Globalese e itanglese: le relazioni pericolose

Nei due articoli precedenti ho mostrato che “Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico” fanno parte di un disegno più ampio del nuovo imperialismo economico e culturale che mira a imporre i modelli e la lingua degli Stati Uniti in tutto il mondo. Ho mostrato anche che all’estero esiste un dibattito molto critico sul progetto di condurre ogni Paese sulla via di un bilinguismo dove l’inglese è la lingua della scienza e dell’università, e dove le lingue locali sono viste come un ostacolo all’internazionalismo a base inglese.
In questa terza puntata voglio spendere qualche riflessione sulle conseguenze che l’inglese globale ha sull’italiano.

L’itanglese è figlio dell’anglospermia

Seguendo la metafora della lingua come qualcosa di vivo, sembra che l’inglese si espanda e ibridi gli altri idiomi attraverso il meccanismo della panspermia: una “fecondazione” planetaria con le proprie parole che poi attecchiscono dove trovano le condizioni culturali favorevoli.
Purtroppo l’Italia è uno degli ambienti più fertili, perché non abbiamo alcuna resistenza, anzi, agevoliamo il fenomeno dall’interno. Fondamentalmente ci vergogniamo di parlare nella nostra lingua, e in molti ambiti preferiamo usare gli anglicismi, che prolificano sempre più fitti senza alternative. Non consideriamo l’italiano una parte fondamentale del nostro patrimonio culturale, gli intellettuali sono succubi della lingua e della cultura d’oltreoceano, e preferiscono ostentare l’inglese che vivono come superiore e moderno. Non abbiamo alcuna politica linguistica, i nostri politicanti agevolano il suicidio assistito dell’italiano con il loro nuovo linguaggio, non legiferano in proposito, lasciando alla magistratura la difesa della lingua (proprio come nel caso del suicidio assistito) e l’esempio più significativo è quello del Politecnico di Milano che voleva erogare i corsi nella sola lingua inglese e che è stato parzialmente fermato dal Tar, nell’indifferenza della politica. Mentre Emmanuel Macron e Marine Le Pen, per esempio, nell’ultimo duello elettorale si sono affrontati anche sulla questione della protezione del francese che entrambi consideravano un tema centrale su cui fare leva davanti ai loro elettori, il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte sfoggia l’itanglese nelle conferenze stampa (qui un video significativo), incurante della trasparenza che sarebbe dovuta agli italiani e del rispetto per la nostra (bellissima) lingua, così amata all’estero. Ho già scritto il mio “io accuso” rivolto alla politica, e constato con dispiacere l’ultimo arrivato degli anglicismi: il cashback, fino a poco tempo fa un termine settoriale, che oggi entra nel linguaggio comune (rimborso suona forse troppo antico o troppo chiaro) e nel nostro vocabolario  grazie alla nuova manovra finanziaria e ai giornali. Si aggiunge così alle tante inutili parole inglesi, dal question time al jobs act, dalla flat tax al navigator, che sono uno schiaffo alla nostra lingua e alla comprensione da parte di un grande fetta di italiani.

Qualcuno, a proposito, ha notizie dello stato di salute del gruppo Incipit? Saranno ancora tutti vivi? Il loro ultimo comunicato risale al 4 aprile, e il loro silenzio davanti a queste cose è significativo. Questo, infatti, è un altro punto che ci vede assolutamente privi di difese davanti all’anglospermia. L’accademia della Crusca, ahinoi, non è certo come le accademie francesi e spagnole che creano alternative, che hanno un potere se non sempre prescrittivo almeno propositivo. Davanti agli anglicismi la Crusca si limita ad avanzare qualche soluzione basata sull’italiano storico e su ciò che già esiste, a dire la verità in modo timido e numericamente irrilevante. Creare neologismi resta un tabù e questo tabù spalanca un portone per cui tutto ciò che è nuovo entra in inglese. Ma anche su ciò che avrebbe soluzioni possibili, come know how o selfie, le posizioni sono piuttosto anglofile.
Senza citare Paesi come l’Islanda dove si creano ufficialmente neologismi con le radici autoctone ed esiste la figura del “neologista”, nei Paesi civili come la Spagna o la Francia le soluzioni delle accademie alle stesse parole che da noi si spacciano per “intraducibili” o “di necessità” sono ben diverse, e la lingua è ben più sana che da noi. Ma lì la lingua nazionale non è considerata qualcosa di cui vergognarsi, è un valore da tutelare e di cui andare fieri. In un libro di uno dei più importanti intellettuali francesi, il filosofo Michel Serres da poco scomparso, si può leggere, come fosse una cosa normale (ma non lo è solo da noi), una riflessione come questa:

Da che cosa protegge la cultura, dunque?
Una volta, intendo durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.

[Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, 2018].

Queste parole arrivano da un Paese dove esistono delle leggi che obbligano le multinazionali a usare il francese nei contratti di lavoro e nel software, da loro chiamato logiciel, dove nella Costituzione c’è scritto che la lingua è il francese, dove l’Accademia francese si premura di creare e di diffondere neologismi e alternative agli anglicismi attraverso campagne mediatiche, dove i politici varano leggi e non act, e dove l’anglicizzazione non è lontanamente paragonabile a quella che c’è da noi.


Gli anglicismi sono la cartina al tornasole dell’anglospermia economica e culturale

I primi anglicismi, numericamente poco rilevanti, sono arrivati nella seconda metà dell’Ottocento (in tutto il secolo ne abbiamo importanti meno di 200), e con i contatti successivi con inglesi e statunitensi, avvenuti soprattutto con le due guerre mondiali, nella prima metà del Novecento ne abbiamo importati altri 750. Dopo la caduta del fascismo, nell’Italia della ricostruzione degli anni Cinquanta la libertà ha cominciato a coincidere sempre più con l’american dream e l’american style e il nostro adeguarci a questi nuovi modelli si può misurare anche linguisticamente attraverso l’incremento delle parole inglesi: nella seconda metà del Novecento ne abbiamo importati altri 2.000. Questo aumento non è omogeneo, cresce sempre di più. Il salto preoccupante è avvenuto negli anni Ottanta contemporaneamente alla diffusione della televisione commerciale fatta soprattutto di prodotti statunitensi. I telefilm hanno portato nelle nostre case molti modelli da imitare. I fast food che vedevamo in prodotti seriali come Happy Days hanno preparato il terreno per l’esportazione di questi locali che è avvenuta subito dopo, esattamente come la festa di Halloween che fino agli anni Ottanta si vedeva solo nei film è stata negli anni Novanta trapiantata in Europa attraverso precise strategie di mercato, e da noi si è radicata al punto che oggi è un evento ben più sentito del Carnevale, tra le giovani generazioni.

L’anglospermia ha attecchito e attecchisce ogni giorno di più. Dagli anni Novanta i titoli dei film non si traducono più, il che ha le sue ricadute linguistiche, ma il punto è soprattutto che, decennio dopo decennio, attraverso la televisione e il cinema fatti soprattutto di modelli statunitensi (dal consumo del popcorn durante la fruizione alla terminologia tecnica tra remake e black comedy) si sono “allevate” e colonizzate le nuove generazioni, al punto che per alcune fasce della popolazione il cinema coincide con quello di Hollywood, con quel tipo di linguaggio e di stereotipi; ciò che esce da quegli schemi narrativi viene ignorato, esattamente come negli Stati Uniti si comprano i diritti dei film stranieri e si rigirano con i propri attori e con i propri modelli culturali, per cui la trama viene americanizzata, invece di doppiare il film originale con il suo stile, la sua fotografia, i suoi ambienti e la sua visione. Questa colonizzazione continua, amplificata, attraverso i nuovi canali della tv satellitare, le serie di Netflix, le piattaforme della Rete… in modo sempre più totale. In questa americanizzazione basata sulle espressioni inglesi abbiamo così importato il black friday e sono convinto che per il festeggiamento del giorno del Ringraziamento con il tacchino ripieno sia solo questione di tempo (i primi segnali si sono già registrati). Omologazione globale sui modelli statunitensi considerati “valori universali da esportare”, questa è la visione, anzi la vision, sottostante. La pubblicità è passata dall’uso degli anglicismi al travaso dell’inglese puro che si esporta con il proprio motto in lingua originale, il mondo del lavoro si è trasformato nel linguaggio a partire dai nomi delle professioni che si devono esprimere in inglese, per finire con le pratiche e i protocolli o la terminologia dell’omologazione (mission, competitor, business unit…); i giganti della Rete esportano la propria terminologia attraverso le interfacce che vengono tradotte solo se proprio è indispensabile e ci impongono le loro parole (download, snippet, follower…). A dare una mano a questo scenario contribuiamo anche noi che rinneghiamo il nostro idioma e la nostra cultura. I mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano, oggi sbandierano gli anglicismi (fake news, location, gossip, red carpet…) contribuendo così alla loro diffusione e portando tutti a noi a ripeterli perché le alternative non circolano e non sono prodotte.

Senza le barriere di difesa culturali e politiche che si registrano all’estero, il destino della nostra cultura e della nostra lingua è segnato. Se Carosone scherzava con il tu vuo’ fa l’americano, oggi si fa sul serio. Vogliamo fare gli americani per davvero, dalla politica e dalla classe dirigente sino ai modelli più popolari di consumo che non sono altro che “esche” che i mercati ci fanno “bramare” – per usare la parole di Tacito – in modo che confondiamo la “cultura” con ciò che fa parte invece di un disegno di “servaggio”.

Per quantificare la situazione e il suo crescere basta analizzare le entrate degli anglicismi crudi registrate dai dizionari divise per decenni.

Di seguito riporto nuovi dati inediti ricavati dalle marche del Devoto Oli.

anglicismi e francesismi del Novecento divisi per decennio

Per rendere più comprensibile questo sfacelo basta paragonarlo all’entrata dei francesismi. Anche se qualche linguista anglomane continua a ripetere che un tempo il francese – a cui l’italiano è sopravvissuto benissimo – rappresentava lo stesso modello che oggi è incarnato dall’inglese, basta studiare le cose per rendersi conto che si trattava al contrario di qualcosa di ben diversa portata, come ho già mostrato ( → Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese), per modalità (i francesismi sono stati adattati nel 70% dei casi), per profondità (non erano un fenomeno popolare, ma elitario), per rapidità (sono il risultato di substrati secolari) e per numero.

Come si può ben vedere, l’entrata conistente degli anglicismi non adattati comincia nel Dopoguerra, di pari passo con il piano Marshall, quando le parole inglesi che prima erano sulle 50 a decennio, si attestano sopra le 200 (20 all’anno), e raddoppiano negli anni Ottanta (più di 400 a decennio/40 all’anno).
Per dare delle valutazioni sul periodo 2009-2019 è ancora presto, perché una parola può impiegare anche molti anni prima di guadagnare una stabilità che le consenta di entrare in un dizionario. “Blog”, per esempio, è stata registrata solo nel 2005, benché sia datata a fine anni Novanta, quando la contrazione di web-log ha fatto la sua timida comparsa. Dunque le datazioni non si riferiscono a quando le parole sono state registrate nel dizionario, ma a quando sono comparse. Il che significa che solo nel prossimo decennio potremo vedere quali e quante delle parole inglesi che oggi ci bombardano saranno ammesse, e retrodatate ai giorni nostri. Ma i segnali non sono positivi, e tutto lascia presagire che questi numeri siano destinati a crescere, visto che per ora ben la metà dei neologismi del nuovo Millennio sono in inglese crudo (vedi → “Anglicismi e neologismi”).

 

PS
Per i milanesi interessati, parlerò di questi temi mercoledì 9 ottobre 2019 (ore 18,30) alla Libreria Popolare di via Tadino 18, affiancato da Luigi Quartapelle, ex professore del Politecnico di Milano firmatario della petizione contro l’insegnamento nella sola lingua inglese: Italiano e itanglese: dalla Commedia alla comedy.

10 pensieri su “Globalese e itanglese: le relazioni pericolose

  1. Ciao, mi chiamo Davide, vengo in provincia di Torino.

    Anch’io come te e tante altre persone che conosco (anche giovani come me) sono preoccupato sullo stato di salute dell’Italia, tra l’altro considerato la quarta lingua più parlata al mondo. Questa situazione dà fastidio non solo ai cittadini italiani, ma anche agli stranieri che amano il nostro paese. Sono d’accordo anch’io sull’invasione culturale /linguistica americana nei confronti dell’Italia, eppure gli Stati Uniti stessi a loro volta temono l’invasione (silenziosa) della Cina, sua pericolosa rivale.

    Una piccola domanda a proposito di quelli che chiami “anglomani” : secondo te nella categoria degli anglomani o anglopuristi possiamo inserire anche quei (pochi) tizi che vorrebbero boicottare il doppiaggio dei film stranieri per questioni di (pseudo) purismo dell’arte oppure quelli che si infastidiscono inutilmente degli adattamenti italiani (a mio avviso ottimi) di videogiochi come World of Warcraft?

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    • Ciao Davide, la rivalità economica degli Stati Uniti con la Cina (di cui molti denunciano anche la forte espansione “colonialistica” in Africa) non mi pare abbia riscontro sul piano linguistico. Non vedo il proliferare di termini cinesi, né nel mondo né da noi (ne abbiamo pochissimi). Nei ristoranti cinesi italiani, per esempio, ci sono tantissimi piatti tradotti: anatra imperiale, ravioli fritti, maiale in agrodolce, involtini primavera… sono pochi i nomi cinesi, e questo è particolare perché di solito la gastronomia è un terreno di forte passaggi dei nomi originali (sushi, sashimi, kebab, falafel, zighinì, hamburger, muffin…). Le parole cinesi nella nostra lingua sono di gran lunga inferiori a quelle di altre lingue, per esempio il giapponese che invece negli ultimi decenni ha moltiplicato la sua influenza in modo sensibile, anche se non mi sembra un fenomeno preoccupante: parliamo di un centinaio di nipponismi in tutto.
      Quelli che chiamo “anglopuristi” sono coloro che non vogliono adattare/tradurre l’inglese, che lo giustificano come “necessario” e tendono per esempio a dire che gli anglicismi hanno un’accezione diversa da quella delle alternative italiane che in questo modo si cristallizzano nei significati storici, e non si evolvono: i puristi delle neologie in inglese scelgono di usare gli anglicismi per denominare tutto ciò che è nuovo. Queste posizioni hanno portato a ingessare parole come “calcolatore” o “autoscatto”, per esempio, che oggi designano cose vecchie e del passato, davanti a computer e selfie, per intenderci. Per un francese o uno spagnolo, invece, odinateur e computador indicano anche gli oggetti nuovi, non c’è questa cesura, come non c’è nell’inglese per cui il computer era sia quello dei primi enormi macchinari, sia quello dei nuovi dispositivi. Personalmente sono molto favorevole agli adattamenti italiani, credo che l’interferenza linguistica dell’inglese sia positiva se passa per l’adattamento (per esempio “drone” che diventa una parola italiana), il problema è quando non lo si fa, in questo caso si frantuma la nostra identità linguistica, cioè le norme e le regole di grammatica e pronuncia. Ciò non è un male in sé, un numero ragionevole di parole straniere crude non rappresenta un problema. Lo diventa quando il loro numero supera il buon senso, e nel caso dell’inglese sta snaturano il nostro idioma da un punto di vista numerico. Il numero di anglicismi è superiore a quello di tutti gli altri forestierismi storici messi insieme, e questo porta davvero a una colonizzazione, che è cosa ben diversa dall’accettazione di qualche forestierismo.
      Sul doppiaggio dei film credo che lasciare la lingua originale sottotitolata sia un’operazione che culturalmente può essere molto interessante, rivolta a un certo tipo di pubblico, ma questo deve valere per tutte le lingue, dal cinema africano a quello iraniano, se invece è un progetto che vale solo per la lingua inglese, ancora una volta mi pare inseribile nel progetto, anglomane, di imporre la propria lingua naturale a tutti gli altri. Spero di averti risposto. Un saluto

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        • Ah non lo sapevo. Tuttavia l’italiano rimane comunque una lingua amata all’estero (si pensi ad esempio le nuove enoteche di New York che riportano la parola “vino”).

          Inoltre vorrei aggiungere una mia opinione sui titoli dei film.

          Zoppetti, hai sostenuto sul fatto che dagli anni 90 i titoli dei film americani non vengono più tradotti, tuttavia non dobbiamo fare dell’erba tutto un fascio : sebbene è comunque vero che molti di questi film (specialmente i più famosi) sono proposti col titolo inglese (es. Indipendence Day, Fast and Furious, Spider-Man, Bad Boys, Avengers…) tuttavia esistono ancora altri film, sempre americani, il cui titolo viene effettivamente tradotto (es. Il Signore degli anelli , Alita Angelo della battaglia, Macchine Mortali, Guardiani della Galassia, C’era una volta a Hollywood …) e la quantità di questi ultimi è anche rispettabile. Poi è anche vero che esistono pure film con il titolo bilingue (es. Braveheart – Cuore impavido, The Day after tomorrow – L’Alba del giorno dopo, Outlaw King- Il re fuorilegge..) oppure quelli con titoli diversi dall’originale (italiano o inglesizzato) o infine quelli con la traduzione parziale. Per quanto riguarda le serie TV trovo invece una ristretta minoranza di titoli tradotti (es. Il trono di spade) rispetto a quelli non tradotti. Insomma, qui la questione è molto complessa.

          Davide

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          • Grazie Davide, hai perfettamente ragione sui titoli dei film, la non traduzione non è una “legge matematica”, è una tendenza che però è sempre più in crescita. Anche la collocazione negli anni Novanta di questa tendenza è elastica (per es. “Baby dol”l è un film del ’56, che ha introdotto poi questa espressione nella nostra lingua). Fatte queste precisazioni, attualmente i doppi titoli in originale e in italiano sono una buona fetta, quasi tutti hanno l’inglese che precede l’italiano, ma non sempre, però sono in aumento anche i soli titoli in inglese. La sola traduzione in italiano mi sembra invece in regressione, e probabilmente riguarda anche alcune fasce di produzioni dove forse l’italiano risulta più efficace.

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  2. Per un Gruppo Incipit che si fa di nebbia (peccato!), il Gruppo “Dirlo In Italiano” ha superato i mille iscritti su Facebook.

    Antonio e lettori di questo sito, se non lo conoscete, vi consiglio di seguirlo e di condividerne i contenuti per favorirne la diffusione in Rete.

    Un saluto,
    Marco

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