La favola dei prestiti linguistici: un concetto da buttar via

Tappolet! Chi era costui?
Pochi in Italia conoscono e citano questo studioso di cui non esiste nemmeno una voce sulla Wikipedia (tranne nella versione in tedesco), eppure tutti ripetono, spesso a vanvera, e danno per scontata una sua riflessione.

Enrst Tappolet (1870-1939) era uno studioso svizzero che tra le altre cose si occupò delle motivazioni culturali che portavano ad utilizzare certe parole tedesche nelle aree dove si parlavano i dialetti francofoni. E in un libro del 1914 (Die alemannischen Lehnwörter in den Mundarten der französischen Schweiz) fece una distinzione tutta teorica per distinguere i prestiti di cui esiste già un corrispondente, che interpretava dunque come scelte “di lusso” (Luxuslehnwort) da quelli che portano qualcosa di nuovo di cui non c’è già un corrispondente, e che venivano perciò considerati una “necessità” (Bedürfnislehnwort).

Questa distinzione era destinata a conoscere un’inesplicabile fortuna, in Italia, dove i linguisti l’hanno ripetuta facendola diventare un dogma e un postulato dalla validità universale, dimenticando l’autore, il contesto storico in cui si inseriva, e trascurando ogni atteggiamento critico sul senso della sua suddivisione. Ma prima di entrare nel merito di questa classificazione delle parole straniere, è utile domandarsi perché vengono definite impropriamente “prestiti”.
Negli anni Ottanta Gian Luigi Beccaria scriveva: “Curiosa parola in uso tra i linguisti: la lingua che presta il vocabolo non ne rimane priva, e la lingua che riceve non è obbligata a restituirlo” (Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, Milano 1988, p. 241).

L’origine del concetto di prestito linguistico

L’origine della metafora del prestito, un tempo chiamato anche imprestito (ma alcuni puristi di fine Ottocento condannavano queste espressioni in favore di presto o impresto) è datata, e ha a che fare con l’imitazione degli elementi culturali e dei costumi altrui che vengono assimilati. Carducci, per esempio, si scagliava contro il “paletot” (più tardi italianizzato in paltò), un soprabito che i sarti parigini avevano “tolto a prestito dai marinai della Bretagna” e che avevano “trovato il mezzo di far pagare (…) infinitamente più caro delle stoffe più fine”. Prima di lui anche Anton Maria Salvini (1653-1729) aveva parlato di “prestito” a proposito delle maniere “prese in prestito o da altri dialetti d’Italia o dalle altre due lingue sorelle, francese e spagnuola.”
Con il tempo la metafora è stata usata sempre più spesso anche per descrivere il ricorso a parole straniere, a lungo chiamate barbarismi, e uno dei primi scritti tecnici che ricorreva a questa formula risale all’epoca del fascismo: “Sull’imprestito linguistico” di Vittore Pisani (Ulrico Hoepli. Milano 1939). Ma la fortuna dell’espressione “prestito linguistico” è cominciata dopo il fascismo, negli anni ’50, ed è esplosa tra gli anni ’70 e gli anni ’90.

La similitudine del prestito si trova anche fuori dalla lingua italiana, nello spagnolo préstamo lingüístico, nel francese emprunt linguistique, nell’inglese loanword e anche nel tedesco, per tornare a Tappolet.

Ernst Tappolet e i prestiti di lusso e di necessità

La distinzione tra prestiti di lusso e di necessità è una semplicistica e arbitraria suddivisione come se ne possono fare tante altre, un po’ come dire che le donne si possono distinguere in due insiemi: le bionde e le brune, tralasciando le differenze tra castane e corvine, escludendo le rosse, le brizzolate, quelle dai capelli bianchi, quelle calve, e rendendo problematica l’attribuzione a uno dei due insiemi nei casi di chi si tinge o usa una parrucca (ogni riferimento ai peggiori stereotipi sulla visione della donna è voluto).

Il punto è che questo tipo di distinzioni sono legittime e possono avere anche la loro utilità, se contestualizzate, ma se diventano delle regole universali e delle categorie a cui si attribuisce una portata reale che esce dai distinguo concettuali non possono che produrre pseudoragionamenti.
Basta un minimo di buon senso per comprendere i limiti e le problematicità di simili definizioni. Come aveva scritto negli anni ’70 Paolo Zolli, il concetto di “necessità” non ha alcun fondamento né logico né storico. Davanti a una parola che non c’è, non è affatto “necessario” importarla da un’altra lingua così com’è (da filosofo sono abituato a dare a questa parola il suo significato di ciò che è, e non può non essere), visto che è possibile anche tradurla con elementi endogeni (es. revolver diventa rivoltella), oppure adattarla ai propri suoni (beafsteak diventa bistecca), coniare una nuova parola (tramezzino davanti a sandwich) o recuperare una parola già esistente con un nuovo significato (singolo che, di fronte a single, assume anche il significato di scapolo). Ma anche tralasciando l’abc della logica e della storia delle lingue, la distinzione di Tappolet non aveva la portata dogmatica “universale” che ha assunto in Italia, era solo una semplificazione per distinguere due concetti in modo teorico, perché l’oggetto dello studio stava nelle motivazioni, pragmatiche o affettive, che portano ad adottare una parola straniera. E infatti lo svizzero spiegava che alla base del ricorso alle parole straniere non c’era in gioco solo “il nome della cosa”, perché a essere decisivo era il ricorso a una determinata parola nella prassi comunicativa. A proposito di certe parole tedesche che si erano affermate nelle aree francofone Tappolet scriveva: “Come si può immaginare la ‘necessità’ di un’espressione straniera in questi casi? Presumibilmente, il termine tedesco si è affermato rapidamente perché giocava un ruolo più importante nei rapporti con i tedeschi che in quelli con i francesi”. (Tappolet 1913, p. 54; citato in: De Gruyter, Entlehnung in der Kommunikation und im Sprachwandel Theorie und Analysen zum Französischen, Edition Niemeyer, Göttingen 2011).

Lessico e bufale

Nei libri di linguistica, mediamente, oggi la distinzione tra lusso e necessità è introdotta omettendo l’autore e in modo acritico, come un postulato. Ma ogni ragionamento che parte da un postulato errato è destinato a crollare. E così si trovano definizioni dogmatiche come: “Si distinguono i prestiti di lusso e di necessità”. Chi e perché fa queste distinzioni viene taciuto. La categoria del prestito di necessità è solitamente impiegata per indicare una parola straniera che si porta con sé un concetto o un oggetto di cui non esiste una parola italiana. Ma anche tralasciando le osservazioni di Zolli e del buon senso, ci sono molti altri limiti logici che dovrebbero fare abbandonare questo strampalato criterio.


Proviamo a chiederci: mouse è un prestito di lusso o di necessità? Qualunque risposta rischia di trascinarci in qualcosa di simile alle antinomie della ragione di Kant, perché è possibile argomentare in modo apparentemente logico entrambe le posizioni.

A) Mouse è un oggetto nuovo di cui non esisteva un corrispondente italiano = necessità.
B) Mouse, e cioè “topo”, esisteva in italiano e si poteva benissimo usare la stessa metafora come è accaduto in francese (souris), spagnolo (ratón), tedesco (Maus) e nella maggior parte delle lingue del mondo = lusso.

La conclusione è che la necessità è solo italiana. Questa necessità non è una conclusione che si ricava per via deduttiva dalla definizione, è un’affermazione che presuppone ciò che vorrebbe dimostrare, visto che il lusso e la necessità riguardano le motivazioni che portano all’adozione di un anglicismo. Basta tornare all’origine della metafora del prestito, che si basa sull’imitazione e sull’assimilazione per imitazione, per svelare la bufala e il circolo vizioso del ragionamento. Avrebbe senso parlare di imitazione di necessità?

L’applicazione delle categorie dei prestiti di lusso e di necessità agli esempi concreti mostra tutta l’insensatezza della questione, e infatti non esiste alcun accordo e criterio oggettivo per stilare delle liste di esempi condivisi, e chiunque tenti di separare i due insiemi è destinato a controversie che ricordano quelle del sesso degli angeli, perché rimangono nella sfera delle opinioni da tronisti, più che da linguisti.
Ho trovato spesso la parola computer tra gli esempi che i linguisti fanno dei presunti prestiti di necessità, il che è un falso storico. Fino agli anni ’90 utilizzavamo normalmente la parola calcolatore (e anche elaboratore) che poi è stata progressivamente sostituita dall’anglicismo che è diventato un “prestito sterminatore”, entrato come “prestito di lusso” e finito per diventare un “prestito di necessità”, perché ormai i calcolatori evocano la macchine di una volta e non i nuovi dispositivi. Anche in questo caso la necessità è solo italiana, visto che in inglese, francese e tedesco si usava e si usa ancora oggi la stessa parola: computer, ordinateur, computador

Prendo “in prestito” uno schemino reale che per esemplificare la presunta necessità usa questi esempi:
Pacemaker: qualsiasi traduzione aggiungerebbe complessità.
Sauna perché non c’è corrispondente.
Selfie? Diverso da autoscatto.
Taggare: concetto difficile da spiegare se non con circonlocuzioni.
Whistleblower non è delatore”.

I giudizi che giustificano la “necessità” del ricorso a queste parole sono molto opinabili.
Pacemaker inizialmente era indicato in italiano con segnapassi, e faccio fatica a ravvisare la “complessità” della traduzione, riportata su tutti i dizionari anche oggi. Il fatto che si sia abbandonata in favore dell’anglicismo ha a che fare con altri fattori che non c’entrano nulla con la necessità di non tradurre.

Sauna non mi pare affatto un prestito di necessità, è una parola a tutti gli effetti integrata nella lingua italiana, che non viola le nostre regole di pronuncia e ortografia, e al plurale fa saune. È dunque un adattamento e il suo provenire dal finlandese è ormai racchiuso solo nella sua storia etimologica.
Taggare non mi sembra un prestito di necessità, è una parola ibrida derivata da tag che a sua volta è un’etichetta o un marcatore, e se non fossimo colonizzati dal linguaggio delle multinazionali informatiche che impongono la loro lingua invece che tradurre decentemente le interfacce, diremmo forse etichetta/etichettare e marca/marcare, come diremmo scaricare invece che downloadare, un altro bel prestito di “necessità” che deriva dal fatto che ripetiamo ciò che leggiamo: download. Facciamo il download delle immagini in allegato (e non in attachment), perché download non è stato tradotto, ma attachment sì. Li definirei “prestiti d’obbligo”, perché siamo indotti e obbligati a utilizzarli per forza di cose, e sono trapiantati nella nostra lingua dall’esterno, più che per nostra volontà. Forse la necessità è tutta qui.
Selfie e autoscatto sono tra gli esempi più controversi che ben illustrano l’impossibilità logica e l’inutilità pratica di distinguere i prestiti di lusso da quelli di necessità. Il motivo del contendere è nello stabilire se una parola esisteva già o meno, che è un’altra trappola senza via di uscita. Quando si cercano solo i significati storici è evidente che non si trovano esempi legati alle nuove tecnologie, ma si trascura un particolare fondamentale nelle lingue vive: le parole sono elastiche e si evolvono. Se l’autoscatto in un primo tempo era legato allo scatto automatico temporizzato, nulla vieta di usare questa parola in un nuovo senso, dove “auto” si può impiegare per indicare che lo faccio da solo (io mi autoriprendo) e non si capisce perché oggi non dovrebbe indicare le nuove modalità di farsi una fotografia da soli, soprattutto perché questo uso come sinonimo secondario è documentato sui giornali. Ecco un altro ginepraio da cui non si esce. Ammesso che autoscatto sia “di necessità” che cosa accade se una nuova parola italiana si evolve e diventa un equivalente? Se accanto a happy hour si diffonde l’alternativa apericena il prestito di necessità viene retrocesso a prestito di lusso?

Ma soprattutto: che senso ha dividere i prestiti negli insiemi di lusso e di necessità? A cosa serve impantanarsi in simili diatribe prive di utilità?

Il vicolo cieco tutto italiano del lusso e della necessità

In Italia, la classificazione attraverso le categorie dei prestiti di lusso e di necessità ha avuto la sua fortuna dagli anni Ottanta agli anni Duemila, anche se viene ripetuta anche oggi, fuori tempo massimo.

Provate a spiegare a un inglese che ci sono i “prestiti di necessità”… provate a leggere le voci della Wikipedia che parlano dei prestiti linguistici in spagnolo, in francese o in inglese. Nessuno distingue i prestiti attraverso queste bislacche categorie, una classificazione che è presente invece nella versione italiana. Ma persino sulla bistratta e inaffidabile Wikipedia, frutto di voci popolari di autori ignoti, si critica duramente questa distinzione che invece molti manuali scritti da blasonati linguisti italiani (e le tantissime tesi e tesine dei loro studenti) ripetono in modo talebano.

Mi sono chiesto più volte il perché di questo pasticciaccio italiano. E forse c’è una motivazione storica che ci ha indotti a infilarci in questo vicolo cieco. Dopo la messa al bando dei forestierismi di epoca purista e soprattutto fascista, avevamo bisogno di un nuovo criterio per non respingere in blocco tutte le parole straniere. La distinzione manichea tra lusso e necessità apriva una porta all’accoglimento e alla giustificazione di alcuni forestierismi. Non tutti, certo, ma la presunta necessità permetteva un certo aperturismo, per quanto patetico, che consentiva (almeno in modo astratto) di legittimare i buoni e i cattivi da scrivere sulla lavagna. L’opinabile giudizio di buon senso è così stato eletto a dogma.

Ma una volta individuati i prestiti di lusso che cosa si risolve? Il fatto che un prestito di lusso sia superfluo non ne giustifica l’inutilità, e ancora una volta tornano in mente le osservazioni di Paolo Zolli che poneva l’accento sul fatto che spesso la parola straniera contiene delle sfumature diverse rispetto a quella corrispondente in italiano (Paolo Zolli, Come nascono le parole italiane, Rizzoli, Milano 1989, p. 7).
D’altronde i sinonimi perfetti sono molto rari, e per qualsiasi parola è sempre possibile sostenere che “non è proprio” come l’alternativa possibile. Ancora una volta la distinzione tra lusso e necessità è un’opinione, non un fatto, anche se viene spacciata per tale.

Davanti a un’interferenza dell’inglese sempre più ampia e profonda, invece di rimanere invischiati in queste classificazioni, i linguisti dovrebbero prendere atto che la favola dei “prestiti linguistici” si sta rivelando una categoria concettuale fuorviante che non è più in grado di rendere conto della complessità delle cose. Basta provare ad applicare la teoria del “prestito” agli esempi reali per comprenderlo.

Trapianti, innesti linguistici e pseudoanglicismi

Torniamo alla radice della metafora del prestito, l’imitazione di elementi culturali, prima che linguistici. E chiediamoci: cosa stiamo prendendo in prestito, di preciso? Cosa stiamo imitando? Siamo sicuri che stiamo prendendo in prestito semplicemente delle singole parole che corrispondono a oggetti o a concetti?

Facciamo un altro paio di esempi controversi. Un caregiver è un assistente familiare, che letteralmente potrebbe esprimersi con badante. Ma poiché il participio presente del verbo badare (= colui che bada) ha assunto un significato legato a una professione (il che è un fatto accidentale, non una necessità), ecco che gli assistenti familiari e i “non-è-proposti” rivendicano l’anglicismo come un necessario elemento che distingue il loro ruolo da quello di chi lo fa per lavoro. Potrebbero anche rivendicare un nuovo significato per l’italiano badante, potrebbero definirsi assistenti familiari, ma non lo fanno e si trincerano dietro un’espressione in inglese.
Secondo esempio: la pretesa intraducibilità di mobbing che non sarebbe proprio come vessazioni (o comportamento vessatorio). Mentre ci si può accapigliare su ciò che parole come queste evocherebbero, per assegnare a ciascun anglicismo il bollino blu di lusso o di necessità, c’è un piccolo particolare che sfugge ai più. Sia caregiver sia mobbing in inglese non hanno affatto il significato che si sono ricavati in italiano. Sono pseudoanglcismi. E allora cosa stiamo prendendo in prestito? Un suono, non il suo significato, perché quest’ultimo glielo attribuiamo noi in modo arbitrario.


Nel nuovo Millennio parole come basket o volley stanno soppiantano l’italiano pallacanestro e pallavolo. Ancora una volta sono pseudoanglicismi, visto che in inglese si parla di basketball e volleyball, parole che non si possono decurtare. Dov’è il prestito? Ha senso classificarli come prestiti parziali o decurtati?
Gli pseudoanglicismi sono tantissimi. Qualcuno, per conservare la categoria del “prestito” invece di buttarla via come sarebbe ora, ha dovuto inventare etichette come “prestiti apparenti”. Ancora una volta sono solo imitazioni. Goffe o ridicole? Provinciali? Frutto di moda o di un complesso di inferiorità? Non importa. Footing è uno pseudoanglicismo antico che ci arriva dal francese, e nasce dall’applicare alla radice foot una desinenza -ing che segue le regole a orecchio dell’inglese, ma in inglese non esiste, o meglio ha tutt’altro significato, perché si parla di jogging. Più recentemente ci siamo inventati lo smart working, unendo due radici all’italiana, ma per un inglese si tratta di un’espressione incomprensibile rispetto al significato che le diamo noi.
In questi casi non prendiamo in prestito delle parole, ma delle radici o degli elementi che ricombiniamo a orecchio. Perché quel che conta è il suono, non l’oggetto o il concetto. E allora mi parrebbe più sensato cambiare metafora, e invece che parlare di prestiti dovremmo forse parlare di trapianti e di innesti, per attingere dalla biologia foriera di molte metafore linguistiche, a partire dal concetto di lingue vive.
A volte si trapiantano le parole, ma più spesso si trapiantano delle radici e si fanno innesti.
Come si spiegano le centinaia e centinaia di parole ibride a base inglese che si moltiplicano nella lingua italiana e che non hanno simili corrispondenti nel caso dei francesismi e degli altri forestierismi? Chattare, shampista, scoutismo, computerizzazione, baby-calciatore, zanzare killer, libro-game… che razza di prestiti sono queste parole bastarde che si scrivono e pronunciano in un modo che non è più italiano, ma non è nemmeno inglese? L’itangese ha ormai travalicato abbondantemente i limiti del prestito linguistico e sta prendendo vita.

L’itanglese non è fatto da semplici prestiti

Analizziamo qualche titolo di giornale. Adesso si parla del long covid, ma è davvero un prestito?

Sarei curioso di chiedere a qualche espertone se si tratta di un prestito di lusso o di necessità. È forse un concetto nuovo? Perché non dovremmo usare la nostra lingua e parlare semplicemente e naturalmente per esempio di covid lungo? Perché se tutti lo dicono in inglese la necessità è tutta qui. Certo, se l’inglese diventa la lingua della scienza poi accade che non solo si perda la terminologia in italiano – l’inglese si è rivelato un processo sottrattivo non aggiuntivo – e che si introducano i nuovi concetti in inglese e si ripetano in modo automatico (vedi la “necessità” di pacemaker) anche quando sarebbe naturale tradurli, nelle lingue sane. Ma a proposito di covid c’è qualcosa in più da rilevare: è diventato una specie di calamita che si porta con sé una regola istintiva e non scritta, quella di associarlo sempre e solo a parole inglesi con l’inversione della sua collocazione all’inglese. E dunque si parla di covid free, di covid center, di covid manager…, e in questi e molti altri casi non abbiamo più a che fare con prestiti lessicali isolati, ma con il prestito o trapianto di una grammatica formativa per le neologie (come lo pseudoanglicismo no vax che segue la regola del no + inglese: no mask, no global…). E così, visto che due terzi degli anglicismi che ci siamo fatti “prestare” sono costituiti da parole composte o locuzioni, spesso ognuno di due elementi formativi prende vita autonoma (smart, baby, cyber, food…) e si ricombina con altri elementi in circolazione (smart city, baby-gang, cybersecurity, pet food…) in una rete di anglicismi interconnessi che si espande nel nostro lessico a prescindere dal fatto che sia inglese ortodosso o reinventato e accostato a parole italiane (cybercriminale, babypensionato, salvaslip…).

Proviamo a vedere un altro titolo del Corriere: “Dal skimmer per la piscina allo shampoo per la barba”. Chissà se “dal skimmer” invece di “dallo skimmer” come vorrebbe la lingua italiana è solo un refuso o il segnale di uno sfacelo linguistico su cui l’inglese e lo pseudoinglese che innestiamo trova il terreno più fertile per germogliare.
Quando ero ragazzo ho fatto il bagnino in una piscina e tra le mansioni più noiose c’era quella di pulire i filtri a bordo-vasca. Oggi sembra che Amazon li venda chiamandoli skimmer. Letteralmente si può dire anche schiumatoio, deschiumatore o più in generale depuratore, ma alle multinazionali che esportano i loro prodotti nella loro lingua non conviene affatto tradurre in italiano, la tendenza è quella di imporre la loro lingua, dai titoli dei film alle confezioni del Monopoly, oggi scritto con la ipsilon finale. A dare manforte alla colonizzazione linguistica ci pensano i giornalisti che abbandonano l’italiano e ripetono gli anglicismi (skimmer ha anche altri significati legati al crimine informatico). Sono prestiti questi? Skimmer sarà un lusso o una necessità? Opterei per un lusso che diventa necessità quando si compila l’ordine di acquisto.


Quando Sky, all’interno dell’offerta del Pass Entertainement, offre gratuitamente anche il Pass Kids (declinato al plurale con la “s”) abbiamo a che fare con dei prestiti?

A me paiono trapianti dove la lingua non è fatta più dai nativi italiani ma dalle multinazionali che ci vendono i loro prodotti con i loro nomi, seguendo le proprie “necessità” commerciali davanti alle quali a noi sudditi non resta che ripetere ciò che leggiamo sulle scatole. Questi esempi travalicano le singole parole per diventare prestiti di pezzi di inglese ben più complessi, dal long covid alle mansioni lavorative di un social media manager, “prestiti sintattici” dal costrutto invertito.


In un altro titolo vediamo che chiudono le strutture sanitarie che avevano nomi italiani come il Galeazzi e apre Mind. Si tratta forse di un prestito? A me pare solo l’abbandono dell’italiano per aderire alla lingua delle multinazionali che viene perpetrato anche dalle nostre stesse istituzioni. E così c’è il politico che introduce il Jobs act, ci sono i servizi Delivery delle Poste Italiane, i Gate delle stazioni, Rai Gulp che propone il TG Kids, mentre Alitalia diventa ITA Airways, a Milano il Salone del mobile diventa la Fashion Week, il quartiere della ex Fiera campionaria diventa Citylife… e vogliamo spiegare tutto questo con le categorie dei prestiti?

E che dire della business school Rcs Academy e del suo master con il “metodo Corriere”? Nel pacchetto metodologico c’è anche imparare a scrivere in itanglese, suppongo, per educare all’abbandono dell’italiano e far diventare un incrocio pericoloso un incrocio killer da inserire nei black points da scrivere con la “s” del plurale!


Chissà, quando il Politecnico di Milano ha deciso di erogare la formazione universitaria solamente in lingua inglese, estromettendo l’italiano, forse era solo un banale prestito linguistico “totale”, dove a essere presa in prestito è la lingua inglese nella sua interezza. E sarà un lusso o una necessità per fare dell’ateneo un polo internazionale?

Credo che possa bastare. L’itanglese non si può spiegare con la favola dei prestiti. E quando certi linguisti, davanti all’attuale tsunami anglicus, pensano di interpretare l’interferenza dell’inglese con la tassonomia dei prestiti linguistici e delle categorie del lusso e della necessità che Tappolet ha immaginato ormai ben più di un secolo fa, mi ritorna alla mente il ritornello di una canzone di Jannacci rivisitata con un gioco di parole alla Bartezzaghi:

Lessico e nuvole
la faccia triste dell’America…
che voglia di piangere ho!

“L’assalto senza fondo alla lingua italiana”

Una voce autorevole e fuori dal coro si è fatta sentire lo scorso 16 maggio dalle pagine de Il fatto quotidiano. In un pezzo intitolato “Insidiarsi, schernirsi ed essere afferrati. L’assalto senza fondo alla lingua italiana”, Nando Dalla Chiesa ha denunciato una “guerra invisibile” che è in corso “con grande dispendio di mezzi”, uno stillicidio dilagante che avviene senza spargimenti di sangue, perché l’aggredito è l’italiano.

Cito le sue parole:

L’esercito che attacca è numeroso ma composto da unità agilissime, che si muovono d’istinto, per spirito dei tempi. Si mimetizza dietro titoli di studio superiori, l’ignoranza colta è la sua bandiera. È una guerra di posizione, a pensarci, dove le sortite dalle trincee non sono però mai seguite da arretramenti. Una volta che l’attacco è partito va poi avanti indefessamente, senza che nessuno possa o voglia fermarlo. Né ci sono alleanze o patti sovranazionali che ti possano aiutare. Perché l’aggressione, appunto, nasce dentro i confini. (…) Non si pensi però questa guerra singolare possa contare poche conquiste. Da qualche tempo le truppe dell’ignoranza colta stanno espugnando una roccaforte dopo l’altra.
È così che da almeno un paio d’anni si fa largo tra i giovani più altamente istruiti, quelli capaci di dire “euristico” e “controintuitivo”, l’insidia suprema: usare, appunto, “insidiarsi” per “insediarsi”. Gli americani si erano “insidiati” in Afghanistan, i clan calabresi si sono insidiati in Emilia e in Lombardia, la finanza cinese si insidia nel mondo del calcio. Il grottesco non viene nemmeno percepito dagli oratori o dagli scrittori. Che volte anzi, affettando eleganza oratoria, ti sbattono l’orrore in faccia già ad inizio di discorso. Senza parlare del delicato, timido “schermirsi”, che – perso ogni pudore – diventa (un giorno ben due volte sullo stesso quotidiano) “schernirsi”. E l’esperta di libri che ti confessa di non essere “afferrata” in materia? Sulle prime non ci credi. Poi si ripete
.

Si potrebbero aggiungere molti altri errori che nascono da un uso dell’italiano a orecchio senza cognizione di causa. Personalmente mi è capitato più di una volta di imbattermi nell’incapacità di distinguere tra “non c’entra” (non è inerente) e “non centra” (come fosse centrare un bersaglio), e non tra fasce di persone di bassa istruzione, bensì tra gli studenti diplomati o laureati che frequentano le scuole di scrittura creativa e “storytelling”, dunque una platea selezionata che dovrebbe essere di fascia alta. Spesso gli studenti di questo tipo, non certo privi di cultura, hanno però problemi con gli accenti e gli apostrofi e non controllano parole di altissima frequenza e di base come le voci dei verbi dare e fare (scrivono “fa” con l’accento o egli “dà” senza, ignorano che all’imperativo si usa invece l’apostrofo, “fa’”) e via dicendo.

Senza alcun purismo e rimpianto per i bei tempi andati – quando queste basi erano fornite in modo abbastanza solido dalla scuola primaria, oltre che secondaria – il punto è che simili strafalcioni circolano non di rado non solo tra i laureati, ma persino sui giornali, comunicati stampa, tesi di laurea, siti…
Nando Dalla Chiesa conclude il suo pezzo sventolando bandiera bianca davanti a questa “ignoranza colta” che pare essere “spirito dei tempi”, e si stupisce con amarezza per l’assenza di reazioni e di indignazioni davanti a tanto scempio:

Ti chiedi come mai nessuno metta un argine, eriga una linea Maginot. Come mai non si formino battaglioni di volontari in difesa della vittima, la Lingua, che ha pur sempre un valore storico e collettivo.

Come mai? Perché?

È lo stesso interrogativo che ricorre ogni volta, davanti alla regressione dell’italiano.
Ritornano in mente le parole di Draghi: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” E l’accostamento tra lo sfascio dell’italiano e gli anglicismi non è affatto casuale.

Nelle sue sacrosante analisi sociologiche Nando Dalla Chiesa punta il dito su un assalto alla lingua che è tutto interno. Ma per dare una risposta al suo “come mai?” bisogna guardare anche all’assalto che arriva dall’esterno.

L’assalto dall’esterno: l’italiano di fronte alla globalizzazione linguistica

Il disegno di fare dell’inglese la lingua planetaria è un progetto politico ed economico (dagli introiti incalcolabili) sollecitato, promosso e finanziato dall’esterno, che stiamo agevolando dall’interno anche se non ci conviene affatto.
L’assalto alla nostra lingua nasce anche dal voler fare dell’inglese la lingua della formazione universitaria, della scienza, del lavoro, dal suo essere diventato un obbligo (e non una scelta) nella scuola di base, un requisito per l’assunzione nella pubblica amministrazione (riforma Madia), la lingua obbligatoria per la presentazione dei progetti di ricerca italiani (i Prin e i Fis)… mentre allo stesso tempo assistiamo all’estromissione dell’italiano come lingua di lavoro in Europa.
Le fragilità tutte interne dell’italiano nascono da tutto ciò, e su questo processo si innestano le pressioni esterne dell’inglese inernazionale, dell’espansione delle multinazionali, della terminologia tecnica nel solo inglese… e tra strafalcioni, anglicismi e pseudoanglicismi che ci inventiamo da soli la combinazione di queste due pressioni è micidiale.


Nando Dalla Chiesa depreca infastidito l’uso di “finalizzare” nel nuovo significato di “concludere”, invece che “dare un finalità”, un vezzo che è partito dall’ambito sportivo, dove qualche telecronista ha cominciato a usarlo al posto di tirare in porta o segnare una rete, ma che poi si è allargato fuori da questo ambito e si ritrova addirittura tra gli accademici (“non ho finalizzato il rapporto di ricerca”) o nell’editoria. Questo uso era già registrato nel dizionario storico di Battaglia e attestato nel De Sanctis, ma era definito “raro”. Se oggi dilaga è proprio per l’interferenza dell’inglese “to finalize” che ha questa accezione. La stessa interferenza che ci porta a dire “impattare” invece che “incidere”, un altro uso che infastidisce Dalla Chiesa, ma che ancora una volta deriva dall’inglese “to impact”.

Nel distinguere gli errori oggettivi (insediarsi e insidiare) da questi ultimi slittamenti di significato delle parole che – per quanto possano essere fastidiosi – sono un fenomeno normale nella storia delle lingue, per loro natura mutevoli, il punto è che l’assalto all’italiano è l’altra faccia della medaglia dell’idolatria dell’inglese planetario, il globalese. È per questo che l’italiano va alla deriva, perché non è più in primo piano. La nuova classe dirigente è figlia dell’anglocentrismo più totale, dalla politica alla cultura, e dunque l’italiano si abbandona perché non è più al centro di questi processi, a partire dalla scuola e dalla formazione, per finire con il linguaggio mediatico. La mancanza di indignazione di fronte allo sfregio della nostra lingua nasce da un disinteresse connesso al servilismo davanti all’inglese considerato il fulcro della nuova cultura.

La linea di Maginot dovrebbe essere oggi eretta a difesa dello tsunami anglicus, l’effetto collaterale dell’inglese internazionale, della globalizzazione linguistica, della riconcettualizzazione della nostra storia in chiave anglocentrica che avviene con il linguaggio dell’anglosfera. L’anglicizzazione della nostra lingua germoglia proprio perché trova un terreno fertile nel panorama desolante di una classe dirigente che ha problemi con l’italiano perché guarda solo al globalese, e invece di comprendere che entra in conflitto con le lingue locali e le minaccia, lo considera il nuovo totem e il nuovo modello culturale, anche linguistico, destinato a schiacciare la nostra lingua. Siamo di fronte a un cambio di paradigma in cui rischiamo di fare la fine degli Etruschi, fagocitati, senza guerre, dalla romanizzazione e assimilati fino a scomparire.

Prese di posizione come quelle di Nando Dalla Chiesa sono preziose per provare a innescare almeno un dibattito che attualmente non si vede nella nostra intellighenzia che guarda solo alla nuova cultura dell’inglese, la causa principale dell’abbandono dell’italiano.

PS
Da anni scrivo a tutte le persone influenti che esternano preoccupazioni per la nostra lingua, o che la distruggono introducendo anglicismi fuori luogo. A parte la petizione a Mattarella, ho scritto a Draghi, a Di Maio, a Franceschini, a Nanni Moretti, a Elio (delle Storie tese), a Riccardo Muti…

Nessuno mi ha mai risposto.
Non potevo non scrivere le parole di questo articolo anche a Nando Dalla Chiesa, ma questa volta un riscontro è arrivato:
Sono del tutto d’accordo con Lei. Non devo dire altro.

Dall’italiano all’inglese: il collasso della lingua del lavoro

Alla vigilia del Primo maggio, Massimo Gramellini, nella sua rubrica “Buonasera” su Rai 3, ha ripreso il caso della dipendente di Amazon che era stata licenziata per essersi soffermata troppo a lungo in bagno, una decisione che ha fatto notizia e che l’Ispettorato del lavoro ha poi annullato. L’editorialista del Corriere ha deprecato duramente il modello anglosassone che sta sottoponendo i lavoratori al controllo degli algoritmi con modalità disumane che ricordano quelle di Tempi Moderni di Charlie Chaplin, e sono concettualmente molto più vicine alle tanto biasimate condizioni di lavoro dei cinesi, che non alle nostre. E ha concluso il suo pezzo con un appello per tornare a un modello di lavoro europeo basato sullo stato sociale, una bella espressione italiana che non vale la pena di sostituire con welfare, per molte ragioni che, più che con la lingua, hanno a che fare con una diversa concezione del mondo che stiamo smarrendo nella nostra americanizzazione sociale e politica.

Quello su cui dovremmo riflettere è che il problema degli anglicismi e dell‘itanglese è solo l’effetto collaterale di questo processo, che fuori dal lavoro è sempre più pervasivo in ogni ambito, dalla sanità all’istruzione, dalla politica ai fenomeni di costume più marginali.

Le mansioni di lavoro in inglese

Gramellini ha raccontato che Elisa è stata assunta con la mansione di “associated”, una parola che definisce gli addetti di base senza mansioni specifiche, che si potrebbe tradurre con “l’ultima ruota del carro”, dietro l’edulcorazione di questi anglicismi. Ogni mattina, appena entra nel magazzino mostra il suo “QR code” – naturalmente pronunciato in inglese visto che “codice Qr” non fa parte dell’italiano – con cui il sistema traccia i ritmi della sua attività che, come tutto il resto, ha un nome in inglese ed è definita “outbound”. Consiste nel sistemare dentro i pacchi gli oggetti che un altro “associated” le porge dalla fessura della gabbia in cui è rinchiusa. Se si guardano le mansioni e i nomi delle figure professionali di Amazon sono tutti di questo tipo; ci sono gli addetti al “picking”, cioè i “picker” incaricati di prelevare e raggruppare i prodotti che formano l’ordine, o gli “stower” che recuperano la merce per riporla in una cella della torre e così via.

Elisa ha un minuto per eseguire la sua confezione, in modo da sfornare 60 pacchi all’ora. Se va in bagno lo deve comunicare al responsabile perché sia sostituita e la catena di imballaggio non si interrompa. Se durante l’arco della giornata questo ritmo rallenta, si avvicina immediatamente un “instructor”, le cui mansioni evocano forse a qualcuno quelle della parola tedesca “kapò”, che le impartisce un breve “coatching” motivazionale per fare in modo che si dia una svegliata.

In questo scenario d’altri tempi che sta tornando a essere la norma di molte realtà lavorative, dai “call center” ai “rider” del mondo del “delivery”, anche l’imposizione della nomenclatura in inglese fa parte dell’alienazione e del controllo che viene introdotto. Le multinazionali che si espandono lo fanno esportando e imponendo la propria lingua, insieme alle proprie pratiche, in una distruzione totale delle nostre radici. E ciò avviene a ogni livello della catena, dai subalterni più infimi ai più alti dirigenti, i “top manager” che ostentano l’itanglese con fierezza e come fosse il necessario linguaggio di settore che il mondo del lavoro allo stesso tempo richiede e impone.

Passando alle mansioni contrattuali di un’altra simpatica multinazionale, per comprendere cosa sta accadendo basta scorrere quelle di MacDonald’s che nelle sue succursali italiane esporta figure come i crew (ma anche i crew-delivery o i crew-trainer) o i guest experience leader e swing assistant (anche detti training manager).

Questi sono solo due esempi di “normalità”, perché il mondo del lavoro è ormai tutto così. E nel caso delle multinazionali l’itanglese non riguarda più la comunicazione e le scelte sociolinguistiche che entrano in gioco nel parlare, è entrato ufficialmente e istituzionalmente nella contrattualistica.

Negli anni Novanta un giurista del calibro di Francesco Galgano aveva analizzato il radicarsi di parole come “leasing” o “franchising” nella giurisprudenza, mostrando che si affermano in tutto il mondo per precise disposizioni delle case madri statunitensi che impongono alle filiali la propria terminologia. Queste tassative raccomandazioni di non tradurre e adattare il meno possibile i concetti del proprio diritto in quelli delle lingue locali serve a mantenere la loro uniformità internazionale e le protegge da ogni possibile conflitto con gli ordinamenti giuridici dei singoli Paesi. (Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153). Questa volontà è in linea con quella più generale con cui gli Stati Uniti tentano in ogni modo di estendere la validità delle proprie leggi anche al di fuori dei propri confini nazionali in altri ambiti. Certe conseguenze politiche o militari sono sotto gli occhi di tutti, quelle linguistiche portano a far sì che “leasing” abbia la meglio per esempio sul nostro concetto di “locazione finanziaria”, e poi esca dal suo ambito grazie allo stesso linguaggio usato dal braccio armato delle multinazionali: la pubblicità – anzi l’advertising – che estende l’inglese planetario al linguaggio comune. Dunque ci offrono le automobili in “leasing” e ci invitano ad aprire la nostra attività in “franchising” con loro, portando alla regressione di un’espressione come “catena di negozi”.

Nel 2014, Alessandro Gilioli (“Anglicismi nel linguaggio giuridico italiano: il caso leasing”, Italogramma, vol. 7, 2014, p. 3) ha notato che questo meccanismo di propagazione si ritrova uguale in una miriade di altre espressioni, come joint venture, merchandising, authority, buyer, consumer, delivery, welfare state

Da allora la situazione si è ulteriormente allargata e sta diventando sempre più profonda: questo meccanismo non solo causa l’itanglese, ma finisce per mettere a rischio la lingua italiana in modo ben più grave, perché la nuova frontiera di questa espansione mira a cancellare totalmente l’italiano dalla contrattualistica per sostituirlo con il solo inglese.

I contratti di lavoro in inglese e altri pericolosi precedenti

Giorgio Cantoni, il fondatore di Italofonia, è un dipendente di una multinazionale statunitense che conosce bene queste realtà e in un articolo sul sito Campagna per salvare l’italiano ha denunciato questa nuova invadenza dell’inglese che si allarga uscendo dalla nomenclatura delle figure professionali, delle cariche, delle funzioni e delle procedure produttive per coinvolgere anche i contratti:

Diverse aziende, spesso succursali italiane di multinazionali statunitensi, hanno preso l’abitudine di stilare i contratti di lavoro dei propri dipendenti italiani assunti per operare sul mercato italiano, esclusivamente in inglese. Naturalmente un inglese giuridico-legale, dalla cui comprensione dipendono però le vostre mansioni, le regole da rispettare, le clausole che comportano penali, l’inquadramento, la retribuzioni e altri aspetti cruciali. Ma nulla a quanto pare obbliga l’azienda a fornirvi una copia nella vostra lingua, anche se siete assunti nel vostro Paese e qui eserciterete i vostri compiti.”

In Francia una cosa del genere non sarebbe legale, perché ogni azienda che si stabilisce nel territorio francese è obbligata a tradurre tutti i contratti e i documenti, incluso il logiciel, cioè i programmi informatici che loro non chiamano affatto software, e chi non si è adeguato ha ricevuto salate sanzioni.

In qualunque Paese civile, sovrano e non colonizzato, dovrebbe essere così. La nostra classe politica dovrebbe impedire queste cose, se non fossimo una sorta di “Bieloamerica” incapace di distaccarci dalla voce del padrone sotto ogni aspetto. Perché queste prassi costituiscono dei pericolosissimi precedenti, e loro conseguenze portano anche a sovrapposizioni e aree grigie altrettanto pericolose.

Su alcuni luoghi di lavoro – continua Giorgio Cantoni – la maggior parte dei corsi sulla sicurezza vengono erogati in inglese, magari perché il materiale è prodotto in una sede centrale negli Stati Uniti o a Londra, e per l’azienda è più pratico non creare versioni in altre lingue. Il massimo che lo Stato italiano potrebbe richiedere loro è di farvi firmare un modulo in cui dichiarate di aver compreso tutti i contenuti somministrati in inglese e di non aver bisogno di una traduzione in lingua italiana. E vorrei vedere quale dipendente avrebbe il coraggio di non firmarlo, anche se non avesse capito nulla.

La mancata comprensione delle norme di sicurezza mette a rischio la salute dei lavoratori, e può contribuire all’aumento delle morti bianche. Intanto, sul piano linguistico della morte dell’italiano, poiché l’inglese è ormai diventato un obbligo nel mondo del lavoro, sancito dalla Riforma Madia, per esempio, come requisito per l’assunzione nella pubblica amministrazione italiana, lo scenario del futuro potrebbe essere anche peggiore, a proposito di questo genere di multinazionali.

Giorgio Cantoni riferisce di un caso che ha potuto esperire di persona: un’azienda “dove il datore di lavoro obbliga il personale, per la maggioranza italiano, a comunicare sempre in inglese, in ufficio, durante l’orario di lavoro. Solo le pause sono escluse… così invece che fumare di nascosto nei bagni o alla finestra, qualcuno sfrutterà i minuti di pausa per fare una cosa ancora più proibita: parlare nella propria lingua!”

L’emulazione tutta interna della colonia Italia

La cosa allucinante è che questo disegno suicida non è determinato solo dall’espansione delle multinazionali, che perseguono i propri interessi, ma è emulato sempre più anche dalle realtà italiane. Quando l’inglese diventa la lingua superiore, e quando l’italiano non sa più esprimere il contemporaneo se non attraverso gli anglicismi che vengono introdotti da una classe dirigente in preda a un complesso di inferiorità che la rende ormai incapace di usare la propria lingua, la conseguenza è che gli addetti ai lavori si rivolgano a questo modo – il solo che ormai concepiscono e conoscono – anche ai cittadini.
E così Italo ha introdotto a figura del “train manger” al posto del “capotreno” non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma anche nei contratti di lavoro, mentre in un’accademia dove mi capita di insegnare la comunicazione ufficiale mi invita a partecipare alle riunioni di “faculty” invece che di “facoltà” e si stupisce delle mie rimostranze di cui non comprende nemmeno il senso. Oppure il comune di Roma, nella sezione #RomaInnovation del suo sito istituzionale, lancia la piattaforma Citizen Wallet – l’altra “faccia della medaglia del piano Roma Smart City” – attraverso il servizio “tap&go di Atac” per incentivare “i comportamenti virtuosi messi in atto dai city user” per il miglioramento della sostenibilità ambientale e per la distruzione della sostenibilità della nostra lingua. Infatti la Casa Digitale del Cittadino che eroga il “borsellino elettronico (wallet)” è denominata “My Rhome” (grazie ad Alberto Bertelli per la segnalazione).

Tutto ciò sta portando al collasso dell’italiano, e non solo nel mondo del lavoro.

Il collasso di ambito

Il “collasso di ambito” è un concetto di cui ha parlato il linguista australiano Joe Lo Bianco, dell’Università di Melbourne, che chiama così il caso in cui una lingua cessa di adattarsi ai cambiamenti in un determinato ambito fino a perdere la capacità di esprimerlo in modo efficace. Ciò è avvenuto per esempio nella lingua svedese quando negli anni Novanta hanno deciso di erogare la formazione universitaria solo in inglese. Il risultato è stato “l’allarme pubblico e l’agitazione per rafforzare la posizione e la sicurezza dello svedese come lingua nazionale con l’intera gamma di usi sociali e intellettuali” (Joe Lo Bianco, “Language, Place and Learning”, PASCAL International Observatory, 2007).

Mentre in Svezia ci hanno ripensato ritenendo questa scelta dannosa (lo stesso danno denunciato in Olanda da Annette De Groot che ha spiegato il concetto del “bilinguismo squilibrato” e dell’inglese sottrattivo), in Italia abbiamo da poco deciso di perseguire questa strada suicida con l’anglificazione dell’università e più in generale della formazione, che prepara le nuove generazioni al futuro mondo del lavoro fatto di inglese e di itanglese in un abbandono dell’italiano che lo renderà sempre più simile a un dialetto. Così il cerchio si chiude.

PS: scopri le tre piccole differenze

Chi mette in discussione l’itanglese e chi non pensa che siamo in presenza di un collasso di ambito (ma anche chi abitualmente fa acquisti su Amazon) farebbe bene a guardare questo sito che riporta le offerte di lavoro di Amazon.
Per facilitare la lettura le copio-incollo per intero di seguito (le mansioni espresse in italiano sono 3, chi riuscirà a trovarle?).

OFFERTE DI LAVORO A MILANO
Associate Account Manager Amazon Business;
Sr. Customer Experience manager, Last Mile Delivery Experience;
Sr Agency Partnerships Manager;
DevOps Architect, Global Financial Services, Professional Services;
Sr. Strategic Vendor Manager, Last Mile GFP Europe;
Senior Vendor Manager – Amazon Fresh;
Sr. Program Manager, Trustworthy Shopping Experience;
Technical Program Manager II, EUCF ACES EThOS;
Fashion Deals Ops Specialist, 3P SL Promotions;
Senior Engagement Manager, Professional Services;
Regulatory Counsel, WW Ops , EU Ops Legal;
Associate Account Manager Amazon Business;
Senior Team Lead, Amazon Vendor Services, Fashion;
Sales Account Manager;
Global Category Manager – Category Sourcing Manager;
Manager, EU DSP Planning;
Telco Principal Solutions Architect;
Business Analyst;
Employee Relations Manager;
Onboarding Recruitment Coordinator, Student Programs;
Sr. Vendor Manager Furniture;
Creative Agency Strategist, Campaign & Creative Management;
Front End Engineer, AWS Resource Management;
Senior Front End Engineer, AWS Resource Management;
Marketing Program Manager;
Software Development Engineer, Robotics Advanced Technology Europe;
HR Business Partner;
Senior HR Business Partner;
Program Manager, Amazon Fresh;
Enterprise Account Manager SME, Enterprise;
Head of Vertical Sales;
Sr. Product Manager Heavy & Bulky Italy and Spain;
Applied Scientist, Network Process Optimization;
Performance Engineering Mgr., Innovation & Design Eng.;
Network Business and Vendor Developer;
Sr. Marketing Manager Italy, Amazon Ads, Amazon Ads;
Real Estate Asset Manager – Italy;
Sr Program Manager, Selection, Amazon Fresh & 3P Grocery Delivery;
Customer Delivery Architect, Global Financial Services;
Telco Principal Solutions Architect;
Partner Technical Trainer, Partner Training;
Snr Product Marketing Manager, F3 Central Marketing;
Italy Sales Leader, Microsoft Platform, Microsoft Sales Specialist, WWSO;
Design Technologist;
Principal Product Manager EU Vendor’s Experience;
Data Center Security Manager;
HR Regional Partner;
Italy Content Analysis Senior Manager, Amazon Studios Local Originals;
Senior Program Manager, Acquisition;
Business Intelligence Engineer;
Data Scientist Intern;
Marketing Manager;
Account Executive;
Customer Delivery Architecy, Professional Services;
Senior Program Manager, Fulfillment Acceleration, EU DF;
Product Support Engineer, Emerging Tech Services;
Sr Software Development Engineer, Amazon Books;
Internal Recruiter.

OFFERTE DI LAVORO A ROMA
Territory Account Manager – Public Sector;
Senior Front End Engineer, AWS Resource Management;
AWS Recruiter;
Audit, Risk and Compliance Manager;
Transportation Audit, Risk and Compliance Manager;
AWS – Lead Development Representative Italy;
Security Tooling Engineer;
Senior Penetration Testing Engineer, Security Verification and Validation Team;
Penetration Testing Engineer.

ALTRE SEDI
Senior Software Development Engineer, Redshift Berlin – Cagliari;
Costumer Service Delivery Station Liaison (DSL) – Alessandria;
Graduate Area manager – Passo Corese (RIETI);
Site Controller, Customer Fulfillment Finance – Agognate (Novara);
HR Business Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
HR Assistant – Palermo;
Inventory Control and Quality Assurance Escalation specialist – Colleferro (Roma);
Specialista Sicurezza sul Lavoro – Cividate al Piano (Bergamo), Rovigo, San Salvo (Chieti);
Reliability Maintenance Engineering Area Manager – Calenzano (Firenze);
Health and Safety Manager – Passo Corese (Rieti);
Team Lead Operations – Trento;
Software Developer Engineer, Alexa AI Natural Understanding – Torino;
Senior Program Manager – Security and Loss Prevention, EMEA Surface Transportation
Programs Implementation – Castel San Giovanni (Piacenza);
Receptionist (L.68/99) – Cividate al Piano (Bergamo);
Reliability Maintenance Engineering Planner – Cividate al Piano (Bergamo);
Specialista Sicurezza sul Lavoro, EU Sort WHS – Casirate d’Adda (Bergamo);
Travel Coordinator, Launch Support Team – Casirate d’Adda (Bergamo);
Loss Prevention Specialist – Passo Corese (Rieti), Agognate (Novara);
Supervisore Squadra di Manutenzione – Colleferro (Roma);
3PL Area Manager, 3PL team – Soccorso (Perugia), Genova, Bitonto (Bari);
Receptionist – Colleferro (Roma);
Italian Data Linguist – Torino;
Software Development Engineer, Elastic Graphics – Asti, Cagliari;
Senior HR Business Partner – Calenzano (Firenze), Padova, Bologna, Venezia, San Giovanni Teatino (Chieti);
Regional Program Manager, Community Operations – Firenze, Grugliasco (Torino);
Regional Specialist, Community Operations – Udine;
HR Business Partner – Castel San Giovanni (Piacenza);
Senior HR Manager Warehousing – Cividate al Piano (Bergamo);
ICQA Escalation specialist – San Salvo (Chieti);
HR Associate Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
Air Gateway Manager, Air Ground OPS – Castel San Giovanni (Piacenza);
Senior HR Business Partner – Spilamberto (Modena);
Graduate HR Partner – Torrazza Piemonte (Torino);
Manutentore industriale – Cividate al Piano (Bergamo);
Shift Manager AMZL, Amazon Logistics – Pisa;
ICQA Data Analyst – San Salvo (Chieti);
Trainer – Cividate al Piano (Bergamo);
Ops Lead – Spilamberto (Modena).

Le questioni linguistiche della guerra in Ucraina e l’anglificazione

Il mese scorso, nella trattativa diplomatica per risolvere il conflitto in Ucraina che Erdogan aveva rivolto a Putin, sul tavolo non c’era solo Kiev fuori dalla Nato e la questione della sovranità di Donbass, Crimea e territori occupati, ma anche la protezione della lingua russa. Perché le questioni linguistiche si intrecciano in modo inestricabile con quelle delle identità etniche, sociali e culturali, e fuori dalla miopia italiana, sono un fattore politico di primo piano quasi ovunque.

Le lingue dell’Ucraina

La lingua ucraina convive e si mescola con il russo in tutto il Paese, anche se esistono varie altre minoranze linguistiche. Secondo un censimento del 2001, i madrelingua ucraini sarebbero quasi il 70%, e i russofoni meno del 30%, un dato che non corrisponde all’etnia della popolazione rilevata dallo stesso censimento che registrava una percentuale russa ben superiore al 50%. E secondo un’indagine svolta dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev nel 2004, le due lingue si equivarrebbero nell’essere parlate tra le mura domestiche. La presenza del suržik, un misto di russo e ucraino parlato in molte regioni, rende ancora più difficile distinguere nettamente chi parla una o l’altra lingua.

La diffusione dei due idiomi non si può sovraporre con le realtà territoriali, è indelimitabile e sfumata.
Anche se il russo prevale in Crimea e nelle regioni orientali contese nel conflitto, a Ovest prevale l’ucraino in città come Leopoli, al centro il russo va per la maggiore soprattutto nelle aree urbane, come nella capitale Kiev, mentre l’ucraino è diffuso nelle campagne. In questa distribuzione a macchia di leopardo che include un largo bilinguismo, nonostante l’ucraino goda dello status di lingua ufficiale dal 1991, molti ucraini non lo conoscono. Lo stesso presidente Zelensky, russofono, durante la campagna elettorale del 2019 che lo ha eletto presidente, non sapeva parlare ucraino, anche se si era impegnato a farlo. Nel suo programma elettorale c’era invece la creazione di un portale in lingua russa destinato agli abitanti del Donbass per fare arrivare loro il punto di vista di Kiev.

Nel 2012, il governo Janukovych aveva introdotto un discusso concetto di “lingue regionali” che in alcune aree aveva portato al riconoscimento del russo come lingua della scuola e dell’amministrazione, al pari dell’ucraino. Ma tutto è stato spazzato via nel 2019 dal predecessore di Zelensky, Petro Poroshenko, con una legge sulla lingua (n° 5670-d) che toglieva al russo e alle altre lingue minoritarie lo stato giuridico di “lingue regionali” e ne limitava l’uso nella sfera pubblica.

Nell’attuale conflitto si combattono anche le questioni linguistiche accanto a quelle territoriali e politiche. E da anni è in atto una guerra della lingua che vede scontrarsi il progetto di una nuova ucrainizzazione contro quello della storica e secolare russificazione del Paese.

Ucrainizzazione e russificazione

Fino al 2013 il mercato editoriale ucraino era formato per il 75% da libri russi, ma nell’ultimo decennio la proporzione si è invertita a favore di quelli ucraini che prevalgono per numero di titoli ma anche per copie venute. Questa rinascita della letteratura ucraina, in ascesa sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo, è il risultato delle politiche linguistiche e anche di una guerra culturale che ha seguito la guerra di Crimea del 2014.

Il Consiglio Supremo ha sancito l’ucraino come lingua dello Stato, favorendolo e esaltandolo, e ha bandito il russo dal linguaggio istituzionale e ufficiale, mentre il Parlamento ha vietato i libri importati dalla Russia. Nel 2015 è uscito una sorta di “indice dei libri proibiti” che ne metteva ben 38 in una lista nera, in un clima di una più vasta “derussificazione” avviata dal nuovo governo filo-occidentale che ha soppresso persino il partito comunista locale. La legge dell’ex presidente Poroshenko prevede che i cittadini parlino ucraino (almeno in teoria), introduce un esame da superare per ottenere la cittadinanza, ed estromette il russo dai programmi formativi e scolastici. Anche le radio e le televisioni devono trasmettere in ucraino per il 90%, la stessa percentuale del cinema, con l’obbligo di sottotitoli ucraini nelle pellicole in russo.

Questo pacchetto di provvedimenti ha innescato un ampio dibattito, e il progetto di una deliberata “ucrainizzazione” era mal visto dalla popolazione russofona. La forte divisione tra le due culture che si scontrano è evidente soprattutto nelle aree che hanno proclamato la secessione dove, al contrario di quanto avviene nel Paese, dal 2020 hanno introdotto come unica lingua ufficiale il russo.

L’invasione da parte della Russia è avvenuta in questo clima, e anche se si sovrappone a una guerra che va avanti dal 2014, di cui si è parlato poco, ha oggi assunto un carattere globale.

Ma dal punto di vista linguistico, nel nuovo contesto che ha coinvolto il mondo intero, tra ucrainizzazione e russificazione è spuntato anche l’inglese.

L’anglificazione nella Prima guerra globale

Nella speranza che il conflitto non si trasformi nella Terza guerra mondiale, per ora sembra più una Prima guerra globale, e nella controversia linguistica tra ucrainizzazione e russificazione si sta insinuando anche il progetto dell’anglificazione, come avviene in tutto ciò che è legato alla globalizzazione.

Nella legge sulla lingua caratterizzata dai provvedimenti de-russificatori, è previsto che i siti Internet .ua debbano avere la pagina iniziale in ucraino – il che è linea con l’imposizione della lingua in tanti altri aspetti che riguardano l’ufficialità – ma è comparsa un’aggiunta molto curiosa: oppure in inglese o altra lingua ufficiale dell’Ue. In altre parole il russo è vietato, ma di fatto si apre all’inglese, anche se in teoria sarebbe possibile usare altre lingue ufficiali.

Il provvedimento si può interpretare come un’espressione del desiderio di far parte dell’Europa, ma quello che colpisce è che nel testo della legge 5670-d il russo è stato cancellato e non viene più nominato, mentre l’inglese è nominato per ben 18 volte!

Senza voler giustificare l’ingiustificabile – l’invasione dell’Ucraina è un crimine – il montante sentimento anti-russo, che Putin ha chiamato “isteria”, sull’onda dell’emotività sta valicando gli aspetti politici e bellici per allargarsi a quelli culturali e più generali.

In Italia ha fatto scalpore l’isteria dell’Università Bicocca di Milano che, qualche tempo fa, avrebbe voluto sopprimere una conferenza di Paolo Nori su Dostoevskij (avevo già parlato del suo libro in tempi non sospetti) in preda a un oscurantismo anti-russo rimangiato a causa delle polemiche, con un atteggiamento schizofrenico per cui il rimedio si è rivelato ancor più imbarazzante della decisione iniziale.

Naturalmente per chi è sotto le bombe questo sentimento anti-russo è più che comprensibile, da un punto di vista emotivo.

In un articolo sull’Huffingtonpost si può leggere una dichiarazione di Olena, una donna ucraina, che urla il suo sfogo:

Sono nata e cresciuta a Donetsk. Ho parlato russo per tutta la vita. Ora sono letteralmente nauseata da qualsiasi cosa che sia russa: cultura russa, balletto russo, lingua russa, musei russi. Che vada all’inferno. Ecco da dove viene tutto ciò che è russo. Adesso parlo ucraino. O inglese.

Questo sentimento appartiene a molti, e pare che stia nascendo una sorta di rivolta culturale che implica l’abbandono del russo sulle piattaforme sociali e anche nella vita quotidiana, come segno di protesta, ma il riferimento all’inglese come simbolo dell’Occidente è una novità sui cui riflettere.

Per un ucraino di lingua russa, o per un politico come Zelensky che non padroneggia l’ucraino, la tentazione di rinnegare la propria identità linguistica e passare all’inglese sembra forte. Alla base c’è una mancata separazione e confusione tra i piani culturali e linguistici, da una parte, e quelli politici e bellici dall’altra. Si può benissimo condannare e combattere la guerra di Putin senza rinnegare la propria lingua e cultura, in teoria. Ma nella pratica quello che accade è che l’odio per l’invasore finisce per coinvolgere anche il piano linguistico.

Un simile sentimento è al centro del libro Ritorno a Berlino (Verna Carleton, Guanda 2017) in cui il protagonista, dopo il nazismo, aveva cambiato identità, si spacciava per americano e parlava in inglese celando le proprie origini germaniche e la propria lingua davanti al mondo:

Mi vergognavo di essere tedesco, mi vergognavo di appartenere a un paese che aveva tollerato l’esistenza di un regime tanto atroce. Non riuscivo ad affrontare la vita come Erich Dalbur. Come Eric Devon ho trovato il modo di stare a galla.

I segnali di apertura all’inglese sul piano interno dell’Ucraina, dove la “vergogna” nasce dal parlare la stessa lingua dell’invasore, si radicano attraverso il sentimento di voler appartenere all’Europa.
Filippo Mastroianni, in un articolo su Il Sole 24 ore ha scritto: “L’attenzione posta sull’inglese, citato ben diciotto volte nella legge (…) è l’indizio di una politica di più ampio respiro e di un progetto di collocazione europea che Kiev ha ormai imboccato.” Ma anche questo sentore è frutto di una confusione, perché l’inglese non è affatto la lingua dell’Europa, almeno sulla carta. Anche se in questa Prima guerra globale sta guadagnando terreno.

Jean-Luc Laffineur – il presidente dell’associazione Gem+ di Bruxelles che difende il multilinguismo e combatte la prassi surrettizia dell’inglese come lingua dell’Ue – nel bollettino del 31 marzo agli associati ha osservato:

Prima dell’invasione dell’Ucraina, la bandiera europea veniva sventolata accanto alle bandiere nazionali degli stati più filoeuropei anche se non è mai apparsa dietro le scrivanie di Orban o dei primi ministri polacchi. Tre giorni fa a Varsavia, la bandiera americana è stata innalzata accanto a quella polacca, la bandiera europea no. Prima dell’invasione dell’Ucraina, si parlava di allargamento dell’UE. Ora si parla di un allargamento della NATO alla Svezia e alla Finlandia. (…) Prima dell’invasione dell’Ucraina, monitoravamo attentamente la presidenza francese dell’UE per conteggiare il tempo che i dirigenti europei passavano a parlare in francese e in altre lingue. Da allora, abbiamo visto i leader sloveno, polacco e ceco recarsi, senza alcun mandato del Consiglio europeo, a Kiev per sostenere il presidente Zelenski e tenere una conferenza stampa improvvisata in inglese. (…) Non dimentichiamo che l’uso e la crescita di una lingua è legata al potere dello stato dominante. Aumentando la sua dipendenza economica e militare dagli Stati Uniti, l’UE sta di fatto facendo un ulteriore passo verso il vassallaggio politico all’alleato americano.

Questo “vassallaggio” dell’Europa verso la politica e la lingua degli Stati Uniti sta contribuendo all’affermarsi del globalese come lingua internazionale; ed ecco che anche in Ucraina viene percepito così, e accade che l’inglese diventi la lingua alleata dell’ucraino in funzione anti-russa, e che un presidente russofono come Zelensky che non sa parlare bene l’ucraino guardi all’inglese, esattamente come raccontava nell’intervista la cittadina ucraina Olena disposta ad abbandonare persino la propria identità.

Passando dal “vassallaggio” europeo a quello italiano, la novità è che Enrico Letta, segretario del PD, uno dei partiti più americanizzati e filoamericani d’Europa, dall’inizio del conflitto ha cominciato a cinguettare su Twitter in inglese con aforismi come questo:

How many #Bucha before we move to a full oil and gas Russia embargo? Time is over” (3 aprile).

A dire il vero ne ha fatti 2 o 3 anche in francese negli ultimi tempi, ma quelli in inglese al 24 marzo erano ben 14! E più che di multilinguismo bisognerebbe parlare di una comunicazione politica che comincia a dare i primi segnali di anglificazione per rivolgersi non solo agli altri politici europei in inglese, ma anche sul piano interno agli italiani, come fanno le pubblicità e le multinazionali d’oltreoceano. Questi primi segnali si sono visti anche con due cinguettii in inglese di Di Maio (27 febbraio e 2 marzo), due di Renzi (24 febbraio e 2 marzo) e uno di Calenda (25 marzo).

Accanto all’ucrainizzazione, alla russificazione e all’anglificazione dell’Europa, la de-italianificazione della nostra classe politica è sempre più evidente e si allarga.

La creolizzazione culturale e l’educazione all’itanglese (il perché degli anglicismi)

Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?” si chiedeva Draghi qualche tempo fa. È una domanda che si fanno in molti e che si sente spesso. Perché?

La risposta esce dall’ambito della linguistica. Sotto il ricorso compulsivo agli anglicismi ci sono fenomeni profondi, che sono allo stesso tempo culturali, economici ma anche psico-sociali. Hanno a che fare con una creolizzazione ben più ampia di quella linguistica, e non coinvolgono solo il nostro Paese, ma il mondo intero, travolto da una “globalizzazione” che coincide sempre più con “americanizzazione”.

Naturalmente non esistono culture pure, isolate o vergini. Tutte sono ibridate, meticce e influenzate dall’esterno, ed è un bene che lo siano, perché gli scambi portano arricchimenti. Il punto è che attualmente non si assiste ad alcuno scambio significativo, bensì a un’affermazione unidirezionale dei modelli angloamericani che si espandono in tutto il mondo e schiacciano le altre culture. Questi valori non sono “universali” ma “universalizzanti”: diventano universali perché si riescono a esportare con successo. Il motore di questo processo è l’espansione delle multinazionali angloamericane e delle loro merci, e le conseguenze culturali, sociali e linguistiche sono solo le sovrastrutture.

Dagli hamburger si passa così alla mcdonaldizzazione del mondo. Il monopolio cinematografico, televisivo e di internet produce un mondo virtuale in cui siamo immersi che finisce per inglobarci facendoci assorbire ben precisi comportamenti sociali; le pratiche di consumo indotte dalle pubblicità si trasformano in luoghi appositamente concepiti per metterle in pratica, dai fast food ai cinema multisala dove ciò che si guarda è soprattutto la produzione hollywoodiana e ciò che e si mangia è il popcorn che si appoggia negli appositi spazi previsti dalle poltrone in sala. In questo modo si arriva all’esportazione-importazione persino delle festività come Halloween, dei riti come quello del black friday, delle tradizioni come l’addio al celibato o dei conigli pasquali che affiancano le uova di cioccolato.

Senza tenere presente questo scenario non è possibile comprendere il perché degli anglicismi e dell’anglicizzazione dell’italiano.

L’alienazione culturale e linguistica

La creolizzazione è un concetto molto fumoso e di difficile definizione teorica. Dal punto di vista linguistico si riferisce ai territori coloniali dei Caraibi o dell’India, dove l’imposizione dell’inglese, a contatto con le culture locali, ha portato all’emergere di lingue miste. In Italia non esiste alcun bilinguismo a base inglese sul territorio (per adesso), e il contatto con la lingua e la cultura angloamericana è il risultato di un “sovramondo” virtuale costruito su quello locale. Basta accendere la tv, guardare un film o connettersi a internet per immergersi in questo sovramondo che non è la proiezione della realtà italiana, bensì quella della società americana che lo ha costruito e lo esporta.
Le conseguenze socio-culturali portano alla formazione di nuove generazioni globalizzate e omologate sui gusti delle pressioni universalizzanti statunitensi.

E così capita che uno studente di “storytelling” di Parma scriva racconti dove le automobili sono le Cadilllac, non le Fiat Punto che circolano per la sua città, mentre i nomi dei protagonisti delle sue storie sono in inglese, non sono certo Anna e Marco. Invece di essere in grado di raccontare e di esprimere la vita reale con la sua narrativa, questo aspirante scrittore “medio” non fa altro che proiettare la sua storia nel mondo virtuale che lo ha nutrito e cresciuto. Il mondo dei film e delle serie televisive che lo hanno formato e che ha introiettato, un mondo che nella realtà quotidiana non gli appartiene affatto, ma che scimmiotta inconsapevolmente e gli appare reale e migliore di quello che vive. In questo processo di alienazione culturale il terreno su cui si inseriscono gli anglicismi è molto fertile.

Dall’altra parte, secoli di speculazioni sull’arte della retorica – dai sofisti alle scuole di scrittura creativa che fino a qualche anno fa erano ancora in voga – sono state spazzate via dal piattume di uno “storytelling” di matrice americana in una riconcettualizzazione della scrittura persuasiva e delle tecniche di narrazione di natura pragmatica, e spesso becera, che annulla la storia profonda della nostra cultura e la riscrive spacciandola come una tecnica nuova e priva di legami con quelle che sono sempre state le nostre radici. E così il circolo si chiude e tutto torna. Ma la storia del colonialismo ripercorre proprio gli stessi schemi.

Il colonialismo culturale

Il colonialismo dei secoli passati, imposto con le armi, ha lasciato il posto a una nuova forma morbida di colonialismo culturale che salta la fase della spada, ma alla fine non fa che produrre con altre forme il medesimo processo di assimilazione.
Lo aveva capito Agricola, elogiato da Tacito per aver saputo romanizzare i Britanni, dopo la loro sottomissione militare. Senza questa fase, la conquista non avrebbe potuto avere alcun effetto duraturo.
Il “Tacito asservimento” è avvento attraverso l’edificazione di tipo romano (oggi sono invece i grattacieli di una città come Milano a ridisegnarne lo skyline), attraverso l’importazione delle toghe (oggi c’è l’outfit fatto di T-Shirt, jeans e sneaker). E poi attraverso il trapianto dei costumi romani (oggi lo si fa attraverso Netflix, Google e via dicendo), o con il diffondere le “squisite mense” romane (oggi i fast food e i MasterChef che trasformano la cucina in cook). E infine tutto si è compiuto con l’imposizione della lingua romana a partire dai figli dei capitribù (cioè i rampolli della classe dirigente), in modo che da “disprezzata” divenisse “bramata”. La conclusione di Tacito è che i Britanni alla fine chiamavano la romanizzazione “cultura”, ma era al contrario il loro asservimento.

Sedotti dai valori universalizzanti del nuovo impero globale, un sovramondo virtuale che ricopre ogni territorio, oggi ci asserviamo da soli, come forse hanno fatto gli Etruschi che si sono romanizzati senza guerre sino a scomparire in un’assimilazione con la civiltà che li ha fagocitati.

L’italia creola che crede di essere internazionale

Se lo scrittore africano Thiong’O ha raccontato il dramma delle scuole coloniali inglesi che hanno fatto di questa lingua il requisito della cultura, uccidendo le culture locali e impedendone ogni altra, noi oggi spendiamo delle fortune per mandare i figli dell’alta borghesia nelle scuole di lingua inglese che sono spacciate per internazionali, invece che coloniali, e suonano blasonate e superiori.

Nelle università, nel mondo del lavoro o in quello della scienza il monolinguismo dell’inglese internazionale spazza via tutto il resto, e rende l’apprendimento di ogni altra lingua e cultura qualcosa di superfluo come saper suonare il pianoforte. Ma essere internazionali ed esseri anglofoni sono concetti molto diversi. Il mondo non coincide affatto con l’anglosfera come si vorrebbe far credere, è ben più ampio, complesso e sfaccettato. Identificare la cultura e la lingua inglese con l’internazionalità fa parte di un progetto neocolonialista che prevede l’americanizzazione del mondo, un progetto funzionale agli interessi dei Paesi anglofoni che non ci conviene affatto, anche se facciamo di tutto per perseguirlo senza comprendere che ci sta distruggendo.

Eppure, basterebbe studiare la storia delle imposizioni colonialistiche di una lingua, per comprendere cosa sta avvenendo: prima si conquistano le istituzioni, poi l’intellighenzia, la classe dirigente e dunque l’università; seguono le grandi città, e alla fine tutto si espande anche nei centri periferici e rurali.

I collaborazionisti dell’inglese

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente” diceva Churchill nel 1943 (Discorso agli studenti di Harvard, 6 settembre).

E mezzo secolo dopo, l’ex funzionario dell’amministrazione Clinton, David Rothkop, ha dichiarato:

“L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese a essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, a essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono.” (David Rothkop, “In Praise of Cultural Imperialism?” in Foreign Policy, n. 107, estate 1997).

Invece di contrastare questo disegno perseguendo i nostri interessi e ponendo l’italiano al centro di una politica linguistica che sia in grado di proiettarlo sul piano internazionale, in Italia, ma anche in Europa, da decenni i ministeri dell’Istruzione investono una quantità spropositata di risorse per promuovere l’inglese globale dall’interno, a scapito del multilinguismo. Il risultato delle pressioni esterne globalizzanti, e di questi sforzi interni, ha già conquistato le nuove generazioni, educate al solo inglese nella scuola sin dall’infanzia, e americanizzate attraverso il linguaggio dei film, dei videogiochi, dell’intrattenimento… E poi ha conquistato i professori, la classe dirigente e gli intellettuali che hanno perso ogni ruolo critico in grado di esprimere il dissenso per diventare il principale strumento di omologazione. Costoro son diventati i principali “collaborazionisti” dell’inglese, per riprendere un’espressione del filosofo francese Michel Serres, si annidano nelle élites e sono i primi a identificarsi con i concetti d’oltreoceano

Ecco perché “dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi”, vorrei rispondere a Draghi. Perché la catechizzazione all’inglese e all’itanglese è sorretta e predicata proprio dalla classe dirigente che lui rappresenta. E per comprenderlo basta togliersi i paraocchi e vedere cosa accade quotidianamente con qualche esempio molto concreto.

Educare all’inglese

Nella nuova riconcetualizzazione e rimappatura della realtà veicolata dai giornali non si fa altro che educare all’inglese e promuovere la cancellazione dell’italiano e delle nostre radici storiche. Questo approccio catechizzante prevede che ogni genere di cosa o concetto si introduca o ribattezzi ripetendo l’inglese a pappagallo e spacciandolo come qualcosa di reale o di necessario. Si trapianta l’inglese e lo si sostituisce all’italiano, perché l’inglese è il nuovo totem da cui attingere, e c’è solo quello: la lingua e la cultura italiana si riducono a ripetere e importare in modo servile e acritico tutto ciò che arriva da un unico modello socioculturale, quello dei Paesi dominanti.

IL DRILLING
E così su Orizzonte Scuola si può leggere: “Inglese: il drilling per entrare in sintonia con la lingua. Cos’è e come usarlo in classe”.

Di che cosi si parla? In cosa consiste questa innovativa e straordinaria pratica? Semplice:

“Esiste una metodologia didattica di insegnamento della lingua straniera che più delle altre consente agli studenti di entrare in sintonia con la lingua studiata, nel nostro caso l’inglese. Si tratta del drilling, che favorisce l’assimilazione delle strutture grammaticali, il miglioramento della pronuncia e dell’intonazione. Essa consiste nella ripetizione ad alta voce delle frasi o delle parole pronunciate dall’insegnante.”

Ci rendiamo conto della pochezza che si cela sotto la solennità dell’inglese? La ripetizione ad alta voce delle frasi, la stessa tecnica secolare impiegata dai talebani per imparare a memoria il Corano, viene nobilitata attraverso l’ennesimo anglicismo-supercazzola che la rende innovativa. E nell’assenza di spirito critico, si ripete questa geniale metodologia andando sempre più a fondo:

“Adesso è arrivato il momento di presentarvi tre tecniche specifiche di drilling: repetition drill, substitution drill e backchaining drill. Vediamole nel dettaglio…”

Queste tre pratiche introdotte in inglese sono semplicemente la ripetizione della parola, la ripetizione con sostituzione, e la ripetizione al contrario. E con un’anglo-idiozia dopo l’altra, il corso prosegue con analoghe banalità che non sono più espresse in italiano, ma attraverso un lavaggio del cervello fatto di concetti come “il guessing game (Indovina cos’è) oppure il disappearing text (Testo che scompare).”

Quando invece di tradurre e reinterpretare questo tipo di metodologie le ripetiamo e “drilliamo” attraverso i concetti e i termini in inglese, ci stiamo comportando da colonizzati.

IL DOOMSCROLLING
Passando dalla scuola alla divulgazione scientifica, ecco come la rivista Focus ci colonizza con il doomscrolling:

Si tratta della ricerca compulsiva di cattive notizie e viene presentato in inglese, la lingua superiore da ripetere senza volere né essere in grado di reinterpretare con i nostri concetti:

“Il doomscrolling è un neologismo inglese entrato nell’Oxford Dictionary nel 2020: la parola indica la tendenza a cercare in modo ossessivo cattive notizie online, scorrendo (scrolling) sullo schermo del nostro telefonino (o tablet, o pc) per informarci sulle sventure (dooms) che accadono nel mondo.”

L’inglese è dio, è la nuova religione, e lo si deve trapiantare e ripetere, mentre l’italiano è una lingua inferiore e impotente di cui vergognarsi.

IL CORE TRAINING
Su AtuttoNotizie possiamo imparare che cos’è il core training:

La risposta è banalmente negli esercizi dei muscoli stabilizzatori:

“Desiderate rafforzare i muscoli dell’area addominale, lombare e del bacino? Il core stability training è ciò che fa al caso vostro. Si tratta infatti di una tecnica pensata proprio per allenare il “core”, il “nucleo del corpo“, ovvero quella zona compresa tra la porzione inferiore del busto e il margine inferiore del bacino. Scopriamo insieme in cosa consiste e quali sono i suoi benefici…”

IL SUNDAYRESET E IL PEARLCORE
Io Donna riconcettualizza il mettere in ordine la casa, il riordinare – una mania che aveva anche mia nonna! – con il nuovo e intraducibile concetto del sundayreset con cui ci educa.

Amica ci insegna un’altra cosa nuova e fondamentale: se vanno di moda le collane di perle siamo di fronte a una tendenza pearlecore.

E così lo studio del nome diventa naming (“Logo e naming per una brand identity efficace”), chi fa formazione introduce gli speed mentoring, gli psicologi parlano di mindfulness e di token economy

La colonia Italia

Con questa classe dirigente, intellettuale e politica l’italiano è finito. Perché è finita la nostra capacità di pensare – e dunque parlare – in modo autonomo. Dovremmo avere il coraggio di dire la verità: queste cose mostrano che l’Italia è una colonia.
I giornali anglofoni hanno chiamato le nostre restrizioni anticovid lockdown, e dal giorno dopo abbiamo ripetuto anche noi questa parola senza più alternative! Trump ha parlato di fake news, e da quel giorno, come sudditi, lo abbiamo fatto anche noi!

Questi non sono semplici prestiti, sono il sintomo del tracollo della nostra lingua, e questo inglese è la diffusione dell’ignoranza della nostra storia e cultura.
La nostra creolizzazione lessicale non ha che fare solo con i cosiddetti “prestiti linguistici”. Siamo in presenza di una creolizzazione culturale ben più ampia di cui gli anglicismi non sono la causa, ma l’effetto. Ubriachi di inglese, lo facciamo nostro, e in preda alla nostra alberto-sordità che ha perso ogni componente comica ci inventiamo da soli suoni-concetti risemantizzati in modo maccheronico che non appartengono né all’italiano né all’inglese: il green pass al posto del certificato verde, il telelavoro è detto smart working, gli assistenti familiari sono caregiver, le vessazioni mobbing, gli orientatori navigator… E mentre i neologismi sono sempre più in inglese, i “prestiti sterminatori” uccidono le nostre parole storiche e completano il quadro.

Su questo scenario, il problema non sono i singoli anglicismi, alcuni dei quali non sono destinati a radicasi, ma il fatto che non ci sia giornalista, tecnico, scienziato, intellettuale, personaggio pubblico, politico… che non introduca un nuovo concetto in inglese per designare qualcosa di nuovo o presunto tale. Questa nuvola anglicizzata, che ho definito la panspermia del virus anglicus, ci avvolge con un’intensità di un ordine di grandezza superiore al numero delle parole inglesi registrate sui dizionari.

È una follia collettiva irrefrenabile, una nevrosi compulsiva che diffonde i suoni inglesi anche quando siamo di fronte all’aria fritta. E infatti friggere con l’aria diventa Air fry, secondo Paolo Giordano il Waning è la parola chiave per comprendere quanto dura l’effetto di un vaccino, una camminata per raccogliere i rifiuti è il plogging, lavorare dal sud è il South Working


E l’italiano ciao ciao!

La lingua degenere: itanglismi e petizione contro lo scevà (ə)

Che cosa accomuna l’itanglese, l’italiano newstandard ad alta frequenza di itanglismi, e la ventata riformatrice che predica il linguaggio inclusivo espresso con lo scevà?

Ci sono almeno due elementi che permettono di leggere questi due fenomeni come l’effetto di qualcosa di più ampio e di più profondo.
Prima di sviscerare la questione, però, conviene spiegare e definire il punto di partenza.
Cosa sono gli itanglismi? E cos’è lo scevà?

Gli itanglismi

Chiamo “itanglismi” le parole a base inglese entrate nella lingua italiana. Mi pare una definizione più evoluta rispetto a quella di “anglicismi”, un’etichetta legata alle ingenue categorie dei “prestiti” utilizzate da molti linguisti, un modo di classificare le cose ogni giorno più inadatto per rendere conto dell’interferenza dell’inglese. Credere che si prenda in prestito qualche manciata di parole inglesi crude (cioè non adattate né reinterpretate) che provengono dall’angloamericano è semplicemente errato.

Senza dubbio molte parole inglesi si propagano in tutto il mondo esportate dalle multinazionali che si espandono e dall’inglese che mira a diventare la lingua unica internazionale in sempre più ambiti (lavoro, scienza, scuola… persino nell’Unione Europea da cui il Regno Unito è uscito). Ma le enormi e incontenibili pressioni esterne legate alla globalizzazione sono solo una parte del fenomeno. La verità è che ogni anglicismo importato si trasforma presto in un itanglismo, e cioè in un’espressione che si ricava un significato peculiare nell’italiano assente nella lingua di provenienza. E così va a finire che il computer non è proprio come un calcolatore, parola ormai morta perché è stata incapace di evolversi insieme con la realtà, e dunque evoca solo i marchingegni di una volta, mentre quelli nuovi si chiamano computer. Questo cristallizzare l’italiano ai suoi significati storici, perché ciò che è nuovo si deve esprimere in inglese, è tipicamente italiota. Questa distinzione tra vecchio e nuovo non appartiene all’inglese dove erano computer i primi giganteschi “mainfrain” e sono computer anche i più moderni portatili ultraleggeri. E non appartiene nemmeno alle lingue sorelle come il francese o lo spagnolo, dove si diceva e si dice ordinateur o computadora. La maggior parte di questi anglicismi ortodossi subisce in italiano una sorta di risemantizzazione, rispetto all’inglese, e cioè si carica di un significato che si discosta dalla lingua prestante. Perciò il mouse da noi non è un topo, come in inglese e in quasi tutte le lingue, ma diventa un tecnicismo insostituibile (che certi linguisti spacciano come prestito di “necessità”, una necessità tutta italiana, però) per indicare un oggetto ben preciso. Dai prestiti “parziali” come questo alla creazione di pseudoanglicismi (parole apparentemente inglesi, ma che non lo sono affatto nella forma o nei significati) il passo è breve. Ed ecco che social – che vuol dire solo sociale – indica le piattaforme sociali (in inglese social network, dove la seconda parola non può essere decurtata) e un caregiver (che in inglese indica solo un generico assistente) si trasforma in un “non-è-proprismo” che indica un assistente familiare, cioè un familiare che si ritrova a far da badante (participio presente del verbo “badare”) ma che “non è proprio” come un badante che lo fa di professione…
Oltre alle decurtazioni tipicamente italiane per cui la pallacanestro diventa basket (cioè un cesto) invece di basketball, gli itanglismi nascono sempre più spesso da ricombinazioni tutte italiane di radici inglesi, come nel caso dello smart working, incomprensibile agli stessi inglesi (che usano invece home working cioè lavoro da casa o telelavoro, come potremmo dire se non fossimo malati), ma anche per uno spagnolo o un francese. A questi e ad altri fenomeni di reinvenzione dell’inglese all’Alberto Sordi (l’awanagana di Nando Mericoni) come beauty case o beauty farm, si aggiungono centinaia e centinaia di ibridazioni da backuppare a fashionista, da linkabile a speakeraggio, da scooterino a scoutismo, da babycalciatore a zanzara killer (ne ho parlato sul sito Treccani). In questo calderone proliferano sempre più anche gli itanglismi sintattici come no + qualsiasi cosa in inglese (no vax invece di antivaxxer, no mask, no green pass, no global…) o covid + qualsiasi cosa in inglese (covid hospital, covid free, covid manager…) dove inglese e itanglese si confondono e sovrappogono in una neolingua creola.
La situazione è questa, e non si può certo spiegare con la favola dei prestiti lessicali: gli itanglismi travalicano l’inglese e anche le norme dell’italiano.

Lo scevà

Mi sono espresso più volte sullo schwa, che in italiano si chiama scevà, è bene ribadirlo visto che non lo usa quasi nessuno. È una parola tedesca di origine ebraica, ma la verità è che si è imposta recentemente attraverso l’agloamericano e si dovrebbe pronunciare, guarda caso, come la vocale più frequentemente usata nella lingua inglese. Si tratta del simbolo ǝ che secondo i predicatori del linguaggio inclusivo dovrebbe sostituire le nostre flessioni delle parole al femminile e al maschile per cui dire professorǝ includerebbe sia il professore sia la professoressa, che al plurale dovrebbero diventare professorз. Questa riforma ortografica, morfologica e fonologica, inventata a tavolino, arriva dopo simili precedenti proposte che volevano ricorrere al carattere “neutro” espresso dall’asterisco (professor*), della “u” (professoru) o della chiocciola (professor@), e si basa su una tesi ideologizzata che presuppone che il maschile inclusivo (es.: “Ciao ragazzi” rivolto a un gruppo di ragazze e ragazzi) sia discriminatorio, soprattutto se nel gruppo ci dovesse essere qualcuno che non si riconosce negli schemi del genere binario e dunque non si sente né uomo né donna. Ma sostenere che nella lingua italiana ci sia una corrispondenza tra il sesso delle parole (genere) e il sesso di ciò che indicano è una falsità. In ogni caso, non mi sento sminuito nella mia mascolinità se mi definiscono una bella persona (al femminile), se sono una buona guida (al femminile) e non credo che un reale a cui si fosse detto: “Sua eccellenza ieri è andata a Versailles?” si sentisse discriminato dal femminile.

Il linguaggio che include nel pensiero unico dell’anglosfera

Dopo queste premesse è possibile tornare al nocciolo della questione.
Cosa accomuna l’anglicizzazione dell’italiano e l’ideologia dello scevà?

La prima cosa è il disinteresse per la lingua italiana vissuta come un nostro patrimonio storico e culturale da tutelare e valorizzare. In una scuola sempre più alla deriva, dove si punta a insegnare l’inglese (eliminando ogni altra lingua e perseguendo l’unilinguismo invece del plurilinguismo inteso come valore e ricchezza) e a trascurare la nostra lingua – con il risultato di un sempre più ampio e tangibile analfabetismo di ritorno – l’italiano appare come qualcosa di vecchio, di cui vergognarsi e da riformare in nome della modernità e di un imprecisato nuovismo che attinge solo dall’inglese. E, accanto a questa predisposizione tutta interna a tagliare le nostre radici, c’è poi la schiacciante pressione esterna che arriva dall’anglosfera globalizzata alla conquista del mondo, che si espande e impone la propria cultura e dunque anche la propria lingua. Questa globalizzazione è una nuova forma di colonialismo che si persegue non più con gli eserciti, ma con le merci, con la tecnologia, con la cultura e l’intrattenimento che provengono essenzialmente dagli Stati Uniti.

La storia del colonialismo insegna che nell’imposizione di una lingua i primi a essere conquistati sono gli intellettuali, gli accademici, l’apparato dello Stato che introduce la nuova lingua formalmente, e dai centri nevralgici si comincia poi a diffondere negli strati sociali più elevati e nelle città, per poi estendersi anche nelle campagne. Il pesce puzza dalla testa, si dice, e nella nostra attuale società gli intellettuali sono proprio coloro che propagano l’inglese e l’itanglese, e adesso molti di loro stanno predicando anche il credo dello scevà in nome del linguaggio “inclusivo”. Un’ideologia che arriva d’oltreoceano dove da molti anni negli ambienti “progressisti” e in certe università si diffonde l’uso del “singular they” che equivarrebbe a dare del “loro” a una singola persona aggirando la questione del genere che in inglese coinvolge soltanto alcuni pronomi e pochi sostantivi. Questo approccio risulta impraticabile nell’italiano, a meno di distruggerlo, visto che la questione del maschile e del femminile è ben più complessa.
L’introduzione dello scevà è figlia di questa ideologia, e non si preoccupa della dissoluzione e della discriminazione del nostro sistema linguistico (sostanzialmente lo stesso delle altre lingue romanze), ma guarda solo alle discriminazioni di genere in una confusione tra genere sessuale e grammaticale, due cose che non coincidono affatto, anche se lo si vuol fare credere.
In Italia la discriminazione della donna o l’omofobia sono fenomeni pesanti, ma non è chiamando ipocritamente con un linguaggio inclusivo “president3” della Repubblica o del Consiglio tutti gli uomini che hanno storicamente ricoperto queste cariche che si risolve la questione, preferirei vedere una presidente (donna) prima o poi, e solo in questo modo la discriminazione si attenuerebbe.

I descrittivisti prescrittivi

È strano che gli interventisti predicatori dello scevà si mostrino invece piccati di fronte alle lamentele e alle petizioni di legge contro l’abuso dell’inglese.
Ma come? Non sai che bisogna essere descrittivisti? Non sai che la lingua italiana va studiata, e non difesa? Come osi mettere in discussione ciò che è entrato nell’uso? La gente parla come vuole. Vuoi fare come Arrigo Castellani che pensava si potesse dire guardabimbi invece di babysitter? Non ti senti ridicolo? Vuoi forse dire arlecchino invece di cocktail come proponevano ai tempi del fascismo?

Le persone che fanno questi discorsi e la buttano in burletta, però, spesso sono le stesse che abbracciano l’introduzione dello scevà. Ma in questo caso l’interventismo va bene, evidentemente, e cambiare il modo di parlare e di scrivere, o buttare nel cesso la lingua di Dante in nome di un’ideologia strampalata, si trasforma in qualcosa di lecito e di giusto per questi “descrittivisti prescrittivi”.
Dietro questa contraddizione e dietro questo usare due pesi e due misure a seconda di quel che fa comodo c’è qualcosa di più profondo che implica l’abbandono dell’italiano storico, di cui poco importa e di cui ci si vergogna. Dietro queste prese di posizione c’è un cambio di paradigma in atto nella classe dirigente italiana, sempre più colonizzata da ciò che arriva dagli Stati Uniti. E non posso che ripensare alle parole di Gramsci, che ho più volte citato: “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi.” Dietro la questione della lingua, dall’anglicizazione allo scevà, c’è una riorganizzazione dell’egemonia culturale, come aveva capito Gramsci, che nel nuovo Millennio ha a che fare con la nostra americanizzazione sempre più pervasiva.

La conquista dei centri di irradiazione della lingua

Il linguaggio inclusivo è attualmente predicato da una minoranza schierata che lo vuole imporre a tutti. Il linguaggio inclusivo è in realtà divisivo e crea fratture sociali. Il linguaggio inclusivo vuole includere tutti in una riconcettualizzazione del mondo all’interno del pensiero unico che proviene dall’anglosfera. La sua imposizione, seguendo le dinamiche colonialiste della storia, avviene attraverso una minoranza di “collaborazionisti” che hanno occupato le posizioni centrali della società, e che costituiscno “i nuovi centri di irradiazione della lingua”, come direbbe Pasolini.
Questi personaggi cominciano timidamente con il dire, visto che ognuno parla come vuole, che hanno tutto il diritto di usare lo scevà in nome dell’inclusività, ma poi va a finire che se non parli e scrivi come loro diventi un “mostro”, diventi discriminatorio.

Abbiamo già visto a proposito della parola “negro”, come andata a finire. Una parola neutra priva di alcuna accezione spregiativa, nell’italiano storico, ma diventata discriminatoria negli Stati Uniti a partire dagli anni Ottanta, dove black, nigger o negro cominciarono a essere sostituiti da afroamericano. Quello che è accaduto nella colonia Italia è che dagli anni Novanta i traduttori cominciarono ad applicare i criteri statunitensi anche alla nostra lingua (nei libri e nei film) e che, grazie anche al linguaggio dei giornali, nel giro di un decennio l’uso secolare dell’italiano è stato modificato dall’alto, dagli intellettuali colonizzati che sono riusciti a riscrivere la storia e cambiare il nostro modo di parlare. La menzogna per cui “negro” sarebbe stato discriminatorio si è così tramutata in realtà, e la parola è diventata impronunciabile.
A parte il fastidio davanti all’ipocrisia, poco male, in fondo. Dire “nero” invece di “negro” per avere interiorizzato una riconcettualizzazione d’oltreoceano non ha certo comportato nulla di grave. Ma la questione dello scevà non è così innocente, porta allo sfaldamento della nostra lingua in modo strutturale. E per questo è importante opporsi a questi interventisti che vogliono imporci di cambiare il nostro modo di parlare. Ed è importante che questa resistenza (se si può ancora usare questa parola al posto di resilienza, nel lessico del nuovismo d’oltreoceano) arrivi non solo dalla gente, ma proprio dagli intellettuali e dalla classe dirigente. Perché se questa riforma linguistica comincia a prendere piede sui giornali, come negli articoli di Michela Murgia, nelle università, nelle scuole, e addirittura nelle istituzioni, sarà poi impossibile fermarla. Come è accaduto con la parola “negro”. Come sta accadendo con gli itanglismi.

La petizione di Massimo Arcangeli

Per questi motivi ho firmato la petizione del linguista Massimo Arcangeli che si oppone allo scevà in nome dell’italiano. Finalmente un linguista che scende in campo, che fa qualcosa di concreto, che fa sentire la sua voce di intellettuale e accademico per opporsi al revisionismo linguistico così in voga in certi ambienti che si presentano progressisti ma sono tutto il contrario. Gli intellettuali di questi ambienti sono coloro che hanno smarrito la loro funzione critica per rivestire il ruolo di legittimatori delle nuove forme di potere, invece di metterle in discussione.
La reazione di Arcangeli arriva davanti a un pericoloso precedente istituzionale, che mostra il vero volto del fondamentalismo dello scevà, un’ideologia che si fa strada proclamando il diritto di parlare come si vuole e quindi di stravolgere l’italiano e finisce per istituzionalizzarsi e imporsi a tutti come un obbligo.


Quando le università abbandonano l’italiano e passano all’itanglese, o al linguaggio inclusivo dello scevà, stanno distruggendo la nostra lingua, con il pretesto di rinnovarla. E tutto ciò va fermato. Se le petizioni che ho lanciato a tutela dell’italiano compromesso dagli itanglismi (come quella senza risposta a Mattarella) sono state ignorate dai linguisti, dagli intellettuali e dai mezzi di informazione, questa volte le cose potrebbero andare diversamente. E tra i firmatari della petizione, per fortuna, questa volta ci sono tanti linguisti del calibro di Claudio Marazzini o di Luca Serianni in compagnia di tanti intellettuali e personaggi di spicco. E sarebbe auspicabile che tutti facessero sentire la propria voce ed esprimessero in modo chiaro il loro dissenso.
Chi vuole leggere e firmare la petizione lo può fare sul sito Change.org.

Lingue e democrazia nell’Unione Europea

Lo scorso 10 dicembre ho partecipato a una tavola rotonda internazionale intitolata “Lingue e democrazia nell’Unione Europea”.
La videoconferenza – e non un “webinar” come ormai si dice in un insopportabile itanglese stereotipato – è stata organizzata dall’associazione GEM+ (per una Governanza Europea Multilingue) in collaborazione con la Rappresentanza dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia (OIF) presso l’Unione Europea.

La cosa più bella è stata la perfetta organizzazione della traduzione simultanea degli interventi degli oratori (e non degli “speaker”). Ognuno parlava rispettivamente in francese, tedesco e italiano, e tutto veniva tradotto in diretta dagli interpreti nelle altre lingue. Già, perché la lingua dell’Europa non è l’inglese, ma è la traduzione, per dirla con Umberto Eco, e questo modello di evento internazionale che fa a meno dell’inglese non è solo eticamente preferibile, ma ha anche funzionato benissimo sul piano tecnico, e persino la sessione di domande e risposte del pubblico è avvenuta senza alcun intoppo nella lingua madre di chi faceva il suo intervento immediatamente reso disponibile nelle altre lingue.

Il moderatore dell’incontro è stato il poliglotta Jean-Luc Laffineur, presidente della GEM+ e avvocato dei fori di Bruxelles e di Parigi. Sono intervenuti il senatore belga e deputato di Bruxelles Gaëtan Van Goidsenhoven che ha affrontato il tema del multilinguismo come garanzia della democrazia; l’ex direttore generale dell’Interpretazione al Parlamento europeo Olga Cosmidou che ha parlato dell’insopportabile dittatura del monolinguismo; il fisico tedesco Dietrich Voslamber, amministratore dell’associazione della lingua tedesca VDS (Verein Deutsche Sprache), che ha illustrato una proposta di multilinguismo efficace da impiegare nella Commissione. Io (Antonio Zoppetti) ho invece raccontato la storia dell‘esclusione dell’italiano nel nostro Paese da parte del Ministero dell’Università e della Ricerca, riassumendo gli episodi che nel nuovo Millennio, in modo surrettizio e senza richiami mediatici significativi, stanno portando all’istituzionalizzazione della lingua inglese sul piano interno, a scapito della nostra lingua: l’anglificazione del Politecnico di Milano, la riforma Madia, la vicenda dei Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) e del Fis (Fondo Italiano per la Scienza) che si devono presentare solo in inglese.

Voglio rendere disponibile la registrazione della conferenza nella traduzione italiana, per chi fosse interessato (ma in nome del plurilinguismo ci sono anche le versioni francese e tedesca).


Di seguito ripubblico la cartella stampa dell’evento. E con l’occasione auguro a tutti un buon 2022.

Comunicato stampa

A seguito della Brexit, l’UE è ormai composta da circa 450 milioni di cittadini che vivono in 27 Stati membri e dispone tuttora di 24 lingue ufficiali. Eppure, per una serie di ragioni – compresa la logica finanziaria della riduzione dei costi come anche per convenienza – i leader e gli alti funzionari delle istituzioni dell’UE con sede a Bruxelles lavorano in una lingua, l’inglese, o in due lingue, in inglese e – ancora occasionalmente – in francese. Allo stesso modo, la loro presentazione visiva al pubblico europeo appare solo in inglese o in inglese e francese. Eppure l’inglese è attualmente la lingua madre di solo l’1,5% dei cittadini dell’UE.
Le gravi conseguenze politiche di questa anglicizzazione, a livello locale, europeo e internazionale, sono sconosciute o sottovalutate. Localmente, se prendiamo l’esempio della Regione di Bruxelles Capitale, il francese è un prezioso cemento di coesione sociale e culturale tra i diversi distretti e comuni della Regione, tra popolazioni di diverse origini sociali ed etniche. Tuttavia, la progressiva anglicizzazione della regione di Bruxelles sta minando questa coesione. Il suo corollario, la progressiva cancellazione del francese dalla comunicazione pubblica e dai grandi eventi culturali, contribuisce a una frattura artificiale tra le élite e i quartieri popolari, escludendo questi ultimi dagli eventi culturali, ricreativi e sportivi che vengono sistematicamente promossi in inglese. Nell’Unione Europea, l’anglicizzazione delle istituzioni porta i funzionari dell’UE ad avvicinarsi involontariamente, dal punto di vista intellettuale e culturale, al mondo degli affari internazionali e delle potenze straniere anglofone, a scapito degli interessi degli Stati membri e dei cittadini dell’UE, contribuisce all’anglicizzazione delle università europee, emarginando, come per esempio in Italia, le lingue ufficiali nazionali, e mina l’identità dei cittadini europei che non conoscono l’inglese o non lo padroneggiano bene e che, di conseguenza, sentono che la loro cittadinanza europea è diventata illegittima. A livello internazionale, l’anglicizzazione delle istituzioni europee contribuisce a dare dell’UE l’immagine di uno spazio politico vassallo di potenze straniere e diluisce il progetto europeo nella globalizzazione.

È urgente, in un momento in cui i presidenti Macron e Draghi evocano entrambi la necessità di affermare la sovranità europea e in cui il nuovo governo tedesco auspica il passaggio a una federazione europea, avvicinare i funzionari e i dirigenti europei ai propri cittadini, facendoli lavorare quanto più possibile nelle lingue di questi ultimi e imparando le lingue dei loro vicini. Al fine di ottenere un multilinguismo efficace, gli studi statistici mostrano che, come primo passo, una delle soluzioni alla Commissione europea sarebbe che tutti i funzionari padroneggiassero almeno due delle tre lingue di procedura tra il francese, il tedesco e l’inglese come lingue straniere. In una seconda fase, se tutti i funzionari padroneggiano almeno tre delle suddette lingue come lingue straniere, con l’aggiunta dell’italiano, spagnolo ed eventualmente (a lungo termine) del polacco, la Commissione potrebbe lavorare efficacemente anche in cinque o in addirittura sei lingue.

GEM+ chiede che durante la presidenza francese dell’UE – che dovrebbe anche prendere in considerazione le raccomandazioni del rapporto Lequesne – così come nel contesto della Conferenza per il futuro dell’Europa, i dirigenti europei prendano in considerazione le sfide politiche risultanti dall’anglicizzazione dell’UE e programmino concretamente l’attuazione di un multilinguismo equilibrato in tutte le istituzioni dell’UE, tenendo conto delle lingue madri più e meglio parlate nell’UE. In un futuro breve, si possono intraprendere azioni senza costi a sostegno del principio del multilinguismo come stabilito dai trattati. Si consideri, per esempio, la visualizzazione dei cartelloni delle istituzioni dell’UE, trasmesse dai media in tutti gli Stati membri, che appaiono solo in inglese o in inglese e francese. Non costerebbe molto rendere questi cartelloni di nuovo multilingue, come lo erano fino a una data recente. Il multilinguismo può avere un costo finanziario e organizzativo significativo, ma il costo politico del monolinguismo può rivelarsi fatale per il progetto di una Europa unita.

GEM+ (per una Governanza Europea Multilingue), i cui membri provengono da diversi stati membri dell’Unione Europea (UE), mira a promuovere il multilinguismo nelle istituzioni dell’UE e nelle sue cerchia. L’associazione si oppone quindi a qualsiasi forma di egemonia unilinguistica.

Il progetto politico dell’itanglese

La prima notizia del Corriere.it di oggi è in itanglese, e non è una novità, è la norma.

Fallito il tentativo di chiamare la certificazione verde con il suo nome, “verde” per l’appunto, il green pass si è evoluto nel super green pass, e tra test, boom, hub e task force è l’italiano a essere messo tra virgolette quando si parla di documento “rafforzato”. L’unica nota positiva è terza dose invece di booster.

È ormai evidente che l’itanglese non è solo una realtà, è una precisa scelta comunicativa di tutti gli apparati mediatici, dai giornali alla televisione. L’itanglese è la lingua che si usa nel lavoro, dove le mansioni, le funzioni e anche il gergo dell’ambito si esprimono sempre più con parole inglesi. L’itanglese è la lingua dell’informatica e di Internet, delle pubblicità e delle insegne dei negozi, è l’idioma dei tecnici, degli scienziati, degli imprenditori, di sempre più uomini di cultura che ne fanno una scelta sociolinguistica per elevarsi e identificarsi in un gruppo “superiore” di appartenenza.
L’itanglese è la lingua delle manifestazioni culturali e degli eventi, è la lingua delle Poste italiane che nella nuova nomenclatura abbandonano i pacchi celeri e la posta ordinaria in nome del delivery. L’itanglese è la lingua del Miur – ora rinominato Mur – che tra soft skills e centinaia di altri anglicismi prepara ed educa gli studenti all’itanglese del lavoro e del futuro, mentre i giovani, imbevuti sin dalla culla di interfacce informatiche, videogiochi, titoli di film e di serie in inglese che veicolano i costumi e la società angloamericana (da Halloween al Black Friday, da Google a Facebook), lo praticano in modo sempre più naturale, e crescono con l’inglese obbligatorio e la cultura dell’unilinguismo per cui è la lingua internazionale e c’è solo quello, dalle elementari sino all’Erasmus. La pervasività del fenomeno è tale che persino gli antiglobalisti da centro sociale si definiscono no global e alla fine parlano la lingua delle multinazionali che vorrebbero abbattere e che identificano con il male. E gli ecologisti che idolatrano la svedese Greta Thunberg non hanno la più pallida idea di che cosa significhi l’ecologia linguistica e, come il loro idolo, manifestano contro il climate change fregandosene del cambiamento climatico e linguistico, dando per scontato un mondo che parla solo l’inglese.
Intanto il Ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani dichiara che non serve studiare le guerre puniche, ma occorre cultura tecnica, abbracciando la distruzione della scuola che da decenni è al centro dei progetti del Mur che importa prassi, concetti (e parole) d’oltreoceano in un appiattimento culturale di cui si vedono le conseguenze. Il rapporto Censis di pochi giorni fa ha rilevato che per il 5,9% di italiani (3 milioni) il covid non esiste, per quasi l’11% il vaccino è inutile, mentre fanno rabbrividire le percentuali di terrapiattisti, sostenitori del G5 come strumento di controllo delle persone, negazionisti dello sbarco sulla luna e convinti che il crollo delle torri gemelle sia stato un complotto dei servizi segreti statunitensi.
Queste sono anche le conseguenze di un vuoto culturale di cui le istituzioni sono responsabili, e la nuova strategia della supremazia della tecnica sulla cultura, il pragmatismo delle 3 “i” di Berlusconi-Moratti (Internet, Impresa, Inglese) sta portando a un cambio di paradigma che ha molto a che fare con l’americanizzazione della nostra società e la distruzione delle nostre radici in nome di una globalizzazione che è sempre più una colonizzazione non solo economica, ma anche culturale e linguistica. L’inglese è la lingua unica che serve per esprimere il pensiero unico, come negli scenari orwelliani, per semplificare.

Nel solco di quanto già introdotto attraverso i Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) è appena stato istituito il nuovo Fondo Italiano per la Scienza (FIS, ma di italiano c’è ben poco, e forse quella “i” significa inglese) che prevede ingenti stanziamenti e si deve presentare obbligatoriamente in inglese, e in inglese si devono svolgere gli eventuali dibattiti. Si è introdotto a questo modo un pericoloso precedente che prevede l’abbandono dell’italiano, la nostra lingua madre, messo al bando in nome della lingua inglese, proprio nell’anno delle vuote e retoriche celebrazioni dantesche. Ma del resto la riforma Madia aveva già reso l’inglese lingua obbligatoria per partecipare ai bandi della pubblica amministrazione, mentre atenei come il Politecnico di Milano lavorano da anni per l’insegnamento nel solo inglese.

Su questo scenario di cancellazione dell’italiano si spiega anche l’itanglese, figlio di una mentalità che fa dell’angloamericano la lingua superiore. E l’itanglese è anche la lingua della nuova politica.
Sepolto il vecchio e poco comprensibile politichese novecentesco, il nuovo linguaggio politico è incentrato su un lessico del nuovismo che punta alle parole inglesi. Ma il dramma non è solo che questa lingua è quella della comunicazione politica dell’era di Twitter e degli streaming, l’itanglese è diventato la lingua delle istituzioni che produce jobs act e flat tax, cashback e navigator, cargiver e family day, senza risparmiare nessuno, dalla sinistra alla destra, passando per i pentastellati che hanno problemi con il congiuntivo e sono incapaci anche solo di prendere in considerazione che l’italiano è una risorsa da tutelare, e tanto meno sembrano in grado di comprendere cosa sia una politica linguistica.

L’inglese globale, e l’itanglese sul piano interno, sono la strategia della nuova classe politica che impone un inglese che fiorisce sul cimitero dell’italiano.

Nel 2019 in tanti abbiamo scritto a Di Maio per protestare contro l’introduzione della figura del navigator (uno pseudoanglicismo ridicolo e imbarazzante) e chiedendo di usare una parola italiana.
Nessuno ha ricevuto una risposta.

Nel 2020 ho rivolto una petizione al nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con oltre 4.000 firme contro l’abuso dell’inglese. Non è pervenuta alcuna risposta.

Quest’anno ho presentato una petizione di legge alla Camera e al Senato per la tutela della lingua italiana, ma nessun parlamentare ha risposto né la sta prendendo in considerazione.

Davanti alle esternazioni di Mario Draghi contro l’abuso dell’inglese ho scritto al suo capo di gabinetto segnalandogli la petizione e supplicando il presidente del Consiglio di fare qualcosa. Non è pervenuta alcuna risposta.

A parte queste iniziative che hanno raccolto migliaia di firme dal basso, davanti all’obbligo dell’inglese per il FIS (Fondo Italiano per la Scienza) anche la Crusca ha scritto al Ministero, per protestare insieme ad AISV (Associazione Italiana di Scienze della Voce), AItLA (Associazione Italiana di Linguistica Applicata), DiLLE (Didattica delle Lingue e Linguistica Educativa), SIG (Società Italiana di Glottologia), SLI (Società di Linguistica Italiana). Ma nemmeno a queste istituzioni il Ministero ha ritenuto opportuno rispondere.

Il punto, a mio avviso, non è che al Ministero interessi poco la questione, come ha scritto rammaricato il presidente della Crusca Claudio Marazzini. Credo che la faccenda sia ben più grave. Le istituzioni seguono un ben preciso progetto che si basa sul rafforzamento dell’inglese come lingua internazionale a scapito del plurilinguismo, e sul piano interno rivendicano con orgoglio la scelta di usare l’itanglese.

A gennaio, davanti alla decisione del ministro Dario Franceschini di chiamare in inglese, ITsArt, la piattaforma che si propone di “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo”, in 300 gli abbiamo scritto pregandolo di riconsiderare quella denominazione che suona come un ossimoro. Ma a nessuno è mai pervenuta una risposta.

Pochi giorni fa il ministro degli esteri Luigi Di Maio, agli Stati generali della lingua italiana e della creatività, ha presentato la nuova campagna di comunicazione per rinnovare l’immagine dell’Italia all’estero che si chiamerà “BeIT”. L’idea della lingua italiana che ha esposto è ben chiara: “BeIT, la campagna di comunicazione straordinaria a sostegno del Made in Italy che la Farnesina sta realizzando in collaborazione con l’Agenzia ICE. Si tratta della prima campagna di nation branding mai realizzata per l’Italia: un racconto digital first dinamico e innovativo costruito proprio attorno a quei valori che caratterizzano l’essere e il saper fare dell’Italia.”
Promuovere l’italiano in itanglese sarebbe comico, se non fosse tragicamente vero. E l’idea dell’italiano che ha la nostra classe politica è quella dell’italiano 2.0 che si chiama itanglese, e non è certo quello di Dante.

Qualche linguista sostiene che “l’itangliano è ancora lontano” e che è tutta un’illusione ottica, qualche altro scrive pezzi intitolati “Chi ha paura degli anglicismi” e altri ancora notano che in fondo sul nuovo Zingarelli ci sono “solo” 3.000 anglicismi (omettendo di dire che nella prima edizione digitale del 1995 erano “solo” 1.800). Intanto l’Alitalia è stata rifondata con il nome di ITA Airways, e quello che sta avvenendo è sotto gli occhi di tutti (Italofonia ha fatto un buon punto della situazione su come le istituzioni stiano distruggendo la nostra lingua).

L’itanglese è ormai la lingua della politica e delle istituzioni, oltre che di tanti altri pezzi della società. È un progetto perseguito con consapevolezza. E la nostra classe dirigente, nell’attuarlo, è responsabile della mutilazione e della morte dell’italiano.

Dal bilinguismo territoriale a quello virtuale della globalizzazione

Nel poemetto Italy del 1904, Giovanni Pascoli raccontava la storia di una nonna che non parlava una parola di inglese, e della nipotina Molly arrivata d’oltreoceano che non sapeva l’italiano. In quell’opera non c’è traccia dell’odierno mito americano, vissuto come modello socioculturale superiore di cui gli anglicismi che si riversano nella nostra lingua sono le conseguenze. Invece dell’ammirazione del Nuovo Continente, si respirava la nostalgia per l’Italia vissuta come il “nido” abbandonato che aveva come sottofondo il dramma dell’emigrazione. In un trionfo dell’affetto sull’incomunicabilità, il linguaggio poetico introduceva, forse per la prima volta, varie espressioni inglesi (Poor Molly, cioè povera Molly) e altre frutto del contatto tra le due lingue lontane che si mescolavano. Gli affari diventavano bisini e la torta con aromi pai con fleva.

Quell’ibrido era solo un espediente letterario, però ricordava qualcosa di reale: il cosiddetto “broccolino” degli emigrati che si esprimevano in dialetto, più che in italiano, e non sapendo controllare l’inglese lo sostituivano con vocaboli che nella propria parlata avevano un suono analogo. La pronuncia di Brooklyn era così simile a quella di broccolo che bastava dire così per farsi capire. In quell’idioletto nato dal contatto tra due lingue così distanti, il lavoro (job) era giobba, i negozi (shop) scioppa e la lavatrice (washing machine) vascinga mascina. A quei tempi l’America era un continente, più che essere identificata con i soli Stati Uniti come oggi – la parte per il tutto – e ibridazioni di questo tipo erano nate anche a Buenos Aires, dove gli emigrati italiani parlavano una simile interlingua mista che gli argentini battezzarono come “cocoliche”, una mescolanza fatta di semplificazioni lessicali dello spagnolo e di adattamenti al sistema morfosintattico dei dialetti italici.

Le ibridazioni linguistiche e l’itanglese

I fenomeni di ibridazione linguistica sono da sempre legati a un bilinguismo territoriale. Uno dei casi più noti è quello dello spanglish che si è diffuso nelle aree negli Stati Uniti con una forte presenza della cultura ispanica, nelle comunità bilingui tra portoricani, messicani e cubani, e l’ibridazione sta nel mescolare le due lingue all’interno di una stessa frase. Il primo livello è solo lessicale, e consiste nel ricorrere agli anglicismi, per esempio show, shopping o training invece di espectàculo, compras o entrenar. Ma poi sorgono neologismi che costituiscono calchi e adattamenti misti, come socketines invece di calcetines (cioè “calzini” derivato dall’inglese sock), parkear o parquear invece di estacionar (“parcheggiare”, da park), e il mescolamento durante le conversazioni si spinge a formulare frasi in cui convivono non solo questo tipo di parole, ma anche parti importanti della frase che si alternano in un continuo cambiamento di codice linguistico.

Su scala ridotta, l’itanglese si sta sviluppando seguendo lo stesso meccanismo. L’importazione degli anglicismi è sempre più ampia, e in certi settori come l’informatica o il linguaggio lavorativo l’italiano è ormai mutilato del suo lessico e inadatto a esprimere questi ambiti senza ricorrere alla stampella dell’inglese. Gli innumerevoli “prestiti di necessità”, cioè le parole che non hanno alternative, da mouse a chat, sono in realtà dei trapianti linguistici dove la presunta “necessità” è tutta italiana, visto che all’estero le traduzioni circolano, e appartiene non alle parole, ma alla mente colonizzata di chi le ha introdotte. La scelta di importare in inglese i nuovi oggetti o concetti è praticamente l’unica strategia adottata, in un contesto sociale dove si sono abbandonate le altre soluzioni che consistono nel tradurre, adattare, inventare nuove parole o allargare il significato di quelle che già abbiamo. Accanto a questa tendenza c’è poi quella di ricorrere all’inglese come preferenza sociolinguistica anche nel caso di ciò che si può esprimere con le nostre parole ma che preferiamo dire in inglese. In questo modo molti anglicismi si rivelano non un processo aggiuntivo, ma uno sottrattivo, e invece di rappresentare un arricchimento si trasformano in un depauperamento e in una regressione dell’italiano, che viene scalzato dalle parole inglesi. Questi “prestiti sterminatori” entrano come prestiti di “lusso” e finiscono per prendere il sopravvento e rendere il lessico italiano sempre meno naturale fino a farlo diventare inutilizzabile. È successo per esempio con parole come calcolatore o elaboratore soppiantate da computer, ma sta accadendo sempre più di frequente. E così omicida seriale lascia il posto a serial killer, e parlare di cronaca rosa o pettegolezzo risulta ogni giorno più inadeguato rispetto al gossip che impera sui giornali senza alternative.
Il numero delle parole ibride, che non sono più né italiane né inglesi, negli anni Duemila è lievitato in maniera sconcertante. Il fenomeno nasce dagli accostamenti di una parola italiana a una inglese (zanzare killer, clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…), dalla declinazione delle radici inglesi (zoomabile, fashionista, scoutismo…) che coinvolge sempre più verbi (backuppare, downloadare, hackerare) e dai confissi come baby o cyber che si sono trasformati in una regola generativa che può dare vita a un numero di parole praticamente infinito (baby-criminale, cyber-atacco…) e così ormai over sta soppiantando ultra e gli ultraottantenni sono diventati gli over 80, mentre la nazionale di calcio giovanile è quella degli under 21.

Tutto ciò avviene solo con gli anglicismi, nel caso dei francesismi le parole come foularino (da foulard), moquettista o voyeurismo si contano sulle dita delle mani. Da sole, le ibridazioni con l’inglese, che sfuggono ai già altissimi conteggi degli anglicismi, sono centinaia e centinaia, ben di più dell’intera eredità degli ispanismi sommati ai germanismi presenti nei dizionari, per avere un’idea della portata del fenomeno.
In questo prendere vita dell’itanglese che travalica ormai le vecchie e inadeguate categorie del “prestito linguistico”, comincia a prendere piede anche il fenomeno delle enunciazioni mistilingue dove capita di alternare con disinvoltura, come se fosse normale, espressioni più complesse, in un intercalare di off course, one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, too much!, last but not least, the best… E la novità degli ultimi anni è che in questa commutazione di codici stanno comparendo anche i primi verbi in inglese (remember, don’t worry¸ stop, relax, enjoy, save the datefuck you!) che per tutto il Novecento erano qualcosa di inaudito.

In questo configurarsi dell’itanglese sempre più come una lingua ibrida, rispetto all’epoca del “Morbus anglicus” di Arrigo Castellani dove l’inglese irrompeva quasi esclusivamente attraverso l’importazione di parole isolate, bisogna rilevare il fatto che al contrario del caso dello spanglish in Italia non c’è alcun bilinguismo a base inglese sul territorio (si potrebbe aggiungere: per ora, vista la scelta dell’anglificazione di certi percorsi universitari). Anzi, l’inglese è parlato da una minoranza della popolazione e secondo i rapporti Istat 2015, (1) è masticato appena dal 48,1% di chi sa una o più lingue straniere (quindi solo una parte della popolazione). Ma se si passa all’analisi del livello di conoscenza le cose precipitano: il 28% degli italiani dichiara una conoscenza scarsa, turistica e insufficiente, e solo il 27% buona e il 7,2% ottima. Questi dati sono in linea con le medie europee, e stando all’agenzia di statistica Eurostat la percentuale della popolazione degli stati membri che dichiara di non conoscere l’inglese si attesta fra il 51% e il 56%, (2) mentre il numero di coloro che dichiarano di conoscerlo molto bene “come lingua straniera non supera l’8% della popolazione europea. Facendo quindi la somma di chi parla inglese come lingua materna e chi lo conosce come lingua straniera a un livello molto buono (…) si arriva a nemmeno il 10% della popolazione. Il restante 90% o non capisce l’inglese o non lo parla bene”, ha precisato Michele Gazzola. (3)

L’interferenza dell’inglese che ibrida le lingue di tutto il pianeta, dunque, non nasce più dal contatto fisico sul territorio, ma da un contatto virtuale che è altrettanto “reale” e pervasivo.

L’anglosfera e il bilinguismo virtuale

L’americanizzazione della nostra società travalica i confini dell’Italia, è un evento di ben più ampia portata che coinvolge gran parte del pianeta e ha a che fare con la globalizzazione e con il progetto di imporre l’inglese come la lingua internazionale di tutto il pianeta. Come ha osservato David Ellwood, oggi il potere degli Usa non è più nella supremazia militare o nel dollaro, ma nelle “manifestazioni locali dei prodotti e processi culturali americani, delle sue società e simboli, icone e stelle.” (4)
Nel 1998 il Washington Post scriveva: “I film americani, i programmi televisivi, i software dei computer, i libri e le altre forme d’esportazione culturale” costituiscono il principale ricavo americano nel settore delle esportazioni e hanno superato la produzione aerospaziale e della difesa. (5)

Il processo di mondializzazione di alcuni modelli che provengono dagli Usa era già presente anche prima della caduta del muro di Berlino e dell’avvento di Internet, così come esiste da tempo la possibilità dei viaggi internazionali per lavoro o per turismo, ma oggi si è diffusa a dismisura. La novità sta dunque nella dimensione e ampiezza di questi fenomeni, che non riguardano più solo alcuni aspetti internazionali limitati alle merci o – passando dalle merci alla cultura – al mercato della musica, del cinema o della televisione. La globalizzazione è diventata un evento così pervasivo da coinvolgere ogni aspetto della nostra vita, compreso quello linguistico. Internet ha contribuito in modo significativo alla sua accelerazione, perché ha ridotto gli ostacoli legati alle distanze, diventando lo strumento dell’interazione sovranazionale e della connessione di tutto il globo. Il che ha prodotto una certa deterritorializzazione, come è stata chiamata, e cioè una perdita della rilevanza del territorio sia per le relazioni umane sia per le loro attività. Ma questa “deterritorializzazione” non è un luogo neutro, è un territorio costruito all’interno dell’anglosfera, e viene esportato in tutto il mondo dai suoi protagonisti che pensano e parlano in inglese.
Fino agli anni Novanta, per esempio, la scrittura al computer era problematica nel ricorso ai caratteri alfabetici in uso in molte lingue, perché tutto si basava sul sistema di codificazione Ascii (American Standard Code for Information Interchange) di 255 caratteri pensati per esprimere l’inglese. Oggi questi problemi sono stati superati, ma non è un un caso che nell’Italia 2.0 il punto stia soppiantando la regola europea della virgola. Mentre negli Usa la virgola è usata come separatore delle migliaia e il punto per la separazione dei decimali, da noi avviene l’esatto contrario. Ma in molti programmi informatici statunitensi, e anche in molte calcolatrici, si ritrova la regola a stelle e strisce, visto che il calcolatore è stato concepito con quelle logiche e che le interfacce sono tradotte in italiano in modo parziale e sommario. E il risultato è che ormai parliamo del Web 2.0 e che basta assistere a un dibattito televisivo elettorale per sentire che il tal partito si è attestato a percentuali del 3.5% invece che 3,5%. Gli esempi di questo tipo di interferenza sono infiniti, e riguardano sempre più aspetti del nostro quotidiano, di cui la lingua è soltanto la spia d’allarme che si illumina sul cruscotto.

Ormai l’ambiente digitale e quello televisivo sono diventati preponderanti e il tempo che la gente dedica a queste attività è sempre maggiore. Se le interfacce dei cellulari e l’ambiente virtuale sono fatti di termini inglesi, finisce che diventano prioritari e “intraducibili” e in questo modo ci si abitua a pensare con questi concetti e le parole native non vengono più in mente. Come ha osservato il linguista Massimo Fanfani, se un tempo “i prestiti da lingue straniere erano veicolati da singoli parlanti bilingui o da élites e gruppi ristretti e poi si diffondevano in modo graduale (…), oggi invece l’interferenza è fin da subito un fenomeno di massa. La gran parte delle novità di modello straniero penetrano in modo immediato e tumultuoso fra gli strati più larghi della popolazione o entro gruppi sociali vasti e il loro processo di diffusione e di assimilazione sembra essere stabilito, più che dai singoli parlanti dagli stessi mezzi di comunicazione.” (6)

È in questo processo che va rintracciato il trapianto di sempre più anglicismi, che finiscono per entrare in circolazione da subito tra gli addetti ai lavori che li propagano senza nemmeno porsi il problema di come tradurli o renderli in italiano. Se le ibridazioni e le commutazioni di codice per cui si mescolano due lingue nascono nelle comunità dove il bilinguismo è presente sul territorio, il mondo virtuale ci espone a un analogo bilinguismo artefatto che nasce da un contatto mediato da elementi astratti e culturali ugualmente potenti. L’inglese e l’itanglese diventano l’interfaccia tra noi e il mondo virtuale, un ambiente concepito all’interno dell’anglosfera che si rivolge al globo diffondendo il proprio lessico e la propria lingua. Le pubblicità che usano l’inglese per essere internazionali si riversano nella lingua di tutti, e dai mezzi di diffusione mediatici percolano fisicamente sul territorio in ogni modalità, dalle insegne dei negozi ai nomi dei prodotti che troviamo sugli scaffali e scritti sulle scatole.

Nel linguaggio aziendale questi trapianti sono spinti dalla terminologia che nasce nell’anglosfera e si espande, a cominciare dalle mansioni contrattuali di un’azienda come McDonald’s che nelle sue succursali italiane esporta figure come quelle dei crew (ma anche dei crew-delivery o dei crew-trainer) o dei guest experience leader e swing assistant (anche detti training manager), per finire con i ruoli e il linguaggio di altre multinazionali, dalle cosiddette big pharma a quelle dell’informatica. Quando nelle sue interfacce la Microsoft introduce i download, Twitter i follower, Facebook la timeline, Google gli snippet e centinaia di altri anglicismi, sono le multinazionali d’oltreoceano a imporre a tutti la propria terminologia, e la lingua non è più fatta dagli italiani. Al massimo i nativi italiani sul libro paga di queste imprese ratificano questi trapianti bollandoli come opportuni o “necessari” perché non vogliono tradurli, e spesso ne sono incapaci.

A questa pressione esterna si aggiunge poi il vezzo, tutto interno, di ricorrere all’inglese perché ci appare più moderno, evocativo o solenne. La combinazione di queste due forze che convergono nella stessa direzione diventa micidiale.

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Note

1) Istat, “Anno 2015. L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere”, 27/12/2017.
2) Michele Gazzola, Research for Cult Committee – European Strategy for Multilingualism: Benefits and Costs, PE 573.460, Brussels, European Parliament, 2016.
3) Michele Gazzola, “Può la traduzione automatica favorire il plurilinguismo nell’Unione europea post-Brexit?”, sito Accademia della Crusca, 26/7/2021.
4) David Ellwood, “La cultura come forma di potenza nel sistema internazionale. Americanizzazione e antiamericanismo”, in Mélanges de l’école française de Rome, année 2002, 114-1, pp. 431-439.
5) Ibidem.
6) Massimo Fanfani, “Reazioni italiane agli anglicismi”, in L’inglese e le altre lingue europee. Studi sull’interferenza linguistica, Félix San Vicente (ed.) Clueb 2002 (pp. 215-235), p. 221.

Siamo tutti americani? 11 settembre vent’anni dopo

All’indomani dell’11 settembre 2001, in un momento di forte emotività, il motto “siamo tutti americani” è rimbalzato sui titoli dei giornali di ogni Paese, persino in Francia, tradizionalmente reattiva alle interferenze inglobanti degli Usa, e proprio su Le Monde, da sempre critico verso la politica statunitense. Qualche giorno dopo, tuttavia, sullo stesso giornale uscì anche un pezzo che dissentiva da quel titolo, e Marie-José Mondzain spiegò le ragioni per cui non si sentiva “americana”, invitando a mantenere un giudizio critico davanti agli avvenimenti, anche se eravamo stati ipnotizzati dalle immagini del crollo delle torri gemelle che venivano rimandate all’infinito. [1] La solidarietà davanti alla tragedia, e l’identificazione con una società che ha anche delle enormi differenze rispetto a quella Europea e alle peculiarità dei singoli Stati sono cose molto diverse.

In Italia voci come queste non hanno trovato spazio sui giornali. Di fronte a quell’evento inaudito e inimmaginabile ciò che è accaduto ha portato a un ulteriore passo nel sentirci “americani”.

La nostra progressiva americanizzazione è un processo iniziato nel dopoguerra con il piano Marshall e la sua enorme propaganda, che ha portato al sogno americano degli anni Cinquanta e al miracolo economico che si è realizzato soprattutto negli anni Sessanta. Ma nel Secondo dopoguerra, e ancora sino alla fine del Novecento, il nostro sentirci parte dell’alleanza politica e atlantica non ci aveva ancora inglobati nel “siamo tutti americani” del nuovo Millennio che ha una pervasività pressoché totale. L’itanglese è solo la conseguenza linguistica, la cartina al tornasole per misurare il grado di questo fenomeno. Dalle datazioni dei dizionari si vede bene che tra le parole nate negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi crudi rappresentavano una percentuale del 3% o il 4% , e negli anni Sessanta sono raddoppiati attestandosi tra il 6% e il 7% dei neologismi nati in quel decennio. Questi aumenti non dipendono solo dall’importazione sempre più massiccia delle merci e della cultura a stelle e strisce – tra juke boxe e flipper, jeans e rock – ma anche del venir meno di ogni posizione critica nei confronti degli Usa.

In un primo tempo, l’accettazione e l’ammirazione di tutto ciò che è americano conviveva anche con degli atteggiamenti opposti che ne mettevano in discussione il valore e facevano dell’Italia qualcosa di ben distinto. Questo atteggiamento era trasversale a tutto il Paese. Da un punto di vista ideologico nella sinistra italiana c’era una critica al capitalismo e a certi valori della società americana, e anche se i beni di consumo o i film erano accettati dalle masse, l’anticomunismo del maccartismo o l’imperialismo americano erano invece deprecati. Questa “schizofrenia” all’interno del Pci, come qualcuno l’ha definita, in realtà riguardava anche il mondo dei cattolici e la destra.
La Chiesa aveva da sempre un atteggiamento ostile verso il materialismo americano, storicamente tacciato di essere immorale, anche sa davanti al pericolo rosso, aveva preferito appoggiare la Casa Bianca in funzione anticomunista, come il minore dei mali. Lo stesso atteggiamento circolava anche nella Dc, alleata con il Pentagono ma allo stesso tempo diffidente verso il patto atlantico, dai tempi di De Gasperi sino al più volte ministro degli esteri Giulio Andreotti, che davanti alla questione palestinese sembrava avere “come moglie legittima l’America e come amanti gli arabi ed i mediterranei.” [2]
A destra, già i repubblichini di Salò avevano puntato il dito contro l’espansione americana in Europa, un tema che successivamente è circolato molto negli ambienti conservatori, anche se davanti alla politica dei partiti che rivendicava il nostro inserimento nel patto atlantico, questo atteggiamento critico in seguito è rimasto confinato in gruppi e autori più marginali. Come ha scritto Alessandro Portelli, a proposito dell’atteggiamento della destra: “Le stesse forze che stavano trasformando l’Italia in un satellite politico degli Stati Uniti manifestavano a gran voce la loro preoccupazione per l’invasione di prodotti culturali americani che insidiavano la nostra civiltà umanistica e la nostra cultura classica, come pure il nostro modo di vivere contadino e cattolico.” [3]

Decennio dopo decennio, ogni atteggiamento critico è venuto meno e da un satellite politico siamo diventati un satellite anche culturale. Negli anni Settanta gli anglicismi salivano al 9-10% delle nuove parole, negli anni Ottanta al 14-16%, e negli anni Novanta al 27-28%. Intanto era caduto il muro di Berlino e si era dissolta l’Urss e con essa anche ogni resistenza all’americanismo di tipo ideologico. L’aumento delle parole inglesi negli anni Ottanta avviene non a caso negli anni del riflusso ma anche dell’americanizzazione della tv che con l’entrata della Fininvest ha portato a palinsesti fatti in gran parte di film e telefilm americani che prima erano poca cosa, mentre la Rai si subito adeguata allo stesso modello. E il potere morbido dei prodotti culturali che allo stesso tempo veicolano valori e visioni a stelle strisce non è da sottovalutare. Come ha osservato uno dei principali produttori cinematografici inglesi, David Putnam: “Alcuni cercano di convincerci che i film e la televisione siano degli affari come tutti gli altri. Non lo sono. Film e televisione modellano gli atteggiamenti, creano stili e comportamenti, rinforzano o minano i valori della società (…). I film sono più che un semplice divertimento, e più che un grosso affare. Essi sono potenza.”

Negli anni ’90, Berlusconi, l’uomo che aveva americanizzato la tv, per primo americanizzò anche la politica, e la sinistra subito dopo fece anche di più, configurandosi come un partito filoamericano non solo dal punto di vista ideologico, ma anche linguistico, con il “partito democratico” e le “primarie” (mutuati dagli Usa), e con la comunicazione di Veltroni nata dal motto “Yes We Can” che gli valse l’appellativo di “Obama italiano”, continuata con il linguaggio renziano fatto di slide e di streaming che ha prodotto il jobs act e tutta una serie di altre anglicizzazioni.

Intanto, l’avvento di Internet e una globalizzazione che coincide sempre più con “americanizzazione” avevano portato anche a epocali cambiamenti sociali tra la mcdonaldizzazione del mondo o l’importazione di tradizioni come la festa di Halloween.

In questo contesto, il 20 settembre 2001, Bush proclamò il suo discorso in cui dichiarava: “Questa non è solo la lotta dell’America, e in gioco non c’è solo la libertà americana. Questa è la lotta del mondo per la civiltà. Questa è la lotta di tutti coloro che credono nel progresso e nel pluralismo, nella tolleranza e nella libertà. Noi chiediamo a ogni nazione di unirsi a noi.”

La propaganda puntava ad avvicinare l’identità tra Europa e Stati Uniti, e il nuovo Occidente costruito sulla politica del terrore e lo scontro di civiltà, coincide ormai sempre più con i soli Stati Uniti.

Il radicarsi dell’itanglese trova la sua spiegazione in questo quadro. Se siamo tutti americani, anche la loro lingua deve essere ostentata, e dietro ogni anglicismo c’è l’evocare questo mondo e questo sentimento.

Qualche giorno fa è uscito sul Resto del Carlino questo titolo: “La Virtus s’allena a tavola con la nuova ’food room’”. E nell’articolo si legge: “La ‘food room’, o per dirla all’italiana la mensa aziendale”. Cosa ci spinge a utilizzare queste espressioni che a ben pensarci rivelano tutto il nostro ridicolo provincialismo come nelle caricature di Alberto Sordi? Cosa ci spinge a chiamare food room una sala mensa, community una comunità, influencer un influente, mission una missione, e così via per gli altri 4.000 anglicismi riportati nei dizionari?

Questa ammirazione spropositata per tutto ciò che è a stelle e strisce ha delle ragioni sociolinguistiche che affondano le loro radici nella nostra storia. Quest’ammirazione spropositata e priva di spirito critico è connessa con il mito degli Stati uniti ma anche con il nostro complesso di inferiorità che ci sta portando ad abbandonare le nostre radici per sposare quelle di un’altra società, che ha delle profonde differenze rispetto alla nostra, visto che non siamo affatto “americani”, ma ci piace “fare gli americani”. E la vergogna di fare gli italiani ci sta portando ad appoggiare il globalese sul piano internazionale e a trasformare l’italiano in itanglese sul piano interno.

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Note
1) Marie-José Mondzain, “Je ne me sens pas américaine”, Le Monde, 18/9/2001.
2) Massimo Teodori, “Destra sinistra, cattolici”, in Piero Craveri, Gaetano Quagliariello (a cura di), L’antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra, Rubbettino Firenze 2004, p. 111.
3) Alessandro Portelli, The Transatlantic Jeremiad. American Mass Culture and Counterculture and Opposition Culture in Italy, in Rob Kroes e al. (a cura di), Cultural Transmissions and Receptions. American Mass Culture in Europe, Amsterdam, VU University of Amsterdam Press, 1993, p. 129.

Gli effetti collaterali dell’inglese internazionale e il caso Islanda

L’inglese internazionale non è solo quello commerciale o turistico che può essere anche comodo per farsi capire quando si va in vacanza in qualche Paese di cui non si conosce la lingua. Questo inglese è in fondo una riduzione a pochi vocaboli e a frasi di circostanza che hanno un pura funzione comunicativa. Ma una lingua non è solo comunicazione, si porta con sé processi molto più profondi che coinvolgono il modo di pensare. Il filosofo, logico e matematico viennese Ludwig Wittgenstein, nel suo Tractatus pubblicato un secolo fa, scriveva: “I limiti del mio linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo”, perché il linguaggio descrive la realtà, e non è possibile pensare e descrivere la realtà in modo indipendente dal linguaggio. Come ha osservato Andrea Zhok: “Chi pensa a una lingua naturale come a un vestito neutrale, da indossare a piacimento senza che nulla cambi nella propria personalità e nel proprio pensiero, ha semplicemente un’esperienza della lingua povera, meccanica, circoscritta e meramente tecnica.”

Non si può allora dimenticare che l’inglese turistico e ristretto si basa sulla semplificazione della lingua madre dei popoli e delle culture dominanti, e questa lingua naturale ha una profondità che travalica la semplice comunicazione, è espressione del pensiero. Quando l’inglese internazionale diventa la lingua da esportare e da utilizzare in ambiti che coinvolgono il modo di pensare – come quando lo si impiega per la formazione universitaria, ma anche nella scienza o sul lavoro – entrano in gioco fattori complessi che hanno a che fare con i processi di astrazione e la concettualizzazione che sta sotto la lingua.
Fare dell’inglese la soluzione internazionale che ricostruisce la torre di Babele attraverso un grattacielo che assomiglia a quelli americani in cui si parla l’angloamericano non rappresenta solo un problema etico, per cui per essere “internazionali” si dovrebbe rinunciare alla propria lingua nativa per utilizzare quella di chi è più forte. Questa strategia ha anche degli “effetti collaterali” che portano a schiacciare le altre lingue e a non riconoscere il valore del plurilinguismo e delle altre culture. Ma soprattutto, l’inglese globale entra in conflitto con le altre lingue e si trasforma in una minaccia per quelle deboli o minoritarie.

L’anglicizzazione degli idiomi locali e le ibridazioni

L’effetto collaterale più evidente, e tutto sommato meno profondo, lo si vede nell’anglicizzazione di ogni idioma, nello “tsunami anglicus”, per dirla con Tullio De Mauro, che si riscontra in ogni luogo. Gli anglicismi sono i detriti del globalese, la lingua della globalizzazione, che penetrano in modo sempre più ampio e profondo nel lessico di ogni parlata, un fenomeno così pervasivo che ovunque ha ormai il suo nome: l’itanglese corrisponde a ciò che in Francia si chiama franglais, in Spagna spaglish, in Germania Denglisch, in Svezia swinglish, in Grecia greenglish, in Russia runglish e così via sino al konglish per il coreano o il japish per il giapponese.

Queste contaminazioni, quando diventano troppo estese e pesanti possono snaturare le lingue locali, e possono dare origine a lingue ibride, cioè mescolate, o creolizzate, il che si verifica quando il mescolamento non è paritario e la lingua dominate schiaccia quella di rango inferiore. Questo fenomeno avviene di solito nei territori dove esiste un bilinguismo locale che porta appunto alle enunciazioni mistilingue e al passaggio di un codice all’altro nelle stesse frasi. È il caso per esempio dello spanglish che ha preso piede nell’America latina, diffuso nelle comunità bilingui tra ispanici, portoricani o messicani, ma anche nelle aree statunitensi a forte presenza ispanica.

In altri casi il bilinguismo sul territorio porta invece a una diglossia, cioè a una gerarchia delle lingue dove la lingua locale diventa quella di serie B, quella del popolo, delle fasce deboli e “ignoranti”, mentre l’inglese è quella di serie A, della cultura, dei ceti sociali alti.
Questa diglossia è forte per esempio in India, dove l’inglese è stato introdotto ai tempi delle colonie britanniche. Da una parte è nata la variante dell’angloindiano che ha ormai assunto le sue forme e connotazioni particolari, tanto che Salman Rushdie ha rivendicato con orgoglio l’indian english dei suoi libri, che travalicherebbe quello ortodosso imponendosi come nuova varietà “autonoma”. Ma questa variante, più che essere sbandierata come il trionfo del meticciato e la lingua di quella popolazione, appare più come figlia del colonialismo. E proprio in India, l’inglese, ortodosso o meticcio, è diventato un simbolo, una lingua superiore, un modo di distinguersi socialmente con delle ricadute molto pratiche. Parlare l’hindi appartiene ai ceti bassi, mentre avere accesso all’inglese è un segno di cultura, un modo per elevarsi, al punto che per il 95% degli uomini la sua conoscenza è diventata un requisito fondamentale da cercare in una donna da sposare, come fosse una dote, perché una moglie che conosce l’inglese è essenziale per frequentare l’alta società (1), mentre dell’hindi ci si vergogna. Lo si vede persino in alcune pellicole di Bollywood, una delle più celebri è Quando parla il cuore (2) che narra le vicende di una donna alla ricerca dell’indipendenza, del rispetto e del riscatto proprio attraverso la conoscenza dell’inglese che va a imparare a New York.

Il globalese che minaccia le lingue minoritarie

Un altro ben più grave effetto collaterale del globalese consiste in un ulteriore passo rispetto al ricorso all’inglese per motivi sociolinguistici, che sono una scelta per elevarsi socialmente e per identificarsi nel gruppo di appartenenza elitario. Il proseguimento di questo processo può portare all’abbandono della propria lingua. Ed è in questo modo che le lingue minori possono scomparire e morire. Questo fenomeno può essere spontaneo, ma può anche essere il risultato di un’imposizione, proprio come è avvenuto, ma avviene ancora oggi, in Africa. È un processo raccontato molto bene dallo scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’o (3) che ne ha vissuto le conseguenze sulla propria pelle. Tutto ha avuto inizio nel 1884 a Berlino, quando venne sancita la spartizione dell’Africa non solo nelle nuove frontiere disegnate a tavolino, ma anche nelle diverse lingue delle potenze europee. I Paesi africani, che un tempo erano colonie e oggi assomigliano a neocolonie, sono stati divisi in territori di lingua inglese, francese e portoghese. Con la nascita delle scuole coloniali che impartivano le lezioni nelle lingue imposte, questo colonialismo linguistico fu portato a termine, determinando la morte di molte lingue locali minoritarie. A lungo andare gli africani hanno cominciato a identificare e definire la propria identità attraverso queste lingue (4), e ancora oggi sono francofoni o anglofoni, anche se successivamente sono sorte anche le aree arabe. Per questo motivo Thiong’o, davanti all’odierno strapotere del globalese, invita a ribellarsi all’inglese, la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi.” (5) Ma anche il tunisino Claude Hagège ha denunciato “un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale” determinato soprattutto dall’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”. (6) Ha calcolato che nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. (7) Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa.

Queste preoccupazioni non si trovano solo in autori legati all’Africa, e la costatazione per cui tantissime lingue minori scompaiono dal nostro pianeta, con una velocità maggiore di quella della scomparsa delle specie viventi, è al centro delle riflessioni della finlandese Tove Skutnabb-Kangas, che insegna all’università danese di Roskilde e all’accademia universitaria di Vasa in Finlandia, e che da anni si batte per i “diritti linguistici” delle popolazioni e delle minoranze, linguistiche e culturali. Il riduzionismo monolinguistico, secondo la studiosa, non è solo ingiusto, ma è un “cancro” a cui va contrapposto il riconoscimento dei diritti linguistici. (8)

L’inglese internazionale non minaccia solo i Paesi africani o lontani, a rischio ci sono anche le lingue d’Europa, quando sono parlate da un ristretto numero di persone, e il caso dell’Islanda è il più grave.

Il caso islandese e la “minoritarizzazione digitale”

Gli islandesi sono poco più di 300.000, un numero di parlanti estremamente basso, così basso che non sono considerati un mercato appetibile per le multinazionali che non hanno convenienza a tradurre in quella lingua. I film e le serie tv americane per tradizione non sono mai doppiate, ma al massimo sottotitolate, e nell’era di Netflix tendono a circolare direttamente in lingua inglese. L’islandese non è contemplato come lingua della tecnologia basata sul riconoscimento vocale, da Siri ad Alexa, e la conseguenza è che tutto avviene direttamente in inglese, e anche le localizzazioni di piattaforme come Facebook in islandese sono parziali e malfatte.

Il crollo economico di quel Paese, avvenuto nel 2008, ha portato all’abbassamento dei prezzi e all’aumento vertiginoso dei turisti: nel 2008 erano cresciuti sino a 500.000, ma nel 2017 sono stati 2 milioni (più di 5 volte il numero degli abitanti dell’Islanda) e l’inglese è diventata la lingua che di norma si usa anche nei locali e nei negozi, al punto che nei bar e nei ristoranti del centro di Reykjavík non di rado ci si rivolge ai clienti direttamente in inglese.

Quello che sta avvenendo è stato definito dal linguista Eiríkur Rögnvaldsson, professore dell’Università d’Islanda, il fenomeno della “minoritarizzazione digitale”, dove una lingua viva e parlata nel mondo reale si trasforma nel mondo digitale in una lingua secondaria che di fatto non esiste, o lascia poche tracce di sé. Questo fenomeno ha delle ricadute pesanti sui parlanti, perché ormai l’ambiente digitale e quello televisivo sono diventati preponderanti e il tempo che la gente dedica a queste attività è sempre maggiore. Se le interfacce dei cellulari e l’ambiente virtuale parlano l’inglese, finisce che diventa la lingua prioritaria e questo ha un impatto forte soprattutto sulle giovani generazioni, che trascorrono sempre più ore in un mondo digitale che li espone al solo inglese. Su telefonini, tablet, computer, televisioni è tutto un pullulare di giochi, film, serie televisive, video e canzoni in inglese. In questo modo ci si abitua a pensare in inglese e le parole native non vengono più in mente. E in inglese non solo si interagisce con le piattaforme sociali e tecnologiche, ma sempre più spesso anche con gli altri, vista la larga conoscenza di quella lingua. Al punto che gli insegnanti delle scuole secondarie riferiscono che i quindicenni, in cortile durante la ricreazione, sempre più spesso parlano tra loro in inglese. Da una stima sul fenomeno risulta che un terzo degli islandesi dai 13 ai 15 anni parli in inglese con i propri amici, (9) mentre alcune indagini rilevano che nelle fasce dei più piccoli, i bambini riferiscono agli specialisti che non sono in grado di indicare un termine islandese per molte delle figure che vengono loro mostrate. Il rischio paventato da Eiríkur è quello di assistere a una nuova generazione che si forma senza una vera e propria lingua madre. (10) Per i giovani che si nutrono di prodotti di intrattenimento digitali in inglese, in un Paese dove persino al suo interno la lingua locale è sempre meno diffusa, la domanda che ricorre è: “A cosa mi serve parlare in islandese?” E a quel punto passano direttamente all’inglese.

Davanti a questo fenomeno preoccupante il governo ha compreso il problema e varato politiche linguistiche e provvedimenti per favorire la lettura dei libri in islandese, visto che ha subito un calo notevole negli ultimi anni. Inoltre, sono stati stanziati 20 milioni di euro da destinare alle iniziative che lavorino a tecnologie in lingua islandese, (11) che sono fondamentali per arginare l’invadenza dell’inglese globale. Se in Italia la scarsa conoscenza dell’inglese ci mette al riparo dall’abbandonare la nostra lingua, che ha anche una forza e una storia letteraria ben diversa da quella islandese, vediamo lo stesso i risultati che sul piano linguistico comportano le interfacce informatiche concepite nell’anglosfera con i termini dell’anglomondo. Il 50% dei lemmi marcati come informatici, sul Devoto Oli, sono appunto in inglese crudo, e se fino agli anni Settanta potevamo esprimere l’informatica nella nostra lingua, oggi non è più possibile, senza la stampella degli anglicismi. Anche se da noi non esiste alcun bilinguismo sul territorio, esiste però un bilinguismo virtuale e culturale rappresentato dalle interfacce con cui interagiamo in Rete che parlano in inglese e che a livello lessicale abbiamo rinunciato a tradurre passando alla strategia dell’importazione in modo crudo, che consiste nell’adottare invece di adattare.

Mentre in Francia e in Spagna le accademie coniano neologismi autoctoni alternativi a quelli inglesi e li promuovono, e mentre in Germania questo lavoro viene fatto da associazioni sorte dal basso come la VDS che pubblica annualmente l’Indice degli anglicismi con i loro sostitutivi, da noi non c’è nulla del genere, né di istituzionale né di privato (il dizionario AAA è solo una goccia). E il risultato è che da noi le alternative non esistono e siamo costretti a ricorrere agli anglicismi “di necessità”, mentre in Francia, per esempio, ricorrere all’inglese diventa una scelta sociolinguistica culturale o politica, come scrive la terminologa Maria Teresa Zanola, che nota come la reazione al franglais supportato dalle iniziative pubbliche e private ha favorito la coniazione di neologismi e l’evoluzione della lingua francese che è in questo modo piuttosto vitale, (12) al contrario dell’italiano che regredisce.

In Islanda, la figura del “neologista” esiste ufficialmente, e crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. Questi linguisti hanno il compito di rinnovare l’islandese e di tenerlo al passo con i tempi creando parole per ogni oggetto o concetto importato. In un primo tempo questi termini venivano pubblicati sui giornali, ma oggi circolano glossari cartacei e dizionari in Rete. E tutto ciò viene fatto formalmente da un apposito dipartimento dello Stato, nel Dipartimento della Pianificazione del Linguaggio che sorge in un istituto culturale nel centro della capitale.

E allora, quando si fa dell’inglese la soluzione alla comunicazione internazionale, quando lo si vende come una lingua che apparterrebbe “a tutti” e che ci unificherebbe, si omette di dire che questa “unificazione” si fa a scapito del plurilinguismo e che è un’unificazione che allo stesso tempo divide e crea barriere sociali. Che non è la lingua di tutti, ma quella dei popoli dominanti che hanno tutta la convenienza a esportarla come “universale” perché costituisce un indotto economico spropositato, perché dà loro un enorme vantaggio comunicativo e perché permette loro di non apprendere alcuna altra lingua e di destinare gli altissimi costi dello studio di una seconda lingua verso altre direzioni come la ricerca. E soprattutto si omette di raccontare anche quali sono gli effetti collaterali di questo globalese tanto esaltato.

Note

1) Cfr. Robert McCrum, William Cran, Robert MacNeil, La storia delle lingue inglesi, Zanichelli, Bologna 1992, p. 39.
2) English Vinglish, di Gauri Shinde (2012) interpretato dall’attrice Sridevi Kapoor, soprannominata la “Meryl Streep d’India”.
3) Ngũgĩ wa Thiong’o, Decolonizzare la mente, Jaka Book, Milano 2015.
4) Ivi, p. 16.
5) “Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, di Pietro Veronese (intervista a Ngũgĩ wa Thiong’o), la Repubblica, 2 agosto 2019.
6) Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7.
7) Ivi, p. 99.
8) Cfr. Tove Skutnabb-Kangas, “I diritti umani e le ingiustizie linguistiche. Un futuro per la diversità? Teorie, esperienze e strumenti”, in Come si è ristretto il mondo, a cura di Francesco Susi, Amando Editore, Roma 1999 (p. 85-114), p. 99.
9) Cfr. Fiona Zublin, “Iceland Fights to Protect Its Native Tongue From Siri”, in Ozy.com, 9/7/2018.
10) Cfr. Cristina Piotti “Islandese, una lingua a rischio estinzione”, IL – Il maschile del Sole 24 ore, 21/02/2019. 10
11) Ivi.
12) Maria Teresa Zanola, “Les anglicismes et le français du XXIe siècle : La fin du franglais ?”, Synergies Italie, n. 4,‎ 2008, p. 95.

Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (seconda parte)

Se l’inglese diventa un idioma di rango superiore, tutte le altre lingue – a partire dall’italiano – diventano figlie di un dio minore, e rischiano di trasformarsi nei dialetti locali dell’anglomondo.

Nella prima parte di questo articolo ho mostrato che la soluzione del monolinguismo a base inglese per la comunicazione sovranazionale è una visione politica che si sta affermando, ma non è l’unica possibilità – come in Italia in molti credono – né la via più etica e per noi più conveniente.
Questa visione dell’inglese globale come lingua superiore è poi è alla base del fatto che, sul piano interno, molti anglicismi siano preferiti alle parole italiane e suonino più moderni e internazionali anche quando non lo sono.

Molti pensano che la questione dell’inglese internazionale non c’entri nulla con l’anglicizzazione dell’italiano e con l’invadenza degli anglicismi. E c’è chi difende a spada tratta l’inglese come lingua veicolare, ma è contrario a mescolarlo con l’italiano. In realtà le due cose non sono così separate e hanno un forte legame, perché le lingue non sono sistemi a compartimenti stagni, e la loro interferenza è un fenomeno normale.

Non resta che vedere in che modo l’inglese internazionale si riversa nell’italiano e lo sta trasformando in itanglese.

Dall’inglese internazionale all’itanglese

La penetrazione degli anglicismi nell’italiano, ma più in generale in tutte le lingue, è spesso causata dall’espansione delle multinazionali angloamericane e del loro lessico. I casi più evidenti sono quelli del linguaggio della Rete o dell’informatica, dove la metà delle voci così marcate nei dizionari è in inglese non adattato; ma questo meccanismo di importazione si trova in ogni ambito. Nella giurisprudenza, per esempio, parole come copyright, leasing o franchising si propagano intoccabili in tutto il mondo (come hanno osservato Francesco Galgano o Alessandro Gilioli) per precise disposizioni che hanno a che fare con il diritto internazionale che parla inglese e che potrebbe scontrarsi con altri ordinamenti. Dunque la supremazia della terminologia inglese si impone su quella locale per questi motivi legati ai diversi rapporti di forza.

Dai linguaggi di settore, queste parole finiscono poi nel linguaggio comune.

Perché la pandemia ha portato al lievitare degli anglicismi in tutto il mondo? Perché è un fenomeno internazionale, perché l’Oms parla inglese, perché gli scienziati parlano in inglese. In italia il fenomeno è stato più pesante perché non abbiamo istituzioni che regolamentano la lingua, e dunque abbiamo assorbito senza resistenze il lockdown, il droplet, lo spillover, gli hub, i cluster

Lo stesso vale per le categorie culturali, dalla scienza allo sport. Perché importiamo gli anglicismi con questa frequenza inaudita? Perché pensiamo che sia la lingua internazionale e superiore. Se non ci fosse questa mentalità sottostante non ci vergogneremmo di usare l’italiano.

Burn-out, spike protein e mindfulness

Per comprendere questo processo, in ambito medico-scientifico si può citare il caso dell’Oms (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) che parla in inglese e in inglese decide per esempio di inserire nella sua lista il burn-out (esaurimento professionale) come una sindrome riconosciuta e distinta da altri tipi di esaurimento. La conseguenza di questa scelta è che il termine penetra ovunque in inglese.

Mentre in Spagna c’è la Reale Accademia Nazionale di Medicina che interviene indicando il sostitutivo spagnolo “ufficiale” e sconsigliando l’anglicismo, come avviene anche in Francia, da noi non esistono autorità del genere e siamo in mano ai giornalisti e agli specialisti che parlano l’inglese internazionale e ripetono l’anglicismo senza nemmeno porsi il problema di tradurlo. Il risultato è che le alternative possibili non sono regolamentate, e crediamo che ricorrere all’inglese renda tutto più tecnico. Ma questo liberismo linguistico, figlio della convinzione che la lingua si difenda da sé, non funziona davanti alle forti pressioni dell’inglese globale dominante. Occorre cambiare prospettiva, esattamente come non si può rispondere che i panda si difendono da sé, occorre tutelarli e proteggere la biodiversità.

Voglio fare un altro esempio che mi pare utile per comprendere le conseguenze pratiche di una mancanza di un’autorità e di un punto di riferimento che potrebbe arginare gli anglicismi in Italia.

Quando è arrivato il covid gli scienziati e i divulgatori hanno cominciato a parlare degli spike – cioè gli spuntoni che lo caratterizzavano – e anche di spike protein direttamente in inglese, come fosse normale importare la terminologia anglofona senza traduzione. Poiché in italiano esiste la parola spinula, che in ambito scientifico e biologico indica proprio una formazione anatomica o patologica a forma di spina, ho domandato all’immunologa Maria Luisa Villa se potesse essere una valida alternativa. Mi ha risposto che la trovava un’ottima traduzione e ha anche chiesto un parere al virologo Fabrizio Pregliasco a cui la proposta è piaciuta. Forte di questi pareri autorevoli ho divulgato questa possibilità in un articolo sul portale Treccani e l’ho inserita tra i sinonimi possibili sul dizionario AAA che ormai è diventato una fonte per molti professionisti, visto che è il più grande archivio di riferimento esistente nel nostro Paese e quasi l’unico. Il risultato è che oggi spinula comincia a circolare, e si ritrova per esempio anche in molte voci della Wikipedia. Insomma, se un’alternativa c’è, e viene promossa, è possibile che si affermi, ma se nessuno la individua e la divulga, entrerà nell’uso solo l’inglese senza la libertà di scegliere.
Se questo lavoro fosse fatto da enti istituzionali con una maggiore risonanza e autorevolezza, le cose potrebbero migliorare.

L’altro giorno mi è arrivata la segnalazione di un libro intitolato Diventare grandi con la mindfulness. La mindfulness è una tecnica meditativa che è stata importata dal buddismo, e in lingua indiana si esprime con la parola “sati”, ma negli Stati Uniti hanno ridefinito e riproposto tutto nella loro lingua, e non certo in lingua pāli!
Che cosa fa il francese? La traduce con piena coscienza e in altri modi ancora.
Che cosa fa lo spagnolo? La traduce con coscienza o attenzione piena.
Che cosa fa l’italiano? Nulla. Invece di usare analoghe traduzioni o sinonimie come piena consapevolezza o presenza mentale, ripete a pappagallo con servilismo la parola-concetto così come la si esporta e la si importa. E se qualcuno volesse esprimerlo in italiano? Dovrebbe ricorrere alla creatività espressiva individuale, che genera soluzioni diverse, e non codificate e uniche come nel caso dei tecnicismi inglesi. In questo modo mindfulness diventa il titolo di un libro e penetra nell’uso come fosse qualcosa di intraducibile, come se non fosse a sua volta una ridefinizione di un concetto orientale. È con queste modalità che gli anglicismi diventano “necessari” o “insostituibili”, solo da noi, ovviamente, visto che altrove non lo sono affatto.

In questo quadro, il globalese si riversa nell’italiano con una profondità che non è più possibile spiegare con le categorie del “prestito” che i linguisti continuano ancora a utilizzare senza riuscire a comprendere il fenomeno nella sua profondità.

La newlingua dei WeFood e degli showcooking

La curatrice del sito Buoneidee mi ha rigirato la newsletter della regione Friuli Venezia Giulia che per promuovere il territorio organizza il WeFood, il weekend enogastronomico con showcooking a cui possono aderire i “produttori di food equipment, dai forni alle cucine” pieno di eventi digitali tra cui Food & Wine: come ripartire dopo i lockdown? Il progetto si chiama Academy.

Quando la cucina italiana, che è una delle nostre più importanti eccellenze, diventa cooking (e suggerisco ad Academy di trasformare il lavaggio dei piatti in uno showcleaning che magari genera business), la gastronomia Food, il vino Wine… non stiamo importando anglicismi perché ci mancano le parole. Stiamo distruggendo l’italiano perché stiamo passando alla costruzione di categorie sovra-italiane in una gerarchia lessicale dove al vertice c’è la lingua internazionale. Siamo ben oltre il prestito, siamo alla formazione dell’itanglese da parte di nativi italiani che hanno rinunciato alla propria lingua.

Lettera aperta a Mario Draghi

Il presidente del Consiglio Draghi è finito su tutti i giornali per un paio di uscite contro l’abuso dell’inglese. Ha ironizzato sull’uso di governance invece di governo e, davanti a smartworking e babysitting ha sbottato: “Chissà perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?”.

In una “Lettera aperta a Mario Draghi” ho provato a rispondergli, a ringraziarlo per le sue dichiarazioni e anche a perorare la nostra causa di una legge per l’italiano.

Preferiamo gli anglicismi e li consideriamo più solenni proprio all’interno di una visione più ampia che considera l’inglese come la lingua internazionale e superiore. Non si può far finta di non vedere il legame tra itanglese e globalese!

C’è persino chi ormai lo teorizza esplicitamente e ha gettato la maschera.
In un articolo su Affari italiani (grazie ad Agostino che me lo ha segnalato) il giornalista esce allo scoperto e dice chiaramente “sì agli anglicismi” proclamando che Draghi “sbaglia” a ironizzare sulle parole inglesi, perché “i nostri giovani partecipano a un’agguerrita competizione globale utilizzando termini come advisor, asset, benchmark, board, CEO, CFO, chairman, cluster, compliance, governance, stakeholders, sales, skills, tools e via dicendo.” E allora i “nostri migliori giovani, la vera speranza del Paese (…) non si faranno condizionare da Draghi perché così prevede la globalizzazione.” Secondo l’autore del pezzo, “è sbagliato far passare simili messaggi: il progresso implica che il popolo (…) sia educato a piccoli passi, magari apprendendo gradualmente il significato degli anglicismi, e soprattutto, non avendo alibi per non apprezzare e beffeggiare chi sa ed è bravo.”

Eccolo il passaggio dall’anglofilia all’anglomania in nome del “progresso”, finalmente enunciato senza ipocrisie!
In questa visione allucinante che sta prendendo sempre più piede, l’italiano si deve buttare per parlare attraverso la sua contaminazione con l’inglese. Gli anglicismi educherebbero alla newlingua della globalizzazione un po’ come nel progetto colonialistico del basic english, la riduzione dell’inglese semplificato per le colonie che piaceva tanto a Churchill.
Meno male che c’è Draghi e che – dopo anni di jobs act, navigator, chasback di Stato e chi più ne ha più ne metta – per la prima volta emerge una diversa sensibilità per la questione della lingua da parte della politica e delle istituzioni. Ma invece di essere applaudito da tutti, Draghi viene attaccato da gironalistucoli figli di Nando Mericoni (l’Alberto Sordi di Un americano a Roma) che considerano l’italiano obsoleto, se ne vergognano e sono coloro che lo stanno uccidendo. Questi scribacchini teorici della rinuncia all’italiano sono quelli che prima introducono l’inglese in modo stereotipato e senza alternative – vedi lockdown – fino a farlo entrare nell’uso, subito dopo giustificano la parola dicendo che è ormai è entrata nell’uso (grazie a loro mica alla gente) e non si può più far niente, e nella terza fase ti dicono che se dici confinamento come in Francia e in Spagna sei retrogrado, o addirittura “ridicolo”.

Questa logica si deve spazzare via.

Per questo la nostra proposta di legge chiede campagne di promozione e “raccomandazioni” come quelle utilizzate per intervenire sull’uso – e cambiarlo – nel caso della femminilizzazione delle cariche. Se in un primo tempo “ministra” faceva ridere, adesso si è affermato, perché solo l’uso e l’abitudine fanno apparire una parola bella o brutta – per citare Leopardi – o anche ridicola, solo perché non siamo avvezzi a sentirla.

Non si può pensare di risolvere il problema delle formiche schiacciando quelle che passano, ma bisogna agire individuando il formicaio. Dunque, non ha tanto senso prendersela contro i singoli anglicismi, considerati in modo isolato, perché per uno che si argina a questo modo ne spuntano altri dieci. Bisogna agire sulle cause che inducono alla nevrosi compulsiva che porta a usare le parole inglesi, e sulla testa di certi giornalisti e intellettuali che dovrebbero “decolonizzare la mente”.

La battaglia per l’italiano e contro l’abuso dell’inglese si può condurre solo con questo spirito e su questo piano. E all’ideologia dell’inglese globale è necessario contrapporre un’altra visione politica basata sul plurilinguismo.

Lingue e democrazia davanti al globalese e all’itanglese (prima parte)

Immaginiamo una multinazionale italiana che imponga a tutti i Paesi in cui ha sede di conoscere l’italiano, che emani le direttive interne in quella lingua e pretenda che le riunioni dei vertici si facciano in italiano. Se qualcuno non lo sa lo si forma, lo si obbliga a fare corsi d’italiano, e se non lo impara è fuori.

Probabilmente nelle succursali degli altri Paesi qualcuno si opporrebbe a questo modello dispotico. Invece pochi hanno da ridire se tutto ciò accade con le multinazionali angloamericane, perché diamo scontato che l’inglese sia la lingua internazionale, e non la “lingua dei padroni” e dell’egemonia che si impone nel mondo del lavoro per questione di rapporti di forza. È la conseguenza linguistica del capitalismo mondializzato che oggi si chiama globalizzazione.

Passando dalla consuetudine all’etica, la domanda è: è giusto tutto questo? È un processo democratico?

Il tema è politico e le risposte possibili sono due, per semplificare.

Ci sono gli anglofili sostenitori del diritto del più forte e della prassi, e ci sono gli “idealisti” che si schierano dalla parte del plurilinguismo vissuto come un valore da difendere. Le soluzioni moderate e miste, che si appellano al buon senso, si possono salutare come figlie della massima in medio stat virtus oppure come cerchiobottismo, ma quando si tratta di determinare in quali casi sarebbe giusto usare l’inglese e in quali no, le decisioni pratiche alla fine sono sempre influenzate dalla visione più generale.

Il partito degli anglofili

Gli anglofili si appellano alla prassi, sostengono che l’inglese è di fatto la lingua che si è ormai imposta in tutto il mondo. Questa affermazione è però influenzata dalla visione politica sottostante, e non è vera da un punto di vista statistico. In Italia l’inglese è masticato da circa il 48% della popolazione, stando ai dati Istat 2015, ma il 28% di costoro ne ha una conoscenza scarsa, turistica e insufficiente. E allora l’inglese è conosciuto da una minoranza degli italiani. Gli altri sono esclusi, non hanno accesso a questa lingua “internazionale” che è un progetto politico, non una realtà. Dunque sono considerati come ignoranti, da “alfabetizzare”, educare e istruire, anche se molti di loro conoscono per esempio altre lingue come il francese (quasi il 30%) o lo spagnolo (circa l’11%, una percentuale che si amplia con il fatto che è una lingua con un’alta intercomprensibilità). Ma queste lingue sono considerate di serie B, perché il disegno globale è quello di portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo a base inglese, e le altre lingue sono viste come inutili per la comunicazione internazionale, o addirittura come un ostacolo: prima devi sapere l’inglese, poi se vuoi studia pure le altre lingue.

Tutto ciò si può definire colonialismo linguistico, per chiamare le cose con il loro nome. È un modello che risale almeno all’Ottocento, utilizzato dal Regno Unito nelle proprie colonie, ed è quello che ha portato alla spartizione dell’Africa in aree inglesi o francesi, dove sono sorte le scuole coloniali per instaurare la nuova lingua, e dove tantissimi idiomi locali sono in questo modo morti, come racconta bene lo scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’o (Decolonizzare la mente, Jaka Book 2015) che invita gli intellettuali a ribellarsi all’ingese.
Oggi, le scuole dove si insegna in inglese non si chiamano più coloniali, ma sono vendute come “internazionali” e sono di gran moda, costose e blasonate; ma sotto c’è lo stesso disegno: formare in inglese e contribuire così alla sua affermazione come la lingua mondiale. L’accesso a queste scuole è riservato ai ceti abbienti che se le possono permettere, mentre si fa strada l’idea che insegnare in italiano generi laureati di rango inferiore rispetto a chi si è formato nella scuola e nella lingua di serie A.
Queste scuole generano il mito della competizione internazionale su cui campano, che porta alla “fuga dei cervelli”, cioè i laureati che si formano a spese dello Stato (le rette universitarie coprono solo in piccola parte i costi dell’Università) che poi finiranno a lavorare all’estero in Paesi che trarranno profitto dal nostro investimento. Tutto ciò ha dei costi incredibili per noi, ed molto vantaggioso per Paesi come gli Stati Uniti: è molto più conveniente importare i cervelli già formati da fuori (dalle “colonie”) che formarli. Sul piano interno, le conseguenze di questa politica non sono solo economiche, ma anche culturali. Sta prendendo piede l’idea che le università che insegnano in italiano siano di rango inferiore. E atenei come il Politecnico di Milano, in barba alle sentenze, hanno deciso di fatto di erogare la maggior parte degli insegnamenti in lingua inglese, proprio per “elevarsi”.

In questo scenario, l’inglese internazionale sta producendo una diglossia neomedievale, per citare il linguista tedesco Jürgen Trabant, cioè una società in cui l’accesso alla lingua di rango superiore – un tempo il latino, oggi l’inglese – è riservato ai ceti superiori, mentre le masse escluse dalla cultura alta si accontentano della lingua locale, oggi l’italiano e un tempo i dialetti.
Il modello che stiamo perseguendo è quello di rendere l’italiano, e le lingue locali, i dialetti di un’Europa la cui lingua sarà l’inglese.

Siamo sicuri che questo è il modello che vogliamo? E soprattutto: qualcuno ci ha chiesto se è quello che vogliamo?

Esperanto, plurilinguismo e modelli alternativi

Il punto critico di chi respinge questo modello – a parte il fatto che in Italia semplicemente è una posizione che non è rappresentata e sembra non esistere – sta nella soluzione concreta al problema della comunicazione internazionale. Se si rinuncia all’inglese, come si fa?

Le soluzioni sono varie.

Da un punto di vista teorico, l’esperanto, per esempio, sarebbe una soluzione neutrale ed etica. Si tratta di una lingua semplificata, concepita per essere appresa in poco tempo, ed essendo una lingua artificiale gode di poche semplici regole (non ci sono irregolarità) e si appoggia a un lessico pensato per le sue radici più o meno internazionali e comuni a molte lingue. Ma gli esperantisti sono sempre stati bastonati (e persino perseguitati) e la loro proposta è stata osteggiata sin dal suo apparire, spesso con argomenti falsi. È stato detto che non funziona, ma invece funziona benissimo. È stato detto che anche se funzionasse poi con il tempo si differenzierebbe localmente, una sciocchezza che confonde le lingue naturali con quelle artificiali che si preservano proprio perché non sono la lingua madre di nessuno. A questo proposito vale la pena di ricordare che il latino dei teologi medievali e di alcuni scienziati, proprio perché era una lingua culturale di intermediazione, si è preservato per secoli e ancora oggi è usato negli ambienti cattolici come lingua franca dove si creano persino i neologismi utili a esprimere il presente, per cui un tweet è un breviloquium.

La verità è che proprio perché l’esperanto è una soluzione neutra si scontra con gli enormi interessi del colonialismo linguistico basato sull’inglese. Mentre i Paesi anglofoni non hanno i costi e gli obblighi di imparare altre lingue, le scuole di formazione in inglese, i corsi di inglese, i soggiorni studio nei Paesi anglofoni… costituiscono un indotto quasi incalcolabile. Le ragioni del mancato prendere piede dell’esperanto sono queste. Umberto Eco ne elogiava persino la bellezza, ma a prescindere dalle questioni estetiche, l’esperanto è di sicuro un’utopia, ma come tutte le utopie – letteralmente un luogo che non c’è – non significa che sia irrealizzabile. L’esperanto c’è, a dire il vero, anche se è una realtà piccola che non viene presa in considerazione, ma passando dalle soluzioni filosofiche a quelle pratiche, vale la pena di ricordare che se fosse scelto come modello della comunicazione internazionale e inserito nella scuola, per la sua rapida facilità di apprendimento sarebbe possibile renderlo una soluzione ampia nell’arco di un paio di generazioni. E questa soluzione semplice farebbe risparmiare ai Paesi non anglofoni enormi investimenti che oggi si impiegano per studiare l’inglese, una soluzione di gran lunga più costosa e difficile. Inoltre, non costituirebbe una minaccia per le lingue locali e per il plurilinguismo.

Umberto Eco è celebre anche per la massima che la lingua dell’Europa è la traduzione. E questa è un’altra soluzione comunicativa che dopo l’uscita del Regno Unito dovrebbe essere presa in considerazione seriamente nella Ue, che non si capisce perché dovrebbe continuare a usare l’inglese come principale lingua di lavoro, sia dal punto di vista etico sia da quello economico (se lo chiede anche Michele Gazzola in una bella intervista al Corriere). I difensori dell’inglese come lingua dell’Europa sostengono che tradurre in tutte le lingue sarebbe costoso, ma ancora una volta bisognerebbe andare a vedere a chi conviene ricorrere all’inglese, di certo non a noi. In ogni caso, ammesso e non concesso che sia più dispendioso, è bene ricordare che anche fare le elezioni è costoso, ma sono soldi ben spesi in una democrazia, e in pochi sottoscriverebbero che è meglio instaurare una dittatura perché costa meno e si semplifica la gestione dello Stato.

E allora torniamo alla visione politica della lingua. Meglio il plurilinguismo o l’inglese internazionale? La democrazia o la dittatura dell’inglese?

Non dimentichiamo che tra i modelli di politica plurilinguistica, proprio accanto a noi, c’è l’esempio della Svizzera che funziona bene. Se in Europa si adottassero 5 lingue (francese, tedesco, spagnolo, italiano e polacco) si coprirebbe il 70% delle lingue locali, come ha spiegato Jean-Luc Laffineur e come ho già riassunto in un altro articolo (“Inglese internazionale o plurilinguismo?”).

Il pensiero unico contro la democrazia linguistica

Dopo aver chiarito che l’inglese internazionale non è l’unica soluzione possibile, né quella già compiuta come vogliono farci credere, è anche più chiaro che le questioni linguistiche sono qualcosa di politico. E se si applicassero alle soluzioni politiche in campo le categorie di destra e sinistra, i difensori del globalese (la “dittatura dell’inglese) si potrebbero etichettare come la destra della politica linguistica mondiale. Appoggiare la lingua madre dei popoli egemoni – la “lingua dei padroni” per banalizzare provocatoriamente – e imporla a tutti non è una soluzione democratica.

Curiosamente, la sinistra italiana (che oggi preferisce definirsi progressista) è schierata con la “destra” anglomane e “colonialista”, e ritiene che parlare l’inglese sia un dovere, un segno di cultura, modernità e internazionalismo, invece di guardare al plurilinguismo, alla democrazia linguistica e alle fasce di popolazione escluse o deboli. E in questa visione la convergenza con la destra è totale. Basta pensare alle tre “i” di Berlusconi e dell’allora ministra dell’Istruzione Moratti (Inglese, Internet, Impresa) e basta guardare alle recentissime tesi di Fratelli d’Italia (nel punto relativo ai giovani) che delineano chiaramente il progetto di investire per la creazione delle future generazioni bilingui a base inglese. Nelle formazioni di centro e in tutto l’arco parlamentare, non mi pare che la mentalità sia troppo diversa. In altre parole in Italia non c’è dibattito, tutti danno per scontata la stessa soluzione politica e vige il pensiero unico. Senza dibattito non c’è democrazia né libertà. Sarebbe auspicabile una corrente trasversale ai partiti di destra e di sinistra, uno spaccato della società civile, più che delle ideologie, che ponesse il problema al centro di una riflessione.

Dovremmo almeno discuterne e decolonizzare la mente, per riprendere le tesi di Ngũgĩ wa Thiong’o. Ma non esiste nulla di tutto questo e il globalese viene imposto in modo silenzioso e a piccoli passi, giorno dopo giorno. E così, la riforma Madia, nel 2017, ha sostituito “seconda lingua straniera” con “inglese” nei requisiti per accedere ai concorsi della pubblica amministrazione. Il risultato è che l’inglese è diventato obbligatorio, e la conoscenza di altre lingue superflua. Con la semplice sostituzione di “plurilinguismo” con “inglese” – che non sono affatto la stessa cosa – ci stanno portando verso il modello della lingua unica, in violazione dei principi affermati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea. La decisione del Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) di introdurre l’obbligo di presentare i Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) solo in inglese è avvenuta nello stesso anno e con le stesse modalità. Lo stesso disegno perseguito dal Politecnico di Milano di erogare la maggior parte dei corsi in lingua inglese nonostante le sentenze che in teoria lo impedirebbero.

In Italia c’è solo il “partito dell’inglese” e il pensiero unico che anno dopo anno diventa sempre più forte, e che non registra troppi dibattiti né resistenze.

In questi giorni si stanno definendo i passaporti di immunità da rilasciare a chi ha avuto il/la covid o a chi è stato vaccinato, e come per la nuova carta d’identità questo documento valido per l’Europa è concepito in italiano e in inglese. Mentre da noi nessuno si è nemmeno posto il problema, in Belgio il presidente della Gem+ (per una Governanza Europea Multilingue), un’associazione che si batte per il plurilinguismo, ha dato battaglia sulla questione come altre associazioni francesi e tedesche lo hanno fatto per la nuova carta d’identità che in Germania è invece trilingue. Queste decisioni bilingui costituiscono precedenti che favoriscono “l’inglese allo scapito delle altre lingue ufficiali dell’UE”, scrive il presidente della Gem+. E allora “tutti ai posti di combattimento – continua – Abbiamo inviato la nostra posizione a tutti i membri chiave del Parlamento europeo, così come alla rappresentanza permanente francese a Bruxelles, sottolineando che questo articolo viola i principi di proporzionalità e di sussidiarietà e suggerendo un’alternativa basata sul trilinguismo.”

Queste iniziative sono inaudite in Italia, e forse c’è qualcuno che potrebbe pensare che siano sciocchezze, ma non lo sono affatto. Sono l’ennesimo segnale di come in modo silenzioso e surrettizio la nostra classe politica, senza chiederci se siamo d’accordo, ci stia portando verso il modello dell’inglese come la lingua d’Europa.

Nella nostra petizione di legge per l’italiano, non c’è solo la questione dell’abuso degli anglicismi, c’è anche la richiesta di promuovere l’italiano in Europa, come lingua di lavoro, e all’estero.
E se la politica non darà un seguito alla nostra petizione, il prossimo passo sarà quello di allearci con le associazioni internazionali come appunto la Gem+ di Bruxelles che con il suo operato, in nome del plurilinguismo, tutela anche l’italiano.


Molti pensano che la questione dell’inglese internazionale non c’entri nulla con l’anglicizzazione della nostra lingua e con l’invadenza degli anglicismi. Ma non è così. Le due cose sono profondamente intrecciate e l’interferenza dell’inglese è proprio legata al fatto che è presentato come lingua di rango più elevato.

Perché preferiamo gli anglicismi? Anche perché la nostra classe dirigente ci sta conducendo verso il modello dell’inglese globale, e dunque lo consideriamo superiore e internazionale…

(continua)

Manifesto per una politica linguistica italiana

«buon giorno. Ho 97aa. Vi scrivo perchè da alcuni anni, da quando molti giornali e riviste, compresa Famiglia Cristiana a cui sono abbonata, utilizza parole straniere, per capire un articolo devo chiedere sempre aiuto ai figli e nipoti. E se non ne avessi? Vi sarei grata se faceste una segnalazione affinchè la situazione possa migliorare, per noi anziani della vecchia generazione.
Grazie

Maria Bordignon»

Ho ricevuto questa lettera che mi ha toccato, e non sapendo bene che altro fare voglio renderla pubblica. Mi è parso un lamento di sconforto su cui dovremmo riflettere tutti.

Chi ha oggi 97 anni ha assistito al nascere e all’affermarsi dell’italiano come patrimonio comune, e attualmente sta assistendo a una sua trasformazione radicale, perché l’aumento degli anglicismi che si sono accumulati nell’arco di una vita lo ha snaturato al punto di non essere più comprensibile.

Si può anche sostenere che questo nuovo “italiano” sia quello della modernità, del presente e del futuro. Si può continuare a ostentarlo parlando in questo modo. La nostra classe dirigente sembra andarne fiera, e lo impiega come tratto distintivo per identificarsi ed elevarsi sociolinguisticamente. L’itanglese è il modello che stanno diffondendo i mezzi di informazione, gli imprenditori, i tecnici, gli scienziati, e in generale molti uomini di cultura, e dunque viene sempre più emulato dai parlanti, che nell’epoca di Internet sono anche sempre più scriventi. C’è chi preferisce questo linguaggio e se ne riempie la bocca e la penna convinto che sia internazionale e necessario, e c’è chi, davanti a parole come lockdown o cahsback calate dall’alto senza alternative, non può fare altro che ripetere l’inglese senza alcuna possibilità di scegliere, anche quando non approva e preferirebbe equivalenti italiani. In altri casi fatica addirittura a comprendere e pronunciare questi vocaboli stranieri.

Questo nuovo anglo-italiano è promosso all’interno del nostro Paese da “collaborazionisti” che si trovano a occupare i posti chiave dei centri di irradiazione della lingua. Con questo linguaggio acuiscono un processo mondiale di diffusione del globalese, frutto dell’espansione delle multinazionali statunitensi e legato alla globalizzazione, che coincide sempre più con l’americanizzazione delle merci e, insieme a queste, della società e della cultura. Questa forte pressione esterna, in sintesi, non solo non trova delle resistenze interne che si registrano per esempio in Francia o in Spagna, ma viene addirittura favorita.

Eppure si può anche dissentire da questa “strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi da soli alla romanità sino a esserne inglobati e scomparire. L’italiano, che in patria stiamo depauperando in modo irresponsabile, all’estero è invece considerato una lingua bellissima e se puntassimo sulla sua promozione e valorizzazione potremmo anche trasformarlo in una risorsa dai risvolti economici che al momento non vengono presi in considerazione. Lo ha ricordato qualche giorno fa Andrea Riccardi in un articolo sul Corriere della Sera (“Investire sull’italiano per rilanciare il paese”, 15/1/21): “Non è un caso che i brand nella nostra lingua siano secondi solo a quelli in inglese. Insegnare più italiano significa a termine «vendere» più Italia in tutti i sensi”.

Il paradosso dell’articolo è che vuole difendere l’italiano facendo un ricorso agli anglicismi piuttosto ampio (anche questo è un indicatore che la dice lunga sul livello che abbiamo raggiunto): Recovery, brand, design, made in Italy… sono espressioni in parte senza troppe alternative praticabili e in parte scelte lessicali di largo uso.

Chi considera la nostra lingua come un patrimonio che andrebbe promosso e tutelato – come si fa per l’arte, la storia, la natura, la gastronomia e tutte le eccellenze che ci contraddistinguono, ci identificano e di cui possiamo andare fieri – dovrebbe cominciare a farsi sentire. Siamo ormai a un bivio, e forse abbiamo già superato il punto di non ritorno.
È giunto il momento di schierarsi e di fare qualcosa, sempre che lo si voglia fare. Dovremmo agire subito, per cercare di salvare il salvabile, e gridare forte che chi sta dalla parte dell’inglese, chi lo diffonde, chi si limita a osservare l’anglicizzazione senza intervenire è responsabile della morte dell’italiano o della sua creolizzazione lessicale che lo ha trasformato in altra cosa rispetto alla lingua di Dante.

La politica linguistica dell’inglese

Fino a qualche anno fa, in Italia, parlare di politica linguistica era un tabù che evocava lo spettro del fascismo, come se l’unico esempio possibile fosse quello, e non ciò che avviene oggi in Paesi civili come la Francia, la Spagna, la Svizzera, l’Islanda, e tanti altri.

Da noi la maggior parte dei linguisti si vanta di avere nei confronti dell’italiano un approccio descrittivo più che prescrittivo, ed è mossa dallo spirito per cui la lingua va studiata e non difesa. A dire il vero non tutti sembrano studiare così a fondo l’interferenza dell’inglese, per troppi anni sottovalutata, minimizzata e persino negata.
Se le balene o i panda si stanno estinguendo, se la terra si sta riscaldando, gli specialisti non possono limitarsi a constatare in modo generico che è normale, perché i cambiamenti climatici e le specie a rischio ci son sempre stati. Dovrebbero prendere posizione e fare qualcosa, se non vogliono essere complici di questi fenomeni. Lo stesso vale per la nostra lingua, è ora di intervenire e di riflettere sull’ecologia lessicale spezzata da un’interferenza dell’inglese che è diventata eccessiva e distruttiva. E chi nega questo fenomeno e proclama che è tutta un’illusione ottica forse dovrebbe cercare di spiegarlo alla signora Maria, che molto più concretamente è rammaricata dal fatto di non comprendere più quello che scrivono i giornali. L’italiano non si può lasciare solo ai linguisti e solo alle loro analisi astratte non sempre in grado di cogliere la realtà. La lingua è di tutti e riguarda noi tutti. Dunque è una questione politica, nel senso più nobile del termine.

Purtroppo i nostri politici non solo non se ne occupano, non solo sono i primi a introdurre anglicismi nel linguaggio istituzionale e della loro comunicazione, ma sembra che non capiscano l’importanza di una politica linguistica per l’italiano, e che siano più interessati a tutelare l’inglese.

Il presidente della Crusca Claudio Marazzini è ritornato da poco sulla questione dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) che dal 2017 si devono presentare in inglese. In un articolo sul sito dell’Accademia ha reso pubblica una lettera che ha inviato l’anno scorso al ministro dell’Università Gaetano Manfredi in cui auspicava che fosse possibile presentare questi progetti anche in italiano. Si tratta di una richiesta molto moderata espressa dalla parola “anche”, e personalmente non sono affatto così moderato, credo che, nello spirito del plurilinguismo che – in teoria – contraddistingue l’Europa, tutti i cittadini europei abbiano il diritto di rivolgersi alle istituzioni nella propria lingua. Comunque sia, il ministro non gli ha mai risposto.
Qualche giorno fa è però arrivata una replica indiretta, attraverso una dichiarazione a un giornalista, in cui emerge la preoccupazione non per la nostra lingua, ma solo per la comprensibilità dei progetti da parte di chi li riceve, perché non possiamo permetterci che le risorse vadano sprecate. Per questo il ministro ha deciso di mantenere l’obbligo dell’inglese. Questa scelta, invece di difendere l’italiano, va nella direzione contraria, lo degrada e relega a lingua di serie B, privo di diritti davanti a un inglese che assomiglia sempre più alla lingua dei “padroni”. Questa presa di posizione esclude molti italiani e contribuisce a dividere i ceti alti da quelli bassi che non hanno accesso alla lingua di rango “superiore”. Sta portando a una nuova “diglossia neomedievale” – per riprendere le parole di un linguista come Jürgen Trabant – quando la cultura si esprimeva in latino ed era accessibile solo a chi lo conosceva, mentre i ceti poveri e ignoranti si esprimevano in volgare. Ma l’inglese non è come il latino usato allora per la comunicazione sovranazionale, che non era la lingua madre di nessuno, è invece come il latino della Roma imperiale che imponeva il proprio idioma ai popoli dominati.
Gli stessi Paesi anglofoni sono ben consapevoli dell’importanza della lingua, perché la lingua è potere. Il progetto che mira a portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo, dove l’inglese è la lingua internazionale e le lingue locali sono vissute come un ostacolo alla comunicazione globale, è un disegno che offre loro vantaggi enormi anche dal punto di vista economico. Questa nuova forma di imperialismo linguistico, teorizzata lucidamente da Churchill, a noi non conviene affatto, ed è una vergogna che la nostra classe politica remi in questa direzione, e la appoggi, mentre allo stesso tempo depaupera l’italiano e non fa certo i nostri interessi. Sembra che tutti siano attenti solo a diffondere e proteggere l’inglese, che veniva posto in primo piano già ai tempi del modello scolastico delle tre “i” di Berlusconi e Moratti (Informatica, Inglese, Impresa), e che si ritrova non solo nei balzelli linguistici come quelli del Prin, ma anche nella riforma Madia che ha sostituito l’obbligo di conoscere una “lingua straniera” nei concorsi pubblici con la dicitura “lingua inglese” (un vero schiaffo al plurilinguismo), oppure nella decisione di certi atenei di estromettere l’italiano dalla formazione universitaria. Ci vorrebbe una quarta “i”, quella dell’italiano.

Un ristoro per l’italiano

Il 2021 ci ha portato due eventi che potrebbero essere l’occasione per una svolta, o perlomeno per aprire un dibattito che manca nel nostro Paese: inaugurare una politica linguistica a favore dell’italiano.

Sul piano interno ci sono le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante, e su quello esterno c’è l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Quest’ultimo fatto potrebbe aprire le porte per far tornare l’italiano a essere lingua del lavoro in Europa, come lo era un tempo e come lo sono il francese e il tedesco. Ma nessuno o quasi ne parla, soprattutto i nostri politici, che non lo hanno difeso quando è stato estromesso, e oggi sembra che non si pongano nemmeno la questione. Passando dal piano globale a quello interno – e le due cose sono collegate perché gli anglicismi sono i detriti dell’inglese internazionale, oltre che il frutto della nostra anglomania – le celebrazioni dantesche potrebbero essere un’occasione per rilanciare l’italiano come lingua da praticare, invece che vergognarcene, e per promuoverlo e farlo evolvere, invece di ricorrere solo alle parole inglesi. Ma non si vedono questi segnali e l’impressione è che lo si voglia commemorare più che farlo vivere. L’iniziativa di creare un museo dell’italiano, senza una politica linguistica che lo rivitalizzi, può trasformarsi nel suo opposto e sancirne la sua morte. Se si annuncia il progetto di un portale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” e lo si chiama in inglese, ITsART, si sta svilendo il nostro patrimonio linguistico, invece di tutelarlo.

Per questo è nata la proposta di una lettera al ministro Dario Franceschini, che al momento è stata inoltrata da più di 200 persone, in cui chiediamo una politica linguistica a favore dell’italiano, e esprimiamo il nostro dissenso davanti all’inglese del Prin o della legge Madia.

Non è possibile che, in Italia, un dizionario che promuove le alternative agli anglicismi sia lasciato all’intraprendenza e alla buona volontà dei privati, invece che essere realizzato dalle istituzioni o dalle accademie come avviene in Francia e Spagna. E la signora Maria, che evidentemente lo consulta per sopravvivere nella lettura dei giornali, mi ha scritto a quell’indirizzo forse pensando che sia un sito istituzionale.

Nell’anno dantesco, e soprattutto davanti ai tanti ristori previsti in questo momento difficile, bisognerebbe pensare a qualche misura anche per l’italiano.
Non c’è bisogno di investire grandi somme, ci sono varie cose che si potrebbero realizzare senza dispendio, basta volerlo. Per esempio:

1) Inserire nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano
La Crusca l’ha proposto un paio di volte senza successo, ma si potrebbe ritentare. Nell’articolo 12 si fa riferimento ai colori della nostra bandiera, ma non c’è nulla sulla nostra lingua. Si potrebbe aggiungere che è l’italiano, e specificarlo chiaramente, come è stato fatto nella Costituzione francese.

2) Evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale
In Francia è esplicitamente vietato, per rispetto non solo della loro lingua, ma anche dei cittadini e in nome della trasparenza che si deve per esempio alla signora Maria. Oltre 4.000 cittadini lo hanno chiesto sottoscrivendo una petizione rivolta al presidente Mattarella, anche se per ora non è pervenuta alcuna risposta.

3) Evitare gli anglicismi nei contratti di lavoro
Anche questo in Francia è vietato, e alcune multinazionali sono state sanzionate pesantemente per non averlo fatto. Da noi, invece, accade per esempio che un’azienda nostrana come Italo abbia sostituito la figura del capotreno con il train manager non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma persino nei contratti di lavoro. Ci rendiamo conto dell’assurdità, e delle ricadute linguistiche, di queste scelte? Ormai l’italiano è stato escluso dai ruoli lavorativi che sempre più si esprimono in inglese. Fare circolare le alternative ufficiali italiane dovrebbe essere un dovere, per uno Stato.

4) Varare una campagna mediatica contro l’abuso dell’inglese
Questa è la seconda richiesta inserita nella petizione a Mattarella, e anche questa è una strategia praticata con successo in Francia e in Spagna. I costi sarebbero irrisori rispetto per esempio ai 4,5 milioni stanziati per il museo della lingua italiana, e i risultati sicuramente più efficaci. I canali istituzionali per le campagne di sensibilizzazione sociale, dal bullismo alla discriminazione contro le donne, esistono già, basterebbe usarli anche per non discriminare la nostra lingua.

5) Dare il via a una campagna per la promozione dell’italiano nelle scuole
È un progetto già caldeggiato da Gabriele Valle che in passato ha avanzato proposte simili alle mie, e la sua realizzazione potrebbe fare riflettere e aprire un dibattito sull’abuso dell’inglese anche tra le nuove generazioni.

5) Ripristinare l’italiano come lingua del Prin
I Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale dovrebbero contemplare la possibilità di essere presentati in italiano.

6) Lavorare perché l’italiano ritorni a essere una delle lingue del lavoro in Europa
Esiste una petizione in proposito, ne ho parlato più volte. La nostra classe politica dovrebbe difendere la nostra lingua anche nell’Unione Europea.

7) Sancire che l’italiano non può essere estromesso come lingua della formazione
L’università deve insegnare in lingua italiana, e non erogare i corsi in inglese. Questo è un diritto degli studenti e degli italiani da difendere, che non può essere cancellato o messo in discussione.

Mi piacerebbe raccogliere questi suggerimenti, e anche altri che dovessero arrivare, in un documento da rivolgere alle istituzioni sottoscritto da quante più persone possibili. Non so se ci riuscirò, né se qualcosa si riuscirebbe a portare a casa. Ma ci voglio provare, se non altro per fare emergere che esiste anche un’altra visione che non è rappresentata da nessuno. E il 2021 mi pare un momento propizio.

La panspermia del globalese

Lingua e vita sono spesso accostate in una metafora che le accomuna. Una lingua viva è un sistema che si evolve continuamente, e questa analogia è un buon approccio anche per comprendere come gli anglicismi stiano penetrando in tutte le lingue del mondo.

L’angloamericano è la lingua della globalizzazione, che coincide sempre più con americanizzazione, e si innesta nelle altre lingue attraverso un meccanismo che ricorda quello della panspermia, un’ipotesi biologica per cui i mattoncini che sono alla base della vita sono sparsi nell’universo, ma si sviluppano e attecchiscono solo dove trovano le condizioni favorevoli. In tempi recenti, questa teoria è stata sostenuta, tra gli altri, dall’astrofisico Fred Hoyle. Secondo lui le molecole alla base della vita viaggiano nello spazio per esempio attraverso le comete, costituite in gran parte di ghiaccio. I bombardamenti di meteoriti, molto frequenti nella fase di formazione del sistema solare, avrebbero sparso queste molecole ovunque, ma solo sul nostro pianeta hanno trovato un ambiente dove crescere.

Gli anglicismi si diffondono in modo simile, ma invece di viaggiare su comete e meteoriti sono veicolati da cinema, televisioni, internet, pubblicità, merci, prodotti tecnologici…

Per usare un’altra metafora biologica, l’angloamericano si comporta un po’ come le ostriche che, per riprodursi, spargono in giro milioni di larve che per la maggior parte sono destinate a morire, ma qualcuna sopravvive e cresce.
Nel Novecento, gli Stati Uniti si sono imposti come la più grande potenza economica, militare, politica e culturale del mondo, e come un’ostrica hanno inondato il pianeta di concetti e cose espressi attraverso il lessico inglese. Questo bombardamento si è innestato sopra il sostrato che nell’Ottocento aveva caratterizzato l’espansione dell’impero del Regno Unito che aveva già colonizzato, anche linguisticamente, gran parte del mondo, dall’India all’Africa. Il risultato di queste ondate ha portato oggi al global english, chiamato anche globish e tradotto con globalese.

Il progetto di imporre l’inglese in tutto il pianeta come la lingua della comunicazione internazionale è una nuova forma di imperialismo linguistico che non si basa più sulla conquista dei territori attraverso l’esercito e le guerre, ma attraverso le armi della supremazia economica, scientifica, tecnologica e culturale. Gli anglicismi che si innestano nelle lingue locali sono i detriti lessicali di questa espansione, e l’interferenza linguistica dell’inglese sta modificando in modo sensibile ogni idioma, tanto che un po’ ovunque, nel mondo, sono nate delle definizioni molto simili di questo fenomeno di ibridazione. In Francia si parla del franglais (franglese) già dagli anni Sessanta, espressione da cui abbiamo ricalcato il nostro itanglese (affiancato da itangliano e altre variazioni sul tema), ma come ha ricostruito Tullio De Mauro (cfr. “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”) in ogni Paese sono sorte espressioni analoghe: il denglish o germish (tedesco), il portenglish (portoghese), il poglish (polacco), il chinglish (cinese), l’hinglish (hindi), il konglish (coreano) e molte altre.

Attraverso quali modalità l’inglese si innesta nelle lingue locali, le contamina e stravolge?

Dalle ostriche ai mammiferi

Già negli anni Novanta, con grande acume, un giurista autorevolissimo come Francesco Galgano aveva analizzato come alcuni termini giuridici inglesi non fossero un fenomeno solo italiano, ma globale, causato dall’espansione delle multinazionali statunitensi che esportano e impongono il proprio apparato lessicale estraneo alle legislazioni nazionali coinvolte.

“Le case madri delle multinazionali trasmettono alle società figlie operanti nei sei continenti le condizioni generali predisposte per i contratti da concludere, accompagnate da una tassativa raccomandazione, che i testi contrattuali ricevano una pura e semplice trasposizione linguistica, senza alcun adattamento, neppure concettuale, ai diritti nazionali dei singoli Stati; ciò che potrebbe compromettere la loro uniformità internazionale”.

[Francesco Galgano, “Le fonti del diritto nella società post-industriale”, in Sociologia del Diritto, Rivista quadrimestrale fondata da Renato Treves, 1990, p. 153]

In questo modo parole come franchising, leasing, copyright e molte altre sono diventate internazionalismi intoccabili in tutto il mondo.
Tornando alla metafora della lingua come vita (parole come prole), questi ultimi esempi mostrano un’evoluzione nella prolificazione dell’inglese. L’ostrica è diventata mammifero; la strategia riproduttiva è in questo caso diversa: non si spargono più migliaia di parole al vento che per la maggior parte sono destinate a morire, si creano pochi figli che però si accudiscono e proteggono per fare in modo che possano sopravvivere con ragionevole certezza.

Dagli anni Novanta a oggi molte cose sono cambiate e il numero delle parole inglesi è ben più che raddoppiato, nei dizionari. Quando Microsoft si è imposta in Italia con la sua terminologia fatta di file e downolad e non di documenti e scaricamento, quando Twitter ha esportato i follower e non gli iscritti o i seguitori, quando Google introduce gli snippet, Facebook la timeline… l’imposizione del lessico in inglese penetra con una forza dirompente. Il successo di queste parole, tuttavia, dipende sempre dalle condizioni ambientali in cui si innesta, e il brodo culturale tipicamente italiano è un terreno tra i più fertili per l’attecchire dell’inglese. La resistenza alle pressioni esterne è molto scarsa, anzi, spesso introduciamo da soli l’inglese agevolando dall’interno questo processo di espansione con il risultato che l’anglicizzazione della nostra lingua è enormemente più ampia di quanto non avviene all’estero. Abbiamo perso ogni strategia alternativa all’importazione di anglicismi crudi, abbiamo rinunciato ad adattare le parole per italianizzarle secondo la nostra identità linguistica, abbiamo cessato di tradurle e di inventarne di nostre. Come ha osservato Dacia Maraini, a proposito di ostriche, “la lingua è come una conchiglia che avvolge il fastidioso granello di sabbia nella saliva e lo trasforma in una perla. Se però riempiamo la conchiglia di sabbia, questa non riesce più a creare perle”, ma soffoca e muore (cfr. Dacia Maraini, 2017, da una lezione agli studenti del liceo Volta di Como).

Un confronto con il rumeno e il russo

In Paesi come la Francia o la Spagna, le accademie linguistiche si prodigano per proporre sostitutivi autoctoni. In Islanda esiste persino la figura del neologista che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua.
Da noi, al contrario, la Crusca non fa nulla del genere, e i nostri mezzi di informazione, i nostri politici e la nostra classe dirigente sono i primi a ricorrere agli anglicismi crudi, a preferirli, ad andarne fieri. Il risultato è che l’italiano boccheggia e non evolve, mentre l’itanglese lievita incontrollato in modo devastante. Tullio De Mauro ha definito questo processo uno “tsunami anglicus” ben più profondo del semplice “Morbus Anglicus” di Arrigo Castellani che un tempo aveva ritenuto esagerato. Le conseguenze di questa ondata, nell’italiano, sono ben più gravi che all’estero, non c’è paragone rispetto a quanto si registra nello spagnolo, nel portoghese o nel francese.

Tra le lingue romanze solo il rumeno sembra essere messo peggio di noi, almeno stando ad alcuni studi come quello di Rodica Zafiu che parla di “romglese” o di Dana-Maria Feurdeand che ha analizzato alcuni anglicismi economici presenti sulla stampa concludendo che “il numero totale dei prestiti inglesi nei cento articoli romeni è di 459, nel corpus italiano si è registrato un totale di 337 prestiti invariabili.”

[Cfr.: Dana-Maria Feurdeand, “Due nazioni neolatine di fronte alla globalizzazione. Aspetti linguistici”, in Transylvanian Review, 2017 Supplement 2, Vol. 26, pp. 147-160; Rodica Zafiu, “Sui prestiti recenti dall’inglese: condizionamenti morfologici e scelte culturali”, in Romania e Romània: lingua e cultura romena di fronte all’Occidente, atti del Convegno internazionale di studi Udine, 11-14 settembre 2002, p. 83-95].

Se ci spostiamo a Est, il caso del runglish, la contaminazione di russo e inglese, è particolarmente significativo. Si tratta di un fenomeno recente, perché prima della caduta del muro di Berlino e della dissoluzione dell’Unione Sovietica l’interferenza della lingua inglese aveva risparmiato i Paesi del blocco comunista. Negli ultimi 30 anni la situazione è mutata e in un articolo sull’anglicizzazione del russo (“Chi sono le persone che lottano contro gli anglicismi nella lingua russa, e perché lo fanno?”, Viktoria Rjabikova, Russia Beyond, 12/10/2020) ho ritrovato molte delle cose che scrivo da tempo a proposito dell’italiano. Leonid Marshev gestisce una comunità che si batte contro l’abuso degli anglicismi e ne promuove le alternative, un po’ come sto cercando di fare io con il dizionario AAA e con il progetto degli Attivisti dell’italiano in collaborazione con il portale Italofonia. Marshev spiega che i prestiti sono un fenomeno naturale in qualsiasi lingua, ma quando arrivano da una lingua sola e superano il numero delle parole prodotte dalla lingua in questione, l’identità linguistica va in frantumi. E nota – esattamente come avviene nel caso dell’italiano – che sui mezzi di informazione compaiono continuamente parole nuove in inglese e nessuna in russo.

Eppure, come si evince dall’articolo e anche da quanto mi ha riferito un amico di Mosca, mi pare che nonostante le lamentele siano simili la situazione da noi sia molto più grave. In russo circolano parecchie alternative che in italiano non esistono affatto. I cosiddetti “internazionalismi”, che in realtà sono semplicemente anglicismi, da loro sono una scelta espressiva più che una “necessità” come da noi, visto che spesso non esistono alternative o non sono in uso; un russo, invece, può scegliere di dire mouse oppure mysh’ (cioè topo), e lo stesso vale per vari altri esempi che si leggono nell’articolo.

L’anglicizzazione nasce con le tv commerciali, prima che con Internet

Nei Paesi dell’Est l’anglicizzazione ha preso piede soprattutto negli anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, con la globalizzazione e la rivoluzione di Internet. Ma più che la Rete è stata decisiva la nascita delle televisioni commerciali. La loro diffusione nell’ex blocco sovietico è nata contemporaneamente alla rivoluzione digitale, e ha veicolato gli stili di vita, le merci e i prodotti culturali americani nelle case di tutti. Tutto ciò è stato recepito come una ventata di libertà dopo anni di restrizioni, ed è significativo che nel 1997 i consumatori russi spendessero più in Coca-Cola di quanto il loro governo destinasse all’intero sistema sanitario nazionale.

[Cfr. David Ellwood “La cultura come forma di potenza nel sistema internazionale. Americanizzazione e antiamericanismo”, in Mélanges de l’école française de Rome Année 2002 114-1 pp. 431-439]

In Italia, invece, tutto ciò è iniziato ben prima, con lo sbarco degli alleati, e poi con il piano Marshall e la sua propaganda. A partire dagli anni Cinquanta, è stato soprattutto il cinematografo a farci conoscere e desiderare gli stili di vita del sogno americano, che negli anni Sessanta hanno cominciato a essere accessibili, importati e venduti anche in Europa. La televisione, al contrario, sino agli anni Ottanta non era molto americanizzata (cfr. “Televisione e mcdonaldizzazione, in “Palato e parlato: gli anglicismi in cucina”) ma con la nascita delle tv commerciali tutto è cambiato rapidamente: film e telefilm statunitensi che sino agli anni Settanta rappresentavano una piccola porzione dei programmi, si sono moltiplicati sino a divenire l’asse portante di ogni palinsesto. La cultura di massa televisiva, fatta di modelli e contemporaneamente di merci d’oltreoceano, non è “innocente” è una forma di potere che insieme ai prodotti culturali ha portato nelle nostre case anche le condizioni per l’accettazione di moltissimi anglicismi. Con Internet e la globalizzazione, e con la diffusione dei canali satellitari, tutto è cresciuto a dismisura. Resta il fatto che la lingua italiana sembra una di quelle più anglicizzate, rispetto alle altre.

Palato e parlato: gli anglicismi in cucina

“Maccherò, m’hai provocato e io ti distruggo” recitava Alberto Sordi in Un Americano a Roma. In quella scenetta immortalava come la tendenza a voler fare gli americani (che negli stessi anni cantava anche Carosone) si infrangesse davanti a un piatto di pasta. Ma oggi la pastasciutta non è più “sexy” e l’aberto-sordità che a partire dagli anni Cinquanta ci ha spinti a ricorrere sempre più spesso agli anglicismi ha perso il suo carattere ridicolo ed è diventata tragicamente seria. È il tratto distintivo di politici, tecnici, imprenditori, giornalisti… Attraverso l’ostentazione dell’itanglese, l’intera nostra classe dirigente si eleva sociolinguisticamente, si riconosce e identifica in un ben preciso gruppo di appartenenza con meccanismi non diversi da quelli con cui gli adolescenti si identificano attraverso determinati gerghi, abbigliamenti o gusti musicali. Ma mentre i fenomeni giovanili sono confinati appunto nel gergale, l’itanglese ha conquistato i principali centri di irradiazione della lingua, e da lì penetra sempre più profondamente nell’italiano comune di tutti i giorni. La nostra americanizzazione è ormai così profonda che ha stravolto anche la nostra tavola, oltre che la nostra lingua.

Il fascino della cucina (e della lingua) italiana

La gastronomia italiana è un’eccellenza dalla tradizione storica con una risonanza mondiale enorme, e lo stesso vale per la lingua italiana che ne veicola i prodotti (cfr: “Italiano: ammirato nel mondo e disonorevole in patria”). La contraffazione dei nostri alimenti attraverso nomi italianeggianti – che nella colonia Italia si esprime con prodotti italian sounding – ha un fatturato che è il doppio di quello dei prodotti originali – che chiamiamo made in Italy – e ha superato i 60 miliardi di euro, nel mondo. Negli Stati Uniti, solo le imitazioni dei nostri formaggi, a partire dal parmisan, fruttano ben 2 miliardi di dollari all’anno (cfr. Sara D’Agati, “Tutti pazzi per l’italiano, la lingua delle insegne”, La Repubblica, 31 ottobre 2016). Dovremmo riflettere su queste cose. Non è un caso che non esista un mercato analogo di finti prodotti francesi o spagnoli, ed è significativo che la parola “toscano” aggiunta sotto il logo dell’acqua Panna abbia portato all’aumento delle vendite del 14% in 18 mesi, come ha dichiarato il direttore comunicazione della San Pellegrino, Clement Vachon riferendosi al mercato internazionale. Nei ristoranti di lusso dei Paesi anglofoni, da New York all’Australia, nei menù si trova la parola vino, perché questa parola italiana è quella che evoca tutta l’eccellenza del prodotto. Eppure da noi si moltiplicano le insegne contro scritto Wine Bar, e i nostri marchi (o se preferite: brand) sempre più spesso puntano all’inglese, per proporsi all’estero. E così la risposta – tutta italiana – al fast food si chiama Slow Food, un marchio che punta sull’italianità della nostra gastronomia si chiama Eataly, e un imprenditore bergamasco che mira a lanciare nel mondo la sua polenta espresso la chiama PolentOne.

Ognuno mangia e parla come vuole, naturalmente. Ma l’analisi del linguaggio della cucina è interessante per comprendere come ci stiamo americanizzando, nel modo di mangiare e di parlare allo stesso tempo.

Dalla nouvelle cousine al “new cooking” dell’epoca dei MasterChef

La nostra esterofilia è storica almeno quanto la nostra cucina. Un tempo era il francese a penetrare maggiormente nel linguaggio della gastronomia. Fino all’Ottocento, in questa tendenza prevaleva l’adattamento in italiano del lessico che importavamo, e il pudding inglese, per esempio, inizialmente era stato adattato con puddingo e pudino, e più tardi divenne budino per l’influsso del francese boudin. Sulla fine del secolo Pellegrino Artusi aveva elevato la lingua della gastronomia ai livelli di un’opera letteraria basata sui modelli letterari del toscano, ma nel Novecento ha avuto inizio la tendenza a importare le parole in modo crudo e, a proposito di cucina, i francesismi culinari costituivano una buona fetta dei “barbarismi” condannati in epoca fascista. Nonostante qualche italianizzazione più o meno di successo (come besciamella o brioscia) sopravvivono ancora oggi: baguette, béchamel, bonbon, brioche, champagne, champignon, consommé, crêpe, croissant, entrecôte, omelette, mousse, pâté, pinot, profiterole, vol-au-vent

Importare i nomi delle pietanze tipiche di un Paese in lingua originale non è “necessario” (come dimostra l’esempio del budino), ma è comprensibile e si riscontra per i prodotti di quasi tutte le altre culture. La moda della cucina etnica e di degustare piatti esotici negli ultimi anni è cresciuta moltissimo, e ha modificato molto anche il nostro modo di mangiare. In generale, nell’ambito gastronomico la quantità di forestierismi è superiore a quella degli altri linguaggi di settore e con l’eccezione del cinese (l’adattamento è più frequente: involtini primavera, maiale in agrodolce, ravioli al vapore…) i nomi dei piatti e delle pietanze rimangono quasi sempre invariati: kebap, sushi e sashimi, falafel, zighinì, wanton fritti, paella, burrito… Nonostante gli stereotipi radicati per cui in Inghilterra si mangia da schifo e negli Stati Uniti l’alimentazione è insana, nel nuovo Millennio sono arrivati nuovi prodotti, soprattutto dolci, con nomi inglesi. E si sono diffusi con grande velocità parole come marshmallow, brownie, muffin, pancake o plumcake


Stefano Ondelli è autore di uno studio molto ben documentato sui forestierismi culinari (“Dal ‘crème caramel’ al ‘cupcake’: l’invasione degli anglicismi in cucina, al ristorante e al bar”, in Italiano LinguaDue, V. 9 N. 2, 2017, pp. 373-383) e ha analizzato il sopravvento del lessico inglese sul francese attraverso lo spoglio di 423 articoli usciti tra il 2002 e il 2016. Questa tendenza non riguarda solo la cucina e gli ambiti dove il francese ha sempre primeggiato, come la moda (dalle paillette siamo passati al glitter, dai fuseaux ai leggins, dallo chic al glamour e più in generale al cool), ma tutta la lingua italiana. Tullio De Mauro ha mostrato che, a partire dagli anni Novanta, il primato del francese è stato superato dall’inglese in generale (cfr. “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”). E infatti Ondelli mostra proprio che negli articoli di gastronomia gli anglicismi sono utilizzati anche fuori dall’ambito culinario, fanno parte del linguaggio giornalistico più generale (2.024 parole generiche contro 1.460 di settore). L’inglese è l’unica lingua straniera che ha questa caratteristica; nel caso degli altri idiomi, i forestierismi sono quasi sempre legati alla cucina, compreso il francese che fa parte del lessico culinario 3 volte su 4 (872 termini culinari contro 249 generici). Ciò significa che, accanto ai nomi delle pietanze, i francesismi riguardano per esempio categorie più generali (dessert, menu, buffet), le tecniche di cottura (uovo alla cocque) oppure figure come sommelier, maître e chef. Come Stefano Ondelli ha riassunto in un articolo sulla Treccani (“L’inglese: un intruso in cucina?”), i francesismi “continuano a dominare nella descrizione della preparazione delle pietanze (brisé, flambé, fumé, glacé, gratin e gratiné, julienne, sauté, sablé ecc.)” con l’eccezione dei prodotti dolciari che nel nuovo Millennio si sono moltiplicati, e degli alcolici che invece hanno da sempre primeggiato (drink, cocktail, whisky…). Il che è in sintonia con le marche presenti nei 129 lemmi di “cucina” registrati sul dizionario AAA.
Ondelli mostra che l’inglese prevale oggi soprattutto nei nomi commerciali (marchionimi), negli aspetti legati alla comunicazione e alla distribuzione (food blogger, food delivery, take away…), ai ruoli (executive chef), ai risvolti sociali (happy hour). Gli anglicismi che denotano ingredienti (curry, ketchup e kiwi), piatti (hamburger, sandwich) o utensili da cucina (freezer, mixer) non hanno una frequenza esagerata.

E allora cosa distingue l’inglese dagli altri forestierismi culinari?
A mio avviso è proprio il fatto che i nomi dei piatti si inseriscono in un modo di parlare anglicizzato che è molto più ampio (e in questo risiede anche la profonda differenza con l’interferenza storica del francese). Nel caso delle lingue degli immigrati arabi o africani, la cucina è l’unico ambito in cui si registra una certa interferenza linguistica. Gli italiani non conoscono una parola di arabo o di cinese. L’unico terreno di scambio linguistico è quello gastronomico. Wanton fritti, kebap, sushi e sashimi, falafel, lo zighinì degli eritrei… i forestierismi culinari non escono dai nomi delle pietanze, ma nel caso dell’inglese non è affatto così. “L’italiano è impermeabile alle lingue degli immigrati, risente invece dei modelli culturali ed economici statunitensi, che non sono presenti sul territorio a questo modo, ci arrivano in altre forme” (Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 9).

Quali sono queste forme?

Televisione e mcdonaldizzazione

Nell’analizzare le frequenze della parola chef (parola francese in uso anche nell’inglese) nelle statistiche di Ngram Viewer, Stefano Ondelli aveva concluso che nel nuovo Millennio la sua occorrenza era tornata a essere alta come negli anni Trenta, quando eravamo francomani, e si domandava se questo fatto fosse da mettere in relazione con la trasmissione di origine britannica Masterchef.
I dati che aveva a disposizione erano sbagliati, perché dagli ultimi aggiornamenti di Google che hanno incluso i libri sino al 2019 le cose sono molto diverse rispetto alla versione che aveva a disposizione ferma al 2008. La parola chef, in realtà, non è frequente come negli anni Trenta, ma ricorre almeno 10 volte di più. E la causa non è solo la trasmissione Masterchef, ma il fatto che questa trasmissione sia diventata un modello di tantissime altre che ne ripercorrono lo schema, e che le trasmissioni di cucina di stampo angloamericano siano diventate un genere onnipresente sul piccolo schermo.


Contrariamente a quanto si pensa, l’anglicizzazione “pesante” della nostra lingua non è iniziata negli anni Novanta con la globalizzazione, ma nel decennio precedente. Stando alle marche di Devoto Oli e Zingarelli, se negli anni Quaranta e Cinquanta gli anglicismi costituivano il 3% delle nuove parole (una percentuale fisiologica accettabile), negli anni Sessanta sono diventati il 6%, negli anni Settanta il 10% e negli anni Ottanta hanno raggiunto circa il 15%, diventando qualcosa di molto ingombrante che negli anni Novanta è quasi raddoppiato raggiungendo il 28% per poi toccare il 50% dei neologismi nel nuovo Millennio (cfr. “L’aumento di anglicismi e neologismi in inglese: nuovi dati”). Che cosa è accaduto negli anni Ottanta, quando, con grande acume, Arrigo Castellani ha lanciato il suo grido di allarme del Morbus Anglicus?

Sono convinto che la spiegazione sia molto semplice: la diffusione delle tv commerciali. E il caso MasterChef è solo un esempio tra i più eclatanti che dimostra come dalla culinaria siamo passati al cooking in onda, cioè al cool on air dove tutto ciò che è inglese suona cool.

A partire dagli anni Quaranta, era stato soprattutto il cinema il principale grimaldello del mito americano che ha portato in Europa l’ammirazione per gli stili di vita d’oltreoceano. Questi modelli culturali hanno fatto presa sulle masse che successivamente si sono trasformate in nuovi mercati a cui vendere ciò che al cinema si poteva soltanto vedere. Fino gli anni Settanta la televisione non si era ancora americanizzata e le prime trasmissioni popolari come Colombo, Charlie’s Angels, Furia cavallo del West o Happy Days rappresentavano ancora una piccola fetta dei palinsesti. I film, in larga parte statunitensi, venivano passati solo due volte alla settimana, e per precisi accordi con l’Anica, mai la domenica, per non danneggiare il mercato cinematografico. Con l’avvento delle reti private, e in particolare con le televisioni della Fininvest, tutto è mutato in un lampo. Mentre i palinsesti diventavano non più solo pomeridiani e serali, ma riempivano tutta la giornata, tra il 1982 e il 1984 l’azienda di Berlusconi, che non aveva la possibilità della diretta, puntò soprattutto sulla messa in onda di telefilm e film (in larga parte americani) conquistando un’enorme fetta di mercato. Come ha ricordato Carlo Freccero, il successo di questa iniziativa ha spinto la Rai ad acquistare subito dopo un pacchetto di 100 film e ad adeguarsi ai modelli della tv commerciale (cfr. “Quando il cinema era seriale. Modalità d’uso del film nella tv italiana” di Carlo Freccero, in Link, Idee per la tv, 3/2004, pp. 1-29, e “Rai, la tv che ha fatto il cinema” intervista a Massimo Fichera, ivi, pp. 23-25”), ponendo fine una volta per tutte ai modelli “pedagogici” precedenti. In questa fame di film entrarono anche le pellicole che un tempo non sarebbero mai state distribuite nei circuiti cinematografici e insieme ai protagonisti e alle vicende si importavano anche gli stili di vita americani, sempre più veicolati da parole inglesi. I giovani che si ritrovavano a mangiar hamburger nei fast food di Happy Days erano una realtà che non ci apparteneva. Ma subito dopo, e non per caso, in Italia è scoppiato il fenomeno di Burghy, il primo fast food – tutto italiano, del marchio Cremonini – che è diventato il modello sociale di una parte dei giovani e dell’epoca dei paninari. Mentre la pubblicità ci martellava con il ritornello “Hamburger, hamburger, drink e patatine, allegria e felicità” abbiamo cessato di parlare di svizzere e medaglioni per passare agli hamburger, che nel decennio successivo si sono affiancati a cheeseburger, chicken nuggets e pietanze dal nome quasi sempre in inglese quando McDonald’s si è insediato in Italia assorbendo Burghy dopo una guerra per il controllo dei fast food che è durata un decennio.

La crescita di “hamburger” e la diminuzione della frequenza di “svizzere” e “medaglioni” che sono però parole generiche. Probabilmente si è smesso di usarle per indicare l’alimento e dunque le loro frequenze sono diminuite per questo motivo.

In questo modo siamo passati dal frappè al milkshake. Parla come mangi, si dice, e oggi mangiamo e parliamo sempre più all’americana. Questo fenomeno è molto diverso dalla moda della cucina etnica, che nasce dal basso. Molti ristoranti eritrei, indiani, cingalesi e via dicendo sono inizialmente sorti per iniziativa degli immigrati che aprivano questi locali per i connazionali, e solo successivamente sono diventati di moda e si sono aperti alla clientela italiana. Le catene dei fast food, invece, sono la conseguenza di operazioni globali pianificate dall’alto, dalle multinazionali che si espandono alla conquista del mondo, e che sono supportate proprio dalla televisione.

Con la moltiplicazione dei canali televisivi e satellitari del XXI secolo tutto è lievitato in modo esponenziale. L’esplosione delle trasmissioni di cucina, la nascita di emittenti come Food Network che ci sommergono soprattutto di ricette statunitensi, e le infinite trasmissioni sul modello di MasterChef hanno creato questa nuova cultura gastronomica che si riflette anche nel linguaggio. Nel suo articolo, Ondelli scriveva che, nel settembre 2016, su 66 trasmissioni del genere riportate dalla Wikipedia, 13 contenevano nel titolo un anglicismo (Il boss delle cerimonie, Torte da record…), ma oggi la situazione è decisamente cresciuta e sulla stessa pagina le trasmissioni sono raddoppiate: 113 di cui 49 hanno un nome in inglese, e chef è la parola che ricorre di più.

Mentre ormai si parla della mcdonaldizzazione del mondo, l’americanizzazione della nostra cucina è diventata e sta diventando sempre più profonda. Gian Luigi Beccaria aveva osservato che nell’italiano si sono imposti i nomi di molti cibi regionali che sono diventati nazionali solo quando sono stati industrializzati e distribuiti ovunque. I grissini, dal piemontese gersin, sono così finiti sulle tavole di tutti gli italiani e sono diventati un nome industriale, esattamente come è successo a parole un tempo dialettali come mozzarella, fusilli, caciotta, fontina (Italiano. Antico e nuovo, Garzanti 1988, p. 83). I dolci fritti del carnevale, invece, che per la loro friabilità sono più difficili da industrializzazione, visto che si sbriciolano facilmente, secondo Beccaria ancora oggi hanno nomi locali e non possiedono un nome nazionale perché non sono prodotti su scala nazionale, e dunque si trovano a seconda dei luoghi chiacchiere, frappe, crostoli, galani, nuvole, bugie, sfrappole e via dicendo (Misticanze. Parole del gusto, linguaggi del cibo, Garzanti 2009, p. 171).
Passando dal locale al sovranazionale, con l’inglese avviene lo stesso. La grande distribuzione opera su scala mondiale ed esporta cibi statunitensi dal nome in inglese. Ho già ricostruito la storia dei marshmallow, che i traduttori di Linus avevano chiamato toffolette, quando ancora questi prodotti non esistevano nei nostri mercati. Ma quando sono arrivati tutto è cambiato. E non ci resta che ripetere quello che leggiamo sulle confezioni delle scatole. La lingua è fatta anche di queste cose, e ciò non vale solo nel caso della gastronomia (l’informatica docet). Televisione ed espansione dei mercati viaggiano spesso insieme, hanno così sfornato negli ultimi anni prodotti (e parole) sconosciuti sino a dieci anni fa, ma oggi comuni. Basta frequentare i siti di ricette per trovare le apple pie, per esempio. Torta di mele suona come la torta della nonna, se usiamo l’inglese è perché la ricetta si basa sulla tradizione anglosassone. Anche quella è una torta della nonna, in fondo, ma sembra tutta un’altra cosa. E così mentre le torte diventano cake ci americanizziamo nella lingua, intesa allo stesso tempo come organo del gusto e della comunicazione. Palato e parlato.

La gerarchia degli anglicismi e la rete di locuzioni inglesi

A questo punto tutto è più chiaro. Il fenomeno dell’itanglese non è un fatto solamente linguistico. L’esempio del lessico della cucina indica in maniera lampante che non è possibile scindere l’analisi linguistica da quella sociale, culturale ed economica. Questi aspetti sono intrecciati e si alimentano a vicenda in un processo di trasformazione della nostra società che risente sempre più della globalizzazione, che si chiama così ma coincide sempre più con l’americanizzazione.
In questo mutamento, gli anglicismi si inseriscono sempre più spesso a un livello alto della gerarchia delle parole, un fatto che mi pare sia ignorato (insieme a tanti altri salienti) dai linguisti. Non tutte le parole sono sullo stesso livello, infatti. Se gli anglicismi nei giornali compaiono soprattutto a caratteri cubitali nei titoli, e dunque hanno un risalto e una penetrazione molto pesante, lo stesso sta accadendo per molti linguaggi di settore, dove ricorriamo all’inglese prevalentemente per indicare i concetti chiave. E così il nome di una manifestazione culturale si esprime ormai quasi sempre in inglese (per darsi un tono internazionale) anche quando è italiana, le librerie diventano bookshop, l’economia diventa economy, l’ecologia green, le leggi act, le tasse tax… Tornando all’esempio della cucina, ho già ricostruito la storia di food, una parola che è apparsa per la prima volta agli inizi degli anni Ottanta attraverso l’espressione fast food. Da allora la circolazione di locuzioni con food è esplosa. Il cibo per gli animali è diventato pet food, il cibo di strada street food, il cibo a domicilio food delivery, il crudismo raw food, il cibo spazzatura junk food (o trash food), il cibo al cartoccio finger food, quello consolatorio confort food, l’arte dell’impiattare food design, un chiosco furgone truck food, e tra i food corner nei supermercati e il food porn, espressione dopo espressione, l’inglese ha preso il sopravvento sull’italiano, e ormai nel settore della grande distribuzione l’intero settore alimentare è chiamato del food, e contrapposto al non food che riguarda le altre tipologie di merci. Queste locuzioni si intrecciano a loro volta in una rete di altre che si basano sulle stesse radici, e si allargano nel nostro lessico sempre più anglicizzato diramandosi come un cancro. Pet food non è isolato, si appoggia a pet sitter, che insieme a dog sitter e cat sitter ripercorre l’espressione baby sitter, a sua volta basata sulla prolificità di baby che diventa un prefissoide produttivo che si ricombina con parole sia italiane sia inglesi (baby-criminalità, baby-gang…).

Basta guardare questi titoli di giornale per vedere come siamo messi: non solo impera il food, ma anche la cucina diventa cook e tutto è inserito nell’anglicizzazione più totale, dove i premi diventano award, i concorsi sono contest e challenge

La cucina italiana è diventata l’italian food e noi, e la lingua italiana, siamo fritti come le patatine che ormai si cominciano a chiamare chips.

Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [3]

Nella seconda parte di questo articolo ho provato a mostrare che nella lingua italiana non esiste alcuna corrispondenza tra il genere grammaticale di una parola e il sesso a cui si riferisce (è solo una tendenza). L’attacco contro il maschile generico, e le nuove prescrizioni per intervenire sull’uso storico della lingua dei parlanti, si basano su assiomi ideologizzati che esulano dalla grammatica e si possono ragionevolmente mettere in discussione. Sostenere che il maschile generico sia “discriminatorio” è un’interpretazione forzata che non tutti condividono, comprese moltissime donne: androcentrismo e discriminazione sono concetti diversi e non necessariamente sovrapponibili.
Da qualche anno la questione del “sessismo della lingua” e della femminilizzazione delle cariche si sta fondendo con l’ideologia del “linguaggio inclusivo” che arriva dagli Stati Uniti e si sta espandendo anche nei Paesi di lingua romanza in un dibattito molto acceso che non riguarda più solo le donne, ma coinvolge la messa in discussione del genere binario (maschio/femmina).

Traduzione ed emulazione: la globalizzazione delle ideologie

Il pensiero interventista dell’inclusività coinvolge movimenti, riviste e istituzioni di ogni tipo che creano direttive, linee guida e prescrizioni. Per esempio l’Associazione Americana di Psicologia (American Psychological Association, ma americana significa statunitense, visto che l’America è un continente molto più ampio e variegato) ha stilato delle linee guida per il linguaggio inclusivo valide anche nei confronti di chi non si identifica con un solo genere specifico e per identificarsi utilizza il pronome “they”. Operazioni di questo tipo si trovano in molte altre guide di università che hanno preso analoghe posizioni, e le stesse norme si ritrovano rilanciate attraverso riviste, siti e articoli di giornale. Lo scopo è quello di convincere tutti a cambiare il modo di parlare e di arrivare alla revisione del linguaggio delle istituzioni e della stampa, anche attraverso la politica.
Questo meccanismo di propaganda è abbastanza collaudato. Negli anni Ottanta, per esempio, un ampio gruppo di fondamentalisti statunitensi che puntavano all’abolizione del darwinismo nelle scuole ha fabbricato il cosiddetto “creazionismo scientifico” – che di scientifico non aveva proprio nulla – per poi esercitare pressioni politiche attraverso movimenti di cittadini chiedendo che venisse insegnato nelle scuole al posto o accanto alla teoria dell’evoluzione. L’iniziativa si è estesa con un certo successo raggiungendo temporaneamente l’obiettivo in qualche Stato tra i più conservatori, e l’eco di tutto ciò è arrivata poi in Italia, quando la ministra dell’istruzione Letizia Moratti ha cercato di importarlo anche da noi, per fortuna senza successo. Nel caso del linguaggio inclusivo i promotori sono invece “progressisti” e il terreno dello scontro non è la messa in discussione della scienza, ma della lingua. Il meccanismo di espansione in ambito internazionale è però molto simile. Uno dei centri di propagazione più importanti è quello dei movimenti internazionali per i diritti di omosessuali e persone transgenere. Da questi ambienti abbiamo da tempo importato in Italia, insieme alle idee, anche la terminologia in inglese: gli omosessuali sono ormai diventati gay, il nuovo anglo-eufemismo non discriminatorio che si porta con sé il gay pride e un’esplosione di termini in cui le minoranze a rischio discriminazione non sono capaci – o non vogliono – esprimersi in italiano: ripetono transgender, queer… in una diramazione di anglicismi sempre più ampia che comprende anche moltissimi acronimi inglesi (LGBT = Lesbian, Gay, Bisexual and Transgender, FtM = Female to Male e MtF = Male to Female…).

Il cavallo di Troia che porta tutto ciò dai Paesi anglofoni agli altri è nelle traduzioni, esattamente come è accaduto negli anni Novanta con la parola “negro” che da un giorno all’altro è stata sostituita con “nero” e si è diffusa la convinzione, storicamente falsa, che dire negro fosse da razzisti.
Poiché l’inglese è considerato la lingua sovranazionale – e la lingua è lo strumento da controllare per poter diffondere le idee – questi movimenti non trascurano di certo il problema delle traduzioni dell’inclusività nelle altre lingue, come si può leggere in un articolo che affronta la questione dello spagnolo e in altri apparsi su The Linguist (la rivista di un’associazione di linguisti del Regno Unito) che parlano proprio della traduzione “gender-neutral” in italiano.

L’interferenza con lo spagnolo è nata dal fatto che è una lingua parlata da molti abitanti degli Usa, che si sono perciò scontrati con il problema dall’interno. L’interferenza con l’italiano, invece, non ha altre motivazioni se non il fatto che siamo diventati intellettualmente sterili, e la nostra cultura si riduce all’importazione acritica di tutto ciò che nasce oltreoceano, per complesso d’inferiorità e desiderio di “voler fare gli americani”.

L’esaltazione del neutro, del genere non binario e dello scevà

Attraverso questi meccanismi, le prescrizioni del linguaggio inclusivo si stanno diffondendo anche in Italia attraverso libri, corsi aziendali o siti che spuntano come funghi. Per esempio questa → guida pratica sostiene con grande disinvoltura che nell’italiano scritto sarebbe “pratica diffusa” (ma quando mai?) sostituire le desinenze finali dei plurali con l’asterisco (grazie a tutt*); ma poiché nel parlato si rivela impronunciabile, si sarebbe diffusa – sempre a loro dire – anche la “u” finale: “Grazie a tuttu, spero vi siate divertitu”. Ma anche questa soluzione ha i suoi limiti: sembra dialetto, ed è troppo simile al maschile, si legge. E allora ecco – finalmente – la nascita di una grande proposta inclusiva che arriva dal sito Italianoinclusivo: l’introduzione dello schwa per il singolare (ǝ) e lo schwa lungo per il plurale (з). Lo schwa (parola tedesca di origine ebraica) in italiano sarebbe scevà, ma cosa può importare dell’italiano a chi lo vuole riformare a questo modo? E si pronuncia, guarda caso, come “la vocale più frequentemente usata nella lingua inglese”. Come se di inglese non ne avessimo ormai abbastanza.

Dietro questo interventismo linguistico che si sta propagando c’è una visione che esalta il corpo neutro voluta da chi, in nome del progressismo, “non considera la natura e prepara in realtà la strada alla costruzione del cyborg postumano”, per citare il filosofo Michel Onfray. Questa prospettiva si basa su una

“irragionevole negazione dell’anatomia, della fisiologia, della genetica e dell’endocrinologia consustanziale all’ideologia post-strutturalista e decostruzionalista. Il corpo non è più un dispositivo naturale e si è trasformato in un archivio culturale.
L’opzione culturalista (…) postula nondimeno che noi non nasciamo né di sesso maschile né di sesso femminile, ma neutri e che diventiamo ragazzi o ragazze solo per questioni di cultura, di civiltà, di società e d’indottrinamento, attraverso stereotipi che andrebbero decostruiti sin dalla scuola.”

[Teoria della dittatura, Ponte alle Grazie, 2020, p. 206]

Onfray evidenzia come questa ideologia che ci vuole “decostruire” le menti nasca da un’interpretazione semplificata del Secondo sesso di Simone de Beauvoir che sostiene che “donna non si nasce, lo si diventa”. In questo suo argomentare che “la fisiologia non rappresenta affatto un destino” la filosofa non nega affatto l’anatomia, a dire il vero, e infatti ci si sono parecchie pagine dedicate alle mestruazioni e ai loro effetti sulla vita delle donne. Comunque sia, personalmente sono poco interessato a entrare nella diatriba, trovo invece inaccettabile che il terreno dello scontro sia la lingua, e che sia in atto un tentativo di riformarla a questo modo. È il pensiero unico spacciato come universale che Onfray denuncia nella sua Teoria della dittatura. E il controllo della lingua – come nel Grande fratello di Orwell – è lo strumento primario.

In Italia il dibattito sulle desinenze discriminatorie non è ancora esploso, si sta solo affacciando, ma è possibile che nei prossimi tempi emergerà con veemenza come sta accadendo nei Paesi di lingua spagnola e anche francese.

Il linguaggio inclusivo alla conquista dei Paesi ispanici

In un articolo sul Washington Post (“Teens in Argentina Leading the Charge to Eliminate Gender in Language”, Samantha Schmidt, 12/05/19) si esaltano gli adolescenti argentini che stanno riscrivendo le regole dello spagnolo in modo da utilizzare il neutro e la cultura del genere, sostituendo le desinenze “a” e “o” simbolo di maschile e femminile con la “e” che suona come neutra in un dibattito globale (ma per chiamare le cose con il loro nome: globale = esportazione dei modelli statunitensi in tutto il mondo) che vede le istanze di matrice femminista saldarsi con quelle dei sostenitori delle identità non binarie. Nell’articolo si citano almeno cinque università argentine che hanno dichiarato di accettare questo “spagnolo inclusivo” nei compiti a scuola, mentre una pronuncia di un tribunale ha consentito di usare questo neutro anche ai giudici. Per un resoconto sulla questione che in Argentina sta suscitando dibattiti dai toni molto accesi, e spesso fanatico-religiosi, rimando a un articolo di Isa che vive lì e che ne riassume bene i contorni (e la ringrazio per gli scambi di idee e di materiale).

“Qui in Argentina – mi scrive Isa – nel giro di pochi anni vari movimenti sono riusciti a sdoganare formule per i plurali in ‘e’ ‘x’ e ‘@‘ per rendere neutri i sostantivi… al punto che sono usati anche degli istituti di istruzione superiore e l’associazione di traduttori locali ha persino fatto un seminario sulla traduzione inclusiva (!) con tanto di esercitazione pratica.
Su Facebook molti scrivono così e il partito peronista che ha vinto le ultime elezioni si è presentato con il nome di Frente para todes” (variazione del plurale corretto todos).

Il dibattito è così acceso che chi non aderisce a questa visione è additato di essere discriminatorio e condannato come fosse un razzista. Non si accettano visioni alternative, il fanatismo con cui il linguaggio inclusivo viene imposto non ammette opposizioni. Chi non è d’accordo con il nuovo totem commette sacrilegio: il tabù. Il linguaggio inclusivo include e ingloba nella propria visione unica e totalitaria – ma così facendo divide – e riduce il pensiero critico a pensiero che discrimina.

L’origine del plurale latinx (con la “x” inclusiva) nella lingua spagnola arriva dalle comunità “queer” della Rete – stando a un articolo su The Establishment – ed è così diventato un identificatore ampiamente utilizzato sia su piattaforme sociali come Tumblr sia nel lavoro accademico. Molti studiosi e attivisti, infatti, lodano la capacità dell’iniziativa di “includere meglio”. E addirittura sono stati riscritti libri come Il piccolo principe in uno spagnolo di genere neutro, con una mentalità da revisionisti-epuratori davvero aberrante, che in Italia non abbiamo visto nemmeno durante il fascismo (ma forse presto potremo anche noi avere edizioni dei Promessi Sposi inclusivi, chissà… io li sto già riscrivendo in itanglese, nel frattempo). Eppure gli intellettuali di sinistra non si scagliano contro queste iniziative, salutate invece come etiche. Di “etico” e giusto, però, c’è ben poco. L’ideologia inclusiva se ne frega di proposte veramente etiche, come per esempio l’esperanto, che sarebbe una lingua internazionale davvero neutrale, visto che è artificiale e concepita per essere appresa in pochi mesi risolvendo il problema della comunicazione tra i popoli, e ponendo fine all’imposizione globale della lingua naturale di popoli dominanti che non si sognano di imparare altre lingue e culture per comunicare, preferiscono imporre la loro lingua madre a tutto il globo. E i predicatori del linguaggio inclusivo, in Italia, non dicono una parola sulla discriminazione dell’italiano a favore degli anglicismi, che usano e preferiscono. Persino gli antiglobalisti più estremi da centro sociale si definiscono no global, parlando di fatto la lingua delle multinazionali che dicono di osteggiare e combattere. Sembrano ignorare che l’espansione della globalizzazione, nel suo estendere i modelli di mercato, coinvolge anche la lingua, e la dittatura dell’inglese si chiama appunto globalese. E ignorano il genocidio delle lingue in tutto il mondo, specialmente in Africa, proprio a opera dell’inglese. Un linguicidio denunciato da studiosi come Claude Hagège (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, 2002; Contre la pensée unique, Paris, Éditions Odile Jacob, 2012), Robert Phillipson (Imperialismo linguistico inglese continua. Esperanto Radikala Asocio Editrice) o scrittori africani come Ngugi wa Thiong’o (Decolonizzare la mente, Jaka Book 2015).

Insomma, non è l’etica o la razionalità ciò che muove la propaganda delle nuove crociate culturali basate sulla diffusione del pensiero unico inclusivo. È l’ideologia. Una ben precisa ideologia di matrice statunitense. Questa dottrina che vuole riscrivere la lingua non nasce dai linguisti, ma sgorga da altri ambienti politicizzati.

E le istituzioni linguistiche che posizioni hanno?

Le accademie spagnole, quelle francese e la Crusca

Per fortuna c’è anche chi si oppone duramente al revisionismo linguistico del linguaggio inclusivo fatto a tavolino. L’Accademia francese ha assunto delle posizioni irremovibili, in proposito, estromettendo la possibilità di inserire questi cambiamenti nel linguaggio istituzionale. Davanti alle regole di una “scrittura inclusiva” che si vuole imporre come norma ha lanciato un allarme all’unanimità mettendo tutti in guardia e rinominando questo revisionismo della lingua storica come “aberrazione inclusiva” con una dichiarazione ufficiale sul loro sito e altre varie prese di posizione.

Anche per molti linguisti spagnoli la forma neutra dal punto di vista del genere è una “aberrazione”. La Reale Accademia Spagnola ha dichiarato che questi cambiamenti grammaticali sono “inutili e artificiali”, ha preso posizione contro il “todes” inclusivo (al posto di todos che include anche todas), e si è pronunciata contro la “Guida all’uso non sessista del linguaggio” che aveva stilato e diffuso l’Università di Murcia.

La ministra spagnola Carmen Calvo nel 2018 aveva chiesto di riscrivere la Costituzione sostituendo i nomi maschili generici con forme più inclusive, il che avrebbe comportato il raddoppio di almeno 500 parole, come riferisce The Guardian (“La battaglia linguistica di genere neutro che ha diviso la Spagna”), ma sembra che l’economia linguistica – che detta legge quando si giustificano gli anglicismi preferibili alle formule italiane mediamente più lunghe – sia trascurabile, in questo caso.
Un membro della Reale Accademia Spagnola (“membra” suona male), Josefina Martínez, ha definito questa proposta uno “sproposito” e le sue dichiarazioni sono state ben riassunte da Gabriele Valle:

“In spagnolo, il maschile è inclusivo, il femminile no. E, forse provocatoriamente, [Martínez] lanciò una sfida: qualcuno pretende seriamente che il codice della strada si rivolga a guidatori e guidatrici, che l’ospedale si riferisca a malati e malate, che il fedele, recitando l’Ave Maria, dica «prega per noialtri e per noialtre, peccatori e peccatrici»?”
[“La lingua non porta pena: sul sessismo, tra Italia e Spagna”].

La Crusca ha invece un atteggiamento molto diverso.
Non ho trovato prese di posizione da parte dell’Accademia nei confronti delle proposte dello scevà o delle desinenze neutre, anche perché in italiano per il momento queste riforme ortografiche non hanno preso troppo piede, e chi usa questo linguaggio in Rete lo fa come i bimbominkia che usano la crittografia (xké, c6?) più che per riformare la lingua. Però queste soluzioni stanno cominciando a circolare e a essere proposte, e visto che si tratta di una tendenza internazionale che ha toccato concretamente altre lingue romanze forse sarebbe bene prendere posizione e stroncarle sul nascere, nel pieno spirito della filosofia del gruppo Incipit che dovrebbe arginare gli anglicismi nella loro fase incipiente, prima che si radichino.

In generale, però, la Crusca ha mostrato di accogliere di buon grado il linguaggio inclusivo. Da anni ha preso posizione e prodotto pubblicazioni sulla femminilizzazione delle cariche, stilando guide per un linguaggio non sessista nelle amministrazioni. La già citata pubblicazione di Cecilia Robustelli, avvalorata dalla Crusca, predica l’oscuramento del genere e la ripetizione di maschile e femminile, consiglia le formule come tutti/e i/le consiglieri/ e soprattutto – posizione per me inaccettabile, come non la accettano le accademie di Francia e Spagna – sostiene che esista un’equivalenza del genere grammaticale delle parole con il sesso delle persone, un’interpretazione ideologizzata, più che grammaticale.

Dunque, mi pare proprio che la Crusca per questi temi abbia rinunciato a essere un’istituzione descrittiva, che osserva l’evoluzione della lingua senza intervenire. È scesa in campo concretamente e ci ha messo la faccia (per usare qualche stereotipo di stampo giornalistico). Nel caso degli anglicismi, al contrario, è molto più timida. Nel 2015 ha dato vita al gruppo Incipit che avrebbe dovuto monitorare il fenomeno e arginare le parole inglesi e pseudo-inglesi con sostitutivi italiani, ma in cinque anni si è limitata a diramare 13 comunicati che contemplano meno di 30 parole. Senza alcuna pretesa di avvicinarmi alla competenza dell’Accademia, nel mio piccolo e da solo, nel settembre del 2018 ho pubblicato il dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi) che contemplava le alternative e i sinonimi di ben 3.500 parole inglesi in circolazione sulla stampa, ma oggi le voci sono oltre 3.700: 200 in più in 2 anni (grazie alle segnalazioni della comunità che è nata intorno al progetto). E allora l’Accademia avrebbe forse potuto fare qualcosa di più. È vero che alcuni accademici – dal presidente Marazzini al professor Sabatini – sono intervenuti più volte pubblicamente contro l’abuso dell’inglese, ma la Crusca come istituzione non ha mai stilato guide pratiche per evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale come ha fatto nel caso del sessismo (e come chiede la petizione a Mattarella litalianoviva che invito tutti a diffondere).

La mia impressione è che, a parte qualche condanna generica e ramanzina al vento, non voglia intervenire sulla questione dell’inglese in modo sistematico. Tra l’intervento sul sessismo e sull’anglicizzazione, prevale nettamente il primo aspetto.

Tra le pochissime prese di posizione di Incipit c’è l’invito a sostituire stepchild adoption con “adozione del figlio del partner”, cioè la sostituzione di un anglicismo con un altro (una formula mista e lunga), giustificata dal fatto che “partner” è ormai di uso comune, come si legge nel comunicato n. 5, del 15 febbraio 2016. In realtà si sarebbe potuto dire “coniuge”, ma non va bene perché implica un matrimonio, mentre esistono anche le coppie di fatto. Ci sarebbe “convivente”, ma se poi i genitori fossero separati? Adesso è di moda dire “congiunto”, grazie a Giuseppe Conte, ma si sarebbe potuto anche proporre “compagno”… E allora perché la scelta di partner?
A mio avviso la risposta è semplice: è una parola inclusiva, e va bene sia per gli uomini sia per le donne. In questo caso sembra proprio che la questione del linguaggio inclusivo abbia avuto la meglio su quella degli anglicismi!
A dire il vero il professor Francesco Sabatini ha proposto un neologismo di formazione rigorosa, bellissimo, chiarissimo, conciso e inequivocabile: adozione del “configlio”. Tuttavia, nel comunicato n. 8 del 20 gennaio 2017 che riassume tutto l’operato del gruppo Incipit (una ventina di anglicismi) “configlio” è sparito. Non sarà che accanto all’orrore per la creazione dei neologismi a tavolino che evoca il purismo e il neopurismo ci sia anche il fatto che poi si discriminano le configlie?

E che dire delle consulenze linguistiche sul sito dell’Accademia che giustificano selfie che sarebbe differente da autoscatto o dichiarano brainstorming intraducibile e know how di difficile sostituzione mentre le stesse parole sono invece tradotte e condannate dalle accademie di Francia e Spagna?

Sul sito Italianoinclusivo si legge:

“Le lingue evolvono. Le prime volte che si è sentita la parola “sindaca” probabilmente ci si è accapponata la pelle. La seconda, un po’ meno. Ora, è già percepito come accettabile, se non del tutto normale, e ciò nonostante secoli di uso solo al maschile. Stessa cosa per le altre lingue: ancora oggi, in inglese, c’è chi si oppone strenuamente al singular they. Ma più passa il tempo, più si sta facendo parte integrante dell’uso comune e percepito come sempre più normale.
Il modo migliore, quindi, per superare questa sensazione è usarlo costantemente.”

Ecco, credo che sostituendo in questo passo le parole sindaca e singular they con autoscatto al posto di selfie le cose siano più chiare.
Questi siti, come quelli istituzionali e la Crusca stessa usano due pesi e due misure: consigliano, prescrivono ed educano nel caso del linguaggio inclusivo, mentre nel caso di anglicismi come selfie sostengono che le sfumature dell’inglese sarebbero diverse e li giustificano. Ma non è vero, il significato è identico (come sostiene anche il Devoto Oli), e affermare che autoscatto non è come selfie è un atteggiamento che ho chiamato anglopurista: si parte dall’uso della parola inglese (trascurando il significato identico a quello italiano) per affermare che esprime qualcosa di nuovo, e invece di fare evolvere la parola italiana equivalente e rilanciarla invitando a usarla, la si relega al vecchiume – la si cristallizza nel suo significato storico come ai tempi del purismo – facendola così morire. Insomma, pur di non rivedere i significati “puri” storici dell’italiano si preferisce passare all’inglese per indicare tutto ciò che è nuovo.

In conclusione, tra l’introduzione del linguaggio inclusivo, e la giustificazione degli anglicismi, i risultati convergono in una sola direzione: l’americanizzazione della nostra cultura e della nostra lingua.

“E l’Italia è questa qua…” (Elio e le storie tese).

Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [1]

Il concetto del linguaggio “politicamente corretto” nasce negli ambienti della sinistra statunitense degli anni Trenta per poi affermarsi negli anni Ottanta e diventare di massa. Questa impostazione è divenuta la linea guida dei più prestigiosi atenei universitari che hanno persino stilato dei regolamenti (gli speech codes) che si sono imposti come modello con le sue rigidità. Curiosamente, ci sono schiere di intellettuali italiani, inclusi i linguisti, pronti a tuonare contro chi si oppone agli anglicismi, perché questo approccio viene accostato agli elenchi dei forestierismi banditi dalla Reale Accademia durante il fascismo, e contrapposto alla libertà di espressione (“la libertà di essere schiavi”, direbbe qualcuno). Eppure, molti di questi intellettuali sono gli stessi che hanno aderito con entusiasmo al politically correct che negli anni Novanta è stato così “trapiantato” anche in Italia, un Paese che, giorno dopo giorno, assomiglia sempre più a una colonia culturale, e linguistica, la cui classe dirigente è formata da collaborazionisti felici di scimmiottare tutto ciò che arriva d’oltreoceano, a cui si sottomettono a costo di rinnegare e riscrivere la nostra storia e le nostre radici.

L’intento di usare un linguaggio non discriminante verso le minoranze può essere anche nobile, ma i risultati che ha prodotto sono molto discutibili, e il politicamente corretto è di fatto un approccio molto controverso. Tra le critiche più fondate c’è quella di confondere i nomi e la forma (cioè la lingua) con la sostanza e i veri problemi. Le parole sono importanti, certo, ma siamo sicuri che per non essere razzisti sia così importante non proferire la parola “negro” o mettere in discussione l’esistenza delle “razze”?

Il politicamente corretto e le nuove definizioni che partono dagli stessi presupposti rischiano di ridursi a un sostanziale “stile eufemistico” un po’ ipocrita. E tra le altre accuse che sono state avanzate ci sono quelle di indurre al conformismo linguistico e di costituire una limitazione della libertà di espressione molto spesso condotta con un furore “religioso” che ricorda quello della “caccia alle streghe”.

Comunque la pensiate, vorrei riflettere su un altro aspetto della questione che mi pare sia stato assai trascurato.

Questo approccio, più che essere universale, è quello degli Stati Uniti, e non è affatto neutrale.

 

Politicamente corretto o politicamente “americano”?

La sensibilità egualitaria del “politicamente corretto” verso le minoranze non è così neutra e universale come ce l’hanno venduta: risente del punto di vista degli Stati Uniti. Il suo trapianto in Europa fa parte del progetto di esportazione – piuttosto colonizzatore – della propria cultura che si basa sull’assunto che “i valori americani sono universali”, per citare Condoleezza Rice quando era consigliera del governo Bush per gli affari esteri.

Eppure, proprio definire gli statunitensi come americani non è affatto politicamente corretto. L’America è un continente (o due, a seconda dei criteri di classificazione che cambiano da continente a continente), ma pare che a nessuno importi del fastidio che prova un messicano o un peruviano quando si identifica l’America con gli Stati Uniti. “Il condomino che si dichiara il padrone del continente” (per citare Gabriele Valle), come se tutti gli altri Paesi dell’America non esistessero. Come ci sentiremmo se l’Europa venisse fatta coincidere per esempio con la Germania, ed europei diventasse sinonimo di tedeschi, visto che è la nazione in questo momento più importante?
Ciononostante, gli statunitensi si definiscono americani, e noi, nel nostro servilismo, li seguiamo. Il sogno “americano” è quello degli Stati Uniti. Tutto il resto non lo vediamo (e “la faccia triste dell’America” è solo un incubo).

Anche un’espressione come “scoperta dell’America” è frutto di una visione eurocentrica e colonialistica, visto che quelle terre esistevano ben prima della nostra scoperta. Ma ancora una volta pare che nessuno si occupi più di questi dettagli linguistici. La nuova moda è invece quella di contestare il “Columbus Day” e di abbattere le statue di Colombo con un furore iconoclasta piuttosto talebano che ha che fare con il fondamentalismo e il revisionismo storico. Non fu Colombo – che come è noto ignorava di aver “scoperto l’America” e aveva sbagliato strada e continente – a compiere il più grande genocidio della storia.

Accanto al revisionismo storico e alla sensibilità per non discriminare solo ciò che fa comodo, c’è poi il revisionismo linguistico che è stato esportato e ormai trapiantato in Italia in modo profondo. Come è accaduto, per esempio, che una parola come “negro” sia diventata un tabù?

A partire dagli anni Ottanta, negli Stati Uniti, dove il razzismo era ed è tangibile, parole come black, nigger o negro, considerate dispregiative, furono sostituite da afroamericano.

In Italia negro non aveva affatto questa connotazione, di africani e stranieri se ne vedevano ancora pochini a dire il vero, e il problema del razzismo nostrano era ancora legato ai pregiudizi contro i “terroni”. Negro era una parola neutra, usata da secoli nei testi scientifici, presente normalmente nel linguaggio comune e nel doppiaggio cinematografico. Negli anni Sessanta Lola Falana era l’amatissima “Venere negra”, era “negro” il “tremendo” (con tutte le ragazze) Rocky Roberts, e Edoardo Vianello cantava i “Watussi altissimi negri” in modo gioioso.

Dagli anni Novanta in poi i traduttori cominciarono ad applicare i criteri statunitensi anche alla nostra lingua, e nel giro di un decennio l’uso secolare dell’italiano è stato modificato dall’alto: i mezzi di informazione colonizzati, da un giorno all’altro, ci hanno inculcato l’idea che dire in un certo modo significava essere razzisti. Non era affatto vero, ma il nuovo clima culturale nato a tavolino si è imposto, aiutato dall’indice puntato contro chi non si adeguava, tacciato di razzismo. Un intervento moralizzatore sull’uso storico della nostra lingua, non giustificato, perpetuato proprio dagli stessi che si appellano alla sacralità dell’uso che non andrebbe normato in nome di un descrittivismo linguistico che è piuttosto altalenante.

In questo modo si sono affermate alternative ipocrite come “di colore” (ma di quale colore si parla? il nero!), oggi in disuso in favore di neri e afroamericani. Intanto, poco importa che si chiamino negri o neri, l’omicidio di George Floyd a Minneapolis da parte di alcuni poliziotti, e i numerosi altri casi di analoghi soffocamenti che stanno emergendo, hanno portato alle rivolte che occupano le prime pagine di tutti i giornali. E allora che cosa è più importante? Cambiare il nome alle cose o cambiare la sostanza? Meglio parlare di negri, con rispetto, o definirli neri discriminandoli?

Naturalmente, se una comunità si sente discriminata da un uso linguistico spregiativo è più che doveroso tenerne conto e usare un linguaggio non offensivo. Il punto è che il politicamente corretto spesso non è invocato da chi si sente discriminato, ma da altri che predicano la correttezza dall’alto come una religione. L’unione ciechi, e i ciechi con cui mi è capitato di parlare, se ne fregano bellamente di essere chiamati “non vedenti”. Moltissime donne non approvano le ideologie di chi vorrebbe “educare” dall’alto e propone un’idea dell’essere femminista che appartiene solo a una parte del mondo femminile. Provate a parlare con un’avvocato o un’architetto (dove un apostrofato sta per una) per sentire come preferiscono essere definite. La maggior parte di esse rivendica con orgoglio il nome della sua professione al maschile. Provate a dire loro che questo è un retaggio maschilista di cui sono vittime, e non stupitevi se avranno una reazione piccata.

Come nota Massimo Arcangeli:

“da bidello a collaboratore scolastico, da netturbino a operatore ecologico o da infermiere a operatore sanitario; i poveri e i padroni restano tali anche se li si riqualifica come non abbienti e imprenditori; i pazienti che divengono assistiti non hanno alcuna ricaduta, nemmeno da effetto placebo, sulla qualità del servizio sanitario.”

 

In difesa della razza

A proposito di razzismo, la nuova moda che arriva dagli Stati Uniti è quella di negare l’esistenza delle razze. Come se fosse questo il problema del razzismo. Di nuovo, le modalità con cui certi scienziati e certi movimenti affermano questa nuova visione sono impregnate di toni da fanatici religiosi, che non accettano critiche (eresie) nel loro riscrivere la scienza.

Sino al Novecento, il concetto di “razza” in biologia era abbastanza ben connotato. Si parlava di genotipo (cioè le caratteristiche genetiche microscopiche) e di fenotipo (cioè i caratteri macroscopici esteriori visibili a tutti). Il neodarwinismo si basava sull’individuazione delle specie, a loro volta divisibili in razze (varietà all’interno di una stessa specie). Era soprattutto la possibilità di riprodursi che segnava la distinzione tra specie e razza, poco importa che si parlasse di uomini o animali: la distinzione qualitativa tra uomo e animale appartiene storicamente al clero e alla religione cattolica, al fondamentalismo, non alla biologia e alle scienze della natura che la Chiesa ha storicamente osteggiato e represso in ogni modo. In linea di massima la riproduzione tra specie diverse non può avvenire, al contrario di quanto accade per le razze, e questo era il criterio di demarcazione tra i due concetti.
Questa distinzione non era perfetta, aveva le sue sfumature e i casi di specie affini che possono procreare sono molti, dall’asino e cavallo che generano mulo o bardotto, agli incroci innaturali tra tigre e leone che portano al “ligre”. Persino l’incrocio tra Homo sapiens e Neanderthal, specie differenti, è stato studiato di recente. Ma gli uomini appartengono alla stessa specie, questo è quello che li accomuna biologicamente, e i fenotipi, o le razze, comunque siano geneticamente determinati, non si possono negare.

Tutte le definizioni scientifiche hanno i propri limiti e quello che bisogna dire chiaramente è che né le specie, né le razze sono “oggetti reali” (“Platone, vedo il cavallo ma non la cavallinità” diceva Antistene), sono solo concetti o categorie (in senso kantiano) che utilizziamo per descrivere il mondo.

Oggi il fenotipo è stato cancellato dai nuovi scienziati riduzionisti, che reinterpretano tutto esclusivamente dal punto di vista genetico. E in questa ridefinizione dei concetti, molti concludono che le razze non esistono e si scagliano con violenza religiosa contro chi non è d’accordo, bollato come razzista o antiscientifico. Ciò è una bella menzogna, e ancora una volta ha a che fare con il fondamentalismo più che con la scienza.

Su questi presupposti – che sono solo un cambio di paradigma concettuale e non una “scoperta” della verità scientifica che dopo Popper non è più sostenibile – qualcuno vorrebbe cambiare addirittura la Costituzione! Come se affermare “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua…” fosse razzista!

Non importa quale sia l’atteggiamento davanti a queste ridefinizioni (personalmente continuo a difendere il concetto di razza), ognuno è libero di ricorrere alle categorie concettuali che preferisce, ma ciò che deve essere chiaro è che la discriminazione non passa dalla messa in discussione della “razza”, ma dall’accettazione delle diversità, comunque si chiamino.
Il punto è che non siamo tutti uguali, ed è proprio nel riconoscere il valore e il diritto della diversità che sta la civiltà e l’essere “corretti”. E ciò vale anche per le culture e per le lingue, dove la varietà è ricchezza, non un ostacolo all’affermazione del pensiero unico basato sulla lingua unica, l’inglese globale, imposto a in tutto il mondo come un valore universale e la lingua internazionale.

 

Totem e tabù linguistici

Il politicamente corretto parte dal presupposto che modificare il nostro modo di parlare porterebbe a modificare il nostro modo di pensare. Questo presupposto è sicuramente fondato, e già Wilhelm von Humboldt, per esempio, aveva posto l’accento sul fatto che la lingua è l’organo formativo del pensiero e che attraverso di essa impariamo a ragionare. Ma se dietro le nuove parole c’è solo una riverniciata ipocrita con intenti eufemistici e superficiali, questo presupposto viene a cadere. Non cambia affatto le cose.

I minorati degli anni Cinquanta sono divenuti handicappati, poi sostituiti con portatori di handicap, poi con disabili (altro calco dell’inglese), poi divenuti diversamente abili. Ma oggi il fronte degli interventisti sull’uso in nome del linguaggio non discriminate (rinominato il “parlare civile” visto che “politicamente corretto” è oggetto di polemiche sempre più ampie) sconsiglia anche questa nuova espressione e propone persona con disabilità.

Questo modo di procedere e di intervenire sull’uso in modo moralizzatore, dall’alto, non porta a nulla, perché non appena una nuova definizione concepita per suonare neutrale si afferma, ecco che subito dopo diviene nuovamente dispregiativa e occorre cambiarla. Non sono i “nomi” ciò che è importante, ma i concetti sottostanti che designano.

E allora, per cambiare le cose, bisognerebbe andare un po’ più a fondo, e rendersi conto che il linguaggio è una spia dell’inconscio, per dirla con Freud. Attraverso le parole esprimiamo ciò che abbiamo dentro e ciò che siamo. Per non essere razzisti non serve negare (o ridefinire) il concetto di razza. Occorre un approccio culturale più serio. E dietro le buone pratiche del parlare civile, del politicamente corretto e del linguaggio inclusivo non c’è solo la volontà di usare un linguaggio non discriminante. C’è il trapianto di una nuova cultura, basata sulla lingua angloamericana, che si sta sovrapponendo dall’alto alla nostra, ne modifica l’uso e introduce nuovi tabù che storicamente non ci appartengono.

Nel nuovo assetto che si sta delineando il totem (cioè il sacro, nella concezione freudiana) è rappresentato dalla cultura e dalla lingua inglese. E non aderire a questa nuova religione genera i nuovi tabù linguistici: “negro”, “razza”… in una concezione dove ormai il linguaggio non discriminante si esprime attraverso le categorie culturali d’oltreoceano e addirittura attraverso anglicismi crudi (gay, down…) che diventano “il” politicamente corretto. Il dibattito sul “linguaggio inclusivo” che sta prendendo piede è un esempio lampante…

 

Continua

La strategia degli Etruschi (e 1.500 firme per fermarla)

Le firme della petizione #litalianoviva al presidente Mattarella, per l’estromissione degli anglicismi nel linguaggio istituzionale e per l’avvio di una campagna contro l’abuso dell’inglese, aumentano. Non so più come ringraziare i tanti che mi hanno scritto e che si stanno adoperando per diffonderla. Tra le oltre 1.500 adesioni di questi giorni mi ha colpito l’alto numero di professori universitari, scrittori, personaggi di primo piano della cultura (prossimamente ne parlerò più nei dettagli). Mi pare un dato molto significativo, perché vedo che questo tema non è sentito solo dalla gente, ma anche da molti intellettuali che hanno preso una posizione netta.

Una nuova egemonia culturale

Per comprendere meglio cosa sta avvenendo nel nostro Paese vorrei partire proprio dalla riflessione di un intellettuale come Gramsci, che riporto senza alcuna presa di posizione ideologizzata, ma solo perché la trovo molto acuta e attuale:

“Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”
(Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3).

Oggi la “questione della lingua” riguarda soprattutto l’interferenza dell’inglese e va inserita in un quadro internazionale che ha a che fare con l’espansione dei modelli angloamericani in tutto il mondo e con la globalizzazione. Questi modelli non sono solo linguistici, ma anche economici, politici e culturali. Perciò la riflessione sulla necessità di una riorganizzazione dell’egemonia culturale mi sembra più che mai valida.

L’attuale egemonia culturale italiana, che occupa il panorama mediatico, politico e i posti di rilievo nel mondo del lavoro, sempre più spesso punta all’inglese come modello superiore. Ma come ha osservato un grande linguista tedesco, Jürgen Trabant, questo atteggiamento sta portando a una moderna “diglossia neomedievale” che erge barriere sociali nei singoli Stati, dove si crea una frattura linguistica e culturale tra chi parla l’inglese e no, tra le classi sociali alte e quelle basse. Ciò non riguarda solo l’uso dell’inglese come la lingua della comunicazione internazionale, della scienza o dell’Europa, riguarda anche l’abuso dell’inglese nell’italiano. Insomma, mi pare che le parole di Gramsci siano illuminanti: la nuova classe dirigente dell’era della globalizzazione e del dopo-muro di Berlino sta procedendo a una riorganizzazione culturale, e linguistica, che sta creando fratture con la gente, con le masse, con gli italiani.

Ecco perché mi sembra importante che emerga un altro modello di egemonia culturale. Un modello che in Italia c’è, ma è sommerso dal pensiero dominante e disgregato, e bisognerebbe invece che si organizzasse ed emergesse come avviene normalmente all’estero.

 

Il senso di inferiorità verso l’inglese: un’anomalia tutta italiana

Mentre in Italia sembra che nessuno si preoccupi di tutelare e promuovere il nostro patrimonio linguistico, all’estero non è così.

La tutela della lingua si trova in Paesi lontani come la Cina e in quelli vicini come la Svizzera, dove l’italiano è promosso molto meglio che da noi. In Islanda esiste la figura del “neologista” che crea alternative agli anglicismi attraverso neoconiazioni che partono dalle radici endogene, cioè dalla propria lingua. La questione è sentita in special modo in Africa, dove intellettuali in odore di Nobel come Ngugi wa Thiong’o (autore di Decolonizzare la mente, Jaca Book, 2015) invitano a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese”, la Repubblica 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Nel mondo ispanico esistono una ventina di accademie che promuovono la propria lingua e creano alternative agli anglicismi. Come ha ricordato Gabriele Valle, la presentazione del Diccionario panhispánico de dudas (2005) che, oltre a diffondere le alternative agli anglicismi rappresenta un punto di riferimento per l’omogeneità della lingua in tutti i Paesi ispanici, è avvenuta dinnanzi a tutti i giornali più importanti, che sottoscrissero un accordo:

“Consci della responsabilità che nell’uso della lingua ci impone il potere di influenza dei mezzi di comunicazione, ci impegniamo ad adottare come norma fondamentale di riferimento quella che è stata fissata da tutte le accademie nel Dizionario panispanico dei dubbi, e incoraggiamo altri mezzi affinché aderiscano a questa iniziativa”.
(“Lʼesempio della sorella minore. Sulla questione degli anglicismi: lʼitaliano e lo spagnolo a confronto”, p. 757).

In Italia, i mezzi di informazione sembrano invece piuttosto irresponsabili e poco consapevoli del loro ruolo storico nell’unificazione dell’italiano che oggi depauperano. O più probabilmente ne sono perfettamente consci, ma la loro visione della modernità è quella dei collaborazionisti dell’itanglese.

Anche l’Académie Française opera per la creazione di alternative agli anglicismi e per la loro diffusione, al contrario di quanto fa la Crusca, e in Francia esiste la legge Toubon che impone il francese – lingua inserita nella Costituzione – nel linguaggio istituzionale e in quello del lavoro. In questo Paese capita che intellettuali come il filosofo Michel Serres accusino la classe dirigente che abusa dell’inglese – e non certo nel linguaggio istituzionale, perché sarebbe impensabile – di essere dei “collaborazionisti”:

“Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”
(Contro i bei tempi andati, Bolati Boringhieri 2018).

Da noi queste parole appaiono estremiste, perché la nostra classe dirigente è formata sempre più da chi è colonizzato: i collaborazionisti hanno occupato le posizioni centrali e impongono la nuova lingua dominante, a cominciare della sinistra che ha perso ogni contatto con le “masse” e ogni spirito critico nei confronti degli Stati Uniti, per finire con i “sovranisti” che però praticano l’itanglese.

E allora forse dovremmo essere davvero internazionali, che non significa avere la testa soltanto oltreoceano, ma guardare a cosa accade negli altri Paesi, a cominciare da quelli vicini.

Il ricorso all’inglese ridicolo e devastante

Piero Bevilacqua, nell’aderire alla petizione, ha dichiarato:

“Lo sciocco narcisismo con cui giornalisti, uomini politici, personaggi dello spettacolo esibiscono il loro inglese orecchiato, va denunciato con le armi della critica come un fenomeno di inferiorità culturale. Chi crede di apparire più colto ricorrendo a termini inglesi – che spesso sono di origine neolatina – ignora la ricchezza e grandezza della lingua italiana e perciò esibisce non la propria cultura e il proprio essere aggiornato, ma la propria ignoranza. Il ricorso a una lingua straniera, quando esistono equivalenti italiani, spesso semanticamente più ricchi e vocalmente più musicali, rivela un fondo di servilismo da popolo colonizzato, che svaluta la storia della propria lingua, cultura, civiltà. Perciò chi si fa strumento della creazione di un immaginario nazionale subalterno va criticato aspramente, additato come responsabile di un danno di immagine procurato al Paese, portatore di un messaggio diseducativo e fuorviante alle nuove generazioni.”

Sottoscrivo ogni parola di Bevilacqua e voglio provare a esemplificarne il senso e ad aggiungere ulteriori elementi.

Credo che la situazione italiana sia pericolosa, per la nostra lingua e cultura, perché non esiste alcuna resistenza né reattività davanti all’espansione dell’inglese globale. Al contrario, la nostra classe dirigente sembra agevolarla dall’interno, operando scelte lessicali anglomani davanti a tutto ciò che è nuovo a costo di ricorrere agli pseudoanglicismi (come smart working o navigator). Basta che suoni inglese, insomma, anche se non lo è affatto.

In questa follia, in questa mania compulsiva elevata a strategia comunicativa (non sempre consapevole) ciò che sta accadendo travalica quello che si può spiegare con le categorie ingenue e datate del “prestito” che molti linguisti ancora utilizzano senza riuscire a comprendere cosa ci sta accadendo. Siamo in presenza di uno “tsunami anglicus”, per citare Tullio De Mauro, cioè a un travaso dell’inglese di ben altra portata.

Gli anglicismi non sono più poche manciate di semplici parole isolate (“prestiti”) che importiamo perché non ne abbiamo di nostre (e non vogliamo né tradurre, né italianizzare, né reinventare con neologismi autoctoni) o perché ci appaiono più prestigiose ed evocative. Siamo in presenza di un’emulazione basata sulle ricombinazioni di radici inglesi che si ricompongono in modo virale e generano un quantità di anglicismi che sfugge ormai alla possibilità di ogni classificazione (ne ho parlato in un articolo sul portale Treccani).

Invece di parlare di fondi per la ripresa, durante la pandemia i politici e i giornali hanno scelto di utilizzare l’espressione inglese recovey fund. Il risultato è l’imposizione alla gente dell’ennesimo anglicismo che battezza un nuovo concetto attraverso un’espressione che viene trapiantata come fosse un nome proprio insostituibile, poco trasparente non solo alle masse, ma persino agli stessi trapiantatori che spesso la storpiano in modo errato, perché sono i primi a non conoscerla. Penso all’onorevole Gelmini che alla Camera ha pronunciato sistematicamente “recovery FAUND” e non “FAND” (lo si può ascoltare qui, al minuto 1,35 circa), come se fosse scritto “found” (inglese: not found! ). Questo non vuole essere un attacco politico, né personale, l’onorevole è in buona compagnia di altri colleghi parlamentari di ogni schieramento e anche di numerosi giornalisti che hanno sfoggiato la stessa dizione in tv e persino nello scrivere (vedi primo riquadro dell’immagine sotto).

E allora a che giova ostentare questo tipo di inglese maccheronico?

recovery

Purtroppo non finisce qui. Al ridicolo si aggiunge il deleterio.
L’introduzione di recovery fund diventa popolare perché ripetuto in modo martellante e senza alternative, e questo porta all’assimilazione di recovery che prende vita e produce altre ricombinazioni a catena dove tutto va bene, basta che non sia italiano. Si parla perciò anche di recovery bond, visto che le obbligazioni sono sempre più spesso bond, dagli eurobond ai coronabond, ma si trovano anche: recovery instrument, recovery initiative, recovery strategy, e alla fine Di Maio se ne esce con la necessità di un recovery plan, su cui ironizza Giorgio Comaschi in una delle sue pillole in video, che radica recovery ma anche il parlare di plan invece che di piano in una rinuncia all’italiano sempre più ampia.

In questo ricorso alle ricombinazioni di radici inglesi accade perciò che nasca la regola istintiva del “covid + N”, dove “N” sta per qualunque cosa purché sia inglese. I covid hospital, invece che ospedali covid, consolidano l’abitudine a invertire le parole all’inglese, ma anche a far circolare hospital invece di ospedale (come del resto si parla di day hospital al posto di ospedale diurno). E così dilagano i covid pass che prima si indicavano con patente di immunità, spuntano i covid manager, si legge della ristrutturazione dei locali in modo covid free, e tra covid test e covid stress, l’ultimo arrivato da pochi giorni nella famiglia è il covid like.

Lo stesso vale per lo smart working, che nonostante sia uno pseudoanglicismo diffuso solo in Italia, diventa il modello per la smart-didattica, espressione inesistente sino a un mese fa e che oggi comincia a farsi strada.

smat didattica
Fino all’1 marzo 2020 “smart-didattica” compariva in questi soli 3 articoli in tutte le notizie della Rete.

Negli ultimi vent’anni l’espressione era stata azzardata in solo 3 articoli presenti in tutte le notizie italiane della Rete, ma negli ultimi due mesi è stata usata 1.150 volte. La logica è quella della bat-mobile e della bat-caverna, dei Barpapà e del barbatrucco, ma purtroppo non c’è nulla di ironico. È tutto tragicamente reale.

smart didattica1
Le 1.150 occorrenze di “smart didattica” nelle notizie in Rete al 19/5/20

 

In questo “servilismo” ridicolo da popolo colonizzato si trova ormai di tutto, è uno straparlare che assomiglia a una gara a chi spara più anglicismi e a chi riesce a depauperare maggiormente il nostro lessico. E tra il grocery e lo shelf life contro cui si scaglia Giorgio Comaschi, probabilmente destinati a rimanere degli occasionalismi, si fa strada la staycation che ci regala la Repubblica (e tante altre riviste digitali) che potrebbe invece radicarsi e diventare il tormentone dell’estate (dopo le prime apparizioni sui giornali di qualche anno fa che non si sono affermate).

staycation

Ecco dove sta andando l’italiano. Questo non è un fotomontaggio, è una pubblicità vera (grazie a Giampaolo Donini che me l’ha mandata). E cosa rimane della nostra lingua?

pubblicità

È questa la lingua che vogliamo? È questo il futuro dell’italiano?

Intanto, diciamolo forte a tutti i “negazionisti”: questo è già il presente, e forse è arrivato il momento di fermarci.

Ho chiamato questa anglomania ormai fuori controllo “la strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi alla romanità, che evidentemente consideravano qualcosa di più moderno o superiore alla propria meravigliosa cultura, fino a farsi assimilare e fino a scomparire.

Ecco il perché della petizione #litalianoviva, ed ecco perché mi pare così bello e importante vedere insieme alla gente comune anche gli intellettuali, i docenti universitari o gli artisti che rappresentano una buona alternativa alla classe egemone. Tutti aggregati nello stesso obiettivo di non abbandonare le nostre radici, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra lingua possiamo dare vita a una battaglia che vale la pena di combattere.

 

PS
Sulla differenza nel trattare gli stessi anglicismi tra Corriere della Sera, El País e Le Monde consiglio questo breve video di Cinzia Filannino, una studentessa che ha compiuto una ricerca semplice quanto significativa.

Cambi di paradigma culturali e linguistici dopo il coronavirus

Uno spettro si aggira per l’Europa… anzi per il mondo! Carlo Marx non avrebbe potuto prevedere che a mettere in ginocchio il sistema di produzione capitalistico, invece della rivoluzione della classe operaia, sarebbe stato qualcosa di così invisibile e “spettrale” come un virus. E non aveva nemmeno previsto che il capitalismo – un “mostro” vorace che per sopravvivere deve continuamente ampliarsi – avrebbe nei secoli successivi travalicato i confini nazionali per trasformarsi in un Leviatano di ben altro ordine di grandezza che oggi si chiama globalizzazione. Lo “sfruttamento dei proletari” si è trasformato nello sfruttamento di interi Paesi poveri da parte di altri più ricchi e di un’oligarchia di multinazionali che fatturano anche più di uno Stato sovrano. Il mondo è completamente cambiato dai tempi di Marx e le sue analisi economiche non sono più applicabili. Nell’epoca del post-post-industriale, dopo la caduta del muro di Berlino, ad affamare i popoli sono le multinazionali che comprano le terre africane, sottratte alle popolazioni che ci vivono e con cui sopravvivono, per dare vita alle coltivazioni intensive transgeniche. Oggi il mercato della grande distribuzione è più importante di quello della produzione, è quello che detta le regole, fa i prezzi di mercato e affama tutti gli ingranaggi delle filiere, dagli agricoltori italiani e i produttori di latte sardi, ai nuovi schiavi asiatici o africani della manodopera globalizzata. A trainare l’economia c’è il mercato dell’informazione e della comunicazione, dove non è più necessario “appropriarsi dei mezzi di produzione” che un tempo erano nelle mani dei capitalisti. In molti settori basta avere accesso alla Rete per lavorare a distanza, basta aprire un sito per potere sviluppare un’attività di servizi o di vendita, almeno in teoria. Di fatto, sono però i colossi della Rete, che oggi si chiamano Google, Facebook, Amazon… a egemonizzare questi settori. Mentre ci profilano e ci plasmano a loro consumo, le loro succursali in Europa si prodigano per trovare i cavilli per non pagare le tasse, importano da noi i nuovi modelli di lavoro senza diritti così diverso da quello su cui sarebbe fondata l’Italia della nostra Costituzione, e di cui i ciclofattorini chiamati rider o l’esercito dei magazzinieri di Amazon sono l’emblema.

L’espansione di questo modello impone ovunque non solo le stesse “merci”, ma attraverso le merci anche il sistema, le regole, i valori, la mentalità e la cultura di chi le esporta. Anche la lingua fa parte del pacchetto. Questa globalizzazione si pone come una sorta di “alfabetizzazione” di tutto il mondo, che altro non è che una forma di colonizzazione economico-culturale (da sempre la colonizzazione è stata giustificata con l’esportazione della cultura a chi non ce l’ha) che punta all’omologazione mondiale del modello statunitense. Questa esportazione anche linguistica, questa “alfabetizzazione” globale della lingua inglese che schiaccia i modelli locali coinvolge l’economia e il lavoro, la scienza che deve parlare inglese per essere internazionale, la tecnologia, la pubblicità, il cinema… è sempre più pervasiva. È un disegno che affonda le sue radici nel progetto di esportazione del “basic english” degli inizi del secolo scorso e del “globalese” o globish del nuovo Millennio. Si ritrova esplicitamente abbozzato nel discorso del 1943 di Winston Churchill agli studenti di Harvard (“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente”, Fonte: Winston Churchill – in dialogo con Roosevet – Università di Harvard). Si ritrova nel piano Marshall che attraverso lo stanziamento, allora incredibile, di 17 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Europa ha di fatto rappresentato l’acquisto del nostro continente da un punto di vista economico (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) e politico (Onu e Nato). Contemporaneamente, nell’Italia della ricostruzione è iniziato il “sogno americano”, l’american dream che consisteva nell’ambire i modelli culturali e lo stile di vita d’oltreoceano. La stessa logica descritta da Tacito con cui i Romani avevano assoggettato i popoli germanici: far bramare la propria cultura e farla vivere come il modello superiore da imitare, in modo che chiamassero “cultura” ciò che faceva parte di un piano di asservimento. Le ricadute linguistiche degli anni Cinquanta sono ben rappresentate dalle caricature di Alberto Sordi di un Un americano a Roma e dalla canzone “Tu vuo’ fa’ l’americano” di Carosone. La penetrazione consistente degli anglicismi nella nostra lingua è nata in quell’epoca, per poi continuare a crescere, esplodere negli anni Ottanta e diventare lo tsunami anglicus del Nuovo millennio. Anche se ci appaiono come serie, tecniche o maggiormente evocative, le neoconiazioni anglomani dei nostri giorni che si intravedono nei jobs act di Renzi o nei navigator di Di Maio, nello smart working mediatico e via dicendo, sono altrettanto ridicole, a ben pensarci. Il fatto è che le ultime generazioni sono cresciute imbevute dalla “cultura” commerciale dei telefilm e dei prodotti statunitensi e oggi per elevarsi sociolinguisticamente parlano in itanglese. La stessa lingua che i mezzi di informazione privilegiano e diffondono in modo irresponsabile. Stiamo agevolando la colonizzazione linguistica con suadenti pseudoanglicismi che inventiamo da soli!

Ma adesso è successo che in un lampo la globalizzazione si è dovuta fermare; il mostro del globalcapitalismo, che se non cresce implode, si è inceppato, e rischia di crollare sotto il peso delle proprie contraddizioni interne.

Dopo l’influenza “asiatica” del 1957, quella di Hong Kong del 1968 ha impiegato ben 18 mesi per arrivare in Italia, ed esplodere nell’inverno del 1969 e poi nel 1970 uccidendo da noi 5.000 persone (qui un documento dell’Istituto Luce che consiglio vivamente). A quel tempo risale il proverbio inglese “Quando Mao starnuta, il mondo si ammala”, oggi incattivito nella strategia di Trump che si ostina a chiamare l’attuale pandemia “virus cinese”, con evidenti intenti propagandistici. Ma con la globalizzazione i virus viaggiano in aereo con molta più facilità e con una velocità inaudita, e dopo questa crisi globale non potremo dimenticarcene.

La portata di questa pandemia è qualcosa che non si è mai visto, e le sue conseguenze economiche sono sempre più spesso paragonate a quelle della Seconda guerra mondiale.

Che cosa accadrà dopo?

Mentre c’è chi aspetta che la bufera passi per poter ricostruire tutto esattamente nello stesso modo, c’è invece chi pensa che nulla sarà mai più come prima. E vale la piena di chiedersi se non sia il caso di immaginare una ricostruzione diversa.

La storia non procede in modo lineare, ma per salti di paradigma, per citare il filosofo Thomas Kuhn che ha analizzato con questa prospettiva la storia della scienza: ci sono periodi di continuità che poi cambiano piuttosto rapidamente quando vanno in crisi, e in questi momenti di rottura avviene il “salto di paradigma” che dà il via a un nuovo ciclo basato su una differente visione delle cose.
Poiché questa pandemia, annunciata da più di vent’anni come evento estremamente probabile dall’Oms, non sarà l’ultima, nella ricostruzione bisognerà tenerne conto. Come i terremoti non sono eventi “imprevedibili” – sappiamo benissimo che prima o poi da qualche parte capiteranno e bisogna tenerne conto – anche le pandemie figlie della globalizzazione non sono eventi eccezionali e si ripresenteranno. Adesso ne abbiamo dovuto prendere atto, ma purtroppo siamo stati colti di sprovvista, e al momento è in gioco la stessa tenuta dell’Europa, che potrebbe anche saltare davanti a questa prova che ne ha messo in luce tutte le divisioni, mentre in Ungheria sono nate le premesse di una nuova dittatura. Inoltre, bisogna tenere presente che il Regno Unito è diventato un Paese extracomunitario, come lo sono gli Stati Uniti, dove il modello sanitario in cui senza l’assicurazione e la carta di credito non si viene curati è destinato a entrare in crisi. Qualcuno invoca nuovi piani Marshall per la ricostruzione, ma la storia ce lo ha insegnato: bisogna stare molto attenti a questo tipo di misure, che non sono mai filantropiche, comprano qualcosa e investono sul futuro, dunque dovremmo stare molto attenti a non svendere l’Italia e il nostro futuro, davanti a queste prospettive.
Ricostruire tutto come prima può essere pericoloso. Forse è arrivato il momento di un salto di paradigma, di una ricostruzione di un sistema di produzione più sostenibile, che tenga conto per esempio delle indicazioni degli scienziati sul riscaldamento globale, degli allarmi dei movimenti ecologisti, o anche delle riflessioni di pensatori come Serge Latouche che teorizzano la “decrescita felice” e si interrogano sulla necessità (ed eticità) di cambiare il paradigma del consumismo e del capitalismo – come avrebbe detto Marx – ma con ben altre premesse e soluzioni. Il modello economico e politico della globalizzazione che produce continuamente, allo stesso tempo consuma, inquina, deforesta, surriscalda e avvelena la Terra. Questa globalizzazione selvaggia dovrà essere ripensata, visto che la delocalizzazione della manovalanza all’estero poi porta a conseguenze come la scarsità di dispositivi di protezione medica e di “mascherine” in tutto il pianeta, e a una goffa corsa all’autarchia di ogni Paese che punta alla riconversione delle proprie aziende che ricorda quella del fascismo durante la Seconda guerra mondiale. Tra l’autarchia e la globalizzazione selvaggia ci sono delle vie di mezzo più sane, cui puntare. Di sicuro nella ricostruzione dovremo rivedere anche il nostro stato sociale, che sarebbe ora di chiamare così invece che welfare, dal momento che la nostra concezione del lavoro e i nostri modelli sanitari sono diversi, e a mio avviso ben superiori, rispetto ai modelli dei Paesi anglofoni che negli ultimi 20 anni abbiamo cercato di scimmiottare con i tagli e la privatizzazione di cui oggi paghiamo le conseguenze.

La ricostruzione, se ci sarà davvero un cambio di paradigma, potrebbe essere totale: economica, politica, culturale e di conseguenza anche linguistica. Non si può prevedere cosa accadrà. C’è sempre la possibilità di ricostruire tutto come prima e di fare finta di niente; ci può anche essere uno scenario di un mondo ben peggiore di quello attuale. Oppure potrebbe esserci una svolta in cui forse la smetteremo di perseguire la nostra “strategia degli Etruschi” che si sono sottomessi alla romanità che consideravano superiore. Può anche accadere che smetteremo di comportarci come una colonia, in una ricostruzione attraverso nuovi modelli che passeranno per il recupero della nostra identità, della nostra cultura, delle nostre radici e anche della nostra lingua. In una prospettiva non di sovranismi e autarchie, ma di una nuova Europa e di un nuovo scenario mondiale diverso da quello dell’attuale globalizzazione. Dove essere internazionali potrebbe essere qualcosa di ben differente dall’omologazione statunitense, in un nuovo assetto fatto anche di pluralismo e di multilinguismo, visto che l’inglese non è più tra le lingue ufficiali dell’Unione.

Nel frattempo, mentre tutti aspettiamo un dopo, e mentre i mezzi di informazione perseverano diabolicamente nello sciolinare inutili anglicismi, ringrazio tutti coloro che “lo dicono in italiano”: le statistiche del sito sulla grammatica italiana sono schizzate alle stelle e il progetto è entrato nei circuiti che gli insegnanti usano per la didattica a distanza. Ma anche il sito Alternative Agli Anglicismi (sempre più ricco dei vostri contributi) e questo che state leggendo stanno crescendo con un’intensità che mi fa sperare che la mia battaglia contro l’itanglese e il colonialismo linguistico, nella ricostruzione, possa diventare sempre più “contagiosa”.