500 sfumature di inglese. Gli anglicismi dai tanti significati

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Buone vacanze a tutti.

Introduzione

I forestierismi crudi hanno la fama di essere mono-significato: l’abat-jour è un tipo di lampada da comodino, il sombrero un tipo di cappello, e in linea di massima un bunker tedesco, un bonsai giapponese, una favela brasiliana, un wok cinese o uno zar russo designano qualcosa di preciso. Ma poiché la lingua è metafora, può capitare che, in senso lato, una matriosca passi a indicare un incastro più generale che travalica quello delle bambole. Questi usi figurati, però, sono piuttosto rari persino tra i francesismi che costituiscono un’eredità lessicale molto ampia. Gli anglicismi che si allargano e si diramano in una matriosca di accezioni, al contrario, sono numerosi e in forte aumento. Il loro uso metaforico non è solo una possibilità espressiva che appartiene alla creatività di un singolo parlante, spesso si è ormai codificata. E così il boomerang non è solo un “prestito di necessità” per un oggetto nuovo di cui non si è voluto adattare o reinventare il nome, è anche un qualcosa che torna indietro (“Il boomerang della politica dei dazi di Trump”), come il round del pugilato per estensione abbraccia una qualunque fase dialettica, di un incontro politico, un dibattito, una trattativa

In alcuni casi, questo percorso lessicale comincia con l’importazione di una parola dall’accezione tecnica o di ambito, ma poi il suo uso si allarga e si porta dietro il significato in inglese più esteso, come gli optional che non sono più solo gli accessori non inclusi nei modelli di base che si possono aggiungere con un sovrapprezzo, sono diventati come in inglese qualcosa di non necessario (da option = opzione), in senso lato sono un di più (la cortesia è un optional). E il surfing non è più solo uno sport acquatico, è anche il navigare in Rete, e la metafora dei surfer oggi è anche più frequente dell’accezione letterale.

Gli usi figurati

Le accezioni derivate dall’uso estensivo di un’espressione tecnica sono davvero tante. L’esempio da manuale è quello del dribbling calcistico. Quando un giornalista scrive che l’intervistato dribbla le sue domande, la metafora si riversa nel linguaggio comune con questo significato più ampio, esattamente come un assist, un passaggio vincente nei giochi a squadre, si trasforma in un qualsiasi aiuto determinante. Il benchmark, il parametro di riferimento del linguaggio finanziario, nel linguaggio comune diventa un sinonimo di punto di riferimento o pietra di paragone; un feedback, che in biologia è una retroazione, in senso tecnico può essere un segnale di ritorno, e nel linguaggio comune diventa un’espressione che sempre più spesso ha la meglio su un semplice riscontro, cioè un cenno di conferma (aspetto il tuo feedback). L’impriting utilizzato da Lorenz per descrivere il condizionamento irreversibile delle papere che alla nascita identificano con la madre la prima figura che vedono (traduzione in inglese del termine tedesco Prägung) diventa un’impronta o una caratteristica più generale (il cuoco lascia il suo imprinting in ogni piatto; l’imprinting culturale lasciato dal liceo classico), e questi significati si sovrappongono a tecnicismi che anche in inglese si appoggiano alle metafore, e per esempio l’imprinting è anche una tecnica di colorazione di un disegno sui capelli da parte di un parrucchiere, che poi passa a designare anche la decorazione stessa così come un timbro è allo stesso tempo la matrice ma anche il disegno che lascia.

Gli slittamenti di significato avvengono a volte per metonimia, per cui un cocktail non è solo una miscela alcolica, si può andare a un cocktail nello stesso modo in cui ci si si può fare un drink e avere un invito per un drink che diventa così un party, mentre uno shot non è solo un bicchiere, il cicchetto, come in italiano passa a indicare anche il contenuto e farsi uno shottino indica il bere un bicchierino tutto d’un fiato. E così un takeaway è sia il pranzo d’asporto sia il servizio offerto dai locali sia i locali stessi (un locale takeway), un remainder (lett. rimanenza di magazzino) è un libro scontato, ma indica anche le librerie specializzate nella vendita di questi libri, la security può indicare il personale addetto alla sicurezza (chiamare la security) oppure può designare un sistema di sicurezza di una banca o di un edificio, e anche la sicurezza informatica, un topless è il costume da bagno femminile e anche la pratica di prendere il sole a seno nudo, e un editor è un revisore editoriale, ma in informatica è invece un programma di scrittura o di lavorazione editoriale.

Attraverso questi e altri meccanismi, le espressioni inglesi sono sempre più polivalenti.

Tra gli anglicismi che hanno almeno tre accezioni ci sono per esempio il poker che è un gioco di azzardo, ma è anche il punto che si fa con quattro carte uguali, e in senso figurato può indicare un quartetto (un poker di vittorie). Che cos’è un mixer? Lo strumento per il missaggio della musica, il miscelatore graduato per le bevande, oppure un frullatore. Un ticket è un biglietto, ma può essere anche una tassa sanitaria, o un buono pasto che nel linguaggio aziendale nasce dalla decurtazione dei ticket restaurant (in realtà un marchio francese). Un boiler è uno scaldabagno ma anche un bollitore (o scaldacqua), magari elettrico.

Diversi significati a seconda dell’ambito

Spesso queste differenti accezioni di una stessa parola non sono il risultato di un uso metaforico di un tecnicismo, ma derivano dal fatto che importiamo dall’inglese così tante parole che alcune ci arrivano direttamente da ambiti diversi dell’inglese.
Lo screening in medicina è un programma di prevenzione, ma nell’ambito del lavoro è una ricerca dei candidati. La palette è la tavolozza dei colori di un programma informatico, e in cosmesi è una confezione di trucchi con le loro sfumature. Una cover non è solo una copertina di una rivista o di prodotto discografico, in ambito musicale indica un rifacimento di un brano di successo e riferita ai cellulari indica la custodia rimovibile; il pickup è un furgoncino ma anche il trasduttore che converte i suoni meccanici in impulsi elettrici inviati all’amplificatore della chitarra elettrica; il crash, di etimo onomatopeico e fumettistico, in economia diventa il crollo in Borsa e in informatica il blocco di un sistema e l’impallarsi di un programma; il crack è una violazione informatica, un fallimento in ambito finanziario, il suono onomatopeico di qualcosa che si spezza e anche una droga. Un driver è un programma per le periferiche, ma nell’ippica è il fantino, e in senso lato a volte viene usato anche per indicare un guidatore, un autista, come in Taxi driver.

Sempre più anglicismi hanno dunque i loro significati differenziati a seconda degli ambiti. Lo start che nei dispositivi elettronici è il tasto di avvio, in informatica diventa la funzione di avvio, nel cinema è il primo fotogramma di un film, nel linguaggio sportivo è la partenza, il via, ma anche la linea di partenza e il segnale di partenza, dunque anche lo sparo.

Ghost, fantasma, nell’editoria è uno scrittore invisibile (abbr. di ghost writer) che scrive a nome di un altro, e nel gergo fa un lavoro di ghosting. Ma tra i neologismi di recente registrazione nei dizionari c’è anche un altro ghosting che indica l’atteggiamento di chi sparisce improvvisamente da una relazione, senza farsi trovare e senza dare spiegazioni. Tutto ciò deriva dal fatto che la radice ghost, resa popolare da un celebre film, anche se non è registrata dai dizionari è nella disponibilità di molti, e circola appunto in molti derivati (i ghostbuster, a proposito di cinema). Lo stesso si può dire di shop: il derivato shopper è un sacchetto della spesa, ma in Rete circola sempre di più anche con il significato di acquirente, cliente. E così un hotspot (lett. punto caldo) è un centro di identificazione e di accoglienza per immigrati ma anche un punto di accesso gratuito alla Rete; uno short (abbr. di short film, picture o subject) è un cortometraggio spesso pubblicitario (short pubblicitario), ma nel linguaggio della moda o dell’abbigliamento gli short sono pantaloncini corti (più spesso al plurale shorts).

Questi sono solo alcuni esempi, ma l’elenco di questi anglicismi che assumono diverse valenze di settore è davvero lungo e costituisce un record tra i forestierismi, cioè un primato, che però in informatica è un tecnicismo che designa un’unità di archiviazione.

In altri casi la polivalenza degli inglesismi deriva dal loro diventare parole ombrello che vanno bene per ogni occasione e per tutte le stagioni. La location è uscita dal suo ambito cinematografico di ambiente, reale o artificiale, dove girare una scena e si è trasformata in un posto qualsiasi, la location di un ristorante intesa come ambiente, arredamento, ma anche posizione (per esempio una terrazza sul mare). Allo stesso modo un restyling può essere il rifacimento di un palazzo, la riprogettazione di un sito, la nuova versione di un’automobile, il rimodellamento di un logotipo, la revisione strutturale di un’impresa, il ritocchino chirurgico che si fa dall’estetista… Un partner può essere un alleato commerciale, un amico, un compagno, un marito, un fidanzato, un convivente (senza distinzione di genere).

Un altro moltiplicatore delle accezioni delle parole inglesi è da rintracciare nell’uso di una stessa parola sia come sostantivo sia come aggettivo, per cui si può avere uno shock o leggere una notizia shock, cioè sconvolgente, come c’è il mondo del fetish o del fashion, cioè del feticismo e della moda, ma anche gli abiti fashion e fetish, e il settore del green, cioè dell’ecologia, implica fare scelte green, cioè ecologiche (ma green è anche il campo da golf, che a sua volta è uno sport ma indica impropriamente anche un maglione). Un dirigente o un uomo d’affari può essere un executive e possedere una valigetta executive, cioè aziendale (per es. una ventiquattrore), e spostarsi su un jet executive, cioè un aereo privato dirigenziale, di rappresentanza.

Nel caso di relax questa duplice valenza coinvolge il sostantivo (ho bisogno di un po’ relax) e persino un verbo, quando è usato al posto di rilassati!

Collocazioni e locuzioni

In altri casi i diversi significati di uno stesso anglicismo si combinano all’interno di locuzioni con le loro precise collocazioni, per esempio full che nel poker corrisponde a una combinazione di un tris e una coppia, circola poi nel suo significato letterale di pieno, totale in molte locuzioni inglesi come full immersion, full screen, full-time, full text, full contact… Ma spesso queste locuzioni sono formate anche dalla combinazione con parole italiane, e dunque il default nel linguaggio economico è una bancarotta, un fallimento, ma in informatica l’espressione di default designa le impostazioni di sistema, di base, automatiche. Un corner è un calcio d’angolo, circola nell’espressione idiomatica salvarsi in corner (per il rotto della cuffia, per un pelo, per un soffio), ma nel linguaggio promozionale è un angolo nel senso di un padiglione, un espositore posto all’interno di un grande magazzino dove viene venduto o promosso un prodotto o un marchio. La compliance in medicina corrisponde alla capacità di adeguamento del volume di un organo davanti alla pressione (per esempio la capacità di dilatazione dei polmoni), in senso lato può essere un adeguamento, un’ottemperanza o disponibilità a collaborare, ma nel linguaggio economico c’è la compliance normativa (a regole o consuetudini) e in quello tributario la compliance fiscale, che può diventare un adempimento spontaneo del contribuente agli obblighi fiscali spesso sollecitato dall’Agenzia delle Entrate in un’ottica collaborativa, e in altri casi è un accordo preventivo tra contribuenti e il fisco che permette la correzione di eventuali errori o omissioni nella dichiarazione; il football è il gioco del calcio (o del pallone), ma il football americano è la variante americana più violenta e coreografica del rugby inglese. Il dumping è la politica di ribasso dei prezzi delle merci esportate (rispetto al mercato interno) per conquistare i mercati esteri, dunque un’esportazione sottocosto, ma anche una concorrenza sleale. Il dumping sociale indica invece l’inosservanza dei diritti dei lavoratori, del rispetto dell’ambiente, delle leggi sulla sicurezza e simili pratiche illecite che consentono di abbassare i costi, dunque il non rispetto delle regole e un sistema di produzione selvaggio per ottenere un maggior profitto. Un pool indica un gruppo di persone, una squadra che lavora per un unico scopo (pool antimafia o di ricercatori) o una cordata (pool del petrolio), ma in biologia il pool genetico è il corredo genetico.

Anglicismi omografi

Ci sono anche altri tipi di “doppioni” inglesi che non nascono dalle accezioni che arrivano da una stessa parola, bensì dal “prendere in prestito” parole omografe, che hanno un diverso etimo. Una persona down (dal nome del medico che ha studiato questa sindrome) non ha nulla a che vedere con un’espressione come “mi sento un po’ down” e cioè un po’ giù, sottotono (lett. sotto). I boxer sono cani simili al mastino (nome di origine tedesca adottato in inglese), ma sono anche le mutande a calzoncino come quelle dei pugili. Un cracker è una galletta salata o un criminale informatico, c’è il pin del cellulare (sigla di Personal Identification Number) ma anche la spilletta con le immagini di personaggi famosi (che ha a che fare con le pin-up); lo scotch (lett. scozzese) è un whisky e il nastro adesivo per antonomasia (originariamente un marchio registrato), il kiwi è il frutto dell’actinidia e un uccello (in italiano atterige), il cutter è un taglierino o un elettrodomestico sminuzzatore, ma nel linguaggio marinaresco è un piccolo veliero. Il jack è un fante nelle carte francesi e uno spinotto nel linguaggio tecnico.
A volte questi omografi assumono un genere diverso, e la zip è una cerniera lampo, mentre lo zip è un documento digitale compresso; la spider è una decappottabile (che si trasforma in maschile nel diminutivo spiderino) ma lo spider nel linguaggio della Rete è un programma di navigazione automatica; lo strip è uno spogliarello, abbreviazione di striptease (e c’è anche lo strip poker), e le strip sono le strisce a fumetti.
In alcuni casi ci sono doppioni non omofoni, che vengono pronunciati diversamente, per esempio i biscotti wafer che abbiamo importato per via scritta e leggiamo all’italiana (come il water), mentre i wafer delle casse dello stereo si dicono all’inglese (come la water polo, cioè la pallanuoto), così come quando Jumbo era solo un elefante del circo Barnum lo dicevamo con la “u” (come l’elefantino Dumbo), ma quando è arrivato l’aereo lo abbiamo pronunciato con la “a”, come abbreviazione di jumbo jet.

Decurtazioni all’italiana e pseudo-anglicismi

Alcuni di questi doppioni hanno proprio a che fare con il nostro vezzo di decurtare le parole inglesi e generano omonimie che non ci sarebbero: il cross, decurtazione di motocross, si sovrappone così al cross che nel calcio è un traversone e nel tennis un colpo diagonale, mentre una clip, abbreviazione di videoclip, si confonde con un fermaglio a molla o a scatto per fermare i fogli oppure gli orecchini, che vengono poi detti in senso lato anche loro semplicemente clip; il pony è un cavallo nano ma anche la decurtazione di pony express (un corriere che cavalca la metafora dell’andare a cavallo proprio come i rider, nell’era del delivey); un account è un conto o un profilo in Rete ma anche un venditore, anche si si dovrebbe dire account executive; i roller sono penne a sfera dall’inchiostro scorrevole ma anche l’abbreviazione dei pattini rollerblade; l’economy sostituisce l’economia in sempre più espressioni (new economy, net economy, gig economy, green economy, blue economy) ma è anche una tariffa economica di treni e aerei (al posto di economy class); gli spot (abbr. di spot advertisement) sono annunci pubblicitari e anche faretti per l’illuminazione di interni (abbr. di spotlight = faro orientabile, in italiano occhio di bue o riflettore lenticolare) e persino le macchie che hanno a che fare con la metrorragia e le perdite premestruali denominate spotting.

Talvolta i doppioni non nascono solo dall’accorciamento all’italiana, ma anche da un significato tutto nostro che differisce da quello inglese, e sono dunque pseudo-anglicismi; il dressing, che abbiamo mutuato dalla radice di to dress (come dalla radice foot abbiamo ricavato il footing, per l’intermediazione del francese) viene spesso usato nell’ambito della moda per indicare il modo di vestire, ma in inglese si dice clothing e il dressing è solo un condimento dell’insalata, che comunque è riportato tra gli anglicismi dei dizionari italiani anche con questo secondo significato.

Gli pseudo-anglicismi che convivono con gli anglicismi più ortodossi sono tanti. Book (libro) si trova in composti come e-book, instant book, guest book… ma viene usato impropriamente anche come sinonimo di portafoglio fotografico (in inglese portfolio) cioè cartella, presentazione, campionario. Bomber (bombardiere) nel gergo dell’abbigliamento (come abbreviazione di bomber jacket) indica il giubbotto da aviatore, ma nel linguaggio calcistico si trasforma in cannoniere (e nel pugilato in picchiatore). Allo stesso modo mister non significa più solo signor, come equivalente maschile di miss è il vincitore di una sfilata di bellezza o di culturismo, e nel linguaggio calcistico si carica di un significato estraneo all’inglese per indicare l’allenatore di una squadra. Tra questo genere di parole una delle più ramificate è box, che significa scatola o contenitore, ma è anche uno spazio ristretto ricavato nell’ambiente che lo contiene, quindi un compartimento o reparto. In una pagina può esprimere un riquadro (un box di testo), c’è poi il box doccia (la cabina doccia), in altri contesti è un recinto per gli animali o una stalla (il box dei cavalli), nei circuiti automobilistici è un posto di rifornimento e impropriamente – ma ormai largamente diffuso soprattutto nel Nord Italia – può essere un posto macchina al coperto.

Doppioni, triploni e quadruploni

La moltiplicazione dei significati e delle accezioni delle parole inglesi che deriva da omografi, usi figurati, significati nei diversi ambiti e pseudo-anglicismi non è sempre separabile in modo netto. Talvolta questi meccanismi si sommano e si sovrappongono e il risultato è una diramazione molto ampia. “I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni” scriveva Gadda riferendosi alla ricchezza della sinonimia e dei registri dell’italiano, ma oggi sembra valere anche per il ricorso all’inglese.

Un esempio di triplone misto è slot (lett. fessura): in informatica è l’alloggio che nei calcolatori permette l’inserimento di schede aggiuntive, dunque una porta. Viene usato però anche come decurtazione di slot machine, mentre un terzo significato è in locuzioni come slot di tempo, cioè una finestra o un lasso di temporale. Tra gli altri “triploni” c’è set che può indicare una serie, un completo (un set di pentole, un assortimento di valigie o un corredo di lenzuola), ma nel linguaggio cinematografico e televisivo è il teatro di posa, mentre nel tennis o ping-pong è ognuna delle partite che compongono un incontro. Lo spoiler nel linguaggio televisivo o cinematografico è l’anticipazione o lo spifferare un finale che ne rovina i colpi di scena, ma prima di questo recente significato era solo l’alettone o il deflettore nelle automobili e in aeronautica era il diruttore o disruttore, cioè un elemento aerodinamico dell’ala.
Un quadriplone è rappresentato da una parola come convention che letteralmente indica l’assemblea dei delegati di un partito per eleggere il candidato alla presidenza degli Usa; per esteso si usa per un qualsiasi congresso, raduno, incontro, vertice, conferenza, ma nel mondo del lavoro e del commercio indica un convegno di lavoro per stabilire gli obiettivi da raggiungere, e nel linguaggio commerciale può essere anche una riunione dei venditori.

Stop ha almeno cinque significati. Indica l’obbligo di arresto nella segnaletica stradale e i cartelli stessi; può essere il fanalino o la luce (di colore rosso) che segnala la frenata degli autoveicoli; è il tasto di interruzione del funzionamento di apparecchi e dispositivi, e in generale ogni comando che equivale a fermarsi (intimare lo stop); ma è anche un’interiezione che significa basta, fermati, ed è persino un tassello o vite a espansione. Anche master può indicare un corso di specializzazione o di perfezionamento (e anche il titolo, l’attestato); nel linguaggio sportivo corrisponde a un torneo dei campioni (specialmente nel tennis e nel golf) dove sono ammessi a partecipare solo i migliori giocatori del mondo; in informatica è la matrice (da cui masterizzare), l’originale dalla quale si ottengono le repliche per esempio di un cd o di un altro supporto; nei giochi di ruolo è il capogioco, cioè chi coordina i partecipanti che assumono i propri ruoli e nell’ambito del porno e del bondaggio è il padrone, cioè la figura maschile dominante che detta le regole di una relazione di sottomissione.
Ring di significati ne ha almeno sei: 1) nel pugilato è il quadrato, e in senso lato salire sul ring equivale a disputare un incontro, mentre abbandonare il ring significa ritirarsi dal pugilato, appendere i guantoni al chiodo; 2) nell’ippica è il recinto dell’ippodromo dove sfilano i cavalli dopo la gara; 3) come abbreviazione di ring road, è anche una “strada ad anello”, cioè una circonvallazione, un raccordo anulare, o una tangenziale cittadina (anche se propriamente non si tratta di un anglicismo, ma di un termine di derivazione dal tedesco); 4) si usa anche per indicare una pista automobilistica, un circuito per gare motoristiche; 5) nel linguaggio economico indica un accordo o un cartello di oligopolio fra imprese con lo scopo di sottrarre il prodotto dal mercato e farne alzare il prezzo; 6) nell’industria tessile è un tecnicismo che indica il filatoio ad anello.

Conclusioni

Non mi pare che la polivalenza dei forestierismi sia stata oggetto di molte analisi, ma mi sembra che ci sia un’enorme differenza tra il caso degli anglicismi e quello dei “prestiti” da altre lingue, dove non ho riscontrato questo fenomeno. Guardare l’interferenza dell’inglese da questo punto di vista conferma l’impressione che non abbiamo più a che fare con un fenomeno che si può etichettare attraverso le categorie del prestito; l’inglese assomiglia di più a un trapianto di radici e di parole che stanno prendendo vita autonoma e che si stanno allargando nel nostro lessico anche attraverso numerose ibridazioni che non si vedono tra gli altri forestierismi (cfr. Antonio Zoppetti, “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione”, portale Treccani, 21 giugno 2019). Questo dipende sicuramente dalla sproporzione numerica (cfr. Antonio Zoppetti, “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”, portale Treccani, l7 luglio 2019), ma è un segnale che rivela anche tutta la profondità con cui gli anglicismi si ancorano nel nostro lessico.

La loro polivalenza è un dato nuovo, tra i circa 1.700 anglicismi registrati nel 1990 dal Devoto Oli si riscontrava raramente, erano spesso tecnicismi mono-significato; tra i circa 4.000 annoverati dallo stesso dizionario nel 2020 spicca invece questa moltiplicazione dei loro significati che va di pari passo con l’essere sempre meno parole di settore e sempre più utilizzate nel linguaggio comune.

Per quantificare il fenomeno, su un campione che ho analizzato di poco più di 3.700 parole inglesi che circolano nell’italiano con una certa stabilità (cfr. Dizionario AAA – Alternative Agli Anglicismi) ho contato almeno 200 lemmi che possiedono più di un significato, ma se si considerano anche le accezioni che derivano dagli usi figurati sono molte di più, e credo che complessivamente generino ben più di 500 accezioni e definizioni diverse.

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Le percentuali degli anglicismi nella stampa

Le parole sono importanti, certo, ma anche i numeri non scherzano, soprattutto quelli delle statistiche, che vanno interpretati. Troppo spesso non si spiegano ma si piegano, si usano per far loro dire quello che si vuole, o semplicemente si prendono delle cantonate nel leggerli in modo sbagliato. Per comprendere cosa intendo in modo intuitivo basta fare qualche semplice esperimento.

Mettiti a tuo agio. Rilassati e fa’ un bel respiro.
Adesso immagina…

Esperimento n. 1: gli anglicismi nei giornali

anglicismi nei giornaliImmagina un libro. Un libro normale, in italiano. Non quelli scritti troppo fitti o con i caratteri molto piccoli. Un libro nella media, di quelli che hanno magari 26 righe per ogni pagina, e ogni riga ha in media 10 parole. Anzi, per arrotondare, immagina un libro con qualche riga in più, diciamo 30. Trenta per dieci: ogni pagina ha in media 300 parole. È un esempio plausibile.
Stai leggendo questo libro, e nella prima pagina ti capita di notare che ci sono 3 parole inglesi. E lo stesso nella seconda, e poi nella terza… Ogni pagina contiene 3 anglicismi. Sono troppi? Ti danno fastidio? Ti piacciono e ti sembrano pochi? Non importa. Qualunque sia la tua percezione stai leggendo un testo che ha l’1% di anglicismi.

Adesso fermati, e guarda quando questo libro è stato pubblicato. Supponiamo che sia uscito nel 1996, e che sia un libro in linea con quanto risultava in qualche studio sulla presenza dell’inglese nei giornali dell’epoca. Per esempio quelli che aveva scandagliato Marja quando faceva la sua tesi di laurea e aveva rilevato che mediamente gli anglicismi erano l’1% nella rivista Chi e il 2,3% in Panorama (Marja Komu, “Anglicismi nella stampa italiana”, tesi di laurea in Filologia romanza, Università di Jyväskylä, maggio 1998, p.26).
Oppure immagina un libro più recente, diciamo del 2011, con un linguaggio un po’ meno anglicizzato, come i 7 giornali spogliati da Paola che ha calcolato percentuali di anglicismi tra lo 0,65% e l’1,87, una media più bassa, ma non molto diversa dal libro immaginario che stai leggendo. Paola aveva confrontato i suoi dati con quelli di uno studio precedente proprio sugli stessi giornali, compiuto da Moss nel 1992; erano tutti aumentati di un pochino, da +0,22% di Panorama, a +0,88% di Sorrisi e canzoni TV (Paola Deriu , “Gli anglicismi nella stampa italiana del XXI secolo”, in Letterature Straniere &. Quaderni della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università degli Studi di Cagliari, 2011, n. 13, pp. 165-190; e H. Moss, “The incidence of anglicism in modern Italian: considerations on its overall effect on the language”, in The Italianist: Journal of the Department of Italian Studies, University of Reading, 1992, pp. 129-136).

Ora immagina che gli anglicismi siano davvero di più dell’1%, e che siano come nei dati più alti, tra l’1,87% e il 2,3%. Diciamo il 2%.
Riprendi a leggere il libro dei tuoi sogni. Adesso ci sono 6 anglicismi per pagina. In ogni pagina. Sono ancora pochi per inquinare la lingua italiana in modo preoccupante?

Immagina allora che diventino 9 per pagina. Il 3%.
Hai immaginato? Bene. Dunque non resta che concludere l’esperimento numero 1.

Leggi la seguente affermazione e chiediti se sei d’accordo con il nesso tra le premesse e la conclusione:

“Un sondaggio recente sugli articoli dei maggiori quotidiani ha mostrato che gli anglicismi non sono poi tantissimi; si affollano nei titoli, dove le dimensioni contano e le parole brevi fanno comodo, ma restano meno del 3% nel testo degli articoli.”
Riccardo Gualdo, Anglicismi (vol. 8 de Le Parole dell’italiano), Rcs Corriere della sera, Milano 2020, p. 55.

Non sono riuscito a capire a quale studio si faccia riferimento, perché non lo trovo citato in bibliografia, ma non appena ho letto questa frase mi sono preoccupato parecchio. Sia per l’aumento rispetto alle percentuali più basse di cui si parlava fino a pochi anni fa, sia perché quel numerino “3%”, anche se approssimato per eccesso, sotto l’effetto psicologico del numero basso e innocente, nasconde altre enormità. Ma per comprenderle occorre un nuovo sforzo di immaginazione.

E domandarsi anche: ma “il 3%” di che, esattamente?

Esperimento n. 2: la frequenza degli anglicismi e dei sostantivi

emilio isgroFa’ finta che il libro immaginario che ha 300 parole per pagina sia un libro di 100 pagine, 30.000 parole in tutto. Se l’1% sono in inglese ci sono 300 anglicismi, cioè si può riempire una pagina intera, raccogliendoli (sarebbero 900 = 3 pagine, nelle statistiche citate da Riccardo Gualdo, ma preferisco non pensarci). Adesso aprilo in una pagina a caso e guardala concentrandoti non solo sulle parole, ma anche sugli spazi bianchi che le dividono, come è più facile fare in un’opera di Emilio Isgrò. Noterai che alcune parole sono lunghe o lunghette, mentre altre sono cortissime, di uno, due o tre caratteri. Quelle piccine non spiccano come le altre, ma sono tante. Tantissime di queste parole saranno “e”, “che”, gli articoli (il, lo, la, un), le preposizioni (a, di, da, per). La struttura di un testo è formata da poche manciate di parole che sono state definite “grammaticali” o “funzionali”, e ricorrono con un’altissima frequenza. Sono sempre le stesse, e tengono insieme le altre parole che invece hanno un’occorrenza bassissima. I nomi, per esempio, secondo gli studi di frequenza di Tullio De Mauro sono circa il 20% in un testo scritto di tipo giornalistico, e ognuno è diverso dagli altri, salvo eccezioni. Ognuno ricorre una volta sola, forse due o tre in casi meno comuni.

Adesso rileggi la tua pagina aperta a caso. Tra queste 300 parole, se guardi quelle più lunghette, potrai contare forse 60 sostantivi (il 20%), mentre i verbi saranno magari tra il 10% (calcolati nel Veli di De Mauro) e il 15% (Dizionario di riferimento raccolto da Ibm basato su 3,8 milioni di occorrenze di quotidiani e testi di agenzia). Dunque ci saranno 60 nomi e 30 o 40 verbi, e poi puoi sommare gli aggettivi e altre parole ancora, ma l’intelaiatura della pagina è fatta in buona parte dalle “parole funzionali” che si ripetono. Nella Divina Commedia, per esempio, la parola più usata è “e” che ricorre 3.884 volte.
Gli anglicismi, per il 90% sono nomi o locuzioni nominali. Non ci sono verbi, non ci sono “parole funzionali” inglesi. Le 3 parole inglesi della tua pagina saranno probabilmente comprese tra i 60 nomi che le statistiche prevedono: sono dunque il 5% dei nomi che designano le cose (ma se fossero il 3% delle parole, invece che solo l’1%, diventerebbero ben 9 nomi in inglese su 60, cioè il 15% dei sostantivi che hai letto).

Sono sempre pochi? Vogliamo dire che l’italiano non ha alcun problema e salvarlo conteggiando gli articoli e le preposizioni?
Va bene. Però non è ancora finita. Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere…

Esperimento numero 3: le forme, i lemmi e le parole che non valgono

potrebbe piovere frankenstein juniorRileggi la tua pagina casuale. Scommetto che incontrerai almeno una volta il verbo “avere” o il verbo “essere”. Certo, è probabile che non sia all’infinito come lo si trova sul vocabolario, ci sarà forse “è”, o “erano”, o “ha”, “avranno”, “avuto”… Non importa. Tutte queste parole sono “forme” diverse, sono tipi, ma sono tutte varianti di una stessa parola, cioè il verbo “essere”, oppure il verbo “avere”. Sono lo stesso lemma, il modello privo di flessioni registrato nei dizionari (dove non si trova “rossa”, “rosse” o “rossi”, c’è solo “rosso”).
E allora come valutare le 300 parole per pagina? “Parola” ha più di un significato, è una “parola” che può ingannare.
Quante parole ha la Divina Commedia? Ce ne sono 101.499, ma se invece di contarle in questo modo automatico, una per una, conteggiamo i tipi, le forme, il loro numero scende a 13.770. Se ordiniamo tutti questi tipi in ordine di frequenza si parte da “e” (una sola parola che ricorre 3.884 volte), poi c’è “che” (si trova 2.292 volte), “la” (2.254) e così via fino alle parole che ricorrono una sola volta. Tutte insieme, se si conteggiano anche i “doppioni”, sono oltre 100.000, altrimenti diventano meno di 14.000 (che è il 13,37% del totale).
Se ci mettiamo a “lemmatizzare” queste forme, cioè a conteggiare “avere”, “hanno”, “avrà”… non come parole diverse (tipi), ma come una sola parola flessa ricondotta la suo lemma come accade nei dizionari, il loro numero si riduce ancora di più.

Ecco, adesso tutto è più chiaro, spero. Si capisce forse meglio che bisogna sempre fare attenzione a parlare di “parole” e vedere di volta in volta che cosa si intenda, per non farsi fregare.
Anche se forse non lo sapevi, a questo punto hai compreso benissimo cos’è un andamento zipfiano per lemmi. Si chiama così dal nome dello studioso George Kingsley Zipf, che ha studiato per primo come in un testo le parole abbiano questo andamento. Un piccolo numero di parole funzionali che ricorrono tantissime volte, seguito da una lunghissima lista di parole che ricorrono poche volte, e da moltissime altre che compaiono una sola volta. Di sicuro è ciò che capita anche nella tua pagina aperta a caso.

Non resta che domandarsi: ma allora come si può valutare l’effettiva presenza degli anglicismi sui giornali?

Per capirlo ci può venire in aiuto un lavoro di Tullio De Mauro del 1989 che, supportato da Ibm, ha “macinato” con questi criteri scientifici di lemmatizzazione una gran quantità di articoli di Ansa, Il Mondo, L’europeo e La Domenica del Corriere (usciti tra il 1986 e il 1987), che complessivamente erano costituiti da 26 milioni di parole. Il suo scopo era di individuare i 10.000 lemmi più usati nella lingua italiana. I procedimenti statistici per questa scelta erano molto più complessi e rigorosi di quanto ho semplificato fin qui. Ma c’è almeno un altro criterio importantissimo da calcolare e che non si può trascurare.

Bisogna eliminare la parole “che non valgono”, per farla semplice e per non barare.

In un articolo di giornale non ci sono solo i vocaboli che si trovano nei dizionari, ci sono anche i numeri e le date, o i nomi di persona. Donald Trump o Giuseppe Conte, 4 parole, non sono propriamente né italiane né inglesi, ai fini dei conteggi sugli anglicismi. Anche i nomi delle aziende, poco importa se siano in italiano (Scavolini), in inglese (Microsoft) o in itanglese (Eataly). Fanno numero, ma sarebbe bene escluderle. I testi vanno insomma “puliti” prima di dare delle statistiche che altrimenti risultano inquinate, e sarebbe bene anche distinguere le parole che ricorrono tante volte da quelle che ricorrono una sola, oltre a ragionare sulle differenze tra forme e lemmi.

De Mauro, nella sua lemmatizzazione, si è posto persino il problema degli omografi, per essere davvero preciso: (io) sono e (essi) sono, sono parole diverse ma entrambe riconducibili al verbo essere, mentre (il) danno e (essi) danno sono due parole e due lemmi diversi, da conteggiare separatamente. Nel risultato di questo lavoro, il Veli (Vocabolario Elettronico della Lingua Italiana) con i 10.000 lemmi più utilizzati nel 1986-87, gli anglicismi erano il 2% (per l’esattezza l’1,9% attraverso il criterio statistico scelto, ma poiché veniva introdotto un algoritmo di correzione che poteva essere discutibile, senza questo intervento sarebbero stati il 2,1%).

Se oggi si utilizzasse lo stesso metodo di analisi, si scoprirebbe che gli anglicismi dei giornali sono almeno raddoppiati, se non triplicati, dagli anni Ottanta. Ma ciò richiede un lavoro colossale, dunque gli studi moderni a cui si è fatto riferimento operano in un altro modo che non è paragonabile a questo: non si possono confrontare i risultati del 2% di De Mauro con quelli del 3% di oggi, perché sono due cose completamente diverse, non sono dati omogenei (in sintesi: concludere che l’aumento è dell’1% significherebbe mettere assieme mele e pere, questo deve essere chiaro).

Oggi si fanno conteggi differenti, aggiungerei scompensati (avevo parlato anche di “statistiche drogate“), perché sono piuttosto grezzi da una parte e invece raffinati solo dall’altra: si conteggiano le parole di un articolo di giornale (in modo grezzo), si vanno a contare gli anglicismi, che come è noto sono invariabili e quasi sempre con funzione di sostantivo, e questa lista, bella pulita e raffinata, si confronta con il numero delle altre parole “sporche”, che per la maggior parte sono “e” e “parole funzionali”, includono le forme flesse di uno stesso lemma, e contengono anche le parole che non valgono. In questo modo il numero degli anglicismi si diluisce. Se, nonostante questo annacquamento, nei giornali fossero davvero il 3% sarebbe un’enormità di cui ci si dovrebbe preoccupare invece di concludere che “3” è un numero piccolo.

Dagli anni Ottanta a oggi, nei dizionari, gli anglicismi son più che raddoppiati. Nel Devoto Oli sono passati dai 1.600 del 1990 a oltre 3.500 (ma non è molto diverso da ciò che si evince dai conteggi dello Zingarelli). Questo dizionario ha poco più di 3.200 pagine. Ciò significa che, aprendolo a caso, non importa in quale pagina si finisca, in ognuna c’è un po’ più di un anglicismo. Certo, può capitare che siano concentrati maggiormente in alcune pagine e che in altre non ci siano, ma la media è questa. Prima di incontrare un francesismo, invece, ci sono da sfogliare più di 3 pagine (sono nell’ordine di 1.000), mentre bisogna voltare almeno 30 pagine prima di incontrare un ispanismo o un germanismo (che sono rispettivamente un centinaio). E probabilmente questi altri forestierismi, in tutto il libro che hai immaginato, li puoi contare con le dita, o non ci sono affatto.

E i 300 anglicismi che ti sono ti sono capitati quali erano? Un conto è dire che sono 300 tutti diversi, e un conto è dire che ce ne sono magari solo 80, e che alcuni ricorrono più volte e altri una sola. Chissà qual era il criterio dello studio che li quantifica nel 3%.
Probabilmente molti anglicismi del tuo libro sono da ricercarsi nell’elenco dei 129 che sono stati inseriti da De Mauro in una altro lavoro statistico, il Nuovo Vocabolario di Base (NVDB), cioè la lista delle circa 7.000/7.500 parole che si usano di più e costituiscono oltre il 90% di quelle con cui ci esprimiamo di solito. Nel 1980 gli anglicismi erano nell’ordine della decina (all lettera B c’era solo bar). Nell’ultima edizione del dicembre 2016 erano ben di più. Allora mi son messo a sfogliare tutte le voci e a contarli manualmente, e ho visto che erano decuplicati e che sono 129, se non me ne è scappato qualcuno (e senza conteggiare parole macedonia come salvaslip). Ma non credo, perché è lo stesso numero che riporta anche Gualdo, e anche se non cita la fonte, lo avvalora.

Questo aumento dell’inglese non si vede solo nei dizionari come il Devoto Oli o lo Zingarelli, ma anche nel NVDB e nelle frequenze di uso dei giornali, c’è poco da negare e poco da stare tranquilli. Di fronte a questo diluvio, chi dice che non sta succedendo niente e aspetta che la “scure del tempo” faccia cadere nel dimenticatoio gli anglicismi, che sarebbero solo delle parole passeggere, rischia di aspettare tutta la vita, perché intanto non fanno che aumentare.

Non si può giocare con la solitudine dei numeri “proni” davanti alle statistiche buttate lì, e dire per esempio che quello che Arrigo Castellani aveva chiamato Morbus anglicus era il solito becero allarmismo. Era lungimiranza, la sua. E a dire che è poco più di un’influenza… si rischia di comprendere che non è così un po’ troppo tardi.

Wikipedia davanti agli anglicismi. Intervista al portavoce di Wikimedia Maurizio Codogno

Nel 2015, il linguista Claudio Giovanardi scriveva:

“Per quale motivo un utente italiano dovrebbe andare a cercare in un dizionario monolingue una parola inglese? Presumibilmente perché vuole conoscerne il significato (oltre alla grafia) e vuole trovare un’alternativa italiana più accurata e meditata rispetto a ciò che potrebbe trovare in un comune dizionario bilingue. Si potrebbe dunque inserire il forestierismo nel lemmario, ma con un corrispettivo secco al corrispondente italiano…”

[“Un bilancio delle proposte di traduzioni degli anglicismi 10 anni dopo”, pp. 64-85, in Claudio Marazzini e Alessio Petralli (a cura di), La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, Accademia della Crusca/goWare (e-book, formato epub), 2015].

Queste parole si riferivano alla constatazione che, nel registrare gli anglicismi che si diffondono, i dizionari puntano spesso alla definizione e al significato, ma non sempre li affiancano ad alternative o traducenti, dimostrando “una notevole timidezza per tutto ciò che è di matrice italiana, per il made in Italy del lessico”.

Aggiungo anche che (a parte il problema delle “parole mancanti” di cui non circolano altenative) c’è una notevole differenza tra gli anglicismi riportati in un dizionario inglese/italiano e quelli riportati dai dizionari italiani, e in molti casi le cose non coincidono affatto. Esistono molte voci che sono pseudanglicismi, e non esistono nei Paesi anglofoni (pile, slip, smoking, footing, autostop, beauty case…). Così come certe decurtazioni maccheroniche non corrispondono all’inglese, e basket, per esempio, in inglese è cesto, non pallacanestro (basketball), come social vuol dire sociale, non rete o piattaforma sociale (social network). E poi ci sono le sedimentazioni che certe parole inglesi acquisiscono solo in italiano, per esempio lo shopping, usato in inglese anche per fare la spesa, ma che da noi si trasforma nell’andar per vetrine, cioè nel fare acquisti di lusso o per la persona. E ancora, il più delle volte importiamo solo una delle accezioni inglesi, per cui tablet da noi si è affermato come tecnicismo per indicare un lettore digitale portatile, ma in inglese è più genericamente una tavoletta, una lastra, persino una pastiglia. In queste differenze tra inglese e italiano è allora molto importante che i dizionari rimandino alle alternative italiane.

Va detto che, nel 2017, il Devoto Oli sembra aver seguito le considerazioni di Giovanardi inserendo una lista di 200 equivalenti italiani. Una lodevole iniziativa, ma forse un po’ “scarsa” di fronte ai 3.500 anglicismi riportati nel dizionario.

Nel realizzare il dizionario AAA (Alternative Agli Anglicismi) sono partito da queste premesse: colmare le lacune dei dizionari affiancando soprattutto i traducenti e i sinonimi in uso e possibili (oltre alle spiegazioni). In Francia e in Spagna ciò viene fatto istituzionalmente o dalle accademie, che si possono permettere anche di proporre neologismi e nuovi traducenti, cosa che personalmente non ho certo l’autorevolezza di fare. Da noi il Gruppo incipit dell’Accademia della Crusca interviene sugli anglicismi incipienti con un approccio importante da un punto di vista simbolico – come quando si è scontrato con il linguaggio del famigerato sillabo del Miur – ma senza operare in modo sistematico, e i suoi comunicati riguardano poche decine di sostitutivi, l’ultimo dei quali l’emblematico pornovendetta (che avevo registrato anche io) al posto di revenge porn.
La mia iniziativa è invece indipendente e partita “dal basso”, ma è diventata una comunità dove i lettori partecipano con suggerimenti di parole mancanti e traducenti, oltre che con le segnalazioni di correzioni. Lo spirito è simile a quello della Wikipedia, con una sostanziale differenza (dimensioni a parte): i contenuti segnalati dal popolo della Rete sono filtrati, amalgamati e riscritti in un modo da mantenere uniforme il taglio dell’opera.

Quanto ad altre iniziative dal basso (a parte lavori specifici come Italiano urgente di Gabriele Valle o “Italiano ci manchi: lista dei traducenti italiani” del Forum Cruscate), mi pare che in generale le pagine in Rete seguano la “timidezza” dei dizionari nel riportare le alternative agli inglesismi, ma ho invece notato che da questo punto di vista Wikipedia è un’ottima fonte, attenta e ricca in modo decisamente superiore ad altre opere cartacee blasonate.

wikipedia italiana
Per discuterne ho intervistato il portavoce italiano di Wikimedia Italia, Maurizio Codogno, in Rete attivissimo sin dagli albori con vari siti, e noto anche  come “.mau.”.

 

Wikipedia: intervista a .mau.

Per cominciare a parlare dell’attenzione “dell’enciclopedia libera” per la nostra lingua, partirei dal suo nome: “Wikipedia in italiano” e non “Wikipedia Italia”, una differenza significativa che stacca giustamente il concetto di lingua da quello del Paese, è così?

Maurizio Codogno mau portavoce Wikipedia
Maurizio Codogno (.mau.) portavoce di Wikimedia Italia

La scelta di suddividere Wikipedia in edizioni linguistiche e non nazionali è una delle tante generalmente ignorate da chi usufruisce dell’enciclopedia, il che è chiaramente un peccato. Tanto per fare un esempio, questo significa che quando si scrive una voce generalista bisogna sempre ricordarsi che non sarà letta solo dai nostri connazionali, ma per esempio anche dai ticinesi o dalle comunità italofone all’estero, e quindi non possiamo dare nulla per scontato. Anche questo è un modo per cercare di essere il più neutrali possibili. Inutile dire che per lingue parlate in tutto il mondo come inglese, francese o spagnolo questa attenzione è ancora più importante!

Venendo alla pronuncia italiana di un’opera di matrice angloamericana, il presidente della Crusca Claudio Marazzini si è espresso in favore di “vikipedìa”, invece di “uikipìdia” o in altri modi. Tu che cosa ne pensi?

La posizione ufficiale è: “Pronunciatela come volete”.
Da un punto di vista puramente teorico – anche se immagino che molti inglesi dicano “uichipìdia” – “vichipedìa” dovrebbe essere la pronuncia corretta: la radice “wiki” è una parola hawaiana dove la lettera “w” si pronuncia “v”. Essendo poi un’encicloPEDÌA, l’accento finisce sull’ultima “i”.
Però, lo ammetto, sono il primo a predicare bene e razzolare male, con una pronuncia ibrida “vichipédia” che non è né italiana né inglese.

Cercando gli anglicismi sulla Wikipedia ho notato un’attenzione nel riportare gli equivalenti italiani molto spiccata, non di rado sono indicati all’inizio della voce, cosa che nelle opere cartacee non è così frequente. Dunque trovo che l’opera sia una fonte molto utile da questo punto di vista. Immagino che dipenda dalle linee guida che valgono anche per gli altri Paesi, dove questa prassi che a noi appare strana è invece più frequente e normale.

Bisogna ricordare innanzitutto che non esiste una “redazione di Wikipedia”, e che le scelte stilistiche sono condivise tra i contributori. Si può insomma dire che ci sono alcune persone che amano aggiungere alternative italiane ai termini anglofoni presenti nell’enciclopedia, e che in generale gli utenti non sono contrari a questa scelta. Non trovo che la scelta sia così strana: in fin dei conti l’enciclopedia deve riportare tutti i modi comuni in cui un concetto è chiamato, perché altrimenti non si ha la possibilità di trovare l’informazione richiesta. Quello che Wikipedia di per sé non dovrebbe fare è definire quale sia il termine “giusto”: non lo fa la Crusca, figuriamoci noi!

Tempo fa avevo tentato di fare un confronto, limitato alla lettera “A”, tra gli anglicismi presenti nella Wikipedia in italiano e quella in francese (cfr. “Anglicismi in Francia e in Italia: non c’è partita“). Il bilancio era nettamente diverso: in francese molte voci inglesi sono assenti, oppure vengono reindirizzate alla pagina dell’alternativa francese, e anche sull’indicazione delle alternative la versione italiana è più “parca”. Lo stesso mi è capitato di notare nel caso della versione spagnola. Esistono dei dati o dei confronti tra il trattamento degli anglicismi nei differenti Paesi?

Non sono a conoscenza di studi sul numero di anglicismi presenti nelle diverse edizioni linguistiche di Wikipedia. Mi aspetterei che per esempio in francese ce ne siano di meno, ma solo perché lì la lingua viene difesa, a volte sin troppo.
Però vorrei ricordare che tra i progetti della Wikimedia Foundation non c’è solo l’enciclopedia, utile per questi tipi di ricerche, c’è anche il Wikizionario. Esiste anche la versione in lingua italiana, nel senso che le definizioni sono scritte in italiano, ma contiene parole in tantissime lingue.

Fuori dal tuo ruolo di portavoce di Wikimedia Italia, sei molto attivo in Rete con i tuoi siti, e so che più di una volta sei intervenuto anche sul tema dei sostitutivi alle parole inglesi, per esempio promuovendo “furbofono” come alternativa a smartphone e con altre considerazioni.

“Furbofono” (che non ho inventato io, ma mi piace e quindi lo uso) è una di quelle parole che definirei “ridicola ma seria” (“ha ha only serious” della tradizione hacker). A pensarci bene, la maggior “fregatura” di usare parole inglesi è che rimangono opache anche a chi mastica bene la lingua di Albione. Se abbiamo uno smartphone ci troviamo tra le mani un “coso” che può fare tante operazioni diverse, a volte persino le telefonate. Ma se usiamo un “furbofono” capiamo – almeno subliminalmente – che in qualche modo vorrebbe fregarci…
Più in generale, credo che il problema sia proprio questo: in molti casi il termine inglese serve solo a nascondere la nostra ignoranza. Non è sempre così, ci sono concetti per cui non avevamo una parola nostra e allora tanto vale riprendere quella inglese che almeno ci permette di essere capiti ovunque, nonostante il nostro accento. Ma perché abbiamo cominciato a parlare di Human Resorces quando avevamo gestione del personale che andava benissimo e non sviliva i lavoratori come fossero “risorse” disumane, magari intercambiabili o licenziabili quando fa comodo? Esiste anche il calco risorse umane che però non ha mai davvero attecchito, e in casi come questi sono convinto che “personnel management” avrebbe soppiantato “gestione del personale” se sotto le parole non ci fosse appunto stata questa spersonalizzazione che è tanto di moda.

* * *

mauMaurizio Codogno è noto anche come .mau.
Nato a Torino nel 1963, laureato in matematica alla Normale di Pisa e in informatica a Torino, sfugge a ogni etichetta e si occupa di troppe cose perché non riesce mai a decidere quale sia la più importante. Si definisce “matematto divagatore” perché sotto sotto non fa davvero il matematico e, soprattutto, quando racconta qualcosa parte poi per la tangente. Ogni tanto scrive libri divulgativi (l’ultimo è Numeralia, Codice 2019) e fa il portavoce di Wikipedia. Tra i tanti suoi “posti” in Rete, i principali sono xmau.com e ilpost.it/mauriziocodogno.

 

L’aumento degli anglicismi ricavato dalle analisi dello Zingarelli

Dopo aver pubblicato i dati sull’aumento degli anglicismi, negli anni, ricavati dall’analisi delle versioni digitali del Devoto Oli, di seguito riporto il mio studio basato invece sullo Zingarelli, in generale meno aperto del primo all’accoglimento dei termini inglesi.

Il dato più antico che sono riuscito a recuperare è quello del 1995, quando gli anglicismi non adattati erano 1.811 (NB: questo numero e tutti i successivi riguardano i dati “grezzi” restituiti dai programmi di ricerca, e non sono perciò raffinati e ripuliti con un lavoro manuale, ma lo scarto percentuale non è molto significativo).

[Fonte: Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91]

Stando ai numeri riportati anche da uno studioso “negazionista” come Giuseppe Antonelli (per il quale “l’itangliano è ancora lontano” e non c’è affatto da preoccuparsi), nel 2000 se ne contavano 2.055, nel 2004 erano 2.219, e nel 2006 si passava a 2.318.

[Fonte: Giuseppe Antonelli, “Fare i conti con gli anglicismi” sul sito Treccani, ma i dati sono riportati anche in L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino, Bologna 2016]

Infine, nell’edizione digitale dello Zingarelli 2017, cercando tutti i termini inglesi, escono 2.761 risultati, e nel grafico ho provato a ricostruire questa crescita dal 1995 al 2017 in modo visivo.

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La crescita degli anglicismi non adattati riportati dallo Zingarelli negli anni: 1995, 2000, 2004, 2006, 2017.

 

In 22 anni, sono entrati perciò 950 anglicismi non adattati, con un aumento percentuale del 52,46%, e una media di 43 nuove parole in inglese all’anno (senza contare i numerosissimi adattamenti come googlare o whatsappare che sono stati esclusi dal conteggio, riferito solo a quelli non adattati).

Supponendo che questa media di entrate annuali non sia destinata ad aumentare (cosa di cui dubito) intorno al 2050, tra poco più di 30 anni, ce ne saranno 1.419 in più, per un totale di 4.180, come visualizzato nel secondo grafico:

zingarelli2
La stima del numero di anglicismi non adattati che potrebbero essere inclusi nello Zingarelli del 2050, basata sull’incremento di 43 all’anno calcolato sul periodo 1995-2017.

Fino agli anni Ottanta la percentuale degli anglicismi non adattati era stimata tra lo 0,5% e l’1% del nostro patrimonio lessicale. In un celebre studio specialistico di Ivan Klajn del 1972 (Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, Firenze) ne venivano individuati 1.600 (2.150 compresi gli adattamenti) e rappresentavano ancora l’1%, poiché i lemmi del lessico italiano erano calcolati intorno ai 150.000.

A dire il vero, la stima del numero dei lemmi dell’italiano è difficile da stabilire, ma sembra inferiore: tra i dizionari monovolume, solo il Sabatini-Coletti e il Nuovo De Mauro dichiarano poco più di 150.000 lemmi, ma il Devoto-Oli ne registra circa 100.000, mentre lo Zingarelli parla di 145.00 “voci”, che non sono proprio la stessa cosa dei “lemmi”, perché includono per esempio molti diminutivi o vezzeggiativi. Comunque sia, prendendo per buono il dato (pompato) di 145.000 lemmi, in percentuale gli anglicismi non integrati dello Zingarelli sono passati da circa l’1,3% del 1995 al 2% di oggi, più o meno, mentre nel 2050 potrebbero rappresentare circa il 3,9%.

Secondo gli studiosi negazionisti, che spalmano gli anglicismi sul numero totale dei lemmi di un dizionario, queste cifre sono tutto sommato ancora contenute. Ma i numeri vanno spiegati, e questa maniera di spandere gli anglicismi sull’intero patrimonio lessicale è un trucchetto che assomiglia a quello dei governi che fan vedere che le tasse son diminuite perché nelle statistiche non conteggiano che in ospedale si deve pagare il ticket, che i parcheggi son diventati a pagamento e che il costo di una serie di altri servizi è aumentato, con il risultato che alla fine l’esborso dei cittadini è cresciuto, alla faccia di come i numeri sono presentati.

Se c’è una cosa su cui tutti gli studi e gli studiosi sono concordi, è che per il 90% gli anglicismi sono nomi, e per il resto aggettivi, mentre non esistono quasi verbi. Vista la differente struttura delle lingue, non possiamo includere e utilizzare forme come to drink, per esempio, che infatti sostantivizziamo in drink. La maggior parte dei verbi sono dunque italianizzati (speakerare, bloggare, surfare, twittare) e rimangono fuori dai conteggi qui riportati. Estraendo tutti i sostantivi e le locuzioni dallo Zingarelli, compaiono circa 67.000 voci, a cui bisogna sottrarre gli anglicismi contenuti, ma anche tutta una serie di parole poetiche, rare o desuete, per cui mi pare che indicare in 60.000 il numero dei sostantivi sia un’approssimazione più che ragionevole. Il calcolo delle percentuali, allora, mostra che nel 1995 gli anglicismi rappresentavano circa il 3% dei nomi che avevamo per designare le cose, oggi sono il 4,6% e nel 2050 potrebbero essere il 6,9% (secondo le analisi dello Zingarelli, perché se guardiamo al Devoto Oli questi numeri sono  maggiori).

La cosa più preoccupante è che nel nuovo Millennio i nomi inglesi rappresentano quasi la metà dei neologismi registrati (dato riconosciuto e riportato anche da Giuseppe Antonelli, L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino, Bologna 2016, p. 213) il che è un rischio per la nostra lingua, che sembra destinata a riuscire a esprimere solo ciò che appartiene al passato, mentre per ciò che è nuovo non può più fare a meno dell’itanglese.

Il caso “shopper” e i buchi dei dizionari

Ero lì che ciondolavo con uno dei mie giochini preferiti, Ngram (ognuno si diverte come può), e mi son trovato davanti all’impennata del termine shopper, che dal 2000 ha praticamente quadruplicato la sua frequenza e sale inesorabilmente.

shopper_Ngram
La frequenza di “shopper” nel corpus dei libri italiani, periodo di riferimento: 1960-2008.

Mi è venuto in mente Arrigo Castellani, che nel suo “Morbus anglicus” del 1987 scriveva:

“Tutti oggi dicono sacchetti (del supermercato); ma negli scontrini c’è scritto shoppers, e i produttori vogliono che s’usi quella parola, che gli pare più prestigiosa.”

[Arrigo Castellani (1987), “Morbus anglicus”, p. 152, in Studi linguistici italiani, n. 13, Salerno Editrice, Roma, pp. 137-153.]

Quindi adesso si dice così? Ho pensato. Possibile che quando vado al supermercato sento dire sacchetto, busta, persino sportina, ma non mi è mai capitato di sentire chiedere uno shopper? Devo essere sempre più antico, ho concluso. E allora sono andato a controllare sui dizionari se questa parola avesse assunto altri significati. Ma niente:

per il Devoto Oli 2017 è solo un “sacchetto di carta o plastica con manici, distribuito ai clienti di negozi o grandi magazzini per il trasporto di oggetti acquistati al minuto”; per lo Zingarelli 2017 anche: “sacchetto con manici, di plastica o di carta, fornito ai clienti da negozi o grandi magazzini per il trasporto della merce acquistata”; come per il Nuovo De Mauro (“sacchetto di carta o di plastica per la spesa , in cui di solito sono impressi marchi , messaggi pubblicitari e sim.”), per il Gabrielli (“sacchetto di plastica o di carta dotato di manici, usato per trasportare la merce acquistata”) e per il vocabolario Treccani (“capiente sacchetto di plastica o di carta resistente [detto anche shopping bag «borsa per gli acquisti»], fornito di manici e spesso con scritte pubblicitarie, che i negozî e i grandi magazzini forniscono ai clienti per il trasporto della merce acquistata”). Shopper non è invece presente tra gli innumerevoli neologismi Treccani, come non è presente sul Sabatini Coletti disponibile in rete.

Qualche giorno dopo, facendo la spesa chiedo alla cassiera uno “shopper” e mi guarda storto. Poi parlo con un’amica che redige un noto sito di moda (ma che si inalbera quando dico così invece di fashion blogger) e mi spiega che più che i volgari sacchetti della spesa gli shopper sono sacchetti lussuosi e prestigiosi, o firmati (per dirlo con parole mie traducendo dall’itanglese la sua riposta), come si evince facilmente anche da uno sguardo alle immagini di Google.

shopper
Le prime immagini mostrate dalla ricerca su Google.

Infine cerco in rete, e mi rendo conto che da più di quindici anni la parola ha acquistato un nuovo significato, e viene usata come sinonimo di “acquirente”, come in inglese (l’etimo dello Zingarelli 2017: “vc. ingl., dove ha, però, il sign. di ‘acquirente, chi va a comperare [to shop]”). E infatti si trovano trattati sullo “shopper marketing” che investe sul punto vendita per trasformare i passanti in acquirenti, oppure si parla di “personal shopper”, cioè consulenti per gli acquisti, che hanno dato vita persino al titolo di un film (Olivier Assayas, 2016), e non c’è quasi nessuno, in rete, che usi shopper nel significato di sacchetto, a parte le aziende che li producono e li pubblicizzano a questo modo.

In effetti, sul Devoto Oli 2017 sono state inserite anche le voci “serial shopper” (“frequentatore instancabile di negozi alla moda” rifatto scherzosamente sul modello di serial killer) e “personal shopper” (“consulente personale per gli acquisti”, composto di personal [= personale] e shopper [= acquirente]). In altre parole si sono aggiunte alcune nuove locuzioni dove è presente il nuovo significato, ma nessun dizionario, sino a oggi, si è preso la briga di andare a ritoccare la voce madre.

La gente non si basa sui dizionari nel parlare, se ne frega e parla come vuole, o forse sarebbe meglio dire: ripete quello che sente in giro e si adegua. Dunque non resta che prenderne atto e, visto che è l’uso che fa la lingua, lancio il mio appello a tutti i dizionari italiani: aggiornate il vostro lemma che è fermo agli anni Ottanta!

PS
Per la cronaca, il Devoto Oli 2017 riporta le seguenti parole con la radice shop:

coffe shop, duty-free shop, e-shopping, free shop, gift shop, personal shopper, serial shopper, sex shop, shopaholic, shopper, shopping, shopping center, shoppingmania, windows shopping, workshop.

Ma sono ancora poche, in rete ne circolano ben di più.

I forestierismi nell’italiano: i numeri del Devoto Oli 2017

Per comprendere il fenomeno degli anglicismi che entrano nella nostra lingua senza adattamenti (quindi escludendo parole come googleare, whatsappare e gli altri semidattamenti, calchi o traduzioni) è significativo il confronto numerico con i forestierismi non adattati che provengono da altre lingue.

Ho estratto perciò dall’edizione digitale del Devoto Oli 2017 tutte le parole inglesi, francesi, spagnole e tedesche, e ho anche ricostruito la loro entrata nel tempo attraverso le datazioni indicate nel dizionario. Si tratta di numeri grezzi e non lavorati (alle ricerche sfuggono per esempio anglicismi come computer, film e altre 200 che non sono più definite “inglesi”, e in compenso sono comprese numerose sigle davvero molto tecniche e di scarsa frequenza e circolazione), ma non molto diversi dai numeri che si possono ottenere con ricerche raffinate da un lavoro redazionale. Di seguito una tabella riepilogativa:

tabella forestierismi
Fonte: versione digitale del Devoto Oli 2017.

Partendo da questi numeri ho provato a costruire un grafico che riassume la situazione e rende tutto più leggibile:

Grafico forestierismi
Nella prima colonna gli anglicismi in totale, confrontati con i francesismi, gli ispanismi e i germanismi. Nelle altre colonne le entrate, secolo per secolo, secondo le datazione ricavate dalla versione digitale del Devoto Oli 2017.

Considerazioni: gli anglicismi, quasi del tutto assenti fino all’Ottocento, entrano prepotentemente nel XX secolo (più precisamente 747 sono datati nella prima metà del Novecento, e ben 2.077 nella seconda).
Nel nuovo Millennio ne sono stati registrati 509 (una media di una trentina all’anno), ma tenuto presente che i neologismi del XXI secolo del Devoto Oli sono in totale 1.049, significa che quasi la metà delle nuove parole è rappresentata da termini inglesi, il che mi pare un rischio per il futuro della nostra lingua: se le cose nuove sono in inglese presto ci mancheranno i termini per dirlo in italiano. In molti ambiti, come quello del lavoro, delle nuove tecnologie o della scienza sta accadendo sotto i nostri occhi o forse è già successo.

I termini inglesi sono sempre meno tecnicismi e penetrano sempre più nella lingua comune

Dai conteggi che ho fatto attraverso l’analisi dei dizionari digitali è emerso che gli anglicismi registrati sono più che raddoppiati in meno di 30 anni. Nel Devoto Oli 1990 erano circa 1.700, ma nel 2017 se ne contano circa 3.400 (i dati non sono quelli grezzi che si ricavano dalle ricerche semplici, ma sono stati lavorati con ricerche raffinate).

devoto oli 1990_2017

Anglicismi registrati dal Devoto Oli nel 1990 e nel 2017.

Davanti a questi numeri che trovo preoccupanti (il numero di francesismi, ispanismi e germanismi è di gran lunga inferiore e sostanzialmente stabile), una delle argomentazioni più diffuse tra gli studiosi “negazionisti” – che non ritengono che gli anglicismi rappresentino un problema per la nostra lingua – è quella di sostenere che siano per lo più termini tecnici di settore, e che di conseguenza la loro frequenza nel linguaggio comune sia scarsa.

Se questo era vero in passato, le cose al momento non sono più così.

Secondo Tullio De Mauro, la nostra lingua è formata da circa 7.000/7.500 parole di base, quelle note a tutti e che si usano più di frequente, che rappresentano  quasi il 90% dei termini che utilizziamo comunemente. Ci sono poi ulteriori 40.000 parole che formano il linguaggio comune, che tutti riconoscono anche se non è detto che le usino in modo attivo. Oltre a queste 47.000 parole (7.000 di base + 40.000 comuni), le altre appartengono a linguaggi tecnici e settoriali, e non sono comprensibili a tutti: l’avvocato conosce i suoi tecnicismi ma non quelli del medico, che a sua volte non condivide quelli dell’avvocato e così via.
La tendenza dei negazionisti è quella di escludere gli anglicismi dal linguaggio di base e da quello comune per relegarli nella sfera dei tecnicismi di settore. In questo modo l’italiano sembra salvo e l’itanglese lontano. Ma questa posizione è sempre meno difendibile.

Nel 1980, Tullio De Mauro ha pubblicato il primo Vocabolario di base della nostra lingua con le circa 7.000 parole che si usano più di frequente, e il numero degli anglicismi era allora davvero irrilevante. Nel novembre del 2016, è stato pubblicato l’ultimo aggiornamento dell’opera (il Nuovo Vocabolario di base) e sul sito di Internazionale si può leggere l’Introduzione dell’autore).
Dal confronto con le versioni precedenti spicca subito che l’inglese è penetrato anche qui. Nel 1980, alla lettera B era presente solo bar, mentre nel 2016 gli anglicismi sono 13: baby, babydoll, band, bar, basket, bikini, bit, blog, boss, box, boxer, brand, business. E in tutto il vocabolario di base, se nel 1980 gli anglicismi non adattati erano nell’ordine di una decina, nel 2016 sono decuplicati: 129 su meno di 7.500 parole, cioè l’1,7% (se non me ne è scappato qualcuno e senza conteggiare “parole macedonia” come salvaslip), e precisamente:

autobus, autostop, baby, babydoll, band, bar, basket, bikini, bit, blog, boss, box, boxer, brand, business, cardigan, chat, chewingum, clacson, clan, club, comfort, community, computer, copyright, cracker, detective, design, e-mail, fan, fax, festival, fiction, file, film, flash, forum, gay, global, goal, gossip, hamburger, hobby, home, hyperlink, internet, jeans, ketchup, killer, kit, kiwi, leader, link, live, look, manager, marketing, master, media, mister, monitor, motel, network, news, nylon, offline, ok, okay , online, partner, party, picnic, ping-pong, plaid, poker, pony, pop, post, premier, privacy, pub, pullman, pullover, punk, puzzle, quiz, record, rock, scout, set, sexy, shampoo, share, shopping, shorts, show, single, slip, slogan, smog, snack, sneaker, software, spam, sport, spot, spray, standard, star, status, stop, stress, style, tag, team, tennis, test, thermos, toast, top, tour, trend, t-shirt, tunnel, video, wafer, web, weekend, whisky.

A questo elenco di parole di base si possono poi aggiungere numerosissimi altri anglicismi alla portata anche di un bambino, ma sono classificati come appartenenti al linguaggio comune e non di base, per esempio airbag, aids, bluff, cast, camper, freezer, golf, gangster, jazz, jet, like, meeting, master, nomination, password, poster, radar, snob, sponsor, thriller, ticket, unisex, zip e moltissime altre che tutti conosciamo e usiamo. Anche tra queste parole comuni gli anglicismi sono sempre più numerosi, tanto che, nel 2014, lo stesso De Mauro ammetteva: “Negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale” (Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni. Laterza, Bari 2014, p.136).

Bisogna poi aggiungere che a questi numeri sfuggono un gran numero di termini che, nel dizionario Gradit (il più ampio repertorio della lingua italiana) e nel vocabolario “Il Nuovo De Mauro” pubblicato sul sito di Internazionale, De Mauro ha classificato come tecnicismi (che dovrebbero cioè appartenere a un gergo degli addetti ai lavori, ma che di fatto sono alla portata di tutti) parole come per esempio mouse, scanner, password, chat (classificate come tecnicismi informatici), oppure scoop (tecnicismo giornalistico).

In sintesi: gli anglicismi non solo aumentano di numero, ma entrano sempre più in profondità nella nostra lingua, nel linguaggio di base e in quello comune, e molte parole definite come “tecnicismi”, lo erano in passato, ma oggi non lo sono più. Se i dizionari disponibili come il Gradit o il Nuovo De Mauro non vengono aggiornati da questo punto di vista, rischiano di restituire una fotografia della nostra lingua che non è più attuale e non sono in grado di rendere conto della reale portata del fenomeno.

Come entrano gli anglicismi? La storia di “new” e dei suoi derivati

Molti studiosi continuano a etichettare i forestierismi come “prestiti”, una definizione sempre più insostenibile, che parte dal presupposto ingenuo per cui importeremmo una parola straniera quando non ne abbiamo una nostra. Anche distinguendo i “prestiti di necessità” da quelli di “lusso”, e cioè che usiamo anche in presenza di un equivalente nostrano, le cose sono decisamente più complesse. Per comprendere il tortuoso processo di penetrazione di una parola straniera ho provato a ricostruire l’entrata nella nostra lingua del termine new.

In passato il processo di traduzione o di adattamento degli anglicismi al suono dell’italiano era un fenomeno spontaneo e frequente, e si parlava per esempio della città di Nuova York, dove l’aggettivo serviva a distinguere la città statunitense dall’omonima inglese, e verso la fine dell’Ottocento divenne definitivamente New York.

Tutti sanno che new significa nuovo, eppure nei dizionari del 2017 (cfr. Devoto Oli e Zingarelli) non esiste il lemma new come voce a sé, esistono invece numerose locuzioni che lo contengono.
A parte il caso di New York (e newyorkese), una delle prime entrate dell’anglicismo si registra nel 1947, quando la nuova collezione presentata a Parigi di Christian Dior dallo stile nuovo e affascinante fatto di bustini, vite strette e figure allungate, portò alla diffusione di “new look”, un’espressione che ha preso piede non solo in Italia.

La comparsa e la frequenza dell’espressione “new look” nei grafici Ngram nei corpus francese, italiano e spagnolo.

36 anni più tardi, sullo Zingarelli del 1983, esistevano solo 2 voci che contenevano new: a new look si era aggiunto anche new wave, la nuova onda del pensiero artistico e culturale di rottura (la risposta inglese degli anni Sessanta alla nouvelle vague francese degli anni Cinquanta).

Oggi, dopo ulteriori 34 anni, sullo Zingarelli del 2017 oltre a queste due parole si trovano: new age, new dada, new deal, new economy, new entry, new global, new jeresy e new media, a cui si aggiungono news, che sempre più sta sostituendo le notizie dell’ultima ora nei mezzi di comunicazione (vedi Rai News), newsgroup, newsletter e newsmagazine. Da 2 voci si è passati perciò a 14. Ma il Devoto Oli 2017 ne include anche altre 4: breaking news, new company (e l’abbreviazione newco), e newquel, pseudoanglicismo che fonde new e sequel. La lista si amplia scorrendo il dizionario di Aldo Gabrielli disponibile in rete (http://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano.aspx) che riporta ulteriori 6 parole: newsfeed (scambio di informazioni nei newsgroup), news magazine, newsmaster (gestore di news server), newsreader (programma per iscriversi a newsgroup), news server e new style. Andando a controllare la frequenza di queste ultime parole nei grafici di Ngram (strumento di Google basato sugli algoritmi di ricerca delle parole sui milioni di libri digitalizzati e archiviati in GoogleBooks), vediamo però che la loro occorrenza è bassissima e in qualche caso assente.

Tutto questo mostra chiaramente che la moltiplicazione degli anglicismi, nell’ultimo trentennio, sta registrando un aumento esponenziale, ma mostra anche che esiste un certo scollamento tra i vocabolari e il lessico che si utilizza. Se è vero che alcuni anglicismi dei dizionari sono di fatto disusati, viceversa il lemma new, anche se non è presente come voce autonoma, è nella disponibilità linguistica persino di un bambino. E andando a scandagliare gli anglicismi impiegati nei libri, che non sono registrati dai dizionari, si scopre che ci sono tante altre espressioni del genere circolanti.

Se cerchiamo attraverso Ngram le 10 parole che seguono new più di frequente, scopriamo che oltre a: new economy, new media o new age, sono abbastanza diffusi: new approach (un’espressione itanglese che viene forse dal linguaggio aziendale), new species, new type e new method.

Le parole che seguono più di frequente il termine “new” nell’archivio italiano dei libri di GoogleBooks.

Proseguendo con questo tipo di ricerche complesse (per esempio i nomi o gli aggettivi che più frequentemente sono associati a new), si vedono comparire anche new building, new towns, new forms, new world, new perspective, new line, new syndrome

In conclusione, poiché è l’uso che fa la lingua, è probabile che tra queste espressioni circolanti ci siano i neologismi inglesi destinati a essere presto annoverati dai dizionari. Ma soprattutto, bisogna notare che la nuvola di anglicismi che ci avvolge, e che ci capita di ascoltare o di incontrare quando leggiamo, è superiore al numero che si può ricavare dallo spoglio dei dizionari. New è di fatto una parola entrata profondamente nell’italiano, al punto che è diventata un elemento formativo per altri composti ibridi che stanno formando una rete di anglicismi interconnessi sempre più estesa che si sta espandendo nel nostro lessico. Nel libro Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla (Hoepli 2017), ho riportato come esempio ben 100 parole inglesi che hanno questa caratteristica formante in grado di combinarsi con le altre, ma se ne possono rintracciare molte di più.