cui l’inglese sia una lingua “superiore” e che gli anglicismi siano preferibili, o più moderni e internazionali, rispetto agli equivalenti italiani.

Questo capovolgimento di prospettiva si può perseguire (con costi irrisori) attraverso i canali già esistenti delle pubblicità progresso previste per sensibilizzare i cittadini sui temi sociali; attraverso campagne nelle scuole; attraverso emanazioni di linee guida, raccomandazioni e direttive per il linguaggio amministrativo e istituzionale, esattamente come è stato già fatto per esempio nel caso della femminilizzazione delle cariche o per il linguaggio non discriminatorio. In Svizzera queste direttive esistono, in nome della trasparenza e del rispetto che si deve ai cittadini italofoni, e anche in Francia e in Spagna le accademie realizzano campagne pubblicitarie in cui promuovono le proprie parole al posto degli equivalenti inglesi, sia con banche dati terminologiche ufficiali per gli addetti ai lavori sia con campagne mediatiche rivolte alla popolazione. Questi modelli hanno ottenuto discreti risultati e crediamo siano utili da studiare e da seguire.

Ringraziandovi per l’attenzione e per l’interesse mostrato per la lingua di Dante, patrimonio storico e culturale di tutti gli italiani di ogni schieramento politico, vi auguriamo buon lavoro e, a nome di tutti i firmatari, vi porgiamo i nostri più cordiali saluti.

Antonio Zoppetti (primo firmatario della petizione di legge)
Giorgio Cantoni (fondatore del portale Italofonia.info)

Interferenze dell’inglese: narrativa, narrazione, retorica e storytelling

di Antonio Zoppetti

Sempre più spesso capita di imbattersi nell’utilizzo della parola “narrativa” con un’accezione che non esiste nell’italiano storico; viene sciorinata con disinvoltura come un equivalente di “ricostruzione dei fatti” spesso non oggettiva, ma forzata o funzionale alle proprie tesi: la narrativa dei terrapiattisti o degli antivaccinisti (ormai detti solo no vax, anche se in inglese è in uso anti-vaxxer).

La narrativa è invece un’etichetta editoriale contrapposta per esempio alla saggistica, alla scolastica, alla manualistica… e si riferisce ai romanzi o ai racconti, e cioè alle opere di narrazione o di letteratura.
La confusione deriva anche dal fatto che, in inglese, il falso amico narrative significa appunto racconto o narrazione, e quando l’anglocentrismo diviene il modello prevalente, se non l’unico, della cultura e della società, questi slittamenti di significato avvengono sempre più di frequente.

Questo uso di “narrativa” attualmente si può considerare come “erroneo”, perché viola la norma e l’uso storico riportati nei dizionari; ma se non verrà arginato e stigmatizzato come “sbagliato”, “incolto”, “zotico”, “ignorante”, “rozzo” e “tamarro”, se continuerà a propagarsi in modo inarginabile, ai dizionari (dell’uso) non resterà che prendere atto dell’avvenuto cambiamento lessicale, per poi registrarlo, magari in un primo tempo con qualche riserva destinata alla fine a cadere.

L’evoluzione delle lingue segue da sempre questi meccanismi, e non di rado finisce che l’uso, e la forza dell’ignoranza, ha la meglio sulla norma. Per esempio, un’espressione come “macchina da scrivere”, a lungo sanzionata da molti in favore di “macchina per scrivere” – in cui la preposizione per risulterebbe più corretta e appropriata di da – alla fine si è imposta anche quando lo strumento ha cessato di esistere, visto che oggi è stato rimpiazzato dal computer, in inglese. E, a proposito dell’inglese, questi fenomeni avvengono sempre più spesso proprio per la sua interferenza.

L’interferenza invisibile

Le lingue evolvono. Un tempo si sarebbe detto si evolvono. Ma oggi anche la prima forma è accettabile, forse proprio per l’interferenza dell’inglese to evolve, che non richiede il riflessivo, e ci ha abituati a questo uso.

Le lingue cambiano insieme alle società, alle culture e alla storia, ed è un bene che lo facciano, altrimenti non sarebbero vive. Si evolvono anche per via esogena, cioè attingendo dalle altre lingue, come è sempre accaduto sin dall’epoca di Dante, nel cui lessico divinamente fiorentino si rintracciano allo stesso tempo parole di altre regioni insieme a quelle di origine provenzale, latina, araba e di varie provenienze.

Negli ultimi decenni, visionario circola di frequente con il significato di persona lungimirante, che vede lontano – per influenza dell’inglese visionary che ha raggiunto l’apice soprattutto con la mitizzazione di Steve Jobs – invece di designare chi ha delle visioni distorte e allucinate, il significato che da noi era prevalente.

Lo stesso si può dire del verbo realizzare usato nel senso di comprendere, invece di costruire; della parola intrigante nel senso di coinvolgente, invece che nel suo significato storico legato al compiere intrighi; o di basico – in chimica il contrario di acido – usato ormai comunemente con il significato di fondamentale, e cioè “di base” per l’interferenza di basic del basic englisch.
Questi esempi di “risemantizzazioni”, cioè di mutamenti di significato che arrivano dal “prendere in prestito” la valenza che queste parole hanno in inglese, spesso avvengono in modo inconsapevole, e si possono poggiare su significati storici che già circolavano in italiano da tempo, anche se erano secondari. Per esempio la parola compagnia non è solo una brigata di amici, ma già in passato serviva per designare anche una consociazione di artisti e artigiani o una struttura associativa di carattere commerciale (“Sono molti mercatanti, e fanno compagnia insieme”, Marco Polo), dunque una società o un’azienda. Ma il falso amico company (azienda) ha rinforzato questo uso che si ritrova nelle compagnie aeree, assicurative o telefoniche, al punto che nella recente polemica sulla nuova gestione di Twitter, su RaiNews (11/11/22) si legge come fosse normale che secondo Musk “il fallimento potrebbe essere una possibilità se la compagnia non inizia a generare più denaro”.

Viva i falsi amici! Abbasso gli anglopuristi!

Un “purista”, o meglio, un moralizzatore linguistico ostile ai neologismi come ce ne sono troppi (visto che il purismo in senso tecnico è morto e sepolto) è mediamente molto infastidito davanti a questi cambiamenti, che stigmatizza in modo di solito velenoso. Ma questo fenomeno è davvero grave e pericoloso per l’integrità della nostra lingua?

No. Questa almeno è la mia posizione, che vorrei chiarire, perché mi sono davvero scocciato di finire etichettato come “purista” dagli anglomani; come “comunista” dai conservatori che non apprezzano le mie citazioni di Gramsci e i miei strali contro il linguaggio anglicizzato per esempio del Pd (che considero un partito di destra moderata); come “fascista” da chi blatera a sproposito che le mie posizioni sulla lingua ricalcano la guerra ai barbarismi del ventennio. Ultimamente mi sono preso persino del “talebano” perché nel dizionario delle Alternative Agli Anglicismi ho osato constatare che il flashback (anglicismo tecnico cinematografico) corrisponde all’analessi in uso nella critica letteraria, e in una retrospettiva o in un salto indietro (per es. il come è cominciata) in vari usi in senso lato. Curiosamente nessuno scriverebbe all’autore di un dizionario dei sinonimi facendo notare che le alternative riportate non sono perfette (bella scoperta!), tutto dipende dai contesti e dalle scelte lessicali di cui sono alla ricerca i lettori per i loro scopi, e l’unico atteggiamento talebano è non capirlo e confondere il mio lavoro con un elenco di anglicismi “vietati” o da bandire.

E allora, anche se è impopolare, voglio gridare: “W i falsi amici e W l’interferenza dell’inglese”, se passa per l’italianizzazione strutturale e formale. Se in un prossimo futuro “narrativa” acquisterà ufficialmente il significato di “narrazione” o “racconto”, chissenefrega! Se attraverso il linguaggio informatico, per interferenza dell’inglese to implement, spunta e dilaga il verbo implementare con il significato di sviluppare o perfezionare non c’è alcun problema, è un adattamento e una parola italiana (personalmente non la uso e mi ripugna, ma questa è un’altra faccenda ed è solo questione di gusti e di abitudine). Esattamente come un sito (Internet) diventa un luogo virtuale sul modello di web site.

E se in biologia si parla di cure parentali invece che genitoriali – per interferenza del falso amico parent (genitore) – l’italiano non rischia l’estinzione, semplicemente si evolve come è normale, che piaccia o meno. Grave e anormale è invece che il filtro famiglia dei televisori, il controllo genitoriale (ma va bene anche parentale, alla peggio) sia chiamato parent control, e cioè in inglese crudo e con abbandono del lessico e della sintassi italiana. Il pericolo sta negli anglicismi non adattati, e non per motivi di principio, di purismo o di autarchia sovranista, ma per il loro numero sproporzionato e distruttivo che sta facendo scempio del nostro ecosistema linguistico.

Ciò che andrebbe condannato, invece, è l’ottuso atteggiamento di quelli che chiamo anglopuristi. Come i più intransigenti puristi del passato, questi anglomani vogliono cristallizzare l’italiano nei suoi soli usi storici, e dimenticano che le lingue vive hanno la necessità di evolversi per esprimere i cambiamenti e le novità. Recentemente, tutti i giornali hanno dato ampio spazio alla vicenda dell’onorevole Rampelli che è sbottato contro l’uso della parola dispenser, usata in Parlamento, proponendo dispensatore. Certo, in italiano esistono anche erogatore e distributore, e nell’italiano storico dispensatore si riferisce prevalentemente a colui che dispensa (dunque una persona) più che a un dispositivo erogatore. Ma cosa impedisce di usare – correttamente e in modo comprensibile – la parola con un nuovo significato più esteso?
Nulla, a parte le idiozie degli anglopuristi che vogliono ingessare l’italiano ai soli usi storici dimenticando che la lingua è metafora, che il lessico è – e deve esserlo per evolversi – elastico, suscettibile di cambiamenti, e che accanto agli usi codificati esiste per fortuna la possibilità creativa dei parlanti di dare vita a nuove parole e nuovi significati. Per gli anglopuristi che spesso vorrebbero applicare le regole della terminologia alla lingua – con una concezione della lingua monosignificato e meccanica che produce deliri – l’italiano è un monolite immodificabile, dunque preferiscono giustificare la necessità e l’opportunità del lessico inglese, invece che legittimare i nuovi usi che arrivano per via endogena. E con questa (il)logica tutto ciò che è nuovo finisce per essere espresso in inglese, visto che se una cosa è nuova ovviamente non c’è già una parola per designarla. Ma se non la si crea, perché tutto o quasi sembra arrivare d’oltreoceano, questo atteggiamento puristico finisce per aprire le porte solo all’inglese, identificato come la lingua di una nuova e intoccabile terminologia che però non è più in italiano. Oltretutto, davanti a parole come governance e alternative possibili e tentate come governanza, vale la pena di ricordare che nessuna delle due parole (quindi nemmeno l’inglese) appartiene all’italiano storico, e non si capisce perché la prima sarebbe legittima e la seconda no.

Lingua e pensiero: la riconcettualizzazione attraverso l’inglese

Nessuna parola è “straniera” per la sua origine e provenienza, le parole straniere sono quelle che violano il nostro sistema morfologico e grammaticale, i “corpi estranei” – per dirla con Castellani – che non si amalgamano con il tessuto linguistico che li ospita.
Questo principio non appartiene al purismo, era condiviso e dato per scontato dai più feroci antipuristi e aperturisti di ogni epoca, e da sostenitori della modernizzazione dell’italiano e dell’accoglimento delle parole straniere da Machiavelli a Muratori, da Verri a Cesarotti e a Leopardi. Anche rispetto alle posizioni neopuriste di autori moderni come Migliorini e Castellani, teorici dell’italianizzazione, dell’adattamento e delle neologie, si può fare un passo in più: non c’è niente di male neanche ad accogliere corpi estranei non adattati, se costituiscno un numero contenuto e tale da poter essere assorbiti senza pericolo, come avviene per un esiguo numero di parole giapponesi, per poche centinaia di ispanismi o germanismi, e anche per un migliaio di francesismi accolti nei dizionari.
Ma davanti allo tsunami anglicus che travolge e distrugge la nostra lingua, il problema è un altro, e ha a che fare con la regressione dell’italiano, il suo impoverimento e la sua creolizzazione.
Il pericolo è qui, non sta nell’uso di “supportare” al posto di “appoggiare” o “convalidare” (per interferenza di to support) o nel farsi strada del concetto di “resilienza” spacciato come novità rispetto a “resistenza”.

L’invasione di parole e radici inglesi non adattate che ci soffoca e impedisce all’italiano di coniare i propri neologismi, e quindi di evolvere e sopravvivere, è così estesa che sta portando al collasso linguistico e terminologico in sempre più settori, dall’informatica al lavoro, dall’economia alla scienza, dallo sport all’intrattenimento… Ed è l’effetto collaterale di un’anglicizzazione e di un’americanizzazione sociale e culturale prima che linguistica che nasce da una riconcettualizzazione del mondo attraverso le categorie d’oltreoceano che fanno piazza pulita della nostra storia, in un cambio di paradigma in cui i precetti della nuova cultura che si vuole imporre si basano sulla diffusione dell’ignoranza e sulla cancellazione delle nostre radici.

Per tornare alla narrativa e alla narrazione da cui eravamo partiti, vale la pena di ricordare che l’arte della narrazione, intesa come comunicazione persuasiva (scritta e orale), nasce almeno con i sofisti dell’antica Grecia, e si chiamava retorica. L’arte dell’oratoria e della retorica è poi passata alla cultura Romana dell’epoca classica ed è stata per secoli e secoli oggetto di studio e di analisi che si sono arricchite di punti di vista multidisciplinari, dalle riflessioni psicologiche a quelle pubblicitarie. Ma nell’era del marketing dalla retorica si è passati allo storytelling che ci arriva d’oltreoceano, pensato in maniera pragmatica da chi si sveglia un giorno, semplifica e appiattisce secoli di riflessioni magari in nome del problem solving, e ci rivende una “nuova” e moderna tecnica rivoluzionaria che si esprime con “intraducibili” termini in inglese che noi, nel nostro piccolo servilismo, ripetiamo, insegniamo e diffondiamo nelle nuove scuole coloniali senza più alcuno spirito critico. È lo storty-telling di chi ha smarrito la propria cultura e le proprie radici e si fa fagocitare compiaciuto in un processo cannibale, innanzitutto culturale, e quindi anche linguistico.

PS

Buon Natale e buone feste a tutti. E a coloro che – forse credendo di essere internazionali – inviano gli auguri con formule come Merry Christmas, Happy Holidays e simili americanate destinate ai colleghi italiani o alle vecchie zie, vorrei ricordare che non siete solo ridicoli e patetici, siete dannosi collaborazionisti del globalese che sta uccidendo la nostra lingua e cultura.

Anglicismi e decervellamento

di Antonio Zoppetti

La scorsa settimana è uscito sulla Stampa un pezzo di Mattia Feltri (“Vento nel vento”, 7/12/22; un grazie a Marco Zomer che me l’ha segnalato) che ben riassume tutta la pochezza e gli stereotipi in circolazione sulla questione degli anglicismi che permeano la mentalità dei giornalisti, ma più in generale della nostra classe dirigente.

È interessante perché le “analisi” – se così si possono chiamare – sull’argomento non costituiscono il tema centrale dell’articolo, ma servono al giornalista per esemplificare tutt’altro, e cioè l’ineluttabilità del passaggio dai pagamenti in contanti a quelli digitali. La tesi è che chi difende i contanti ricorda i “puristi” che si oppongono agli anglicismi, una posizione meritoria ma destinata a perdere, perché il “destino dell’italiano” è segnato come quello della moneta.

Lo spessore dell’articolo evoca quello dei temini di un liceale, e non varrebbe nemmeno la pena di replicare se non fosse stato pubblicato su un autorevole giornale e se non fosse l’emblema di una mentalità distorta da combattere proprio perché diffusa.

Il problema degli anglicismi è ridotto a una questione di “purismo”, e gli esempi riportati di condanna da parte di “meritorie istituzioni a tutela della lingua di Dante” sono che “non si dice team, si dice squadra; non si dice meeting, si dice riunione; non si dice spoilerare, si dice svelare il finale.” Mattia Feltri sembra vivere in un’altra epoca o in un altro mondo. Viene da chiedersi quali siano le “meritorie istituzioni” a cui si riferisce, declinate al plurale. La Crusca? Perché non ne vedo altre, visto che le istituzioni sono in prima linea nella diffusione degli anglicismi, dalla nostra classe politica al Ministero dell’istruzione. Chissà se il giornalista ha mai letto uno dei ventuno comunicati del “gruppo Incipit” della Crusca (21 a fronte di circa 4.000 anglicismi annoverati nei dizionari), volti ad arginare gli anglicismi incipienti e istituzionali (come da programma che si evince dal nome scelto) e non certo a condannare parole ottocentesche come meeting, né tantomeno voci come spoilerare. Le “meritorie istituzioni” che vivono solo nella testa di Feltri fanno parte di una “Crusca immaginaria” e di un “purismo” che esisteva trecento anni fa, o forse negli elenchi dei sostitutivi ai forestierismi stilati dalla Reale Accademia Italiana in epoca fascista. Altrettanto avulsa dalla realtà è l’immagine stereotipata di un’interferenza dell’inglese ridotta a qualche anglicismo ormai acclimatato o marginale (spoilerare oltretutto si può considerare un adattamento che non viola il nostro sistema ortografico e morfologico). Ma davanti all’attuale tsunami anglicus che travolge ogni lingua del mondo, quello che colpisce è la superficialità della visione della lingua sottostante a queste speculazioni. Nella stucchevole concezione distorta dell’italiano, la lingua sarebbe un fenomeno “democratico” che si impone “dal basso a dispetto dei sacerdoti dall’alto, come il volgare si impose sul latino.” Una ricostruzione storica che non sta né in cielo né in terra, visto che la nascita dell’italiano unitario è una conquista del Novecento, e per secoli la gente ha parlato nei propri volgari (al plurale) regionali, mentre il “volgare del sì” è stato una lingua letteraria e artificiale che viveva solo nelle pagine dei libri e che è stato normato soprattutto proprio dal purismo. E, successivamente, l’unificazione dell’italiano è stata una conquista orientata dai programmi scolastici, dall’uso istituzionale-amministrativo, dai giornali, dai mezzi di informazione e di intrattenimento dell’epoca del sonoro… i centri di irradiazione della lingua che oggi invece diffondono e impongono l’itanglese.
Il prezzo che abbiamo pagato per l’affermazione dell’italiano unitario – orientato dall’alto – è stato l’abbandono dei dialetti che in qualche caso sono addirittura scomparsi.

Non se ne può più di questo patetico mito della lingua come processo che nascerebbe dal basso, come se per imparare e padroneggiare l’italiano non fosse necessario andare a scuola. Quanto agli anglicismi, il problema è che non sono affatto un fenomeno che arriva dal basso, l’itanglese è in gran parte il frutto delle scelte linguistiche dei giornalisti – i nuovi sacerdoti dall’alto – che hanno abbandonato le regole virtuose della comunicazione trasparente per riempire i giornali di espressioni come lockdown, green pass, gaslighting, price cap e una neolingua che si impone alla gente in nome di una strategia compulsiva per cui ogni cosa si riscrive in inglese, in un abbandono dell’italiano che non solo non si sa rinnovare creando i propri neologismi, ma finisce per dismettere le nostre parole storiche anche quando ci sono perché il passaggio all’itanglese risulta maggiormente connotativo.

Parole come smartphone e streaming non sono un processo che arriva dalla lingua dei “nostri figli”, arriva dal linguaggio (dall’alto) dettato dall’espansione delle multinazionali d’oltreoceano di cui i giornali sono la principale cassa di risonanza; e se il “destino dell’italiano è segnato” e siamo davanti all’ineluttabile anglicizzazione e allo sfaldamento della nostra lingua che ricorda quello del tardo latino medievale, la responsabilità di questo linguicidio è da attribuire a quelli che ragionano come Feltri. È soprattutto la lingua dei giornali che “costringe” i vocabolari a riempirsi di parole inglesi. Ma ciò che getta nello sconforto più di ogni altra cosa è il paragone tra la lingua e il contante.

L’abbandono del denaro contante e dell’italiano sono due cose dalle conseguenze ben diverse, e non comprenderlo è inqualificabile. “La nostra lingua – per citare Annamaria Testa – è un bene comune. È un patrimonio di cultura, di bellezza, di storia e di storie, di idee e di parole che appartiene a tutti noi, che vale, che ci identifica come individui, come cittadini e come Paese. Dovremmo averne cura.”
La tutela dell’italiano non è una battaglia di retroguardia, come troppo spesso si sente dire dagli anglomani dalla mente colonizzata e collaborazionisti dell’inglese. Non ha nemmeno niente a che fare con il purismo, l’anglicizzazione è un fenomeno che sta travolgendo e snaturando il nostro ecosistema linguistico e che ci sta conducendo alla perdita della nostra identità storica per creolizzarci.
Se le balene rischiano l’estinzione, se la dissennata deforestazione frutto delle dissennate politiche energetiche sta portando a un cambiamento climatico sempre più distruttivo, non si può alzare le spalle e trincerarsi davanti all’ineluttabile modernizzazione. Bisogna cambiare visione, bisogna mettere in campo un’altra idea di sviluppo e di modernità che sia più sostenibile. Il globalese è una minaccia per le lingue e le culture locali che vanno tutelate, protette e difese. Ciò ha a che fare con il problema della salvaguardia delle minoranze culturali e del plurilinguismo. Davanti al rischio di estinzione della cartamoneta la questione si può liquidare con un bel “chissenefrega”, ma davanti all’anglicizzazione, un fenomeno globale che impoverisce e uccide la ricchezza e la diversità linguistica del pianeta intero, ci vorrebbero delle riflessioni più serie di quelle di Feltri. Se la nostra intellighenzia è fatta da questi “pensatori” siamo davvero fritti.

L’italiano e le altre lingue di fronte alla glottofagia dell’inglese

di Antonio Zoppetti

“Oggi la situazione della lingua italiana non può essere studiata isolatamente, e nemmeno in contrapposizione generica con le grandi lingue europee prese in blocco, ma va vista nel quadro linguistico mondiale attuale” (Italo Calvino, “L’italiano, una lingua tra le altre”, Rinascita, 30 gennaio 1965).

Quasi sessant’anni dopo, queste parole sono più che mai attuali, ma lo scenario è completamente mutato. Cosa intendeva Calvino esattamente? E a cosa si riferiva?

La questione della lingua di Pasolini

L’articolo si inseriva in una polemica sulla questione della lingua che per qualche tempo si è sviluppata sulle pagine di Rinascita, e non solo, e che ha coinvolto numerosi intellettuali. Questo dibattito è stato uno sprazzo che presto si sarebbe dissolto, almeno sulle pagine dei giornali, e partiva da un celebre pezzo di Pier Paolo Pasolini che, sempre su Rinascita (“Nuove questioni linguistiche”, 26 dicembre 1964), aveva salutato, non senza emozione, la nascita di un italiano unitario, comune a tutti gli italiani, che solo una ventina di anni prima non esisteva. L’italiano è sempre stato una lingua letteraria basata sul toscano modellato dalla lingua degli scrittori e dei giornali, ma passando dalla scrittura al parlato, si trattava di una lingua regionale, cittadina o individuale, più che unitaria. La novità individuata con grande acume da Pasolini era che finalmente era nato un nuovo italiano comune a tutti, ma questo italiano era molto diverso da quello letterario, si era trasformato in un italiano molto tecnologico che proveniva non più dal toscano, ma dalle aree industriali del nord, che erano i nuovi centri di irradiazione della lingua. Se tutti, da Palermo a Milano, parlavano di “frigorifero” era perché la nuova lingua, sempre più policentrica, esprimeva il linguaggio della nuova classe egemone, la “borghesia capitalista” dell’industria. Ma questo nuovo italiano, al contrario dei dialetti, era sempre più comunicativo e sempre meno espressivo, e dunque Pasolini, per essere espressivo, nel fare letteratura preferiva scrivere poesie in friulano o nel gergo dialettale del proletariato dei sobborghi di Roma.

La questione della lingua in Gramsci

Trent’anni prima, nel 1935, anche Antonio Gramsci aveva capito che una lingua tende a unificarsi in un territorio solo perché esiste un ceto dirigente che la impiega facendola divenire in questo modo un modello riconosciuto e seguito. Dunque, ogni volta che riaffiora la questione della lingua “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale” (Quaderni del carcere, 29, § 3).
Gramsci era consapevole della natura politica della lingua e i “focolai di irradiazione” erano per lui la scuola, i giornali, gli scrittori sia d’arte sia popolari, il teatro e il cinematografo sonoro, la radio, le riunioni pubbliche di qualunque natura, anche religiosa, oltre alle conversazioni tra ceti colti e meno colti e ai dialetti.

Con l’avvento della televisione e dell’industrializzazione questo scenario era mutato, e in definitiva i nuovi “focolai” predominanti erano proprio quelli individuati da Pasolini, anche se la maggior parte degli intellettuali lo criticarono duramente, a cominciare da Calvino.

Calvino

Quando Calvino scriveva che l’italiano va visto in una prospettiva mondiale aveva in mente soprattutto il problema delle traduzioni. Secondo lui la nostra lingua aveva una duttilità particolare, in confronto ad altre lingue, che permetteva la traduzione in modo superiore rispetto a quanto gli scritti in italiano potessero essere resi in francese o inglese. È un giudizio che si ritrova anche in Leopardi quando, nello Zibaldone, lodava la lingua italiana proprio per la sua intrinseca capacità di adottare “tutti i più disparati stili, ma conservando la sua indole” senza mutarsi e corrompersi: “E il pregio della lingua italiana consiste in ciò che la sua indole, senza perdersi, si può adattare a ogni sorta di stili” (19 ottobre 1821, pag. autogr. 1947).

Calvino è stato autore di una magistrale traduzione dei Fiori blu di Quenau, in un difficile lavoro di resa degli infiniti giochi di parole del testo francese. Ma passando dalla traduzione in italiano alle traduzioni dell’italiano nelle altre lingue era piuttosto scettico sulla possibilità di una buona resa. “Il guaio è che gli italiani – notava – scrivono senza ‘codice’, cioè con vari ‘codici’ insieme. Accumulano termini e termini delle più diverse provenienze; molti di questi termini mettono radici, sviluppano una loro storia interna; e chi li impiega si riferisce a questa loro storia interna, allude, gioca di finezza e insieme d’ambiguità. Tanto tra noi ci si capisce sempre. E quando siamo tradotti che cosa ne può venir fuori? Niente.” E aggiungeva: “Dove voglio arrivare con questo discorso? A dire che prima di scrivere nella propria lingua bisogna pensare in un’altra, o in una specie di esperanto che vada bene per tutti?” No, “una pretesa di questo genere (…) equivarrebbe a castrare il pensiero, ad appiattirlo” e le lingue nazionali possono sopravvivere solo se mantengono la loro creatività e la loro libertà, che sono insostituibili.

L’antilingua

Come è noto, le preoccupazioni di Calvino sulle sorti dell’italiano riguardavano quella che chiamava “l’antilingua” e che rappresentava “il male” della comunicazione. Il suo “ideale linguistico” era quello di un italiano che fosse “il più possibile concreto e il più possibile preciso” e che si scontrava con il linguaggio astratto e generico esemplificato in un celeberrimo passo sul burocratichese da verbale dei carabinieri.

Il testimone dichiarava: “Stamattina presto andavo in cantina ad accedere la stufa e ho trovato tutti questi fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena”. Ma nel rapporto del brigadiere questa dichiarazione concreta e con la sua espressività diventava: “Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinnovamento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di avere effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano” (“L’antilingua”, Il Giorno, 3 febbraio 1965”).

Anche in questo articolo Calvino ribadiva che il “dato fondamentale è questo: gli sviluppi dell’italiano oggi nascono dai suoi rapporti non con i dialetti ma con le lingue straniere.” E, in polemica con Pasolini, aggiungeva che il rapporto lingua-dialetti, ma anche la provenienza del linguaggio da Firenze o Milano, avevano poca importanza. Il linguaggio “tecnico-meccanico è solo terminologia; lessico, non lingua”, ed è nazionale, anche se quello dell’agricoltura, per esempio, è al contrario sempre stato regionale e dialettale. Ma in sintesi, “se il linguaggio tecnologico di cui ha scritto Pasolini (cioè pienamente comunicativo, strumentale, omologatore degli usi diversi) si innesta sulla lingua (aggiungo e non sull’antilingua) non potrà che arricchirla, eliminarne irrazionalità e pesantezze, dare nuove possibilità.”

Con il senno di poi, la preoccupazione calviniana per la distruzione dell’italiano schiacciato dall’antilingua si è rivelata infondata. Le analisi di Pasolini si sono invece rivelate profetiche e, come ha osservato Claudio Marazzini, oggi “non si può negare che lo scrittore intuì meglio di altri la tendenza alla quale si avviava la lingua nazionale, la quale iniziava davvero un processo di definitivo distacco dalla propria tradizione umanistico-letteraria” (L’ italiano è meraviglioso. Come e perché dobbiamo salvare la nostra lingua, Rizzoli 2018, p. 132).

Ma venendo ai nuovi centri di irradiazione della lingua e al nuovo linguaggio tecnologico, che cosa è accaduto rispetto agli anni Sessanta?
Una rivoluzione epocale che rappresenta un salto ben più sconvolgente di quello individuato da Pasolini. Ma anche rispetto all’idea di Calvino (e di Leopardi) che l’italiano avesse in sé una gran capacità di adattamento nella traduzione, perché questa virtù si è spezzata.

L’abbandono dell’italiano

Se negli anni Sessanta l’italiano unitario tecnologico arrivava dai centri industriali del nord, in epoca di globalizzazione la lingua non solo è sempre più tecnologica, ma è accaduto che i centri di irradiazione del linguaggio non sono più in Italia, si sono sposatati e ci provengono direttamente da fuori: dal mondo anglofono, e senza alcuna traduzione. La nuova terminologia e il nuovo lessico non sono più fatti da nativi italiani, questi semmai si limitano a importare e ripetere in inglese senza tradurre nulla. E così il mondo del lavoro richiede – e allo stesso tempo impone – una lingua ibrida che non è più italiano, ma una commistione che si può definire itanglese. La tecnologia si esprime in inglese, e dopo l’epoca del “frigorifero” unificante i nuovi oggetti comuni con cui abbiamo a che fare sono il freezer, il mouse, il computer e i decoder, gli e-book e i tablet, i led, gli airbag, gli smartphone e le webcam, i badge e le card
Le funzioni lavorative si esprimono in inglese dai manager agli account, advisor, broker, art director, coach, tutor, copy(writer), fino alle mansioni meno blasonate dei wedding planner, pet sitter, hair stylist, biker e rider… Anche i processi lavorativi si sono anglicizzati, tra business plan e timing, customer care, outsourcing e import-export, mission, vision e competitor, franchising e merchandising, e tra delivery, call center e fast food l’economia è economy, il settore alimentare è food, i negozi sono shop e store… Ma l’anglicizzazione dissennata e sistematica travalica la tecnologia, coinvolge ogni aspetto della società e della contemporaneità, dallo sport alla moda, dalla cultura alla politica, dalla scienza all’economia… E i mezzi di informazione che un tempo hanno contribuito a creare l’italiano unitario oggi sono i principali diffusori dell’itanglese.
La prosecuzione del processo individuato da Pasolini continua importando dall’inglese, invece che produrre un nuovo italiano tecnologizzato, e coincide con l’abbandono dell’italiano, non con la sua omologazione uniformante. Siamo di fronte a un cambio di paradigma produttivo e sociale dove la nuova classe dirigente, per dirla con Gramsci, sta operando una riorganizzazione dell’egemonia culturale che si esprime attraverso l’angloamericano.
Se Calvino riteneva che pensare in un’altra lingua, prima di scrivere in italiano, avrebbe ucciso la creatività e la libertà che hanno caratterizzato e tengono in vita le lingue nazionali, le cose sono oggi peggiori, perché questa lingua in cui stiamo cominciando a pensare, che non è più l’italiano, non è l’esperanto – una lingua artificiale che non entra in conflitto con le lingue locali – è la lingua madre e naturale dei popoli dominanti protagonisti della globalizzazione, il globalese che si espande e minaccia tutte le altre lingue, una lingua cannibale che mette a rischio il plurilinguismo e ogni differenza culturale schiacciata da un monolinguismo totalizzante.

Dal lessico a una newlingua

Ad accorgersi di questo fenomeno, negli anni Ottanta, fu un altro acuto intellettuale che pose la nuova questione della lingua: Arrigo Castellani, con il suo grido di allarme per il “Morbus anglicus” che proprio in quegli anni ha cominciato a esplodere in modo preoccupante. Se il purismo e la successiva becera guerra contro il barbaro dominio di epoca fascista erano frutto di un’autarchia linguistica tutta interna che portava all’isolazionismo e che nasceva da una questione di principio, oggi la questione è un’altra. Persino il principale oppositore alle preoccupazioni di Castellani, Tullio De Mauro, si è dovuto ricredere per ammettere che siamo in presenza di un vero e proprio tsunami anglicus che travolge tutte le lingue del pianeta. E in Italia, purtroppo, questo tsunami è particolarmente devastante, visto che non abbiamo politiche linguistiche a tutela della nostra lingua, non abbiamo enti normativi, e sembra che le istituzioni proteggano maggiormente l’inglese invece che l’italiano.
Tornando alle parole di Calvino, il linguaggio tecnologico – e non solo – non si innesta più nella lingua italiana, dunque si configura come un impoverimento, e non come un arricchimento. E non è più nemmeno terminologia, cioè lessico, perché è questa l’antilingua che ha preso piede e che si sta diffondendo in modo sempre meno arginabile.

Se negli anni Ottanta la questione era confinata al lessico, nel nuovo Millennio l’itanglese sta prendendo vita in modo ben più profondo e devastante, per la nostra identità linguistica. Mentre la metà dei neologismi del Duemila è in inglese, dall’adozione dei singoli “prestiti”, come si ostinano a chiamarli i linguisti, siamo passati alla nascita di centinaia e centinaia di parole ed espressioni ibride (zanzare killer, salvaslip, customizzare, babypensionato…), un fenomeno senza precedenti nella storia dell’interferenza linguistica che non si è mai registrato nel caso dei francesismi, ispanismi o germanismi. Mentre esplodono i “prestiti sintattici” che minano la struttura stessa dell’italiano rovesciando la collocazione delle parole (social media manager, covid ospital, family day…), le radici inglesi si ricombinano tra loro generando qualcosa che non è più né inglese né italiano (no vax, smart working, baby gang, green pass, happy end…), e spuntano le prime forme verbali in inglese (relax, remember, don’t worry, save the date…) che sfociano nelle prime enunciazioni mistilingue (one moment, number one, why not?, very good, too much!…).

La nuova antilingua è l’itangese

Questa è la nuova antilingua che dovremmo combattere, invece che ostentare con servile fierezza. E i problemi di comprensibilità non sono legati al non essere una lingua concreta e precisa che aspira a un’astrazione generica e vuota. La sua pericolosità sta nell’essere altro rispetto all’italiano, nel non essere un’evoluzione normale, ma una via verso la creolizzazione e l’abbandono dell’italiano e della sua identità storica.

Nel nuovo Millennio l’italiano va visto sì “nel quadro linguistico mondiale attuale” e non isolatamente, ma il mutato scenario globale apre “la questione delle lingue”, e non più solo “della (nostra) lingua”, e del plurilinguismo minacciato dall’avanzata del monolinguismo a base inglese.

Come ha scritto Nicoletta Maraschio: “L’italiano si presenta oggi in Europa in duplice veste: come lingua di un’illustre tradizione letteraria e culturale, molto richiesta nelle scuole, nelle università, negli istituti di cultura di tutto il mondo (anche per la fortuna del «made in Italy», della cucina e del turismo italiano), ma anche come lingua «giovane», nella quale gli stessi italiani non credono a sufficienza. Ecco che allora la questione della lingua, che oggi si ripropone con grande forza, non è più questione solo nazionale, ma questione tipicamente internazionale e in particolare europea. Occorre infatti che la nostra lingua sappia svolgere, in un’Europa istituzionalmente plurilingue, il ruolo che le compete, occorre che sappia intrecciare strettamente la sua storia e il suo futuro a quelli delle altre lingue ufficiali europee che tutte insieme richiedono di essere tutelate e valorizzate.”

Se l’italiano richiede di essere promosso e tutelato è solo per questo, e non per purismo. E questa non è una battaglia di retroguardia. In Francia, Spagna, Svizzera, Islanda e in molti Paesi lo hanno capito. Purtroppo in Italia lo comprende solo una sparuta avanguardia, mentre la nuova classe dirigente anglomane continua a ragionare con i paraocchi e a liquidare ogni richiesta di tutela dell’italiano alla luce del purismo o del fascismo. Giornalisti, politici e intellettuali sembrano ignorare che la lingua è politica, come aveva scritto Gramsci, hanno dimenticato le riflessioni di Pasolini e anche quelle di Calvino, perché il loro unico punto di riferimento è quello culturale (e dunque linguistico) dell’anglosfera, che ci sta fagocitando recidendo le nostre radici e castrando la nostra cultura, la nostra libertà e creatività.

L’italiano, i giovani e l’inglese

di Antonio Zoppetti

È da poco uscito uno studio dell’Accademia della Crusca che fa il punto sul linguaggio giovanile del nuovo Millennio ed è ricco di nuovi dati e riflessioni interessanti.

Curato da Annalisa Nesi, ed edito da goWare, L’italiano e i giovani. Come scusa? Non ti followo raccoglie gli interventi di vari specialisti che hanno trattato il tema da diversi punti di vista.

Il libro è uscito in occasione della Ventiduesima settimana della lingua italiana nel mondo che si è svolta dal 17 al 23 ottobre, ma che non si è esaurita in questo lasso di tempo e in Germania – dove i corsi universitari non erano ancora partiti – è stata posticipata. Perciò, nella coda lunga della manifestazione, segnalo che martedì 15 novembre terrò una conferenza sullo stesso argomento presso l’Università di Heidelberg intitolata “L’italiano i giovani e l’inglese“.

È aperta a tutti e si potrà seguire via Zoom dalle 18 alle 20 a questo indirizzo: https://heiconf.uni-heidelberg.de/t76z-6ev6-2gr3-x7cz.

Per chi è interessato, ho recensito il libro della Crusca sul portale Italofonia.info, mentre sul canale del linguista Mario Mancini di goWare ho aggiunto le mie considerazioni sul fatto che l’anglicizzazione emerge come uno dei dati più significativi che contraddistingue il nuovo linguaggio giovanile; ma ciò non deve stupire, e bisognerebbe leggerlo alla luce di una ben più ampia anglicizzazione che riguarda la lingua italiana nella sua complessità.

La stagnazione del gergo giovanile che attinge quasi solo dall’inglese

Il linguaggio giovanile è da sempre caratterizzato dal suo essere passeggero. Le nuove generazioni creano un loro gergo che si rinnova continuamente e si distacca da quello delle generazioni precedenti, per cui se negli anni Sessanta per indicare e connotare negativamente chi era “anziano” si usava “matusa”, oggi si usa l’anglicismo “boomer”. Inoltre, una volta adulti, i giovani tendono ad abbandonare le parole che usavano da ragazzi, e vocaboli come “sfitinzia” che nel gergo dei paninari degli anni Ottanta indicava la “ragazza”, tendono a scomparire, perché vengono dismessi dai parlanti che li sfoggiavano. Tuttavia, anche se la gran parte del lessico giovanile finisce con lo svanire, alcune parole sopravvivono e possono entrare nella lingua italiana, magari perché sono riprese e accettate dai giornali, oppure perché vengono ereditate e riproposte anche dalle generazioni successive. Il meccanismo e le percentuali di attecchimento non sono poi diversi da quelli che regolano l’affermarsi dei neologismi, di cui solo una piccola parte è destinata a raggiungere una sua stabilità che sopravvive nel tempo.

Nel caso del linguaggio dei giovani le nuove parole generazionali sono sempre state marcate da una certa creatività nelle coniazioni, e gli elementi di partenza erano soprattutto legati al territorio. Quando la leva era obbligatoria, per esempio, dal linguaggio della “naia” che coinvolgeva la popolazione maschile si importavano espressioni come “burba” o “spina”, che designavano il neofita e il suo essere un novellino spesso connotato come imbranato (una “matricola” nel gergo universitario). Oggi lo stesso concetto è mutuato dall’ambiente virtuale dei videogiochi attraverso espressioni come newbie (probabilmente da “new boy”) che viene poi anche adattato e variato in tanti modi come niubbo, nabbo, nabbone e via dicendo. E a proposito di varianti, va detto che molte parole giovanili del passato erano voci regionali e dialettali, e lo stesso gergo dei giovani era legato alla territorialità e si differenziava di regione in regione.

Oggi lo scenario è cambiato radicalmente. Nel passaggio dalla socialità, che contraddistingueva i movimenti studenteschi e giovanili di una volta, all’epoca dei “social”, l’ambiente di cui i ragazzi del Duemila si nutrono è quello virtuale. La Rete, le piattaforme sociali, i videogiochi, le serie televisive, i film, i video musicali, i prodotti d’oltreoceano tecnologici e di consumo… sono i nuovi punti di riferimento che formano e accomunano i giovani. Questi sono i nuovi “centri di irradiazione della lingua” avrebbe forse detto Pasolini. E poiché questa globalizzazione si esprime soprattutto in inglese e coincide sempre più con l’americanizzazione del mondo, ecco che l’odierno linguaggio giovanile segna un periodo di “stagnazione” in cui la creatività lessicale si è interrotta – come osservano Michele Cortelazzo e Luca Bellone – perché più che altro si importa dall’inglese. E per lo stesso motivo anche le componenti regionali e dialettali vengono meno, per cui il linguaggio dei giovani “ha perso gran parte della varietà (sociale e geografica) che lo caratterizzava per imboccare vie più standardizzate e basate su modelli trasmessi attraverso i social network” (Cortelazzo), mentre si registra una “sensibile riduzione del processo di neoconiazione di parole ed espressioni del cosiddetto «strato gergale ‘innovante’ ed effimero»” (Bellone).

Anche se mancano dei confronti statistici sul numero degli anglicismi presenti nel linguaggio giovanile del passato (da sempre influenzato dalle suggestioni musicali, cinematografiche, letterarie e commerciali d’oltreoceano), è evidente che oggi l’inglese è diventato il punto di riferimento principale che ha cannibalizzato ogni altro aspetto. Tra le 9 parole esemplificate da Cortelazzo ci sono anglicismi crudi come cringe, crush, millennial, pov, trend, scorciamenti come bando (cioè casa abbandonata da abandoned house) e ibridazioni come droppare, floppare e stitchare.

E l’italiano dov’é? Viene da chiedersi.

Kevin De Vecchis ha analizzato un corpus di 398 occorrenze apparse su Twitter nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2021 e il 1° aprile 2022. Su 122 forme italiane “alcune delle quali calcate sul modello inglese (come vibrazioni positive, dall’inglese good vibes)” registra ben “74 prestiti integrali, non adattati, dall’inglese”. Questi anglicismi crudi rappresentano dunque più della metà delle voci, e se si aggiungono anche i calchi e le parole ibride e italianizzate, la presenza dell’inglese rivela tutto il suo ingombro. Se poi si analizzano le cose più nel dettaglio, ci sono ben 18 forme verbali ibride (come “blessare” o “lovvare”) e 3 aggettivi (“basato”, “ghostato”, “scriptato”), oltre ad addirittura 13 espressioni fisse che introducono “pezzi” di inglese più complessi di un singolo vocabolo, e sembrano più una testimonianza di enunciazioni mistilingue che si fanno strada nell’italiano, per esempio “frasi semplici (fight me), complesse (per es. prove me I’m wrong), esclamative (what a time to be alive) o anche sintagmi verbali come per es. is over ‘è finito’, che viene unito a diversi soggetti.” A queste si possono aggiungere locuzioni avverbiali come “too much o l’alfanumerico 2l8 ossia too late, visto che la pronuncia inglese di 2 è simile a too e quella di 8 a ate in late”, e circolano persino delle forme verbali come “fly down” e “to blow up”.

La stagnazione dell’italiano

Se gli interventi degli studiosi della Crusca prendono atto dell’anglicizzazione del linguaggio giovanile, questo fenomeno non è affatto confinabile in questo ambito, e anche se nella pubblicazione non viene detto bisognerebbe registrare che gli stessi meccanismi e la stessa stagnazione coinvolgono più in generale l’intera lingua italiana. Dalle marche dei dizionari come lo Zingarelli e il Devoto Oli risulta che più della metà dei neologismi del Duemila è in inglese crudo, o proviene dall’inglese. Gli adattamenti sono pochissimi e spiccano invece le parole ibride, per cui se i giovani ricorrono a verbi come followare e friendzonare, gli adulti non si fanno problemi a bypassare l’italiano o screenare il suo lessico con altrettanta naturalezza. Se il 98% dei ragazzi trascorre “almeno 5 ore al giorno all’interno degli spazi offerti dai social network” come WhatsApp, Instagram, TikTok o YouTube (Bellone), i loro genitori e professori non sono fuori da queste dinamiche e i giornalisti, gli imprenditori, la nostra intera classe dirigente ha come punto di riferimento soprattutto ciò che viene d’oltreoceano, e le conseguenza linguistiche sono solo la spia di questo cambio di paradigma che non è solo generazionale, ma sociale.

È curioso che l’onorevole Rampelli, indignato davanti ad anglicismi come “dispenser”, si ribelli all’inglese proponendo di usare “dispensatore”. E non perché questa parola non si possa usare in questo nuovo significato perfettamente lecito e comprensibile rispetto a “colui che dispensa”, ma perché le alternative “erogatore” e “dosatore” che esistono da sempre non vengono più in mente davanti all’avanzare dell’inglese che produce “prestiti sterminatori” che fanno regredire e talvolta scomparire le espressioni italiane. È avvilente anche che un certo giornalismo e una certa politica, davanti a queste prese di posizione, non sappia far altro che riproporre in modo strumentale la solita tiritera del fascismo. Questo approccio alla questione è davvero miope perché, di fronte all’attuale “tsunami anglicus”, chi difende e promuove l’italiano dovrebbe evocare al contrario chi fa la Resistenza. E invece di interpretare l’italianizzazione – anche creativa o basata su adattamenti e allargamenti di significato – come una posizione nostalgica, si dovrebbe spostare il punto di riferimento dal ventennio a ciò che oggi si fa in Francia, in Spagna, in Svizzera, in Islanda e nei Paesi democratici e civili che considerano normale e auspicabile proteggere il proprio patrimonio linguistico davanti al globalese che entra in conflitto con le lingue locali, pone problemi di trasparenza, crea barriere di comprensibilità e fratture sociali che discriminano alcuni parlanti, e soprattutto snatura gli idiomi locali fino a metterne a rischio la sopravvivenza.

Anche i giornalisti e i politici, in altre parole, come i giovani, attraverso il ricorso agli anglicismi si identificano, si distinguono socio-linguisticamente, e marcano il loro ambito di appartenenza. Anche loro guardano all’anglosfera come al punto di riferimento principale su cui si formano. Se il dizionario inglese Collins introduce come parola dell’anno “permacrisis” ecco che immediatamente dopo tutta la stampa italiana dedica un pezzo alla nuova parola come se fosse una “nostra” parola. Perché l’anglosfera non è solo il punto di riferimento dei giovani ma dell’intera nostra classe dirigente.

La buona notizia è che “permacrisis” è stata adattata in “permacrisi”, come ho spiegato alla redazione di Oggi che mi ha intervistato in proposito. Ma purtroppo questi esempi di evoluzione linguistica “sana”, sono sempre meno. E davanti agli anglicismi crudi usati snobisticamente per elevarsi bisognerebbe adattare invece che adottare e creare più neologismi per non finire fagocitati dall’itanglese. Dinnanzi agli anglicismi e ai nuovi concetti che ci mancano ci vorrebbero più adattamenti, più risemantizzazioni come “dispensatore” (quando non abbiamo già le nostre parole) e più neologismi creativi, per uscire dalla stagnazione della nostra lingua che anglicismo dopo anglicismo sta soffocando e sembra un albero morto che rimane in piedi ma riesce sempre meno a germogliare a partire dalle proprie radici. Perché i nuovi germogli sono il risultato di trapianti linguistici geneticamente modificati e tutto ciò non ha più a che fare con il purismo o il fascismo, ma con l’ecologia linguistica: l’italiano è un ecosistema schiacciato dal globalese, e se non lo si protegge e promuove non può che fare una brutta fine. Non fare nulla non significa essere “liberali”, significa essere complici della sua regressione e assistere alla sua sopraffazione.

Colonialismo linguistico, collaborazionisti e colonizzati: handle, reverse shopping e underdog

[di Antonio Zoppetti]

Davanti allo tsunami anglicus che travolge la lingua italiana ricorre sempre la stessa domanda. Perché?
Perché continuiamo ad accumulare parole ed espressioni in inglese e stiamo abbandonando l’italiano?
Perché gli anglicismi sono preferiti, evocano qualcosa di più dei corrispondenti italiani e sono diventati un tratto socio-distintivo con cui chi appartiene agli strati sociali alti si eleva e si identifica?

Il fenomeno non trova una spiegazione nell’ambito della linguistica, ma in quello sociale. Per comprenderlo basta analizzare tre anglicismi che sono spuntati nelle ultime settimane: handle, reverse shopping e underodog.

Gli handle e il colonialismo linguistico

Il primo esempio risale alla settimana scorsa, quando Youtube ha inondato le caselle postali di tutti con un messaggio il cui oggetto recita: “Ti presentiamo gli handle di YouTube”.
Che cosa cavolo sono gli handle? Qual è la novità?

La tecnica di questa comunicazione è volutamente cialtrona, e punta non alla chiarezza, ma a diffondere la terminologia in inglese senza definirla – la definizione rivelerebbe il trucco e il nulla – in modo che il destinatario si faccia da solo l’idea di che cosa possa essere questa nuova parola, in modo intuitivo. Così arriva a comprendere in modo confuso un concetto, ma non ha la parola per definirlo se non nell’inglese imposto dall’alto. A dare il nome delle cose non sono più i nativi italiani, ma le multinazionali d’oltreoceano.

La tecnica si basa sugli stessi schemi comunicativi che prevedono la ripetizione ossessiva della parola handle come fosse un nome proprio necessario e insostituibile associato a una serie di frasi esperienziali fumose di cui non si deve spiegare il significato. Ecco il testo con cui Youtube si rivolge ai colonizzati:

“Ti scriviamo per comunicarti che nelle prossime settimane YouTube introdurrà gli handle, per permettere ai membri della community di trovare altri utenti ed entrare in contatto con loro più facilmente. Il tuo handle è univoco per il tuo canale e viene utilizzato per menzionarti nei commenti, nei post della scheda Community e non solo. Ecco ciò che devi sapere: Nel corso delle prossime settimane, implementeremo gradualmente la possibilità di scegliere un handle per tutti i canali. Riceverai un’altra email e una notifica in YouTube Studio quando potrai scegliere il tuo. Nella maggior parte dei casi, se hai già un URL personalizzato per il tuo canale, te lo assegneremo come handle. Se desideri un handle diverso da quello assegnato, potrai cambiarlo. Se al momento non hai un URL personalizzato, potrai comunque scegliere un handle per il tuo canale. A partire dal 14 novembre 2022, se non avrai ancora selezionato un handle per il tuo canale, YouTube te ne assegnerà automaticamente uno. Potrai cambiare l’handle assegnato in YouTube Studio, se lo desideri. Nel frattempo, scopri di più sugli handle e sul loro utilizzo: Cos’è un handle di YouTube? Un handle di YouTube è un nuovo modo con cui gli spettatori possono trovare il tuo canale e interagire con te. A differenza dei nomi dei canali, gli handle sono unici per ogni creator, così sarà più facile stabilire una presenza distinta su YouTube. Handle e URL del canale. Il tuo nuovo handle sarà incluso nell’URL del canale. Nella maggior parte dei casi, l’URL personalizzato diventerà il tuo handle. Puoi utilizzare il tuo handle per indirizzare gli utenti al tuo canale, anche quando non sono su YouTube. Ad esempio, se il tuo handle è @user123, l’URL del tuo canale sarà youtube.com/@user123.”

La parola handle è ripetuta 17 volte per educare al suo utilizzo, e solo alla fine si capisce che non si tratta altro che di un nome, solo che invece di spiegarlo e definirlo si rigira la frittata per fare passare un concetto semplicissimo con un “un nuovo modo con cui gli spettatori possono trovare il tuo canale”.

In inglese handle vuol dire tante cose, non è un tecnicismo specifico o intraducibile come Youtube vuole farci credere, è una parola generica che significa maniglia, e può essere usata in molti contesti per esempio con il significato più generico di appiglio, mentre nel linguaggio della rete si riferisce a un nome che è contemporaneamente un identificativo (in itanglese un user name) e un indirizzo (URL).

In questo tipo di comunicazioni di stampo colonialista in gioco c’è “il nome della cosa” per cui le multinazionali statunitensi si battono. Esportare la loro lingua insieme ai loro prodotti è un tutt’uno funzionale ai loro interessi. E così se un tempo c’era il Monopoli ora c’è il Monopoly, l’Uomo ragno è diventato Spiderman e Guerre stellari Star Wars, ma dietro la strategia dei marchi registrati che non devono essere tradotti nelle lingue locali – è lo stesso disegno per cui i titoli dei film hollywoodiani si esportano nella lingua originale – c’è la prosecuzione delle logiche coloniali che ormai saltano la fase degli eserciti e delle conquiste militari per muoversi direttamente alla conquista culturale. È la strategia che Winston Churchill spiegava in modo lucido nel 1943: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” (Discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre).
La strategia che importanti funzionari del governo statunitense esplicitano di voler perseguire senza troppi giri di parole:

“L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese a essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, a essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono.” (David Rothkop, ex funzionario dell’amministrazione Clinton, in “In Praise of Cultural Imperialism?” in Foreign Policy, n. 107, estate 1997).

Naturalmente la possibilità di colonizzare linguisticamente un Paese dipende anche dal suo grado di resistenza. L’Italia è una sorta di colonia culturale – ma a sua volta anche politica, dalle basi Nato e la politica estera dettata dagli Usa alle ingerenze storiche nella politica interna – che si controlla come si vuole. Ma in Paesi dalla ben diversa autonomia come la Francia o la Spagna, dove esiste una cultura terminologica che non accetta queste imposizioni, Youtube si rivolge con le parole autoctone, e la stessa comunicazione non introduce gli handle, bensì rispettivamente gli identificatori (Présentation des identifiants) e i nomi utente (Resumen de los nombres de usuario). È lo stesso fenomeno per cui Airbnb offre agli italiani di diventare host e non locatori, mentre ai francesi o agli spagnoli il programma si rivolge con le parole hôte e anfitrión e di esempi del genere se ne possono fare centinaia. In questo modo l’italiano si creolizza attraverso una lingua fatta di creator e non di creatori, di community e non di comunità e via dicendo.
Che fine fa il concetto di “prestito” utilizzato dai linguisti, in questi casi? Nessun “prestito”: non siamo noi a prendere in prestito una parola (che non ci manca affatto), è una multinazionale statunitense a imporcela, e noi servi e succubi, invece di ribellarci la accettiamo e ne andiamo fieri. Questo clima culturale tipicamente italiano in cui le multinazionali sguazzano e fanno quel che vogliono, ammaestrandoci con la loro terminologia, si basa su una rete di collaborazionisti (per riprendere le parole di Michel Serres) e di colonizzati, come si può comprendere attraverso i prossimi esempi.

Il reverse shopping e i collaborazionisti dell’inglese

Qualche giorno fa è apparsa una notizia curiosa ripresa da tutti i giornali con le stesse parole: in Belgio Decathlon ha capovolto la sua insegna per dare vita a un esperimento di permuta – come si potrebbe dire in italiano – che prevede che i clienti possano vendere al colosso francese gli indumenti usati. E come titolano i giornali? Con la geniale rivoluzione del “reverse shopping” spacciato come una novità (esattamente come gli handle) per il semplice fatto di usare un nome in inglese. Ma se si va sulla pagina di Decathlon nella versione belga-francese l’espressione “reverse shoppping” non esiste, lo stesso concetto è espresso in francese, e al massimo si può trovare l’espressione secondaria (e non la nuova categoria da sbattere nei titoloni dei giornali) di shopping à l’envers, in altri casi anche detta shopping eneversé. Visto che shopping in francese è radicato e in uso dalla metà dell’Ottocento l’anglicismo è usato ma affiancato da un’espressione in francese (lo shopping al contrario) e non con un “prestito sintattico” totalmente in inglese con inversione della naturale collocazione delle parole. Anche sui giornali spagnoli la notizia è data in spagnolo, e invece di reverse shopping si parla di strategie per dare nuova vita all’usato, di capi di seconda mano e di riciclo ecosostenibile.


Dunque sono solo i giornali italiani che ricorrono all’inglese per esprimere un concetto nato in Belgio con un’altra espressione, che però viene riportata immotivatamente in inglese, attraverso una pessima informazione che fa credere che il reverse shopping sia un internazionalismo e che si chiami ovunque così.
Dov’è il prestito? Ancora una volta non c’è. Il prestito è preso dall’inglese e sovrapposto a un’espressione francese diversa, e a un abbandono dell’italiano sistematico. È lo stesso meccanismo per cui Ursula von der Leyen parla di covid certifacate e i giornali italiani traducono con “green pass, perché ancora una volta gli esempi degli anglicismi e pseudoanglcismi diffusi dai collaborazionisti dell’inglese sono sterminati.
Il colonialismo – anche quello linguistico – ha infatti bisogno dei collaborazionisti interni che agevolano il disegno di esportazione. La storia del colonialismo segue sempre gli stessi schemi: conquistare i centri nevralgici come le università, i giornali, gli strati sociali alti, le città, per poi procedere all’espansione anche nelle fasce sociali più basse e nelle campagne.
I collaborazionisti sono coloro che diffondono la lingua dei conquistatori dall’interno, sono gli zelanti portatori della nuova cultura che giustificano e utilizzano, fanno a gara a chi usa più anglicismi, si vergognano dell’italiano che spesso ignorano e riscrivono attraverso la lingua e i concetti d’oltreoceano. In questo modo si arriva alla terza fase. La creazione di uno strato sociale di colonizzati sempre più ampio che perde la capacità di pensare in italiano e comincia non solo ad accettare la lingua dei colonizzatori, ma a preferirla.

Gli underdog e i colonizzati

Hanno fatto clamore le dichiarazioni del nuovo presidente del consiglio Giorgia Meloni (uso il maschile generico come piace a lei) che nel parlare alle Camere si è definita un’underdog (uso l’articolo al femminile).
Più precisamente le sue parole sono state: “Sono quello che gli inglesi definirebbero un’underdog” a cui è seguita una risatina e una imbarazzante spiegazione del nuovissimo concetto per il popolino: quello che in italiano si potrebbe definire “sfavorito”.


Cosa spinge un presidente del consiglio – firmataria di una legge per la tutela dell’italiano davanti all’abuso dell’inglese e per inserire in Costituzione che l’italiano è la nostra lingua – a pensare in inglese e poi a dover spiegare che underdog vuol dire sfavorito? Se invece di ricorrere a “quello che gli inglesi chiamerebbero” avesse usato l’espressione che utilizzano i francesi, gli spagnoli o i turchi… forse l’assurdità sarebbe più evidente. Ma dietro questo lapsus linguistico che esprime le cose in inglese invece che in italiano c’è tutta la mentalità dei colonizzati, che invece di pensare in italiano lo abbandonano e pensano nella lingua superiore. Quello che fino a poco tempo fa si sarebbe chiamato un outsider oggi è underdog ripreso dai collaborazionisti (i giornali), ma ad accomunare le due diverse scelte linguistiche c’è solo l’abbandono dell’italiano in favore dell’inglese.
Questo è l’atteggiamento dei colonizzati, che è il risultato della lingua dei collaborazionisti che a loro volta remano per agevolare il nuovo colonialismo linguistico e culturale della globalizzazione e dell’era di Internet. Ognuno fa la sua parte nell’anglicizzare la nostra lingua, e il cerchio si chiude.

PS

Intanto, mentre in Italia i collaborazionisti e i colonizzati diffondono l’inglese, nelle ex colonnie britanniche hanno capito il problema, stando a un articolo uscito su Internazionale di questa settiamana (un grazie a Elisabetta che me l’ha rigirato).

Lo skincare genderless (magari fosse solo una barzelletta…)

di Antonio Zoppetti

Ci sono un italiano, un francese e uno spagnolo che leggono una notizia di fondamentale importanza su una prestigiosissima rivista internazionale: Vogue.
Sì, lo so, a essere pignoli Vogue non è una rivista internazionale, è una pubblicazione statunitense, ma si sa che in Italia ciò che è americano viene spacciato per internazionale; è tradotta in 16 lingue, dunque è internazionale.

Comunque sia, dopo aver letto il titolone, il francese esclama: “On s’en fout” che si può tradurre con “chissenefrega”. Lo spagnolo: “A quien le importa?”. L’italiano invece esclama: “What?”

Per capire il senso di questa barzelletta basta dare uno sguardo all’articolo in questione.

Nella sezione “Beauty” della rivista l’italiano legge: “Adoro quello che Gwyneth ha fatto con Goop: Brad Pitt lancia la sua linea di skincare genderless”. E anche se non ha capito nulla di questa lingua ibrida, per sentirsi moderno si esprime in itanglese, la lingua dell’ok fatta di stereotipi dal suono inglese.

Lo spagnolo e il francese, invece, rispettivamente nelle sezioni “Cosmética” e “Beauté” non trovano “skincare genderless” bensì “cura della pelle senza genere” (fr. “J’adore ce que Gwyneth a fait avec Goop : Brad Pitt dévoile en exclusivité pour Vogue sa ligne de soins de la peau non genrée; sp. “Me encanta lo que Gwyneth ha hecho con Goop: Brad Pitt desvela su línea de cuidado de la piel sin género”).

In pezzi del genere, accanto all’uso degli anglicismi, in gioco c’è un anche altro fattore connesso e da non sottovalutare: l’esportazione dei punti di riferimento culturali statunitensi che attraverso articoli come questi diventano internazionali esattamente come le “star hollywodiane”. Far diventare la cultura e la società americane qualcosa di universale è strategico da tanti punti di vista, da quello politico a quello commerciale.

Per la cronaca: tecnicamente anche la Nivea è un prodotto skincare genderless, che va bene per tutti senza distinzioni di sesso, e forse vendere l’acqua minerale come genderless water potrebbe essere una buona idea per spacciare attraverso l’inglese l’acqua calda per una rivoluzione del politicamente corretto.

Personalmente ho dovuto fare delle ricerche prima di comprendere che “Gwyneth” si rifersice all’ex moglie di Brad Pitt (Gwyneth Paltrow), e che “Goop” è una sua azienda che si occupa di bellezza. Dunque accanto a “skincare genderless” anche queste due ultime parole risultano incomprensibili per chi non si interessa dei risvolti personali degli attori – mi pare che tutto ciò in “italiano” oggi si etichetti come “gossip” – e il risultato di titoli del genere è l’incomprensibilità. Il nuovo giornalismo che ha abbandonato i sani principi della trasparenza e del linguaggio rivolto a tutti punta proprio su questi titoli che spingono a leggere l’articolo per colmare la propria “ignoranza”.

Abbandonando i titoloni ed entrando nel pezzo, l’italiano apprende che Gwyneth “Ha sempre avuto qualcosa della beauty guru, e per lei [Goop] deve essere stata una bella valvola di sfogo”.
Il francese e lo spagnolo non hanno a che fare con l’espressione “beauty guru” (da notare l’uso sempre più normale dell’inversione sintattica) si tratta di una reinvenzione in itanglese tutta italiana che non appartiene nemmeno all’articolo originale in inglese dove la stessa frase recita: “Adoro quello che Gwyneth ha fatto [con Goop]. È ancora una cara amica e ha costruito questo impero” (I love what Gwyneth’s done [with Goop]. She is still a really dear friend, and she has built this empire). Nelle altre lingue la dichiarazione è stata semplicemente tradotta nella propria lingua (fr. “Elle a toujours eu ça en elle en tant que curatrice, et ça a été un formidable exutoire créatif pour elle”; sp. “Siempre ha sido muy buena comisariando y lo ha convertido en una salida creativa estupenda”) senza anglicismi alla “cock of dog”, come si potrebbe forse dire in itanglese “alla cazzo di cane”.

Leggendo e confrontando le diverse localizzazioni del medesimo articolo si vede che è tutto così.
L’apoteosi dell’itanglese si raggiunge nella domanda che il giornalista pone all’attore:

“Si è mai immaginato come un boss della beauty industry?” e la cui risposta è trascritta così: “[Ride] Non sono sicuro di sapere cosa sia un barone della beauty industry…”.
Ancora una volta il “boss della beauty industry” è un’italianata che non esiste né in inglese – nell’articolo originale si legge: “Have you always had a good skincare routine?” / “[Very long pause]. No.” – né nelle altre lingue (fr. “Vous êtes-vous déjà imaginé en tant que baron de la beauté ?”/ [Rire]. je ne suis même pas sûre de savoir ce qu’est un baron de la beauté…”; sp. “¿Alguna vez te imaginaste a ti mismo entre los popes de la belleza?” / “[Risas]. No estoy seguro de que es un pope de la belleza…”).

Si potrebbe continuare questa analisi a lungo e in profondità, ma sarebbe noioso e non ne vale la pena. Chi ha voglia di fare questi confronti può solo constatare che il grado di anglicizzazione dell’italiano, così alta da trasformarlo in itanglese, non ha confronti con quello dello spagnolo e del francese, dove la presenza degli anglicismi è molto contenuta.

C’è però un’ultima cosa da sottolineare. Una notizia come questa, che più che una notizia è una pubblicità a Brad Pitt (solo la settimana scorsa su di lui giravano simili pezzi che riguardavano però il suo debutto come scultore) è stata ripresa dal coro dei giornalisti incapaci di parlare l’italiano con le stesse parole, con il consueto picco di stereotipia alla base dell’affermarsi degli anglicismi.

L’impatto di questo tipo di martellamento mediatico sulla nostra lingua è devastante. I mezzi di informazione un tempo hanno contribuito all’unificazione dell’italiano e oggi sono i principali costruttori dell’itanglese. Il problema come al solito non riguarda singoli anglicismi come skincare, genderless, beauy industry, beauty guru e via dicendo. Ha a che fare con il costante stillicidio della nostra lingua e la sua sostituzione con espressioni dal suono inglese, vere e reinventate, in una panspermia che giorno dopo giorno fa affermare gli anglicismi in ogni settore fino a che non diventano normali, finché non uccidono le alternative italiane e finché la gente non potrà che ripetere solo quelli, come è accaduto con computer al posto di calcolatore, con lockdown, fake news, location, leader, killer, cashback, ticketless, gate, covid hospital, green pass, bike sharing, rider, delivery, pet food, economy
(Ad libitum sfumando)


PS
Grazie a Lucius che mi ha segnalato la notizia

Rinominarsi in inglese: il “renaming” e l’alienazione del sé

Inseguendo gli anglicismi per la Rete capita di imbattersi negli argomenti più disparati. Per esempio: nel 2022 in Italia “Bricoman ha avviato la fase di rebranding (…) con il nuovo marchio Tecnomat”.
La cosa divertente o tragica, a seconda dei punti di vista, è che dietro la denominazione anglicizzata di “Bricoman” c’è un marchio di un’azienda francese che opera anche in Italia, Spagna, Polonia e Brasile, ma non nei Paesi anglofoni.

La denominazione in inglese di marchi e prodotti che non sono affatto inglesi è ormai sempre più frequente, ma a parte questo colpisce soprattutto la terminologia legata al “restyling” aziendale, per usare un itanglese più comune e meno tecnico. Il cambio del nome è anche indicato come un un “processo di remodelling” (ma in inglese si scrive con una “l” sola: “remodeling”), e sul sito dell’azienda è possibile vedere come procede il “renaming”, e cioè il cambio delle insegne, di ogni punto vendita, anzi store.

In questo “restyling” del “look” e del “design“, tra “rebranding”, “renaming” e “remodelling”, il nuovo logotipo mantiene lo stesso carattere, ma per essere tecnici la scelta del “font” – che una volta in tipografia si diceva “fonte” – oggi si chiama “lettering”. Questa terminologia che fa piazza pulita dell’italiano conferisce un’aurea di precisione e di scientificità attraverso i suoni inglesi perché implica l’adozione della lingua e delle categorie concettuali del “marketing”, dove tutto ciò che suona inglese appare più evocativo e più efficiente, e finisce per diventare necessario. L’italiano è invece la lingua dei subalterni e svilisce gli stessi concetti che si possono usare come sinonimie secondarie per il popolino, mentre gli addetti ai lavori ripetono la terminologia che importano direttamente dall’inglese come se fosse la lingua sacra e inviolabile.
Gli anglicismi che terminano in “ing” sono ormai così tanti che travalicano i singoli casi e si trasformano in una regola formativa, per cui se volessi coniare un neologismo in itanglese per indicare tutto ciò potrei forse parlare del fenomeno del “riconcettualing” che suonerebbe abbastanza chiaro, nella sua assurdità.

Naming e renaming

Nella Bibbia (Genesi 2,19), dopo aver creato gli animali Dio li condusse davanti ad Adamo perché desse loro un nome “poiché quel nome che egli avrebbe imposto ad ogni animale vivente quello fosse il suo nome”. Tutto ciò, oggi che l’inglese è diventato la nuova Bibbia, si chiamerebbe “naming”.
L’angloamericano è la lingua modello che dà il nome alle cose, e l’italiano la lingua imitatrice; ma dietro questo fenomeno linguistico c’è qualcosa di ben più profondo, e cioè una cultura-modello che si sta imponendo in ogni ambito – il lavoro, la tecnologia, la scienza, l’informatica, il cinema, la televisione… – che diventa l’unico prototipo da ripetere e imitare in modo acritico, dove i concetti chiave vengono riproposti in inglese perché in questo modo appaiono più evocativi. In questa riconcettualizzazione anglomane non entrano solo i concetti (e gli oggetti) nuovi, ma anche quelli comuni e già esistenti che regrediscono, quando non vengono abbandonati, mentre gli anglicismi sono spacciati per “novità” attraverso un lessico del nuovismo che dà loro una patina di superiorità.

E così le “graphic novel” sono superiori ai banali “fumetti”, il carisma di un “leader” è diverso da quello di una semplice “guida”, un “megastore” è più moderno di un “centro commerciale” o di un “emporio” (parola ormai in declino), uno “spinoff” è più tecnico di una “costola” o di una “derivazione”, il “jobs act” è più innovativo di una “riforma del lavoro”, e così via.

Quando ero ragazzo leggevo i fumetti dell’Uomo ragno, al cinema c’era Guerre stellari, giocavo a Monopoli, collezionavo gli adesivi, e dopo l’estate mi preparavo psicologicamente per il rientro a scuola. I ragazzi di oggi non sanno nemmeno cosa siano gli adesivi, per loro esistono solo gli “stikers”, hanno a che fare con Spiderman, con Star Wars e con il Monopoly – come si legge sulle nuove scatole, mentre quelle tradizionali sono definite in Rete con lo pseudoanglicismo “vintage” – e il primo giorno di scuola è diventato il “back to school” che infesta la Rete, i giornali e le vetrine.

Questi esempi di renaming e “riconcettualing” stanno trasformando la nostra lingua in itanglese, una varietà ibrida di italiano “newstandard” che non è altro che una lingua da colonizzati. È il frutto della combinazione di due fattori che si sovrappongono e danno vita all’attuale tsunami anglicus: dall’esterno c’è la fortissima pressione dell’inglese globale e l’espansione delle multinazionali statunitensi che si porta con sé la propria lingua, e sul fronte interno c’è il nostro complesso di albertosordità che ci fa preferire gli anglicismi a costo di inventarceli. Vogliamo fare come gli americani, per dirla con Renato Carosone, o forse di più, vogliamo “sentirci” ed “essere” americani, per dirla con Alberto Sordi-Nando Mericoni. Ma dietro l’anglicizzazione c’è un meccanismo psicotico di rimozione della realtà – direbbe Freud – che ci fa identificare con gli americani, e andando ancora più a fondo in questo fenomeno sociolinguistico il “renaming” in inglese di sempre più aspetti non coinvolge solo la lingua, le cose e i concetti, ma coinvolge il nostro “io” in un’alienazione del sé di cui il linguaggio è solo la spia dell’inconscio.

L’alienazione del sé

L’anglificazione del sé attraverso il renaming è un processo iniziato nel secondo dopoguerra, trainato dal mito americano indotto dal cinema, dagli esiti della guerra, dal piano Marshall, dalla musica, dalla pubblicità… E così negli anni Sessanta i cantanti hanno cominciato a darsi nomi anglicizzati (Patty Pravo, Little Tony, Bobby Solo, i Pooh), e lo stesso è accaduto per vari attori del cinema (Carlo Pedersoli è diventato Bud Spencer) mentre le pellicole italiane che continuavano l’epopea del far west – come se questa fosse la nostra storia – davano vita agli spaghetti western, e i bambini giocavano agli indiani e cowboy, e non certo a borboni e garibaldini, perché mettevano in scena ciò vedevano al cinema, lo vivevano e interiorizzavano. Con il passare dei decenni questo vezzo ha preso piede in modo sempre più consistente diventando un fenomeno sempre più emulato, sempre più allargato e profondo, che si è ormai trasformato in una mania compulsiva. I miei studenti di “storytelling” scrivono racconti i cui protagonisti hanno nomi inglesi e le automobili sono Cadillac, non Fiat punto, in uno sfondo che più che proiettare la realtà nostrana si ancora alle atmosfere dei film hollywoodiani e le continua, in una sostituzione del mondo reale con quello virtuale del cinema, della televisione, della pubblicità, dei videogiochi (chiamati solo videogame) e della Rete che li ha nutriti, formati e cresciuti. Ma questa alienazione del sé non è un fenomeno confinabile nell’ambiente giovanile o in un fatto generazionale, è la norma soprattutto nelle fasce sociali alte e nella nostra classe dirigente di politici, giornalisti, docenti universitari, tecnici, imprenditori…
E così Alitalia diventa ITA Airways, i canali Rai sono Rai movie, Rai news, Rai Gulp e via dicendo, le pubblicità della Sicilia puntano sul motto See Sicily che implica il rinominare la Trinacria in inglese, mentre non c’è ormai denominazione di un evento o di una mostra che non sia espresso in inglese. Dagli anni Novanta i titoli dei film non vengono tendenzialmente più tradotti e sono esportati in inglese, e lo stesso sta avvenendo per le trasmissioni televisive, che sono quasi esclusivamente formati, chiamati “format”, acquistati dagli Stati Uniti con il loro nome originale, ma anche i format nostrani ricalcano l’inglese, da Report alla rubrica Data Room di Milena Gabanelli; le notizie sono news e le denominazioni di sempre più testate giornalistiche, soprattutto in Rete, si appoggiano a news e a magazine, la cucina diventa Cook, il settore alimentare è quello del food, e persino le nostre eccellenze si esprimono in inglese, per cui l’italian design è strategico per il made in Italy.

In questa cultura coloniale l’anglicizzazione e il renaming sonno più importanti della comprensione, perché si punta a imporre e a educare all’inglese costi quel che costi.


Nella scorsa stagione televisiva ha avuto un grande successo una “candid camera” (“camera nascosta” non viene nemmeno in mente) sul Canale 9 intitolata Deal with it, un’espressione incomprensibile ai più e soprattutto impronunciabile. E quando al termine di ogni gioco il concorrente doveva rivelare alla vittima lo scherzo, nella metà dei casi non riusciva a dire il nome della trasmissione, che storpiava, ricostruiva malamente a orecchio o sostituiva con circonlocuzioni italiane rinunciando all’inglese per evitare figuracce. Questa trasmissione viola tutte le regole del marketing e della comunicazione che prevedono che il naming debba essere orecchiabile e arrivare a tutti, ma l’imposizione della lingua coloniale viene prima persino di queste cose.

Storie vere e pensieri sparsi sull’itanglese

Qualche tempo fa un’amica mi ha chiesto un parere sull’anomala struttura di un contratto editoriale che le aveva sottoposto una nascente casa editrice italiana dal nome anglicizzato. Quello che mi ha più stupito, dal punto di vista del lessico, è che la tradizionale distinzione tra libri in brossura e rilegati era ridefinita attraverso l’espressione “Hard Cover”, al posto della legatura, che nel settore indica il più popolare concetto di “copertina rigida” perfettamente esprimibile in italiano. E il circuito delle edicole diventava “Kiosk”.

Hard cover e kiosk

L’uso di questi “pseudotecnismi”, in un contratto valido per il mercato italiano, rivela tutta l’ignoranza del linguaggio tipico della tradizione editoriale, e un cambio di paradigma dove i modelli non sono più quelli nostrani, ma sono mutuati e scopiazzati da formule contrattuali del mondo anglosassone. È la nuova cultura anglomane che fiorisce sull’ignoranza della nostra storia, perché il suo unico riferimento è ormai l’anglosfera; e in questa cesura, la terminologia inglese viene allo stesso tempo istituzionalizzata in modo formale, con un ingresso in un contratto che contemporaneamente fa piazza pulita della nostra nomenclatura.

Recentemente leggevo un articolo sui dialetti che poneva l’accento sul fatto che la loro distinzione dalla lingua nazionale si basa soprattutto sull’uso amministrativo e ufficiale, che impone alla lingua una standardizzazione non richiesta per i dialetti. Storicamente la normazione dell’italiano è avvenuta grazie ai modelli letterari di prestigio basati sul toscano, in un processo secolare che, dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili, ha conosciuto un’uniformazione da parte dei tipografi che hanno anticipato quella delle prime grammatiche cinquecentesche; e poi dell’attività normatrice della Crusca, e poi dei vocabolari…

Fuori dalla lingua letteraria l’unificazione è passata attraverso la lingua dei giornali, e nel Novecento soprattutto dalla scuola, dal linguaggio amministrativo e istituzionale, e poi dalla televisione. Che cosa resta di tutto ciò?

Poco e niente.

Il vocabolario è buttato via, quando si parla di “hard cover” e “kiosk”; finita l’epoca educatrice, la televisione è lo specchio dei fenomeni linguistici che si diffondono sotto le pressioni anglocentriche della globalizzazione. Mentre i linguisti hanno abbandonato ogni intento normativo per fare i descrittivi, non sempre a dire il vero, ma di sicuro davanti alla questione dell’itanglese si pongono in questa prospettiva, quando non negano il fenomeno. E il problema secolare dell’identità linguistica è scomparso dalle loro preoccupazioni.

Ticket

La scorsa settimana ho rifatto la carta d’identità, l’inserviente mi ha detto che dovevo prendere il “ticket” e credevo che quella parola fosse frutto di un suo modo di dire personale, prima di constatare che era il linguaggio istituzionale dello sportello, per cui il biglietto o il numerino di attesa si è buttato via: c’è solo il ticket senza alternative.

Il punto non è la parola ticket, introdotta da decenni a livello politico per edulcorare una tassa sanitaria (il ticket sanitario), per poi allargarsi a parola comune utilizzata al posto dell’italiano come fosse la cosa più normale. Il problema è che è tutto così. I politici non si pongono il problema di cosa sia il linguaggio istituzionale, e sguazzano nei jobs act e nel cashback, tra family day, flat tax, navigator e governace. Il linguaggio del lavoro è anche peggio: siamo ormai di fronte a un collasso di ambito. Quello informatico non è da meno. La scuola è fatta di master e di tutor che impongono la newlingua anglicizzata che diviene la coloritura della comunicazione della nuova cultura.
Il punto non sono i singoli anglicismi, ma il fatto che tutti i centri di irradiazione della lingua, quelli che storicamente hanno unificato, diffuso e standardizzato l’italiano, oggi stanno standardizzando la sua commistione con il lessico inglese. In modo sempre più pervasivo e ufficiale. Per questo non c’è scampo.

Pingue

Anche se sembra una barzelletta non lo è, si tratta di un episodio reale che fa riflettere su dove stiamo andando. Due adolescenti studiano assieme, e durante la lettura di un libro il primo incontra la parola “pingue”, di cui ignora il significato e chiede delucidazione all’altro, il quale risponde che non sa cosa voglia dire, ma del resto ha sempre avuto problemi con l’inglese.
Nello tsunami anglicus che ci travolge, a stupire non è tanto l’ignoranza del significato di pingue, in fondo gli adolescenti hanno una scarsa padronanza del lessico, che si acquisisce con il tempo. Fa rabbrividire il fatto che ormai davanti a una forma insolita viene naturale pensare che non sia italiana, ma inglese, magari pronunciata “pinghiù” come fosse imparentata con l’”emotional rescue” dei Rolling Stones o chissà che altro.

Dopo essere stati colonizzati dal mito americano del cinema, del piano Marshall, della pubblicità, delle merci, della musica, della televisione e di Internet abbiamo cominciato a introiettare le strutture concettuali d’oltreoceano, insieme ai loro valori sociali, in un’identificazione che ci sta portando all’alienazione linguistica.

Il naturale amore della propria loquela”

Dante, prima ancora di dare vita alla Commedia che ne ha fatto il padre dell’italiano, nel Convivio, scriveva che tre le ragioni del suo ricorrere al volgare c’era anche “l’amore ch’io porto a la mia loquela, che è a me prossima più che l’altre”, il “naturale amore de la propria loquela” che gli faceva a respingere le ragioni dei “malvagi uomini d’Italia” che disprezzano la propria lingua in favore de “lo volgare altrui”.

Oggi l’amore per la nostra loquela è stato smarrito, insieme alla nostra storia, e gli uomini che la disprezzano e la ignorano in favore dell’inglese hanno occupato i posti nevralgici della normazione dell’italiano, che non è più “prossima” e “naturale” nella transizione all’itanglese.

E dunque si diffondono hard cover, kiosk, ticket, business, under 35, export, call, public speaking… e giorno dopo giorno, parola dopo parola, con una velocità e un’intensità che non hanno predenti nella storia, veniamo fagocitati in un nuovo volgare ibrido dove al centro c’è l’english sound che segna la distruzione dell’italiano per farlo regedire a un dialetto anglicizzato dell’anglomondo.

La favola dei prestiti linguistici: un concetto da buttar via

Tappolet! Chi era costui?
Pochi in Italia conoscono e citano questo studioso di cui non esiste nemmeno una voce sulla Wikipedia (tranne nella versione in tedesco), eppure tutti ripetono, spesso a vanvera, e danno per scontata una sua riflessione.

Enrst Tappolet (1870-1939) era uno studioso svizzero che tra le altre cose si occupò delle motivazioni culturali che portavano ad utilizzare certe parole tedesche nelle aree dove si parlavano i dialetti francofoni. E in un libro del 1914 (Die alemannischen Lehnwörter in den Mundarten der französischen Schweiz) fece una distinzione tutta teorica per distinguere i prestiti di cui esiste già un corrispondente, che interpretava dunque come scelte “di lusso” (Luxuslehnwort) da quelli che portano qualcosa di nuovo di cui non c’è già un corrispondente, e che venivano perciò considerati una “necessità” (Bedürfnislehnwort).

Questa distinzione era destinata a conoscere un’inesplicabile fortuna, in Italia, dove i linguisti l’hanno ripetuta facendola diventare un dogma e un postulato dalla validità universale, dimenticando l’autore, il contesto storico in cui si inseriva, e trascurando ogni atteggiamento critico sul senso della sua suddivisione. Ma prima di entrare nel merito di questa classificazione delle parole straniere, è utile domandarsi perché vengono definite impropriamente “prestiti”.
Negli anni Ottanta Gian Luigi Beccaria scriveva: “Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non è obbligata a restituirlo” (Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241).

L’origine del concetto di prestito linguistico

L’origine della metafora del prestito, un tempo chiamato anche imprestito (ma alcuni puristi di fine Ottocento condannavano queste espressioni in favore di presto o impresto) è datata, e ha a che fare con l’imitazione degli elementi culturali e dei costumi altrui che vengono assimilati. Carducci, per esempio, si scagliava contro il “paletot” (più tardi italianizzato in paltò), un soprabito che i sarti parigini avevano “tolto a prestito dai marinai della Bretagna” e che avevano “trovato il mezzo di far pagare (…) infinitamente più caro delle stoffe più fine”. Prima di lui anche Anton Maria Salvini (1653-1729) aveva parlato di “prestito” a proposito delle maniere “prese in prestito o da altri dialetti d’Italia o dalle altre due lingue sorelle, francese e spagnuola.”
Con il tempo la metafora è stata usata sempre più spesso anche per descrivere il ricorso a parole straniere, a lungo chiamate barbarismi, e uno dei primi scritti tecnici che ricorreva a questa formula risale all’epoca del fascismo: “Sull’imprestito linguistico” di Vittore Pisani (Ulrico Hoepli. Milano 1939). Ma la fortuna dell’espressione “prestito linguistico” è cominciata dopo il fascismo, negli anni ’50, ed è esplosa tra gli anni ’70 e gli anni ’90.

La similitudine del prestito si trova anche fuori dalla lingua italiana, nello spagnolo préstamo lingüístico, nel francese emprunt linguistique, nell’inglese loanword e anche nel tedesco, per tornare a Tappolet.

Ernst Tappolet e i prestiti di lusso e di necessità

La distinzione tra prestiti di lusso e di necessità è una semplicistica e arbitraria suddivisione come se ne possono fare tante altre, un po’ come dire che le donne si possono distinguere in due insiemi: le bionde e le brune, tralasciando le differenze tra castane e corvine, escludendo le rosse, le brizzolate, quelle dai capelli bianchi, quelle calve, e rendendo problematica l’attribuzione a uno dei due insiemi nei casi di chi si tinge o usa una parrucca (ogni riferimento ai peggiori stereotipi sulla visione della donna è voluto).

Il punto è che questo tipo di distinzioni sono legittime e possono avere anche la loro utilità, se contestualizzate, ma se diventano delle regole universali e delle categorie a cui si attribuisce una portata reale che esce dai distinguo concettuali non possono che produrre pseudoragionamenti.
Basta un minimo di buon senso per comprendere i limiti e le problematicità di simili definizioni. Come aveva scritto negli anni ’70 Paolo Zolli, il concetto di “necessità” non ha alcun fondamento né logico né storico. Davanti a una parola che non c’è, non è affatto “necessario” importarla da un’altra lingua così com’è (da filosofo sono abituato a dare a questa parola il suo significato di ciò che è, e non può non essere), visto che è possibile anche tradurla con elementi endogeni (es. revolver diventa rivoltella), oppure adattarla ai propri suoni (beafsteak diventa bistecca), coniare una nuova parola (tramezzino davanti a sandwich) o recuperare una parola già esistente con un nuovo significato (singolo che, di fronte a single, assume anche il significato di scapolo). Ma anche tralasciando l’abc della logica e della storia delle lingue, la distinzione di Tappolet non aveva la portata dogmatica “universale” che ha assunto in Italia, era solo una semplificazione per distinguere due concetti in modo teorico, perché l’oggetto dello studio stava nelle motivazioni, pragmatiche o affettive, che portano ad adottare una parola straniera. E infatti lo svizzero spiegava che alla base del ricorso alle parole straniere non c’era in gioco solo “il nome della cosa”, perché a essere decisivo era il ricorso a una determinata parola nella prassi comunicativa. A proposito di certe parole tedesche che si erano affermate nelle aree francofone Tappolet scriveva: “Come si può immaginare la ‘necessità’ di un’espressione straniera in questi casi? Presumibilmente, il termine tedesco si è affermato rapidamente perché giocava un ruolo più importante nei rapporti con i tedeschi che in quelli con i francesi”. (Tappolet 1913, p. 54; citato in: De Gruyter, Entlehnung in der Kommunikation und im Sprachwandel Theorie und Analysen zum Französischen, Edition Niemeyer, Göttingen 2011).

Lessico e bufale

Nei libri di linguistica, mediamente, oggi la distinzione tra lusso e necessità è introdotta omettendo l’autore e in modo acritico, come un postulato. Ma ogni ragionamento che parte da un postulato errato è destinato a crollare. E così si trovano definizioni dogmatiche come: “Si distinguono i prestiti di lusso e di necessità”. Chi e perché fa queste distinzioni viene taciuto. La categoria del prestito di necessità è solitamente impiegata per indicare una parola straniera che si porta con sé un concetto o un oggetto di cui non esiste una parola italiana. Ma anche tralasciando le osservazioni di Zolli e del buon senso, ci sono molti altri limiti logici che dovrebbero fare abbandonare questo strampalato criterio.


Proviamo a chiederci: mouse è un prestito di lusso o di necessità? Qualunque risposta rischia di trascinarci in qualcosa di simile alle antinomie della ragione di Kant, perché è possibile argomentare in modo apparentemente logico entrambe le posizioni.

A) Mouse è un oggetto nuovo di cui non esisteva un corrispondente italiano = necessità.
B) Mouse, e cioè “topo”, esisteva in italiano e si poteva benissimo usare la stessa metafora come è accaduto in francese (souris), spagnolo (ratón), tedesco (Maus) e nella maggior parte delle lingue del mondo = lusso.

La conclusione è che la necessità è solo italiana. Questa necessità non è una conclusione che si ricava per via deduttiva dalla definizione, è un’affermazione che presuppone ciò che vorrebbe dimostrare, visto che il lusso e la necessità riguardano le motivazioni che portano all’adozione di un anglicismo. Basta tornare all’origine della metafora del prestito, che si basa sull’imitazione e sull’assimilazione per imitazione, per svelare la bufala e il circolo vizioso del ragionamento. Avrebbe senso parlare di imitazione di necessità?

L’applicazione delle categorie dei prestiti di lusso e di necessità agli esempi concreti mostra tutta l’insensatezza della questione, e infatti non esiste alcun accordo e criterio oggettivo per stilare delle liste di esempi condivisi, e chiunque tenti di separare i due insiemi è destinato a controversie che ricordano quelle del sesso degli angeli, perché rimangono nella sfera delle opinioni da tronisti, più che da linguisti.
Ho trovato spesso la parola computer tra gli esempi che i linguisti fanno dei presunti prestiti di necessità, il che è un falso storico. Fino agli anni ’90 utilizzavamo normalmente la parola calcolatore (e anche elaboratore) che poi è stata progressivamente sostituita dall’anglicismo che è diventato un “prestito sterminatore”, entrato come “prestito di lusso” e finito per diventare un “prestito di necessità”, perché ormai i calcolatori evocano la macchine di una volta e non i nuovi dispositivi. Anche in questo caso la necessità è solo italiana, visto che in inglese, francese e tedesco si usava e si usa ancora oggi la stessa parola: computer, ordinateur, computador

Prendo “in prestito” uno schemino reale che per esemplificare la presunta necessità usa questi esempi:
Pacemaker: qualsiasi traduzione aggiungerebbe complessità.
Sauna perché non c’è corrispondente.
Selfie? Diverso da autoscatto.
Taggare: concetto difficile da spiegare se non con circonlocuzioni.
Whistleblower non è delatore”.

I giudizi che giustificano la “necessità” del ricorso a queste parole sono molto opinabili.
Pacemaker inizialmente era indicato in italiano con segnapassi, e faccio fatica a ravvisare la “complessità” della traduzione, riportata su tutti i dizionari anche oggi. Il fatto che si sia abbandonata in favore dell’anglicismo ha a che fare con altri fattori che non c’entrano nulla con la necessità di non tradurre.

Sauna non mi pare affatto un prestito di necessità, è una parola a tutti gli effetti integrata nella lingua italiana, che non viola le nostre regole di pronuncia e ortografia, e al plurale fa saune. È dunque un adattamento e il suo provenire dal finlandese è ormai racchiuso solo nella sua storia etimologica.
Taggare non mi sembra un prestito di necessità, è una parola ibrida derivata da tag che a sua volta è un’etichetta o un marcatore, e se non fossimo colonizzati dal linguaggio delle multinazionali informatiche che impongono la loro lingua invece che tradurre decentemente le interfacce, diremmo forse etichetta/etichettare e marca/marcare, come diremmo scaricare invece che downloadare, un altro bel prestito di “necessità” che deriva dal fatto che ripetiamo ciò che leggiamo: download. Facciamo il download delle immagini in allegato (e non in attachment), perché download non è stato tradotto, ma attachment sì. Li definirei “prestiti d’obbligo”, perché siamo indotti e obbligati a utilizzarli per forza di cose, e sono trapiantati nella nostra lingua dall’esterno, più che per nostra volontà. Forse la necessità è tutta qui.
Selfie e autoscatto sono tra gli esempi più controversi che ben illustrano l’impossibilità logica e l’inutilità pratica di distinguere i prestiti di lusso da quelli di necessità. Il motivo del contendere è nello stabilire se una parola esisteva già o meno, che è un’altra trappola senza via di uscita. Quando si cercano solo i significati storici è evidente che non si trovano esempi legati alle nuove tecnologie, ma si trascura un particolare fondamentale nelle lingue vive: le parole sono elastiche e si evolvono. Se l’autoscatto in un primo tempo era legato allo scatto automatico temporizzato, nulla vieta di usare questa parola in un nuovo senso, dove “auto” si può impiegare per indicare che lo faccio da solo (io mi autoriprendo) e non si capisce perché oggi non dovrebbe indicare le nuove modalità di farsi una fotografia da soli, soprattutto perché questo uso come sinonimo secondario è documentato sui giornali. Ecco un altro ginepraio da cui non si esce. Ammesso che autoscatto sia “di necessità” che cosa accade se una nuova parola italiana si evolve e diventa un equivalente? Se accanto a happy hour si diffonde l’alternativa apericena il prestito di necessità viene retrocesso a prestito di lusso?

Ma soprattutto: che senso ha dividere i prestiti negli insiemi di lusso e di necessità? A cosa serve impantanarsi in simili diatribe prive di utilità?

Il vicolo cieco tutto italiano del lusso e della necessità

In Italia, la classificazione attraverso le categorie dei prestiti di lusso e di necessità ha avuto la sua fortuna dagli anni Ottanta agli anni Duemila, anche se viene ripetuta anche oggi, fuori tempo massimo.

Provate a spiegare a un inglese che ci sono i “prestiti di necessità”… provate a leggere le voci della Wikipedia che parlano dei prestiti linguistici in spagnolo, in francese o in inglese. Nessuno distingue i prestiti attraverso queste bislacche categorie, una classificazione che è presente invece nella versione italiana. Ma persino sulla bistratta e inaffidabile Wikipedia, frutto di voci popolari di autori ignoti, si critica duramente questa distinzione che invece molti manuali scritti da blasonati linguisti italiani (e le tantissime tesi e tesine dei loro studenti) ripetono in modo talebano.

Mi sono chiesto più volte il perché di questo pasticciaccio italiano. E forse c’è una motivazione storica che ci ha indotti a infilarci in questo vicolo cieco. Dopo la messa al bando dei forestierismi di epoca purista e soprattutto fascista, avevamo bisogno di un nuovo criterio per non respingere in blocco tutte le parole straniere. La distinzione manichea tra lusso e necessità apriva una porta all’accoglimento e alla giustificazione di alcuni forestierismi. Non tutti, certo, ma la presunta necessità permetteva un certo aperturismo, per quanto patetico, che consentiva (almeno in modo astratto) di legittimare i buoni e i cattivi da scrivere sulla lavagna. L’opinabile giudizio di buon senso è così stato eletto a dogma.

Ma una volta individuati i prestiti di lusso che cosa si risolve? Il fatto che un prestito di lusso sia superfluo non ne giustifica l’inutilità, e ancora una volta tornano in mente le osservazioni di Paolo Zolli che poneva l’accento sul fatto che spesso la parola straniera contiene delle sfumature diverse rispetto a quella corrispondente in italiano (Paolo Zolli, Come nascono le parole italiane, Rizzoli, Milano 1989, p. 7).
D’altronde i sinonimi perfetti sono molto rari, e per qualsiasi parola è sempre possibile sostenere che “non è proprio” come l’alternativa possibile. Ancora una volta la distinzione tra lusso e necessità è un’opinione, non un fatto, anche se viene spacciata per tale.

Davanti a un’interferenza dell’inglese sempre più ampia e profonda, invece di rimanere invischiati in queste classificazioni, i linguisti dovrebbero prendere atto che la favola dei “prestiti linguistici” si sta rivelando una categoria concettuale fuorviante che non è più in grado di rendere conto della complessità delle cose. Basta provare ad applicare la teoria del “prestito” agli esempi reali per comprenderlo.

Trapianti, innesti linguistici e pseudoanglicismi

Torniamo alla radice della metafora del prestito, l’imitazione di elementi culturali, prima che linguistici. E chiediamoci: cosa stiamo prendendo in prestito, di preciso? Cosa stiamo imitando? Siamo sicuri che stiamo prendendo in prestito semplicemente delle singole parole che corrispondono a oggetti o a concetti?

Facciamo un altro paio di esempi controversi. Un caregiver è un assistente familiare, che letteralmente potrebbe esprimersi con badante. Ma poiché il participio presente del verbo badare (= colui che bada) ha assunto un significato legato a una professione (il che è un fatto accidentale, non una necessità), ecco che gli assistenti familiari e i “non-è-proposti” rivendicano l’anglicismo come un necessario elemento che distingue il loro ruolo da quello di chi lo fa per lavoro. Potrebbero anche rivendicare un nuovo significato per l’italiano badante, potrebbero definirsi assistenti familiari, ma non lo fanno e si trincerano dietro un’espressione in inglese.
Secondo esempio: la pretesa intraducibilità di mobbing che non sarebbe proprio come vessazioni (o comportamento vessatorio). Mentre ci si può accapigliare su ciò che parole come queste evocherebbero, per assegnare a ciascun anglicismo il bollino blu di lusso o di necessità, c’è un piccolo particolare che sfugge ai più. Sia caregiver sia mobbing in inglese non hanno affatto il significato che si sono ricavati in italiano. Sono pseudoanglcismi. E allora cosa stiamo prendendo in prestito? Un suono, non il suo significato, perché quest’ultimo glielo attribuiamo noi in modo arbitrario.


Nel nuovo Millennio parole come basket o volley stanno soppiantano l’italiano pallacanestro e pallavolo. Ancora una volta sono pseudoanglicismi, visto che in inglese si parla di basketball e volleyball, parole che non si possono decurtare. Dov’è il prestito? Ha senso classificarli come prestiti parziali o decurtati?
Gli pseudoanglicismi sono tantissimi. Qualcuno, per conservare la categoria del “prestito” invece di buttarla via come sarebbe ora, ha dovuto inventare etichette come “prestiti apparenti”. Ancora una volta sono solo imitazioni. Goffe o ridicole? Provinciali? Frutto di moda o di un complesso di inferiorità? Non importa. Footing è uno pseudoanglicismo antico che ci arriva dal francese, e nasce dall’applicare alla radice foot una desinenza -ing che segue le regole a orecchio dell’inglese, ma in inglese non esiste, o meglio ha tutt’altro significato, perché si parla di jogging. Più recentemente ci siamo inventati lo smart working, unendo due radici all’italiana, ma per un inglese si tratta di un’espressione incomprensibile rispetto al significato che le diamo noi.
In questi casi non prendiamo in prestito delle parole, ma delle radici o degli elementi che ricombiniamo a orecchio. Perché quel che conta è il suono, non l’oggetto o il concetto. E allora mi parrebbe più sensato cambiare metafora, e invece che parlare di prestiti dovremmo forse parlare di trapianti e di innesti, per attingere dalla biologia foriera di molte metafore linguistiche, a partire dal concetto di lingue vive.
A volte si trapiantano le parole, ma più spesso si trapiantano delle radici e si fanno innesti.
Come si spiegano le centinaia e centinaia di parole ibride a base inglese che si moltiplicano nella lingua italiana e che non hanno simili corrispondenti nel caso dei francesismi e degli altri forestierismi? Chattare, shampista, scoutismo, computerizzazione, baby-calciatore, zanzare killer, libro-game… che razza di prestiti sono queste parole bastarde che si scrivono e pronunciano in un modo che non è più italiano, ma non è nemmeno inglese? L’itangese ha ormai travalicato abbondantemente i limiti del prestito linguistico e sta prendendo vita.

L’itanglese non è fatto da semplici prestiti

Analizziamo qualche titolo di giornale. Adesso si parla del long covid, ma è davvero un prestito?

Sarei curioso di chiedere a qualche espertone se si tratta di un prestito di lusso o di necessità. È forse un concetto nuovo? Perché non dovremmo usare la nostra lingua e parlare semplicemente e naturalmente per esempio di covid lungo? Perché se tutti lo dicono in inglese la necessità è tutta qui. Certo, se l’inglese diventa la lingua della scienza poi accade che non solo si perda la terminologia in italiano – l’inglese si è rivelato un processo sottrattivo non aggiuntivo – e che si introducano i nuovi concetti in inglese e si ripetano in modo automatico (vedi la “necessità” di pacemaker) anche quando sarebbe naturale tradurli, nelle lingue sane. Ma a proposito di covid c’è qualcosa in più da rilevare: è diventato una specie di calamita che si porta con sé una regola istintiva e non scritta, quella di associarlo sempre e solo a parole inglesi con l’inversione della sua collocazione all’inglese. E dunque si parla di covid free, di covid center, di covid manager…, e in questi e molti altri casi non abbiamo più a che fare con prestiti lessicali isolati, ma con il prestito o trapianto di una grammatica formativa per le neologie (come lo pseudoanglicismo no vax che segue la regola del no + inglese: no mask, no global…). E così, visto che due terzi degli anglicismi che ci siamo fatti “prestare” sono costituiti da parole composte o locuzioni, spesso ognuno di due elementi formativi prende vita autonoma (smart, baby, cyber, food…) e si ricombina con altri elementi in circolazione (smart city, baby-gang, cybersecurity, pet food…) in una rete di anglicismi interconnessi che si espande nel nostro lessico a prescindere dal fatto che sia inglese ortodosso o reinventato e accostato a parole italiane (cybercriminale, babypensionato, salvaslip…).

Proviamo a vedere un altro titolo del Corriere: “Dal skimmer per la piscina allo shampoo per la barba”. Chissà se “dal skimmer” invece di “dallo skimmer” come vorrebbe la lingua italiana è solo un refuso o il segnale di uno sfacelo linguistico su cui l’inglese e lo pseudoinglese che innestiamo trova il terreno più fertile per germogliare.
Quando ero ragazzo ho fatto il bagnino in una piscina e tra le mansioni più noiose c’era quella di pulire i filtri a bordo-vasca. Oggi sembra che Amazon li venda chiamandoli skimmer. Letteralmente si può dire anche schiumatoio, deschiumatore o più in generale depuratore, ma alle multinazionali che esportano i loro prodotti nella loro lingua non conviene affatto tradurre in italiano, la tendenza è quella di imporre la loro lingua, dai titoli dei film alle confezioni del Monopoly, oggi scritto con la ipsilon finale. A dare manforte alla colonizzazione linguistica ci pensano i giornalisti che abbandonano l’italiano e ripetono gli anglicismi (skimmer ha anche altri significati legati al crimine informatico). Sono prestiti questi? Skimmer sarà un lusso o una necessità? Opterei per un lusso che diventa necessità quando si compila l’ordine di acquisto.


Quando Sky, all’interno dell’offerta del Pass Entertainement, offre gratuitamente anche il Pass Kids (declinato al plurale con la “s”) abbiamo a che fare con dei prestiti?

A me paiono trapianti dove la lingua non è fatta più dai nativi italiani ma dalle multinazionali che ci vendono i loro prodotti con i loro nomi, seguendo le proprie “necessità” commerciali davanti alle quali a noi sudditi non resta che ripetere ciò che leggiamo sulle scatole. Questi esempi travalicano le singole parole per diventare prestiti di pezzi di inglese ben più complessi, dal long covid alle mansioni lavorative di un social media manager, “prestiti sintattici” dal costrutto invertito.


In un altro titolo vediamo che chiudono le strutture sanitarie che avevano nomi italiani come il Galeazzi e apre Mind. Si tratta forse di un prestito? A me pare solo l’abbandono dell’italiano per aderire alla lingua delle multinazionali che viene perpetrato anche dalle nostre stesse istituzioni. E così c’è il politico che introduce il Jobs act, ci sono i servizi Delivery delle Poste Italiane, i Gate delle stazioni, Rai Gulp che propone il TG Kids, mentre Alitalia diventa ITA Airways, a Milano il Salone del mobile diventa la Fashion Week, il quartiere della ex Fiera campionaria diventa Citylife… e vogliamo spiegare tutto questo con le categorie dei prestiti?

E che dire della business school Rcs Academy e del suo master con il “metodo Corriere”? Nel pacchetto metodologico c’è anche imparare a scrivere in itanglese, suppongo, per educare all’abbandono dell’italiano e far diventare un incrocio pericoloso un incrocio killer da inserire nei black points da scrivere con la “s” del plurale!


Chissà, quando il Politecnico di Milano ha deciso di erogare la formazione universitaria solamente in lingua inglese, estromettendo l’italiano, forse era solo un banale prestito linguistico “totale”, dove a essere presa in prestito è la lingua inglese nella sua interezza. E sarà un lusso o una necessità per fare dell’ateneo un polo internazionale?

Credo che possa bastare. L’itanglese non si può spiegare con la favola dei prestiti. E quando certi linguisti, davanti all’attuale tsunami anglicus, pensano di interpretare l’interferenza dell’inglese con la tassonomia dei prestiti linguistici e delle categorie del lusso e della necessità che Tappolet ha immaginato ormai ben più di un secolo fa, mi ritorna alla mente il ritornello di una canzone di Jannacci rivisitata con un gioco di parole alla Bartezzaghi:

Lessico e nuvole
la faccia triste dell’America…
che voglia di piangere ho!

Le miopi categorie del “prestito” davanti al fenomeno dell’itanglese

Fuori dai circa 4.000 lemmi inglesi registrati nei dizionari, si estende una nuvola di anglicismi di un ordine di grandezza superiore. Sono parole, espressioni e reinvenzioni inglesi o a base inglese che sfuggono a ogni possibilità di classificazione. Non sono proprio occasionalismi che ricorrono sporadicamente, ma non sono nemmeno parole che si possono annoverare in un dizionario. Questa enorme zona grigia appartiene a un riversamento dell’inglese che ha rotto gli argini e si riversa in enunciazioni mistilingue che hanno a che fare con l’abbandono dell’italiano e con il passaggio ai suoni inglesi. Queste parole sono in aumento vertiginoso e ognuna diventa sempre più frequente, nel suo settore.

Sto ricevendo innumerevoli segnalazioni di questo tipo da inserire sul dizionario delle alternative AAA, ma posso accogliere solo quelle che hanno una certa stabilità e frequenza. Perché se dovessi registrare tutte le parole di bassa frequenza e di uso limitato, gli anglicismi diventerebbero 40.000 invece di 4.000.

Per fare un esempio, basta pensare all’ambito della moda e prendere in considerazione un articolo generalista del Corriere.it come quello in figura. Il numero dei “prestiti” utilizzati supera di gran lunga quello di ogni ragionevole buon senso, e mostra molto bene in che cosa si sta trasformando l’italiano.
Se le parole evidenziate in rosso si possono ancora classificare, conteggiare e inserire nel dizionario con le loro spiegazioni e alternative, non è sempre così.

Hospitality e faculty

Sergio mi segnala che, in un’intervista, il direttore di un albergo in Toscana ha dichiarato che la sua “mission è l’hospitality”, e si chiede se sia il caso di registrare “hospitality” su AAA.

In questo momento non me la sento di aggiungerla, e mi limito a tenerla d’occhio, perché temo sia solo questione di tempo.
Quello che sta avvenendo è che in ambito lavorativo, dove l’itanglese è la lingua che il settore richiede e allo stesso tempo impone, il concetto di “ospitalità” comincia a essere espresso in inglese, anche se nel parlare comune si continua a dire “ospitalità”, perché l’hospitality e le sue norme, anzi best practice, si può trovare teorizzata nei manuali del settore turistico che ripetono a pappagallo le prassi dei resort d’oltreoceano con i concetti formulati nella propria lingua in una sorta di diglossia che vede l’inglese occupare la parte alta e prestigiosa della sfera lessicale, mentre l’italiano è lingua parlata del volgo, come nel Medioevo. Le conseguenze di queste prassi portano a esprimere in inglese i concetti generali, come se il concetto di hospitality fosse qualcosa di superiore e tecnico.

La frequenza di hospitality, perciò, sta salendo, anche se è ristretta all’ambito degli addetti ai lavori. Potrebbe però succedere presto, e forse sta già accadendo, che esca dal vezzo di usarla come scelta sociolinguistica individuale di chi la sciolina per distinguersi ed elevarsi per diventare un fatto collettivo e diffondersi con la stessa frequenza di “mission” e “vision” che appaiono ormai istituzionalizzate in ogni sito aziendale, ma hanno avuto la stessa origine. Quando accade questo passaggio, l’anglicismo comincia a differenziarsi dall’italiano, e a ricavarsi una sua specificità, e così spuntano i soliti idioti pronti a spiegarci che gli anglicismi “non sono proprio” come gli equivalenti italiani, perché evocano un “non so che” in più.

Un esempio simile a quello di hospitality l’ho visto in un’accademia dove mi capita di tenere i miei corsi. Un bel giorno hanno pensato bene di abbandonare la parola “facoltà” e di passare a “faculty” che evidentemente suona loro più moderna e internazionale, anche se a me pare solo cafona e ridicola, visto che la platea è composta da italiani, e non si capisce il senso di parlare tra noi con un lessico inglese o pseudoinglese. In ogni caso l’hanno inserita nel sito dove gli studenti possono consultare la sezione “la mia faculty”, e la utilizzano persino nella comunicazione interna dove mi invitano a partecipare alle riunioni di faculty, rimanendo sorpresi e spiazzati davanti alle mie rimostranze come fossero le fisime di un pazzo.

Questi aneddoti mostrano bene che, dietro al ricorso ai singoli anglicismi, siamo in presenza di un più generale abbandono dell’italiano che esce dalle singole parole prese a una a una. E quando leggo le analisi dei linguisti che credono di poter spiegare l’interferenza dell’inglese con le categorie del “prestito”, magari di “lusso” e di “necessità”, mi viene da piangere. Questi studiosi non hanno capito nulla di ciò che sta accadendo e non hanno gli strumenti per interpretare il fenomeno dell’itanglese, che spesso sottovalutano o negano.
Basta fare qualche esempio per comprendere come stanno le cose.

Tractor day, Sicily e shop dal contadino

Bruna mi ha segnalato una festa paesana e agricola di un paesino del bolognese, dove si parla di frequente in dialetto, ma i titoli degli eventi sono in inglese: cosa c’è di meglio, per la festa di S. Antonio, del Tractor Day con tanto di Speed Pulling?

Lo speed pulling è l’ennesimo esempio del fatto che, come in una colonia, non sappiamo far altro che importare tutti gli eventi e le tradizioni che la cultura statunitense ci trasmette e che emuliamo come scimmiette ammaestrate. Si tratta di una competizione dove i trattori devono trainare un rimorchio zavorrato su una pista di 100 metri. E questa americanata è stata trapiantata anche in Italia almeno dal 2009, quando su Agronotizie si leggeva: finalmente “nascono le gare di Speed Pulling in Italia: la prima si è tenuta a Budrio”, un piccolo comune molto all’avanguardia, a quanto pare.

Anche lo speed pulling (come faculty) non è contemplato su AAA, che si limita a registrare le parole più eclatanti. Ma se si può ancora considerare un “prestito” (che però purtroppo poi non si restituisce) di una pratica con un nome che non sappiamo né vogliamo tradurre, da dove nasce la geniale idea di chiamare “tractor day” la festa dei trattori che si tiene in occasione di S. Antonio?

Dal fatto che day (come smart, baby e sempre più radici prolifiche) gode ormai di vita propria e nell’accostarsi alle altre radici inglesi si porta con sé “tractor” invece di trattore, questa volta.

Il tractor day del comune di Medicina non è propriamente un grande evento internazionale che richiede un nome in inglese, visto che è una sagra di paese e di agricoltori che dopo lo speed pulling finiscono a mangiar piade e salsicce annaffiate dal lambrusco (e non mi stupirei se fosse venduto in una bancarella denominata wine corner). Quando la saga del trattore si trasforma in un evento in inglese, esattamente come il family day, l’election day, l’open day… che sono eventi tutti “italiani”, il prestito non riguarda più le singole parole, ma la logica sottostante e il suono: l’english sound che segna il passaggio a un’altra lingua e l’abbandono dell’italiano e della sua identità. Lo stesso meccanismo che – come mi ha segnalato la traduttrice Anna Ravano – spinge a denominare Green Kiss una birra artigianale alla canapa “tutta biellese” a parte la denominazione. Oppure il caso, che mi ha indicato Carla Crivello, della pro loco di Luserna alta e San Giovanni, in una valle piemontese, che ha appena organizzato la prima edizione di “Fast & Music”, tra auto tuning e hobbisti!

E per promuovere le bellezze della Sicilia perché bisogna storpiarle il nome e americanizzare la Trinacria ribattezzandola Sicily come si vede in questi giorni nelle pubblicità televisive di See Sicily, che si ritrovano nel portale Visit Sicily con il gioco di parole See Sicily e Sì, Sicily?

Come per il made in Italy e l’italian design, puntare a essere internazionali non significa esportare la nostra lingua, così amata all’estero ma svilita in patria, bensì ri-definirci attraveso l’inglese; ma denominare la Sicilia Sicily è un’idiozia che dovrebbe essere considerata un reato! Soprattutto nelle pubblicità rivolte al mercato interno.

E allora come la mettiamo? Sicily è forse un prestito?

Su un sito di prodotti a chilometro zero che esalta la filosofia di questa prassi, il succo di mele della Valtellina è il Succo di Mele Bag in Box Bio che si può acquistare sullo “shop dal contadino”.

Se nel sabato del villaggio Leopardi scriveva “il zappatore” che rendeva bene il linguaggio improprio del contadino, oggi sembra che la donzelletta venga dal tractor day per recarsi al suo shop con il fascio dell’erba green. E perché mai dovrei comprare un prodotto a chilometro zero che viene proposto in Rete forse a tutto il mondo (ma che fine fa il chilometro zero?) con il linguaggio di McDonald’s? Usare un lessico a chilometro zero non sarebbe più sensato e coerente? Il caro buon vecchio parla come mangi, passando dal palato al parlato, nell’era dei MasterChef è andato a farsi friggere nell’olio degli hamburger.

Quando assistiamo a tutto ciò, siamo sicuri che il contadino abbia preso in prestito parole come shop, box, tractor e simili? Non siamo in presenza di un fenomeno che si deve interpretare in modo meno miope?

Tutto ciò è il frutto di una patologica coazione a ripetere e a scimmiottare l’inglese, di un servilismo nei confronti di tutto ciò che arriva dagli Usa che va ben oltre gli aspetti sociolinguistici. È la conseguenza di una concezione per cui l’inglese viene identificato con la modernità e ci appare come l’unica soluzione per essere internazionali e fa del globalese il nuovo dio, anche se calpesta i valori del plurilinguismo e della nostra stessa lingua.

Le parole che si accumulano giorno dopo giorno in questo modo stanno portando al collasso dell’italiano nell’ambito del lavoro, dell’informatica, della scienza, della moda… e di sempre più settori. Un collasso che produce un’infinità di parole ibride (da hobbista a speakerare, da softwarista a chattare), delle regole formative nella composizione delle parole (babycriminale, cybersicurezza) e delle locuzioni (zanzare killer, libro-game), e una grammatica inconscia che genera fenomeni che escono dal lessico per coinvolgere la struttura delle frasi e la sintassi.

L’itanglese è questo, non è una banale somma di “prestiti”.

I “prestiti sintattici” e la neolingua itanglese

A dimostrare che il prestito non riguarda più le singole parole, ma è un’emulazione ben più profonda che sta conducendo all’itanglese, ci sono molti esempi che sono sotto gli occhi di tutti, se ci togliamo le fette di mortadella del tractor day del bolognese.

Sul Corriere di ieri, come fosse la cosa più normale del mondo, mi ha colpito il titolo “Pallotta is back”.

Cosa spinge un giornalista a scrivere così invece di “è tornato Pallotta” o “il ritorno di Pallotta”?

“Is back” è un prestito?

A Milano il Salone del mobile è stato ribattezzato con la Design Week, al femminile, con un’inversione delle parole all’inglese, la stessa inversione che si trova in “MonteNapoleone District design e sostenibilità”. Ma la sostenibilità dell’italiano dov’è? Possibile che a nessuno importi che la lingua con cui i giornali ci educano sia diventata questa e che via Monte Napoleone diventi il MonteNapoleone District?

Un giornale come il Corriere offre il Corriere Daily Podcast con Radio Italians, un altro bel prestito sintattico! Gli “italians” di Beppe Sevegnini hanno perso la loro iniziale portata spiritosa e sono diventati la tragica realtà. Non abbiamo più a che fare con singoli prestiti, ma con un’interiorizzazione delle strutture inglesi, oltre che con i loro suoni, che produce espressioni in itanglese. Una neolingua che non è più né italiano né inglese. La stessa newlingua che, mentre uccide la lingua di Dante, allo stesso tempo stravolge e storpia quella di Shakespeare, come nella recente polemica (che mi segnala Daniela) a proposito delle risposte in inglese maccheronico dell’Atac di Roma, dove le strutture italiane sono state tradotte con parole inglesi senza rendersi conto che “What it needs?” non significa “di cosa hai bisogno?” ma “ciò che serve”. E quindi finisce che ci si rivolga ai turisti inglesi con frasi come: “La multa went on prescription”.
È l’altra faccia dell’itanglese che si diffonde sul piano interno e mostra chiaramente gli stessi meccanismi di imbastardimento che anglicizzano la nostra lingua attraverso pseudoanglicsmi come smart warking, mobbing, basket, caregiver… che non sono affatto prestiti, ma itanglismi nella bocca di chi non sa più parlare l’italiano, ma nemmeno l’inglese.

L’anarchismo linguistico italiano e la politica linguistica francese

Mentre la nostra Gazzetta Ufficiale si “arricchisce” di anglicismi istituzionali di giorno in giorno, lo scorso 29 maggio, sulla Gazzetta Ufficiale francese, le alternative a molti anglicismi dell’ambito dei videogiochi e degli audiovisivi sono ufficialmente entrate nella lingua di Moliére.

Il processo di regolamentazione della lingua e la creazione di neologismi autoctoni è coordinato dalla Délégation générale à la langue française et aux langues de France, che coinvolge non solo la Commissione per l’arricchimento della lingua francese dell’Accademia di Francia (che sarebbe il corrispondente della nostra Accademia della Crusca), ma anche il Ministero della Cultura, visto che l’organo si muove all’interno dell’autorità del Presidente del Consiglio dei Ministri.
In questa cornice istituzionale ben coesa, sono state coniate le alternative ufficiali a molti termini. Si tratta di soluzioni codificate, chiare e precise, che permettono di esprimere in francese tutta una serie di concetti che in italiano si esprimono solo in inglese.

Un “cloud gaming” diventa semplicemente un videogioco in nuvola (jeu video en nuage), uno “streamer” un giocatore/animatore in diretta (joueur/animateur en direct) e un “pro-gamer” un giocatore professionista (joueur professionnel).

Questa terminologia non è solo fortemente raccomandata – in altre parole consigliata a chi vuole parlare in francese, prima di tutto i giornali – ma è anche il punto di riferimento ufficiale che i funzionari pubblici devono seguire. Il che non significa che i videogiocatori non possano comunicare tra loro nel proprio gergo, visto che ognuno parla come vuole, significa al contrario che esistono delle parole ufficiali da usare nei registri alti e nella comunicazione istituzionale.


Avere simili punti di riferimento permette di arginare il depauperamento della lingua davanti all’invasione di parole inglesi, un fatto su cui l’Accademia francese e le istituzioni hanno espresso grandi preoccupazioni perché, oltre a impoverire il francese, crea fratture sociali e barriere generazionali che portano all’incomprensione, alla mancanza di chiarezza e trasparenza, e dunque al venir meno della lingua come collante sociale (cfr.”Anglicismi: perché l’Académie française è preoccupata“).

Questo atteggiamento di tutela del proprio idioma in Francia fa parte di una politica linguistica che esiste da decenni e che è volta anche ad arginare gli anglicismi in ogni settore, non solo quello dei videogiochi. La terminologa Maria Teresa Zanola, studiando la reazione al “franglese” supportato dalle iniziative pubbliche e private in ambito tecnologico, ha osservato che questa continua coniazione di neologismi sta rendendo il francese una lingua molto vitale (“Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008). La nostra lingua, al contrario regredisce proprio a causa dell’inglese, e la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese crudo perché l’italiano non sta producendo più nulla, si limita a importare anglicismi che spesso finiscono per soppiantare le nostre parole anche quando già esistono.

La notizia di questo ultimo arricchimento del francese è rimbalzata non solo in Francia, ma persino su The Guardian. In Italia, invece, è uscita su piccole riviste magari di settore, e un giornale come il Corriere della Sera, non l’ha minimamente ripresa.
Sulla pagina principale del Corriere.it di oggi c’è invece un pezzo, alla sezione “videogame”, che parla di “Spiderman Remastered”, perché l’Uomo ragno che leggevo da bambino oggi si dice in inglese, una riedizione diventa “remastered”, mentre i giocatori sono “gamer” e le scarpe da ginnastica sono diventate “sneakers” “super tech”. Nel pezzo accanto si legge del “mermaiding” che da giorni il Corriere promuove come lo sport dell’estate con vari articoli, un orologio subacqueo diventa uno “sport watch da marine”, e non parliamo di diodi luminosi, ma soltanto di “led”.

A parte il numero di parole inglesi abnorme, quello che impressiona è che gli anglicismi diventano “prestiti sterminatori” che uccidono le nostre parole.
“Mermading” non circola sui giornali francesi che parlano di nuoto a sirena (nage sirene) o di tenuta da sirena, ma non si trova nemmeno in quelli spagnoli, siamo solo noi che ci riempiamo la bocca di queste americanate, incapaci di usare la nostra lingua di cui ormai ci vergogniamo.

I pochi articoli italiani che hanno riportato la notizia che arrivava dalla Francia l’hanno presentata come una bizzarria, come qualcosa di assurdo o di anacronistico tipico dello sciovinismo francese, commentando con il solito guazzabuglio di luoghi comuni: tutto ciò ricorda la guerra ai barbarismi di epoca fascista; l’inglese è più corto, è moderno e internazionale; tradurre è ridicolo; non si può imporre alla gente come deve parlare…

Questa sciocchezza dell’inglese più corto e maneggevole dovrebbe davvero finire. Prima dell’avvento del computer, la scrittura avveniva con la “macchina da scrivere”, una locuzione certamente lunga, ma che nessuno ha mai messo in discussione perché mancava una parola “corta”. Al suo apparire, le polemiche iniziali riguardavano il fatto che sarebbe più corretto dire “macchina per scrivere”, ma alla fine i “puristi” hanno dovuto arrendersi davanti all’uso dilagante dell’espressione meno corretta. Eppure nessuno ha mai sentito l’esigenza di abbandonare l’italiano per usare una parola sola, magari in inglese come typewriter. Sarebbe stato inconcepibile e avrebbe suscitato reazioni negative.

Le resistenze davanti ai neologismi sono una costante che deriva anche da secoli di purismo. Ogni nuova parola, inizialmente, ci appare brutta solo perché non siamo abituati a sentirla, come aveva capito Leopardi. Come ha osservato Luca Serianni, questa resistenza alle neologie ha una sua funzione utile alla conservazione della lingua e alla sua coesione. Il fatto grave è che questa ostilità per i neologismi, nella colonia Italia, non è affiancata da un’analoga resistenza di fronte alle parole nuove in inglese, che al contrario ogni volta ci appaiono belle, utili, necessarie, intraducibili, o in grado di evocare qualcosa di diverso dall’equivalente italiano. La combinazione di questi due fattori risulta micidiale (ne ho già parlato in “Orribili neologismi e sedicenti anglicismi: dal purismo all’anglopurismo”), perché mentre l’inglese è sempre accolto tra i plausi, i neologismi italiani e le traduzioni ci schifano. Le conseguenze sono il collasso degli ambiti, la perdita dell’identità dell’italiano, l’itanglese che diventa la lingua della modernità e l’italiano che perde il suo suono storico e muore senza sapersi rinnovare.

La questione della guerra ai barbarismi non c’entra nulla con l’evoluzione e l’arricchimento del francese. Il problema non sono i forestierismi, da condannare per motivi di principio, sono gli anglicismi, e solo quelli, che per il loro numero e la loro invadenza stanno snaturando e colonizzando le lingue locali.
E non è vero che le alternative raccomandate in Francia sono coercizioni che impediscono alla gente di parlare come vuole. Se le alternative vengono coniate, esistono, e vengono promosse, ricorrere all’inglese diventa una scelta sociolinguistica, non una necessità, come in Italia. In Francia, al contrario, sono liberi di scegliere! A proposito di “libertà”, dovremmo renderci conto che da noi avviene tutto il contrario: la gente finisce per parlare come ci impongono i giornali e il linguaggio istituzionale. Quando i politici legiferano attraverso il jobs act, i caregiver, il cashback… quando si introducono il lockdown, il green pass, le dosi booster… quando i giornali annunciano il marmaiding, il gaslighting o il body shaming, non stanno utilizzando il linguaggio “della gente” stanno educando gli italiani a parlare in itanglese. E quando le multinazionali americane ci impongono il loro linguaggio fatto di snippet, widget, follower… e tutta una serie di termini che noi accettiamo con servilismo senza tradurre e adattare, la lingua non è più fatta dai nativi italiani.

L’idea che la lingua italiana sia un processo naturale, nato dal basso e dall’uso popolare è una convinzione falsa e antistorica. La lingua è un fatto politico; e non solo si può orientare, si orienta e si è sempre orientata dall’alto, ma è necessario orientarla per mantenere l’identità linguistica e la coesione sociale. L’italiano è una lingua letteraria nata dall’alto, orientata per secoli prima dall’Accademia della Crusca e poi dagli interventi amministrativi, politici e istituzionali. E soprattutto, l’unificazione dell’italiano è avvenuta solo nel Novecento proprio grazie alla lingua dei mezzi di informazione, che oggi la stanno al contrario distruggendo e trasformando in itanglese.

Non si può negare la storia e far credere che non sia così e che in Francia siano matti. I malati siamo noi! Il liberismo linguistico per cui una lingua va studiata, non va difesa, si sta trasformando in un anarchismo linguistico dove, con la scusa di essere descrittivi e non prescrittivi, in assenza di regole finiamo schiacciati dalla lingua dominante e cannibale che ci fagocita.

“L’assalto senza fondo alla lingua italiana”

Una voce autorevole e fuori dal coro si è fatta sentire lo scorso 16 maggio dalle pagine de Il fatto quotidiano. In un pezzo intitolato “Insidiarsi, schernirsi ed essere afferrati. L’assalto senza fondo alla lingua italiana”, Nando Dalla Chiesa ha denunciato una “guerra invisibile” che è in corso “con grande dispendio di mezzi”, uno stillicidio dilagante che avviene senza spargimenti di sangue, perché l’aggredito è l’italiano.

Cito le sue parole:

L’esercito che attacca è numeroso ma composto da unità agilissime, che si muovono d’istinto, per spirito dei tempi. Si mimetizza dietro titoli di studio superiori, l’ignoranza colta è la sua bandiera. È una guerra di posizione, a pensarci, dove le sortite dalle trincee non sono però mai seguite da arretramenti. Una volta che l’attacco è partito va poi avanti indefessamente, senza che nessuno possa o voglia fermarlo. Né ci sono alleanze o patti sovranazionali che ti possano aiutare. Perché l’aggressione, appunto, nasce dentro i confini. (…) Non si pensi però questa guerra singolare possa contare poche conquiste. Da qualche tempo le truppe dell’ignoranza colta stanno espugnando una roccaforte dopo l’altra.
È così che da almeno un paio d’anni si fa largo tra i giovani più altamente istruiti, quelli capaci di dire “euristico” e “controintuitivo”, l’insidia suprema: usare, appunto, “insidiarsi” per “insediarsi”. Gli americani si erano “insidiati” in Afghanistan, i clan calabresi si sono insidiati in Emilia e in Lombardia, la finanza cinese si insidia nel mondo del calcio. Il grottesco non viene nemmeno percepito dagli oratori o dagli scrittori. Che volte anzi, affettando eleganza oratoria, ti sbattono l’orrore in faccia già ad inizio di discorso. Senza parlare del delicato, timido “schermirsi”, che – perso ogni pudore – diventa (un giorno ben due volte sullo stesso quotidiano) “schernirsi”. E l’esperta di libri che ti confessa di non essere “afferrata” in materia? Sulle prime non ci credi. Poi si ripete
.

Si potrebbero aggiungere molti altri errori che nascono da un uso dell’italiano a orecchio senza cognizione di causa. Personalmente mi è capitato più di una volta di imbattermi nell’incapacità di distinguere tra “non c’entra” (non è inerente) e “non centra” (come fosse centrare un bersaglio), e non tra fasce di persone di bassa istruzione, bensì tra gli studenti diplomati o laureati che frequentano le scuole di scrittura creativa e “storytelling”, dunque una platea selezionata che dovrebbe essere di fascia alta. Spesso gli studenti di questo tipo, non certo privi di cultura, hanno però problemi con gli accenti e gli apostrofi e non controllano parole di altissima frequenza e di base come le voci dei verbi dare e fare (scrivono “fa” con l’accento o egli “dà” senza, ignorano che all’imperativo si usa invece l’apostrofo, “fa’”) e via dicendo.

Senza alcun purismo e rimpianto per i bei tempi andati – quando queste basi erano fornite in modo abbastanza solido dalla scuola primaria, oltre che secondaria – il punto è che simili strafalcioni circolano non di rado non solo tra i laureati, ma persino sui giornali, comunicati stampa, tesi di laurea, siti…
Nando Dalla Chiesa conclude il suo pezzo sventolando bandiera bianca davanti a questa “ignoranza colta” che pare essere “spirito dei tempi”, e si stupisce con amarezza per l’assenza di reazioni e di indignazioni davanti a tanto scempio:

Ti chiedi come mai nessuno metta un argine, eriga una linea Maginot. Come mai non si formino battaglioni di volontari in difesa della vittima, la Lingua, che ha pur sempre un valore storico e collettivo.

Come mai? Perché?

È lo stesso interrogativo che ricorre ogni volta, davanti alla regressione dell’italiano.
Ritornano in mente le parole di Draghi: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” E l’accostamento tra lo sfascio dell’italiano e gli anglicismi non è affatto casuale.

Nelle sue sacrosante analisi sociologiche Nando Dalla Chiesa punta il dito su un assalto alla lingua che è tutto interno. Ma per dare una risposta al suo “come mai?” bisogna guardare anche all’assalto che arriva dall’esterno.

L’assalto dall’esterno: l’italiano di fronte alla globalizzazione linguistica

Il disegno di fare dell’inglese la lingua planetaria è un progetto politico ed economico (dagli introiti incalcolabili) sollecitato, promosso e finanziato dall’esterno, che stiamo agevolando dall’interno anche se non ci conviene affatto.
L’assalto alla nostra lingua nasce anche dal voler fare dell’inglese la lingua della formazione universitaria, della scienza, del lavoro, dal suo essere diventato un obbligo (e non una scelta) nella scuola di base, un requisito per l’assunzione nella pubblica amministrazione (riforma Madia), la lingua obbligatoria per la presentazione dei progetti di ricerca italiani (i Prin e i Fis)… mentre allo stesso tempo assistiamo all’estromissione dell’italiano come lingua di lavoro in Europa.
Le fragilità tutte interne dell’italiano nascono da tutto ciò, e su questo processo si innestano le pressioni esterne dell’inglese inernazionale, dell’espansione delle multinazionali, della terminologia tecnica nel solo inglese… e tra strafalcioni, anglicismi e pseudoanglicismi che ci inventiamo da soli la combinazione di queste due pressioni è micidiale.


Nando Dalla Chiesa depreca infastidito l’uso di “finalizzare” nel nuovo significato di “concludere”, invece che “dare un finalità”, un vezzo che è partito dall’ambito sportivo, dove qualche telecronista ha cominciato a usarlo al posto di tirare in porta o segnare una rete, ma che poi si è allargato fuori da questo ambito e si ritrova addirittura tra gli accademici (“non ho finalizzato il rapporto di ricerca”) o nell’editoria. Questo uso era già registrato nel dizionario storico di Battaglia e attestato nel De Sanctis, ma era definito “raro”. Se oggi dilaga è proprio per l’interferenza dell’inglese “to finalize” che ha questa accezione. La stessa interferenza che ci porta a dire “impattare” invece che “incidere”, un altro uso che infastidisce Dalla Chiesa, ma che ancora una volta deriva dall’inglese “to impact”.

Nel distinguere gli errori oggettivi (insediarsi e insidiare) da questi ultimi slittamenti di significato delle parole che – per quanto possano essere fastidiosi – sono un fenomeno normale nella storia delle lingue, per loro natura mutevoli, il punto è che l’assalto all’italiano è l’altra faccia della medaglia dell’idolatria dell’inglese planetario, il globalese. È per questo che l’italiano va alla deriva, perché non è più in primo piano. La nuova classe dirigente è figlia dell’anglocentrismo più totale, dalla politica alla cultura, e dunque l’italiano si abbandona perché non è più al centro di questi processi, a partire dalla scuola e dalla formazione, per finire con il linguaggio mediatico. La mancanza di indignazione di fronte allo sfregio della nostra lingua nasce da un disinteresse connesso al servilismo davanti all’inglese considerato il fulcro della nuova cultura.

La linea di Maginot dovrebbe essere oggi eretta a difesa dello tsunami anglicus, l’effetto collaterale dell’inglese internazionale, della globalizzazione linguistica, della riconcettualizzazione della nostra storia in chiave anglocentrica che avviene con il linguaggio dell’anglosfera. L’anglicizzazione della nostra lingua germoglia proprio perché trova un terreno fertile nel panorama desolante di una classe dirigente che ha problemi con l’italiano perché guarda solo al globalese, e invece di comprendere che entra in conflitto con le lingue locali e le minaccia, lo considera il nuovo totem e il nuovo modello culturale, anche linguistico, destinato a schiacciare la nostra lingua. Siamo di fronte a un cambio di paradigma in cui rischiamo di fare la fine degli Etruschi, fagocitati, senza guerre, dalla romanizzazione e assimilati fino a scomparire.

Prese di posizione come quelle di Nando Dalla Chiesa sono preziose per provare a innescare almeno un dibattito che attualmente non si vede nella nostra intellighenzia che guarda solo alla nuova cultura dell’inglese, la causa principale dell’abbandono dell’italiano.

PS
Da anni scrivo a tutte le persone influenti che esternano preoccupazioni per la nostra lingua, o che la distruggono introducendo anglicismi fuori luogo. A parte la petizione a Mattarella, ho scritto a Draghi, a Di Maio, a Franceschini, a Nanni Moretti, a Elio (delle Storie tese), a Riccardo Muti…

Nessuno mi ha mai risposto.
Non potevo non scrivere le parole di questo articolo anche a Nando Dalla Chiesa, ma questa volta un riscontro è arrivato:
Sono del tutto d’accordo con Lei. Non devo dire altro.