L’italiano non è resiliente (ed è poco proattivo)

Riparto dalla chiusa dell’ultimo articolo (“La sovralingua del green pass”), e cioè dal fastidio e dall’ostilità che generalmente suscitano le parole nuove, visto che come scriveva Leopardi non siamo abituati a sentirle. Un’idiosincrasia che però non si riscontra quando i neologismi sono in inglese crudo.

Questa accettazione priva di resistenze per il lessico del nuovismo espresso in inglese è spesso accompagnata dal rifiuto per una nuova parola corrispondente italiana, ed è soprattutto la combinazione di questo duplice sentimento (in inglese è bello, in italiano è brutto) a favorire la neolingua chiamata itanglese.

La traduzione letterale è poco in voga, ma è anche difficile che l’italiano riesca a generare neologismi alternativi all’inglese, e quando succede di solito non hanno grande successo, come nel caso di apericena (che molti considerano un “brutto” vocabolo) al posto di happy hour.

Gli adattamenti sono ancora più rari e disusati, dallo scevà che va tanto di moda (sono uno dei pochi che lo scrive in italiano) che per tutti è schwa (poco importa che sia parola ebraica, ci arriva dal dibattito d’oltreoceano), al luminolo, il composto chimico che rivela la presenza di sangue sui luoghi del delitto, e che tutti chiamano luminol.

C’è poi un’altra strategia che nelle lingue sane argina i forestierismi: l’allargamento di significato delle parole già esistenti – la risemantizzazione – che da noi ha poco successo. O meglio, è diffusa ma è a senso unico: realizzare qualcosa si amplia e diventa non più solo costruire ma comprendere; intrigare passa dal compiere intrighi a indicare qualcosa che ci attira; salvare diventa memorizzare (save the date)… parole come queste assumono nuovi significati per interferenza dell’inglese, ma viceversa difficilmente una parola italiana si amplia per sostituire un anglicismo in circolazione. E infatti ci sono schiere di anglomani pronte a perorare la necessità e l’intraducibilità di parole come selfie (autoscatto non va bene) o caregiver, cioè l’assistente familiare, che sostengono che non si possa rendere con badante, in quanto quest’ultimo lo farebbe a pagamento, al contrario del caregiver. Dove sta scritto che il participio presente di badare abbia a che fare con l’essere pagati? Da nessuna parte, naturalmente. Il significato (colui che bada) viene cancellato in nome di un uso, molto recente, che non si capisce perché non possa essere esteso. La retorica dell’uso farebbe di questa parola qualcosa di immutabile, alla faccia del suo significato secolare. Dove sta scritto poi che caregiver è slegato dall’essere una professione pagata? Da nessuna parte, ancora una volta. In inglese non c’è, gliela attribuiamo noi italioti questa accezione, perché quando importiamo una parola inglese, ridefiniamo tutta l’area semantica delle parole vicine (come aveva notato Roberto Gusmani, Saggi sull’interferenza linguistica, seconda edizione accresciuta, Le Lettere, 1993) e le attribuiamo una nostra valenza assente nella lingua di origine.

In quest’ultimo processo c’è un meccanismo che mi pare poco indagato, e che porta a un restringimento dei significati storici dell’italiano (il contrario dell’allargamento), che in questo modo regrediscono in una ridefinizione delle cose attraverso le categorie della lingua inglese che fanno tabula rasa della nostra storia – e della nostra intelligenza – in una reinvenzione dell’acqua calda presentata come una sorprendente novità. Per esempio con il concetto di resilienza.

Resilienza e proattività

La parola resilienza non è nuova, ma in passato era usata in ambito tecnico ed era di bassissimo uso, prima che nel nuovo Millennio esplodesse con grande fortuna nel suo uso metaforico omnicomprensivo, proprio per interferenza dell’inglese. Il suo essere un neologismo (e dunque il suo creare un vespaio di oppositori e adulatori) è nella sua popolarità e frequenza.

In queste ridefinizioni, per evidenziare la presunta novità introdotta da un nuovo concetto, si compie di solito il giochetto di negare i significati storici, di far sparire e ridimensionare ciò che già c’era, per dare spazio alle pseudo-novità. Lo schema è quello di inventarsi una differenza che giustifichi la necessità della nuova parola-concetto. In questo tranello ci cade persino la Crusca quando, con un inno all’elasticità, scrive: “Resilienza non è quindi un sinonimo di resistenza: il materiale resiliente non si oppone o contrasta l’urto finché non si spezza, ma lo ammortizza e lo assorbe, in virtù delle proprietà elastiche della propria struttura.”

Mentre l’analisi e la storia di resilienza e resiliente dell’articolo sul sito della Crusca è ineccepibile, lo stesso non si può dire dell’analisi di resistenza e resistente, che non sono affatto slegati dal concetto di elasticità come si vuol far credere. Non c’è bisogno di consultare le tante pagine del Grande Dizionario Battaglia, in proposito. Basta pensare a un tessuto resistente, che ha proprio la proprietà di assorbire senza lacerarsi o senza deformarsi. Identificare la resistenza con la rigidità è semplicemente errato. Resistenza ha tante accezioni e include anche la resilienza, rendendola un concetto piuttosto vuoto soprattutto quando diventa una supercazzola da usare in senso figurato per esaltare l’importanza di essere flessibili. La resilienza si ritrova nella massima latina del fuscello che si piega ma non si spezza davanti alla quercia, forte e rigida, che però è soggetta a un punto di rottura (mi spezzo ma non mi piego). Dov’è la novità? Sono entrambe capacità di resistere. La novità è che si passa dal mi piego ma non mi spezzo a mi spezzo ma non mi spiego, facendo credere che l’unica accezione di resistenza sia quella della quercia.

Altrettanto insensato è lasciare intendere che la flessibilità sia qualcosa di nuovo e straordinario. Tutto ciò ci arriva dall’uso figurato di concetti che arrivano dalla medicina, dalla psicologia o dal marketing di testi angloamericani.

Non entro nella diatriba poco sensata delle parole belle o brutte, dei detrattori della parola resilienza, o degli adulatori venditori di fumo che ne esaltano la portata rivoluzionaria. Si può usare la parola che si preferisce, in un’epoca in cui la cooperazione è diventata sinergia. Tutto va bene, siamo di fronte a parole italiane, in fin dei conti. Voglio solo riflettere sul fatto che sotto certi cambiamenti linguistici non ci sono delle novità concettuali, ma delle ridefinizioni che importiamo perché stiamo solo ripetendo in modo acritico ciò che arriva da un modello culturale dominante che non sappiamo che scimmiottare.

Un percorso analogo è quello della parola proattivo (sul modello di proactive), dove quel pro sta per prima, davanti, e il neologismo indica la capacità di prevenire e anticipare gli effetti negativi. E la stucchevole retorica dell’importanza dell’essere proattivi che trasuda dal linguaggio aziendale è un’altra bufala del lessico del nuovismo che ci vende come chissà quale innovazione una strategia basata sull’importanza degli atteggiamenti proattivi che sono semplicemente preventivi.

Purtroppo, il più delle volte queste ridefinizioni concettuali si fanno direttamente con parole inglesi. Il pappagallo italiano non è più il molestatore delle belle ragazze che passeggiano per la via, quello si dice ormai catcalling. Il pappagallo italiano del nuovo Millennio è l’intellettuale, il giornalista, l’imprenditore, il politico, lo scienziato, il tecnocrate, l’insegnante… che non sa fare altro che ripetere le categorie d’oltreoceano facendo credere che siano novità, perché ha smarrito la propria cultura e le proprie radici, prima che la propria lingua.

In questo modo introduce direttamente in inglese ciò che non è più in grado di esprimere in italiano, come nel caso dello speed mentoring, del role model, del chunking, e di tutta una serie di anglicismi che rappresentano una nuova cultura che fiorisce sull’ignoranza di un italiano che sembra essere sempre meno resiliente e proattivo.

La sovralingua del green pass

Ho scaricato la certificazione verde che attesta il mio vaccino e, incredibilmente, si chiama: “Certificazione verde COVID-19”.
Certo, il nome del documento in Pdf è “dgc certificate”, in inglese, come il nome del sito ministeriale che rilascia questo attestato provvisorio, dove dgc.gov.it sta per “Digital Covid Certificate”. Sul sito ci sono le Faq, non le domande frequenti, e si parla di QR code, e non di codice QR come dovrebbe essere naturale per chi non è malato di delirium anglicum. La nostra classe dirigente, a partire dalle istituzioni, ragiona e imposta ogni cosa non più in italiano, ma nella sovralingua di matrice anglofona.

Tuttavia, da questo impianto, molte cose vengono tradotte per il popolino italiano (magari parzialmente o malamente) e dunque il “green pass” non esiste, ufficialmente, non ricorre da nessuna parte. Il bilinguismo a base inglese concepito nei documenti europei recita: “La Certificazione verde COVID-19, in Europa ‘EU Digital COVID Certificate’, è rilasciata in Italia dal Ministero della Salute in formato digitale e stampabile.”

L’esistenza del certificato verde è già qualcosa, eppure i mezzi di informazione se ne fregano del nome ufficiale del documento, e continuano a parlare di “green pass” proprio negli articoli che spiegano cos’è e come procurarselo.

Questo linguaggio sta introducendo un nuovo elemento: stiamo passando a indicare il colore verde direttamente in inglese. Anche se il documento non è colorato come il foglio rosa delle patenti, il suo significato è quello di foglio verde, cioè di lasciapassare o di passi (chissà se i giornalisti sanno che sul vocabolario esiste passi, con lo stesso significato di pass) che non ha più l’accezione di verde legato all’ecologico che si rintraccia nei tanti anglicismi in circolazione composti da green. È semplicemente un colore, come nel total black, o nel red carpet di moda nel linguaggio della moda.

Questi giornalisti epigoni di Nando Mericoni usano l’inglese e lo pseudoinglese come gli adolescenti ricorrono a certe parole per identificarsi socialmente, è un segno di appartenenza, con la differenza che hanno i capelli grigi e non stanno parlando un gergo che usano tra loro e tra simili. Inconsapevoli, o più probabilmente incuranti, del fatto che si dovrebbero rivolgere a tutti gli italiani e della loro responsabilità nel fare la lingua, impongono il loro gergo a tutti attraverso la scrittura, oltre che l’oralità.
Così facendo, non sono più ridicoli, come lo era il loro papà Alberto Sordi, sono diventati cafoni e prepotenti. Il loro lessico da colonizzati viene indirizzato a tutta la comunità dei parlanti attraverso questi picchi di stereotipia che caratterizzano la pochezza del linguaggio giornalistico. In questo modo si introducono nella lingua di tutti parole come lockdown o smart working senza alternative e senza un perché. Dopo la prima fase incipiente, se si fa loro notare l’abuso dell’inglese, allargano le braccia e si difendono: “Ormai si dice così, cosa ci vuoi fare?” Come se l’anglicismo fosse qualcosa che ormai è necessario, insostituibile o intraducibile, come se non fossero loro ad aver detto così con un martellamento seriale che inevitabilmente ha portato a questo uso.

Gli hub vaccinali invece dei centri, i cluster invece dei focolai

Adesso “green pass” ha preso il sopravvento, ma fino a pochi mesi fa, prima che diventasse un documento reale – con un nome italiano che non usano – andava per la maggiore il “covid pass”. Ricordo Formigli che ogni volta che qualcuno accennava nella sua trasmissione al problema e alla necessità di un passaporto vaccinale o di una patente di immunità, sintetizzava tutto con: certo, il “covid pass”, ricorrendo all’espressione inglese in modo istintivo e privo di sinonimie, con una nevrosi compulsiva a ricorrere alla sintesi non in italiano, ma nella sovralingua concettuale.

Le ricadute di questo atteggiamento diffuso, che fuori dai giornali prevale nel mondo del lavoro, della scienza, delle tecnologie, della pubblicità e di sempre più ambiti, portano al tracimare dell’inglese nel linguaggio comune, e sono devastanti. Questo malcostume non si può separare dalla concezione dell’inglese come lingua sovranazionale, anche se molti credono, ingenuamente, che le due cose siano slegate: “Un conto è parlare l’inglese internazionale, un conto è mescolarlo con l’italiano”. Certo, in teoria, ma le due cose non sono così slegate, e questi documenti bilingui, in cui l’inglese è affiancato all’italiano come se fosse la lingua dell’Europa, spesso finisce col passare dall’affiancamento alla sovrapposizione.

È proprio la concezione dell’inglese come lingua superiore che porta a preferire l’anglicismo in ogni sua forma e a far regredire l’italiano. È proprio l’idea che l’inglese sia la lingua dell’Europa – un postulato presunto e privo di valore legale – che porta a concepire gli impianti comunicativi secondo la logica e la lingua inglese.

L’italian green pass

Ho cercato “green pass” sul giornale spagnolo El Pais, e non ci sono occorrenze. L’ho cercato su quello francese Le Monde, le occorrenze sono pochissime, e tra queste spicca un articolo sul “green pass italien” (dove l’anglicismo è tra virgolette) che parla del nostro certificato verde, perché siamo noi a chiamarlo così. Se cerchiamo “green pass” sul Corriere, nel 2021 è stato utilizzato circa 300 volte, mentre nello stesso anno sul New York Times si trova 33 volte, perché anche negli Stati Uniti non si dice così, e l’espressione si è diffusa invece in Israele.
Ma quanto siamo deficienti?

Da noi succede che un cinguettio di Ursula von der Leyen che scrive di aver verificato che il suo EUCOVID certificate funziona in Spagna sia riportato con queste parole: “Controllato il mio green pass in Spagna, funziona”.

Dietro questa sistematica distruzione dell’italiano non c’è solo la lingua dei mezzi di informazione, ma un intero Paese allo sbando, che ha perso le proprie radici, è incapace di ragionare e parlare con le proprie parole e si sta creolizzando, culturalmente e linguisticamente.

La giustificazione dell’abuso dell’inglese che striscia è sorretta da un’ipocrita e vergognosa mentalità – contrabbandata anche da certi linguisti – per cui la lingua la farebbero i parlanti. Questa menzogna (o questa verità molto parziale, sia storicamente sia oggi) è spacciata come un processo democratico invece che aristocratico. “E i giornalisti non sono parlanti?” mi ha risposto una volta un docente universitario di linguistica piccato dal fatto che mettessi in discussione le sue subdole affermazioni. Certo che lo sono, ovviamente, e purtroppo sono anche scriventi. Ma far credere che l’inglese sia preferito dai parlanti, intesi come le masse, è una bufala, il più delle volte. L’itanglese è la lingua dei padroni e dei loro organi di informazione, che sia chiaro. Sono loro a imporlo a tutti in una lingua creola, dove gli anglicismi si mescolano all’italiano e generano sempre più pseudoanglicismi incomprensibili per i madrelingua anglofoni. Al popolino non resta che ripetere ciò che passa dall’alto: green pass, hub vaccinali, fake news, lockdown, droplet

In questo modo l’idolatria dell’inglese viene trasmessa a tutti, e sotto le singole infinite espressioni c’è un atteggiamento che rivela tutto il nostro servilismo e il nostro complesso di inferiorità.

Da sempre c’è tra la gente una certa ostilità verso le parole nuove. Come aveva spiegato Leopardi solo l’uso e l’abitudine rendono una parola bella o brutta (quando non siamo abituati a sentirla e a intenderla). Basta cercare in Rete espressioni come “orribile neologismo” e simili per sondare con mano questa ostilità diffusa. Questo sentimento di fastidio, questo misoneismo lessicale, secondo Luca Serianni ha una funzione conservativa che una sua utilità per la coesione e la “fedeltà linguistica”.
L’anomalia è che nel caso dei neologismi in inglese non c’è un’analoga resistenza sociale, anzi, tutto il contrario: invece delle condanne abbondano giudizi come “c’è una bella parola in inglese per dire…” oppure semplicemente “in inglese si dice…” punto. La lingua superiore insegna, non c’è che da ripetere. Ecco perché italiano è finito, non è più in grado di evolversi autonomamente e il 50% dei neologismi del Nuovo millennio è in inglese crudo.

Itanglese, scevà, conflitti generazionali e il vuoto del pensiero colonizzato

La settimana scorsa, su Domani, è uscito un pezzo di Andrea Donaera ricco di confusioni concettuali, il cui livello ricorda quello di un tronista più che di un giornalista o di uno scrittore.

Il titolo è “Boomer, fatevene una ragione: la lingua continua a cambiare”. L’occhiello è “Scontro generazionale”, che secondo l’autore sarebbe alla base di una nuova definizione dell’italiano standard dove i “vecchi” che detengono il potere difenderebbero – attraverso le crociate” sui “social” – la purezza della lingua, in antitesi ai “giovani” che la vorrebbero rinnovare. Nel pacchetto del rinnovamento ci sono gli anglicismi e la lingua inclusiva, che si avvale dello scevà (ə) per superare l’arretratezza dei maschili generici, per cui scrivere imbecillə arriva a tutti, uomini e donne, senza discriminazioni (anche se rimane il problema della pronuncia, passando dalla scrittura al parlato).

Anglicismi e purezza della lingua

Donaera si scaglia con un certo livore contro i “boomer”, in nome delle lingue che cambiano e dell’assurdità della purezza della lingua. È rimasto fermo forse all’Ottocento, al purismo, alla guerra ai barbarismi… pare non avere la percezione di come la lingua stia cambiando, pare non rendersi conto che quando si importa tutto esclusivamente da una sola lingua dominante – come in preda a una nevrosi compulsiva – il cambiamento dell’italiano si trasforma in creolizzazione lessicale. Il concetto di “ecologia linguistica” non lo sfiora, così come pare ignorare che il dibattito è internazionale, non solo italiano, perché gli anglicismi che penetrano ovunque – quello che Tullio De Mauro ha definito lo tsunami anglicus – hanno a che fare con rapporti di potere mondiali e con la globalizzazione, anche se in Italia il fenomeno è ben più preoccupante che altrove.
Per Donaera sembra tutto riconducibile a uno scontro generazionale, non riesce a cogliere le dinamiche di un conflitto connesso con l’imposizione del pensiero unico globalizzato di matrice angloamericana, che è prima di tutto culturale e poi linguistico. Il problema viene ribaltato. Sulle piattaforme sociali ci sarebbe un pullulare di “meme boomeristici” che predicherebbero prescrizioni del tipo “non si dice coffee-break ma pausa caffè” e che farebbero una “crociata” contro i giovani e quelli come lui (che non è poi così giovane anche se i suoi “ragionamenti” sembrano piuttosto adolescenziali) di parlare “come cazzo gli pare”. Vede un odio generazionale dei boomer che gli impedirebbero di essere moderno, in una prospettiva rovesciata dove non si accorge dell’odio che trasuda dalle sue parole, e dove sembra che siano i difensori dell’italiano a costituire il sistema dominante, e non viceversa. Infastidito da chi preferisce dire pausa caffè invece di coffe-break, rivolta la frittata e i rapporti di potere, confonde gli oppressi con gli oppressori: sono le parole italiane a regredire e decadere davanti all’inglese, non il contrario, se non se ne fosse accorto. C’è una bella differenza tra idolatrare la purezza della lingua e passare all’inglese invece di farla evolvere. Il purismo era contrario ai neologismi almeno quanto i barbarismi, la lingua newstandard di Donaera sa solo ripetere a pappagallo le parole della lingua-cultura superiore che idolatra, e al purismo contrappone l’anglopurismo: basta dirlo in inglese o in pseudoinglese per essere moderni.

I paraocchi del conflitto generazionale

Magari il fenomeno degli anglicismi fosse inquadrabile in un conflitto generazionale o appartenesse al gergo giovanile! I gerghi dei giovani procedono in modo discontinuo per cui la generazione successiva non ripete le parole di quella precedente, ma ne introduce di nuove. Inoltre, quando si raggiunge l’età adulta questo linguaggio viene abbandonato, non si conserva nel tempo all’interno del gruppo (una volta cresciuti, i paninari non chiamano “sfitinzia” la propria moglie). E soprattutto appartengono al parlato, non alla scrittura. Mi domando se Donaera, e quelli come lui, sappiano che l’italiano è una lingua letteraria, sopravvissuta per secoli solo nei libri, mentre nella vita reale ognuno parlava come cazzo gli pareva, o nel solo modo con cui lo sapeva fare, e cioè in dialetto. Solo nel Novecento si è affermato un italiano comune parlato in un avvicinamento tra oralità e scrittura che nell’era di Internet si intreccia sempre più. Ma l’italiano neostandard individuato negli anni Ottanta da un linguista come Gaetano Berruto, che era perlopiù parlato, oggi si è involuto in un italiano newstandard che è contemporaneamente scritto in Rete, dove la percentuale di anglicismi è tale da uscire da ogni esempio storico di interferenza linguistica e da non riguardare più il purismo, ma la creolizzazione. Donaera non si è accorto che non sono i giovani a dire “al top”, è il boomer Briatore. A parlare – assurdamente – di “green pass” invece che di passaporto vaccinale sono i giornalisti con i capelli grigi e le giornaliste dalle labbra rifatte la cui gioventù è ricostruita artificialmente.

Ripenso alle parole di Gramsci che aveva capito qualcosa dallo spessore ben diverso da chi oggi si proclama sociolinguista. Ogni volta che riaffiora la questione della lingua “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3). Oggi tutto ciò è vero più che mai, e questo riassestamento non riguarda lo scontro giovani-boomer, ma una classe dirigente americanizzata in modo servile a partire dalla sinistra, che un tempo aveva un atteggiamento critico – critico, si badi bene, non antiamericano – e oggi è zerbinata e colonizzata. Il linguaggio fatto di anglicismi è solo la spia di questo mutamento che crea fratture sociali.

Ripenso alle parole di un intellettuale come Michel Serres che accusava la classe dirigente francese: “Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.” (Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri 2018).

Ripenso a Pasolini che negli anni Sessanta aveva compreso e denunciato la fine dell’italiano letterario individuando i nuovi “centri di irradiazione” della lingua, quelli tecnologici del Nord (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964) che sono gli stessi che oggi parlano e diffondono l’inglese e l’itanglese, insieme ai mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi lo stanno trasformando in una lingua creola.

Poi rileggo le analisi di Donaera sui boomer e mi viene da piangere.

Fateci parlare come cazzo ci pare”

L’incapacità di mettere insieme delle argomentazioni, la superficialità delle analisi, la manipolazione dei fatti dovuta, forse, al non essere in grado di comprenderli più che alla volontà di alterarli, raggiunge l’apice nella chiusa dell’articolo: “Fateci parlare come cazzo ci pare”.

Sullo stesso giornale, Domani, forse per rimediare allo scivolone e alla caduta di stile, è intervenuto qualche giorno dopo Walter Siti (“Attenti alla libertà linguistica che diventa sciatteria e censura”) a ricordare che questo tipo di “libertà rischia di trasformarsi in sciatteria, o addirittura in censura”. La libertà di scrivere “ha” senz’acca o di abolire i congiuntivi? La lingua è un fenomeno collettivo che ha le sue regole, ricorda Siti.

Purtroppo Donaera, oltre a parlare, scrive come cazzo vuole e non sembra conscio della differenza tra oralità e scrittura. Forse non sa che il linguaggio giovanile, e gli scontri generazionali che riguardano il modo di parlare sono ricorrenti, oltre che passeggeri. Negli anni Sessanta l’appellativo per bollare i vecchi era “matusa” (parola italiana espressione di un conflitto generazionale), oggi “boomer” è figlio di un lavaggio del cervello globalizzato che scandisce le generazioni secondo la cultura dominante d’oltreoceano (dai Millenial[s] alle X, Y, Z generation), in un Paese che è ormai diventato culturalmente una colonia, incapace di creare e utilizzare le proprie categorie di pensiero e linguistiche. I crociati non sono coloro che difendono l’italianità, sono coloro che vogliono imporre la lingua-pensiero degli Usa a tutto il mondo. Chi difende la lingua italiana, caso mai, tenta di fare la resistenza. Faccio fatica a vedere la “libertà” nell’abbandonare l’italiano per riempirsi la bocca di parole che arrivano dalla lingua dominante.

Sarebbe facile bollare Donaera come figlio di una generazione colonizzata, come un nativo halloweeniano che pensa che quello che sin da bambino ha visto in tv e oggi in Rete appartenga alla nostra storia e società e non all’esportazione dei modelli delle multinazionali che lo hanno plasmato a loro uso e consumo, dal popcorn che gli fanno mangiare al cinema al linguaggio delle interfacce della Rete che gli fanno parlare. In realtà non è così, non si può generalizzare a questo modo e prendersela con le generazioni. Meglio prendersela con la stupidità trasversale a ogni fascia di età.

La bufala del linguaggio non discriminante

A voler purificare ed emendare la lingua italiana non sono i pochi che la vorrebbero parlare e tenere viva, una minoranza schiacciata dal linguaggio mediatico, pubblicitario, lavorativo, politico… Sono quelli come lui, quando scrivono che “l’italiano, così com’è, è una lingua spesso insufficiente – con i suoi maschili sovraestesi”.

Donaera scrive che difendere l’italiano è una concezione ideologizzata che risale al Novecento, e contrappone una nuova concezione della lingua basata sull’identità di ogni genere di umanità e cultura. A questo punto le cose si fanno addirittura imbarazzanti. Il plurilinguismo, le diverse culture spazzate via dal pensiero unico vengono spacciate come universali, con la stessa logica con cui si spaccia per plurilinguismo l’imposizione in tutto il mondo del globalese e dell’inglese internazionale (che è tutto il contrario), e con la stessa logica del fondamentalismo di chi proclama che “i valori americani sono universali” (Condoleezza Rice) e che la loro civiltà è la più giusta di tutte. Il linguaggio “non discriminante” è teorizzato da un nuovo imperialismo culturale e linguistico che si ritiene superiore alle altre lingue e culture.

Donaera non si rende conto che la sua difesa dello scevà è altrettanto ideologizzata, non è affatto una scelta neutra, è figlia di un’ideologia che viene dagli Stati Uniti (e infatti la sua pronuncia, fuori dalla scrittura, è l’ennesimo suono angloamericano che non esiste nella lingua del Paese dove il sì suona) e che si sta diffondendo acriticamente. È un’ideologia che presuppone che il maschile generico sia discriminante, che è un giudizio, non un fatto. Personalmente non mi sento discriminato dal femminile inclusivo se, per alcuni, posso essere una guida o un’autorità, un’eccellenza, oppure semplicemente una spalla, una vittima, una spia. A volte posso essere una iena, una tigre… e quando sono una persona, la mia mascolinità non ne risente. Persino il cazzo può diventare la nerchia, la minchia o la verga, senza intaccare le strutture fallocratiche della nostra società maschilista. Siamo seri. Chiamiamo le cose con il loro nome: la polemica contro il maschile inclusivo è un’ideologia che viene d’oltreoceano e che non rientra nel politicamente corretto, ma nel politicamente statunitense, dove l’attenzione nel non discriminare non ha la portata universale che le si attribuisce. Non c’è alcuna attenzione davanti al fatto che definire gli statunitensi “americani” (visto che loro si chiamano così) è estremamente irritante per un canadese o un messicano, perché l’America è un continente, e far coincidere gli americani con l’intero continente è irrispettoso (“il condomino che si dichiara padrone di tutto il palazzo”) e soprattutto discriminatorio nei confronti delle tante etnicità esistenti. Ma chi se ne frega… La “scoperta dell’America”, del resto, presuppone che prima non esistesse nemmeno (eppure lo sterminio degli americani veri è stato numericamente più consistente di quello dell’olocausto).

È la stessa logica con cui i Paesi poveri sono chiamati ipocritamente “Paesi in via di sviluppo”. Quale sviluppo? Quello del capitalismo globalizzato e della civiltà dei consumi dove li si vuole condurre, ovviamente. È curioso che la sensibilità per l’identità di genere o sulla presunta non discriminazione delle donne espressa dallo scevà e predicata da Donaera non corrisponda a un’analoga sensibilità per una generazione definita spregiativamente boomer. Di questo politicamente corretto da coloni se ne può fare a meno.

Dietro la retorica dello scevà e del rinnovamento dell’italiano attraverso la sua sostituzione con l’inglese c’è un’ideologia ben precisa, quella del pensiero dominante. Il parlo come cazzo voglio presto si trasformerà in “se non parli come me” sei sessista. Lo abbiamo già visto per parole come negro, che per l’interferenza del pensiero unico sono diventate discriminanti quando non lo erano mai state, da noi. La giustificazione del parlo come voglio della fase incipiente dei purificatori della lingua, nella seconda fase diventerà obbligare tutti a parlare – e pensare – con la lingua dei padroni.

Scontro generazionale? No. Lo scontro è ben più titanico.

Dietro la libertà di Donaera c’è la dittatura del pensiero unico e degli anglocrociati alla conquista del mondo, anche linguisticamente. Le nuove generazioni sono in gran parte già state colonizzate, certo. Google, Facebook e affini stanno facendo il loro sporco lavoro, che comincia ad avere un nome – il capitalismo di sorveglianza che trasforma l’esperienza umana in merce da manipolare – e la nostra classe dirigente più che denunciarne il pericolo li aiuta remando nella stessa direzione.

La libertà sta nel non comprare i giornali che danno spazio a queste ideologie, e tantomeno i libri di chi si rivela un colonizzato e al tempo stesso un collaborazionista della distruzione della nostra lingua e cultura.

Francia, Germania, Spagna e Portogallo difendono la propria lingua, nel mondo e nell’UE. E l’Italia?

Sembra che il 2022 sarà l’anno della riscossa del francese nell’Unione Europea. Ciò avverrà durante il semestre (gennaio-giugno) in cui la presidenza del Consiglio spetterà alla Francia, come anticipa il Politico (“France plots an EU presidency en français, s’il vous plaît”, Maïa de La Baume, 7 giugno 2021): Ben “sette mesi prima di assumere la presidenza di turno del Consiglio dell’UE, il governo francese sta studiando dei piani per rilanciare l’uso e la visibilità in declino della lingua di Molière”.

L’ultima volta che questo ruolo è spettato all’Italia era il 2014, quando il presidente di turno era Matteo Renzi, l’uomo che – tra slide e flexicuritybattezzò la riforma del lavoro jobs act aprendo la strada a una tendenza più generale a chiamare le leggi act, dal family act alle infinite variazioni che oggi pullulano sui giornali (Digital Services Act, Cloud Act…).

Questo impietoso raffronto mostra bene l’abisso culturale che c’è tra la Francia e l’Italia, a proposito della propria lingua.

Dal 2014 a oggi la situazione è precipitata. Non solo non abbiamo fatto nulla per promuovere l’italiano nell’UE, ma sul piano interno lo abbiamo anglicizzato con una buona serie di anglicismi istituzionali che in Francia a nessun politico verrebbe in mente di impiegare, e che comunque sarebbero vietati dalla legge!
Il 2021 è l’anno di Dante, e ci sono state tante celebrazioni retoriche volte al passato più che al presente e al futuro, con l’istituzione di un Dantedì che può anche trasformarsi in una ricorrenza come la festa della donna nel suo risvolto più folcloristico, dove un giorno all’anno serve a ricordare la questione dei diritti, spesso calpestati negli altri 364. È questa la via per promuovere la nostra lingua?

Proprio accanto a noi, in Svizzera, almeno dal 2014 il Consiglio Federale sta promuovendo l’italiano – più debole del francese e del tedesco – con ingenti fondi che prevedono il rafforzamento della presenza della lingua e della cultura italiana nell’insegnamento, nella formazione bilingue e con una serie di manifestazioni culturali anche attraverso concorsi e incontri su tutto il territorio, e non certo con la creazione di un museo. E mentre lì si sono emanate linee guida e raccomandazioni per evitare l’abuso degli anglicismi, da noi vengono introdotti proprio dalle istituzioni (il navigator e il cashback sono tra gli ultimi regali più eclatanti dei governi Conte), oppure si annuncia una nuova piattaforma digitale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo”, ma lo si chiama in inglese: ITsART, ennesima testimonianza di come il nostro patrimonio linguistico non venga considerato parte di quello culturale.

In quasi 300 abbiamo scritto una lettera di protesta contro questa denominazione al ministro Dario Franceschini. Nessuna risposta è pervenuta, e pochi giorni fa il sito ha visto la luce.

L’anno scorso, in più di 4.000 abbiamo rivolto una petizione al presidente Sergio Mattarella chiedendo di intervenire almeno in modo simbolico per evitare l’abuso dell’inglese nel linguaggio istituzionale, e anche in questo caso siamo ancora in attesa di una risposta.

In più di 1.300 stiamo oggi chiedendo ai parlamentari di discutere la nostra proposta di legge per l’italiano, assegnata alla Camera e al Senato, ma per il momento regna il più assoluto disinteresse, e tra le poche risposte pervenute ricorre una strana giustificazione: non è questo il momento.
Non è questo il momento? Se non ora, quando?

In questo clima dove queste iniziative concrete sono ignorate, il Dantedì rischia di divenire tristemente simile al giorno dei morti, roba appunto da museo, più che qualcosa di vivo che dovrebbe essere rilanciato con uno sguardo al futuro.

I nostri politici e la nostra classe dirigente dovrebbero imparare dai francesi, e non solo da loro.

Il 2022, l’anno del francese

Il paragrafo 10 della nostra petizione di legge chiede una cosa molto semplice e naturale, che dovrebbe essere condivisa da tutti e appartenere al buon senso di tutti: adoperarsi perché l’italiano ritorni a essere lingua di lavoro in Europa, come lo era un tempo e come oggi lo sono anche il francese e il tedesco, oltre all’inglese. Anche se ai nostri politici sembra non importare nulla di tutto ciò, è una richiesta che è nell’interesse del nostro Paese e di tutti i cittadini. In Francia lo capiscono benissimo. Non è un caso che la notizia delle nostre petizioni sia stata ignorata dai mezzi di informazione italiaoti, ma non da France culture (e più in generale è stata riportata su Corsica Oggi, su un giornale spagnolo come El Confidencial, su una rivista Svizzera, sulla rivista irlandese scritta in gaelico Nós, su una rivista austriaca…).

Il piano di rilancio del francese nella UE è stato oggetto di un articolo de il Post (“La Francia vorrebbe che l’Unione Europea usasse di più il francese”, 07/06/2021) che spiega come già dal 2018 “il presidente francese Emmanuel Macron sta lavorando per promuovere la lingua francese nel mondo, sostenendo progetti francofoni in Africa, per esempio. E con un’elezione dietro l’angolo nel 2022, Macron sta anche respingendo una rivale presidenziale di estrema destra, Marine Le Pen, che si propone come preservatrice dello stile di vita francese.” Questa attenzione per la lingua non mi pare una “scelta reazionaria” come la definisce il giornalista, ma al contrario un segnale da leggere in un altro senso, e cioè che la questione della lingua non è affatto un tema che riguarda la destra, ma qualcosa che riguarda tutti, e la sinistra italiana che ha la testa solo ai modelli angloamericani pare che non lo capisca, e che lasci alla destra una questione che invece sta a cuore a una gran parte del suo potenziale bacino di elettori.
Il diverso sentimento che c’è in Francia sulla lingua è trasversale alle ideologie, e proprio l’occasione della presidenza dell’UE rappresenta un momento per attuarlo, perché dopo l’uscita del Regno Unito il problema dell’inglese nell’Europa è stato sollevato in molti Paesi – dalla Francia alla Germania – visto che è la lingua madre dell’1,5% degli europei (in pratica irlandesi e maltesi che però hanno scelto come lingua ufficiale rispettivamente il maltese e il gaelico). E così, durante la presidenza francese, i diplomatici hanno annunciato che tutte le riunioni chiave del Consiglio della UE saranno condotte in francese con le traduzioni disponibili. Anche le note e i verbali saranno in francese, così come le riunioni preparatorie. “Se una lettera arriverà dalla Commissione europea in inglese, resterà senza risposta” riporta il diplomatico citato dal Politico. “Vogliamo che le regole siano rispettate (…). Così, chiederemo sempre alla Commissione di inviarci in francese le lettere che vuole indirizzare alle autorità francesi, e se non lo faranno, aspetteremo la versione francese prima di inviarla.”

Dallo sciovinismo al plurilinguismo

Un tempo era il francese la lingua franca dell’Europa, e la Francia ha un passato coloniale in cui l’esportazione della lingua faceva parte del pacchetto, esattamente come è sempre avvenuto – e avviene tutt’oggi – anche nel caso dell’inglese (e come ha teorizzato lucidamente Churchill). L’Italia, accecata dall’anglomania e da un complesso di inferiorità verso l’anglomondo che rasenta il servilismo, non sembra nemmeno cogliere questi aspetti che altrove sono evidenti; chiunque è in grado di capire che la lingua non è solo un collante sociale e un elemento di identificazione culturale, ma è anche uno strumento di potere.

Dietro il rilancio del francese in Europa non c’è però solo questo residuo di una mentalità colonialista o un certo sciovinismo storico sicuramente caro alla destra; c’è anche un tema ben più moderno e attuale che dovrebbe appartenere alla sinistra, e cioè il plurilinguismo, culturale e linguistico, che è un valore da difendere davanti all’inglese globale, la lingua unica che sta schiacciando tutte le altre.
I funzionari francesi spiegano che il progetto di rilancio del francese “è una questione di sopravvivenza culturale per tutti (…) è un modo per bloccare l’insinuarsi del ‘Globish’” in nome del multilinguismo. Il globalese “restringe il campo dei pensieri, e limita la capacità di esprimersi più di quanto la faciliti.”

“I francesi – scrive il Post – non sono gli unici a spendersi per un maggiore utilizzo del francese. A maggio si sono incontrati per la prima volta i 19 membri di un gruppo informale del Consiglio di cui fanno parte i rappresentanti permanenti che parlano francese. A settembre sarà pubblicato un rapporto a cui stanno lavorando una quindicina di persone, fra cui il parlamentare europeo italiano ma eletto in Francia Sandro Gozi, per promuovere l’utilizzo della lingua francese all’interno delle istituzioni europee.”

Il punto non è quello di passare al francese invece che all’inglese, ma di aprire la via al plurilinguismo inteso come ricchezza e come modello alternativo all’inglese globale. Visto che l’Europa nasce all’insegna del multilinguismo, sarebbe auspicabile che anche altri Paesi promuovessero la propria lingua in Europa, invece che farla sprofondare nella serie B come un dialetto di un’UE che parla inglese, la presunta lingua ufficiale che non è mai stata affatto sancita come tale.

Sarebbe bello che nel 2028, quando di nuovo la presidenza del Consiglio Europeo spetterà all’Italia, anche la nostra classe politica rilanciasse l’italiano in modo concreto, invece che con il Dantedì e con i musei, facendo in modo che ritorni a essere lingua di lavoro.

Spagnolo, portoghese e tedesco

Davanti alla “dittatura” dell’angloamericano, l’italiano si può salvare solo all’interno di un modello culturale diverso che metta al centro il plurilinguismo. È in questa prospettiva che si dovrebbe imparare dai francesi e appoggiare il loro progetto unendosi a loro e affiancando la dignità e l’importanza dell’italiano alle altre lingue. La scienziata Maria Luisa Villa, davanti allo strapotere dell’inglese come lingua unica della scienza, auspica per esempio di ancorarci maggiormente allo spagnolo, una lingua che ha una comunità di parlanti enorme, e che ha una forte intercomprensibilità da parte nostra.

Per citare un articolo del portale sloveno Havný Denník (“Stanco dell’inglese [Vladislav Gulevich]”, Zuzana Perželová, 24 maggio2021”): “Lo spagnolo è la seconda lingua più parlata al mondo, con 471,5 milioni di persone che lo parlano come prima lingua. Sul totale dei parlanti di questa lingua e di quelli per i quali è una seconda lingua (586 milioni in totale), lo spagnolo è al terzo posto nel mondo, insieme all’hindi (600 milioni), dopo l’inglese, che è parlato da 1,4 miliardi di persone in totale, e il cinese (1,2 miliardi).” E anche le alternative agli anglicismi prodotte in Spagna e Francia potrebbero rappresentare una guida da seguire per renderli in italiano, invece di importarli in modo crudo. Inoltre, come ha sottolineato il filosofo argentino Alberto Buela, lo spagnolo e il portoghese sono lingue correlate tra loro comprensibili, dunque, aggiungendo ai Paesi ispanofoni anche quelli che parlano portoghese (260 milioni) otteniamo un totale di oltre 800 milioni di parlanti distribuiti in una trentina di Paesi diversi, che costituiscono un’area linguistica enorme e in aumento. Havný Denník riporta che il 6 maggio 2021, gli ambasciatori di Portogallo, Angola, Mozambico e Brasile hanno inaugurato il Centro di lingua portoghese presso l’Università di Nairobi in Kenya, un Paese anglofono. E secondo gli esperti, entro il 2050 il numero di persone che parlano portoghese aumenterà del 30% e nel 2050 raggiungerà i 500 milioni. Questa tendenza alla crescita si registra anche per lo spagnolo, e molti prevedono che nei prossimi anni sarà questa la lingua più forte destinata a scontrarsi con il predominio dell’inglese.

Anche in Germania la questione dell’inglese è aperta, sul fronte dell’interferenza con il tedesco ma anche come una lingua che potrebbe estromettere il tedesco in ambiti come l’università o il lavoro. Ogni anno si pubblica il cosiddetto “Indice degli Anglicismi” (Anglizismen-Index) che circolano nelle aree dove si parla il tedesco, con le corrispondenze tedesche introdotte da una commissione composta di esperti della Verein Deutsche Sprache (di Dortmund), della Verein Muttersprache (Vienna) e del Sprachkreis Deutsch (Berna). E Wolfgang Münchau, direttore dell’Euro Intelligence tedesca, per ridurre l’influenza della lingua inglese in Europa, “propone la creazione di reti sociali in altre lingue europee. Twitter, WhatsApp e Facebook in lingua inglese sono assolutamente dominati da giornalisti, esperti e analisti americani e britannici che impongono la loro visione del mondo agli utenti europei. Il secondo passo è quello di creare un programma di qualità per i traduttori che operano in Rete senza usare l’inglese” (“Stanco dell’inglese [Vladislav Gulevich]”, Zuzana Perželová, 24 maggio 2021”).

In sintesi, in Francia, Spagna, Portogallo e Germania sono sempre più coloro che intendono battersi per far crescere la propria lingua a livello internazionale e che non approvano il predominio diffuso dell’angloamericano.

Invece di guardare solo all’anglosfera come l’unico modello possibile di internazionalismo, l’Italia dovrebbe togliersi i paraocchi e vedere cosa accade nei Paesi vicini. Dare per scontato che il globalese sia la lingua internazionale è solo un punto di vista e un progetto politico che si vuole perseguire, ma che non ci conviene. E questo vale non solo nel mondo, ma a maggior ragione in Europa.

La Corte di giustizia europea difende il plurilinguismo

Nella UE, accanto alla presidenza del Consiglio a rotazione – organo degli Stati membri – e al Parlamento Europeo eletto dai cittadini, esiste anche un altro organo istituzionale di fondamentale importanza: la Corte di giustizia che fa rispettare il diritto europeo e che si è più volte espressa contro la discriminazione delle altre lingue davanti all’inglese. E attraverso i ricorsi a questa istituzione sono state vinte varie battaglie legali contro l’imposizione di un sola lingua dominante. Attualmente sono in atto alcune controversie che riguardano la carta d’identità bilingue a base inglese (ma in Austria e Germania è trilingue) o il passaporto vaccinale bilingue che presuppone – in modo illecito – che l’inglese sia la lingua dell’Europa e che i documenti con validità europea debbano essere bilingui, nell’idioma locale (concepito come un dialetto) e in inglese (concepito come “la” lingua internazionale). Questo modello dell’Europa, però, non è mai stato scritto, ci viene imposto in silenzio, a piccoli passi, in modo surrettizio e c’è chi lo respinge.

L’ultimo esempio di imposizione dell’inglese come lingua unica da parte della Commissione europea è di poche settimane fa. Come mi ha segnalato Jean-Luc Laffineur da Bruxelles, si tratta della Decisione di esecuzione (UE) 2021/858 della Commissione del 27 maggio 2021 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’UE il 28 maggio) che riguarda gli allarmi generati da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero e il tracciamento dei contatti dei passeggeri. Il primo comma stabilisce che i casi di covid individuati all’arrivo di una persona nel territorio di uno Stato membro dovrebbero essere immediatamente condivisi con le autorità sanitarie dei Paesi in cui ha soggiornato attraverso un sistema (l’ECDC) che “fornisce supporto in inglese” per tutti i servizi della piattaforma tramite telefono, posta elettronica o portale web. Anche questa decisione costituisce un precedente che impone ufficialmente l’inglese come unica lingua nell’UE. La sua legalità è però molto discutibile in quanto viola i principi di proporzionalità e sussidiarietà stabiliti dalla Corte di giustizia.

I governi degli stati membri hanno tempo fino al 27 luglio per decidere se presentare un ricorso per l’annullamento di questo paragrafo. Ma chi lo farà?
Speriamo che lo facciano in Francia, o in Germania, o che intervengano le associazioni come la GEM+ di Bruxelles che davanti a queste decisioni minaccia cause legali che hanno ottime possibilità di successo. Perché in Italia neanche se ne parla, e il passaporto vaccinale viene chiamato green pass oppure covid pass! Dovremmo inveceunirci a quei francesi, tedeschi, spagnoli e portoghesi che tutelano la propria lingua non perché sono reazionari, ma perché hanno capito che il plurilinguismo è un valore da difendere e che l’inglese globale, è una soluzione alla comunicazione internazionale che costituisce allo stesso tempo una minaccia per le lingue e le culture locali.

Pet, cani e giornalisti

Fino ai primi anni del Duemila PET era solo un anglicismo che indicava la Tomografia a Emissione di Positroni, poiché noi importiamo le sigle non secondo l’ordine delle nostre parole – come fanno i francesi che la chiamano TEP – bensì secondo quello inglese (Positron Emission Tomography). Ma la lingua evolve, e oggi i pet sono gli animali domestici, da compagnia, quelli che un tempo erano i cani e gatti.

Pet therapy

Tutto ha avuto inizio con la pet therapy, che ha preso piede intorno al 1998. In italiano sarebbe zooterapia, ma quasi nessuno la chiama così, perché le alternative italiane non circolano. La pratica è diventata di moda, e ormai si è affermata a questo modo. Sui giornali e tra gli specialisti c’è solo il martellamento dell’inglese.

In un titolo di qualche giorno fa sulla rivista Dica33 si legge: «La pet therapy fa bene. Intervista ad Aldo La Spina». L’articolo spiega che «anche solo guardare e accarezzare un “pet” riduce la pressione sanguigna, rasserena e rilassa, distrae e conforta». Di titoli del genere ce ne sono centinaia, tra i più recenti si spazia da la RepubblicaPet therapy all’ospedale Meyer, contro l’ansia da vaccino») a riviste di settore come Cavallo Magazine (da notare il magazine, a proposito di anglicizzazione): «Bologna, tentata truffa: provano a portare via i cavalli da pet therapy». Il pezzo si apre con “Shock a Bologna, tre individui si presentano al maneggio di una cooperativa sociale pretendendo di aver acquistato tre cavalli: ma non era vero» , e si scopre che tutto è successo alla cooperativa sociale di quella città che ha pensato bene di chiamarsi “Il Paddock” (una scelta originale quella di puntare sull’inglese per la denominazione!). E ancora, sul Resto del Carlino (che non ha a che fare con l’omonimo cane-pet carlino) si legge: «“Be Open minded” La pet terapia modello da esportare». A dire il vero, più che esportare non facciamo che importare, a quanto pare.

Un anglicismo tira l’altro

Subito dopo l’importazione della pet therapy è arrivata quella del pet friendly.
Inizialmente si sono chiamati così per esempio gli alberghi attrezzati per ospitare cani e gatti, e ancora una volta tutto è esploso al punto che oggi ci sono elenchi ufficiali di spiagge pet friendly (o anche dog friendly, l’importante è non usare le parole italiane) mentre l’ANSA riferisce che «A Bologna i musei diventano ‘pet friendly‘. Dal MamBo al Morandi, itinerari ad hoc e servizio dog-sitting». La possibilità di andare al museo con il cane, o di parcheggiarlo nelle apposite aree sotto la custodia di un dog sitter è stata possibile grazie al servizio di dog-sitting Dogs & Museum, ideato da Bauadvisor!

L’inglese in vetrina, l’italiano nel museo

E così l’inglese viene messo in vetrina, e nei musei ci si vuole mettere l’italiano; e infatti i negozi per animali sono diventati pet shop, e più recentemente pet store, mentre il cibo per animali è diventato pet food. Inutile dire che ciò è possibile perché a loro volta anche i negozi sono sempre più shop e store, e il settore dell’alimentazione è ormai quello del → food, in un allargamento dell’inglese che porta alla sostituzione delle nostre parole in modo sempre più preoccupante.

Nel giro di pochi anni pet è esploso, è diventato la categoria per etichettare il settore che compare anche sui giornali: «Pet, la pandemia non ferma la crescita», il “mercato italiano del pet food”nel 2020 è cresciuto, «le vendite nei principali canali di distribuzione, ovvero Grocery, Petshop tradizionali e Catene Petshop, hanno raggiunto i 2.257 milioni di euro per un totale di 626.600 tonnellate di alimenti venduti, facendo così registrare un incremento rispettivamente del 4,2% e del 2% sul 2019.» E come si legge su Liguria Business Journal (nome tipicamente ligure) «Arcaplanet, la catena leader del pet care in Italia – un’azienda che ha sede a Carasco – inaugura nove Pet store in cinque regioni». A Molfetta non sono da meno, come riporta MolfettaLive: «Joe Zampetti inaugura un pet store a Molfetta», l’undicesimo punto vendita dedicato al “pet care”.

Questi dati sono confermati anche da Help Consumatori (aiuto forse non arriva immediato al consumatore), e non riguardano solo il settore del Pet Food ma anche quello del Pet Care; in effetti se ci sono i caregiver sarà presto inevitabile parlare forse anche dei carepetter, caredogger e simili… del resto è già nato il sindacato dei pet sitter, che si dimostra attento anche al delicato problema del Family Pet Sitter.

Su questo scenario di crollo dell’italiano, gli animali sono pet. Punto. RomaToday (a proposito di → day ho già ricostruito la storia di come anche questo anglicismo è esploso diventando prolifico) usa questa parola invece di parlare – più volgarmente – di cani: «Joy, Janis e Fucur: i pet che aspettano di essere adottati a Roma» (da notare che anche i nomi dei cani sono preferibili in inglese, altro che Fido!). Un po’ più a Sud c’è BariToday, e anche lì non si parla più di cani: «I pet da adottare presso il canile comunale di Bari». Un po’ più a Nord, Trentotoday riferisce: «Pet, ora il veterinario può prescrivere il farmaco equivalente umano: notevoli risparmi».

Su Il Giorno possiamo scoprire come proteggere i nostri cani dalle piante velenose come l’oleandro o il tasso («Tuteliamo i nostri pet anche dai nemici ‘verdi’»); su Qui News Firenze leggiamo «L’armadietto dei farmaci? Si condivide col pet» e su BricoMagazine: «Come esporre il mondo Pet: una guida pratica» e cioè alcune «semplici indicazioni di Visual Merchandising» per «allestire e/o mettere a punto il proprio reparto Pet, shop in shop».
Da riviste il cui nome è fatto solo di news, magazine, day, live… che altro aspettarsi se non la diffusione di pet?
Ma anche quelle tradizionali remano nella stessa direzione.

Su La Stampa del 31 maggio spicca un titolo come «In Cina l’orrore delle Pet Mystery Box: migliaia di cani e gatti morti nei trasporti».

Che cavolo sono le Pet Mystery Box?

Leggendo il pezzo tutto è più chiaro! «Le chiamano Mystery Box e sono delle “scatole misteriose” che si acquistano in Cina senza sapere cosa ci troverai dentro. Si sceglie la categoria, il prezzo e il resto lo si fa fare alla sorte. (…) Fra le categorie in questione ci sono anche cuccioli di cane, gatto, tartaruga, e tantissimi altri animali che purtroppo non sempre arrivano in vita a destinazione.»

Quando ero bambino vendevano le buste a sorpresa. Oggi le chiamano Mystery Box?
Strano, mi son detto. Non avrei mai pensato che i cinesi le chiamassero in inglese. Poi, leggendo di più, ho scoperto che non sono i cinesi a chiamarle così, bensì un gruppo per i diritti degli animali dell’anglomondo. Naturalmente il giornalista non riporta né il nome cinese né la traduzione in italiano, ripete a pappagallo (NdA: i pet alati, colorati e talvolta parlanti) la nomenclatura inglese. Invece di scrivere che in inglese “le chiamano” così, fa sembrare che quel nome sia l’unica espressione possibile con cui battezzare questa pratica orribile. E a questo modo si fanno morire non solo gli animali, ma anche l’italiano.

Dai singoli prestiti a una grammatica generativa

Attraverso questo linguaggio da colonizzati, nel giro di un decennio pet è diventato una categoria superiore, un settore merceologico, la parola nuova per designare cani e gatti restando al passo con i tempi.
Ma non basta. Si può fare molto di più. Come accade con moltissime altre parole si può trasformare in un prefisso generativo che permette di creare infinite espressioni a base pet, anzi, forse si potrebbe dire meglio pet oriented. La nuova tendenza è questa; prima si importa un concetto in inglese e lo si impone (o sovrappone) all’italiano, poi lo si connette alla rete di altri anglicismi che seguono la stessa via, si allargano nel nostro lessico e lo soffocano.

Cosa succede quando un anglicismo diventa una parola di questa portata? Si trascina con sé la tendenza a unirlo a un altro anglicismo, in una distruzione del lessico italiano. E così entrare da qualche parte con il cane si trasforma in pet visiting e l’oroscopo del cane diviene Pet Astrology.

Basta sfogliare i giornali per rendersi conto di cosa sta succedendo.
L’Officiel Italia, sotto la categoria Fashion titola: «Pet Travel di Fendi, gli amici a quattro zampe sono super cool», e l’articolo riferisce della linea di “collari, pettorine, cappottini e travel bag” per gli amici pelosi. La stessa notizia è ripresa da la Repubblica D dove gli amanti dei cani diventano pet loversLa linea firmata dedicata ai pet lovers»); AbruzzoNews annuncia il Pet Pride 2021 di Pescara: kermesse sul mondo animale; RomaToday introduce il concetto di «Pet neonato: tutto quello che bisogna sapere per accoglierlo al meglio», dove la parola cucciolo sembra non esistere! Un paesino di nome Chiusa San Michele, in Valsusa, diventa la Pet Store Valley che lancia «La nuova Linea Pet Green Zoe»; Cose di Casa parla del «Pet festival digitale: con Maxi Zoo (…) per imparare come prendersi cura al meglio dei propri pet»; e in questa manifestazione c’è persino una pet cooking classFestival Maxi Zoo: yoga, pet therapy e una cooking class con gli amici a 4 zampe») in compagnia della Pet Chef Kiki Pelosi.

Si potrebbe concludere con i «Pet influencer, i nuovi fashion blogger a quattro zampe (…). Poser di nascita, occhioni dolci e un guardaroba premium. Chi sono i fashion pet influencer, nuove star dei social che dettano le tendenze.»

In realtà non si conclude affatto. Tra pet therapy, pet friendly, pet food, pet sitter, pet store, pet care, pet travel, pet chef, pet influencer… si arriva al pet + qualunque cosa in inglese. Dunque siamo solo all’inizio.
L’inizio della fine dell’italiano.

Sono “prestiti” questi? Li vogliamo chiamare “doni”?
Sarebbe ora di chiamare le cose con il loro nome: creolizzazione lessicale.

Tra i neologismi della Treccani c’è anche il pet-trainer (2012), cioè un esperto nell’educazione e nella cura di animali domestici. E allora perché non cominciare a parlare di pet coach e pet coaching? E il pet cooking? A quando i pet show, i pet film, i pet toys, i pet hospital, i pet hair style, le pet house…? Chi non ama gli animali avrà presto la possibilità di frequentare le spiagge o gli alberghi pet free?

E accarezzare il proprio cane, o meglio ancora pettinarlo, diventerà il petting?
Potrebbe essere, visto il nuovo italiano del pet journalism.

L’insostenibile leggerezza del riversamento dell’inglese

Leggo la lingua di un giornale come il Corriere della Sera nella sua versione online (noi non diciamo in linea come si può dire in francese e spagnolo) e ripenso a una lettera toccante che ho ricevuto qualche tempo fa. Quella della signora Maria, di 97 anni, disperata perché senza l’aiuto di figli e nipoti non riesce più a capire ciò che scrivono le riviste e i giornali. Ci sono troppe “parole straniere” lamenta. In realtà tutte queste parole vengono da una sola lingua, ma è la loro frequenza ad avere snaturato l’italiano al punto che la comunicazione mediatica diventa ormai incomprensibile per molti cittadini anziani o che non conoscono l’inglese.

Poco importa se conversazioni come quella in figura siano vere o meno, ciò che è incontrovertibile è che l’uso dell’inglese porta all’incomprensione e all’esclusione di alcune fasce sociali.

Se questo è italiano

Il Corriere non è un giornale qualsiasi, è il quotidiano di informazione a maggior diffusione nazionale e il suo ruolo nel formare la lingua è enorme. Purtroppo la lingua che diffonde non è più l’italiano, ma un ibrido dove è in atto da decenni una graduale sostituzione delle parole italiane con quelle inglesi. Gli altri mezzi di informazione, dalla stampa alla tv, non sono da meno, e credo che i giornalisti dovrebbero essere maggiormente consapevoli della responsabilità che hanno quando fanno scempio del nostro patrimonio linguistico.

Sulla pagina del Corriere.it di ieri spiccavano titoli come questo.

48 parole, che diventano 40 se togliamo i nomi propri e due numeri. Quelle inglesi sono 7, ma se togliamo anche gli articoli e le preposizioni dell’italiano non rimane poi molto, è solo una struttura dove inserire il lessico inglese al posto delle nostre parole.

L’ultima frase è significativa: stiamo studiando il modello di New York. Questa dichiarazione ci fa capire che le parole inglesi sono la punta del banco di ghiaccio (non volevo scrivere iceberg): gli Stati Uniti sono il modello prevalente, se non il solo, a cui guardare. Sono un mito di cui scimmiottiamo ogni aspetto. Quello culturale, scientifico, sociale, lavorativo… e dunque linguistico. Gli anglicismi che si riversano nell’italiano sono i sintomi di questa americanizzazione più totale. Se il modello è questo poi accade che invece di parlare di focolaio si cominci a dire cluster, come fosse una cosa naturale.
Negli archivi del Corriere la bassa frequenza di questa parola, prima della pandemia usata con altri significati, esplode:

Hub

La sostituzione sistematica di centro con hub è recente e pesante. Cercando la parola inglese nell’archivio storico de La Stampa, dal 1867 al 2006 ricorreva in 1.246 articoli e come nel grafico (tratto dall’archivio del giornale) ha cominciato a lievitare negli anni 2000.

Quello che è avvenuto con la pandemia è sotto gli occhi di tutti, e nelle versione digitale dello stesso quotidiano compare circa 3.500 volte negli articoli degli ultimi anni.

Il Gruppo Incipit, che dovrebbe occuparsi di arginare gli anglicismi nella loro fase incipiente, tace. Invece bisognerebbe gridare forte per fermare questi picchi che a lungo andare si trasformano in “prestiti sterminatori”: fanno morire le parole equivalenti dell’italiano storico, con il rischio che in futuro parlare di centro ospedaliero potrebbe suonare prima come qualcosa di non moderno e retrogrado, e infine ridicolo.
Se i centri ospedalieri sono hub, i centri vaccinali diventano poi hub vaccinali. Questo è ciò che si legge sulla stampa, si ascolta in televisione e si trova scritto nei luoghi dove ci si va a vaccinare. La gente non può che ripetere questa espressione che si inserisce così nell’italiano in modo sempre più profondo, e poi si allarga. Gli anglicismi non sono prestiti isolati, l’affermazione di ognuno si porta con sé questo tipo di allargamenti e di ricombinazioni creative.

Over

Da anni si parla sempre meno di ultraottantenni, o ultraquarantenni come nell’articolo, e sono tutti over + N, mentre chi è sotto una certa soglia è under, a cominciare dalla nazionale di calcio under21. Prefissi formativi dal greco o dal latino come ipo non vengono nemmeno in mente, c’è solo l’inglese che ormai marca simbolicamente il modo di datarci in una nuova timeline linguistica e concettuale.

In un secolo, dal 1919 al 2019, negli archivi di Google libri si vede bene l’ascesa della frequenza dell’inglese e lo scemare del latino (il trend mostra il boom e l’escalation di over e la de-escalation di ultra, come direbbe qualche giornalista in stile Palombella rossa).

Pensiamo all’insensatezza di una parola-concetto come teenager.
Che cosa accomuna da noi un tredicenne a un diciannovenne? Nulla, a parte l’essere giovanissimi. Il primo va alle medie e l’ultimo all’università, non sono adolescenti, non si frequentano dal punto di vista sociale, non sono una categoria se non nella lingua inglese dove teen distingue il suffisso dei numeri da 13 a 19. Eppure sui giornali spopola. Come se questa categoria facesse parte della nostra lingua e cultura.
E dopo i figli del boom economico, il baby boom che oggi ha prodotto il dispregiativo boomer, le nuove generazioni si esprimono con le categorie angloamericane. Ci sono i Millennial(s) e tutta un’altra serie di etichette veicolate attraverso lettere come X, Y o Z seguite da generation, che non appartengono alla nostra cultura né alla nostra lingua; più in generale i nativi digitali corrispondono anche a una generazione che si può chiamare dei nativi halloweeniani, coloro che sono nati dopo che le multinazionali hanno trapiantato questa festa nel nostro Paese, per i quali è una ricorrenza naturale, come se ci fosse sempre stata, e ben più sentita del Carnevale. In sintesi, non si può separare la lingua dal contesto sociale di cui è l’espressione.

Milano Marathon

Passando dal tempo allo spazio, l’inglese demarca ormai anche il territorio di una città come Milano, dove si parla di district invece che di distretti e la nuova urbanistica ha trasformato la zona Fiera in Fiera Milano City. I quartieri si ribattezzano in inglese, come il Nolo, cioè il North of Loreto, in una più ampia anglicizzazione di tutti gli eventi culturali legati alla città, dove la festa del libro si chiama Bookcity, la Settimana della moda Fashion Week, il Salone del mobile Week Design. La gerarchia degli anglicismi vede l’italiano come lingua di serie B che si usa nel parlato, come fosse un dialetto, ma le denominazioni di ogni cosa sono in inglese, dai gate delle stazioni ai reparti pet food dei supermercati.

E così si è svolta la Milano Marathon, pensata da nativi italiani della «Generali Milano Marathon», a sua volta promossa da Rcs sports & events, che dovrebbe essere la costola di un’azienda italiana. Leggendo l’articolo si scopre che la manifestazione “si articola in due gare competitive, più un format virtuale, aperto a tutti”. Mentre la marathon è la gara più prestigiosa in cui “si sfidano 132 campioni e top runner”, la tradizionale staffetta solidale in favore delle “organizzazioni no profit” si chiama «Lenovo Relay Marathon». Per via delle restrizioni pandemiche è stata proposta la formula, chiamata «Run Anywhere», che permette ai singoli di partecipare alla staffetta tracciando il proprio percorso con le app. “E sono già 5 mila i runner in tutta Italia che si sono iscritti all’evento.”

In questa corsa all’inglese, dove i corridori sono runner e gli amministratori delegati sono CEO (Chief Executive Officer), le multinazionali aprono gli store, e l’alternativa non sono i negozi o i punti vendita, sono gli shop e i market. Quanto alla “filiera tricolore degli store” è un ossimoro che si commenta da solo.

Dai prestiti al riversamento dell’inglese sempre più incontrollabile

Davanti a questi fatti, chiunque abbia un barlume di lucidità e sia in grado di decifrare la realtà, prima che la società, dovrebbe rendersi conto che gli argini sono saltati. Il riversamento dell’inglese nella nostra lingua è uno tsunami, per riprendere la metafora di Tullio De Mauro, che dopo aver considerato per decenni l’interferenza dell’inglese come qualcosa di non preoccupante, nel 2016 si è finalmente reso conto della situazione.

Apro un libercolo di sociolinguistica che spiega che ci sono i prestiti di lusso e di necessità. Lo richiudo e lo ripongo nella sede più consona, nella differenziata insieme alla carta. È una scelta green.

Apro le segnalazioni che mi arrivano dai lettori del Dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi). Ce ne sono almeno 200 in arretrato e in attesa di un vaglio. Sono troppe, sono inarginabili. La maggior parte esistono, circolano, si leggono sui giornali. Ma posso scegliere di prendere in considerazione solo quelle che hanno una certa stabilità, che non sono troppo di settore, che hanno una certa frequenza. La verità è che ormai il riversamento dell’inglese è così esteso che il lavoro di classificazione dei singoli anglicismi è sempre più difficile. Ogni parlante di ogni settore propone il suo a costo di inventarselo, pur di non ricorrere all’italiano. Le radici inglesi si ricombinano in tutti i modi, si allargano, non stanno mai ferme, schiacciano la nostra lingua e la seppelliscono.

Body cam

Qualche tempo fa leggevo della body cam (22/4/21), cioè una telecamera indossabile, se certi giornalisti sapessero l’italiano e non se ne vergognassero. La locuzione è formata, come la maggior parte degli anglicismi, da due radici che si combinano.

Partiamo dal primo elemento. Sul dizionario ho già registrato il body (l’indumento intimo), la body art, il body bag (uno zainetto, nel gergo della moda), il body builder e il body building (culturismo), il body copy (il testo pubblicitario nel gergo dei grafici), la body fitness (forma ottimale), il body painting (pittura corporale), il body scanner (rilevatore corporale), la body sculpture (ginnastica tonificante) e il body sculpturing (rimodellamento tramite liposuzione), il body shaming (il prendere in giro per l’aspetto fisico, che diventa fat shaming se il motivo è essere grassi), la body-dance (danza acrobatica), il total body

Mi viene la nausea.
La maggior parte dei secondi elementi che si legano a body si diramano a loro volta in altri composti con lo stesso effetto domino.


Analizziamo anche il secondo elemento, cam. C’è già la action cam con lo stesso significato di body cam che mi pare troppo instabile, per il momento. Ma domani è un altro giorno, e forse si affermerà! Del resto c’è già la hidden cam, la telecamera nascosta, che fa il paio con la candid cam, ma si può parlare anche di spy cam. E qualche tempo fa avevo avvistato persino l’invenzione giornalistica della trap cam!
Non dimentichiamo la webcam. E le sue conseguenze: le ragazze che fanno gli spettacolini in webcam come si possono definire se non webcamgirl, o cam girl? Ma allora se lo fa un uomo bisogna dire cam boy, in linea con toy boy (e forse tutto è iniziato con i cowboy)…
Ad libitum sfumando (anzi crescendo).


L’itanglese è questo. Tutto va bene purché sia in inglese e non in italiano. Hai voglia a classificare questo cedimento strutturale della nostra lingua e cultura con le categorie dei prestiti di lusso e di necessità, o di quelli utili (utili a chi?), insostituibili (ma dove? Non certo in Spagna e in Francia) e superflui (il superfluo sembra invece l’italiano nell’attuale contesto storico).

Candid Camera e candid Senato

E pensare che camera, nel senso di telecamera, è un italianismo che deriva dalla camera oscura. Poi c’è anche la Camera, con la C maiuscola, dove dal 10 aprile giace una proposta di legge, che il 14 marzo è stata assegnata anche al Senato. Ma ai parlamentari sembra che non interessi discuterla. In compenso ai giornalisti, vista la lingua che usano, non interessa diffondere la notizia della sua esistenza. Almeno quelli italiani, perché la nostra petizione è stata tradotta in tedesco e in agosto uscirà un pezzo su un’importante rivista austriaca che sta preparando un numero speciale dedicato all’italiano e alle celebrazioni dantesche.

Anche i linguisti italiani l’hanno ignorata, al contrario dei quasi 1.000 cittadini che l’hanno sottoscritta in Rete, che crescono di giorno in giorno, e che scoprono dell’esistenza di questa iniziativa non attraverso la stampa o chi dovrebbe occuparsi della tutela della lingua, ma solo attraverso il passaparola non istituzionale.

Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (seconda parte)

Se l’inglese diventa un idioma di rango superiore, tutte le altre lingue – a partire dall’italiano – diventano figlie di un dio minore, e rischiano di trasformarsi nei dialetti locali dell’anglomondo.

Nella prima parte di questo articolo ho mostrato che la soluzione del monolinguismo a base inglese per la comunicazione sovranazionale è una visione politica che si sta affermando, ma non è l’unica possibilità – come in Italia in molti credono – né la via più etica e per noi più conveniente.
Questa visione dell’inglese globale come lingua superiore è poi è alla base del fatto che, sul piano interno, molti anglicismi siano preferiti alle parole italiane e suonino più moderni e internazionali anche quando non lo sono.

Molti pensano che la questione dell’inglese internazionale non c’entri nulla con l’anglicizzazione dell’italiano e con l’invadenza degli anglicismi. E c’è chi difende a spada tratta l’inglese come lingua veicolare, ma è contrario a mescolarlo con l’italiano. In realtà le due cose non sono così separate e hanno un forte legame, perché le lingue non sono sistemi a compartimenti stagni, e la loro interferenza è un fenomeno normale.

Non resta che vedere in che modo l’inglese internazionale si riversa nell’italiano e lo sta trasformando in itanglese.

Dall’inglese internazionale all’itanglese

La penetrazione degli anglicismi nell’italiano, ma più in generale in tutte le lingue, è spesso causata dall’espansione delle multinazionali angloamericane e del loro lessico. I casi più evidenti sono quelli del linguaggio della Rete o dell’informatica, dove la metà delle voci così marcate nei dizionari è in inglese non adattato; ma questo meccanismo di importazione si trova in ogni ambito. Nella giurisprudenza, per esempio, parole come copyright, leasing o franchising si propagano intoccabili in tutto il mondo (come hanno osservato Francesco Galgano o Alessandro Gilioli) per precise disposizioni che hanno a che fare con il diritto internazionale che parla inglese e che potrebbe scontrarsi con altri ordinamenti. Dunque la supremazia della terminologia inglese si impone su quella locale per questi motivi legati ai diversi rapporti di forza.

Dai linguaggi di settore, queste parole finiscono poi nel linguaggio comune.

Perché la pandemia ha portato al lievitare degli anglicismi in tutto il mondo? Perché è un fenomeno internazionale, perché l’Oms parla inglese, perché gli scienziati parlano in inglese. In italia il fenomeno è stato più pesante perché non abbiamo istituzioni che regolamentano la lingua, e dunque abbiamo assorbito senza resistenze il lockdown, il droplet, lo spillover, gli hub, i cluster

Lo stesso vale per le categorie culturali, dalla scienza allo sport. Perché importiamo gli anglicismi con questa frequenza inaudita? Perché pensiamo che sia la lingua internazionale e superiore. Se non ci fosse questa mentalità sottostante non ci vergogneremmo di usare l’italiano.

Burn-out, spike protein e mindfulness

Per comprendere questo processo, in ambito medico-scientifico si può citare il caso dell’Oms (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) che parla in inglese e in inglese decide per esempio di inserire nella sua lista il burn-out (esaurimento professionale) come una sindrome riconosciuta e distinta da altri tipi di esaurimento. La conseguenza di questa scelta è che il termine penetra ovunque in inglese.

Mentre in Spagna c’è la Reale Accademia Nazionale di Medicina che interviene indicando il sostitutivo spagnolo “ufficiale” e sconsigliando l’anglicismo, come avviene anche in Francia, da noi non esistono autorità del genere e siamo in mano ai giornalisti e agli specialisti che parlano l’inglese internazionale e ripetono l’anglicismo senza nemmeno porsi il problema di tradurlo. Il risultato è che le alternative possibili non sono regolamentate, e crediamo che ricorrere all’inglese renda tutto più tecnico. Ma questo liberismo linguistico, figlio della convinzione che la lingua si difenda da sé, non funziona davanti alle forti pressioni dell’inglese globale dominante. Occorre cambiare prospettiva, esattamente come non si può rispondere che i panda si difendono da sé, occorre tutelarli e proteggere la biodiversità.

Voglio fare un altro esempio che mi pare utile per comprendere le conseguenze pratiche di una mancanza di un’autorità e di un punto di riferimento che potrebbe arginare gli anglicismi in Italia.

Quando è arrivato il covid gli scienziati e i divulgatori hanno cominciato a parlare degli spike – cioè gli spuntoni che lo caratterizzavano – e anche di spike protein direttamente in inglese, come fosse normale importare la terminologia anglofona senza traduzione. Poiché in italiano esiste la parola spinula, che in ambito scientifico e biologico indica proprio una formazione anatomica o patologica a forma di spina, ho domandato all’immunologa Maria Luisa Villa se potesse essere una valida alternativa. Mi ha risposto che la trovava un’ottima traduzione e ha anche chiesto un parere al virologo Fabrizio Pregliasco a cui la proposta è piaciuta. Forte di questi pareri autorevoli ho divulgato questa possibilità in un articolo sul portale Treccani e l’ho inserita tra i sinonimi possibili sul dizionario AAA che ormai è diventato una fonte per molti professionisti, visto che è il più grande archivio di riferimento esistente nel nostro Paese e quasi l’unico. Il risultato è che oggi spinula comincia a circolare, e si ritrova per esempio anche in molte voci della Wikipedia. Insomma, se un’alternativa c’è, e viene promossa, è possibile che si affermi, ma se nessuno la individua e la divulga, entrerà nell’uso solo l’inglese senza la libertà di scegliere.
Se questo lavoro fosse fatto da enti istituzionali con una maggiore risonanza e autorevolezza, le cose potrebbero migliorare.

L’altro giorno mi è arrivata la segnalazione di un libro intitolato Diventare grandi con la mindfulness. La mindfulness è una tecnica meditativa che è stata importata dal buddismo, e in lingua indiana si esprime con la parola “sati”, ma negli Stati Uniti hanno ridefinito e riproposto tutto nella loro lingua, e non certo in lingua pāli!
Che cosa fa il francese? La traduce con piena coscienza e in altri modi ancora.
Che cosa fa lo spagnolo? La traduce con coscienza o attenzione piena.
Che cosa fa l’italiano? Nulla. Invece di usare analoghe traduzioni o sinonimie come piena consapevolezza o presenza mentale, ripete a pappagallo con servilismo la parola-concetto così come la si esporta e la si importa. E se qualcuno volesse esprimerlo in italiano? Dovrebbe ricorrere alla creatività espressiva individuale, che genera soluzioni diverse, e non codificate e uniche come nel caso dei tecnicismi inglesi. In questo modo mindfulness diventa il titolo di un libro e penetra nell’uso come fosse qualcosa di intraducibile, come se non fosse a sua volta una ridefinizione di un concetto orientale. È con queste modalità che gli anglicismi diventano “necessari” o “insostituibili”, solo da noi, ovviamente, visto che altrove non lo sono affatto.

In questo quadro, il globalese si riversa nell’italiano con una profondità che non è più possibile spiegare con le categorie del “prestito” che i linguisti continuano ancora a utilizzare senza riuscire a comprendere il fenomeno nella sua profondità.

La newlingua dei WeFood e degli showcooking

La curatrice del sito Buoneidee mi ha rigirato la newsletter della regione Friuli Venezia Giulia che per promuovere il territorio organizza il WeFood, il weekend enogastronomico con showcooking a cui possono aderire i “produttori di food equipment, dai forni alle cucine” pieno di eventi digitali tra cui Food & Wine: come ripartire dopo i lockdown? Il progetto si chiama Academy.

Quando la cucina italiana, che è una delle nostre più importanti eccellenze, diventa cooking (e suggerisco ad Academy di trasformare il lavaggio dei piatti in uno showcleaning che magari genera business), la gastronomia Food, il vino Wine… non stiamo importando anglicismi perché ci mancano le parole. Stiamo distruggendo l’italiano perché stiamo passando alla costruzione di categorie sovra-italiane in una gerarchia lessicale dove al vertice c’è la lingua internazionale. Siamo ben oltre il prestito, siamo alla formazione dell’itanglese da parte di nativi italiani che hanno rinunciato alla propria lingua.

Lettera aperta a Mario Draghi

Il presidente del Consiglio Draghi è finito su tutti i giornali per un paio di uscite contro l’abuso dell’inglese. Ha ironizzato sull’uso di governance invece di governo e, davanti a smartworking e babysitting ha sbottato: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?”.

In una “Lettera aperta a Mario Draghi” ho provato a rispondergli, a ringraziarlo per le sue dichiarazioni e anche a perorare la nostra causa di una legge per l’italiano.

Preferiamo gli anglicismi e li consideriamo più solenni proprio all’interno di una visione più ampia che considera l’inglese come la lingua internazionale e superiore. Non si può far finta di non vedere il legame tra itanglese e globalese!

C’è persino chi ormai lo teorizza esplicitamente e ha gettato la maschera.
In un articolo su Affari italiani (grazie ad Agostino che me lo ha segnalato) il giornalista esce allo scoperto e dice chiaramente “sì agli anglicismi” proclamando che Draghi “sbaglia” a ironizzare sulle parole inglesi, perché “i nostri giovani partecipano a un’agguerrita competizione globale utilizzando termini come advisor, asset, benchmark, board, CEO, CFO, chairman, cluster, compliance, governance, stakeholders, sales, skills, tools e via dicendo.” E allora i “nostri migliori giovani, la vera speranza del Paese (…) non si faranno condizionare da Draghi perché così prevede la globalizzazione.” Secondo l’autore del pezzo, “è sbagliato far passare simili messaggi: il progresso implica che il popolo (…) sia educato a piccoli passi, magari apprendendo gradualmente il significato degli anglicismi, e soprattutto, non avendo alibi per non apprezzare e beffeggiare chi sa ed è bravo.”

Eccolo il passaggio dall’anglofilia all’anglomania in nome del “progresso”, finalmente enunciato senza ipocrisie!
In questa visione allucinante che sta prendendo sempre più piede, l’italiano si deve buttare per parlare attraverso la sua contaminazione con l’inglese. Gli anglicismi educherebbero alla newlingua della globalizzazione un po’ come nel progetto colonialistico del basic english, la riduzione dell’inglese semplificato per le colonie che piaceva tanto a Churchill.
Meno male che c’è Draghi e che – dopo anni di jobs act, navigator, chasback di Stato e chi più ne ha più ne metta – per la prima volta emerge una diversa sensibilità per la questione della lingua da parte della politica e delle istituzioni. Ma invece di essere applaudito da tutti, Draghi viene attaccato da gironalistucoli figli di Nando Mericoni (l’Alberto Sordi di Un americano a Roma) che considerano l’italiano obsoleto, se ne vergognano e sono coloro che lo stanno uccidendo. Questi scribacchini teorici della rinuncia all’italiano sono quelli che prima introducono l’inglese in modo stereotipato e senza alternative – vedi lockdown – fino a farlo entrare nell’uso, subito dopo giustificano la parola dicendo che è ormai è entrata nell’uso (grazie a loro mica alla gente) e non si può più far niente, e nella terza fase ti dicono che se dici confinamento come in Francia e in Spagna sei retrogrado, o addirittura “ridicolo”.

Questa logica si deve spazzare via.

Per questo la nostra proposta di legge chiede campagne di promozione e “raccomandazioni” come quelle utilizzate per intervenire sull’uso – e cambiarlo – nel caso della femminilizzazione delle cariche. Se in un primo tempo “ministra” faceva ridere, adesso si è affermato, perché solo l’uso e l’abitudine fanno apparire una parola bella o brutta – per citare Leopardi – o anche ridicola, solo perché non siamo avvezzi a sentirla.

Non si può pensare di risolvere il problema delle formiche schiacciando quelle che passano, ma bisogna agire individuando il formicaio. Dunque, non ha tanto senso prendersela contro i singoli anglicismi, considerati in modo isolato, perché per uno che si argina a questo modo ne spuntano altri dieci. Bisogna agire sulle cause che inducono alla nevrosi compulsiva che porta a usare le parole inglesi, e sulla testa di certi giornalisti e intellettuali che dovrebbero “decolonizzare la mente”.

La battaglia per l’italiano e contro l’abuso dell’inglese si può condurre solo con questo spirito e su questo piano. E all’ideologia dell’inglese globale è necessario contrapporre un’altra visione politica basata sul plurilinguismo.

Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (prima parte)

Immaginiamo una multinazionale italiana che imponga a tutti i Paesi in cui ha sede di conoscere l’italiano, che emani le direttive interne in quella lingua e pretenda che le riunioni dei vertici si facciano in italiano. Se qualcuno non lo sa lo si forma, lo si obbliga a fare corsi d’italiano, e se non lo impara è fuori.

Probabilmente nelle succursali degli altri Paesi qualcuno si opporrebbe a questo modello dispotico. Invece pochi hanno da ridire se tutto ciò accade con le multinazionali angloamericane, perché diamo scontato che l’inglese sia la lingua internazionale, e non la “lingua dei padroni” e dell’egemonia che si impone nel mondo del lavoro per questione di rapporti di forza. È la conseguenza linguistica del capitalismo mondializzato che oggi si chiama globalizzazione.

Passando dalla consuetudine all’etica, la domanda è: è giusto tutto questo? È un processo democratico?

Il tema è politico e le risposte possibili sono due, per semplificare.

Ci sono gli anglofili sostenitori del diritto del più forte e della prassi, e ci sono gli “idealisti” che si schierano dalla parte del plurilinguismo vissuto come un valore da difendere. Le soluzioni moderate e miste, che si appellano al buon senso, si possono salutare come figlie della massima in medio stat virtus oppure come cerchiobottismo, ma quando si tratta di determinare in quali casi sarebbe giusto usare l’inglese e in quali no, le decisioni pratiche alla fine sono sempre influenzate dalla visione più generale.

Il partito degli anglofili

Gli anglofili si appellano alla prassi, sostengono che l’inglese è di fatto la lingua che si è ormai imposta in tutto il mondo. Questa affermazione è però influenzata dalla visione politica sottostante, e non è vera da un punto di vista statistico. In Italia l’inglese è masticato da circa il 48% della popolazione, stando ai dati Istat 2015, ma il 28% di costoro ne ha una conoscenza scarsa, turistica e insufficiente. E allora l’inglese è conosciuto da una minoranza degli italiani. Gli altri sono esclusi, non hanno accesso a questa lingua “internazionale” che è un progetto politico, non una realtà. Dunque sono considerati come ignoranti, da “alfabetizzare”, educare e istruire, anche se molti di loro conoscono per esempio altre lingue come il francese (quasi il 30%) o lo spagnolo (circa l’11%, una percentuale che si amplia con il fatto che è una lingua con un’alta intercomprensibilità). Ma queste lingue sono considerate di serie B, perché il disegno globale è quello di portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo a base inglese, e le altre lingue sono viste come inutili per la comunicazione internazionale, o addirittura come un ostacolo: prima devi sapere l’inglese, poi se vuoi studia pure le altre lingue.

Tutto ciò si può definire colonialismo linguistico, per chiamare le cose con il loro nome. È un modello che risale almeno all’Ottocento, utilizzato dal Regno Unito nelle proprie colonie, ed è quello che ha portato alla spartizione dell’Africa in aree inglesi o francesi, dove sono sorte le scuole coloniali per instaurare la nuova lingua, e dove tantissimi idiomi locali sono in questo modo morti, come racconta bene lo scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’o (Decolonizzare la mente, Jaka Book 2015) che invita gli intellettuali a ribellarsi all’ingese.
Oggi, le scuole dove si insegna in inglese non si chiamano più coloniali, ma sono vendute come “internazionali” e sono di gran moda, costose e blasonate; ma sotto c’è lo stesso disegno: formare in inglese e contribuire così alla sua affermazione come la lingua mondiale. L’accesso a queste scuole è riservato ai ceti abbienti che se le possono permettere, mentre si fa strada l’idea che insegnare in italiano generi laureati di rango inferiore rispetto a chi si è formato nella scuola e nella lingua di serie A.
Queste scuole generano il mito della competizione internazionale su cui campano, che porta alla “fuga dei cervelli”, cioè i laureati che si formano a spese dello Stato (le rette universitarie coprono solo in piccola parte i costi dell’Università) che poi finiranno a lavorare all’estero in Paesi che trarranno profitto dal nostro investimento. Tutto ciò ha dei costi incredibili per noi, ed molto vantaggioso per Paesi come gli Stati Uniti: è molto più conveniente importare i cervelli già formati da fuori (dalle “colonie”) che formarli. Sul piano interno, le conseguenze di questa politica non sono solo economiche, ma anche culturali. Sta prendendo piede l’idea che le università che insegnano in italiano siano di rango inferiore. E atenei come il Politecnico di Milano, in barba alle sentenze, hanno deciso di fatto di erogare la maggior parte degli insegnamenti in lingua inglese, proprio per “elevarsi”.

In questo scenario, l’inglese internazionale sta producendo una diglossia neomedievale, per citare il linguista tedesco Jürgen Trabant, cioè una società in cui l’accesso alla lingua di rango superiore – un tempo il latino, oggi l’inglese – è riservato ai ceti superiori, mentre le masse escluse dalla cultura alta si accontentano della lingua locale, oggi l’italiano e un tempo i dialetti.
Il modello che stiamo perseguendo è quello di rendere l’italiano, e le lingue locali, i dialetti di un’Europa la cui lingua sarà l’inglese.

Siamo sicuri che questo è il modello che vogliamo? E soprattutto: qualcuno ci ha chiesto se è quello che vogliamo?

Esperanto, plurilinguismo e modelli alternativi

Il punto critico di chi respinge questo modello – a parte il fatto che in Italia semplicemente è una posizione che non è rappresentata e sembra non esistere – sta nella soluzione concreta al problema della comunicazione internazionale. Se si rinuncia all’inglese, come si fa?

Le soluzioni sono varie.

Da un punto di vista teorico, l’esperanto, per esempio, sarebbe una soluzione neutrale ed etica. Si tratta di una lingua semplificata, concepita per essere appresa in poco tempo, ed essendo una lingua artificiale gode di poche semplici regole (non ci sono irregolarità) e si appoggia a un lessico pensato per le sue radici più o meno internazionali e comuni a molte lingue. Ma gli esperantisti sono sempre stati bastonati (e persino perseguitati) e la loro proposta è stata osteggiata sin dal suo apparire, spesso con argomenti falsi. È stato detto che non funziona, ma invece funziona benissimo. È stato detto che anche se funzionasse poi con il tempo si differenzierebbe localmente, una sciocchezza che confonde le lingue naturali con quelle artificiali che si preservano proprio perché non sono la lingua madre di nessuno. A questo proposito vale la pena di ricordare che il latino dei teologi medievali e di alcuni scienziati, proprio perché era una lingua culturale di intermediazione, si è preservato per secoli e ancora oggi è usato negli ambienti cattolici come lingua franca dove si creano persino i neologismi utili a esprimere il presente, per cui un tweet è un breviloquium.

La verità è che proprio perché l’esperanto è una soluzione neutra si scontra con gli enormi interessi del colonialismo linguistico basato sull’inglese. Mentre i Paesi anglofoni non hanno i costi e gli obblighi di imparare altre lingue, le scuole di formazione in inglese, i corsi di inglese, i soggiorni studio nei Paesi anglofoni… costituiscono un indotto quasi incalcolabile. Le ragioni del mancato prendere piede dell’esperanto sono queste. Umberto Eco ne elogiava persino la bellezza, ma a prescindere dalle questioni estetiche, l’esperanto è di sicuro un’utopia, ma come tutte le utopie – letteralmente un luogo che non c’è – non significa che sia irrealizzabile. L’esperanto c’è, a dire il vero, anche se è una realtà piccola che non viene presa in considerazione, ma passando dalle soluzioni filosofiche a quelle pratiche, vale la pena di ricordare che se fosse scelto come modello della comunicazione internazionale e inserito nella scuola, per la sua rapida facilità di apprendimento sarebbe possibile renderlo una soluzione ampia nell’arco di un paio di generazioni. E questa soluzione semplice farebbe risparmiare ai Paesi non anglofoni enormi investimenti che oggi si impiegano per studiare l’inglese, una soluzione di gran lunga più costosa e difficile. Inoltre, non costituirebbe una minaccia per le lingue locali e per il plurilinguismo.

Umberto Eco è celebre anche per la massima che la lingua dell’Europa è la traduzione. E questa è un’altra soluzione comunicativa che dopo l’uscita del Regno Unito dovrebbe essere presa in considerazione seriamente nella Ue, che non si capisce perché dovrebbe continuare a usare l’inglese come principale lingua di lavoro, sia dal punto di vista etico sia da quello economico (se lo chiede anche Michele Gazzola in una bella intervista al Corriere). I difensori dell’inglese come lingua dell’Europa sostengono che tradurre in tutte le lingue sarebbe costoso, ma ancora una volta bisognerebbe andare a vedere a chi conviene ricorrere all’inglese, di certo non a noi. In ogni caso, ammesso e non concesso che sia più dispendioso, è bene ricordare che anche fare le elezioni è costoso, ma sono soldi ben spesi in una democrazia, e in pochi sottoscriverebbero che è meglio instaurare una dittatura perché costa meno e si semplifica la gestione dello Stato.

E allora torniamo alla visione politica della lingua. Meglio il plurilinguismo o l’inglese internazionale? La democrazia o la dittatura dell’inglese?

Non dimentichiamo che tra i modelli di politica plurilinguistica, proprio accanto a noi, c’è l’esempio della Svizzera che funziona bene. Se in Europa si adottassero 5 lingue (francese, tedesco, spagnolo, italiano e polacco) si coprirebbe il 70% delle lingue locali, come ha spiegato Jean-Luc Laffineur e come ho già riassunto in un altro articolo (“Inglese internazionale o plurilinguismo?”).

Il pensiero unico contro la democrazia linguistica

Dopo aver chiarito che l’inglese internazionale non è l’unica soluzione possibile, né quella già compiuta come vogliono farci credere, è anche più chiaro che le questioni linguistiche sono qualcosa di politico. E se si applicassero alle soluzioni politiche in campo le categorie di destra e sinistra, i difensori del globalese (la “dittatura dell’inglese) si potrebbero etichettare come la destra della politica linguistica mondiale. Appoggiare la lingua madre dei popoli egemoni – la “lingua dei padroni” per banalizzare provocatoriamente – e imporla a tutti non è una soluzione democratica.

Curiosamente, la sinistra italiana (che oggi preferisce definirsi progressista) è schierata con la “destra” anglomane e “colonialista”, e ritiene che parlare l’inglese sia un dovere, un segno di cultura, modernità e internazionalismo, invece di guardare al plurilinguismo, alla democrazia linguistica e alle fasce di popolazione escluse o deboli. E in questa visione la convergenza con la destra è totale. Basta pensare alle tre “i” di Berlusconi e dell’allora ministra dell’Istruzione Moratti (Inglese, Internet, Impresa) e basta guardare alle recentissime tesi di Fratelli d’Italia (nel punto relativo ai giovani) che delineano chiaramente il progetto di investire per la creazione delle future generazioni bilingui a base inglese. Nelle formazioni di centro e in tutto l’arco parlamentare, non mi pare che la mentalità sia troppo diversa. In altre parole in Italia non c’è dibattito, tutti danno per scontata la stessa soluzione politica e vige il pensiero unico. Senza dibattito non c’è democrazia né libertà. Sarebbe auspicabile una corrente trasversale ai partiti di destra e di sinistra, uno spaccato della società civile, più che delle ideologie, che ponesse il problema al centro di una riflessione.

Dovremmo almeno discuterne e decolonizzare la mente, per riprendere le tesi di Ngũgĩ wa Thiong’o. Ma non esiste nulla di tutto questo e il globalese viene imposto in modo silenzioso e a piccoli passi, giorno dopo giorno. E così, la riforma Madia, nel 2017, ha sostituito “seconda lingua straniera” con “inglese” nei requisiti per accedere ai concorsi della pubblica amministrazione. Il risultato è che l’inglese è diventato obbligatorio, e la conoscenza di altre lingue superflua. Con la semplice sostituzione di “plurilinguismo” con “inglese” – che non sono affatto la stessa cosa – ci stanno portando verso il modello della lingua unica, in violazione dei principi affermati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea. La decisione del Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) di introdurre l’obbligo di presentare i Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) solo in inglese è avvenuta nello stesso anno e con le stesse modalità. Lo stesso disegno perseguito dal Politecnico di Milano di erogare la maggior parte dei corsi in lingua inglese nonostante le sentenze che in teoria lo impedirebbero.

In Italia c’è solo il “partito dell’inglese” e il pensiero unico che anno dopo anno diventa sempre più forte, e che non registra troppi dibattiti né resistenze.

In questi giorni si stanno definendo i passaporti di immunità da rilasciare a chi ha avuto il/la covid o a chi è stato vaccinato, e come per la nuova carta d’identità questo documento valido per l’Europa è concepito in italiano e in inglese. Mentre da noi nessuno si è nemmeno posto il problema, in Belgio il presidente della Gem+ (per una Governanza Europea Multilingue), un’associazione che si batte per il plurilinguismo, ha dato battaglia sulla questione come altre associazioni francesi e tedesche lo hanno fatto per la nuova carta d’identità che in Germania è invece trilingue. Queste decisioni bilingui costituiscono precedenti che favoriscono “l’inglese allo scapito delle altre lingue ufficiali dell’UE”, scrive il presidente della Gem+. E allora “tutti ai posti di combattimento – continua – Abbiamo inviato la nostra posizione a tutti i membri chiave del Parlamento europeo, così come alla rappresentanza permanente francese a Bruxelles, sottolineando che questo articolo viola i principi di proporzionalità e di sussidiarietà e suggerendo un’alternativa basata sul trilinguismo.”

Queste iniziative sono inaudite in Italia, e forse c’è qualcuno che potrebbe pensare che siano sciocchezze, ma non lo sono affatto. Sono l’ennesimo segnale di come in modo silenzioso e surrettizio la nostra classe politica, senza chiederci se siamo d’accordo, ci stia portando verso il modello dell’inglese come la lingua d’Europa.

Nella nostra petizione di legge per l’italiano, non c’è solo la questione dell’abuso degli anglicismi, c’è anche la richiesta di promuovere l’italiano in Europa, come lingua di lavoro, e all’estero.
E se la politica non darà un seguito alla nostra petizione, il prossimo passo sarà quello di allearci con le associazioni internazionali come appunto la Gem+ di Bruxelles che con il suo operato, in nome del plurilinguismo, tutela anche l’italiano.


Molti pensano che la questione dell’inglese internazionale non c’entri nulla con l’anglicizzazione della nostra lingua e con l’invadenza degli anglicismi. Ma non è così. Le due cose sono profondamente intrecciate e l’interferenza dell’inglese è proprio legata al fatto che è presentato come lingua di rango più elevato.

Perché preferiamo gli anglicismi? Anche perché la nostra classe dirigente ci sta conducendo verso il modello dell’inglese globale, e dunque lo consideriamo superiore e internazionale…

(continua)

La legge per l’italiano è stata assegnata anche alla Camera

Il 20 aprile, la nostra proposta di legge per l’italiano è stata finalmente assegnata anche alla Camera (n. 727, VII Commissione cultura). Il 14 marzo era già stata assegnata al Senato (n. 795, VII Commissione permanente, Istruzione, beni culturali).

A questo punto ha inizio la fase 2: individuare qualche parlamentare sensibile alla questione e convincerlo a chiedere di inserirla nell’ordine del giorno perché sia discussa, altrimenti rimarrà chiusa nei cassetti e sepolta tra i faldoni che mai nessuno leggerà.

I primi contatti con qualche senatore sono già avvenuti, anche se non è facile ottenere risultati. C’è chi sembra completamente indifferente alla questione, chi ha speso qualche buona parola per la lodevole iniziativa ma ha replicato che “però è difficile coinvolgere su questo tema…” e non “è il momento adatto…”, e chi a risposto che ne avrebbe parlato con altri per farci sapere.
Adesso che possiamo rivolgerci anche ai parlamentari della Camera ci sono più possibilità di essere ascoltati e continueremo nella nostra opera di individuazione tempestando di richieste di contatto entrambi i rami del Parlamento.

Per farci ascoltare sarà strategico sia il numero dei firmatari che appoggiano la proposta sia la rassegna stampa che riusciremo a ottenere.

Per questo stiamo lavorando alla campagna “convinci un parlamentare a discutere la nostra proposta di legge”, e per diffondere l’esistenza dell’iniziativa ho preparato anche un video nella speranza sia condiviso dal maggior numero di persone possibile.

Intanto, nel giro di un mese, i 7 firmatari della petizione sono centuplicati, e le adesioni in Rete sono al momento più di 700. Inoltre, qualcosa si muove anche sul panorama mediatico, dopo l’articolo su Oggi, è uscito un pezzo sul portale Italiani.it e oggi parlerò dell’iniziativa nella trasmissione Salvalingua di RadioRadio.

Nel frattempo, voglio chiarire un po’ di luoghi comuni che accompagnano le reazioni alla nostra proposta, spesso percepita attraverso preconcetti che ne distorcono gli intenti e le motivazioni.

Non è la solita battaglia purista

Il purismo non c’entra proprio nulla, è una questione di ecologia linguistica. Il problema degli anglicismi non è quello di bandire le parole straniere per principio, ma è nella sproporzione rappresentata dal numero degli anglicismi e dalla loro frequenza d’uso. Nel 1990 il Devoto Oli registrava 1.700 anglicismi, oggi sono 4.000. Nel 1995 lo Zingarelli ne annoverava 1.800 e oggi 3.000. Ciò significa che nell’arco di una sola generazione abbiamo importato ben più di un migliaio di neologismi in inglese crudo, parole che violano le regole della nostra pronuncia storica e della nostra ortografia e che stanno snaturando il nostro parlare rendendolo una lingua lessicalmente creolizzata. Se il 50% dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese è perché il nostro idioma non evolve più attraverso le sue regole endogene e importa tutto ciò che è nuovo da fuori e in una sola lingua: l’inglese. Auspicare la coniazione di parole nuove è tutto il contrario del purismo, storicamente ostile ai neologismi almeno quanto ai forestierismi. A volere ingessare le parole italiane nel loro uso storico, e a farle morire, sono oggi gli anglopuristi che preferiscono importare dall’inglese anziché inventarne di nuove o allargare il significato di quelle già esistenti.
Gli anglomani sostengono che usare l’italiano sarebbe ridicolo, disdegnano ogni soluzione creativa basata sulla nostra lingua, e così nascono i cargiver invece degli assistenti familiari e dei badanti con una nuova accezione, mentre i “non-è-propisti” sbandierano che lo smartworking non sarebbe proprio come il telelavoro, il lockdown non sarebbe proprio come il confinamento che usano invece in Francia e in Spagna, e così via.

E allora chi è più purista? Chi vuole coniare nuove parole o chi vuole relegare l’italiano alla lingua dei morti e non farlo evolvere perché ciò che è nuovo si esprime in inglese?

Non è una battaglia di retroguardia che si scontra con la modernità e l’internazionalismo

Credere che essere internazionali coincida con il parlare l’inglese è una presa di posizione da respingere. Il progetto di portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo a base inglese – la lingua madre dei popoli dominanti – ha origini colonialistiche, non ci conviene e soprattutto non è un dato di fatto né un progetto realizzato, come gli anglomani vogliono fare credere. Accanto all’idolatria dell’inglese come lingua internazionale della globalizzazione, c’è un’altra filosofia da contrapporre, che vede nel plurilinguismo un valore e una ricchezza da tutelare e promuovere. La lingua dell’Europa non è l’inglese, ma come diceva Umberto Eco è la traduzione, e dopo l’uscita del Regno Unito dalla Ue, questo principio dovrebbe essere difeso energicamente. Decisioni come quelle di inserire l’obbligo dell’inglese nei concorsi per la pubblica amministrazione (riforma Madia) o nella presentazione dei Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) violano i principi affermati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (comunicato stampa n. 40/19, 26 marzo 2019) secondo la quale “le disparità di trattamento fondate sulla lingua non sono, in linea di principio, ammesse”, a meno che non esistano “reali esigenze del servizio”, ma in questi casi devono essere motivate “alla luce di criteri chiari, oggettivi e prevedibili”.

In sintesi non siamo retrogradi, abbiamo invece un’altra idea di cosa significhi essere internazionali, e crediamo sia auspicabile fare come fanno in Svizzera, dove il plurilinguismo è un modello che potrebbe essere d’esempio anche all’Europa, oppure come avviene in Francia e in Spagna, dove l’abuso dell’inglese e il suo mischione con la lingua locale non è considerato “internazionale”.

E allora chi è più internazionalista? Chi guarda a ciò che avviene negli altri Paesi a noi vicini e alle lingue sorelle, o chi ha in testa solo l’egemonia dell’inglese?

Non c’è alcun legame con le nostalgiche guerre ai barbarismi

La tutela e la promozione della lingua italiana non sono né di destra né di sinistra, perché la lingua è di tutti ed è un patrimonio culturale che ci accomuna. È triste che molti politici non lo capiscano, e le critiche che sono arrivate da una certa parte della sinistra sono ridicole. Proprio a sinistra dovrebbero capire che l’inglese è accessibile solo ai ceti alti, al contrario dell’italiano patrimonio di tutti, e usare anglicismi poco trasparenti, rendere l’inglese una seconda lingua obbligatoria o farne la lingua della formazione è un disegno che crea fratture e disuguaglianze sociali, e che sta portando a una “diglossia neo-medievale” che esclude molti cittadini.

Non comprendere questo fatto e lasciare la tutela della lingua alla destra è una posizione miope e per loro controproducente. Ma fuori da ogni ideologia e ogni partito, tutti i politici dovrebbero riflettere sul fatto che nel nostro Paese non esiste alcuna politica linguistica. Esistono leggi contro la contraffazione dei nostri prodotti o che tutelano il nostro patrimonio paesaggistico, artistico e culturale, ma sembra che quello linguistico non faccia parte della nostra cultura; e così capita che il progetto di un portale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” lo si chiami in inglese, ITsART! Non intervenire sulla lingua, come si interviene sugli altri aspetti che contraddistinguono il nostro Paese, significa lasciarla morire. Il fatto che l’unico esempio di politica linguistica italiana risalga al fascismo non significa che sia quella la via da riproporre! Basta guardare a cosa accade in Francia, in Spagna o in Svizzera dove la promozione della lingua non ha niente a che vedere con il passato del nostro ventennio. Tutelare l’italiano sempre più schiacciato dall’inglese globale, semmai, dovrebbe essere accostato alla Resistenza!

E allora chi è più nostalgico? Chi non sa vedere altro che la politica linguistica del fascismo o chi ha capito che la politica linguistica è un’altra cosa?

Non vogliamo fare alcuna “crociata”

Le crociate non ci piacciono, e la tutela dell’italiano non c’entra nulla con le crociate. La nostra lingua è minacciata dall’invasione degli anglicismi che in parte sono il risultato dell’espansione delle multinazionali americane che esportano la loro tecnologia, le loro merci, la loro cultura e insieme a queste anche il loro lessico e la loro lingua madre che si vuol far diventare la lingua internazionale.
Purtroppo la nostra classe dirigente sembra colonizzata, e ha in testa solo l’inglese e ciò che arriva dagli Stati Uniti, con la conseguenza che l’espansione della newlingua delle multinazionali è agevolata dall’interno, da una schiera di persone – dai politici ai giornalisti – che abusa degli anglicismi e in questo modo li fissa nell’uso (cashback, jobs act, covid free) facendoli apparire più solenni persino quando sono solo pseudoinglesi.

E allora chi sono i crociati? Coloro che vogliono tutelare e promuovere l’italiano e il plurilinguismo o coloro che vogliono imporre a tutti la lingua e i termini dei Paesi dominanti?

Non ci ispiriamo alle proposte di Fratelli d’Italia

Il 25 marzo, in occasione del Dantedì, qualche onorevole come Fabio Rampelli e Giorgia Meloni ha rispolverato una vecchia proposta di legge che di tanto in tanto ripropongono.

La nostra proposta è stata inoltrata il 22 marzo, ma da questo sito promuovo da anni le stesse richieste, che l’anno scorso sono state abbozzate in una petizione al presidente della Repubblica Mattarella.
La proposta di legge di Fratelli d’Italia, già presentata in una variante del 2018, conteneva alcune frasi copiaincollate da questo sito (lo avevo già scritto e spiegato a suo tempo), dunque non siamo noi a ispirarci a questo tipo di proposte, che sono tra l’altro profondamente diverse dalle nostre, nelle soluzioni prospettate e nei principi di partenza.

La legge di Fratelli d’Italia è incentrata soprattutto su una riforma costituzionale e su un generico appello alla legge Toubon che ne ammira gli aspetti proibitivi. Gli unici punti di contatto con la nostra proposta sono nell’evitare l’inglese nel linguaggio istituzionale e nella richiesta di inserire l’italiano nell’articolo 12 della Costituzione (quello che fissa i colori della bandiera). Questa seconda richiesta, però, ha per noi un valore simbolico più che pratico, in quanto la Corte Costituzionale ha già più volte sancito che l’italiano è la nostra lingua. Dunque, al centro delle nostre proposte ci sono altre cose, e le 11 richieste avanzate sono molto più concrete, incentrate sulla promozione e il convincimento attraverso campagne mediatiche e soprattutto legate al tema del plurilinguismo. Fratelli d’Italia, al contrario, auspica e promuove “la creazione di una generazione pienamente bilingue, con la perfetta padronanza della lingua inglese”, e non vedo una convergenza sulle nostre richieste che riguardano i Prin, la legge Madia. la dfesa dell’italiano come lingua della formazione o la sua tutela in Europa per fare in modo che ritorni a essere lingua di lavoro.

Per firmare e appoggiare la legge schiaccia l’immagine!

Fatta chiarezza su questi aspetti, non mi resta che ribadire che la nostra proposta di legge viene “dal basso” ed è assolutamente slegata da ogni ideologia di partito, dalla sinistra alla destra.

I tentativi di coinvolgere i parlamentari che seguiranno saranno rivolti ai responsabili della cultura (e non solo a loro) di ogni schieramento, per tentare di dare vita a una corrente per l’italiano il più possibile trasversale.

Utopistico?

Certamente. Ma bisogna almeno provarci, ed è sempre meglio che lamentarsi e non fare nulla.

Massacrare l’italiano e parlare itanglese non significa “stare al passo con i tempi”!

Sono appena tornato da un viaggio di lavoro e ho ancora in testa il martellamento della comunicazione delle Ferrovie dello Stato dove, in tempi di pandemia, i biglietti sono in modalità conctaless, ed è attiva la nuova modalità del self check-in. Come si legge sul sito del Gruppo Fs itanglesi: “consente al viaggiatore di certificare con un click [con la “k”] la propria presenza a bordo, riducendo le verifiche fisiche del ticket da parte del controllore (…). Intelligenza artificiale, digitalizzazione e gestione dei dati sono driver per contenere l’emergenza” e la nuova app di Fs “è ormai pronta per il lancio negli store”.

Sul Frecciarossa mi hanno anche dato un sacchettino chiamato Health & safety kit, cioè una mascherina usa e getta, una lattina di acqua e una bustina di disinfettante. Potrei andare avanti a lungo a illustrare questa nuova comunicazione “al passo con i tempi” unita ai posti di blocco dei gate delle stazioni, tra esercito, polizia, uomini in giallo con la scritta cleaner service sulla tuta che si occupano della pulizia e altri con health service o cose del genere che prendono la temperatura. Tutto ciò lascia l’impressione di vivere in un Paese occupato. Non c’è alcuna polemica sulle misure contro il/la covid che tutti speriamo svanisca presto, sia chiaro. Ma l’occupazione linguistica è ormai innegabile. E non è affatto passeggera.

La cosa più grave è che arriva dalle istituzioni.

Vax manager e screenshot

Sul sito della regione Lombardia, che insieme alle Fs è un altro potente apparato che diffonde l’itanglese, possiamo leggere che “le ATS territoriali hanno individuato un referente vaccinazioni disabili territoriale, il Vax Manager.”

Vax manager? Non ci bastavano i no vax, il vax day… né i covid manager, i covid hospital, i covid pass, il covid free… e il qualunque cosa in inglese + covid!
Le radici inglesi (e pseudoinglesi) si ricombinano in tutti i modi e prendono vita. Questi non sono più prestiti isolati, sono una nuova grammatica generativa che sta stravolgendo la nostra lingua. Le porzioni di Dna linguistico inglesi sono sempre più prolifiche, e questo lessico del nuovismo in itanglese sta uccidendo l’italiano, che non sa più esprimere con le sue parole tutto ciò che è nuovo da almeno vent’anni. Gli anglicismi sono così tanti e si diffondono e allargano così rapidamente che non è più possibile farne una lista.

Carla Crivello mi segnala l’ultima sentenza della Cassazione: sancisce che gli screenshot hanno la stessa valenza documentale della fotografia, per cui la schermata, la cattura dello schermo, il fermo immagine di una chat, la sua fotografia, insomma, costituisce prova legale (Cass. Pen., sez. III, n. 8332/2020). Così screenshot è diventato ormai il nome uniforme e ufficiale delle sentenze. Il che è solo uno degli infiniti esempi di anglicismi anche in questo ambito (tra mobbing, stalking e tanti altri).


Senza un’istituzione che fissi le regole dell’italiano e le alternative all’ingese come nelle banche dati terminologiche e nelle leggi francesi o nelle prescrizioni che esistono nella lingua spagnola non ne usciamo.

Se leggiamo i giornali, la frequenza dell’inglese fa rabbrividire. Se accendiamo la televisione anche. Martedì scorso Giovanni Floris (Di martedì, La7) intervistava un espertone nutrizionista a proposito del comfort food. Il luminare rispondeva con sapienza che cosa significa, e spiegava perché certi alimenti hanno queste caratteristiche appaganti che inducono a non smettere come fosse una fondamentale scoperta degli ultimi tempi (una ciliegia tira l’altra si diceva nello scorso millennio) che evidentemente viene dall’America! A nessuno è venuto nemmeno in mente di dire semplicemente cibo consolatorio. No. Il cibo è ormai food, l’italiano non esiste e c’è solo l’inglese.

Vogliamo parlare della Rete?
In questo momento sto scrivendo un post per il mio blog su WordPress, che mi impone questo linguaggio, e le funzioni dell’interfaccia mi parlano di homepage, link, feedback, layout, widget, plugin


È tutto così. Il mondo in cui siamo immersi è questo e parla questa newlingua dal sapore orwelliano.

Che cosa può fare il cittadino? L’uomo della strada, la casalinga di Voghera… chiamatelo come volete. Non può che imparare dalle parole dell’esperto che sfoggiando l’inglese mostra la sua superiorità. E non può che ripetere le parole del giornalista che dovrebbe fare il divulgatore, ma dice solo comfort food, senza alternative, introducendo una sorta di termine-nome-proprio.
Come avviene con screenshot, con il linguaggio del Fs, con quello della regione Lombardia, dei giornali, della tv, della Rete, e delle merci.

Grow shop e canaperie

Le parole nuove sono inglesi, ma accanto a queste c’è una sostituzione sempre più ampia anche delle parole vecchie, del nostro lessico storico.

Un lettore mi segnala che i negozi di canapa legale e dei suoi derivati si chiamano grow shop.
Pochi sanno che sino ai primi del Novecento l’Italia era il primo produttore mondiale di canapa (secondo alla Russia per quantità, ma non per qualità) e che le distese di canapa si estendevano dall’Emilia sino al Veneto, ma anche al Sud. Con l’eccezione di qualche rimedio analgesico che era piuttosto comune preparare nelle farmacie (cfr. Giorgio Samorini, L’ erba di Carlo Erba, Nautilus Edizioni 1996), il principio psicoattivo della canapa era da noi più o meno sconosciuto, anche perché le varietà italiane avevano una percentuale di thc bassissima. I canapai vivevano su un’economia plurisecolare dove della canapa, come del maiale, non si buttava via niente. Si ricavavano i tessuti, la carta (senza il problema del disboscamento), le gomene delle navi, l’olio per le lampade, i semi erano usati per l’alimentazione del pollame… Pochi sanno che in tempi di autarchia fascista Mussolini creò il consorzio della canapa e nazionalizzò la produzione italiana per contrastare il mercato estero dei tessuti di cotone e juta e che era industrializzato e più conveniente. Intanto le gomene delle navi furono sostituite dai cavi di acciaio, la medicina erboristica fu sconfitta dalla farmacologia chimica. La Bayer a fine Ottocento brevettò e mise sul mercato un paio di farmaci da banco destinati a cambiare la storia. Uno era l’aspirina, l’altro l’eroina. Avete capito bene, sì, l’eroina! Presto fu però ritirata dal mercato per i suoi effetti devastanti e più tardi, negli Usa, dopo il fallimento del proibizionismo degli alcolici, nacque un potente movimento proibizionista contro le droghe e in particolare la marijuana, la droga dei “messicani e dei negri” di cui vennero denunciate le catastrofiche (e false) conseguenze sociali con una campagna mediatica di ampia portata. Circolavano pseudocumentari per le scuole e per i circuiti cinematografici che mostravano scenette come quella di un fratello e una sorella che dopo aver fumato marijuana si abbandonavano all’incesto per poi suicidarsi gettandosi dalla finestra. Per le pressioni americane, l’Onu sarebbe arrivata persino a perseguire esplicitamente l’intento di estirpare la pianta – sì: la pianta non la sostanza che se ne ricavava – dalla faccia della terra; e dietro non c’era solo la retorica fondamentalista del proibizionismo, c’erano anche ben altri interessi economici, visto che l’economia storica della canapa era in competizione con altre economie che riguardavano l’area angloamericana.

Ho divagato, lo so. Ma il punto è che oggi proprio dagli Stati Uniti importiamo una nuova prospettiva che recupera la canapa come prodotto ecologico e sostenibile, e in questa ventata di antiproibizionismo anche della sostanza psicoattiva per usi medici o ricreativi, tutto sembra una novità d’oltreoceano che si esprime con i loro “termini”. Canaperia non viene in mente a nessuno e la secolare storia produttiva dell’Italia è sepolta dall’anglonuovismo e dimenticata. Ma tanto ormai i negozi sono shop e store. E il cerchio si chiude.

Crocheter e knitter, caregiver e delivery…

In Rete e su YouTube si stanno affermando parole come crocheter e knitter per indicare chi lavora a maglia con uncinetto o ferri, e Irene, un’appassionata di queste pratiche, si chiede come si potrebbe dire in italiano.

Nell’italiano storico esiste magliaio/a per indicare chi lavora a maglia, e telarista che era però riferito a chi lavora al telaio. Il lavoro a maglia è antico, e lo è anche lo sferruzzare (verbo che compare abbondantemente nei testi letterari) da cui si può legittimamente ricavare sferruzzatore/trice, perfettamente comprensibile e che ha già una sua presenza. Storicamente lo sferruzzare era legato al “fare la calza” e per indicare le donne che sferruzzavano si parlava anche di “calzettaie”, oggi poco riproponibile. Esisteva anche “agucchiante” derivato da ago/agucchiare (dal diz Battaglia: Negri 2-837: “La donna del popolo agucchiante alla finestra appare come un’umile cosa”) e si usava anche “infilzare” (nel lavoro ai ferri: avviare la maglia, mettere i punti, sferruzzare). Nella nostra lingua ci sono i merletti ma non le merlettatrici e anche cucitore è un vocabolo più ampio, come tessitore. Sembra insomma che non ci sia mai stata l’esigenza di dare un nome alle lavoratrici a maglia, fuori da magliaia, lo stesso significato generico dell’inglese, mi pare, solo che oggi lo importiamo con una restrizione del suo significato come fosse un tecnicismo che indica una cosa ben precisa. Dunque magliaia non va bene. E quando si sente l’esigenza di una parola nuova l’italiano storico si butta, non si recupera.
Se si proponesse la parola infilzatrice si risponderebbe che è ridicola, o troppo generica o poco appropriata; se si proponesse sferruzzatrice l’obiezione potrebbe essere: “Sferruzzare non può essere che con i ferri. Inoltre adottare lo stesso termine creerebbe confusione.” Uncinettatrici? Uncinettole? Inventare parole sembra che non appartenga più alla nostra cultura. Adattare meno che mai. E allora suvvia… Importiamo dall’inglese!

Ma perché? Mi chiedo. Perché l’italiano non può evolvere, estendere il significato del suo lessico in senso lato come è avvenuto per secoli, e perché sferruzzare non si può recuperare, così come navigare oggi non significa tecnicamente solo “andar per mari” ma anche consultare la Rete? Non mi pare che ciò porti alcuna confusione. Da dove nasce l’idiozia che sia necessaria una parola specifica per ogni cosa, quando la lingua è metafora e le parole hanno un significato che non si può slegare dal contesto?

Un’altra lettrice ha rivendicato tutta la differenza tra badante, una professione, e caregiver, l’assistente familiare che bada ai parenti in difficoltà ma non è una figura riconosciuta ufficialmente. Ma perché badante – lett. colui che bada, participio presente di badare – non può estendersi a indicare in senso più ampio anche queste persone? Che cosa c’è di male se dico che faccio da badante ai miei genitori anziani? Dove sta scritto che il campo semantico di badante è solo nel prendersi cura a pagamento?

Certo, nell’uso questa è l’accezione che si è imposta, ma l’uso si cambia e si amplia, la lingua evolve. Perché dovrebbe evolversi solo attraverso l’inglese? E così i caregiver vogliono il loro riconoscimento in inglese, e lo stesso avviene quando nascono i sindacati dei rider o dei pet sitter, in un contesto sociale dove a nessuno viene neppure in mente di trovare parole italiane; e questo li danneggia, perché poi non riescono a far arrivare a tutti le loro legittime richieste, tanto che Zaia – dunque un presidente di regione, non propriamente l’uomo della strada – in una recente uscita televisiva ha definito un caregiver come un autista dei disabili, dando un’interpretazione tutta sua della parola che collegava forse a car, cioè automobile.

Cosa accomuna tutti questi anglicismi?

Sotto il proliferare di ogni singolo anglicismo c’è una mentalità ormai radicata che ci fa considerare l’italiano solo nei suoi significati storici, mentre ciò che è nuovo si deve differenziare attraverso una nomenclatura in inglese. È la logica per cui oggi, se diciamo calcolatore, pensiamo agli apparecchi di una volta, perché quelli moderni si chiamano computer. Eppure in inglese sono ancora computer come quelli di una volta, così come in francese erano e sono ordinateur, e in spagnolo computador. Solo in italiano abbiamo sostituito la parola che usavamo, altrove le parole si evolvono, da noi usarle viene spesso considerato ridicolo.

C’è persino un commentatore che ha osservato che delivery non è come la consegna a domicilio, in quanto ti possono portare la pizza anche in ufficio, non solo dove hai il domicilio!
Ci rendiamo conto del livello che stiamo rasentando?

Perché avviene tutto questo?
La risposta è nel linguaggio delle ferrovie, della Cassazione, della regione Lombardia, della tv, dei giornali, della Rete, della tecnologia, delle merci globalizzate… Stiamo al passo con i tempi! Usiamo l’inglese e massacriamo l’italiano! Facciamolo morire. C’è addirittura chi ha fatto della massima “i termini non si traducono”, la sua (pessima) prassi di lavoro terminologico. Se una parola esiste già, bene, altrimenti la si importa in inglese. Se l’inglese è già in uso, poi, questo uso diventa sacro e insostituibile! L’italiano, in altre parole è morto! La possibilità di creare un neologismo, di adattare o di allargare vecchi di significati e di intervenire sull’uso – come avviene nelle banche dati terminologiche francesi e spagnole – non è nemmeno contemplata.

Davanti alla retorica ipocrita dell’uso “sovrano”, sacro e inviolabile, gli anglomani anglopuristi non raccontano che l’uso non è affatto qualcosa di “democratico” e popolare che che viene dal basso, dalle esigenze dei parlanti, come fanno credere. L’uso che si impone dal basso è di solito bollato come errore, e dunque scrivere “qual’è” con l’apostrofo, o usare “piuttosto che” con il significato di “oppure” invece di “anziché” sono condannati (aggiungo per chiarezza: giustamente!), benché largamente diffusi. Invece l’altro uso, quello dell’inglese imposto dall’alto, dai mezzi di informazione alle istituzioni, viene osannato come tecnico, necessario, internazionale e al passo con i tempi. In questo caso l’uso è sacro. Persino quando a far la lingua non sono più i nativi italiani, ma le multinazionali d’oltreoceano che si espandono e ci impongono le loro parole come follower, snippet, leasing, cheeseburger… Invece, quando si deve intervenire sull’uso per cambiare la storia e introdurre il linguaggio inclusivo, il politicamente corretto (entrambi importati dagli Usa) o la femminilizzazione delle cariche, ecco che educare a parlare nel giusto modo diventa non solo possibile, ma auspicabile e doveroso. Due pesi e due misure che remano in un’unica direzione: importare il pensiero unico che sempre più spesso si esprime in una sola lingua.

La newlingua orwelliana

E nei Paesi anglofoni cosa accade? Pensate che anche loro non traducano i termini stranieri?

Ho appena letto uno studio specialistico sulla traduzione in inglese dei termini giuridici del codice penale italiano e del diritto romano, e le scelte traduttive sono orientate alla lingua del ricevente, mica attente a non profanare la lingua di provenienza. Visto che per loro non esiste il concetto di “ergastolo” non è che lo importano in italiano, non essendo deficienti lo traducono letteralmente con life sentence. La Corte di Cassazione è un organo che non esiste negli ordinamenti di common law, dunque il “ricorso per cassazione” diventa “appeal to the Court of Cassation”, adattato: non dicono certo Cassazione! Ma fuori dalla terminologia, anche l’inglese comune è richissimo di parole estere che però ha fatto sue attraverso l’adattamento (come avviene normalmente nelle lingue sane) a cominciare da quelle italiane. Disegno è diventato design, schizzo sketch, maschera mascara, maneggio ha generato manager, novella novel… mentre noi oggi reimportiamo queste nostre parole con il restyling in inglese. Siamo ormai colonizzati linguisticamente, e il nostro servilismo è sempre più assurdo.

Tra i consigli d’autore sulla scrittura, George Orwell, nel saggio La neolingua della politica (1946), consigliava: “Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o la parola di un gergo speciale se si riesce a trovare un equivalente nella lingua quotidiana” (p. 65). Inoltre, scriveva: “Non c’è davvero bisogno delle centinaia di espressioni straniere ormai di uso comune in inglese” e addirittura tuonava contro le radici latine e greche (p. 37) che suonavano più solenni di quelle anglosassoni.

Gli anglomani, se amano così tanto l’inglese, dovrebbero fare come gli inglesi! Dovrebbero riflettere maggiormente sulla necessità di recuperare la propria lingua, invece di trasformare l’angloamericano nella newlingua che ricorda proprio quella del grande fratello di 1984.

Voglio concludere con una citazione di Orwell tratta dal bel libro appena uscito a cura di Massimo Birattari (La neolingua della politica, Garzanti, Milano 2021, p. 59, grassetto mio):

“…la decadenza della nostra lingua è forse curabile. Coloro che lo negano sosterrebbero, se mai volessero produrre un’argomentazione, che la lingua si limita a riflettere le condizioni sociali presenti, e che non possiamo influenzare il suo sviluppo armeggiando direttamente con parole e costruzioni. Dal punto di vista del tono generale e dello spirito di una lingua, questo potrebbe essere vero ma non lo è nei dettagli. Parole ed espressioni sciocche sono spesso scomparse, non per mezzo di un processo evolutivo ma grazie all’azione consapevole di una minoranza.”

Anche l’italiano di oggi riflette le condizioni sociali presenti. Non so se l’itanglese è curabile. Di sicuro è necessario combatterlo attraverso una battaglia culturale non rivolta contro i singoli anglicismi, ma contro la nostra anglomania, il nostro servilismo e il nostro senso di inferiorità. Non è questione di fare i puristi, come lo era Orwell che se la prendeva con i cattivi scrittori e anche con le brutte espressioni angloamericane. La questione riguarda l’ecologia linguistica, e cioè la sproporzione dell’inglese e il numero degli anglicismi che ha ormai superato ogni limite tollerabile dal buon senso e sta snaturando completamente la nostra lingua.

È necessario promuovere e difendere l’italiano non per principio, ma perché sta soccombendo.

Lo abbiamo chiesto l’anno scorso al presidente Mattarella e oggi lo chiediamo in modo più articolato in una proposta di legge per l’italiano (ringrazio le oltre 650 persone che la stanno appoggiando con le loro firme).

E poiché lo Stato non fa alcuna campagna contro l’abuso dell’inglese, come accade invece in Francia o in Spagna, non resta che provare a fare qualcosa attraverso l’azione consapevole di una minoranza.

Questi sono i video di una campagna fatta dai volontari del portale Italofonia. Una minoranza senza finanziamenti né riconoscimenti, ma che non si arrende.

Dal purismo all’ecologia linguistica

“Sotto tutti i cieli di tutte le epoche, nell’eterna lotta tra i puristi e gli altri – piaccia o no – vincono gli altri. Pensare di salvare una lingua costringendola alla cattività ministeriale, poi, è l’ultima cosa che potrebbe aiutarla.”

Con queste parole, Cino Vescovi ha risposto a un articolo di Davide Grittani (“I killer dell’italiano”) il quale, davanti all’eccesso di anglicismi che sfigura la nostra lingua storica, aveva invece proposto l’istituzione di un Ministero per la difesa della lingua. Il botta e risposta è avvenuto sulla rivista L’intellettuale dissidente.*

Non senza ragioni, Vescovi esprime enormi perplessità sulla capacità della nostra classe politica di salvaguardare l’italiano, visto l’uso che ne fanno proprio le istituzioni e certi ministri. Non gli si può dare torto, e infatti una proposta di legge in proposito dovrebbe passare per una “rifondazione cruschista” che potrebbe ritornare al suo storico ruolo lessicografico e maggiormente prescrittivo, e fare ciò che fanno le accademie di Francia e Spagna. Ma il purismo non c’entra proprio niente, con tutto questo, e sarebbe ora di spazzare via una serie di sciocchezze e di luoghi comuni che abbondano nelle penne dei tanti non-interventisti.

“L’unico modo per salvare una lingua è lasciarla libera di razzolare ovunque. Nei mercati, nei bordelli, nelle chiacchiere delle beghine e negli angiporti, come ha sempre fatto”, continua Vescovi. Dimentica però che la nostra è stata una lingua letteraria e che per secoli era il dialetto a scorrazzare nella vita quotidiana, almeno fino all’unificazione dell’italiano avvenuta nel secondo Novecento, nell’epoca della radio, del cinematografo e della televisione, ma anche dell’emigrazione che ha portato al contatto tra dialetti diversi, tra loro spesso incomprensibili, e della scolarizzazione. Rivangare la politica linguistica fascista della proibizione e sostituzione dei barbarismi agitandola come lo spauracchio, inutile, significa non avere chiaro cosa sta avvenendo oggi in Francia, in Spagna, in Islanda e in molti altri altri Paesi, dove i modelli sono di ben altro tipo. L’inglese rappresenta una minaccia per l’identità dell’italiano – e delle lingue di mezzo mondo – non per una manciata di “prestiti” che possono irritare un purista, ma per la quantità e la profondità di anglicismi che la stanno travolgendo e ne stanno creolizzando il lessico. L’evoluzione dell’italiano del Terzo millennio non è affatto legata a ciò che avviene nei mercati, dove la gente ripete lockdown, computer, cashback e il resto non per scelta, ma perché sono calati dall’alto senza alternative. Le chiacchiere degli angiporti hanno lasciato il posto alle chat del web dove l’itanglese impera perché il lessico e la terminologia sono sempre meno fatti da nativi italiani e sempre più dall’espansione delle multinazionali, e dove i modelli linguistici dei bloggatori e delle piattaforme sociali ricalcano il linguaggio dei mezzi di informazione che a loro volta parlano la lingua degli influencer, dei manager, del marketing, dei tecnici e dei politici colonizzati dall’inglese che riversano nel loro fragile italiano. Se fino all’Ottocento erano gli scrittori a fare la lingua, oggi i centri di irradiazione sono di altro livello, ahinoi, e sono fatti da chi ostenta l’inglese perché crede di essere moderno e si vergogna dell’italiano che spesso poco conosce.

L’idea della lingua che si difende da sé è fallita. Il liberismo linguistico ha senso quando esiste un equilibrio sano che possiede i propri anticorpi e si autoregola. Ma quando una lingua dominante sta esercitando la sua pressione globale ovunque, e quando l’unica strategia di evoluzione linguistica consiste nell’importare parole crude da una sola lingua, senza inventarne di proprie e senza adattarle, lo scenario non è quello dell’eterna lotta tra puristi e gli altri, né quello della lotta contro il barbaro dominio di epoca fascista, è invece quello della Resistenza.

Se i panda sono a rischio estinzione, non si può rispondere che le specie evolvono e si estinguono (è normale, è sempre avvenuto e sempre avverrà) in nome dell’evoluzionismo magari nelle sue estensioni aberranti del cosiddetto darwinismo sociale che con quello biologico ha poco a che a fare. Bisogna intervenire per salvaguardare la biodiversità, che come il multilinguismo è un valore e una ricchezza. Se le balene rischiano di scomparire dalla faccia della terra è perché l’equilibrio naturale è messo a rischio da uno sfruttamento sistematico e distruttivo da parte dell’uomo che si sta rivelando sempre meno sostenibile e sta distruggendo l’ambiente. Invece di dire che le balene si sono sempre difese da loro, è meglio intervenire e proteggerle, come si cerca di intervenire quando altre specie animali – dai topi alle zanzare tigre – si moltiplicano a dismisura sino a danneggiare l’ecosistema. La globalizzazione non sta distruggendo solo l’ambiente, ma anche le culture e le lingue locali.

Prima di parlare di purismo, di fascismo, di liberalismo linguistico e di panzane astratte, bisognerebbe fare il punto concreto sulla situazione.

Facciamo il punto

Ne ho già parlato fino allo sfinimento, ma mi ripeto. Dallo spoglio dei dizionari emerge che tra le parole che sono nate negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi crudi rappresentavano circa il 3,6%. Questo numero negli anni Sessanta è salito a quasi il 7%, negli anni Settanta ha superato il 9%, negli anni Ottanta il 16%, negli Novanta il 28% e oggi costituisce quasi il 50% delle parole del Nuovo millennio. È chiara la progressione esponenziale? È chiaro cosa sta avvenendo?

Il Devoto Oli del 1990 registrava circa 1.700 anglicismi non adattati, quello del 2020 ne annovera circa 4.000, il che significa che in 30 anni ne sono spuntati 2.300 di nuovi (una media di 76 all’anno e un aumento del 135,29%). E i numeri dello Zingarelli e di altri dizionari sono in linea con queste cifre.

Passando dalla presenza alla frequenza, tutti i dati mostrano che gli anglicismi sono usati sempre più spesso sui giornali, e hanno colonizzato il lessico di tanti ambiti della nostra lingua: l’informatica, la formazione, il lavoro, l’economia, la tecnologia, la scienza, persino la moda. Oltre ad avere conquistato i linguaggi di settore, la parte più esterna del nostro lessico, stanno penetrando sempre più nel quotidiano. Se nel 1990 le parole inglesi erano spesso tecnicismi, oggi ce ne sono circa 1.600/2.000 che appartengono al linguaggio comune, sono cioè parole che qualunque persona di media cultura dovrebbe conoscere – anche se non è detto che le usi attivamente – perché si incontrano quotidianamente fuori dal lessico specialistico e di settore. In questo penetrare nella lingua di tutti i giorni, stanno entrando persino nel lessico fondamentale, cioè lo zoccolo duro del nostro vocabolario.

Tutto ciò non è normale. La rapidità e la profondità con cui accogliamo le parole inglesi non ha precedenti nella nostra storia, e non è minimamente paragonabile a quanto è successo in passato con l’interferenza del francese, quando era questa la lingua che ci influenzava maggiormente e da cui attingevamo di più. L’inglese forma ormai una rete di radici che si intrecciano e stanno prendendo vita ricombinandosi anche in pseudoanglicismi che creiamo da soli, e si mescolano tra loro e con altre parole italiane in una trasformazione che non ha più niente a che vedere con l’italiano storico, e non si può che chiamare itanglese, una lingua ibridata fatta sempre più di “corpi estranei” rispetto ai nostri suoni, che violano le regole della nostra ortografia e della nostra pronuncia e le snaturano.

L’ecosistema linguistico si è spezzato. Sono i fatti, e c’è poco da negare.

Queste sono le conseguenze del liberismo linguistico italiano, conseguenze molto più gravi rispetto a quelle che si registrano in Paesi come la Francia e la Spagna dove i politici e le accademie operano con ben altre modalità. E allora cosa vogliamo fare? Proseguire in questo modo e considerare l’itanglese la modernità e il nostro futuro?

È una scelta, ma c’è anche chi – come me e tanti altri – si oppone e la combatte e non certo per purismo.

Il problema non sono gli anglicismi – questo deve essere chiaro – ma l’anglomania compulsiva che porta a introdurre solo e continuamente espressioni in inglese. Il punto, allora, non è quello di proibire gli anglicismi e di proporne la cattività, ma quello di creare le condizioni culturali per riappropriarci dell’italiano, della sua bellezza, del suo valore, e di difendere la nostra identità. Senza questa rivoluzione culturale, ogni battaglia è persa. Senza una promozione dell’italiano all’interno del nostro Paese e all’estero, visto che è una risorsa anche economica potenzialmente enorme, il rischio è che diventi un dialetto creolizzato su base lessicale inglese, mentre la lingua dell’istruzione, della scienza e del lavoro sarà l’inglese internazionale.

I panda siamo noi, non sono gli altri, e teorizzare il non-interventismo significa suicidarci linguisticamente e culturalmente.

Il nostro futuro dipende dalle scelte politiche. Se finalmente il governo ha preso coscienza della necessità di un Ministero per la transizione ecologica, bisogna lavorare per fare emergere chiaramente anche la necessità di un Ministero per la transizione all’ecologia linguistica.

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* Ringrazio Carla Crivello per la segnalazione degli articoli sull’Intellettuale dissidente.

Gli anglicismi non sono prestiti, ma trapianti!

Il 26 settembre del 1959, in un articolo su France-Soir (Maurice Rat, “Potins de la grammaire”) ha fatto la sua comparsa la parola franglais, formata dalla contrazione di français e anglais. Cinque anni dopo, è diventata il titolo di un celebre libro di René Étiemble, Parlez-vous franglais? (Gallimard, 1964) che denunciava esplicitamente la penetrazione delle parole inglesi nella lingua francese.

I nostri dirimpettai hanno sempre avuto a cuore la propria lingua e De Gaulle, già alla fine dalla Seconda guerra mondiale e dopo lo sbarco in Normandia, si era opposto a ogni tentativo di trasformare il suo Paese in una sorta di provincia sotto il controllo degli Usa, non solo politicamente, ma anche dal punto di vista culturale e linguistico. La contaminazione lessicale dell’inglese, che a quei tempi si poteva appena intravedere, non riguardava solo la Francia, era destinata a diventare un fenomeno mondiale.

Sul modello del franglese oggi parliamo di itanglese, ma circolano anche varie altre espressioni (itangliano, italiaricano, italiese…) tra cui itanglish, un costrutto volutamente ibrido che esprime il non essere più italiano, e a sua volta si riallaccia alle infinite neoconiazioni che sono spuntate in tutto il mondo, perché ovunque è nata l’esigenza di trovare il nome della “cosa”. In Francia circola anche il franricain, in Spagna tutto ciò si chiama spanglish (anche se l’origine della parola inizialmente indicava la contaminazione dell’inglese da parte dello spagnolo, e non viceversa), nel rumeno si parla del romglese, e fuori dalle lingue romanze in Germania c’è il Denglish (alla tedesca Denglisch), in Asia c’è l’hinglish per l’hindi, il konglish per il coreano, il tinglish per il thai, il japish o l’englanese per il giapponese (di cui ho già detto) e ci sono altri esempi ancora citati da Tullio De Mauro che ha definito tutto ciò uno “tsunami anglicus”.

Recentemente si è cominciato a parlare anche del runglish della Russia post-comunista, che prima non era stata toccata dal problema (cfr. “La panspermia del globalese”), mentre in un articolo su The Guardian (Helena Smith, “The Greeks had a word for it … until now, as language is deluged by English terms”, 31/01/202) il linguista Georgios Babiniotis (Γεώργιος Μπαμπινιώτης), ex ministro dell’Istruzione, ha denunciato l’enorme “focolaio di Greenglish” in gran parte correlato al Covid. La pandemia è un fenomeno globale, e ha indotto a usare un linguaggio globale in inglese che ha portato anche in Grecia il lockdown e una serie di altri anglicismi, in un’esplosione anglomane che ho denunciato anche a proposito dell’italiano (cfr. Treccani).

In sintesi, anche se siamo uno dei Paesi più anglicizzati rispetto agli altri, il fenomeno del globish-globalese che contamina ogni idioma, e rischia di snaturare l’identità linguistica locale, è mondiale. Continuare a parlare in modo astratto di “prestiti” come si legge nei manuali di linguistica, suona ogni giorno più ridicolo, perché queste categorie tutte teoriche non sono in grado di rendere conto dell’attuale interferenza dell’inglese. Come mai l’intera umanità ha cominciato improvvisamente a prendere in prestito solo dall’angloamericano?
Meno superficialmente, sarebbe ora di cominciare a chiamare le cose con il loro nome. L’anglicizzazione non ha a che fare con i “prestiti” ma con i trapianti lessicali che sono il frutto di una forte pressione esterna. L’economia e la cultura a stelle e strisce che si espandono con la globalizzazione del pensiero e delle merci impongono i propri concetti, le proprie parole e la propria lingua. In questa dittatura dell’inglese le lingue locali sono sempre meno caratterizzate dal “prendere in prestito” qualche parola, per loro volontà, e sempre più invase e schiacciate da una terminologia che non è più fatta dai nativi, è invece imposta dall’esterno e subita. Il lessico di questa neolingua orwelliana si esporta con la pubblicità, con la tecnologia, l’economia, la cultura, la scienza…

Parole come leasing o franchising si propagano in tutto il mondo intoccabili perché “le case madri delle multinazionali trasmettono alle società figlie operanti nei sei continenti le condizioni generali predisposte per i contratti da concludere, accompagnate da una tassativa raccomandazione, che i testi contrattuali ricevano una pura e semplice trasposizione linguistica, senza alcun adattamento, neppure concettuale, ai diritti nazionali dei singoli Stati; ciò che potrebbe compromettere la loro uniformità internazionale” (Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153).
E come ha osservato Alessandro Gilioli (“Anglicismi nel linguaggio giuridico italiano: il caso leasing”, Italogramma, vol. 7, 2014, p. 3) lo stesso processo di propagazione si può rintracciare nella diffusione di “factoring, joint venture, marketing, licensing, trust, performance bond, know-how, incoterms, merchandising, common law, civil law, buyer, competitor, consumer, delivery, welfare state, authority, devolution, spending review”, ma si potrebbero aggiungere tantissimi altri “internazionalismi forzati” come antitrust o dumping… Accanto a questi trapianti c’è tutta la terminologia del lavoro che spinge, a cominciare dalle mansioni contrattuali di un’azienda come McDonald’s che nelle sue succursali esporta figure come quelle dei crew (ma anche dei crew-delivery o dei crew-trainer) o dei guest experience leader e swing assistant (anche detti training manager), per finire con i ruoli e il linguaggio di altre multinazionali, dalle cosiddette big pharma a quelle dell’informatica. Quando la Microsoft introduce i download nelle sue interfacce, Twitter i follower, Facebook la timeline, Google gli snippet e centinaia e centinaia di simili esempi, sono le multinazionali d’oltreoceano a imporre a tutti la propria terminologia, e la lingua non è più fatta dai nativi. Al massimo i nativi al soldo di queste imprese ratificano questi trapianti bollandoli come opportuni o “necessari” perché non vogliono tradurli, e spesso ne sono incapaci. In questo modo favoriscono l’occupazione dall’esterno, e c’è persino chi fa di questa prassi una massima di cui andar fiero, “i termini non si traducono”, come fosse un precetto: se ci sono già equivalenti forse si possono anche usare, altrimenti guai a creare nuove parole, si introduca la neolingua superiore: l’inglese! Una scelta deleteria per la nostra lingua, che impedisce di creare neologismi italiani e ci intasa con una creolizzazione lessicale e terminologica da Paese delle banane, con il risultato che gli anglicismi del sistema operativo di iPhone in italiano sono 10 volte superiori a quelli delle versioni in francese o spagnolo, dove la “necessità” di non tradurre il più delle volte non esiste affatto. Siamo un Paese linguisticamente occupato dove queste nuove parole che importiamo dall’esterno sono certificate da nativi colonizzati e collaborazionisti. Altro che prestiti!

Mentre all’estero si registrano delle resistenze, mentre le accademie linguistiche di Francia e Spagna producono alternative e arginano l’invasione, mentre la maggior parte degli altri Paesi mette in atto politiche linguistiche e misure per la tutela e la promozione della propria lingua, noi no. Noi agevoliamo dall’interno questo suicidio lessicale – specchio di un suicidio culturale e sociale – con anglicismi che in Francia e in Spagna non penetrano (lockdown) e con i nostri pseudoanglicismi personali (smart working), perché i trapianti imposti da fuori non ci bastano. Nella nostra follia di sentirci moderni e internazionali usiamo in modo compulsivo non l’americano, ma il “mericoniano” (da: Nando Mericoni, il personaggio interpretato da Alberto Sordi in Un Americano a Roma).

Le conseguenze dell’operato delle multinazionali sull’ecologia sono ormai evidenti a tutti. E il governo Draghi ha introdotto il ministro per la transizione ecologica. Purtroppo in Italia nessuno si occupa dell’ecologia linguistica e della distruzione del nostro sistema linguistico e culturale. Anzi, i nostri politici sono i primi a a distruggerlo, dal ministro della cultura Dario Franceschini che annuncia il progetto ItsArt e riduce le celebrazioni dantesche alla retorica che rischia di fatto di relegare l’italiano in un museo, al cashback di Stato di Conte, al navigator di Di Maio, al Jobs Act di Renzi…

Non c’è bisogno di avere alcun ministro per la transizione all’itanglese, insomma, questo processo è già perseguito spontaneamente dall’intera nostra classe dirigente.
Sarebbe invece ora di varare una legge perché il nostro Paese tuteli e promuova la nostra lingua, invece di distruggerla.

Oltre il “prestito”: smart workers, pet economy e l’itanglese del lavoro

Nel 2020 l’espressione smart workinggià esistente e in uso da qualche anno come fosse un tecnicismo – è diventata comune e sempre più utilizzata. Ha fatto il salto, è uscita dal suo ambito d’uso per penetrare nella lingua comune, seguendo lo stesso percorso di migliaia di altri anglicismi che si stanno stratificando nell’italiano.


Smart working non è né un prestito né un internazionalismo, visto che lo usiamo solo noi e che negli Stati Uniti si parla di home working. È dunque un “trapianto” di radici inglesi che abbiamo accostato da soli riutilizzando parole che circolano sempre più frequentemente e che sono entrate così nella disponibilità di tutti i parlanti. Ho già ricostruito la storia di “smart” che più che essere un “prestito” è una radice prolifica che si ricombina in ogni modo generando una nuvola di anglicismi, pseudoanglicismi e ibridazioni che ricorda i meccanismi linguistici dei Barbapapà e dei barbatrucchi. Work non è da meno, e nel 2021 si stanno moltiplicando le occorrenze degli “smart workers”, che compaiono con la “s” del plurale, in una tendenza che viola le regole dell’italiano per cui i forestierismi sarebbero invariabili, e che mi pare si stia consolidando in vari altri casi.

Dal Corriere.it del 16/2/21

Se l’attività lavorativa diventa work, la conseguenza è che i lavoratori diventano worker(s), come ci sono i blogger, e non i bloggatori, i promoter e non i promotori, e centinaia di altri esempi del genere. Qui il “prestito” non riguarda più i singoli vocaboli ma coinvolge un’intera categoria di nomi che passano dalle desinenze italiane a quelle in inglese in “er” in modo sempre più normale.

Cercare di spiegare questo tipo di inferenza attraverso la categoria del “prestito”, come continuano a fare i linguisti, significa non comprendere cosa sta accadendo in ormai troppi ambiti, dove l’inglese è qualcosa di ben più ampio, profondo e diverso. Il linguaggio del lavoro, per esempio, è ormai itanglese allo stato puro, e non abbiamo più a che fare con singole parole importate, ma con una rete lessicale di anglicismi interconnessi che ha preso vita.

L’altro giorno leggevo del Bozzato Hub coworking di Cesano Boscone, con le sue postazioni ufficio open space per start-up e professionisti, che è diventato un punto di riferimento per tanti freelance e smart workers. Poi sono passato a un articolo intitolato “Il futuro di freelancer e smart workers secondo il manager Roberto D’Incau”, un imprenditore che ha un passato da executive con esperienze di headhunter e coach. Nel pezzo dispensa consigli su come avere un time management efficace o come coltivare il proprio network relazionale, che è un’importante occasione di new business development dove è necessario lavorare anche di notte – e il rischio di burnout è sempre in agguato – perché là dove c’è la business community di riferimento è fondamentale inserirsi all’interno di un folto network di professionisti. Alla domanda: “Come potrebbe evolversi lo smart working?” la risposta è: “Secondo me, diventerà un must nelle nostre vite. Magari non al 100% come durante il lockdown…”
Di esempi di questo tipo se ne potrebbero fare milioni. La lingua del settore è questa. Nessuna illusione ottica, c’è poco da negare.

La cosa che più inquieta è che questo modo di parlare non è solo un vezzo “marginale” confinato nel suo ambito, si istituzionalizza, e dunque nasce ufficialmente il primo sindacato degli smart workers che è stato chiamato “Smart but strong” (cfr. “Smart but strong, anche in Italia nasce il sindacato degli smart workers”) e che è “partito da un gruppo di impiegati milanesi che nel 2020 hanno sperimentato l’home working come strategia aziendale per far fronte all’avanzare del Covid-19.”

Le parole veicolano concetti, e nella nostra follia di importare concetti solo dalla cultura angloamericana, ecco che il più delle volte si adottano in modo crudo, oppure si reinventano in inglese anche quando sono il frutto del modo di pensare italiano (forse dovrei dire l’italian thinking?) come nell’invenzione del South working scaturita dalla geniale visione (NdA = vision per chi non mastica l’italiano storico) di una ventisettenne palermitana.

Questi concetti si innestano ai vertici della gerarchia lessicale, il che significa che non si tratta di “prestiti” innocenti, paragonabili alle altre parole: diventano le nuove categorie per interpretare la realtà, da cui consegue che il settore alimentare diventa quello del food contrapposto al non-food, mentre l’economia diventa economy nella sua strutturazione fatta di new economy, sharing economy, gig economy o green economy, dove a sua volta green prende il posto di verde o di ecologico in una moltitudine di altre espressioni. Questa gerarchia porta poi al fatto che ormai un gran numero di manifestazioni, o nomi di prodotti e società, sono espressi da titoli-concetti in inglese anche quando sono italiani (cfr. “Bookcity e la gerarchia degli anglicismi”).

Il sindacato “Smart but Strong” degli smart/home-workers non è un’eccezione o una bizzarria, è la conseguenza sempre più ampia di questa americanizzazione culturale, prima che linguistica, che ha molti altri precedenti, dall’introduzione della figura del train manager al posto del capotreno nei contratti e nella comunicazione di Italo a quella nuova e senza alternative dei navigator, o dai diritti dei riders all’associazione dei pet sitter che si batte per il riconoscimento di un albo per queste nuove figure professionali dove a nessuno viene in mente di porsi il problema di come chiamarle in italiano. C’è solo l’inglese. Punto.

L’altro problema, per l’italiano, è la prolificità di questi anglicismi che non sono affatto “prestiti” ma si allargano pericolosamente nella creazione di una lingua ibrida sempre più ampia. Se c’è il pet sitter c’è anche il pet sitting (“ing” è un’altra desinenza che diventa la regola, dal working al blogging o al cooking e così via), e in un sito specialistico si disserta come fosse normale di family pet sitting, pet economy, pet host, pet travel, in una cornice dove sempre più spesso i proprietari degli animali son detti “tecnicamente” pet owners e si parla ormai di pet food che è diventato il nome di un nuovo settore industriale e pubblicitario che si ritrova nelle insegne dei negozi o nei reparti dei supermercati.

Tutto ha avuto inizio con la figura del dog sitter, importata dagli Usa una decina di anni fa, cui è seguita quella del cat sitter e poi del pet sitter, e siamo tornati alla logica dei Barbapapà, o della bat-mobile e della bat-caverna, che si è inserita sull’antica “maledizione della baby sitter”, dove a proliferare era baby, prima che lo diventasse anche sitter.

Non importa se questi fenomeni derivino dallo scopiazzare lavoretti (detti anche mini-job) come quelli di portar in giro i cani della borghesia dei quartieri di Beverly Hills o dall’importare la più elevata strategia dell’home working dalla Silicon Valley, il punto è che non siamo più di fronte ai singoli prestiti, ma a un ben più generale trapianto culturale in cui la lingua che utilizziamo si contamina con modalità diverse e cento volte più profonde.


Parole come home, smart, work… non sono prestiti linguistici, sono semmai “prestiti concettuali” che fanno la lingua e la ridisegnano in un modo più ampio, e non solo quella del lavoro ma anche della scuola e dell’alta formazione, visto che queste realtà sono sempre più intrecciate.
Per averne un’idea basta leggere un articolo come questo che riporta i trend e “risultati della ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno online Stay at home, stay in a Smart Home: la casa intelligente alla prova del Covid.”

Il titolo è in inglese e l’italiano è affiancato subito dopo con uno schema di classificazione concettuale ben preciso che rappresenta la nuova tassonomia dell’itanglese aziendale: concetto in inglese, e italiano di supporto. Internet delle cose è inglese, come il nome della scuola di un Politecnico che vuole insegnare in inglese prima che in italiano. In attesa della sostituzione della nostra lingua con questo inglese globale si procede con la sostituzione dei concetti chiave, e le scuole di formazione educano le nuove generazioni a questo modello proprio avvalendosi di professori che sono sempre più professionisti. Basta scorrere l’elenco dei docenti di una scuola come l’Accademia di comunicazione di Milano per vedere come si definiscono: sono quasi tutti Founder e Co-Founder, Ceo, Graphic Designer, manager, specialist e director di qualcosa in inglese, mentre le figure come quelle di docente, giornalista, illustratore, direttore sono ormai una minoranza forse in via di estinzione. E il linguaggio in cui queste persone si esprimono, insegnano e formano è l’itanglese.

Per interpretare nel modo corretto questo fenomeno è ora di buttare via l’antica e ingenua categoria del “prestito” – e insieme a essa sarebbe forse il caso di buttare via parecchi libri di linguistica – e cambiare sistema di riferimento, se non si vogliono misurare le dimensioni di un’onda anomala con un righello. Non ci vuole un genio per capirlo, basta studiare quello che succede invece di perseguire nella teoria linguistica dello struzzo che infila la testa sotto terra.

Itanglese e Posteitaliane

Irene, una lettrice che si è iscritta a questo sito, mi ha segnalato che la procedura prevede alcuni passaggi dal linguaggio pieno zeppo di anglicismi, per esempio:

“Per completare l’attivazione del tuo account, vai al seguente link e fai click sul pulsante Attiva. Il tuo account è stato attivato con successo! Ora puoi effettuare il login con l’username e la password inseriti in fase di registrazione.”

Naturalmente questi messaggi di sistema sono quelli di WordPress, e non sono affatto capace di personalizzarli, ho già fatto fatica a modificare la gabbia (chiamata il template di un blog pieno di anglo-tecnicismi come admin, pingback, plugin, widget…) sostituendo “Home” con “Pagina iniziale, “About” con “Chi sono” e via dicendo.

Questo è il linguaggio che le piattaforme sociali ci propinano quotidianamente, e che hanno fatto entrare nell’uso fino a renderlo normale. Anche chi vorrebbe evitarlo, come me, non lo può fare, con il risultato di diffonderlo e di rafforzarlo. Tutto ciò avviene grazie alla complicità di “traduttori” e “localizzatori” che non si sognano di toccare questa terminologia, anzi, spesso la preferiscono e la sbandierano come “necessaria” o “opportuna”, non di rado con una certa cialtroneria. A questi “professionisti” dell’itanglese che proclamano le parole inglesi “tecnicismi” necessari poco importa della propria lingua, al contrario dei loro colleghi francesi o spagnoli dove c’è una certa attenzione nella traduzione dei termini. Il punto è che l’anglomania degli addetti ai lavori non è un vezzo innocente, queste persone sono responsabili dello sputtanam… del depauperamento lessicale dell’italiano, perché queste mancate traduzioni diventano l’unica possibilità di esprimerci: la gente non può che ripetere queste parole e questo linguaggio.

La comunicazione è in mano ormai a questo tipo di persone, uscite da scuole di formazione che usano questo linguaggio e formano le nuove figure professionali che non sanno più parlare in italiano. E non vale solo per l’informatica.

Una rinomata traduttrice di narrativa, poesia e saggistica, Anna Ravano, mi ha inviato una foto molto significativa scattata in un’Esselunga di Milano.

“Zenzero” è stato aggiunto tra parentesi per mettere in primo piano e diffondere l’inglese, forse con la stessa logica del passaggio dalle lire all’euro: in un primo tempo si riportano entrambe le possibilità e quando la gente si è abituata si può finalmente passare alla neolingua.

È in questo modo che la nostra mente viene colonizzata e portata sulla via dell’italiano 2.0 del presente e del futuro. La pressione non è solo esterna, non arriva solo dalle piattaforme sociali delle multinazionali a stelle e strisce che esportano i loro nomi e concetti, ma anche dall’interno, dalle società del nostro Paese.

Basta analizzare il sito delle Poste per renderci conto che la lingua è ormai questa.

Poste italiane?

Luis Mostallino – un altro lettore che in passato aveva fatto un confronto tra gli anglicismi del sistema operativo di Iphone nella versione italiana, francese e spagnola – si è preso la briga di segnarsi tutti gli anglicismi che ha trovato sul sito di Posteitaliane (ma se si facesse lo stesso lavoro su quello delle Ferrovie dello Stato le cose non sarebbero molto diverse).
Di seguito li riporto in ordine alfabetico; l’unico problema è che qualche parola sarà di sicuro sfuggita, dunque non si tratta di un elenco proprio completo, abbiate pazienza.

A
account
acquiring
alert
all inclusive
app
air cargo

B
box
bug fix
business

C
call center
capital gain
card
cashback
cashless
cash international
chat
check-up
connect back
contactless
crono reverse
crono economy

D
data protection officer
deliver
delivery business express
delivery express
delivery Globe
delivery international
delivery Europe
digital
direct marketing
diversity & inclusion
download

E
e-commerce
e-procurement
e-shopper
evolution
express

F
family
fuel charge
full

G
gallery
la nostra “Governance”

H
hobby
know-how

I J K

L
leader
leadership
link
live
locker

M
merchant
MyPoste
multicurrency

N
network center
news

O
OK
online
open banking

P
packaging
password
Payment Services Directive
paperless
partner
People Care e Diversity Management
pick up
players
policy
PosteDelivey
Poste Delivery Box (versione express e standard)
PosteMobile
postenews
Postepay Sound
privacy

Q
QR code

R
rating

S
shopping
set
smart
smartphone
software firma OK
stakeholder
standard
start
surcharge

T
tablet
ticket
top
tarcking
tutorial

U
under 35
user

V
voucher

W
web
webmail
welfare

X


Y
yellow box

Z

Pensate anche voi quello che penso io?
E allora non resta che inondare il sito di Posteitaliane con la nostra protesta! È una vergogna! Passi la lettera X, notoriamente poco usata per le iniziali delle parole inglesi, ma il fatto che le lettere I, J, K e Z siano vuote è davvero imbarazzante! Possibile? Possibile che ai geni della comunicazione postale non siano venute in mente parole di uso comune come – che ne so – Image al posto di immagine, o Job, Kit, Zoom…? Sono parole ormai entrate nel dizionario di base della nostra lingua! Queste lacune sono uno sfregio per l’itanglese! Dunque non resta che scrivere e suggerire qualche inglesismo per colmare queste lacune!

Come dite? Non è quello che avevate pensato?

E allora siete vittime di un’illusione ottica, per citare le parole di un grande linguista. È un po’ come la temperatura percepita, che non è mica quella reale! E quando il termometro segna solo 30 gradi, se avete un collasso per il caldo percepito e per l’umidità, siete decisamente fuori luogo!

Ripenso all’elenco degli anglicismi di uno dei primi importanti studi del 1972 (Ivan Klajn, Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze) e alle parole di Arrigo Castellani che nel 1987 scriveva:

“Prendiamo a titolo d’esperimento, le voci dell’elenco del Klajn che cominciano per b (non ce ne sono che cominciano per a, tranne il già raro e oggi svanito affatto all right).”

Da allora la lettera A di anglicismo si è molto arricchita, e da una voce siamo arrivati a 100, come si può vedere sul dizionario AAA che non è poi così diverso, come numero di lemmi, da quanto riportano dizionari come il Devoto Oli o lo Zingarelli. Ma nonostante gli A-nglicismi siano centuplicati, sono ancora pochi, e infatti il sito di Posteitaliane ne contiene qualcuno che non è ancora stato annoverato.
Se questo è italiano…

Concludo con qualche illusione ottica:

Lessico e bufale (la faccia triste dell’America)

A proposito dell’interferenza dell’inglese sull’italiano, tra i linguisti circola una convinzione piuttosto diffusa: non è poi così pericolosa perché riguarda solo il lessico, e cioè il vocabolario e i vocaboli, ma non intacca la grammatica e la sintassi, cioè le regole della combinazione delle parole e delle frasi (es.: “L’italiano resta al sicuro, ben saldo: anche perché i prestiti dall’inglese restano circoscritti nell’ambito del lessico e non intaccano in alcun modo le strutture sintattiche e grammaticali”, Giuseppe Antonelli, L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino, 2016, p. 214).

A dire il vero non c’è un grande accordo sulla definizione di grammatica, ma non mi appassionano troppo le beghe tra linguisti in proposito*, e venendo al sodo considero le regole di scrittura (ortografia) e di pronuncia (fonologia, che in senso lato era detta un tempo anche fonetica) una parte della grammatica. Si può anche dissentire da questa semplificazione e da queste classificazioni, ma non è importante. Quello che conta, per intenderci, è che se scriviamo “boom economico” violiamo le regole della nostra ortografia e pronuncia – visto che il suono “u” è rappresentato da “oo” – mentre se scriviamo che il cannone fa “bum” rimaniamo all’interno delle norme dell’italiano. Poiché gli anglicismi violano queste regole nella maggior parte dei casi, diventano dunque “corpi estranei” (per citare il Morbus Anglicus di Arrigo Castellani).

È vero che l’interferenza dell’inglese non intacca – o lo fa in modo poco significativo – la struttura della nostra lingua e riguarda il lessico, ma quest’ultimo mi pare che venga sottovalutato in certe conclusioni dei linguisti. Se il lessico è la parte più esterna della lingua, e la più soggetta ai cambiamenti, va detto che quando una scottatura lieve e poco profonda riguarda un’ampia superficie del corpo diventa una patologia grave, e può essere più pericolosa di un’ustione assai profonda che però ha un’estensione molto limitata.

In un articolo di linguistica intitolato “Chi ha paura dell’inglese?” si può addirittura leggere: “Giudicare una lingua osservando il lessico senza considerare la sua articolazione interna è come giudicare una persona dal colore dei capelli!” Questa affermazione che si serve di una metafora per creare una rappresentazione delle realtà minimizzatrice può essere facilmente messa al vaglio con un esperimento che mi pare piuttosto efficace.

Facciamo un confronto tra questi due brani:

Il lonfo
dalla Gnosi delle fanfole di Fosco Maraini
La Divina Comedy
di Dante Alighieri
Il lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta.

È frusco il lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.

Eppure il vecchio lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi, in segno di sberdazzi
gli affarfaresti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.
Nel mezzo degli step di nostra vita
mi ritrovai in location oscura,
che la best practice si era smarrita.


Ahi a dirne about è cosa dura
on the road selvaggio sì hard e forte
che nel mio inside rinova la paura!


Tant’è strong che il benchmark è la morte;
ma per il tracking del good ch’i’ vi trovai,
dirò delle altre news ch’i v’ho scorte.

Traduzione in itanglese
di Antonio Zoppetti

La domanda che propongo a tutti è: quale dei due testi è più italiano?

Il primo è un delizioso esperimento di metalinguaggio tutto giocato su un lessico inventato, è un grammelot italofono fatto di parole che non esistono ma sono in grado di evocare, ed è perfettamente costruito su suoni italiani. Non è italiano, perché a parte gli articoli, le congiunzioni e poco altro, il suo lessico è di fantasia.

Se Dante avesse udito una frase come: “La rivoltella è accanto alla bottiglia, di fianco al telefono”, non avrebbe capito nulla – visto che rivoltella, bottiglia e telefono non esistevano nel Trecento – eppure avrebbe avuto l’impressione di trovarsi di fronte a un costrutto italiano come quello di Fosco Maraini. Se invece avesse letto il secondo testo si sarebbe smarrito, oltre che irritato, perché non avrebbe riconosciuto la lingua del “bel paese là dove ‘l sì suona”, supponendo che avesse potuto pronunciare gli anglicismi in inglese.

La mia risposta (ma chi dissente può dire la sua) è che il primo esempio può definirsi italiano, il secondo no, o lo è solo in parte, dato che è una lingua ibrida, anche se la sintassi e la grammatica intesa come la combinazione delle parole sono rispettate in entrambi i casi.

Mi pare che l’importanza del lessico a questo punto sia più chiara.

Il fatto è che l’italiano del futuro, e anche del presente in sempre più ambiti, non pare affatto seguire il primo modello, ma il secondo, dove la grammatica, intesa come le regole dell’ortografia e della pronuncia, è saltata. E questa non è affatto un’evoluzione “normale” come si sente dire troppo spesso senza citare esempi storici che del resto non esistono. La normalità sarebbe invece nell’avere parole nuove formate come nell’esempio di Fosco Maraiani.

Il numero degli anglicismi è ormai tale che non si può parlare di una tintura dei capelli o di una parrucca, ma di una plastica facciale dove tra naso rifatto, labbroni pompati, zigomi imbottiti, occhi mandorlati e pelle tirata, una persona può cambiare i propri connotati per assomigliare al modello incarnato da una bambola gonfiabile di ultima generazione. Non sottovalutiamo l’importanza del lessico. L’identità dell’italiano sta subendo una trasformazione inaudita. E non solo in ambiti di settore come l’informatica, ma anche nel linguaggio giornalistico, politico, e quello comune. E questo avviene semplicemente attraverso il lessico, e più esattamente una sua parte piuttosto importante, visto che il 90% degli anglicismi sono sostantivi o locuzioni con valore nominale (in maniera minore gli altri sono quasi tutti aggettivi) cioè i nomi che ci servono per designare le cose! E poiché la metà delle parole nate nel Nuovo millennio è in inglese, quando parliamo di ciò che riguarda la modernità non possiamo fare a meno di ricorrere all’itanglese, e in sempre più ambiti l’italiano è mutilato: non possiede più le proprie parole per indicare la modernità, persino quella quotidiana come il mouse, il computer, fare shopping o zapping, chiamare una baby sitter, indossare i boxer, suonare il clacson, studiare il marketing, mangiare un hamburger, prendere un pullman, farsi uno shampoo, mettersi il deodorate spray, tutelare la nostra privacy, fermarci allo stop, e risentire tutti di un certo stress da lockdown.

Se questo è italiano… Invece di rassicurarvi con la favola che in un articolo di giornale gli anglicismi sono “solo” il 2 o massimo il 3% delle parole – ma analizzando queste statistiche truccate le cose sono molto più gravi – provate a fare l’esperimento opposto. Provate a trovare un articolo di giornale che non contenga nemmeno un anglicismo. È un po’ come cercare un quadrifoglio.

Buona fortuna.

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Suggestioni musicali:
Lessico e bufaleee
La faccia triste dell’Americaa…
Che voglia di piangere ho!

(Variazione sul tema della canzone di Jannacci che, per la cronaca, non si pronuncia ancora “Giannacci”!)

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* Nota: “La ripartizione tradizionale della grammatica in fonetica, morfologia e sintassi è rifiutata da alcune scuole linguistiche contemporanee, che vorrebbero o inserire lo studio dei problemi morfologici nel quadro della sintassi e della lessicologia, o, al contr., comprendere nella morfologia anche lo studio dei rapporti sintattici e della semantica delle parole.” Fonte: Vocabolario Treccani.

I nemici (anglomani) dell’italiano

Ha dell’incredibile l’articolo di Antonio Gurrado pubblicato su Il Foglio il 14 gennaio scorso: “Usare l’inglese è il miglior contrappeso all’italiano astratto delle università”. È l’espressione di una mentalità che si sta facendo strada in modo sempre più largo, quella che considera l’inglese una lingua superiore espressa da una cultura dominante che si sta imponendo sul piano internazionale. E così lo si vuole diffondere a scapito di un italiano sempre più svilito.

Gurrado interviene nel dibattito sui Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) aperto dal presidente della Crusca Claudio Marazzini che di recente ha provato di nuovo a chiedere che si possano presentare anche in italiano. Ma il ministro dell’Università Gaetano Manfredi non è d’accordo.
Paolo Di Stefano, dalle pagine del Corriere, ha ripreso il tema ricordando i rischi dell’abbandono della ricerca in italiano e l’importanza del plurilinguismo, proprio mentre una rivista di prestigio come Nature ha annunciato un’edizione in lingua italiana.

L’articolo del Foglio riprende il pezzo di Di Stefano per esprimere invece in modo molto esplicito la supremazia dell’inglese sull’italiano, come se la prima fosse una lingua che possiede in sé un valore intellettualmente superiore. L’italiano ne esce come la lingua tipica del vago e dei giri di parole, in cui è possibile dire un po’ tutto e il contrario di tutto, specialmente nell’ambito umanistico, perché consentirebbe una certa cialtroneria in voga nell’università e nei progetti di ricerca del nostro Paese. Tutto ciò non potrebbe succedere usando l’inglese, naturalmente. Questo idioma di ben altra statura non lo consente, è un “setaccio”, una specie di depuratore del parlare a vanvera, che filtra ogni vaniloquio e lascia solo ciò che è sensato.

Presentare i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale solo in lingua inglese, certo, può portare a “l’annientamento del plurilinguismo, la riduzione dell’italiano a dialetto e l’estinzione del linguaggio scientifico nostrano”, come riconosce l’autore, ma che importa? Se la legislazione italiana si traducesse integralmente in inglese tutto sarebbe meno oscuro, a quanto pare.
Il consiglio per sbarazzarsi dell’ambiguità e delle contraddizioni della lingua italiana è dunque molto semplice: provate a tradurre in inglese “l’articolo 1 della Costituzione. Vedrete che, dopo aver vanamente girato le parole fra le mani, deciderete di far cadere quelle che esprimono concetti oscuri o astrusi (‘a democratic republic based on work’) accorgendovi che, alla fine, sono superflue”.

Questo bel ragionamento non è un pezzo comico di Crozza, è quello che uscito dalla testa di un intellettuale che parla seriamente. Davanti all’angicizzazione dell’articolo 1 della nostra Costituzione ho visto finalmente la luce, e ho compreso tutte le sciocchezze sostenute da tanti, vaghe come la lingua in cui sono state proferite. Per esempio quelle di Francesco Sabatini a proposito dell’identità che esiste tra la lingua italiana e la Costituzione, o quelle di Federigo Bambi che esaltano la chiarezza e la comprensibilità delle norme costituzionali, anche per le persone non necessariamente istruite. O ancora le analisi sulla precisione delle parole della Costituzione di Michele Cortelazzo, che a sua volta riprendeva ciò che aveva espresso Tullio De Mauro…

Anche l’immunologa Maria Luisa Villa, corrispondente della Crusca che da anni si batte per la scienza in italiano, ha preso posizione e ha scritto a Il Foglio in difesa della nostra lingua (abbiamo reso pubblica la sua lettera su Italofonia).

Ripenso a Galileo, a proposito di scienza, che per la prima volta (a parte qualche precedente come quello del matematico Tartaglia) ha deciso di abbandonare il latino – che al contrario dell’inglese era lingua neutra e non quella madre dei popoli dominanti – e usare l’italiano per scrivere il Saggiatore e il Dialogo sopra i due massimi sistemi. È oggi considerato il fondatore del metodo scientifico, e allo stesso tempo ha dato vita a un linguaggio scientifico in italiano che non solo è rimasto nella storia per la sua chiarezza e precisione, ma ha anche rappresentato il modello della successiva prosa scientifica di personaggi come Francesco Redi, Antonio Vallisneri o Lazzaro Spallanzani che, in italiano, confutò le teorie sulla generazione spontanea di Buffon, uno dei più grandi luminari internazionali del Settecento, che a sua volta scriveva in francese, forse un’altra lingua di rango inferiore rispetto all’odierno globalese.

Certo, il linguaggio influisce sul modo di pensare, come aveva compreso Von Humboldt, e forse chi non si rende più conto del valore dell’italiano – storico, culturale, artistico, scientifico e unificante – e lo calpesta come nell’articolo del Foglio, dovrebbe “decolonizzare la mente”, per citare le riflessioni dello scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’O. E dovrebbe comprendere che l’inglese che ha in testa è la “lingua che fiorisce sul cimitero delle altre lingue”. Usarlo per le nostre leggi, la nostra Costituzione, i Prin, la lingua dell’alta formazione, la scienza… significa uccidere l’italiano ed esserne responsabili.

Aggiornamento delle 13:00:
Mi hanno appena segnalato che proprio oggi è uscito su la Repubblica di Napoli l’articolo “Caro Manfredi la ricerca si fa anche in italiano” di Luigi Labruna (Accademico dei Lincei, emerito professore di Diritto Romano alla Fedrico II…) che si aggiunge al dibattito in corso e ricorda che non in tutti i settori l’inglese è la lingua veicolare, e a proposito di diritto romano l’italiano è dominate, seguito da francese, spagnolo e tedesco. Dunque la scelta di presentare in inglese “ogni” Prin è una “bizzarria”, bisognerebbe quantomeno valutare di che tipo di progetto si tratti.

Un progetto di studi danteschi in inglese, in effetti…

Manifesto per una politica linguistica italiana

«buon giorno. Ho 97aa. Vi scrivo perchè da alcuni anni, da quando molti giornali e riviste, compresa Famiglia Cristiana a cui sono abbonata, utilizza parole straniere, per capire un articolo devo chiedere sempre aiuto ai figli e nipoti. E se non ne avessi? Vi sarei grata se faceste una segnalazione affinchè la situazione possa migliorare, per noi anziani della vecchia generazione.
Grazie

Maria Bordignon»

Ho ricevuto questa lettera che mi ha toccato, e non sapendo bene che altro fare voglio renderla pubblica. Mi è parso un lamento di sconforto su cui dovremmo riflettere tutti.

Chi ha oggi 97 anni ha assistito al nascere e all’affermarsi dell’italiano come patrimonio comune, e attualmente sta assistendo a una sua trasformazione radicale, perché l’aumento degli anglicismi che si sono accumulati nell’arco di una vita lo ha snaturato al punto di non essere più comprensibile.

Si può anche sostenere che questo nuovo “italiano” sia quello della modernità, del presente e del futuro. Si può continuare a ostentarlo parlando in questo modo. La nostra classe dirigente sembra andarne fiera, e lo impiega come tratto distintivo per identificarsi ed elevarsi sociolinguisticamente. L’itanglese è il modello che stanno diffondendo i mezzi di informazione, gli imprenditori, i tecnici, gli scienziati, e in generale molti uomini di cultura, e dunque viene sempre più emulato dai parlanti, che nell’epoca di Internet sono anche sempre più scriventi. C’è chi preferisce questo linguaggio e se ne riempie la bocca e la penna convinto che sia internazionale e necessario, e c’è chi, davanti a parole come lockdown o cahsback calate dall’alto senza alternative, non può fare altro che ripetere l’inglese senza alcuna possibilità di scegliere, anche quando non approva e preferirebbe equivalenti italiani. In altri casi fatica addirittura a comprendere e pronunciare questi vocaboli stranieri.

Questo nuovo anglo-italiano è promosso all’interno del nostro Paese da “collaborazionisti” che si trovano a occupare i posti chiave dei centri di irradiazione della lingua. Con questo linguaggio acuiscono un processo mondiale di diffusione del globalese, frutto dell’espansione delle multinazionali statunitensi e legato alla globalizzazione, che coincide sempre più con l’americanizzazione delle merci e, insieme a queste, della società e della cultura. Questa forte pressione esterna, in sintesi, non solo non trova delle resistenze interne che si registrano per esempio in Francia o in Spagna, ma viene addirittura favorita.

Eppure si può anche dissentire da questa “strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi da soli alla romanità sino a esserne inglobati e scomparire. L’italiano, che in patria stiamo depauperando in modo irresponsabile, all’estero è invece considerato una lingua bellissima e se puntassimo sulla sua promozione e valorizzazione potremmo anche trasformarlo in una risorsa dai risvolti economici che al momento non vengono presi in considerazione. Lo ha ricordato qualche giorno fa Andrea Riccardi in un articolo sul Corriere della Sera (“Investire sull’italiano per rilanciare il paese”, 15/1/21): “Non è un caso che i brand nella nostra lingua siano secondi solo a quelli in inglese. Insegnare più italiano significa a termine «vendere» più Italia in tutti i sensi”.

Il paradosso dell’articolo è che vuole difendere l’italiano facendo un ricorso agli anglicismi piuttosto ampio (anche questo è un indicatore che la dice lunga sul livello che abbiamo raggiunto): Recovery, brand, design, made in Italy… sono espressioni in parte senza troppe alternative praticabili e in parte scelte lessicali di largo uso.

Chi considera la nostra lingua come un patrimonio che andrebbe promosso e tutelato – come si fa per l’arte, la storia, la natura, la gastronomia e tutte le eccellenze che ci contraddistinguono, ci identificano e di cui possiamo andare fieri – dovrebbe cominciare a farsi sentire. Siamo ormai a un bivio, e forse abbiamo già superato il punto di non ritorno.
È giunto il momento di schierarsi e di fare qualcosa, sempre che lo si voglia fare. Dovremmo agire subito, per cercare di salvare il salvabile, e gridare forte che chi sta dalla parte dell’inglese, chi lo diffonde, chi si limita a osservare l’anglicizzazione senza intervenire è responsabile della morte dell’italiano o della sua creolizzazione lessicale che lo ha trasformato in altra cosa rispetto alla lingua di Dante.

La politica linguistica dell’inglese

Fino a qualche anno fa, in Italia, parlare di politica linguistica era un tabù che evocava lo spettro del fascismo, come se l’unico esempio possibile fosse quello, e non ciò che avviene oggi in Paesi civili come la Francia, la Spagna, la Svizzera, l’Islanda, e tanti altri.

Da noi la maggior parte dei linguisti si vanta di avere nei confronti dell’italiano un approccio descrittivo più che prescrittivo, ed è mossa dallo spirito per cui la lingua va studiata e non difesa. A dire il vero non tutti sembrano studiare così a fondo l’interferenza dell’inglese, per troppi anni sottovalutata, minimizzata e persino negata.
Se le balene o i panda si stanno estinguendo, se la terra si sta riscaldando, gli specialisti non possono limitarsi a constatare in modo generico che è normale, perché i cambiamenti climatici e le specie a rischio ci son sempre stati. Dovrebbero prendere posizione e fare qualcosa, se non vogliono essere complici di questi fenomeni. Lo stesso vale per la nostra lingua, è ora di intervenire e di riflettere sull’ecologia lessicale spezzata da un’interferenza dell’inglese che è diventata eccessiva e distruttiva. E chi nega questo fenomeno e proclama che è tutta un’illusione ottica forse dovrebbe cercare di spiegarlo alla signora Maria, che molto più concretamente è rammaricata dal fatto di non comprendere più quello che scrivono i giornali. L’italiano non si può lasciare solo ai linguisti e solo alle loro analisi astratte non sempre in grado di cogliere la realtà. La lingua è di tutti e riguarda noi tutti. Dunque è una questione politica, nel senso più nobile del termine.

Purtroppo i nostri politici non solo non se ne occupano, non solo sono i primi a introdurre anglicismi nel linguaggio istituzionale e della loro comunicazione, ma sembra che non capiscano l’importanza di una politica linguistica per l’italiano, e che siano più interessati a tutelare l’inglese.

Il presidente della Crusca Claudio Marazzini è ritornato da poco sulla questione dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) che dal 2017 si devono presentare in inglese. In un articolo sul sito dell’Accademia ha reso pubblica una lettera che ha inviato l’anno scorso al ministro dell’Università Gaetano Manfredi in cui auspicava che fosse possibile presentare questi progetti anche in italiano. Si tratta di una richiesta molto moderata espressa dalla parola “anche”, e personalmente non sono affatto così moderato, credo che, nello spirito del plurilinguismo che – in teoria – contraddistingue l’Europa, tutti i cittadini europei abbiano il diritto di rivolgersi alle istituzioni nella propria lingua. Comunque sia, il ministro non gli ha mai risposto.
Qualche giorno fa è però arrivata una replica indiretta, attraverso una dichiarazione a un giornalista, in cui emerge la preoccupazione non per la nostra lingua, ma solo per la comprensibilità dei progetti da parte di chi li riceve, perché non possiamo permetterci che le risorse vadano sprecate. Per questo il ministro ha deciso di mantenere l’obbligo dell’inglese. Questa scelta, invece di difendere l’italiano, va nella direzione contraria, lo degrada e relega a lingua di serie B, privo di diritti davanti a un inglese che assomiglia sempre più alla lingua dei “padroni”. Questa presa di posizione esclude molti italiani e contribuisce a dividere i ceti alti da quelli bassi che non hanno accesso alla lingua di rango “superiore”. Sta portando a una nuova “diglossia neomedievale” – per riprendere le parole di un linguista come Jürgen Trabant – quando la cultura si esprimeva in latino ed era accessibile solo a chi lo conosceva, mentre i ceti poveri e ignoranti si esprimevano in volgare. Ma l’inglese non è come il latino usato allora per la comunicazione sovranazionale, che non era la lingua madre di nessuno, è invece come il latino della Roma imperiale che imponeva il proprio idioma ai popoli dominati.
Gli stessi Paesi anglofoni sono ben consapevoli dell’importanza della lingua, perché la lingua è potere. Il progetto che mira a portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo, dove l’inglese è la lingua internazionale e le lingue locali sono vissute come un ostacolo alla comunicazione globale, è un disegno che offre loro vantaggi enormi anche dal punto di vista economico. Questa nuova forma di imperialismo linguistico, teorizzata lucidamente da Churchill, a noi non conviene affatto, ed è una vergogna che la nostra classe politica remi in questa direzione, e la appoggi, mentre allo stesso tempo depaupera l’italiano e non fa certo i nostri interessi. Sembra che tutti siano attenti solo a diffondere e proteggere l’inglese, che veniva posto in primo piano già ai tempi del modello scolastico delle tre “i” di Berlusconi e Moratti (Informatica, Inglese, Impresa), e che si ritrova non solo nei balzelli linguistici come quelli del Prin, ma anche nella riforma Madia che ha sostituito l’obbligo di conoscere una “lingua straniera” nei concorsi pubblici con la dicitura “lingua inglese” (un vero schiaffo al plurilinguismo), oppure nella decisione di certi atenei di estromettere l’italiano dalla formazione universitaria. Ci vorrebbe una quarta “i”, quella dell’italiano.

Un ristoro per l’italiano

Il 2021 ci ha portato due eventi che potrebbero essere l’occasione per una svolta, o perlomeno per aprire un dibattito che manca nel nostro Paese: inaugurare una politica linguistica a favore dell’italiano.

Sul piano interno ci sono le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante, e su quello esterno c’è l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Quest’ultimo fatto potrebbe aprire le porte per far tornare l’italiano a essere lingua del lavoro in Europa, come lo era un tempo e come lo sono il francese e il tedesco. Ma nessuno o quasi ne parla, soprattutto i nostri politici, che non lo hanno difeso quando è stato estromesso, e oggi sembra che non si pongano nemmeno la questione. Passando dal piano globale a quello interno – e le due cose sono collegate perché gli anglicismi sono i detriti dell’inglese internazionale, oltre che il frutto della nostra anglomania – le celebrazioni dantesche potrebbero essere un’occasione per rilanciare l’italiano come lingua da praticare, invece che vergognarcene, e per promuoverlo e farlo evolvere, invece di ricorrere solo alle parole inglesi. Ma non si vedono questi segnali e l’impressione è che lo si voglia commemorare più che farlo vivere. L’iniziativa di creare un museo dell’italiano, senza una politica linguistica che lo rivitalizzi, può trasformarsi nel suo opposto e sancirne la sua morte. Se si annuncia il progetto di un portale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” e lo si chiama in inglese, ITsART, si sta svilendo il nostro patrimonio linguistico, invece di tutelarlo.

Per questo è nata la proposta di una lettera al ministro Dario Franceschini, che al momento è stata inoltrata da più di 200 persone, in cui chiediamo una politica linguistica a favore dell’italiano, e esprimiamo il nostro dissenso davanti all’inglese del Prin o della legge Madia.

Non è possibile che, in Italia, un dizionario che promuove le alternative agli anglicismi sia lasciato all’intraprendenza e alla buona volontà dei privati, invece che essere realizzato dalle istituzioni o dalle accademie come avviene in Francia e Spagna. E la signora Maria, che evidentemente lo consulta per sopravvivere nella lettura dei giornali, mi ha scritto a quell’indirizzo forse pensando che sia un sito istituzionale.

Nell’anno dantesco, e soprattutto davanti ai tanti ristori previsti in questo momento difficile, bisognerebbe pensare a qualche misura anche per l’italiano.
Non c’è bisogno di investire grandi somme, ci sono varie cose che si potrebbero realizzare senza dispendio, basta volerlo. Per esempio:

1) Inserire nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano
La Crusca l’ha proposto un paio di volte senza successo, ma si potrebbe ritentare. Nell’articolo 12 si fa riferimento ai colori della nostra bandiera, ma non c’è nulla sulla nostra lingua. Si potrebbe aggiungere che è l’italiano, e specificarlo chiaramente, come è stato fatto nella Costituzione francese.

2) Evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale
In Francia è esplicitamente vietato, per rispetto non solo della loro lingua, ma anche dei cittadini e in nome della trasparenza che si deve per esempio alla signora Maria. Oltre 4.000 cittadini lo hanno chiesto sottoscrivendo una petizione rivolta al presidente Mattarella, anche se per ora non è pervenuta alcuna risposta.

3) Evitare gli anglicismi nei contratti di lavoro
Anche questo in Francia è vietato, e alcune multinazionali sono state sanzionate pesantemente per non averlo fatto. Da noi, invece, accade per esempio che un’azienda nostrana come Italo abbia sostituito la figura del capotreno con il train manager non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma persino nei contratti di lavoro. Ci rendiamo conto dell’assurdità, e delle ricadute linguistiche, di queste scelte? Ormai l’italiano è stato escluso dai ruoli lavorativi che sempre più si esprimono in inglese. Fare circolare le alternative ufficiali italiane dovrebbe essere un dovere, per uno Stato.

4) Varare una campagna mediatica contro l’abuso dell’inglese
Questa è la seconda richiesta inserita nella petizione a Mattarella, e anche questa è una strategia praticata con successo in Francia e in Spagna. I costi sarebbero irrisori rispetto per esempio ai 4,5 milioni stanziati per il museo della lingua italiana, e i risultati sicuramente più efficaci. I canali istituzionali per le campagne di sensibilizzazione sociale, dal bullismo alla discriminazione contro le donne, esistono già, basterebbe usarli anche per non discriminare la nostra lingua.

5) Dare il via a una campagna per la promozione dell’italiano nelle scuole
È un progetto già caldeggiato da Gabriele Valle che in passato ha avanzato proposte simili alle mie, e la sua realizzazione potrebbe fare riflettere e aprire un dibattito sull’abuso dell’inglese anche tra le nuove generazioni.

5) Ripristinare l’italiano come lingua del Prin
I Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale dovrebbero contemplare la possibilità di essere presentati in italiano.

6) Lavorare perché l’italiano ritorni a essere una delle lingue del lavoro in Europa
Esiste una petizione in proposito, ne ho parlato più volte. La nostra classe politica dovrebbe difendere la nostra lingua anche nell’Unione Europea.

7) Sancire che l’italiano non può essere estromesso come lingua della formazione
L’università deve insegnare in lingua italiana, e non erogare i corsi in inglese. Questo è un diritto degli studenti e degli italiani da difendere, che non può essere cancellato o messo in discussione.

Mi piacerebbe raccogliere questi suggerimenti, e anche altri che dovessero arrivare, in un documento da rivolgere alle istituzioni sottoscritto da quante più persone possibili. Non so se ci riuscirò, né se qualcosa si riuscirebbe a portare a casa. Ma ci voglio provare, se non altro per fare emergere che esiste anche un’altra visione che non è rappresentata da nessuno. E il 2021 mi pare un momento propizio.

Day by day: dal “D-day” all’istituzione del “dì day”

Nei giorni scorsi siamo stati bombardati dal click day su tutti i mezzi di informazione, tra le polemiche sui buoni mobilità chiamati con l’anglolatinismo bonus biciclette e monopattini. Coniare una parola come cliccadì non verrebbe in mente a nessuno, visto che le nostre menti sono sempre più colonizzate dall’inglese. Buon dì è un po’ in disuso, del resto, e pare una merendina, oltre a suonare obsoleto. Day invece è moderno e sta producendo innumerevoli ricombinazioni all’italiana con altre radici inglesi, come appunto click, scritto con la “k” per sottolinearne l’inglesità, anche se sarebbe più semplice (e corto) usare l’adattamento clic che si trova sul dizionario e nei derivati come cliccare.

L’esplosione dei day al posto di giorno e giornata non riguarda tanto le frequenze dei corrispettivi in italiano, che sono molto saldi nel linguaggio comune, bensì i nomi degli eventi, i titoli, le parole chiave che occupano la parte alta di quella che ho chiamato la gerarchia delle parole. Day è di rango superiore, e se si deve usare qualche nuovo nome altisonante l’inglese sembra d’obbligo. Il che vale ormai per quasi tutti i nomi di eventi e manifestazioni; qui a Milano si è appena concluso il Bookcity, per esempio. Cercando day proprio tra i titoli dei libri italiani si trova un po’ di tutto. Non ci sono solo i saggi sul D-day dello sbarco in Normandia o quelli sul family day. Mi chiedo cosa abbia spinto Lia Giancristofaro a scrivere il Tomato day. Il rituale della conserva di pomodoro (Franco Angeli, 2016 ) o Paolo Morando a intitolare la sua ricostruzione di un biennio tutto italiano Dancing days. 1978-1979. I due anni che hanno cambiato l’Italia (Laterza, 2020). O Daniela Pasqualetti a scrivere un libro di narrativa italiana come Perfect days (Ensemble, 2018), ambientato in Toscana, anche se il protagonista Thomas è di origine inglese. Ma tutto questo è ormai la norma, e non mi meraviglierei se qualche prossimo evento tutto italiano sarà presentato come l’italian day.

Il lievitare di day ha avuto inizio intorno al 1980, e non c’è da stupirsi. È stato il decennio in cui l’anglicizzazione della nostra lingua ha registrato la prima storica crescita allarmante, quella di cui si era prontamente accorto Arrigo Castellani autore del “Morbus Anglicus”. Le parole inglesi sono cresciute – e non per caso – parallelamente al dilagare di film e telefilm statunitensi che in quegli anni sono entrati nelle nostre case in seguito all’avvento delle televisioni commerciali con un aumento esponenziale di pubblicità che ammiccavano all’inglese.

Se nel 1961 il dramma di Samuel Beckett era stato tradotto con Giorni felici, nel 1977 è arrivato Happy Days con Arthur Fonzarelli (Fonzie), la cui sigla (Sunday, Monday, happy days…) era ottima per imparare i giorni della settimana in inglese. La grande popolarità della serie, in onda per oltre un decennio, ci ha fatto familiarizzare con quel days che in un primo momento suonava ancora come qualcosa di nuovo. Nel giro di pochissimi anni il moltiplicarsi di locuzioni con day provenienti dagli Stati Uniti ha fatto sì che questa parola diventasse il secondo elemento di avvenimenti e ricorrenze sempre più importato e imitato, al punto che l’anglicismo è stato così registrato nei dizionari: come secondo elemento formativo.

Precedentemente si era diffusa solo l’espressione D-day, che nella Seconda guerra mondiale indicava il giorno stabilito per lo sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944, ed è diventato il giorno X fissato per un’operazione militare o più in generale per un qualsiasi evento di particolare rilevanza.

Negli anni Ottanta si è propagato anche il primo day di provenienza ospedaliera. I servizi o le strutture per il ricovero giornaliero, in giornata, si son detti day hospital. Nel frattempo al cinema è uscito The day after (N. Meyer, 1983), che dipingeva uno scenario successivo alla catastrofe nucleare. Si è rivelato un titolo di così grande successo che l’espressione è diventata un modo di dire (come a tante altre che arrivano dai titoli dei film non tradotti: mission impossible, top gun, highlander…) e ha esteso il suo significato post-atomico per designare il giorno dopo di un qualunque evento eclatante che comporta conseguenze e cambiamenti: il day after dell’11 settembre, dei mondiali di calcio, di un’elezione politica…

Televisione, cinema e medicina sono tre dei principali ambiti da cui provengono le parole inglesi. Ma non i soli. Nella seconda metà del decennio si è imposta anche l’espressione day by day che arrivava dal linguaggio del lavoro, un quarto centro di irradiazione dell’inglese sempre più potente; appariva e appare più professionale rispetto a giorno per giorno o quotidiano. Poi ci si è messa anche la tecnologia, con le lampade daylinght e il sistema di illuminazione che riproduce la luce diurna. Illuminazione a giorno non aveva lo stesso effetto per connotare la fluorescenza di quella luce, evidentemente. Un altro linguaggio settoriale infarcito di inglese è quello economico e borsistico, e non poteva mancare un contributo anche da questa nicchia: gli operatori di borsa specializzati della compravendita in giornata hanno cominciato a farsi chiamare day trader e a praticare il day trading inseguendo guadagni mordi e fuggi.

Negli anni Novanta, nel linguaggio politico e giornalistico ha preso piede la bella idea di chiamare l’accorpamento delle elezioni election day (1992), e poco dopo sono spuntati gli open day di ambito scolastico; le giornate a porte aperte sembrano suonare come qualcosa di antico nell’americanizzazione della scuola, dove ormai la vecchia fine delle vacanze è diventata il back to school. Dal 1997, il ricovero diurno di anziani e malati non gravi, o anche la custodia dei bambini fuori dall’orario scolastico, è il day care, in un contesto dove un assistente familiare è detto caregiver. Il 2000 ci ha regalato poi il day surgery, che non è altro che un intervento chirurgico in giornata, senza ricovero (una volta c’erano gli interventi ambulatoriali). Il linguaggio medico, nell’epoca della pandemia, sta ricorrendo agli anglicismi in modo sempre più incontrollato. Io ci avevo scherzato qualche mese fa, inventandomi il tamponing, ma poi qualcuno deve avermi preso quasi alla lettera, visto che siamo riusciti persino a coniare il Daily Tampon – a proposito di tamponi e di day – ma come ha ricordato Gabriele Valle, in inglese tampon è un’assorbente interno, più che un tampone rapido.

In ogni caso, dopo l’Indipendence Day arrivato alla fine degli anni Novanta sotto forma di film, tra Columbus day e memorial day – che dalla commemorazione statunitense dei soldati caduti si allarga a designare un qualsiasi giorno della memoria – nel 2007 è nato il click day che in questi giorni ricorre su tutti i giornali. Nel 2012 è stata la volta del family day, che si è imposto dopo analoghi neologismi come il vaffa-day di Grillo, abbreviato anche in V-Day (dove il vaffa non era rivolto all’inglese) che però può essere letto anche come il Veltroni Day o W-Day (tutto va bene basta che sia inglese), il giorno di Walter Veltroni alla guida del partito democratico (2008), ed è stato seguito dal Fertility Day (2016). L’importazione del venerdì nero della lingua italiana, il black friday, ha amplificato le cose e ha generato una serie di variazioni sul tema, spesso maccheroniche, che hanno portato all’avvistamento addirittura dei Befana Days!

Recentemente si parla anche del cheat day (lett. il giorno in cui si può barare) cioè il giorno dello sgarro o i giorni di sgarro, un giornata libera per esempio dall’attività sportiva in caso di programmi per mantenersi in forma, o dalla dieta, e in questo caso è detto anche cheat meal cioè il pasto dello sgarro (molti nutrizionisti lo inseriscono all’interno dei regimi dimagranti). Del resto la formula del mangia a volontà è ormai all you can eat nella cucina anglicizzata, dai servizi di delivery recapitati dai rider sino alle nuove ricette che nell’era dei Masterchef costituiscono il settore food. In questo modo l’italiano retrocede, e gli anglicismi non solo rimpiazzano i nostri vocaboli, ma si innestano nei posti più alti della gerarchia delle parole e, soprattutto, si allargano nel nostro lessico e si saldano tra di loro in ibridazioni mostruose e in ricomposizioni creative delle radici da cui sono formati. È così che l’italiano muore e l’itanglese prolifica. Il caso di day non è isolato. Sta succedendo lo stesso con centinaia di altre parole, da ecomomy a manager, da food a baby

Per questo propongo di istituire il dì day, una giornata all’anno in cui sia possibile chiamare un evento, o un concetto chiave, solo in italiano.

Nel frattanto, la petizione a Mattarella contro l’abuso degli anglicismi è stata chiusa, e le oltre 4.000 firme raccolte saranno presto inviate al presidente della Repubblica, compatibilmente con le restrizioni del nuovo confinamento – chiamato lockdown, nella sua nuova edizione chiamata light – che rendono un po’ problematico lo stampare un centinaio di pagine e la loro spedizione via posta.

Dal multilinguismo all’inglese obbligatorio

I concorsi per l’assunzione dei nuovi insegnanti che partiranno in ottobre hanno suscitato polemiche e dibattiti, nella politica e sui giornali. Il Movimento 5 stelle e Italia Viva hanno difeso la scelta “meritocratica” della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, il Pd voleva posticipare tutto per non aggravare la difficile situazione della scuola durante la pandemia, la Lega e Fratelli d’Italia avrebbero voluto confermare i precari già nelle scuole… In tutto questo rumore – forse per nulla – la cosa più assordante è però il silenzio su un particolare che viene taciuto e che è ben più importante di ciò che emerge dal teatrino della politica e dal chiacchiericcio mediatico.

La novità è che nei concorsi scuola 2020 la conoscenza dell‘inglese è divenuta un requisito obbligatorio. Come specificato negli articoli 8 e 9 del Decreto 201 del 20 aprile 2020, la prova preselettiva e la prova orale accerteranno la conoscenza della lingua inglese almeno al livello B2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento. Si tratta di un livello alto che prevede la comprensione di testi complessi e specialistici astratti e concreti, la capacità di comunicare in modo fluente, e un’esposizione chiara, esaustiva e articolata.

Il problema non è solo che (quasi) nessuno parla di questa novità, ma soprattutto che nessuno sembra porsi il problema del perché, e della legittimità, di questo cambiamento.
Perché mai un insegnante di materie come l’italiano o la matematica dovrebbe conoscere obbligatoriamente l’inglese? Dov’è l’inerenza tra il requisito dell’inglese e la materia insegnata? E perché l’inglese e non altre lingue?

La risposta del Ministero dell’Istruzione è stata laconica:

L’accertamento delle competenze linguistiche, previsto nell’ambito di tutte le procedure concorsuali, è stato limitato alla lingua inglese in virtù del novellato articolo 37 del d. lgs. 165/2001. Il d.lgs. 25 maggio 2017, n. 75 (successivo al d.lgs. n. 59/2017), ha infatti sostituito, in via generale e per tutte le pubbliche amministrazioni, all’accertamento ‘di almeno una lingua straniera’ quello della sola lingua inglese” (Fonte: Orizzonte Scuola).

Il decreto invocato (n. 75 del 2017) è a sua volta l’attuazione della cosiddetta Riforma Madia, che (legge n. 124 del 7 agosto 2015, “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”, articolo 17, lettera e) introduceva per i tutti i concorsi pubblici della pubblica amministrazione l’accertamento “della conoscenza della lingua inglese e di altre lingue, quale requisito di partecipazione al concorso o titolo di merito valutabile dalle commissioni giudicatrici, secondo modalità definite dal bando anche in relazione ai posti da coprire.

La legge Bassanini (n. 127/1997) prevedeva da tempo l’accertamento delle competenze informatiche e di una lingua straniera – non per forza l’inglese – per i concorsi pubblici, ma questa direzione che spingeva verso l’inglese si trovava già nel concorso del 2012 indetto dall’allora ministro Francesco Profumo, ed era presente nella legge 107 del 2015 che all’articolo 7 definiva come obiettivi formativi prioritari “la valorizzazione e il potenziamento delle competenze linguistiche, con particolare riferimento all’italiano nonché alla lingua inglese e ad altre lingue dell’Unione europea, anche mediante l’utilizzo della metodologia Content language integrated learning”. Ma mentre prima era sufficiente la conoscenza di una qualsiasi lingua straniera, con la riforma di Marianna Madia l’inglese è diventato obbligatorio per legge per tutti coloro che vogliono accedere ai concorsi pubblici. Basta cambiare una virgola e spostare due parole ed ecco che, zitti zitti, il gioco è fatto. Tutto si ribalta e si introducono nuove prassi che stravolgono completamente i principi formativi trasformando un disegno che dovrebbe promuovere il multilinguismo in un provvedimento che è il suo contrario e sancisce la dittatura del solo inglese.

Per fare chiarezza, il Content and Language Integrated Learning a cui si fa riferimentoche abbiamo introdotto direttamente l’acronimo inglese CLIL visto che siamo un popolo colonizzato che rinuncia sempre più alla nostra lingua – in italiano si chiamerebbe “Apprendimento Integrato di Contenuto e Lingua”, ed è stato proposto in ambito europeo da un economista dell’università di Oxford, David Marsh, nel 1994. La filosofia del progetto era quella di introdurre nelle scuole alcune ore in cui una certa materia venisse insegnata direttamente in una lingua straniera, per favorire l’acquisizione dei contenuti disciplinari e dell’apprendimento di una lingua in colpo solo. Non voglio entrare nel merito di questa proposta didattica di cui non condivido affatto i principi – credo che l’insegnamento di una materia e l’insegnamento di una lingua siano due cose separate che è bene tenere separate e non confondere – bisogna però precisare che riguardava “una lingua straniera” qualsiasi, non necessariamente l’inglese. Come si vanta il Miur: “Il nostro è il primo paese dell’Unione Europea a introdurre il CLIL in modo ordinamentale nella scuola secondaria di secondo grado.” Ma in questa attuazione, di fatto, la lingua straniera scelta è quasi esclusivamente l’inglese.

Fatte queste premesse, dalla prassi si è passati alla norma. Quello che accade oggi è che, per legge (!), la conoscenza di una lingua straniera da parte degli insegnanti e dei dipendenti della pubblica amministrazione è cancellata e sostituita dal solo inglese. Il requisito è obbligatorio, e la conoscenza di altre lingue è solo un di più facoltativo.

Le reazioni a questi imbrogli, realizzati a piccoli passi e in silenzio, si sono visti nel 2017 a proposito del concorso per entrare nell’Inps. Dopo anni di attesa, quando finalmente è uscito il bando è arrivata la sorpresa: tra i requisiti di accesso c’era proprio il possesso di una certificazione linguistica, rilasciata dagli enti autorizzati, attestante almeno il livello B2 della lingua inglese. La certificazione non è obbligatoria per legge, tuttavia chi bandisce un concorso può benissimo includerla nei requisiti, e dunque poco cambia. Nel totale silenzio mediatico – qualcuno ha mai sentito un dibattito televisivo in proposito? – ci sono stati vari ricorsi da parte di potenziali candidati che non erano in possesso della certificazione; in qualche caso il Tar del Lazio li ha accolti (come nel decreto n. 06807 del 18/12/2017), mentre in altri li ha respinti (come nella sentenza n. 1206 del 01/02/2018), perché il profilo di un analista del processo, per esempio, prevedeva la conoscenza dell’inglese.

Ma, nel caso degli insegnanti, qual è il senso della conoscenza obbligatoria dell’inglese nella maggior parte dei casi? Qui non c’è in gioco solo il divieto di discriminazione nell’accesso al lavoro in nome delle pari opportunità (come nell’articolo 27 del D. Lgs. 165/2001). C’è una discriminazione anche nei confronti delle altre lingue e culture, che diventano improvvisamente di serie B di fronte all’inglese. Dietro provvedimenti del genere c’è una sotterranea e viscida imposizione dell’inglese come la sola lingua internazionale che è tutto il contrario del multilinguismo.

Mentre l’Italia non ha alcuna politica linguistica nei confronti dell’italiano, nei confronti dell’inglese le cose sono molto chiare. Il nostro Paese è in primo piano nell’attuazione del progetto colonialistico di condurre tutti i Paesi sulla via di un bilinguismo dove le lingue locali sono viste non come una ricchezza culturale, ma come un ostacolo alla comunicazione internazionale che deve avvenire nella lingua madre dei popoli dominanti. Invece di favorire lo studio delle lingue, si favorisce lo studio del solo inglese. È il progetto dell’imperialismo linguistico lucidamente prospettato da Churchill e in seguito perseguito dalla politica linguistica internazionale statunitense, dal piano Marshall in poi. Giorno dopo giorno, attraverso una politica graduale fatta di piccoli provvedimenti che passano silenziosi – visto che la cultura e i mezzi di informazione della colonia Italia sono in mano a collaborazionisti anglomani – agevoliamo dall’interno la dittatura dell’inglese globale. E accettiamo queste cose in servile silenzio, senza nemmeno che ci sia un dibattito. In questo modo, passetto dopo passetto, anno dopo anno, l’italiano ha cessato di essere la lingua del lavoro in Europa, la domanda per i Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) del MIUR, dal 2017, deve essere scritta soltanto in lingua inglese, al Politecnico di Milano si insegna di fatto in inglese, l’inglese è diventato un requisito per entrare nella pubblica amministrazione… e l’italiano? Quello la nostra politica lo vuole mettere in un bel museo. Il ruolo che gli spetta e gli spetterà sempre di più se andiamo avanti a questo modo. E l’anglicizzazione della nostra lingua è solo l’effetto di questa sottomissione politica, economica e culturale ben più ampia e profonda.