I nemici (anglomani) dell’italiano

Ha dell’incredibile l’articolo di Antonio Gurrado pubblicato su Il Foglio il 14 gennaio scorso: “Usare l’inglese è il miglior contrappeso all’italiano astratto delle università”. È l’espressione di una mentalità che si sta facendo strada in modo sempre più largo, quella che considera l’inglese una lingua superiore espressa da una cultura dominante che si sta imponendo sul piano internazionale. E così lo si vuole diffondere a scapito di un italiano sempre più svilito.

Gurrado interviene nel dibattito sui Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) aperto dal presidente della Crusca Claudio Marazzini che di recente ha provato di nuovo a chiedere che si possano presentare anche in italiano. Ma il ministro dell’Università Gaetano Manfredi non è d’accordo.
Paolo Di Stefano, dalle pagine del Corriere, ha ripreso il tema ricordando i rischi dell’abbandono della ricerca in italiano e l’importanza del plurilinguismo, proprio mentre una rivista di prestigio come Nature ha annunciato un’edizione in lingua italiana.

L’articolo del Foglio riprende il pezzo di Di Stefano per esprimere invece in modo molto esplicito la supremazia dell’inglese sull’italiano, come se la prima fosse una lingua che possiede in sé un valore intellettualmente superiore. L’italiano ne esce come la lingua tipica del vago e dei giri di parole, in cui è possibile dire un po’ tutto e il contrario di tutto, specialmente nell’ambito umanistico, perché consentirebbe una certa cialtroneria in voga nell’università e nei progetti di ricerca del nostro Paese. Tutto ciò non potrebbe succedere usando l’inglese, naturalmente. Questo idioma di ben altra statura non lo consente, è un “setaccio”, una specie di depuratore del parlare a vanvera, che filtra ogni vaniloquio e lascia solo ciò che è sensato.

Presentare i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale solo in lingua inglese, certo, può portare a “l’annientamento del plurilinguismo, la riduzione dell’italiano a dialetto e l’estinzione del linguaggio scientifico nostrano”, come riconosce l’autore, ma che importa? Se la legislazione italiana si traducesse integralmente in inglese tutto sarebbe meno oscuro, a quanto pare.
Il consiglio per sbarazzarsi dell’ambiguità e delle contraddizioni della lingua italiana è dunque molto semplice: provate a tradurre in inglese “l’articolo 1 della Costituzione. Vedrete che, dopo aver vanamente girato le parole fra le mani, deciderete di far cadere quelle che esprimono concetti oscuri o astrusi (‘a democratic republic based on work’) accorgendovi che, alla fine, sono superflue”.

Questo bel ragionamento non è un pezzo comico di Crozza, è quello che uscito dalla testa di un intellettuale che parla seriamente. Davanti all’angicizzazione dell’articolo 1 della nostra Costituzione ho visto finalmente la luce, e ho compreso tutte le sciocchezze sostenute da tanti, vaghe come la lingua in cui sono state proferite. Per esempio quelle di Francesco Sabatini a proposito dell’identità che esiste tra la lingua italiana e la Costituzione, o quelle di Federigo Bambi che esaltano la chiarezza e la comprensibilità delle norme costituzionali, anche per le persone non necessariamente istruite. O ancora le analisi sulla precisione delle parole della Costituzione di Michele Cortelazzo, che a sua volta riprendeva ciò che aveva espresso Tullio De Mauro…

Anche l’immunologa Maria Luisa Villa, corrispondente della Crusca che da anni si batte per la scienza in italiano, ha preso posizione e ha scritto a Il Foglio in difesa della nostra lingua (abbiamo reso pubblica la sua lettera su Italofonia).

Ripenso a Galileo, a proposito di scienza, che per la prima volta (a parte qualche precedente come quello del matematico Tartaglia) ha deciso di abbandonare il latino – che al contrario dell’inglese era lingua neutra e non quella madre dei popoli dominanti – e usare l’italiano per scrivere il Saggiatore e il Dialogo sopra i due massimi sistemi. È oggi considerato il fondatore del metodo scientifico, e allo stesso tempo ha dato vita a un linguaggio scientifico in italiano che non solo è rimasto nella storia per la sua chiarezza e precisione, ma ha anche rappresentato il modello della successiva prosa scientifica di personaggi come Francesco Redi, Antonio Vallisneri o Lazzaro Spallanzani che, in italiano, confutò le teorie sulla generazione spontanea di Buffon, uno dei più grandi luminari internazionali del Settecento, che a sua volta scriveva in francese, forse un’altra lingua di rango inferiore rispetto all’odierno globalese.

Certo, il linguaggio influisce sul modo di pensare, come aveva compreso Von Humboldt, e forse chi non si rende più conto del valore dell’italiano – storico, culturale, artistico, scientifico e unificante – e lo calpesta come nell’articolo del Foglio, dovrebbe “decolonizzare la mente”, per citare le riflessioni dello scrittore africano Ngũgĩ wa Thiong’O. E dovrebbe comprendere che l’inglese che ha in testa è la “lingua che fiorisce sul cimitero delle altre lingue”. Usarlo per le nostre leggi, la nostra Costituzione, i Prin, la lingua dell’alta formazione, la scienza… significa uccidere l’italiano ed esserne responsabili.

Aggiornamento delle 13:00:
Mi hanno appena segnalato che proprio oggi è uscito su la Repubblica di Napoli l’articolo “Caro Manfredi la ricerca si fa anche in italiano” di Luigi Labruna (Accademico dei Lincei, emerito professore di Diritto Romano alla Fedrico II…) che si aggiunge al dibattito in corso e ricorda che non in tutti i settori l’inglese è la lingua veicolare, e a proposito di diritto romano l’italiano è dominate, seguito da francese, spagnolo e tedesco. Dunque la scelta di presentare in inglese “ogni” Prin è una “bizzarria”, bisognerebbe quantomeno valutare di che tipo di progetto si tratti.

Un progetto di studi danteschi in inglese, in effetti…

Manifesto per una politica linguistica italiana

«buon giorno. Ho 97aa. Vi scrivo perchè da alcuni anni, da quando molti giornali e riviste, compresa Famiglia Cristiana a cui sono abbonata, utilizza parole straniere, per capire un articolo devo chiedere sempre aiuto ai figli e nipoti. E se non ne avessi? Vi sarei grata se faceste una segnalazione affinchè la situazione possa migliorare, per noi anziani della vecchia generazione.
Grazie

Maria Bordignon»

Ho ricevuto questa lettera che mi ha toccato, e non sapendo bene che altro fare voglio renderla pubblica. Mi è parso un lamento di sconforto su cui dovremmo riflettere tutti.

Chi ha oggi 97 anni ha assistito al nascere e all’affermarsi dell’italiano come patrimonio comune, e attualmente sta assistendo a una sua trasformazione radicale, perché l’aumento degli anglicismi che si sono accumulati nell’arco di una vita lo ha snaturato al punto di non essere più comprensibile.

Si può anche sostenere che questo nuovo “italiano” sia quello della modernità, del presente e del futuro. Si può continuare a ostentarlo parlando in questo modo. La nostra classe dirigente sembra andarne fiera, e lo impiega come tratto distintivo per identificarsi ed elevarsi sociolinguisticamente. L’itanglese è il modello che stanno diffondendo i mezzi di informazione, gli imprenditori, i tecnici, gli scienziati, e in generale molti uomini di cultura, e dunque viene sempre più emulato dai parlanti, che nell’epoca di Internet sono anche sempre più scriventi. C’è chi preferisce questo linguaggio e se ne riempie la bocca e la penna convinto che sia internazionale e necessario, e c’è chi, davanti a parole come lockdown o cahsback calate dall’alto senza alternative, non può fare altro che ripetere l’inglese senza alcuna possibilità di scegliere, anche quando non approva e preferirebbe equivalenti italiani. In altri casi fatica addirittura a comprendere e pronunciare questi vocaboli stranieri.

Questo nuovo anglo-italiano è promosso all’interno del nostro Paese da “collaborazionisti” che si trovano a occupare i posti chiave dei centri di irradiazione della lingua. Con questo linguaggio acuiscono un processo mondiale di diffusione del globalese, frutto dell’espansione delle multinazionali statunitensi e legato alla globalizzazione, che coincide sempre più con l’americanizzazione delle merci e, insieme a queste, della società e della cultura. Questa forte pressione esterna, in sintesi, non solo non trova delle resistenze interne che si registrano per esempio in Francia o in Spagna, ma viene addirittura favorita.

Eppure si può anche dissentire da questa “strategia degli Etruschi”, che si sono sottomessi da soli alla romanità sino a esserne inglobati e scomparire. L’italiano, che in patria stiamo depauperando in modo irresponsabile, all’estero è invece considerato una lingua bellissima e se puntassimo sulla sua promozione e valorizzazione potremmo anche trasformarlo in una risorsa dai risvolti economici che al momento non vengono presi in considerazione. Lo ha ricordato qualche giorno fa Andrea Riccardi in un articolo sul Corriere della Sera (“Investire sull’italiano per rilanciare il paese”, 15/1/21): “Non è un caso che i brand nella nostra lingua siano secondi solo a quelli in inglese. Insegnare più italiano significa a termine «vendere» più Italia in tutti i sensi”.

Il paradosso dell’articolo è che vuole difendere l’italiano facendo un ricorso agli anglicismi piuttosto ampio (anche questo è un indicatore che la dice lunga sul livello che abbiamo raggiunto): Recovery, brand, design, made in Italy… sono espressioni in parte senza troppe alternative praticabili e in parte scelte lessicali di largo uso.

Chi considera la nostra lingua come un patrimonio che andrebbe promosso e tutelato – come si fa per l’arte, la storia, la natura, la gastronomia e tutte le eccellenze che ci contraddistinguono, ci identificano e di cui possiamo andare fieri – dovrebbe cominciare a farsi sentire. Siamo ormai a un bivio, e forse abbiamo già superato il punto di non ritorno.
È giunto il momento di schierarsi e di fare qualcosa, sempre che lo si voglia fare. Dovremmo agire subito, per cercare di salvare il salvabile, e gridare forte che chi sta dalla parte dell’inglese, chi lo diffonde, chi si limita a osservare l’anglicizzazione senza intervenire è responsabile della morte dell’italiano o della sua creolizzazione lessicale che lo ha trasformato in altra cosa rispetto alla lingua di Dante.

La politica linguistica dell’inglese

Fino a qualche anno fa, in Italia, parlare di politica linguistica era un tabù che evocava lo spettro del fascismo, come se l’unico esempio possibile fosse quello, e non ciò che avviene oggi in Paesi civili come la Francia, la Spagna, la Svizzera, l’Islanda, e tanti altri.

Da noi la maggior parte dei linguisti si vanta di avere nei confronti dell’italiano un approccio descrittivo più che prescrittivo, ed è mossa dallo spirito per cui la lingua va studiata e non difesa. A dire il vero non tutti sembrano studiare così a fondo l’interferenza dell’inglese, per troppi anni sottovalutata, minimizzata e persino negata.
Se le balene o i panda si stanno estinguendo, se la terra si sta riscaldando, gli specialisti non possono limitarsi a constatare in modo generico che è normale, perché i cambiamenti climatici e le specie a rischio ci son sempre stati. Dovrebbero prendere posizione e fare qualcosa, se non vogliono essere complici di questi fenomeni. Lo stesso vale per la nostra lingua, è ora di intervenire e di riflettere sull’ecologia lessicale spezzata da un’interferenza dell’inglese che è diventata eccessiva e distruttiva. E chi nega questo fenomeno e proclama che è tutta un’illusione ottica forse dovrebbe cercare di spiegarlo alla signora Maria, che molto più concretamente è rammaricata dal fatto di non comprendere più quello che scrivono i giornali. L’italiano non si può lasciare solo ai linguisti e solo alle loro analisi astratte non sempre in grado di cogliere la realtà. La lingua è di tutti e riguarda noi tutti. Dunque è una questione politica, nel senso più nobile del termine.

Purtroppo i nostri politici non solo non se ne occupano, non solo sono i primi a introdurre anglicismi nel linguaggio istituzionale e della loro comunicazione, ma sembra che non capiscano l’importanza di una politica linguistica per l’italiano, e che siano più interessati a tutelare l’inglese.

Il presidente della Crusca Claudio Marazzini è ritornato da poco sulla questione dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) che dal 2017 si devono presentare in inglese. In un articolo sul sito dell’Accademia ha reso pubblica una lettera che ha inviato l’anno scorso al ministro dell’Università Gaetano Manfredi in cui auspicava che fosse possibile presentare questi progetti anche in italiano. Si tratta di una richiesta molto moderata espressa dalla parola “anche”, e personalmente non sono affatto così moderato, credo che, nello spirito del plurilinguismo che – in teoria – contraddistingue l’Europa, tutti i cittadini europei abbiano il diritto di rivolgersi alle istituzioni nella propria lingua. Comunque sia, il ministro non gli ha mai risposto.
Qualche giorno fa è però arrivata una replica indiretta, attraverso una dichiarazione a un giornalista, in cui emerge la preoccupazione non per la nostra lingua, ma solo per la comprensibilità dei progetti da parte di chi li riceve, perché non possiamo permetterci che le risorse vadano sprecate. Per questo il ministro ha deciso di mantenere l’obbligo dell’inglese. Questa scelta, invece di difendere l’italiano, va nella direzione contraria, lo degrada e relega a lingua di serie B, privo di diritti davanti a un inglese che assomiglia sempre più alla lingua dei “padroni”. Questa presa di posizione esclude molti italiani e contribuisce a dividere i ceti alti da quelli bassi che non hanno accesso alla lingua di rango “superiore”. Sta portando a una nuova “diglossia neomedievale” – per riprendere le parole di un linguista come Jürgen Trabant – quando la cultura si esprimeva in latino ed era accessibile solo a chi lo conosceva, mentre i ceti poveri e ignoranti si esprimevano in volgare. Ma l’inglese non è come il latino usato allora per la comunicazione sovranazionale, che non era la lingua madre di nessuno, è invece come il latino della Roma imperiale che imponeva il proprio idioma ai popoli dominati.
Gli stessi Paesi anglofoni sono ben consapevoli dell’importanza della lingua, perché la lingua è potere. Il progetto che mira a portare tutti i Paesi sulla via del bilinguismo, dove l’inglese è la lingua internazionale e le lingue locali sono vissute come un ostacolo alla comunicazione globale, è un disegno che offre loro vantaggi enormi anche dal punto di vista economico. Questa nuova forma di imperialismo linguistico, teorizzata lucidamente da Churchill, a noi non conviene affatto, ed è una vergogna che la nostra classe politica remi in questa direzione, e la appoggi, mentre allo stesso tempo depaupera l’italiano e non fa certo i nostri interessi. Sembra che tutti siano attenti solo a diffondere e proteggere l’inglese, che veniva posto in primo piano già ai tempi del modello scolastico delle tre “i” di Berlusconi e Moratti (Informatica, Inglese, Impresa), e che si ritrova non solo nei balzelli linguistici come quelli del Prin, ma anche nella riforma Madia che ha sostituito l’obbligo di conoscere una “lingua straniera” nei concorsi pubblici con la dicitura “lingua inglese” (un vero schiaffo al plurilinguismo), oppure nella decisione di certi atenei di estromettere l’italiano dalla formazione universitaria. Ci vorrebbe una quarta “i”, quella dell’italiano.

Un ristoro per l’italiano

Il 2021 ci ha portato due eventi che potrebbero essere l’occasione per una svolta, o perlomeno per aprire un dibattito che manca nel nostro Paese: inaugurare una politica linguistica a favore dell’italiano.

Sul piano interno ci sono le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante, e su quello esterno c’è l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Quest’ultimo fatto potrebbe aprire le porte per far tornare l’italiano a essere lingua del lavoro in Europa, come lo era un tempo e come lo sono il francese e il tedesco. Ma nessuno o quasi ne parla, soprattutto i nostri politici, che non lo hanno difeso quando è stato estromesso, e oggi sembra che non si pongano nemmeno la questione. Passando dal piano globale a quello interno – e le due cose sono collegate perché gli anglicismi sono i detriti dell’inglese internazionale, oltre che il frutto della nostra anglomania – le celebrazioni dantesche potrebbero essere un’occasione per rilanciare l’italiano come lingua da praticare, invece che vergognarcene, e per promuoverlo e farlo evolvere, invece di ricorrere solo alle parole inglesi. Ma non si vedono questi segnali e l’impressione è che lo si voglia commemorare più che farlo vivere. L’iniziativa di creare un museo dell’italiano, senza una politica linguistica che lo rivitalizzi, può trasformarsi nel suo opposto e sancirne la sua morte. Se si annuncia il progetto di un portale per “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo” e lo si chiama in inglese, ITsART, si sta svilendo il nostro patrimonio linguistico, invece di tutelarlo.

Per questo è nata la proposta di una lettera al ministro Dario Franceschini, che al momento è stata inoltrata da più di 200 persone, in cui chiediamo una politica linguistica a favore dell’italiano, e esprimiamo il nostro dissenso davanti all’inglese del Prin o della legge Madia.

Non è possibile che, in Italia, un dizionario che promuove le alternative agli anglicismi sia lasciato all’intraprendenza e alla buona volontà dei privati, invece che essere realizzato dalle istituzioni o dalle accademie come avviene in Francia e Spagna. E la signora Maria, che evidentemente lo consulta per sopravvivere nella lettura dei giornali, mi ha scritto a quell’indirizzo forse pensando che sia un sito istituzionale.

Nell’anno dantesco, e soprattutto davanti ai tanti ristori previsti in questo momento difficile, bisognerebbe pensare a qualche misura anche per l’italiano.
Non c’è bisogno di investire grandi somme, ci sono varie cose che si potrebbero realizzare senza dispendio, basta volerlo. Per esempio:

1) Inserire nella Costituzione che la nostra lingua è l’italiano
La Crusca l’ha proposto un paio di volte senza successo, ma si potrebbe ritentare. Nell’articolo 12 si fa riferimento ai colori della nostra bandiera, ma non c’è nulla sulla nostra lingua. Si potrebbe aggiungere che è l’italiano, e specificarlo chiaramente, come è stato fatto nella Costituzione francese.

2) Evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale
In Francia è esplicitamente vietato, per rispetto non solo della loro lingua, ma anche dei cittadini e in nome della trasparenza che si deve per esempio alla signora Maria. Oltre 4.000 cittadini lo hanno chiesto sottoscrivendo una petizione rivolta al presidente Mattarella, anche se per ora non è pervenuta alcuna risposta.

3) Evitare gli anglicismi nei contratti di lavoro
Anche questo in Francia è vietato, e alcune multinazionali sono state sanzionate pesantemente per non averlo fatto. Da noi, invece, accade per esempio che un’azienda nostrana come Italo abbia sostituito la figura del capotreno con il train manager non solo nella comunicazione ai passeggeri, ma persino nei contratti di lavoro. Ci rendiamo conto dell’assurdità, e delle ricadute linguistiche, di queste scelte? Ormai l’italiano è stato escluso dai ruoli lavorativi che sempre più si esprimono in inglese. Fare circolare le alternative ufficiali italiane dovrebbe essere un dovere, per uno Stato.

4) Varare una campagna mediatica contro l’abuso dell’inglese
Questa è la seconda richiesta inserita nella petizione a Mattarella, e anche questa è una strategia praticata con successo in Francia e in Spagna. I costi sarebbero irrisori rispetto per esempio ai 4,5 milioni stanziati per il museo della lingua italiana, e i risultati sicuramente più efficaci. I canali istituzionali per le campagne di sensibilizzazione sociale, dal bullismo alla discriminazione contro le donne, esistono già, basterebbe usarli anche per non discriminare la nostra lingua.

5) Dare il via a una campagna per la promozione dell’italiano nelle scuole
È un progetto già caldeggiato da Gabriele Valle che in passato ha avanzato proposte simili alle mie, e la sua realizzazione potrebbe fare riflettere e aprire un dibattito sull’abuso dell’inglese anche tra le nuove generazioni.

5) Ripristinare l’italiano come lingua del Prin
I Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale dovrebbero contemplare la possibilità di essere presentati in italiano.

6) Lavorare perché l’italiano ritorni a essere una delle lingue del lavoro in Europa
Esiste una petizione in proposito, ne ho parlato più volte. La nostra classe politica dovrebbe difendere la nostra lingua anche nell’Unione Europea.

7) Sancire che l’italiano non può essere estromesso come lingua della formazione
L’università deve insegnare in lingua italiana, e non erogare i corsi in inglese. Questo è un diritto degli studenti e degli italiani da difendere, che non può essere cancellato o messo in discussione.

Mi piacerebbe raccogliere questi suggerimenti, e anche altri che dovessero arrivare, in un documento da rivolgere alle istituzioni sottoscritto da quante più persone possibili. Non so se ci riuscirò, né se qualcosa si riuscirebbe a portare a casa. Ma ci voglio provare, se non altro per fare emergere che esiste anche un’altra visione che non è rappresentata da nessuno. E il 2021 mi pare un momento propizio.

ITsART: la cultura italiana si esprime in inglese? (lettera aperta a Franceschini)

Onorevole Ministro Dario Franceschini,

ci rivolgiamo a Lei e ai responsabili del progetto ITsART, finanziato dal Suo ministero, per esprimere tutto il nostro sconforto di fronte allo svilimento della nostra lingua.

Leggiamo sul sito ITsART.tv che questa nuova piattaforma si propone di “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo”. Una così lodevole iniziativa possiede però un nome in inglese, e questo fatto è l’ennesima testimonianza di come il nostro patrimonio linguistico non venga considerato parte di quello culturale. Siamo infastiditi davanti all’abuso di anglicismi e pseudoanglicismi che caratterizza oggi il linguaggio della politica, dell’imprenditoria, dei mezzi di informazione, della cultura e ormai della stessa lingua italiana.

Nell’anno in cui ricorrono i 700 anni dalla morte di Dante, e in cui nascerà un Museo della lingua italiana nella città di Firenze, la nostra impressione è che la si voglia commemorare invece che praticare e farla evolvere. Per secoli è stata lingua di cultura, di scienza, di arte, di tecnologia, e uno dei motivi unificanti della nostra nazione, come proprio Dante avrebbe voluto. Attraverso l’arte, un tempo abbiamo esportato le nostre parole in tutto il mondo, e alcune sono diventate internazionalismi in settori come la pittura, la scultura, la musica, la gastronomia… Ma tutto ciò sembra appartenere al passato, e se oggi pensiamo di esprimere le nostre eccellenze in inglese siamo davvero un popolo in declino.

Ci piacerebbe che il Suo ministero aiutasse l’italiano a restare una lingua viva e creativa, utilizzata in tutti i settori e adatta a esprimere il mondo di oggi e di domani, più che farla finire in un museo. Ci piacerebbe che l’Italia cominciasse ad avere una politica linguistica, come accade in Francia, in Spagna, in Svizzera, in Islanda e in tante altre nazioni, ma vediamo che la nostra classe politica si esprime con act e tax, invece di leggi e tasse. E a parte questo linguaggio insopportabile per molti italiani, paradossalmente sembra proteggere l’inglese più che l’italiano, visto che la riforma Madia ha sostituito il requisito di conoscere una “lingua straniera” nei concorsi pubblici con la “lingua inglese”, o che il Miur ha deciso che i progetti di rilevanza nazionale (Prin) devono essere presentati in inglese. Ci piacerebbe che i nostri politici tutelassero l’italiano come la lingua sia degli italiani sia dell’alta formazione universitaria e professionale, che dopo l’uscita del Regno Unito dall’Europa si attivassero per farlo ritornare lingua del lavoro alla Ue, e che permettessero al nostro lessico di tornare ad arricchirsi con parole proprie e con neologismi che non siano solo l’importazione acritica di radici inglesi.

Consideriamo ItsART un vero ossimoro che ci evoca l’albertosordità di Nando Mericoni in Un Americano a Roma, anche se ha perso la sua componente ironica per diventare qualcosa di ridicolo, nella sua tragicità. Voler essere internazionali puntando all’inglese è un approccio deleterio per il nostro idioma, rinnega la nostra grande storia e soprattutto non tiene conto dell’enorme potere evocativo dell’italiano, così amato e apprezzato all’estero, ma così svilito in patria. Crediamo che le nostre istituzioni non debbano vergognarsi di parlare e diffondere la nostra lingua, e dovrebbero invece promuoverla e tutelarla come fanno con le altre nostre eccellenze.

Le domandiamo perciò di riconsiderare la scelta del nome della nuova piattaforma della cultura italiana, e in generale Le chiediamo una riflessione sull’opportunità di una politica linguistica che possa restituire vitalità alla nostra lingua e farne uno strumento di promozione della nostra cultura nel mondo.

La ringraziamo per l’attenzione e Le porgiamo i nostri più cordiali saluti.

Giorgio Cantoni e Antonio Zoppetti

Quella che avete letto è una lettera aperta al Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini che ha voluto l’iniziativa denominata ITsART. Invitiamo chiunque condivida la nostra posizione a unirsi a noi. Lo può fare comodamente dal modulo pronto per l’invio che è stato predisposto sul sito Attivisti dell’italiano a questo indirizzo: https://attivisti.italofonia.info/proteste/itsart/

Così facendo, non solo si potrà aderire con la propria firma e inoltrare il proprio dissenso, ma anche tenere d’occhio il contatore con il numero dei sottoscrittori. ITsART riceverà il messaggio dall’indirizzo di posta di chi compila il modulo, ma il nome e l’indirizzo di chi aderisce non saranno pubblici, verrà mostrato soltanto il numero dei partecipanti senza i loro dati sensibili, nel rispetto della privatezza di ognuno.

Più saremo, più avremo la forza di farci ascoltare.

Anche se non riusciremo a cambiare il nome anglicizzato di questo progetto, lanceremo comunque un segnale forte e chiaro: siamo stanchi di questo continuo svilimento della nostra lingua in nome di un’anglomania che non è solo insensata, ma anche deleteria.

Grazie a chiunque vorrà aiutarci.

Il Regno Unito fuori dall’Europa e l’inglese dentro?

Dal primo gennaio 2021 il Regno Unito è a tutti gli effetti un Paese extracomunitario. Per entrarci serve il passaporto, per soggiornarci il visto, ci sono vincoli per la circolazione delle merci… Eppure, dopo quattro anni di dibattiti e di trattative, c’è qualcosa di cui si è poco parlato e che, soprattutto in Italia, non è stato affrontato: con la Brexit, visto che tutto ciò si esprime con un anglicismo, si dovrebbe porre sul tavolo anche la questione dell’uscita dell’inglese.

Fermiamoci un momentino a considerare la situazione storica.

Nel secondo dopoguerra, il progetto dell’Europa si è fatto strada soprattutto per le forti pressioni statunitensi che insieme ai finanziamenti del piano Marshall spingevano per un’unità utile al controllo del nostro continente in funzione antisovietica. Esisteva anche un preesistente disegno di trasformare l’Europa in una sorta di provincia statunitense, ma non ha funzionato, soprattutto per l’opposizione della Francia di De Gaulle che già dopo lo sbarco in Normandia aveva impedito che si instaurasse l’Amgot, il governo militare dei Paesi occupati che invece era stato realizzato in Italia, dove c’era il fascismo.

Su questo scenario fallito è nata la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA, trattato di Parigi del 1951) tra Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi che sarebbe diventato la Comunità Economica Europea (CEE, trattato di Roma del 1957).
Questa unione era stata boicottata dal Regno Unito che sin dall’inizio non la considerava affine ai propri interessi economici, e aveva già i suoi accordi con i Paesi anglofoni del Commonwealth. Allo stesso tempo, sino a tutti gli anni Sessanta, De Gaulle puntava a un’Europa incentrata sull’asse franco-tedesco che escludesse la presenza del Regno Unito, visto come un cavallo di Troia di un possibile controllo statunitense, e successivamente pose per due volte il suo veto all’inclusione di questo Paese. Le cose sono cambiate con le sue dimissioni, e solo nel 1973 il Regno Unito è entrato nella CEE insieme a Irlanda e Danimarca. Nel 1981 la Grecia diventa il decimo membro e nel 1986 si aggiungono Spagna e Portogallo, che negli anni Settanta erano ancora delle dittature. Dopo il crollo del muro di Berlino (1989) e la riunificazione delle due Germanie, con il Trattato di Maastricht (1993) nasce la Comunità Europea e nel 1995 aderiscono Austria, Finlandia e Svezia. Nel 2004 entrano Cipro, Malta e altri 8 Stati che prima facevano parte del blocco sovietico (Repubblica ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia). Nel 2007, con il trattato di Lisbona, si è configurata l’attuale Unione Europea (UE); negli anni seguenti sono entrati anche Bulgaria e Romania e, nel 2013 si è aggiunto il 28° membro, la Croazia, ma dopo l’uscita del Regno Unito i Paesi sono oggi 27.

Dal punto di vista linguistico l’Europa è nata all’insegna del multilinguismo e con lo spirito di favorire il multilinguismo tra i suoi cittadini, anche se gli inglesi parlano tendenzialmente solo la propria lingua al contrario degli altri popoli. Oltre alle 24 lingue ufficiali esistenti (bulgaro, ceco, croato, danese, estone, finlandese, francese, greco, inglese, irlandese, italiano, lettone, lituano, maltese, olandese, polacco, portoghese, rumeno, slovacco, sloveno, spagnolo, svedese, tedesco e ungherese) ci sono più di altre 100 lingue minoritarie o regionali riconosciute. Tra queste non figurano il catalano, il galiziano e il basco, che però godono lo stesso di un riconoscimento semiufficiale per cui le traduzioni dei trattati – in teoria – avvengono anche in queste lingue e i cittadini hanno il diritto di rivolgersi alle istituzioni nella propria lingua.

Sul sito della UE si continua a includere l’inglese tra le lingue ufficiali perché parlato in Irlanda e a Malta, tuttavia va precisato che i rispettivi Paesi hanno scelto come lingua ufficiale l’irlandese e il maltese. Dunque solo il Regno Unito aveva indicato l’inglese, e con la sua uscita si pone un problema linguistico non da poco, anche se in Italia la nostra classe politica e i nostri intellettuali tacciono. Irlandesi e maltesi rappresentano una minoranza linguistica di poco più di 5 milioni di persone che usano l’inglese come lingua madre, e non si capisce perché debba essere imposto a tutti gli altri 440 milioni di europei.

Il punto, comunque, non riguarda l’ammissione dell’inglese tra le lingue ufficiali, visto che Irlanda e Malta potrebbero tranquillamente opporre un veto alla sua estromissione o aggiungerlo come seconda lingua, ma riguarda l’inglese come lingua di lavoro. C’è infatti una grande differenza tra le lingue ufficiali e quelle procedurali, e una grande differenza tra il riconoscimento da parte della UE del valore del multilinguismo tutto teorico, e ciò che avviene di fatto nelle comunicazioni interne e nelle lingue di lavoro che si utilizzano. Quello che accade nella pratica è che le lingue di redazione degli atti formali sono solo l’inglese, e in maniera minore il francese e il tedesco. L’italiano non è più una lingua di lavoro (ne avevo già parlato segnalando una petizione che chiede di ripristinarlo).

Questa distinzione tra le lingue ufficiali e quelle di lavoro è una pratica che non si basa su alcun documento teorico, è solo il risultato di ciò che avviene nei fatti; visto che tradurre ogni cosa in tante lingue è oneroso si traduce nelle lingue del lavoro, e poi da quelle nella altre, in teoria.
Nel Regolamento delle Comunità Europee del 1958 (art.1/58) si leggeva: “Le lingue ufficiali e le lingue di lavoro delle istituzioni della Comunità sono – in ordine alfabetico – la lingua francese, la lingua italiana, la lingua olandese e la lingua tedesca.” Successivamente le cose sono cambiate. L’inglese, anno dopo anno, ha cominciato a prendere il sopravvento soprattutto dopo l’entrata dei Paesi dell’ex blocco sovietico. Più l’Europa si allargava, più era complicato rispettare i fondamenti basati sul multilinguismo, e nella babele linguistica ha prevalso la lingua dominante in modo sempre più prepotente, e sempre più documenti sono redatti in inglese, e solo in parte anche in francese e tedesco. L’italiano, anche se siamo tra i 6 Paesi fondatori, è stato così estromesso, senza che nessuno o quasi abbia denunciato questa regressione e si sia opposto.

Lo aveva ben sintetizzato qualche tempo fa Andrea Camilleri in un’intervista in cui affrontava il tema della “protezione della lingua” davanti all’inglese. Aveva denunciato che da quando la lingua del lavoro e delle leggi dell’Europa ha cessato di essere tradotta in italiano la nostra lingua è regredita. I nostri politici avrebbero dovuto opporsi – accusava Camilleri – ma non l’hanno fatto.

Purtroppo i nostri politici non solo non fanno nulla per tutelare la lingua di Dante, ma sono i più grandi collaborazionisti del progetto dell’inglese globale a scapito dell’italiano e della trasformazione della nostra lingua in itanglese. La recente introduzione del cashback di Stato, che si somma a una serie sempre più ampia di anglicismi di Stato, dalla figura del navigator al jobs act, conferma e amplifica la tendenza all’abuso dell’inglese persino nel linguaggio istituzionale, dove penetrano espressioni da noi non tradotte, come recovery plan, che provengono proprio dal linguaggio dell’Europa.

Passando dalla contaminazione degli anglicismi all’imposizione dell’inglese internazionale a tutti i cittadini, con la riforma Madia del 2017, approvata sotto silenzio, si è passati dal multilinguismo alla dittatura dell’inglese e nei concorsi pubblici il requisito di conoscere una “lingua straniera” è stato sostituito dalla “lingua inglese” che è così diventata un obbligo per entrare nella pubblica amministrazione. Nello stesso anno il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) ha diffuso il bando per il finanziamento dei Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) per l’università che doveva essere redatto in inglese, impedendo agli italiani di rivolgersi all’Europa nella propria lingua! L’ultima sentenza del 2019 del Consiglio di Stato sulla vicenda del Politecnico di Milano, che ha scelto di erogare la maggior parte dei suoi corsi in lingua inglese, ha legittimato la decisione dell’ateneo, discriminando di fatto l’insegnamento in italiano che rimane decisamente minoritario, e aprendo le porte all’insegnamento in inglese anche in altre università.

Ma è possibile che l’Italia non abbia alcuna politica linguistica? È possibile che l’italiano non venga promosso né tutelato? È possibile che il nostro presidente Sergio Mattarella non si preoccupi di rispondere nemmeno con una riga di cortesia a una petizione di oltre 4.000 cittadini che gli hanno rivolto una supplica per intervenire anche solo simbolicamente contro l’abuso dell’inglese nel linguaggio istituzionale? È possibile che nel 2021, nel celebrare i 700 anni dalla morte di Dante, la nostra lingua venga commemorata, più che promossa, e che vengano impiegati 4,5 milioni di euro per costruire un museo dell’italiano, invece di favorirne l’uso vivo, la sua evoluzione e difenderlo dall’invasione degli anglicismi?

L’uscita del Regno Unito dall’Europa potrebbe essere l’occasione per riaffermare la nostra lingua e farla ritornare lingua del lavoro, come il francese e il tedesco, e per riflettere sul valore del multilinguismo, più che per mettere al bando l’inglese.

Ma la nostra classe dirigente sembra non avere alcuna preparazione né interesse a sollevare la questione. Prevale il servilismo verso tutto ciò che è angloamericano e sembra che in Italia nessuno comprenda l’importanza del nostro patrimonio linguistico, che sarebbe un bene da promuovere e tutelare come si fa per il nostro capitale artistico, ambientale, culturale, storico o gastronomico.

L’unico esempio di politica linguistica, dal Novecento a oggi, rimane quello del fascismo. I nostri governanti non si rendono conto che avere una politica linguistica, come accade in Francia, in Spagna, in Svizzera, in Islanda e in molti altri Paesi, non ha nulla a che vedere con il fascismo né con quella politica linguistica. La lingua italiana è così lasciata allo sfascio, e in questo vuoto istituzionale – che protegge invece l’inglese – regredisce, esce dall’Europa e si creolizza nel lessico giorno dopo giorno. E tra i nostri politici e intellettuali non si sente nemmeno un dibattito.

Sarebbe invece il caso di aprirlo!